Borghi rinati. Paesaggi abbandonati e interventi di rigenerazione, di Carlo Berizzi, Lucia Rocchell

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architettura e cittď&#x; nuove forme dell ’abitare 02



Carlo Berizzi, Lucia Rocchelli

BORGHI RINATI paesaggi abbandonati e interventi di rigenerazione

ilpoligrafo


architettura e citt nuove forme dell ’ abitare collana diretta da Carlo Berizzi comitato scientifico Carlo Berizzi | Università degli Studi di Pavia Tiziano Cattaneo | Università degli Studi di Pavia Stefano Guidarini | Politecnico di Milano Giovanni La Varra | Università degli Studi di Udine Luca Trabattoni | Politechnika Opolska La collana «Architettura e Città. Nuove forme dell’abitare» nasce come strumento di divulgazione scientifica sui temi legati al progetto architettonico e al suo ruolo nella definizione di nuovi modi di abitare in relazione ai cambiamenti culturali, ambientali, tecnologici e sociali

La presente pubblicazione è stata progettata e realizzata da

con il contributo e il supporto di

revisione editoriale Il Poligrafo casa editrice Sara Pierobon copyright © luglio 2019 Il Poligrafo casa editrice 35121 Padova via Cassan, 34 - piazza Eremitani tel. 049 8360887 - fax 049 8360864 e-mail casaeditrice@poligrafo.it www.poligrafo.it ISBN 978-88-9387-091-7

Il libro è frutto di un lavoro di ricerca condiviso tra gli autori. Carlo Berizzi ha scritto il saggio iniziale e l’intervista a Mario Cucinella; Lucia Rocchelli ha scritto la sezione dei casi studio. ringraziamenti Questo libro nasce da un’idea discussa con Vincenzo Albanese di Sigest, promotore del progetto, che ringraziamo assieme a Francesca Bombelli. Siamo grati anche a tutto lo staff di AIM, tra cui Federica Mameli e Silvia Ricchiazzi, assieme ai consiglieri Susanna Conte, Claudia Galassi, Giuseppina Incorvaja, Antonella Minetto, Massimo Tiano, Lorenza Torrani che in modo diverso hanno supportato questo progetto. content partner Paola Pierotti - PPAN


INDICE

8

introduzione

Vincenzo Albanese

10

nuovi paesaggi dell ’ abitare. la riattivazione dei borghi come modello complementare alla citt

20

vivere e lavorare nei borghi. una leva per la rinascita delle aree interne

Paola Pierotti, PPAN

STRATEGIE DI RIATTIVAZIONE

ospitalit 4 4 Santo Stefano di Sessanio, L’Aquila 48 Castello di Postignano, Sellano, Perugia 52 Cave Bianche Hotel, Favignana, Trapani 56 Valle di Iya, Shikoku, Giappone 5 7 Intervista ad Alex Kerr, fondatore e presidente di Chiiori Trust e Chiiori Alliance produzione 66 Campofei, Alta Valle Grana, Cuneo 70 Succiso, Reggio Emilia 7 1 Intervista a Oreste Torri, vicepresidente della Cooperativa Valle dei Cavalieri, Succiso 74 Villa del Pischiello, Passignano sul Trasimeno, Perugia 7 8 Val Lumnezia e Vrin, Cantone Grigioni, Svizzera cultura 88 Casa Cava, Matera 94 Lou Pourtoun, Ostana, Cuneo 1 00 Ruralation Sheanoli Library, Tonglu, Cina


1 04 Newbern Library, Newbern, Alabama, USA 1 08 Búbal e l’Altoaragona, Spagna 1 09 Modelli di recupero degli insediamenti abbandonati in Altoaragona

articolo di Sixto Marín, Università di Saragozza

riconnotazione 1 1 6 Ghesc, Val d’Ossola, Verbano-Cusio-Ossola 1 22 Farm Cultural Park, Favara, Agrigento 1 26 Calcata, Viterbo 13 0 Doel, Fiandre Orientali, Belgio 13 6 Naoshima, Kagawa, Giappone conservazione 1 4 4 Borgata Paraloup, Rittana, Cuneo 1 48 Fontecchio, L’Aquila 1 52 Borghi Irpini, Avellino 1 56 Museo del deserto di Atacama, Antofagasta, Cile cooperazione 1 66 Casa sociale di Caltron, Cles, Trento 1 70 Torri Superiore, Val Bevera, Imperia 174 Cinema Sil Plaz, Ilanz/Glion, Cantone Grigioni, Svizzera 1 7 8 Pioneer, Hogansville, Georgia, USA 182 Casa en Construcción, Quito, Ecuador

1 89

borghi, reti territoriali e citt intervista a mario cucinella

203 Bibliografia

205 Crediti


B ORG HI RINAT I


I N T ROD U Z I O NE Vincenzo Albanese, founder e CEO di Sigest

Solomeo e Petralia Soprana sono due borghi d’eccellenza del Centro-Sud Italia, accomunati da una storia di abbandono e riqualificazione. Solomeo è uno splendido borgo medioevale della provincia di Perugia la cui fondazione risale al XII secolo; ha sofferto nello scorso secolo il destino che affligge molte delle piccole e medie città italiane: edifici in rovina, mancanza di lavoro e di conseguenza spopolamento. La salvezza del borgo di Solomeo porta il nome di un imprenditore illuminato e appassionato, Brunello Cucinelli, che ha saputo mantenere intatti i luoghi, la bellezza e l’identità del borgo umbro, e allo stesso tempo donargli una nuova vita grazie a operazioni di restauro degli edifici e dei monumenti storici, e soprattutto riconvertendo la vocazione produttiva da prevalentemente agricola a tessile. Petralia Soprana è invece un borgo siciliano situato nel Parco delle Madonie, insignito del titolo “borgo dei borghi” 2019, riconoscimento che ha messo in moto dinamiche che porteranno ulteriori fondi destinati alle piccole città siciliane. «I nostri borghi sono dei veri e propri scrigni che racchiudono bellezze artistiche, culturali, paesaggistiche ed enogastronomiche», sottolinea correttamente il sindaco di Petralia. «Bisogna pensare a un’unica strategia di valorizzazione per creare percorsi turistici capaci di attrarre viaggiatori e generare ricadute occupazionali». A parte casi ancora sporadici come Solomeo e Petralia Soprana, cosa sta accadendo alle zone più piccole e periferiche della nostra penisola? Il 72% degli oltre 8000 comuni italiani conta meno di 5000 abitanti. Quella dei piccoli borghi è un’Italia dove vivono 10 milioni e mezzo di cittadini e che rappresenta oltre il 55% del territorio nazionale, fatto di zone di pregio naturalistico, parchi e aree protette. Secondo una indagine di Legambiente, dei 5383 piccoli centri a rischio, 2381 comuni sono in avanzato stato di abbandono e i rimanenti sono già completamente spopolati. Borghi rinati. Paesaggi abbandonati e interventi di rigenerazione è il secondo volume frutto della collaborazione tra AIM e Sigest dopo Piazze e spazi collettivi (2018), nato per individuare i nuovi paradigmi della qualità outdoor. La nostra attività di consulenza a tutto tondo nell’ambito dei servizi immobiliari focalizzati sulla residenza ci porta a studiare costantemente le trasformazioni del modo di abitare contemporaneo,


