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OLTREPò PAVESE... Quantità o qualità? Volumi o riconoscibilità?

Anno 12 - N° 135 OTTOBRE 2018

20.000 copie in Oltrepò Pavese

pagina 11

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - 70% - LO/PV

CASTEGGIO Fondazione Bussolera: il sogno dell’avvocato continua

pagine 42 e 43

CASEI GEROLA C’era una volta lo zuccherificio… Una grande famiglia Casei Gerola e il suo zuccherificio: due realtà i cui destini si sono affiancati e a volte sovrapposti per molti decenni, fino agli sciagurati eventi...

news

pagine 14 e 15

GODIASCO SALICE TERME «Il giovane Fofana un esempio di integrazione»

Daniela Pini, casalinga, un marito, due bellissimi nipoti, due cani. Ed un giardino che richiede tanto lavoro. L’abbiamo incontrata per farci... pagina 19

BRESSANA BOTTARONE

Il nubifragio dello scorso 20 luglio ha arrecato danni anche agli alberi monumentali di Viale Resistenza, ma da poco oltre un mese la situazione... pagina 47

varzi «Basta negatività, non togliamo l’entusiasmo ai giovani»

Ha tappezzato il paese di manifesti con scritto sopra “Io sono per Varzi”. Una campagna di marketing degna di un aspirante sindaco... pagine 27

menconico “Tartufo Gate” a Menconico: Aziende allontanate dalla Sagra Aziende allontanate dalla sagra del Tartufo e “scarsa trasparenza” negli atti amministrativi. Il consigliere comunale di Menconico... pagina 28

Sarà forse che con l’arrivo dell’autunno, con le giornate che si “accorciano”, le foglie sugli alberi che ingialliscono e cadono, la luce che cambia intensità ed ingrigisce, la temperatura che scende... tutto ciò porta una diffusa, lieve malinconia del pensiero e dell’anima. Sarà che molti di noi si ricordano di decenni, decenni or sono, ove la vita era... pagine 6 e 7

Oltrepò Pavese : “Se ca ghe da rid?” (“Cosa c’è da ridere”) La cronaca locale in queste ultime settimane ha dato ampio e variegato spazio a due fatti che ho seguito con interesse. Li ho seguiti perché conosco le due persone coinvolte e le conosco da anni. Uno fin da quando è nato, l’altro da almeno 25 anni. Per entrambi nutro stima ed amicizia e come succede a tutti i mortali ed in ogni attività lavorativa, ci sono a volte dei problemi. Ad una di queste due persone è capitato un controllo da parte delle autorità competenti... pagina 2

Il sindacato di Polizia penitenziaria Uilpa lancia l’allarme sulla sicurezza interna del Carcere di Voghera, descrivendo il quadro di una situazione preoccupante in cui i detenuti starebbero lentamente prendendo il sopravvento sugli agenti davanti agli occhi di un direttore “inerte”. «I gravissimi episodi che si stanno verificando in quest’ultimo periodo presso la Casa Circondariale di Voghera mettono in luce la precaria situazione dell’Istituto, nonché la sua gestione fallimentare» attacca Gian Luigi Madonia, segretario regionale Uilpa, commentanFinita la guerra conosce la Duchessa... pagina 4

oltre

Cascina Bella, quale futuro per i pioppi secolari?

«Indisciplina e impunità, carcere in mano ai detenuti»

il Periodico

L’avvocato Fernando Bussolera era un personaggio eclettico, di quelli che si stampano nella memoria. Amante dei cavalli, delle belle...

Giorgio Grandi racconta il “suo” Bar Italia

«La massima attenzione ad ogni cliente, non importa quanto spende»

La Ferramenta Noscardi è il negozio più longevo di Rivanazzano Terme. Un nome che rappresenta 81 anni di storia in terra oltrepadana dove stampa, associazioni e municipi lanciano grida di orrore quando una realtà commerciale storica chiude dato che non può essere considerata banalmente il bene di un singolo, ma il patrimonio di un paese intero... pagina 18

Editore


LA TRIPPA

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OTTOBRE 2018

Oltrepò Pavese : “se ca ghe da rid?” (“Cosa c’è da ridere?”) .

La cronaca locale in queste ultime settimane ha dato ampio e variegato spazio a due fatti che ho seguito con interesse. Li ho seguiti perché conosco le due persone coinvolte e le conosco da anni. Uno fin da quando è nato, l’altro da almeno 25 anni. Per entrambi nutro stima ed amicizia e come succede a tutti i mortali ed in ogni attività lavorativa, ci sono a volte dei problemi. Ad una di queste due persone è capitato un controllo da parte delle autorità competenti nell’ambito della sua attività di gestore di locali pubblici. La notizia è stata che il locale oggetto del controllo avrebbe chiuso per alcune settimane, che molti dipendenti non erano in regola, multe salate in arrivo etc. etc. etc. in sostanza non è stato così: il locale è rimasto aperto, i dipendenti, se mai ci sono state piccole irregolarità nell’ambito del ginepraio normativo italiano, evidentemente sono state risolte ed hanno continuato il loro lavoro. Un normale fatto di cronaca, nulla di che, nulla di più. All’altro amico, manager di un importante Consorzio dell’Oltrepò, è capitato, come succede quando si rive-

stono ruoli dirigenziali, di essere sospeso dal Consiglio d’Amministrazione per verificare se alcune sue decisioni erano in linea con le direttive generali date dal Consiglio stesso. Anche questa notizia è stata data con ampia e variegata enfasi, in sostanza è che il Consiglio d’Amministrazione verificherà, ed il manager sospeso, tranquillamente, argomenterà le decisioni da lui prese durante il suo lavoro dirigenziale. Nessuna delle due notizie mi ha sorpreso, succede tutti i giorni che ci siano controlli alle varie attività commerciali, succede tutti i giorni che i manager di società vengano sospesi o venga interrotto il rapporto di lavoro. Vale come esempio sportivo quanto è successo a Marotta con la Juve che in questi giorni, pur avendo sempre svolto il suo lavoro in maniera eccellente, ha visto il Consiglio d’Amministrazione della società torinese prendere la decisione di interrompere il rapporto di lavoro. Succede, non mi stupisco e non voglio, ne è necessario che io lo faccia, difendere questi due amici, sarà il tempo, che giudi-

cherà il loro operato professionale. La cosa che invece mi ha colpito è come molta gente, anche molti amici delle due persone coinvolte, abbia reagito alla notizia con un sorriso soddisfatto! Tanti, troppi, commentando la notizia sorridevano e a tutti, ma proprio a tutti, ho chiesto, in dialetto oltrepadano, lingua che adoro, “Se ca ghe da rid?” (“Cosa c’è da ridere?”). Una cosa alla quale non avevo mai dato peso in questi anni è come la gente, anche i conoscenti e molte volte gli amici, quando succede un problema ricevono e commentano la notizia con un sentimento di soddisfatto piacere. C’è poi chi simula meglio e chi peggio, ma nei loro occhi ho letto e si legge una vena di soddisfazione. Non è forse cattiveria, non è forse stupidità, non è forse invidia, ma il sentimento che traspare si può riassumere con una frase in dialetto “Un po’ a testa in brasa a la mama” (“Un pochino per ciascuno in braccia alla mamma”), frase che vuol dire “mal comune mezzo gaudio”. Ed anche: ”È toccato anche a lui e non sempre a me”. Chiaramente, questo sentimento di molti,

ma per fortuna non di tutti, non è solo oltrepadano, ma è un sentimento universale. I tedeschi questo sentimento lo chiamano “schadenfreude”, che tradotto vuol dire gioire, provare piacere per il danno altrui, per la malasorte subita dagli altri. L’Oltrepò Pavese ha tante cose belle ed alcune anche buone, anche da mangiare e da bere, ma è sotto gli occhi di tutti che ha anche tanti problemi, una fetta importante di questi problemi è legata al turismo, ai prodotti tipici, alla promozione dell’Oltrepò e nonostante tutti i problemi che oggettivamente ci sono, il turismo, il vino, il divertimento potrebbero essere una risorsa importante per questa nostra terra, le soluzioni commerciali, marketing e pubblicitarie per migliorare la situazione sono e sarebbero molte, ma forse c’è un problema, molti, forse troppi oltrepadani sono pervasi come direbbero i tedeschi, da “schadenfreude”… “purtropp”… che non è tedesco ma molto più semplicemente dialetto dell’Oltrepò, e penso non abbia bisogno di traduzione alcuna. di Antonio La Trippa


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VOGHERA

OTTOBRE 2018

«Indisciplina e impunità, carcere in mano ai detenuti» Il sindacato di Polizia penitenziaria Uilpa lancia l’allarme sulla sicurezza interna del Carcere di Voghera, descrivendo il quadro di una situazione preoccupante in cui i detenuti starebbero lentamente prendendo il sopravvento sugli agenti davanti agli occhi di un direttore “inerte”. «I gravissimi episodi che si stanno verificando in quest’ultimo periodo presso la Casa Circondariale di Voghera mettono in luce la precaria situazione dell’Istituto, nonché la sua gestione fallimentare» attacca Gian Luigi Madonia, segretario regionale Uilpa, commentando quanto accaduto nelle scorse settimane con il rinvenimento di quantitativi di droga, telefoni cellulari e a altri oggetti che in carcere non dovrebbero stare, ma soprattutto con l’aggressione al Sovrintendente avvenuta ad agosto. «Scarsa disciplina e senso di impunità sono i problemi principali, i detenuti sembrano non riconoscere più l’autorità». Madonia, cosa sta accadendo in via Prati Nuovi? «La gestione dei detenuti a Voghera è assolutamente fuori controllo e gli episodi di insubordinazione sono ormai ordinari. Non è assurdo sostenere che quando un agente “si permette” di redarguire un detenuto e di pretendere il rispetto delle regole, quest’ultimo si ribella e nei casi peggiori tenta addirittura di aggredire. Ad agosto un detenuto ad Alta Sicurezza è arrivato persino a colpire un Sovrintendente e alcuni giorni prima un altro detenuto era stato sorpreso in possesso di una macchina per fare tatuaggi con tanto di trasformatore elettrico, decine e decine di aghi, puntali e diversi metri di cavo prolunga. All’atto della requisizione, il detenuto ha tentato di aggredire l’agente perché si è “permesso” di agire con professionalità e tempismo». Come mai non si riesce a mantenere l’ordine? Il personale non è sufficiente? Più volte negli anni scorsi le carenze di organico sono state additate come causa di possibili disagi… «Prima era così, ma oggi la carenza di organico è stata ridotta al 20%, una soglia bassa rispetto ad altre realtà e non può più essere adottata come scusante perché le lotte sindacali portate avanti negli ultimi anni hanno dato i loro frutti: tra dicembre e luglio scorso sono arrivati in forza alla casa circondariale circa 25 agenti. Il problema vero è che siamo in preda ad un caos organizzativo e manca chi dia una struttura al loro lavoro». Intende dire che è responsabilità della direzione? «Dico che in tutto questo scenario il direttore e l’ex comandante (che da pochissimo è stato sostituito) per quanto ci è dato sapere, fanno da spettatori. Hanno saputo

