Il Periodico Oltrepò - GENNAIO 2021 N° 161

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Oltrepò del vino: Sbraghi i prezzi in Italia… e allora parti per l’America!

Anno 14 15- N° 160 161 DICEMBRE GENNAIO 2021 2020

di Cyrano De Bergerac

RIVANAZZANO VOGHERA: GHEZZI TERME: SULLA INTERVISTA GARLASCHELLI a romano ferrari

«Mai nessun sindaco ha avuto così tanti jolly nel suo mazzo di carte» RIVANAZZANO TERME

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«Io “braccio destro” di romano Ferrari? Assolutamente sì» l’avvocato marenzi

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RIVANAZZANO Mons. Marco TERME: DanieleINTERVISTA lascia Casteggio a romano per ferrari Voghera

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«La città più grande della Diocesi non è poca cosa, diventa una sfida»

Sicurezza, il super assessore tuona

Terme di Salice

«Prezzo stracciato, però si compra un rudere»

La partita, è tutt’altro che finita. Anzi, è proprio adesso che il gioco inizia a farsi interessante. L’avvocato Giovanni Valmori, legale del Santinoli, è stato incaricato di seguire tutta la vicenda. Lo abbiamo sentito per approfondire i dettagli dell’operazione.

Pagine 16 e 17

«Varzi è ancora la “capitale” della Valle Staffora

LA STORIA

«Critiche date dall’ignoranza»

BRONI AL VOTO

Vive con un pancreas artificiale ex modella ora “contadina”

«Candidarmi? Se fosse, sarà una decisione dell’ultimo minuto» Pinarolo po

«La mia è una vicenda “personale” che non mi coinvolge come sindaco»

STRADELLA

RIVANAZZANO Mario perduca TERME: : 35 anni INTERVISTA di rallya romano ferrari

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Pagine 40 e 41

Esiste un elemento nelle nostre vite che non invecchia WORK IN PROGRESS PER Si chiama passione UN MAXI EVENTO SPORTIVO

Editore



ANTONIO LA TRIPPA

GENNAIO 2021

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Strade dell’Oltrepò: Se la magistratura non arresta qualcuno, nulla cambierà

Qualche badilata di catrame per riempire il cratere. Mosse esperte con la pala per appiattirlo e poi via, si passa alla prossima emergenza, spesso distante solo poche decine di metri. Dalla città al piccolo paese dell’Oltrepò è corsa, purtroppo senza tempo e contro il tempo per provare ad evitare il peggio sulle strade dove, con la pioggia che ha seguito la neve delle settimane scorse, si sono aperte, altre ed ulteriori buche, anche molto profonde. Crateri che hanno provocato danni a decine di vetture e le solite reiterate proteste di tutti gli automobilisti oltrepadani. Un inverno che sembra ancora in servizio permanente effettivo sta dando un colpo ulteriore alle condizioni già tragicamente compromesse delle strade oltrepadane sia urbane che extraurbane, provinciali e statali. La situazione è sotto gli occhi e… le gomme di tutti. Crateri sempre più ampi e profondi, buche sempre più fitte fanno di moltissimi tratti di strade urbane veri percorsi di guerra a rischio pneumatici, ruote e anche rischio vita per conducenti e trasportati. Se ci fosse qualcuno che inventasse una sorta di Tom Tom delle buche per evitarle, farebbe un gran successo. Condizioni identiche per molte provinciali e statali. è assurdo che in un Paese nel quale i cittadini della mobilità - automobilisti, camionisti, motociclisti che pagano miliardi e miliardi di euro l’anno fra tasse, imposte e accise, si ritrovino con una situazione delle strade che non si può più neppure definire, come un tempo, balcanizzata, perché sarebbe offensivo per i paesi balcanici che hanno strade sicura-

mente migliori delle nostre. Per gli automobilisti sottoposti al tiro incessante della tassazione si aggiungono i costi dovuti a strade che diventano veri eldorado per i gommisti come certe statali e superstrade, un esempio esemplificativo ma non esaustivo la tangenziale Voghera – Casteggio con danni rilevanti anche alle parti meccaniche dei mezzi. Ora la situazione è diventata così pervasiva e diffusa che i rischi sono sempre più elevati per la sicurezza e l’incolumità fisica degli automobilisti, motociclisti e ciclisti. Si pensi al rischio costituito da una buca con l’acqua che fa livello per cui non si percepisce le presenza e la profondità. Tutti da mesi ed anni lanciano l’allarme su questo problema fin troppo trascurato, la realtà è che bisognerebbe che - chi di dovere e le forze dell’ordine competenti - promuovessero da subito un’inchiesta sulle modalità delle loro riparazioni e sui rischi corsi o che corrono i conducenti e trasportati nonché sull’incidenza che i dissesti delle strutture stradali hanno sulle lesioni o addirittura sugli incidenti gravi e mortali. Il dissesto stradale ha conseguenze enormi sulla già affaticata economia oltrepadana, ne avrà poi sugli sperabili flussi turistici della prossima estate, lockdown permettendo e ora rischia di comportare rilevanti costi economici per gli automobilisti e addirittura costi umani soprattutto per i conducenti e trasportati dei veicoli a due ruote. Mentre, e diciamo purtroppo ovviamente, la politica non si fa strada, i cittadini vedono aumentare rischi e costi della strada.

Ci sono manti stradali da pochi mesi rifatti, ad esempio la Rivanazzano - Voghera, che dopo le ultime nevicate sono già disseminati da buche. Ci sono tanti paracarri delimitatori del ciglio stradale divelti, si è tentato e si tenta di dare la colpa agli spartineve, che con la lama li avrebbero abbattuti. Non è così. Sono stati abbattuti dalla neve che gli spartineve toglievano dal manto stradale e non come si vorrebbe far credere dalle lame degli spartineve. E sapete perché è successo questo? Con ragionevole certezza perché sono stati installati male. Non so se il capitolato specificava la modalità di istallazione o se chi li ha installati ha effettuato un lavoro “veloce” e non so se chi doveva controllare ha controllato, ma la realtà è che, se chiunque ed io personalmente ho fatto l’esperimento con una semplice spinta, “tocca” uno di questi paracarri, questi si piegamo, con una spinta più forte si abbattono. Ci sono buche in strade dove il “tappettino” di asfalto è stato appena messo. Perché? Le risposte sono molte, tante tecniche, altre meno tecniche, per usare un eufemismo. Sulle tecniche è inutile discutere, tappetini di asfalto messi per placare le contestazioni e per motivi elettorali, manti stradali rifatti sapendo già che dureranno dalla sera alla mattina, manti stradali rifatti, dicendo o cercando di usare, gli ultimi additivi, in mesi che volenti o nolenti non sono idonei per stendere il manto stradale. Una volta quando le strade duravano anni ed anni si stendeva il manto stradale dalla primavera sino a settembre, quando faceva caldo ed aveva il

tempo di assestarsi, oggi no, con le alchimie ed i ritrovati tecnici si stende anche nei mesi invernali, ed il risultato è lì da vedere. Si potrebbe andare avanti all’infinito…. opinioni, giustificazioni tutte “teoricamente” corrette, le “carte” degli appalti e dei seguenti collaudi “a posto”. Quindi tutto in regola? Il risultato è lì da vedere… anche dove si è rifatto o recentemente fatto, i lavori durano dalla sera alla mattina. Sarebbe ora che le forze dell’ordine, i magistrati, ed anche i politici locali, dicessero basta ed incominciassero a fare denunce o chiedere spiegazioni. Del resto non è difficile… basterebbe “osservare” e magari indagare più in profondità sulle proprietà, sui conti bancari, sul tenore di vita, di molti che decidono, fanno e dovrebbero controllare. Controllare anche i loro familiari, parenti ed affini… però… e vedere se è giustificato dai loro stipendi e dalle loro eredità… o se invece è giustificato da fortunate vincite al… Superenalotto…. Si sprecano i nomignoli di alcuni politici e di alcuni tecnici: qualcuno è chiamato Mister 5%, qualcuno Signor 10%... etc. etc. etc. ma nessuno di questi viene mai indagato, perché è tutto a posto… tutte le carte sono a posto, peccato che il risultato sia lì da vedere. Ma non lo vedono. Perché? E già… perché? Perché le carte sono a posto, quindi i lavori fatti a regola d’arte e lo stato delle strade è una “visione” di chi le percorre.

di Antonio La Trippa


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LETTERE AL DIRETTORE

GENNAIO 2021

«Lamentarsi sempre ed ad ogni costo» Signor Direttore, facevo questa considerazione leggendo i tanti commenti sulle pagine facebook cittadine e oltrepadane riguardo la neve scesa poche settimane fa. Dopo le prime belle immagini di incantati paesini sotto la neve sono iniziati i pianistei, con un tam tam di: “Qui non sono ancora passati e da voi? Ma gli spartineve hanno finito il gasolio? Il comune non ha neppure i soldi per acquistare un po’ si sale? E via così… Questo da Varzi a Voghera passando per Godiasco e Rivanazzano. Ritengo sia normale che i mezzi spartineve privilegino le arterie principali dove il traffico è maggiore e che solo successivamente si occuperanno di strade secondarie… anche di quelle che portano ad “inculandia”. C’è chi a causa del “disastroso” piano neve di talune amministrazioni – a suo

dire - è andato avanti per settimane, facendolo quasi diventare uno scontro politico. Ora non dico che va tutto bene, che le strade erano tutte fantasticamente pulite e con una spanna di sale anche se per esempio ho amici di Salice Terme che questo sale lo hanno visto eccome - ma neanche continuare a lamentarsi sempre ad ogni costo con un’ esasperazione continua. è solo nevicato! Ora c’è chi mi dirà: “ma io devo andare a lavorare”, “io devo portare mia figlia a scuola”, “beato lei che non ha niente da fare e può stare a casa”… Tutto vero, passo anche da scansafatiche, poco importa, ma non mi pare che siamo stati chiusi in casa per giorni… si tratta di avere un po’ di pazienza forse per solo qualche ora. Mario Alberti - Voghera

«Marciapiedi in piena sicurezza? E i cassonetti di Via Bobbio?» Gentile Direttore, sottopongo alla sua attenzione quanto da scritto ed inviato al Dirigente responsabile del Settore Lavori Pubblici del Comune di Voghera, l’Architetto Massimiliano Carrapa. Di seguito: “Gent.mo Arch. Massimiliano Carrapa, leggo degli obblighi, anche di privati cittadini, di provvedere sollecitamente allo sgombro della neve dalle aree fronteggianti le proprie case. Assolutamente d’accordo sul diritto di utilizzare i marciapiedi in piena sicurezza. Chiedo allora di sgombrarli dai cassonetti che lo occupano totalmente in Via Bobbio, incrocio con via Salvaneschi.

Si è costretti a scendere dal marciapiede, voltando le spalle alle auto in arrivo da Rivanazzano Terme, affatto dissuase dal rallentare dal semaforo presente allo scopo. Chiedo inoltre di informare degli obblighi in oggetto gli operatori dei mezzi spartineve, che in un attimo ricoprono di abbondante massa nevosa il marciapiede appena sgombrato nonché il passo carraio. Ritenendo presumibilmente inesaudibili entrambe le richieste, chiedo se sarò comunque passibile della sanzione prevista in caso di inadempienza. Distinti saluti” Alberto Capra - Voghera

LETTERE AL DIRETTORE

Questa pagina è a disposizione dei lettori per lettere, suggerimenti o per fornire il proprio contributo su argomenti riguardanti l’Oltrepò Scrivete una email a: direttore@ilperiodiconews.it Le lettere non devono superare le 3500 battute. Devono contenere nome, cognome, indirizzo e numero di telefono che ci permetteranno di riconoscere la veridicità del mittente. Le lettere con oltre 3500 battute non verranno pubblicate

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«Ora a me Antonio sta ancora più simpatico di prima» Gentile Direttore, il mio pensiero è rivolto al “povero” sindaco di Broni Riviezzi che, forse per quella faccia da bravo ragazzo e per i toni sempre molto pacati e un po’ fuori moda, sembra la vittima prescelta dei bulli di turno. Tutta questa cattiveria, questi attacchi personali feroci e soprattutto anonimi, li trovo veramente da bullo di quartiere. Se chi siede in consiglio comunale tra i banchi dell’opposizione e critica il sindaco, fa il suo mestiere e se qualche volta i toni si fanno più accesi, ci sta, fa parte del

normale scontro politico fatto nella sede opportuna, ma se un qualunque anonimo ha tutto questo rancore che sfocia anche in una certa intraprendenza (al mio paese si direbbe Che Vuiasa…) è preoccupante. Va bene mettiamo che Riviezzi non sia Winston Churchill (perché in altri paesi dell’Oltrepò ce ne sono?) ma non ritengo meriti certi attacchi soprattutto personali così taglienti. Il risultato? Ora a me Antonio sta ancora più simpatico di prima. Franco Roveda - Broni

«Cosa c’azzecca l’Oltrepò con i musei?» Gentile Direttore, mi chiedo cosa c’azzecchi l’Oltrepò con i musei. Alcuni di vecchia data altri appena inaugurati, altri ancora si sono rimessi a nuovo, ma il risultato è sempre lo stesso: chi ci va? Mi piacerebbe sapere – dati alla mano – quante visite in un anno hanno i nostri tanto decantati musei, ovviamente non in periodo Covid, anche se temo che il risultato sia pressochè identico.

Mi piacerebbe altresì sapere quanto costano a noi oltrepadani, e che non mi veniate a dire niente “non ci costano nulla”, perché che di bandi o di fondi si tratti sono sempre soldi della comunità. Ma davvero pensate siano un valore aggiunto? Vi prego spiegatemelo perché io proprio non lo capisco. Lettera Firmata - Varzi

«Spesso gli insegnanti vengono messi in discussione e attaccati mentre si difendono a spada tratta i figli» Al Direttore, ho avuto una triste esperienza nella classe di mia figlia all’inizio di questo anno scolastico, prima che il Covid stravolgesse le nostre vite. “L’insegnante di matematica è stata mandata via dai genitori”. Ricordo ancora la frase di mia figlia quando mi comunicò la notizia. Mi sono confrontata con altri genitori e ciò che ho appreso è stato disarmante: era stata fatta una sorta di raccolta firme per far scacciare l’insegnate. E con quale accusa? Troppi compiti, atteggiamento troppo severo e preferenze altrettanto marcate. Cado dal pero. Ma io dove sono stata per un anno? Di quell’insegnante ricordo solo le paginate di espressioni, i problemi da svolgere, le ricerche di scienze, ri-

cordo anche le note, numerose devo dire, a mia figlia, per dimenticanze o atteggiamenti poco disciplinati. Ovviamente non mi è pur sfiorata l’idea che un dirigente scolastico possa aver dirottato un’insegnante in altra classe con queste motivazioni, scarse, ma mi sconvolge il fatto che alcuni genitori e di conseguenza i loro figli lo abbiano pensato. Non so quale sia la verità, ma spesso gli insegnanti vengono messi in discussione, attaccati, derisi, mentre si difendono a spada tratta i figli. C’è qualcosa di malato in questo rapporto tra due istituzioni che invece dovrebbero collaborare in nome dei ragazzi. Lettera firmata - Stradella

Lettera firmata e lettera anonima: facciamo chiarezza Alla luce di alcuni commenti apparsi sulla nostra pagina facebook in riferimento ad una lettera di un nostro lettore e da noi pubblicata, ci sembra doveroso un chiarimento: la lettera firmata in cui non compare per esteso il nome e cognome del mittente, non è una lettera anonima. Le lettere anonime non hanno un mittente identificabile, che rimane per l’appunto anonimo. Una circostanza è assolutamente certa: noi non pubblichiamo lettere anonime, nel senso di non conoscere chi le invia. Diversa è, e a scanso di equivoci, la lettera firmata del caso in questione: il mittente non è anomimo ma chiede nel pieno rispetto della privacy di non pubblicare la propria firma. La redazione che verifica la veridicità del mittente è tenuta a rispettare tale richiesta. Solamente in caso di atti formali da parte di autorità competenti, la redazione potrà fornire le generalità per esteso del mittente.

Il Direttore


CYRANO DE BERGERAC

GENNAIO 2021

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Oltrepò del vino: Sbraghi i prezzi in Italia… e allora parti per l’America! Sembra «Lascia o Raddoppia», ma è solo un altro film di Totò ambientato tra Broni e Torrazza Coste. Sembra di capire questo dall’ascoltare le reazioni alle interviste rese dal direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, Carlo Veronese. L’Oltrepò continua ad avere dalla sua parte i numeri ma quanto a strategie… sono ancora da allenatore nel pallone, a meno che la strada segnata non sia il contentino ai piccoli produttori per poi perseguire solo ed unicamente un percorso a misura di grandi imbottigliatori, quelli senza un ettaro di vigna e senza un euro di costi agricoli. Il Consorzio sembra dimenticare che risponde a 1500 aziende vitivinicole territoriali, perlopiù che producono sola uva, a parte le circa 350 che imbottigliano da poche migliaia di bottiglie a diverse centinaia di migliaia. In Oltrepò da 13mila ettari di vigne nasce il 55% del vino della Lombardia, eppure è la zona di produzione che se lo fa pagare meno di tutte le altre. Il nuovo mercato target al tempo del Covid? Pensate forse alla riconquista di Milano o a campagne di posizionamento sui canali di vendita a valore in Italia? Credete che magari i timonieri del nuovo che avanza abbiano capito che solo il 5% delle imprese oltrepadane ha le caratteristiche per puntare sulla’export? No. Assolutamente. Il piano 2021 del Consorzio è orientato agli Stati Uniti, tra l’altro ancora impestati dal Covid-19. Inoltre si promette di far arrivare la stampa estera da Germania, Austria, Belgio, Danimarca e Francia sperando che i giornalisti e i degustatori portino mascherine e gel igienizzanti.

A giugno il Consorzio sarà al Vinitaly, mentre a novembre al Merano Wine Festival. Ci sarà poi un concorso fotografico sul territorio della durata di un anno. Tutto un già visto, una minestra riscaldata che non ha prodotto risultati perché a mancare sono le fondamenta della strategia. Tutti i territori vitivinicoli di successo hanno puntato negli ultimi trent’anni sul binomio vinoterritorio. Un vino, il suo territorio. Quando pensi a Franciacorta, Lugana, Valtellina e Barolo la focalizzazione è chiarissima. L’Oltrepò? Su cosa punta? Il direttore del Consorzio, Carlo Veronese, era stato chiamato per trovare il focus della strategia. «Gli sono bastati 2 anni in Oltrepò per perdere la bussola», ho sentito a un bar ben frequentato di Santa Maria della Versa. Mi sono documentato e in effetti non sono riuscito a dar torto agli avventori di quel bar con caffè e pettegolezzi d’asporto. Veronese che per ora come novità ha portato la barba lunga va ripetendo, più che da manager da politico della Prima Repubblica dei tempi della Democrazia Cristiana, che l’Oltrepò Pavese per la sua estensione «ha la possibilità di puntare su diversi vitigni». Il problema è che ultimamente Veronese non parla più solo di Bonarda, Pinot nero, Sangue di Giuda, Buttafuoco, Cruasé e Metodo Classico DOCG bianco. Ora parla anche Muller Thurgau e Malvasia passita, spiegando che partendo dal top di gamma c’è posto per tutti… ma come? E quale sarebbe il top di gamma? Chi definisce che è top di gamma? Che numeri ha il top di gamma (non basta neanche per il Nord Italia, altroché gli USA)?

E come si fa a districarsi in una Babele in cui tutto si chiama Oltrepò Pavese in etichetta? Una cosa Veronese crede sia assolutamente da accantonare: il Barbera. Veronese suggerisce da diverso tempo di non piantarne più. Peccato che in 2 anni non abbia spiegato cosa piantare per essere ben remunerati dal mercato italiano, in primis, e poi all’estero. Lo slogan è ancora «Perle d’Oltrepò», che ricorda i tempi del presidente Paolo Massone e del direttore Carlo Alberto Panont quasi a fine corsa, poi sfracellatosi nel burrone della politica

al Centro Riccagioia. Volumi prodotti alla mano resta da capire dove accompagnerà Veronese all’estero nel 2021 i grandi imbottigliatori, i loro cugini e rispettivi fornitori o sponsor, perché certe missioni estere ai piccoli produttori d’Oltrepò possono solo servire per il glamour mediatico, il selfie su Facebook e per non sentirsi per un giorno figli di un dio (e di un Consorzio) minore. di Cyrano De Bergerac


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VOGHERA

GENNAIO 2021

«Garlaschelli? Mai nessun sindaco ha avuto così tanti jolly nel suo mazzo di carte» Durante i primi cento giorni dell’Amministrazione Garlaschelli anche le opposizioni si sono messe al lavoro a pieno regime. E fra queste, la coalizione dei “civici”, guidata da Pier Ezio Ghezzi, non ha mancato di far sentire la propria voce. Forte anche del consenso non trascurabile (la lista “Ghezzi Sindaco” era risultata la seconda in classifica al primo turno). Abbiamo rivolto qualche domanda all’ingegner Ghezzi per fare il punto della situazione. Scendiamo subito nel merito delle questioni di attualità: la campagna vaccinale. Lei, insieme al suo gruppo, ha ritenuto di scrivere una lettera alla sindaca Garlaschelli e al direttore di ASST Brait per porre l’attenzione su questo tema. Che cosa avete chiesto e quali risposte avete ottenuto? «Nessuna risposta. ASST non risponde. Non siamo stati considerati, nonostante siamo la seconda forza politica cittadina. Ma al di là della “scortesia”, è chiaro che non hanno ancora definito il piano nei suoi aspetti principali: numero dei luoghi dove effettuare la vaccinazione, risorse dedicate, data di inizio. Né il ritardo di Pfizer nella consegna dei vaccini può essere una causa. Prima prepari il progetto territoriale e poi lo modifichi se insorgono incidenti. Se non lo hai predisposto non hai nulla da dire. Siamo alle solite: la regione Lombardia è inadeguata. E non lo dicono i “civici”, lo dicono la Lega e Forza Italia che hanno rimosso Gallera per insediare la Moratti. Anche se la sua prima dichiarazione è stata “messa in quarantena” da tutto il mondo politico e sanitario quando ha chiesto di assegnare la priorità dei vaccini alle regioni che hanno fatturato maggiore e non solo in base al numero di abitanti. Se il buongiorno si vede dal mattino…» Fra l’altro, lei ha di recente posto l’accento sul numero di decessi verificatosi in città nel corso del 2020; “l’aumento è stimabile intorno al 37%”, ha scritto qualche settimana fa sui suoi social, snocciolando poi delle cifre da bollettino di guerra. Si poteva fare di più e meglio sul nostro territorio, quantomeno per alleviare, per quanto possibile, i numeri di questa tragedia? «Le cifre non sono ufficiali, ma sono desunte dai dati forniti dalla stampa, e lo sono per difetto. Stimano il fenomeno complessivo da cui, con le dovute cautele, si desume quello delle morti causate dal COVID. Nel 2020 più di 1300 decessi nella città, considerando quindi anche le morti degli ospedalizzati non residenti in Voghera. I valori sono davvero da bollettino di guerra. E il dato della Lombardia è il meno rassicurante rispetto a quello delle altre regioni del Nord altrettanto duramente colpite. Tre, a mio avviso, gli elementi

Pier Ezio Ghezzi

di analisi, alcuni con la prudenza necessaria vivendo la pandemia da cittadino e non da medico o infettivologo: 1) un rapporto non fluido tra politica e Comitato Tecnico Scientifico Regionale, credo diviso sulle scelte della risposta alla pandemia; 2) una causa che viene da lontano e dalla concezione “formigoniana” della sanità, sbilanciata a favore dei privati per “assicurare” la efficacia diagnostica e curativa 3) la dimostrata incompetenza dello staff di Gallera e di lui stesso a gestire il fenomeno». Passiamo ora all’analisi dell’azione amministrativa e ad un tema che in questi giorni è particolarmente caldo: il futuro di Piazza Duomo e la posizione dei commercianti. Qual è la vostra posizione circa le supposte modifiche alla viabilità dell’area? «La nostra posizione è identica da cinque anni: chiudere la piazza quando il centro storico è rilanciato. Chiuderla prima significa aggiungere una seconda “desolazione” a quella esistente. Lo snodo non è la piazza chiusa, ma il centro aperto e vitale. È la visione della città e la decisione a volerla che fanno la differenza. E il progetto di rilancio passa anche attraverso il piano del traffico, le piste ciclabili, la gestione del territorio urbano e il consumo del suolo, il piano regolatore che lo protegge e, in parallelo, la formazione alla economia circolare nelle scuole. La differenza la fa la capacità di pensare in grande, non la ordinaria amministrazione, seppur necessaria.» Questione ASM. A fine mese è in programma un’assemblea di grande im-

portanza. Cosa si aspetta da questo passaggio? «Siamo stati i primi, allora isolati, a chiedere di rimuovere i vertici del gruppo, ora anche il sindaco pare convinto. Mi aspetto che le dichiarazioni del Comune diventino fatti e che sia nominato un presidente che “voglia bene” alla città e alla ASM. Un presidente che “pulisca la casa”, apra le finestre e ricambi l’aria. Occorre agire sia sul ricambio degli amministratori, che sulla analisi delle loro responsabilità nel calcolo dei danni prodotti alla azienda, verificare gli appalti in corso e agire di conseguenza sia nella capogruppo che nelle controllate. Poi esplorare i mercati dove opera la società, analizzarli, verificare gli spazi di crescita, valutare le alleanze. Sto dicendo che le competenze devono guidare il gruppo e non la politica che, con la giunta Barbieri, ha creato dei danni enormi di efficienza dei servizi e di visibilità.» Una parola a livello di programmazione urbanistica. Come avrà avuto modo di vedere, la Giunta ha avviato l’iter per la revisione del Piano di Governo del Territorio, con la revisione del database topografico cittadino. Nelle prossime fasi tutte le forze politiche saranno chiamate a portare il loro contributo. Qual è la vostra visione in merito? «La programmazione urbanistica è uno degli strumenti strategici dell’amministrazione. La città modifica il suo aspetto, aumenta o diminuisce la sua vita sociale, la sua ricchezza o la sua povertà in funzione della destinazione delle aree. La giunta Barbieri ha creato il disastro urbanistico del “Parco Baratta”. Le conseguenze sono conclamate e devastanti. I cittadini, con le votazioni di settembre, hanno comunque dato continuità al centro destra, seppur con soggetti diversi. Ora vi è una nuova classe dirigente che governa Voghera: la misureremo. La città si trasforma se si riorganizza attorno al centro storico e se pone attenzione ai quartieri. Un modello “policentrico” non solo è possibile, ma indispensabile anche in un contesto urbano di dimensioni non eccessive come il nostro. Il secondo aspetto è quello correlato all’attrattività degli insediamenti industriali e dei servizi. La programmazione urbanistica va studiata insieme al modello di sostenibilità ambientale e del piano del traffico. Noi ci saremo in coerenza con il nostro programma di città sostenibile, rispettosa dell’ambiente e delle esigenze di “vita sana” dei vogheresi. Se posso definirlo con uno slogan: “Voghera città del ben-essere”.» Il sindaco Garlaschelli ha superato il traguardo dei primi cento giorni sulla poltrona più alta di Palazzo Gounela. I “cento giorni” sono spesso sintomatici della propensione al cambiamento da

parte di un’amministrazione; cambiamento che, del resto, durante la passata campagna elettorale era invocato in modo pressoché unanime. Lei lo ha visto, almeno in parte, questo cambiamento? «Stiamo aspettando di valutare il documento del programma di mandato del Sindaco. Lo dovremmo discutere nel prossimo consiglio comunale. In quel contesto peseremo l’ambizione del centro-destra, le sue idee, la sua visione, unita alla sua voglia di fare. Verificheremo volontà e qualità. La città è in panne da prima della pandemia, che con la vaccinazione di gregge, unitamente al Paese, uscirà dal tunnel sanitario nella seconda metà dell’anno. La giunta Garlaschelli ha davanti a sé 5 anni, l’appoggio della Regione e le sue risorse e i soldi in arrivo dalla UE. Mai nessun sindaco ha avuto così tanti jolly nel suo mazzo di carte. Noi insistiamo per la costruzione del Piano Strategico del Territorio, così come chiesto da anni da sindacati, industriali, associazioni di categoria. Sugli aspetti legati alle necessità primarie, alcune richieste, che da anni abbiamo rappresentato in consiglio comunale, sono entrate nell’agenda della giunta: sicurezza stradale, richieste dei quartieri. Era ora. Sul tema più scottante, quello della sicurezza e sui cui il centro-destra ha basato la sua campagna elettorale registro molta visibilità sulla stampa, ma nessun risultato. Questa è una scommessa forte, la Giunta non può permettersi di perderla.» In conclusione, le chiedo una battuta sul rapporto con le altre forze di minoranza. Lei è stato accusato di aver cercato una certa convergenza con la maggioranza, su alcuni temi specifici. Convergenza che troverebbe riprova nelle nomine in seno alle commissioni consigliari. Come commenta queste opinioni? «Una buona collaborazione con il M5S, convergenza che parte dalla sostanziale coincidenza dei programmi. Con l’alleanza che fa capo alla UDC valuteremo, reciprocamente, di volta in volta. Nessun pregiudizio politico se vi è convergenza sui contenuti. Le nomine nelle commissioni consiliari sono avvenute alla luce del sole e seguendo i regolamenti del consiglio comunale. Nessun accordo con la giunta. È stata accettata la nostra candidatura, a nomina del sindaco, nella commissione mercati. È una commerciante molto attiva che coordina una associazione di promozione territoriale. Ci fa onore che abbia gradito la nostra proposta. La sua la nomina la ho letta sui giornali, non vi è stata alcuna negoziazione e se ci fosse stata non ci sarebbe interessata.» di Pier Luigi Feltri


VOGHERA

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Sicurezza, il super assessore tuona: «Critiche date dall’ignoranza» È l’assessorato più “caldo” del Comune di Voghera, quello su cui i cittadini avevano più aspettative, e che da subito ha fatto discutere. Quando si parla di sicurezza, infatti, a Voghera fioccano i dibattiti, e le misure sono sempre o troppo severe o troppo blande: lo sa bene il neoassessore Massimo Adriatici, avvocato ed ex poliziotto che dal primo giorno di mandato non ha esitato a prendere provvedimenti per rendere la sua città più vivibile e decorosa, così come aveva promesso in campagna elettorale. Di fatto, la sicurezza è stato il cavallo di battaglia della compagine leghista alle scorse amministrative, e da questo punto di vista la giunta Garlaschelli sta tenendo fede agli impegni presi con i suoi elettori. Delle azioni intraprese nelle prime settimane di governo e di quelle in programma per il futuro ne abbiamo parlato con lo stesso assessore, passando dai bivacchi alla viabilità, dalla polizia locale all’App Municipium. Assessore, il suo arrivo a Palazzo Gounela si è fatto sentire. Quali sono state le sue priorità al momento dell’insediamento? «La prima, anzi la primissima, era quella di confrontarmi con la Polizia Locale, perché attuasse quelle piccole misure di pubblica sicurezza che negli ultimi anni non erano mai state adottate. La città di Voghera, infatti, ha un regolamento di polizia urbana con cui disciplina la condotta dei cittadini, nel quale sono riportate una serie di norme e di sanzioni che riguardano anche (ma non solo) l’utilizzo dei giardini e delle aree pubbliche, i bivacchi e l’accattonaggio. Il primo passo per una Voghera più sicura e ordinata, quindi, era quello di rendere operativo il regolamento esistente» E così sono iniziati gli sgomberi che tanto hanno fatto discutere. «Sì, perché il nostro obiettivo era quello di riconsegnare le piazze ai cittadini di Voghera, che in certi casi facevano fatica a trovare una panchina su cui sedersi in tranquillità. Ecco perché abbiamo cominciato da piazza San Bovo e da piazzale Marconi, dove da anni le panchine erano diventate un punto di ritrovo per gli immigrati (regolari e clandestini) e per i richiedenti asilo che vi stazionavano a tutte le ore. Abbiamo effettuato numerosi controlli (anche 30 o quaranta in una sola giornata, cifre che danno l’idea di quanto fosse frequente questa situazione) e, per chi lo meritava, sono scattate segnalazioni e sanzioni. Vorrei chiarire che a nessuno è stato dato l’ergastolo: si tratta di pene pecuniarie lievi (non più di qualche decina di euro) che spesso non vengono nemmeno pagate perché i soggetti interessati non hanno la possibilità di farlo, e che servono più da

deterrente che da vera e propria punizione. Anche nel caso del daspo che tanto ha fatto discutere non si trattava di una misura sproporzionata: alla ragazza interessata è stata fatta una multa di cento euro e le è stato chiesto di non tornare a sostare nello stesso punto per 48 ore. Inoltre abbiamo parlato a lungo con lei nel tentativo di aiutarla, e abbiamo anche coinvolto i servizi sociali del comune di residenza. Abbiamo fatto quello che potevamo, ma non possiamo costringere le persone ad accettare il nostro aiuto». Le critiche in quell’occasione furono feroci. Vi accusarono di caccia alle streghe. «Critiche date dall’ignoranza dei fatti. Noi non abbiamo fatto e non faremo nessuna caccia alle streghe, semplicemente abbiamo chiesto e chiederemo a tutti (italiani e stranieri, residenti e non) di rispettare le regole che gli stessi cittadini vogheresi si sono imposti». Qualcuno vi ha anche criticato dicendo che avete risolto il problema togliendole, le panchine. «Abbiamo tolto quelle ammalorate, è vero, per una questione di decoro. Visto che però le norme anti-Covid vietano comunque di sostarvi abbiamo aspettato un attimo prima di sostituirle: ci sono al vaglio anche altri interventi di riqualificazione, vorremmo quindi prendere la decisione in un’unica volta». Cambiamo argomento, perché non vi siete occupati solo di aree pubbliche. «Un altro ambito in cui siamo già intervenuti e continueremo a intervenire è quello della viabilità. Su segnalazione di diversi cittadini abbiamo interdetto la circolazione dei mezzi pesanti in diverse vie (una su tutte Strada Frassolo), e ne abbiamo chiuse al traffico altre come via Topia, dove le distanze tra gli edifici consentivano a fatica il passaggio delle auto. L’idea è quella di rendere la viabilità vogherese più fluida e adatta alle esigenze dei cittadini, motivo per cui stiamo studiando la situazione in diverse aree della città. La stessa piazza Duomo sarà con tutta probabilità oggetto di qualche misura, anche se per il momento non c’è niente di certo: prima di tutto vogliamo aver chiaro il progetto a livello politico, e solo in un secondo momento lo sottoporremo ai tecnici». Guardiamo ai prossimi mesi: cosa c’è in agenda? «Sicuramente la prosecuzione di quanto già iniziato, sia dal punto di vista della sicurezza che della viabilità A questo proposito un passo importante sarà l’assunzione di nuovi vigili urbani: il Comune ha poco personale e per lo più anziano, dunque è necessario un ampliamento delle forze in campo.