sia in termini di singolo appartamento sia in quelli del più ampio contesto urbano. La ricerca rappresenta dunque un aspetto imprescindibile del nostro lavoro perché ci permette di cogliere con anticipo i segnali del cambiamento prima che diventino evidenti e tangibili e poter dunque intervenire tempestivamente nella progettazione di abitazioni innovative. Con Borghi rinati. Paesaggi abbandonati e interventi di rigenerazione l’oggetto dell’indagine si amplia dalla città alla provincia per aiutare il lettore a cogliere il ruolo strategico che i borghi potrebbero avere nell’economia italiana se solo venissero opportunamente valorizzati. Al momento, però, questo impianto urbano rappresenta principalmente un fattore di fragilità per il paese, reso evidente dall’abbandono dei borghi che, a seguito dell’aggressione di dinamiche economiche, sociali e commerciali evolutesi con grande rapidità, non hanno saputo o potuto reinventarsi. Tuttavia, gli stessi cambiamenti che portano alla crisi del sistema urbano contengono gli elementi propulsori per una nuova rinascita: il digitale, per esempio, offre infinite nuove modalità di vivere, lavorare e abitare, consentendo di immaginare nuove soluzioni per il recupero e la rivitalizzazione di queste piccole realtà. Per questa ragione crediamo che sia necessario mettere le nuove tecnologie al centro della trasformazione del territorio e non guardare soltanto alle smart cities, ma ampliare l’orizzonte alle smart lands: la tecnologia, varcando i confini geografici e annullando le distanze fisiche, può essere un aiuto importante per lo sviluppo di molte attività e può supportare l’erogazione di numerosi servizi in luoghi extraurbani, colmando il digital divide a cui questi territori sono spesso condannati. Siamo ben consapevoli che la tecnologia sia soltanto uno degli strumenti che consentono di realizzare progetti straordinari, ma essa è fondamentale, ed esempi vincenti lo testimoniano: tramite la realizzazione di questo libro abbiamo voluto raccontare alcune esperienze virtuose di rivitalizzazione di parti di territorio sofferenti, che potrebbero essere di esempio per stimolare la nascita di altri progetti nei nostri meravigliosi borghi. Il percorso che ci ha portato alla stesura di Borghi rinati. Paesaggi abbandonati e interventi di rigenerazione nasce quindi in primis dalla volontà di gustare la bellezza dei piccoli paesi d’Italia e di ammirare l’intelligenza e l’entusiasmo che hanno permesso a queste piccole realtà di emergere, oltre che dalla volontà di stimolare il dibattito sull’argomento attraverso la condivisione di casi eccellenti, promuovendo il coraggio di chi ha rischiato provando a immaginare strade nuove. Il volume vuole inoltre testimoniare la nostra convinzione che il mondo dell’immobiliare debba mettere le nuove tecnologie al centro del lavoro, collaborando a fianco di chi abita nei borghi per sviluppare ambienti stimolanti e vivaci nel rispetto della tradizione, che siano in grado di esportare il proprio patrimonio di esperienze anche al di fuori del singolo territorio.

 | introduzione


N U OV I PAESAG G I DELL’ABITARE. La riattivazione dei borghi come modello complementare alla città

Tutto ciò che non è tradizione è plagio. Igor Stravinskij, Poetica della musica

Uno dei luoghi comuni del pensiero di tradizione romantica, da cui dipendono ancora molti dei nostri valori culturali ed estetici, è che senza architettura non c’è memoria. Di questo parlava John Ruskin a metà dell’800 e in epoca più recente anche Aldo Rossi che definiva le città italiane formatesi nell’arco di secoli enormi depositi di fatiche, cariche di storie e di vicende. Memoria, case e città... ma anche persone. L’antropologo Vito Teti, che da decenni si occupa dello spopolamento dei paesi interni, così descrive la morte di un abitante di una piccola comunità calabrese: «Quando in un paese muore una persona anziana o sola, non si chiude una storia, si chiudono le storie, si chiude un’epoca, si chiude una casa, una famiglia, talvolta scompare un cognome. E spesso la morte di una persona e la chiusura della casa significano chiusura di una strada, di una zona». Le vicende delle persone sono così intrinsecamente legate a quelle dei luoghi: muoiono le persone e muoiono i luoghi. Questo libro non vuole considerare la rinascita dei borghi come un estremo tentativo di preservare una storia ormai passata, ma vuole porre l’attenzione sul valore profondo che questi piccoli insediamenti hanno rappresentato e possono ancora rappresentare per lo sviluppo futuro del paese, costituendo modelli alternativi all’urbanesimo a cui le grandi città possono ispirarsi oltre che una risorsa per la gestione del territorio. Se è vero che la popolazione mondiale si sta sempre più concentrando nelle aree metropolitane (le stime dell’ONU prevedono che nel 2050 circa il 70% della popolazione abiterà nelle grandi città rispetto all’attuale 50%), bisogna considerare che una buona percentuale di loro abiterà comunque al di fuori degli ambiti urbani e che inevitabilmente, per questioni ambientali, produttive e infrastrutturali, le città saranno sempre dipendenti dal territorio che le circonda. I borghi rappresentano solo la punta dell’iceberg del territorio extraurbano che si sta spopolando, ma allo stesso tempo costituiscono l’unità minima e simbolica da cui poter ripartire, l’immagine estetica capace di richiamare gli elementi strutturanti e strategici per la ripresa del nostro paese.




Il 2019 è l’anno in cui Matera è Capitale Europea della Cultura. La scelta dell’Europa è ricaduta su una città antica che ha saputo ripopolarsi dopo più di mezzo secolo di abbandono, paradigma di una comunità che ha investito nella propria tradizione perseguendo nuovi valori e identità. Il recupero dei Sassi ha segnato la rinascita non solo di Matera ma dell’intero territorio circostante generando nuove attività, rafforzando i circuiti turistici e promuovendo la cultura locale e il suo patrimonio storico artistico. Matera incarna nell’immaginario europeo il simbolo che è possibile tornare ad abitare i luoghi abbandonati con progetti innovativi e strutturati nel tempo. LA CRISI DELLE AREE INTERNE

