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Anno 13 - N° 141

Testarossa: Oltrepò Pavese DOCG o Montepulciano d’Abruzzo DOC?

APRILE 2019

20.000 copie in Oltrepò Pavese

pagina 11

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - 70% - LO/PV

BRESSANA BOTTARONE

varzi CASTEGGIO

Donne in politica: la sfida del futuro prossimo

«Oltrepò territorio splendido, ma troppo competitivo e litigioso»

news

Alessandro Piacentini è il giovanissimo presidente dell’organizzazione Lyon Eventi, che lui stesso ha fondato nel 2015 per promuovere... pagina 29

RIVANAZZANO TERME Olimpiade della moto 2020: qual è lo “stato dell’arte” della Sei Giorni Come ormai noto, nell’agosto del 2020 il nostro territorio ospiterà la 95° edizione della ISDE – 6 Giorni Enduro. L’organizzazione... da pagina 16 a pag 19

VARZI E VALLE STAFFORA

Abbiamo incontrato Angelo Dedomenici, ultimo di una generazione di maestri nella produzione del salame che a Casanova Staffora... pagina 25

ROMAGNESE La “Sabiosa”, un successo da tre generazioni Non serve essere oltrepadani doc per conoscere la torta “Sabiosa”. La fama di questo dolce dal nome di derivazione dialettale (“sabiùsa”)... pagina 23

COLLI VERDI «Ristorazione in Oltrepò ferma agli anni 80? …» Maurizio Toscanini oggi è apprezzato chef di un noto ristorante di Torrazza Coste e segretario della sezione pavese della Federazione Italiana Cuochi. pagina 22

da pagina 4 a pag 7

Attività delle Pro Loco in Oltrepò, tanto impegno ma anche qualche critica Con l’arrivo della bella stagione le Pro Loco dell’Oltrepò Pavese stanno “scaldando i motori” per offrire momenti di aggregazione e di festa ed in qualche caso, molti per alcuni, pochi per altri, anche eventi per la promozione turistica del proprio comune e del territorio oltrepadano in genere. Sottovoce (ma poi mica tanto) alcuni, in particolar modo operatori turistici, gestori di pubblici esercizi e di locali da ballo, contestano sempre più spesso qualche festa-evento organizzate dalle Pro Loco oltrepadane. Più precisamente sono criticate quelle manifestazioni che andrebbero contro gli interessi degli esercizi pubblici di un determinato comune. Alcuni gestori di esercizi pubblici dicono ad esempio che “non si può organizzare...

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«Non dimentichiamo di ridare dignità a Riccagioia»

oltre

«Il salame di Varzi prodotto su scala industriale perde la sua tipicità»

il Periodico

«Quarta lista? Escludo che possa essere targata Auser» Una vita spesa per il volontariato, quella di Enzo Magrotti. Persona stimata e conosciuta ben oltre i confini del suo paese... pagina 33

Tutto quello che c’era da scrivere di Walter Massa è già stato scritto. Ma tutto quello che c’era da dire, lui non l’ha ancora detto. L’uomo, il vignaiolo, l’anima di un intero territorio non ha bisogno di grandi presentazioni. Per i viticoltori dell’Oltrepò è il vicino di casa che ce l’ha fatta con il suo talento, con la sua intuizione... pagine 34 e 35

Editore


ANTONIO LA TRIPPA

il Periodico News

APRILE 2019

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ATTIVITà DELLE PRO LOCO IN OLTREPò, TANTO IMPEGNO MA ANCHE QUALCHE CRITICA

Con l’arrivo della bella stagione le Pro Loco dell’Oltrepò Pavese stanno “scaldando i motori” per offrire momenti di aggregazione e di festa ed in qualche caso, molti per alcuni, pochi per altri, anche eventi per la promozione turistica del proprio comune e del territorio oltrepadano in genere. Sottovoce (ma poi mica tanto) alcuni, in particolar modo operatori turistici, gestori di pubblici esercizi e di locali da ballo, contestano sempre più spesso qualche festa-evento organizzata dalle Pro Loco oltrepadane. Più precisamente sono criticate quelle manifestazioni che andrebbero contro gli interessi degli esercizi pubblici di un determinato comune. Alcuni gestori di esercizi pubblici dicono ad esempio che “non si può organizzare la festa della pizza in un paese che ha diverse pizzerie, perché toglie lavoro ed incassi alle pizzerie del paese”, oppure che “non si possono organizzare concerti musicali, più o meno gratuiti, ed a maggior ragione magari con una parte di contributi pubblici, dove ci sono locali da ballo, che devono organizzare le loro serate senza contributi”. Anche molti ristoratori si lamentano affermando che le Pro Loco fanno una concorrenza sleale, “mentre noi dobbiamo pagare e mettere in regola tutto il nostro personale loro hanno tutti volontari, e mentre noi dobbiamo essere ligi a tutte le norme igienico sanitarie, alle feste di paese c’è la mancanza anche di un minimo di controlli su ciò che viene portato in tavola o venduto”. Anche alcuni “esperti di turismo” ridacchiano (ma non

troppo) e, sempre sottovoce, affermano che “in Oltrepò si organizzano troppe ‘false’ sagre e si propongono prodotti o piatti che non sono del territorio e non c’è alcuna attenzione alle questioni ambientali o di igiene”. Insomma, in Oltrepò (ma penso anche nelle altre regioni italiane) quasi tutti riconoscono il ruolo spesso unico e fondamentale delle Pro Loco, ma alcuni operatori economici del settore sono, per usare un eufemismo, infastiditi da quella che secondo loro è concorrenza sleale alle loro attività, in quanto godrebbe di agevolazioni, pochi controlli ed in qualche caso anche di finanziamenti pubblici o parapubblici. In sostanza, di privilegi. Personalmente ritengo il ruolo delle Pro Loco d’Oltrepò importante, in molti casi essenziale, anche se in alcuni casi i gestori dei locali pubblici qualche ragione ce l’hanno. Alcune di queste realtà hanno l’indiscutibile merito di aver riscoperto e promosso le tradizioni e il recupero di antiche produzioni che rischiavano di essere perse, e su questo penso ci si trovi tutti d’accordo. Forse un po’ meno convergenza c’è su cosa fare per migliorare la promozione del territorio ed evitare le polemiche, che in questi momenti di “magra” economica affliggono i ristoratori, gli esercenti pubblici e locali affini. Secondo una corrente di pensiero non dovrebbero più trovare facilitazioni o addirittura sostegni economici tutte quelle iniziative che non valorizzano il territorio (dai produttori ai ristoratori) e

che sono altresì mera occasione per fare business. Ad esempio tutte quelle sagre che con le tradizioni dell’Oltrepò nulla hanno a che fare: chi le vuole organizzare è libero di farlo, pagando però gli oneri per l’utilizzo degli spazi pubblici, sottoponendosi a tutti i controlli che valgono per gli esercenti e utilizzando personale preparato e non volontari. Per le sagre ‘in regola” invece (in buona sostanza quelle che promuovono il territorio e le sue tipicità) si potrebbero costruire ponti d’oro e coinvolgere ristoratori, commercianti e produttori del territorio nella loro organizzazione. Un’altra corrente di pensiero, pur concordando che il settore va regolamentato, ricorda invece il valore economico di iniziative che attirano gente, insistendo sull’aspetto della socializzazione e sulla convenienza in termini di tariffe dei menu presentati nelle sagre rispetto a quelli della ristorazione. Tesi contestata da molti pubblici esercenti che insistono sulla mancanza di requisiti minimi da un punto di vista igienico sanitario nella maggior parte delle sagre “tarocche” e di concorrenza sleale di chi propone dei prezzi “alleggeriti” dalla mancanza degli oneri che gravano sulla ristorazione. La realtà è che le Pro Loco d’Oltrepò lavorano tutte per promuovere il paese, il comune o la località in cui hanno sede. A volte per quest’attività di promozione che riguarda diversi settori come il turismo, gli eventi a carattere sociale, culturale, musicale e

sportivo pur svolti sempre con il massimo entusiasmo, non sempre valutano bene le peculiarità che contraddistinguono il proprio territorio sotto l’aspetto turistico, culturale ed imprenditoriale. Le Pro Loco oltrepadane, per evitare critiche e contestazioni, dovrebbero sempre di più incrementare la loro attività per promuovere diverse tipologie di iniziative e manifestazioni che valorizzino e facciano conoscere il paesaggio e la realtà ambientale del luogo congiuntamente alle tradizioni ed ai prodotti tipici. Come avrete potuto notare, si accenna spesso alle parole “tradizione”, “prodotti tipici” , “paesaggio” e “turismo”, in associazione con la parola “Pro Loco”, è quindi evidente che una Pro Loco sia importantissima per ogni paese dell’Oltrepò, soprattutto dei più piccoli, in modo che il suo patrimonio venga sempre maggiormente valorizzato e il proprio territorio sempre più conosciuto e apprezzato. Per fortuna in Oltrepò ci sono tante sagre serie e di valore, organizzate da volontari che sono rappresentanti genuini del luogo. La verità è che senza le Pro Loco molti paesi oltrepadani vedrebbero scorrere i mesi primaverili ed estivi senza “lo straccio” di un giorno di festa, quindi in alcuni casi e con alcune argomentazioni è corretto criticarne una parte. Ricordiamo però che senza di loro che organizzano, si “sbattono”, si ingegnano per il turismo e la promozione delle tipicità per l’Oltrepò sarebbero...”uccelli amari”, scusate il francesismo. di Antonio La Trippa


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VOGHERA

APRILE 2019

«A Voghera vieni riconosciuto per quello che fai, non per quello che dici» Laurea in Lettere presso l’Ateneo pavese, giornalista, imprenditrice di successo nel settore radiofonico, con particolare attenzione al nostro territorio, dal 2010 è assessore, da molti definita super-assessore per le molte deleghe, del Comune di Voghera con la Giunta Barbieri. Abbiamo incontrato Marina Azzaretti. Azzareti lei sta entrando nell’ottavo anno di attività come Assessore alla Cultura del Comune vogherese, escludendo l’anno di commissariamento: rimane immutato il suo proverbiale entusiasmo? «Innanzitutto mi preme sottolineare che il mio impegno non è solo riferito alla Cultura, ma anche al progetto Teatro Sociale, al Commercio, a Fiere e Mercati, alle Attività Produttive e alla Scuola. Comunque, per rispondere alla sua domanda, certo che sì, anzi, direi che è sempre più intenso. Il progetto che con i miei uffici ho realizzato per partecipare al Bando “Attract” è uno di quelli approvati e che ha permesso alla nostra città di inserire delle aree dismesse, ed essendo ancora il bando aperto, sarà possibile inserire anche nuove aree e anche di proprietà privata, non soltanto pubbliche, in un canale di promozione che, tramite la Regione, si rivolge a potenziali investitori, anche sovranazionali, con tutta una serie di agevolazioni tributarie che la nostra Amministrazione ha predisposto. Grazie a questo Progetto la nostra Amministrazione ha potuto avviare la riqualificazione dell’area antistante la Caserma di Cavalleria, all’interno del cui complesso sono stati frazionati tre lotti proposti per potenziali investitori. Ritengo sia un’opera doverosa, un tassello importante per migliorare il decoro urbano, per dare una percezione di una città più bella ed attrattiva. Mi preme poi esprimere una considerazione: credo sia molto utile oggi, nonostante la crisi generalizzata, uscire dal pensiero sempre vittimistico; tirarsi invece su un po’ tutti le maniche e dire “promuoviamo la nostra Voghera!”, non una città sempre lamentosa o polemica su se stessa. Perché al di là della politica, questo è un percorso di positività nel quale noi per primi, con senso di responsabilità e di appartenenza, dobbiamo credere!». Ci sono altre aree già individuate da poter riqualificare? «Sì, tra esse la Casa di Riposo di via Don Minzoni, l’area della ex Filanda, ed altre aree ed edifici, come detto, potranno essere inseriti. Ed abbiamo già ricevuto alcune manifestazioni d’interesse». Lei ha dato anche il via al recupero del Teatro Sociale... «è stato, ed è, un forte impegno sia a livello progettuale sia adesso, come Assessore delegato, nel seguire i lavori di recupero, resi possibili ed avviati, in fase di attuazione grazie anche e soprattutto al lavoro del

Marina Azzaretti sindaco Carlo Barbieri, che ci sovrintende con grande attenzione. Ritengo, ed ancora una volta mi piace ribadirlo, che la riapertura del Teatro Sociale potrà veramente riaccendere i riflettori sulla nostra città, non soltanto come polo culturale ed ambito di “messa in scena” della cultura, ma anche per l’indotto che potrà produrre per la ricaduta sul territorio cittadino a livello di commercio ed attività locali, sempre che ci sia una sinergia operativa e anche associazioni e titolari di attività private vogliano cogliere l’opportunità, logicamente...». Lei da sempre sostiene l’ineluttabilità del “fare rete”, “fare squadra”... «Certamente, e ne sono sempre più convinta anche in virtù degli esiti positivi, che il fare rete con le Dirigenze, con cui ho ottimi rapporti costanti, ci ha dato e continua a dare nella gestione dei servizi scolastici. Per non parlare degli ultimi sviluppi di alcune iniziative mercatali di ampio respiro su area pubblica che ho avviato recentemente, in accordo con le associazioni, e qui stiamo parlando di commercio ed anche di fiere e mercati, come il Mercato di Forte dei Marmi, da poco ospitato nel centrocittà, ed il recente Mercato vegetariano ed altre iniziative in collaborazione con diverse associazioni che si aggiungeranno nei prossimi mesi. Sono riuscita ad avviare un percorso di ampliamento di queste attività su tutta l’area cittadina, uscendo quindi dal baricentro di Piazza Duomo: una prossima associazione installerà la propria fiera mercatale in Piazza San Bovo a fine agosto, mentre stiamo lavorando ad una quattro giorni di Mercato diffuso a borghi tematici nelle diverse piazze del centro, da Piazza fratelli bandiera a Battisti a Garibaldi, san Bovo, Castello etc. etc. etc. e l’intenzione è quella di portare poi queste iniziative viavia in tutte le altre zone cittadine». Anche se il prodotto proposto dai mercati coincide con la tipologia di prodotto dei commercianti cittadini? «Guardi, proprio durante il suddetto Mercato di Forte dei Marmi, che è stato un

grande successo in termini numerici d’afflusso in città, ho visitato volutamente più negozi, in particolare di abbigliamento e calzature pelletterie, ed ho avuto riscontri molto positivi dai commercianti stessi! Mi hanno confermato di aver tutti lavorato di più in confronto agli altri week-end ! è la modalità di portare gente a vivere la città che evidentemente ricade anche sulle attività private...». Quali iniziative in vista, a proposito? «Ad Aprile avremo, come detto, il mercato vegetariano-vegano, ed in contemporanea all’evento, un’iniziativa chiamata “Voghera per Genova”, insieme al Rotary Club ed alla Croce Rossa Italiana, dove verranno distribuiti pesto e primi piatti con pesto ed il ricavato andrà agli sfollati, con particolare attenzione agli anziani, del quartiere genovese colpito dalla tragedia del Ponte Morandi. Con il Patrocinio non solo nostro ma anche del Comune di Genova. E poi ancora, più strettamente a livello culturale, sto lavorando alle celebrazioni del bicentenario della morte del Borroni, pittore vogherese di chiara fama ed una delle eccellenze in campo artistico della nostra storia, di cui molte tele sono custodite in diversi monumenti e chiese cittadini: il 25 maggio al pomeriggio si inzierà con un convegno dedicato, cui seguiranno concerti e visite guidate nei “Luoghi del Borroni”. Sempre il 25 maggio, al mattino, ci sarà l’inaugurazione del nuovo, più funzionale e moderno, Archivio Storico, trasferito al piano-terra di Casa Gallini, ove al piano primo hanno sede la Casa Museo e gli uffici dell’Assessorato alla Cultura, andando a completare un vero e proprio Polo Cultura al servizio della città». L’estate Vogherese vedrà sempre di scena i “Giovedì Sotto le Stelle”? «Certamente, sempre che mi venga confermata e garantita adeguata disponibilità economica. Sono sempre disponibile ed entusiasta per organizzare eventi, seguendoli sempre con il massimo impegno. Certo, dipende dalla disponibilità economica la “grandiosità” o meno della proposta, ma con tenacia ed entusiasmo, e collaborazione operativa di molti amici ed associazioni, sono sempre riuscita comunque ad offrire alla città eventi di forte successo ed attrazione». Veniamo alla Politica: a quale Partito è iscritta, e da quanto tempo? «Dal 2010 sono iscritta a Forza Italia, tranne un breve periodo di riflessione, tempo fa, come a molti può capitare, ma sono qui perché ritengo fortemente che la componente moderata nel Centro-destra sia fondamentale. è un’idea che sposo a livello inoppugnabile!». Precedentemente al 2010, come sono stati gli inizi del suo impegno in campo? «Io ho fatto la giornalista, e con la mia ra-

dio sono sempre stata un filtro tra la politica e la gente, intervistando a turno tutti i rappresentanti di tutte le forze politiche della Valle Staffora, e di Voghera, mettendoli a confronto con i cittadini. La politica l’ho respirata da quando sono nata, vivendo in mezzo ai politici: anche se forse non tutti han capito che io ho capito, da sempre ho capito, come funziona la politica. Certo, sono molto “produttiva”, ma so anche stare al mio posto. Tornando alla mia storia personale, la mia attività professionale mi ha stimolato a mettermi in gioco: non solo fare da filtro, ma provare a “fare cose” per gli altri in prima persona. L’inizio del mio impegno amministrativo ha visto la riapertura del Castello alla città, il mio secondo mandato d’assessore è volto per la riconsegna alla città, a fianco del sindaco, del Teatro Sociale, e forse non solo...». Cosa intende con “non solo”? «Che mi piacerebbe riconsegnare alla città questo straordinario Monumento nella sua completezza! Stiamo infatti verificando se possibile accedere fondi esterni per ristrutturare e recuperare anche il Casino Sociale…il progetto l’abbiamo predisposto.. stiamo valutando le possibili fonti a cui proporlo». Alcuni giorni or sono, ha rinunciato alla candidatura a Primo Cittadino di Varzi, candidatura data, oserei dire, per certa: perché? «Sono stata davvero molto gratificata sia dalla proposta sia dalle molteplici ed entusiastiche manifestazioni di sostegno avute dai varzesi...». Paese dove è iniziata anche la straordinaria carriera di suo padre... «Sì, certo. Ed infatti non nego che anche la sollecitazione emotiva è stata in me molto forte, in questa settimana di scelta... son state per me giornate difficili. Da sempre ritengo Varzi ed il suo territorio luoghi di ampie possibilità ed opportunità, però la mia carriera politica, dedicandole sforzi enormi, è iniziata a Voghera: non posso esimermi dagli impegni qui presi di fronte al mio elettorato». Certamente Voghera, nelle tornate elettorali, Le ha ampiamente dimostrato gradimento... «In occasione della seconda tornata, in particolare, sono stata molto votata: era appena scomparso mio padre, quindi ero sola, senza il suo appoggio, proprio sola a girare per la Città chiedendo di ridarmi fiducia. Ritengo di avere avuto un enorme riscontro. è significativo, perché oggi la gente premia chi è capace: a livello locale, questo è un dato di fatto. A Voghera vieni riconosciuto per quello che fai, non per quello che dici. Ed io continuo a metterci sempre più impegno. Credo nella politica del fare... Vedremo cosa accadrà “alla prossima”.». di Lele Baiardi


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«A Voghera tempi maturi per una sindaca» Ilaria Balduzzi scalda i motori in vista della bagarre elettorale del 2020. La vicecapogruppo del Pd vogherese in consiglio comunale non ci tiene a indossare maschere o a nascondersi dietro al proverbiale dito. Manca ancora più di un anno alle elezioni ma la consigliera – così preferisce essere chiamata – crede che per Voghera i tempi siano maturi per avere un sindaco donna e dichiara, senza remore o falsa modestia, di “sentirsela” ad accettare la sfida. Se non è una candidatura ufficiale, poco ci manca. Se sarà lei la figura di riferimento su cui il Partito Democratico punterà nella (difficilissima) sfida al centrodestra, dovrà gestire innanzitutto i rapporti politici con i possibili alleati. Balduzzi sa bene che una coalizione allargata del centrodestra con la Lega a fare da capofila non lascerebbe ai suoi molte possibilità di successo. Per questo non inorridisce di fronte alle “avance” politiche del sindaco Carlo Barbieri nei confronti del suo partito. Balduzzi, lei come interpreta l’apertura del sindaco nei confronti del PD? «Credo sia indice dell’esistenza di diverse correnti di pensiero all’interno di Forza Italia. C’è chi è disposto a tutto, anche ad abbracciare ideologie estreme e populiste, pur di sfruttare l’attuale onnipotenza in termini di voti della Lega e chi invece, interpretando lo spirito moderato di larga parte della cittadinanza, si troverebbe in forte difficoltà a fare certe scelte e quindi sonda il terreno per possibili future alleanze con forze politiche che hanno altre caratteristiche: moderate e riformiste». Voi cosa farete però? Si sente di escludere un’apertura verso Forza Italia o è possibilista? «Il PD ha come obiettivo quello di non scadere a livello amministrativo nella propaganda e nel populismo. è fortemente impegnato sul terreno dei contenuti programmatici: correttezza amministrativa, legalità, questione sociale, ambiente. Parlare di alleanze ora è prematuro ma sicuramente questi sono i temi su cui siamo impegnati e continueremo ad impegnarci. Solo partendo da questi punti possiamo pensare a un confronto serio e rigoroso naturalmente con un necessario rinnovamento di protagonisti e programmi». In vista delle elezioni 2020 com’è lo stato di salute del PD cittadino? «Fortemente motivato, con un’attività politica e in Consiglio Comunale sempre attenta ai problemi della città e con proposte per la loro soluzione che purtroppo troppe poche volte sono state tenute in conto dall’Amministrazione. Le primarie nazionali, anche a livello locale, hanno dato risultati di affluenza oltre le aspettative e danno il polso del fatto che il popolo di coloro i quali non si riconoscono in chi fa

«Non esiste una “linea Ghezzi”: la sua posizione nel partito è minoritaria»

la voce grossa anche coi ragazzini è ancora e quantomai numeroso e desideroso di partecipare. La voglia di partecipazione e testimonianza è forte e tangibile». Più volte si è detto che una parte del partito non sarebbe in accordo con la “linea Ghezzi”. Lei che ne pensa? «Penso che non esista una “linea Ghezzi”. Registro che in tutte le varie consultazioni che ci hanno più volte e a vari livelli visti ultimamente impegnati, la sua posizione e quella di chi ha sostenuto è sempre stata minoritaria all’interno del partito. Esiste invece una linea del Segretario (che non mi scandalizzo a chiamare Segretaria così come mi piace essere chiamata Consigliera, senza farci drammi e sofismi linguistici) Alessandra Bazardi e della Segreteria cittadina di cui apprezzo il lavoro e che mi trovo assolutamente di condividere soprattutto per l’apertura alla varie forze sociali, culturali, professionali della città». Giochiamo alla fantapolitica. Al PD è sempre mancato un “uomo forte” in grado di catalizzare consensi. Se invece servisse una donna? Crede che potrebbe esistere una Azzaretti del centrosinistra? «Non ci potrebbe essere né c’è una Azzaretti del centrosinistra per il semplice fatto che non c’è nessuno all’interno della compagine moderata e di sinistra che può vantare natali così prestigiosi sia in termini di voti che di relazioni ad alto livello. C’è sicuramente qualcuno che, pur di semplici e normali origini, studiando e applicandosi anche grazie alla professionalità acquisita in campo lavorativo e che, dopo aver già fatto vent’anni fa con Scotti l’esperienza amministrativa, dopo che per dieci anni si è mantenuta lontana dalle vicende vogheresi e dalla politica attiva, ha deciso alle ultime elezioni di reimpegnarsi per la propria città».

Ilaria Balduzzi, vicecapogruppo del Pd vogherese in consiglio comunale

E “quella” persona si sente pronta oggi? «Ho avuto riconoscimento venendo eletta e tale riconoscimento, con la richiesta da più parti di un impegno più diretto e in prima persona, è andato aumentando nel tempo. è ormai da un po’ che dal confronto con le persone vicine, politicamente ma anche della società civile, percepisco di poter essere pronta e di “sentirmela” di poter fare un passo oltre. Penso che sia arrivato il tempo che anche Voghera abbia una Sindaca». Voghera era in passato una città operaia, roccaforte della sinistra. Negli anni gli operai sono andati in pensione e l’avvento dell’era Berlusconi ha spostato decisamente a destra gli equilibri politici. Cosa può fare il PD per riguadagnare il terreno (elettorale) perduto? «Anche la sinistra era il Pci che comunque a Voghera per governare in un dato periodo aveva stretto alleanze con forze di centro; gli operai e le fabbriche a Voghera (rispetto al passato) non ci sono più. Il Pd non è più il Pci, ha attraversato profonde trasformazioni e altre ne sono in atto e, come tutti i periodi di transizione,

io penso che siano i migliori per ripartire riconoscendo i propri errori e mettendo le basi per dare voce e soluzioni concrete a chi non ce l’ha». Com’è la Voghera di oggi rispetto a quella di 5 anni fa? «Sempre più povera e più triste». Dove la giunta ha fallito o comunque commesso gli errori più gravi? «La gestione di Asm è stata scandalosa, culminata nel caso del caos bollette ancora non risolto a distanza di quasi un anno e mezzo. Una gestione ed un approccio confuso e improvvisato della raccolta differenziata in città, i cui dati fin troppo ottimistici a soli pochi mesi dall’attivazione fanno presupporre una scarsa qualità del rifiuto differenziato e quindi il vero obiettivo mancato. Un ruolo troppo debole e scarsamente efficace, nonostante l’impegno, nel campo del commercio e delle attività produttive ed una presenza ridotta al minimo e all’indispensabile nel campo dei servizi sociali». di Christian Draghi

Apertura al dialogo con Forza Italia: «Se si parte dai nostri punti programmatici un confronto è possibile»


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«Trasporto locale ad Autoguidovie: temiamo il caos» Alla fine del 2019 Autoguidovie, il nuovo concessionario del trasporto pubblico provinciale, subentrerà a Sapo nella gestione del servizio di trasporto urbano di Voghera. A fronte dei numerosi disservizi già da tempo denunciati dai pendolari e dal fatto che il recente potenziamento del servizio annunciato dalla compagnia non sembra riguardare la Valle Staffora, c’è chi teme il caos. Tra loro c’è il consigliere comunale del Movimento 5 Stelle vogherese Caterina Grimaldi. La gestione del servizio di trasporto pubblico affidata ad Autoguidovie ha suscitato molte polemiche e voi “grillini” di recente avete organizzato degli incontri sul tema. Com’è la situazione oggi? «Da molti mesi i disservizi segnalati dagli utenti del Servizio di Trasporto Pubblico Locale offerto dalla Società Autoguidovie sono ormai da considerarsi un vero e proprio “bollettino di guerra”. I maggiori disservizi sono relativi agli orari delle corse incompatibili con gli orari scolastici, lavorativi e di accesso ai servizi socio-sanitari; al numero di corse insufficienti a soddisfare la domanda nelle fasce orarie di punta e conseguente sovraffollamento delle vetture impiegate; al numero di fermate all’interno dei centri abitati insufficienti e localizzazione inadeguata delle stesse; alle aree di attesa inadeguate, insicure e prive di protezione dagli agenti atmosferici; alla logistica degli interscambi inadeguata e penalizzante innanzitutto per chi si sposta per motivi di lavoro, ma anche per mamme con bambini e anziani; al difficoltoso reperimento dei biglietti e gravoso sovrapprezzo per l’emissione degli stessi in vettura». Che cosa in particolare vi preoccupa per il futuro? «Ai già gravi numerosi disservizi sino ad oggi registrati si deve aggiungere il nuovo progetto di rete proposto dalla Società stessa, il quale prevede la soppressione di moltissimi chilometri di corse e ulteriori modifiche degli orari a scapito degli utenti, in particolare della Comunità Montana, dell’Oltrepò e di Voghera».

«Raccolta differenziata? Un sistema fallimentare, costoso e inaffidabile»

Caterina Grimaldi, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle vogherese

Esistono soluzioni a vostro avviso? «Più che soluzioni, purtroppo, vi sono molte questioni ancora aperte, come quella occupazionale che ha visto la perdita di circa 100 posti di lavoro di cui 20 a carico di Sapo. Come quella ambientale a causa della sostituzione dei mezzi a metano con quelli diesel; vi è una questione di sperpero di denaro pubblico per cui Sapo dovrà restituire la propria quota parte dei 2,5 milioni di Euro stanziati dalla Regione e ultima, ma non meno importante, vi è la questione giudiziaria che ha portato al rinvio a giudizio di un assessore e un dirigente della Provincia di Pavia, basato sull’ipotesi che l’appalto ad Autoguidovie sia stato pilotato». La raccolta differenziata è un tema cui siete sempre stati molto attenti. Come funziona oggi il nuovo metodo in città? «La mia valutazione è fortemente negativa perché, tra i diversi sistemi a tecnologia avanzata, quello scelto da ASM Voghera è il più costoso ed inaffidabile, già fallito in altre città italiane. In particolare, poi, vorrei porre l’attenzione sul fatto che l’Amministrazione Comunale si sia posta di raggiungere solamente l’obiettivo percentuale minimo di raccolta differenziata pari al 65% fissato dalla Legge. Se Voghera fosse un comune virtuoso si sarebbe posto un obiettivo maggiormente ambizioso, come avvenuto altrove, con percentuali di raccolta che superano l’85% e notevoli risparmi tariffari a favore dei cittadini. Tra l’altro si riscontra in città un grosso problema di conferimento dell’umido in quanto molti cittadini utilizzano sacchetti di plastica non compostabile, il che dimostra che gli incontri informativi organizzati da Comune e ASM sono stati insufficienti».

«C’è poco spazio per attuare progetti innovativi di qualsiasi natura, laddove governa una maggioranza che non prende in considerazione qualsiasi progetto che non sia proprio». La sua esperienza da consigliere giungerà al termine l’anno prossimo. Di quali risultati ottenuti va particolarmente fiera? «Sono orgogliosa di avere presentato come mio primo atto in Consiglio Comunale la proposta di Delibera per l’adozione della Carta di Pisa, codice etico che fornisce alcune precise indicazioni agli amministratori locali su questioni specifiche quali trasparenza, conflitto d’interessi, finanziamento dell’attività politica, nomine in enti e società pubbliche e rapporti con l’autorità giudiziaria. Naturalmente è stata bocciata dalla maggioranza ma votata compattamente da tutta la minoranza sia di centrodestra sia di centrosinistra. Altro

M5S preoccupato: «Soppressione di corse nei piani dell’azienda, problemi per Valle Staffora e Oltrepò montano» Che formula sarebbe stato meglio adottare secondo lei? «Se le stesse ingenti risorse fossero state investite in un sistema di raccolta porta a porta a tariffa puntuale con utilizzo di sacchetti dotati di identificazione dell’utente wireless o ottico, oggi non si vedrebbero né l’indecente accumulo di rifiuti abbandonati in strada né la percorribilità dei marciapiedi della città intralciata dai cassonetti». Il consigliere regionale Simone Verni e il deputato Cristian Romaniello sono due rappresentanti del Movimento 5 Stelle ben inseriti nelle istituzioni. Parlate spesso della situazione dell’Oltrepò? «Ovviamente si, abbiamo un contatto molto stretto su tutti i temi che riguardano il territorio oltrepadano, per citarne solo alcuni: dissesto idrogeologico, sistema della viabilità e dei ponti, trasporto pubblico locale, ambiente, sviluppo agricolo e turismo». Mappa della criminalità e restyling urbano. Che fine hanno fatto questi progetti per la sicurezza che intendevate attuare?

motivo d’orgoglio è essere riusciti a far finalmente intitolare, questi giorni, una via a Giovanni Falcone e una a Paolo Borsellino, due figure che era a nostro avviso fondamentale omaggiare. Infine, in attesa di discussione in Consiglio Comunale c’è una mia Interpellanza in tema di sviluppo della mobilità elettrica da inserire in un Piano Generale del Traffico Urbano». Confermerà il suo impegno in lista per le prossime elezioni o concluderà la sua esperienza politica? «Quella del 2020 è una scadenza che il gruppo ha presente da tempo e che verrà affrontata, come sempre, partendo dai programmi e dalle esigenze della città, piuttosto che dai nomi da candidare, che comunque verranno scelti con il solito metodo della votazione interna». L’idea è sempre quella di correre da soli oppure prenderete in considerazione possibili alleanze? «Non è nostra intenzione fare alleanze pre-elettorali, non è nella nostra natura da sempre». di Christian Draghi


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«Il capitolo tribunale per Voghera è chiuso» Elisa Piombini, capogruppo UDC e presidente della commissione Affari Generali e Personale è la più giovane esponente del consiglio comunale di Voghera. Avvocato, esprime soddisfazione per l’approvazione di un bilancio che «non aggrava le tasse per le tasche dei cittadini» ma soprattutto che «libera risorse per importanti investimenti», come la riqualificazione dell’ex tribunale di via Plana, che già ospita la nuova sede dell’Agenzia delle Entrate e presto anche della Guardia di Finanza. Piombini, c’è chi qualche aumento delle tariffe però l’ha visto. Ad esempio i cittadini che hanno ricevuto le bollette relative alla TARI (tassa rifiuti): le lamentele non sono state poche… «Purtroppo questa decisione non è stata presa dall’amministrazione ed esula dalla raccolta differenziata in corso. Il comune di Voghera ha dovuto adeguarsi all’invito ricevuto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze di rideterminare la tariffazione a fronte della sopravvenuta interpretazione normativa. Anzi, dato il vincolo dei costi fissi, l’Amministrazione si è operata per trovare il punto di equilibrio per gravare il meno sulle utenze sia domestiche sia non domestiche e cercare di penalizzare il meno possibile i cittadini, dovendo comunque fare i conti con gli stringenti vincoli imposti dalla normativa». Ci parli dei progetti che saranno finanziati in seguito all’approvazione del nuovo bilancio… «Grazie a questo bilancio si metteranno in campo le risorse necessarie per importanti interventi di manutenzione di oltre 200 km di strade comunali, si continuerà l’opera di riqualificazione dei locali dell’Ex Tribunale dove già hanno trovato nuova sede gli Uffici dell’Agenzia delle Entrate, evitandone il trasferimento a Pavia, con il rischio per Voghera di vedersi privata di importanti servizi per la collettività. Presto, infatti, anche la Caserma della Guardia di finanza verrà ad essere collocata presso l’Ex Tribunale, andando così a creare un polo di accertamento tributario-finanziario. Saranno poi riconfermati i fondi destinati allo Sportello Lavoro, che nell’anno 2018 ha permesso di trovare un impiego ad oltre 40 persone e così confermandosi un servizio utile e vicino a quei cittadini desiderosi di avere uno sbocco nel mondo del lavoro». Lei è anche avvocato. Ci sono speranze, come qualcuno alimenta, per la riapertura di alcuni dei tribunali minori tra cui, magari, quello di Voghera? «Non confondiamo le legittime attese con la possibilità concreta. Mi pare, purtroppo, che il capitolo chiuso, sia sempre più difficile da riaprire. Anche la paventata possibilità di riapertura con il Comune che

«Grazie a questo bilancio potremo finanziare interventi su 200km di strade, Ex Tribunale e Sportello Lavoro»

Elisa Piombini, Capogruppo UDC e Presidente Commissione Affari Generali e Personale del Comune di Voghera sostiene in via esclusiva ogni spesa relativamente, come gruppo UDC da sempre va, mi pare un’ipotesi ad oggi non percorsiamo attenti alle periferie, facendoci porribile. Le scarse possibilità della finanza tavoce nelle opportune sedi istituzionali locale sembrano già una risposta signifidelle problematiche dei cittadini delle vacativa. Vorrei ricordare anche la proporie zone di Voghera. Del resto, ad esempio, sta concreta di accorpamento fatta a suo la vicinanza alle periferie è stata anche tempo dall’amministrazione comunale di recentemente dimostrata con la delicata Voghera e da quella di Tortona per garanopera di bonifica di “Recology”, con l’amtire il perdurare del servizio giudiziario su pliamento dei loculi nei cimiteri minori e un territorio più vasto ma comunque con mettendo in cantiere per l’anno 2019 immolte attese comuni. Per ora, “accontenportanti interventi di manutenzione delle tiamoci” del servizio dei Giudici di Pace reti stradali». che, a Voghera, risulta potenziato, avendo Ci parli del suo operato come Presidenincorporato le sedi di Casteggio e Strate della Commissione Affari Generali. della, anche alla luce dell’implemento di «Il 2018 è stato un anno importante: abcompetenze». biamo approvato, per il vaglio al ConsiPer le periferie sono previsti investiglio Comunale, il nuovo regolamento di menti? polizia urbana che non vedeva rinnovi da «Sì, con un’attenzione particolare alla dedecenni. In Commissione, ad esempio, licata opera di bonifica Recology, grazie sono state elaborate integrazioni quali anche gli stanziamenti deliberati dall’asl’implementazione delle aree soggette a sessore regionale Cattaneo che ha saputo DASPO, oltre all’inserimento del divieto rispondere in modo concreto alle istanze perenne per i privati di fare i botti onde del nostro assessore Simona Panigazzi». tutelare i nostri amici a 4 zampe. Il tema più direttamente collegato alle Un altro risultato ottenuto, su iniziativa periferie è quello dei quartieri. Come del presidente del consiglio comunale si manifesta il vostro impegno nei loro Nicola Affronti, è stata l’introduzione del confronti? Regolamento per le Civiche Benemeren«L’attenzione ai Quartieri fa parte del noze, i cui primi premiati hanno trovato sodstro dna: al di là degli incontri promossi disfazione in occasione della cerimonia dal sindaco ed a cui partecipiamo attiper la consegna dell’onorificenza tenutasi

in Sala Consiliare. Una novità nel nostro Comune, finalizzata a dare il giusto e meritato lustro a quei concittadini che si sono distinti in vari settore e che, attraverso il proprio operato, hanno dato prestigio alla nostra Città. Non da ultimo, è in cantiere un’importante opera di semplificazione normativa, attraverso la revisione ed aggiornamento dello Statuto Comunale, così continuando quel percorso già iniziato attraverso la revisione del regolamento delle Commissioni Consiliari». Donne e politica. Cosa ne pensa lei delle “quote rosa”? «Le “quote rosa” sono ormai una costante nella politica a livello sia locale che nazionale. Sebbene inizialmente nate con l’obiettivo di garantire la parità di genere, di fatto si sono dimostrate uno sprone per le donne ad impegnarsi ancor più ad affermare il proprio ruolo in una realtà tradizionalmente maschile. Del resto, al di là di ogni dettato normativo, la vera parità di genere deve essere misurata in base all’impegno ed alle capacità di ciascuno in cui gli elettori vedano il proprio valido rappr esentante, senza che il proprio “essere donna” costituisca un presupposto per far presenza comunque». Manca un anno alle elezioni. Com’è la tenuta di questa maggioranza? «Direi che, nonostante qualche “cambio di maglia” registrato nel tempo e che sicuro non ci appartiene, la maggioranza tiene e – in ogni caso – non abbiamo certo timore a fare sentire la nostra voce. Il nostro gruppo, del resto, è ben radicato nel territorio locale, si riunisce insieme al direttivo di partito settimanalmente nella nostra sede di via Papa Giovanni XXIII proprio per non far mancare il dialogo ed il confronto sulle tematiche cittadine, segno di un impegno nel tempo per la propria città». di Silvia Colombini


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VOGHERA

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«La crisi è irreversibile. I giovani non fanno più la spesa nelle botteghe» L’avventura della famiglia Ceci, trasferitasi da Parma a Voghera nel 1969, coincide con un pezzo di storia delle botteghe alimentari in città. Il loro negozio, da tempo nell’elenco degli “Storici” lombardi, è al numero 37 di via Cavour, nel cuore di Voghera, dal 1973. Lo fanno andare avanti i fratelli Massimiliano e Danilo che hanno dato continuità al lavoro dei loro genitori. Quando i Ceci aprirono la serranda nel 1969 la bottega era ancora in piazza Duomo, nei locali che oggi ospitano il Bar Marino. Altri tempi, un’altra Voghera. Nel ’73 si trasferirono in via Cavour, da dove non si sarebbero più mossi. Prima del loro arrivo tra quelle mura, nel retro, fin dal 1928 si producevano insaccati. Oggi i salumi non si producono più, ma si offrono quelli di nicchia, scelti con cura e perizia da intenditori. Prosciutti di Parma, Salami di Varzi DOP, coppe piacentine, Pecorino di Amatrice riserva e molto altro. Una girandola di sapori che raccontano il meglio della tradizione. Da qualche tempo, per resistere alla crisi, i fratelli Ceci hanno anche creato un marchio tutto loro, “Ceci – Gusto italiano”, per provare a rilanciarsi puntando su prodotti pregiati della gastronomia locale: conserve, confetture, mostarde, sott’oli, sott’aceti, e persino cioccolatini, pesche e fragole di Volpedo.

«Ci siamo inventati un marchio nostro per proporre le peculiarità dell’Oltrepò»

Massimiliano e Danilo Ceci con una delle loro conserve “homemade” Com’era la Voghera in cui avete iniziato? «Una città viva, bella, in cui si lavorava davvero molto. All’inizio, quando il negozio dei nostri genitori era ancora in piazza Duomo, eravamo in cinque a lavorare.

Lo staff al completo nella bottega Ceci a inizio anni ‘70 Non mancano né il recuperato peperone Una vigilia di Natale tagliammo quattro di Voghera, né la mostarda Barbieri, unico forme di parmigiano reggiano ed entro sera produttore rimasto in città. Mentre curioerano state tutte vendute. Cose che pensate siamo tra gli scaffali che hanno soddisfatto oggi appaiono davvero di un altro mondo». le esigenze di chissà quante casalinghe di Come mai secondo voi una differenza Voghera, ne entra una un po’ avanti con gli così abissale nella mole di lavoro rispetanni che ci garantisce che da Ceci abbiano to al passato? è solo colpa dei centri «il prosciutto migliore che si possa trovacommerciali? re». Loro che sono di Parma d’altra parte «Sicuramente per il nostro settore, queldevono pur intendersene. Dietro al bancolo degli alimentari, la presenza sempre ne, a servirla, gli inossidabili Massimiliano maggiore di centri commerciali ha creato i problemi più grossi, ma anche altri fattori e Danilo.

concorrono: c’è la crisi economica che è generalizzata e le persone hanno un potere d’acquisto inferiore rispetto a una volta, per cui non possono permettersi di spendere molto e questo è un fattore importante, perché chiaramente i prodotti in vendita nei piccoli negozi hanno qualità ma anche prezzi diversi da quelli del discount. C’è poi stato un cambiamento generazionale importante per il quale soffriamo». Di giovani a fare la spesa da voi non ne vengono? «Quasi mai. La nostra clientela è sempre stata composta da persone che cucinano e ricercano la qualità degli ingredienti. Oggi sempre meno persone cucinano a casa, vuoi per mancanza di tempo, voglia o altre ragioni. Quindi risulta più facile rifornirsi in un supermercato, in cui si va una volta alla settimana e stop. Sono cambiate le abitudini alimentari, una volta la casalinga veniva a comprarsi il pezzo di grana buono per fare gli agnolotti in casa, oggi questo non accade più». Quindi anche la vostra clientela, come il negozio, è “storica”? «Purtroppo sì, anche se i nostri clienti meriterebbero sicuramente la targhetta anche loro!». Cosa ne pensate di una possibile legge che ripristinerebbe le chiusure domenicali? «Crediamo che magari una piccola mano a noi potrebbe darla. Oggi, sapendo che comunque la domenica ci sono sempre i supermercati, tante persone che prima si rifornivano il sabato oppure il lunedì non vengono più. Ma si tratta pur sempre di una concorrenza che non si potrà mai battere».