Massimo Adriatici

Voghera assume nuovi vigili «Necessario un ampliamento delle forze in campo» Sto facendo tutto il possibile per riuscire ad ottenere le risorse necessarie all’indizione di un nuovo bando: perché, si sa, la guerra senza soldati non la si può fare. Un altro punto in agenda riguarda poi l’assottigliamento delle distanze da cittadino e amministrazione, che in parte centra anche con il mio assessorato». Cioè? «Cioè abbiamo ripreso ad utilizzare l’app Municipium, che nonostante fosse già attiva in passato era caduta un po’ in disuso. In pratica si tratta di una piattaforma attraverso cui possono essere segnalati problemi, irregolarità e criticità in ogni parte di Voghera, e che riguardano anche la sicurezza: una buca, un ramo pericolante, uno specchio rotto, un cartello mal posizionato. Noi ci impegniamo a prendere immediatamente provvedimenti, e a far sentire il cittadino vicino all’amministrazione». Parliamo di sicurezza in tempo di Covid. Come vedrebbe l’adesione dei locali vogheresi all’iniziativa “IoApro”? «Io faccio parte di una fazione politica che, è noto, si trova in disaccordo con molte delle decisioni prese dal governo in questi mesi. Sono anche io dell’opinio-

ne che, con le dovute misure di sicurezza (capienza dimezzata, distanziamento ecc) si potrebbe lavorare, e quindi non sarei certo io a mandare i controlli in questi locali. Io capisco le difficoltà che stanno affrontando certe categorie di lavoratori, e sono consapevole che una sanzione salata potrebbe essere il colpo di grazia per tante attività. Dal mio canto sono disponibile al dialogo, però sono anche dell’idea che la soluzione non sia la trasgressione della norma. Ciò di cui ci sarebbe bisogno è piuttosto un intervento volto al cambio della norma: le manifestazioni, le istanze, i messaggi lanciati al governo sarebbero a mio avviso la cosa giusta da fare». Sono state fatte, ma non sono servite a molto. «E questo è verissimo, ma succede perché la componente politica che attualmente prende le decisioni non rappresenta la maggioranza della popolazione. Ma qui andremmo ad aprire un capitolo nazionale che non compete a me: io non sono né ministro né parlamentare, sono solo un assessore comunale». di Serena Simula


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«Chiesta udienza al sindaco e all’assessore Miracca, ma ancora non abbiamo ricevuto una risposta ufficiale» Valorizzare il commercio locale, credere nel servizio attento e cortese delle piccole attività, e sostenere i negozianti della propria città in un periodo nero per tutti i pubblici esercizi: con questo scopo, qualche mese fa, è stato avviato a Voghera il progetto “Le botteghe del sorriso”, finanziato dal Comune e rivolto non solo agli esercenti, ma soprattutto ai cittadini. Coordinato dall’agenzia “Ferrari Eventi” e dall’associazione “Voghera da Scoprire”, conta oggi circa centosettanta botteghe iscritte, e ha chiuso la sua prima fase nel mese di dicembre: è attualmente in attesa di scoprire se potrà continuare nel 2021 oppure dovrà abbandonare il sentiero intrapreso. Ne abbiamo parlato con Giuliano Ferrari, titolare della Ferrari Eventi, con cui abbiamo ripercorso quanto fatto finora e scoperto quali sarebbero i futuri obiettivi del progetto. Cominciamo dall’inizio: quando e come nascono “Le Botteghe del Sorriso”? «Nascono a maggio, finito il lockdown, quando sono stato contattato dall’associazione “Voghera da Scoprire”, che raccoglie attualmente un’ottantina di commercianti vogheresi. Gli associati erano scoraggiati e in palese difficoltà dopo la lunga chiusura, spaventati dalle conseguenze economiche che il Coronavirus avrebbe potuto avere. Ciononostante non hanno perso tempo a piangersi addosso, ma si sono rimboccati le maniche e hanno deciso di reagire. Per prima cosa hanno voluto dare un messaggio positivo registrando una cover di “Ma il cielo è sempre più blu” (video che ha raggiunto qualcosa come ottantamila visualizzazioni) e poi hanno chiesto il mio aiuto per mettere in piedi un’iniziativa che fosse più duratura e strutturata. Insieme a un team di professionisti locali ho proposto loro di creare un brand che fosse accattivante e simpatico e che caratterizzasse tutte le attività vogheresi. Abbiamo deciso di chiamarlo “Le botteghe del sorriso”, e di farlo rappresentare da uno smile giallo. L’idea è piaciuta a tutti, e stilati i contenuti del progetto li abbiamo proposti alla precedente amministrazione comunale, la quale ha concesso un primo stanziamento sulla base del quale cominciare a lavorare» Ma cosa sono esattamente “Le botteghe del Sorriso”? «Ad oggi sono un gruppo di centosettanta negozianti vogheresi, tra centro e periferia uniti dalla voglia di rilanciare la propria città e di costruire un’immagine unica e fortemente caratterizzante. Non solo: sono professionisti decisi a opporsi al dominio della grande distribuzione e dell’e-commerce puntando sulla genuinità del loro servizio e dei loro prodotti. L’idea è quella di formare una realtà coesa capace di in-

Giuliano Ferrari dell’agenzia “Ferrari Eventi” coordinatore del progetto e Maria Teresa Figini, presidente dell’associazione “Voghera da Scoprire”

«Voghera ha sempre avuto la costante di non riuscire a dare continuità alle iniziative, spesso associate a questa o a quella forza politica. “Le Botteghe del Sorriso” non hanno colore né partito, e fermare qui il percorso appena iniziato sarebbe davvero un’occasione sprecata». staurare un nuovo rapporto di fiducia tra il commercio locale e la cittadinanza. Questo è, a nostro avviso, l’unico modo per riportare le persone a frequentare e vivere la loro città» Cosa è stato fatto finora? «Da settembre (mese in cui è cominciato fattivamente il progetto) abbiamo organizzato innanzitutto una serie di incontri formativi con i commercianti. Sono stati con noi esperti di marketing territoriale e di social media, persone che hanno portato la loro testimonianza per spiegare in che modo, negli ultimi anni, è cambiato il modo di vendere. Con il peggioramento della situazione sanitaria abbiamo spostato gli incontri sul web. Abbiamo poi realizzato gadget, spot, pubblicità comparative, materiali informativi per sensibilizzare i vogheresi a comprare nella loro città, e con l’approssimarsi del Natale abbiamo distribuito un merchandising unico per tutti gli iscritti al progetto. L’idea era quella di portare sotto l’albero dei vogheresi il nostro logo, e lo abbiamo fatto con gift card (peraltro ancora disponibili), chiudipacco, biglietti d’auguri brandizzati»

Come vi siete comportati quando hanno chiuso i negozi? «Abbiamo attivato una partnership con l’azienda tortonese “Spesa Pro”, che si occupa esclusivamente di consegne a domicilio. Attraverso la loro piattaforma si può chiedere al loro fattorino di acquistare per noi in un qualsiasi negozio, ricevendo tutto comodamente a casa. Abbiamo anche sviluppato con gli stessi programmatori di “Spesa pro” una piattaforma essenziale, dedicata esclusivamente al commercio locale, in cui sono registrate tutte Le Botteghe del Sorriso, attraverso cui si può chattare e contattare il titolare. Essendo stata completata intorno alla metà di dicembre, ci siamo presi il primo mese per testarla, e già da metà gennaio cominceremo a promuoverla attraverso diversi canali, per rendere più smart il servizio offerto dai negozi della città» E ora? «Ora siamo in attesa di capire cosa ci riserverà il futuro: a dicembre abbiamo più volte chiesto udienza al sindaco Garlaschelli e all’assessore Miracca, ma ancora non abbiamo ricevuto una risposta ufficiale.

Nel frattempo abbiamo allargato la platea dei possibili partner, vagliando la disponibilità di tutte le associazioni di categoria a diventare parte attiva al progetto. Abbiamo tante idee per il 2021, e ci dispiacerebbe molto abbandonare un progetto che è andato avanti nonostante le enormi difficoltà di questo periodo, e che ancora molto avrebbe da dare al commercio locale. Non solo: è nato con l’idea di durare dodici mesi, ma il finanziamento ricevuto fino ad oggi ha consentito di coprirne solo quattro. Non c’è stato il tempo di sviluppare tutti i punti in programma, ma vorremmo davvero avere l’opportunità di farlo» Cosa proporreste per il futuro? «Semmai cosa abbiamo già proposto, perché la seconda fase del progetto è già stata consegnata in Comune e protocollata più di un mese fa. Dentro ci sono diversi filoni su cui intendiamo lavorare, che vanno dall’abbellimento delle vetrine sfitte (per cui abbiamo pensato a un progetto fotografico diffuso su tutto il centro storico) all’aperura di un dialogo con i proprietari dei negozi chiusi (nel tentativo di raggiungere un accordo economico che consenta l’apertura di nuovi negozi) fino alla ricerca di nuove attività da portare sul territorio cittadino. Abbiamo ancora nel cassetto circa 500 questionari compilati dai cittadini che con tutta certezza faranno emergere importanti spunti di lavoro per i commercianti e forniranno preziose indicazioni all’Amministrazione sulle prossime azioni da intraprendere per i cittadini e il commercio locale. Vorremmo poi riprendere gli incontri formativi con i commercianti, indire nuove campagne promozionali, trovare il modo di riportare i giovani a fare “la vasca” in via Emilia, attraverso attività mirate e spazi condivisi e sviluppare progetti di Urbanismo Tattico. E poi eventi da dedicare al commercio, manifestazioni, come il 1° Festival Nazionale del Sorriso, e tante altre iniziative che ci piacerebbe realizzare non solo con i commercianti, ma anche con l’amministrazione. Voghera ha sempre avuto la costante di non riuscire a dare continuità alle iniziative, spesso associate a questa o a quella forza politica. Noi abbiamo lavorato in modo super partes per il bene della città: “Le Botteghe del Sorriso” non hanno colore né partito, e fermare qui il percorso appena iniziato sarebbe davvero un’occasione sprecata». E chi volesse farne parte? «Cogliamo l’occasione per invitare tutti i commercianti vogheresi che ancora non sono stati interpellati a causa delle tempistiche strette a contattarci per aderire al progetto: è aperto a tutti e (lo ricordiamo) totalmente gratuito». di Serena Simula


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«I vogheresi hanno speso volentieri in città e non credo si tratti di una casualità perché davvero i video hanno raggiunto tutti» Quasi sessantaseimila visualizzazioni con il video della scorsa estate, e altre quarantacinquemila con quello di Natale: ha infilato un successo dopo l’altro Nicola Imbres con le clip realizzate per l’associazione “Voghera da scoprire”, che negli scorsi mesi hanno spopolato sulla pagina Facebook del gruppo. Nel primo, uscito subito dopo il primo lockdown, gli esercenti vogheresi si esibirono in una divertente cover di “Ma il cielo è sempre più blu”, mentre nel secondo hanno cantato “Leti t snow” in una Voghera imbiancata di neve. Un modo originale e divertente per chiedere ai cittadini di sostenere i piccoli commercianti, un messaggio positivo con cui la categoria ha dimostrato di continuare a guardare al futuro con ottimismo nonostante la situazione drammatica. Nicola, come nasce la collaborazione con “Voghera da scoprire”? «Come spesso accade nelle piccole città, dal passaparola. Una cara amica, Elena Ferlini, sapeva della mia attività di videomaker, e ha fatto il mio nome all’associazione di cui fa parte. A sua volta Mariateresa Figini (la presidente) e il resto dei membri avevano in mente di mettere in piedi una qualche iniziativa per comunicare ai propri clienti, alla fine del lockdown, che loro erano di nuovo aperti, pronti a ricominciare la loro attività da dove erano stati costretti a interromperla. Era uscita da poco la cover di “Ma il cielo è sempre più blu” interpretata dai grandi della musica italiana, e ci è sembrato simpatico replicare l’esperimento a nostro modo» Ed è stato un successo. «Un successo incredibile, che francamente non ci aspettavamo nemmeno noi. Sapevamo che il risultato era divertente, e che i negozianti erano stati molto autoironici, ma tutte quelle visualizzazioni sono andate oltre le aspettative. Sulla scia di quel risultato sotto Natale abbiamo scelto di girarne un altro: era importante che il piccolo commercio tornasse a dare un segnale nel mese in cui tradizionalmente le vendite si alzano, e così abbiamo alzato l’asticella della difficoltà con un brano in inglese. Non tutti volevano cantare questa volta, così abbiamo aggiunto una parte recitata e ciascuno ha avuto il suo ruolo: non è stato facile organizzare le riprese con sessanta commercianti coinvolti, ma con il supporto dello staff de “Le Botteghe del Sorriso” siamo riusciti a concentrare tutto in un paio di giorni. Un tour de force, ma ne è valsa la pena» Cosa l’ha colpita di più durante lo svolgimento del lavoro? «A novembre, quando abbiamo realizzato la clip natalizia, tanti negozi erano chiusi. L’abbigliamento, le gioiellerie e tanti altri settori merceologici erano stati costretti a

Nicola Imbres alle prese con le clip realizzate per l’associazione “Voghera da Scoprire” chiudere, ma i titolari hanno aperto apposta per noi. Ci hanno accolti con il sorriso sulle labbra nonostante quello che stavano passando, e hanno dimostrato totale fiducia in noi: non avevano lo storyboard, non sapevano cosa avremmo fatto fare loro, ma si sono prestati tra gaffe e risate. è stato faticoso, come dicevo, ma ricevere i commenti positivi del pubblico e i ringraziamenti da parte dei protagonisti è stato gratificante. Ma soprattutto mi ha fatto piacere mettere le competenze che ho accumulato negli anni al servizio della città in cui abito e di coloro che ogni giorno la mantengono in vita». Al di là delle visualizzazioni lo scopo è stato raggiunto? «Non ho interpellato tutti, ovviamente, ma da quello che ho sentito chiacchierando con gli esercenti nelle scorse settimane, il periodo natalizio è andato bene per molti. Complici anche le chiusure dei centri commerciali nei weekend e le iniziative parallele de “Le Botteghe del sorriso”, i vogheresi hanno speso volentieri in città nel mese di dicembre. Non credo si tratti di una casualità, perché davvero i video hanno raggiunto tutti, anche coloro che normalmente non comprano in centro: vedendo l’impegno e la simpatia di questi professionisti era difficile ignorarne il messaggio». Alla luce di ciò dobbiamo aspettarci nuovi video? «L’associazione mi ha già anticipato che ha delle idee per l’estate, e anche se è troppo presto per dire qualcosa di certo, io mi auguro comunque che continui in questa direzione.

Anche con altri videomaker, anche con altre azioni comunicative, ma che mantenga quest’approccio simpatico con cui si sottolinea il valore aggiunto del piccolo negozio: il servizio gentile e accurato, la capacità di consigliare per il meglio e di fornire al cliente un rapporto umano introvabile sia nella grande distribuzione che ovviamente nell’e-commerce». A Voghera la conoscono da poco come videomaker: per tutti lei è il Nico di “Nico & Franz”. è molto che oltre a cantare ha cominciato a girare video? «Per diletto sono vent’anni che faccio esperimenti, e ho cominciato proprio con lo scopo di avere a disposizione del materiale video delle nostre esibizioni. Ho fatto diversi corsi, ho comprato mano a mano delle attrezzature sempre migliori, fino ad arrivare quattro o cinque anni fa ad avere un set professionale. Ho fatto qualche lavoretto e poi, mi sono trovato a lavorare con diverse aziende come Leroy Merlin e Asm. Nell’ultimo anno, poi, il carico di lavoro è aumentato esponenzialmente: tante imprese hanno avuto la necessità di girare delle clip che presentassero i propri prodotti, e io mi sono ritrovato a ringraziare di aver investito tanto tempo in questa seconda attività. Con i locali chiusi è stato davvero il mio paracadute». Già, perché nel 2020 si è cantato ben poco, e nel 2021 le prospettive non sono migliori. «No, il quadro non è incoraggiante ma fortunatamente io e Franz ce la siamo cavata abbastanza bene: durante il lockdown abbiamo fatto diverse dirette molto seguite con lo scopo di stare vicini a coloro che ci

Nico Imbres, in veste di videomaker «Con i locali chiusi è stato davvero il mio paracadute» supportano da sempre, e appena si è potuto abbiamo anche ricominciato con i live. In estate abbiamo suonato spesso a Salice e a Prime Alture, e un po’ di continuità (e di normalità) siamo riusciti ad averla. Certo non sono le 150 serate l’anno a cui eravamo abituati, ma a tanti è andata peggio. Purtroppo la crisi del settore musicale è innegabile, e a noi non resta che sperare in un 2021 migliore del 2020. Teniamo le dita incrociate, e intanto facciamo del nostro meglio per continuare a sorridere». di Serena Simula



voghera: Leo sisti ricorda “peppino” turani

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Cesare Romiti di lui diceva: «Turani si fa capire perfino dalle casalinghe» È scomparso lo scorso 7 gennaio, e il mondo del giornalismo lo ha salutato con post pubblici, articoli di ricordo, racconti del professionista che fu: Giuseppe (detto Peppino) Turani è stato per decenni un punto di riferimento dell’economia italiana, quello che più di tutti sapeva, e prima di tutti pubblicava. Vogherese, classe 1941, ha esordito sulla carta stampata con “Il Cittadino”, ma è poi passato all’editoria nazionale negli anni Settanta prima a “L’espresso” (dove diventò direttore della sezione Economia e Finanza) e poi a “La Repubblica” (come responsabile della sezione economica). Giornalista aggressivo ma integro, ha fatto scuola a un’intera generazione di cronisti, tra cui un altro noto vogherese, vincitore insieme ai colleghi dell’International Consortium of Investigative Journalists del Premio Pulitzer per l’inchiesta “Panama Papers”: si tratta di Leo Sisti, che lo stesso Turani assunse a “L’espresso” nel 1974. Con lui abbiamo ripercorso la loro collaborazione, per tracciare un profilo di quello che fu il braccio destro di Scalfari, l’uomo che con le inchieste sue e dei suoi redattori ha scrollato il giornalismo italiano dal torpore degli anni Settanta. Quando vi siete conosciuti lei e Peppino Turani? «Quando è difficile a dirsi perchè Voghera è una città piccola, e ci si conosce un po’ tutti da sempre. Questo era anche il caso nostro: Giuseppe era più grande di me, e quando io ho cominciato ad affacciarmi nel mondo del giornalismo lui era già un reporter affermato a Milano. Però lo ricordavo bene nel suo periodo vogherese: insieme ad altri personaggi noti (uno su tutti Alberto Arbasino, morto poco meno di un anno fa) aveva dato vita a una rivista locale di ottimo livello, raffinata e interessante: “Il Cittadino” fu un’esperienza di breve durata ma capace di lasciare il segno nella realtà provinciale, attorno alla quale è cresciuto un bel gruppo di intellettuali. Io sapevo perfettamente chi fosse Turani, dunque, ma anche lui doveva avermi notato, perché mi contattò personalmente il giorno in cui fu incaricato di assumere nuovi giornalisti per la sezione “Economia e Finanza” de “L’espresso”». Cosa le disse? «Che aveva letto i miei articoli su “Successo”, il mensile per cui lavoravo all’epoca durante il periodo del praticantato. Mi disse che ero bravo, e che gli sarebbe piaciuto avermi nella sua redazione: mollai immediatamente la mia rivista e andai a scrivere per lui insieme ad altri due colleghi (Gianfranco Modolo e Mario La Ferla, provenienti rispettivamente dall’agenzia Radiocor/Reuter e dal quotidiano “Il Fiorino”) riconoscendo immediatamente che

Al centro Leo Sisti dopo la proclamazione della vittoria al Premio Pulitzer, assegnato nel 2017, per l’inchiesta Panama Papers

si trattava di un’occasione d’oro. Turani, è il caso di ricordarlo, aveva ricevuto l’incarico da Scalfari, con cui quello stesso anno (il 1974) pubblicò “Razza Padrona”, un libro che ha fatto epoca. Erano entrambi maestri, e anche se insieme abbiamo lavorato per poco tempo (fino al 1976, poi Turani ha seguito Scalfari a “La Repubblica”) ho imparato moltissimo da loro». Di cosa vi occupavate? «Di inchieste economiche. Parlavamo di borsa e di finanza, tenevamo gli occhi aperti sui movimenti delle imprese e delle banche, raccontando dall’interno quello che succedeva nel mondo degli affari. Avevamo fonti dappertutto, ed eravamo gli unici insieme a Panorama (con cui la competizione era agguerritissima) a fare davvero il nostro mestiere. I quotidiani dell’epoca avevano un rapporto accondiscendente con il potere (pubblico o privato che fosse) e tanti nostri colleghi praticavano il cosiddetto giornalismo “seduto”, quello che si fa alla scrivania. Noi invece facevamo domande e consumavamo le suole delle scarpe, e non ci spaventavamo certo di fronte a una minaccia o a una querela». Lo scoop a tutti i costi. «Direi piuttosto la verità a tutti i costi. E non è una frase mia, ma dello stesso Turani. Gliela sentii pronunciare qualche giorno dopo l’uscita di un’inchiesta che avevo firmato io stesso sulla Zanussi di Pordenone. In seguito a quell’articolo l’azienda aveva ritirato qualche milione di lire di pubblicità dal nostro giornale, e per questo fummo convocati entrambi dal responsabile del settore. Turani non si fece minimamente intimidire: gli disse “noi siamo cani da guardia, questo è il nostro lavoro, e anche se perdiamo la pubblicità,

guadagniamo qualcosa di molto più importante: la credibilità”. Fu lui a insegnarmi che l’immagine e la reputazione sono ciò che tiene in piedi un giornale, perché più le persone lo reputano serio e più lo comprano. La sua teoria era fondata, perché in quegli anni “L’Espresso” (complice anche il passaggio dal formato lenzuolo al formato tabloid) ebbe un’incredibile esplosione di vendite». Avrete fatto arrabbiare parecchia gente. «Altroché, ma la scuola di Turani e Scalfari mi ha insegnato a gestire le situazioni delicate. Le nostre inchieste riguardavano gente potente, che maneggiava miliardi come fossero caramelle. Le querele piovevano con estrema facilità, motivo per cui noi dovevamo essere sempre più che certi delle nostre affermazioni. Non si scriveva una riga senza i documenti alla mano, ne andava della nostra sicurezza e di quella delle nostre fonti. Turani ci dava le indicazioni, poi leggeva i nostri articoli e, se non andavano bene, ce li faceva riscrivere da capo. Aveva un’attenzione maniacale per i dettagli. L’insegnamento, ad ogni modo, è stato prezioso: ho ricevuto oltre cento querele in trent’anni a “L’Espresso”, ma ho sempre avuto le carte in regola per vincere in tribunale». Tra le persone potenti di cui parlavi c’era anche Sindona. «Lui e molti altri. Ma quella di Sindona è una vicenda che ha fatto storia, perché lui e Roberto Calvi sono stati i primi a capire quali possibilità di guadagno (illecito, s’intende) offriva a chi ne conosceva perfettamente i meccanismi. Sindona lo intervistai due volte mentre era latitante a New York, e ci usò per mandare dei messaggi ricattatori chiarissimi alla Democrazia

Cristiana. Ricordò ai vertici del partito il denaro con cui li aveva finanziati in vista del referendum abrogativo sul divorzio, e questo scatenò un bel putiferio. Ma ce ne furono tante altre di inchieste di questa portava, Turani stesso e Scalfari in quegli anni si stavano occupando della Montedison di Eugenio Cefis, una storia di intrighi d’alto rango (furono coinvolti ministri, segretari di partito, finanzieri, banchieri, corruttori di professione, agenti di cambio e avventurieri) che è poi diventata un libro epocale: “Razza padrona”, appunto, che nel 1974 è valso ai due autori il “Premiolino”». Che rapporto aveva Turani con Voghera? E che rapporto aveva la città con lui? «Potrei dire in entrambi i casi di amore e odio. Lui spesso tornava nella sua città natale, si incontrava con gli amici de “Il cittadino” come Giovanni Maggi, e quando usciva un libro nuovo lo presentava anche a Voghera. Ma con il tempo le visite sono diminuite, e tutti coloro che orbitavano attorno a lui (amici, colleghi, fonti) lo incontravano a Milano, in un localino vicino casa sua. Quanto alla città, l’ha trattato come ha sempre fatto con tutti coloro che l’hanno lasciata nel corso del tempo: con un atteggiamento accusatorio. Come se decidere di vivere altrove per poter raggiungere i propri obiettivi costituisse uno sgarbo. E invece, il più delle volte, è proprio una necessità». Che altro ricorda di Turani? «Che era un fulmine, scriveva a una velocità stupefacente. Seimila, settemila cartelle in venti minuti, e sempre brillanti. Il suo stile era inconfondibile, ma soprattutto era chiarissimo: pur parlando di inflazione, di scalate, di azioni e speculazioni, gli articoli di Turani erano sempre perfettamente comprensibili da tutti. Una volta Cesare Romiti, amministratore delegato della Fiat, aveva detto “Turani si fa capire perfino dalle casalinghe”, ironizzando sulla famosa casalinga di Voghera. E non era una battuta: lo stile narrativo di Peppino (lo stesso con cui impostò tutto il nostro lavoro a “L’Espresso”) era semplice, sobrio e ironico, e si leggeva con facilità anche se l’argomento era ostico. Come riuscisse a farlo trovando uno scoop dietro l’altro e pubblicando anche decine di libri, rimane uno dei grandi interrogativi della sua carriera, continuata a Repubblica (dove divenne prima responsabile delle pagine economiche e poi direttore del supplemento settimanale “Affari e Finanza”) e infine a “Uomini e business”, la rivista da lui fondata che scriveva (manco a dirlo) quasi tutta da solo». di Serena Simula


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Largaiolli: «Io “braccio destro” di Ferrari? Assolutamente sì» Ripercorrere le tappe della vita politica di Marco Largaiolli equivale a leggere un capitolo di storia di Rivanazzano Terme. Nato a Dimaro in provincia di Trento nel 1950, ma rivanazzanese “da una vita”, da circa 20 anni impegnato nella vita politica di Rivanazzano Terme, consigliere comunale, assessore, vicesindaco. Conosce il paese, la “macchina comunale” con le sue dinamiche come le sue tasche. Largaiolli lei è stato per 10 anni - con la Giunta Ferrari – vicesindaco con delega alla sicurezza e alle politiche sociali, ruolo confermato dall’attuale sindaco, Marco Poggi. Nessuno più di lei è quindi qualificato per illustrarci “lo stato di salute” dei rivanazzanesi. Com’è la situazione oggi? «La pandemia, purtroppo, ha toccato tutto il mondo. Anche Rivanazzano Terme è stata colpita, in modo particolare nelle R.S.A. e nelle Case Famiglia per anziani, causando dolorose perdite di persone amiche. Il nostro resta, comunque, un paese dove la qualità della vita è buona, dove sono ancora presenti esercizi commerciali a conduzione familiare e sopravvivono usi e tradizioni che altri comuni hanno ormai perso». Il suo assessorato in questo ultimo anno di pandemia ha rivestito e riveste un ruolo di primaria importanza. Quali sono le iniziative messe in campo a sostegno delle famiglie in difficoltà? «Non vorrei essere presuntuoso, ma credo che l’Assessorato ai Servizi Sociali nel 2020 ed in questo inizio di 2021 abbia lavorato e stia lavorando molto bene; il merito va condiviso con l’intera maggioranza ed anche con i dipendenti comunali. Abbiamo uno sportello di ascolto tre giorni alla settimana, dove si valutano tutte le domande e si dà una risposta a tutti. In particolare, c’è stata una notevole richiesta di aiuti economici da parte di tante famiglie. Nella prima fase dell’emergenza Covid Marzo / Aprile 2020 sono stati distribuiti buoni spesa per circa 30.000 euro; attualmente è in corso una seconda distribuzione per circa 28.000 euro. Abbiamo, altresì, fatto un accordo con l’Associazione Albero Fiorito e distribuito molti pacchi con generi alimentari e per la pulizia, predisposti a misura di famiglia, tenuto conto del numero e dell’età dei componenti del nucleo familiare. In collaborazione con l’Assessorato ai Servizi Sociali sono stati distribuiti molti pacchi di generi alimentari donati dai Carabinieri in congedo, dal Rotary Club Valle Staffora e dall’Associazione Croce San Francesco che ha organizzato una raccolta nei negozi del paese.