Lo spopolamento delle aree interne è una questione che riguarda due terzi del territorio italiano, ove oggi abita circa un quarto della popolazione. È un fenomeno che si è avviato all’inizio del Novecento con lo sviluppo industriale del paese e la bonifica delle aree di pianura che hanno causato forti migrazioni di lavoratori dalle zone montane verso le città e le campagne. Dopo la Seconda Guerra mondiale si assiste a un’ulteriore fase di crescita industriale e di diffusione del territorio urbanizzato attorno alle grandi città fino ai fondivalle, dove vennero insediate strutture produttive grazie anche alla possibilità di sfruttare i corsi d’acqua e per la loro localizzazione intermedia tra la città e la montagna. Ciò consentì a questi luoghi di costituirsi come nuovi poli attrattori per i lavoratori provenienti dalle aree di montagna ma anche dalla pianura, dove le offerte di lavoro diminuirono a causa dell’automazione delle attività rurali. La modernità, se da un lato ha consentito lo sviluppo delle città e il miglioramento delle condizioni abitative, dall’altro ha sacrificato gran parte del territorio in prossimità delle aree montane, in cui un rapido e incontrollato sviluppo industriale, infrastrutturale e abitativo ha portato al peggioramento delle condizioni ambientali. In epoca recente, con la crisi del manifatturiero e la dismissione delle fabbriche, si è avviato un altrettanto rapido abbandono dei fondivalle con la conseguente perdita di valore del patrimonio immobiliare realizzato. Per contrastare questi fenomeni il Governo italiano ha istituito nel 2013 la Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI) per attuare politiche di sviluppo e coesione territoriale rivolte ai luoghi che hanno subìto un importante spopolamento. Le aree interne sono identificate sulla base della distanza dai centri in cui vi è un’offerta completa di servizi come le scuole, gli ospedali e le grandi infrastrutture di mobilità. Sono definite aree interne: le aree intermedie, che distano dai centri urbani fino a 40 minuti; le aree periferiche, entro i 75 minuti; le aree ultra-periferiche oltre i 75 minuti. La maggior parte dei 4000 Comuni appartenenti alle aree interne si concentrano nelle Alpi, negli Appennini e nelle fasce collinari, con un’altitudine media di 491 m sul livello del mare.

 | nuovi paesaggi dell’abitare


I Sassi di Matera.

IL BINOMIO GRANDI CITTÀ E PICCOLI BORGHI

Quello che ormai risulta evidente a livello nazionale è che il dualismo tra grandi aree urbane e aree interne rappresenta meglio il paese rispetto alla tradizionale lettura che vede il Nord ricco e infrastrutturato contrapposto ad un Sud povero e isolato. Ogni grande città italiana ha infatti un suo opposto nelle aree interne più prossime e ha una responsabilità storica rispetto alla loro condizione attuale. Le città, richiamando a sé la popolazione del fondovalle, hanno di fatto portato alla chiusura dei servizi ivi presenti, come scuole e ospedali, isolando ulteriormente le aree montane. Inoltre, l’abbandono delle aree di mezzo ha restituito territori feriti da infrastrutture scarsamente manutenute e paesaggi deturpati dalla presenza di capannoni, edilizia residenziale speculativa sottoccupata, industrie dismesse, suoli inquinati, corridoi ecologici interrotti e corsi d’acqua contaminati: uno dei più grandi fallimenti della modernità. Ma la città, così come è sempre avvenuto nel passato, ha bisogno di creare un rapporto equilibrato col territorio che la circonda perché con esso condivide le risorse ambientali dalle quali dipendono le più importanti sfide sul futuro delle aree metropolitane. È per questa ragione che il dibattito attorno ai centri minori sta coinvolgendo anche i grandi centri urbani. A Milano, ad esempio, città in cui questo libro ha preso forma, il dipartimento DAStU del Politecnico ha promosso un progetto di ricerca sulle fragilità territoriali per il periodo 2018-2022, ottenendo il finanziamento dal MIUR come dipartimento d’eccellenza. In questo contesto ove le città cercano di migliorare le loro condizioni ambientali e i territori periferici sono sempre più degradati dal punto di vista del paesaggio, la maggior parte dei borghi isolati ha mantenuto il suo carattere preindustriale

 | nuovi paesaggi dell’abitare


e un’identità e un’immagine fortemente connesse al territorio con cui nel passato ha instaurato un rapporto biunivoco. Estremizzando, possiamo affermare che città e borghi sono due opposti e che tutto ciò che manca alla città contemporanea è presente nel borgo e viceversa; per questo forse uno è il complemento dell’altra. Un modello slow da contrapporre allo stress della città globale, un uso sostenibile delle risorse locali contro la forza energivora delle metropoli, un’interdipendenza tra produzione agro-silvo-pastorale e cura del territorio contro dissesti idrogeologici e impoverimento dei suoli, uno stile di vita socialmente condiviso e sano contrapposto alla solitudine globale e ai rischi per la salute della cultura urbana. Le città stanno cercando di portare al loro interno questi valori e stili di vita un tempo propri dei piccoli centri e dei borghi nel tentativo di rispondere ai rapidi cambiamenti della società urbana, alle questioni della globalizzazione, alla crescente sensibilità verso le questioni ecologiche e ambientali. Confermando le strategie di molte altre città europee, Milano, ad esempio, sta promuovendo il sistema dei quartieri come luoghi della vita quotidiana rafforzando le aree pedonali e verdi; sta incentivando la produzione di prodotti alimentari in ambito urbano, tutelando le aree agricole da ulteriori consumi di suolo e incrementando il numero dei lotti destinati ad orti urbani; sta promuovendo, all’interno dei nuovi sviluppi residenziali, attività di vicinato per la condivisione di strumenti, spazi e conoscenze dando impulso a nuove forme di occupazione e a nuovi luoghi di socializzazione. IN FAVORE DEI BORGHI

Dalle premesse fatte appare chiaro che il recupero dei borghi non vada inteso solo e necessariamente come operazione di mantenimento e restauro del patrimonio storico a scopo culturale e turistico, ma significa tornare ad abitare il territorio per ristabilire un rapporto interrotto con la natura, diverso caso per caso. Da questo punto di vista la memoria delle costruzioni e delle persone risulta fondamentale per non perdere un patrimonio di saperi e culture legati indissolubilmente ai luoghi naturali e artificiali costruiti nei secoli. Paesi e case la cui forma deriva dall’esposizione, dalla direzione dei venti, dalle condizioni altimetriche e geografiche, dai materiali con cui sono costruiti (la cultura urbana li chiama insediamenti a emissioni zero di carbonio, sostenibili, resilienti). Saperi antichi che tramandano la cura e il mantenimento del territorio circostante attraverso l’uso consapevole delle risorse per la produzione del legno, di prodotti agricoli, di acqua e di energia. Cultura artigianale che sa trasformare i materiali locali in strumenti e oggetti d’uso ottimizzandone le prestazioni, oppure che sa valorizzare prodotti locali (oggi li chiameremmo a chilometro zero) come formaggi, vini, carni, che fanno della cucina italiana una delle più ricche e varie al mondo, garanzia di biodiversità e

 | nuovi paesaggi dell’abitare


fatto il punto sulle pratiche e le esperienze innovative per ripopolare i borghi, trasferibili al contesto alpino, contando che sono 2/3000 i borghi abbandonati in Italia, ma che si stima si possa arrivare a 10.000 se si considerano anche quelli ancora abitati ma in fase di spopolamento. Nuto Revelli li aveva definiti nel suo libro Il mondo dei vinti, eppure alcune esperienze recenti e una nuova sensibilità ci fanno pensare a una controtendenza. È il caso dell’albergo diffuso di Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo promosso dall’imprenditore italo-svedese Daniele Kihlgren (si vedano pp. 44-47). ospitalità e residenza nei borghi