Non siete troppo ottimisti dunque. Credete che questo processo sia irreversibile? «Temiamo di sì, almeno per come stanno andando le cose da un po’ di anni a questa parte». Eppure vi siete inventati un vostro marchio che non è molto. Qual è il senso di questo progetto? «Il senso è opporsi alla crisi. Ci siamo resi conto che non aveva più senso vendere prodotti su cui la concorrenza dei supermercati non era battibile, così abbiamo deciso di puntare soltanto sulla qualità. La filosofia è vendere meno ma ad alto livello e con standard qualitativi di eccellenza e ovviamente prezzi più alti. Dieci anni fa ci siamo resi conto che bisognava spingere ancora di più su questa strada e abbiamo deciso di personalizzarci ancora di più creando una linea di prodotti tutta nostra che valorizzasse anche le materie prime del territorio. L’abbiamo chiamata “Ceci – Gusto Italiano”». Che cosa vendete? «La prima creazione sono stati i “mostardini”, dei cioccolatini ripieni di mostarda, un abbinamento che nessuno aveva mai osato. Poi abbiamo lavorato il Peperone di Voghera, prima mettendolo sott’olio con tonno e acciughe, poi ne abbiamo ricavato anche una mostarda molto saporita caratterizzata dal suo classico gusto. Sempre restando sui prodotti locali uno degli ultimi nati è stata la mostarda con la pomella genovese, che ne rende un po’ più forte il gusto. La caratteristica fondamentale è che rispettiamo la stagionalità degli ingredienti. La produzione avviene una volta all’anno e va ad esaurimento scorta». di Christian Draghi


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VOGHERA

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«Sempre più giovani in cerca dell’abito speciale» La sartoria fonda le sue radici nel Medioevo, tra il 13° e 14° secolo, in concomitanza con la nascita della moda, un fenomeno tanto importante da essere capace di produrre effetti soprattutto in ambito economico e sociale, distinguendo le varie classi a seconda della qualità del loro vestiario. è proprio in questo periodo che si delinea la figura professionale del sarto, un artigiano in grado di soddisfare le esigenze e le pretese dei clienti, sempre più desiderosi di capi che potessero identificarli in un determinato ceto sociale. A partire dagli anni ’60 e ‘70, per via dell’affermazione del prêt-à-porter, la concorrenza dei capi confezionati e dell’aumento del prezzo della manodopera, le sartorie sono andate via via diminuendo. Il concetto di confezione ha cambiato questa professione, meccanizzandola e rendendola meno creativa. Ma è proprio la creatività invece, l’attributo che ha da sempre rappresentato quest’arte, motivo per il quale anche se in calo, alcune realtà italiane sono rimaste ben affermate nel campo. Certo che i veri sarti, quelli che cuciono gli abiti maschili tutti a mano e su misura del cliente come si faceva una volta, non esistono quasi più, ovvero esistono ma si stanno estinguendo, ed esistono solo nell’ambito dell’alta moda. L’abito italiano fatto in modo artigianale è sinonimo di eleganza e qualità in tutto il mondo. Il sarto come antico artigiano, che nel momento in cui taglia un capo a mano realizza un’opera d’arte, è come l’architetto o l’ingegnere che costruiscono edifici o realizzano progetti di arredamento. La differenza è che il sarto costruisce capi di abbigliamento ed abiti quali la giacca, il pantalone il gilet e altri accessori. Abbiamo incontrato Graziano Ghia titolare dell’unica sartoria per uomo di Voghera. Signor Ghia, una volta i segreti del suo mestiere erano la tradizione, una sapienza da tramandare, e questo di solito avveniva attraverso l’apprendistato, come “ragazzo o garzone di bottega”. A che età ha iniziato ad apprendere i primi rudimenti di sartoria? «Avevo 16 anni quando sono andato a imparare a lavorare dal sarto vogherese Scolè. Ero curioso di fare questo lavoro perché avevo un parente che lo faceva e così da Torrazza Coste dove abitavo, decisi di venire a Voghera. Pensi, eravamo 17 ragazzi che lavoravamo nella sartoria Scolè. Quando ho cominciato io, verso la metà degli anni ’50, in città c’erano una trentina di sartorie per uomo. Non esisteva la confezione e l’esigenza di allora per l’uomo era l’abito classico che veniva indossato poi durante i mesi più freddi con il cappotto e il cappello e quindi il lavoro era molto. Mentre ero a bottega ho frequen-

Graziano Ghia titolare dell’unica sartoria per uomo di Voghera

tato la scuola di taglio, fondamentale per tracciare il modello e poi tagliare le varie parti che lo compongono». Allora non c’erano ancora gli stilisti, era il sarto stesso che creava il capo e che lo adattava al corpo del cliente. Quanto era importante il suo ruolo? «Importantissimo. Vede, gran parte degli stilisti che poi sono diventati famosi hanno cominciato dalla sartoria come Valentino, Ferrè, Versace, tanto per ricordarne alcuni. Solo conoscendo come un abito veniva sviluppato, hanno potuto poi creare delle grandi collezioni di moda e diventare famosi». Quando ha aperto la sua prima sartoria? «Sono rimasto da Scolè fino all’età di 24 anni e poi ho aperto la mia sartoria in via Mazzini. In quel periodo si lavorava ancora molto, si facevano le sfilate a San Remo, a Parigi, i sarti erano ancora in auge ma si stava affermando la confezione che aveva prezzi più competitivi, offriva una vasta scelta di modelli ed era alla portata di tutti. L’uomo ha iniziato a seguire la moda, a vestire casual anche sul posto di lavoro e tutto ciò ha portato ad una diminuzione della clientela». Le nuove generazioni faticano un po’ a capire il valore del lavoro artigianale, mentre molte persone sono ancora abituate a servirsi del sarto ma lei ha notato che negli ultimi tempi ci sia stata un’inversione di tendenza? «Direi di sì, si vedono anche i più giovani iniziare a frequentare la sartoria per un abito speciale su misura. Il mio intento è proprio questo: far comprendere la bellezza e l’importanza di vestire capi artigiana-

li, che durano nel tempo e ci accompagnano per svariate stagioni, con la possibilità anche di aggiustamenti e variazioni che solo in sartoria sono possibili. Nel mio laboratorio creo per i miei clienti capi unici su misura, fornendo la scelta sia nel taglio, studiato per soddisfare le sue esigenze e poi presentato sotto forma di vari bozzetti, e sia nel tessuto, che l’acquirente può scegliere tra una gamma dai campionari a disposizione. La lavorazione è prettamente artigianale con ampio utilizzo di cuciture fatte a mano, come quella delle asole, che caratterizzano e rendono speciale l’abito su misura. Attraverso una serie di prove il modello viene messo a punto per calzare perfettamente e soddisfare ogni desiderio del cliente. Naturalmente le varie prove e la lavorazione manuale rendono più lunghi i tempi di realizzazione di ogni capo rispetto a uno confezionato, ma sono convinto che il risultato di un abito cucito su misura sarà difficilmente raggiunto con uno di pronto moda». Quante ore di lavoro servono all’incirca per realizzare un completo da uomo su misura? «Per produrre un abito classico ci vogliono almeno 72 ore di lavoro manuale, per fare in modo che sia esso ad adattarsi alle forme del corpo del cliente valorizzandolo il più possibile, e non il contrario. Come lo era più di 400 anni fa, un capo su misura deve poter distinguere chi lo indossa, esternando il proprio modo di apparire al mondo come fosse un biglietto da visita personale. Il sarto, per l’appunto, è il miglior amico dell’uomo d’affari e del libero professionista, ma anche del giovane che

vuole contraddistinguersi dalla massa o del futuro sposo che vuole ricordare al meglio quel giorno speciale. Le sapienti mani di un artigiano riescono a dare un tocco di vitalità all’abito, rendendolo unico, per via della cura al dettaglio e dell’attenzione che egli dedica alla sua realizzazione. Proprio per questo motivo, un capo su misura necessita del tempo per essere portato a termine cosicché all’artigiano non possa sfuggire niente. Ma la qualità di una sartoria, non solo si misura dalla bravura di chi ci lavora, ma anche dalla conoscenza dei tessuti che ogni sarto che si rispetti deve avere. Infine è fondamentale il modo con cui il cliente viene accolto e consigliato sulla scelta dei tessuti, dei dettagli personalizzati come la piega del pantalone, gli occhielli, la fodera della giacca, i bottoni, il taglio delle tasche, per poi procedere in tempi attendibili con le prove di vestibilità ed in ultimo la consegna dell’abito finito». Dal 1993 lei ha trasferito la sua sartoria in via san Lorenzo e continua a portare avanti questo lavoro molto impegnativo che non ha orari, che richiede grande passione e professionalità ma che dà anche molte soddisfazioni. I suoi clienti sono per la maggior parte vogheresi? «No, io lavoro molto con persone che arrivano per la maggior parte da fuori Voghera, dall’interland milanese, dal Piemonte e da tante altre parti. Ho clienti giovani e meno giovani. Il primo abito di solito si fa per la laurea per poi passare al matrimonio. Molti sono miei clienti storici, ho anche un sito internet ma credo che la miglior pubblicità per la mia sartoria siano gli abiti che realizzo. Ho qui in negozio una giacca fatta da me nel 1961 che è ancora attualissima, l’unica cosa che è cambiata rispetto ad oggi è la tipologia del tessuto che allora era molto più pesante perché faceva più freddo, per il resto potrebbe essere indossata subito. L’abito classico non subisce la moda, è sempre attuale». Pensa che ci sarà dopo di lei qualche ragazzo che continuerà la tradizione della sartoria artigianale? «Ci sono ancora diversi ragazzi che studiano alle scuole professionali per sarti ma penso che solo con l’acquisizione di un’ottima preparazione tecnica e manuale, questo mestiere possa offrire l’opportunità di intraprendere un lavoro veramente creativo che serve in questi tempi e di cui il mercato ha ancora bisogno. Per diventare dei bravi sarti occorrono almeno 10 anni e i ragazzi adesso vogliono fare le cose un po’ troppo in fretta. Vedremo... intanto io vado avanti perché mi sento ancora un ragazzo con tanto da fare nella vita». di Gabriella Draghi


CYRANO DE BERGERAC

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Testarossa: Oltrepò Pavese DOCG o Montepulciano d’Abruzzo DOC? «Il vino è un’esperienza di vita, non una scienza esatta», dice Domenico Pasetti. Pasetti, chi era costui? Per capire l’efficacia del suo pensiero riassunto in questa frase bisogna porsi un quesito. Testarossa: Oltrepò Pavese DOCG o Montepulciano d’Abruzzo DOC? Venghino venghino signore e signori: oggi può essere entrambe le cose e non soltanto... dall’Abruzzo con furore. Premessa: Testarossa è il marchio più altisonante e dagli illustri natali del Metodo Classico che nasce dal Pinot nero sulle colline dell’Oltrepò Pavese. Un nome che aveva visto la cantina sociale di Santa Maria della Versa tenere testa alla Ferrari di Maranello, il cavallino rampante, che aveva registrato il nome del suo omonimo e prestigioso modello di automobile trovando però occupata la casella per la categoria merceologica del vino. Il brand italiano del lusso più noto nel mondo si era dovuto arrendere di fronte all’evidenza: l’Oltrepò aveva battuto sul tempo la scuderia di Enzo Ferrari. Altri tempi. Altra gente. Altre teste. Altro pianeta. Oggi tutti sono distratti e smemorati. La notizia della settimana nei bar oltrepadani è certamente il rilancio del Testarossa (un’enormità come 11.000 le bottiglie pronte secondo indiscrezioni trapelate). Peccato che a La Versa, terminato il salotto milanese con il testimonial Edoardo Raspelli e la conferenza stampa da compitino, nessuno abbia notato che il nome del celebre spumante non sia più un’esclusiva ben tutelata. Oggi Testarossa è una linea di produzione promossa in ogni dove (anche su Internet) dalla storica Pasetti Vini. Il Duca Antonio Giuseppe Denari, paladino di La Versa e dell’Oltrepò spumantistico che lui valorizzava come la Champagne italiana, si rigirerà nella tomba. è mancato nell’ottobre 2008 ed è stato dimenticato dal territorio anche lo scorso anno, in occasione del decennale della sua scomparsa nonostante tutto ciò che ha fatto per l’immagine del territorio a livello internazionale. Cosa vuoi che sia brindare con le bollicine La Versa con Sandro Pertini? Che grande soddisfazione sarà stata far sorseggiare La Versa a capi di Stato e capitani d’industria? Chi volete che fosse uno che nel territorio del “tanto” ha lottato ogni giorno della sua vita per il “buono” e “l’alto”? Il celodurismo oltrepadano, dove ciascuna leva ignora e deride la precedente perché tutti sono dei mancati Nobel, porta a questi risultati da Guinness dei Primati. Oggi il Testarossa è abruzzese. Pasetti Vini spiega così il suo Testarossa, tra l’altro quello che si trova di più a livello nazionale anche online: «Vino di punta dell’azienda, la linea Testarossa è quella che meglio riassume la filosofia aziendale del voler rimanere fortemente legati alle tradizioni e alla storia familiare. Questa etichetta storica nasce per celebrare

la superba bellezza delle donne della famiglia Pasetti, aventi i capelli rossi». Ah, però! Secondo queste premesse la società commercializza il Testarossa Rosso, il Testarossa Rosato e il Testarossa Bianco. Per la linea esiste anche una confezione speciale con la scritta rossa su fondo nero. La storia della cantina Pasetti fonda le proprie radici in epoca borbonica quando, il

visionario trisavolo del signor Domenico, Silvestro Pasetti, comprò parecchi tomoli di terra dal Marchese Farina cominciando a impiantare vigneti. Oggi questa famiglia del vino produce i Testarossa con grande cura. L’identità aziendale è rappresentata da vini tutti prodotti con vitigni autoctoni: Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano d’Abruzzo, Pecorino, Passerina e Mosca-

tello di Castiglione. Conclusione: se in Oltrepò si pensasse meno alla Passerina e di più al Pinot nero, ai marchi, alla spumantistica e al fare impresa in un mondo molto competitivo certe cose non accadrebbero. In Oltrepò veneriamo l’asino, magari avessimo L’Aquila... Buon Vinitaly! di Cyrano de Bergerac


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Pizzale e Micropolis ai ferri corti dopo la sentenza del Tar Restano agitate le acque che separano i Comuni di Pizzale, Cervesina e Pancarana. Da quando a partire dal 2016 Pizzale ha abbandonato l’Unione di cui faceva parte, denominata Micropolis, tra gli enti è stata battaglia legale: abbandonare l’Unione avrebbe costretto Pizzale a un esborso di circa 230 mila euro, in quanto per legge avrebbe dovuto restituire delle spese e dei finanziamenti ottenuti per entrare a farne parte. Dal canto suo il sindaco Sonia Grazioli si è sempre opposta all’idea di dover versare questa somma, ritenendo che le spese in questione non fossero state documentate in maniera chiara e trasparente. Nei giorni scorsi il Tar lombardo si è espresso con una sentenza e le due parti sono riuscite a dividersi persino sull’interpretazione della medesima, che entrambi vedono come a loro favore. Al punto che la Grazioli prima e Maurizio Fusi (presidente di Micropolis) poi hanno emesso due comunicati di segno opposto. La prima a esprimersi, subito dopo la sentenza del Tar, è stata il sindaco di Pizzale. «Il Comune – scrive Grazioli - all’indomani del recesso, operato per la scarsa trasparenza contabile dell’Unione e l’assenza di ogni reale trasferimento di funzioni, aveva chiesto invano all’Unione sia la restituzione dei beni conferiti, sia i giustificativi dei crediti e debiti reciproci. Di fronte alla pretesa dell’Unione di non restituire nulla, e di contestare persino al Comune il diritto di recedere conservando la proprietà di beni e attrezzature di propria competenza, Pizzale aveva fatto ricorso al TAR chiedendo in primo luogo l’accertamento del

to da Pizzale in relazione al rimborso delle spese del personale e dei finanziamenti ottenuti per il suo funzionamento». L’unica “vittoria” sarebbe la condanna dell’Unione a versare i 5mila euro di spese legali, ben poco rispetto alla cifra in ballo. «Dei cinque motivi di ricorso proposti da Pizzale, solo uno è stato quindi accolto, gli altri sono stati tutti respinti – prosegue Fusi – il giudice inoltre ha stigmatizzato la condotta contraria agli obblighi di buona fede e correttezza da parte dello stesso Comune». In parole povere, il presidente dell’Unione e sindaco di Pancarana si dice soddisfatto a sua volta, in quanto creditore di una somma notevole nei confronti del comune “rivale”. di Christian Draghi Sonia Grazioli

Maurizio fusi

diritto di recesso, e quindi l’accertamento delle poste di dare e avere tra gli enti, anche con l’ausilio di eventuale perizia contabile. L’Unione, oltre a resistere nel ricorso, ne promuoveva un secondo, riunito al primo in cui pretendeva che il Comune di Pizzale le riversasse somme maggiori di quelle portate dalle deliberazioni relative al recesso, per oltre € 218.000. Con la sentenza il TAR accerta la piena legittimità del recesso esercitato dal Comune di Pizzale, escludendo che il Comune debba essere chiamato a rinunciare a beni o conferimenti, in quanto parte da oltre i “dieci anni” dalla assunzione del vincolo, che nella fattispecie è poi coinciso con la

costituzione dell’Unione (con atto del 25 settembre 2001, approvato dal Comune in data 20 settembre 2001)». Grazioli ribadiva poi come il Tar avrebbe condannato l’Unione al pagamento delle spese legali e concludeva esprimendo soddisfazione per la sentenza, che vedeva –secondo la sua interpretazione – il suo Comune “vincente”. Maurizio Fusi ha replicato con un parere di segno opposto: «Il Tar ha riconosciuto in favore del Comune di Pizzale solo la non operatività dell’indennizzo dovuto per l’uscita anticipata dall’Unione dei comuni Micropolis, mentre ha ritenuto valide le delibetazioni dell’Unione che hanno quantificato in 202mila euro quanto dovu-

«Il sindaco Grazioli e il presidente dell’Unione Fusi “reclamano” entrambi la vittoria in giudizio»


LETTERE AL DIRETTORE

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«Perchè in Oltrepò i passaggi pedonali rialzati “sbattono” contro i muri o finiscono nei fossi?» Gentile direttore, una riflessione che vorrei condividere con i lettori de Il Periodico News: molte strade dell’Oltrepò di accesso ai paesi sono state trasformate in vere e proprie gimcane, là dove molti sindaci hanno dichiarato guerra alle auto o meglio alla velocità superiore ai 30 km orari, posizionando in ogni luogo dossi artificiali e passaggi pedonali rialzati. Ma non solo, hanno disseminato lungo le vie interne, di inutili passaggi pedonali e dossi che sembrano scaturire più dalla fantasia che dalle norme che

regolano la circolazione stradale. In molti casi i cartelli di pre-segnalamento del mascherato passaggio pedonale non sono posti alle distanze previste dalla normativa. Molti “passaggio pedonali rialzati” partono da un marciapiede e finiscono contro un muro, altri partono dal marciapiede e finiscono in un fosso. Io mi domando ma le Forze dell’Ordine, Carabinieri e Polizia Stradale, oltre a controllare gli automobilisti per eccesso di velocità, controllano e verificano che questi dossi e questi pseudo “passaggi pedonali rialzati” siano

stati realizzati secondo le norme? Mi vien da rispondere: evidentemente no. Quali autorizzazioni sono state rilasciate per la realizzazione dei passaggi pedonali rialzati fuori norma e dei dossi artificiali per eccessiva altezza o dislivello? Lo sanno i sindaci dell’Oltrepò che studi e statistiche dimostrano che questi dossi e pseudo dossi sono inutili? Invece di fare dei dossi, in Oltrepò sarebbe meglio che i soldi venissero spesi per aggiustare le strade, quello si che servirebbe. Marco Dagradi - Casteggio

«I nostri soldi buttati dalla finestra nell’auditorium di Fortunago» Egr. Direttore, la prego di pubblicare questa lettera. Io abito a Milano, ma sono nativo di Voghera, amo l’Oltrepò e mi sento oltrepadano D.O.C. Ogni volta che mi trovo in Oltrepò e passo da Fortunago, mi girano gli zebedei come dicono in Trentino, guardando quella pirlata di “auditorium” in triplice coppia, voluta da chi non so. Io spero che gli abitanti dell’Oltrepò preparino i fischietti (nel vero senso della parola) in attesa che il sindaco vada ad inaugurare tale vergogna e tale scempio architettonico e paesaggistico. Fino ad oggi il sindaco ha avuto il buon gusto di non farlo, anche

perchè non è ancora ultimato nonostante i tanti soldi che certamente è costato. Io non so che giunta ci sia a Fortunago e non mi interessa, ma so che qualcuno ha permesso di buttare anche i miei soldi, concependo un progetto assurdo e poi cercando di realizzarlo. Mi meraviglio che nessun procuratore della giustizia si sia dato da fare per sapere chi sperpera i soldi, ben sapendo che loro stessi tante volte, hanno problemi di fotocopiare il cartaceo utile a tante indagini. Siamo in un periodo di crisi e gli amministratori si permettono di buttare i soldi pubblici (milioni di Euro) dalla finestra,

quando ci sono persone che non riescono a tirare a fine mese e aziende che chiudono per mancanza di liquidità e di ordini? è ora di smetterla con questa prassi vergognosa!!! Quello che mi fa arrabbiare ancora di più è che nessuno paga e pagherà per queste scelleratezze, sarà sempre colpa di qualcun’altro. Scusi Direttore del mio sfogo, ma sono veramente, per usare un eufemismo, dispiaciuto, che una tale “opera” deturpi il paesaggio, perchè mi piacerebbe vedere il nostro bell’Oltrepò amministrato con più “sale un zucca”. Claudio Achille - Milano

«L’unica soluzione, forse, telecamere che controllano ogni stanza» Alla c.a del Direttore, i pianti e le urla del bambino guardando ciò che gli stava facendo la maestra. Poi il silenzio. Imposto con la violenza. Tutto documentato nel video della Polizia. Quella voce impaurita mi ha lasciato sgomenta. Sono tanti i casi di presunti maltrattamenti in asili nido o scuole d’infanzia raccontati dalle cronache negli ultimi anni. Bambini costretti a mangiare il proprio vomito, lasciati al buio, presi a gomitate, minacciati. Chi denuncia? I genitori nella maggior parte dei casi, ma non sempre. Raramente le scuole. Secondo le associazioni in difesa dell’infanzia, in Italia si fa troppo poco per prevenire gli abusi. In molti nidi e materne non ci sono controlli sulla “tenuta emotiva” dei docenti. Quando si arriva poi a condannare un educatore, l’interdizione dai pubblici uffici è a discrezione del giudice. E anche se viene prevista, dopo

qualche anno, ed in molti casi anche a noi vicini, dopo pochi mesi, si può tornare in aula o farsi trasferire. I fatti recenti avvenuti a Varzi, ma anche l’inchiesta sulla Casa Famiglia per disabili ed anziani di Montebello della Battaglia, pongono una serie di interrogativi sulla necessità di denunciare gli abusi e sulle tutele offerte da scuola e case di riposo. L’unica soluzione, forse, telecamere che controllano ogni

stanza. Chi vuole aprire una casa di riposo, un asilo, una casa famiglia e strutture dove ci sono bambini ed anziani, senza nessuna eccezione, per legge le deve installare, per quelli già aperti ed in funzione, la legge deve obbligare entro 30 giorni l’installazione. Forse e dico solo forse, così limiteremo il susseguirsi di abusi ed angherie sulla pelle di bambini ed anziani. Maria Grazia Grossi - Voghera

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«In Oltrepò troppi ciclisti indisciplinati» Sig.ra Direttrice, le scrivo questa lettera al fine di farle presente una pessima applicazione del Codice della Strada in Oltrepò Pavese. Mentre a qualsiasi mezzo a motore vengono, giustamente, applicate le normative contenute in detto Codice, vi è una categoria di utenti della strada che risulta quasi totalmente esonerata dal rispettare la Legge, e sono i ciclisti. Assistiamo a continui passaggi in dispregio dei sensi unici con percorrenze contrarie, transito con semaforo rosso, occupazione delle sedi stradali a due o più affiancati, circolazione nelle ore di scarsa luminosità con veicoli privi di qualsiasi impianto di illuminazione e di catadiottri. Il Codice della Strada è chiaro: detti veicoli vanno sequestrati ed il possessore multato. Faccio presente che essendo una maggioranza di tali biciclette, almeno il 50% fuori norma, viene così alimentato il mercato delle bici rubate, in mano a spacciatori di droga. Perché un tale permessivismo da parte delle Istituzioni o Autorità demandate al controllo ed alla disciplina del traffico? Qualcuno potrebbe supporre che sequestrare bici fuori regola non apporti danaro nelle casse Istituzionali. Se ne dedurrebbe che le Leggi abbiano validità e siano applicate quando si possa far cassa? Faccio presente che vi è da tempo, un continuo stillicidio di problemi causati da questo “selvaggio ciclismo”. Confido che venga fatto presente a chi di dovere sottolineando il fatto che non esistono categorie di utenti della strada privilegiati e con la libertà di utilizzare veicoli fuori norma e di creare, impunemente, incidenti a danno di altre persone. Cordialmente saluto. Clara Perduca – Voghera DIRETTORE RESPONSABILE Silvia Colombini direttore@ilperiodiconews.it / Tel. 0383-944916 Responsabile Commerciale Mauro Colombini vendite@ilperiodiconews.it / 338-6751406 Direzione, redazione, amministrazione, grafica, marketing, pubblicità Via Marconi, 21 27052 Godiasco Salice Terme (PV) Tel. 0383/944916 www.ilperiodiconews.it Stampato da: Servizi Stampa 2.0. S.r.l. Via Brescia 22 20063-Cernusco sul Naviglio (MI) Registrazione presso il Tribunale di Pavia N. 1 del 27/02/2015

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Bruni si ritira dalla corsa al Comune «Ora è giusto fare spazio ai giovani...» Dopo oltre quarant’anni vissuti sui banchi del consiglio comunale di Montebello della Battaglia, Guglielmo Bruni ha deciso di lasciare. Anni di barricate, di critiche costruttive nei confronti delle giunte che si sono succedute. Ora, dice, ‘‘è giusto far spazio ai giovani’’. Giovani che, tuttavia, paiono essere oggigiorno disaffezionati rispetto all’amministrazione della cosa pubblica. Le sue dichiarazioni odierne non sono poi diverse, nei temi e nei toni, rispetto a quelle del nostro ultimo incontro, nel gennaio dello scorso anno. Segno, questo, che pur avendo ormai optato per il proprio ‘‘pensionamento amministrativo’’, non è ancora venuta meno - e probabilmente non la verrà mai - la sua passione per la cosa pubblica. Bruni, è questa l’occasione per ricordare una lunghissima esperienza, la sua, in seno al Consiglio Comunale del suo paese. Ma in prima battuta, mi permetta: perché ha deciso di lasciare? «Con il 26/05/2019 terminerà la mia esperienza nell’amministrazione comunale di Montebello della Battaglia. Avevo iniziato nel lontano 1975 ed ora è giusto fare spazio ai giovani che vogliono adoperarsi per la comunità montebellese. Parliamo di ben 44 anni fa. Che ricordo ha dei suoi esordi? «Nel primo mandato l’amministrazione, a cui appartenevo, aveva risolto i problemi creati dall’insediamento del centro commerciale Iper, dotato il comune del Piano Regolatore, realizzato vari tratti fognari e progettato l’ampliamento del camposanto. Le successive amministrazioni hanno potuto usufruire degli introiti derivanti dalle attività edilizie sorte nel tempo, hanno potuto finanziare nuove opere pubbliche, che ora, con la scarsità di introiti e l’inerzia, sono fatalmente deteriorate e ed inutilizzabili.» Pensa a qualche cosa in particolare? «Ci ritroviamo con la piazza Ciro Barbieri abitata da topi enormi con grosse tane alla base degli alberi, l’immondizia che straborda dai cassonetti (l’attuale amministrazione aveva promesso cassonetti interrati, ma ora giacciono inutilizzati alla discarica comunale) e la segnaletica assente. La piazza Dante (vicino al Municipio) con la pavimentazione in granito completamente ammalorata e dissestata, la fontana/abbeveratoio, costata circa 50.000 milioni di lire, ormai inutilizzabile per difetti costruttivi e con l’impermeabilizzazione totalmente distrutta.» Ce ne ha parlato anche durante il nostro ultimo incontro, così come della salita e della piazza della Chiesa. «L’acciottolato di piazza della Chiesa e le strade di accesso stanno lentamente

sfaldandosi. Il costosissimo parcheggio con ricovero dei mezzi comunali, in via Roma, presenta evidenti segni di incuria e di danneggiamenti, senza contare che il vecchio edificio esistente è da considerarsi fatiscente e senza nessuna possibilità finanziaria per produrre interventi conservativi al fine di un valido recupero per possibile utilizzo al servizio della comunità.» Parliamo del suo impegno nell’ultima legislatura, ormai agli sgoccioli. «L’ultima legislatura è nata con la manifesta sfiducia degli elettori alla possibile maggioranza, ma comunque vincitrice per la ‘‘legge dei numeri’’, tipica del sistema elettorale maggioritario (chi prende un voto in più vince). Al turno elettorale del 2009 erano presenti tre liste ed il verdetto delle urne diede la maggioranza al dottor Mariani con il 43,80% e una minoranza composta dal geometra Sperati con il 31,42% ed il sottoscritto con il 21,72%. La minoranza non ha trovato le opportunità di coesione e si è divisa con la quiescenza di Sperati che per circa il 98% dei Consigli Comunali ha votato a favore delle proposte presentate dalla maggioranza; il compito di stigmatizzare le proposte e chiedere innovazioni è stato portato avanti dal sottoscritto.» Quali sono state le sue richieste? «Avevo chiesto di istituire il servizio di videosorveglianza per la sicurezza e la protezione degli abitanti, bocciata per presunte ragioni economiche e per sfiducia nel sistema. Ho richiesto l’istituzione del servizio di sgombero dei materiali ingombranti. Montebello è infatti l’unico Comune che ancora non ne è dotato. In compenso si è preferito aumentare la tassa della TARI. Rivedendo poi il programma presentato agli elettori, si deduce che nulla è stato attuato: non esiste traccia di collaborazione tra l’Amministrazione ed i cittadini, non sono mai stati convocati gli incontri al SOMS per sentire le esigenze della popolazione.» C’è altro? «La riqualificazione della piazza Ciro Barbieri è di là da venire, la raccolta differenziata è solo un progetto, la sistemazione del cimitero è un sogno ed attualmente mancano posti per la tumulazione. Il potenziamento della biblioteca è stato attuato con la riduzione dei finanziamenti e la promozione di iniziative e recupero della storia locale è stata, nonostante il boicottaggio, portata avanti solo dall’associazione ‘‘Mumbel’’, l’implementazione degli aspetti tecnologici scolastici è ancora oggi attesa dagli scolari e dai loro genitori. Le opere pubbliche non sono state realizzate ed ora ci troviamo il manto

Guglielmo Bruni sindaco uscente

stradale ridotto ad un colabrodo, il recupero dei vecchi edifici è rimasto nei desideri di tutti ed anzi il vecchio edificio di proprietà comunale è in rovina.» Quanto alle politiche giovanili? «Nessuna traccia di iniziative per i giovani ed incentivazione delle attività sportive, invece ci ritroviamo con un parco giochi inutilizzabile in quanto sono stati tolti i giochi. Anche le altalene sono scomparse e la manutenzione dell’erba e la prevenzione del proliferare delle zanzare è inesistente.» Il suo giudizio non è molto benevolo… «Oggi ci troviamo con pochi servizi per il cittadino, la popolazione è diminuita da n° 1.645 residenti nel 2014 a n° 1563 residenti nel 2018, però nella Relazione di fine mandato, fatta recentemente dalla Maggioranza, si legge che si è applicata una bassa tassazione ed il quadro riassuntivo della gestione di competenza riporta un avanzo di € 81.861,39. Le abitazioni continuano ad essere sempre più vuote e le persone si stanno allontanando sempre di più.» Sono anni difficili per molti comuni. Lei pensa si potesse fare di più? «Ho il grande rammarico di non avere potuto rivitalizzare la vita del paese e di combattere l’apatia imperante, di portare a maggiore visibilità ed alla conoscenza

delle bellezze del nostro paese al pubblico di turisti a livello nazionale. Spero che chi andrà ad amministrare, per il prossimo quinquennio, potrà fare meglio, impegnarsi maggiormente e soddisfare le aspettative e le esigenze della popolazione che sta sempre diventando sempre più anziana.» di Pier Luigi Feltri

«Ho il grande rammarico di non avere potuto rivitalizzare il paese»


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Olimpiade della moto 2020: qual è lo “stato dell’arte” della Sei Giorni di Enduro Organizzare eventi rappresenta una grande opportunità per dare visibilità a brand, imprese ed idee, è un momento in cui scambiarsi e condividere progetti, entrare in contatto con diverse realtà e far nascere collaborazioni professionali inaspettate. Può sembrare banale, ma il primo passo per la creazione di un evento ben riuscito è definire chiaramente quali sono gli obiettivi da raggiungere: dietro l’organizzazione di un evento ci sono tempo, lavoro e tante persone. Edoardo Zucca, Presidente del Motoclub Pavia, vive a Pavia ma è oltrepadano, di Broni, ed essendo membro del Comitato Organizzatore Isde 2020 è certamente la persona più indicata per conoscere lo “stato dell’arte” della Sei Giorni di Enduro, l’Olimpiade della moto che si svolgerà in Oltrepò ad agosto 2020. Zucca l’Olimpiade dell’enduro… Per qualcuno sembra paracadutata in Oltrepò senza chiedere permesso a nessuno. È così? «Non è così assolutamente. Il dialogo con le Autorità del territorio e nazionali è iniziato molto tempo fa quando si sono messe le basi per poter richiedere l’assegnazione dell’evento alla Federazione Motociclistica Nazionale ed Internazionale. Hanno già ufficializzato il loro patrocinio a ISDE 2020 il Comune di Pavia, il cui territorio ospiterà alcune fasi dell’avvicinamento all’evento, ed il Comune di Voghera, dove avranno sede gli uffici fino ad agosto 2020 e dove si svolgeranno alcune manifestazioni collaterali. In questo momento siamo nella fase strutturale in cui stiamo progettando l’evento, per cui non abbiamo ancora definito esattamente i percorsi». La Sei Giorni è un evento di portata mondiale. Sicuri di avere le credenziali per organizzarla? «Siamo un Motoclub che ha 115 anni di storia, che nella sua “vita” ha organizzato un centinaio di gare, premiato con riconoscimenti importanti quali la Stella d’Argento e la Stella d’Oro al merito sportivo e siamo l’unico Motoclub in Italia ad aver la massima onorificenza sportiva riconosciuta dal Coni che è il Collare d’Oro. Siamo inoltre uno tra i Motoclub fondatori della Federazione Motociclistica Italiana. E non ultimo, nel 2014 in Argentina siamo diventati Campioni del Mondo vincendo proprio la ISDE. Affianchiamo nell’organizzazione della Sei Giorni il Moto Club Vittorio Alfieri di Asti, con cui abbiamo costituito il Comitato Organizzatore, vista la portata della manifestazione. Faranno poi parte del pool organizzatore anche i Moto Club Valle Staffora, il Varzi e il Valli Oltrepò, per la parte pavese e i MC Azeglio, Ceva, Valli Tortonesi e 100 Torri per la parte pie-

montese. è giusto inoltre precisare che è il Moto Club Alfieri, che proprio nel 2020 festeggerà il trentennale, la realtà a cui è stata assegnata formalmente l’organizzazione della ISDE 2020». Dal punto di vista sportivo avete tutte le carte in regola, l’assegnazione del Collare d’Oro è una “prova” più che tangibile. A livello organizzativo però avete già avuto esperienze importanti o è la vostra prima volta? «Certo che sì, abbiamo organizzato gli Assoluti d’Italia che è il top delle gare a livello nazionale con presenti anche piloti stranieri, il Campionato Italiano Senior e Under 23, il Campionato Europeo di moto d’Epoca e abbiamo collaborato all’organizzazione dei Campionati Europei di moto moderne». L’esperienza non vi manca e questo è già di per sé rassicurante… ma per ogni manifestazione che ha un forte impatto sul territorio c’è sempre, e non solo in Oltrepò, il partito del Sì ed il partito del No. I Sì ed i No ruotano soprattutto intorno al fatto che le moto passeranno sui sentieri. Quali sentieri faranno parte del percorso della Sei Giorni, ce lo può svelare? «No, ma non perché non voglio ma perché non abbiamo ancora definito dove si passerà esattamente. In quanto ad un anno e mezzo dall’evento, ci troviamo ancora in una fase di progettazione, posso dire che lo stiamo studiando». Il percorso qualunque esso sia sarà approvato presumiamo dalle autorità sportive nazionali ed internazionali e nel rispetto delle leggi italiane vigenti in materia. Avete già avuto problemi di questo tipo nell’ambito di altri eventi da voi organizzati o vi è stato mai contestato di infrangere la legge? «Assolutamente no, mai e questo perché a priori ed in collaborazione con i Carabinieri Forestali, grazie ad un protocollo d’intesa siglato tra la Federazione Motociclistica Italiana ed il Corpo Forestale dello Stato appunto, valutiamo i percorsi e a priori chiediamo i permessi e le autorizzazioni. Prima di fare una manifestazione siamo regolarmente autorizzati nel rispetto delle norme regionali, provinciali, comunali e della Comunità Montana. Esiste un iter burocratico molto complesso ma che garantisce all’organizzatore di avere tutte le carte in regola». In Oltrepò e nelle valli attigue dove si svolgerà l’evento, esistono tanti attori che anche se non hanno voce in capitolo e non devono dare il loro assenso, per “educazione” vale la pena di conoscere. Vi siete presentati? «All’interno della Federazione Italiana c’è un organo preposto a tenere i rappor-

Edoardo Zucca, Presidente del Motoclub Pavia,

ti con gli organi istituzionali, l’ufficio è rappresentato dal Dottor Toni Mori che se ne occupa a 360 gradi affiancando i Motoclub e gli organizzatori, questo avviene sia a livello nazionale che a livello locale, ed anche noi ci proponiamo di incontrare questi attori». Avete già avuto incontri informali, un “pour parler” con i sindaci del territorio? «Certo che sì, incontri ufficiali no perché ancora non conosciamo i percorsi, ma incontri non ufficiali certamente sì in quanto necessitiamo di avere partner che siano d’accordo con la nostra iniziativa prima di muoverci, penso al sindaco di Rivanazzano Terme o di Voghera per citarne alcuni». Una manifestazione di questo tipo avrà avuto diversi pretendenti, ogni anno ci saranno diverse nazioni che vorrebbero accaparrarsela.. è stato difficile per voi aggiudicarvela? «Non è stato facile, le nazioni che ambiscono ad organizzare una Sei Giorni nel proprio territorio sono tante, Argentina, Cile, due anni fa la Francia, quest’anno il Portogallo, è una manifestazione ad ampio respiro internazionale e di enorme successo, per cui molto “desiderata”». Lei quante Sei Giorni ha visto come appassionato e come Presidente? «Da appassionato 3, come Presidente di squadre che hanno partecipato ad una Sei Giorni 4, e voglio sottolineare che una di queste Sei Giorni l’abbiamo anche vinta. Il fatto di aver vissuto la Sei Giorno a tutto

tondo dalla parte del “cliente”, dell’usufruttuario della manifestazione è stato uno degli elementi che ci ha spinto a voler essere dall’altra parte, in veste di organizzatori». Lei prima faceva riferimento alla Francia, nazione che ha ospitato lo scorso anno la Sei Giorni. La Francia è certamente una nazione molto attenta ai problemi ambientali. Come addetto ai lavori, come appassionato, ma anche come uomo delle istituzioni lei ha notato durante quella Sei Giorni problemi ambientali e polemiche con le associazioni presenti nel territorio? «Durante la manifestazione assolutamente no, ho notato al contrario un grande entusiasmo ed una grande partecipazione del pubblico e dei locali: le fattorie e le cascine dove si passava erano a porte aperte e nessuna protesta o polemica è mai avvenuta». Un evento di questa portata ha un budget importante, ma quello che interessa al territorio non è quanto il Comitato Organizzatore spenderà, ma il ritorno di questa manifestazione, strategicamente in termini d’immagine, concretamente in termini economici. Lei che ha vissuto diverse Sei Giorni, in base alla sua esperienza, quale pensa possa essere il ritorno di cui potrà beneficiare l’Oltrepò? «In base alla mia esperienza ma anche in base al progetto che abbiamo in mente, posso dire che per 15 giorni saremo al centro del mondo del motorsport, per 15 giorni avremo la possibilità di essere una vetrina delle terre che attraversiamo. Oltre alla gara in sé stessa, vogliamo creare eventi collaterali che facciano conoscere l’Oltrepò al mondo, già la cerimonia di apertura, che prevede una sfilata di circa 4 mila persone appartenenti alle delegazioni delle federazioni nazionali provenienti da circa 40 stati diversi di ogni parte del mondo, è un’occasione unica per il territorio. Tanti eventi anche serali nelle varie località che saranno disponibili ad accoglierci, tutto questo porterà un ritorno mediatico e di conoscenza del territorio che potrà avere risonanza anche negli anni successivi. Parlando di ritorno economico, in base agli studi fatti sulle Sei Giorni organizzate negli anni precedenti in Europa, si quantifica l’indotto in 5/6milioni di euro, questo è il dato in nostro possesso e che è più alto rispetto a quanto detto da altri che parlano di circa 3milioni e mezzo, da sottolineare che questo indotto è per il territorio stesso a costo zero». I Presidenti dei vari Motoclub che partecipano alla Sei giorni hanno l’onore ma anche l’onere di pagare i conti. Non vogliamo sapere esattamente cosa lei ha


RIVANAZZANO TERME speso, ma un Motoclub che partecipa ad una Sei Giorni con 3 piloti, al di là del viaggio aereo, in loco mediamente cosa spende? «Le posso fare un esempio concreto: in Francia due anni fa eravamo presenti con 2 squadre, quindi 6 piloti e con 10 persone di assistenza. Abbiamo speso circa 20mila euro e noi siamo “solo” un Motoclub, la Sei Giorni è un Campionato del Mondo, a cui partecipano più di 200/250 squadre, tra queste le squadre nazionali senior, le squadre nazionali junior. Le squadre di club come la nostra hanno budget molto differenti e inferiori rispetto alle squadre nazionali. Le squadre nazionali sono più ricche e si muovono con più persone, a conti fatti se una squadra di club spende sui 20mila euro per una Sei Giorni, una squadra nazionale arriva a spendere 50/60mila euro, tenendo conto che saranno presenti a Rivanazzano almeno 40 squadre nazionali, i conti sono presto fatti». Lei cosa spera possa portare la Sei Giorni agli imprenditori turistici del territorio? Quali saranno le categorie che ne beneficeranno maggiormente? «Certamente gli imprenditori alberghieri e della ristorazione, ma anche i commercianti. In Francia ci sono state circa 40 mila persone. Noi auspichiamo e ci auguriamo di superare le presenze della Francia in quanto abbiamo dalla nostra elementi che ci fanno ben sperare, in primis ci troviamo in una zona facilmente raggiungibile dall’estero e dai grandi centri abitati, in un’area europea di grandi appassionati di enduro e vicina ad altre zone con questa vocazione, tipo la bergamasca». Manca un anno e mezzo all’evento e se per le ragioni che ci ha spiegato i percorsi non sono ancora stati fatti, per la parte meno sportiva avete già un’idea della tipologia di eventi che affiancherete alla gara vera e propria? «Sicuramente spingeremo il turismo in moto con motoraduni legati alla Sei Giorni, e collegheremo al turismo su due ruote l’aspetto culturale del territorio, penso ai borghi, castelli, musei e all’aspetto enogastronomico, penso ai prodotti tipici dell’Oltrepò, il salame, i formaggi, i vini… Venire a vedere la Sei Giorni vorrà dire venire a vedere anche il territorio». L’Oltrepò è terra di salame e di vino che lei ha nominato poco fa. Il contorno organizzativo ed i tifosi in base alla sua esperienza sono un pubblico di bon vivant? «Assolutamente sì, porto sempre l’esempio della Francia. Siamo venuti a casa con tanti prodotti tipici locali, lì c’erano bancarelle con ogni tipo di leccornia del territorio. Il mondo dell’enduro non è certamente un ambiente da hamburger ma proprio da pane e salame e detto in senso positivo». Vino e salame identificano certamente l’Oltrepò, ma altri prodotti stanno recentemente emergendo pensiamo ad esempio al miele piuttosto che allo zafferano. Avete intenzione di trovare una collaborazione con gli enti che si occupano della promozione del salame e del vino in Oltrepò?

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APRILE 2019

«Siamo stati contattati da alcune Cantine piemontesi che hanno già “capito” l’opportunità di questa Sei Giorni» «Sì ci stiamo muovendo in questa fase a livello di Confesercenti e Camera di Commercio per avere dei riferimenti del settore, porte aperte se qualcuno ci vuole contattare e dare riferimenti più precisi. Sul fronte vino ci stiamo muovendo anche in Piemonte e alcune Cantine piemontesi sono state molto reattive e ci hanno già contattato per farsi conoscere e per proporci delle degustazioni e delle visite enogastronomiche per i visitatori e per gli addetti ai lavori, ovviamente non per gli atleti…» Il Piemonte si è dimostrato molto reattivo a livello imprenditoriale e turistico? «A livello imprenditoriale direi di sì, come le dicevo siamo stati contattati da alcune Cantine piemontesi che hanno già “capito” l’opportunità di questa Sei Giorni». Il quartier generale sarà l’aeroporto di Rivanazzano Terme. Avete già stipulato contratti a tal proposito? «Certamente prima di spendere parole e citare l’aeroporto abbiamo preso accordi ben precisi e scritti con la società sportiva gestore così come abbiamo preso accordi con la pista di motocross di Ottobiano». Ci sono regioni in Italia in cui non è permesso alcuno sport motoristico, vedi il Trentino Alto Adige. In Lombardia invece esiste un regolamento che disciplina l’enduro e gli sport affini? «Esiste una Legge Regionale che stabilisce che le strade agro silvo pastorali non possono essere percorse nei due anni successivi in cui è stata fatta una gara motoristica, per cui la Comunità Montana prima di rilasciare i permessi fa sempre una ricerca in base a questo normativa». Alla nostra testata in altre occasioni sono giunti malumori sul tema: le moto che passano sui sentieri li rovinano ed inoltre provocano un forte inquinamento ambientale, di contro sempre dalle pagine di questo giornale diversi enduristi hanno risposto che l’inquinamento provocato dalle moto è inferiore a quello di altri mezzi che usufruiscono dei sentieri e che a proposito di sentieri, spesso gli enduristi li puliscono sia prima che dopo. Sentieri… grave problema in Oltrepò.. Come Comitato Organizzatore cosa garantite sullo stato dei sentieri prima e dopo la gara? «Prima della gara la riapertura e la pulizia dei sentieri, dopo la gara il ripristino totale di tutti i percorsi attraversati. Questo oltre ad essere un obbligo morale di noi enduristi è rispetto delle norme che noi sottoscriviamo prima di qualunque manifestazione con la Comunità Montana e con i Sindaci

dei territori attraversati. Successivamente per ogni manifestazione che organizziamo, ormai da anni, facciamo una verifica dei sentieri con i tecnici dei vari Comuni che ci hanno ospitato e ci affidiamo a ditte del territorio che in collaborazione con i tecnici comunali fanno verifiche sui percorsi e ci dicono quali sentieri sono stati danneggiati e noi a nostre spese li ripristiniamo. Senso civico e rispetto delle leggi sono per noi prioritari, anche perché vogliamo avere buoni rapporti con il territorio, vogliamo tornare ogni due anni in quel Comune con la nostra faccia ed essere bene accolti». I percorsi non ci sono ancora ma la partenza e l’arrivo avete stabilito dove sarà? «Partenza e arrivo saranno sempre all’aeroporto di Rivanazzano cuore della gara, dove ci saranno i paddock, da lì partiranno e torneranno tutte le moto ogni sera. La prova finale invece si svolgerà al Circuito Internazionale di Ottobiano». La provincia di Pavia è divisa in tre: pavese, lomellina e Oltrepò. Verranno coinvolti tutti i Motoclub della provincia di Pavia? «Sì certo, tutti i Motoclub dedicati all’enduro che sono tra l’altro tutti principalmente in Oltrepò Coinvolgeremo poi vari Motoclub di tutta Italia che verranno a darci una mano, saremo in totale circa 250 persone dedicate all’organizzazione dell’evento». Cosa ha spinto lei ed i suoi compagni di avventura che presumo facciate altro nella vita, ad “imbarcarvi” in questa impresa? «La passione e la voglia di fare una cosa importante per il nostro movimento e per il nostro territorio, l’orgoglio di lasciare qualcosa a queste terre, conoscendo l’impatto mediatico che si porta dietro una Sei Giorni. 4 anni fa siamo andati in Argentina e in località che nessuno conosceva ora grazie all’enduro sono molto conosciute». Saranno presenti numerose televisioni? «Noi stiamo trattando con reti televisive sia livello nazionale che locale, poi la Federazione Internazionale ogni giorno diffonderà un ampio minutaggio di girato alle varie emittenti di tutto il mondo e per adesso sui social, ma speriamo anche su qualche rete nazionale, è prevista la diretta TV della prova finale di motocross». I numeri da lei forniti sulle presenze di una Sei Giorni sono davvero importanti, c’è chi utilizzerà il camper o la tenda ma una buona parte usufruirà delle strutture alberghiere presenti sul ter-

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ritorio. Ritiene sufficiente la ricezione alberghiera dell’Oltrepò per accogliere addetti ai lavori e appassionati della Sei Giorni? «La ricettività del solo l’Oltrepò non è assolutamente sufficiente, in Francia o in altre parti del mondo ci si muove molto in camper e in tenda ma il turista italiano è più propenso ad utilizzare hotel, agriturismi e bed & breakfast. Siamo collaborando con la Confesercenti per mappare le strutture ricettive del territorio, per dare un servizio ai vari team concorrenti, ma a priori dico che sono assolutamente insufficienti, la gente, oltre che naturalmente in tutto l’alessandrino, andrà fino a Milano per poter trovare un posto dove dormire». Tra un anno quando sarà tutto più chiaro ed i percorsi saranno stabiliti, indicativamente nella primavera del prossimo anno, ci sarà qualcuno dissenziente e che porterà delle obiezione alle vostre scelte. A queste persone o enti contrarie che rapporto intende avere e cosa si aspetta da loro?