Sono stati distribuiti anche buoni spesa donati dalla Croce Rossa. Per questo voglio ringraziare, oltre che le Associazioni sopra elencate, anche le Associazioni dei Volontari Gruppo Comunale Protezione Civile e dell’AUSER, sempre pronti a collaborare. Un sentito grazie anche alle due collaboratrici dei Servizi Sociali, dott. Marianna Caprioli e Dott. Linda Sala, e a tutti i dipendenti comunali che, con grandissima professionalità, hanno ascoltato, valutato, risposto a tutti». Qual è la tipologia di persona o famiglia che si è venuta a trovare in difficoltà e che prima del Covid non lo era? «Nello specifico, si sono rivolte ai Servizi Sociali non solo famiglie numerose, non solo extracomunitari, ma anche tante famiglie monoreddito, con lavoratori con partita IVA o cassaintegrati, e anche tanti giovani; queste categorie mai prima d’ora avevano chiesto aiuto. Complessivamente sono arrivate circa duecento domande di aiuto». Lei è a capo anche della Polizia Locale in tema di sicurezza stradale ci sono interventi urgenti e che avete programmato? «Al paese hanno accesso ben quattro strade con notevole traffico e questo, se da un lato rende il luogo appetibile dal punto di vista commerciale, dall’altro crea qualche problema di “velocità”. Negli ultimi anni si è cercato di ovviare a ciò attraverso rotonde agli ingressi del paese e con dossi predisposti in modo tale da non ostacolare la circolazione dei mezzi di soccorso; strade che non sono di competenza comunale bensì provinciale e, pertanto, soggette a particolari autorizzazioni da parte dell’Ente proprietario. Recentemente sono stati resi più visibili i passaggi pedonali di Piazza Cornaggia con apposita illuminazione. Per motivi di sicurezza e per frequenti atti vandalici sono previste nuove telecamere nei parchi. Una particolare attenzione è sempre rivolta alle buche che, specialmente in questa stagione, con gelo e sale, si possono formare». Lei è stato presidente Bibliotecari Oltrepò. La biblioteca di Rivanazzano è sempre stata molto intraprendente anche a livello di eventi e sinergia con le scuole. Come si è “convertita” oggi a causa del Covid? «Non faccio più parte del Consiglio del Sistema Bibliotecario e del Consiglio Biblioteca, perché le deleghe attualmente assegnatomi mi impegnano molto. Devo dire, però, che la Biblioteca mio manca e ho tanti bei ricordi. Chi ha raccolto il mio testimone lavora molto bene, nonostante

«Sono arrivate circa 200 domande di aiuto da parte di categorie che mai prima d’ora lo avevano richiesto» Marco Largaiolli assessore con delega a Polizia locale e Politiche Sociali

il Covid, e mantiene alto il nome della Biblioteca, che rimane sempre un punto di riferimento per le nostre scuole, i nostri concittadini, ma anche per tanti utenti provenienti da altri comuni». Analizzando questi ormai quasi 4 anni dalle ultime elezioni, ritiene sia stata un’esperienza positiva? «Assolutamente un’esperienza positiva e che non mi dispiacerebbe rifare». L’accordo fatto con il Pd rivanazzanese alle precedenti elezioni non ha avuto vita lunga a quanto si apprende, tant’e che il consigliere Stefano Alberici (esponente del pd) ha rimesso le sue deleghe. Cosa non ha funzionato? «Il nostro gruppo veniva da dieci anni di buona amministrazione e ha ben volentieri accettato l’ingresso di chi poteva collaborare fattivamente. Questo, però, non poteva portarci a snaturare le nostre caratteristiche e le nostre peculiarità, che, modestamente, credo e crediamo abbiano dato risultati positivi. La nostra impressione era che la pensasse così anche Stefano Alberici, che, comunque, nel corso degli ultimi Consigli Comunale, non ha dato segnali diversi». Lei è stato vicesindaco e assessore alla sanità, polizia locale e politiche sociali nella precedente amministrazione guidata da Romano Ferrari. Molti l’hanno definita come il suo instancabile “braccio destro”. si rivede in questo ruolo? «Assolutamente sì. Oggi sono in pensione

e ho più esperienza e molto più tempo da dedicare a quella che è la mia passione: la politica fatta non di parole ma di fatti. Di certo non basta la mia volontà, ma serve il consenso dei concittadini. Se mi votano, perché no?» Romano Ferrari probabilmente che da lui dichiarato in queste pagine, alle prossime elezione si potrebbe ricandidare. Lei sarà al suo fianco? «Sarebbe per me un piacere! I cittadini che incontro tutti i giorni vedrebbero di buon occhio questa possibilità. Credo che, unitamente alla Giunta, si sia lavorato molto bene dal 2007 al 2017». Domanda inerente alla sua professione, di geometra di lungo corso. Com’è la situazione immobiliare a Rivanazzano Terme? Si costruisce? Si vende? Si affitta? «Per quanto riguarda la mia professione, anche se sono in pensione cerco di tenermi sempre aggiornato. Il mercato immobiliare è, evidentemente, in grande sofferenza. Sono convinto, però, che gli incentivi dati con il “Bonus 110%” potranno smuovere il mercato e, conseguentemente, il lavoro, senza consumo di suolo, dal momento che questi interventi riguardano in particolare l’efficientamento energetico con posa cappotti, sostituzione serramenti e sostituzione caldaia». di Silvia Colombini


GODIASCO SALICE TERME

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Terme di Salice: «Il prezzo è stracciato, però si compra un rudere» Lo scorso 24 novembre si è svolta la quarta asta per l’assegnazione delle Terme di Salice, con tutti gli annessi e connessi. Gli asset principali: Stabilimento termale, Caffè Bagni, Grand Hotel Terme, Parco, Chiesa di Santa Maria Nascente, dancing La Buca, discoteche Naki Beach e Club House, piscina Lido e Bar Il Boccio. Il prezzo base dell’asta era di 2.098.828,13 di euro con prezzo minimo dell’offerta di 1.574.121,09 di euro. Anche in questa occasione non è stato possibile trovare un compratore; ma c’è stata una novità rispetto alle occasioni precedenti: ossia un’offerta, presentata dall’imprenditore salicese Roberto Santinoli, giudicata tuttavia non idonea per ragioni tecniche. Lo stesso Santinoli si era già aggiudicato, in un’asta di poco precedente in termini temporali, la struttura del Nuovo Hotel Terme. È dunque evidente che stia facendo sul serio; del resto non potevamo avere alcun dubbio in merito. La partita, quindi, è tutt’altro che finita. Anzi, è proprio adesso che il gioco inizia a farsi interessante. L’avvocato Giovanni Valmori, legale del Santinoli, è stato incaricato di seguire tutta la vicenda. Lo abbiamo sentito per approfondire i dettagli dell’operazione. Avvocato Valmori, perché secondo lei – a parte il suo assistito Roberto Santinoli – nessun altro ha dimostrato interesse nell’acquisizione delle Terme di Salice? «È una questione di coraggio. Il prezzo, sì, è stracciato. Però si compra un rudere. La parte minima dell’investimento è proprio il prezzo di acquisto. Poi bisogna rifare tutto, rimettere tutto a norma. Parlo naturalmente dello stabilimento termale ma anche degli immobili, come il Nuovo Hotel, oggetto della prima asta che Santinoli si è già accaparrato e dove bisogna mettere mano fortemente. A partire dagli impianti elettrici, dagli impianti termici, da tutta la messa in sicurezza. Quindi la definirei proprio così: una questione di coraggio, perché il lavoro da fare è tanto e costoso.» Da dove nasce questo coraggio nel suo assistito? «In una situazione così disastrosa come quella attuale, sia dal punto di vista della pandemia che ci coinvolge, sia dal punto di vista dell’economia che è completamente a terra, sia per l’impegno che dovrà essere assunto a livello di capitali, Santinoli ha deciso di rischiare la propria pelle con questo affare, con lo scopo di rivitalizzare questa zona. Lui è nato e cresciuto qui. Il papà e il nonno erano già gestori di impianti sportivi, di attività ludiche, dall’Ariston di Voghera, alla Buca, al Tennis, alla piscina. Dopo di lui, e insieme a lui, c’è suo figlio che porta avanti l’attività di famiglia. Vedendo morire Salice ha deciso di ope-

rare un “atto d’amore”, se così possiamo chiamarlo, per vedere rinascere un’attività intorno alla quale tutta Salice viveva. Pensiamo che c’erano dodici alberghi, pizzerie, locali, che lavoravano tutti grazie alle Terme.» Però il coraggio non basta: il bando pone alcuni limiti, vero? «Certamente le condizioni del bando hanno imposto dei limiti. Quei limiti che adesso Santinoli, se vorrà partecipare nuovamente alla nuova asta delle Terme, dovrà superare. Il bando dice che sono ammessi all’incanto solo coloro che abbiano già esercitato attività nell’ambito termale o del benessere per 36 mesi consecutivi. In Italia a possedere attività termali sono un centinaio di persone, non di più. Mettere quella clausola così stringente nel bando ha limitato fortemente la partecipazione.» Lei fa riferimento all’articolo 4.1 del bando stesso, che cito testualmente: “Le domande di partecipazione possono essere presentate da persone fisiche, raggruppamenti o associazioni temporanee, consorzi, società legalmente costituite, operanti nel settore delle cure termali, delle attività legate alla cura della persona e al benessere fisico e del fitness”. Insomma, la gara non era aperta a tutti. Come è potuta passare inosservata una tale clausola restrittiva? Non si potevano fase scelte diverse, far sì che questa clausola fosse in qualche modo “estromessa”? «Devo dare atto che l’unico che si è occupato di questo punto in tempi non sospetti è stato proprio il vostro giornale, che già ai tempi della prima asta aveva sollevato questo problema. Del resto anche io, come legale di Santinoli, ho posto la questione all’attenzione del curatore fallimentare, il quale ha girato il mio quesito ai funzionari della Provincia di Pavia interessati (la Provincia è titolare delle concessioni dei pozzi e dunque parte interessata, ndr), per capire se questa clausola limitativa sarà riproposta nel nuovo bando d’asta che sarà fissato a febbraio o marzo.» È evidentemente che se la clausola rimane sia possibile arginarla e anche piuttosto facilmente. Santinoli ha espresso la volontà di partecipare alla prossima asta: lo farà trovando un partner che possa soddisfare la clausola del bando? «La sua domanda viene in un momento particolare. Come le accennavo poco fa, 15 giorni fa ho posto un quesito al curatore e il curatore mi ha risposto dicendo che lo ha girato alla Provincia, quindi siamo in attesa di una risposta. Il quesito nasce proprio dall’esigenza di capire questo: se io non sono un imprenditore termale ma ho una spa o comunque un’impresa che opera

nel campo del benessere, della cura della persona, potrò partecipare alla nuova asta? Siamo in attesa di una risposta. Bisogna essere certi. Comunque io penso che supereremo questo scoglio. A meno che non si desideri limitare la possibilità di concorrere, e allora certamente l’asta rimarrà ferma per chissà ancora quanto tempo. In ogni caso, dopo l’ultima asta a fine novembre non siamo stati con le mani in mano, abbiamo già interpellato qualcuno. Ci stiamo muovendo e stiamo cercando di creare una società che abbia tutti i requisiti previsti ed è poi per questo che abbiamo posto il quesito; e, in base alla risposta che ci sarà data, poter essere in regola con la partecipazione alla prossima asta.» Del resto voi sapevate che la partecipazione all’ultima asta non sarebbe potuta andare in porto. Però si è deciso di partecipare lo stesso, credo per dare un segnale. Anche per mettersi in mostra agli occhi di eventuali altri interessati... «Noi conoscevamo perfettamente le condizioni del bando, si è voluto comunque “lanciare il sasso nello stagno”. Le dico di più: prima di presentare la domanda di partecipazione all’asta avevamo mandato una PEC al curatore annunciando che avremmo partecipato nonostante la clausola perché ritenevamo assurda tale limitazione e volevamo manifestare comunque un segnale di interesse.» Il fatto che per diversi anni alcune attività imprenditoriali situate all’interno del Parco, parco che è rimasto di proprietà delle Terme, paghino l’affitto al Comune è cosa giusta o è un elemento che potrebbe “distogliere” l’attenzione di qualche imprenditore interessato all’acquisto del complesso termale? «C’è tutta una complicazione in questo ambito. Nei vari cambiamenti che si sono susseguiti, nei vari passaggi di proprietà delle Terme da una società all’altra, ci sono stati degli accordi col Comune di Godiasco regolati da una serie di atti contrattuali. Comunque, se l’operazione dovesse concludersi in un certo modo, tutto può essere rivisto e riaggiornato. Questo è fattibile, è possibile, e aggiungo: è auspicabile.» Restando sempre sul tema Parco: l’accordo stilato tra Terme e Comune prevede e garantisce a quest’ultimo l’uso e l’apertura al pubblico. Secondo lei anche questo elemento può essere un motivo ostativo per chi fosse interessato all’acquisto delle Terme? «Il parco è il polmone di Salice e dell’Oltrepò, personalmente ritengo debba essere garantito l’accesso al pubblico e anche la sua tenuta, la pulizia, la cura. Questo deve essere sicuramente fatto e lo sarà.» Qual è il clima per i prossimi passaggi? Si sente ottimista?

L’Avvocato Giovanni Valmori «Meglio come sempre mantenersi cauti. Essere troppo ottimisti o pessimisti non va bene, bisogna essere realisti. Io penso che la volontà di Santinoli sia quella di proseguire, anche perché le sue idee sono molto chiare ed è l’unico che può attuarle, qui, della zona. Negli anni precedenti sono arrivati a gestire le Terme anche personaggi di “fuori”, che non sapevano nemmeno dove fosse Salice Terme. Sono finiti male. Santinoli è l’unico della zona che potrebbe rilanciare le Terme. Non dico portarle allo splendore di quando a Salice si vedevano arrivare Walter Chiari, De Sica o Alberto Sordi. Con il Grand Hotel aperto e tutti i suoi arredi, che sembrava di essere a Montecarlo. A quei livelli forse non si tornerà più, però l’idea di vedere le Terme riaperte, gli hotel funzionanti, gli esercizi commerciali floridi, io credo sia verosimile, con un imprenditore locale che abbia esperienza, voglia, coraggio e idee.» Non pensa che la politica sia stata assente? «Devo dare atto al sindaco di Godiasco Salice Terme, Fabio Riva, di essere l’unico ad essersi interessato di queste cose. Sono in contatto con lui costantemente, ci sentiamo, ci informiamo. Ho chiesto anche un appuntamento al presidente della Comunità Montana per comunicargli questa situazione, ad oggi sono ancora in attesa. Le Terme sono una risorsa per tutta la zona, per la provincia, oserei dire per la Lombardia. Il beneficio di un’attività che riprende non si limita a Salice. Può interessare da Voghera al Penice, da Pavia a Menconico. Forse finora non c’è stato molto interesse, ma spero che andando avanti le cose possano cambiare, e sono convinto che lo faranno.» di Pier Luigi Feltri


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BAGNARIA

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Rifiuti abbandonati: «Siamo al limite della tolleranza»

Mattia Franza, sindaco di Bagnaria

I comuni ed ancor di più i piccoli comuni annaspano. Ora più che mai di fronte all’emergenza scaturita dalla diffusione del Covid-19. Un’emergenza che da sanitaria è diventata anche sociale ed economica. E che ha messo in ginocchio soprattutto i piccoli enti locali. Gli amministratori delle realtà meno popolose sono infatti stati impegnati in prima linea a sostenere i tanti cittadini in difficoltà. Con le insufficienti risorse di cui dispongono. I sindaci di questi comuni soni i diretti, e spesso unici, interlocutori dei loro cittadini, che di fatto conoscono solo la loro “porta”. Bagnaria che conta poco meno di 700 abitanti, è l’esempio di un comune e di un sindaco, Mattia Franza, che non si arrende, anzi rilancia con la convinzione che questo brutto momento passerà. Sindaco partiamo dall’ultima problematica che ha visto coinvolto il suo Comune: rifiuti abbandonati e rifiuti portati nei “vostri” cassonetti da pendolari. Vi siete attivati per porre un freno ai “furbetti dei rifiuti”? «Diciamo che siamo al limite della tolleranza e a volte mi domando come nel 2021 si possa ancora arrivare a compiere gesti di tale inciviltà poiché non è possibile ritrovare all’esterno dei cassonetti deputati alla raccolta dei rifiuti indifferenziati e differenziati, materiale ingombrante che l’utenza dovrebbe conferire in discarica o nelle apposite giornate gratuite dedicate alla raccolta del materiale ingombrante; però, quello che stiamo riscontrando maggiormente è il conferimento di rifiuti domestici nei cassonetti ubicati lungo la S.P. 461 del Penice da parte dei valligiani che quotidianamente per comodità depositano i propri rifiuti nei nostri cassonetti creando un doppio disservizio, quello di occupare spazio all’interno degli stessi dedicati all’utenza residente e quello soprattutto di incidere notevolmente sulla voce di costo di smaltimento nel contratto rifiuti che il Comune ha in essere con l’azienda ASM Voghera Spa, pertanto abbiamo deciso di prendere provvedimenti in merito e al momento stiamo verificando le zone più soggette ad abbandono a campione con gli strumenti che abbiamo a disposizione» Nella normale gestione della raccolta rifiuti, siete un Comune che si può definire virtuoso oppure crede che la strada da fare sia ancora lunga? «La strada è ancora lunga poiché dipende da molti fattori, l’amministrazione in questi anni ha dotato tutto il territorio comunale di

cassonetti dedicati alla raccolta differenziata, ma credo che la virtuosità dipenda anche dal comportamento e dal buon senso civico dei cittadini; su questo tema però credo che ci sia ancora un grande lavoro da fare in sinergia a livello sovracomunale con i Comuni della Comunità Montana per un vero raggiungimento degli obiettivi imposti dalla normativa per la raccolta differenziata; a differenza dei grandi centri non sarà facile attuare certe modalità di raccolta soprattutto per la vastità e la frammentazione del territorio montano, ma dovremo comunque lavorare per trovare la miglior soluzione possibile da applicare». Frane e smottamenti: Bagnaria è spesso interessata da questi fenomeni. è sempre alta l’allerta o sono stati fatti i lavori necessari per stare “tranquilli”? «Lo scorso 2020 abbiamo avuto due importanti fenomeni di carattere alluvionale che hanno provocato forti disagi, il primo tra fine dicembre 2019 e gennaio 2020, con la caduta di massi rocciosi al di sopra dell’abitato della località Livelli e l’esondazione del Torrente Staffora in Località Casa Arcano/Casa Galeotti e l’altro a giugno, con una forte bomba d’acqua che ha creato ingenti danni nel capoluogo nella parte bassa dell’abitato provocando allagamenti e danni in particolar modo ai privati e lo smottamento di una strada comunale in località Casa Galeotti. Per questi fenomeni meteorologici grazie a Regione Lombardia e Comunità Montana, abbiamo attivato pronti interventi di difesa idrogeologica per la messa in sicurezza, mentre lungo il Torrente Staffora sono ancora in corso gli interventi di difesa spondale e pulizia della vegetazione da parte di Ersaf Lombardia». Emergenza sanitaria: quali sono le criticità maggiori legate al Covid che ha riscontrato tra i suoi concittadini? «Diciamo che fortunatamente anche nella prima ondata la situazione nel nostro Comune è sempre stata sotto controllo e debbo dire che i cittadini si sono comportati egregiamente rispettando scrupolosamente le disposizioni imposte e di questo li ringrazio per esserci stati vicino in un periodo non facile». Attività mirate e messe in campo? «Nel nostro piccolo abbiamo cercato di dare risposte immediate in merito alle continue disposizioni emanate dal Governo e dalla Regione e di soddisfare ogni singola richiesta pervenutaci attraverso azioni concrete come l’istituzione del Centro operativo comunale di Protezione civile per l’aiuto alle persone, alla sanificazione delle strade e degli edifici pubblici, alla sospensione della seconda rata scuolabus, alla riduzione della tassa rifiuti alle attività commerciali oggetto di periodi di chiusura forzata, all’erogazione di fondi di sostegno alimentare alle famiglie più in difficoltà, alle continue informazioni attraverso av-

visi in bacheca, sul sito internet, sui social network istituzionali e alla distribuzione per tutti i residenti di mascherine protettive. Da ultimo abbiamo messo a disposizione di Ats dei locali per la somministrazione del vaccino anti Covid» Con i vari decreti legati all’emergenza sanitaria stanno arrivando nelle casse dei vari Comuni un bel po’ di soldi. A quanto ammontano i fondi stanziati per il Comune di Bagnaria? «Per la copertura delle spese correnti i fondi stanziati sono stati utilizzati per bilanciare le minori entrate da parte dei contribuenti che sono stati maggiormente colpiti dall’emergenza Covid-19, mentre altri fondi stanziati (circa 200mila euro) sono stati impegnati per le spese di investimento in conto capitale principalmente per la messa in sicurezza delle strade, del patrimonio edilizio comunale e di difesa idrogeologica». Quali sono i lavori che sono stati resi possibili dai fondi stanziati? «Interventi di messa in sicurezza del ponte sul torrente Staffora che porta a Casa Galeotti e la ricalibratura dell’alveo del fosso Rio Torretta con conseguente ripristino delle briglie al fine di reintegrarne la funzionalità per lo scolo delle acque meteoriche. Con finanziamento ministeriale sono stati effettuati due interventi,nel primo lotto sono stati realizzati i lavori di rifacimento del piazzale parcheggio del cimitero con posa di autobloccanti antichizzati e asfaltatura di un tratto della Via XX Settembre mentre nel secondo lotto, è stato effettuato un intervento di mobilità sostenibile con la costruzione di un nuovo tratto di marciapiedi per la messa in sicurezza dell’area esterna a parco giochi del capoluogo e lottizzazione. Interventi di riqualificazione energetica effettuati attraverso la sostituzione dei serramenti nella scuola dell’infanzia e l’adeguamento dell’impianto di illuminazione a led e nuova controsoffittatura salone municipale polifunzionale. Lavori di adeguamento alla normativa antiCovid con ampliamento e ritinteggiatura della sala mensa della scuola dell’infanzia, realizzazione di nuova parete divisoria nelle aule e adeguamento dei tavoli monoposto». Le due sagre che vi identificano, quella della ciliegia a giugno, e quella della mela ad ottobre, sono state per ovvi motivi rimandate. Quanto in termini di visibilità per il paese e di introito per i produttori è stato perso? «Purtroppo i due eventi clou sono stati rinviati lo scorso anno provocando una perdita non solo al comparto agricolo ma a tutto l’indotto economico commerciale della valle che grazie a queste due manifestazioni riesce a portare a Bagnaria sempre numerosi turisti e visitatori. Speriamo che quest’anno si possa rimediare». Bagnaria è “in gara” con Silvano Pietra per ottenere il finanziamento di 14mila

euro – attraverso un bando promosso da Eolo - per la digitalizzazione all’interno delle scuole. Per vincere è necessario il voto dei cittadini e sostenitori. Come sta andando? «Diciamo bene, al momento siamo in corsa e speriamo di ottenere un bel risultato grazie alla condivisione di foto e video con l’hashtag #EoloMissioneComune dove in caso di vittoria potremo ottenere premi come connessioni gratuite e strumentazioni digitali per la nostra scuola». In una sua intervista, proprio su queste pagine, non appena eletto sindaco, ci confido di avere un sogno nel cassetto: «Vedere finalmente completata la realizzazione della pista ciclopedonale “Green Way” del tratto Salice Terme-Varzi». Che ci dice a tal proposito? «I lavori per la realizzazione della Greenway sono in avanzata fase di realizzazione. Pavia acque ha terminato la posa della condotta acquedottistica di collettamento con i pozzi di pianura per sopperire ad eventuali criticità di approvvigionamento idrico del territorio montano, prevista come infrastruttura di sottoservizio. Sono in fase di completamento i lavori di restauro conservativo dei ponti della vecchia ferrovia Voghera – Varzi ed è stato di fatto completato l’approntamento del sedime del tracciato della ciclabile che si comporrà con i lavori di asfaltatura non appena le condizioni climatiche lo consentiranno. Sebbene il periodo di lockdown della scorsa primavera abbia causato qualche ritardo nell’esecuzione, ragionevolmente potremmo entro la prossima estate avere la greenway fruibile fino al confine con il Comune di Varzi. Nel frattempo la Provincia di Pavia ha provveduto ad affidare la progettazione del completamento della pista ciclabile dal confine comunale al centro dell’abitato di Varzi, che verrà realizzato con il 2021». Una volta ultimata, quali sono le strategie che come Comune intende adottare per “sfruttarla”? «Quando sarà ultimata vorremmo creare anche a Bagnaria un punto di interesse per arricchire il valore della stessa pista ciclopedonale, infatti ci candideremo ad un bando GAL Oltrepò per riqualificare e per aggiungere nuovi servizi per i turisti, affinchè i vari avventori possano conoscere ancora di più la bellezza del nostro centro storico e dei nostri siti naturalistici, come il monte Vallassa con le sue ricchezze floreali e le falesie di Guardamonte che la scorsa estate sono state frequentate da numerosi appassionati di arrampicata in quanto queste pareti rocciose naturali sono una vera palestra di arrampicata che non si trova in nessuna altra zona».

di Silvia Colombini


VALLE STAFFORA

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Verso le elezioni provinciali Il bilancio di Paolo Gramegna Nell’approssimarsi della scadenza elettorale prevista per i prossimi mesi abbiamo discusso della situazione della nostra provincia con Paolo Gramigna, esponente PD, dal 2013 al 2016 Assessore provinciale nella Giunta Bosone, poi eletto nel 2016 e nel 2018 come consigliere provinciale. Qual è il bilancio politico della attività della Provincia in questi anni? «Fino alla fine del 2016, anno nel quale il Consiglio Provinciale ha approvato un bilancio di previsione con il parere contrario del Collegio dei Revisori contabili e del Dirigente del Settore economico Finanziario, gli effetti dei vincoli di stabilità e quelli della legge 56/2014 avevano pesantemente condizionato la possibilità di spesa corrente e di investimenti. Oggi, anche grazie alle politiche nazionali che hanno messo in atto interventi di compensazione, la capacità finanziaria dell’Ente è ritornata consistente, anche se non ancora del tutto adeguata. Ricordo accesi Consigli Provinciali nei quali dai banchi dell’opposizione si sollecitavano dimissioni in massa con restituzione della fascia Presidenziale al Prefetto. Oggi possiamo dire che chi allora ha deciso di resistere affrontando le difficoltà ha avuto ragione.» Quali sono gli effetti concreti? «Gli effetti della resilienza si sono visti anche in Oltrepò dove importanti opere, su tutte il completamento della Greenway, non sarebbero state realizzate. Così come indispensabili interventi di edilizia scolastica quale la nuova palestra del “Baratta” a Voghera che verranno realizzati quest’anno; o l’ottenimento delle risorse per la progettazione del nuovo Ponte della Becca. Ma non solo, da ricordare è l’attività politica svolta a supporto di iniziative ambientali quali il contrasto all’impianto di pirolisi di Retorbido, la bonifica dell’area ex-ILVA di Varzi e l’istituzione delle aree protette di interesse europeo “le Torraie - Monte Lesima” e “Sassi Neri – Pietra Corva” a Brallo di Pregola e Romagnese.» Quali sono le prospettive per la Provincia del futuro? «Il perdurare dello Stato di Emergenza sanitario, non solo sta condizionando la data delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Provinciale e del Presidente della Provincia, ma anche impone la necessità di ampie convergenze amministrative, unica possibilità per candidare progetti territoriali fortemente condivisi ai finanziamenti che l’Europa ha messo a disposizione del nostro Paese. I Consiglieri provinciali e il Presidente sono eletti dai Consiglieri Comunali e dai Sindaci, a loro volta per lo più espressi da liste civiche. Sarebbe singolare che in un ente di secondo livello si ragionasse in una logica di sterile contrapposizione politica, antitetica alla compartecipazione istituzionale.

Anche in questi anni il Consiglio Provinciale, sebbene diviso in gruppi politici, ha pressoché sempre votato ogni delibera all’unanimità. Per non disperdere l’esperienza fatta occorre proseguire su questa strada con proposte gestionali che sviluppino in modo innovativo e riformista la visione dell’amministrazione della nostra provincia.» All’indomani della riforma Del Rio, soprattutto il PD aveva proposto che la provincia diventasse l’ente di coordinamento oltre che per la programmazione territoriale anche per l’erogazione dei servizi pubblici locali. È ancora attuale quella visione? «Certamente, più che mai. L’esempio virtuoso è costituito dal modello di gestione messo in atto per il ciclo idrico integrato dove, coerentemente con la normativa regionale che ne lasciava la possibilità, la Provincia ha costituito un ATO ed affidato direttamente il servizio ad una società pubblica generatasi attraverso un consorzio delle partecipate territoriali: Pavia Acque. Un servizio pubblico essenziale erogato da una società pubblica ha garantito il controllo degli amministratori locali esercitato attraverso lo strumento del Comitato di controllo analogo. E ha permesso la sostenibilità bancaria per ingenti investimenti per ammodernare le reti. Una scelta politica premiante alternativa alla privatizzazione.» Se nel caso dell’acqua la Regione ha provveduto alla perimetrazione degli ambiti, così non è stato per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani... «Il piano rifiuti regionale del 2008 ha lasciato una lacuna normativa. La suddivisione, concertata con i comuni, del territorio provinciale in zone omogenee, possibilità prevista dalla riforma Del Rio, e parallelamente la costituzione di una società consortile pubblica provinciale per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, potrebbe essere una proposta idonea per attuare una contrattualizzazione d’ambito ed il superamento di una difformità del metodo di raccolta e di tariffa oggi presente in relazione all’esistenza di contratti di servizio per ogni singolo comune ed alla entrata in vigore degli effetti delle determinazioni tariffarie dell’Authority Nazionale del settore (ARERA), nonché la possibilità concreta per le aziende di fare adeguati investimenti. Ma non solo. L’istituzione di zone omogenee permetterebbe lo sviluppo di ulteriori politiche industriali delle partecipate, creando nuove opportunità occupazionali in relazione alle vocazioni puntuali dei territori. Negli anni a venire più che mai la resilienza e la capacità di attrazione territoriale di nuove realtà produttive non sarà garantita dagli sgravi fiscali o dagli incentivi, bensì dal-

Paolo Gramigna consigliere provinciale la disponibilità di servizi che soddisfino il perimetro di quelle attività “non core” delle imprese (front office e back office, coworking, magazzino, gestione e conservazione dati...). Servizi peraltro vendibili non solo alle imprese private ma anche agli enti pubblici.» Cosa occorre, allora? «Occorre mettere in campo una visione innovativa della politica industriale delle partecipate pubbliche che punti ad una produzione al di là della competizione con l’impresa privata. Una posizione di vantaggio è senza dubbio costituita dalla presenza in Assolombarda, importante vetrina. Infine una nuova ed efficiente organizzazione dei servizi è alla base della riforma della PA, requisito essenziale non solo per l’accesso ai fondi “Next generation UE” ma anche a quelli ordinari indiretti (FEASR, FSE), oggi oggetto di negoziazione ai tavoli regionali ed in sede di Commissione Europea.» Per tornare dalla poesia alla prosa. Cosa si sente di rispondere a chi esponente del centro sinistra locale la accusa di trasversalità e di avere in passato appoggiato le Giunte di centro destra in valle Staffora? «È una lettura innanzitutto non rispettosa nei confronti dei segretari dei circoli della valle Staffora e degli iscritti che hanno sostenuto scelte politiche, che io ritengo corrette. Quando compatibile con le idee di programma, sia da parte del PD che da altre forze politiche sono stati appoggiati progetti amministrativi locali e civici. In un territorio dove lo sbilancio del consenso ideologico era ed è nettamente a favore del centrodestra si è scelto di anteporre l’obiettivo del bene della comunità allo scontro politico, che comunque avrebbe dato esito ad una marginalizzazione del campo progressista.