alzare la voce o redarguire il personale quando ha sbagliato, ma non hanno assunto toni e provvedimenti adeguati quando quelli a sbagliare sono stati i detenuti, responsabili degli eventi. Il rinvenimento di sostanze stupefacenti e di oggetti non consentiti o potenzialmente pericolosi sembra non fare più notizia né meritare attenzione da parte dei vertici dell’Istituto».

ciliani e allo stesso modo per tutte le Regioni. La verità è che a Voghera il vaso è colmo e coloro che gestiscono l’Istituto, per ragioni diverse, almeno per quanto ci riguarda, non hanno abbastanza polso per contrastare quest’andazzo, dimostrando di non saper rispondere alla complessità della struttura, all’organizzazione del lavoro e alla gestione del servizio».

Lei vede una sorta di “caos organizzativo”… ma che tipo di organizzazione crede sarebbe più funzionale? «Penso ad esempio al modello del carcere di Opera, che sta funzionando benissimo: spiegandolo in parole povere, lì si applica una gradualità della restrizione, in altre parole si guadagnano permessi e “privilegi” attraverso la buona condotta ma si sottoscrive un documento che ne provoca la perdita totale se si sgarra. Il modello sta funzionando, tanto che ha quasi azzerato gli episodi di insubordinazione». di Christian Draghi

Allarme del sindacato Uilpa: «Sicurezza interna a rischio e il direttore sta a guardare» Gian Luigi Madonia, segretario regionale Uilpa

Gli agenti si sentono in pericolo? «Certamente sono i più esposti. Occorre ricordare che nel carcere di Voghera sono custoditi detenuti ad alto livello di sicurezza, non ladri di galline. Gente abituata a comandare, che ha fatto parte della criminalità organizzata, e che se capisce di poter fare il bello e cattivo tempo lo fa». Crede ci sia un pericolo evasioni stile quella dei tre albanesi del marzo 2011? «Al momento direi di no, almeno non nel senso “classico” dell’immaginario comune con il detenuto che sega le sbarre o si cala dalla finestra. Strutturalmente Voghera è ancora forte e sicuro. Il problema però è che se si permette ai detenuti di prendere il sopravvento si possono creare situazioni a rischio e il senso di impunità e la mancanza di gerarchia attuali sono preoccupanti. Al momento si sta perdendo il polso della situazione e i detenuti, soprattutto i più influenti e i più ribelli, potrebbero prendere il sopravvento. Già i primi segnali sono tangibili: i detenuti hanno già letteralmente colonizzato le sezioni, suddividendole per categorie e territori di provenienza. I calabresi coi calabresi, i siciliani coi si-

400 detenuti, 90% ad alta sicurezza Il carcere di Voghera ospita circa 400 detenuti, il 90% dei quali custoditi a regime di Alta Sicurezza. La capienza sulla carta sarebbe di 341 unità, il che porta la percentuale di sovraffollamento di poco oltre il 17%. «Un dato sotto la media nazionale, ma comunque significativo se si tiene conto della tipologia di detenuti» afferma il segretario Uilpa Gianluigi Madonia. «Il personale previsto dalla

Legge dovrebbe ammontare a 252 unità. Attualmente quello assegnato raggiunge le 207 unità, mentre quello impiegato effettivamente ruota intorno alle 180. Sono dati in continuo movimento - spiega Madonia - ma possiamo dire che la carenza si attesta intorno al 25%. Anche in questo caso un dato inferiore a quello di altre realtà, maturato soprattutto in virtù dell’impegno costante delle forze sindacali».


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OTTOBRE 2018

Valmori: «Sono nato e morirò democristiano» Parliamo di politica vogherese con un noto professionista, che porta sulle sue spalle oltre vent’anni di esperienza come amministratore cittadino. Si tratta dell’avvocato Giovanni Valmori, che abbiamo incontrato nel suo studio di via Emilia. Avvocato, la politica l’ha sempre avuta nel sangue. Come giudica questi ultimi anni di operato dell’amministrazione vogherese, alla luce anche del suo curriculum politico? «Dell’Amministrazione Comunale ho fatto parte dal 1964, prima all’ASM e poi sono stato in Consiglio Comunale per vent’anni, con un periodo come assessore. I tempi sono diversi rispetto a quelli in cui amministravo io. Le leggi e la società sono cambiate, così come il modo stesso di gestire un comune. I mezzi a disposizione, oggi, sono quelli che sono. Ma il mio giudizio complessivo devo dire che è positivo. Conosco il sindaco Barbieri da sempre, e prima di lui il suo papà, e conosco tutti gli assessori di questa giunta. Certamente i miracoli non si possono fare, tuttavia credo questa Amministrazione abbia fatto molte cose interessanti». Un esempio? «L’operato della Azzaretti, che è uno dei miei assessori preferiti. Dal punto di vista della presenza culturale, delle manifestazioni, penso ci sia stata e ci sia un’impronta positiva. L’apertura del sociale la aspettiamo tutti: è una realtà che manca da tanto, troppo tempo. Vorrei rivederlo come lo ricordo io, ai tempi in cui Valter Chiari portava qui le sue riviste, alla fine degli anni ‘50. Anni in cui il Teatro Sociale era gremito in tutti i suoi ordini, con un parterre davvero importante. Mi auguro che presto possiamo recuperarlo a quella funzione che una città come Voghera merita di avere». Le criticità in questo antico progetto sono state molteplici; tutti in città sperano sia la volta buona. «Portare avanti queste operazioni non è facile per l’Amministrazione: occorre fare i conti con la burocrazia interna del comune, con bilanci ristretti ancora più che ai tempi miei. Stare in certi limiti non è facile. Tutt’altro. Questo lo so per esperienza diretta». Sembra quasi lei voglia giustificare certi obiettivi non raggiunti… «Tutti vorremmo tutto e subito. Una città più viva, più tranquilla, operosa; e tutti siamo portati a scaricare sull’autorità le disfunzioni che troviamo ogni giorno e che incontriamo nella nostra quotidianità. Ma nessuno ha la bacchetta magica. La crisi economica dipende dal Comune? Vediamo che ogni giorno c’è un negozio che chiude, un cartello con scritto ‘‘Vendesi’’ che si affaccia su una vetrina… ma non possiamo attribuire all’Amministrazione Comunale queste cose. Certo il Comune

può fare la sua parte ma non ha certamente la possibilità di risolvere tutti i problemi». Rumors danno per vicina una candidatura del sindaco di Voghera alle prossime elezioni provinciali. Le liste verranno presentate il 10/11 ottobre. Pensa possa un’opportunità per Voghera o solamente un’opportunità per il Sindaco? «Penso che un vogherese in qualche posto oltre Voghera sia sempre utile. Abbiamo già perso la corsa per le Regionali e per tante altre possibilità. Anche per quanto riguarda la provincia, che oggi si chiama area vasta, sarebbe utile avere un riferimento. Non saprei se Barbieri abbia questa idea. Ma al di là di quelle che possono essere le funzioni o le competenze ancora di competenza di questo ente, sono del parere la presenza di un vogherese possa essere positiva». Lei ha vissuto anni in cui la politica era anche e soprattutto compromesso. Oggi, anche nella nostra città, i compromessi fra le forze politiche sono sempre più osteggiati. Un bene o un male? «Guardi, io sono nato e probabilmente morirò democristiano. Il compromesso l’ha inventato la DC; ma era un compromesso, se mi consente, in senso positivo e buono: era il cercare una possibilità di accordo nell’interesse della funzionalità dell’ente, sia con riferimento al Comune che agli altri organi della Repubblica. Penso a quella trattativa fra le parti volta a trovare una via di intesa, la possibilità di operare bene nell’interesse di tutti. Se io non mi smuovo dalle mie parti e lei nemmeno, la città non si muove. Si rischia di lasciare tutto quello che c’è nel mezzo assolutamente ingovernato». Si riferisce ai rapporti che si intersecano fra maggioranza e opposizioni consiliari? «Io posso dire questo. In Comune sono stato sia capo dell’opposizione, sia assessore di maggioranza, e devo dire che quanto eravamo all’opposizione facevamo la nostra parte, anche ferocemente. Ma quando c’era da affrontare un problema che fosse

Barbieri in Provincia? «Penso che un vogherese in qualche posto oltre Voghera sia sempre utile»