«Si quantifica l’indotto in 5/6 milioni di euro... a costo zero per il territorio» «Parliamoci… Confronto aperto nel rispetto delle parti e dei ruoli. Noi siamo organizzatori ed appassionati e non infallibili, aperti al confronto ed alla critica costruttiva e non distruttiva». A chi non vuole l’enduro in Oltrepò potete dire che la manifestazione verrà comunque e certamente fatta? «Nel rispetto delle norme e delle leggi sì, non stiamo facendo nulla di vietato, se noi rispettiamo le norme e le leggi non vedo perché non dovremmo farla… A Roma hanno rinunciato alle Olimpiadi e si stanno ancora mangiando le mani… Vorrei fare una precisazione importante sulle polemiche nate sul percorso, che tra l’altro non è ancora stato definito: la Sei Giorni che dura 6 giorni appunto avrà le giornate di gara che saranno articolati in questo modo: due giorni nel pavese, due giorni nell’alessandrino, un giorno a cavallo delle due valli e il giorno finale ad Ottobiano in pista. Sono previsti, proprio per non impattare troppo sul territorio, tre giri diversi, e ogni giorno avrà un unico giro. Questo per dire che in tutto l’arco della manifestazione passeremo al massimo due volte nello stesso posto in due giorni…». di Nilo Combi


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«Nessuno vuole chiudere la porta in faccia, chiediamo solo che ci siano delle regole» Come ormai noto, nell’agosto del 2020 il nostro territorio ospiterà la 95° edizione della ISDE – 6 Giorni Enduro. L’organizzazione dell’evento è stata affidata dalla Federazione Motociclistica Internazionale al Moto Club Vittorio Alfieri di Asti. Si sono già costituiti un comitato organizzatore ed un pool organizzativo. Il quartier generale è fissato presso l’aeroporto di Rivanazzano Terme, e le prove speciali si terranno in Valle Staffora e in Val Curone. Intorno a questa prospettiva si è creato un grande entusiasmo non solo negli ambienti motociclistici, ma anche nei discorsi delle persone comuni, che non sono certo abituate a vedere a queste latitudini eventi di caratura internazionale. Tuttavia, come spesso accade, esiste anche un rovescio della medaglia. Che va ad insistere su quello che è, volenti o nolenti, un nervo scoperto da molto tempo: il rapporto fra i motociclisti e gli agricoltori. Questi ultimi, a meno che non siano essi stessi appassionati di enduro, non vedono generalmente di buon grado - per usare un eufemismo - il passaggio delle due ruote sui loro terreni e sulle loro strade interpoderali. I motociclisti della domenica, per intenderci, che sarebbero colpevoli di rovinare il fondo delle mulattiere. C’è, occorre dirlo, differenza fra i motociclisti isolati e quelli appartenenti a motoclub – in genere più organizzati, più rispettosi, più attenti anche alle condizioni del terreno. Altrettanto critici sono gli appassionati di trekking, che vedono nella loro passione un modo per far conoscere e rilanciare il territorio e non hanno piacere di ascoltare il rombo dei motori, o di trovare nel sentiero il solco creato da un motociclista che ha pensato bene di buttarsi in un sentiero fangoso. Questi e altri punti di vista sono entrati nelle discussioni di un comitato, sorto spontaneamente per studiare l’impatto che questa manifestazione avrà inevitabilmente sul territorio. Non si pensi, tuttavia, a barricate contro la manifestazione senza se e senza ma. Il pensiero del comitato è, tutto sommato, di buon senso: ‘‘Nessuno vuole chiudere la porta in faccia, chiediamo solo che ci siano delle regole’’. Ne abbiamo parlato con Patrizio Dolcini, membro del direttivo regionale di Legambiente Lombardia e, in questa veste, parte attiva del comitato. Dolcini, il progetto sembra interessante. Cosa non la convince? «Ci sono molte esigenze da tenere presente. Quest’anno hanno iniziato di nuovo a portare il bestiame nei pascoli alti. Se gli stessi territori vengono a essere investiti da fenomeni di questo tipo, sorge un nuovo problema che si affianca agli altri già

Patrizio Dolcini, membro del direttivo regionale di Legambiente Lombardia

esistenti. Poi c’è il discorso dei boscaioli. Alcuni hanno sistemato le strade agrosilvo-pastorali, a loro spese, per poter svolgere il loro lavoro. Potrebbero avere qualcosa in contrario. Quello che si chiedono è: io ho messo a posto le strade, ora mi fate passare di qui qualche centinaio di mezzi, e poi devo risistemare nuovamente tutti i percorsi?» Non sono ancora stati posti sul tavolo questi problemi? «Il problema, da un lato, è che allo stato attuale non si conoscono i percorsi che saranno interessati. C’è stato un passaggio in alcuni comuni, dove è stata presentata a grandi linee l’iniziativa, ma non i percorsi. In Provincia non è ancora stato presentato alcun documento, non sappiamo esattamente se sia stato presentato qualcosa in regione, ma abbiamo ragione di pensare di no. Il primo passo per poter esprimere un giudizio compiuto, per capire l’impatto che questa manifestazione potrebbe avere sul territorio, è l’arrivare ad avere un documento fra le mani.» Che tipo di documento? Quali informazioni dovrebbe contenere? «Questo documento deve indicare almeno a grandi linee i percorsi; per quanto riguarda le aree protette, si deve indicare quale sarà l’impatto ambientale. Su queste basi, intanto, si possono iniziare a fare dei ragionamenti. Il dubbio è che questa manifestazione venga proposta sul nostro territorio perché qui manca un riferimento normativo. È difficile che la si

vada a proporre nelle Langhe, per fare un esempio. Che è un’area molto vocata per questi eventi, ma che può contare su un regolamento preciso. È molto difficile che la si proponga in Trentino, per le stesse ragioni.» Quindi occorrerà che, in via primaria, si regolamenti la disciplina? «L’idea nostra è anche questa: sfruttiamo in questo momento il traino che per certi versi può avere un’iniziativa di questo tipo per definire, anche qui, dei regolamenti. Siccome è un problema che esiste già, al di là della manifestazione in questione. Adesso è un caos. E si rischia di andare ad uno scontro fra le realtà che sono già presenti sul territorio (attività boschive, pascoli) e chi fa enduro.» Non voglio immaginare l’insorgenza di fenomeni di “disobbedienza civile” o addirittura di sabotaggi… «È anche questo che vogliamo evitare.» Chi ha la potestà di emanare questi regolamenti? «La Provincia può avere la giurisdizione per quanto riguarda la fascia collinare. La Comunità Montana per la fascia più elevata. Questi sono gli enti a cui rivolgersi. Per quanto riguarda gli organizzatori, quello che stiamo chiedendo è molto semplice: inizino a dirci cosa intendono fare. Ora come ora viaggiamo nel dubbio che possano esserci dalle poche decine fino ai 200 km giornalieri che verranno percorsi da centinaia di moto. In ogni caso non si può pensare che l’impatto sul territorio

sia nullo. Nella sola provincia di Pavia, l’anno scorso, sono stati investiti 300mila euro di fondi regionali per sistemare i sentieri.» Anche gli ATC, peraltro, si occupano di mantenere alcuni tratti di viabilità boschiva… «Stiamo parlando di sentieri che vengono mantenuti da più soggetti. Non dimentichiamo che i sentieri dell’Oltrepò sono cruciali anche per gli appassionati di trekking, perché rappresentano un crocevia rispetto a tanti itinerari: Via degli Abati, Via del Sale… percorsi che rientrano nelle cosiddette ‘’Grandi vie’’. E hanno un loro lancio turistico. Non è un caso che l’assessore regionale Magoni abbia destinato fondi per questo tipo di turismo all’Oltrepò. C’è una vocazione in questo senso. È chiaro che una manifestazione di questo tipo non deve interferire e magari distruggere quello che è stato costruito.» Insomma, non si tratta di richieste inattuabili. Chiedete, in sostanza, di tenere presenti le esigenze di tutti gli interessati e la vocazione del territorio. E di regolamentare il settore. «Ma poi, regolamento a parte, non è totalmente chiaro a chi tocchi autorizzare una manifestazione di questo tipo. I Comuni hanno potestà fino a manifestazioni di due giorni. La Comunità Montana fino a tre giorni. Qui si parla, peraltro, di coinvolgere due provincie e quindi anche due regioni. In più c’è da tenere presente una convenzione firmata fra la federazione motociclistica e il Corpo Forestale (confluito nei Carabinieri Forestali), che dà una serie di indicazioni che in qualche caso sono state anche ottemperate.» Pare che le autorità locali vedano di buon grado la manifestazione in questione. «Noi abbiamo scritto a tutti: Provincia, Fondazione per lo Sviluppo dell’Oltrepò Pavese, comuni… laddove abbiamo avuto risposta, ci hanno detto che erano stati informati che esiste una volontà di organizzare questa manifestazione; altri, però, ci hanno ringraziati di averli informati, perché non ne sapevano niente.» Si è formato una sorta di ‘‘comitato’’ per seguire gli sviluppi della vicenda. Chi ne fa parte? «Legambiente Lombardia e Piemonte, Legambiente Oltrepò, CAI ligure-piemontese, Comitato Tutela Ambiente Montano delle Quattro Provincie, e poi una serie di associazioni locali che man mano stanno arrivando; come Oltre le strette (Val Borbera), La Burela di Zavattarello, l’Anpi, gli amici della biblioteca, e poi tutta una serie di associazioni locali che non sempre si occupano di ambiente.


RIVANAZZANO TERME In più ora vedremo se sarà possibile coinvolgere chi opera a livello economico, come gli agriturismi. Alcuni già hanno dato la loro disponibilità. Sonderemo anche la posizione di Coldiretti. Altra cosa è capire come si posizionano i vari sindaci.» Quale può essere il loro ruolo? «Una delle cose che emergono in questo territorio è la frammentazione in microproprietà. Diventa anche un problema avvisare tutti i proprietari dei terreni coinvolti. Normalmente i comuni espongono all’Albo Pretorio un avviso che, normalmente, non guarda nessuno. Quello che noi andremo a richiedere ai sindaci è che agiscano nel modo più corretto e trasparente possibile, avvisando direttamente almeno i proprietari maggiori. Non vengano a saperlo dal giornale. La trasparenza passa anche da queste cose. Poi c’è la questione delle aree protette. La normativa dà indicazioni ben precise. Occorre valutare l’impatto sull’ambiente naturale. Non è che abbondiamo enormemente di aree di questo tipo; è però anche vero che 4 o 5 aree, in questi percorsi ci sono. Da questa documentazione che va presentata vorremmo capire qual è il livello di interazione. Teniamo ben presente il fenomeno di Monte Alpe, che ormai è diventato quasi una pista per enduristi.» Le posizioni favorevoli fino a questo momento espresse da alcuni amministratori, certamente, valutano con positività l’effetto che una gran presenza di appassionati potrebbe portare all’indotto. Non solo in relazione alla manifestazione in programma, ma anche ad una presenza più puntuale degli appassionati di enduro sul nostro territorio. Ricadute a livello di attività ricettive, in particolar modo. E quindi, in prospettiva, anche di occupazione… «Abbiamo sentito il parere di alcuni imprenditori, siamo andati a parlare con chi ha agriturismi piuttosto che altre attività che possono trarre beneficio dalla presenza di visitatori. Per quanto riguarda la presenza di cacciatori sono felicissimi, perché in genere sono abbastanza stanziali nelle loro abitudini: si fermano anche a dormire, oltre che a mangiare, e sono propensi a tornare. Gli enduristi pare siano molto spesso di passaggio. Arrivano di mattina, con la moto sul loro carrellino;

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Sei Giorni di Enduro, il comitato chiede dei paletti: «Abbiamo regolamentato tutto, regolamentiamo anche l’enduro» magari fanno merenda ma raramente si fermano per cena e poi se ne vanno. In più, siccome comincia a esserci un certo turismo ambientale nel fine settimana legato anche alle camminate, e dal momento che alcune realtà hanno fatto investimenti su questo tipo di turismo, è normale che ci sia un po’ di preoccupazione. Nessuno vuole vietare agli appassionati di enduro di praticare il loro sport, ma è giusto che si mettano dei paletti, delle regole. Ci possono essere aree autorizzate e aree non autorizzate.» Altri suggerimenti, oltre all’adozione di un regolamento? «Quello che chiediamo è molto semplice. Primo: avere informazioni e quindi documentazione. Secondo: un regolamento. Nessuno vuole chiudere la porta in faccia, chiediamo solo che ci siano delle regole. Ormai abbiamo regolamentato tutto, regolamentiamo anche l’enduro. Terzo: cerchiamo di capire se l’impatto che si prospetta è sopportabile dal territorio, ma anche se conviene al territorio. Recenti manifestazioni di questo tipo sono rimaste in piedi unicamente perché sono arrivati fondi statali a tenere il bilancio in pareggio. C’è anche da valutare la convenienza

«Monte Alpe

ormai è diventato quasi una pista per enduristi»

di un’operazione di questo tipo.» Il ‘‘comitato’’ cui accennavamo prima si è già riunito, nelle scorse settimane, a Valverde. Sono state prese decisioni? «Quello che è stato deciso, a livello generale, è quanto abbiamo detto fino a questo momento. Ci troviamo in un territorio dove è normato tutto, in maniera sensata, e chiediamo che siano normate anche attività come l’enduro, prima che si vada a creare disagi e magari anche scontri che possono tranquillamente essere evitati.» Ci sono degli esempi di regolamento che possiamo citare? «I regolamenti a cui fare riferimento sono quello della Provincia Autonoma di Trento, che è un regolamento molto sensato, nel senso che esclude le aree boschive dove avviene un’attività legata a operazioni forestali, esclude le aree naturalistiche e i sentieri segnalati. Insomma, ci sono dei paletti: entro questi paletti le attività sono consentite. Bisogna rendere la pratica dell’enduro compatibile con quelle che sono le altre attività del territorio. Escluderei, per esempio, le aree vitivinicole aree di pregio.» È anche l’occasione per tornare a conoscere il territorio e per mapparne le peculiarità. Anche questo è un ambito molto frammentato… «Un ulteriore input che può venire è anche questo. A fronte della proposta di una regolamentazione in tal senso, noi stiamo anche portando avanti un’attività sul territorio per far crescere da un lato quella che è la conoscenza territorio, e dall’altra l’idea di un turismo responsabile. Ci sono decine di iniziative sul territorio. Pensiamo solo alla Strategia Nazionale Aree Interne. Ci sono associazioni come il Comitato per il Rio Morcione, come

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Volo di Rondine… E peraltro, a livello istituzionale, stanno anche arrivando consistenti per lo sviluppo di un certo tipo di turismo. Stiamo guardando con attenzione anche il Piano di sviluppo locale della Fondazione per lo Sviluppo dell’Oltrepò Pavese, che tocca anche attività forestali e agricole.» Il comitato, che probabilmente si allargherà, potrebbe diventare un coordinamento più strutturato, più regolare… una delle pecche del nostro territorio è che ci si riunisce sempre e soltanto quando emerge una questione (un possibile problema). Poi, però, ‘‘passata la festa, gabbato lu santu’’: ognuno torna a pensare al proprio orticello. «Lo sforzo che stiamo facendo come Legambiente e come Comitato Quattro Provincie è proprio quello di costruire un quadro generale. Il fatto di iniziare a fare questi coordinamenti nasce anche dall’esigenza di mantenere un filo comune fra le iniziative che riguardano questi temi. Non solo l’enduro.» Prossime iniziative? «Pensiamo di proporre un’attività abbastanza regolare, per lo meno una riunione mensile a livello di comitato, e cercare di coinvolgere tutte le varie realtà. Man mano le renderemo note. Cercheremo di organizzare delle uscite per far conoscere il territorio. Alcune zone sono state quasi dimenticate. Zone bellissime che conoscono molto meglio i ciclisti tedeschi che i camminatori pavesi.» Ovvero? «Ci sono zone del Penice dove la Federazione Ciclistica Tedesca ha mappato dei tracciati straordinari. Zone che noi conosciamo per modo di dire, che visitiamo poco.» La prima riunione del comitato si è tenuta nel nuovo Centro Polifunzionale di Valverde. Un punto di riferimento… «Valverde è un esempio di come si possa coniugare in un piccolo centro il far crescere un turismo di qualità con la rivalutazione generale del territorio. C’è un ostello, un centro polifunzionale, un Parco Locale di Interesse Sovracomunale che può essere ampliato, con Calenzone e tutta l’area intorno all’Alpe.» di Pier Luigi Feltri


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GODIASCO SALICE TERME

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«Professionisti di ogni settore al servizio del Jeb Park»

Aprirà i battenti a giugno il parco divertimenti di Salice Terme chiamato Jeb Entertainment Park. Nato da un’idea dell’imprenditore Luca Galati, sorgerà sui 18mila metri quadrati precedentemente occupati dall’ex Bay Bar (prima ancora La Spiaggia). Il progetto, di cui abbiamo dato notizia in anteprima sul numero scorso, sta sviluppandosi rapidamente grazie alla collaborazione di numerosi professionisti oltrepadani che si sono messi a disposizione dell’imprenditore salicese. Nomi importanti provenienti dai setto-

ri della ristorazione e dell’entertainment sono pronti a dare il loro contributo per la creazione di un’area pensata e realizzata per le famiglie a 360 gradi. «L’obiettivo – spiega Galati – è portare divertimento a grandi e piccini, amanti dello sport, degli animali e della buona cucina. Non intendiamo lasciare nulla al caso». Il cuore pulsante di questo parco sarà l’area dedicata ai bambini, la cui gestione è stata affidata a Virginia Limonta, titolare dell’asilo bilingue “Pupi Solari” di Rivanazzano Terme. Sarà lei a coordinare la parte legata

all’animazione dei bimbi fino ai 6 anni perseguendo una linea di intrattenimento basata su tecniche innovative nel totale rispetto dell’ambiente: «L’idea parte dal desiderio di creare uno spazio dedicato alle famiglie, dove i bambini possano divertirsi e far volare la fantasia» dichiara Limonta. «Oltre al parco giochi ci saranno alcune aree dedicate ai bambini fino ai 6 anni con proposte di gioco costruttivo con materiale di recupero, manipolativo e simbolico con elementi naturali ed un’area dedicata agli scavi ed alla sabbia.

I bambini avranno così l’occasione di esplorare le attività con gli amici, ma anche insieme ai propri genitori per vivere un momento piacevole di condivisione». Un’area altrettanto importante sarà quella dedicata alle attività fisiche. Galati l’ha nominata “Sport Village” e l’ha pensata per ospitare eventi di vario genere. Gli eventi legati al mondo del pallone saranno affidati alla supervisione di Alessandro Piacentini, giovane presidente della Lyon Eventi che già da qualche anno opera con successo nell’entertainment oltrepadano. Non mancherà il beach soccer, con l’allestimento dei campi affidato alla Tecnoserramenti dei fratelli Incisa, così come non verranno trascurati altri sport o attività all’aperto legate a gare e trofei da assegnare: come il trofeo Jeb Bikers dedicato alle bici e il Jeb Runner alla corsa, il tutto in collaborazione con Decathlon. Ci saranno un Raduno degli Aquiloni e un evento legato alle moto Ktm all’interno del parco organizzato da Leonardo Pallaroni. «L’evento di punta però – spiega Galati – sarà una sorta di olimpiade dello sport, una grande festa aperta a diverse discipline ancora in via di definizione e aperta a chiunque voglia partecipare». Particolare attenzione sarà dedicata alla ristorazione con il coinvolgimento dello chef Damiano Dorati e della moglie Maria Pena, un vero vulcano di idee a cui sarà affidata l’attenta scelta delle materie prime. «Abbiamo pensato a tre proposte di piatti che andranno a soddisfare sia i piccoli che i grandi, ad un prezzo contenuto, piatti che abbiamo chiamato nello spirito del Parco “Mistery e-box”» dichiara lo chef, che oltre a dare la sua impronta in cucina sarà anche protagonista di alcuni cooking show domenicali coinvolgendo le famiglie in una divertente sfida di cucina. La direzione artistica sarà affidata a Luca Bergamaschi, altro nome noto del settore dell’intrattenimento oltrepadano che porterà artisti “freschi” direttamente dal mondo Mediaset, mentre l’area verde del parco sarà curata da Tino Zanotti che si occuperà della progettazione, realizzazione nonché della cura ecologica del parco. Non mancherà attenzione per gli amici animali, garantita da un servizio di dog sitter, mentre un’area sarà interamente dedicata ai cavalli di Ca’ de Figo, con trekking e passeggiate lungo lo Staffora. di Silvia Colombini


LA NOSTRA CUCINA

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Cheap but chic: piatti golosi e d’immagine al costo massimo di 3 euro! rina di biscotti e burro in ognuno. Compattiamo bene il composto sul fondo e poniamo in frigorifero a raffreddare per mezz’ora. Prendiamo ora una terrina, versiamo le due uova, aggiungiamo lo zucchero e montiamo bene con una frusta. Aggiungiamo la panna e la ricotta e mescoliamo molto bene fino ad ottenere una crema liscia. Aggiungiamo da ultimo la vanillina. Prendiamo ora i nostri pirottini dal frigorifero e li riempiamo bene con il composto cremoso. Spianiamo bene la superficie e cuociamo in I fiori non servono solo per decorare giardini terrazzi e balconi, molti di essi, sono commestibili e possono essere consumati in insalate, cotti, adoperati per ricavare marmellate e guarnire dolci. Le viole e le primule che troviamo nei nostri boschi in questo periodo, con i loro profumi e le delicate corolle sono l’annuncio della primavera, sono ingredienti speciali per arricchire, insaporire e decorare piatti originali. Le abbiamo utilizzate per la ricetta di questo mese perché ben si abbinano per la loro dolcezza ed i loro splendidi colori alle piccole cheesecake che saranno perfette come chiusura del pranzo

pasquale. Di facile realizzazione, questi dolcetti sono freschi e leggeri e con la loro presentazione molto chic vi faranno fare una splendida figura con i vostri ospiti. Vediamo come si preparano: prima di tutto dobbiamo tritare i biscotti con l’aiuto di un frullatore fino a che non otteniamo una farina. Mettiamo poi il burro in un tegamino a bagnomaria e lo facciamo sciogliere completamente. A questo punto lo uniamo alla farina di biscotti e mescoliamo bene. Mettiamo i pirottini di carta in uno stampo per muffin così conserveranno bene la loro forma e versiamo una bella cucchiaiata del composto di fa-

forno caldo a 170°C per 30 minuti circa. Togliamo lo stampo con i nostri dolcetti dal forno, li facciamo raffreddare e poi li mettiamo in frigorifero a compattarsi bene per circa 1 ora. Togliamo ora lo stampo dal frigo ed estraiamo le piccole cheesecake alle quali toglieremo delicatamente il pirottino. Prendiamo un bel piatto da portata, vi adagiamo le nostre piccole cheesecake e decoriamo ognuna con 1 primula e una violetta. Guarniamo il piatto con alcune primule e violette e portiamo in tavola! Buon appetito e cari auguri di Buona Pasqua! di Gabriella Draghi

PICCOLE CHEESECAKE DI PRIMAVERA

Ingredienti per 8 piccole cheesecake: 250 g di ricotta vaccina 80 g di biscotti tipo Digestive 60 g di burro 2 uova 50 g di zucchero a velo 50 ml di panna 1 bustina di vanillina 8 pirottini di carta di misura media


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COLLI VERDI

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«Ristorazione in Oltrepò ferma agli anni 80? Diciamo che molti dovrebbero aggiornare i menù…» Nato a Varzi 37anni fa, ha vissuto a Torre degli Alberi nel comune di Colli Verdi e fin da piccolo giocava in cucina grazie alla passione trasmessagli dal padre anche lui cuoco. Maurizio Toscanini oggi è apprezzato chef di un noto ristorante di Torrazza Coste e segretario – fresco di riconferma - della sezione pavese della Federazione Italiana Cuochi. Dal 1995 ha frequentato il Santa Chiara di Stradella, poi ha iniziato subito la gavetta in Val Versa, è stato per un breve periodo all’estero e ha maturato altre esperienze in locali stellati Michelin tra il Veneto e il Trentino. Il cuore però l’ha riportato in Oltrepò, una terra ricca e allo stesso tempo povera, dove professionismo e dilettantismo, nel settore della ristorazione, vanno a braccetto da tempo immemore. Toscanini, in territorio d’Oltrepò quante scuole di cucina esistono? Quante di esse riconoscono la qualifica professionale di chef? «Premetto che la qualifica di Chef - per fortuna - non si apprende in un istituto alberghiero, ci vogliono un po’ di anni di esperienza per imparare il mestiere, perché non bastano le basi tecniche per dirigere una cucina. Comunque per chi vuole intraprendere il cammino nella ristorazione in Oltrepò sono presenti due scuole di riferimento: una è ENAIP di Voghera e l’altra è Il O.D.P.F. Santa Chiara di Stradella. Entrambe sono rivolte ad allievi che escono dalla scuola media e alla fine del loro percorso con vari stage ottengono la qualifica di operatore della ristorazione o tecnico di cucina. Poi da poco è presente un progetto in fase di sviluppo promosso dalla Università dei Sapori di Perugia che ha come sede qui in Oltrepò una cascina adiacente all’enoteca regionale di Broni, in questo istituto troviamo corsi post diploma e post laurea mirati su molte tecniche, una scuola di alta qualità per professionisti». Il nostro territorio è vocato all’enogastronomia, ma l’impressione è che l’approccio dominante alla cucina sia quello “casalingo” e che gli autodidatti nella ristorazione siano in vantaggio sui “professionisti”. Cosa ne pensa? «Ultimamente il nostro mestiere ha avuto un certo successo mediatico. Penso però che una base didattica e la gavetta siano basi che un professionista deve assolutamente avere, oltre la passione e il sacrificio per farlo. In una azienda ristorativa sono molti gli aspetti da gestire e lo chef è il motor che deve sapere coordinare lo staff di cucina, il magazzino, fornitori. Poi deve gestire i costi del piatto e, per dirla in breve deve avere spiccate doti di problem solving. Questo si può imparare solo attraverso esperienza e capacità gestionali, cose non impossibili per un autodidatta

«Faccio fatica a contraddirlo, purtroppo non è un problema da poco. Perché la maggior parte dei locali hanno un tipo di menù sicuramente buono ma non proprio in linea con le tendenze attuali. Però vedo qualche stella brillare, un piccolo segnale di cambiamento esiste per merito di qualche giovane coraggioso e forse anche per la volontà di crescere di alcuni ristoratori e albergatori. Questo spero nei prossimi decenni porterà beneficio al nostro territorio. Puntare su formazione di qualità dei giovani, nuove tecnologie e investire sul proprio locale sono sforzi spesi bene, mette nelle condizioni di essere concorrenziali e attirare turismo». è possibile secondo lei fare “alta cucina” con prodotti del territorio? O la logica del km0 non lo consente? «Certo che si può, ovvio ci deve essere ricerca della materia prima di qualità. Noi abbiamo la fortuna di avere un territorio abbastanza vasto che spazia da zone pianeggianti a zone più montuose e che offrono dunque molti tipi di prodotti e soprattutto d’eccellenza. Esistono reMaurizio Toscanini, segretario altà agricole di successo della sezione pavese della Federazione Italiana Cuochi che stanno veramente lama difficili. Penso che un professionista vorando bene con carni pregiate, verdure, serio che si aggiorna, ricerca la materia frutta, formaggi, nel settore vinicolo, addiprima migliore e segue con passione il suo rittura da qualche anno con lo zafferano e lavoro è sempre in prima linea e all’avanle erbe spontanee. La logica del km0 sicuguardia». ramente è una strada percorribile, ci sono Quanto la tendenza al “fai da tè” influilocali che hanno adottato questa scelta e sce sul livello della ristorazione oltrepastanno facendo bene. Io per primo nella dana? mia cucina adotto questa ottica». «Incide negativamente perché si creano L’impressione è che chi viene in Oltrenuove realtà che nel breve periodo hanno pò a mangiare si aspetti ravioli, brasato problemi e nella maggior parte dei casi e salumi tipici innaffiati da Bonarda e chiudono. Dunque il mio consiglio è semBarbera ma poco altro. Per chi esce da pre di contattare un professionista o l’asuna scuola può essere ugualmente stisociazione quando si vuole aprire un lomolante cercare lavoro in un ristorante cale, in modo di farsi guidare per avviare oltrepadano? al meglio la propria attività. Solo con la «Sono luoghi comuni. Potrei rispondere concorrenza di qualità riusciamo a fare per che se vado in Trentino mi aspetto i canel’Oltrepò una bella vetrina». derli e speck, mentre invece è la regione Personalmente che giudizio esprime con più stellati Michelin in Italia insieme sulla ristorazione del nostro territorio? al Piemonte. Noi purtroppo non abbiamo Qualche critico l’ha definita ferma agli molta attenzione dalla guida Michelin anni 80... però esistono alcuni locali che sono ri-

Toscanini (Federcuochi) e il dilettantismo: «Senza preparazione si aprono locali che chiudono subito» conosciuti dell’Espresso, Gambero rosso, Slow food e anche altre guide. Forse per un ragazzo che vuole iniziare il mio consiglio è prendere la valigia e guardare fuori però penso sia stimolante anche rimanere sul territorio sempre girando qualche locale per arricchire il bagaglio professionale. Un giovane che inizia deve letteralmente rubare il mestiere, perché il nostro è pur sempre un lavoro artigianale e bisogna tramandare i segreti dell’arte culinaria per le prossime leve. A prescindere da dove si lavori, bisogna essere umili, metterci passione e sacrificio, essere curiosi e affamati di lavoro , imparare bene le basi perché sono sempre utili, poi aggiornarsi e cucinare con amore. Dopotutto è la soddisfazione di ogni cliente che ci riempie il cuore». Parliamo della Federazione di cui fa parte: di che cosa si occupa Federcuochi? «La nostra è una associazione di categoria e si pone come riferimento sul territorio. Ha delle missioni prioritarie che sono tutelare la figura professionale del cuoco, aggiornare i professionisti attraverso i corsi e sensibilizzare i giovani alla formazione continua. Tutelare le risorse alimentari del nostro territorio e della nostra tradizione. Il mio ruolo in particolare prevede di supportare il lavoro del presidente nel promuovere eventi, organizzare e gestire l’associazione insieme al direttivo». Che tipo di iniziative organizzate? «Il 13 maggio avrà luogo il terzo memorial Egidio Rossi a Carbonara il Ticino, gara goliardica tra professionisti come tema il risotto. Poi ci sono in programma diversi corsi di aggiornamento professionale con esponenti nazionali della Federazione e non solo per essere sempre all’avanguardia. Il concorso allievo dell’anno e altre iniziative a livello locale dove viene richiesta la nostra presenza, la festa del nostro santo patrono ed infine il gran galà dei cuochi, dove premiamo i nostri colleghi che si sono distinti nell’anno, i premi alla carriera ed infine con la torre bramante un personaggio dello spettacolo legato al mondo culinario». di Christian Draghi


ROMAGNESE

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La “Sabiosa”, un successo da tre generazioni Non serve essere oltrepadani doc per conoscere la torta “Sabiosa”. La fama di questo dolce dal nome di derivazione dialettale (“sabiùsa”) e per questo rigorosamente con una “b” sola, ha ampiamente oltrepassato i confini di valli Staffora e Tidone tanto da essere ormai ricercata da clienti di ogni sorta e rango. Pare che l’abbiano apprezzata persino il principe Alberto di Monaco e il presidente della Repubblica Mattarella. Le origini del prodotto non sono accertate, quello che si sa è che ad averne fatto il proprio marchio di fabbrica è il piccolo panificio Provendola, nel cuore di Romagnese, dove da ormai quattro generazioni si tramanda il segreto di una ricetta tanto semplice quanto complessa da mettere in atto. La parentela della “Sabiosa” con la più nota Torta Paradiso è evidente anche ai profani della pasticceria. Quello che invece solo un palato attento (e goloso) rileva è come la straordinaria morbidezza di questo dolce lo renda unico nel suo genere. Nella bottega di piazza Castello ancora oggi si possono incontrare tre generazioni, sedute a confronto allo stesso tavolo nel retro del negozio: Nonna Maria Diamanti, arzilla 90enne che ancora vigila con attenzione sul processo produttivo, Patrizia Provendola e suo figlio Riccardo, che ha raccolto il testimone della panificazione dal nonno di cui porta anche il nome.

La mitica torta di Romagnese si prepara nel Panificio Provendola dal 1957:«Il suo segreto è nella morbidezza» Patrizia, quanto è “storica” questa vostra attività? «Dire una data è difficile, so che il primo di noi con l’attività è stato il mio bisnonno, che a inizio del secolo girava a cavallo con due grosse bisacce a vendere alimentari nelle frazioni». Siete panettieri da sempre? «No, ai tempi dei miei nonni si vendevano alimentari. Il primo a fare il pane è stato mio padre, negli anni ’50, aiutato da mia nonna». In quanti si lavorava in una bottega come questa? «Tutta la famiglia era qui e dava una mano, sette forse otto persone. Ma erano altri tempi, in paese vivevano 2mila persone contro le 600 di oggi. I miei facevano il pane, e oltretutto mio padre e mio nonno andavano in giro a domicilio a consegnarlo».

Patrizia Provendola, Maria Diamanti e Riccardo Dell’Orto. Tre generazioni a confronto C’è il mito della famosa jeep riadattata a camioncino per le consegne. Si ricorda la storia? «Mio padre aveva sempre avuto la passione per la meccanica. Non avesse fatto il panettiere avrebbe tranquillamente potuto aprire un’officina. Acquistò una jeep militare dopo la guerra e la riadattò creando una specie di cassone dietro in cui trasportava il pane. Ha continuato a farlo fino a quando non è scomparso, un paio di anni fa. Non c’è stato modo di farlo stare fermo». C’erano ancora molti clienti da servire? «In realtà no, il paese si è svuotato con gli anni, un po’ come tutte le frazioni di montagna a dire il vero. Negli ultimi tempi il giro del pane serviva giusto un pugno di persone, per lo più anziane, di cui non si voleva più che altro scalfire l’abitudine». Oggi che il giro del pane non si fa più, com’è la clientela? «è fissa e ci conosciamo tutti, poi nei mesi estivi, in particolare tra luglio e agosto, il lavoro aumenta parecchio con l’arrivo dei villeggianti. A Romagnese ci sono moltissime seconde case e in quel periodo facciamo addirittura fatica a stare dietro alla produzione». Non credo ci sia bisogno di chiedervi qual è il vostro “Best Seller”… «Ovviamente è la Sabiosa. Nel periodo invernale prepariamo torte una volta alla settimana, mentre nei mesi caldi estivi le facciamo anche tutti i giorni tanta è la richiesta». Qual è la storia di questo dolce? In che modo è legato alla sua famiglia? «Si tratta di una ricetta antica di cui non conosciamo l’origine. Quello che sappiamo è che mia nonna tra le due guerre prestò ser-

vizio come balia a casa di signori torinesi e tornò dal Piemonte con questa ricetta, che mia mamma imparò e a sua volta ripropose. La vendiamo in negozio ormai dal 1957 e i segreti della sua produzione sono adesso nelle mani di mio figlio Riccardo, anche se mia mamma Maria gli ronza sempre attorno mentre le prepara, controllando e dispensando ancora consigli». Riccardo Dell’Orto è il giovane erede di questa tradizione. Ha deciso di non abbandonare la montagna per continuare il percorso tracciato dai suoi avi. Ha imparato a fare il pane dal nonno e oggi è il responsabile della produzione. Riccardo, innanzitutto come mai questa sua scelta? Il paese si è svuotato e i giovani di solito cercano fortuna altrove… «Io qui mi sono sempre trovato bene e mi piace il lavoro. Quando ho imparato da mio nonno avevo comunque delle teorie mie su come poter fare il pane e, in qualche modo, personalizzare la produzione e poterci metterci il mio “marchio” è diventata un po’ una missione». Una sorta di “sfida” al suo avo. Come sta andando? «Per ora ho introdotto qualche novità. Ad esempio ho iniziato a introdurre farine diverse. Ne utilizzo una di tipo 2 macinata a pietra, poi ancora un’altra rimacinata di grano duro che è quella per fare la pasta. Poi mi piacerebbe produrre pane di altissima qualità con farine di grani antichi, o anche farine di mais». Qual è il suo cavallo di battaglia? «La micca è la specialità che ho imparato dal nonno. Ho imparato da lui a fare il pane come una volta, con una lievitazione lunga e senza cella, in modo del tutto naturale. Poi mi sono modernizzato con dell’attrez-

Riccardo Dell’Orto erede della tradizione del nonno: «Ho imparato a fare il pane come una volta» zatura e ho studiato per conto mio, ma le basi che ho appreso sono quelle. Una volta imparato come fare lievitare il pane correttamente e senza ausilio della tecnologia la strada è in discesa». Che caratteristiche ha questo prodotto? «Ha una conservazione più lunga e una pasta meno asciutta del solito, dura molto di più rispetto al pane industriale». Della “Sabiosa” può svelare qualche segreto? «Posso solo dire che è una torta ostica da fare, ci sono volute generazioni e innumerevoli tentativi per trovare la “formula” giusta, che permette di ottenere quella particolare morbidezza che la contraddistingue. Posso dire anche che dà il meglio appena sfornata, quando è ancora tiepida e la stagione ideale per degustarla è l’estate, perché la temperatura combinata con la quantità di burro presente ne accentua la morbidezza». di Christian Draghi


SANTA MARGHERITA STAFFORA

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«Il salame di Varzi prodotto su scala industriale perde la sua tipicità» La tradizione orale fa risalire la produzione del salame di Varzi al periodo delle invasioni longobarde che si insediarono nel Pavese nel VI secolo: ai tempi di Rosmunda e Alboino, di Teodolinda e Adelchi, il salame in Valle Staffora già esisteva. Le popolazioni nomadi erano abituate a produrre cibi di lunga conservazione, da utilizzare durante le migrazioni, facilmente trasportabili e difficilmente deteriorabili. Inoltre la conservazione della carne di maiale era un’abitudine alimentare tipica delle popolazioni nordiche, pertanto è ipotizzabile che i suoi derivati si siano diffusi originariamente nei luoghi interessati dalle loro migrazioni. Il contatto fra le popolazioni barbariche e quelle autoctone della Valle Staffora, ove si è originata la produzione del salame, ha probabilmente dato origine ad un processo di integrazione fra le due diverse culture. Inoltre da queste terre passò per secoli la Via del sale lombarda, l’antica arteria che consentì il transito del commercio fra Genova e Pavia per tutto il Medioevo. Dalla pianura al mare viaggiarono importanti prodotti manifatturieri e a ritroso il sale, elemento prezioso, indispensabile per la conservazione degli alimenti. Perché questo paese nel cuore della Valle Staffora, nell’alto Oltrepò Pavese, è così famoso per il salame locale? Probabilmente perché Varzi si trova al centro di un territorio con un clima perfetto per la produzione dei salumi, nell’appennino collinare dove arriva la brezza del vicino Mar Ligure a mitigare il freddo della montagna. Abbiamo incontrato Angelo Dedomenici, ultimo di una generazione di maestri nella produzione del salame che a Casanova Staffora, piccolo borgo nel Comune di Santa Margherita Staffora, produce salame dal 1799. Dedomenici, recentemente la nota rivista eno-gastronomica “Gambero rosso”, in una degustazione alla cieca, ha posto il suo salame al primo posto della classifica definendolo “Un salame regale, che stacca gli altri concorrenti, dall’aspetto splendido e dalla stagionatura perfetta, un buon 30% di grasso che contribuisce a rendere dolce il gusto, una struttura succosa e giustamente friabile. Profumi e aromi complessi, veraci e persistenti di ottima carne stagionata, spezie, vino, leggero aglio, frutta secca tostata, cantina, muffe nobili e sottobosco.” Per ottenere un risultato di questo tipo bisogna avere una grande esperienza nella lavorazione e un utilizzo di eccellenti materie prime. Ci vuole raccontare quando è iniziata la sua attività? «La storia della mia famiglia si perde nella notte dei tempi. Ho notizie certe a partire dal 1799 ma fino a quando l’attività è stata portata avanti da mio nonno, la produzione era molto limitata, si ammazzavano al

Angelo Dedomenici massimo 10 maiali che venivano allevati dalla famiglia ed i salami venivano venduti in zona. Con l’avvento di mio papà la produzione è iniziata ad aumentare ed abbiamo allargato il nostro raggio di vendite. Ho sempre mantenuto la lavorazione tradizionale e negli anni ho ampliato il mio laboratorio a norme CEE per garantire le condizioni igieniche ottimali. Nel 1984 sono stato tra i soci fondatori del “Consorzio volontario fra i produttori del salame di Varzi”, sotto l’egida del Comune di Varzi e la spinta della Camera di Commercio di Pavia e della Comunità Montana Oltrepò Pavese. La zona di produzione comprende 15 comuni: Bagnaria, Brallo di Pregola, Cecima, Fortunago, Godiasco, Menconico, Montesegale, Ponte Nizza, Rocca Susella, Romagnese, Santa Margherita di Staffora, Val di Nizza, Valverde, Varzi, Zavattarello, tutti parte della comunità montana Oltrepò Pavese. Fin da subito lo scopo è stato quello di tutelare e garantire il prodotto, svolgere attività promozionale per far conoscere il Salame di Varzi su mercati sempre più vasti, vigilare sull’uso della Denominazione di Origine Protetta e fornire assistenza tecnica ai produttori. Da 10 anni ormai non ne faccio più parte perché, secondo me, un prodotto tipico quando è prodotto su vasta scala ed è venduto nella grande distribuzione, perde la sua tipicità, diventa un prodotto industriale e non ha più le caratteristiche originali che lo contraddistinguevano». Per ottenere un salame eccellente, regale è necessario sicuramente partire da un ottima materia prima, la carne di un su-

ino allevato in un determinato modo. Da dove provengono le carni che lei utilizza per la sua lavorazione? «I suini devono essere allevati appositamente per ottenere carni mature e sode per oltre un anno di età, alimentandosi con crusca, orzo, grano ed erba fino al raggiungimento di un peso di circa 220 Kg. Io utilizzo quelli allevati in zona da Marco Cavalleri. Vengono macellati al macello di Varzi e poi io seleziono le carni qui nel mio laboratorio. Devo dirle una cosa molto importante: lavoriamo ogni suino separatamente. Questo cosa vuol dire? Che dalla macellazione all’insaccatura, ogni salame contiene la carne di un solo suino e questo è molto importante per la qualità. Inoltre utilizzo tutte le parti migliori, anche quelle che di solito vengono utilizzate per produrre i prosciutti. In questo modo il salame acquista la morbidezza che lo differenzia dal salame industriale». Nella degustazione della rivista “Gambero Rosso è emerso anche un altro particolare importante, solo l’aggiunta di un pizzico di E252. Quindi un salame con pochissimi conservanti? «Certo, una volta tritata la carne, aggiungo sale, vino rosso locale, pepe, pochissimo aglio e giusto un pizzico di salnitro il cui sapore caratteristico non si avverte in bocca. Molto importante poi per la perfetta conservazione sono l’insaccatura, la legatura ed in fine la stagionatura. L’abilità del maestro salumiere sta prima di tutto nella perfetta insaccatura che non deve presentare bolle d’aria. Poi ogni salame viene legato con lo spago con la tipica legatura locale. In fine per la stagionatura utilizzo prima alcune camere tiepide e poi le mie tre cantine fresche con temperature leggermente diverse. Bisogna seguire molto bene la stagionatura, la filzetta può essere pronta dopo circa 60 giorni, un salame medio dopo 4-5 mesi, il cucito dopo più di sei mesi. Un’importanza fondamentale è data anche dal clima della nostra zona, caratterizzato da aria non inquinata e temperature adatte alla riuscita del prodotto». Nel suo laboratorio artigianale produce solo salami? «No, produco anche pancette stagionate, salamini, cacciatorini, la coppa che io ho chiamato “Bondiola” registrando il marchio, che ha una lavorazione diversa da quella piacentina perché viene messa a bagno per dieci giorni nel vino rosso prima di stagionarla e il salame rosa che è un salame cotto particolare». Nel 2013 lei ha inaugurato qui a Casanova Staffora “Il museo del salumiere”, un museo unico nel suo genere realizzato con il contributo di molti amici che racconta un po’ la tradizione del suo lavoro nel nostro territorio, di che cosa si tratta?