Aderire con esponenti del partito ad amministrazioni civiche ha dato modo di indirizzare le politiche locali verso scelte concrete aderenti ad un programma di sviluppo innovativo.» Quali? «Risultati come l’ottenimento del finanziamento del progetto territoriale a valere sul bando regionale e sul bando di Fondazione Cariplo dedicati alle aree interne (oltre 22 milioni di euro) o del PISL riservato ai comuni dell’area Leader (6 milioni di euro) si sono concretizzati a favore delle comunità locali anche grazie al supporto dato dal PD a diverse Amministrazioni.» Uno schema ripetibile? «Oggi siamo di fronte ad una diversa fase dove la cogestione è più complicata (ma non per questo va archiviata) avendo la Lega scelto la strada della egemonia politica, peraltro con ritorni territoriali al momento scarsamente significativi. Se è grave offrire interpretazioni semplicistiche da parte di chi forse deve giustificare ripetuti insuccessi politici personali, ancora più grave e dannoso per il partito è stato mettere in atto, a partire dal 2014, condizionamenti tesi ad interrompere le relazioni che sempre più si stavano consolidando tra il circolo di Voghera e i circoli territoriali. Certamente il rafforzamento di quelle relazioni avrebbe giovato al partito nei termini di aumento di autorevolezza e di consenso. Oggi chi se ne è andato, perché non esaudito nelle proprie ambizioni personali, ha lasciato tanti strascichi e conflitti, ma c’è la possibilità di ricomporli riprendendo un paziente lavoro basato sul confronto e sul merito.» Come giudica l’attuale situazione politica nazionale? «Una guida del Paese progressista e riformista è l’unico elemento di garanzia per i rapporti tra l’Italia e gli altri stati membri dell’UE, rapporti che sono alla base dell’ottenimento di adeguate risorse per la ripresa economica postpandemica. Ruolo del PD deve essere quello di autorevole riferimento. È però purtroppo inevitabile evidenziare come dai presupposti costitutivi del Lingotto si rischi di tornare ad una vecchia concezione di partito, rigida e dirigista. Inoltre molte sono state le meteore, non solo a livello nazionale, che hanno pensato di sfruttare la visibilità per realizzare aspettative individuali. Tutto ciò si è tradotto in una perdita di credibilità e consenso. Occorre attuare un metodo di lavoro che esalti i valori fondativi traducendoli in proposte concrete. Pare inevitabile provocare una discussione interna, partendo dai territori e dai circoli, che produca una forte inclusione di rappresentanza di tutte le categorie sociali.» di Pier Luigi Feltri


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VARZI

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«Varzi è ancora la “capitale” della Valle Staffora, perché è riuscita a mantenere i connotati di una cittadina, non di un paese» Diceva Calamandrei che “gli avvocati non possono permettersi il lusso di essere malati: ci sono in giuoco gli interessi dei clienti, e i termini che scadono”! Deve saperlo bene chi, pur essendo cresciuta in una famiglia di medici, di professione fa proprio l’avvocato, e svolge i propri compiti con la massima passione. Quella passione che fa scorrere “l’adrenalina nelle vene” ogni volta che il giudice pronuncia l’assoluzione per un cliente, oppure decreta la vittoria in una causa. Claudia Marenzi risponde a questo identikit. Avvocato di successo, ma soprattutto Varzese DOC: l’abbiamo incontrata per una chiacchierata che ha spaziato dai ricordi di famiglia alle questioni professionali. Passando per il legame, forte, con il territorio che le ha dato i natali e nel quale vive tuttora. Avvocato, la sua una famiglia storica di Varzi ed una famiglia tutta impegnata in campo sanitario, a partire da suo nonno, poi suo padre ed i fratelli di suo padre. Lei ha fatto tutt’altra scelta. Come la prese suo padre? «Grazie per la famiglia “storica”, ma altre lo sono non di certo la mia, perché i Marenzi (famiglia di mio papà) sono approdati a Varzi poco prima della seconda guerra mondiale con mio nonno Gino che medico condotto a Romagnese aveva ottenuto il trasferimento a Varzi, mentre suo fratello Mario è stato sempre medico condotto a Zavattarello, ove la sua condotta era stata prima che a lui assegnata al mio bisnonno Marenzi Faustino, mentre i Palli (famiglia di mia mamma) erano quelli che hanno fondato la Fornace Palli Secondo & Figli di Varzi e le loro origini erano svizzere (Pura in Canton Ticino). Mio padre mi ha letteralmente imposto di frequentare il liceo classico a Voghera poi mi ha lasciato libera di scegliere, lui era anche dentista, ma io ho il terrore del sangue e questo mi precludeva, secondo me, gli studi di medicina e l’esercizio della professione che ne sarebbe conseguita. Ho scelto giurisprudenza perché era un corso universitario più breve di altri e perché pensavo che gli studi classici mi avrebbero agevolato negli studi. Al diritto, meno alle procedure, mi sono appassionata subito, studiandolo e frequentando le lezioni universitarie e poi, scegliendo di fare pratica come avvocato, mi sono letteralmente innamorata di questa professione: il fatto di essere riuscita a superare la prova per diventare avvocato a soli 27 anni mi ha agevolato facendomi desistere dall’intraprendere altre professioni o altri mestieri perché io credo nei segni del destino…. evidentemente anche il grande senso di giustizia, che ho sempre avuto, mi ha aiutato… il resto lo hanno

fatto le vicende personali dei miei clienti, la creatività che non ti deve mancare e perché no l’adrenalina che mi scorre nelle vene ogni volta che vinco una causa o riesco a far assolvere un mio cliente». Essere figlia del medico condotto del paese – una vera istituzione – la fa anche “custode” di storie o aneddoti della Varzi dell’epoca. Qualcuno che suo padre le raccontò e che ha voglia di condividere con i nostri lettori? «Mio papà non era medico condotto, era medico della mutua (si diceva così) e dentista e per un certo periodo ha lavorato anche nel vecchio presidio ospedaliero di Varzi, affiancando mio nonno che lo dirigeva e il mitico Dott. Luigi Muzio, l’urologo, che collaborava con loro. Ricordi ne ho tantissimi: al riguardo mi piace ricordare quando mio padre mi chiedeva di accompagnarlo al pomeriggio a fare le visite domiciliari e in quel modo ho conosciuto tantissime splendide persone che mi trattavano come una “principessa”, perché ero la figlia piccolina del loro dottore: spaziando da Bagnaria a Menconico, località dove oltre a Varzi, mio padre teneva gli studi». Dei varzesi - è assodato da generazioni – si dice che abbiamo un forte senso di appartenenza che a volte sfocia in una sorte di chiusura e di scontro con altre località vicine. Riconosce questo sentimento nella sua generazione o in quella di suo figlio? «Forse nelle precedenti generazioni, perché sia nella mia che, soprattutto, in quella di mio figlio, gli studi e poi il lavoro ci hanno allontanato entrambi per brevi ed anche lunghi periodi (io ho vissuto a Pavia e poi a Voghera) da Varzi, addirittura mio figlio non si è fatto mai mancare viaggi e soggiorni all’estero dai quali, secondo me, ha imparato a vivere come un cittadino del mondo; la mia generazione meno, e come dico sempre io, noi spesso ci sentiamo “limitati mentalmente” dall’idea dei confini, i nostri figli non più e questo è bellissimo, secondo me. è vero, ho sempre ritenuto “goliardici” gli scontri a cui lei si riferisce ma non ci vedevo e tuttora non ci vedo nulla di male se lo spirito era ed è appunto quello goliardico; quello che invece penso non solo dei varzesi ma anche della Valle Staffora in generale è quella mentalità - che purtroppo è stata secondo me il grande limite di tanti di noi - secondo cui se intraprendere iniziative imprenditoriali significa condividere il successo con altri o arricchire anche gli altri, allora preferisco rinunciare. Io non accetto questo modo di pensare perché la vita mi ha insegnato che il lavoro di squadra porta ad ottimi risultati, inimmaginabili per il singolo».

L’avvocato Claudia Marenzi con la socia di studio, l’avvocato Mariarosa Carisano

Ospedale di Varzi «Potenzierei il pronto soccorso con la predisposizione di una base per un elicottero fisso» Da varzese doc, dove a suo modo di vedere, negli anni è migliorata Varzi? «No, non è migliorata: io la ricordo come una cittadina in cui avevi tutto… ma allora c’era la Zincor e tantissimi negozi che hanno chiuso, anche se pur con questi grandi limiti, lo so, sono di parte, ritengo Varzi ancora la “capitale” della Valle Staffora perché è riuscita a mantenere i connotati di una cittadina, non di un paese: a Varzi c’è ancora tutto quello di cui uno ha bisogno per vivere bene, senza che debba prendere l’auto per cercare qualcosa altrove: palestre, negozi, ristoranti, bar, ospedale, uffici vari, studi professionali, etc. etc. etc.». Dove, di contro, è peggiorata? «Varzi non potrà mai peggiorare perché, non so se accade anche altrove nella Valle Staffora, anche le nuove generazioni, come quella di mio figlio, purtroppo costrette a vivere ed a lavorare lontano, se non tutti i week-end, spesso tornano a Varzi perché mantengono qui le loro compagnie: io questo lo ritengo un valore aggiunto di Varzi». La vede come il punto di riferimento della Valle Staffora come è sempre stata e pensa che negli anni abbia perso un po’ del suo appeal?

«La vedo sempre come punto di riferimento della Valle Staffora, ha perso un po’ del suo appeal ma come si fa oggi a non perderlo? Io viaggio per lavoro, Milano, Roma, etc. ma secondo me, anche le grandi città hanno perso oggi un po’ del loro appeal». Il segnale più incoraggiante che ha colto per il futuro di Varzi negli ultimi anni «Il fatto che vengano avviate nuove attività commerciali e soprattutto già esistano un “call center” ed una Cooperativa che hanno permesso molte assunzioni: quello che a Varzi manca sono un teatro ed un museo storico o delle tradizioni varzesi; d’estate, l’Assessorato competente ha dato vita ad un piccolo cinema all’aperto ed è una lodevolissima iniziativa perchè questi sono i baluardi, secondo me, della cultura, della tradizione e della storia anche nella realtà dei comuni meno popolati, baluardi che non dovrebbero mai mancare sia per una migliore qualità della vita che per il turismo che per le nuove generazioni. Confido moltissimo nella “Greeway” fino a Varzi, i lavori proseguono bene, mi sembra, e nel fatto che finalmente vengano sistemate tutte le strade che portano a Varzi


VARZI e nelle altre località della Valle Staffora perché possa migliorare, con la prima, l’ecosistema della zona e con entrambi, aumentare l’afflusso dei turisti in Valle Staffora». Il segnale più preoccupante invece? «Il segnale più preoccupante per il futuro di Varzi sarebbe la chiusura di quel call center, di quella Cooperativa, dell’Ospedale e degli uffici di zona, perché secondo me, Varzi e la Valle Staffora non possono vivere di solo turismo». Varzi è la Capitale del salame. Qual è la sua opinione in merito: qualità o quantità? «Prima e soprattutto qualità, poi quantità se ciò non avviene a scapito della prima: confido nell’istituzione di una vera e propria Fiera del salame almeno un week-end all’anno con per esempio, il posizionamento di una tendostruttura per la vendita, gli assaggi, etc. ; mi ricordo il successo della Festa della Frutta che si teneva a Varzi quando ero ragazzina...». Varzi è anche il mitico Carnevale che ha fatto divertire intere generazioni e che ha richiamato trasversalmente gente da ogni dove. Ragionando al di là dell’emergenza sanitaria, come mai il Carnevale di Varzi ha perso un po’ della sua tipicità e attrattività nell’ultimo decennio? «Da “mascherina” io non posso che sostenere che il motivo vada ricercato soprattutto nel fatto che abbiano chiuso il cinema e la sala da ballo Comolli: il fascino del carnevale di Varzi era dovuto alla location… se dicessi che è anche perchè oggi non ci sono più le “mascherine” di una volta… non sarei obiettiva…sarei di parte… se guarda oggi la mia storia su Fb… c’è una mia foto col mitico Campari…(Il Campari era la bevanda alcolica tipica del Carnevale di Varzi ndr) Un nuovo teatro sicuramente aiuterebbe a tornare agli “antichi splendori”». Suo nonno e poi suo zio sono stati direttori del vecchio ospedale. Come vede lei oggi “nuovo” ospedale?

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A suo giudizio è necessario intervenire riadattandolo? In che modo? «Mio nonno Gino Marenzi ha diretto il vecchio ospedale che era situato dove oggi è sorto l’asilo comunale. Forse la domanda andrebbe fatta a mio zio Vittorio che per anni è stato il primario della Medicina dell’ospedale di Varzi. Quello che penso io? La verità? Io potenzierei il pronto soccorso con la predisposizione di una base per un elicottero fisso a Varzi perché credo molto nel concentramento delle specializzazioni ospedaliere, mentre temo le dislocazioni, ma penso che i pronto soccorsi debbano essere potenziati e che vi debbano essere più mezzi anche di terra, sempre presenti, che trasportino i malati dalle zone periferiche agli ospedali». Varzi ha conosciuto tanti avvocati illustri, ne ricorda qualcuno in particolare e perché? «Io conosco di nome l’Avvocato Negri, ma penso di non averlo mai conosciuto personalmente: conoscevo le sue figlie e le loro famiglie perché erano amiche di mia mamma. Altro illustre avvocato di Varzi è stato Angelo Giacobone presso cui ho svolto, a Voghera, la pratica: oggi a Varzi siamo in diversi e operiamo tutti anche a Varzi e questa è la dimostrazione che Varzi è ancora viva ed è ricca di studi professionali, non solo legali e questo per me, è un valore aggiunto». Insieme all’avvocato Marcello Lugano ha redatto una sorta di “Manifesto” sull’incostituzionalità delle leggi anticovid. Come è partita questa idea? «L’iniziativa è partita dall’Avv. Lugano, che conosco da una vita, essendo lui poco più giovane di me anche da un punto di vista professionale e siamo oltre che colleghi, amici anche da lunga data: veniamo entrambi da una scuola in cui ci hanno insegnato, prima delle tecniche di avvocato, i principi basilari del vivere civile, del buon senso oltre che ovviamente le norme di diritto tra le quali spiccano quelle costi-

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«Sono stata tentata dal fare il sindaco di Varzi in ben due occasioni in cui me l’avevano richiesto persone amiche: ho rinunciato in entrambe» tuzionali e quando ci imbattiamo in decreti come quelli a cui lei fa cenno, che violano diritti tutelati addirittura dalla nostra Costituzione e che in quanto tali, non si possono eludere con siffatti provvedimenti, non possiamo che inorridire ed essere pronti a difendere, noi per primi, la nostra Carta Costituzionale e quindi la libertà, il lavoro, etc. etc. etc.». Lei è un avvocato di successo, ma prima ancora una donna con grinta ed energia da vendere. Ha mai pensato di entrare in politica? «Non ho mai pensato di entrare in politica, come aveva fatto mio nonno materno, Cipriano Palli, che per anni è stato amministratore provinciale e si era battuto perché restasse il trenino della Voghera/Varzi e poi, dopo la sua soppressione, perché detta strada venisse realizzata a doppie corsie anziché come è rimasta ancora oggi, ma purtroppo anche allora, la sua idea è stata sacrificata per idee meno “nobili” e meno “interessanti” per la popolazione locale ma qui mi fermo, non intendendo polemizzare con nessuno, tanto meno rinvangare il passato. Per quel che mi riguarda, sono stata tentata dal fare il sindaco di Varzi in ben due occasioni in cui me l’avevano richiesto persone amiche: ho rinunciato in entrambe perché essendo io una libera professionista, e pure una mamma, ritenevo che da

un lato, l’impegno che metti in queste cariche deve essere totale per il rispetto che devi alla comunità e fare in contemporanea l’avvocato e la mamma avrebbe sicuramente ostacolato un impegno siffatto a danno del Comune e dall’altro lato, ritenevo che quella dedizione totale a quest’ultimo avrebbe potuto, a lungo andare, danneggiare gli interessi dei miei clienti e di mio figlio, a meno che la squadra di cui avrei fatto parte meritasse la mia totale fiducia durante le mie assenze; purtroppo non conoscevo bene i miei compagni di lista, non avevo neppure il tempo di conoscerli meglio e non potevo permettermi di fare queste valutazioni “a posteriori”, rinunciando ad un mandato dopo essere stata eletta. A casa Marenzi mi hanno sempre detto che un medico o un avvocato non dovrebbero mai scendere in politica, io invece ritengo che lo si possa fare ma unicamente se si ha una squadra di cui ci si fida ciecamente e che abbia la tua stessa voglia e passione, perché come ho già detto, credo molto nel lavoro di squadra che dà ottimi risultati quando si è leali l’uno verso l’altro e nessuno prevarichi gli altri per i propri interessi personali o per mania di protagonismo». di Silvia Colombini


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FORTUNAGO

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«Le vendite sono incrementate. La gente forse ha imparato a diffidare dai centri troppo affollati» Di Giuliano Cereghini “Vasco” si chiamava. Era un maestoso toro di razza piemontese, per la verità un gigantesco “fassone piemontese” di oltre dieci quintali. Brucava libero sulle colline di Sant’Eusebio di Montepico in un tardo pomeriggio di settembre. Vicino a lui una graziosa manza della stessa razza, sceglieva l’erba migliore da ingurgitare velocemente per ruminarla in pace al calar della sera. Lo guardava di tanto in tanto, orgogliosa di aver fatto l’amore con un maschio siffatto: una buona discendenza era assicurata, forte e sana come forte e spavaldo era Vasco. L’avventura era iniziata sul far del mattino di una meravigliosa giornata del settembre oltrepadano, dolce, luminosa e nel contempo melanconica, come sanno essere le giornate d’autunno che preparano i rigori dell’inverno. “Pazienza” questo era il nome della splendida fassona, razza piemontese dall’altisonante nome scientifico “Bos taurus taurus”, si era avvicinata al superbo maschio e questi, annusandola ed arricciando il naso, aveva intuito che la giovenca voleva coccole, carezze, per dirla in parole povere, voleva far l’amore. Loro, gli animali, non hanno tempo da perdere come gli umani, la stagione dell’amore reclama le sue regole e loro le seguono ben felici di collaborare al mistero dolce della vita. A Vasco poi, non parve vero di fare il proprio dovere di riproduttore, concorrere al miracolo della procreazione e divertirsi pure, l’impunito! Nove lunghi mesi, di attese di speranze, di calcetti del vitellino già biricchino prima ancora di nascere. L’impertinente reclamava la sua voglia di esserci, con colpetti che la mamma sopportava felice con materna dedizione. Passarono i mesi, passò l’inverno, la primavera e, alle prime avvisaglie dell’estate, la gestante capì che il suo tempo era venuto. La mucca si agitava, si coricava e tornava a rialzarsi di colpo mentre il suo custode romeno Giovanni detto Giuàn, un giovane gigantesco di una quarantina d’anni, maritato Petro (da Petronella, non Petronilla), innamorato del suo lavoro e dei suoi animali, l’accarezzava e la tranquillizzava con parole dolci appena sussurrate. L’uomo continuò nei lavori di riordino della stalla ma capì che il parto sarebbe stato difficile. Per tale ragione avvertì il suo capo, Picchi Silvano, Jaio per gli amici, che prontamente lasciò il lavoro a cui attendeva per recarsi presso la stalla. Un furioso temporale che sino a quel momento aveva guatato uomini e cose in attesa di scatenarsi, esplose in tuoni, lampi e acqua a catinelle. I due uomini aiutandosi a vicenda, assistevano la povera

bestia che stava per mettere al mondo il suo vitellino anzi, il vitellone di oltre cinquanta chilogrammi. Il temporale infuriava con raffiche di vento che penetravano le finestrelle semi chiuse della stalla e bagnavano i nostri eroi intenti in operazioni delicate che non permettevano distrazioni di sorta. Dopo un lungo travaglio fatto di muggiti, gemiti e sbuffi della povera bestia, improvvisamente il miracolo della natura si materializzò nella grande sagoma di un vitellino che, prima non voleva nascere ed improvvisamente si era lanciato sul grande letto di paglia senza dar tempo ai due assistenti “ginecologi” di attutirne il violento impatto. Giuàn e Silvano in ginocchio davanti al neonato che non dava segni di vita, gli parlavano dolcemente, come solo ai figli si usa fare, lo incitavano a respirare, a combattere, a vivere in buona sostanza. Il piccolo dopo poco, iniziò a respirare piano, a muoversi e ad aprire gli occhioni girandoli or verso Giovanni, or verso Silvano. Tentò di mettersi in piedi ma cadde in avanti tra le risa dei due. Ritentò più volte ma non riusciva a stare in piedi. I due smisero improvvisamente di ridere ed esaminarono da vicino l’animaletto. Purtroppo, una zampina anzi, una gambina era spezzata. Il lungo travaglio, le difficoltà nella nascita, forse l’improvviso tuffo al suolo, avevano determinato l’infausto esito. A memoria di Silvano, che negli ultimi vent’anni ha visto nascere circa 1500 vitelli, mai era accaduta una vicenda simile. Il veterinario avvertito del fatto ed impossibilitato ad intervenire, aveva consigliato l’ingessatura del piccolo arto affidato all’esperienza veterinaria del padrone di casa. Muniti di bende gessate e di un’asticella metallica i nostri eroi avevano fasciato la gambina del piccolo “Coker”, così avevano battezzato il vitellino per via delle orecchie abbassate a mo di spaniel inglese. La bestiola non si lamentava, non si muoveva neppure mentre assisteva alle operazioni mediche: sgranava i grandi occhioni, muoveva ritmicamente le grandi orecchie abbassate senza un gemito o un pur tenue lamentino. Anzi, mentre la mano di uno dei due operatori gli passava davanti al musetto, non trovò di meglio che afferrare l’indice proteso di Giovanni e di mettersi a succhiarlo: l’aveva scambiato per la poppa della mamma! Dopo poche ore, Coker aveva imparato a camminare pur con la gambina ingessata. Anzi con incedere buffo, persino a correre verso la turgida tettarella della mamma che leccava e guardava con orgoglio il suo piccolo mentre succhiava avido il latte caldo e con lievi testate contro il ventre, ne sollecitava il rilascio. Dopo una settimana, il birbante cresceva e con lui, la gambina infortunata.

Stefano Picchi assiste il vitellino appena nato

Silvano Picchi è un giovane imprenditore agricolo o, come ama definirsi, un contadino dell’Oltrepò, con azienda agricola, allevamento di frisone piemontesi e suini autoctoni e spaccio carni bovine e suine

Su consiglio veterinario e alla presenza dello stesso, i due infermieri lo coadiuvarono nella sostituzione della fasciatura gessata con non poca difficoltà in quanto il piccolo demonio, contrariamente al primo intervento, si agitava come un ossesso. L’erculea forza di Giovanni lo inchiodava delicatamente a terra mentre Silvano provvedeva al bendaggio gessato. Superato il piccolo handicap, Coker cresceva bene, saltava e sgrullava come e meglio dei suoi cuginetti, succhiava geloso il latte di mamma, sollecitandola con colpetti sempre più forti, con testate sempre più imperiose, il biricchino! Al pascolo giocava con tutti ma non lasciava avvicinare nessuno alle tettarelle materne: va bene il gioco ma a pranzo e a cena alla larga, ognuno a casa sua o, per meglio dire, ognuno alla sua poppa! Lunga vita al mitico Coker! Lunga vita a mamma Pazienza per la... pazienza messa in campo con il discolo e, per ultimo ma non ulti-

mo, lunga vita a Vasco, al suo piacevole lavoro riproduttivo se i risultati sono questi, rappresentati dallo splendido prodotto descritto. Forse è una favola. Sembra una favola ma in realtà, le foto lo testimoniano, è un fatto avvenuto verso la metà del mese di giugno del funesto anno 2020. Anche Coker ha pagato lo scotto di quest’anno bisestile malefico e funesto. Per fortuna lui non vi ha rimesso le penne anche grazie alle amorevoli cure prestate dal buon Giovanni e da Silvano. Chi non conosce a fondo i valori veri del mondo rurale non può capire fatti come quello raccontato; chi pensa che l’allevamento del bestiame ricordi i lager d’internamento e di sterminio nazisti, dovrebbe almeno una volta assistere al parto di un animale e all’apprensione dei custodi, dovrebbe ammirare questi bovini liberi di scorrazzare per boschi e prati per cinque mesi all’anno, dovrebbe soffermarsi ad ammirare l’incedere ritmi-


FORTUNAGO co ed elegante di una gallina che razzola libera nel cortile, un vitellino che poppa sgrullando come un pazzo, libero di vivere, crescere e correre felice. Chi si dedica all’allevamento vero, non alle gabbie di concentramento, merita il nostro rispetto e, personalmente, la mia ammirazione. Soprattutto i giovani che stanno tornando all’agricoltura. Picchi Silvano è stato un precursore di questi ritorni. è un giovane imprenditore agricolo o, come ama definirsi, un contadino dell’Oltrepò, con azienda agricola, allevamento di frisone piemontesi e suini autoctoni e spaccio carni bovine e suine a Sant’Eusebio nel Comune di Fortunago. Per la verità le carni suine le confeziona con l’aiuto di Santino Bagini suo cugino, in splendidi salamini, cotechini, pancette, coppe e salami, realizzati con tutte le carni del maiale e stagionate naturalmente. Picchi ci racconti i suoi inizi «Tanti anni fa, ormai ho cinquant’anni, ultimati gli studi, trovai lavoro presso l’Ipermercato di Montebello. Trascorrevo le mie giornate tra scaffali, fornitori, bolle e fatture ma la mia mente era sempre a Sant’Eusebio. Al mattino l’uomo Silvano saliva in macchina e raggiungeva Montebello, ma l’anima, il cuore e la sua mente rimanevano al paese. Dopo pochi mesi, decisi di smetterla di soffrire, rassegnai le dimissioni da impiegato ed iniziai la mia attività in paese». Iniziò subito ad allevare bestiame? «No. Mio padre Piero e mio zio Mario, il mitico Pänä, erano dediti all’agricoltura in generale ed in particolare alla frutticoltura e sua commercializzazione. Mele, pere, susine, ciliege, pesche e albicocche erano il frutto gustosissimo delle loro fatiche (frutta maturata a quattro-cinquecento metri d’altezza). La concorrenza con merce prodotta in pianura, di scarsa qualità e bassissimo prezzo, convinse i produttori a riconvertire l’azienda. Qualche anno prima lo zio Mario, con il fiammeggiante camioncino rosso, aveva acquistato una prima mucca frisona. il frutto di questa e

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successivi innesti dall’esterno, avevano formato un piccolo allevamento di circa quindici bovine e altrettanti vitelli». Chi credeva di più in questa nuova attività? «Tutti, io mi stavo innamorando dell’allevamento. Necessitavano locali giusti. Prima affittando le stalle di Ponticelli e poi costruendo una stalla moderna dove gli animali sono liberi da catene e da imposizioni, risolsi il problema. Oggi ottanta mucche e due tori, a pascolo brado per almeno cinque mesi l’anno, producono settantacinque vitelli di media. I maiali vengono acquistati lattonzoli e cresciuti a crusca, erba e granoturco sino all’inverno successivo. Gli insaccati e le deliziose carni di fassona, sono offerte al pubblico nella bottega spaccio di Sant’Eusebio». Il Covid, la maledetta pandemia del 2020 ha influito sulla commercializzazione dei suoi prodotti? «Fortunatamente no, anzi, le vendite sono incrementate. La gente forse ha imparato a diffidare dai centri troppo affollati e la clausura imposta, ha convinto qualcuno a cucinare prodotti autentici e genuini. Un cliente mi ha telefonato recentemente raccontandomi che, dopo aver acquistato un bollito di un bue grasso di oltre 11 quintali da me sacrificato per le feste, aveva riassaporato profumi e sapori che pensava d’aver smarrito. (Ha usato le parole udù e sävùr che forse rendono meglio l’idea)». Perchè ribatte a chi la definisce agricoltore, guardando negli occhi l’interlocutore e scandendo in italiano, “contadino, io sono un contadino”? «Non amo granché la parola agricoltore, coltivatore del campicello. Io sono altro, sono contadino nell’anima e nei miei atti quotidiani. Contadino deriva dal medioevale contado. C’è qualcosa di nobile nel nome e nella missione che non è solo la manuale coltivazione della terra: è veder crescere una pianta, vedere le mie bestie al pascolo libere di scorrazzare tra i miei splendidi monti; è un vitellino che succhia il latte con leggeri colpetti alla tettarella

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Il piccolo Coker e la madre Pazienza

al che la mamma lascia meglio defluire il liquido vitale; è sfalciare l’erba medica e sentirne l’odore intenso; è un’alba e un tramonto, una goccia di rugiada che brilla sotto il primo sole. È tutto questo e tanto altro che non so ben spiegare». Non me ne voglia Silvano o meglio, amico Jaio: lei è ancora signorino, negli ultimi tempi la vedo “alquanto preso, direbbe Bagio”, che mi dice dell’amore? «Amico Giuliano, curiosissimo amico mio: l’amore è un tal mistero, una tale meraviglia, un sogno talmente bello che, il solo parlarne lo sciupa, lo rovina. Quindi, non per scortesia ma per custodire una fortuna meravigliosa quando capita, non ne parlo». Mentre Silvano giustamente pensa all’amore anche se non ne parla (per la sua terra, per albe e tramonti infuocati, che avete inteso?), CoKer ha sospeso le sue corse in campagna, vive in un grande recinto, raramente si corica in stalla. Lui è un duro, dorme sull’erba o sul cemento della grande platea antistante la stalla incurante della neve, del freddo o della

«Ottanta mucche e due tori, a pascolo brado per almeno cinque mesi l’anno, producono settantacinque vitelli di media»

pioggia. Lui è un duro, lui è figlio del grande Vasco e della dolcissima Pazienza. Considerati i quarti di nobiltà e le forme perfette diverrà uno splendido riproduttore, brucherà pascoli che sanno di storia perchè adiacenti al Castello di Montepico e sgrullerà felice dopo aver fatto il suo dovere riproduttivo e il suo piacere di vecchio e impenitente mandrillo.



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Mons. Marco Daniele lascia Casteggio per Voghera Venerdì, 1 gennaio 2021, finalmente fuori da un incubo. Per chi crede all’astrologia la congiunzione Giove Saturno in acquario porterà un anno di rinascita, di speranze e di cambiamenti, per tutti i segni dicono gli esperti. Chi invece crede nei valori cristiani che ci hanno insegato i nonni, il primo giorno dell’anno va a Messa. L’austera figura di Mons. Marco Daniele di bianco vestito, si staglia sull’altare del Sacro Cuore di Casteggio. Lo guardo e penso che il Sacerdote, tra pochi giorni, lascerà Casteggio per la prestigiosa sede di Voghera, la più grande Città della Diocesi di Tortona. Felice per il riconoscimento ad un grande Pastore d’anime, ma triste perchè non sarà più a Casteggio. Marco Daniele nasce a Tortona il 13 maggio 1969, ma Lui è di Viguzzolo, da Renzo, purtroppo deceduto nel 2006 e da Carla fiera di essere contadina d’origine e fiera del “mio don” come definisce il figlio a chi chiede di Lui. Un fratello più grande e una sorellina più piccola. Viene ordinato Sacerdote il 18 settembre del 1993. Che disse mamma alla notizia della Sua vocazione? «Entrambi i genitori contentissimi, mamma “se è la strada che il Signore ha scelto, vedi di percorrerla bene”. Non ho avuto resistenze ma incoraggiamenti». Dal 1993 al 2002 viene ordinato Viceparroco di Novi Ligure. Dal 2002 al 2007 con don Paolo Padrini, viene assegnato alle Parrocchie di Redavalle, Santa Giuletta, Pinarolo Po e Barbianello. Dal 2002 al 2014 occupa il prestigioso seggio di Rettore del Seminario interdiocesano di Alessandria comprendente le diocesi di Asti, Acqui Terme, Casale, Tortona e Alessandria. Nel 2014 torna in Oltrepò con un preciso mandato di S.E. Mons. Vescovo Martino Canessa: accorpare le tre parrocchie di Casteggio, S.Cuore, S.Pietro e Mairano a quella di Oliva Gessi. Nasce la Comunità pastorale di San Luigi Versiglia. Nel secolo scorso la Diocesi di Tortona ha avuto due Santi: San Luigi Orione fondatore della Piccola opera della Provvidenza e San Luigi Versiglia da Oliva Gessi, martire in Cina. A Casteggio l’allora don Marco si rimbocca le maniche, incrementa le attività esistenti di catechismo e grest estivo e promuove nuove iniziative quali la Caritas Parrocchiale, un sereno confronto sul grande tema della povertà ed i mezzi per farvi fronte. Non solo in termini materiali con aiuti, ma in termini spirituali con la creazione di un centro d’ascolto e, seguendo i dettami dello Statuto della Caritas, cercando di educare la comunità alla carità.

«Voghera, la città più grande della Diocesi non è poca cosa, diventa una sfida»

Mons. Marco Daniele

L’aspetto più visibile è la fornitura ai poveri del pane quotidiano. Pane del giorno prima ma, come diceva il grande giornalista Enzo Biagi, il pane di ieri è buono anche domani, pensando appunto alla carità. “Il Compito della Caritas non può essere la soluzione di tutti i problemi, però deve aiutare la comunità a crescere nell’essere realtà che vive la carità”. Altro fiore all’occhiello della missione pastorale di Mons. Daniele a Casteggio è la nascita di una Scola Cantorum diretta dal Maestro Giuseppe Ascagni, Sindaco di Oliva Gessi, con quasi 100 componenti. Non è un coro da concerti, ma un grande coro legato alla liturgia. A proposito di Oliva Gessi e del suo Sindaco, Lei un giorno ha definito gli olivesi una “macchina da guerra” me lo conferma? «Non solo lo confermo, ma lo ribadisco: in qualsiasi occasione, per ogni avvenimento la comunità del piccolo comune si attiva coesa e disponibile. Nulla e nessuno li ferma. Sicuramente la figura del Santo, cui viene conservata l’abitazione, funge da collante materiale e spirituale. Nei momenti di allegria, nelle feste o nei momenti tristi la comunità è unita e partecipe». Monsignore di una sua predica mi è rimasta impressa una frase: “Come diceva S.Paolo noi siamo i collaboratori della vostra gioia”. Lei concluse affermando che tutti noi dobbiamo essere testimoni del Vangelo della gioia. Mi perdoni, anche nel 2020? «Certo, anche nel tragico anno appena concluso. Di qualsiasi accadimento umano siamo portati a sottolineare la negatività ma, a ben vedere, nostro Signore ci riserva anche delle grazie. Le faccio un esempio: il primo gennaio del 1944, in

pieno periodo di guerra, i nostri nonni si saranno fatti gli auguri, avranno sperato in mesi più belli nonostante la guerra? La risposta è sicuramente sì; confidavano nella pace, nel riscatto, nella speranza di giorni sereni. Un tragico anno come quello concluso ci ha insegato cose desuete, la solidarietà, il rispetto, un senso di comunità nonostante manchino alcuni aspetti essenziali quali un abbraccio, una stretta di mano, una paca sulla schiena. Un anno triste ci ha dato le sagge parole di Papa Francesco e a Casteggio, nel nostro piccolo, 18 battesimi». Durante la visita pastorale di Monsignor Vittorio Viola nel 2018, lei mi invitò nella sala dell’oratorio del Pistornile con il neo eletto sindaco dei ragazzi della scuola media di Casteggio, il piccolo grande uomo che risponde al nome di Amedeo Signorini. Ricorda lo stupore del Vescovo e le sue parole di sincera ammirazione per il pargolo? «Ricordo benissimo l’avvenimento perchè ha stupito anche me. Non preannunciai la visita e, quando lei entrò e avvicinò il Vescovo con il giovane Sindaco tra due ali festanti di ragazzi, mi rivolsi a S.E. per presentare l’ex Segretario Comunale che aveva curato per la Media di Casteggio un corso di Educazione Civica al termine del quale era stato eletto il giovane Sindaco Amedeo. Il Vescovo in queste situazioni ha comportamenti eccezionali di umanità e di ascolto e, nel caso ricordato, dopo aver fatto alcune domande sul significato della carica e sui programmi del neo Sindaco, ottenuto risposte complete ed esaurienti con un eloquio degno di persona adulta e preparata, rimase realmente colpito dall’esposizione e dalla sicurezza del ragazzo.