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L’Avvocato Giovanni Valmori di interesse pubblico il nostro apporto non mancava. Anche quando si trattava di proposte che dai nostri avversari, portavamo il nostro contributo. Devo dire, a onore della maggioranza che c’era allora, che trovavo sempre una certa sensibilità. Penso agli anni del sindaco Gardella, di Betto, anche di Scotti. C’era una disponibilità ad ascoltare gli altri per trovare una soluzione che fosse il più possibile concordata. Oggi non so se questa possibilità potrebbe funzionare, con la tensione che c’è tra le forze politiche. E non parlo tanto del livello locale, quanto soprattutto del piano nazionale». Crede che in una città come Voghera sia rimasto qualcosa della gloriosa Democrazia Cristiana, di cui lei ha fatto parte? «Se osserviamo i vari partiti di oggi credo che siano presenti in numero maggiore gli ex DC che gli ex di altri partiti. A livello nazionale e non solo vogherese sono sparpagliati in altre formazioni, un po’ dappertutto. Certamente si portano dietro una certa esperienza». Pensa che la sua attività come amministratore abbia favorito o nuociuto alla sua attività professionale? «Nuociuto no, favorito neanche. Anzi, siccome io ho sempre lavorato molto e in quegli anni ero all’apice della mia attività, mi ha sottratto tempo che avrei magari potuto dedicare alla mia professione. Certamente è stata un’esperienza importante, e ha allargato il campo delle mie conoscenze». Anche oggi sono presenti giuristi nella compagine amministrativa vogherese. Pensa che l’impegno politico sia ancora neutrale rispetto a quello professionale? «Oggi più che allora c’è il rischio che la troppa tensione possa anche nuocerti. Allora non c’erano nemici, c’erano solo avversari politici, e non solo a livello locale. La politica è scaduta in questo senso: non

ci sono più avversari di idee, ma nemici personali. L’avversario è un nemico da distruggere infangandolo, denunciandolo, e questo non è un bene. In questo senso la politica può anche nuocere. A qualcuno, invece, non nuoce affatto». Considera definitivamente conclusa la sua esperienza nella politica attiva o potrebbe essere disponibile a un nuovo impegno in prima persona, negli anni a venire? «Io ho qualche annetto, per la verità. Qualcuno dice che non li dimostro tutti, ma li ho. Però, sia nella vita che nella professione e nella politica, ho sempre apprezzato un motto: mai dire mai. Per cui, tutto è possibile». Parliamo delle sue fatiche letterarie. Bolle qualcosa di nuovo nella sua ricca pentola? «Bolle sempre qualcosa in pentola. Sto ultimando un libro che spero di chiudere presto. Si tratta di argomento un po’ diverso rispetto ai libri che ho pubblicato finora. Il titolo è ‘‘Colpevole… forse’’, e si occupa delle problematiche che possono sorgere quando ad accusare una persona esiste un solo teste. Parlo di reati a natura sessuale, quando l’unico accusatore è il minore. Ci sto lavorando da un po’; si tratta di un lavoro che mi è stato richiesto e spero di consegnare le bozze in questo mese, è una cosa molto importante per me e molto seria. Poi ho un altro volume, già pronto, di argomento diverso. Una cosa molto leggera e umoristica, si intitola ‘‘Orate Fratres’’. È una raccolta di preghiere un po’ umoristiche. Con tutto il rispetto ovviamente per la preghiera, ma lo stesso Papa Francesco ha detto che la cristianità e il vivere cristiano va preso a volte con un po’ di sano senso dell’umorismo». di Pier Luigi Feltri


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OTTOBRE 2018

Giorgio Grandi racconta il “suo” Bar Italia

Sarà forse che con l’arrivo dell’autunno, con le giornate che si “accorciano”, le foglie sugli alberi che ingialliscono e cadono, la luce che cambia intensità ed ingrigisce, la temperatura che scende... tutto ciò porta una diffusa, lieve malinconia del pensiero e dell’anima. Sarà che molti di noi si ricordano di decenni, decenni or sono, ove la vita era diversa, il ritmo era più lento, il telefono era solo fisso, di casa, oppure in cabine della Sip per strada, e tutte le sere, dalle 17.30 in poi, la “Vasca” in Via Emilia era un “Must”! Sarà la curiosità di un amanuense che scaturisce da una fotografia dei primi anni ‘80, dove un noto politico “sbaglia un saluto” altrettanto storico-politico. “Sarà quel che sarà”, come cantava, vincendo, Tiziana Rivale al Festival di Sanremo 1983, ma abbiamo così pensato d’intervistare un amico vogherese, persona stimata e ben conosciuta in città, che ci ha riaperto la memoria su quegli splendidi anni: Giorgio Grandi. Giorgio lei è della Classe... «Sono del “59... un giovane 59enne, vogherese d.o.c.!». Io ricordo che nei favolosi anni ‘80, ma già dai ‘70, nella nostra città, e zona in generale, molti erano i luoghi di ritrovo di ragazzi e di giovani adulti, chiamiamoli così... «Caspita, sì! Solo a braccio, così su due piedi, posso citarle il Bar Cervinia, il Bar del Teatro, la celeberrima “Compagnia del Viale” di Viale Principe Amedeo, che allora si chiamava così e per me così è rimasto, con quel nome (sorride...), e poi tanti locali... il Club House, il Tucano, lo Sporting, la Foresta, il Mayerling...

«Sono “entrato” nella compagnia del Bar Italia nel 1975. Lì cominciai a prendere i primi ceffoni educativi»

Giorgio Grandi

per qualche coppietta “accesa” e/o, magari, “clandestina” il Monastero, con i suoi separè (sorride con espressione “furbetta”)». Ma su tutti, ad inizio degli ‘80, certamente un segno storico preponderante l’ha lasciato il Bar Italia di Via Emilia, di fronte alla Banca Nazionale del Lavoro, oggi Bnp Paribas... «Assolutamente! Io sono “entrato” nella compagnia del Bar Italia nel 1975, o 1976, insomma verso i 15 anni. Abitavo in Via Lentini, dove sono nato, via traversa tra Via Plana e Via Scarabelli, ed il passo, capisce, fu “breve”... Lì cominciai a prendere i primi ceffoni educativi dai ragazzi della generazione precedente alla mia: allora era una forma di iniziazione alla vita che usava così, e che ancora ringrazio fosse così, avendomi davvero insegnato molto per quanto concerne il rispetto sociale e la convivenza con gli altri miei simili (ride di gusto) ! Il titolare allora era Franco Balestrero, detto “Ragu”». Che strano appellativo... «Ritengo derivasse dal modo secco e nervoso, molto nasale di parlare che Franco aveva». Scusi l’interruzione, prego... «Dicevo... io ero già “cliente”, poco più che bambino, direi dai 10 anni, di Franco al suo bar Roma, davanti alla stazione ferroviaria, perché nel retro, nei giardini, aveva il juke-box... e noi bambini andavamo d’estate lì ad ascoltare i grandi successi di quegli anni». Poi si spostò al Bar Italia con il Signor Balestrero nel 1975, con quale compagnia? «Dunque... eravamo proprio ragazzini... beh, certamente con il mio amico di sempre, prematuramente scomparso quasi 30

anni fa, Manuele Albani detto “Biewicz”». Soprannome difficile... «In realtà, era una storpiatura proveniente dal nome di uno dei portieri di calcio migliori al mondo, in quegli anni, il Polacco Ladislao Mazurkiewicz, di lì a breve diventato Masturbiewicz Biewicz! (sorride...)». Ed altri amici? «Beh, Angelo Ferrari, per tutti Angelino, e Cesare Canobbio e suo fratello Chicco, ed anche poi alcuni più “anziani” di noi, come Claudio Zuffi, Gianfranco D’oro, Francesco “il Biondo” Fiori, Massimo Terziani, Gianni Tambussi... In quegli anni, il Bar Italia era proprio il bar tipico, con il biliardo, che poi venne eliminato, dove si guardavano le partite di calcio in tv tutti insieme, si giocava quindi a carte, si facevano lunghi aperitivi e le nostre donne, fidanzate, amiche… stavano in strada, fuori dal bar! Era una regola silente: all’interno c’eravamo solo noi maschi. Poi, con la bella stagione, quando ci si spostava in Viale Principe Amedeo, e più generalmente in Piazza Meardi, si stava tutti insieme, ma d’inverno... il Bar Italia non prevedeva presenza femminile stanziale, all’interno... (ride di gusto). Poi, negli anni, i titolari nuovi, Remo e Walter Lucchini, si fecero da noi “convincere” ad andare oltre l’orario di chiusura normale, magari a saracinesche non completamente aperte... (sorride)... ed in quegli anni, l’Italia era certamente diventato una nostra seconda casa a tutti gli effetti!». Ma tutti questi nomi citati si spostarono dal Bar Roma al Bar Italia con lei? «No no! Solo io provenivo dal Bar Roma! Giocavo con altre amiche ed amici nei giardinetti del bar Roma! Ad esempio la Mossolani, della quale al momento non mi sovviene il nome, ed ancora la Tiziana “Titty” Fleba... io poi giocavo spesso a calcio con altri amici nel campetto vicino alla Caserma dei Carabinieri in fondo a Via dei Mille, o nella piazzetta adiacente». Era una Voghera, comunque, urbanisticamente irriconoscibile, immagino... «Consideri che quella zona erano tutti campi, non c’erano palazzi. C’erano molte meno automobili per strada... insomma, un’altra epoca! Mi è venuto ora in mente che cominciai, poi, a frequentare il Bar Italia insieme all’amico Alberto Pruzzi, in

«Il Bar Italia è stato certamente un noto ritrovo non di Centristi né di Comunisti!» quanto vicini di casa!». Erano anche anni di grande goliardia, penso... «Guardi (ride di gusto), ne avrei da raccontare fino a notte fonda! Non senza un velo di malinconia affettuosa, perché molti degli interpreti di quella goliardia e di quegli anni, in generale, che hanno segnato la mia giovinezza, ahimè, non sono più qui con noi... ma purtroppo, è la vita che passa». Mi citi un episodio, almeno... «Le posso dire, ad esempio, che Franco Balestrero aveva indetto un premio settimanale dedicato al “più stupido del bar”: a turno, tutti avevamo ricevuto quest’alta Onorificenza (ride). Ma l’ultimo a riceverla, perché Franco decise da quell’episodio di sospendere il “concorso”, fu il Maestro Ghigini, storico personaggio cittadino da tutti conosciuto all’epoca, il giorno che appunto il Maestro entrò al Bar Italia, si diresse ai bagni, e ne uscì con vestiti e scarpe al braccio... recandosi in Via Emilia completamente nudo!». Nell’immaginifico collettivo, in quegli anni, il Bar Italia era noto come un ritrovo di elettori di Destra, o forse anche di estrema destra... «è vero. Noi eravamo la “San Babila” di Voghera (sorride...), anche se, come in Peppone e Don Camillo, alla fine, seppur in minoranza, amici che lo frequentavano insieme a noi erano dichiaratamente dell’elettorato di sinistra! Ma nella quotidianità goliardica di quegli anni, appunto, erano particolari non molto interessanti per nessuno... Convivevamo tranquillamente, in Provincia, a differenza ad esempio di Milano dove queste differenze ideologiche erano molto più “pesanti”. Comunque sì, il Bar Italia è stato certamente un noto ritrovo non di centristi né di comunisti! (ride di gusto)». Quali erano le connotazioni estetiche da rispettare, se ce n’erano?