«È un piccolo contributo che mi sento di dare alle nuove generazioni, avvicinandole ai vecchi strumenti di lavoro che col tempo ormai sono dimenticati. Non a caso ho recuperato quasi tutto in famiglia, dalle attrezzature del macello agli allestimenti di com’era il nostro negozio agli inizi del secolo. Coltelli, taglieri, un’antica ghiacciaia, il vecchio bancone, ritagli di vecchie fatture e immagini retrò fanno da cornice ad uno dei primi esempi di tritacarne a manovella che probabilmente prende spunto da un’idea abbozzata da Leonardo da Vinci. Ho anche ricostruito l’antico laboratorio del salumiere dove sono illustrati tutti i passaggi della lavorazione con gli attrezzi antichi». Il suo lavoro per essere svolto al meglio necessita di grande esperienza ma anche di tanta passione e spirito di sacrificio, ha qualche giovane che vuole seguire il suo percorso nel rispetto della tradizione? «Sì, quando ho bisogno viene ad aiutarmi un ragazzo che ha vent’anni che è molto appassionato e capace e sarà quello che proseguirà la mia attività». Ha un sogno nel cassetto? «Sì, ci sono tanti piccoli artigiani salumieri nella valle che lavorano seguendo le antiche tradizioni rimanendo nei piccoli paesi ,dando un servizio e fungendo anche da centro di aggregazione. Spesso e volentieri devono affrontare molti problemi e decidono di smettere, si perde così un grande patrimonio. Il mio sogno sarebbe quello di riunire tutti questi piccoli produttori in un gruppo, sia affiliato al consorzio ma con caratteristiche diverse dalla produzione industriale, mirato alla lavorazione di un prodotto di nicchia, tradizionale, a produzione limitata. Bisognerebbe lavorarci su e sviluppare un’idea che possa aiutare anche questi piccoli produttori». di Gabriella Draghi

«Vorrei riunire i piccoli produttori in un gruppo che lavori un salame di nicchia»


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“âl menabö”, il conduttore di buoi I tempi grami tra le due guerre oltre a fame e miseria, poco offrivano a uomini e donne disposti a qualsiasi sacrificio pur di rimediare pochi denari o un pezzo di pane per la famiglia spesso numerosa. Il personaggio di cui parleremo, “âl menabö” svolgeva certo uno dei lavori più umili, appannaggio di gente al limite del vagabondaggio, spesso senza arte ne parte ed a volte ultimo ripiego dopo fallimenti commerciali. Il detto “u sè vansà dä fä é menabö” stava ad indicare chi dopo aver provato di tutto, finiva per fare il conduttore di buoi o di altri animali che dovevano essere trasportati da una località ad un’altra. è bene ricordare che in quegli anni eroici i mezzi di trasporto più comuni, anzi gli unici per i contadini, erano i carretti trainati da buoi o cavalli e i proprii o gli altrui piedi, mezzi sicuramente più disponibili ed economici. Nel caso di trasporto delle merci, venivano usati carri per i materiali più pesanti trascinati da buoi lenti e robusti, carrozze o carretti per il trasporto di persone o merci di poco peso trainati da splendidi e nevrili cavalli. Quando invece si dovevano trasferire gli animali stessi, bastava trovare qualcuno che li accudisse e li accompagnasse: questo era il lavoro dei menabö, letteralmente conduttore di buoi. Erano tra loro molto diversi per verità, i migliori erano gli uomini di fiducia dei commercianti e dei macellai. Questi ultimi giravano mercati e stalle private nei piccoli paesi d’Oltrepò, contrattavano soprattutto bovini di ogni età, razza o condizione con un’unica costante: se possibile fregare il contadino. Se vendevano, magnificavano all’inverosimile la loro merce, anche se presentava difetti anche visibili, se invece acquistavano tendevano a spendere pochissimo, denigrando ai limiti della calunnia i poveri animali oggetto della trattativa. Spesso le animate e lunghissime contese terminavano con sonore battute di mano a conclusione di ‘contratti’ favoriti da maliziosi mediatori rotti a tutte le trovate e con dialettica degna di ben altri palcoscenici. Se la trattativa avveniva in cascina, il sacrificato era sicuramente un buon salame accompagnato dalla miglior bottiglia dell’annata, se di contro, i fatti si svolgevano al mercato, tradizionalmente terminavano con una colazione: un un piatto di trippa fumante con alcune bottiglie di vino; il tutto offerto dall’acquirente tra una chiacchierata, una risata ed una cantatina a mezza voce di buon augurio. Il commerciante o il macellaio si congedavano garantendo che nel breve volgere di un paio di giorni, avrebbero inviato il menabö a prelevare gli animali che nel

frattempo sarebbero rimasti in custodia presso il venditore che li tratteneva volentieri fino al saldo del prezzo pattuito. Si rivolgevano quindi a persone di loro fiducia per il servizio che doveva essere eseguito con le dovute avvertenze non potendo gli animali essere assoggettati a sforzi eccessivi, a camminate troppo veloci o peggio, essere sottoposti a sete o fame, se il ‘trasloco’ si protraeva nel tempo. Questi galantuomini si presentavano in cascina accolti da saluti e dall’immancabile bevutina benaugurante, prelevavano la merce e si mettevano in cammino seguiti dagli sguardi malinconici di uomini e donne che per i loro animali avevano allora un sentimento particolare, legato spesso alla condivisione di immani fatiche, tribolazioni e quotidiane vicende. I bambini, vocianti e scalmanati, seguivano il piccolo corteo di uomini e animali fino all’uscita del paese, salutavano quindi prima l’uomo e poi gli animali ed infine tornavano alle loro occupazione o ai loro giochi interrotti. Il menabö adeguava i suoi comportamenti al tipo di animale affidatogli; sopravanzava le mucche tirando leggermente la corda che le legava al collo incitandole a seguirlo con voce suadente, con i buoi generalmente aggiogati o legati uno di fianco all’altro in posizione da lavoro, usava porsi lateralmente, incitarli con un lungo bastone - l’aghiö - rivolgendosi loro con voce ferma e stentorea. Mi è capitato di riflettere su ciò che abitualmente contadini e menabö dicevano alle loro bestie: ho concluso che per fortuna gli animali non ascoltavano gli uomini in caso contrario invece di procedere in modo rettilineo, il loro cammino sarebbe stato un balletto insensato. - Vé chì, và là - Questo gridavano in continuazione, senza indicare chiaramente dove dovevano andare i poveri e pazienti animali che fortunatamente, ben sapevano cosa fare e come farlo. Quando la trattativa in fiera si concludeva, spesso gli acquirenti si rivolgevano a menabò meno affidabili ma più a buon mercato. Questi a volte, consegnavano gli animali sudati e stravolti dall’immane fatica causata dalla fretta dell’improvvisato menabò; in casi simili i pacifici contadini si infuriavano molto giungendo alle minacce fisiche od oltre in rare occasioni. Per questo motivo mio padre dovendo acquistare una mucca a Varzi e non volendola affidare a mani estranee, decise di portarmi al mercato, per avere un aiuto nel caso la bestia non lo volesse seguire. Avevo dieci anni, partimmo da Sant’Eusebio alle cinque del mattino e giungemmo a Varzi praticamente camminando in mezzo ai boschi: da Sant’Eusebio a Casa Grossi, da qui a Pratolungo, Molino Cas-

Giuliano Cereghini

sano, Oramala e finalmente Varzi. Non ricordo l’ora d’arrivo, ricordo solo che ero stravolto dalla fatica ma eccitatissimo dal vocìo del mercato. Gente che parlava, altri che gridavano, altri ancora che confabulavano a bassa voce in modo carbonaro, muggiti, nitriti e sonori e ripetuti ragli di asinelli irrequieti: mucche, vitelli da latte, buoi e manzi, asini, capre, pecore, cavalli e muli erano legati ad anelli o picchetti posti lungo i bordi della piazza, altri animali da cortile quali polli, tacchini, conigli, oche ed anatre, erano invece custoditi in grandi gabbie o piccoli recinti che impedivano loro la fuga. Papà salutava colleghi agricoltori, commercianti e mediatori senza informarli della sua volontà di acquistare una manzetta di razza varzese. Dopo aver esaminato le bestie che lo interessavano, concluse che due avevano le caratteristiche richieste. Avvicinò il proprietario della prima, confabulò brevemente, chiese il prezzo della seconda e, dopo più di un’ora ed il rituale teatrino della compravendita assistito da un compaesano mediatore, “Vigìn”, concluse l’ acquisto dal primo contadino montanaro perché richiedeva un prezzo inferiore per un animale più bello e garantito. Erano ormai le dieci e trenta quando, prima di partire, papà decise di degustare un fumante piatto di trippa: invitò il me-

diatore e il montanaro che gli aveva ceduto la manza, entrammo in un locale buio e maleodorante, ci servirono quattro piatti di trippa, una bottiglia di vino ed una micca di pane sul nudo tavolino annerito dagli anni e dall’incuria, consumammo in fretta il piatto tradizionale e prima di mezzodì ci avviammo con la nostra manzetta sulla strada di casa. L’animale per il primo tratto anche di ripida salita scalpitava agile seguendo il passo di mio padre mentre io arrancavo gonfio di “büsäca”, così era detta la trippa, faticando a tenere il passo dei due.

Il detto “u sè vansà dä fä é menabö” stava ad indicare chi dopo aver provato di tutto, finiva per fare il conduttore di buoi o di altri animali


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C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPò “ DI GIULIANO CEREGHINI Da Oramala a Cassano e Pratolungo, la strada sterrata in mezzo ai boschi era in piano o in discesa e la vacchetta pur rallentando sensibilmente il passo, seguiva mio padre senza miei interventi. Il bello iniziò alle prime rampe della salita verso Casa Grossi: l’animale prima rallentò vistosamente, quindi si fermò, non ascoltando più mio padre che con voce suadente la incitava a proseguire. Eravamo presso un ruscelletto e dopo aver abbeverato l’animale e fatta una breve sosta per riprendere fiato, mi fu consegnato un legnetto con il quale incitavo la povera bestia per farla avanzare. Per la verità non picchiavo l’animale ma, poggiando leggermente il bastoncino sulla sua groppa, ottenevo l’effetto sperato. Quando l’animale rallentava ed io mi distraevo, papà non so se rivolgendosi più a me o alla mucchetta, minacciava di fermarci la notte nel bosco per riposarci e proseguire il cammino l’indomani. Nel tardo pomeriggio giungemmo in vista del paese e l’animale quasi intendendolo, aveva ripreso a camminare pur di lento pede. La gente al nostro passaggio commentava brevemente le fattezze dell’animale e, guardandomi e sorridendo, chiedevano se mi ero ben comportato: papà rispondeva orgoglioso “l’è un bel menabö”! La sera cenando ripetè il complimento di cui io allora ero fierissimo, promettendomi un ulteriore escursione all’occasione. Giunse con la vendita di due buoi al macellaio Risött - Rizzotti - di Godiasco. Avevo ormai dodici anni e durante le vacanze di Natale babbo mi chiese di ripetere l’esperienza di due anni prima, anche se con animali diversi. Partimmo un primo pomeriggio di dicembre con il sole che scaldava gli uomini e scioglieva la neve ai bordi della strada, gli animali aggiogati con una semplice cordicella, camminavano spediti al seguito di mio padre come avevano fatto per tre anni senza supporre la destinazione finale e la loro triste sorte. Fortunatamente non fu necessario nessun mio in-

tervento e in un paio d’ore giungemmo a destinazione, lasciammo i buoi nella stalla del macellaio con papà che aveva gli occhi lucidi guardando per l’ultima volta i due fedeli compagni di lavoro per tanti anni; purtroppo il cambio era naturalmente imposto dall’età e dalla calante vigoria degli animali. Risött pagò papà, offrì una bibita ben accolta e, dopo i saluti di rito, imboccammo la via del ritorno con le ombre della sera che si allungavano viepiù sulla strada e nella campagna attorno. Camminammo spediti sulla strada inghiaiata che scricchiolava al nostro passaggio

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mentre il freddo con il buio, attanagliava uomini e cose, il respiro diveniva affannoso e le mani e i piedi si avviavano ad un rapido e doloroso congelamento. Papà rideva alle mie rimostranze continuando a ripetermi che stavamo per arrivare a casa, anche se eravamo ancora a metà strada. Finalmente avvistai il comignolo di casa, aumentai il passo sognando la stufa e una calda cenetta rinfrancante con tutta la famiglia che venne informata dei fatti e del mio puntuale svolgimento dell’incarico di menabö. di Giuliano Cereghini

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Vocabolario menabö: accompagnatore di buoi û sé vansà dä fä è menabö: gli rimasto il solo mestiere di accompagnatore di buoi l’aghiö: bastone con punta in acciaio vé chì, và là:vieni qui, vai là Vigìn: Luigi büsäca:trippa l’è un bel menabö: è bravo ad accompagnare le bestie Risòtt: Rizzotti macellaio in Godiasco


CASTEGGIO

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«Oltrepò territorio splendido, ma con troppa competizione e litigiosità» Alessandro Piacentini è il giovanissimo presidente dell’organizzazione Lyon Eventi, che lui stesso ha fondato nel 2015 per promuovere manifestazioni di vario genere sul territorio d’Oltrepò. Quando ha creato Lyon di anni ne aveva 17. Oggi ne ha 21, ma la sua passione per l’organizzazione di eventi era già evidente a 13 anni, quando ha iniziato riunendo le compagnie dei paesi vicini a Montebello della Battaglia per creare campionati di calcio estivi. Il passaggio, piuttosto naturale, è stato alle discoteche, dove si è fatto le ossa come Pr ottenendo risultati importanti: «Ricordo ancora la prima vendita della veglia della mia scuola: avevo fatto 637 ingressi: è stato bellissimo». Piacentini, dopo le discoteche come le è venuto di pensare più in grande? «La mia è una passione e, visto che mi riusciva bene, ho voluto creare un’organizzazione costituita da più ragazzi specializzata nell’organizzazione di eventi in Oltrepò Pavese che si concentrasse su più categorie: prima ero solo, poi in due, poi in tre.. fino a crescere». Oggi in quanti siete? «In quattro anni e mezzo di attività oggi il gruppo è arrivato a comprendere oltre 400 ragazzi». Come siete organizzati? «Ci sono gli under 18, che si dedicano alle pubbliche relazioni delle discoteche locali, e gli over 18, addetti alla pubblicità e al marketing. Poi c’è un gruppo staff compatto specializzato in compiti e reparti precisi». Che tipo di eventi organizzate? «Lavoriamo a 360 gradi. Ci sono fiere, manifestazioni, eventi sportivi e culturali, party e serate in discoteca, eventi formativi. Inoltre Lyon eventi è il partner ideale per la creazione di team building, compleanni, feste private, diciottesimi e feste di laurea. In particolare teniamo agli eventi sportivi, come la Summer Cup (tornei di calcio a 7) quest’anno all’ottava edizione e le notturne di calcio a 5». Operate esclusivamente in Oltrepò oppure guardate più in là? Perché questa scelta? «Esclusivamente no. In Oltrepò Pavese è importante mettere basi solide e costruttive per un futuro migliore, ma guardiamo anche oltre, come recita il nostro hashtag distintivo. Già da qualche anno collaboriamo con la Liguria durante il periodo estivo. L’iniziativa si chiama Lyon in Tour ed è un progetto in espansione: quest’anno giungerà alla terza edizione e ha il compito di portare i nostri in diversi locali liguri con collaborazioni proficue, dando la possibilità ai nostri DJ di emergere anche fuori dal loro Paese. L’anno precedente abbiamo totalizzato 202 ragazzi in tre tap-

«Aiuti dalle istituzioni? Preferisco ringraziare le Pro Loco» pe, dove pullman partivano dall’Oltrepò Pavese in direzione Liguria». L’ultimo evento che avete organizzato è Spring Smell, nell’area Truffi. Di che tipo di iniziativa si tratta? «è un progetto che ha lo scopo di ripetersi annualmente nel nostro territorio per dare un caloroso benvenuto alla primavera e si tiene quest’anno in due serate, il 5 e il 6 aprile che avranno tematiche differenti con lo scopo di mettere in contatto le diverse generazioni. Di fatti, la manifestazione nella sua completa totalità, si chiama “Spring Smell, Generazioni a Confronto”. Ho voluto riunire dai giovani millennials agli adulti più esperti: è bello mescolare tradizioni, usi e costumi di ciascuno di essi. Ci sono musica, cibo e tanti stand per presentare prodotti locali ma non solo». Più in generale, quali difficoltà si incontrato nell’organizzazione di eventi sul territorio? «La difficoltà più grande nel territorio a mio avviso è la troppa competizione. Troppe lotte senza un motivo. Troppa gente che ti augura del male e troppa gente che spera nella tua discesa. Al giorno d’oggi se non stai antipatico a qualcuno vuol dire che non hai molta personalità ma in parte lo trovo sbagliato. Un’altra difficolta importante da non sottovalutare è la mancanza di aiuto da parte dei luoghi ospitanti per i motivi che ho citato precedentemente. Bisogna resistere, con cuore e passione». Le istituzioni collaborano con voi? Oppure avete problemi nell’organizzazione? «Penso che avere dei giovani che vogliono creare qualcosa nel territorio sia un pregio, ma evidentemente non tutti la pensano così. Io penso al mio lavoro. Testa bassa e pedalare. Ci tengo però a ringraziare le Pro Loco che, loro sì, danno una grande mano». Come vi finanziate? «Mi piace la massima “Svuota le tue ta-

Alessandro Piacentini è il giovanissimo presidente di Lyon Eventi

Alessandro Piacentini ha creato Lyon Eventi nel 2015. Ha iniziato come PR nelle discoteche, oggi riunisce un team di 400 ragazzi sche per riempire la tua mente, perché un giorno sarà la tua mente a riempire le tue tasche”. Personalmente ringrazio i miei genitori che mi hanno sempre supportato, ma anche tutte quelle piccole medio imprese che hanno sponsorizzato i nostri eventi nel corso degli anni. Ci tengo però a specificare che non serve essere ricchi per creare qualcosa di grande». Che tipo di risposta ottenete dall’Oltrepò? è davvero una terra “dormiente” come si dice? «Penso che l’Oltrepò sia una terra con un

valore pazzesco. Peccato però che è spesso nascosto. A volte si pretende il cambiamento senza essere pronti. Come ripeto sempre ai ragazzi, la differenza più grande la fa la voglia di fare. L’entusiasmo è un’arma fondamentale e durante il nostro viaggio dovrà andare di pari passo con la competenza. L’Oltrepò è incredibile: basta viverlo e scoprirlo. Chiediamo che si dia più fiducia ai giovani». di Christian Draghi


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robecco pavese

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Cascina Sabbione a una coppia di Legnano «è la nostra microfattoria polifunzionale» “Voglio andare a vivere in campagna” cantava Toto Cutugno. Magari non apprezzano questo artista, ma di sicuro Nicola Piccione e Alice Zanaboni amano l’Oltrepò. Al punto che da Legnano vi si spostano ogni weekend per lavorare nella microfattoria che hanno messo in piedi a Robecco Pavese, ricavandola dal recupero dei locali storici e ormai abbandonati della storica Cascina Sabbione. Dopo il restauro cominciato nel 2010 l’azienda agricola ha iniziato l’attività nel 2015, dapprima con la sola apicoltura, poi, dal 2018, con la produzione di ortaggi di prima qualità e il recupero di antiche coltivazioni locali come il Peperone di Voghera. Oggi Cascina Sabbione è una piccola azienda a conduzione famigliare che si concede anche il “lusso” di dare lavoro a un giovane migrante della Guinea Bissau, favorendo l’integrazione in un modo che è valso ai due proprietari l’onorificenza dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu. «In pratica l’Onu ci ha premiati perché con le api siamo riusciti a creare lavoro e solidarietà» spiega Nicola Piccione. Partiamo da voi: come mai da Legnano in Oltrepò? Conoscevate già la zona per altri motivi? Nicola: «La mia famiglia è da sempre molto legata all’Oltrepò, a Robecco Pavese in particolare. Un mio antenato, Luigi Gatti (nome molto diffuso in zona) è nato proprio a Robecco e da lì è partito per una lunga carriera in magistratura a cavallo tra ‘800 e ‘900, passando alla storia per aver celebrato il processo all’anarchico Gaetano Bresci, colpevole del regicidio di Umberto I il 29 luglio 1900. Da allora in poi il legame con Robecco è sempre stato molto vivo. Appena ne ho avuto la possibilità, cioè nel 2010, ho voluto comprare qui una cascina storica, ormai abbandonata, proprio a Robecco: Cascina Sabbione». Alice: «Io sono milanese da sempre, ma fin dalla prima uscita con Nicola mi sono innamorata di questo territorio. Immaginate che al mio primo arrivo al Sabbione mi sono trovata subito con la tuta da apicoltore a recuperare una sciamatura. Io che non avevo mai visto un’arnia da vicino! Da bambina poi dicevo sempre che avrei sposato un contadino!» Nicola, nella vita avete un altro lavoro e quello della cascina al momento è un “side-project”. Come è nata l’idea di crearla e a quale esigenza risponde? «L’idea, o meglio il sogno, nasce da una forte passione personale per la campagna, non so dire da dove nasca, forse dal DNA famigliare forse dall’aver trascorso tante felici domeniche durante l’infanzia a Robecco, chissà». Qual è la vostra filosofia aziendale? «Stiamo creando una microfattoria multi-

Alice Zanaboni e Nicola Piccione con la piccola Anita

funzionale, concetto che si può riassumere in “piccolo è bello”, ovvero un modo di intendere l’agricoltura diverso dalla tradizionale agricoltura intensiva, per la quale si richiedono sempre più risorse e sempre maggiori investimenti, nella quale il reddito marginale è molto contenuto e il valore aggiunto risiede “a valle” nella catena distributiva. Cerchiamo di fare molte cose, in piccoli quantitativi, in modo da garantire la massima qualità, per poi vendere direttamente al consumatore finale. Abbiamo iniziato proprio producendo per le nostre famiglie e per i nostri amici. Dati i riscontri molto positivi, abbiamo deciso di fare il grande salto ed aprirci al mercato». Quante persone lavorano al Sabbione? «Diciamo che siamo in un po’ a contribuire a vario titolo a questo progetto: Alice ed io, “sfruttando” come assaggiatrice ufficiale la nostra piccola Anita, di due anni; il nostro amico Ricki, infaticabile artigiano della qualità; Giovanni, custode delle tradizioni locali e soprattutto Mamudu, il vero motore propulsivo, ma di lui vorremmo parlarvi meglio». Alice: «Non dimentichiamo Daniela che ci aiuta in tutto: dalla casa ai fornelli, da

Anita alle rose, e non manca mai di darci buoni consigli». Che cosa producete oggi? «L’azienda agricola nasce nel 2015 con l’apicoltura ed è sempre il miele il nostro prodotto di punta. Siamo specializzati nei mieli tipici dell’Oltrepò: Acacia, Tiglio, Castagno e Millefiori primaverili ed estivi». Quest’anno come sta andando? «Ad oggi è il miele di erba medica a darci le migliori soddisfazioni. è un prodotto ancora poco noto sul mercato nazionale, ma è quello che meglio rappresenta la pianura dell’Oltrepò: ha un sapore fruttato, di media dolcezza, si presenta con un colore ambrato chiaro splendidamente cristallizzato a testimonianza della completa assenza di trattamenti termici. Dall’anno scorso, poi, abbiamo iniziato alcuni esperimenti nell’orti-frutticoltura di qualità con prodotti di antiche cultivar legate al territorio. Prima fra tutti il mitico Peperone di Voghera, seguito da mele pomella, pere madernassa, uva muscatel, etc.». Il Peperone di Voghera in particolare è un prodotto sul cui recupero si sta puntando parecchio. come sta andando

l’operazione? «C’è molto fermento intorno al PepeVò (come lo chiamano gli amici), l’Associazione di Tutela e Valorizzazione, presieduta da Andrea Olezza, giovane e brillante agricoltore di Corana, in collaborazione con Slow Food Oltrepò e con l’ITAS Gallini di Voghera sta facendo molto per la sua valorizzazione. Sono stati attivati studi per curarne la genetica e per valutarne le proprietà nutraceutiche con l’Università degli Studi di Pavia». Alice: «Il nostro evento preferito è la Sagra del PepeVò di inizio settembre a Voghera! L’anno scorso è stata un successo con le degustazioni in piazza Duomo organizzata da Slow Food e dal Ristorante Selvatico di Rivanazzano. Il peperone è andato a ruba, già alle 13.00 avevamo esaurito tutte le scorte!». Si può dire che ormai la richiesta di prodotti Bio sia molto elevata? «Prima ancora che di prodotti bio, abbiamo riscontrato grande richiesta di “qualità”, di “sapori” e di “profumi”. Piace un prodotto “buono” al gusto, ma che sappia trasmettere anche dei valori etici e una storia».


ROBECCO PAVESE Chi cerca di più questo prodotto? «Per la nostra esperienza le giovani famiglie, soprattutto in città, sono molto attente alle produzioni di qualità e ciò fa ben sperare per il futuro dell’agricoltura». Alice, allevate anche animali di vario tipo: intendete commercializzare anche carni oppure hanno un’altra funzione? «Al momento le capre Sara & Giusy, le oche Paolona & Barbarona e alcuni avicoli ornamentali tra cui la simpatica Gertrude e l’affettuoso gallo Mirko hanno un valore affettivo. Molti sono nati al Sabbione (ricordo l’ochetta Piercarisia) e vivono quanto più possibile liberi. E’ appassionante avere un’aia animata, meglio di qualsiasi social network. Le nostre amiche galline producono anche delle uova buonissime. Credo siano il nostro prodotto di maggior successo! Nell’ottica di una fattoria multifunzionale ha sicuramente senso commercializzare anche piccoli quantitativi di carni, ma per questo non siamo ancora pronti. Dobbiamo ancora studiare e prepararci... siamo “giovani”». Recentemente siete stati premiati dall’ Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) per l’ impegno umanitario messo in campo con il vostro progetto agricolo e solidale. Com’è arrivata l’assunzione di Mamudu?

Nicola Piccione e Alice Zanaboni producono miele e ortaggi Bio: «Contribuiamo al recupero del Peperone di Voghera»

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L’azienda dà lavoro a un giovane migrante ed è stata premiata dall’ONU: «L’imprenditore ha anche un compito etico e sociale» «L’ONU ha voluto premiare l’idea che poche famiglie di api potessero fare tanto per chi più ha bisogno. A Mamudu, fuggito giovanissimo dalla Guinea Bissau in guerra, siamo riusciti ad offrire un alloggio e un posto di lavoro stabile grazie soprattutto alla futura produzione delle api! L’iniziativa è nata grazie al progetto Bee my Job, promosso dall’associazione Cambalache di Alessandria, nel quale i migranti partecipano ad un articolato percorso formativo (cittadinanza, lingua italiana, apicoltura ed agricoltura biologica). Ci siamo offerti per dar vita ad un tirocinio formativo che è poi sfociato naturalmente in un’assunzione. E’ un’esperienza che ci sentiamo di consigliare ad altri imprenditori agricoli. Crediamo che proprio questo sia il compito etico e sociale dell’imprenditore». Che idea vi siete fatti di questo territorio voi che lo vivete da “esterni”? «Qui corriamo il rischio di essere banali: è un territorio dalle grandi potenzialità non ancora espresse. Ma crediamo venga detto dai tempi del console Marcello (ride)! è inutile nascondere le difficoltà: infrastrutture e strade non sempre all’altezza, una rete di sostegno alle nuove iniziative piuttosto limitata e una certa fatica nel fare “distretto” collaborando allo sviluppo. Tuttavia nella nostra piccola esperienza stiamo beneficiando di alcune collaborazioni molto proficue. Penso ad esempio al supporto di Slow Food Oltrepò (il prof Teresio Nardi è fonte inesauribile di consigli e contatti), all’associazione del Peperone di Voghera, ad Apilombardia, etc.

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e molto complessi». In soldoni, viverci e lavorarci è facile? «Più che facile è bellissimo! Rientrare alla sera dalla città e godere dei nostri panorami e dell’aria aperta, ripaga di qualsiasi fatica! In realtà da noi in pianura è piuttosto facile vivere. Pur essendo aperta campagna abbiamo tutti i servizi vicini e in meno di un’ora arriviamo a Milano (dove lavoriamo entrambi) anche con i mezzi

«Un mio antenato, Luigi Gatti è nato proprio a Robecco e da lì è partito per una lunga carriera in magistratura, passando alla storia per aver celebrato il processo all’anarchico Gaetano Bresci...» Ci piacerebbe ci fosse più sensibilità ambientale da parte dei Comuni e della Regione. Pensiamo al consumo di suolo, alla manutenzione dei corsi d’acqua, all’invasione delle nutrie, una vera piaga per chi come noi ha i campi in prossimità dei corsi d’acqua. Ma qui i temi diventano troppi

pubblici. Ci sentiamo dei grandi sponsor dell’Oltrepò e partecipiamo volentieri a più manifestazioni possibile cercando di coinvolgere amici e clienti!». di Christian Draghi


BRESSANA BOTTARONE

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Auser: «Nel 2018 sono state effettuate 3.334 prestazioni» Una vita spesa per il volontariato, quella di Enzo Magrotti. Persona stimata e conosciuta ben oltre i confini del suo paese, Bressana Bottarone, l’attuale presidente della locale Auser viene da una lunghissima esperienza in seno all’associazione sportiva bressanese prima, e nell’asilo Indemini poi. Nel mezzo, un’attenzione agli altri fuori dal comune. Attenzione per gli ultimi, in particolare; per i deboli, per i carcerati, per gli stranieri, per i più piccoli. Anche un’esperienza come amministratore comunale, nel suo curriculum (è stato consigliere per una legislatura). Come ha preso il via l’esperienza dell’Auser a Bressana? «L’Auser a Bressana nasce il 3 dicembre 1997 da una precedente esperienza di sindacato (CGIL SPI). I primi servizi sono stati: accompagnamento a visite mediche e ospedaliere, prestazioni infermieristiche a domicilio, piccoli interventi su impianti domestici, piccole commissioni e spesa, disbrigo pratiche varie.» Diamo qualche numero. Quante persone gravitano intorno alla vostra associazione? «Attualmente abbiamo circa 350 iscritti. I volontari sono 23. Nel 2018 sono state effettuate 3.334 prestazioni, per un totale di 5.145 ore di impegno per i volontari.» Su quanti automezzi potete contare? «Attualmente disponiamo di 5 macchine. Il 24 gennaio abbiamo ricevuto gratuitamente, grazie a una donazione, un’autovettura Audi A4 che va ad aumentare il parco automezzi. È necessario anche aumentare il numero dei volontari attivi. È infatti in aumento la richiesta dei servizi di accompagnamento che comportano il trasporto delle persone presso strutture sanitarie e/o uffici amministrativi in varie località anche fuori provincia.» Pochi mesi fa avete proposto agli utenti un questionario di gradimento. Quali sono stati gli esiti? «La grande maggioranza delle persone è soddisfatta dalle attività svolte, gradirebbe poter effettuare un corso di primo soccorso e auspica che in paese venga messo a diposizione un defibrillatore. Altre richieste specifiche e criticità segnalate sono pochissime, non per questo devono essere sottostimate ma anzi devono essere oggetto di una nostra attenta riflessione.» Quanto spesso viene aperta la sede, ubicata presso il palazzo municipale? «Tre giorni alla settimana. Ma poi, in realtà, qui c’è sempre qualcuno.» Insomma: siete un punto di riferimento storico e continuativo. E le persone sono soddisfatte. «C’è una richiesta esagerata di persone anziane che hanno bisogno. Succede che abbiano esigenze dell’ultimo momento: che gli venga sospesa oppure spostata una

«Quarta lista? Escludo che possa essere targata Auser» Enzo Magrotti, presidente della locale Auser visita all’improvviso, oppure che qualcuno ricoverato in ospedale venga dimesso all’improvviso e i figli, per cause di lavoro, non possano precipitarsi a recuperarlo… e quindi siamo sempre in pista. Diciamo che siamo un punto di riferimento per queste ed altre esigenze.» Quanto al sostentamento economico alle attività, c’è una partecipazione da parte dell’utenza, al di là del normale tesseramento? «Molti non danno nulla, né d’altra parte noi chiediamo; tanti offrono magari 5/10 euro, secondo le loro disponibilità… ma io lo dico sempre a tutti: non chiediamo nulla. Se poi qualcuno ha piacere di fare un’offerta, una donazione, noi accettiamo anche un euro.» Vogliamo tracciare un elenco dei servizi offerti all’utenza? «Intanto i servizi di accompagnamento. Poi: un corso di cucito, che si svolge presso la palazzina ex ASL. Ha attirato tanta gente, attualmente è partecipato da 12 persone. È stata organizzata anche un’esposizione dei modelli realizzati durante il corso all’interno di in un negozio di Bressana che era chiuso da tanti anni, un negozio storico. L’iniziativa ha permesso anche di raccogliere fondi a favore dell’Auser.» Altre iniziative significative? «Il corso di Lingua Italiana rivolto agli stranieri adulti, con inizio a gennaio e durata di 4/5 mesi. Quando è iniziato sono stati tanti gli stranieri incapaci di parlare la nostra lingua che si sono presentati per partecipare. Si è dovuto tenere in sala consigliare, per poter disporre di una capienza adeguata. Nel corso del tempo in tanti si sono dispersi, hanno trovato lavoro… adesso il numero si è ridotto.» E lo sportello badanti? «Si è tenuto un corso tenuto dalla cooperativa Le Vele, al termine del quale veniva rilasciata una certificazione che permetteva di iscriversi al Registro Pubblico degli Assistenti Famigliari presso le Auser di

Bressana Bottarone, Lungavilla e Torricella Verzate, che hanno ricevuto questo incarico dall’Auser provinciale. Il problema è che tanti partecipano al corso e poi, magari, non si iscrivono al registro…» È attivo, ogni mercoledì, uno ‘‘sportello anti-burocrazia’’. Ho letto tempo fa il volantino che annunciava l’istituzione di questo servizio e ho trovato fosse una cosa curiosa ma allo stesso tempo particolarmente utile. Vuole raccontare da cosa nasce questa esperienza? «È nata perché tutti i cittadini, soprattutto quelli anziani che tanto hanno lavorato nella loro vita e meriterebbero riposo e rispetto, oggi sono invece spesso vessati, umiliati da tante situazioni. Costretti a rassegnarsi ad essere trattati da cittadini minori dalle mille burocrazie italiane. Per aiutare e consigliare tutti coloro che si trovano in difficoltà nell’affrontare le tematiche burocratiche è stato creato questo punto di ascolto e consulenza gratuita.» Per quanto riguarda i servizi sanitari? «Abbiamo il punto prelievi per le analisi del sangue, che si svolge a Bressana presso la palazzina ex Asl tutti i giovedì mattina, giorno di mercato. Abbiamo fatto coincidere questi due momenti per facilitare la socializzazione degli anziani. Vengono un medico dell’Ospedale di Voghera, un impiegato e un infermiere presso la palazzina ex ASL.» A Bressana quest’anno ci saranno le elezioni comunali. Cosa si aspetterebbe dalla nuova legislatura? «Sono più curioso di vedere se chi si candida vorrà finalmente capire quali sono le reali attese dei bressanesi; che tipo di dialogo vorrebbero ci fosse tra amministrazione e cittadino; cosa intendono per buona amministrazione; cosa, a loro avviso, potrebbe dare una vera svolta positiva alla vita del paese e dei suoi abitanti. Insomma c’è ampio spazio per sbizzarrirsi!» Sbizzarriamoci… «I miei, naturalmente, sono solo spun-

ti da cui partire. Sarebbe auspicabile che queste pagine e quelli degli altri strumenti di informazione potessero essere fonte di riflessioni propositive. La partecipazione democratica ha grande valore soprattutto se riesce a coinvolgere diverse generazioni. Quelle che di Bressana hanno fatto la storia, quelle che la stanno costruendo e quelle che devono garantire un paese migliore per il futuro dei propri figli.» Dal suo osservatorio privilegiato dell’Auser ha avuto modo di captare quante e quali liste saranno in lizza per il governo del paese? «A Bressana già ora circolano diverse voci. Come in ogni piccola comunità, ognuno ripete quello che ha sentito al bar, dal parente, dall’amico o dal vicino di casa. Le domande sono le solite: chi saranno i candidati al ruolo di sindaco, quante liste ci saranno e chi saranno le persone che le comporranno. Qualcuno, come nel calcio, s’improvvisa esperto ed elabora le formazioni da schierare in campo e a fare pronostici. Qualcun altro, per il solo gusto di far polemica, si diverte a mettere zizzania. Per ora sembrerebbe che ci siano certamente n.3 liste. Personalmente ritengo che anziché concentrarsi solo sulle persone sia importante parlare di temi e di obiettivi.» Perdoni l’insistenza ma circolano anche voci che potrebbe esserci una quarta lista e che questa sia ‘‘targata Auser’’… «Non escludo che si possa formare una quarta lista. Escludo però a priori che possa essere targata Auser. L’associazione che rappresento viene citata come esempio positivo in quasi tutte le interviste degli aspiranti candidati al Comune, si occupa di problematiche sociali a Bressana da oltre venti anni e fornisce servizi a tutte le categorie di persone bisognose: gli anziani in particolare. Come in precedenza le confermo che, a mio avviso, anziché disperdersi in più liste, sarebbe auspicabile che le persone che desiderano il bene dei bressanesi si concentrassero sulle reali problematiche anziché dividersi a causa di improponibili incompatibilità e/o velleità personali.» di Pier Luigi Feltri


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OLTREPò PAVESE

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«L’Oltrepò: tante uve, tanta uva, tanti vini, un grande casino…» Tutto quello che c’era da scrivere di Walter Massa è già stato scritto. Ma tutto quello che c’era da dire, lui non l’ha ancora detto. L’uomo, il vignaiolo, l’anima di un intero territorio non ha bisogno di grandi presentazioni. Per i viticoltori dell’Oltrepò è il vicino di casa che ce l’ha fatta con il suo talento, con la sua intuizione: quella di far rifiorire il territorio tortonese con un vitigno a bacca bianca autoctono, il Timorasso, e di metterlo in bottiglia. Il resto è storia. È partito da un territorio che fino al giorno prima vivacchiava quasi con il solo rosso sfuso, e nel quale si sono poi creati nuovi spazi prima impronosticabili - prontamente riempiti da decine di altre aziende, sulla scia dell’oracolo di Monleale. È stato premiato, pochi giorni fa, con l’Oscar del Vino di A.I.S. per il suo Derthona Timorasso Costa del Vento 2016. Ci siamo chiesti se avesse qualcosa da dire anche all’Oltrepò. Domanda retorica. Lui, se interrogato, risponde. Sempre. Oggi siamo qui per parlare, principalmente, di Oltrepò. Vuole raccontarci che rapporto ha con questo territorio? «Da sempre l’Oltrepò è più casa mia che non il Gaviese. Andare a Casteggio, Salice Terme, Rivanazzano o Voghera è molto più rapido da Monleale che andare a Novi, Gavi, Tassarolo o Serravalle. Frequentavo le discoteche di Salice, oppure il Tucano, lo Sporting, la Foresta. E quando ho scelto di correre in moto mi sono tesserato al Motoclub di Voghera, anche perché in Lombardia il clima era molto più competitivo e divertente. Erano gli anni in cui stava nascendo l’astro di Fabio Fasola. Ci siamo tolti tante soddisfazioni, insieme a persone come Spairani, Miranda, Zelaschi, i fratelli Quarleri…». I suoi ricordi in Oltrepò, tuttavia, vanno al di là della passione per le moto… «Dopo le scuole medie mi sono iscritto ad enologia, ho frequentato Voghera con i primi tre anni al Gallini e poi gli altri tre di specializzazione ad Alba. Lo stesso percorso che hanno fatto tanti addetti ai lavori in Oltrepò, Aldo Venco, Vittorio Portinari, molti produttori... Questo coacervo, questo mix di rapporti con persone e territori limitrofi ma diversi, ti dà la forza ‘‘del bastardo’’, che è più forte rispetto a chi si è trovato la pappa facile». E da lì come è arrivato a diventare Walter Massa, il vignaiolo indipendente? «Quando ti vuoi inserire nel mondo del lavoro, inizi a guardarti intorno. Si comincia a pensare: cosa vedi da Monleale? Vedi quattro cose. Vedi il Po, dove confluisce il Tanaro – o meglio ‘‘TanaPo’’, che sarebbe di 50 chilometri più lungo del Po. L’Appennino, che è incontro di territori, dove c’è la cultura delle 4 provincie, valli bellissime, difficili, sottoconsiderate. Ad est vedi l’Oltrepò: tante uve, tanta uva, tanti vini,

Walter Massa, “icona” del Timorasso un grande casino. A ovest vedi il Gavi: un’uva, un vino, un successo. Io mi ritrovavo nel Tortonese, dove bottiglie con un certo appeal non se ne facevano, si vendeva l’uva, il vino semilavorato, al massimo damigiane di rosso, e i primi tentativi di produrre un bianco con il Cortese. Che ho provato a fare anche io». E come è andata? «È andata che quando ho finito di leggere i giornaletti, smettendo di ascoltare ciò che si ‘‘predicava’’ nei bar e ho iniziato a leggere il territorio ho capito che proporre un vino di 11 gradi nel territorio tortonese era un vilipendio. Le vigne del tortonese, come tutte le vigne del mondo, quando sono lette e coltivate con i giusti parametri danno dei risultati molto superiori alle volontà dell’uomo. Qualità, sanità, durata, stabilizzazione. Ho avuto la forza per capire che il mio Cortese non era fatto per la mia bocca… non mi è mai piaciuto, ero obbligato a farlo, io che il vino ho sempre preteso di ottenerlo. Non ho mai fatto parlare di me per quel vino. Ho sempre pensato alla Barbera come chiave di svolta del nostro territorio, e non ho mai abbandonato questa idea». È opinione diffusa che i Colli Tortonesi siano un territorio meno vocato rispetto all’Oltrepò Pavese, quanto a grandi vini. Lei cosa risponderebbe a chi propone questa lettura? «Chi sostiene una tesi come questa mi fa scappar da ridergli in faccia e di dirgli: poverino. L’Oltrepò ha quattromila anni di storia e i Colli Tortonesi anche. Ci divide un rio che con il KTM attraverso anche a gennaio. Abbiamo le medesime problematiche di peronospora, oidio, flavescenza, le stesse condizioni edafiche. Sono solo cambiate le linee politiche, dettate dagli uomini più o meno illuminati. La storia (the History) la racconta la storia, le ‘‘balle’’ (The Story) le cacciano gli uomini».