Non era un comportamento di facciata tant’è che, in vostra assenza, ebbe a dirmi “ma da dove salta fuori questo piccolo fenomeno”?». Monsignor Daniele sinora abbiamo parlato di passato, il Suo presente si chiama Voghera, il suo futuro chissà, non poniamo limiti alla Divina Provvidenza. «Arrivo in una realtà che conosco, perchè conosco e ringrazio i Sacerdoti che mi hanno preceduto. Da loro è stato impostato un cammino che è il mio cammino. Certamente la città più grande della Diocesi non è poca cosa, la vita di una simile realtà è sicuramente diversa dalla realtà di un paese più piccolo, diventa una sfida. In questi tempi diventa una sfida che sono lieto ti raccogliere unitamente alla comunità tutta che mi saprà supportare. S.Paolo arriva a Corinto grande città portuale dell’antichità. Si smarrisce e si rivolge a Nostro Signore che con parole pacate gli dice “non ti preoccupare, qui ho un grande popolo”. A Voghera anch’io ho un grande popolo col quale camminerò in armonia. Senza nulla togliere alle realtà di questi ultimi anni, il Duomo, entrare nel grande Duomo di Voghera, provoca un certo timore reverenziale. Le mura consegnano una storia che proverò a scrivere in punta di piedi e con spirito di servizio per la comunità». Lascio il piccolo ufficio di Mons. Marco convinto di aver intervistato una persona speciale prima ancora del Sacerdote che sa e vuole essere. Mi parlava di “macchine da guerra” durante l’intervista. Ecco, la sensazione che Lui e S.E. Vittorio Viola, siano le vere macchine da guerra, spirituali, culturali e teologiche della nostra amata Diocesi. Lo dico a Monsignore che scoppia in una fragorosa risata. di Giuliano Cereghini



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Salvatore Seggio: «Lorenzo Vigo? Un buon amministratore» è stato uno dei consiglieri comunali di maggioranza più “chiacchierati” della Giunta Callegari, più volte si era detto deluso dall’operato della sua squadra e più volte ne aveva preso le distanze. Nel 2016 l’annuncio delle sue dimissioni da capogruppo di maggioranza suscitarono non poche polemiche e poi “la guerra” con l’allora sindaco sull’area Venco che lo portò - attraverso una petizione - a raccogliere 700 firme. «Siamo stati eletti per rappresentare le volontà dei cittadini, non per gestire la cosa pubblica come se fosse la nostra . Noi amministratori possiamo affermare di essere orgogliosi di rappresentare i cittadini solo quando si compiono scelte coerenti con le reali necessità, quando si rispettano i programmi elettorali e le promesse fatte agli elettori, non quando a strada in corso si cambiano le carte in tavola». Così diceva Seggio nell’ormai lontano 2017 dalle pagine di questo giornale. Nel frattempo a Casteggio si è andati a nuove elezioni, era il 2019 e Salvatore Seggio, candidato alla carica di Primo cittadino tra la compagine leghista viene “sconfitto” da Lorenzo Vigo, considerato l’erede naturale di Lorenzo Callegari. 1231 voti contro 1869. Oggi Salvatore Seggio è capogruppo di minoranza, lavoro che continua a fare con forza e passione ma meno in “trincea” grazie anche al «rispetto reciproco» con l’attuale sindaco. Nell’attuale amministrazione lei è capogruppo di minoranza, ma rispetto e paradossalmente alla precedente amministrazione Callegari, dove lei era in maggioranza, sembra che i rapporti con la Giunta siano più distesi. Ci conferma questa sensazione? «Assolutamente sì. Il dottor Lorenzo Vigo, che sta mostrando ad oggi ampia disponibilità oltre ad essere un buon amministratore, è coetaneo di lunga data. Personalmente, aldilà dell’attività politica che ci ha visti avversari indiretti, godiamo di rispetto reciproco come mostrato nella competizione. Tralasciando la sfera personale, posso tranquillamente manifestare che c’è un buon rapporto, frutto di coinvolgimento da entrambe le parti e la voglia di mettersi in discussione sempre, assumendoci le proprie responsabilità». Due anni tra le fila della minoranza. Un bilancio positivo? «è difficile presentare un bilancio circa l’attività svolta specialmente nell’ultimo anno. L’alluvione prima e la pandemia poi hanno condizionato il modus operandi nella gestione politica dell’attività amministrativa. L’obiettivo è sempre stato quello di confrontarsi politicamente con

Salvatore Seggio, capogruppo di minoranza

«Oggi, come durante la campagna elettorale, possiamo manifestare il coinvolgimento e la presenza diretta dell’Onorevole Lucchini ogni qual volta vi sia la necessità» la forza di maggioranza nel rispetto dei programmi elettorali presentati ai cittadini in campagna elettorale e da tutte le persone coinvolte nell’ultima tornata amministrativa. Poi purtroppo ci siamo ritrovati a gestire una situazione dura nelle sue avversità mai capitata sino ad ora, che ha presentato criticità nella gestione della sanità, del sociale e del lavoro in ambito nazionale e che ha avuto ripercussioni di riflesso sui territori. Come forza di minoranza ad oggi abbiamo mostrato ampia collaborazione, ci siamo confrontati con gli uffici comunali a seconda delle criticità presentate e abbiamo manifestato un atteggiamento costruttivo nell’interesse della collettività, come nostro solito fare, accantonando personalismi non consoni al nostro modo di operare». Lei si era proposto alle elezioni comunali del 2019 con un partito forte alle spalle, la Lega. Secondo lei cosa non ha funzionato? «Nell’ultima tornata amministrativa ab-

biamo presentato una credibile alternativa all’amministrazione uscente guidata da Callegari, incentrata sulle persone e sui programmi e ne è da testimonianza il buon risultato ottenuto. Casteggio, come tutti i piccoli territori, ha mostrato ampi margini di differenza e sensibilità tra il risultato comunale rispetto a quello europeo del momento, spostando equilibri a seconda delle persone candidate e chiamate in causa. La nostra lista civica “Si cambia” è stata appoggiata dalla sezione locale della Lega per la condivisione di programmi e di visione di un paese che a nostro avviso necessitava di un cambio di marcia rispetto alla guida Callegari sindaco e non dei suoi collaboratori». Tornasse indietro stringerebbe alleanze - Voghera docet - con un altri partiti, ad esempio Forza Italia? «Io posso solo dire che la condivisione di progetti, idee e programmi hanno tracciato la strada verso la competizione amministrativa. Il desiderio più grande era quello di dare una chiara ed inequivo-

cabile conduzione amministrativa e linea politica affrontando criticità e programmi rispetto agli ideali di partito, creando un rapporto diretto con i parlamentari del territorio, riferimenti preziosi ed essenziali come quello dell’Onorevole Elena Lucchini. Oggi, come durante la campagna elettorale, possiamo manifestare il coinvolgimento e la presenza diretta della parlamentare ogni qual volta vi sia la necessità, motivo per la quale la strada intrapresa era una possibilità valida per i cittadini, le attività commerciali , le associazioni e tutte le persone coinvolte nell’ambito territoriale». Il 2020 è stato un anno difficile sotto tanti punti di vista. Sull’operato dell’amministrazione si sente di muovere critiche o crede che non sia il momento di criticare ma di aiutare, come minoranza? «Dal mio stretto punto di vista sarebbe stato opportuno e di aiuto un anno “bianco” ove i cittadini, le piccole e medie imprese e le associazioni fossero state estromesse da pagamenti di tasse e bollette o di una cassa integrazione puntuale in sostegno di quei lavoratori in difficoltà. Purtroppo gli aiuti e il sostegno economico da parte del governo arriva a stento e in ogni caso solo una misera parte rispetto ai fatturati reali: ciò rende tutto particolarmente difficile e critico, soprattutto in ambito comunale dove si fa il possibile per supportare le difficoltà che si manifestano». Come si aspetta da questo 2021? «La speranza che le cose possano migliorare, oggi come non mai, deve necessariamente essere supportata da una programmazione seria, credibile ed efficace in ambito sociale , lavorativo e sanitario. Questa è la strada percorribile che può quantomeno sostenere e dare speranza nell’affrontare con consapevolezza le difficoltà che si presenteranno. In ogni caso il nuovo anno è iniziato portando gli strascichi di quello precedente, con la grossa e non indifferente possibilità del vaccino che alimenta le speranze delle categorie più a rischio». Fare programmi è alquanto difficile, ma a suo giudizio qual è l’intervento urgente di cui necessità la città? «Sperando di poter tornare presto a confrontarci politicamente per il bene e la miglioria del nostro territorio e dei relativi servizi cui Casteggio può offrire per le sue grandi potenzialità, credo che molto si debba ancora fare e siamo impazienti di poter tornare alla normalità per poter affrontare questi argomenti nelle sedi e nei luoghi opportuni». di Elisa Ajelli


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MORNICO LOSANA

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“Il professore” e la governante massacrati in villa Monrico Losana, notte tra lunedì 1 e martedì 2 giugno 1960. Luigina Perotti, una ragazza che abita nelle vicinanze di Villa Sassone, viene improvvisamente svegliata nella notte da un urlo di donna. In accurato silenzio controlla all’esterno della sua abitazione, senza però vedere o udire nulla di preoccupante. Convinta che si tratti di un semplice incubo ritorna a dormire. I due giorni successivi la vita a Mornico scorre normale fino a giovedì 4 agosto, quando Giovanni Perotti, il padre di Luigina, nota qualcosa di strano: da due notti Villa Sassone è buia e silenziosa, nessun segnale di vita. Eppure, la Fiat 600 del professor Carrera è parcheggiata al solito posto, e da lunedì non si è mossa di un millimetro. Il giorno prima il postino aveva recapitato una busta sotto la porta della villa, senza suonare, pensando che la domestica fosse andata in paese e sapendo che Carrera leggeva e scriveva nel corso della notte, non voleva eventualmente disturbarlo mentre riposava. Assalito dai dubbi sempre più persistenti Perotti avverte i Carabinieri, i quali immediatamente non rilevano nulla di particolarmente strano. La casa è completamente chiusa dall’interno, se non per una vetrata del salone principale. Poco dopo notano una finestra aperta sul retro, che si affaccia verso il bosco, con tracce di sangue. Prontamente entrano nell’abitazione scoprono quello che verrà mediaticamente conosciuto come “L’Omicidio di Casteggio”. Villa Sassone è una abitazione in stile anni Trenta, circondata da vigneti e da un bosco, a pochi chilometri dalla vicina Casteggio. Venne acquistata da Mario Ismaele Carrera, noto editore varesino ma di origini pugliesi, qualche anno prima. Nato a Laternza (Taranto) nel 1894, dopo essersi diplomato come maestro, pieno di sogni e ambizioni, Carrera lascia la sua terra natale nel 1917 per trovar fortuna al nord. Era un giovane colto, discuteva spesso di sociologia, arte e politica, con aperti sentimenti mazziniani e simpatizzante di un socialismo moderato. Si trasferì a Milano, dove non rimase per molto perché il provveditorato lo trasferì presto a Mornico, dove si era appena liberata la cattedra per l’insegnamento delle classi quarta e quinta. Qui conobbe Ida Marchetti, la maestrina della prima, seconda e terza classe, della quale si innamorò e successivamente convolò a nozze. Dal loro matrimonio nacque la figlia Matelda e la famiglia decise di lasciare Mornico trasferendosi a Varese, dove Carrera venne assunto dal direttore della “Cronaca Prealpina” come un vero e proprio tuttofare di redazione: grazie alle sue abilità,

l’editore Mario Ismaele Carrera e la governante Eva Martinotti

Villa Sassone, giugno 1960: l’omicidio impunito di Ismaele Mario Carrera ed Eva Martinotti in breve tempo diventò l’uomo di punta del giornale. Il “professore” iniziò a scrivere diverse pubblicazioni didattiche per ragazzi che gli valsero numerosi apprezzamenti dalla critica e dagli educatori. Intraprese così la strada dell’editoria, in cui investì tutte le sue energie e risorse economiche fondando la casa editrice “Nuova Italia”. Fu la scelta giusta: in pochi anni arrivarono i primi risultati economici e “il professore” decise di investire i suoi utili in campo immobiliare. Acquistò Villa Sassone a Mornico, località in cui aveva conosciuto l’amore e a cui era rimasto particolarmente legato, e due villini ad Arma di Taggia da destinare ai nipoti. Sì, perché nel frattempo la figlia Matelda si era sposata con il dott. Douglas Sapio Verdirame, noto e stimato dentista di Varese, con il quale aveva già avuto una figlia. Ma la vita del “professore” venne sconvolta dalla malattia della moglie che, dopo un lungo soffrire, si spense proprio nelle stanze di Villa Sassone nel 1953. Rimasto vedovo, Carrera si trasferì per poco tempo dalla figlia, per poi ritornare a Mornico. Villa Sassone era molto impegnativa per essere gestita da una sola persona, serviva l’aiuto di una donna

nell’amministrazione domestica e nelle ordinarie pulizie. Alcuni parenti della defunta moglie gli consigliarono di assumere una giovane del posto, Eva Martinotti, che lavorava presso una fabbrica di bambole a Santa Giuletta. Una ragazza energica e piena di vita, che fu subito simpatica al “professore”, tanto da essere immediatamente assunta. In poco tempo Eva diventò l’anima della villa: Carrera, in piena fiducia, le aveva lasciato intera carta bianca. Trascorrevano sempre più tempo insieme e tra loro si creò un legame sempre più forte, tanto da alimentare numerosi e incontrollati pettegolezzi tra le donne del paese. Ma nulla fu ma ufficialmente confermato. Ma torniamo alla mattina del 4 agosto 1960. I Carabinieri della stazione locale entrano in Villa Sassone. Al pian terreno nulla è fuori posto: nessun’impronta o anomalia. Ma subito dopo, sul pianerottolo delle scale, viene rinvenuto il corpo di Carrera: indossava una canottiera, probabilmente si era svegliato sentendo qualche rumore. Forse proprio quell’urlo udito dalla giovane Luigina Perotti pochi giorni prima. Una scena macabra: è stato massacrato con numerosi colpi alla testa, strangolato con le sue bretelle e soffocato con

un paio di mutande. La gola è squarciata, la dentiera a terra in mille pezzi. Sangue ovunque, perfino sui muri e sui quadri. Poco distante, il corpo della governante: indossa un pigiama a righe, con la testa fracassata e gettata ad annegare nella vasca da bagno. Tanto basta da renderla irriconoscibile. Arrivano immediatamente sul posto i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano: dai primi rilievi della scientifica si intuisce che l’omicida ha colpito da solo, con una “furia selvaggia” e vengono prelevate le prime impronte dal pavimento e dai muri. Iniziano le indagini e i primi interrogatori in paese per conoscere gli ultimi attimi di vita dell’editore e della sua amata governante. Da una prima ricostruzione Carrera arriva a Mornico il 25 luglio, preceduto alcuni giorni prima dalla sua governante, che rimane a Villa Sassone alcuni giorni da sola in compagnia del suo gatto. Alcuni testimoni affermarono di aver visto in quel periodo una macchina color crema, spesso parcheggiata davanti alla villa in assenza di Carrera. Altri, dichiarano che la ragazza avrebbe confessato ad alcuni conoscenti di non voler più andare a Villa Sassone perché non si sentiva più sicura. La notte del massacro Carrera si trovava da solo nella sua abitazione a leggere, come di sua consuetudine, mentre la governante si era recata al cinema di Casteggio a vedere “La stirpe dei vampiri”. Secondo alcune testimonianze avrebbe lasciato, agitata, la sala in anticipo. Tornata a casa, indossa il pigiama e si mette a letto. Carrera rimane nella sua stanza a leggere il giornale quando, secondo gli inquirenti, si sarebbe alzato di colpo dal letto per correre in soccorso della governante, dopo averla sentita urlare. Ed è qui che “il professore” viene aggredito dal suo carnefice, con un fermaporte di marmo ritrovato insanguinato sulla scena del crimine. Ma come avrebbe fatto l’assassino ad entrare indisturbato? Sicuramente è uscito dalla finestra sul retro, come dimostrano le orme insanguinate e da lì potrebbe anche essere entrato. Perché Eva lasciava sempre aperta quella finestra, per dare al suo gatto la possibilità di uscire in giardino. Ricostruite le ultime ore del “professore” e della sua governante, agli inquirenti non resta che capire il movente e scoprire il carnefice. Dalle impronte risulta che l’assassino ha agito da solo e che conosceva bene Villa Sassone dato che le luci sono state spente attraverso l’interruttore generale, non facilmente trovabile. Inoltre, sarebbe entra-


MORNICO LOSANA to disarmato, tanto che avrebbe utilizzato un fermaporte di marmo della villa per commettere l’omicidio. Passano le settimane e le indagini si fanno complicate e confusionali. Si ipotizza un omicidio passionale commesso da qualche spasimante della Martinotti e in paese c’è chi punta il dito contro un ragazzo di Calvignano, che anni priva aveva ucciso una ragazza di Milano per amore. Ma non c’è nulla di fondato e le accuse crollano ancora prima di essere formulate. Spunta addirittura un figlio naturale del “professore”, residente ad Ancona, che riesce subito a dimostrare in modo inconfutabile la sua innocenza. Le indagini si concentrano sulla famiglia di Carrera, nello specifico sul genero Douglas Sapio Verdirame. Alcuni testimoni riconoscono la Fiat 1100 del dentista, come quella vettura verdeblu targata Varese vista più volte davanti a Villa Sassone in assenza del “professore”. Si scopre che Eva aveva iniziato a gestire parte del patrimonio di Carrera, il quale fiducioso l’assecondava, creando non pochi problemi con la figlia e il genero. Sapio Verdirame cerca da subito di far crollare le accuse su di lui, con numerose tesi a suo favore e affermando che l’eredità dell’editore era si cospicua, ma non da far rischiare un ergastolo. Secondo il dentista l’assassino poteva essere un operaio che aveva fatto i lavori nella villa o un amico di Eva, magari invaghitosi di lei. Vengono ricostruiti gli spostamenti del genero la notte dell’omicidio. Alle 19:00 di lunedì primo agosto parte da Arma di Taggia, a bordo della sua Fiat 1100. Il viaggio dura molto, con diverse soste ad Imperia, Savona e Acqui, località dalle quali invia tre cartoline alla famiglia. Prosegue il suo viaggio passando per Alessandria, Novara, Oleggio e Gallarate, arrivando a Varese alle 4:30 del mattino. Ma nessuno poteva confermare la sua tesi. Secondo la polizia, all’altezza di Tortona, il dentista avrebbe potuto deviare verso Casteggio per raggiungere velocemente Mornico e commettere il crimine.

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Douglas Sapio Verdirame fu arrestato e portato nel carcere di Voghera con l’accusa di aver ucciso il suocero e la sua domestica. Nel novembre del 1962 il tribunale di Pavia lo assolve per insufficienza di prove Douglas Sapio Verdirame con la moglie Matelda Carrera A ulteriore sfavore di Sapio Verdirame compare la testimonianza di un benzinaio di Varese: costui afferma che nei primi di agosto un signore elegante gli aveva portato a lavare la sua Fiat 1100 verdeblu e che gli aveva raccontato di “un ferito raccolto per strada” per giustificare le macchie di sangue presenti all’interno della vettura. Questo basta per arrestare il dentista di Varese: il 20 agosto 1960 viene rinchiuso presso il carcere di Voghera e qui vi rimane fino al 31 ottobre, giorno della scarcerazione in libertà provvisoria. Sapio Verdirame riesce nel frattempo a costruirsi una difesa inattaccabile: durante un confronto, il benzinaio di Varese ritorna sui suoi passi e dichiara di non riconoscere né l’automobile, né il cliente. Gli esperti contattati dalla difesa dimostrarono che non è possibile stabilire che entrambi gli omicidi fossero stati compiuti quella notte, che il movente non poteva reggere e che gli omicidi sono stati compiuti in maniera impulsiva, non premedi-

tata. Inoltre, mentre l’accusato si trova in carcere, qualcuno riesce a forzare i sigilli e ad entrare in Villa Sassone, probabilmente per manomettere alcune prove. Sempre secondo la difesa, i due decessi sarebbero stati commessi in orari differenti, perché le tracce dei piedi della ragazza sono state rinvenute sparse un po’ ovunque. Prende così ipotesi del delitto passionale, con una nuova ricostruzione dei fatti, basata sulle “molte avventure” attribuite alla giovane governante. Secondo una nuova ricostruzione Eva, al suo rientro da Casteggio, non sarebbe andata a dormire, ma sarebbe rimasta alzata, dato che il letto si trovava ancora intatto, per incontrarsi con un ospite. Una volta giunto quest’ultimo, sarebbe iniziata un’accesa discussione. Sentite le urla della ragazza Carrera avrebbe scoperto l’aggressore, il quale lo avrebbe colpito con un pugno facendolo rotolare dalle scale, per poi raggiungerlo e finirlo.

In un secondo momento avrebbe obbligato la governante a pulire alcune tracce, per poi ucciderla col fermaporta di marmo. La morte a distanza dei due sarebbe confermata anche dagli esiti delle autopsie: nello stomaco di Carrera erano ancora presenti tracce della cena, in quello della governante no. Sulla base di queste affermazioni, nel novembre 1962 il tribunale di Pavia assolve Douglas Sapio Verdirame per insufficienza di prove. A distanza di sessant’anni il mistero di Villa Sassone aleggia ancora sopra Mornico. Molti sono gli interrogativi ancora aperti: chi ha ucciso il sessantaseienne Mario Ismaele Carrera e la ventinovenne Eva Martinotti? Con quale movente? Ma soprattutto, chi ha infranto i sigilli della villa e per quale motivo? Domande a cui forse non avremo mai una risposta.

di Manuele Riccardi


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residenze per anziani: il più alto numero di strutture è in oltrepò

«L’ATS di Pavia, dati alla mano, è una delle migliori a livello nazionale» Sin dall’inizio dell’epidemia si è discusso sulle criticità del sistema sanitario, sia nazionale che regionale. Come sappiamo la Lombardia è stata, ed è tutt’ora, una delle regioni più colpite e, allo stesso tempo, una di quelle con il maggior numero di case di riposo, residenze per anziani o strutture socioassistenziali. Abbiamo chiesto a Stefano D’Errico, presidente dell’Associazione Italiana Residenze per Anziani, quali sono principali differenze tra queste strutture, sia a livello amministrativo che di servizi e quali sono stati i principali protocolli adottati da AIRA per contenere l’espandersi di contagi. D’Errico, iniziamo facendo un po’ di chiarezza: spesso, nel linguaggio comune, si generalizza utilizzando il termine “Case di Riposo” per indicare qualsiasi struttura specializzata nella cura dell’anziano. Invece, come si suddivide il sistema? «I comparti si dividono in due: uno riguarda quello sociosanitario, composto per la maggior parte dalle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali), cioè strutture composte da vari livelli di assistenza in cui vengono assistiti prevalentemente soggetti non autosufficienti; l’altro, invece, è quello socioassistenziale. Le strutture operanti in questo comparto vengono in gran parte rappresentate dall’AIRA (Associazione Italiana Residenze per Anziani), che io presiedo. Queste strutture ospitano anziani autosufficienti: tra queste vi sono le casefamiglia e le Comunità Alloggio Sociale Anziani (C.A.S.A). Le C.A.S.A. sono unità d’offerta sociale inserite all’interno della rete ATS e sono in numero prevalente rispetto alle case-famiglia. Nel gennaio 2018 la DGR 7776 (Delibera della Giunta Regionale, ndr) da noi proposta e approvata dalla Regione, ha consentito la conversione delle case-famiglia in CASA, sottoponendole a organi di controllo». Quante strutture socioassistenziali associate ad AIRA sono presenti sul nostro territorio provinciale? E in Oltrepò? «AIRA è un’associazione attiva in tutta Italia e, fortunatamente anche per me, la Provincia di Pavia è quella con il più alto numero di strutture socioassistenziali. La conversione della normativa è stata da noi proposta appunto perché si era creato un boom di aperture di case-famiglia, prendendo piede anche il fenomeno di abusivismo. Era necessario intervenire con delle normative per regolamentare le nuove aperture e stabilire determinati standard. In Provincia di Pavia sono presenti novanta C.A.S.A: settantotto censite ed altre dodici ancora non vigilate da ATS ma prov-

Stefano D’Errico, presidente dell’Associazione Italiana Residenze per Anziani

visoriamente autorizzate a svolgere la loro attività. A queste si aggiungono circa una quarantina di case-famiglia da quattro posti letto. Queste strutture occupano circa quattrocento operatori. Circa 3\5 di questi dati riguardano l’Oltrepò Pavese. Qualche anno fa, prima della conversione delle case-famiglia in C.A.S.A, in Valle Staffora in soli 18 km quadrati erano presenti circa 50 nuclei. In Valversa molte meno, con una sostanziale differenza di retta e servizi». Il comparto socioassistenziale è soggetto a finanziamento regionale, come nel caso delle RSA? «Le regole delle RSA sono chiare sin sa subito sia all’ospite della struttura che al parente. Questo perché Regione Lombardia ha annoverato queste tipologie di strutture sotto l’Assessorato del Welfare, e quindi sono soggette al finanziamento regionale. Questo stanziamento economico viene riversato all’organizzazione RSA che stabilirà le quote di ripartizione sulla base di quelle che sono le cure effettuate e il livello di intensità assistenziale a cui la persona è soggetta. Le strutture socioassistenziali, invece, non godono di alcun finanziamento pubblico in quanto non inserite nel comparto Welfare di Regione Lombardia. Gli utenti, inoltre, non potranno dedurre la retta dalle spese sanitarie. A prima vista gli svantaggi sono notevoli, ma la domanda resta molto alta». La domanda sorge spontanea: cosa spinge un soggetto privato a diventare gestore di una casa-famiglia o di una C.A.S.A? Spirito imprenditoriale o recupero di abitazioni dismesse?

«Posso garantire che da quando è uscita la normativa del 2018 certi comportamenti di “speculazione” si sono fermati. Merito anche del restringimento del limite massimo di quattro posti letto consentiti per le case-famiglia. Chi invece vuole aprire una C.A.S.A deve stare a dei parametri, garantire spazi minimi, uno standard qualitativo elevato e saper garantire diversi requisiti gestionali-funzionali non indifferenti. Dalla nostra associazione passano almeno il 50% dei progetti esistenti e, in molti casi, siamo stati costretti a rifiutarli. Sotto un certo punto di vista abbiamo autoregolamentato la crescita esponenziale di queste nuove strutture. Certo, c’è chi voleva intraprendere questa strada con l’idea di poter speculare ma, con le normative di oggi, non riesce ad andare da nessuna parte». Parliamo della pandemia: come per le RSA anche le vostre strutture avranno subito un forte impatto. Come pensa sia stata gestita la situazione a livello territoriale? «Il comparto sociosanitario (RSA) è quello che ha maggiormente subito l’emergenza sanitaria, a differenza di quello socioassistenziale che, paradossalmente, è stato meno colpito. Io ho a che fare con le ATS di tutta Italia, ma volevo complimentarmi con quella della Provincia di Pavia per l’ottimo lavoro svolto e che ancora tutt’ora sta svolgendo nella gestione della pandemia. Dati alla mano è una delle migliori a livello nazionale: grazie all’impegno costante dei dirigenti e dei dipendenti, che hanno saputo interpretare e attuare al meglio le normative. Cosa non facile, dato che le regole dettate da Regione Lombardia, soprattutto

nel comparto degli autosufficienti, sono molto farraginose e confusionali. È stata gestita in maniera funzionale e intelligente, applicando delle normative per non autosufficienti anche nel nostro comparto, altrimenti rimasto scoperto». Quali protocolli avete applicato nelle strutture da voi rappresentate? «Le nostre strutture lavorano con un sistema organizzativo ben specifico con procedurali firmati da me, “Covid Manager” abilitato e qualificato. La responsabilità e l’onere del gestore sta nell’applicare rigidamente la procedura, senza farsi influenzare da quelle situazioni che potrebbero sembrare migliori se non applicata. Devo dire che i gestori si sono comportati con la diligenza dei buoni padri di famiglia. Sono stati molto ligi al loro dovere, ed è per questo che abbiamo ottenuto risultati incoraggianti: nelle nostre strutture in Lombardia, che gestiscono circa 1200 posti letto, abbiamo avuto in totale 15 casi di positività e 4 decessi per Covid-19 da marzo 2020 ad oggi. Ad onor di cronaca, i decessi accertati per Covid-19 sono avvenuti in aprile, nel periodo più caotico in cui ancora poco si sapeva. Un altro dato grave è quello del contagio per rientro dall’ospedale, che è attualmente molto frequente. I protocolli nelle nostre strutture prevedono che le visite mediche non vengono fatte, se non estremamente urgenti. Per chi rientra dall’ospedale è previsto l’isolamento all’interno di un’area dedicata, in cui non gli manca nulla, e il rientro in comunità al decimo giorno, se il tampone risulta negativo. Il rispetto di queste semplici regole sta evitando il nascere di nuovi focolai. Negativamente va segnalato che l’isolamento, soprattutto negli anziani più deboli, può causare anche degli scompensi psichici. Per questo devono essere costantemente seguiti da personale interamente dedicato a loro». Come scritto dalla stampa nazionale, ci sono stati casi di anziani di “serie A” e di “serie B”? «Sì, senza ombra di dubbio. Posso solo affermare che le nostre strutture già il 21 febbraio 2020 avevano chiuso alle visite al pubblico. Non abbiamo aspettato l’8 marzo o, come avrebbero detto i legislatori, anche più avanti. Abbiamo agito in maniera precauzionale, quindici giorni prima delle ordinanze». Quindi questa tempestività ha fatto la differenza? «Si potrebbe dire che oggi le piccole strutture hanno “vinto”, o stanno vincendo, contro le grandi strutture, perché i focolai sono stati molto pochi, gestiti in maniera egregia sia dai gestori che dall’ATS.


XXXXXXXX residenze per anziani: il più alto numero di strutture è in oltrepò Essendo pochi gli utenti presenti nelle piccole strutture è stato possibile monitorare al meglio ogni singolo caso. Dopo l’esplosione della pandemia, la gente secondo me ha perso fiducia nell’intero settore, ma se fosse a conoscenza dei numeri reali, soprattutto del settore socioassistenziale, rimarrebbero molto stupiti». Gli ospiti come hanno appreso la notizia della chiusura delle visite? «Naturalmente sia gli ospiti che i parenti hanno sin da subito la gravità della situazione e che tali divieti erano necessari per tutelare la loro salute, ma anche quella degli operatori. Ci sono strutture che da febbraio\marzo non hanno più riaperto alle visite dei parenti. D’estate si è potuto organizzare gli incontri a distanza, nei luoghi aperti, ma questo non è possibile d’inverno perché l’anziano, se debole, rischia di ammalarsi». Pensa che si poteva fare di più per arginare il contagio tra gli anziani? «Per quanto riguarda le nostre strutture no. Tutto quello che si poteva fare, nei limiti delle nostre disponibilità e conoscenze iniziali, è stato fatto». Secondo i vostri dati potrebbero esserci stati decessi per Covid-19 anche prima dell’inizio dell’epidemia? «Non in Lombardia, ma in altre parti d’Italia ci sono state morti anomale tutte ravvicinate, alle quali non è stata data una spiegazione plausibile, tra i mesi di ottobre e novembre 2019 e che potrebbero essere state causate dal virus. Ma questo è un dato che non è stato ancora monitorato perché avvenuto prima dello stato di emergenza. Quindi il condizionale è d’obbligo». Tra i mesi di marzo\aprile si è verificata un’emergenza nell’emergenza: dispositivi di protezione, mascherine, guanti e disinfettanti erano andati a ruba in pochissimi giorni. Le vostre strutture come hanno saputo oltrepassare queste bruttissime settimane?