Giancarlo Dall’Ara, dopo il terremoto del 1976 del Friuli, ha dato vita alla formula di un nuovo tipo di ospitalità, capace di rianimare case vuote, creando un turismo condiviso, anche a 5 stelle. Sono passati trent’anni dalla prima intuizione di Dall’Ara, esperto di marketing del turismo e presidente dell’Associazione Nazionale Alberghi Diffusi. Il format dell’albergo diffuso è ormai copiato anche all’estero (fino in Giappone nei borghi di Ishinomaki e Maze): gli ospiti alloggiano in stanze o appartamenti ricavati nelle case di piccoli paesi, castelli, poderi, in contatto con la gente del posto, con le loro storie, la loro cucina, il loro artigianato. La principale differenza fra un albergo classico e uno diffuso è che la colazione si può fare al bar del paese, il pranzo a casa di una famiglia, la hall è una piazzetta con balconi fioriti e panni stesi ad asciugare. «Un albergo diffuso non si apre in luoghi con pochi abitanti – sottolinea Dall’Ara – perché il suo scopo è proprio quello di far condividere agli ospiti la vita locale». Da Portico di Romagna, 300 abitanti in provincia di Forlì-Cesena, a Santu Lussurgiu in Sardegna nell’Oristanese, sono centinaia le realtà italiane, “un po’ casa e un po’ albergo”. Tra le storie di successo si distinguono quelle in cui l’occhio dell’architetto fa la differenza come progettista ma anche come committente. Correva l’anno 1968 quando Yvan Van Mossevelde, architetto fiammingo specializzato nel recupero di edifici storici, si trova nel borgo di Labro, 356 abitanti della provincia di Rieti, durante uno dei suoi occasionali viaggi in Italia. Il sogno e il desiderio di proteggere questo splendido borgo cominciano a prendere vita dopo l’incontro con la marchesa Ottavia Nobili Vitelleschi nel Castello di Labro, la quale dà fiducia e credibilità al progetto di recupero. Grazie a finanziamenti esteri, nell’aprile del 1969 si concludono i primi 31 atti notarili e si preserva il borgo da interessi guidati da logiche speculative. Con il consenso e la volontà politica del Comune di Labro e del Ministero dei Beni culturali, e grazie al delicato intervento di recupero seguito direttamente dall’architetto Van Mossevelde, oggi il borgo continua a risplendere della sua unicità, uniformità e omogeneità architettonica.

 | paola pierotti


Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila) è stato uno dei primi alberghi diffusi italiani.

Tra le altre storie originali che possono fare scuola sulla riabitazione dei borghi c’è il progetto “Wonder Grottole” portato avanti in un piccolo centro arroccato su una collina a pochi chilometri da Matera, anche cavalcando l’onda di Matera, capitale europea della cultura nel 2019. In questo caso l’anima è Andrea Paoletti, architetto di Biella, che si è trasferito proprio a Matera dieci anni fa con l’idea di trovare un luogo dove poter sperimentare. Ha fondato, insieme a Mariella Stella, l’associazione Casa Netural, uno spazio di coworking e coliving, e incubatore nelle fasi iniziali di un’impresa. Contemporaneamente, insieme a Stefano Mirti e John Thackara, ha lanciato il progetto “Wonder Grottole”. Ingredienti del progetto creativo e strategico per la rigenerazione del borgo sono il design e l’arte contemporanea. “Wonder Grottole” è un’iniziativa cha ha trovato riscontro anche grazie al supporto di Airbnb che sul tema dei piccoli comuni italiani ha lanciato tra l’altro un sito web dedicato (https://italianvillages.byairbnb.com/it/) per promuovere e comunicare i borghi nell’ambito del progetto “Italian Village” promosso sempre nel 2018, con 40 borghi distribuiti da Nord a Sud, soprattutto nelle aree rurali. Stando alle stime di Airbnb, un host italiano che mette in affitto la propria abitazione attraverso il portale può ricavare circa 1600 euro all’anno. Dopo il debutto di Civita di Bagnoregio – gioiello del Lazio dove è stata recuperata la Casa d’Artista, una dimora storica, di proprietà comunale, caduta in disuso dopo essere stata danneggiata dal terremoto – sono Lavenone in Lombardia, Civitacampomarano in Molise e Sambuca di Sicilia i tre borghi in cui sono stati rimessi a nuovo alcuni spazi grazie alla collaborazione fra Airbnb e la comunità locale. L’iniziativa fa leva anche sul coinvolgimento di alcuni artisti chiamati a firmare le strutture recuperate con loro opere. Creatività, progettualità e comunicazione sono ingredienti preziosi per avviare strategie innovative. Ad esempio, a Grottole, 300 abitanti e 600 case vuote, è stata lanciata una call che ha visto insieme la no profit locale, impegnata in progetti di rigenerazione urbana, con Airbnb per l’iniziativa “Italian Sabbatical” (https://italiansabbatical.com/). La sfida era trovare quattro volontari da tutto il mondo pronti a trasferirsi nel piccolo centro per sostenerne la rinascita, non da turisti ma da cittadini temporanei: in 48 ore dal lancio del progetto hanno risposto in 40.000 volontari. La top 5 dei paesi di provenienza? Usa, Argentina, Messico, Canada e Australia. Tra le numerose iniziative avviate spontaneamente in Italia si trovano anche quelle lanciate dalle stesse amministrazioni locali, soprattutto al Sud, che hanno proposto la vendita di case in disuso a 1 euro, come ha promesso il Comune di Sambuca in Sicilia (borgo più bello d’Italia nel 2016). Era il 2008 quando a Salemi il sindaco Vittorio Sgarbi propose questa iniziativa per favorire il restauro e la ristrutturazione di vecchie abitazioni e ripopolare il paese. L’idea si concluse con un tormentato epilogo per la cittadina trapanese, ma nel frattempo è stata copiata da tanti piccoli

 | vivere e lavorare nei borghi


particolar modo nei borghi pugliesi, dove i prezzi sono saliti dell’1,6% (2017/2018), migliore performance, seguiti dalla Sicilia (+1,5%) e dalla Toscana (+1,2%). Gli addetti ai lavori rilevano che la riviera ligure è senz’altro la più popolata di borghi più belli e cari d’Italia, come ad esempio Cervo, in provincia di Imperia: qui, per acquistare casa servono circa 3900 euro al mq, oltre il doppio rispetto al valore medio degli immobili in Italia. Passando dal mare ai laghi, sul versante del Garda si trova Gardone Riviera, in provincia di Brescia, dove per comprare casa bisogna mettere in conto una media di 2500 euro al mq. Sul lago di Como si trova Tremezzina, di circa 5000 abitanti, istituito nel 2014 dalla fusione dei Comuni di Lenno, Mezzegra, Ossuccio e Tremezzo. Qui i prezzi medi di vendita superano i 3000 euro al mq. Nascono start up e mestieri come, a titolo di esempio, Amavido con sede a Berlino, nata nel 2015 per opera di un team italo-tedesco con competenze chiave nei settori del turismo sostenibile, della comunicazione, del visual storytelling e della digital economy. Dal 2016 Amavido prende il via e mette in pratica la sua visione di turismo sostenibile e sviluppo locale con il re-branding e la promozione dell’Italia meno conosciuta e più autentica: i piccoli borghi e paesi con il loro patrimonio artistico e culturale e il capitale sociale delle comunità locali. Rendere visibile (e prenotabile) l’invisibile è sicuramente una bella scommessa. Sulla stessa linea Doorwaystoitaly che promuove investing trip per gli stranieri: vacanze soprattutto in Toscana, con un occhio a potenziali affari immobiliari.

 | paola pierotti


Bova Grecanica (Reggio Calabria).