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La compagnia del Bar Italia anni ‘80

«Dunque, noi maschi avevamo ad esempio le Lacoste con il taschino, ed andavamo a Milano a comprare le scarpe Guffanti a punta, tipo inglese. Le ragazze, mi vengono in mente Laura Bertero e Patrizia Merlini, avevano, quasi tutte, il motorino Ciao Piaggio bianco, le scarpe Superga bianche da tennis, i jeans Sisley a vita alta, le magliette Lacoste, la cintura ed il foulard di Gucci! E tutti con occhiali Ray-Ban ! Ecco, questa era un po’ la divisa del Bar Italia!». Ma le ragazze non entravano al Bar... «(Ride) All’Italia no, ma poi insieme si andava a fare l’aperitivo da Bottazzi, a cena all’Albergo Italia, quasi di fronte, dal Cavalier Torti, etc. etc. etc. Insomma, poi si condividevano tempi e spazi con le ragazze, certamente!». Quando andò poi a chiudersi questa lunga vita del Bar Italia e di tutte queste sue caratteristiche da lei narrate? «Direi verso la fine degli anni ‘80. La vita da adulti ci portò a separarci, come compagnia, ed in diretta conseguenza il Bar Italia perse il suo fascino... Ci ritrovavamo, una parte di quegli amici, poi al Bar Bon Bon, dalla Tina, in Corso XXVII Marzo, poi ancora al Bar Verdi da Renato Castagna, ed infine, come compagnia, al Caffè Impero di Gigliola Oggioni, in Via Emilia angolo Via XX Settembre, ove ora

sorge la Muraglia, il ristorante cinese». Proviamo a dare un nome a questi ragazzi in foto, all’epoca giovani felici? «Certo! Tutti non li ricordo, ma molti si! Questa foto è stata scattata in occasione della vittoria da parte della squadra calcistica del bar in un torneo annuale cittadino! Partiamo dal basso a sinistra: ragazzino sconosciuto, poi io, Alù alla mia sinistra e dietro al suo braccio mezzo volto di Gigi Ghiglione, dietro di me, con flute in mano, Gianni Tambussi. Achille, alla destra di Tambussi, e sopra ad Achille Remo Lucchini, socio del Bar Italia; sopra a Remo, Angelo Ferrari, con bandiera tricolore, ed alla sua sinistra Manuele “Lele Biewicz” Albani. Sotto il Lele Biewicz abbiamo Paolo Finotti, e scendendo troviamo “Don Inùtil”, soprannome che è sopravvissuto al nome, che non ricordo più, e davanti a lui, con camicia azzurra e maglia crème Cesare Canobbio; alla sua sinistra Claudio Zuffi, dietro a Zuffi, con occhiali, Binda, ed alla sinistra di Zuffi abbiamo Tiziano Rizzo, mentre il baffo che sporge tra Zuffi e Rizzo è l’indimenticato Gigi Lai, al secolo Giuseppe Agesilai, straordinario personaggio... alla sinistra di Rizzo abbiamo Migliazzi, e poi in alto: ragazzino in tuta blu con occhiali non pervenuto, alla sua sinistra Fabrizio Bobbiesi. Poi torniamo giù: sotto a Tizia-

«Franco Balestrero aveva indetto un premio settimanale dedicato al “più stupido del bar”: a turno, tutti avevamo ricevuto quest’alta Onorificenza. Ma l’ultimo a riceverla fu il Maestro Ghigini» no Rizzo, unica donna ma sicuramente per caso all’interno del Bar (ride) Maura Mazza, sotto di lei Roberto Brandolini, ed ancor sotto, con cappellino bianco, Roberto Zanotti, ed alla sua sinistra Maurizio “Minimo” Grassi. Sopra Minimo, di profilo, il “Ciaccio” Claudio Carocci, dietro al Carocci il papà di Brandolini, ed ultimo in alto a destra Umberto Baggini. Davanti al Carocci, in maglia blu con baffi, Mimmo detto “l’Egiziano”, poi sfocato di profilo in fronte-foto Walter Lucchini,

fratello e socio del precedentemente citato Remo e papà della neo-deputata leghista Elena. Ed in alto al centro, biondo con occhiali dietro la coppa dei vincitori, il noto politico Francesco “Biondo” Fiori, ex Assessore all’Agricoltura in Regione Lombardia ed ex Europarlamentare». Grazie per questa prima bellissima chiacchierata. Potremo continuare sui prossimi numeri de’ Il Periodico News? «Con molto piacere!» di Lele Baiardi


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VOGHERA

OTTOBRE 2018

Il campo di via Maggioriano resta al palo «Agibile, ma vittima di vandali» La Croce Rossa di Voghera si “allarga” con un nuovo ambulatorio a Godiasco e nel contempo inizia i corsi per l’arruolamento di volontari. In un autunno che si annuncia ricco di positive novità, l’unica nota “amara” per il comitato di via Carlo Emanuele III è il campo sportivo di via Maggioriano, ex sede del quartiere Est, di proprietà comunale e in gestione alla Cri. Mentre i locali ospitano attività ricreative per anziani, corsi e convegni, il campo da tennis è inagibile e quello da calcetto, pur utilizzabile, versa in stato di degrado per colpa dei vandali. «Si tratta di una zona problematica - spiega il presidente del comitato locale Ondina Torti - continuamente vittima di atti di vandalismo. Tagliano le reti ed entrano nel campo da calcetto quando in realtà basterebbe venissero qui in sede a chiedere le chiavi se vogliono giocare, siamo ben felici che la struttura possa essere al servizio della città. Si fa fatica a mettere in sicurezza il campetto per questa ragione, la rete è già stata sostituita tre volte». Presidente, la convenzione con il comune per la sua gestione è in scadenza. La rinnoverete? «Sicuramente, è nostro interesse mantenerne la gestione». Ci sono in programma investimenti sulla struttura? L’ex campo da tennis è ormai inagibile… «No, purtroppo al momento non ci è possibile. Ricordo però che il campo da calcetto è comunque agibile e già i ragazzi ci giocano».

Nuovo ambulatorio della Croce Rossa a Godiasco Sono appena iniziati i corsi per l’arruolamento di nuovi volontari. C’è un’adesione folta? «Il primo appuntamento c’è stato martedi 2 ottobre, siamo nell’ordine della cinquantina di iscritti, un numero che ci soddisfa». Come sono strutturati questi corsi? «Si fanno due incontri alla settimana di carattere teorico e pratico, in cui si trattano temi quali la storia della Croce Rossa, il primo soccorso, le tecniche di rianimazione e di defibrillazione.

Ondina Torti, Presidente Croce Rossa di Voghera

Al termine, i partecipanti sosterranno un esame strutturato in due parti – una teorica a quiz, l’altra finalizzata a testare su appositi manichini le manovre di rianimazione cardiopolmonare – che, se superato, consentirà ufficialmente di entrare a far parte del gruppo dei volontari del Comitato di Voghera». Per quali attività forma il corso? «Tutte quelle attività, centralino operativo compreso, che non riguardano il trasporto sanitario e l’emergenza-urgenza. Seguendo poi il corso OP.EM i volontari potranno anche svolgere mansioni di protezione civile, mentre per il trasporto sanitario è necessario frequentare un ulteriore ciclo di lezioni formative, della durata complessiva di 120 ore, che verrà organizzato in seguito». Veniamo all’apertura del nuovo ambulatorio di Godiasco. Quando sarà operativo e dove avrà sede? «Ci tengo a dire che si tratta di una necessità sentita dalla comunità di Godiasco, dato che gli unici altri presidi nostri sono a Voghera o Varzi. L’inaugurazione è in agenda per l’11 ottobre. Sarà ospitato dai locali nella ex scuola elementare dove già ci sono due studi di medici di base. Noi apriremo per ora il giovedì mattina, che è giorno di mercato, dalle 10 alle 12». Che tipo di servizio offrirete? «Misura della pressione arteriosa e iniezioni. Se riusciremo ad aumentare il personale ci riserviamo di aprire anche in altri giorni della settimana e magari ad offrire anche un servizio ambulanza per il trasporto di chi avesse bisogno di andare a fare visite o altro. Tutto dipenderà però dalla disponibilità o meno di personale». Siete in carenza di organico? «Il problema non è quello, è il fatto che dobbiamo far fronte a 70-80 uscite ogni giorno, un impegno costante e pressante su tutto il territorio. Abbiamo 30 dipendenti, 4 amministra-

tivi e il resto operativi. C’è sempre più bisogno di giovani volontari per coprire una zona di competenza enorme che va da Sannazzaro al Brallo di Pregola. Siamo attivi 24 ore su 24 e forniamo servizi di ogni tipo». Può indicarcene alcuni? «Telesoccorso con 105 utenti, trasporto dializzati, servizio ambulatoriale a Voghera che fa circa 1200 iniezioni all’anno…

senza contare la distribuzione viveri e la presa in carico delle famiglie bisognose in collaborazione con la Caritas. Solo a Voghera 130 famiglie e diversi punti di smistamento». Progetti futuri? «La realizzazione di una casa famiglia gestita dalla CRI, una struttura da 6-7 posti, per la quale stiamo raccogliendo fondi e valutando stabili. Pochi giorni fa il concerto in emoria di Lidia Mingrone ci ha permesso di ricevere molte donazioni. Ringraziamo la figlia Rebecca per averci scelto come destinatari». Recentemente si è costituita in città una nuova associazione, “Quelli delle 3P”, nata – così si è detto – da un incontro tra alcuni cittadini ed esponenti di Croce di San Francesco e Croce Rossa. Avete un ruolo attivo in quel sodalizio? «Non c’è nessun appoggio diretto. Ben vengano tutte le iniziative che contribuiscono a rivitalizzare la città, ma non mi risulta che nessun membro della Croce Rossa sia coinvolto, non a titolo ufficiale per lo meno». di Christian Draghi

serteca


LETTERE AL DIRETTORE

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OTTOBRE 2018

Autovelox di Bagnaria: «I politici che decidono e i progettisti, non pagano mai per i loro errori? Sembra di no!»