«È stata una fatica immensa: scrissi a vari enti, ottenendo pochissime risposte e non esaudienti. I rivenditori di dispositivi di protezione erano stati presi d’assalto e le grandi aziende pretendevano ordini di grandi quantitativi economicamente non sostenibili per le nostre strutture. Inoltre, chi lavora in questo ambito, deve utilizzare dispositivi certificati e inseriti all’interno di un elenco dell’Inail, che a quel tempo non era ancora stato pubblicato. Le FFP2 avevano raggiunto prezzi esorbitanti, anche di 20 euro al singolo pezzo. I nostri gestori hanno speso cifre elevate per i dispositivi, ma sono riusciti a mantenere in sicurezza gli ospiti e gli operatori in queste caotiche prime settimane. Nel frattempo, sono stati fatti accordi a livello nazionale per cercare di garantire le forniture successive, ma non senza difficoltà». Parliamo di vaccinazioni: come vengono gestiti i vaccini nel comparto socioassistenziale? «A livello regionale, a mio parere, non è stato stimato il dato del comparto socioassistenziale all’interno del numero dei vaccini destinato ai soggetti aventi diritto, o per lo meno è stato sottostimato… Ad oggi (15 gennaio 2020, ndr) l’ATS di Pavia è l’unica che ha richiesto alle nostre strutture di comunicare i numeri riguardanti i loro ospiti e i loro operatori. Rinnovo ancora il mio plauso all’Ats di Pavia per il loro operato e la loro competenza». Il 29 dicembre ATS Pavia ha comunicato che solo il 20% degli operatori RSA erano disposti a sottoporsi al vaccino. Quali sono, invece, le vostre stime? «Un dato importante riguarda gli operatori delle strutture socioassistenziali da noi rappresentate: al momento tutti hanno dato dichiarato il consenso a vaccinarsi, nessuno non si sottrarrà al vaccino. Questo è un segnale forte. Nei prossimi mesi bisognerà però prendere in considerazione l’ipotesi di ospiti delle strutture non intenzionati a vaccinarsi: come andranno gestiti? Come dovranno essere reinseriti in comunità

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Nuova Normativa per le Case-Famiglia «Per contrastare certi comportamenti di “speculazione” dopo il boom di aperture» quando sarà il momento opportuno?». Ed è già riuscito a darsi una risposta? «Al momento non è possibile prendere alcuna decisione a riguardo. Personalmente credo che in un breve futuro bisognerà affrontare il problema, magari rivedendo i contratti stipulati tra le parti regole di ingresso e di permanenza delle strutture. Non possiamo mettere a rischio un’intera comunità per poche eccezioni». Parliamo ora della sua figura professionale: da pochi giorni è stato nominato presidente regionale di AsNALI (Associazione Nazionale Autonoma Liberi Imprenditori). Di cosa si tratta? «Un’associazione di categoria dei datori di lavoro, lavoratori autonomi e degli imprenditori, autonoma, libera e democratica, nata nel 2006 per dare voce e sostenere le piccole e medie imprese, che considerate il motore dello sviluppo economico e produttivo. AsNAli fornisce ai propri associati assistenza e consulenza completa nella gestione dell’azienda e del personale dipendente. Si pone inoltre l’obiettivo di dare risposte concrete ai propri associati grazie a professionisti convenzionati, garantendo professionalità e conoscenza della materia. Abbinando AIRA ad AsNALI si crea un’importante sinergia per gli associati,

dato che è un sindacato abilitato per legge a fornire importanti servizi». Come mai ha accettato questo incarico? «AsNALI Lombardia qualche tempo fa venne commissariata e cercavano per il rilancio una persona sul territorio che riuscisse a coinvolgere i vari soggetti interessati. Ho fortemente voluto che la sede regionale fosse stabilita a Stradella, per dare un forte segnale in un territorio spesso abbandonato e dimenticato dagli enti e dalle istituzioni». Concludendo, cosa si aspetta finita questa pandemia? «Spero che venga riconosciuto il merito a chi, il merito, l’ha avuto per davvero: c’è bisogno che la gente sappia ciò che è stato fatto per poter arginare i contagi e tutelare la salute degli ospiti delle strutture. I gestori e gli operatori sono quelli che vengono sempre genericamente distrutti dalla stampa e dall’opinione pubblica, perché si cerca sempre di parlare dei casi di malasanità o violenza. Questo dimostrerà che non bisogna assolutamente generalizzare e che ci sono tantissime realtà che lavorano in modo impeccabile».

di Manuele Riccardi


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BRONI

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«Candidarmi? Se fosse, sarà una decisione dell’ultimo minuto» Nella prossima primavera i cittadini di Broni si recheranno alle urne per scegliere il sindaco che andrà ad amministrare la città per i prossimi cinque anni. La campagna elettorale è ancora piuttosto “carbonara”, nessuna comunicazione ufficiale e nessuna alleanza al momento è stata sbandierata. La domanda che la maggior parte della popolazione si pone è se sarà Giusy Vinzoni - oggi consigliere di minoranza - a sfidare l’attuale sindaco Riviezzi. Parrebbe un evento naturale vista l’intraprendenza e il dinamismo che caratterizza la consigliera che oggi agli occhi dei bronesi, piaccia o non piaccia, discutibile o condivisibile, è l’unica che con voce critica fa il suo mestiere di minoranza. C’è infatti chi - a proposito di minoranza - si chiede che fine abbia fatto il buon Cesare Ercole che, spalle forti del partito in auge del momento, la Lega, dovrebbe essere la spina nel fiaco di Riviezzi. Il dovrebbe è d’obbligo, per ora, tutto tace. Non tace invece Giusy Vinzoni, anche se il suo «non lo so» in risposta alla sua eventuale candidatura a Primo cittadino, ci ha un po’ disorientati. Vinzoni domanda secca: si candiderà a sindaco alle elezioni di primavera? «Se le elezioni saranno a maggio come previsto, mancano davvero pochi mesi. è vero che sarà un anno cruciale ed importante perché ci saranno le elezioni amministrative. Chi mi conosce sa che in questi anni sono sempre stata molto chiara e trasparente e che non giro molto intorno agli argomenti ma ci vado dentro diretta. E anche per quanto riguarda le domande che mi sono state fatte, anche quelle più scomode, io ho sempre cercato di rispondere in modo soddisfacente. A questa però, e lo dico in modo molto sincero, devo rispondere con un “non lo so”. A cinque mesi dalle elezioni posso ammettere che non so cosa farò. Prima di tutto non è detto che io mi candidi a sindaco, magari lo farò solamente in una lista come consigliera. Quello però che mi preme al momento è cercare di capire se la gente, se i miei concittadini, sono contenti di questi miei cinque anni. è importante capirlo: la fiducia bisogna guadagnarsela. Nelle scorse elezioni, avevo deciso di mettermi in lista quasi all’ultimo momento, non era nelle mie intenzioni e solo alla fine mi ero decisa. Era una cosa lontana dal mio pensiero e soprattutto c’era, e c’è tuttora, la paura di non riuscire a ricoprire il ruolo per il quale sono stata eletta. Forse dovrei farmi meno problemi e non avere questi pensieri, perché magari chi ha meno capacità si fa meno paranoie rispetto a me. Il risultato dell’altra volta è stato personalmente grandioso». Lei si era fatta conoscere con la pagina “Broni contro l’amianto” sui social… «Sì, quella era stata un’esperienza molto

Giusy Vinzoni, consigliere di minoranza di “Broni in Testa” lista civica guidata da Cesare Ercole

forte e importante. Mi aveva sicuramente portato un po’ di visibilità, ma soprattutto quel gruppo social riuscì ad evitare un innertizzatore, che doveva essere un impianto all’avanguardia per il territorio. Noi lottammo per far sì che questo non succedesse e lo facemmo anche contro associazioni che invece si battevano per la realizzazione. Fu per noi un grande successo. Questo forse aveva fatto capire alle persone che tipo fossi io, lontana da un’idea politica, perché lottammo davvero contro tutto e tutti a Broni. Quindi poi avevo deciso di candidarmi anche per portare avanti le questioni che da sempre mi interessano, che riguardano inquinamento e ambiente. Io mi sono laureata con una tesi sul diritto penale dell’ambiente e mi sembrava di dare un po’ un senso agli studi che avevo fatto». “Far capire alle persone che tipo fossi io”. Secondo lei i suoi concittadini lo hanno capito? «Anche con la pubblicazione di questa intervista, vorrei sapere se la gente è contenta di quello che ho fatto…e non parlo solo per i cittadini che all’epoca avevano votato me. Anzi, vorrei sapere cosa ne pensano soprattutto quelli che non mi avevano votato! Non mi voterebbero neanche stavolta? Pensano che il mio operato sia stato solo una rottura di scatole? Perché se quello che è rimasto alla gente è che io sono solo la “vispa consigliera”, che se il sindaco dice una cosa io per ripicca ne dico un’altra, allora lascio. Perché questo per me non è un lavoro: io non ho bisogno di un lavoro da sindaco, se lo faccio è solamente perché mi piace, mi appassiona e perché adoro la mia città, perché vorrei che i miei figli, e non solo i miei, avessero un paese più bello e più vivibile».

Quindi al momento non si sbilancia. «No, e se deciderò di candidarmi sarà ancora una volta una decisione dell’ultimo minuto. Sono sempre stata così. Sono sempre stata impulsiva nelle mie scelte: o rifletto tanto o rifletto poco e in questo caso lo sto facendo tanto». Avrà però sicuramente ricevuto richieste o avvicinamenti da parte di qualcuno... «è evidente che ci siano. Dico però anche un’altra cosa: se decidessi di candidarmi e poi finissi nuovamente in minoranza per me non sarebbe un fallimento. Stare seduta sul banco della minoranza mi ha insegnato tantissimo: ammetto che se fossi sindaco mi piacerebbe avere un’opposizione attiva come quella che ho fatto io, e il mio gruppo naturalmente, per questi anni! Non siamo stati distruttivi, come dice qualcuno. Dal mio punto di vista, se non fossimo stati accolti da subito con paura, potevamo collaborare molto bene». Quali potrebbero essere i temi della campagna elettorale se si dovesse candidare? «Ce ne sono tantissimi… ma anche qui dipende chi farà questa campagna. Se io mi dovessi candidare è logico che proporrei temi che hanno caratterizzato il mio percorso di consigliera di questi anni, temi che ho affrontato in tutto questo tempo, sia quelli che hanno ottenuto un esito positivo, sia quelli che ne hanno ottenuto uno negativo. Direi che chiunque in questo momento volesse candidarsi ha sotto gli occhi una marea di temi. Dal mio punto di vista ci sono tantissime cose che non vanno a Broni e quindi potrebbero essere oggetto di campagna elettorale. Dipende poi quante liste ci saranno, se si tratterà di persone nuove nel campo della politica locale oppure di facce già viste con esperienza. Il tutto tenendo presente che, in questo momento, c’è anche il covid che può essere un po’ di ‘impiccio’ in questo senso, perché non si possono organizzare incontri, non si possono fare gazebo informativi…». Girano nomi a Broni su eventuali candidati? «Attualmente non so, ma anche qui devo dire che non mi sto occupando della questione, perché sono più impegnata a cercare di capire la mia posizione, che è la cosa più importante. Ma non solo per me! Tutti, a mio parere, prima di ricandidarsi dovrebbero farsi delle domande, capire se si è fatto abbastanza per i cittadini, se si sono ottenuti buoni risultati, se si è lavorato bene. è un discorso molto personale ed intimo, non c’è dubbio, e ognuno deve fare i conti con se stesso. Io lo sto facendo, assolutamente». Un suo bilancio di questi anni. «Sicuramente più che positivo per quanto mi riguarda.

Ma torniamo al discorso iniziale: sarebbe importante sapere cosa ne pensa la gente. Io ritengo che il mio gruppo di minoranza abbia lavorato bene. Forse peccherò di presunzione, ma abbiamo fatto emergere molte cose che probabilmente senza di noi non sarebbero venute fuori. La partenza dallo scalino più basso secondo me è sempre la migliore: vincere piace a tutti, è logico, ma qui non si sta giocando a carte e si parla di cose più importanti. Se si vuole arrivare in alto, all’ultimo piano, bisogna conoscere molto molto bene tutti i piani inferiori. Partire subito con la poltrona più importante, a mio parere, non è corretto, perché è più giusto conoscere e capire come funziona la macchina, come sono le dinamiche, qual è il tuo ruolo, comprendere diritti e doveri della minoranza. E io ritengo di averlo capito. Abbiamo avuto un’infinità di bastoni tra le ruote, ma siamo sempre andati avanti». Se Cesare Ercole si ricandidasse, lei potrebbe ancora far parte della sua squadra? «L’esperienza dei 5 anni è stata bella anche perché alle spalle ho avuto una persona come lui come capogruppo. Mi ha insegnato davvero tanto e mi ha fatto capire come funziona la politica, proprio a me che sono “non politica”. Ritengo di essere stata molto fortunata. Quindi alla domanda rispondo: “Perché no?”: se si ricandidasse e mi volesse, perché contento del mio lavoro, sarei assolutamente disponibile per lui. È molto in gamba ed ha grande esperienza, quindi sarei ancora volentieri al suo fianco». Lei si è esposta molto per la vicenda sul biometano. Ci sono novità dell’ultimo momento? «Questa è stata una delle grandi vicende che mi ha ‘preso’ tantissimo. Ho sempre avuto, come ho già detto prima, il pallino per l’ambiente e per la sua difesa. La lotta contro questo impianto è stata, è e sarà una lotta fatta con il cuore: la cosa più brutta di questa vicenda è stato il fatto di non essere avvertiti di quello che stava succedendo. Molto, molto spiacevole. Una cosa che per me è stata brutta in tutti questi anni è proprio il non essere mai coinvolti in nessun caso. La presa di posizione dell’amministrazione nella vicenda biometano è una cosa inammissibile: sappiamo tutti che l’ultima parola spetta alla Provincia, ma il sindaco poteva comunque fare qualcosa. So per certo che anche alcuni membri della maggioranza non sono d’accordo con il sindaco, ma non possono mettersi contro… Io se fossi stata prima cittadina mi sarei battuta affinchè questo impianto non venisse costruito nel mio territorio!». di Elisa Ajelli


STRADELLA

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«Stiamo lavorando per portare a Stradella un grande evento sportivo di spessore internazionale» Stradella si sta preparando ad affrontare un anno ancora molto incerto, sotto parecchi aspetti. Le oltre 250 attività commerciali stradelline sperano di poter uscire al più presto da questa situazione e di potersi lasciare alle spalle questo brutto periodo. Ma questo sarà possibile solo attraverso una giusta pianificazione delle risorse da destinare alle attività e agli eventi di promozione. Per avere un quadro generale della situazione stradellina, abbiamo chiesto a Andrea Frustagli, assessore con deleghe al commercio, attività produttive, promozione del territorio, lavoro e sport, di illustrarci quali sono le iniziative ideate per aiutare i settori di sua competenza. Frustagli durante il periodo natalizio sono state posizionate luminarie in diversi punti cruciali della città e le vie principali sono state addobbate con diverse borse colorate. Come mai questa scelta? «Le borse appese lungo le vie di Stradella non c’entrano nulla con le luminarie natalizie, ma si tratta di una campagna promozionale del progetto “Compriamo a Stradella”: un marchio nato apposta per incentivare il più possibile il consumatore ad acquistare nei negozi della nostra città. L’idea iniziale era di installare queste borse a partire dal mese di gennaio, ma successivamente ho deciso di anticipare a dicembre perché sapevo che solo alcuni punti di Stradella sarebbero stati illuminati dalle luci di Natale. A causa di questo “accavallamento” alcuni cittadini hanno visto in questa campagna di promozione una sostituzione delle luminarie, ma non è così. È un modo utile e creativo per indicare che in città ci sono attività commerciali. Non siamo i primi ad avere avuto questa idea: si possono vedere installazioni simili anche in altre città europee o ad esempio, senza andare molto distante, a Serravalle». Però sin da subito qualche stradellino ha espresso qualche perplessità… «È stata criticata inizialmente perché a causa della pioggia e delle intemperie le operazioni di installazione proseguivano a rilento e quindi, essendo un lavoro incompleto visivamente non rendeva. Ora invece arrivano parecchi messaggi di consenso da parte dei cittadini. Questa campagna proseguirà almeno fino a Pasqua, poi vedremo…». Invece, a livello di contributi, come interverrà l’amministrazione comunale a favore delle attività commerciali colpite da queste alternate e prolungate chiusure? «In questi giorni è stato presentato un bando per la concessione di contributi a fondo perduto a sostegno delle microimprese colpite dall’emergenza Covid-19. Vi possono partecipare microimprese del

«Qualsiasi cosa si faccia, ci sarà sempre una parte soddisfatta e una parte critica» settore della somministrazione, del commercio e dei servizi, inclusi quelli svolti in forma artigiana e di attività professionali. Chi vuole partecipare al bando deve dimostrare di aver avuto un calo di almeno il 30% del fatturato nel periodo dal 1° marzo al 31 dicembre 2020, rispetto allo stesso dell’anno precedente. In pochi giorni sono già arrivate un centinaio di domande tramite pec». Nelle ultime settimane è stato impegnato nella realizzazione di numerosi video atti a promuovere le attività commerciali stradelline. Anche in questo caso erano nate alcune critiche per alcune sue iniziative non condivise da alcuni commercianti. In questo caso invece? Più elogi o critiche? «Qualsiasi cosa si faccia, ci sarà sempre una parte soddisfatta e una parte critica. Penso che sia anche una cosa normale. Ma riguardo i video devo dire che le critiche sono state minime, perché abbiamo ottenuto risultati fantastici confermati dalla soddisfazione sia degli esercenti che di Ascom. Proprio i questi giorni ho voluto a mia volta ringraziare tutti i commercianti che si sono prestati per la riuscita dell’iniziativa. Hanno partecipato 165 negozi dei circa 180 presenti in città, quindi un risultato veramente straordinario. Posso anticipare che quest’iniziativa avrà un seguito nella bella stagione, coinvolgendo anche i bar e i ristoranti». A proposito di bar e ristoranti: a Stradella c’è una grande concentrazione di queste attività. Qualche gestore stradellino ha aderito alla protesta “Io apro” del 15 gennaio scorso? Come si sta muovendo il suo assessorato per venire incontro ai gestori in crisi? «Qualche bar aveva inizialmente pensato di aderire alla protesta ma abbiamo constatato che alla fine nessuno ha aperto. Io sono molto solidale con i bar e con i ristoranti che sono l’anima commerciale e sociale del centro di Stradella.

Andrea Frustagli

Al momento il governo ha emesso quattro “decreti ristori” dedicati a queste attività e noi, a livello comunale, siamo intervenuti con riduzioni sulle spese, come la Tari. Il comune non può elargire soldi a pioggia, ma bisognerà trovare una formula di promozione condivisa per uscire dalla crisi». Parliamo di eventi, un argomento a lei sempre caro. Nel 2020 Stradella aveva in programma un grande numero di eventi, molti dei quali alla loro prima edizione. Pensa di poterli recuperare, in parte, nel 2021? «Come tutti sapete attualmente è molto difficile programmare eventi, sia nel breve che nel lungo termine. Io aspetto la fine dell’emergenza e il “libera tutti” prima di poter ufficializzare le manifestazioni in calendario. Nel 2020 avevamo in calendario 20 manifestazioni principali, più altre 7. Siamo riusciti a realizzarne solo 3: il mercato degli ambulanti di Forte dei Marmi, lo Street Food Festival Certo e Danze & Dance, che nel 2021 avrebbe dovuto essere a livello internazionale. Certo, non è stato un problema solo limitato a Stradella, ma questi eventi portano gente e introiti per le attività. Ci sono parecchie manifestazioni già in programma, con un’ipotetica data, che verranno rese note appena la fine di questa emergenza sanitaria lo renderà possibile». Non può darci qualche anticipazione? «Posso solo dire che stiamo lavorando per portare a Stradella un grande evento spor-

tivo di spessore internazionale, che darà grande visibilità non solo alla nostra città ma anche alle nostre colline. Sarà un’importante vetrina per il nostro territorio». Per quanto riguarda il territorio, invece, quali iniziative state portando avanti? «Stiamo lavorando ad un progetto sulla cartellonistica territoriale, disposta in varie posizioni della città, che verrà aggiornata ciclicamente in modo costante in base alla stagione e agli eventi in programma. Comunico inoltre che da pochissimi giorni è tornato attivo il tabellone elettronico situato vicino alla Chiesa della Versa, rimasto fermo per quattro anni». Invece, per quanto riguarda la delega al lavoro, quali sono le novità? «Da poche settimane abbiamo attivato una sezione del sito del comune, chiamata “Bacheca Lavoro” dedicata alla pubblicazione degli annunci al fine di garantire una maggiore visibilità ed una maggiore diffusione delle offerte di lavoro provenienti dalle oltre 250 attività produttive stradelline. Le inserzioni verranno inoltre stampate e pubblicate in una bacheca posta in piazza Trieste per essere accessibili e visibili da tutti».

di Manuele Riccardi


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CIGOGNOLA

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«Abbiamo realizzato il più grande intervento di riasfaltatura delle strade comunali degli ultimi 20 anni» Eletto nel 2019, Gianluca Orioli, sindaco di Cigognola, ha dovuto “imparare” in fretta a guidare la macchina comunale: l’emergenza sanitaria in primis, i punti del proprio programma da sviluppare e per i quali si è ottenuto il consenso popolare e infine qualche “incidente” di percorso da gestire, come i “furbetti dei rifiuti”. Sindaco, lo scorso anno è stato tremendo per tutti. Voi come ve la siete cavata con casi, contagi e aiuti? «Il 2020 è stato un anno che ha messo a dura prova i popoli di tutto il mondo. Per quanto riguarda il mio paese, Cigognola, l’emergenza sanitaria ha richiesto un grosso sforzo di tutta l’amministrazione e di tutto il personale dipendente per far fronte alle necessità della nostra comunità. La risposta però è stata di alto livello e tutti si sono impegnati a fondo per far sentire la vicinanza del Comune a tutti gli abitanti del nostro paese. Questi ultimi peraltro hanno collaborato in maniera encomiabile, accettando di buon grado le restrizioni alle libertà individuali imposte dal governo centrale. In altre parole, la nostra comunità ha dato grande prova di coraggio e solidarietà, nonostante l’alto numero di contagi che ha colpito la nostra zona. In questo contesto, grazie all’impegno della giunta e dei consiglieri comunali, si è potuto offrire alla comunità tutto il supporto necessario, con interventi mirati quali l’assistenza domiciliare agli anziani, la spesa a domicilio ed i buoni spesa alle famiglie più bisognose». Siete riusciti a a portare a termine qualcuno dei vostri punti programmatici o è tutto da rimandare a data da destinarsi? «Nonostante la drammaticità della situazione, siamo stati in grado di gestire e portare

Gianluca Orioli

a termine tutti i cantieri che avevamo programmato per il 2020. è stato completato l’ampliamento del Polo civico e la realizzazione di un nuovo parcheggio al servizio del medesimo edificio, abbiamo realizzato un’area di sosta in prossimità della scuola per l’infanzia, mettendo in sicurezza l’accesso dei bambini e del personale all’edificio scolastico, abbiamo realizzato un importante intervento sul reticolo idrico minore e, più in generale, siamo riusciti ad ottenere numerosi contributi pubblici che abbiamo immediatamente destinato alle finalità programmate, quali l’efficientamento energetico degli impianti comunali e le manutenzioni stradali. A tal proposito, abbiamo realizzato il più grande intervento di riasfaltatura delle strade comunali degli ultimi vent’anni». Porterete avanti i progetti che vi siete prefissati o il 2021 sarà acor peggio dell’anno appena concluso? «Questo nuovo anno mi auguro che porti in dote la definitiva uscita dall’emergenza sanitaria, grazie alle vaccinazioni di mas-

sa cui stiamo andando incontro, ma temo che nel contempo ci presenterà il conto delle chiusure indiscriminate adottate durante l’anno che ci siamo lasciati alle spalle. L’emergenza sanitaria in altre parole potrebbe lasciare il passo all’emergenza economica e occupativa, quando dal prossimo mese di aprile cesseranno le misure straordinarie poste in essere dal governo e le aziende più deboli saranno costrette a licenziare molti lavoratori. Per tale ragione, l’impegno principale di ciascun pubblico amministratore sarà quello di monitorare il territorio e le problematiche della popolazione, mettendo in campo tutti gli strumenti che potranno servire ad attenuare e contenere le conseguenze della crisi economica cui andremo incontro. Ciononostante porteremo avanti tutti i progetti che abbiamo ideato per il prossimo triennio: il rifacimento della facciata del municipio, la riqualificazione energetica degli edifici di proprietà comunale, l’inserimento della raccolta differenziata (porta a porta) sul nostro territorio e, se ciò sarà possibile, la realizzazione di alcuni eventi di carattere culturale, ricreativo e sportivo che colmino il vuoto e la distanza sociale imposti nel 2020 dal contagio che ci ha colpiti». La sua amministrazione ha usato “il pugno di ferro” per contrastare l’insensata, ma a quanto pare diffusa pratica in Oltrepò, dell’abbandono dei rifiuti. Com’è oggi la situazione? «L’introduzione della raccolta differenziata porta a porta nel comune di Broni ha indotto molti soggetti non residenti nel comune di Cigognola a scaricare la propria immondizia nei bidoni delle aree di confine tra i due municipi, creando numerosi disagi ai

cittadini residenti in quelle zone. Numerosi sono stati gli interventi del personale dipendente del Comune per rimuovere i cumuli di immondizia che si formavano in prossimità di quei bidoni. La situazione rischiava di precipitare e, per tutelare i nostri cittadini, abbiamo acquistato, sfruttando un contributo pubblico, alcune foto-trappole grazie alle quali il nostro agente di polizia locale è riuscito ad individuare e sanzionare tutti i soggetti che, in spregio alle norme vigenti, abbandonavano in maniera illegittima la propria immondizia al di fuori del comune di residenza. Lo abbiamo fatto dando opportuna comunicazione della nostra iniziativa per cercare di sensibilizzare tutti sulla necessità di adeguarsi spontaneamente alle regole per la gestione dei rifiuti. Oggi posso dire che la situazione è decisamente migliorata». La scuola di Cigognola è sempre rimasta aperta e per una piccola comunità è sicuramente un bel traguardo «La scuola per l’infanzia del nostro paese è un presidio particolarmente importante per la nostra comunità, tanto che è stata oggetto di un importante investimento nel 2020, cui ho fatto cenno prima. Mi preme sottolineare che, grazie alla stretta collaborazione tra il Comune e tutto il personale scolastico, dalle dirigenti alle maestre, la scuola è sempre rimasta aperta e ha potuto quindi ospitare tutti i suoi piccoli alunni, garantendo loro quel minimo di socialità che per i bambini è senz’altro fondamentale».

di Elisa Ajelli


OLIVA GESSI: LA STORIA

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Vive con un pancreas artificiale e realizza il suo sogno: lavorare la terra Sabina Defilippi ha dovuto crescere in fretta. A dodici anni le è stato diagnosticato il diabete, e la sua vita è cambiata per sempre. Ci sono voluti anni di visite, terapie e iniezioni per stabilizzare la sua situazione sanitaria e oggi, a soli diciotto anni, è pronta a conquistare il mondo. Modella e reginetta di bellezza, per il suo futuro ha deciso di puntare non sul fisico ma sulla sua terra, l’Oltrepò, e di prendere in mano la vecchia azienda agricola di famiglia ad Oliva Gessi. Si chiama “La fattoria di Didi”, e sarà ufficialmente attiva entro giugno. Sabina, la tua è una scelta coraggiosa, tanto più se consideriamo gli anni difficili che hai passato. Anzi, cominciamo proprio da lì, dal giorno in cui hai scoperto i tuoi problemi di salute. «Avevo dodici anni, e nonostante fossi nel pieno del periodo dello sviluppo, continuavo a perdere peso, ad accusare nausea e stanchezza. Bevevo sei o sette litri di acqua al giorno e avevo continui cali di concentrazione. Stavamo ancora cercando di capire cosa potessi avere e un giorno, sentendomi peggio del solito, i miei hanno deciso di portarmi al pronto soccorso. Lungo la strada sono entrata in coma diabetico, e mi sono svegliata due giorni dopo in ospedale». Un bello spavento, per una ragazzina di dodici anni. «Per la verità il vero spavento lo hanno avuto mamma e papà. Io ero tutto sommato tranquilla: per quel che mi ricordavo, mi ero soltanto addormentata. E il diabete era soltanto un termine medico, c’è voluto un po’ prima che capissi esattamente la portata del cambiamento che avrebbe comportato nella mia vita». Cos’è successo dopo? «Tante visite, tante analisi, e ho cominciato con le puntura di insulina. Quattro, cinque, sei al giorno. E ho cambiato totalmente la mia alimentazione. Andavo ancora a scuola, ma con la fine delle medie ho scelto di studiare a casa. Era difficile relazionarmi con gli altri ragazzi, che in quell’età tendono ad essere cattivi: per loro ero strana, mi prendevano in giro. E comunque con le cure, le visite, i momenti di malessere più o meno frequenti era impossibile frequentare. Ho smesso anche di fare motocross: non andava bene per la coagulazione del sangue, e troppa adrenalina in circolo non faceva bene ai miei reni». Come hai convissuto con la malattia? «A fasi alterne. All’inizio abbastanza bene, poi tra i quattordici e i quindici anni mi sono aggravata: la tiroide ha smesso di funzionare, e mi sono ritrovata ad aggiungere alle punture anche delle pastiglie

A 12 anni le viene diagnosticata una forma aggressiva di diabete che dovrò assumere a vita. Questo mi ha portato a un rifiuto intorno ai sedici anni, complice anche la piena adolescenza. Quando poi, lo scorso autunno, l’insulina ha smesso di funzionare, mi hanno sottoposta a un intervento per l’installazione del microinfusore, un pancreas artificiale che funziona tramite un sensore. Ora che non sono più costretta a bucarmi tutti i giorni vivo la mia patologia molto meglio. Sono abituata, e a volte mi sembra quasi di non averla». In questi anni, nonostante i problemi di salute, ti sei sempre data da fare. Oltre ad esserti guadagnata il diploma di liceo scientifico ti sei anche aggiudicata diversi titoli ai concorsi di bellezza. «Sì, anche se all’inizio si è trattato di una pura casualità. Ho incontrato Simona Merli, che mi ha proposto di prendere parte a un concorso organizzato da lei. Si chiama “Stella della moda”, e ho preso parte senza farmi nessuna aspettativa: sono arrivata in finale e ho conquistato la fascia di miss Fotogenia. Negli anni successivi sono stata finalista per due volte a Gallipoli per Miss Mondo Italia, ho sfilato alla fashion week di Milano e ho posato per diversi fotografi professionisti. Oggi collaboro con Gd Model agency e partecipo come hostess per diverse fiere nazionali». Mai pensato di farne un mestiere? «Non seriamente. Per me è sempre stato un hobby, un divertimento. Certo se si fosse presentata l’opportunità di fare qualcosa di più strutturato ci avrei pensato, mi avrebbe fatto piacere. Ma non è mai successo, e io non ho mai insistito in quella direzione. Quello della moda è un mondo complicato, e per la verità quello che mi interesserebbe fare con la mia immagine è più che altro lanciare un messaggio di positività: vorrei promuovere delle campagne a favore della ricerca sul diabete, per spiegare ai giovani che si può vivere una vita normale». E l’idea dell’azienda agricola quando ti è venuta? «Dopo il diploma, pensando a cosa mi sarebbe piaciuto fare. La mia famiglia ha ereditato i terreni del nonno, che tanti anni fa aveva un’azienda agricola a Oliva

