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L’EDITORIALE di Pasquale Clemente Direttore responsabile del “Roma”

Il Rinascimento, quando Napoli era il faro culturale del mondo

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uesto numero della rivista del Mann è dedicato alla testa di Donatello conservata al Museo Archeologico, e ora finalmente riposizionata in maniera degna: non si tratta solo di uno dei monumenti più insigni del Rinascimento italiano, ma di un’opera che ridà a Napoli il giusto posto di capitale del Rinascimento. Quando Donatello scolpisce la testa del monumentale cavallo di bronzo destinato ad Alfonso d’Aragona, Napoli non è una città qualsiasi ma la metropoli più grande dell’Europa di allora, il più grande regno italiano, anzi l’unico; purtroppo tanta storiografia, dall’Ottocento, ha cercato in tutti i modi di obnubilare questa realtà. Carlo VIII porta il Rinascimento in Francia dopo aver visto le meraviglie di Napoli (la reggia di Poggioreale faceva impallidire tutti gli edifici dell’epoca). Bisognerebbe fare una ricognizione dei tesori

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QUOTIDIANO D’INFORMAZIONE FONDATO NEL 1862

02 2016

rinascimentali dispersi o distrutti per sempre. Dalle ceramiche dei Della Robbia, che occupano decine di stanze del Victoria and Albert Museum di Londra, alla Bibbia rinascimentale di Alfonso il Magnanimo, custodita a New York, manifesto della miniatura italiana, il più bel libro del mondo. La tragedia è che la città si è sempre ricreata, ha sempre continuato a crescere in maniera straordinaria fino all’età moderna: il secolo gotico seppellisce la Napoli bizantina e romanica, quello rinascimentale annulla tanti significativi capolavori angioini. Quello dei Savoia riduce Napoli ad una appendice di Roma, buona per i week end, ma privata di tutte le funzioni direzionali, inizia il buio. E rinasce, ricrea, si modifica: era tutta mattoni rossi con Carlo d’Angiò, diventa piena di basoli neri durante il Vicereame.  Qualche esempio per capire una città che si è sempre nutrita della sua carne, in una sorta di cannibalismo urbano che ha sempre creato qualcosa di ineguagliabile nel presente ma ha sempre coperto e distrutto spesso il passato: cosa sarebbe la storia dell’arte se i meravigliosi e i più grandi cicli di affreschi di Giotto a Santa Chiara o nel Maschio Angioino fossero sopravvissuti agli orrori della Seconda Guerra Mondiale? Cosa sarebbe San Domenico con la Madonna del Pesce di Raffaello rubata dagli spagnoli e ora al Pra-

do? E vogliamo parlare della cena in Emmaus che rappresenta Brera ed è stata dipinta proprio qui? Non è solo un fatto di spoliazioni o altro, è che dimentichiamo il nostro Dna con una facilità straordinaria. Ad esempio il Trecento. Lo sappiamo che un centinaio di splendide miniature compongono la più sontuosa opera libraria del periodo gotico? Tra le più belle e prestigiose della letteratura trecentesca? È la Bibbia d’Angiò, opera realizzata alla corte di Roberto d’Angiò, re di Napoli, intorno al 1340. Divoriamo il passato, lo metabolizziamo troppo in fretta, in questo Napoli è diversa dalle altre città italiane. Jean Noel Schifano non diceva che siamo l’unica città internazionale d’Italia? Siamo pieni di tesori che non ricordiamo, siamo la città del mondo più ricca di monumenti e opere d’arte. Il 4% di tutto il patrimonio mondiale (fonte Unesco), più di Roma, Firenze o Venezia. Ecco, la testa di Donatello è come un fulmine, apre dall’Archeologico, come un fulmine di bronzo, il cielo del delirio della nostra ignoranza, ci rammenta epoche d’oro, fa annaspare il presente mediocre, ridà la luce di un futuro di conoscenza, dove i cittadini del mondo sapranno che Napoli non è una semplice città, è il cuore del Mediterraneo, l’anima dell’Europa, il faro che illuminò la ragione dal dodicesimo al diciottesimo secolo. Sei secoli. Non è poco.

MANN - N.2 - Bentornato Rinascimento  

Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Bentornato Rinascimento

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