Sant’Alberto di Butrio, il sentiero ripulito dal mountain biker Egregio Direttore, sono un mountain biker e spesso percorro gli innumerevoli sentieri dell’Oltrepò pavese occidentale, che donano paesaggi meravigliosi. Tuttavia, col gelicidio dello scorso inverno, molti percorsi sono diventati impraticabili a causa della gran quantità di tronchi e fronde caduti sui passaggi. Un sentiero particolarmente colpito, per fare un esempio, è il n° 146, che conduce

a Panzini da Carmelo, passando per l’eremo di S. Alberto di Butrio. Nessun ente ha pensato di renderlo praticabile durante tutta l’estate, quindi ho deciso, armato di una motosega amatoriale e tanta pazienza, di pulirlo io, con l’aiuto di mio padre. Dopo un’intensa giornata di lavoro, ora il sentiero è nuovamente percorribile; invito quindi tutti i lettori a usufruirne a piedi o in bici. Fausto Capelli - Voghera

Prima

Dopo

Cacciatori: «Spari a ridosso della strada, non va bene» Signor Direttore, scrivo per manifestare le mie preoccupazioni in qualità di madre e abitante di Voghera, relative ai cacciatori presenti sul territorio circostante, in particolare nelle zone frequentate da pedoni, ciclisti, persone a cavallo... quali la Strada PontecuroneVoghera, quella che porta alla Bidella o la strada della Marchesina. Lo scorso fine settimana intorno alle 10 mentre passeggiavo con mia figlia nella strada Marchesina, in prossimità di Rivanazzano, ho sentito dei forti spari vicini e ho visto dei cacciatori che sparavano a ridosso della strada che stavamo percorrendo. In quella strada passeggiano abitualmente, il sabato e la domenica tante famiglie. La preoccupazione che i cacciatori possano per errore colpire i passanti e ovviamente i bimbi è forte. Segnalo tramite il Periodico alle autorità di competenza di verificare

che tutto ciò sia legale e consentito. Salto a piè pari il dibattito se sia o meno opportuna la caccia al giorno d’oggi, e quindi nessuna richiesta di abiure o conversioni, ma certo, se i cacciatori vogliono centrare l’obiettivo di una qualche maggior popolarità dell’attività venatoria nell’opinione pubblica, il consiglio è che si impegnino più convintamente al rispetto dei limiti di legge per la distanza dalle aree abitate. Le guardie venatorie, da parte loro, eserciteranno poi le proprie prerogative nei controlli ma ciò non basterà senza una ferrea attenzione di chi va a caccia su dove punta la doppietta, a Rivanazzano come altrove. Perché tutti sappiamo che certe zone sono frequentate oltre che da volatili a cui si può sparare, anche da persone e che boschi ed aree verdi in generale non sono un’esclusiva riserva... per cacciatori.

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Gabriella Madama - Voghera

Gentile Direttore, una serie di rotonde all’infinito, dossi artificiali, autovelox, l’Oltrepò ne è pieno, zeppo: tutti presìdi che, pare, abbiano ridotto in modo significativo il numero di incidenti stradali. Ne sono convinto, ma continuo a pensare che in molti casi si sia esagerato: ci sono rotonde enormi che regolano l’afflusso di veicoli da stradine di campagna assolutamente secondarie e che, volendo, si potrebbero tranquillamente sostituire con un semaforo, privilegiando la strada principale, normalmente assai trafficata. Come sono convinto che gli autovelox servano in troppi casi ai vari enti pubblici per fare cassa, senza produrre alcun effetto sulla sicurezza, soprattutto perché posti su strade ad alto scorrimento fuori dai centri urbani. Ne faccio un caso personale? Sì, perché da poche settimane è stato instal-

lato, spostandolo da Godiasco, l’autovelox nel Comune di Bagnaria, vicino a Ponte Crenna, limite 70 km/h, in una strada, appena rifatta, per rendere più veloce il collegamento con Varzi e l’alta Valle Staffora. Ogni giorno per lavoro percorro questa strada, e con questo nuovo limite ci metto lo stesso tempo di quando c’era la vecchia strada, quindi soldi buttati… soldi nostri. Ora ho letto che potrebbero togliere l’autovelox e costruire una rotonda! Mi sorge spontanea una domanda: ma non potevano pensarci quando hanno progettato la strada due anni orsono? Ora altro progetto, altri costi, altra rotonda, altri costi e… paghiamo sempre noi contribuenti! I politici che decidono e i progettisti, non pagano mai per i loro errori? Sembra di no! Marco Lanati - Casteggio

«Cari Sindaci le ordinanze emesse vanno fatte rispettare, anche da chi vi ha votato» Egregio Direttore, dopo il gelicidio che aveva colpito l’Oltrepò, lo scorso anno, la regione, la provincia, e molti comuni avevano emesso ordinanze per la rimozione di alberi, rami, cespugli sradicati, rotti e stroncati dal gelicidio che gravavano sulle strade e lungo i corsi d’acqua. Era stato adottato da diversi sindaci dell’Oltrepò il provvedimento che invitava i proprietari ad intervenire per prevenire danni e garantire la sicurezza pubblica. I cosiddetti frontisti avevano, mi sembra di ricordare, sessanta giorni di tempo dalla pubblicazione dell’ordinanza, e in caso di inadempienza sarebbe stato il Comune di competenza ad intervenire con il conseguente invio delle spese ai proprietari. In questi mesi estivi, girovagando per l’Oltrepò, ho potuto notare che sulle strade di maggior percorrenza, qualche lavoro è stato fatto, qualche volta benino, qualche volta alla meno peggio, ma qualcosa è stato fatto. Purtroppo ho notato che nelle strade a minor percorrenza, nulla o poco più di nul-

la è stato fatto, persistendo la presenza di tronchi e rami spezzati e pericolanti, che, se non rimossi, potrebbero abbattersi sulle vie di comunicazioni mettendo in serio pericolo automobilisti e cittadini. Mi chiedo pertanto: i sindaci dopo aver emesso l’ordinanza, hanno controllato che i vari proprietari-frontisti, hanno fatto quanto di dovere? Girando per l’Oltrepò mi sembra proprio di no! Forse i nostri sindaci pensano che basta emettere un’ordinanza ed “oplà” il lavoro è fatto? Forse non sanno che bisogna fare i controlli per vedere se TUTTI, anche chi li ha votati, amici e parenti compresi hanno adempiuto a quanto scritto nell’ordinanza? Cari sindaci, sia di lungo corso, che giovani rampanti, non basta emettere ordinanze, bisogna anche farle rispettare, lavoro antipatico, forse, soprattutto se le devi far rispettare da chi vi ha votato. Bruno Cassinera – Voghera

LETTERE AL DIRETTORE Questa pagina è a disposizione dei lettori per lettere, suggerimenti o per fornire il proprio contributo su argomenti riguardanti l’Oltrepò Scrivete una email a: direttore@ilperiodiconews.it Le lettere non devono superare le 3000 battute. Devono contenere nome, cognome, indirizzo e numero di telefono che ci permetteranno di riconoscere la veridicità del mittente Le lettere con oltre 3000 battute non verranno pubblicate


CYRANO DE BERGERAC

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OLTREPò PAVESE... Quantità o qualità? Volumi o riconoscibilità?

Ci siamo di nuovo. Nuova vendemmia, stessa storia in Oltrepò Pavese. La prima cantina cooperativa del territorio, Terre d’Oltrepò, complice un’annata favorevole in termini di rese torna oltre i 500mila quintali d’uva e festeggia il traguardo sui giornali, con aria di trionfo e il suo presidente che via Facebook invita tutti a essere orgogliosi del risultato. Festeggiano meno quelli che s’intendono di mercato e immaginano, visti i prezzi oggi a scaffale in grande distribuzione in Italia, dove si andrà a finire quando si dovrà commercializzare la mole di vino della vendemmia 2018. Sembrano lontani i tempi del Bonarda dell’Oltrepò Pavese venduto sfuso a 90 centesimi al litro, in considerazione del fatto che già oggi il risultato della scarsissima vendemmia 2017 ha portato a bottiglie al consumatore al di sotto dei 2 euro iva compresa. Si sta parlando di vino prodotto in collina, non di birretta. Vi è poi la questione del Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese, quello sul quale dicono tutti bisognerebbe puntare. Bene, si trova al discount a 5 euro la bottiglia ovvero a ciò che si paga un ottimo Metodo Martinotti. Differenze? Il primo da 24/36 mesi di rifermentazione in bot-