Sabina Defilippi, modella e finalista a Miss Mondo Italia

Gessi: da tanti anni nessuno li lavorava più, e vederli abbandonati mi sembrava un peccato. Così ne ho parlato con papà: lui da ragazzo ha sempre lavorato in campagna, e soffriva più di me a vedere i nostri campi lasciati andare. Lui è creativo, è vulcanico, e mi ha subito incoraggiata. Mamma è stata più cauta: essendo molto apprensiva nei miei riguardi, l’idea che mi lanciassi così giovane in un’impresa simile l’ha un po’ spaventata. Però alla fine mi ha dato il suo appoggio, ed eccoci qui». A che punto è “La fattoria di Didi”? «Siamo a posto dal punto di vista burocratico, e alcune colture (in particolare gli orticoli da campo) hanno già cominciato a produrre. Per tutto il resto, invece, stiamo (metaforicamente e fisicamente) preparando il terreno: coltiveremo lavanda, zafferano e piante officinali, e avremo suini e galline ovaiole. Entro giugno dovremo essere pienamente operativi». Che tipo di azienda sarà la tua? «Mi orienterò sul biologico, e cercherò di non trattare le piante. Inizialmente non avremo la certificazione per chiamarci così, ma di fatto non utilizzeremo prodotti chimici, e cercheremo fin da subito di

adeguarci alle norme previste per avere la denominazione. Mi piacerebbe con il tempo realizzare una fattoria didattica in cui ospitare le scuole, con tanti animali da accudire, e organizzare eventi di ogni tipo coinvolgendo gli altri produttori locali. Aperitivi in collina, degustazioni, mercatini: l’azienda si trova in uno degli angoli più belli dell’Oltrepò, e mi piacerebbe molto valorizzarlo con l’aiuto delle realtà che mi stanno intorno». A proposito, come hanno reagito le aziende intorno a te quando hanno saputo che avresti aperto? «Non lo so, perché di fatto non l’ho ancora comunicato ufficialmente, fino ad ora siamo stati un po’ scaramantici e solo adesso abbiamo iniziato a parlarne. Io spero di poter portare avanti dei progetti di promozione del territorio, e mi auguro di trovare il sostegno e la collaborazione di chi fa questo mestiere da molto tempo prima di me. L’Oltrepò è un luogo meraviglioso che merita di essere conosciuto: per farlo, però, dobbiamo remare tutti nella stessa direzione». di Serena Simula


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Il Comune mette i conti in ordine La sindaca: «Pronti a metterci la faccia» Il Comune di Pinarolo Po è stato oggetto di una grossa difficoltà a livello finanziario, che ha agitato perfino l’ombra di un pre-dissesto. Le ragioni principali di quanto accaduto sono soprattutto figlie dei nostri tempi: quando un’amministrazione fatica ad incassare le imposte, diventa difficile far quadrare i conti a fine anno. Ciò nonostante, con un grande sforzo da parte dell’Amministrazione, è stato possibile programmare un piano di rientro e, soprattutto, mantenere tutti i servizi. Abbiamo chiesto alla sindaca Cinzia Gazzaniga di spiegare ai nostri lettori i delicati passaggi degli ultimi mesi: ecco la sua risposta. «Per essere precisi il Comune di Pinarolo Po con il Consiglio Comunale del 3/11/2020 è entrato nella fase di pre-dissesto o “Procedura di riequilibrio finanziario” che dir si voglia. Ciò significa che: una volta affrontate le difficoltà finanziarie in modo preciso, analitico, trasparente, rigoroso, avvalendosi anche e soprattutto della consulenza di qualificate figure esterne (come per esempio Anci/ Ifel, Lega Comuni) si è ricorsi ad un Piano di Riequilibrio Pluriennale così come previsto dall’art. 243bis e seguenti del Testo Unico degli Enti Locali, accompagnato da una richiesta al Ministero dell’Interno di un’anticipazione finanziaria (il cosiddetto Fondo di Rotazione). Il tutto affrontato con grande senso di responsabilità, consapevolezza, lucidità, obiettività e fermezza ma con l’inequivocabile e netta predisposizione ad affrontare la situazione per risolverla; pronti come sempre a “metterci la faccia”, a farci carico delle eventuali nostre responsabilità, mantenendo allo stesso tempo i servizi, pronti comunque a sfruttare tutte le opportunità offerte dai vari enti (Stato, Regione ecc…) per la realizzazione di opere e lavori.» È stata una scelta giunta con convinzione? «Una scelta sicuramente più impegnativa rispetto al dissesto (per il quale comunque non esistevano le condizioni), ma l’unica percorribile, al contrario di quanto sostenuto invece dalla nostra opposizione. Il dissesto infatti ci avrebbe in qualche modo “sollevati” dall’impegno di portare avanti scelte magari anche “scomode”, ma avrebbe causato l’arrivo di un funzionario statale, che una volta svenduto il patrimonio comunale ed effettuato tagli drastici a spese e servizi, avrebbe poi accontentato solo in parte anche i creditori che invece con il piano di riequilibrio otterranno quanto loro dovuto anche se diluito negli anni.» Quali sono state le cause e le concause, e come siete riusciti (a livello gestionale) a organizzare il piano di rientro?

Cinzia Gazzaniga ed il gruppo consigliare durante la raccolta di materiale scolastico da destinare alle famiglie in difficoltà

«Henry Ford in una sua celebre frase afferma: “Non trovare la colpa, trova il rimedio”, vale a dire: se ci sono problemi è inutile cercare colpevoli, piangersi addosso; bisogna invece cercare soluzioni. Ed è proprio così che abbiamo fatto. Spendendo quel minimo necessario di energie per focalizzare ed analizzare ciò che andava corretto e spendendoci per ciò che invece andava fatto. Sicuramente la crisi generale che ha colpito tutti i settori dal 2009 in poi ha giocato la sua parte: trasferimenti statali e regionali sensibilmente diminuiti, tagli…; sicuramente le spese di personale, per noi piuttosto significative hanno influito così come la scelta (mai rimpianta ed anzi, sostenuta con convinzione) di favorire il sociale e la scuola.» E le imposte non riscosse... «Sicuramente, come è stato sottolineato, la fatica di incassare le imposte, anche di notevoli importi, non ha aiutato. In ogni caso, dopo l’approvazione del Rendiconto 2019, anche grazie all’intervento del legislatore che ha inserito nell’ordinamento diverse norme che mitigano gli effetti della pandemia sui conti degli Enti Locali, abbiamo potuto presentare un Bilancio 2020 sostenibile e coerente con il Piano di Riequilibrio; ripianando così il disavanzo utilizzando tutte le opportunità che la normativa ci ha consentito di applicare. Tutto ciò, sempre assistiti da una validissima e qualificata consulenza esterna che comunque ha trovato riscontro e massima collaborazione in coloro che già operavano all’interno del Comune.»

Quali scelte sono state effettuate, a livello operativo? «Dopo le operazioni cui ho accennato prima (Rendiconto 2019/Bilancio 2020, Piano di Riequilibrio) che hanno garantito un rientro compatibile con il mantenimento degli equilibri di bilancio pluriennale, si sono definite politiche di contenimento delle spese a partire dal fatto che, a seguito del pensionamento di due importanti figure quali il Segretario comunale e la Responsabile del settore finanziario, si è optato per la loro sostituzione con un Segretario ed una Ragioniera “a scavalco” e la responsabilità del settore finanziario e di quello tecnico in capo al Sindaco con una diminuzione dei costi di circa € 200.000,00 annui. Si è ragionato poi anche su una stabilizzazione delle entrate correnti, con incassi regolari derivanti da accertamenti IMU/TARI in modo da consentire anche per il futuro una gestione che non produca disavanzo.» Quali sono le difficoltà alle quali si andrà incontro nel prossimo periodo, in relazione a questo risanamento? «Oggi, la gestione del “presente” è sicuramente più tranquilla e più fluida anche se richiede comunque la massima attenzione da parte di tutti: amministratori e collaboratori. La pandemia, il particolarissimo e delicato momento storico che stiamo attraversando se da un lato come ho detto prima ha in parte aiutato con nuove norme gli enti locali, dall’altro ha aggiunto nuovi ostacoli, nuove difficoltà, nuove problematiche.

Nuove povertà si sono aggiunte con le relative risposte che il cittadino chiede anche all’ente locale, primo suo referente sul territorio. Affronteremo il presente ed il passato con atteggiamento deciso, concreto, responsabile e positivo verso il futuro. Abbiamo capacità e strumenti per farlo e la volontà di portare a termine il nostro impegno.» Lei pensa che la vostra esperienza possa suonare un campanello di allarme anche per altre amministrazioni? «La nostra esperienza e le nostre difficoltà possono forse essere equiparate a quelle di altre amministrazioni poi le circostanze, le opportunità, sono magari diverse per ognuno. Rimane sicuramente il fatto che vi è una crisi di carattere generale che ha colpito un po’ tutti i settori, da quello pubblico a quello privato, alle famiglie.» L’opposizione in consiglio comunale ha usato parole dure per criticare il piano di risanamento. Toni ancora più duri per commentare la vicenda giudiziaria che l’ha coinvolta in tempi recenti. Del resto, numerosissime sono le attestazioni di stima che lei ha ricevuto pubblicamente in seguito a questa vicenda. Pressoché unanime è stato il riconoscimento, da parte dell’opinione pubblica, della sua buona fede e anche della sua responsabilità davanti alla Legge. Nell’attesa di conoscere le motivazioni che hanno portato alla sentenza, pensa che avverrà un passaggio in Consiglio Comunale per discutere e superare definitivamente la questione? «Vero. L’opposizione ha usato toni duri sul piano di riequilibrio. Per essere più precisi lo ha “bocciato” senza (come spesso avviene) proporre un’alternativa credibile e/o fattibile e costruttiva. L’opposizione è semplicemente “contro” la maggioranza invece di lavorare “per” il proprio paese. L’opposizione era favorevole al dissesto, senza neppure rendersi conto che non ce n’erano le condizioni. Un dissesto che comunque avrebbe davvero “paralizzato” il nostro comune a discapito di tutti per il semplice gusto di poter denigrare ed incolpare la nostra Amministrazione. E qui si torna alla frase cui accennavo prima che non è certo per tutti, soprattutto per coloro che scarseggiano di idee perché animati solo da rancore (anche personale).» Lo stesso ragionamento vale per la sua vicenda personale? «Sì, perché il primo punto da chiarire è questo: la mia è una vicenda “personale” che mi coinvolge come Cinzia Gazzaniga e non in quanto Sindaco. Certo il fatto che io attualmente ricopra questo ruolo ha dato più risonanza alla notizia.


PINAROLO PO Il fatto che oggi l’opposizione chieda le mie dimissioni basandosi solo ed esclusivamente su un articolo del giornale credo sia discutibile. Da un amministratore pubblico vorrei prima di tutto essere giudicata per il mio operato di amministratore. Come persona ho già chiarito (ed eventualmente chiarirò ulteriormente) con gli organismi preposti, vale a dire la Magistratura. Rimane inteso che, come ho dichiarato immediatamente dopo l’uscita della notizia sul giornale convocherò anche il Consiglio Comunale ed in quella sede darò tutte le informazioni, mettendomi a disposizione delle decisioni che eventualmente si riterrà di assumere. Nel frattempo voglio innanzitutto ringraziare il gruppo di maggioranza, i miei collaboratori e i tanti cittadini del mio comune e non solo, che mi hanno espresso la loro solidarietà e il loro pieno sostegno.» Cosa si aspetta ora? «In vita mia ho sempre rispettato il lavoro della Magistratura e non mi sono mai sottratta alle mie responsabilità. È stato così anche in questa occasione, ma al tempo stesso voglio precisare che, nel caso specifico ho sempre agito nell’interesse del mio assistito, di una persona che viveva in piena solitudine, in mezzo ai rifiuti, tenendo conto delle sue necessità e dei suoi desideri. Pertanto eventuali errori di tipo procedurale non possono intaccare un impegno di fondo che certamente rivendico con grande determinazione, camminando sempre “a testa alta e con la schiena drit-

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ta”, come la stragrande maggioranza dei miei concittadini sa bene. Naturalmente attendo insieme al mio legale di conoscere le motivazioni della sentenza per decidere l’atteggiamento futuro. Una cosa è chiara: questa pagina, pur dolorosa, non mi distoglierà dall’impegno a favore della comunità pinarolese, come già deciso insieme agli assessori ed ai consiglieri di maggioranza. Chi mi conosce sa bene che non mi sono arricchita, né ho acquistato immobili o altro per me stessa né mi sono approfittata dei ruoli e delle responsabilità che ho ricoperto.» In particolare, il gruppo di Maggioranza, da sempre molto affiatato, ha decisamente serrato i ranghi in sua difesa. Che importanza ha l’unità del gruppo ai fini della realizzazione del mandato elettorale? «Come ho già detto non posso che ringraziare il mio gruppo; per quanto fatto finora e per il sostegno datomi in questa specifica occasione. Ho trovato in loro degli amici e dei “compagni di viaggio” (come li definisco spesso io) validissimi ed affidabili. Così come peraltro ho trovato sostegno nei miei collaboratori e nelle mie collaboratrici; coloro cioè, che ogni giorno condividono con me “oneri ed onori”, coloro che più di altri mi supportano e mi sopportano. Parlo di persone che mi hanno dimostrato la loro stima, la loro fiducia, il loro supporto in modo chiaro, spontaneo, sincero ed inequivocabile. E questo da sempre.

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Sulla condanna in I° Grado per peculato «La mia è una vicenda “personale” che mi coinvolge come Cinzia Gazzaniga e non in quanto sindaco. Da un amministratore pubblico vorrei prima di tutto essere giudicata per il mio operato di amministratore» Tutto ciò, insieme alle testimonianze di tante altre figure istituzionali e cittadini mi ha sempre dato e mi dà oggi la “carica” necessaria per proseguire oltre al fatto di avere la certezza dentro di me di non aver mai mancato di rispetto alla persona di cui ero responsabile. Sicuramente questo rende un amministratore fiero del suo gruppo e ancora più determinato nel proseguire il suo impegno, anche nei momenti meno facili.» Con quali obiettivi intende rilanciare l’azione amministrativa per il 2021, nella speranza che fra pochi mesi si possa considerare conclusa la fase pandemica? «Nella speranza appunto che questa fase difficile per tutti possa concludersi o almeno attenuarsi al più presto, continueremo a cercare di dare risposte ai nostri cittadini, aiutandoli e sostenendoli laddove

possibile, portando avanti il nostro impegno amministrativo su due binari: quello del risanamento da un lato e quello dello sviluppo dall’altro; approfittando delle possibilità offerte da Stato, Regione, altri enti, cercando finanziamenti, aderendo a bandi e valutando ogni possibilità che possa migliorare la qualità di vita sul nostro territorio. Proseguiremo l’asfaltatura delle strade per quanto possibile, ci dedicheremo a lavori sul reticolo idrico minore, continueremo con la manutenzione dei nostri edifici (a tal proposito stanno per iniziare lavori importanti presso il nostro municipio) e proseguirà la nostra azione di controllo e collaborazione con le società e le aziende a cui abbiamo affidato servizi importanti come la raccolta rifiuti e il ciclo integrato delle acque.» di Pier Luigi Feltri


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REA PO

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«Tante iniziative realizzate intorno al Fiume, ma non da noi, da noi il Po è un niente» Il Coronavirus nel 2020 non ha risparmiato neanche il comune di Rea, che conta poco più di 400 anime. La pandemia, infatti, ha reso difficili le cose in tutto l’Oltrepò e il piccolo comune non è stato da meno. Per fortuna, però, la situazione non è stata gravissima. Abbiamo parlato di questo con il primo cittadino Claudio Segni, al quale abbiamo anche chiesto qualche informazione circa il progetto di recupero di Villa Gaia. Ha infatti avuto un certo risalto negli ultimi giorni l’appello di Isa Maggi, responsabile pavese di Sportello Donna, la quale propone da tempo di trasformarla in una casa di accoglienza per le donne maltrattate e per i loro figli. “Gaia” non è soltanto il nome della struttura, ma anche quello della figlia di Maggi, scomparsa prematuramente nel 2008. Realizzare la “Casa delle donne” rappresenterebbe anche coronare quello che fu un sogno di Gaia. Ma la situazione non è facile: in seguito ad una lunga disputa legale, l’immobile è finito all’asta e ora l’idea sarebbe quella di rilevarla grazie ad una colletta popolare. La prossima asta è fissata per il 29 gennaio: il tempo a disposizione è davvero poco, ed è possibile che l’immobile venga rilevato da altri investitori. È possibile visitare il sito www.fondazionevillagaia.org per approfondire il tema e prendere contatti con i proponenti. Sindaco, cosa ci può dire sull’anno appena passato? «Naturalmente i casi di covid ci sono stati anche da noi. Per fortuna, però, si è risolto tutto nel migliore dei modi: questa è già una buona cosa…» Sono stati tanti i casi? «Diciamo che siamo in linea con gli altri

Claudio Segni, sindaco di Rea Po paesi dell’Oltrepò, in percentuale agli abitanti naturalmente. Ripeto, fortunatamente, non ci sono stati casi che si siano conclusi in modo nefasto». Come Comune cosa avete fatto per fronteggiare la brutta situazione? «Abbiamo fatto più o meno quello che hanno fatto gli altri. Prima di tutto, un po’ di distribuzione gratuita delle mascherine. Questo anche grazie al fatto che, nel nostro territorio, abbiamo un’azienda che fa import/export con la Cina per altre cose e che ha rifornito la Protezione Civile della Provincia di Pavia. E poi siamo stati attenti a far rispettare tutte le precauzioni che ci sono state indicate per contenere la diffusione del virus.» State andando avanti anche adesso con precauzioni, chiusure, e cose simili? «Ovviamente per quanto riguarda i bar sì, perché c’è il Decreto. Poi noi come Comu-

ne stiamo garantendo i servizi essenziali e stiamo ricevendo solo su appuntamento: il personale è in smart working e in ufficio c’è sempre una persona sola per volta. Cerchiamo il più possibile di evitare i contatti e i possibili contagi. Tenendo presente che, purtroppo, come tutti i piccoli comuni abbiamo una popolazione sensibile a queste cose, in quanto anziana e quindi più soggetta ai pericoli del virus e più fragile.» Come lavori pubblici, invece, avete in programma qualcosa? «Sicuramente sì, soprattutto per quanto riguarda la viabilità. È già qualche anno che stiamo lavorando in questo senso e dovremmo in questo 2021 risolvere il problema. Un tema che riguarda poi un po’ tutto l’Oltrepò, non solo Rea: è la nota dolente del nostro territorio… Portare a termine questi lavori sarebbe già un ottimo risultato. Poi negli anni scorsi abbiamo ricevuto finanziamenti per la messa in sicurezza e l’efficientamento energetico delle strutture pubbliche: quest’anno finiremo quelli che sono già stati appaltati e sono in fase di definizione.» A proposito di strutture, a Rea si trova anche Villa Gaia, che doveva essere dedicata ad ospitare le donne maltrattate… cosa ci può dire in merito? «Si tratta di una struttura nata tempo fa, ma purtroppo mai portata a compimento. Al momento la struttura si trova all’asta. Grazie a finanziamenti regionali, relativi al periodo di Expo 2015, la struttura avrebbe dovuto diventare una specie di ostello, per ospitare a prezzi convenzionati giovani e compagnie che avessero voluto visitare, appunto, l’esposizione milanese. Poi l’idea si era sviluppata diversamente e si era quindi

pensato di dedicare la location alle donne che avevano avuto problemi di stalking o maltrattate. Però, successivamente, si è arenato tutto.» Un vero peccato però lasciare dismessa una struttura così… «Sì, mi auguro davvero che venga acquisita da qualcuno. Tra l’altro si trova davvero in una buona posizione e ha anche un risvolto storico perché questo edificio era la vecchia dogana tra il Regno Piemontese e gli Asburgo. Sarebbe quindi carino recuperare la struttura. Però con i tempi che corrono è difficile trovare qualcuno disposto ad investire in un immobile così, specialmente in questo momento in cui diventa difficile anche solo pensare a quando si potrà andare a mangiare una pizza. È tutto complicato, soprattutto dal punto di vista burocratico. Io però spero che la faccenda si possa risolvere presto e in modo positivo, visto che può essere anche molto qualificante per il territorio.» Cosa ne pensa dell’Oltrepò? «Non siamo da meno rispetto ad altri posti in Italia. Ma il problema è che non ci siamo ancora accorti di questo. Dobbiamo capire il valore del territorio. Io abito a 50 metri dal fiume: sono nato e cresciuto lì e ho quindi un certo rapporto affettivo proprio con il fiume. Ma da noi è considerato un niente, quando, invece, basta andare in Emilia o in Piemonte per vedere quante iniziative vengono realizzate intorno al fiume. Forse non ci siamo mai interessati del nostro territorio e adesso paghiamo un po’ lo scotto, ma la situazione può migliorare.» di Elisa Ajelli


ROVESCALA

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«Un plauso ai volontari che hanno sempre lavorato duramente e con passione mantengono vivo il paese» Nel 2021 i cittadini di dieci comuni dell’Oltrepò Pavese saranno chiamati alle urne per eleggere o riconfermare le amministrazioni per il prossimo quinquennio. Tra questi vi saranno i circa 900 abitanti di Rovescala. A tal proposito abbiamo intervistato il sindaco Marco Scabiosi, il quale ci ha riassunto quanto fatto nel corso del suo mandato, tra difficoltà burocratiche ed emergenza sanitaria. Sindaco, alla luce di questi cinque anni di mandato, cosa le resta di quest’esperienza? «Quando abbiamo iniziato questo percorso eravamo un gruppo di dieci persone senza alcuna esperienza amministrativa alle spalle, ma con la volontà di poter fare qualcosa per il proprio paese. Sicuramente abbiamo pagato qualcosa per l’inesperienza e, a livello amministrativo, non si può imparare tutto in pochi mesi. Mi resterà sicuramente molto, soprattutto dal punto di vista umano. Ho avuto la possibilità di conoscere meglio gli altri componenti del gruppo, collaborando con loro sia nelle situazioni ordinarie che straordinarie. Ho avuto la possibilità di vivere esperienze con le varie istituzioni territoriali e di aver l’onore di poter indossare la fascia tricolore, cosa che per me non è mai stata banale e che ho sempre avuto questo senso di rispetto e di orgoglio. Ho conosciuto le difficoltà che si incontrano all’interno di questo mondo. Conoscendole ora, ho imparato che bisogna aspettare prima di criticare un’amministrazione, cercando di avere maggior senso civico e rispetto per le istituzioni. È anche vero che è giusto valutare chi si mette in gioco, ma bisogna prima essere a conoscenza di tutte le problematiche che si nascondono nella pubblica amministrazione. Resta comunque un’esperienza che consiglio a chiunque voglia intraprendere questa strada». Rovescala com’è cambiata in questi anni? «L’età media della popolazione si sta sempre di più alzando, ma è una tendenza comune agli altri piccoli paesi della zona. Vivere la campagna non è facile, i giovani sono pochi e le sfide sono sempre più dure. Per questioni di comodità e di lavoro molti si sono trasferiti in località più grandi: questo dispiace molto, ma è una realtà che va accettata». In ultimo e non per importanza, la chiusura della banca. Un disservizio importante per il paese «Come amministrazione ci siamo mossi per evitare che questo accadesse. Era un atto dovuto, anche se sapevamo sin da subito che quando un istituto bancario avvia un programma di riduzione costi è difficile fargli cambiare idea.

L’istituto si è giustificato facendo leva sul fatto che ora esistono nuovi metodi di pagamento, come l’home banking, e che sono presenti altre filiali in comuni non molto lontani. Hanno applicato una politica interna di riduzione delle spese, che non ha tenuto conto delle difficoltà delle persone anziane. Questo non è successo solo a Rovescala, ma anche in altri piccoli comuni». Essere un amministratore durante una pandemia non è certo cosa semplice: come siete riusciti a gestire l’emergenza sanitaria? Avete avuto parecchi casi? «Durante la prima ondata fortunatamente non si sono registrati molti casi: qualche contagio con lievi sintomi, risolto con la quarantena. Purtroppo nella seconda ondata abbiamo dovuto registrare un paio di decessi legati al virus. Ci sono stati grandi disagi dal punto di vista burocratico: come tutti abbiamo dovuto istituire il COC (Centro Operativo Comunale), applicare i nuovi protocolli e attivare lo smartworking anche per gli uffici comunali, che sono rimasti chiusi al pubblico per diverso tempo. Si è cercato di aiutare il commercio locale, vincolando l’utilizzo dei buoni alimentari solo nelle attività presenti sul territorio comunale». Le associazioni sono state molto attive nel corso dell’emergenza? «È stata coinvolta la Protezione Civile degli Alpini, per la consegna dei pasti a chi si trovava in difficoltà. Sarebbe stato un compito di competenza dell’Auser ma, essendo gran parte dei volontari in fascia di rischio, è stato opportuno tutelarli anch’essi. Vorrei cogliere l’occasione per ringraziare queste associazioni che, insieme alla Pro Loco e al Gruppo Alpini, hanno sempre lavorato duramente e con passione mantengono vivo il paese». In questi cinque anni quali sono stati i principali progetti attuati e lavori svolti? «Siamo dovuti intervenire su un cedimento strutturale al portale d’ingresso del cimitero, un problema che non avevamo potuto prevedere. Si è puntato molto sui nostri giovani e siamo intervenuti con un importante riqualificazione dei campi sportivi. Sono stati fatti diversi lavori su diversi tratti di strada, non solo di riasfaltatura ma anche a livello strutturale, a cui va aggiunto anche rifacimento dell’impianto dell’illuminazione pubblica, che partirà a breve. Anche il Municipio e i locali della Società Cooperativa sono stati soggetti a diversi lavori di ristrutturazione: in quest’ultima sono tutt’ora in fase terminale. Per quanto riguarda la casa comunale e le strut-

Fine mandato per la Giunta Scabiosi Il sindaco: «Sicuramente abbiamo pagato qualcosa per l’inesperienza e, a livello amministrativo» ture di proprietà del comune, abbiamo fatto diversi lavori per l’abbattimento dei consumi energetici, sostituendo caldaie e agendo sugli impianti. Il centro del paese è invece stato soggetto alla sostituzione dell’arredo urbano. È stata affrontata anche la questione sicurezza, con l’installazione di diverse telecamere sul territorio comunale ed altre che verranno sistemate nei prossimi mesi. Dopo innumerevoli sollecitazioni alla Provincia di Pavia presto inizieranno i lavori alla strada provinciale della “Campana di Ferro”: i lavori sono già stati appaltati e si tratterà di un intervento importante. Abbiamo cercato di agevolare il settore agricolo, con continui confronti e intervenendo anche nella sistemazione e manutenzione di alcune strade interpoderali. Confrontandomi anche con gli altri consiglieri, sin da subito ho avuto l’impressione che le amministrazioni comunicassero poco con i cittadini. Per questo abbiamo ideato una pubblicazione: di questa è previsto un numero conclusivo nei prossimi mesi, in cui riassumeremo i cinque anni del nostro mandato. Nonostante questo, è sempre stato molto difficile dimostrare quanto fatto in questi anni». Ce ne sono stati altri che invece, anche per colpa del periodo che stiamo vivendo, la sua amministrazione avrebbe voluto portare a termine ma non è stato possibile? «Ammetto, pensavamo di poter fare qualche cosa di più, soprattutto guardando a quello che avevamo ipotizzato ad inizio mandato. Purtroppo, abbiamo dovuto rivedere i nostri progetti appena ci siamo dovuti confrontare con le effettive disponibilità di cassa. Per tre anni abbiamo partecipato ad alcuni bandi senza riuscire

Marco Scabiosi, sindaco di Rovescala

ad entrare in graduatoria. Abbiamo avuto più contributi nel 2020, ma paradossalmente con più difficoltà: i parametri e le tempistiche sono gli stessi sia per i paesi più grandi che per quelli più piccoli, senza tener conto che questi ultimi hanno personale spesso ridotto o tecnici condivisi con altri comuni. Quest’anno si è fatta parecchia fatica, ma ringrazio il personale che è riuscito a fare un ottimo lavoro e ci ha permesso di poter cogliere le occasioni che si sono presentate e le abbiamo sfruttate». Lo scorso anno, come accaduto per altre realtà, avete dovuto annullare l’edizione 2020 del “Marzo Rovescalese” «È una manifestazione importantissima per il nostro paese che negli ultimi anni ha visto presenti anche parecchi politici e autorità. Abbiamo sempre appoggiato l’egregio operato della Pro Loco nell’organizzazione di questo evento. Speriamo si riesca ad organizzare l’edizione 2021, magari eccezionalmente in un periodo successivo data l’emergenza sanitaria ancora in corso». Pensa di ricandidarsi per un secondo mandato? «È ancora presto per dirlo. Al momento né io, né il mio gruppo, abbiamo preso ancora una decisione a riguardo. Ho avuto la fortuna di lavorare con un gruppo di persone valide. Certo, in cinque anni molte cose cambiano: qualcuno ha dovuto lasciare quasi subito, altri a metà percorso. A fine anno ci sono state anche le dimissioni di un assessore per motivi personali. Nel corso del 2020 ho cambiato lavoro e questo mi ha tenuto parecchio impegnato. Fortunatamente ho avuto alle spalle persone che hanno saputo supportarmi e sostituirmi quando ero impegnato e per questo vorrei cogliere l’occasione per ringraziarli». di Manuele Riccardi


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COLLI VERDI

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«Il post-covid, occasione di riscatto per le aree interne» A livello delle amministrazioni locali, durante la fase di pandemia si è pensato soprattutto ad affrontare l’emergenza quotidiana. Sono pochi i casi in cui si è iniziato a ragionare in termini di futuro; e sarebbe ora di iniziare a farlo. Soprattutto a livello dei territori più periferici. Perché se è vero che la pandemia ha portato con sé la tragedia sanitaria, è poi evidente che le misure per contenerla hanno portato una crisi economica e sociale. E ogni crisi è soprattutto un’opportunità, come diceva Einstein. Del resto la parola “crisi” deriva dal greco “krisis”, che significa “scelta”. Questo più di ogni altri è il momento di fare delle scelte, anche e soprattutto a livello di territorio. Quali sono i punti di partenza per affrontare queste scelte? Come sta cambiando il paradigma del territorio nel contesto della pandemia? Ne abbiamo parlato con Giovanni Andrini, membro del Consiglio Direttivo di ANCI Lombardia, invitato permanente nei Dipartimenti Europa e cooperazione internazionale e Piccoli Comuni, montagna e aree interne e già a lungo sindaco di Valverde (comune confluito due anni fa in quello neonato di Colli Verdi). «Spero si apra un confronto, al più presto, sul futuro del nostro territorio con l’obiettivo di cogliere le nuove e possibili opportunità di questo momento pensando ad un progetto ambizioso post pandemia. Dimostriamo di essere resilienti anche noi e io sarò pronto a dare il mio contributo». Andrini, lei è un amministratore di esperienza. Nel corso degli anni ha visto questo territorio sviluppare importanti cambiamenti, il più delle volte non positivi. Lo spopolamento, la fatica nel mantenere i servizi essenziali. Il continuo rincorrere i problemi cercando di mettere una pezza dove si può, da parte delle amministrazioni locali. Come potrebbe cambiare questo copione nel prossimo periodo? «Partiamo da un assunto. In questo momento stiamo vivendo una grave pandemia. La supereremo, e quindi è necessario chiedersi cosa succederà dopo. Quali saranno le criticità che avremo di fronte, e quali invece le opportunità? La nostra analisi deve partire dall’osservazione della realtà, di quello che sta già succedendo, e che quindi ci indica la via. Secondo me ci sono tre punti fondamentali che non possiamo ignorare. Il primo è il tema dello smart working. Il nostro Paese era indietro anni luce, ora abbiamo recuperato, proprio perché costretti dalla situazione. Il secondo tema è la “didattica a distanza”. E poi la telemedicina.» Bene, ma questi tre aspetti sono diventati parte della vita quotidiana di mi-

«Il tema non è solo quello di avere dei soldi da spendere, ma di quali soldi e di come poterli spendere»

Giovanni Andrini, membro del Consiglio Direttivo di ANCI Lombardia

lioni di Italiani e non solo. Perché diventano particolarmente strategici per i territori periferici? «Se vogliamo avere una visione, deve cambiare il nostro approccio. Le cose non succedono da sole: a volte bisogna farle succedere. Io credo che in seguito alla pandemia tutte le periferie abbiano un’occasione di crescita e di riscatto. Fino a ieri, infatti, le persone andavano dove c’era il lavoro. Si spostavano di casa, per questo. Noi lo sappiamo molto bene: basta guardare quello che è successo e succede sulle nostre colline, ma in realtà in tutte le zone periferiche d’Italia. Lo smart working cambia le carte in tavola.» Le ha cambiate fino a questo momento. Bisognerà vedere se le aziende avranno il coraggio di andare decise su questa strada per il futuro... «Non dico che quella telematica diventerà l’unica modalità di lavoro in futuro, ovviamente; ma è evidente che molte persone possano svolgere le loro mansioni tranquillamente lavorando da casa, e ce ne siamo resi conto proprio durante la pandemia. Se questo è vero, allora cambia un paradigma: uno non va più ad abitare dove c’è il lavoro, ma è il lavoro che può andare a casa sua. Si può scegliere di vivere dove si vuole.