Lei è noto per adottare strategie ‘‘non convenzionali’’; ma anche per rifuggire in alcuni casi le denominazioni di origine (anche se il nome ‘‘Massa’’ vale tanto e anzi più di una denominazione di origine). Le chiedo, anche con riferimento all’Oltrepò: oggi che valore hanno le denominazioni? Sono necessarie o un mero fardello, per chi veramente punta in alto? «Le denominazioni di origine necessitano di una parola: rispetto. Rispetto per la denominazione, per l’Enotria terra, rispetto per chi produce il vino. Ma oggi le regole vessatrici non rispettano i paladini dei territori. Ciò a breve darà grandi grattacapi ai ministeri competenti in quanto il consumatore colto, quello che paga, beve, gode e detta le linee guida per il vino nel mondo, di fascette e certificazioni non sa cosa farne. Noi dai francesi abbiamo copiato le cose più stupide. Meglio: abbiamo importato i loro vitigni, ma non copiato la loro cultura. Non abbiamo imparato a vendere il territorio in maniera differenziata. C’è differenza fra Pouilly-fumé e Sancerre, c’è differenza tra Côte de Nuits e Côte de Beaune. Noi invece facciamo di tutta l’erba un fascio. Abbiamo un nome che tira, e se potessimo lo metteremmo anche sulle bambole gonfiabili… perché sono sicuro che c’è qualche fabbricante di bambole gonfiabili che vorrebbe chiamare i suoi prodotti, Etna, Irpinia, Valpolicella, magari pure Barolo o Montalcino. Da lustri sulle bottiglie dei vini francesi viene indicato se è stato messo in bottiglia da un ‘‘vignaiolo’’, ‘‘negoziante’’, ‘‘cantina sociale’’: da noi manco a parlarne. Così mai vi sarà il rispetto per i ruoli e continueremo a scaricare responsabilità». Quale la risposta (alle esigenze del territorio, non ai fabbricanti di bambole gonfiabili)? «Bisogna credere nelle radici, credere nelle origini, credere nella natura, credere in noi stessi. E chiamare il vino con il nome dell’areale da dove proviene. Ma non solo per il vino. Per tutti i prodotti di un territorio. Vale la stessa cosa anche per cipolle, patate, carote. È inutile scrivere ‘‘pesche di Volpedo’’ sulle pesche che si fanno a Volpedo. Anche un cieco capisce che è una pesca. Basta ‘‘Volpedo’’. E Volpedo potrebbe essere un brand mondiale, perché Volpedo lo dice benissimo anche un giapponese o un coreano». Parlavamo dei francesi… «Dai francesi abbiamo copiato un sacco di stupidaggini… la macerazione carbonica, il novello - che si produce dalla Valtellina alla Sicilia, quando invece i francesi fanno il Beaujolais, il novello mondiale, soltanto in una zona ben definita. Guardiamo ad esempio in Sicilia. Gli inglesi ci hanno insegnato a fare un grande prodotto, che

è il Marsala, e noi italiani siamo riusciti a farlo all’uovo… Dallo stesso punto di inquadramento vediamo il casino che si sta facendo nel nostro Paese nell’interpretare quel grandissimo vitigno di Borgogna che si chiama Pinot noir, che in Italia a parte poche microaree solitamente dà risultati mediocri». Perché parla di risultati mediocri? «Non è il suo ambiente, mai l’uomo scriverà pagine di geografia. Di storia, solitamente brutta, son pieni i libri». Non tutti la pensano così… «Digli di provare a produrre due grappoli di Croatina in Borgogna e di vedere cosa succede». Il lavoro di cantina viene in soccorso, però. «I vini devono essere sicuramente buoni, ma possibilmente orgasmotici. L’altissima qualità nel vino non lo fai in cantina. Lo ottieni con tanta fortuna in vigna: staccare al momento giusto, avere la maturazione al momento giusto, avere le piogge al momento giusto, avere il portinnesto giusto per quell’andamento meteoclimatico. I tempi di macerazione, di affinamento, di messa in bottiglia, tappi naturali di sughero non inquinati e strapazzati da lavorazioni irrazionali, il tempo di evoluzione in bottiglia. Poi è ovvio che il vino va avanti in cantina, ma la cantina non deve essere quella di uno scienziato. È difficile che l’enologo faccia un vino orgasmotico. Anzi, è impossibile: come pensare che un chirurgo estetico possa realizzare Miss Universo. A meno che non corrompa la giuria. Mai quella donna farà ‘‘sangue’’ al pari di una donna come mamma l’ha fatta. I nostri nonni chiamavano il mese di settembre ‘‘Vendemmiaio’’. È lo stesso ‘‘Vendemmiaio’’ in Alsazia, nella Valle del Reno, in Borgogna e in Italia, dalle Alpi all’estremità sud dell’Appennino. Non si vendemmia prima di ferragosto: è un insulto all’umanità. Caso mai ad ottobre». Questo ci riporta al suo pensiero sul Novello, un vino che in Oltrepò ormai viene prodotto e sponsorizzato su larghissima scala da oltre un decennio. Il tentativo anche di andar dietro a un certo mercato; cosa che lei non ha mai fatto - cercando di farlo, il mercato, piuttosto che di seguirlo. «Partiamo da un presupposto. Con l’uva puoi fare quello che vuoi. Se fossimo una nazione che rispetta il mondo agricolo e i suoi prodotti dovremmo poter fare anche l’aceto. Perché se potessimo fare legalmente l’aceto nella nostra cantina, oggi noi posizioneremmo a livello mondiale dell’aceto di uva Verdicchio, Nero d’Avola, Barbera, Timorasso, Negramaro, Croatina, Tazzelenghe, Glera, Sangiovese, Lambrusco, Aglianico e Corvina, a prezzi pari a quelli del vino. Che coerenza c’è fra avere


OLTREPò PAVESE

«Muoiono anche gli elefanti, moriranno pure i vecchi babbioni dell’Oltrepò» un olio di alto livello e un aceto industriale, insignificante, per condire l’insalata?». Scusi: si tratta di una suggestione del momento o è un tema sul quale ha lavorato, in qualche modo? «Io ci credo da matti. Basta fare un’azione in parlamento e far sì che la legislazione consenta di fare l’aceto non industriale». Se la Toscana del vino è quella che conosciamo oggi è anche perché, a metà degli anni ’80 quando il mercato non era certo al top (sovrapproduzioni dovute a contributi europei per nuovi impianti, vini a scaffale per poche migliaia di lire – come la bonarda di oggi), è arrivato poi lo scandalo del metanolo a distruggere tutto ciò che c’era prima e, nonostante la batosta, ad aprire nuovi orizzonti. Intanto: condivide questa lettura? Pensa che i recenti scandali in Oltrepò possano fare altrettanto da apripista? Spoiler: finora pare tutto cambi perché nulla cambi… «No. Gli scandali arrivano quando dietro ci sono i poteri forti che coprono. Però a un certo punto le questioni scoppiano. Questa è storia. Abbiamo visto di tutto, non solo nel mondo del vino, ma in tutto il mondo agrario, anche con le problematiche di igiene e sicurezza, soprattutto nel campo degli allevamenti. Quando c’è troppa gente dietro che ha interessi meschini, e noi contadini non abbiamo la forza di reagire perché siamo vessati o siamo ricattati, comunque prima o poi il bubbone scoppia. E quando scoppia non porta benefici a nessuno, perché come hanno coperto prima, hanno la forza di coprire dopo. La forza della Toscana sono le famiglie commerciali col cervello fino, cominciando con gli Antinori per andare avanti con tutte queste casate che operano da secoli nel mondo del vino di qualità e che hanno contribuito a tirare la

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volata anche alle realtà più piccole». Queste realtà in Oltrepò sono assenti, storicamente, almeno a quei livelli. Se lei possedesse un’azienda in Oltrepò che linea le imprimerebbe? «Proverei a fare una Croatina frizzante col nome Bonarda, come quella che ha sempre fatto Riccardo Albani di Casteggio e come quelle ‘‘vere’’ che continuano a fare tanti altri. Perché quello è il primo cavallo di battaglia dell’Oltrepò. Un prodotto unico nell’universo del vino. Che ha solo la sfortuna di non essere di caratura internazionale, ma che con l’alta qualità, ripeto: alta qualità, e con una comunicazione ben fatta sarebbe ben accolto nel salotto buono». Mi permetta: forse è un po’ tardi. «Non è mai troppo tardi!». Ma si trovano Bonarde sugli scaffali a meno di due euro… e c’è a chi va bene così, evidentemente. L’Oltrepò è troppo grosso per mettere tutti d’accordo. Le esigenze degli imbottigliatori, per esempio, non saranno mai le stesse dei produttori che invocano certe qualità. Come vede questi rapporti? Per esempio: che rapporto avrebbe con gli imbottigliatori? «Non ti curar di lor ma guarda e passa. La risposta che ha dato Virgilio a Dante quando è entrato nell’Inferno. Perché una categoria che non ha l’umiltà e l’onestà di rinunciare a un pugno di dollari per dare dignità internazionale a un vino fatto dalla storia che si chiama Buttafuoco, la naturale risposta territoriale al Barolo, ma che a mio avviso deve essere rigorosamente di una sola tipologia sicuramente ‘‘fermo’’ è gente che non merita il mio rispetto e con la quale non mi voglio neanche interfacciare. Loro che vadano pure nella loro strada, che diventino pure i più ricchi nel cimitero. La banda di scalmanati, sani, etici, giovani che ci sono in Oltrepò può farne a meno. Poi bisognerebbe avere il coraggio di registrare qualche nome…». A cosa si riferisce? «Per esempio: Iria. Il nome storico di Voghera, che non evocherà una grande storia, ma… chissenefrega? Iria è un nome breve, legato alla storia, legato alle nostre radici, che potrebbe portare in giro per il mondo un vino, ripeto una sola tipologia di vino, non una serie di vini, perché non ci dovranno essere l’Iria Bonarda, l’Iria Cortese, l’Iria Pinot Nero. L’Iria deve essere solo un vino. E posso dirvi che Iria è già un marchio registrato da un produttore di un vino

dell’Oltrepò che io stimo in maniera totale, come uomo e come vignaiolo». Ci saranno altre possibilità… «Se non piace la parola Iria, possono esserci degli altri nomi, a cominciare da ‘‘Riccagioia’’. Ma pensate: potrà mai esistere nome più bello di ‘‘Ricca’’, come ‘‘ricchezza’’; ‘‘Gioia’’, come ‘‘felicità’’, ‘‘serenità’’. ‘‘trasparenza’’? Non dimentichiamo di ridare dignità a Riccagioia, è vera e sana vendetta nei confronti di chi ha continuato a prenderci in giro per oltre quarant’anni, e oggi è ospite delle patrie galere. Oggi avendo la fortuna di avere un alleato fautore o facitore di democrazia che si chiama web, nel giro di pochissimo tempo, gratuitamente, qualsiasi nome condiviso da una trentina di produttore etici e con le idee chiare farà il giro del mondo. E la visione che potrà dare questo fantastico territorio comincerà a essere un’altra». Le pongo una domanda che ha a che fare con la sua storia. A Riccagioia esiste una collezione di vitigni autoctoni non ancora conosciuti dai produttori; alcuni potrebbero essere vinificabili con successo. Non le chiedo la bontà di un progetto simile perché non c’è purtroppo occasione di saggiare le caratteristiche - anche se c’è chi ha iniziato a farlo - però le chiedo, in linea di massima, se pensa sia possibile ripetere in qualche modo, con queste basi, l’operazione Timorasso. «La storia del vino l’han sempre fatta le cantine grosse, che non vuol dire le grandi cantine. Quando uno pensa al lambrusco pensa a Giacobazzi, nessuno pensa a Cinque Campi, Podere Saliceto, Paltrinieri o a Cristian Bellei. Oggi le grosse cantine che operano nel mondo del Lambrusco, quelle da qualche milione di bottiglie all’anno hanno anche delle linee di alta qualità. E il Lambrusco negli ultimi 10 anni ha cambiato la sua storia. La storia l’hanno fatta le grosse cantine. La mia storia è irripetibile e consiglio - non per egoismo, ma per altruismo - a tutti di non copiarla. Intanto, dal 1978 io ho operato in un territorio dove non c’è mai stata un’etichetta di riferimento e dove è sempre esistita solo una cantina sociale, che non ha mai fatto brillare il territorio ma al territorio non ha mai fatto danni. I danni, dagli anni Settanta, li ha arrecati solamente ai suoi conferenti». Cosa farebbe per quanto riguarda le riforme dei disciplinari? «La prima cosa che farei con forza è quel-

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lo che hanno fatto in Franciacorta qualche anno fa. Utilizzare il nome o per il vino classico o per lo spumante. Hanno tolto il nome Franciacorta dai vini classici e lo hanno tenuto solo per lo spumante. Quando tu offri un aperitivo, bevi un Franciacorta. Poi, se sei a cena sul Lago di Garda e vuoi bere il territorio, puoi berti un bianco o un rosso di Curtefranca». In effetti la questione del brand Oltrepò è un tema dibattuto, ma non si è mai trovata, finora, una visione condivisa. «I diritti acquisiti? Bisogna aver la forza di andarci sopra, lasciare che scadano in maniera fisiologica. Muoiono anche gli elefanti, moriranno pure i vecchi babbioni dell’Oltrepò. Bisogna scrivere delle nuove linee guida. Con coraggio si può studiare un nome legato al territorio, con un’azione altamente qualitativa - e quando c’è la volontà da parte di un gruppo di 20 aziende, i volumi contano relativamente. E andare a imporre nel mercato un brand (come è stato fatto in questi anni in quasi tutte le regioni italiane) diventa un gioco molto divertente». Cosa cambierebbe per lei avere un vicino di casa - l’Oltrepò - con queste caratteristiche? «Non mi cambierebbe assolutamente niente, perché la mia identità è chiaramente legata solo a vini classici, trainati da un bianco col nome Derthona, e a due rossi oramai definiti sulla barbera e sulla croatina ferma. Ci sarebbe un territorio limitrofo a me che potrebbe avere l’orgoglio dell’appartenenza come ce l’ha il Gavi. Mentre invece, oggi, ha solo l’orgoglio della confusione». Cosa pensa, invece, del Timorasso in Oltrepò - peraltro già presente, seppur in quantità molto limitate? «Sarà buonissimo, l’importante è che sappiate non si chiamerà mai Derthona. Come il vostro metodo classico non si chiamerà mai Champagne.» Durante questa intervista sul tema dell’Oltrepò non è venuto fuori il nome di un suo amico: Lino Maga. «Non posso fare un’intervista a due teste. Lino, sono certo avallerà tutte queste mie ‘‘castronerie’’ in tempo reale, la storia con 22 anni di differenza, ossia nel 2041, gli stessi anni che ha dovuti impiegare Lui per spiegare alle istituzioni come gira e come dovrà girare il mondo, se non vogliamo finisca troppo presto, pure la storia avallerà queste tesi». di Pier Luigi Feltri


REDAVALLE

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«L’olocausto insegnato ai bambini attraverso l’arte» Claudia Riccardi è la referente della scuola primaria Renè Panis di Redavalle, distaccamento dell’Istituto comprensivo di Broni. Come insegnante fiduciaria della classe quarta, ha maturato l’idea della creazione di un laboratorio multidisciplinare per spiegare ai bambini il tema dell’olocausto nazista. In maniera molto materna, Claudia e le sue colleghe hanno accompagnato i loro studenti, in modo abile e creativo, alla scoperta di una realtà triste della nostra storia, ma che allo stesso tempo ritengono indispensabile da conoscere e ricordare. Da chi e come è nata l’idea della mostra “La memoria ci rende liberi”? «Questa mostra non era stata inizialmente programmata: la cosa si è costruita nel tempo, partendo dalla giornata della memoria di quest’anno, il 27 gennaio, quando ho voluto iniziare con i miei studenti la lettura del libro “Il diario di Anna Frank”. La mostra è il risultato del laboratorio che è nato in seguito a questa iniziale lettura, un laboratorio interdisciplinare che affronta la storia dell’Olocausto». Come si è sviluppato questo laboratorio? «Io volevo far comprendere ai bambini la storia dell’olocausto, un argomento sì doloroso, per tutto quello che accadde nel passato, ma allo stesso tempo indispensabile da ricordare. Il laboratorio è nato sulla spinta stessa dei bambini, che si sono dimostrati fin da subito molto interessati e quindi è nato in maniera completamente naturale. Quando ho visto gli occhi dei bambini, così interessati alle pagine che gli stavo leggendo, ho deciso di organizzarmi con le mie colleghe, per la creazione a livello multidisciplinare di un laboratorio». Che materie ha coinvolto quindi il progetto? «Inizialmente è nato dal punto di vista letterario. Abbiamo iniziato con la lettura de “Il Diario di Anna Frank”, con tutte le particolarità del libro che li hanno coinvolti così tanto: da qui abbiamo aggiunto sempre di più al calderone di conoscenze, come poesie di Primo Levi e letture di molti altri scrittori e testimoni (come i testi della superstite dell’olocausto Liliana Segre) che ho usato proprio come mezzo didattico durante le lezioni di italiano. Cosa dopo cosa ho notato un interessamento straordinario a questo argomento e abbiamo deciso di allargare la visuale ad altre discipline. A livello documentaristico abbiamo fatto vedere ai bambini 2 video: il cartone animato “La Stella di Andra e Tati” e il film “Un sacchetto di biglie”. Prossimamente poi, su richiesta dei bambini, vedremo il film “La Vita è Bella”. Inoltre abbiamo stampato le fotografie dei famosi “Giusti

Bambini e maestre alla presentazione del progetto

tra le Nazioni”, facendone scrivere le didascalie ai bambini e leggendone le loro gesta. Coinvolgendo la mia collega di religione, la maestra Elena Antonini, che ha subito accettato con entusiasmo di collaborare, abbiamo analizzato i tratti distinguenti della religione ebraica e scoperto il significato della parola shoah. A livello linguistico, coinvolgendo la collega madrelingua inglese, Monica Meraldi, abbiamo letto semplici testi in lingua inglese riguardanti Anna Frank, con tanto di lettura e comprensione. A livello artistico i bambini hanno lavorato tantissimo e forse è stata la parte preponderante del progetto, diventando quasi un “progetto nel progetto”, con il coinvolgimento di un’artista e mamma di uno degli studenti, Michela Ghisone, che ha aiutato i bambini (attraverso un lavoro di arte-terapia) ad esprimere le loro emozioni nell’affrontare i temi dei testi letti. Infine, dal punto di vista musicale i bambini hanno studiato “Gam-Gam Ki Elekh” in lingua ebraica, che sarebbe la canzone che le maestre ebree insegnavano ai bambini nei campi di concentramento e che si riferisce al salmo 23 del testo ebraico; i bambini l’hanno poi cantata alla presentazione mostra». Quanti bambini hanno partecipato? «L’attività ha coinvolto 19 bambini della classe 4 A del nostro istituto». Come si capisce che un’idea è funzionale alla creazione di un progetto? «Deve essere un argomento valido dal

punto di vista formativo, poi deve essere un soggetto che coinvolge particolarmente i bambini. Sono loro che dimostrano l’intenzione di voler approfondire un tema specifico e a quel punto deve essere l’insegnante che si deve chiedere: non sarà il caso di fare qualcosa in più? Bisogna sensibilizzare i giovani, soprattutto in questo periodo storico, su certi temi fondamentali della nostra storia: se si pensa che ci sia il modo, attraverso l’analisi di testi ed elaborazioni visive e artistiche, di far affiorare determinati valori nella coscienza dei bambini, allora è il caso di fare quel qualcosa in più». Parlando quindi della loro interiorizzazione, come pensa che siano riusciti ad elaborare, ragazzi così giovani, un argomento così difficile, o meglio, doloroso? «è importante che i ragazzi già da piccoli vengano sensibilizzati su certi argomenti. L’obiettivo del progetto era quello di creare una base da cui il bambino avrebbe capito quanto fosse importante la non discriminazione dei popoli diversi dal nostro e penso che il messaggio sia stato recepito benissimo da tutti. Preciso che durante tutto l’arco del laboratorio gli studenti non hanno mai visualizzato immagini crude o visto video che potessero impressionarli in qualche modo. Abbiamo mostrato ai loro occhi il significato della storia senza la necessità di mostrarne loro la parte più cruda». Come è stato quindi il risultato finale del progetto? Chi ha partecipato alla mostra?

“La memoria ci rende liberi” è un progetto della scuola primaria “Renè Panis” di Redavalle «Alla mostra hanno partecipato molte autorità: il sindaco di Redavalle, la signora Compagnoni; l’assessore all’istruzione del comune di Redavalle, la sig.ra Anelli; la signora Graziella Cerutti, presidentessa dell’ANPI (sezione Redavalle-Santa Giuletta); il dott. Bongiorni, presidente dell’Anpi (sezione di Broni); il consigliere regionale Giuseppe Villani. Ognuno di loro ha dato un prezioso contributo alla nostra mostra, con parole cariche di significato. Il risultato finale devo dire che è stato eccellente. Merito dei bambini. Alla mostra si potevano ammirare i lavori che hanno realizzato i bambini durante i laboratori, anche le loro sagome di cartone, costruite insieme alla signora Ghisoni, contenenti all’interno l’espressione artistica di come hanno interiorizzato gli argomenti che abbiamo affrontato». di Elisabetta Gallarati


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Insegnante e scrittrice: «Il caso di Varzi? Il corpo docenti non deve scordarsi mai di essere un esempio» Insegnante e scrittrice, Maria Cristina Morini di Mornico Losana, è attualmente docente di italiano e latino al liceo scientifico Faravelli di Broni. La sua carriera si regge in equilibrio tra la passione per il latino e quella per i gialli. “Prof”, partiamo dalle differenze tra la scuola di oggi e quella del passato. Quali differenze nota a contatto con tanti giovani oltrepadani? «è più difficile capire il valore e soprattutto la necessità delle regole. C’è una tendenza al “faccio quello che voglio”, ma non è così e la scuola deve insegnare anche questo. Va bene l’autodeterminazione, va bene il non farsi intimidire… ma direi che al giorno d’oggi sono fin troppo poco intimiditi, nel senso che c’è difficoltà a volte anche a dire ‘mi scusi’. Non dico per loro è come un’umiliazione ma quasi. In alcuni soggetti a volte si nota questa tendenza». Lei è insegnante da molti anni e ha provato cosa significa insegnare sia nelle scuole medie che alle superiori. Che differenze sostanziali ha trovato? «L’età sicuramente porta dei cambiamenti significativi. Se alle medie hanno ancora un pochino di timore dell’insegnante, alle superiori si è chiamati a mettersi in discussione molto di più, a dover far digerire delle cose, che alle medie sono ovvie, in un altro modo. Stupidaggini come l’essere in classe al suono della campanella o il fatto che non si può mangiare in classe. Gli studenti delle superiori tendono a mettere molto più in discussione tutto». Lei insegna sia italiano che latino. Quest’ultima come è vista dagli studenti nel 2019? «Noi siamo latini. Possiamo negarlo, rifiutarlo, non volerlo. Ma siamo latini! Viene percepito come una materia che si ‘deve’ fare e l’approccio è quindi dei più diversi. Abbiamo, per esempio, una classe prima che si è approcciata alla materia in maniera molto positiva e propositiva e quindi le soddisfazioni non tardano ad arrivare. Io ho una classe che si è approcciata benino, ma lo vive ancora come un dovere, non riesce ancora a cogliere la bellezza di questa materia. Adesso in classe abbiamo terminato l’autore Catullo e io ho imposto loro di studiare a memoria una sua poesia sull’amore, perché è la più bella del pianeta. Se non la si impara con la metrica latina, non si sente la musicalità e non arriva il messaggio. È proprio la musica che deve entrare dentro. L’incontro con il latino è scioccante: c’è chi lo detesta e poi lo apprezza, c’è chi lo ama da subito e c’è chi non lo amerà mai. è un peccato perché il latino è un amante molto esigente e ricompensa solo quelli che gli sono fedeli. Bisogna affrontare tante prove e soppor-

«Nella scuola di oggi è molto più difficile insegnare le regole»

Maria Cristina Morini, docente di italiano e latino al liceo scientifico Faravelli di Broni

tare tanti capricci, però chi non cede alla fine è ampiamente ricompensato. Questo è quello che è successo a me». Deve volerci molta passione per fare il suo mestiere oggi, forse più che in passato… «Sì, è una sfida continua. Ci sono naturalmente anche problemi continui. Penso alla canzone di Mina, ‘Grande grande grande’, quando dice: “La vita è quella che tu dai a me, in guerra tutti i giorni, sono viva, sono come piace a te”: non è che noi siamo in guerra, ovvio, però ogni giorno ci sono nuove sfide, nuove classi, nuove cose e forse è proprio questo il fascino del lavoro dell’insegnante, aldilà delle singole materie». Avrà sentito sicuramente del caso della maestra d’asilo di Varzi che è agli arresti domiciliari per maltrattamenti ai piccoli bambini. Cosa ne pensa di queste situazioni? «Il corpo docenti non deve dimenticarsi mai di essere un esempio. Il proprio vissuto, lo stress, il nervosismo: se ne accumula sicuramente di più rispetto ad un tempo, ma non possono essere giustificazioni. Il tuo lavoro è il tuo lavoro e la lucidità per farlo devi averla sempre. Non entro nel merito di certe cose perché, ribadisco, non esistono giustificazioni, ma non bisognerebbe mai dimenticarsi che, ricoprendo un certo ruolo, si è davvero un esempio per chi si ha davanti, oltretutto quando i bambini sono così piccoli».

Anche il cyberbullismo è purtroppo un tema di attualità da parecchio tempo. «A scuola ne parliamo tanto. Con la materia che faccio, le letture delle nostre antologie danno un sacco di spunti da questo punto di vista e capita di discuterne spessissimo. Io raccomando ai ragazzi di fare un uso di internet il più intelligente possibile, di non aggregarsi ai beceri pecoroni che fanno commenti con parolacce giusto per fare effetto e farsi notare, di ricordarsi sempre che quando si parla non lo si fa ad uno schermo, ma che dietro ci sono le persone e le conseguenze di quello che si scrive e che si dice ci sono e a volte sono anche molto pesanti. Bisogna sempre pensare prima di scrivere». Avete avuto casi particolari nella vostra scuola? «Grazie a Dio casi di bullismo in senso violento no. Ogni tanto però è stato necessario intervenire perché magari si sono presentate situazioni spiacevoli sui social e volevamo evitare che la situazione degenerasse». Passiamo alla sua “altra” vita, quella in cui invece che correggere compiti crea storie. Parliamo delle sue fatiche letterarie. Come le è venuto di passare da insegnante a scrittrice? «è una passione che ho sempre avuto. Come racconto ogni tanto quando vado a presentare i libri, la scrittura si associa ad un periodo non particolarmente bello della mia vita. Avevo bisogno di qualcosa

che in un determinato momento della mia esistenza mi aiutasse e la scrittura è stata la prima cosa a cui ho pensato. Mi faceva un gran bene passare un paio di ore in compagnia dei miei personaggi e dei loro posti: ‘viaggiavo’ con loro e poi tornavo carica alla vita di sempre. Poi, visto che mi pareva che il risultato fosse lusinghiero, mi sono detta ‘perché non tentare anche di diffondere la mia opera?’. Due libri li avevo pubblicati io, mentre per l’ultimo “Il vestito di Marabù”, il terzo, ho provato a chiedere il parere di una casa editrice e ho avuto esito positivo. è stata una grande soddisfazione». Di che cosa parlano i suoi libri? «Sono tutti gialli, perché sono appassionata di quel genere. Mi rendo conto che dovrei forse tentare qualcosa di più originale, perché sono molto “agata-cristiana”: ammiro molto la signora in questione e amo il giallo thriller, non mi piacciono le storie troppo sanguinanti. Il morto naturalmente c’è, ma mi piace molto di più quello che c’è intorno, il colpevole, la tensione, l’interagire dei personaggi, che non è sempre chiaro chi siano e che ruolo abbiano, per cercare anche di confondere un po’ le idee al lettore, se no è tutto troppo facile!». Quanto tempo ha dedicato alla stesura dei libri? «Il tempo è sempre variabile, con una grandissima incognita, perché il tempo per scrivere lo rubo a tante altre cose. Mi è capitato di scrivere spesso alla sera. Il libro, gioco-forza, diventa una delle ultime cose da fare, perché prima ci sono altre priorità». Ha in mente un quarto libro? «Sì…bisognerebbe però chiedere anche il parere dell’editore! Quando ho pubblicato quest’ultimo libro che parla di Mornico Losana, ho pensato che fosse una cosa carina far continuare le indagini a zonzo per l’Oltrepò, quindi mi è balenata l’idea di portare la scena da un’altra parte. Vedremo cosa riuscirà a combinare la protagonista del mio racconto…». di Elisa Ajelli


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Nuovo Club Alcologico,16 centri di aiuto in tutta la Provincia per chi vuole smettere di bere Smettere con alcol o droghe coinvolgendo famigliari e parenti. è stato inaugurato nelle scorse settimane a Stradella il Club Alcologico Territoriale, realizzato con Metodo Hudolin (dal nome del suo ideatore), su iniziativa dell’Associazione dei Club Oltrepò ed il Patrocinio del Comune. Non si tratta di un’iniziativa nuova: sono già 16 in tutta la Provincia i centri di questo tipo, di cui uno nella vicina Broni e un altro in procinto di apertura a Voghera. Segno di come siano sempre di più le persone che chiedono aiuto per liberarsi da un rapporto difficile con la bottiglia o con le sostanze stupefacenti. In Italia sono presenti circa 1800 Club, distribuiti in tutte le regioni italiane e riuniti nell’Associazione AICAT (Associazione Regionale dei Club Alcologici Territoriali). Erika Agostino, assistente sociale del comune stradellino, ci spiega la nascita di questo Club. Come è nata l’idea di realizzare questa attività? «è una proposta che è arrivata da Broni. Lì infatti esiste già un Club Alcologico storico. Siccome le persone che andavano lì erano davvero tante e arrivavano in molti anche da Stradella, hanno chiesto al comune se c’era la disponibilità di un locale. Essendo un gruppo di ‘auto mutuo aiuto’ avevano la necessità di un locale ad uso gratuito, come succede anche a Broni». Il Comune ha dato subito l’ok a questa operazione? «Assolutamente sì. Siamo sempre attenti a queste situazioni particolari». Come funziona questo club? Di che cosa si tratta nello specifico? «Il Club è una Comunità multifamiliare di persone e famiglie con problemi correlati ad alcol e ad altre sofferenze quali fumo,

altre droghe, gioco d’azzardo… Ed opera attraverso incontri settimanali, di circa un’ora e mezza, durante i quali ognuno dei partecipanti ha l’opportunità di ascoltare, parlare, condividere il proprio vissuto, i sogni, le fatiche, le speranze, il percorso di sobrietà da alcol e droghe, di crescita e di cambiamento personale e familiare. Nel Club si costruisce e condivide un clima di accoglienza, amicizia, solidarietà, amore. Ci si impegna, inoltre, a non giudicare e al rispetto della riservatezza». Come si può accedere? «Bisogna prima fare una telefonata, comunicare che si vuole iniziare un percorso presso questo club. Dopo ci sarà un primo colloquio con il servitore-insegnante». Chi è questa figura? «è un volontario adeguatamente formato, denominato appunto Servitore-Insegnante, che ha il compito di facilitare e stimolare il confronto tra le famiglie e promuovere, sia nel Club che nella Comunità, le conoscenze utili a proteggersi dai rischi di alcol e droghe e a costruire salute. Le famiglie del Club si impegnano ad essere interlocutori fortemente interattivi con i vari livelli della rete sociale della Comunità, e collaborano con i Servizi Sociali e Sanitari sia territoriali che Ospedalieri». Erika invece il suo ruolo qual è? «è stato quello di permettere loro di aprire. Mi sono occupata di individuare il luogo, insieme alla Giunta comunale e ho seguito l’iter. Non ho però un ruolo attivo all’interno del club perché per farlo bisognerebbe aver svolto il corso. Il mio ruolo è comunque quello di fare rete: tra gli obiettivi del club algologico non c’è solo accogliere le persone che hanno un problema di dipendenza ma anche il ‘buttarsi’ all’esterno,

fare rete sul territorio. Una delle prime cose che ho fatto è stata coinvolgere il centro sociale dicendo che quelle che saranno le iniziative di prevenzione sul territorio a livello di incontri pubblici saranno organizzate in collaborazione con loro». Che differenza c’è tra il Club Alcologico e quello degli Alcolisti Anonimi? «Mentre quello dei giocatori anonimi e degli alcolisti anonimi segue il programma dei 12 passi (un particolare metodo di recupero dalle dipendenze), questo invece segue il metodo Hudolin. La differenza sostanziale è che rispetto agli anonimi, qui possono anche partecipare le famiglie o amici. Questo metodo prevede, infatti, il coinvolgimento della rete parentale». Per lei che si occupa di prevenzione da tanti anni che significato ha questo club? «Per un’assistente sociale come me avere il club algologico territoriale a Stradella è il raggiungimento di un obiettivo, anche perché molto spesso capita che se una persona ha un grave problema di alcol magari non ha neanche la patente. Così la persona con problemi può raggiungere la sede a piedi, avendola in città. Questa prossimità, questa vicinanza è molto importante». Il Club di Stradella si incontra tutti i giovedì dalle 20.30 alle 22, in via Montebello n° 27. Il Servitore-Insegnante è Giorgio Crisopulli, e l’invito che rivolge a chi si trova in una situazione di difficoltà, ai familiari, agli amici è di mettersi in contatto telefonico al numero dedicato Crisopulli,, ci spiega nel dettaglio l’attività? «In pratica le famiglie si ritrovano una volta alla settimana. Sono proprio queste famiglie che si confrontano tra di loro e condividono questi momenti. Si “gioca” un po’

sul controllo delle emozioni: per esempio, se qualcuno si è arrabbiato un po’ troppo durante la settimana si cerca di regolare la rabbia… si parla sempre in prima persona e si impara a parlare di se stessi». Il suo ruolo all’interno del club qual è? «Sono il moderatore. Sono quello che ha più esperienza nel gruppo e che ha un po’ di corsi alle spalle. Dapprima un corso di sensibilizzazione e poi vari corsi di aggiornamento continuo che si fanno ogni mese. Sono anche presidente dell’Arcat Oltrepò. Durante le sedute, ci mettiamo in cerchio e c’è un diario dove prendiamo gli appunti di quanto detto durante l’incontro. La settimana successiva ripartiamo da lì». Svolge questo ruolo da molto tempo? «Quello di Servitore-Insegnante l’ho appena cominciato, ma sono nell’associazione da undici anni. Ho parecchia esperienza. E come tutte le famiglie che si avvicinano a questa realtà, ho avuto anche io problemi di alcol. Mi sono avvicinato per un problema mio e ho visto che funziona. Purtroppo non funziona con tutti, perché le famiglie tendono a nascondersi a volte. Per me è stato un percorso positivo, che mi ha permesso di tornare a stare bene e mi sono affezionato a questo modo di vivere. E ho recuperato il rapporto con la mia famiglia, cosa davvero fondamentale». Ci sono regole all’interno di questo gruppo? «No. Però ci sono cose che non bisogna fare. Io tengo molto, per esempio, al fatto che nessuno deve offendersi e nessuno deve offendere. Voglio che ci sia molta educazione all’interno del Club». di Elisa Ajelli


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Partiti da San Damiano al Colle, facendo prima i carretti di legno e poi le botti Una tradizione che si ripete da anni e una professionalità indiscussa: tutto questo è la famiglia Valizia, da generazioni leader nel campo della falegnameria. Falegnami da cinque generazioni, i Valizia continuano a trattare il legno con la competenza e l’abilità di sempre. Utilizzano tecniche innovative e il loro laboratorio stradellino è attrezzato con macchinari all’avanguardia e molto sofisticati. La loro caratteristica principale è però una: mantenere l’artigianalità. Attualmente della famiglia Valizia lavorano nello stabilimento i fratelli Marco, Giovanni ed Elena, il cugino Paolo e Daniela, moglie di Giovanni, e due operai addetti alla verniciatura. Marco, ci spiega in che modo mantenete l’artigianalità? «Curiamo ogni dettaglio. Ogni fase di lavorazione, infatti, viene seguita con la massima cura, dalla ricerca dei legni più pregiati, ai complessi procedimenti di costruzione, fino alla verniciatura e alla posa in opera, affidata a personale altamente specializzato. Siamo uniti da sempre dalla passione per il lavoro, dallo spirito di sfida nei confronti della tecnologia e dall’amore per il legno e offriamo quindi prodotti finiti di livello per precisione e qualità». Elena, facciamo però un passo indietro e partiamo dalla storia della vostra famiglia. «Bisogna andare molto indietro in effetti. Siamo nel 1850: siamo riusciti a risalire per testimonianze e definire questo anno di inizio attività. I Valizia sono partiti da San Damiano al Colle, facendo prima i carretti di legno e poi le botti. Sono sempre falegnami e artigiani del legno. La conoscenza della tradizione di famiglia si fa poi più viva con nostro nonno, il padre di nostro padre. Lui aveva progettato e realizzato la prima sega circolare per segare i tronchi del legno: venivano artigiani da tutte le parti perché era davvero l’unico che si era cimentato con questo oggetto. Poi era andato anche a Milano, che per l’epoca era un viaggio non indifferente, per imparare a fare l’intaglio a mano, con martello e scalpello. Ha proseguito poi nel realizzare i mobili, ha partecipato a tanti concorsi e ha vinto tanti premi e abbiamo ancora la camera da letto interamente realizzata da lui: è stato un lavoro meraviglioso, un vero e proprio capolavoro, lui era proprio un vero artista, aveva la passione, necessaria per ogni tipo di lavoro, e un estro fuori dal comune». Avete avuto la fortuna di ‘vivere’ questi momenti? «Sì, noi siamo nati e cresciuti con i nonni. Lui ci ha fatto davvero apprezzare tante cose, anche aldilà del lavoro: i profumi del legno, la magia di questo settore».

Giovanni, Paolo e Marco Valizia nel loro stabilimento

E dopo un po’ si è specializzato nei serramenti… «Esatto. è stato anche grazie al momento, al periodo che richiedeva di più il genere arredamento, c’era il boom economico. Hanno iniziato nel frattempo anche mio papà e mio zio ad aiutarlo e noi siamo cresciuti ancora di più tra ditta e casa, c’era anche mia mamma che teneva la contabilità, e qualche operaio. Mio papà ha lavorato poi fino a due anni fa, nonostante i suoi ben 88 anni. E da ormai tanti anni sono entrati in ditta anche i miei due fratelli e mio cugino». In tutti questi anni ci sarà stata una grande evoluzione… «Decisamente. Anche a livello di macchinari. Però si è mantenuta sempre l’artigianalità, la scelta dei legni, la posa. E il post vendita. Noi siamo molto conosciuti anche per questo: abbiamo clienti che vengono da noi dopo vent’anni». Come raggio di azione dove siete? «In tutto il territorio dell’Oltrepò, sul pavese e anche su Milano. Abbiamo servito anche clienti con la seconda casa in Liguria». Elena, lei è l’addetta alla vendita? «Sì, è un campo che mi piace molto. Faccio preventivi, seguo il cliente nell’acquisto, li aiuto a trovare i colori giusti… mentre i miei fratelli e mio cugino sono nella parte produttiva e Daniela invece si occupa dell’amministrazione». Torniamo a Marco. Come avviene la scelta del legno? «Tutto dipende da ciò che ci viene chiesto. A seconda del legno che il cliente

vuole noi scegliamo le qualità migliori. Al giorno d’oggi la scelta migliore è rappresentata dai lamellari: sono quei legni che legni giuntati, che non hanno deformazioni e sono i più belli a vista. Per noi lavorare bene è la miglior pubblicità possibile e ci teniamo moltissimo. Il passaparola è determinante e basilare per noi e quindi cerchiamo di lavorare bene sul prodotto finale, con i legni giusti, la ferramenta, le maniglie e tutto quello che serve». Come è cambiato il mondo nel vostro settore? «Tantissimo. Specialmente nell’edilizia, che è una realtà che ha avuto nel tempo un forte calo. Qualche tempo fa due nostri operai sono andati in pensione ma non li abbiamo rimpiazzati perché il lavoro era sufficiente per quelli rimasti. Però abbiamo preso due artigiani che chiamiamo nel momento del bisogno. Questi operai sono rimasti con noi davvero sempre, dai 14 anni fino alla pensione. Per noi è una grande soddisfazione, un orgoglio, sia per loro che per noi. Questo significa che abbiamo sempre trattato bene i nostri dipendenti e c’è sempre stato un rapporto che è andato aldilà del lavoro. Come lavoro in sé, prima ce ne era di più e c’erano lavori grandi, adesso ci sono tante piccole cose. E poi nelle famiglie ci sono sempre meno soldi, a mio parere, e l’economia gira meno. Prima forse c’era più fascino nel creare oggetti in legno». Siete anche molto attenti all’ecologia: ci spiega in che modo? «Noi abbiamo un impianto in cui durante l’estate accumuliamo nel silos tutti i tru-

«Segatura e trucioli alimentano la caldaia e il nostro riscaldamento è questo. È da vent’anni che facciamo così» cioli e la segatura. Durante l’inverno, poi, bruciamo quello che abbiamo prodotto. Questo alimenta la caldaia e il nostro riscaldamento è questo. È da vent’anni che facciamo così, segatura e trucioli creano un caldo pazzesco». Come avviene la produzione? «Facciamo quello che facevano i nostri ‘vecchi’: partiamo dalla materia prima, la tavola di legno, e andiamo avanti a costruire la finestra o la porta, la verniciamo e la posiamo dal cliente. Tutte le operazioni sono gestite da noi». Il fatto di essere in una piccola città è un vantaggio secondo voi? «Senz’altro. La città grande può essere più dispersiva. Inoltre tanti si sono riversati su Milano negli ultimi tempi, lì c’è una concorrenza pazzesca. Noi stiamo bene qui». di Elisa Ajelli


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«Ho voluto la bici e adesso devo pedalare fino alla fine» Marco Scabiosi, classe 1967, è il sindaco di Rovescala dal giugno 2016. Alla sua prima esperienza politica e come primo cittadino, ci spiega come sta andando il suo paese e le novità che questo 2019 porterà. Tre anni da Sindaco. Un bilancio di questa sua prima esperienza politica «Posso dire che sia io che tutto il mio gruppo pur essendo alla nostra prima esperienza, siamo partiti subito alla grande, e abbiamo dovuto imparare tutto ciò che riguarda la macchina amministrativa, con tutta la burocrazia che ne consegue e che circonda questo mondo. Piano piano abbiamo cercato di apprendere tante cose». Come mai ha deciso di intraprendere questa avventura? «Mi sono confrontato davvero con il vicino di casa, che è colui con cui ho affrontato questo percorso. L’intento di base è stato quello di impegnarsi socialmente, non criticando e basta: spesso viene spontaneo farlo quando non si conoscono certe realtà. Nel 2015 abbiamo iniziato a parlare di questa eventualità e poi abbiamo creato il gruppo, con un continuo confronto e la continua voglia di incontrarci. Forse in modo un po’ incosciente ma abbiamo co-

minciato questa avventura!». Avrà poi trovato le normali difficoltà che incontrano anche i sindaci più navigati. «Devo dire che ho parlato con chi amministra da anni e alcuni mi hanno detto di essere intenzionati a rinunciare a questo ruolo, perché trovano davvero tante, troppe differenze tra adesso e quando avevano cominciato. Mi dicono anche che io sono fortunato perché ho iniziato già con queste nuove regole amministrative». Come primo bilancio cosa si sente comunque di dire? «Direi che è positivo, forse soprattutto dal punto di vista umano. Con questo carica ho potuto conoscere molto meglio diverse persone, che prima conoscevo solo di vista. Ascolto molto volentieri qualsiasi problematica che ci può essere e questo lavoro mi sta piacendo. Dal punto di vista tecnico, abbiamo iniziato nel 2016 quando lo Stato ha messo un sacco di vincoli di finanza: però il fatto di essere arrivati sempre con un pareggio di bilancio, con tutte le spese sostenute, non è da poco. Ritengo quindi che per il momento sia una esperienza molto bella. Cerco sempre di non lamentarmi dei problemi e qualcuno mi ri-

corda che ‘ho voluto la bici’ e adesso devo pedalare fino alla fine!». A Rovescala sono stati fatti un po’ di lavori? «Abbiamo fatto diverse richieste di contributo, ma nonostante siamo sempre rientrati in graduatoria non abbiamo ricevuto i finanziamenti. Comunque siamo riusciti a fare qualcosina con i nostri mezzi. Quest’anno abbiamo in programma diversi cantieri: prima di tutto il restauro parziale del cimitero, sistemeremo poi la sede municipale, faremo una riqualificazione importante per i campi di gioco dei nostri ragazzi e non solo e poi qualche intervento per l’arredo urbano, per il verde pubblico e l’illuminazione. E infine aumenteremo qualche telecamera in paese». è terminata da poco la tradizionale manifestazione che si svolge nel vostro paese, la primavera dei Vini, che ha sempre un grande successo. Abbiamo voluto come amministrazione portare una ventata di aria fresca quando siamo arrivati, cercando di spostare l’attenzione e la manifestazione al centro del paese. La proloco ha fatto e fa sempre un lavoro immenso per la buona riuscita dell’evento. E vorremmo riusci-

Marco Scabiosi, eletto sindaco nel 2016 è al suo primo mandato re, insieme a loro, ad aumentare nel corso dell’anno gli eventi legati al nostro prodotto principe, la Bonarda. La primavera dei vini è andata veramente bene, grazie sicuramente anche al bel tempo e grazie all’ottima organizzazione: si parla dell’edizione numero 36 dell’evento e quindi di un prodotto ormai consolidato nel tempo». Avete altri eventi in programma? «La proloco ha le feste tradizionali di maggio, della Madonna di Caravaggio, e ad agosto, quando c’è la vera e propria festa di Rovescala. Vorremmo aggiungere un evento legato alla rassegna Calici di stelle, ad agosto, e una serata sfruttando il borgo medievale. Vogliamo e dobbiamo aumentare la visibilità su Rovescala». di Elisa Ajelli


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«Fusione? La farei già tra Broni e Stradella, figurarsi tra piccoli Comuni» Quella di Pietro Gramegna, sindaco di Zenevredo da tre mandati ma con un excursus politico ancora più lungo, è una voce importante nel coro di chi vorrebbe le fusioni tra Comuni. Non soltanto la auspicherebbe per il proprio, ma addirittura la consiglierebbe a Broni e Stradella. La sua filosofia è semplice. «Risorse in Comune significano migliori servizi». La realtà è invece diversa e troppo spesso progetti di questo genere si arenano sui campanilismi di Provincia. Per lui amministrare il suo piccolo paese di 486 anime è una vera e propria missione: in questa intervista ci parla e ci spiega il suo punto di vista su diverse questioni. Sindaco, da quanto è alla guida di Zenevredo? «Da molto molto tempo! Sono al terzo mandato consecutivo come primo cittadino. Ma ho davvero una lunga permanenza in comune, in quanto ero presente già da prima». Una vita per il comune, quindi. Il suo è un comune piccolo: come si trova ad amministrarlo? «Diciamo che negli anni la situazione si è evoluta nel senso più complicato del termine. Le incombenze sono quelle dei comuni più grandi con risorse ben più ridotte, sia a livello di risorse umane che economiche. Al cittadino bisogna assicurare i servizi a prescindere ed è quindi complicato. Di sicuro c’è il fatto che il rapporto con le persone è bellissimo, sicuramente differente dalle grosse metropoli dove non si sa neanche con chi si sta parlando. Però bisogna essere in grado di assicurare ai cittadini quei servizi essenziali».