tiglia, con costi annessi, il secondo pochi mesi (anche uno solo) in autoclave e poi via in bottiglia con rapidità e costi minimali. L’Oltrepò ha il suo Champagne e lo vende a prezzi da bibita, ma va bene così a quanto pare. Peccato per la schiera di piccoli produttori che con le loro bollicine vogliono trasmettere, avendo la qualità assoluta per farlo, un messaggio di eleganza, esclusività e stile. «C’è mercato per tutti», dicono al bar. Verissimo, ma con chiare regole d’ingaggio e avendo idea che non tutte le denominazioni sono rivolte al medesimo target. Un mio amico poco forbito ma con le idee chiare spiega che dal maiale non si può fare tutta coppa, ma che è altrettanto assurdo vendere la coppa al prezzo dello scarto. L’Oltrepò Pavese DOCG è un Metodo Classico base Pinot nero che nasce su un territorio in cui si è scritta la storia della spumantistica italiana. Si parla di una DOCG che dovrebbe essere l’abito buono, che esprime numeri piccoli, che potrebbe rappresentare un emblema di qualcosa di alto. Invece? è lì da vedere, tutto diventa taglio prezzo, offertissima. Invece di combattere facendo squadra si

combatte dicendo che si è grossi, con tanti soci e che si costa meno degli altri potendo avere enormi volumi su cui far leva. Quasi a voler affermare un concetto in antitesi con quello espresso dalle zone vinicole davvero top: chi si fa in quattro per qualità e riconoscibilità senza svendersi non è un grande produttore alfiere della denominazione ma, tutto sommato, uno “snob”. Per questi snob vanno bene tavoli e sedie per dire la loro una volta ogni tanto, in modo tale che possano sfogarsi e non disturbare i piani alti. Ai piani alti si gioca su milioni di bottiglie non di Metodo Classico DOCG ma di DOC che potrebbero fare la fortuna dell’Oltrepò e che invece, vendute per la metà di un euro al litro, fanno la fortuna di qualche imbottigliatore senza un centimetro di terra ma con stabilimenti che crescono come funghi vendendo a tutta Italia e a tutto il mondo. A capitalizzare sacrifici e sudore degli agricoltori oltrepadani sono altri, all’Oltrepò non resta niente se non la cantina svuotata il più in fretta possibile. Una terra incredibile questo Oltrepò, con aziende che non riescono nemmeno a trarre spunto da ciò che in questi anni è acca-

duto non tanto in Franciacorta, che l’Oltrepò l’ha doppiato in termini d’impresa e riconoscibilità, quanto invece nel Lugana o anche nei Colli Tortonesi, quest’ultima zona davvero difficile da rendere riconoscibile anche se qualcuno ci è riuscito e gli altri lo hanno seguito. In Oltrepò Pavese si segue solo il maxi polo produttivo e il leader del momento, quello che paga il carico dell’annata vendemmiale. Tutto il resto è noia, perché a fare strategia è giusto pensi sempre qualcun altro. Troppa fatica per l’oltrepadano che si preoccupa di fare tanta uva e non si cura del prezzo al consumo del vino. In più, magari, a qualcuno “per risparmiare” viene ancora in mente di ricorrere al lavoro nero in vendemmia o di sversare abusivamente i propri scarichi in qualche torrente. Chi sa leggere e far di conto dentro una moderna impresa vitivinicola sa molto bene che bisogna guardare il cartellino del prezzo a scaffale per capire come sta andando. Per riassumerlo, essendo magnanimi, basta intonare una canzone che di recente è stata un tormentone: “bene, bene, bene, ma non benissimo…”. di Cyrano de Bergerac


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OLTREPò

«Abbiamo creato percorsi lungo la Valle Staffora, lungo la Riserva del Monte Alpe e la Via del Sale» Era il 2014 quando iniziai a proporre a hotel e agriturismo sparsi per l’Oltrepò le prime biciclette a pedalata assistita. Per un paio d’anni, nonostante il mio fisico non esattamente da ciclista, ho girato il territorio in lungo e in largo, a dimostrazione di quanto fosse facile e divertente questo modo di andare in bicicletta. All’inizio i duri e puri della mountain bike mi prendevano in giro e dicevano che mai avrebbe avuto senso, poi durante un giro sugli sterrati delle nostre colline, che tanti anni fa percorrevo con una Mazzilli 125, l’incontro con Massimiliano Nobile, Guida MTB. Due chiacchiere e il professionista che è in lui ha subito capito che presto la pedalata assistita avrebbe generato una vera rivoluzione nel suo mondo. Da lì è partita una stretta collaborazione, fino alla creazione del Romagnese Bike&Trail Park. Oggi Massimiliano è la guida più richiesta dagli amanti di questo sport e pure lui si muove con una e-Bike. Massimiliano, cosa rappresenta l’avvento delle e-Bike nel vostro sport? «L’e-bike o mountain bike a pedalata assistita, per come la vedo io, è riuscita ad “espandere” (nel vero senso della parola!) gli orizzonti di molte persone. Di quelli, che per vari motivi, non praticavano questo splendido sport, e utilizzavano la bicicletta solo per brevi spostamenti. L’ebike riesce ad accompagnarti su percorsi, che fino ad ora ritenevi troppo difficili o irraggiungibili. Riduce la fatica e aumenta il divertimento. Insomma, l’e-bike è una vera bici ecologica, silenziosa, rilassante e divertente e rappresenta una nuova possibilità di sviluppo territoriale. Soprattutto in un territorio come il nostro, che non ha niente da invidiare ad altri siti, ma ha solo bisogno di essere conosciuto. E quale modo migliore?».

«Cosa c’è di meglio che fare un bel tour in mountain bike, e sapere che a fine giro si può degustare un buon bicchiere di vino e un ottimo salame?»

So che il mountain biker ama fermarsi quando incontra trattorie e punti dove degustare le specialità locali. Me lo conferma? «Assolutamente! è parte integrante anche della nostra proposta. Siamo un territorio ricco di storia, di grandi vini e di eccellenti prodotti gastronomici. Abbiamo dei meravigliosi agriturismi, osterie e trattorie storiche, dove è possibile assaggiare eccellenti piatti. Cosa c’è di meglio che fare un bel tour in mountain bike, e sapere che a fine giro si può degustare un buon bicchiere di vino e un ottimo salame? Per questo #amoilmioterritorio!». Dove può trovarla un appassionato? «Sul sito www.bikeoltrepo.it – bikeoltrepo@gmail.com». Ma la passione sportiva legata alla natura non si ferma alla mountain bike. Tanti di voi avranno visto volare sopra le colline oltrepadane grandi “aquiloni” che, nel silenzio più totale, disegnano percorsi su strade immaginarie disegnate dal vento e dalle correnti termiche. Un gruppo di appassionati, associati nel club Le Poiane d’Oltrepò, da 14 anni organizzano voli, corsi e discovery partendo da Cà del Monte, Borgo Priolo, Montalto e dal Lesima. Chiedo a Lucia Tuoto, responsabile comunicazione del club, di raccontarci di più. «Il parapendio è uno sport che è molto più simile ad uno “stile di vita” che ad un’at-

Massimiliano Nobile, Guida MTB Da qualche tempo collabora anche con siti web, dove è possibile anche scaricare il Pian del Poggio Bike Park. Quale prole tracce di alcuni dei nostri percorsi. Ma getto sta seguendo? è solo l’inizio! La collaborazione con il «Sì da circa un anno è nata la collaboraBike Park di Pian del Poggio ha già prozione con il Bike Park di Pian del Poggio. dotto interessanti iniziative per la stagioNato tutto davanti ad una birra (o forse ne 2019, che presto verranno comunicate. due!). La passione era la cosa che più si L’Oltrepò ha bisogno anche di queste nuoleggeva nelle nostre parole, per cui era ve iniziative. Un’#oltrepochefunziona!». inevitabile collaborare. L’idea era di proporre escursioni accompagnate sul territorio con possibilità di noleggio e-bike. Avere una rete di tracciati che consentisse di provare l’e-bike dall’Oltrepò fino agli Appennini. Con partenze da Varzi (dove abbiamo la sede) abbiamo così creato una serie di percorsi lungo tutto il versante della Valle Staffora, lungo la Riserva del Monte Alpe e la Via del Sale. Nasce così l’E-Touring Project che dà la possibilità, tutti i fine settimana, di organizzare tour in e-bike, accompagnati in sicurezza, e a fine giro di degustare alcuni dei prodotti tipici della zona». Mi da qualche numero? Quanti sono gli appassionati che accompagna e quanti, secondo lei, quelli che complessivamente pedalano sui sentieri dell’Oltrepò ogni anno? «Gli appassionati stanno aumentando sempre di più. è sempre più facile trovare “nuovi” mtbiker sui percorsi in Oltrepò. Anche grazie all’e-bike. Anche grazie al progetto E-Touring! Abbiamo infatti avuto un ottimo riscontro in questo primo anno. Quasi inaspettato. L’interesse è stato veramente tanto, sia dalle famiglie che dai puri appassionati di bicicletta. Abbiamo ricevuto feedback molto positivi sul lavoro fatto e ne siamo felici. Vede anche i contatti che registriamo ogni giorno sui nostri Parapendio sulle colline dell’Oltrepò, sullo sfondo Montalto Pavese


