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di Pasquale Clemente

S

ant’Anna dei Lombardi, un manifesto dell’arte rinascimentale, decine di capolavori commissionati dalle più illustri famiglie del Regno. La Cappella Pontano, a due passi dai decumani. Teca di pietre bigie e marmi scanditi nel biancore dello stile ionico. Le lesene bianche, come bianco fu il Rinascimento, un colore nuovo, non classico, una invenzione, se il mondo romano e greco le statue le colorava, e pure pesantemente. La collezione Farnese è bianca, come la moda del Rinascimento, altrimenti tutti quei capolavori sarebbero una teoria di blu, rosa, rossi, neri e gialli. San Giovanni a Carbonara, di fronte a Porta Capuana, mutila delle sculture del ‘500 rubate e portate al Bargello; palazzo Penne, oggetto di scandalosi tormenti giudiziari, San Domenico Maggiore: il pantheon della casa reale aragonese, la famiglia che fino al Cinquecento dominò l’Italia; le mura aragonesi, le uniche intatte di quel periodo, gioiello impareggiabile che tutto il mondo ci invidia. I palazzi Marigliano, Orsini di Gravina, Cuomo, Carafa, Sanseverino, trasformato in chiesa in piazza del Gesù Nuovo. Non pochi metri di monumenti, ma una intera metropoli unica al mondo per illustrare cosa fu il primo rinascimento aragonese. Le vestigia di cinque secoli fa di Napoli nel Quattrocento imprimono ancora all’imago urbis moderna un volto unico, predominante, insieme all’immagine barocca del Vicereame o Umbertina, frutto dell’ultima grande trasformazione urbana. Napoli ha tre volti predominanti, uno di questi non è Angioino, e pure i re francesi fecero della città una delle capitali del mondo, e neanche Federiciana, l’imperatore svevo era troppo intento a costruire castelli nel contado. E la sua residenza a Castel Capuano è piuttosto manierista o settecentesca. Invece palazzo Marigliano, palazzo Sanseverino al Gesù Nuovo la connotano di bugne a punta di diamante, anticipano per dire di venti anni quello di Ferrara; la nostra

Due esempi del Rinascimento a Napoli: a sinistra il portale del Maschio Angioino, qui sopra un bassorilievo di Donatello nella chiesa di San Lorenzo Maggiore

è una capitale amata da Polidoro da Caravaggio, star dell’epoca: che colorava le facciate dei palazzi dell’epoca in maniera sublime: artista tardo di quel secolo, appartiene alla seconda fase: quella di Michelangelo, fase romana. Polidoro cambiò colore a Napoli con facciate classiche da sogno, ormai sparite, come neve al sole: oppure rimosse dalle nuove mode. Ma occorre allora distinguere, il Rinascimento a Napoli è quello primo, non il secondo, quello già è maniera, fumo, è roba romana. Quello nostro è invece quello delle bugne e dei codici miniati, delle teste di Donatello e dei dipinti di Antonello da Messina. Il primo essenziale, immediato, grigio e bianco, Quattrocento, il secondo è religioso, apre alla maniera,

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MANN - N.2 - Bentornato Rinascimento