Pietro Gramegna

Lei è un sostenitore delle Fusioni tra Comuni, ma finora in Oltrepò se ne sono viste davvero pochissime. Come mai secondo lei? «Credo che siano difficili da accettare per la testa della gente e magari degli stessi amministratori dei comuni che si hanno a fianco. Io sono favorevolissimo perché ritengo che se si uniscono le risorse si riescono a dare migliori servizi. Parlo delle risorse economiche ma non solo. Può essere una gran cosa anche sotto il profilo delle risorse umane interne nei vari comuni: si potrebbe erogare un miglior servizio. è complicato, soprattutto, ribadisco, nella testa della gente che magari fa fatica a non avere più il “comune” sotto casa: ma basta pensare che anche solo per fare due passi prendiamo la macchina, quindi potrebbe non essere un problema prenderla per spo-

starsi nel comune vicino se si hanno bisogno di determinati servizi». Secondo lei l’Oltrepò avrebbe bisogno di molte Fusioni? «A mio parere è troppo frazionato e dovrebbe unirsi in pochissimi comuni. Nella mia visione di insieme credo che ci sia già poca logica nell’avere distinti Broni e Stradella, figurarsi con i comuni più piccoli». Pensa che il fatto di avere il Ministro Gian Marco Centinaio a capo del Ministero dell’Agricoltura possa essere un vantaggio per il territorio? «Più che pensarlo lo spero. è un ministro della zona, che conosce il territorio e credo che possa aiutare a modificare l’assetto dell’Oltrepò e quello che concerne il livello infrastrutturale, perché in questo campo siamo messi parecchio male. Quando mi muovo per l’Italia e vedo le colline toscane o umbre sinceramente non penso che si possano trovare molte differenze a livello di ambiente e paesaggi rispetto a noi. Si vedono invece a livello di infrastrutture e di servizi erogati. C’è quindi la grossa differenza che altri attraggono turismo e noi no». Tornando al suo paese, Zenevredo, per questo 2019 cosa avete in programma? «Abbiamo messo in campo una serie di interventi sulle strade, con l’utilizzo dell’avanzo di amministrazione che era stato congelato dalle leggi nazionali di bilancio. Da fine 2018 si è potuto riutilizzare. Siamo riusciti a non sperperare soldi prima e a metterne da parte, così adesso riusciamo a fare un po’ di lavori. Le nostre strade ad essere sincero non sono conciate

Pietro Gramegna è sindaco da tre mandati: «Quest’anno investiremo sulle strade» malissimo, ma siamo riusciti comunque a fare dei progetti grazie anche allo stanziamento dei quaranta mila euro dati dal governo ai comuni sotto i duemila abitanti per i recuperi stradali. Così nella tarda primavera/inizio estate dovremmo andare a mettere mano alle nostre strade». Visto che lei governa il suo paese da tanto tempo, ci può svelare qual è il segreto per avere sempre l’entusiasmo per continuare ed amministrare bene? «La vedo sotto un altro aspetto: fare il sindaco di un paese come questo è una missione! Quindi nel momento in cui si decide di farlo, si deve amministrare come se fosse casa propria solo un po’ più in grande. Bisogna ragionare con la stessa filosofia e cercare di ottenere il massimo, con le poche risorse che si hanno, per avere un paese decoroso». di Elisa Ajelli

Codice di autoregolamentazione per la pubblicità elettorale per le Elezioni Europee e Amministrative del 26 Maggio 2019 Ai sensi e per gli effetti della L. 22/2/2000 n. 28 così come modificata dalla L.6/11/2003 n. 313, del D.M. 8/4/04 e delle successive delibere dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ( Delibera n. 1/18/ CONS e Delibera Delibera n. 2/18/CONS) per il mensile IL PERIODICO NEWS, per il portale online www.ilperiodiconews.it ; e per la pagina Facebook https://www.facebook.com/ilperiodiconews/ Documento redatto ai sensi della legge 22 febbraio 2000 n. 28 e s.m.i. e dell’art. 20 della deliberazione n. 84/06/csp dell’autorità per le garanzie nelle comunicazioni, pubblicata sulla gazzetta ufficiale della repubblica italiana n. 87 del 13 aprile 2006. Thor Press S.r.l.s intende pubblicare sulla testata Il Periodico News e sul sito web www.ilperiodiconews.it messaggi elettorali a pagamento in occasione delle elezioni europee ed amministrative che si terranno il 26 maggio 2019. Tali messaggi riporteranno la dicitura “Pubblicità elettorale” e il nome del committente per il candidato. Tutto ciò nell’ambito della legge che regolamenta la vendita degli spazi pubblicitari per propaganda elettorale nel rispetto delle Delibere adottate dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni della Repubblica Italiana. Alla luce di quanto sopra, rende noto quanto segue: 1) gli spazi di propaganda saranno offerti a tutti i partiti, a tutte le liste e a tutti i singoli candidati che ne facciano richiesta; 2) in caso di alleanze, ogni partito sarà considerato in modo autonomo; 3) le prenotazioni e la consegna del materiale sarà possibile in qualunque giorno fino a 3 giorni prima della data ultima utile per la pubblicazione e la diffusione di messaggi elettorali, e gli spazi disponibili saranno assegnati esclusivamente in base alla data ed ora della stipula del contratto; 4) in ottemperanza alle norme di legge che vietano di effettuare pubblicità nel giorno antecedente alle elezioni, la pubblicità di cui sopra verrà rimossa entro le ore 24 del giorno prima delle elezioni; 5) per prendere visione delle tariffe dei banner e per richieste di informazioni e di pubblicazione di messaggi elettorali a pagamento si può scrivere all’indirizzo info@ilperiodiconews.it o telefonare al numero 0383-944916. 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«“Autieri Camp” nasce dalla nostra esperienza durante l’emergenza terremoto» L’Associazione Nazionale Autieri d’Italia nacque nel 1918, quando un gruppo di reduci automobilisti della prima guerra mondiale, motivati dallo spirito di corpo, promosse l’iniziativa di costituire un’associazione che li rappresentasse. Venne così fondata, nel 1921, l’Associazione Nazionale Automobilisti in Congedo (ANAC). Oggi l’ANAI ha 82 Sezioni sul territorio nazionale, una rappresentanza negli Stati Uniti e soci vari in Europa e nel Sud America per un totale di circa 5.000 iscritti, tra autieri in congedo ed in servizio. Sul nostro territorio l’ANAI è presente con la “Sezione Oltrepò Pavese - Sergente Maggiore Tiziano Pinardi”, che dal 2015 ha sede a Santa Maria della Versa, la quale il prossimi 4-5 maggio organizzerà l’”Autieri Camp”. Abbiamo intervistato Dante Crosignani, noto commerciante di Santa Maria della Versa, consigliere referente ANAI. Ad oggi la vostra sezione quanti soci conta? «Siamo circa 80 soci e siamo in continua espansione. Purtroppo gli Autieri erano un corpo con pochissima partecipazione a livello militare, dato che è solo il corpo automobilistico dell’Esercito. Giusto per dare una proporzione c’è un Autiere ogni dieci Alpini. La Sezione Oltrepò Pavese è una delle più numerose». Nel 2015 vi siete trasferiti a Santa Maria della Versa. Come mai questa scelta? «Ci siamo trasferiti direttamente da Barbianello, sede storica dal 2003. La Parrocchia di Santa Maria, grazie a Don Bruno Scanarotti, ci ha dato in comodato d’uso gratuito l’area ex campo da tennis, da anni in stato di abbandono e da noi completamente rifatta. Tale stabilimento l’avevamo già acquisito nel 2011, dato che in quel periodo erano ai corso alcuni eventi naturali in questa zona, ma fino al 2015 non abbiamo ufficialmente reso operativa l’attuale sede. La nostra sede di Barbianello era troppo piccola, composta da una sola stanza, per lo più da condividere con la sezione alpini. Abbiamo quindi colto l’opportunità offertaci dal Parroco, che ancora ringraziamo». Come sono i vostri rapporti con le altre associazioni locali e con le amministrazioni? «Tutto sommato pensiamo di essere un’associazione collaborativa, in buoni rapporti con tutti. Le nostre finalità sono comunque diverse dalle altre associazioni locali. Abbiamo collaborato sia con l’attuale amministrazione, a fine mandato, sia con quella precedente. Durante l’amministrazione Lacchini, con il gruppo protezione civile ANAI di San Bassano, avevamo pulito il canale di scolo di Moglialunga il quale era stato soggetto di un’alluvione. Siamo in buoni rapporti anche con le sezioni di

Dante Crosignani Protezione Civile locali. Durante questa amministrazione abbiamo dato il meglio di noi stessi, organizzando tantissime cose. Ci teniamo a ringraziare l’amministrazione che ci ha sempre supportato nelle nostre attività, tant’è che a fine mandato il Sindaco ci ha consegnato, in presenza di autorità civili e militari, una targa ricordo a testimonianza della collaborazione avuta in questi anni». A Santa Maria avete fatto una grande opera di recupero di alcune zone dismesse. Avete altri progetti in cantiere? «Un paio di anni fa abbiamo recuperato Parco della Rimembranza, presso il Cimitero di Soriasco, in cui abbiamo inserito un cippo commemorativo in ricordo dei caduti, finanziato dall’amministrazione. Sempre presso il Cimitero abbiamo inaugurato il Sacrario dedicato ai caduti di tutte le guerre. Grande soddisfazione ci ha dato il recupero del parco comunale adiacente alla nostra sede di Via Moravia. Questo parco è composto da circa cento piante, le quali venivano piantate in occasione di ogni nascita, a partire dagli anni ’80 fino ai primi anni 2000. Purtroppo i costi di manutenzione di questo parco erano enormi, e venne lasciato in completo abbandono. L’amministrazione ha risposto positivamente alla nostra richiesta di gestire il parco, ripristinandolo ed inserendo vari giochi recuperati dal vecchio parco giochi comunale. L’amministrazione ha voluto dedicare questo parco agli “Autieri caduti in tempo di guerra e di pace”. Quest’iniziativa è stata apprezzata da tutta l’associazione e dai vertici nazionali. Al momento però non abbiamo altre iniziative simili in cantiere». Nel 2016 avete organizzato il vostro primo grande evento in Valversa. Un vero successo… «Abbiamo organizzato il primo grande raduno di tutte le associazioni d’arma della nostra provincia. Ci abbiamo creduto e siamo riusciti a portarle a Santa Maria della Versa. Abbiamo avuto una forte partecipa-

zione, anche da sezioni regionali e interregionali». In passato, con il vostro gruppo di protezione civile siete stati impegnati in diverse emergenze sia in Oltrepò che fuori… «Alcuni nostri iscritti fanno parte di questa Protezione Civile, distaccata dalla sezione locale. Hanno deciso di parteciparvi in quanto negli ultimi dieci-dodici anni ci sono stati parecchi terremoti e calamità naturali sul nostro territorio nazionale. Abbiamo cosi deciso di gemellarci con la Protezione Civile ANAI di San Bassano (Cremona, ndr), presieduto dal Comm. Giuseppe Papa, Capo Colonna Mobile Nazionale A.N.A.I. Nel corso delle emergenze terremoto degli anni passati abbiamo raccolto generi alimentari e di prima necessità, dal vestiario allo spazzolino da denti, da portare nei nostri campi base. Durante il terremoto di San Giacomo delle Segnate abbiamo donato climatizzatori e giochi ludici per i bambini che si trovavano presso il campo gestito da noi. In Umbria avevamo un campo autieri con la cucina per circa 200 persone e, grazie ad una lauta donazione delle Parrocchie amministrate dal “nostro” Don Bruno Scanarotti, abbiamo comprato una tensostruttura per il ricovero di foraggi per due ragazzi, i quali avevano appena ristrutturato la loro azienda e che il terremoto aveva subito distrutto» Ad Aprile vi vedremo impegnati nell’”Autieri Camp”, di cosa si tratta? «“Autieri Camp” nasce dalla nostra esperienza durante l’emergenza terremoto. Vivendo in prima persona queste esperienze, purtroppo traumatiche, abbiamo pensato

che fosse giusto far conoscere ai bambini come si svolge la vita in un campo. Abbiamo ricostruito presso la nostra sede un vero e proprio campo emergenza, con tanto di segreteria per accogliere gli “sfollati”, mensa e tende pneumatiche di prima emergenza della Regione Lombardia con tanto di brandine. Abbiamo svolto anche le esercitazioni per ogni tipo di calamità, dal terremoto all’alluvione. Tutto questo per farli trovare pronti in qualsiasi caso di emergenza. Per ragioni di sicurezza abbiamo accettato solamente una settantina di bambini, ma avevamo altre tantissime adesioni. Quest’anno avremo inoltre i cani da ricerca e le giacche verdi della Protezione Civile con tanto di cavalli. Non tutti sanno che il cavallo riesce a orientarsi meglio anche nei campi di grano e con vegetazione fitta, cosa che invece non riesce a fare il cane. Avremo anche il gruppo radio telecomunicazioni ANAI, con le quali simuleremo la ricerca dei dispersi, e il gruppo Anti Incendio Boschivo che simulerà un piccolo incendio controllato. Il format è stato ideato per lo scorso anno dalla nostra sezione ed ora verrà adottato anche nel resto d’Italia». Tra pochi giorni ci saranno le elezioni amministrative. Cosa chiedete a chi amministrerà nei prossimi cinque anni? «Chiediamo solamente di proseguire, come hanno fatto le vecchie amministrazioni, la collaborazione sia con noi che con le altre associazioni locali». di Manuele Riccardi


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«Che spumànt vòt? Quàl co la tèsta rusa» Nasce così il mito dello spumante Testarossa Il Testarossa “La Versa” nacque ufficialmente trent’anni fa, nel 1989, ma per raccontare al meglio la sua storia dobbiamo tornare indietro di parecchi anni. Da documenti rinvenuti, già nel 1907 nella Cantina Sociale di Santa Maria della Versa si produceva un “vino spumante naturale” rifermentato in bottiglia. Tutt’ora però non esiste alcuna prova che si tratti di uno spumante millesimato. Nel 1930 l’enotecnico Mario Pozzi, con l’autorizzazione del fondatore Gustavo Cesare Faravelli (che durante il ventennio aveva lasciato ufficialmente la carica di presidente, ma era di fatto colui che comandava) sperimentò l’imbottigliamento di qualche migliaio di bottiglie di spumante con rifermentazione in bottiglia, esclusivamente millesimato. L’operazione avvenne nella totale clandestinità, in una zona poco operativa del caveau. L’evoluzione venne seguita per qualche anno finché Pozzi ritenne opportuno “tirare” le prime unità. I risultati furono subito entusiasmanti e il 1930 viene tuttora ritenuto come “Il primo dei Millesimati” (che diventerà claim pubblicitario durante l’era del “Duca” Denari). Nacque così il Gran Spumante “La Versa” secco, con la storica etichetta bianca, in cui “La Versa” era in senso stretto il nome dello spumante, non della Cantina. Qualche anno più tardi, nel corso degli anni ’40, la versione “secca” venne affiancata da una versione “semi-secca”. Per differenziare questi due spumanti, i quali avevano la stessa etichetta bianca, la direzione decise di utilizzare due capsule differenti: nera per il secco, rossa per il semi-secco. Ad insaputa di molti questo è stato il passaggio fondamentale per la nascita del Testarossa. Nei bar di Santa Maria della Versa alla domanda «Che spumànt vòt?» i frequentatori iniziarono a rispondere «quàl co la tèsta rusa» (quello con la testa rossa). Nacque così, in modo informale, il termine Testarossa. Cesare Faravelli ritornò alla presidenza e negli anni ’50 la Cantina Sociale di Santa Maria, che nel frattempo era diventata nota in tutta Italia (ma anche in Francia, Regno Unito, Germania e Russia) con il “Gran Spumante Brut La Versa”, passò da cooperativa a società per azioni. Il marchio “La Versa” venne applicato sull’intera gamma di prodotti, non solo spumanti e, successivamente, divenne l’insegna della società. Il Gran Spumante semi-secco con capsula rossa rimase in produzione solo per un decennio circa. Con la morte del fondatore, la Cantina entrò in un primo periodo di crisi. La produzione del metodo classico proseguì, ma vennnero ridotte le tipologie. Anche la qualità dei prodotti iniziò a calare, puntando su grandi numeri, bottiglioni e vini per le mense. L’anno della svolta per

la spumantistica oltrepadana fu il 1972, quando i soci di “La Versa” riuscirono ad evitare la vendita della Cantina ad una multinazionale svizzera sfiduciando il presidente in carica ed eleggendo il “Duca” Antonio Denari. Tra gli anni ’70 e ’80 gli spumanti di “La Versa” invasero l’intera penisola, diventando il metodo Champenoise italiano di riferimento. Arriviamo al 1989. In quell’anno la vendita di spumanti di Santa Maria della Versa subì un brusco calo. Il Gran Spumante Brut, che tanto aveva fatto sognare l’Oltrepò, non aveva più l’appeal degli anni passati. I mercati vennero invasi da varie tipologie di metodo classico: pas dosè, demi-sec, extra brut e dry, per dirne alcuni. Un solo Brut non poteva reggere l’intera rete vendita. Perciò l’azienda inserì due nuovi metodi classici: il “Gran Spumante Extra-Brut”, millesimato 1986 e il “Gran Spumante Extra-Dry”. Il primo manteneva la storica etichetta bianca, abbinato ad una capsula blu; il secondo aveva la stessa etichetta in versione nera, ma con capsula rossa. Per mantenere la leadership della spumantistica però serviva un nome con un forte appeal sul mercato. Ed è qui che arrivò il colpo di genio dell’area commerciale: rinominare la versione Extra-Dry in “Testarossa”, unendo il vecchio “soprannome” coniato nei bar durante gli anni ’50 con il nome della più nota Ferrari, che dal 1984 stava facendo sognare il Mondo intero. La Cuvèe Testarossa venne presentata ufficialmente a Pavia, nel 1989, presso l’enoteca “Angolo di Bacco” di Strada Nuova, tenuta a battesimo dal sommelier Carlo Aguzzi. Si trattava di un metodo classico cuvèe, non millesimato, e senza denominazione d’origine. Fu subito un successo e il Testarossa diventò il metodo classico di punta dell’azienda, andando a sacrificare il più storico Gran Spumante.

Nel corso degli anni ’90 nessun amante dello spumante non poteva non conoscere il Testarossa. Riviste del settore, spot pubblicitari, gare automobilistiche e sportive. Non c’era evento importante senza il Testarossa. Lo “spumante dalla capsula rossa” diventò protagonista di numerosi cocktail e abbinamenti creati dai sommelier Ais e Aibes, diventando una vera e propria icona. C’è ancora oggi chi si ricorda della Piazzetta di Portofino, a metà anni ’90, interamente invasa di ombrelloni, tavolini e sedie marchiate “Testarossa La Versa”. Anno 2000, anno del Giubileo ed inizio del nuovo millennio. La dirigenza commerciale ritenne opportuno lanciare uno spumante commemorativo. Venne così ideato il “Testarossa Jubilèe”, caratterizzato dalla particolare bottiglia conica (già utilizzata qualche anno prima per commemorare i novant’anni dell’azienda) in formati da 0.75, 1,5 e 3 litri. Questa edizione speciale ebbe un enorme successo, sebbene fosse rimasta in commercio solo pochi anni. Cinque anni più tardi si celebrò il centenario della storica cantina di Santa Maria. Per quell’occasione il Testarossa venne sottoposto ad un forte restyling, in quanto la vecchia etichetta nero-verde venne sostituita con una più lineare, caratterizzata da vari motivi grafici, mantenendo però la storica capsula rossa. Ma il restyling non fu solo grafico: lo spumante assunse la denominazione d’origine controllata (che dal 2007 diventerà DOCG), diventando un Brut millesimato. Nella stessa occasione venne presentato anche il “Testarossa Principio”: uno spumante millesimato con maturazione a 65 mesi dalla vendemmia, commercializzato in un’apposita bottiglia speciale, caratterizzata da un motivo a riccioli. Nel 2007 venne ideato il “Testarossa Rosè”, che poi successivamente diventerà

Cruasè: uno spumante DOCG 36 mesi sui lieviti, caratterizzato dalla capsula rosa che però andava a contrastare con la storia del nome. Agli inizi del 2010 “La Versa” entrò in una forte crisi, da cui purtroppo non riuscirà mai ad uscire. Non vennero più accatastati nuovi millesimi, perché i caveau faticano a svuotarsi. La rete commerciale totalmente fuori controllo, le vendite in calo portarono a varie promozioni e svendite. Il Testarossa passò da 36 a 48 mesi, fino a diventare, nel 2016, un 96 mesi sui lieviti. “è colpa del mercato”, dissero dalla dirigenza… Nel 2015 “La Versa” entrò in regime di concordato e il Tribunale di Pavia autorizzò l’ingresso di un gruppo di investitori, capitanati dal bresciano Abele Lanzanova, i quali avrebbero dovuto rilevare il 50% della società. Nel corso della vendemmia la Cantina tornò a pigiare alcuni quintali di Pinot Nero, destinati all’imbottigliamento di una decina di migliaia di bottiglie di spumante, dalle quali avrebbe dovuto nascere il nuovo Testarossa. Il 21 luglio 2016 fu un giorno nefasto per tutto l’Oltrepò Pavese: il Tribunale di Pavia dichiarò il fallimento di “La Versa 1905 Spa” e l’amministratore delegato venne arrestato. Il 20 febbraio 2017 la cooperativa Terre d’Oltrepò e il colosso trentino Cavit si aggiudicarono la storica Cantina di Santa Maria della Versa, con tanto di marchi, magazzino e caveau. Al successivo Vinitaly la nuova dirigenza dichiarò l’intenzione di voler riportare gli spumanti di “La Versa” sul mercato d’elite, partendo proprio dal Testarossa. Arriviamo ai giorni d’oggi. Il 29 Marzo 2019, presso il The Westin Palace di Milano, la nuova “La Versa” presenta alla stampa nazionale e di settore il “Testarossa 2015”: un metodo classico DOCG brut, di 36 mesi sui lieviti, più un mese di affinamento in bottiglia, 100% Pinot Nero. Un ottimo spumante che da subito risulta fresco e che spiazza chi da una vita consumava Testarossa, in quanto abituato ad uno spumante evoluto, di 96 mesi sui lieviti, con leggera ossidazione. Ma quelle del millesimato 2015 sono le caratteristiche originarie, quelle del vero Testarossa. Un millesimato che sicuramente riuscirà ad imporsi e a far da traino per tutto l’Oltrepò. di Manuele Riccardi


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«Qualunque miglioramento in materia è stato fatto grazie a noi» L’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili è stata fondata a livello nazionale nel 1956. Nel 1978 è stata riconosciuta, per decreto del Presidente della Repubblica, come l’Ente morale che per legge ha il compito di tutelare e rappresentare in Italia i diritti morali ed economici di tutta la categoria degli invalidi civili, vigilando anche sulle amministrazioni pubbliche per impegnarle ad attuare il rispetto degli obblighi di legge nei loro confronti. Angelo Achilli, 42 anni imprenditore agricolo di Santa Maria della Versa, volontario sin dal 2003, dal maggio scorso è alla guida di ANMIC Pavia in qualità di presidente provinciale. Achilli, da quando la vostra associazione è presente nella nostra provincia? «A Pavia siamo presenti dalla fine degli anni ’60». Quanti associati avete? «ANMIC nazionale vanta circa 180.000 associati, opera su tutto il territorio nazionale attraverso le sue 104 sedi presenti in ogni città capoluogo, le 19 sedi regionali ed oltre 350 delegazioni comunali. A livello provinciale abbiamo circa 4000 iscritti di cui, nello specifico, un migliaio in Oltrepò. Oltre alla sede provinciale di Pavia abbiamo delegazioni a Voghera, Vigevano, Broni, Vidigulfo e Belgioioso». Nello specifico di cosa vi occupate? «L’associazione si occupa principalmente di seguire il Disabile a partire dal momento in cui presentiamo domanda presso la commissione di accertamento di invalidità, in tutte le problematiche sanitarie, legali e fiscali. In provincia di Pavia offriamo ai nostri associati un supporto legale con tre avvocati, due medici legali e una quindicina, tra impiegati e volontari, che arrivano capillarmente a coprire buona parte del territorio pavese. Inoltre siamo autorevolmente inseriti in tutte le commissioni di accertamento di invalidità, sia all’INPS che al ASST, con il nostro medico di categoria presente per legge. I miei maestri in ANMIC mi hanno insegnato che il miglior modo per perdere un diritto è quello di non conoscerlo. Le persone con disabilità, per ottenere i propri legittimi diritti, hanno bisogno di informazioni precise e puntuali che possono trovare qui in ANMIC. Senza intenti polemici, devo dire che negli anni c’è stato un pullulare di associazioni che vorrebbero tutelare e informare i disabili, ma noi quotidianamente vediamo rivolgersi presso i nostri uffici persone che, antecedentemente rivoltosi a referenti non preparati, hanno perso tempo, denaro e diritti. Spesso noi li avvisiamo della possibilità di fare ricorso in tribunale per vedere ottenute le loro legittime richieste. Capita anche che i medici di base, una volta compilato il certificato telematico per l’invalidità, indirizzano l’utente verso generici patro-

abbiamo avuto parecchia collaborazione. Noi abbiamo segnalato casi di gravi ritardi nelle revisioni di Legge 104, esenzioni ticket ed accompagnamento di persone e loro hanno dato massima disponibilità e hanno lavorato sodo per risolvere i problemi. Però rimane un grosso problema a livello di personale INPS. Sono oltre dieci anni che non viene indetto un concorso di assunzione del personale ed ora, con “Quota 100” andranno in penAngelo Achilli, alla guida dell’associazione Nazionale sione circa 20 impieMutilati e Invalidi Civili di Pavia gati dell’INPS. Questo sarà un disastro annunciato, non ci sarà più cinatori, non sapendo che AMNIC è l’ente la capacità di trasmettere l’esperienza tra più preparato e specializzato in materia di un capo settore e i nuovi assunti che doinvalidità civile». vranno imparare da se. Capita spesso che venga burocraticaIl Disabile vero può aspettare anche più di mente negato un diritto ad un portatore 6 mesi per avere un riconoscimento! di invalidità? Io rinnovo qui l’invito ai parlamentari del «Noi facciamo circa un centinaio di ricornostro territorio, in particolare i rappresensi all’anno, e otteniamo successo in oltre il tanti del governo, a far si che questo con90% dei casi. Ci sono due aspetti a riguarcorso all’INPS venga fatto presto, perché do. In primo luogo l’ente erogatore, che è siamo in una situazione drammatica, non l’INPS, sovente non ottiene da parte del solo per le persone che hanno invalidità, cittadino richiedente una documentazione ma anche per le persone che vanno in penmedica tale da poter ottenere il riconoscisione e hanno bisogno dell’INPS per motimento del diritto. Se il Disabile si rivolge vi previdenziali di vario genere». a noi in prima istanza siamo in grado, in Come associazione come vi comportate maniera accurata, di dire all’invalido dove nel caso in cui vi si presenti un “falso inmigliorare la richiesta, integrandola con valido”? documentazione adeguata, in modo da eli«Sarebbe nel peggiore interesse dell’aspiminare qualsiasi dubbio. rante falso invalido passare da noi, gli neL’altro aspetto è quello più negativo. C’è gheremmo la possibilità di associarsi dato l’impressione che l’INPS, quando possa, che lottiamo quotidianamente, e con diffineghi dei diritti legittimi a persone che cercoltà crescenti, per far riconoscere diritti a tamente non stanno simulando in malafede chi disabile lo è per davvero. patologie inesistenti». Il primo filtro che ferma il falso invalido In che senso? e che fa anche risparmiare tempo e denaro «Noi dobbiamo ricordare che l’ex presiall’ASST e all’INPS è proprio ANMIC, in dente dell‘INPS, Tito Boeri, con determiquanto portiamo nelle commissioni medina presidenziale, ha dato di fatto degli inche solo disabili che ne hanno i requisiti centivi economici a quei medici dell’area Ci sono anche casi di persone che, in buomedico-legale dell’INPS che avessero rena fede, hanno idea di avere dei diritti su vocato pensioni. Questo è qualcosa che va delle invalidità che poi effettivamente non contro il Giuramento di Ippocrate e contro ci sono. Anche queste vengono fermate e anche la legge. Io sono certo che i medici scoraggiate. Questo si traduce in un grande dell’INPS abbiano tutti un’ottima coscienrisparmio sia per INPS che per ASST. za professionale e che abbiano rispettato i ANMIC è già un ottimo strumento di raloro giuramenti. Noi ci fidiamo della prozionalizzazione delle risorse per gli enti fessionalità dei medici, però questo è stato preposti per risparmiare tempo e denaro». un segnale bruttissimo». Quali sono stati i più grandi successi Quindi come definisce i rapporti con gli dell’ANMIC a livello nazionale? enti erogatori? «A livello nazionale tutto, e sottolineo tut«Ci tengo a precisare che nell’ultima riuto, ciò che è stato fatto in materia di disanione di ANMIC e FAND (Federazione bilità è stato fatto con ANMIC. Prima della delle Associazioni Nazionali delle Personostra associazione le pensioni di invalidine con Disabilità) con i vertici dell’INPS,

tà non esistevano, come non esisteva l’accompagnamento e nemmeno la legge quadro 104/92 che riguarda anche il sostegno scolastico dei minori con disabilità. Qualunque miglioramento in questa materia è stato fatto grazie a noi». Spesso si sentono casi di abuso riguardanti l’applicazione della Legge 104. Cosa ne pensa? «La Legge 104 è stata sicuramente un passo di civiltà molto importante, e non solo perché permette al richiedente di ottenere i tre giorni di retribuzione a carico INPS per assistere i propri cari. Dobbiamo però difenderla dagli abusi di quei ‘’furbetti’’ che potrebbero averne usufruito per motivi non legati al cura del disabile. Questi casi, isolati e minoritari in provincia di Pavia, devono essere sanzionati perché, chi l’ha giustamente richiesta, ne ha il reale e indispensabile bisogno per la loro assistenza e non si può vedere accumunato ai trasgressori». Ritiene che il disabile, al giorno d’oggi, riesca ad integrarsi pienamente nel mondo del lavoro? «Il disabile innanzitutto desidera essere integrato nel mondo del lavoro, cosa che purtroppo oggi è molto difficile. Talune aziende preferiscono pagare sanzioni piuttosto che ottemperare all’obbligo di assunzione nella quota disabili. Il pubblico, che dovrebbe dare il buon esempio, spesso non ottempera a questi obblighi e i centri di collocamento mirato non sono purtroppo in grado di dare risposte a queste esigenze. Il disabile non cerca la carità, ma la possibilità di rendersi utile e dare il suo contributo creativo per lo sviluppo della società. L’esperienza mi insegna che il disabile, una volta inserito in un luogo di lavoro diventa più motivato e produttivo di un normodotato, perché vuole dimostrare il suo valore. Naturalmente se integrato in un contesto consono alle sue possibilità fisiche e non». Da qualche mese avete inaugurato la nuova delegazione di Broni, paese tristemente famoso per i problemi causati dalla Fibronit. La scelta di aprire una delegazione in quella località è stata puramente territoriale o anche simbolica ? «Vista la distanza che i cittadini dell’alta Valversa dovevano percorrere per recarsi presso i nostri uffici, ho inaugurato nel mese di gennaio la delegazione di Broni, proprio per far si che diventi un centro di raccolta di tutte le problematiche del mondo della disabilità dell’Oltrepò orientale. Questo è un piccolo inizio, che però deve portare ad una rivoluzione a livello territoriale. C’è tanto lavoro da fare. Come Oltrepò, notizia confermata, abbiamo raggiunto e superato Casale Monferrato come casi di mesotelioma. Purtroppo la situazione di Broni è diventata esemplare sotto questo profilo. Ma abbiamo scelto


SANTA MARIA DELLA VERSA Broni anche per la grande disponibilità del sindaco Riviezzi, il quale ha accettato prontamente la nostra proposta». Com’è coordinata la delegazione di Broni? «Viene gestita dal presidente emerito provinciale Lobalbo Luigi e dal Dottor Moroni Daniele, per ora è operativa un giorno alla settimana, il venerdì mattina. Però, da come stanno andando le cose, speriamo di farla diventare operativa due o tre giorni alla settimana. Stiamo lavorando bene e le persone si rivolgono con fiducia a noi. Scoprono dei diritti che prima non sapevano di avere». Oltrepò e barriere architettoniche: come risponde il territorio alle richieste dei disabili? «Un’altra importante battaglia di ANMIC è appunto quella dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Abbiamo molte storie di cui parlare che sono andate a buon fine. Per esempio a Voghera abbiamo risolto un problema inerente alla collocazione dei posti auto per disabili. Per una svista dell’amministrazione, erano stati spostati sull’acciotolato di piazza Duomo dove i disabili con deambulatore e carrozzina non potevano muoversi e neppure accedere al marciapiede troppo alto. Dialogando con l’assessore e il sindaco siamo riusciti a farli collocare in un punto più consono dotato di passerella transitabile dai disabili. A Broni abbiamo ottenuto dal sindaco Riviezzi la possibilità per i disabili di poter parcheggiare, senza pagare, nelle aree blu nel caso in cui non avessero trovato disponibilità nelle aree riservate».

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Quindi c’è una buona risposta dalle amministrazioni locali… «Posso dire che sia il sindaco di Broni che il quello di Voghera sono stati disponibilissimi a risolvere le problematiche dai noi segnalate. L’unico che ci ha delusi è il sindaco Ordali di Santa Maria della Versa che, di fronte al caso di una disabile del suo Comune, ci ha dato delle risposte che non abbiamo ben compreso lasciandoci perplessi. Per quel caso però ho anche interessato l’assessore regionale Bolognini e la mia amica Giusi Versace parlamentare di Forza Italia. Purtroppo, rispetto ad altre zone d’Italia, in Oltrepò siamo ancora molto indietro e non abbiamo ancora una cultura dell’integrazione del disabile. Sarà mio compito principale, anche come cittadino dell’Oltrepò, far si che questa situazione cambi». La vostra associazione organizza anche qualche evento particolare? «Un piccolo fiore all’occhiello della nostra associazione è il gruppo teatrale “Aggiungi un sorriso”, con sede a Voghera, coordinato da Vincenzo Scognamiglio. è composto da volontari di ANMIC, i quali intrattengono e svolgono spettacoli per disabili ed anziani. Tra le tante attività, recentemente, abbiamo coinvolto il tenore di fama mondiale Emanuele Servidio in alcune case di cura. Abbiamo anche un gruppo di sportivi capitanati dal paraolimpico di tiro con l’arco Gabriele Ferrandi, i quali hanno partecipato alla maratona ‘’Scarpa d’oro’’ e sono stati premiati da Giusy Versace e dall’Assessore regionale al Welfare Giulio Gallera».

«Purtroppo in Oltrepò siamo ancora molto indietro e non abbiamo ancora una cultura dell’integrazione del disabile Come presidente, quali sono i suoi prossimi obbiettivi? «Purtroppo negli ultimi 5 anni la nostra sezione è stata funestata da malattie e lutti. Abbiamo perso presidenti e dirigenti che erano di esempio per tutti noi. Il mio compito è portare AMNIC sempre più vicina ed operativa nei confronti dei cittadini più fragili. Posso dire che, sebbene sia in carica da circa 10 mesi, i risultati si vedono. Le persone che si rivolgono a noi, grazie anche al passaparola , sono in forte aumento e ormai abbiamo circa 4000 associati, ma prevediamo di aumentarli in maniera sensibile. A Voghera abbiamo chiesto al sindaco Barbieri di creare una consulta politica per l’abbattimento delle barriere architettoniche e sociali per tutti i disabili. Abbiamo già una consulta a Vigevano e a Pavia, ma una volta che otterremo Voghera, e Barbieri ci ha già dato la disponibilità, potremmo avere una consulta a livello provinciale, per

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arrivare su tutto il territorio e sui tutti i piccoli comuni dell’Oltrepò. Colgo l’occasione per rinnovare l’invito al sindaco Barbieri finché questa consulta venga istituita». In dieci mesi, qual è stata la sua più grande soddisfazione come presidente? «A livello provinciale, ma non oltrepadano, il caso che mi ha colpito di più è quello della pavese Lorena Arlati, disabile grave che era di fatto “sequestrata” da un anno e mezzo in un appartamento privo di ascensore al quarto piano in un condominio dell’ Aler. Siamo intervenuti e l’Aler le ha dato un’altra casa al pian terreno dove la disabile può uscire con meno disagi. Poi ci sono soddisfazioni a livello amministrativo, cioè essere riusciti a stabilire un rapporto di fiducia con l’INPS e l’ASST, che si è tradotto nel veder soddisfatte le richieste delle persone colpite da disabilità. Come in tutte le cose, il rapporto umano, la fiducia e la stima hanno loro valore e portano a risultati. Devo esprimere un profondo ringraziamento verso i dipendenti di AMNIC, che sono Riccardi Davide ed Eva Maraffini, i quali sono impegnati a dare risposte a problemi profondi, in maniera professionale e molto umana, trattando le persone non come dei numeri ma come fratelli che devono essere alleviati ed accompagnati in percorsi spesso impegnativi. La più grande soddisfazione resta comunque quella di vedere gli occhi delle persone una volta che gli hai dato un sollievo o riconosciuto un diritto…». di Manuele Riccardi


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Torrazza Coste, «Ho messo a disposizione casa mia all’Arte con la “A” maiuscola» Classe 1972, nato a Voghera ma cresciuto e residente in Torrazza Coste (dal Novembre 1983), di professione geometra, ci tiene a sottolineare topografo, è titolare dello Studio Tecnico Dagradi & Associati in Broni, in società con la fidanzata Laura (con la quale festeggia il 28mo anno di fidanzamento, n.d.r.). Unitamente ai genitori ed all’amata Laura condivide una passione monumentale, mai aggettivo fu più indicato, proprio per l’Arte con la A maiuscola, alla quale ha messo a disposizione addirittura la propria grande residenza! Andiamo insieme a scoprire lo SpazioViola in Torrazza Coste insieme a Pier Luigi Viola! Viola iniziamo da... «Iniziamo dalle mura di casa, ove effettivamente tutto iniziò! Mia madre, ragioniera, tributarista e fiscalista, ha lavorato come capo-ufficio personale della Ragioneria del Comune di Voghera; mio nonno materno, Gaetano Radicello, fu il fondatore del rione San Vittore. Mio padre, anch’egli geometra, non ha però mai esercitato la professione. Inizialmente assunto all’ufficio tecnico presso le Acciaierie Falck di Sesto San Giovanni, dopo un altro incarico come direttore di stabilimento a Tortona, nel 1974 apre un’agenzia di pratiche automobilistiche ed amministrative a Broni... per sorteggio! L’amico Bastrenta, Maresciallo dei Carabinieri, Comandante di Stazione a Voghera, si congeda ed invita mio padre a ragionare sulla possibilità di aprire quella tipologia di attività, individuando due buone piazze in Broni e Voghera. Quindi, sorteggiano chi andrà dove: Bastrenta aprirà l’Agenzia A.p.a. in Voghera, mentre mio padre l’Agenzia d’Affari Viola in Broni. Erano certamente tempi molto diversi da ora: pensi che in pochi anni la nostra agenzia bronese verrà soprannominata “Ufficio Miracoli”, adatto per qualsiasi evenienza...». Ma come si ricollegano queste esperienze con lo SpazioViola? «Non si ricollegano per nulla! Ma anche questo è parte del bello della storia! In quell’atmosfera di casa finanziario/aministrativa, l’Arte fa il suo ingresso alla fine dei ‘60 grazie ad un quadro del pittore Pietro Bisio di Casei Gerola, regalato da un amico medico, compaesano di Bisio, a papà. Ai miei genitori l’Opera piace moltissimo, e chiedono all’amico di poter essere presentati al Maestro Bisio: detto, fatto! Di li a breve, accesa l’amicizia, la nostra casa diventa un porto di mare, con tanti artisti che iniziano a frequentarci. Molti si lamentano che le Pubbliche Amministrazioni non danno sovvenzioni all’arte, e neppure spazi espressivi. Quando nel 1983 ci trasferiamo a Torrazza Coste, papà,

quasi per scherzo, si dichiara favorevole a mettere a disposizione casa, comprese le 4 pertiche di giardino che la circondano! L’artista, si sa, è un essere in costante evoluzione, è vulcanico, vede il mondo in modo diverso dalla comune visione... e quegli artisti volevano fare Opere monumentali, grandi, impegnative, ma non ne avevano possibilità, magari abitando nei centri storici di Milano, di Torino... inutile aggiungere altro, credo...». Così nasce lo SpazioViola? «Sì. Nasce negli anni ‘86/’87, ufficiosamente, ma avrà l’inaugurazione ufficiale nel 1989. E proprio nel 1989, bicentenario della Rivoluzione Francese, all’amico-Maestro Piero Leddi, grande studioso della Rivoluzione Francese, vincitore nel 1988 de La Triennale di Venezia e de La Biennale di Milano con opere a tema, il Comune di Parigi commissiona 30 opere, 30 “Alberi della Libertà” di 6 metri ciascuno, Opere che poi non furono però realizzate: ma il prototipo dell’ “Albero”, Leddi lo fa in giardino da noi! L’unico “Albero della Libertà” a grandezza naturale, che era lo studio delle 30 opere, che dovevano essere una diversa dall’altra, è a casa mia! I fregi in rame che lo sovrastano, il berretto frigio, la picca e l’archipendolo, vennero prestati nel 1989 ad una mostra di 6 mesi, itinerante, iniziata al Castello Sforzesco di Milano, poi ritornati allo SpazioViola. Lo studio fu lo sviluppo di una foglia di platano nello spazio: per realizzarlo, Leddi visse da noi a Torrazza Coste un mese. Per darle l’idea della grandezza dell’Artista, Leddi, insieme agli amici Ernesto Treccani e Giuseppe Scalvini, quest’ultimo scultore delle Cariatidi al timpano della Stazione Centrale di Milano, ad esempio, autodidatta che si definiva “decoratore”, tre abituali ospiti di casa, sono gli unici 3 artisti studiati in vita presso l’Accademia di Brera! E pensi che Scalvini non ha manco mai studiato a Brera, nonostante l’Accademia abbia a lui dedicato uno dei 13 volumi dei Grandi Maestri di Brera. Giuseppe ha addirittura completato la Pietà del Rondanini, facendone una copia identica nel suo studio ma, a differenza dell’originale, completando le parti mancanti, sentenziando: “sarebbe dovuta essere così”. L’Opera è visibile presso il museo a lui dedicato a Desio». Mi perdoni, ma mi lascia senza parole... Siete conosciuti all’estero? «SpazioViola ha riscontri da tutta Italia, da Cuba, Giappone, Nuova Zelanda, Australia, Francia...». Come siete riusciti ad organizzare i vostri spazi in casa? (ride)... «Le Opere sono in tutta la casa e in tutto il giardino! Siamo sommersi dalle

L’artista Pietro Bisio ritratto da Ernesto Treccani

Opere! Vede, spesso capita che ci piomba qui un artista...». Come? Così, senza preavviso?! «I rapporti sono molto stretti, di grande confidenza. Da sempre. Se un amico, ad esempio di Torino fa una mostra a Bologna, nel rientro si ferma a pranzo, e magari resta fino al mattino successivo. Carlo Re, splendido Artista ed allevatore di splendidi cavalli, qualche settimana fa, al rientro da un’esposizione, saranno state le 11.30 di mattina, si è fermato a pranzo: quindi, dato che in realtà il cibo è una scusa, ci ha mostrano le sue ultime opere... fino alle 4.30 della mattina successiva! Io, da bambino, non andavo quasi mai a dormire dopo carosello: due o tre volte a settimana rimanevo con questi grandissimi Artisti fino al mattino! Poi andavo a scuola, non molto sveglio, ma andavo... Si iniziavano discussioni su arte, storia, filosofia, teologia... Molti artisti sono atei, ma teologi, con grande conoscenza religiosa! Alle 7 del mattino mia madre li invitava ad uscire con la frase “tra un’ora devo essere al lavoro!”, ovviamente in tono scherzoso. I miei professori erano anche contenti di queste mie notti perse (ride): una notte, ri-

cordo particolarmente, i nostri amici hanno parlato di Annibale e del suo viaggio sulle Alpi con gli elefanti... ma parlando di tutta la famiglia di Annibale! Fratelli, cognate, figli e discendenze... Questo accadeva già quando abitavamo a Voghera! Da piccolino assistevo a queste discussioni straordinarie, a volte sentendo cose irripetibili, che mi hanno arricchito ed appassionato. Io sono certamente una persona intellettivamente curiosa perché così son stato abituato ad essere. Ricordo alcune notti di discussioni accese tra Leddi e due preti amici a seguito di una diatriba sul trittico esposto sopra al Portale della chiesa di San Vittore a Voghera, gli studi del quale sono conservati presso lo SpazioViola, donati dall’autore». SpazioViola è anche Galleria d’Arte? «Spazioviola non compra e non vende, non siamo un’attività commerciale, e soprattutto non siamo galleristi! Si può visitare la struttura contattandoci direttamente, anche tramite il nostro sito. Armandosi di molto tempo disponibile...». Ma non interagite in nessun modo con questi straordinari Artisti? «La cosa è nata quasi da subito come,


ARTE & CULTURA diciamo, un’operazione di mecenatismo, non intesa meramente a livello economico diretto di sovvenzione. Abbiamo iniziato mettendo in contatto chi era eventualmente interessato all’acquisto di opere di un’artista con l’artista stesso, senza l’intermediazione ovviamente, non chiedendo nessun compenso. Anzi! Man mano che gli artisti hanno cominciato ad esprimersi, abbiamo oltremodo ampliato la nostra piccola collezione privata comprando anche noi, talvolta a prezzi inferiori di mercato. Sempre in amicizia, quando gli stessi hanno iniziato a realizzare le loro opere monumentali, le stesse sono state dimensionate anche con l’aiuto tecnico mio e di mio padre: ad esempio, riguardo alle altezze, ai volumi, ai pesi, rendendole sicure dal punto di vista statico, a maggior ragione essendo realizzate all’aperto...». Ha idea di quante Opere avete? «Questo spazio ha qualche decina di opere davvero molto grandi. Oltre all’”Albero della Libertà” di Leddi, abbiamo una Colonna mobile di Mig dal nome “Verso la Libertà” che raffigura un’aquila che spicca il volo verso nord. E poi, l’”Albero della Vita” di Luca Bossaglia, pavese, nipote di Rossana Bossaglia, docente di Storia dell’Arte all’Università agli Studi di Pavia, uno dei critici d’arte più importanti del ‘900. Una “Bandiera con sole blu nascente” di Luigi Rossanigo posizionata su di un grandissimo tavolo in cemento. In fondo al giardino abbiamo anche un canile che è diventato un’Opera d’arte! Ovviamente, il cane non ci va più... La parte esterna è diventata appannaggio delle per-

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formance di Pietro Bisio in uno strepitoso omaggio a Marcel Duchamp, con l’orinatoio ed una serie di opere “alla maniera” di Duchamp, mentre la parte interna è tutta affrescata da Bisio, Valsecchi, ed altri Artisti, oltre ad una parete d’ingresso con tutti gli autografi degli artisti, dei critici, dei giornalisti, dei politici e così via che son passati a trovarci negli anni...». Siete presenti anche all’estero con alcune Opere? «Mio padre ha intrapreso una serie di viaggi di caccia/culturali a Cuba alla fine degli anni ‘90. All’Havana c’è una “succursale” dello SpazioViola con Opere che lui vi ha portato. A Cuba è considerato Ambasciatore di Cultura, e molti politici, ambasciatori e consoli sono nostri cari amici e tali son rimasti dal passato. Spesso li riceviamo a casa a Torrazza Coste! Abbiamo anche qui opere cubane che hanno vinto importanti premi». Non avete mai organizzato nulla di aperto al pubblico? «Assolutamente sì! Nei primi anni a cadenza annuale, poi a cadenza biennale, per un totale di 18 edizioni, abbiamo organizzato la giornata “Dall’alba al tramonto, e oltre”! Una giornata intera dedicata al pubblico, passando dai 70 partecipanti delle primissime edizioni ai più di 500 delle ultime! Tutto però a nostre spese, con sforzi anche economici. Ad esempio, il buffet era costantemente rifornito per 24 ore! E poi, la pulizia del giardino, la preparazione degli spazi, la comunicazione alla stampa, etc. Intervenivano anche poeti, musicisti... insomma, tutte le arti».