OLTREPò tività sportiva comunemente riconosciuta come tale. Grazie alle nostre “ali” possiamo volare sulle meravigliose colline dell’Oltrepò, un territorio polivalente, non solo per il vino, ma anche per il parapendio. Qui abbiamo colline dolci per poter frequentare la scuola ed imparare in totale sicurezza, come ad esempio dal Belvedere di Montalto Pavese e pendii che consentono voli alti panoramici, come il sito di volo di Ca’ del Monte a Cecima e il Monte Lesima, dove nelle giornate limpide si ha una visibilità a 360° su Appennini, Pianura Padana e sul Mar Ligure, sì, avete letto bene, si vede anche il mare! La nostra è una grande “famiglia”, condividiamo la passione per il volo, per la natura, per le cose belle e semplici che rendono la vita piena e speciale, e quando non si può volare perchè Eolo non ce lo permette… bè, un bicchiere di bonarda ed una fetta di pane e salame non ce lo toglie nessuno!». Un importante evento che organizzate è il “Festival del Volo - Dove la Terra tocca il Cielo”, che nella passata edizione ha richiamato migliaia di visitatori «Anche quest’anno ripeteremo l’esperienza a Cà del Monte ed è un modo per diffondere l’entusiasmo e la passione che ci anima anche a chi non è ancora pilota. Lo scorso anno ha registrato più di mille visitatori provenienti da tutto il nord Italia. Un evento che vede collaborare le due scuole di volo presenti sul Territorio, il Comune e la Pro Loco di Cecima, gli agricoltori locali e diverse associazioni e scuole che operano sul nostro territorio, tra cui; Oltrepò Trail Accademy, l’Osservatorio astronomico di Ca’ del Monte, le Terme di Rivanazzano, Decathlon Voghera... Vi aspettiamo per vivere con noi la magia della mongolfiera, dei falconieri, l’elicottero, l’aliante! Grandi e piccini, grazie ad un laboratorio didattico sul volo, avranno la possibilità di imparare le tecniche e la storia del volo e divertirsi senza svuotare le tasche, perchè abbiamo pensato anche a questo; il Club

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Prima gara di centro a Cà del Monte

offre ai bambini fino agli 8 anni di età la salita in mongolfiera gratuitamente, mentre per i più grandi è possibile fare un volo in parapendio con l’istruttore ad un costo agevolato solo per la giornata di domenica; vogliamo permettere a più persone possibili di provare l’emozione, che noi conosciamo bene, di staccare i piedi da terra per la prima volta!». Quanti e chi sono i suoi compagni di volo? «Il Club Le poiane d’Oltrepò conta, ad oggi, 80 soci e l’età varia dai 18 ai 75 anni. Tra noi vi sono operatori di qualsiasi tipologia di professione, quindi posso davvero affermare che il volo è per tutti, o meglio, per tutti coloro che vogliono mettersi in gioco e vedere il mondo da una prospettiva privilegiata, nel totale silenzio e relax a contatto con la natura». Qualche numero... «Difficile definire un numero, ma oltre ai piloti iscritti vi sono le famiglie e gli amici che si uniscono a noi, e capita spesso che altri Club vengano a trovarci sui nostri decolli conoscendo per la prima volta

l’Oltrepò. La reazione è sempre la stessa “wow, non pensavo fosse così bello l’Oltrepò”! I voli discovery partono da Cà del Monte (Cecima), Monte Lesima, Borgo Priolo, Montalto Pavese. Mentre il costo dell’attrezzatura parte dai 2.000,00 € in su (chiaramente dipende dal tipo di attrezzatura)». Una domanda che rivolgo a tutti gli imprenditori che si dedicano allo sviluppo di attività legate al turismo: quanto avete investito in questi anni? «Tempo tanto, tantissimo. Denaro... riceviamo solo donazioni spontanee». Quanti sono stati i finanziamenti pubblici? «Nessuno, non abbiamo mai fatto richiesta». Dove si possono trovare altre informazioni? «Sul nostro sito o sulla nostra pagina facebook». Ecco, ancora una volta, un #oltrepochefunziona. di Gianni Maccagni

«La reazione è sempre la stessa: “Wow, non pensavo fosse così bello l’Oltrepò”!»


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CASEI GEROLA

OTTOBRE 2018

C’era una volta lo zuccherificio… Una grande famiglia Casei Gerola e il suo zuccherificio: due realtà i cui destini si sono affiancati e a volte sovrapposti per molti decenni, fino agli sciagurati eventi avviatisi nel 2005. La lunga vicenda avrà definitivamente termine fra poco meno di due mesi. L’ipotizzata apertura di una centrale a biomasse, che avrebbe dovuto assorbire gli ultimi esodati ed essere operativa già oltre un anno fa, faceva perno su un’autorizzazione valida fino al termine del 2018: nessuno si è più curato di rendere ufficiale la parola fine sul progetto, ma è ormai chiaro a tutti da tempo che ogni possibilità è inequivocabilmente esaurita. Quella di Casei è una storia di scelte sbagliate, di annunci roboanti e di promesse puntualmente disattese. Tuttavia nessuna ingiustizia può cancellare ciò che rimane nella memoria delle migliaia di persone che si sono avvicendate in seno alla produzione e nell’indotto; vuoi come stagionali, vuoi come facenti parte dello ‘‘zoccolo duro’’ aziendale. Nel ricordo di quegli anni ruggenti, e nella speranza che simili, ingiuste sciagure non vengano più ad accadere ad altri lavoratori, abbiamo incontrato tre dipendenti storici dello zuccherificio. Si tratta di Angelo Remuzzi, Capo produzione e servizi; Patrizia Neve, Responsabile amministrativo; Sergio Torti, Responsabile dell’automazione e delle strumentazioni. Rispettivamente impiegati per 38, 30 e 37 anni in azienda. Tre punti di riferimento di quella che è stata, ma continua ad essere, una grande famiglia. Come avete iniziato la vostra esperienza nello zuccherificio? Angelo Remuzzi: «Ci siamo conosciuti giovani, e siamo ancora qua. Sempre giovani, almeno nello spirito! Noi, come tutti, abbiamo iniziato a lavorare come stagionali. Erano gli anni ’70. Finiti gli studi si faceva domanda, si iniziava con tre mesi di contratto durante la campagna… e ci si inseriva. La richiesta di manodopera era notevole, anzi c’era difficoltà a trovarne a sufficienza. Nel bacino di Casei Gerola e dintorni era quasi naturale entrare nello zuccherificio».

«Il paese è un po’ morto. Oggi a Casei non abbiamo più i giornali, dato che non esiste un’edicola. All’epoca dello zuccherificio, invece…»

Angelo Remuzzi, Capo produzione e servizi; Patrizia Neve, Responsabile amministrativo; Sergio Torti, Responsabile dell’automazione e delle strumentazioni. Rispettivamente impiegati per 38, 30 e 37 anni in azienda.

Cosa rappresentava lo zuccherificio per Casei? Angelo Remuzzi: «Tutto. Casei è un paese ancora oggi a natura agricola, anche se il settore si è concentrato in poche aziende. All’epoca però c’era anche una forte prevalenza industriale, grazie allo zuccherificio, ma anche alla Biacor e all’industria dei laterizi. C’era anche il collegamento fra il mondo agricolo e quello industriale». Patrizia Neve: «Molti figli di agricoltori venivano assunti durante le campagne dello zuccherificio, molti parenti dei dipendenti venivano a fare le stagioni nei campi. Era molto difficile trovare qualcuno che non avesse mai avuto a che fare con questa realtà». Sergio Torti: «Il paese era in fermento quando iniziava la campagna: la nostra realtà era vista di buon occhio, anzi con grande favore». Chi erano i lavoratori dello zuccherificio? Patrizia Neve: «C’erano molte persone che arrivavano da lontano, trasfertisti, anche dal Veneto, e venivano a stare per un periodo nelle case delle famiglie di Casei. Venivano proprio accolti nel paese. Era anche da poco avvenuta la disastrosa alluvione del Polesine. Una famiglia veneta era venuta ad abitare da noi, e mia mamma aveva addirittura tenuto a battesimo il loro primo figlio. C’è subito stata una comunione tra noi e loro». Sergio Torti: «L’azienda d’altra parte, come origine, era veneta: questa è la ragione ha portato qui molte persone di quella provenienza. A volte si sentiva parlare più il Veneto che l’Italiano in fabbrica...». Angelo Remuzzi: «D’altra parte qui a Ca-

sei non c’era una cultura saccarifera, mentre in Veneto già esisteva. Questo ha creato una prima ricchezza nel paese. Anche come indotto, per le attività commerciali e artigianali». Fra le caratteristiche interessanti di questa attività, è degna di nota la costruzione di abitazioni per i dipendenti, come facevano già da decenni i grandi gruppi industriali. Patrizia Neve: «Avevano cominciato a costruire le villette per gli impiegati, e poi due palazzi per i dipendenti. Due condomini che sono ancora esistenti. Questa politica è continuata fino al 1985/1990, quando proprietari della società erano ancora i Montesi. In quegli anni c’è stata una grossa crisi finanziaria del gruppo, con alcune operazioni non andate a buon fine. Poi le abitazioni sono state dismesse e vendute ai privati». Un primo momento di crisi, negli anni ’80. Ricorderete di quelle prime paure, poi rivissute vent’anni dopo. Angelo Remuzzi: «Siamo andati in cassa fra dicembre e gennaio, ma la crisi era iniziata già dalla primavera. C’è stato un momento difficile sia per il mondo agricolo che per quello industriale. Si risolse con il commissariamento, secondo la legge Prodi. Era venuto come commissario un certo Marangon…». Un altro veneto. Cosa fece? Angelo Remuzzi: «Ha solo gestito, senza fare investimenti. Sono stati azzerati i debiti fino alla vendita del gruppo a una nuova società, che si chiamava ISI - Industria Saccarifera Italiana. Era il 1986. Il nuovo gruppo subentrato ha poi iniziato a fare investimenti sullo stabilimento».

Quali sono gli anni che ricordate con più piacere? Sergio Torti: «Io mi ricordo quando lavoravamo 12 ore al giorno per 7 giorni, e anche gli stipendi erano ottimi». Angelo Remuzzi: «Dal ‘53 all’85 la fabbrica, anche nonostante il potenziamento nel ‘72, era rimasta piccola. È stato allora che è iniziata la crescita esponenziale continuata fino al 2003, quando c’è stato l’ultimo potenziamento e sono stati investiti 26 milioni di euro. Tre quarti di fabbrica sono stati rifatti come nuovi. Un periodo formidabile che sarebbe potuto continuare. Invece dopo tre anni è arrivata la chiusura». Sapreste dirmi quante persone erano coinvolte nell’universo dello zuccherificio? Patrizia Neve: «Nelle ultime campagne erano coinvolte 2100 aziende agricole, con 17.100 ettari di colture. Provenienti da Piemonte e Lombardia: provincie di Pavia, Alessandria, Asti, Novara, Vercelli e Torino. Come lavoratori, nell’ultima campagna del 2005 eravamo in cento stabili fra impiegati e operai, a cui si aggiungevano 179 avventizi. Dal ‘99 al 2002 eravamo mediamente, come lavoratori stabili, fra impiegati e operati, sempre intorno ai 100». Angelo Remuzzi: «In passato, quando c’era meno meccanizzazione, si arrivava anche a 350/400 avventizi». Come siete venuti a sapere, nel 2005, che rischiavate di perdere il posto di lavoro? Sergio Torti: «Io ero nel comune nel mio paese, Molino; stavamo presentando un libro del cognato di Marcellino Gavio. Lui stesso era presente. A un certo punto mi disse: il tuo presidente oggi è in America, ma a fine anno chiudono tutto.