ďœłďœˇ | vivere e lavorare nei borghi



STRATEG IE DI RIAT TIVAZIO N E


44

SANTO STEFANO DI SESSANIO

L’Aquila

48

CASTELLO DI POSTIGNANO Sellano, Perugia

52

CAVE BIANCHE HOTEL Favignana, Trapani

56

VALLE DI IYA Shikoku, Giappone

Nella pagina precedente: Colletta di Castelbianco, il Borgo Telematico restaurato da Giancarlo De Carlo negli anni ’80.


L’apparentemente fragile ecosistema dei borghi (semi)abbandonati è in realtà un resiliente network capace di ospitare chi viene da fuori. L’offerta ricettiva dei centri qui trattati è peculiare, irripetibile perché non può che modellarsi sulle specificità del luogo: tali borghi si fanno promotori di un turismo dolce, attento al patrimonio diffuso e alle bellezze naturali del contesto; il turismo di massa non trova qui spazio per espandersi e modificare il costruito secolare a vantaggio del consumo veloce. La scarsa accessibilità di paesi come il Borgo di Labro, Apricale o Santo Stefano di Sessanio filtra automaticamente i visitatori: vi si recano solo coloro che sono sinceramente interessati e che dispongono di tempo, mentre i pullman dei viaggi organizzati percorrono a fatica le tortuose stradine dei centri montani. A Favignana la trasformazione di un impianto produttivo dismesso in luogo d’accoglienza ha contribuito alla rigenerazione del paesaggio dell’isola. Tale accoglienza è spesso il frutto di una visione coraggiosamente messa in pratica da un visitatore esterno o da un ex residente ritornato, spesso un pioniere che decenni orsono intravvide il potenziale di un villaggio in stato di semi-abbandono. L’ospitalità, infine, è una strategia per mantenere in vita un centro periferico a rischio di spegnimento, convertendone in parte la vocazione rurale o produttiva; un seppur piccolo flusso di turisti annui garantisce infatti la sopravvivenza di altre attività ormai emarginate dalle dinamiche del mercato odierno, quali la filatura manuale della lana o la raccolta di erbe autoctone a scopo curativo.

 | ospitalit


SANTO STEFANO DI SESSANIO L’Aquila

L’albergo diffuso Sextantio, a Santo Stefano di Sessanio, è stato il primo in Italia a fare dell’ospitalità ìuna strategia di protezione e conservazione del costruito. L’iniziativa è il primo passo di un progetto visionario dell’imprenditore Daniele Kihlgren, che si è interessato alle sorti del borgo abruzzese quando questo versava in stato di semi-abbandono (circa 100 ab., la maggior parte dei proprietari emigrati negli Stati Uniti o in Canada). Santo Stefano è un centro medioevale arroccato sulle pendici appenniniche: la sua posizione defilata e la disconnessione dalla rete commerciale a valle lo hanno preservato dallo sviluppo edilizio del dopoguerra; per le stesse ragioni il centro minore ha però subito un graduale decremento demografico con conseguente carenza di servizi di base e inziativa commerciale. Dopo aver acquisito una prima casa per uso personale, Kihlgren investì una parte di capitale, circa 4,5 milioni di euro, per comprare e restaurare diversi edifici del nucleo medioevale del paese: inaugurando un felice rapporto con l’istituzione comunale locale, l’imprenditore ottenne il permesso per realizzare il suo progetto di albergo diffuso; fin da principio garantì al comune di dedicarsi solo ed esclusivamente ai manufatti architettonici esistenti senza aggiungere fabbricati di nuova costruzione al delicato equilibrio del borgo medioevale.

 | ospitalit

I lavori di restauro, conclusi nel 2004, mostrano una capillare attenzione alla ricostruzione filologica senza sbavature romantiche: gli scarni ambienti della pieve contadina sono stati stabilizzati nelle loro masse murarie, ripuliti e resi utilizzabili senza cancellarne il fascino della preesistenza. I materiali impiegati provengono – ove possibile – dalle zone limitrofe a Santo Stefano e la maggior parte delle opere sono state eseguite da artigiani abruzzesi; gli impianti tecnologici, con cautela inseriti nei locali antichi, sono invece di ultima generazione e garantiscono un utilizzo confortevole delle stanze. Gli arredi sono sobri, per lo più già appartenenti alla pieve e usati in altro modo dai pochi residenti: le camere dell’albergo sono una sorta di museo etnografico diluito, punteggiate di oggetti antichi dalla funzione reinterpretata. Sextantio intrattiene un rapporto privilegiato con il Museo delle Genti d’Abruzzo, che ha ricoperto un ruolo fondamentale nella ricerca storica antecedente ai lavori di riqualificazione. L’archivio museale contiene inoltre una raccolta di fotografie in bianco e nero scattate dal linguista svizzero Paul Scheuermeier negli anni ’20: queste documentano le condizioni arretrate del contado abruzzese e sono state fondamentali per ricostruire la trama dell’abitato di Santo Stefano.


 | ospitalit


CAMPOFEI Alta Valle Grana, Cuneo

Il recupero della borgata occitana di Campofei segue il ciclo del Castelmagno, il pregiato formaggio dell’omonima zona, dall’alpeggio estivo alla stagionatura invernale e al confezionamento in baita. Questo villaggio, del tutto abbandonato nel corso del Novecento, è ora trasformato in centro produttivo-culturale: nei primi anni Duemila alcuni ex residenti avevano intrapreso un iniziale progetto di rivitalizzazione del comprensorio di Castelmagno, le cui strade versavano in cattivo stato; in un primo impeto alcune delle vie vennero rese percorribili e l’alpeggio nuovamente accessibile. Nel 2009 quattro imprenditori proseguirono la riqualificazione investendo

 | produzione

nel patrimonio architettonico di Campofei. La società agricola da loro formata acquisì quindi uno degli edifici in pietra della borgata e ne affidò il restauro architettonico e il consolidamento strutturale a un gruppo di studiosi e professionisti afferenti al Politecnico di Torino, laboratorio di studio dell’architettura dell’arco alpino. L’edificio era un complesso di più fabbricati addossati gli uni agli altri e il lungo periodo di mancato utilizzo ne aveva seriamente compromesso alcune parti. La sua ristrutturazione è stata suddivisa in fasi che consentissero l’avviamento futuro della filiera del Castelmagno, abbandonata


decenni addietro quando gli ultimi residenti lasciarono la borgata. Nel 2016 terminarono i lavori della prima fase, consistente nel restauro delle parti ancora sane e nella ricostruzione guidata di quelle in rovina: sono stati così ricavati degli spazi ricettivi ora gestiti dall’agriturismo Chandarfei. Le successive fasi del progetto proposto coinvolgeranno le altre baite della borgata. Sotto la guida degli architetti Valeria Cottino e Dario Castellino e del professore Daniele Regis, il basamento in pietra venne svuotato da ogni superfetazione ed elemento