Un concetto facile da sposare; ma è chiaro che per attrarre persone bisogna mettere in campo le politiche necessarie.» A cosa si riferisce? «Potremmo ridefinire in maniera importante i rapporti fra i medi/grandi centri urbani e le periferie; ma ancora più in generale: fra montagna e pianura. In un’ottica di reciprocità. Adesso bisognerebbe rimboccarsi le maniche e iniziare a lavorare.» Declinare questa realtà in una prospettiva futura significa però anche affrontare dei problemi. Seguo il filo del ragionamento: se migliorassero le prospettive per le periferie, peggiorerebbero quelle per i grandi centri urbani. «Qualche giorno fa ho visto in televisione un servizio che mi ha toccato. Parlava della Silicon Valley, la sede dei grandi colossi del digitale americani. Google ha una struttura pazzesca che in questo periodo di pandemia è rimasta completamente vuota: le migliaia e migliaia di dipendenti lavorano tutti da casa. Certamente questo porta anche un grosso problema, perché occorre ridisegnare un’intera società. Attorno a Google c’erano bar, mense, negozi... tutto il famoso indotto. Se Google lascia a casa i dipendenti, tutta l’economia che lo circonda chiude.

Questo naturalmente vale anche per le multinazionali e alle grandi aziende delle nostre città e penso alla città più vicina che è Milano.» Cambia anche la programmazione urbanistica, «Certo: cambiano i Piani di Governo del Territorio comunali, non solo quelli provinciali. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, sta lavorando su un disegno della sua città proiettata nel futuro. Noi dovremmo fare lo stesso, nelle nostre realtà. Aprire una discussione, prima di tutto. Le due osservazioni che abbiamo fatto prima, relativamente allo smart working e alla didattica a distanza, ci fanno capire anche che gli spazi abitativi diventeranno diversi in futuro.» Cambiando le esigenze, cambieranno anche gli spazi, certamente. “La casa”, diceva Le Corbusier, “è una macchina per abitare”. Cioè: deve essere fatta in modo da assolvere alle sue funzioni. Come si risponde a questa esigenza? «In generale, i luoghi dove noi abitiamo non sono pensati per lavorare. Per molti la casa è stata, fino a poco tempo fa, il luogo dove mangiare la sera e poi andare a dormire. Al mattino successivo, quelle stesse persone andavano a lavorare, portavano i bambini a scuola... È chiaro che se da oggi in poi uno o due membri del nucleo famigliare, magari non sempre, ma almeno uno o due giorni a settimana dovranno lavorare da casa; e magari nella stessa famiglia ci saranno anche dei ragazzi che assistono alla didattica a distanza... allora si renderanno necessari spazi diversi.»


COLLI VERDI Sulla didattica a distanza, in particolare, ci sono state grandissime polemiche in questi mesi. Si dice che non potrà mai sostituire la didattica in presenza. Quindi, almeno sotto questo punto di vista, è lecito aspettarsi che prima o poi le cose tornino come prima. «Certo, anche io sono convinto che la didattica sia meglio quando effettuata in presenza, ma anche qui bisogna analizzare tutto il contesto. Perché se io penso a un ragazzo che abita a Romagnese e per andare al liceo o all’università deve fare 3 ore di autobus fra andata e ritorno, mi viene da dire: alt, fermiamoci un attimo e facciamo valutazioni adeguate. Quel ragazzo va messo quantomeno nelle condizioni di scegliere un piano adatto alle sue esigenze. E non è detto che partire ogni mattina da Zavattarello per andare a Voghera o a Pavia, con tutto quello che ne consegue, assolva nel migliore dei modi alle sue necessità, anche didattiche.» Insomma: servono case più grandi, evidentemente. È impensabile che queste nuove esigenze si possano sostanziare in un appartamento di 50 metri quadri. E quindi, se ho ben capito, lei vuole suggerire che le zone periferiche e rurali possano avere voce in capitolo in questo senso. «Noi abbiamo moltissime case abbandonate, e in più abbiamo un sacco di spazio dove si potrebbe anche costruire, volendo. Però abbiamo un problema: la mancanza di un’infrastruttura adeguata, a cominciare da quella digitale. Poi le strade vanno sistemate una volta per tutte. Almeno le principali. E in questo bisogna fare delle scelte: per esempio, molte strade provinciali sono ormai o sono sempre state di interesse prettamente locale. Bisogna mettere la Provincia nelle condizioni di occuparsi con dignità almeno delle direttrici principali.» Costruire infrastrutture e manutenerle richiede denaro. Sarò brutale: lo abbiamo questo denaro? «Personalmente ho occasione di seguire da vicino questi aspetti, anche grazie alla finestra che mi offre ANCI. Innanzi tutto, oltre alle risorse che arriveranno dal Next Generation Eu ci stiamo avvicinando alla definizione dei fondi strutturali 20212027: ci sono in ballo un sacco di soldi, adesso è il momento di pensare a cosa vogliamo fare e portare le nostre idee in Europa. Se vogliamo avere poi la possibilità di fare cose concrete. Altrimenti riceviamo un sacco di soldi senza sapere come utilizzarli, oppure utilizzandoli in ambiti non fondamentali. Un problema che abbiamo da anni è quello di non essere bravi a raccordarci con le politiche europee. Il tema non è solo quello di avere dei soldi da spendere, ma di quali soldi e di come poterli spendere.» Bisognerebbe anche vedere come sono stati spesi i soldi ottenuti in passato... altri finanziamenti che potevano essere decisivi, e invece hanno spesso lasciato l’impressione delle classiche occasioni perse. Le aree interne, che il più delle volte partivano svantaggiate, sono rimaste svantaggiate.

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Le aree interne a un bivio: proseguire il declino o invertire la tendenza. Come? «Le aree interne non possono essere trattate come le altre. Se oggi si trovano indietro, i motivi sono tanti e diversi. A cominciare dalla morfologia del territorio, che è una condizione a priori. Per questo il contesto di norme in cui ci si muove deve essere differenziato. Non ci sono santi. Ci deve essere una fiscalità differenziata, altrimenti non ne veniamo fuori. È anche un principio di giustizia: soggetti diversi devono essere trattati in maniera diversa. Quanto ai finanziamenti passati, dobbiamo rilevare che sono sempre arrivati con una serie di vincoli. Non sempre le colpe sono dei territori che spendono male, oppure in investimenti non così necessari. In molti casi dipende dai paletti che vengono posti a monte di quel finanziamento.» Paletti posti in modo piuttosto aleatorio. Lontano dalle esigenze dei territori periferici, che faticano a far sentire la propria voce nelle stanze dei bottoni. «Il tema è questo: non bisogna aspettare ci sia la programmazione europea già definita e approvata per pensare a cosa fare. I progetti devono partire dal basso per poi andare in Europa ed essere recepiti. Se non portiamo in Europa le esigenze specifiche del territorio, la programmazione verrà effettuata sulla base di elementi generali, generiche, che non è detto si adattino a tutte le periferie nello stesso modo. Bisogna anche qui invertire la rotta. La possibilità di andare in Europa a monte della programmazione c’è. Bisogna approfittarne e fare in modo che la determinata esigenza di un’area venga inserita nella programmazione. Certo tutto questo iter deve essere gestito passo passo. Non a caso si stanno diffondendo le figure degli europrogettisti locali; o meglio: dei “coach” delle politiche europee che lavorano sui territori. Fra l’altro ci sono dei percorsi di formazione ora in corso promossi da Regione Lombardia e ANCI, ma da Pavia silenzio o partecipazione marginale non consapevole». Una figura, quella dell’addetto ai bandi europei, presente a vario titolo in tutti i programmi elettorali delle principali località dei nostri territori. Giusto lì. «Le politiche europee hanno un contesto di norme che richiedono esperienza. C’è bisogno di elementi capaci di parlare lo

stesso linguaggio della burocrazia continentale. Certo i comuni piccoli non hanno il personale da mandare a fare questi corsi, e poi per occuparsi stabilmente di tali questioni. Ma allora mi chiedo: se singolarmente non abbiamo le risorse interne da dedicare, individuiamo qualcuno che possa farlo per una determinata zona, lo paghiamo ciascuno per la sua parte e costui si occuperà di esercitare nel migliore dei modi questa necessaria funzione per conto di tutto il territorio. Si potrebbe anche pensare a uno dei comuni più grandi che si faccia carico di un progetto pensato per un’area vasta e si porti quindi appresso i comuni più piccoli, mettendo a disposizione le risorse umane di cui dispone.» La Fondazione per lo Sviluppo dell’Oltrepò Pavese potrebbe assolvere questa funzione? «Potrebbe diventare il soggetto operativo a disposizione dei comuni. Sarebbero i comuni a dover conferire alla Fondazione questo incarico, secondo me comunque avrebbe tutte le carte in regola.» Del resto la Fondazione ha maturato una grande esperienza. E in dispone anche di un capitale umano decisamente adatto a questo tipo di mansioni; certo a quel capitale umano bisogna anche offrire una prospettiva... «Per come la conosco io - e sono stato per diversi anni membro del consiglio Direttivo - e per le competenze che ha, potrebbe essere un soggetto adatto e già esistente, senza inventarsi niente di nuovo. Altrimenti il Comune di Voghera o quello di Godiasco o quello di Varzi potrebbero fare da capofila e assumere con il concorso degli altri comuni della zona una o due persone capaci di lavorare su questo ambito, per concentrarsi sul futuro dell’area interna, sugli aspetti legati al Recovery Plan, sulla la nuova programmazione 2021-2027. L’obiettivo deve essere quello di impostare un progetto di territorio e portare a casa le risorse per poterlo realizzare. Questo progetto si deve basare sul momento che stiamo attraversando e sulla visione che vogliamo dare al futuro per questo nostro territorio.» Cosa intende quando parla di “visione”? «Se vogliamo ripopolare le nostre monta-

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gne dobbiamo attirare nuovi abitanti. Se vogliamo attirare nuovi abitanti dobbiamo approfittare delle opportunità che la crisi ci offre. Non basta certo la disponibilità di spazi abitativi. A quelle persone noi dobbiamo essere in grado di dire: tu hai un bambino? Noi ti offriamo un asilo nido. Non possiamo pensare di attivare un asilo nido quando saranno venuti ad abitare qui dieci famiglie milanesi. Perché le dieci famiglie milanesi non verranno mai ad abitare in un posto dove non si siano servizi adatti alle loro esigenze e anche alle loro abitudini. Noi dobbiamo ribaltare la prospettiva: prima creare un’offerta di servizi, poi accogliere chi potrebbe essere interessato a quei servizi. L’asilo nido ovviamente è solo un esempio, ma pensiamo a quante cose potremmo mettere in campo per recuperare il divario in termini di qualità della vita con i centri urbani più sviluppati.» E se l’asilo nido avrà solo tre bambini? «Vorrà dire che se non arriveranno i risultati attesi, se il progetto che avevamo definito non avrà portato dei numeri compatibili con una logica di sostenibilità dal punto di vista del sistema, allora lo andremo a ripensare. Del resto non possiamo pensare di attrarre persone in un territorio che non offre dei servizi. Senza mettere in campo niente di più dei quello che c’è già. È ovvio che non possiamo ragionare in termini di numeri che non abbiamo: i numeri verranno. Prima offriamo i servizi, poi arriveranno i numeri. Se continuiamo a ragionare come abbiamo sempre fatto, andrà sempre peggio, perché i numeri dei residenti continueranno a calare, e con essi caleranno anche i già pochi servizi che si riescono ad assicurare. Viceversa, se invertiamo la tendenza e crescono le famiglie che decidono di venire a vivere da noi, automaticamente si rivitalizza anche la microeconomia. Si creano le condizioni di aprire ancora il negozio che aveva chiuso.» Chiudiamo tornando sull’infrastruttura che sta alla base della maggior parte dei servizi: quella digitale. In questa pandemia la sua assenza si è sentita molto, soprattutto nei territori di montagna. Dopo l’ennesimo ritardo nella posa della banda ultralarga, posticipata nella maggior parte dei comuni al 2023, quali sono le prospettive? «Il nostro territorio, come molti altri non interessati dai grandi operatori, rientra nel quarto cluster di interventi. I comuni avevano stipulato una convenzione con Infratel Italia e Open Fiber deve effettuare i lavori. Siamo parecchio in ritardo sui tempi e nessuno dice niente oltre a mettere a rischio il progetto di telemedicina finanziato con l’Area Interna. Bisognava alzare la voce nel momento del primo lockdown e costringere chi di dovere a darsi una mossa. Comunque ora diventa ancora più fondamentale che l’infrastruttura digitale venga migliorata e nei tempi più rapidi possibili.» di Pier Luigi Feltri


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Cheap but chic: PIATTI GOLOSI E D’IMMAGINE AL COSTO MASSINO DI 3 EURO

Piatto fatto con gli avanzi e con una raccomandazione: la verza si utilizza solo dopo una gelata

INVOLTINI DI VERZA Ingredienti per 6 persone: un cavolo verza 350 gr di carne di manzo o maiale già cotta 30 gr di grana grattugiato 60 gr di pane raffermo 200 gr di latte intero 1 uovo 1 cucchiaio di prezzemolo tritato 1 spicchio d’aglio 30 gr di cipolla 30 gr di burro 40 cl di vino bianco secco 1 mestolo di brodo di carne sale e pepe

L’inverno è la stagione della verza, uno degli ingredienti più amati della stagione fredda, è versatile e si trova in tante gustose varianti. è un ortaggio ricchissimo di proprietà nutritive, alleato delle diete ipocaloriche e versatilissimo in cucina, da usare a piacimento come ingrediente protagonista oppure come contorno che non sacrifica il gusto. Si tratta di un cavolo con foglie scure e rugose, con superficie ondulata e riccia e diverse nervature. Da molti considerata verdura “povera”, il cavolo verza è una delle verdure più nutrienti e una fonte ricchissima di fibre, da cui derivano le sue virtù anti-stipsi, vitamina C e soprattutto di antiossidanti, alleati preziosi nella prevenzione delle patologie tumorali. Si può considerare un vero e proprio tonico, perché contiene molti sali minerali come il calcio, il sodio, il fosforo, il potassio, il magnesio, il rame, il manganese e poi ferro, selenio e zinco. Non solo, la verza è anche un vero e proprio concentrato di vitamine. Contiene infatti soprattutto vitamine dei gruppi A, B ed E. Inoltre, come tante altre verdure (e molta frutta) la verza è composta al 90% di acqua ed è quindi un alimento idratante. Si dice che i romani la consumassero prima di gozzovigliare ai loro famosi banchetti senza fine, perché la verza in effetti ha proprietà disintossicanti e aiuta a prevenire le conseguenze... della bisboccia.

La verza è sempre stata la protagonista invernale della cucina lombarda, famoso in Oltrepò il “ragò” o “bottaggio” in abbinamento alle puntine di maiale, un piatto molto sostanzioso e saporito. Oggi voglio però proporvi una ricetta della tradizione, una di quelle ricette che nelle famiglie venivano tramandate di generazione in generazione e poi declinate in diverse varianti: gli involtini di verza. Si tratta di una di quelle ricette nate per riciclare gli avanzi o le parti che normalmente venivano scartate. Per la verza infatti si utilizzano le foglie più esterne, solitamente le più dure e quindi scartate; per il ripieno tradizionalmente venivano utilizzati resti di carne lessata o arrostita, oppure anche fondi di salame o prosciutto. Una raccomandazione: la verza, per essere morbida e avvolgere gli involtini al meglio, si utilizza solo dopo una gelata. Servono quindi temperature basse e non può essere altrimenti vista la ricchezza del ripieno, che appaga il palato nelle stagioni fredde!

Come si preparano: sfogliamo la verza, scartiamo le foglie più dure e laviamo bene le foglie che utilizzeremo per i nostri involtini. Scottiamo ora le foglie in acqua bollente salata e le stendiamo ad asciugare un po’ su carta assorbente. In una ciotola mettiamo il pane con il latte e lo lasciamo ammorbidire per almeno mezz’ora, poi lo strizziamo. Tritiamo ora la carne, aggiungiamo lo spicchio d’aglio tritato finemente, il grana, il pane strizzato, l’uovo e il prezzemolo. Regoliamo di sale e pepe e amalgamiamo bene. A questo punto, mettiamo su ogni foglia di verza una noce del ripieno e avvolgiamo bene, formando un involtino ben chiuso anche lateralmente. In un tegame facciamo imbiondire la cipolla tritata con il burro, aggiungiamo gli involtini e li facciamo rosolare a fuoco vivace. Bagnamo ora con il vino bianco e il brodo e facciamo cuocere su fuoco moderato con il coperchio per 15-20 minuti circa girando gli involtini di tanto in tanto.

You Tube Channel & Facebook page “Cheap but chic”. di Gabriella Draghi


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«Ci siamo reinventati, pedalando ciascuno da casa propria sui rulli» Come ci racconta Gianni Daglia, oggi presidente del Team ciclistico, fu grazie alle idee di un gruppo di amici che si ritrovarono in un locale a Godiasco in una sera d’inverno nel lontano 1946, che prese vita il “Pedale Godiaschese” Costoro decisero di darsi un’organizzazione strutturata e di formare la società biancoceleste. Gli inizi per la compagine non furono certo facili, ostacolata com’era sotto il profilo economico e non molto fortunata nelle campagne acquisti. Però riscontrarono inaspettatamente,una folta schiera di simpatizzanti e soci che sostennero non poco con il loro entusiasmo la vita della squadra. Daglia quando arrivarono le prime importanti vittorie? «Dal 1951 al 1953. In quegli anni la Godiaschese veniva chiamata con l’epiteto di “società Principe”. C’erano nomi di spicco tra gli esponenti, come Carletto Chiappano, Gianrino Barbieri, Ugo Tamburini e altri.» Il Pedale Godiaschese è stato intitolato a due atleti che corsero per questo gruppo proprio in quel periodo appena citato, ci può dire chi erano e il perché di questa scelta? «Erano Giuseppe Daglia e Giuseppe Sartore, rispettivamente mio padre e mio zio. Entrambi hanno corso e vinto moltissime gare con il “Pedale”. Riuscirono a passare tra i professionisti e parteciparono a diverse competizioni internazionali: Giro d’Italia, Tour de France, Vuelta España, per citarne alcune. Aggiungo che siamo stati il primo Fans Club in Italia di Clau-

dio Chiappucci, con il quale siamo attualmente in contatto.» Ma poi col passare degli anni sembra che la società abbia subito uno stop, quando è avvenuta la rinascita? «Si parla di rinascita nel gennaio 2008, con un altro gruppo di amici sempre a Godiasco. La storia si ripete con l’idea di riformare un gruppo per riproporsi nel mondo del ciclismo locale. Inizialmente con qualche difficoltà, ma la perseveranza in seguito ha portato dei risultati e ci ha premiati.» Da quanti atleti è composta la squadra attuale e in quali discipline siete impegnati? «Attualmente siamo in sessantacinque soci, di cui dieci sono donne. Le nostre discipline sono: granfondo, circuiti e gare in linea, randonnée, mountain bike, ciclocross, crono/cicloscalate. Partecipiamo ad eventi organizzati anche da altre associazioni e federazioni.» Ci sono anche bambini? «No, noi alleniamo e integriamo solo adulti. I bambini non possono essere iscritti.» Che tipo di aiuto ricevere da parte di amministrazioni ed enti locali? «Dal comune di Godiasco Salice Terme e da quello di Rivanazzano Terme, in particolare, riceviamo aiuto per quanto riguarda i permessi. Nessun aiuto invece a livello economico.» Come vi siete organizzati durante il lockdown? «Praticamente ci siamo reinventati, pedalando ciascuno da casa propria sui rulli,

Gianni Daglia, presidente del Team “Pedale Godiaschese”

e rimanendo in contatto attraverso una piattaforma online. Ci alleniamo ognuno da casa propria quando non si può uscire. Fortunatamente ad oggi a livello sportivo è possibile uscire anche dal comune di residenza rimanendo all’interno della regione. Pedaliamo tutti i giorni.» Cosa avete in programma per i prossimi mesi? «Al momento siamo un po’ incerti in quanto le manifestazioni e vari eventi sono bloccati. Di solito si cominciava a marzo per finire verso la metà di ottobre, e avevamo in calendario da cinquanta a sessanta corse all’anno.

Dobbiamo aspettare per un programma ben preciso.» Tornando alle gare, cosa riceve in premio, in genere, un vostro vincitore? «Intanto si premiano dieci atleti per ogni categoria, quindi vengono assegnati cento premi consistenti in prodotti alimentari. Nessuno riceve soldi o coppe. Il nostro obbiettivo sarà sempre lo stesso dei nostri predecessori: raggiungere dei risultati e magari valorizzare qualche giovane promessa e cercare di avvicinare i giovani al mondo del ciclismo.» di Stefania Marchetti


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Esiste un elemento nelle nostre vite che non invecchia. Si chiama passione “La divisione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione ostinatamente persistente”. Lo diceva quel genio di Albert Einstein e a pensarci bene, al di là di qualunque assurda convinzione paranormale o teoria filosofica, esiste un elemento nelle nostre vite che tende a non invecchiare mai. Si chiama passione. La passione che ha per i rally Mario Perduca. Classe 1951, oltrepadano doc, di Sant’Albano per ramo materno e per l’altra metà di Torrazza Coste dove oggi risiede, ci racconta da spettatore prima e da protagonista poi, il “bel mondo” dei rally Perduca come si è avvicinato al mondo dei rally? «In modo del tutto casuale. Mio padre era solito portare la sua auto in caso di necessità presso l’Officina “Garage Moderno” di Voghera, dei fratelli Mietta, la stessa officina dove Alberto Alberti aveva il suo “quartier generale”, lì preparava le sua macchina sia per la pista che per la salita e per i rally. Erano gli anni ‘70 ed i rally allora così come i piloti locali, forti e vincenti, avevano un grande appeal su noi ragazzotti dell’epoca». Come si è approcciato a questo sport dopo aver capito che le piaceva? «Ho iniziato prima come spettatore seguendo qualche prova. Ricordo ancora il primo rally a cui ho assistito e da cui partì tutto. Era il 1972, era un mondiale, il Rally Sanremo che aveva una prova speciale qui in Oltrepò, tra Rocca Susella e Nazzano. Erano le 3 di notte di un sabato e dopo una serata al Club House, l’allora gestore, Lucio Lodigiani, chiuso il locale, mi accompagnò. Fu un gran bello spettacolo e vedere tanti piloti forti e tante vetture performanti fece scattare in me la scintilla. Da lì ho iniziato ad avvicinarmi a quel mondo, a frequentarlo ed ad appassionarmi». Il primo rally invece da protagonista? «Premetto che, ad onor di cronaca, la mia prima gara è durata davvero molto poco, qualche kilometro, causa “disguido” con una pianta di pero... Era il 1977, Rally del Canavese, con il mio 112 che usavo abitualmente, io pilota navigato dall’amico Merli. Lì ho immediatamente capito che il mio posto era sul sedile di destra e non su quello di sinistra. Pilota per un giorno navigatore per sempre». L’ultima gara disputata? «Nel 2012 al Rally della Val Tidone. Un rally ronde – vale a dire una stessa prova da ripetere 3 volte – con una Punto Super 2000 del Team Bernini, pilota Massimo Brega. Siamo arrivati secondi.» Nostalgia per le corse? «Ogni tanto sì, e anche se oggi rifarei un rally, lo spirito non sarebbe più quello che mi ha accompagnato negli anni d’oro. Lo farei per puro divertimento e goliardia ma senza la “cattiveria” della competizione».

«La mia prima gara è durata davvero molto poco, qualche kilometro, causa “disguido” con una pianta di pero...»

Mario Perduca, la sua carriera nel mondo dei rally è iniziata nel lontano ‘77 Il suo più grande successo sportivo? «è arrivato nel 1991, quando insieme al pilota e amico Giorgio Buscone ci siamo aggiudicati il trofeo italiano Rally Terra. Avevamo una macchina eccezionale, una Delta del Gruppo A e anche se Giorgio era la prima volta che la guidava, abbiamo subito capito che ce l’avremmo potuta fare, inoltre Giorgio si sa... sulla terra è davvero un fenomeno, in più il nostro diretto avversario – Del Zoppo – alla prova di San Marino, avendo avuto un grosso disguido ad una ruota, si ritirò ». Crede nella sfortuna nei rally? «Sì ci credo, credo che esista così come esiste l’imprevisto e la velocità in cui si deve decidere e reagire in determinate situazioni può farti dire di essere stato fortunato o sfortunato. Non credo però alla sfortuna ripetuta, quella continua, no, non è credibile». Con Giorgio Buscone lei ha raggiunto l’apice del suo successo sportivo. Com’è stato essere navigatore di Giorgio? «Per me Giorgio è un grande talento con un valore aggiunto: la sicurezza. Ho sempre ammirato questo lato di lui, quella sicurezza che è sempre riuscito a trasmettermi, con lui al volante io avevo la certezza che ce la saremmo cavata, non ho mai avuto un attimo di apprensione con lui, tant’è che per i lunghi 12 anni in cui abbiamo corso fianco a fianco, non abbiamo mai speso una lira di carrozzeria». Buscone di lei dice: “Ci guardavamo in faccia e ci capivamo”. Condivide questo pensiero?

«Assolutamente sì, un feeling indispensabile tra pilota e navigatore. Se non c’è intesa – visti anche i tempi stretti in cui è necessario prendere decisioni – non può funzionare. Le faccio un esempio: alla prova di San Marino – corsa decisiva per il trofeo Terra – abbiamo avuto un grosso problema al paracoppa per cui Giorgio aveva difficoltà a curvare. La prima cosa da fare era scendere e vedere il problema. Lui come un gatto è sceso ma prima di scendere mi ha guardato e lì ho capito che io dovevo stare al mio posto per non perdere tempo nella risalita. Non ci sono volute parole per dire cosa fare o cosa non fare, ci siamo capiti e ci siamo trovati in accordo sulla decisione immediata da prendere. Un altro elemento che non può mancare in un rapporto così stretto dove la vita di uno è nelle mani dell’altro e viceversa, è la fiducia, se non ti fidi del tuo pilota stai in apprensione e se il pilota non si fida del navigatore guida male e lento. Le cito un altro esempio: sempre a San Marino nella prova successiva a quella in cui abbiamo avuti problemi con il paracoppa, ci dovevamo giocare il tutto per tutto per recuperare i quasi due minuti persi. Era una prova con curva sinistra preceduta da un rettilineo lungo 200 metri, io leggo la nota – era una curva da fare in terza – se non che avevo girato due pagine del quaderno note e non appena ci siamo trovati “dentro” la curva abbiamo capito che non era una sinistra 3 ma una sinistra 2 meno e Giorgio con l’aplomb che tutti conoscono, semplicemente mi disse “ma smia no.”.

(non mi sembra..). Punto, nient’altro, nessuna discussione o accusa». Con quali altri piloti ha corso oltre a Buscone? «Gianpiero Torlaschi, una gara sola con il mitico Giovanni Alberti, Lele Bagnoli poi Massimo Brega, due corse con Ghezzi e due con Canobbio e tante ovviamente con Giorgio Buscone». Se dovesse ripetere con il senno del poi una gara, quale rifarebbe? «Certamente una gara di casa, un rally dell’Oltrepò e precisamente rifarei quello corso nel 1995. Pilota Giorgio Buscone, macchina una Delta. è stata una gara che definirei “strana”, erano 3 anni che non correvamo ed in più con una macchina che non avevamo mai prima d’ora visto. Siamo partiti alla grande con un vantaggio 15 secondi sulla prima prova. Poi Giorgio ha accusato i suoi usuali problemi di cervicale, in più la nebbia e andavamo sempre più piano, così altri pilota ci hanno sopravanzato in classifica. Giorgio voleva ritirarsi per non fare brutta figura. Io l’ho spronato proponendogli che avrei guidato io al suo posto. Sua risposta laconica: “at sarà mia semo” (non sarai mica scemo...). Ripartiamo, guida lui e recuperiamo tutti i secondi persi e siamo primi di qualche secondo. Poi all’ultima prova quella della Scaparina, abbiamo mantenuto le gomme slick, sbagliando la scelta, infatti c’erano tratti veloci con la presenza di numerose pozzanghere ed abbiamo pagato la scelta errata, fatta di comune accordo, sulle gomme da usare. Siamo arrivati secondi». Lei ha anche vinto un rally Oltrepò «Sì era il 2006 con una macchina meravigliosa – una 206 Wrc del Team Grifone – e con Massimo Brega come pilota.


MOTORI Scaramanzia a parte e quindi ben lungi dal dirlo, ma in cuor nostro sapevamo già da subito che avremmo vinto. C’erano tutti i presupposti: la macchina performante, le gomme della Pirelli e in più in quell’occasione Brega era particolarmente ispirato». Qual è la differenza a livello personale e a livello sportivo nel vincere un Trofeo nazionale come il “Terra” e vincere la gara principe di casa? «Sono due soddisfazioni diverse: vincere un trofeo è molto più impegnativo e difficile a livello mentale. Bisogna andare forte per stare davanti agli altri concorrenti e nello stesso tempo non bisogna uscire di strada per non perdere i punti accumulati. I professionisti sono abituati a queste dinamiche ma per me che era la prima volta è stato molto difficile “amministrare” queste due esigenze. Nelle gara unica di casa invece basta andare forte e spingere, o la va o la spacca». Rally moderni e rally storici: c’è stato un grande ritorno degli storici, tanti rimpiangono quei tempi. Qual è la sua opinione in merito? «Per quanto riguarda i rally storici disputati oggi devo dire che mi mettono un po’ di tristezza. Vedere macchine che una volta dominavano “sacrificate” a pura attrazione e vedere piloti con 30 anni di più addosso, non è un bello spettacolo. Per quanto riguarda i rally moderni apprezzo le vetture per l’alta tecnologia – anche se la considero anche eccessiva. Senza fare quello che dice “una volta era meglio”, dico solo che i rally disputati oggi non sono rally, sono delle prove di velocità ripetute nel corso

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«Per me Buscone è un grande talento con un valore aggiunto: la sicurezza» di una gara, intervallate da troppi frequenti parchi assistenza. I rally sono un’altra cosa che non lasciava spazio a momenti di riposo. Mi piace sempre vedere le prove speciali, ma non mi piace il contesto e l’esasperazione dei mezzi attuali così come l’esasperazione del professionismo». Lei ha conosciuto tutti i piloti e i navigatori oltrepadani. Episodi su di loro ne potrebbe raccontare a bizzeffe. Lei sa che i piloti e i navigatori sono irascibili quando si parla di loro. Lei lo è? «In attività lo ero, adesso oramai no, ripensando agli errori, probabilmente una volta non li avrei ammessi, oggi li vedo come parte del gioco». Anche a lei hanno cantato la canzone, che spesso circola nei rally, “Dammi solo un minuto...”? «No, questo no. Non ho commesso nella mia carriera errori così, che ricordo ho avuto solo un guaio a Corleone in Sicilia

Mario Perduca al Rally 4 Regioni del 1981 dove a mio giudizio, durante un controllo orario, si voleva favorire un pilota locale, tal Stagno e allora ne ho parlato con il direttore di gara e gli ho fatto capire che nel favorire i locali non si faceva bella figura». In Oltrepò ci sono stati episodi simili con piloti locali favoriti in qualche modo? «Un episodio lo conosco....». Interessante... Uno spunto. Al navigatore Mario Perduca di anni 69 che ne ha viste di “cotte e di crude” chiediamo di farci una promessa.

Ha voglia, a partire dal prossimo mese di raccontare su queste pagine dedicate al mondo dei motori oltrepadani episodi curiosi di piloti, navigatori, addetti ai lavori e appassionati dell’Oltrepò? «Certamente sì, con immenso piacere». Ci diamo appuntamento – a partire dal prossimo mese – con Mario Perduca, curiosi di sapere da chi e da dove partirà nei suoi racconti. di Silvia Colombini