Issuu on Google+

Un cavallo da leggenda nel segno di Virgilio

S

Qui sopra il portone di Palazzo Sansevero, teatro del tragico fatto di sangue, nell’altra pagina un ritratto del musicista Carlo Gesualdo, principe di Venosa, che uccise la moglie Maria d’Avalos e l’amante Fabrizio Carafa

ciante: Maria, coperta sangue giaceva sul letto, il cadavere di Fabrizio era riverso a terra. Nessuna pietà per i due giovani. Il giorno dopo, i loro corpi insanguinati furono esposti, mezzi nudi com’erano stati ritrovati, in mezzo alle scale di Palazzo Sansevero, in piazza San Domenico Maggiore: era qui infatti che Carlo Gesualdo aveva preso in affitto un appartamento quando aveva sposato Maria d’Avalos. Fu un delitto che fece scalpore, perché coinvolgeva tre delle famiglie più potenti del Regno. Lo scandalo rischiava di compromettere l’ordine pubblico. Era questo soprattutto che interessava al viceré. Perciò le chiacchiere dovevano essere messe subito a tacere e il caso venne liquidato rapidamente, dall’Inchiesta del Tribunale della Vicarìa, come un legittimo delitto d’onore. Una voce, invece, si levò a difesa dell’amore di Maria e Fabrizio, e fu quella di un poeta. Torquato Tasso compose in loro memoria il sonetto

ulla Testa Carafa circolava una leggenda. Si diceva fosse parte di un grande cavallo di bronzo che Virgilio aveva donato ai napoletani in segno della sua protezione. Questo cavallo aveva doti miracolose: aveva il potere di guarire i cavalli ammalati. Per tutto il Medioevo, infatti, si credeva che il poeta autore dell’Eneide fosse un mago che aveva donato alla città diversi talismani. Il cavallo, in particolare, si trovava a piazza Riario Sforza ma la Chiesa lo fece distruggere per ostacolare la diffusione di credenze pagane. Il corpo fu fuso per ricavarne le campane del duomo. La testa, invece, rimase intatta e fu conservata nel cortile di Palazzo Carafa, dove continuò ad esercitare le sue virtù taumaturgiche fino a quando nel primo Ottocento, Gioacchino Murat, re di Napoli, credendola una scultura antica, la fece trasportare al Museo Archeologico. Ma i Principi di Colobrano, nuovi proprietari del Palazzo Carafa non vollero rinunciare alla leggendaria protezione del cavallo e ne fecero realizzare la copia in terracotta che ancora domina il cortile.

“In morte di due infelicissimi amanti”. “Piangete, o Grazie; e voi piangete, o Amori”, esortava nei versi iniziali, e poi invitava tutta la città al lutto “Piangi Napoli mesta, in bruno manto,/di beltà di virtù l’oscuro caso/E ‘n lutto l’armonia rivolga il canto”. La crudeltà e la spietatezza del duplice omicidio si trasformarono in leggenda. Sicché, fino a qualche decennio fa, c’era chi giurava di aver visto, nelle notti senza luna, il fantasma della bella Maria d’Avalos aggirarsi disperato dalle parti del palazzo che l’aveva vista prima sposa infelice e poi amante appassionata. Una passione sincera che la gelosia aveva distrutto per sempre.

QUOTIDIANO D’INFORMAZIONE FONDATO NEL 1862

02 2016

21


MANN - N.2 - Bentornato Rinascimento