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non strutturale e rinforzato mediante diaframmi prefabbricati in X-lam. Le facciate vennero conservate per quanto possibile nella loro configurazione ultima, risalente a fine Ottocento, e le necessarie aggiunte in legno – balconi, corrimani, finiture – vennero realizzate con elementi reperiti in loco o ricavati dalle pulizie degli interni di Campofei. Il tetto, completamente rifatto, fu ricoperto di tavole d’ardesia in continuità con l’architettura vernacolare di Castelmagno. Il restauro ha restituito ambienti sobri, ove i muri in pietra sono esposti nella loro scarna solidità.


 | produzione


Nella muratura tipica della zona i conci lapidei sono legati con poca malta disposta a giunti sfilati.

ďœśďœš | produzione


CASA CAVA Matera

L’abbandono e la rinascita dei Sassi di Matera rappresentano la possibilità di riabitare luoghi creduti spenti per sempre. Sebbene le dinamiche di riappropriazione del rione dei Sassi si discostino da quelle dei borghi per portata demografica e contiguità con l’area urbana, Matera ha intrapreso una rinascita analoga a quella dei centri minori attraverso piccoli interventi

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puntuali. Tale processo in corso è stato celebrato con l’evento “Matera Capitale europea della cultura 2019”. Nel cuore del Sasso Barisano Casa Cava si trova in quella che fu l’unica cava di tufo a pozzo della città, realizzata in verticale alla maniera tipicamente napoletana. Scavata nel XVII secolo per fornire i blocchi lapidei con cui sono stati costruiti molti dei palazzi di Matera, la cava cessò


l’attività estrattiva nel XVIII secolo e venne chiusa. La parte immediatamente prospiciente la via d’accesso, di fianco alla chiesa rupestre di San Pietro Barisano, divenne un’abitazione scansita dall’alternanza residenti/animali tipica degli insediamenti materani. Per alcuni secoli si affollarono qui famiglie di contadini e bestie da soma le cui mangiatoie scavate nella pietra corrono lungo la cornice irregolare della grotta. Nella parte terminale della casa-galleria, la zona più lontana rispetto all’unica apertura sulla strada e quindi la più calda e protetta, venivano disposti i giacigli per la notte.

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Tutte le altre attività si svolgevano invece in prossimità dell’aria aperta, come testimoniano i diversi fori praticati nel corso degli anni per l’inserzione di strutture in legno o per appendere attrezzi da lavoro. Il luogo di estrazione, un vano conico di 15 m d’altezza, venne invece riempito di detriti e immondizia scaricati dal palazzo soprastante, convenientemente collegato alla cava tramite un foro. Le due valenze – discarica e residenza – coesistettero senza reciproca interazione fino all’abbandono del nucleo storico di Matera decretato dalla Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi del 1952. L’esistenza di questo camino dalla base


Nelle sezioni disegnate a mano l’architetto Lamacchia rappresenta la cavità a pozzo dell’auditorium.

ampia e dall’accesso stretto venne quindi dimenticata e la sua memoria ostacolata dal ricambio generazionale. Alcuni decenni dopo, con il riuso del centro lucano e la sua progressiva riscoperta, l’Ufficio Sassi guidò i lavori di riapertura del Sasso Barisano e dei suoi cunicoli: il muro che per secoli separò i contadini dai rifiuti venne analizzato dai ricercatori del cantiere e si intuì così la potenziale esistenza di un locale retrostante, sepolto nel cuore della rupe. Abbattuta la divisione e ripulita la cava dagli strati di scarti, emerse la sensazionale spazialità del locale ipogeo: una votazione

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dei cittadini decretò che questo divenisse un centro musicale in virtù delle peculiarità acustiche delle pareti tufacee e della profondità della sala. Negli anni 2007-2011 è stato elaborato e messo in opera un sensibile progetto di riqualificazione architettonica dell’architetto lucano Renato Lamacchia. L’intervento realizzato è formidabile per la sua eleganza e per la brillante soluzione delle complesse problematiche ambientali del sotterraneo. Un sistema di passerelle e pedane parzialmente trasparenti ha reso accessibile la maggior parte – o quasi – delle superfici


orizzontali della cava; qui sono state poste file di sedute progettate ad hoc per assorbire l’umidità che affligge i locali: ciascuna poltrona, color verde foresta, è corredata da un ventilatore ad altezza pavimento, attivo nelle ore antecedenti a un evento musicale. La piattaforma centrale, ribassata rispetto agli stalli del pubblico, non ha un orientamento preciso e si adatta alla geometria multiforme del tufo. Casa Cava è ora l’unico centro culturale ipogeo d’Europa. Ospita fino a 140 persone ed è sede di prestigiosi concerti di musica classica e jazz.

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GHESC Val d’Ossola, Verbano-Cusio-Ossola

Nella storia più recente di Ghesc l’impegno alla conservazione del patrimonio storico si intreccia alla sperimentazione più avanzata, trasformando il borgo ossolano in un laboratorio a cielo aperto. L’Associazione Canova è l’energico motore della rinascita di Ghesc: costituita nel 2001 nell’omonimo paese di Canova, prospiciente a Ghesc nella Valle Antigorio, l’associazione si fonda sull’esperienza pluridecennale dei coniugi americani Ken e Kali Marquardt. La coppia arrivò in Val d’Ossola negli anni ’80 e come diversi altri conterranei fu affascinata dal decadente paesaggio rurale italiano. I due iniziarono una lenta e faticosa attività di riqualificazione architettonica a Canova, gradualmente concentrando l’attenzione internazionale sulle qualità del patrimonio minore alpino. L’intento di Mr. Marquardt, ex manager di artisti, era la rispettosa conservazione dell’edilizia in pietra di Canova e la conseguente rinascita culturale e demografica del borgo. Il progetto Ghesc, portato avanti dal professor Maurizio Cesprini e dall’architetto Paola Gardin, ha spinto questa iniziativa oltre i confini del finito architettonico, proponendo che parte di Ghesc diventi un laboratorio di sperimentazione permanente. Negli anni ’80 la valle dell’Ossola soffriva delle problematiche comuni a tutte le aree rurali e montane