In questo settore artistico si vive un fervido ricambio generazionale? « mia sensazione, purtroppo, non c’è ricambio generazionale paragonabile ai nomi citati, ahimè... Oggi, i giovani artisti, che anche escono da Brera, ad esempio, certamente vivono più nel tessuto sociale attuale: quindi, denaro appena possibile e, attenzione, “ordinarietà” nella vita! Per paura di essere additati come matti! Quei grandissimi amici erano e sono visionari, geniali visionari... non matti!». Qual è l’Opera più particolare che possiede? «Difficile a dirsi... posso citarle una lettera, più che un’Opera! Giancarlo Gelsomino, 65enne, grandissimo, sregolato ai massimi livelli, nel novembre 2001, in occasione di una mostra a Palazzo Ducale a Genova, mostra già organizzata da mesi ed ovviamente con cataloghi stampati, se l’è vista cancellare, e ritirare tutti i cataloghi, perché circa 4 anni prima aveva realizzato opere raffiguranti le Torri Gemelle di New York investite da aerei! Noi abbiamo copia della lettera dove il curatore della mostra si scusava, citando quelle opere come “argomenti sconvenienti”... Ah no! Dimenticavo! Il capolavoro di Dino Grassi del 1973, quadro a olio su tavola di 2 mt. X 2, rifiutato da tutte le mostre, compresa l’antologica! Anche Maurizio Landini, ancora in F.i.o.m., non ci ha degnato di risposta! L’Opera raffigura un operaio insanguinato, sdraiato a terra, che tiene stretta tra le braccia la sua fabbrica, sovrastato da Togliatti e Berlinguer che, a seguito dei Patti Lateranensi, assurgo-

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«Da bambino, non andavo quasi mai a dormire dopo carosello: due o tre volte a settimana rimanevo con questi grandissimi Artisti fino al mattino» no al cielo: l’operaio è minacciato dalla falce, ma sul martello ci sono Guttuso e Treccani che si ingrassano con libagioni alla faccia degli operai! Quest’Opera è rimasta occultata per 35 anni nella cella di Padre Nazareno Fabbretti, rivolta faccia al muro. Un nuovo priore subentrato nel monastero, ad un certo punto, gli impose di sbrogliarsene. Fabbretti ce l’ha regalata, devoluta allo SpazioViola certo del fatto che non verrà mai venduta, né alienata, ad imperitura memoria, sempre considerata sconveniente da tutte le forze politiche, soprattutto quelle di sinistra...». di Lele Baiardi


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Giornalismo e musica, il “Quintino” dei Beagles si racconta

Franco Bagnasco, nato a Santa Maria della Versa nel 1968, ha esordito più di trent’anni fa come cronista locale. Da allora ha lavorato e collaborato con i quotidiani e le principali riviste di spettacolo, nonché come autore per la tv e ha pubblicato con Mondadori Electa il libro “Il peggio della diretta”. Una carriera intervallata da una grande passione, la musica. Con amici di vecchia data ha fondato i “Beagles”, gruppo pop autenticamente ruspante che, con le sue cover dialettal-surreali, da quasi tre decenni rallegra il nostro territorio. Il suo “Sò Quintìno, Quintino d’la Sela…” ha fatto (e farà) ridere generazioni. Amico di vecchia data, da buon mariese che si rispetti, l’ho intervistato in un bar del paese, tra battute, risate e “quintinate” varie. Franco, come ti sei avvicinato al mondo del giornalismo? «Ho sempre avuto la passione per l’italiano, per la scrittura, e anche la curiosità di raccontare. Da piccolo feci un tema che piacque molto e venne mandato con un po’ di sfacciataggine da mio padre a Indro Montanelli, direttore del Giornale ufficiale di casa. Lui mi rispose con una simpatica lettera che mi è toccato incorniciare perché più di Indro, nessuno mai. Ho iniziato con la cronaca locale, come collaboratore de “La Provincia Pavese” nel novembre del 1987, firmando il mio primo pezzo di cronaca su un incidente stradale che riguardava proprio un mio concittadino. Ma a me interessava in realtà occuparmi di spettacolo, cosa che poi pian piano sono riuscito a fare, recensendo i primi concerti e seguendo le prime conferenze stampa Mediaset a Milano. I primi tempi però non sono stati facili. Dovendo partire sempre da Santa Maria della Versa, o da Pavia, per andare a Milano per le interviste e le conferenze stampa, il compenso per l’articolo spesso andava a coprire a malapena le spese per la benzina o il treno. Praticamente “L’era püsè al dàn che la cavàda” come si dice in dialetto. Questo però mi è servito per entrare nel giro e cominciare a scrivere». Quando hai iniziato con la stampa nazionale? «Dopo sei anni de “La Provincia Pavese”, che è stata una grandissima palestra per me, ho collaborato con “TeleTutto”, una testata di Roma che veniva ribattezzata dagli addetti ai lavori “TeleTette”, perché aveva questa caratteristica di pubblicare una guida televisiva accompagnata da donnine discinte in copertina per attirare maggiormente l’attenzione del lettore. Pochi mesi dopo l’addio di Montanelli arrivai a “Il Giornale”, allora diretto da Vittorio Feltri, con Maurizio Belpietro come vero e proprio “uomo macchina” della testata. Era il 1993 e vi rimasi per

Franco Bagnasco, fondatore con amici di vecchia data dei “Beagles”

altri sei anni». Poi arrivano “TV Sorrisi e Canzoni” e “Oggi”... «Nel 1999 venni assunto a “Sorrisi”, dove sono rimasto per poco meno di vent’anni. Abbiamo chiuso il rapporto da ormai quasi un anno e ho un ricordo, al di là di tutto, molto affettuoso di questa parentesi professionale per me fondamentale. Attualmente collaboro con “Oggi”, che secondo me è la testata che al momento racconta al meglio l’attualità e il mondo dello spettacolo, un giornale completo e ricco di collaborazioni illustri». Tra i tuoi scoop mi piace ricordare che hai portato sotto i riflettori la love story Costanzo - De Filippi. Che ancora tiene banco... «Fu negli anni de La Provincia. Seppi che una ragazza pavese stava frequentando Costanzo. Iniziai a raccogliere informazioni e dopo un po’ Maurizio lo venne a sapere. Dal momento che stava divorziando da Marta Flavi e la cosa gli avrebbe causato problemi legali, chiamò l’allora direttore del giornale e chiese di bloccare temporaneamente la pagina che avevamo già pronta promettendo di regalarci appena possibile l’esclusiva della storia. Fu di parola: dopo alcuni mesi diede l’ok e partii, in pieno inverno per un teatro tenda a Nord di Milano, dove Costanzo stava facendo una versione itinerante del suo show. Il camerino era assediato da una cinquantina di cronisti delle testate più importanti d’Italia: uscì Costanzo e disse:

“Chi è quello dàa Provincia Pavese? Viè qua”. Io, dal fondo, alzai il ditino e mi feci largo tra una folla esterrefatta. Molto meglio del “uacciuari” di Fantozzi quando gioca a biliardo col megadirettore». Facendo un passo indietro, mentre lavoravi per “Il Giornale” eri anche direttore di “Vigne d’Oltrepò”. «“Vigne d’Oltrepò” era un trimestrale edito dai Centri di Consulenza per la Vitivinicoltura, distribuito in tutto l’Oltrepò Pavese. Un giornale molto libero quanto divertente, ove possibile. Conteneva pezzi tecnici alternati ad interviste e contenuti che, in modo più brioso, raccontavano l’attualità delle nostre zone, con un po’ di satira locale e con delle verità a volte un po’ scomode da dire. Piaceva molto ai lettori. Ad un certo punto fui messo di fronte ad un bivio: “O il giornale lo fai come vogliamo noi, solo tecnico, oppure te ne vai”. Ci siamo salutati. Certo, è diritto di ogni editore sostituire il proprio direttore, ci mancherebbe altro. Fatto sta che dopo non molti numeri il giornale chiuse. Lo registro con un inevitabile, lieve sorriso sulle labbra». Franco, tu però non sei “solo” giornalista. «Certo, dal 1990 sono 1/3 dei “Beagles”, band dialettale nota in tutto l’Oltrepò Pavese. E mica ho detto ciccioli. Siamo un gruppo de-piacentinizzato». Proprio in questi giorni è uscito il vostro nuovo album “Vitinho”. Com’è

nato questo progetto? «A breve a Santa Maria presenteremo ufficialmente il disco. Inizialmente doveva avere un altro titolo, che però rimane top secret. Nasce dal fatto che, a cinque anni di distanza dall’altro, “Sengur”, che coglieva gli umori di quel periodo e forse li anticipava in modo profetico, ci siamo detti: “Abbiamo ancora un qualcosa da dire? A’gùm cinquànt’an, fùm ummò i cuiòn… sa fùma?”. Partendo dal fatto che ognuno ha i suoi impegni e le sue cose da fare, con tempi diversi abbiamo portato avanti i nostri pezzi perché ci siamo accorti che le idee non mancavano. Sebbene uscito da pochi giorni, pare che l’album piaccia. Stiamo incontrando un sacco di pareri favorevoli e questo è molto gratificante. “Vitinho” è la voglia di fare, soprattutto con il pezzo omonimo, un inno per questo Oltrepò, che si spera possa rinascere e crearsi nuovi orizzonti. è stato un periodo difficile per questa zona, per motivi diversi. è un pezzo che definirei “motivazionale”. Tutto il resto è il corollario, con tante storie che sono un nostro classico. Non essendo mossi da contratti commerciali, ma solo dallo spirito nostro e dalla voglia di fare e divertirci, non ci sono obblighi. Ovviamente quello che guadagniamo da un album serve per finanziare quello successivo e la cena di fine produzione. Stop». Già nel vostro secondo album, “Il podere logora”, vantavate parecchi camei di vari personaggi del mondo dello spettacolo. In“Ruspanti” Roberto “Il Baffo” Dacrema era impegnato nella televendita della moglie di Quintino d’la Sela. In “Sengur” avete rispolverato Drupi e azzardato una cover dialettale di My Way con Al Bano. Chi tra queste celebrità ha accettato con più entusiasmo? «Nel primo album molti vip ci avevano lasciato un saluto, perché mi capitava di incontrarli per lavoro, andando a seguire le conferenze stampa, ed era bello avere queste simpatiche testimonianze.

Il celebre gruppo dialettale festeggia i 30 anni con il nuovo disco “Vitinho”


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SPETTACOLO Era giusto una cosa simpatica, che facevamo agli inizi. Ora sono le “featuring” i contenuti più divertenti. Con Drupi non c’è stato bisogno di insistere, ha accettato al volo. Al Bano ha dovuto pensarci un attimo, ma poi si è deciso. Allora sono andato a Cellino e in un weekend, presso la sala di registrazione che ha nella sua tenuta, abbiamo registrato tutto in tre ore circa, correggendo in vari punti. Lui ha cantato in tutte le lingue del Mondo e, seguendo la voce guida registrata, è riuscito benissimo ad adattarsi». E qualche rifiuto? «Già nel primo album Red Ronnie, all’anagrafe Gabriele Ansaloni, rifiutò un saluto e ciò mi stupì parecchio, dato che personaggi del calibro di Gerry Scotti, Gene Gnocchi, la Gialappa’s Band, Raimondo Vianello si prestarono senza nessun problema. Ma ho avuto il coraggio di proporre una parodia anche a Riccardo Cocciante, e di chiedere una cover a Francesco Guccini. Hanno cortesemente declinato. Sono pazzo, lo so. Vogliatemi bene comunque». Avete mai suonato dal vivo in un concerto? «Si parla di tantissimi anni fa. Avevamo fatto un concerto corale a Bressana Bottarone, seguito da un altro al Lido Po. Suonammo ad una veglia delle superiori al Fontanile, ormai quasi trent’anni fa, e dobbiamo ancora prendere i soldi adesso! L’organizzatore non ci ha mai pagato e il trauma ci ha bloccato lo sviluppo live! Doveva darci giusto due soldini, ma niente. A volte lo incontro ancora in giro dalle nostre parti, lo riconosco e lo guardo ancora male! Un mort ad fàm, direbbe Quintino». Con i “Beagles”, qual è stata la più grande soddisfazione? «Credo che noi siamo un mix di persone “simili, ma diverse”. Con un’ironia e un sentire comune molto forte. Un mix difficile da trovare, siamo stati molto fortunati.

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di uain point tüt i cies. In sustânsa, quând l’è al mumént ad la comünion, vün al po’ decìd se ciapà l’ostia, o andà invéci a fas un cichet ad rùs o ‘d biänc a la machinâta. Se atfè no la comünion, vegna comunque al sacrista e al ta fa crumpà a fòrsa una butìglia ad bunàrda. Tant measféva una volta co’ la copia ‘d Famiglia cristiâna. At vadrè che insì la crisi las fa püsènt. (Ho parlato col Titolare perchè lui ha in mano tutte le chiese dell’Oltrepò: la mia idea (e lui è abbastanza d’accordo) è quella di rafforzare la nostra vocazione vinicola piazzando dei WINE POINT in tutte le chiese. In sostanza, quando è il momento della Comunione, uno potrà decidere se prendere l’ostia, o andare invece a farsi un cicchetto di rosso o bianco alla macchinetta. Se non fai la comunione, arriva comunque il sacrista e ti fa comprare per forza una bottiglia di bonarda. Come si faceva una volta con la copia di Famiglia Cristiana. Vedrai che cosi la crisi non si fa più sentire). di Manuele Riccardi

“Vitinho” è il nome del nuovo album dei Beagles

La cittadinanza onoraria ad Al Bano è stata una discreta chicca, ma l’elenco sarebbe lungo. Nel 2020 compiremo trent’anni. Credo che più di chiunque abbiamo incarnato l’anima pop dell’Oltrepò. La gente ce lo riconosce compattamente ogni volta. Mi amareggia un po’ il fatto che non sia mai arrivata una targa, anche rubata a un concorso di bellezza, da nessuna “istituzione” locale». Nel 2015 avevate lanciato l’evento “Libera vite in libero carro”, in supporto al carro delle “50 sfumature di Pinot Grigio” censurato al carnevale stradellino, una vera e propria presa di posizione a difesa del territorio e della satira. «Avevamo deciso di sostenere la causa contro la censura del carro perché era una

cosa ridicola, ma emblematica di una certa mentalità chiusa dell’Oltrepò Pavese, che deve cambiare. Al giorno d’oggi è inaccettabile ricevere minacce o censure per della satira,figurarsi a carnevale. Se non cambia quella mentalità questa terra non ce la farà a rinascere, ma resterà sempre chiusa nella sua “piccola damigiana”». Ora, se permetti vorrei fare anche una domanda al Signor Quintino d’la Sela. Sappiamo che Lei ha un filo diretto con “al titulàr” (Nostro Signore, ndr). Le ha mai chiesto cosa intende fare col nostro Oltrepò? «Ho parlà col Titulàr parché lü al gh’ha in men tü i cies ad l’Ultrepò: la me idea (e lü l’è bastânsa d acòrdi) l’è quela da rinfursà la nòsa vucasiòn vinìcula piasânda

«Nel 1995 Costanzo mi promise lo scoop sulla sua storia con la De Filippi e mantenne la parola»


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La lettera di Legambiente e altre associazioni per la Sei Giorni enduro

Al presidente della: Comunità montana Oltrepò pavese. Ai sindaci dei comuni di: Brallo di Pregola, Menconico, Romagnese, Santa Margherita di Staffora, Varzi, Zavattarello, Colliverdi, Bagnaria, Val di Nizza, Ponte Nizza, Cecima, Montesegale, Rocca Susella, Montalto Pavese, Borgo Priolo, Borgoratto Mormorolo, Fortunago, Godiasco Salice Terme, Rivanazzano, Fabbrica Curone, Gremiasco, San Sebastiano Curone, Brignano Frascata, Momperone, Pozzol Groppo, Volpedo, Monleale, Montemarzino, Casasco, Dernice, Montacuto Alla: Regione Lombardia - Assessore Enti locali, montagna e piccoli comuni, Regione Lombardia - Assessore Ambiente e clima , Regione Piemonte - Assessore Ambiente e sviluppo della montagna. Al presidente della: Provincia di Pavia, Provincia di Alessandria e, per conoscenza, alla: Fondazione per lo Sviluppo dell’Oltrepò Pavese. Oggetto: organizzazione nel comprensorio montano dell’Oltrepò Pavese e dell’Appennino Piemontese della competizione motociclistica “Sei Giorni Internazionale di Enduro” (ISDE) - edizione 2020. Hanno aderito a questa lettera aperta, contribuendo alla sua stesura, diverse organizzazioni ambientaliste e culturali che operano nel comprensorio montano dell’alto Oltrepò pavese e dell’appennino alessandrino. Si tratta di: Legambiente Lombardia, Legambiente Voghera Oltrepò, Comitato per il territorio delle Quattro Province, Club Alpino Italiano - Tutela Ambiente Montano Commissione Interregionale Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, associazione Chi Cerca Crea, associazione Oltre le Strette, associazione Progetto Ambiente, associazione IOLAS (Associazione pavese per lo Studio e la Conservazione delle Farfalle), ANPI sezione di Zavattarello. COS’È L’ISDE Un tempo denominata “Sei giorni internazionale di regolarità fuoristrada” (per brevità anche solo “Sei giorni”), si disputa dal 1913, e consiste in un confronto tra squadre nazionali, in gara per il “Trofeo delle Nazioni”, aperto anche a squadre di privati, in gara per il “Vaso d’Argento”. Variato il nome della specialità da “regolarità” in “enduro” e variati i criteri di formazione delle squadre, la “Sei giorni” (di seguito, per brevità: “ISDE”, utilizzando l’acronimo inglese) mantiene la natura di campionato mondiale a squadre, aperto anche ai privati, per i quali, nonostante gli alti costi di partecipazione, costituisce una delle competizioni più ambite, che riesce ogni anno a mettere insieme diverse centinaia di iscritti. In ciascuno dei sei giorni di gara sono previsti giri di quasi 300 km, prevalentemente

su tracciato fuoristrada, con controlli orari da rispettare e prove speciali discriminanti (come accade per i rally automobilistici). LE INFORMAZIONI RESE PUBBLICHE CIRCA L’EDIZIONE 2020 La “Federazione Internazionale di Motociclismo (FIM)”, con un comunicato del giorno 11/12/2018, ha reso noto che l’organizzazione dell’edizione 2020 dell’ISDE è stata assegnata all’Italia. In particolare, si è appreso che la candidatura era stata presentata dalla “Federazione Motociclistica Italiana (FMI)” tramite un “moto club” aderente alla FMI, il “Moto Club Alfieri”, con sede in Asti. Nel comunicato si legge che “la prova dovrebbe svolgersi tra la fine del mese di agosto e l’inizio del mese di settembre nelle regioni del Piemonte e della Lombardia” e che “il Moto Club Alfieri organizzerà questa edizione in collaborazione con gli altri club della FMI”. A sua volta, la FMI, sempre il giorno 11/12/2018, ha diffuso un comunicato in cui si legge che la competizione “si svolgerà tra fine agosto e inizio settembre 2020, nelle zone dell’Oltrepò Pavese e dell’Alessandrino”. Il comunicato riporta le parole del presidente del Moto Club Alfieri: “Siamo molto orgogliosi ed emozionati di poter organizzare un evento di tale portata. L’idea di richiedere la Sei Giorni di Enduro 2020 è nata nel 2015, quando organizzammo una prova degli Assoluti d’Italia a Fabbrica Curone”. Qualche informazione in più è stata fornita solamente il 04/03/2019 con un nuovo comunicato della FMI. Si è appreso dell’avvenuta costituzione di un comitato organizzatore “diretto da Valter Carbone, presidente del Co.Re. [comitato regionale – NDR] Piemonte, Giorgio Bandoli, presidente del Moto Club Alfieri ed Edoardo Zucca, Presidente del Moto Club Pavia”. Si precisa che “fanno parte del pool organizzativo il titolare dell’evento Moto Club Alfieri ed il Moto Club Pavia, che saranno i club capofila, cui si aggiungono i sodalizi MC Valle Staffora, MC Varzi, Moto Club Azeglio e MC Ceva”. Si apprende inoltre che la gara “avrà il suo cuore pulsante all’aeroporto di Rivanazzano Terme, mentre le prove speciali si svolgeranno in Val Curone ed in Valle Staffora”. Valter Carbone, per il Piemonte, dichiara: “Ringrazio le Autorità locali che ci hanno assicurato il loro appoggio ed accoglieranno con favore questa avventura planetaria ... e ritengo sarà una concreta occasione per valorizzare il grande patrimonio turistico di queste zone”. A sua volta Edoardo Zucca aggiunge il ringraziamento a: “tutti gli Enti ed Autorità che anche sul versante lombardo ci hanno già dato il supporto ed il parere favorevole”. Giorgio Bandoli riferisce poi: “abbiamo già definito la location dei paddock,

della finale motocross, ma anche di buona parte delle prove speciali”. Qualche indicazione in più è contenuta in un post apparso sulla pagina Facebook del Moto Club Pavia alle ore 08.04 del 07/03/2019, in cui si legge: “International Six Days Enduro 2020 Italia. Paddock e quartier generale: Aeroporto di Rivanazzano Terme (Pv) * 22 agosto 2020 Cerimonia di apertura, * 24 agosto Day1 Val Curone (Al) Piemonte, * 25 agosto Day2 Val Curone (Al) Piemonte, * 26 agosto Day3 Valle Staffora (Pv) Lombardia, * 27 agosto Day4 Valle Staffora (Pv) Lombardia, * 28 agosto Day5 Valle Staffora + Val Curone * 29 agosto Day6 Circuito Int.le Ottobiano Motorsport (Pv)”. “GRANDE EVENTO” - “GRANDE IMPATTO” Nel comunicato diffuso l’11/12/2018, il presidente della FMI, Giovanni Copioli, dichiara: “L’Italia sarà al centro dell’attenzione internazionale e non c’è dubbio che sul territorio le ricadute, anche economiche, saranno di grande e positivo impatto.”. È del tutto soggettiva la scelta dell’aggettivo “positivo” al fine di definire le ricadute non tanto e non solo economiche dell’evento, ma la stessa FMI ammette dunque che l’ISDE 2020 potrà avere un “grande impatto” sul territorio, circostanza da cui derivano due indefettibili corollari: 1) deve e dovrà essere garantita la massima trasparenza nell’informazione resa alle istituzioni e da queste ai cittadini 2) i pubblici amministratori debbono e dovranno prendere in considerazione tutti i fattori che concorrono a determinare gli effetti sul territorio delle scelte che essi sono chiamati a compiere in nome del bene comune. TRASPARENZA Potendosi a buon titolo annoverare l’organizzazione delI’ISDE 2020 tra i “grandi eventi” (categoria concettuale tipica del nostro tempo e ormai conosciuta nelle sue implicazioni), occorre notare che l’aver informato l’opinione pubblica solo a cose fatte, dopo che il dossier di candidatura era stato elaborato e presentato alla FIM, è una scelta inusuale e, se pure legittima, per nulla apprezzabile. Le dichiarazioni di due componenti del comitato organizzatore riportate nel comunicato del 04/03/2019 fanno riferimento all’appoggio ed al parere favorevole di Enti a Autorità. Di conseguenza, una prima richiesta, che costituisce la precondizione per una corretta gestione dell’intera vicenda, e che formuliamo a tutti gli enti e soggetti in indirizzo è quindi la seguente: a) informare i mass media e la pubblica opinione circa lo stato attuale e i futuri sviluppi delle discussioni intercorse e degli impegni assunti o che saranno assunti per l’organizzazione dell’evento

b) garantire ai cittadini l’accesso alle informazioni in possesso di ciascun ente, ai documenti e agli atti concernenti l’ISDE c) rendere operativi anche in questo frangente tutti gli strumenti di partecipazione di cui essi enti e soggetti si sono dotati GLI IMPATTI 1: la “promozione” del territorio Quando si organizzano i “grandi eventi” si pone sempre l’enfasi sulla promozione del territorio. Nel nostro caso, stando a quando sinora si è appreso, si discute dunque della promozione turistica ed economica dell’Oltrepò montano e delle finitime zone dell’appennino piemontese. Non si parte però da un “foglio bianco”: a) per la promozione dell’Oltrepò montano, si sta già realizzando il progetto “Oltrepò (bio) diverso” finanziato dal programma “AttivAree” di Fondazione Cariplo b) il territorio dell’Oltrepò montano è anche una tra le aree prescelte a livello nazionale per il progetto SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne), con i finanziamenti a ciò già destinati. Il progetto d’area, sottoscritto in modo esplicito e impegnativo sia da tutte le amministrazioni comunali sia dalla Comunità Montana Oltrepò Pavese, e finanziato con ingenti risorse pubbliche, si propone, tra gli obiettivi “un completamento e rafforzamento dell’offerta di percorsi escursionistici puntando su percorsi emblematici del territorio e spendibili sul mercato nazionale ed internazionale poiché caratterizzato da ampi panorami e dalla fruizione dell’ambiente rurale e biodiverso con le sue caratteristiche di vegetazione, faunistiche e di territorio”. Si aggiunge che “la scelta di accompagnare questi tracciati con la promozione del cicloturismo e dei relativi servizi consente di caratterizzare ulteriormente l’offerta turistica dell’Alto Oltrepò permettendo al visitatore un inserimento nell’ambiente rurale fisico ed umano del territorio”. c) analoghe finalità si prefigge la misura del PSR piemontese (anch’essa oggetto di esame ed approvazione da parte di tutte le amministrazioni locali interessate) a cui si riferisce l’itinerario sentieristico “La via dei campioni: tra natura e mare”, che comprende l’intera val Curone sino al comune di Fabbrica Curone, in cui nasce l’omonimo torrente, comune espressamente citato dal presidente del Moto Club Alfieri. Nel progetto SNAI si legge che il territorio interessato è “un’area montana a turismo inespresso, anche se in anni recenti il comparto del turismo è stato l’unico che realmente è andato incontro a uno sviluppo sia quantitativo, sia qualitativo”. Infatti “si regista un rinnovato interessamento della clientela italiana e straniera verso un territorio che, per potenzialità paesaggistiche, culturali ed enogastronomiche, non ha nulla da invidiare ad altre aree più rinomate,


ENDURO come la Toscana o le Langhe. Proprio in questa integrazione tra turismo, produzioni enogastronomiche locali e valorizzazione del patrimonio ambientale e paesaggistico vanno definite strategie di attrazione di nuovi flussi turistici.”. Come è possibile conciliare queste strategie di valorizzazione con l’immagine proposta dalla FMI, che, nel suo comunicato, usa la definizione di “territorio dalla forte tradizione enduristica”? L’enfasi su tale “tradizione” sottende la volontà di affermare per il territorio interessato una “vocazione” all’uso agonistico dei fuoristrada a motore, una delle forme più impattanti di fruizione del territorio (come meglio si dirà in seguito). Si consideri poi che già oggi l’atteggiamento “benevolo” con cui frequentemente sono concesse autorizzazioni allo svolgimento di gare fuoristrada costituisce occasione per singoli o gruppi (magari muniti di traccia GPS dei vari percorsi) per emulare le gesta degli agonisti, e crea comunque aspettative di malintesa “tolleranza” verso queste pratiche irregolari. Va infatti ribadito, se ancora occorresse: al di fuori delle manifestazioni agonistiche, le regole esistenti vietano in boschi e sentieri il transito per scopo ludico di mezzi fuoristrada a motore (e va altresì ricordato che analogo divieto esiste in Germania, in Francia, in Svizzera, in Spagna). 2: i tracciati e gli investimenti pubblici Per ognuno dei sei giorni di competizione, gli organizzatori dell’ISDE dovranno allestire un tracciato, in larghissima misura non asfaltato, con lunghezza che potrà sfiorare i 300 kilometri. Nei percorsi saranno inclusi i controlli orari e le prove speciali (per i primi cinque giorni si tratterà di un Enduro Test, un Cross Test e un Test Estremo, nel sesto giorno si svolgerà una prova spettacolo in un crossodromo), interessando in tal modo l’esistente viabilità agro silvo pastorale (VASP), i sentieri, le aree boscate, i pascoli. Ciascuno di questi ambiti può essere utilizzato per competizioni fuoristrada solo nel rispetto dei limiti e dei modi indicati dalle norme vigenti in Lombardia e in Piemonte ma, tra i fattori da considerare, decisivo dovrà essere quello relativo alla coerenza con le scelte e gli investimenti già compiuti, che vanno tutti in una direzione fortemente alternativa rispetto alla ricordata “tradizione” rivendicata dalla FMI nel suo comunicato. Alcuni esempi: a) la Comunità Montana Oltrepò, con uno stanziamento di circa 440mila euro a valere sul PSR, misura incentivazione attività turistiche, ha ormai realizzato la rete sentieristica delle Terre Alte, centinaia di chilometri di percorsi fruibili a piedi e in bicicletta, e, nell’ambito del progetto SNAI Aree Interne, esiste uno stanziamento di oltre 1 milione e 200mila euro per l’intervento “Riscoprendo l’Appennino Lombardo - Vie storiche e Greenway dell’Alto Oltrepò” che concerne anche i sentieri; b) in Piemonte con il PSR 2014-2020 sono stati stanziati circa 400mila euro per l’itinerario sentieristico “La via dei campioni: tra natura e mare” che include l’alta val Curone, con il vincolo secondo cui i sentieri stessi debbono “essere interdetti alla frui-

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zione con mezzi motorizzati”. c) di recente, in Lombardia, per la manutenzione della rete VASP nella Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese sono già stati spesi 166mila Euro a valere sulla misura relativa al miglioramento delle infrastrutture di accesso ai terreni agricoli e forestali del Piano di Sviluppo Rurale (PSR). d) in Piemonte, con identiche finalità, sono stati destinati circa 50mila euro al ripristino di strade interpoderali del comune di Fabbrica Curone. In entrambe le realtà regionali, i locali consorzi di miglioramento fondiario rivestono un ruolo fondamentale per il mantenimento e lo sviluppo delle attività agricole e silvicole, e le loro esigenze debbono essere tenute nel debito conto. 3: gli effetti sull’ambiente L’intero Oltrepò pavese è classificato dalla regione Lombardia come area prioritaria per la biodiversità nella Rete Ecologica Regionale (L.R. 86/83). In particolare, in alto Oltrepò vi è una ricchezza di contesti geomorfologici di alto valore naturalistico. Di notevole rilevanza sono il SIC della Riserva Naturale del Monte Alpe (Menconico) e alcuni Plis: di Zavattarello (46 ha), Parco delle Farfalle di Valverde (40 ha), Fortunago (400 ha) e Val di Nizza (in via di riconoscimento). II Giardino Alpino di Pietra Corva (Romagnese) è un’importante meta naturalistica locale. Il pregio naturalistico dell’Oltrepò pavese montano e delle limitrofe aree alessandrine, piacentine e genovesi, è stato da tempo riconosciuto anche in base ai rigorosi criteri seguiti dall’Unione europea: fanno parte della Rete Natura 2000 oltre 24mila ha di territorio, suddivisi tra quattro province, ma pressoché tutti in contiguità, (i recentissimi SIC pavesi Sassi Neri - Pietra Corva e Le Torraie - Monte Lesima, la ZPS Ebro Chiappo e la ZSC Antola - Carmo - Legnà, entrambe alessandrine, il SIC piacentino della Val Boreca, i diversi i SIC genovesi inclusi nel Parco dell’Antola). I potenziali effetti della disputa dell’ISDE in un tale contesto sono intuibili. Possiamo limitarci a richiamare alcuni dati obiettivi, desunti da uno studio sul campo, disponibile per la consultazione, circa la pratica dello sport motociclistico in spazi naturali, (studio unico in Europa, di oltre 170 pagine, realizzato dall’Istituto di scienza e tecnologia ambientale dell’università di Barcellona su committenza, si noti, della federazione motociclistica catalana, quindi non a priori “di parte ambientalista”). Secondo lo studio, tenendo conto delle variabili costituite dalla litologia, dalla pendenza e dalla compattazione dei terreni, sui sentieri percorsi da gare motociclistiche fuoristrada il tasso medio di erosione del suolo è risultato di ben 1118 t/ha per anno, valore abnorme, palesemente determinato dal numero di motocicli transitati (si consideri infatti che, per i terreni, un valore maggiore a soli 11 t/ha è considerato segnale di erosione alta dall’EEA, l’European Environmental Agency. Rilevante è anche la contaminazione acustica: se il rumore di fondo negli spazi naturali è risultato di circa 40 dBA, il passaggio delle moto ha determinato valori tra 70 e 90 dBA (si tenga conto che i decibel sono misurati su una scala logaritmica: a un au-

mento di 20 dBA corrisponde un livello di disturbo 10 volte più alto). Per la fauna vertebrata il disturbo è costituito dal rumore e dalla presenza umana mentre per gli uccelli, il rumore delle motociclette interferisce con le comunicazioni tra individui e può influenzare il loro comportamento. Basta esaminare le schede che illustrano le caratteristiche di ciascuno dei siti presenti nel comprensorio per cogliere le potenziali ma concrete conseguenze che una manifestazione come l’ISDE potrebbe portare al delicato equilibrio dell’ambiente montano. A prescindere da giudizi sulla maggiore o minore valenza naturalistica di singoli tratti interessati dalla competizione, i guasti per erosione dei sentieri e della viabilità VASP o interpoderale avrebbero comunque un forte impatto anche sulle attività economiche a cui tali reti infrastrutturali fanno riferimento. 4: gli effetti economici È utile citare alcuni dati riferiti alle più recenti edizioni dell’ISDE: a) per l’edizione del 2018, svoltasi a novembre in Cile, a Viña del Mar, a fronte di un impegno economico stimato un circa 1 milione 500mila euro, articoli di stampa riferiscono di un deficit significativo (“un número en rojo importante”). b) per l’edizione del 2017, organizzata nella regione francese della Corrèze, la federazione francese di motociclismo ha commissionato all’Università di Limoges uno studio17 sulle ricadute economiche in senso ampio della manifestazione. Il comitato organizzatore aveva preventivato una spesa di 1 milione di euro, divenuti 1milione e 250mila euro a consuntivo. Il giro d’affari generato dall’avvenimento, ottimisticamente previsto in 7 milioni e 500mila euro in sede di lancio, a posteriori si sarebbe attestato su una cifra ben inferiore, 3 milioni e 400mila euro, di cui solo 2 milioni e 400mila euro riguardanti direttamente la Corrèze. Su spese “vive” di 1milione e 250 mila euro, solo la metà, 635 mila euro, sono state compiute nella regione. Quanto alle presenze e ai pernottamenti alberghieri degli addetti ai lavori, si è stimata una spesa giornaliera pro capite di 55 euro per ciascun pilota o accompagnatore, protratta mediamente per 10 giorni, e una spesa giornaliera di 20 euro giornalieri, sempre per una media di 10 giorni, per ogni componente dello staff organizzativo, escludendo dal calcolo i “locali”. L’apporto economico degli spettatori sarebbe stato trascurabile, secondo lo studio, in quanto nel 2017 il pubblico era costituito in larghissima maggioranza da residenti nella zona. Cifre importanti, ma che impongono un ragionamento di più lunga durata, a meno di voler supinamente subire un modello di fruizione turistica “mordi e fuggi”. è palese infatti che la platea di persone a cui l’ISDE interessa (piloti, accompagnatori, appassionati) è costituita prevalentemente da soggetti che ritornerebbero in zona o che la frequenterebbero per la prima volta (indotti dalla vasta eco mediatica) con il principale intento di poter praticare il fuoristrada a motore - al di fuori delle competizioni - nel nostro ambiente appenninico. Utenza potenziale che, a fronte di una nor-

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mativa che non consente tale pratica, dovrebbe contare solo sulla “tolleranza” cui si è fatto cenno in precedenza. Ne deriverebbe una situazione di diffusa illegalità che andrebbe a confliggere con le fruizioni alle quali questo territorio è vocato, caratterizzate dal rispetto e dall’attenzione per l’ambiente naturale, per le emergenze etnografiche e culturali, sotto il segno di un turismo sostenibile e di frequentazioni fidelizzabili sulla base di valori unanimemente condivisibili al di fuori da logiche di interesse lobbistico. LE ALTERNATIVE Per tutte le considerazioni sinora svolte, il modello di “sviluppo” di cui l’ISDE sarebbe emblema e paradigma risulta in stridente contrasto sia con la strada che ha scelto di percorrere l’Oltrepò montano quale “area pilota” della strategia SNAI, sia rispetto ai progetti e gli investimenti piemontesi relativi alla sentieristica che stanno cominciando a dare i loro frutti (un esempio positivo è la promozione e la gestione dell’escursionismo in mountain bike tra Staffora e Curone, attuata con crescente successo da associazioni come Enjoy the Trail, coinvolgendo albergatori, ristoratori, gestori degli impianti di risalita, e impegnandosi in un prezioso lavoro di manutenzione dei tracciati). L’area potenzialmente interessata dall’ISDE 2020 rientra nel più ampio territorio delle Quattro Province, un territorio che si avvia ad affermare un’immagine fortemente connotata nel segno del turismo naturalistico e culturale. In tal senso vanno la recente creazione del Parco dell’alta val Borbera e la presenza dei numerosi siti Rete Natura 2000 sopra elencati: la logica evoluzione di questo processo è la creazione di una rete sempre più organica di habitat ad alto valore naturalistico (anche sotto il segno, oggi più che mai attuale, del contrasto al riscaldamento climatico). In un tale contesto risulta del tutto fuori luogo (se non deleterio) un “grande evento” come l’ISDE 2020. Non possiamo quindi che auspicare che le energie e l’impegno richiesti ai decisori pubblici dal “grande evento” di cui discutiamo vengano convogliate su iniziative di promozione delle attività economiche rispettose della biodiversità: agricoltura, allevamento e silvicoltura sostenibili, escursionismo naturalistico, a piedi, in mountain bike, a cavallo, didattica ed educazione ambientale, valorizzazione dei prodotti gastronomici biologico e a chilometro zero, ecc. - attività che il territorio sta dimostrando negli ultimi anni di saper bene valorizzare e che necessitano di ulteriore attenzione e incremento. Confidiamo che le nostre considerazioni e le nostre richieste trovino attenzione da parte dei destinatari di questa nota. Legambiente Lombardia, Legambiente Voghera Oltrepò, Comitato per il territorio delle Quattro Province, Club Alpino Italiano Tutela Ambiente Montano - Commissione Interregionale Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, associazione “Chi Cerca Crea”, associazione “Oltre le Strette”, associazione “Progetto Ambiente”, associazione IOLAS (Associazione pavese per lo Studio e la Conservazione delle Farfalle), ANPI sezione di Zavattarello


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6 giorni enduro 2020 - la risposta del Comitato Organizzatore ISDE2020 a Legambiente «Ho letto quella lettera, che mi è stata trasferita per conoscenza da altri perché al Comitato Organizzatore ISDE2020 non è mai arrivata direttamente: ho rilevato il loro punto di vista, che democraticamente rispetto ma ritengo ovviamente condizionato da posizioni e progetti diversi in merito alla gestione del territorio, e talvolta basato sulla non completa conoscenza di quanto noi stiamo programmando nel totale ossequio delle norme e con una più ampia visione del rispetto per l’ambiente. Devo anche però rilevare con soddisfazione e rispetto verso Legambiente che in questa comunicazione, ma anche nelle altre lettere che ho avuto modo di leggere, nessuno è partito lancia in resta contro il nostro sport con preconcetta avversione, anche perché non ce ne sarebbe proprio il motivo: l’enduro, come tutte le altre discipline comprese nelle attività della Federazione Motociclistica Italiana, è uno sport riconosciuto dal CONI dove militano giovani atleti cui è richiesto sacrificio e disciplina. La Sei Giorni è la manifestazione d’eccellenza, dove correranno i giovanissimi di tutto il mondo. Una vera Olimpiade dove nessuno ha interesse a creare danno. Proprio per chiarire la totale attenzione in merito alla salvaguardia dell’ambiente nel rispetto delle leggi, voglio sottolineare che la Federazione Motociclistica Italiana ha sottoscritto nel giugno 2017 un importante un protocollo di intesa con l’Arma dei Carabinieri, ed in particolare con i Carabinieri Forestali. Un protocollo che con l’iniziativa “Mettiamoci in moto…” prevede tra l’altro l’attuazione di ben cinque progetti: La Campagna Anti Incendio Boschivo, con motociclisti Tesserati FMI che effettuano il controllo di aree boschive, l’ Attività di Protezione Civile con la sezione SMIE (Supporto Motociclistico alle Istituzioni nelle Emergenze) effettuata da enduristi FMI; il progetto Enduro Italia che prevede incontri con i Moto Club organizzatori di gare dei Enduro, Trial e Motoral-

ly per creare informazione ed educazione al rispetto delle regole e del territorio; il Turismo Verde concepito con motoraduni che portano i motociclisti a conoscere i Parchi e le Riserve Nazionali (con visite organizzate dal personale CUFA), la cultura e le tradizioni dei luoghi visitati ed infine l’Eco-Enduro. Prevede la creazione di una foresta in crescita a compensazione delle emissioni di CO2. Esiste poi un codice dell’ambiente della Federazione Motociclistica Italiana che invito a visionare sui nostri siti internet motoclubpavia.it e motoclubalfieri.it. Inoltre, in merito alle manifestazioni di enduro nazionali e regionali che abbiamo organizzato ed organizziamo sul territorio oltrepadano ed in Val Curone, voglio evidenziare che – come ovviamente accadrà anche per la più importante ISDE - ogni gara prevede un iter autorizzativo lungo ed approfondito, solo al termine del quale lo svolgimento è concesso da ogni Autorità territoriale preposta a norma di tutte le Leggi nazionali e locali. Ricordo inoltre che dopo ogni gara provvediamo a nostro completo carico al ripristino dei sentieri percorsi con la supervisione dei responsabili dei comuni interessati. Siamo dunque concordi a ritenere il “nostro” territorio un bene di inestimabile valore che deve essere tutelato e può essere goduto da residenti, turisti nonché sportivi di ogni disciplina nella giusta ed equa misura di ciascuno, nel rispetto dell’integrità stessa dei luoghi e delle libertà altrui quando queste libertà si esercitano a norma di Legge. Infine, per concludere con le risposte in merito all’esigenza di rispetto del territorio, sottolineo ed aggiungo la sensibilità personale di noi organizzatori che amiamo le nostre colline e montagne e sappiamo viverle non solo in moto: io per esempio sono un ex ufficiale degli alpini – anzi, non ex, perché alpino si è per sempre - e quando il lavoro me lo consente mi concedo lunghi trekking con gli scarponi ai

piedi lungo la Via del Sale o in alta montagna. Nella stessa lettera ho visto anche una ricerca economica relativamente all’indotto che porta questo evento, ovvero la gara ed ogni altra iniziativa collaterale: vengono analizzati i valori della Sei Giorni che si è corsa a Brive La Gaillard in Francia nel 2017 – nel 2018 si è corsa in Sud America, quindi è poco rappresentativa per i nostri parametri - si parla di un delta tra i 3,4 ed i 7,5 milioni di euro spesi tra alberghi ristoranti e servizi nell’area dell’evento; il tutto in circa dieci giorni considerando anche qualche giorno prima e la coda di turismo. Ovviamente, a mio avviso in modo un po’ pretestuoso, nell’analisi la stima finale è presunta al valore più basso, senza considerare per esempio la svantaggiata posizione in fatto di raggiungibilità dell’area di Brive, la maggiore disponibilità degli appassionati francesi a dormire in camping, ed una spesa stimata di 22 euro a testa al giorno per mangiare e 55 per dormire. Credo che nelle nostre valli, Staffora e Curone, l’afflusso di pubblico potrà essere ben maggiore, così come la capacità di spesa di ciascuno dei partecipanti, degli accompagnatori, ma soprattutto del pubblico; ed in ogni caso, anche quei tremilionicinquecentomila euro di indotto in meno di due settimane, ancorché calcolati con quella stima riduttiva, non penso rappresentino una somma irrilevante. Se poi saranno settemilioni e cinquecentomila meglio ancora. Aggiungiamo poi l’opportunità di promozione turistica: ISDE poterà in tutto il mondo il nome delle nostre località, fornendo elevata visibilità attraverso tutti i media. Aggiungerei, in più rispetto alla gara francese, un articolato programma di eventi che stiamo programmando: una specie di “fuorisalone” che andrà oltre la gara ISDE e proporrà molte iniziative di ogni genere sul territorio (anche non strettamente motociclistiche) durante la fase di avvicinamento all’evento. Tutto questo, voglio sottolinearlo, senza che sia erogato un solo euro dai comuni

interessati dal transito e dallo svolgimento della manifestazione. Infine vorrei soffermarmi in merito alla istanza di trasparenza richiesta dalle associazioni: ritengo che non ci saranno problemi ad accedere a tutti gli atti amministrativi richiesti per la realizzazione dell’evento. La partecipazione agli atti è garantita da numerose leggi dello Stato, pertanto con un regolare accesso presso gli Enti preposti sarà possibile esercitare questo diritto; ma anche noi saremo il più possibile trasparenti affinché nessuno abbia dubbi sul regolare accreditamento di questo evento davvero enorme ed importante che siamo sicuri piacerà a tanti. Al pari di questo per pari trasparenza chiediamo a chi magari non la pensa come noi di inviarci le stesse istanze almeno per conoscenza, visto che la lettera di cui sopra non ci è stata mai recapitata direttamente, neanche per correttezza formale, benché fossero citati ampiamente nomi, cognomi e fatti che ci riguardano: i nostri indirizzi sono reperibili sui siti dei due moto club capofila del pool organizzatore www. motoclubpavia.it e www.motoclubalfieri. it, mentre il sito ufficiale dell’evento sarà attivato dalla Federazione internazionale al termine della ISDE2019 che si svolgerà in Algarve dall’11 al 16 novembre (da notare che la regione portoghese, sicuramente non ultima per interesse turistico, ha accolto con grande favore la ISDE). In chiusura specifico che nessuna risorsa del nostro evento potrebbe essere convogliata su eventi alternativi come proposto dai sottoscrittori della lettera aperta, poiché le risorse economiche sono generate dall’evento stesso, e, ricordo ancora, nulla sarà richiesto ai comuni come nulla di quei contributi pubblici citati doviziosamente nella lettera aperta sarà destinato alla realizzazione della ISDE2020 che si svolgerà tra Valle Staffora e Val Curone dal 24 al 29 agosto». Edoardo Zucca - Comitato Organizzatore ISDE 2020


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«Arbitri cercasi»: Sezione vogherese a caccia di nuove leve e di…un campo

Iniziano i nuovi corsi per arbitri di calcio promossi dalla sezione vogherese dell’A.I.A. (Associazione Italiana Arbitri), che si appresta ad affrontare il non semplice compito del reclutamento. Il Presidente della Sezione di Voghera Diego Nobile , che ci accoglie presso la sede di Via Garibaldi 131, spiega come trovare nuove leve sia un’impresa tutt’altro che semplice. Nobile, la Sezione vogherese ha 90 anni di storia e nel corso degli anni ha sfornato dirigenti, arbitri e assistenti di assoluto livello. Come Renato Pasturenti , a cui è intitolata la Sezione di Voghera, che fu Vice Presidente nazionale, e come Claudio Puglisi, che nel 1999 ha fatto parte della terna che diresse la finale di Champions tra Manchester United e Bayern Monaco. Si trovano facilmente “nuovi adepti”? «Tutt’altro. Il reclutamento è tra i problemi più grandi. I nuovi immessi sono appena sufficienti a reintegrare il numero degli Arbitri che nel corso della stagione si dimettono per motivi di studio o lavoro». Dove si vanno a ricercare i nuovi Arbitri? «Il reclutamento non è semplice, si effettua attraverso il passaparola tra amici e conoscenti, con la promozione della nostra attività presso le scuole, che sono spesso oberate di impegni e non concedono la possibilità di promuovere la nostra attività presso gli studenti. Non ci resta quindi che fare reclutamento 2.0 con i social network». Viene anche da pensare che, dopotutto, quello dell’Arbitro è uno dei mestieri più ingrati del mondo. Qualsiasi decisione si prende si scontenta qualcuno. Fischi, insulti, prese in giro…gli applausi, quando arrivano, sono per lo più ironici. Insomma: perché qualcuno dovrebbe praticare questo sport? «Sono consapevole che visto dall’esterno, fare l’arbitro di calcio possa sembrare una passione non comune. In realtà per noi che la viviamo quotidianamente è una esperienza meravigliosa, che consiglierei a tutti di provare. Sicuramente la passione per il calcio influisce e essere arbitro significa vivere in prima persona, da protagonista, questo sport, in un modo diverso ma ugualmente entusiasmante. è una vera e propria scuola di vita. Le difficoltà che si incontrano nel dirigere una gara consolidano la sicurezza in sé stessi e la propria autostima, aiutando ad affrontare positivamente aspetti importanti della vita di tutti i giorni. Assumere decisioni con la dovuta convinzione in una frazione di secondo e doverle in molti casi “difendere” di fronte a critiche spesso irridenti e talvolta volgari, costituisce sicuramente un valido ausilio alla crescita interiore e alla capacità di sapersi rendere maggiormente credibili e autorevoli».

Il presidente della sezione vogherese Diego Nobile insieme all’arbitro internazionale Marco Di Bello

L’identikit sembra quello di una specie di cavaliere solitario. Che caratteristiche bisogna avere per diventare arbitro? «Diciamo che un buon arbitro è come un buon giudice, deve essere imparziale e prendere decisioni il più possibile uniformi. Non bisogna avere desiderio di protagonismo, in quanto la presenza dell’Arbitro in campo non si dovrebbe percepire se non in caso di bisogno. All’inizio bi-

sogna sapersela cavare da soli, in quanto gli Assistenti Ufficiali entrano in gioco dalla Promozione. Ci vogliono grande capacità di concentrazione ed equilibrio per fronteggiare anche i momenti in cui la stanchezza toglie lucidità nel prendere le giuste decisioni. Infine arbitrare significa farsi capire dai contendenti e farsi accettare. Per far questo l’arbitro deve sapere comunicare in modo efficace e mostrare grande sicurezza nelle proprie decisioni».