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della penisola italiana: il lento spopolamento innescato dall’industrializzazione aveva subito un’accelerazione negli anni del secondo dopoguerra, quando la quasi totalità delle famiglie residenti nei borghi alpini si era trasferita nei centri urbani a valle. La carenza di servizi aveva quindi reso quasi impossibile la vita di coloro che per scelta o per mancanza di alternativa erano invece rimasti. Quest’ultimo e i villaggi circostanti vivevano una vita intermittente, illuminati solo poche volte l’anno in occasione di processioni religiose o feste stagionali. Le condizioni del patrimonio murario si deteriorarono quindi nei decenni successivi al conflitto e sporadici interventi di manutenzione non sono stati sufficenti a proteggere diversi edifici dal collasso. Per una serie di circostanze fortuite – collocazione geografica, disconnessione, poli industriali lontani – la Valle Antigorio non ha conosciuto alcuno sviluppo turistico o commerciale negli anni ’80 e ’90 e il paesaggio costruito è pertanto compattamente medioevale. I borghi ossolani hanno caratteristiche affini tra loro e testimoniano la vocazione rurale originaria: ad esempio, quasi tutti sono costituiti da un abitato denso di case-torri. L’associazione Canova ha acquisito tre edifici del villaggio medioevale di Ghesc – indicato come Gexio nei documenti del 1411 rinvenuti negli archivi locali –


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NAOSHIMA Kagawa, Giappone

Il mare interno di Seto è punteggiato da circa 3000 isole, metà delle quali sono scogli disabitati che emergono appena dall’umida foschia del paesaggio giapponese. In questo remoto distretto marittimo l’arcipelago di Naoshima attrae ogni anno circa 800.000 visitatori provenienti dal Giappone e da tutto il mondo. Questi intraprendono un viaggio che solitamente prevede almeno due mezzi di trasporto, dalle quattro alle dieci ore di viaggio e diversi trasbordi per apprezzare la multiforme offerta artistica dell’arcipelago, dove sin dal 1989 è in corso una sorprendente fioritura culturale. Nei decenni precedenti a questa data Naoshima soffriva delle problematiche sociali comuni alle altre zone remote del Giappone: decremento demografico, abbandono, ristagno economico e assenza

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di produttività, invecchiamento della popolazione e contemporanea assenza di servizi sanitario-assistenziali. L’ecosistema locale attraversò inoltre un periodo critico legato all’attività di trattamento del rame operata da un’industria della zona. Nell’arco di trent’anni la popolazione di Naoshima, l’isola principale dell’omonimo arcipelago, si è circa dimezzata (da 6000 abitanti nel 1970 a 3705 nel 2000); i dati anagrafici del 2013 confermano la curva negativa delle nascite nel distretto e indicano come il 30% della popolazione abbia più di 60 anni. In questo panorama di lenta deriva socio-economica, un’iniziativa privata sviluppata con il supporto delle autorità e delle comunità locali ha creato un vivace circuito di produzione ed esposizione artistica distribuito


sulle 27 isole dell’arcipelago di Naoshima: Tetsuhiko Fukutake, fondatore della casa editrice Fukutake e amante dell’arte, ha proposto all’allora sindaco del capoluogo, Chikatsugu Miyake, la realizzazione di un campeggio per l’infanzia di tutto il mondo lungo la costa meridionale dell’isola; l’erede di Fukutake, Soichiro Fukutake, continuò l’impresa commissionando al già rinomato architetto Tadao Ando il progetto del Naoshima International Camp, realizzato nel 1989. Qui vennero esposte alcune sculture e installazioni artistiche; da questo momento in poi la storia di Naoshima conobbe una costante evoluzione in chiave artistica: la collaborazione tra lo staff della Fondazione e l’architetto Ando rese possibile l’apertura di prestigiose istituzioni culturali quali il Benesse House Museum, il museo diffuso dell’Art House Project, il Chichu Art Museum

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e il Lee Ufan Museum, tra le altre. In parallelo crebbe il numero di esposizioni temporanee e permanenti innescate da questi solidi poli museali: prime tra tutte è la Setouchi Triennale, iniziata nel 2010. Ciascuna di queste iniziative si colloca nel panorama locale con delicata sensibilità rispetto alla preesistenza architettonica e naturale: l’Art House Project, ad esempio, individuò sette edifici antichi in stato di abbandono del villaggio di Naoshima e li convertì in altrettante gallerie d’arte in seguito ai lavori di restauro (solo uno di essi è una nuova costruzione). La deontologia architettonica seguita è qui molto diversa dall’effetto Bilbao, cui pure Naoshima potrebbe essere paragonata per incremento dei visitatori e successo economico: i musei progettati da Ando si inseriscono nel contesto insulare in silenzio, sono spesso parzialmente ipogei (Chichu Art Museum,


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letteralmente 地中, dentro la terra) e offrono un’esperienza di intimo contatto con l’opera artistica al visitatore, spesso solo nelle stanze luminose di James Turrell o davanti alle ninfee di Monet. Il network artistico dell’arcipelago è gestito dagli enti privati Fukutake Foundation e Benesse Holdings Inc. in stretta collaborazione con la comunità isolana: la fioritura di nuove architetture e installazioni nell’arcipelago è una prova di questo sodalizio.

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CONSERVAZIO N E


CASA SO CIALE DI CALTRON Cles, Trento

La Casa sociale di Caltron è un piccolo centro culturale circondato dalle montagne trentine e dai frutteti di meleti. È il risultato di un concorso pubblico bandito dal Comune di Cles e riservato ad architetti under 35 per dotare la comunità di Caltron di un luogo di aggregazione assente in paese fino a quel momento. L’architetto Mirko Franzoso ha proposto un edificio che si serve dei materiali e delle tecniche costruttive locali per creare un dialogo con il paesaggio agricolo circostante: un basamento in calcestruzzo sorregge una leggera struttura in legno di larice a vista. Questo è applicato poi anche alle finiture interne – pavimento, soffitto – e non è trattato, affinché l’incedere del tempo possa lasciare un segno sull’edificio. I pilastri perimetrali sono sottili elementi lignei che scandiscono la facciata con un ritmo analogo a quello dei meleti circostanti.

 | cooperazione

Il dialogo è poi anche fisico e visivo: l’ultimo dei tre piani su cui si articola la Casa sociale è una lunga terrazza coperta che si affaccia sulla vallata. I visitatori possono così godere della vista panoramica sui frutteti. Il piano terreno – livello di ingresso dalla strada – si apre su una sala riunioni utilizzata anche per piccoli eventi e corredata da una cucina e dai servizi igienici. Il piano semi-interrato ospita il garage e un deposito. Le murature di questo basamento, che quasi affonda nel terreno, sono di calcestruzzo faccia a vista con granulati di porfido: il lavaggio e la levigatura delle superfici hanno messo in luce la massività del corpo di fabbrica in contrasto con la leggerezza dei piani superiori. Questo progetto, realizzato nel 2015, ha meritato diversi riconoscimenti, tra cui il terzo premio Constructive Alps 2017 e il Premio Speciale all’Opera Prima 2018 della Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana.


 | cooperazione


Vedo difficile una politica nazionale che vada in questa direzione per le aree minori, però certamente ci possono essere modalità innovative di gestione del patrimonio immobiliare che forse vedo più interessante per un investitore privato, capace non solo di riattivare e vendere, ma anche di mantenere e gestire nel tempo. Da questo punto di vista promuovere alberghi diffusi, residenze assistite e altre forme più flessibili di alloggio potrebbe essere un orizzonte possibile e con grandi potenzialità per il territorio, come del resto è già accaduto in alcuni casi italiani eccellenti ripresi anche in questo libro. CB Esiste anche un problema di mancanza di servizi che rende più complessa la

vita fuori dai grandi centri urbani? MC È chiaro che bisogna investire delle risorse sulle aree interne, ma è sbagliato afferMario Cucinella Architects, progetto del parco abitato Seimilano 1, sviluppato all’interno della cintura periferica sud-ovest di Milano.

mare che nelle aree interne non ci siano i servizi. Ci sono scuole, ospedali e altri servizi essenziali; il problema è che sono vuoti a causa del calo demografico, che ha reso questi presidi uno spreco di risorse in relazione alla popolazione residente. Se si fosse in grado di ripopolare questi luoghi, si potrebbero facilmente riattivare gli edifici già esistenti e ripristinare i servizi creando pure occupazione. Anche le strade ci sono, ma

 | borghi, reti territoriali e citt


manca nella maggior parte dei casi un trasporto pubblico efficiente. Bisogna quindi attuare politiche e strategie per tornare ad abitare questi luoghi. CB Chi potrebbe tornare ad abitare nelle aree interne? MC Da una parte, come già detto nell’esempio di Colletta di Castelbianco, nei luoghi

tecnologicamente infrastrutturati può tornare a vivere chiunque abbia un lavoro che può essere fatto a distanza con una buona connessione. Poi ci sono fenomeni interessanti già in atto: dagli andamenti demografici si registra, per esempio, in alcune aree interne una compensazione allo spopolamento dovuta all’immigrazione regolare che lavora nel campo dell’agricoltura o dell’edilizia, che qui può trovare una casa a costi accessibili. Questo ha consentito ad alcune scuole di riaprire per ospitare i figli degli immigrati assieme a quelli della popolazione già residente che ha scelto di non abbandonare questi territori e che ora vede riattivarne i servizi essenziali. In questo caso i borghi riattivati grazie all’immigrazione diventano luoghi di inclusione sociale. Un altro tema è quello degli anziani, o meglio di chi ha finito il proprio percorso lavorativo e sceglie uno stile di vita più lento e basato sui rapporti umani. CB Un po’ come succede in altre parti del mondo dove la popolazione migra più

facilmente nelle diverse fasi della vita. MC Negli Stati Uniti, ad esempio, ci sono 5000 persone al mese che si trasferiscono in

Nella pagina seguente: Mario Cucinella Architects, progetto di residenze e nuovi spazi collettivi nel centro storico di Peccioli (Pisa).

Florida e in California per passare la pensione in un luogo più caldo, muovendosi dagli Stati che hanno un clima più rigido o scappando da regioni colpite da disastri ambientali. Gli italiani sono più stanziali e difficilmente si spostano una volta terminata l’attività lavorativa cambiando stile di vita. Accade in alcune località della Liguria, dove si trasferiscono anziani provenienti prevalentemente da Lombardia e Piemonte, ma raramente accade nelle regioni del Sud come Sicilia, Puglia, Calabria, dove la vita costa meno e le condizioni climatiche sono migliori. La promulgazione di politiche nazionali che incentivino la mobilità verso queste regioni potrebbe innescare fenomeni di ripopolamento e promuovere nuove forme di lavoro; i giovani residenti non dovrebbero più abbandonare tali luoghi e altri, forestieri, potrebbero trovare lì nuovi progetti di vita. È necessario che vengano parallelamente istituite strutture educative che creino figure professionali innovative. Molti di questi posti possono offrire una vita qualitativamente superiore a quella delle grandi città e a costi notevolmente più bassi. Bisogna poi considerare che l’Italia, a differenza ad esempio della Francia, ha comunque un territorio molto antropizzato per cui, nella maggior parte dei casi, è possibile avere una città relativamente vicina a cui riferirsi.

 | intervista a mario cucinella


 | borghi, reti territoriali e citt


CB Quello che serve è quindi un cambio di prospettiva della politica nazionale? MC Serve un cambio di prospettiva per le scelte strategiche nazionali, in grado non

solo di riattivare i borghi dal punto di vista demografico ma anche di creare nuove attività, nuove prospettive di vita. Comunque, alla base c’è un problema culturale che non permette di credere e investire nel nostro territorio, potenzialmente ideale per produrre nuove economie; in Italia si copiano i modelli industriali degli altri paesi e non si incentivano le produzioni specifiche di una terra che, ad esempio, vanta un numero elevatissimo di prodotti eccellenti enogastronomici e di capacità artigianali. Questo è uno dei fattori che dovrebbe invitare a riflettere; nel mondo c’è una grande attenzione verso i prodotti biologici, settore in cui l’Italia ha una leadership riconosciuta che dipende proprio dai territori delle aree interne che non possono sopravvivere solo coi sussidi europei ma hanno bisogno di strategie chiare di sviluppo e potenzialmente potrebbero attirare lavoratori e investimenti anche da altri paesi nel mondo. CB Qual è il ruolo dell’architetto sulla riattivazione dei borghi e dei centri minori? MC L’architettura deve concorrere al rilancio delle aree interne: è vero che i borghi

sono belli, suggestivi, romantici, però se si vuole ripopolarli ci vogliono strategie e progetti concreti. Ci vuole l’adeguamento degli edifici alle esigenze della contemporaneità, nuovi spazi di relazione tra le persone, nuovi elementi attrattori. A Peccioli, un piccolo paese vicino Pisa con un sindaco molto dinamico, ove una società pubblica produce energia dalla gestione dei rifiuti e con essa genera risorse da poter investire nel rilancio del territorio. Qui nel centro storico un edificio pubblico viene trasformato in una casa sociale con biblioteca e area coworking, con spazi dedicati ai ragazzi delle scuole medie e del liceo. Il rilancio può passare attraverso la costruzione di un nuovo luogo collettivo contemporaneo o di una scuola innovativa che possa fungere da elemento di attrazione civica di relazione. Spesso c’è anche bisogno di un nuovo intervento, un oggetto moderno capace di rilanciare il luogo in cui è inserita con la sua presenza e la sua funzione. CB Serve però anche un amministratore illuminato. MC Questo è uno dei problemi con cui ci siamo confrontati alla Biennale di Vene-

zia. Molto spesso gli amministratori di un piccolo borgo, commercianti, agricoltori o artigiani, non sono qualificati per attuare strategie di rilancio del loro territorio. Hanno bisogno di un aiuto che deve arrivare da una politica nazionale in grado di

 | intervista a mario cucinella


architettura e cittď&#x; nuove forme dell ’ abitare collana diretta da Carlo Berizzi

1. Carlo Berizzi Piazze e spazi collettivi. Nuovi luoghi per la cittĂ contemporanea 2. Carlo Berizzi, Lucia Rocchelli Borghi rinati. Paesaggi abbandonati e interventi di rigenerazione