Non sembra semplice. Una scuola di vita… solitaria. «Mentre tutti si muovono in squadra, l’Arbitro delle nostre categorie affronta la partita da solo. L’arbitraggio diventa come detto, una scuola di vita che insegna a porsi verso gli altri nel modo corretto e a gestire le situazioni più difficili nella giusta maniera. Si impara il rispetto verso il prossimo e a rispettare e far rispettare le regole. Le persone con carattere avran-


SPORT no la possibilità di metterlo in evidenza, i giovani con carattere da formare potranno crescere in personalità, perché l’attività arbitrale forgia il carattere traendone beneficio anche nella vita di tutti i giorni». Come l’Arbitro prepara la sua partita? «L’allenamento è alla base di tutto. Una buona condizione atletica è garantita da 2-3 sedute settimanali , dove seguendo un programma di allenamento, si raggiunge un adeguato livello di preparazione che consente di affrontare gli impegni sportivi con serenità. L’adeguato allenamento permette di trovarsi sempre nella posizione migliore per valutare. Purtroppo, oltre al reclutamento, l’altro nostro grande problema attuale è la mancanza di un campo su cui allenarci. Al momento ognuno si arrangia da sé spiega il presidente Diego Nobile - C’è chi va a Verretto dove risiede un Associato che mette a disposizione il locale campo di calcio, chi a Stradella, ma non si tratta di poli di allenamento ufficiali. Ci auguriamo che l’Amministrazione Comunale di Voghera possa finalmente aiutarci a risolvere questo problema, che da tempo abbiamo sollevato. Allenarsi in una situazione idonea è fondamentale per poter arbitrare bene». Nobile, ma a Voghera non ci sono diversi campi? «Tutti i campi sono dati in gestione alle società calcistiche o di atletica o, come nel caso del Centro Sportivo Orione, sono

«Il vogherese Puglisi fu assistente nella finale di Champions 1999»

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«Ci serve un posto fisso in cui allenarci, speriamo in una soluzione a breve» privati. Per l’esecuzione dei nostri test atletici, la Polisportiva Vogherese, che ringraziamo per la splendida collaborazione, ci concede gratuitamente proprio il campo del C.S. Orione, ma avremmo necessità di una situazione stabile per una programmazione che dia i suoi frutti». Torniamo ai “suoi” Arbitri. Come vengono visti dai tifosi i giovani Arbitri che designa nei campionati di competenza sezionale? «Purtroppo ho la sensazione, assistendo a molte gare soprattutto dei più giovani, che il tifoso, spesso genitore dei ragazzini che giocano la gara, pensi o peggio ancora, pretenda, di avere davanti a sé un Arbitro di serie A, non considerando che anche l’Arbitro, al pari dei calciatori, ha necessità, oltre che il diritto, di crescere e fare esperienza. Ci si trova a ricoprire un ruolo indispensabile, che però incontra raramente approvazione da parte delle componenti calcistiche e dei tifosi. Si è costantemente soggetti a giudizi critici e il più delle volte una decisione presa in campo è oggetto di dissenso da almeno una parte dei sostenitori. E questa è una abitudine che deve necessariamente scomparire e lasciare il posto ai valori che lo sport deve trasmettere, cioè il rispetto e un sano divertimento al di là del risultato». Come si diventa arbitri? «Occorre frequentare un corso che si tiene

presso la nostra sede di via Garibaldi 131. Si possono iscrivere tutti i ragazzi di ambo i sessi dai 15 ai 35 anni. Il Corso è gratuito, ha una durata di un mese circa, con lezioni ogni lunedì e giovedì dalle 21.00 alle 22.30. Al termine del Corso c’è un esame finale e acquisendo la qualifica si

La Sezione Arbitri di Voghera è una delle 209 Sedi territoriali dell’Associazione Italiana Arbitri (A.I.A.). Con un organico di circa 80 Arbitri tra effettivi, osservatori e benemeriti, la Sezione di Voghera gestisce direttamente ogni anno 1100 gare dei Campionati provinciali di Giovanissimi, Allievi, Juniores, Terza e Seconda Categoria, oltre ad alcune gare regionali demandate dal Comitato Regionale Lombardia. La Sezione ha il compito di reclutare, formare l’arbitro mediante corsi qualificati e inserirlo con graduali designazioni nel mondo arbitrale, seguito da qualificati tutors che lo accompagnano nelle prime gare. La Sezione Arbitri di Voghera nel corso degli anni ha sfornato validi Dirigenti a livello nazionale e regionale, Arbitri ed Assistenti che si sono distinti nei campionati di serie C e D, Assistenti Internazionali che hanno portato il

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è pronti a scendere in campo. Si comincia dal settore giovanile sotto la supervisione di un tutor, l’Osservatore arbitrale che segue l’Arbitro nei primi passi. Poi ci sono gli allenamenti: gli arbitri vengono verificati con test atletici periodici e, ogni anno, devono sottoporsi a visite mediche agonistiche». Al di là degli aspetti sportivi o morali, quali “benefici” dà l’essere arbitro? «Per ogni gara è previsto un rimborso spese, l’equipaggiamento tecnico (divisa, taccuino e fischietto) viene fornito dalla Sezione. Inoltre per gli studenti essere arbitro dà diritto al credito formativo scolastico e la tessera associativa dà la possibilità di accedere gratuitamente, nelle modalità che ciascuna società calcistica richiede, alle tribune di tutti gli Stadi italiani di ogni categoria». di Christian Draghi

nome di Voghera sui campi di tutto il mondo e ad una Finale di Champions, qualificati Osservatori arbitrali in tutte le serie calcistiche. Tra i personaggi più rappresentativi vanno ricordati Renato Pasturenti , a cui è intitolata la Sezione di Voghera, che fu vicepresidente dell’Associazione Italiana Arbitri dal 1972 al 1980, e Claudio Puglisi , Assistente Internazionale componente della terna che ha diretto il 26 maggio 1999 una tra le più belle finali della storia della Champions League tra Bayern Monaco e Manchester United al Camp Nou di Barcellona. Attualmente la Sezione di Voghera ha come massimi esponenti Gianni Tagliani Osservatore alla CAN/A , lo stesso Claudio Puglisi Osservatore alla CAN/B , Andrea Zaninetti Assistente alla CAN/PRO e Andrea GATTI Osservatore alla Can/D.


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La vita l’ha resa disabile, la sua volontà una campionessa Chiara Cordini si è avvicinata al nuoto all’età di 4 anni, in seguito a un incidente automobilistico. Lo ha fatto sotto consiglio di un medico, non poteva sapere che stava andando incontro alla sua grande passione. Oggi, a 18 anni, è una campionessa europea di Nuoto Paralimpico. Record dopo record si è fatta strada in questo sport, poco conosciuto dagli abitanti dell’Oltrepò. Reduce dai campionati italiani, ci racconta come sono andati. Chiara, partiamo di questa sua ultima doppia vittoria: come si sente? è soddisfatta? «Siamo abbastanza soddisfatti dei risultati ottenuti a Bologna il 2 e il 3 marzo. Sono arrivata a questi campionati italiani non al 100% della mia forma fisica, ho un problema alla spalla che ha compromesso la mia preparazione. Per circa due mesi ho potuto allenarmi solo 3 volte a settimana senza svolgere sessioni specifiche in vista delle gare che avevo scelto. Considerando quindi la situazione sono contenta dei risultati, in particolare per il 100m stile libero, perché ho mantenuto un tempo distante di soli 4 centesimi dal mio record personale». Quale sarà ora la prossima tappa? «Ora purtroppo devo prendermi una piccola pausa per risolvere il problema alla spalla. A fine aprile dovrò sottopormi ad una piccola operazione che comporterà alcuni mesi di riabilitazione, spero a settembre di riprendere al meglio in vista dell’anno che ci aspetta». Parlando invece un po’ di te, come ti sei avvicinata al nuoto? Da dove nasce la tua passione? «L’acqua è stata la mia passione fin da piccola. Dopo l’incidente ho sempre frequentato corsi di nuoto sotto consiglio medico e nel 2013 ho provato a seguire il corso di pre-agonistica con i normodotati. Nel 2016 invece ho ricevuto l’invito ad entrare a far parte di una squadra paralimpica e da lì è iniziata la mia avventura nel mondo agonistico». Raccontaci delle tue vittorie passate e dei tuoi record: quanti allenamenti devi fare a settimana per mantenerti in forma per le gare? «Il nuoto è uno sport impegnativo, anche solo un giorno ferma dall’allenamento e si sente subito la fatica in acqua il giorno dopo: per questo mi alleno 6 volte a settimana per 2 ore, più la sessione di palestra». Pensa che in futuro Broni rimarrà la sua piscina? Continuerà ad allenarsi con gli allenatori attuali? «Sì ho intenzione di rimanere a Broni. Fin da subito a gennaio 2018, quando ho iniziato ad allenarmi lì, con i miei attuali allenatori Davide, Simone e Federico, mi sono trovata benissimo: mi hanno sempre spronata a dare il meglio di me e si sono impegnati al massimo per far si che arrivassi

Chiara Cordini, atleta paralimpica di Broni sempre preparata ad una gara. In generale mi trovo benissimo nella mia piscina, anche con il resto degli istruttori e anche con la squadra agonistica di Broni con cui mi alleno qualche volta. Passo più tempo lì che a casa!». Com’è stata la risposta della popolazione dell’Oltrepò alla sua vittoria? Che attenzione hai ricevuto? «In generale ho ricevuto i complimenti da molte persone, in più il Comune di Zenevredo ha organizzato un incontro per presentarmi ai ragazzi delle scuole medie». Crede che, nel nostro territorio, la situazione per una persona con difficoltà motorie, sia stata affrontata al massimo delle possibilità da chi ci amministra o credi che ci sia ancora tanto da fare? «La situazione non è delle migliori, purtroppo, è sempre molto difficile spostarsi sulla carrozzina, in particolare nei piccoli paesini. Non penso che sia, però, una questione che riguarda solo i nostri comuni ma più in generale anche altre regioni italiane. La differenza con i paesi esteri a volte è abissale, soprattutto dal punto di vista dei mezzi pubblici, che qua da noi rimangono una grave problematica». Pensa che in futuro, continuando a lavorare così e ottenendo risultati, verrà richiesta la sua presenza a livello naziona-

le come per altre importanti personalità del mondo delle Paralimpiadi? «Sono già entrata in Nazionale lo scorso anno, quando sono stata convocata per partecipare agli europei che si sono tenuti a Dublino in agosto. L’obiettivo per l’anno prossimo è quello di strappare un pass per le Paralimpiadi che si svolgeranno a Tokyo. Da settembre, spalla permettendo, inizieremo la preparazione per riuscire a fare qualche tempo di qualificazione. Ci sarà da lavorare tanto, ma siamo molto determinati e decisi su quello che vogliamo fare». Che cosa direbbe ai giovani suoi coetanei, una generazione che forse nel 2019 si sta sempre più allontanando dal mondo dello sport? «Da quando sono entrata nel mondo dello sport agonistico ho notato che spesso viene sottovalutato. Sono molti i bambini che iniziano una qualche attività sportiva in età infantile ma che poi non portano avanti. Dal mio punto di vista e dalla mia personale esperienza penso che lo sport sia una palestra di vita. Impari il vero significato della parola sacrificio che, attenzione, non deve avere per forza un’accezione negativa: quando si tratta di qualcosa che ti appassiona il sacrificio diventa anche qualcosa di positivo, rinunci a molto per ricevere un risultato che ti soddisfa e ti rende fiero

«Un consiglio ai miei coetanei: dedicatevi di più allo sport e meno al cellulare» del lavoro che hai fatto. Lo sport è anche sinonimo di impegno: infatti per arrivare ad un risultato il lavoro da fare è davvero tanto, ma una volta raggiunto l’obiettivo capisci che i mesi di duro lavoro hanno dato i loro frutti. Sport non significa solo mettersi alla prova e superare i propri limiti, ma è anche la capacità di stare in gruppo: anche in uno sport individuale come il nuoto, la squadra ha un ruolo fondamentale, qualcuno con cui condividere gli allenamenti e le vittorie. Forse è necessario che i bambini di oggi si dedichino più all’attività sportiva e che distolgano un po’ l’attenzione dagli schermi del cellulare». di Elisabetta Gallarati


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Il Rally 4 Regioni si rinnova: Stradella, Casteggio e la Valleversa i nuovi scenari “C’era un tempo un altro modo di affrontare i rally, quando era il percorso di gara l’avversario più ostile da superare. Non si correva solo per vincere, erano i tempi in cui, specialmente per i piloti gentleman, il portare a termine quella corsa permetteva loro di sentirsi appagati per tutto il resto della stagione. Erano i tempi del Rally 4 Regioni, voluto fermamente dall’Automobile Club di Pavia. Una gara che ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo rallystico. Erano gli anni ‘70 e ‘80, anni di grandi Campioni italiani come: Munari, Ballestrieri, Paganelli, Barbasio, Trombotto, Carello, Cambiaghi, Verini, Tony, Lucky, Ormezzano, Bettega, Biasion, Pittoni, Cerrato, Pregliasco, Vudafieri, ecc. Anni di forti stranieri quali Lampinen, Coleman, Zanini, Dariche, Andruet, Sclater, Beguine, ecc. Anni delle mai dome amazzoni del controsterzo come Donatella Tominz, Enrica Vistarini, Serena Pittoni, Luisa Zumelli, Isabella Bignardi, Antonella Mandelli ecc, anni in cui Lancia, Fiat, Ford, Opel, Wolksvagen, Alfa Romeo, Alpine Renault, Cooper Bmc, Simca, Skoda, Innocenti, Porsche, Renault, Saab, ecc si sfidavano in un campionato ben diverso dai quasi “monomarca” attuali. Erano anni di sport e fair play, anni indi-

vrà in questo 2019 una edizione definibile, rivoluzionaria. Infatti, non solo in coda al rally storico, impegnate sullo stesso percorso, si confronteranno le vetture moderne iscritte al “4 Regioni Trofeo Valleversa”, ma cambierà anche lo scenario di gara che anziché i tradizionali centri logistici di Salice Terme e Varzi, avrà in Stradella, Casteggio e Pavia i punti cardine. La manifestazione, molto attesa dagli appassionati dell’automobilismo sia storico che moderno, é confermata per le giornate di venerdì 5 e sabato 6 luglio. Il programma di base della gara che tornata ad essere in conformazione nazionale, prevede le verifiche Sportive e Tecniche venerdì 5 luglio a Stradella, dopo di che i concorrenti si sposteranno a Pavia da dove prenderanno il via dalla centralissima Piazza Vittoria in direzione Iper Montebello, nei cui spazi esterni del centro commerciale vi sara un Remote Service Zone (RSZ), una sorta di parco assistenza veloce della duranta variante tra i 10 e 15 minuti, in cui solo l’equipaggio potrà intervenire sulla vettura. Ciò avverrà prima di affrontare per due volte la prova spettacolo di 7,5 km (la prima alla luce del giorno, la seconda con il buio per tutti, in cui le sventagliate della luce dei fari, taglieranno la collina come

Ghezzi - Benenti vincitori del Rally 4 Regioni Storico 2018

da ripetere, intervallate dopo il primo giro di prove da un Riordino a Santa Maria della Versa e dal successivo Parco Assistenza a Stradella. L’arrivo del primo concorrente é previsto, sempre a Stradella, alle ore 21. Insomma, il tutto, accompagnato dall’en-

in quello nazionale c’é stato il successo di altri oltrepadani: Giorgio Buscone e Ilaria Maggi (2017) e Alessandro Ghezzi con Agostino Benenti (2018), quest’anno le carte si mischieranno e staremo a vedere se i piloti locali continueranno la loro serie positiva, oppure il rinnovato rally con la sua formula più dinamica, richiamerà al via nuovi agguerriti contendenti. Altrettanto interessante sarà seguire le vicende del rally moderno Trofeo Valleversa, il quale, dopo il grande successo della passata stagione con 86 equipaggi ed il sindaco della capitale della fisarmonica Pier Giorgio Maggi a dare il via, é vissuto su di un entisiasmante duello tra i bresciani Tosini-Beroglio e gli ossolani Caffoni-Grnini ad inseguire, durato sino all’ultima prova speciale, in cui Caffoni, “gettando il cuore oltre il tornate”, ha compiuto l’impresa di annullare l’esiguo svantaggio e mettere un secondo ed un decimo sul forte avversario aggiudicandosi la gara in cui, Mattia Barberis e Giulia Risso (Clio), alla fine sesti, sono stati i primi tra gli oltrepadani. di Piero Ventura

Il sindaco di Stradella Piergiorgio Maggi, mossire del Rally Trofeo Valleversa

menticabili per chi li ha vissuti, anni da rivivere per chi non c’era”. Dal 2011 in poi, questo grande rally lo si é fatto rivivere in più occasioni con formule diverse ma con affetto immutato. Ed ecco che oggi, dopo un biennio di stretta collaborazione con la YL Historic Rally & Event vissuto a livello internazionale, l’Automobile Club di Pavia, con Marino Scabini in testa, in collaborazione con la Scuderia Piloti Oltrepo capitanata da Giuseppe Fiori, danno un nuovo sprone alla gara pavese che vi-

accadeva nei tempi andati). Dopo la prima prova, i concorrenti raggiungeranno la centralissima piazza Cavour di Casteggio in cui é fissato il Riordino in attesa di effettuare il secondo passaggio sulla prova. Terminati i due passaggi, gli equipaggi in gara raggiungeranno Stradella dove é collocato il Parco Assistenza notturno. Nella tarda mattinata di Sabato 6 luglio, la gara riprenderà per affrontare le 3 prove speciali in programma ovvero, la Oliva Gessi, la Valtidone nel piacentino e la Valdamonte,

tusiasmo delle amministrazioni comunali interessate dall’evento, riservato a Rally Storico, Regolarità Sport, Hall Star e Rally Moderno, si svolgerà in una cornice agonistica completamente nuova, caratterizzata da prove dal fondo molto buono, “rispettoso delle nonnine” e invitante per le veloci vetture attuali che garantiranno spettacolo per tutti i gusti. Dopo due edizioni in cui nella versione internazionale del rally storico, si é registrato il dominio dei vogheresi Matteo e Claudia Musti, mentre anche

Barberis - Risso i migliori tra i locali in gara


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Campionato Italiano Rally Junior Silvia Gallotti riparte da Sanremo Abbiamo incontrato Silvia Gallotti alla vigilia della stagione sportiva 2019 che rappresenta per lei una nuova possibilità di dare la caccia al Tricolore Junior, campionato che l’amazzone oltrepadana ha concluso al secondo posto nella passata stagione leggendo le note al giovane piacentino Andrea Mazzocchi, con il quale divide l’abitacolo dal 2016. Avvicinatasi ai rally in veste di apripista nel 2001, già dall’anno successivo ha dato vita ad un’intensa attività che l’ha portata a mettere in bacheca a tutt’oggi, due vittorie ed un terzo posto assoluti; una vittoria, un secondo e due terzi posti assoluti nel Trofeo A112 Abarth, 22 vittorie, 20 secondi posti e 21 terzi posti di classe. Tralasciando le coppe delle graduatorie femminili, agguantate quando ha disputato 21 rally al fianco di Lisa Meggiarin, vincendo tra l’altro il Trofeo A 112 Abarth, Silvia ha trascoro oltre la metà dei fine rally da lei disputati su uno dei gradini del podio. Parlando degli inizi della sua carriera Silvia dice: «Era il 2002 quando disputai la mia prima gara, il Rally Sprint colli Morenici e Mantovani a bordo di una Peugeot 205 N1, leggendo le note a Fabrizio Soncin. Giungemmo noni di classe, non fu certo un risultato eclatante, ma da lì è iniziato tutto, ho capito che i rally avrebbero occupato un ruolo importante nel mio futuro».

Silvia Gallotti sulla Stratos al fianco di Gobbi

geot del 2005, al successivo trofeo Fiesta e a quello Renault con la Twingo, sia di zona che nell’IRC fino ad arrivare al CIR. In mezzo a tutto questo c’è stata la parentesi bellissima che mi ha catapulta in un mondo a me del tutto nuovo, ma molto di-

Silvia Gallotti e Andrea Mazzocchi sul gradino più alto del podio al Rally Castelli Piacentini

Facendo una valutazione della sua attività agonistica fin qui disputata, ritiene che le parti importanti della sua carriera siano stati rappresentati dai vari trofei monomarca ai quali ha preso parte di cui dice: «Questi campionati sono importanti, sia per il pilota che per il navigatore; specialmente a quest’ultimo. Ti insegnano e ti “svegliano” tanto, è essenziale conoscere a fondo i regolamenti e gestire tante cose contemporaneamente. Penso proprio di avere appreso molto già dai trofei Peu-

vertente, quello dei rally storici, che mi ha fatto vincere un trofeo con la mia pilota Lisa». Tante corse, tante soddisfazioni. Al di là delle belle prestazione e dei molti risultati positivi, c’é qualcos’altro che ha lasciato un ricordo particolare? «Senza dubbio il rally in Finlandia, correre sulle strade del mitico “1000 Laghi” com’era chiamato un tempo e ricevere gli elogi da un “monumento dei rally” come Marku Alen il finlandese campione del

mondo 1978, con 20 vittorie di rally mondiale all’attivo, non ha prezzo. Poi, ricordo con piacere l’aver fatto da apripista al rally 4 regioni storico 2016 al fianco di Piero Gobbi sulla regina dei rally: la Lancia Stratos. Quando mi capiterà più?». Uno dei punti d’arrivo che ogni rallysta si prefigge è il Campionato Italiano Rally (C.I.R.)... «Nel Cir ci sono arrivata alla fine del 2016 perché Andrea Mazzocchi doveva correre a Roma ed era senza navigatore. Avendo corso in precedenza con suo padre Moreno, sono stata contattata e da lì è iniziato un progetto che ci ha fatto crescere e ci ha portato ad essere veloci e a migliorarci ogni gara. Tutto questo è stato possibile grazie a tanti amici, sponsor e persone che ci hanno sopportato e supportato e che continuano tutt’ora ad essere al nostro fianco. Persone importanti che ci hanno permesso di disputare un 2018 veramente particolare, nel Cir abbiamo avuto delle belle soddisfazioni sia su asfalto che su terra, ci sono stati anche alcuni errori che alla fine ci hanno penalizzato, ma che sicuramente ci sono serviti. Infine la felicità è la soddisfazione delle 2 vittorie assolute con la piccola 208… veramente emozionante!». Quest’anno il tricolore rally junior sarà un campionato tutto nuovo... «Infatti, adesso pensiamo a questo 2019 e vediamo cosa succede. In Sardegna abbiamo provato e vinto gli shoot out con la Fiesta Msport modello vecchio, Andrea si è adattato molto bene e la macchina gli piace, sono sicura che ci metterà tutto per far un bel campionato. Il trofeo si dividerà 3 gare su asfalto e 3

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gare su terra compreso il mondiale in Sardegna. Siamo pronti, le danze per il campionato 2019 si apriranno il prossimo 14 aprile al Rally di Sanremo, é certo che metteremo in campo tutto quanto abbiamo appreso, con l’umiltà e la determinazione giusta per cercare di arrivare al fantastico premio finale». Da quest’anno i piloti impegnati nel Campionato Italiano Rally Junior correranno con le macchine usate anche nel mondiale Junior, ovvero le nuove Ford Fiesta R2 EcoBoost. Vetture ufficiali M-Sport, tutte identiche e con l’assistenza ed il supporto tecnico da parte di Motorsport Italia. Le gare saranno 6, le tappe 7, infatti la gara del Sardegna WRC avrà due tappe con due punteggi distinti. Le gare utili per l’acquisizione dei punti saranno invece 5, dunque si possono fare due scarti. Come detto, il via al Campionato sarà dato al prossimo Rallye di Sanremo, un’avvio molto duro per i ragazzi dello Junior che avranno subito a che fare con le difficili strade dell’entroterra ligure con alcune prove da disputarsi in notturna.

Silvia Gallotti e Lisa Meggiarin vincitrici del Trofeo A 112 Abarth

Nella seconda tappa gli alfieri dello Junior se la vedranno contro i ragazzi del CIR Terra, infatti teatro della battaglia sarà il Rally Adriatico, con le veloci strade marchigiane. La terza gara prescelta sarà il Rally Italia Sardegna, gara valida per il Mondiale WRC. Oltre 300 km di prove tra gli sterrati più difficili del mondo, con chicca quella del confronto tra i ragazzi dello Junior e quelli del mondiale WRC. Atto quarto il Roma Capitale, gara dove i ragazzi incroceranno i guanti di sfida con i ragazzi dell’ERC Junior con lo sfondo della città più bella del mondo e delle sua strade asfaltate. Gran finale con le insidiose prove asfaltate attorno ad Udine dove andrà in scena il Rally del Friuli Venezia Giulia e gran chiusura in Toscana con le prove sterrate del Tuscan Rewind. Il premio per il vincitore sarà di 100.000 euro più una gara del Mondiale WRC 2020. di Piero Ventura


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APRILE 2019

A Ruino Aci Pavia premia i Soci sportivi La storia del Campionato Sociale di Aci Pavia é una storia che parte da lontano, esattamente dal 1938, anno in cui il titolo di campione sociale fu assegnato a termine di una gara velocistica disputata su più giri del circuito Stradella-Canneto-BroniStradella in cui a vincere fu Ezio Berné di Montù Beccaria al volante di un’Alfa Rmeo 1750 appartenuta a Tazio Nuvolari. I venti di guerra che soffiarono sull’Europa l’anno successivo, suggerì agli organizzatori di soprassedere. La guerra, la ricostruzione e il dimenticatoio in cui i consigli direttivi successivi costrinsero il Campionato ne cancellarono il ricordo. A riprendere la tradizione fu 40 anni fa Siropietro Quaroni. Il primo campione sociale della nuova era fu Cino Bernini. D’allora fino ai giorni nostri la tradizione continuò ininterrottamente. Nel corso degli anni i regolamenti cambiarono, fino a giungere al 2014 in cui, scomparve la figura del vincitore assoluto, perché era praticamente impossibile equiparare gare in pista, con i rally, gli slalom, i Formula Challenge, il Drifting ecc. Pertanto da 5 anni a questa parte ci sono esclusivamente vincitori di specialità: piloti rally moderni, navigatori rally moderni, altrettanto per i rally storici, esordienti, femminile, regolarità ecc. Importante innovazione é stata la creazione del premio “Sportivo dell’anno” il cui vincitore non esce da una classifica ma, viene nominato dalla Commissione Sportiva Aci Pavia – non necessariamente dev’essere un pilota o un navigatore - può essere nominata anche una persona non praticante l’attività automobilistica, ma che si sia distinta nell’ambito globale del motorsport – in questa occasione, la Commissione sportiva dell’Ente provinciale ha deciso di assegnare il prestigioso riconoscimento per la stagione 2018 a Francesca Mazza che da 5 anni a questa parte tira le redini di tutto ciò che viene organizzato nell’ambito sportivo sotto l’egida Aci Pavia”. A lei quindi é andato il premio intitolato alla memoria di Bruno Bazzini, l’ufficiale di gara conosciutissimo, una vera istituzione nel mondo rallystico oltrepadano e non solo, mancato nell’estate del 2017. Un’assegnazione che ha colto di sorpresa Francesca la quale, con la voce rotta dalla commozione, ha voluto ringraziare tutti per questa scelta inattesa, ma il ringraziamento va a lei e ai suoi più stretti collaboratori per i lunghi anni profusi a favore dello sport delle 4 ruote nella nostra provincia. La Cerimonia di premiazione si é tenuta presso il Ristorante Belvedere della frazione Carmine di Ruino con oltre 100 presenze e ospiti d’onore di rilievo quali Gigi Pirollo, uno dei più quotati co-piloti italiani. È il 1974, l’auto è una Fiat X1/9 e “Gigi” siede nel sedile di destra, quello del navigatore, quello che non mollerà più e continua ancora oggi a occupare dopo 45 anni

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Tutti i premiati e gli ospiti e quasi 500 gare all’attivo. Nel frattempo Pirollo è diventato uno dei migliori navigatori italiani, un professionista delle note che ha corso 78 rally del Mondiale con il team Lancia nell’epoca d’oro del marchio torinese e poi sempre da ufficiale per Ford e Mazda, e quindi di nuovo in Italia, ma sempre ai massimi livelli. Ha “navigato” alcuni dei più grandi talenti degli ultimi tre decenni (tra cui Vudafieri, Capone, Fiorio, Longhi, Liatti, Cunico, Basso e Scandola) e ha fatto da chioccia a tanti altri giovani aspiranti campioni. Nel 1987 è Campione del Mondo Gr. N accanto ad Alex Fiorio su Lancia Delta e il binomio si conferma negli anni successivi anche nella classifica assoluta: terzi nel Mondiale nel 1988, secondi nel 1989, quarti nel 1990. Poi un nuovo alloro iridato di Gr. N. nel 1993, stavolta accanto a Fassina su Mazda. E quindi i successi in Italia: nel 1994 è 3° nel Campionato Italiano assoluto con Liatti su Subaru Impreza, ma un’altra svolta importante arriva nel 1998, quando affianca Franco Cunico. Insieme sono terzi nell’Italiano assoluto nel 1998 con la Ford Escort WRC Martini Racing e secondi l’anno dopo su Subaru Impreza WRC, mentre nel 2000 e 2001 vincono il Campionato Italiano Terra, ancora sulla Subaru WRC. Il resto é storia di oggi. Poi, Andrea Aghini, campione italiano assoluto Rally 1998 e 1999 - sua l’ultima vittoria di un italiano su una vettura italiana all’interno di un rally del campionato mondiale, al Rally di Sanremo 1992 sulla Lancia Delta Integrale del Team Martini Racing. A completare un magnifico terzetto c’é poi Piero Longhi Campione Italiano assoluto rally 2000, 2005 e campione italiano Rally Gruppo N, 2003 e 2005. Di recente anche più volte campione con le ruote scoperte nel F2 Italian Trophy. In doppia

veste, quella di conduttore della serata e di giornalista scrittore c’é poi Luca Gastaldi, il quale ha presentato il libro: “Giorgio Pianta una vita per le corse”. Il compito di fare gli onori di casa é stato assolto dal presidente Aci, Marino Scabini il quale, oltre ai ringraziamenti agli intervenuti, ha svelato alcune anticipazioni sul Rally 4 Regioni Storico , in programma il 5 e 6 luglio che per il 2019 sarà aperto anche alle vetture moderne. Partenza dal centro storico di Pavia – trasferimento a Stradella sede di P.A. - Riordino – Direzione gara, sala stampa ecc. 2 PS il venerdi 5 luglio (una alla luce del giorno e l’altra alla luce dei fari per tutti), arrivo e riordino notturno a Casteggio da dove la gara riprenderà sabato mattina con le rimanenti prove (non ancora definito il numero), per concludersi a Stradella. Venendo alla premiazione, sono stati 19 i soci sportivi di Aci Pavia destinatari dei riconoscimenti, tutti oltrepadani. Nella graduatoria riservata ai piloti rally moderni il primato é andato al vogherese Giacomo Scattolon pilota di provata bravura, campione Italiano Rally Junior 2014, nonché argento nell’Europeo Rally ERC2 nel 2016. nel 2018 vincitore della gara CIR all’interno del rally Roma Capitale, che con Nobili alle note, e in questo 2019 si getta di nuovo nella mischia, con la Skoda Fabia R5. Alle sue spalle nell’ordine, lo stradellino Davide Nicelli e Riccardo Canzian. Tra i Navigatori, successo di Silvia Gallotti che nella passata stagione ha segnato due successi assolti al Timorasso e al Castelli Piacentini oltre a ottime performance nel CIR. Secondo posto per un’istituzione dei navigatori pavesi, Paolo Zanini, una lunga storia la sua con circa 150 rally all’attivo, 9 vittorie assolute, la prima nel lontano 1987 al Rally Val Bormida con Maurizio Rossi su Mercedes 190, le altre

leggendo le note a Massimo Brega, a questo aggiunge 22 podi assoluti. Nel 2016 ha corso l’Europeo ERC2 con Giacomo Scattolon ottenendo 2 vittorie e 4 podi. Al terzo posto tra i “naviga”, c’é invece Claudia Spagnolo mattatrice nei Racing Start. Nei Rally storici la vittoria é andata a Daniele Ruggeri che dal 2012 gareggia con la Fiat 127 Gruppo 2 con cui ha conquistato anche il titolo tricolore di categoria e aggiudicandosi una vittoria assoluta, 6 di classe e 12 podi, sempre di classe. Tra i navigatori rally storici, il successo é andato alla sual navigatrice Martina Marzi, da sempre al suo fianco alla quale, nel corso della cerimonia é stata consegnata la coppa del terzo posto ottenuta nel Trofeo Memory Fornaca. di Piero Ventura Campionato Sociale 2018 Aci Pavia PILOTA RALLY MODERNO 1) Scattolon Giacomo 2) Nicelli Davide 3) Canzian Riccardo NAVIGATORE RALLY MODERNO 1) Gallotti Silvia 2) Zanini Paolo 3) Spagnolo Claudia PILOTA RALLY STORICO 1) Ruggeri Daniele 2) Mombelli Domenico 3) Salviotti Andrea NAVIGATORE RALLY STORICO 1) Marzi Martina 2) Leoncini Marco 3) Crevani Nicolino PILOTA DRIFTING 1) Vacca Manuel PILOTA REGOLARITA’ 1) Politi Massimo NAVIGATORE REGOLARITA’ 1) Ruggeri Pierluigi 2) Scabini Silvia MIGLIOR DEBUTTANTE MASCHILE Cassinelli Matteo MIGLIOR DEBUTTANTE FEMMINILE Pertosa Giorgia SPORTIVO DELL’ANNO Francesca Mazza


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APRILE 2019

Rally del Ciocco: “Off” per Scattolon e “On” per Nicelli

Con la disputa del 42°Rally Il Ciocco e Valle del Serchio, si é vissuto nel penultimo week end di marzo un emozionante avvio di stagione del Campionato Italiano Rally, dove al termine di una lunga lotta sul filo dei secondi, a vincere sono stati Giandomenico Basso e Lorenzo Granai, con la Skoda Fabia R5. è stata una gara che sembrava nelle mani di Andrea Crugnola e Pietro Ometto con la Volkswagen Polo R5, vincitori di 7 prove speciali, prima di fermarsi, per problemi all’idroguida, sull’undicesima delle 15 in programma. Secondi assoluti hanno così chiuso Simone Campedelli e Tania Canton con la Ford Fiesta R5 di Orange1 Racing e M-Sport, mentre completa il podio il pordenonese Luca Rossetti con Eleonora Mori, che guadagna un primo importante risultato nel tricolore per Citroen Italia con la C3 R5. C’erano grandi aspettative per gli oltrepadani Giacomo Scattolon e Matteo Nobili su Skoda Fabia R5, con cui hanno ottenuto il terzo tempo assoluto in condominio con il finlandese Emil Lindholm con la Hyundai I20 R5 sulla prova d’apertura. Ma una serie di problemi emersi nelle prove successive hanno portato il vogherese a dover assaporare l’amarezza del ritiro. Non hanno invece deluso le aspettative lo stradellino Davide Nicelli e il co-driver Alessandro Mattioda a bordo della Peugeot 208 del team By Bianchi, impegnati nel trofeo Peugeot e nel 2 ruote motrici. Dopo un inizio di gara non facile, che li ha visti occupare le posizioni di metà classifia, con un crescendo rossiniano, sono riusciti ad imporsi nel Trofeo riservato alle vetture della Casa del leone e al terzo posto tra le 2 ruote motrici. «Torniamo a casa con un buon risultato – ha detto Nicelli - era importante per noi partire bene sia per il morale che per il campionato. Siamo riusciti a mantenere per tutta la gara un buon passo non commettendo errori. Abbiamo sempre lottato con i migliori a pochi secondi uno dall’altro, questo è molto importante per me, perchè mi dà la carica per spingere sempre e continuare a migliorarmi e crescere». Oltre alla soddisfazione esternata per il risultato positivo ottenuto il questa gara d’apertura, un importante segno di sportività Davide Nicelli lo mostra quando nelle sue dichiarazioni post-gara dice: «Sicuramente la fortuna è stata dalla nostra parte perchè la posizione che ci saremmo meritati era la seconda di trofeo, ma sull’ultima prova, il nostro diretto avversario, Griso, che ci precedeva in classifica, ha avuto problemi e siamo riusciti a passare in testa. Anche questo fa parte delle corse ma nulla cancella i suoi meriti. Ora archiviamo mentalmente il Ciocco e concentriamoci sull’immediato futuro perché tra pochi giorni tutto ricomincerà daccapo al Rally di Sanremo, gara sicuramente molto difficile, quindi, come si suole dire: testa bassa e lavorare». di Piero Ventura

Nicelli - Mattioda, primi nel Trofeo Peugeot

Pioggia di premi per il VCCC Casteggio Si é tenuta presso il Lingotto di Torino la premiazione del Trofeo Nord Ovest riservato ai regolaristi cultori dell’automobilismo d’epoca. Molti i praticanti del club oltrepadano che si sono distinti nelle classifiche riservate a piloti e navigatori protagonisti del suddetto Trofeo. Antonella Croce, responsabile e coordinatrice del Campionato in oggetto, ha incoronato Luigi Pegoraro, Luigi Cantarini, Flavio Vernetti, Antonio Borgonovi, Giorgio Giorgi e Roberto Rossetta tra i piloti e Fulvio Negrini, Valmir Kalaya, Alberto Degliantoni, Costantino Malaspina ed Elisabetta Mezzadra tra i navigatori. Fulvio Negrini, ha inoltre ricevuto il “Trofeo Luciano Botto” per la sua attività di organizzatore e collaboratore del Trofeo Nord Ovest. Un encomio, l’Automotoclub Storico Italiano, lo ha invece riservato al Presidente del Veteran Car Club Casteggio, Antonio Borgonovi, promotore del “Giro Notturno” 2018 che quest’anno disputerà la sua dodicesima edizione in data 1-2 giugno prossimo. Ringraziando la Commissione Nazionale per le manifestazioni a calendario ASI per

I premiati del Vccc di Casteggio questo ambito riconoscimento, il presidenza manifestando generale soddisfazione. te Borgonovi ha poi precisato che “il meGrande merito nell’organizzazione della rito di tale successo è da attribuire sia allo scorsa edizione va ad Andrea Guerrini ed staff di regia che agli equipaggi che hanno ai suoi collaboratori. partecipato con entusiasmo e correttezdi Piero Ventura


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APRILE 2019

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Partita da Arezzo la nuova stagione per Mombelli - Leoncini

Il Rally Storico Città di Arezzo - Crete Senesi e Valtiberina, disputato da 15 al 17 marzo, ha segnato il debutto “Tricolore” 2019 per i varzesi Domenico Mombelli e Marco Leoncini. I due portacolori di Paviarally Club Autostoriche, giunti al secondo posto rispettivamente tra i piloti e tra i navigatori nella classifica rally storici del campionato Aci Pavia 2018, hanno portato in gara la grintosa Ford Escort Mk1 curata dalla CVM di Marco Vecchi, vettura con la quale, già nella passata stagione, hanno avuto modo di fornire ottime prestazioni. Il Valtiberina, é stata la prima delle cinque gare in calendario del Campionato Italiano Rally su terra per auto storiche 2019, meglio conosciuto come: “Trofeo Tradizione Terra”, che rimanda chiaramente a quella che è la storia, ed appunto la “tradizione”, delle corse rallystiche. Dalla provincia di Arezzo e dalle sue bellissime “piesse” – con Anghiari e Pieve Santo Stefano – il rally ha raggiunto la provincia di Siena, nel territorio di Asciano proponendo prove speciali storiche dal “profumo mondiale”. Insomma, una gara importante e insidiosa che ha messo a dura prova i concorrenti, i cui, i nostri “Russel Brooks e John Brown” come simpaticamente vengono soprannominati, finché sono rimasti in gara si sono espressi tra i migliori del lotto dotati di mezzi assai più potenti. La trasferta di Mombelli-Leoncini si é purtroppo conclusa con un ritiro, non prima che questi abbiano avuto modo di offrire show e bravura. La gara, già dalle sue prime fasi, ha espresso tanto spettacolo e agonismo grazie ai due passaggi sulla celebre prova del “Monte Sante Marie” negli scenari mozzafiato delle crete senesi, la grande novità dell’edizione di quest’anno. Dopo le prime due frazioni cronometrate prese d’assalto dal grande pubblico di appassionati, al comandano delle operazioni si sono collocati Romagna-Lamonato, con la Lancia Delta Integrale (alla fine vincitori). Romagna ha preso la testa della classifica dalla seconda prova, approfittando della rovinosa uscita di strada dei figli d’arte, il giovane Alberto Battistolli, figlio del notissimo Lucky e leader provvisorio, anch’esso su Lancia Delta Integrale, affiancato da Bettina Biasion, la figlia di Miki, Campione del Mondo Rally negli anni ottanta. Seconda posizione provvisoria per la Ford Escort MK II dei comaschi Guggiari-Sordelli (primi nel 3. Raggruppamento), davanti ai trentini Tiziano e Francesca Nerobutto, con una Opel Kadett GT/E. Per Mombelli-Leoncini invece, é stato un inizio tutto in salita. I portacolori di Paviarally hanno affrontato gli 11 chilometri del Monte Sante Marie, da ripetere due volte, con la loro abituale generosità, é forse stata proprio questa generosità agonistica che li ha indotti in errore su di su di un salto con curva a destra che li ha visti uscire per la tangente, finendo la loro corsa in mezzo ai campi, dai quali

hanno poi ripreso il percorso di gara, lasciando però su quella strada bianca almeno 25 secondi che li hanno posizionati al 12° posto assoluto al termine della prova. Un’uscita da cui la vettura non ha riportato danni, come appurato da Marco Vecchi della CVM che assisteva tecnicamente l’equipaggio in gara. Se l’errore ci può stare quando si é alla ricerca della massima prestazione, il ritardo al C.O. d’ingresso al Parco chiuso a fine tappa, causato dall’eccessivo traffico urbano, é già più difficile da digerire come difficili da digerire sono stati il minuto e 10 secondi di penalità che i due si sono visti attribuire ad Arezzo che li hanno portati ad occupare la tredicesima posizione nella generale. A questo punto per l’equipaggio della Ford Escort MKI non rimaneva altro da fare che rimboccarsi le maniche e nella seconda giornata di gara e tentare la scalata alla top ten. Un’impresa non facile a questo punto, ma le carte in regola per farlo erano in loro possesso. Motivati più che mai, i portacolori di Paviarally, partiti a “spron battuto” nella mattinata del giorno successivo, infilano tre risultati maiuscoli in ottima successione: undicesimi assoluti sui 12 km dell’Alpe di Poti, prova d’apertura della seconda giornata di gara; settimi assoluti sui 6 km della “Battaglia degli Aghinari” e quinti assoluti sui 7,5 km della “Cerbaiolo”. Poi, la doccia fredda; quel maledetto cavo della frizione che si rompe sulla Ford Escort MKI e tutti gli sforzi che vanno in fumo. Nonostante questa disavventura e qualche errore di troppo nella prima giornata di gara, Domenico Mombelli e Marco Leoncini hanno comunque confermato, oltre alla bravura e capacità nella conduzione del mezzo meccanico, la loro grande e indissolubile caparbietà agonistica sempre condita da grande spettacolo.

Spettacolare ‘traverso’ di Mombelli-Leoncini (Diessephoto) re ore al lavoro e al riposo, pertanto non possiamo permetterci lunghe permanenze nei luoghi in cui si gareggia. Siamo entrati in atmosfera “Rally Valtiberina” solamente il giorno prima, giovedì 14 marzo quando, partiti da Siziano, sede della CVM in cui approntano la nostra Escort, con vettura sul carrello e furgone assistenza al seguito, giungiamo ed Arezzo giusto in tempo per il ritiro del road book. Fatto questo, abbiamo per così dire “santificato” anche i principi del nostro gruppo che onora, sport, amicizia, rispetto delle regole, il gusto per la vita e la capacità di assaporare quanto di bello c’è nel nostro Paese, dalla cucina all’arte. Non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione ad Arezzo, uno scrigno di poco più di 100 mila abitanti, pieno di bellezze da ammirare che propone anche una gastronomia di prodotti tipici genuini che vanno dalla tenerezza della bistecca “chianina” al sugo d’anatra che condisce

La Delta incidentata di Battistolli-Biasion Lasciamo che sia lo stesso Marco Leoncini a raccontarci la loro trasferta: “Come per altri, correre i rally per noi, significa ruba-

la pasta all’uovo fatta in casa e via dicendo, il tutto accompagnato da un buon rosso toscano. Venerdì 16 marzo, di buon mat-

tino, iniziamo le ricognizioni, c’é gente che prova da giorni, ma non importa, noi riusciamo comunque a percorrere tre volte la “Sante Marie” e la “Battaglia di Anghiari”, due volte il “Cerbaiolo” e “L’Alpe di Poti”. La più insidiosa é la “Monte Sante Marie”, ricca di dossi, salti e discese ripide che non permettono distrazioni, é in programma sabato 16 alle 15,15 e alle 17,30 (ne faranno le spese Battistolli col Delta e Pelliccioni con MK 2). Pure noi nel famoso salto facciamo una divagazione in un provvidenziale campo, ma riusciamo a rientrare senza conseguenze alla vettura, lasciando qualche secondo che ci farà segnare il 12 tempo.... quel campo accoglierà ben 20 vetture tra storiche e moderne. Complice invece il traffico del sabato sera, incorriamo in una penalità al ultimo CO di giornata, previsto nella centralissima piazza grande di Arezzo. Peccato! Domenica 17, si parte con l’Alpe di Poti, insidiosa nell’ultimo tratto di discesa nel bosco dove facciamo segnare un buon 11 tempo, incoraggiante. Le migliori performance arrivano però nella piana della Battaglia di Anghiari, ricca di inversioni e allunghi, dove il responso cronometrico é il 7° assoluto e sul Cerbaiolo in cui abbondano tornanti e leggere salite, prova molto guidata e con Mombelli perfettamente a suo agio tra salti e traversi. Qui facciamo nostro il 5° tempo assoluto. La grande rimonta sembra avere inizio invece, il nostro rally purtroppo finirà di lì a poco, complice la frizione che ci abbandona in trasferimento a pochi chilometri dal CO e riordino. È stata comunque un’esperienza sportiva bellissima utile ad arricchire il bagaglio e un ottimo week end immersi nella campagna toscana, facendo quello che più ci appassiona: “correre il rally”. Il prossimo impegno di campionato per l’equipaggio di Varzi é fissato per il 4 maggio a Cingoli dove si disputa il Rally Adriatico. di Piero Ventura


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Il Periodico News - APRILE 2019 N°141  

DIRETTORE RESPONSABILE Silvia Colombini direttore@ilperiodiconews.it . Per la Vostra pubblicità vendite@ilperiodiconews.it oppure 0383-944...

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