CASEI GEROLA Era l’ottobre del 2005». Patrizia Neve: «Quell’anno però c’era stata, prima della campagna bieticola, una riunione che si era svolta nel piazzale, con tutti i sindaci. Era nel periodo di presemina, verso aprile. In quell’occasione la proprietà ci aveva chiesto di potenziare al massimo il comprensorio agricolo per aumentare la produzione. Ci sembrava un po’ strano. Quell’anno andava bene anche un fazzoletto di terra, purché fosse messo in produzione». Perché? Angelo Remuzzi: «In seguito abbiamo scoperto che l’OCM zucchero (ovvero gli obiettivi della politica agricola della Comunità Europea, ndr) prevedeva un certo rimborso per l’impresa, in caso di chiusura, la cui entità era basata sulla quantità di zucchero prodotto l’anno prima». Patrizia Neve: «Dovevamo sottoscrivere il massimo numero di contratti possibile per aumentare gli ettari coltivati a barbabietole. Ad ogni ettaro corrispondeva del saccarosio assegnato all’agricoltore. L’OCM prevedeva che, per ogni stabilimento destinato a chiudere, la società avrebbe ottenuto un contributo, in proporzione al saccarosio al quale rinunciava. Per cui più saccarosio avevi sottoscritto per la campagna 2005, più denaro ti sarebbe stato dato nel 2006 quando avresti chiuso lo stabilimento». Sergio Torti: «Era da un paio d’anni che si parlava dell’OCM zucchero. Ma a livello politico e della proprietà tutti tranquillizzavano sulla realtà di Casei Gerola, la cui permanenza non era mai stata messa in discussione». Quale destino hanno vissuto i lavoratori, nelle immediate adiacenze di quel fatidico 14 febbraio? Sergio Torti: «Dopo che è stata decretata la chiusura c’è stata da subito la cassa integrazione a rotazione». Patrizia Neve: «Alcuni hanno firmato e se ne sono andati subito. Per un periodo ci è stata data la possibilità di rimanere in servizio per vendere gli zuccheri stoccati, anche in tre depositi esterni, a Melzo, Sarmato e Rivoli, dove sono state smistate alcune maestranze di Casei». Avete continuato a sperare in un esito diverso, per un certo periodo? Patrizia Neve: «Si parlava di riconversione. All’inizio di una distilleria a bioetanolo. Anche per questo il più dei dipendenti era rimasto lì. Si sperava nella riconversione. La legge 81/2006, infatti, prevedeva la chiusura e la riconversione. Nel 2009 la speranza è finita». Sergio Torti: «Tra il 2006 e il 2008 abbiamo smontato gli impianti all’avanguardia di Casei e li abbiamo rimontato a Pontelongo, in provincia di Padova, dove sono tuttora funzionanti. Ricordo che ero arrabbiatissimo, non volevo andarci, ma alla fine sono stato contento anche di quell’esperienza. Mi sono trovato bene e ho anche conosciuto tanti nuovi amici. Ma smontare l’impianto e portarlo via era una cosa che ci faceva arrabbiare…». Angelo Remuzzi: «In pratica siamo usciti dallo zuccherificio a giugno 2009. L’area è stata per noi inaccessibile da allora». Quando è stata messa la pietra tombale, secondo voi? Sergio Torti: «Era già tutto deciso almeno

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«Marcellino Gavio mi disse: “Il tuo presidente oggi è in America, ma a fine anno chiudono tutto”. Era l’ottobre del 2005» dall’autunno del 2005». Angelo Remuzzi: «Le chiusure degli altri stabilimenti sono avvenute a fine 2005. Quella di Casei è arrivata il 14 febbraio 2006, per San Valentino. È stata tenuta in bilico fino alla fine. Potevamo resistere anche all’OCM zucchero, perché lo stabilimento produceva uno zucchero di primissima qualità. Fra i più importanti clienti c’erano Ferrero, Coca Cola. Vendevamo zucchero anche all’estero. All’industria farmaceutica. Casei poteva contare su un comprensorio ampio e su macchinari all’avanguardia. Lo zucchero si vendeva. Non c’erano le condizioni per chiudere questo stabilimento». Patrizia Neve: «Anche gli agricoltori avevano investito in macchinari, e hanno subito una bella fregatura». Il clima è stato sempre molto familiare, anche nel momento di maggiore difficoltà… Patrizia Neve: «Per noi non era soltanto un posto di lavoro. Era anche un luogo di aggregazione. A Casei tutte le persone sono sempre state accolte benissimo, e anche noi siamo stati accolti bene quando abbiamo avuto a che fare con altre situazioni. Era un po’ tutto il mondo saccarifero che funzionava in questo modo. Ricordo un aneddoto. Quando la proprietà si era accorta che il gruppo di Casei era così unito, aveva pensato di rompere un po’ questo schema. Anche se lo stabilimento andava bene. Giunse qui un direttore con questo compito. Ma alla fine abbiamo finto noi! Quel direttore, quando andò via, ebbe a dire: sono arrivato qui come conquistatore e sono rimasto conquistato». Un legame, quello fra voi dipendenti, che si è manifestato nella sua massima espressione durante il periodo delle proteste. Angelo Remuzzi: «C’è stato davvero un momento di grande unione. Ci sono stati i picchetti, il blocco dell’autostrada nel 2006, prima ancora che dichiarassero la chiusura. Era il periodo delle Olimpiadi Invernali a Torino. Si era riunito qui il Consiglio Provinciale. In quella fase tutte le realtà locali erano partecipi. Tutte le operazioni si sono svolte in sicurezza, anche con la collaborazione delle istituzioni. Non ci hanno osteggiato, ma non abbiamo nemmeno mai pensato né messo in essere atti pericolosi». Un presidio di voi lavoratori è rimasto a Voghera, nella centralissima via Emilia, ancora per qualche anno… Patrizia Neve: «C’era un appartamento di

proprietà di Finbieticola, che era usato in precedenza come sede dell’Associazione Nazionale Bieticoltori. Anche i dipendenti dell’Associazione erano stati lasciati a casa, e quindi ci eravamo sistemati li. La sede formalmente è rimasta attiva fino a due anni fa, perché era ancora in atto il discorso della riconversione e quindi era rimasto come punto di riferimento. Mi pare che lo striscione sia ancora lì, appeso al balcone». Riconversione che avrebbe dovuto essere già operativa da oltre un anno, se tutto fosse andato come previsto. Ormai anche questo è il passato. Sergio Torti: «Dopo che è venuta meno l’ipotesi della produzione di bioetanolo, si era pensato di ripartire con la coltivazione del sorgo. Si sono fatti tre anni di sperimentazione in collaborazione con l’Università di Piacenza, ma sembra proprio che sia stato tutto annullato. Finbieticola ha passato la mano alla società Enel Green Power, ma anche questo non ha portato a niente». Torniamo a parlare di argomenti più leggeri. Raccontatemi il clima che si respirava in azienda… Patrizia Neve: «Parlo da donna, e devo precisare che fra i dipendenti fissi eravamo soltanto due donne. I restanti novantotto erano uomini. La cosa divertente delle campagne era il momento delle assunzioni. Tutti gli anni c’erano le ‘‘new entry’’ e i miei colleghi si ringalluzzivano... perché c’erano tante ragazze, studentesse universitarie. Si assisteva a vere e proprie passerelle al timbro del cartellino! Le amicizie, ogni anno, si allargavano. Ci sono stati tanti matrimoni fra i dipendenti; anche qualche separazione. Sono tanti i ‘‘figli dello zuccherificio’’. A gennaio finiva il periodo di maggiore impegno in azienda, e il caso vuole che i figli dei dipendenti nascevano tutti da settembre in avanti… è una statistica!». Sergio Torti: «Quando c’era un problema tecnico in stabilimento non ci si chiedeva nemmeno se fosse il caso di fermarsi a fare lo straordinario: era istintivo l’aiutare il collega. Non c’era bisogno di chiedere… chi era in turno nel momento del bisogno si fermava a lavorare, e chi era a casa arrivava a dare una mano». Patrizia Neve: «Nel 2004 ci fu quel blackout generale in tutta Italia. Un collega mi chiamò dallo stabilimento alle tre di notte sul cellulare… ‘‘Siamo in emergenza’’. Uscii subito di casa, percorsi quei due chilometri che mi separavano da casa… e

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trovai la vita: erano già tutti lì. Era impressionante». Vi incontrate ancora, in alcune occasioni? Sergio Torti: «Certo. Per esempio, una tradizione è quella di farci gli auguri tutti insieme per Natale, di organizzare una cena tutti assieme. Un gruppo è rimasto. A queste riunioni partecipa anche il nostro direttore storico, che ha ricoperto questo incarico dal 1978 al 1998: Francesco Zocca». «Era la persona più umana che potessimo immaginare. A Natale partiva da casa e andava a fare gli auguri alle guardie… è lui che ha creato il gruppo e ci ha cresciuti. Noi abbiamo iniziato tutti da operai. Quando è arrivato eravamo già all’interno dello stabilimento, lui ha fatto crescere le risorse interne. La sua umanità era formidabile». Quando vi capita di passare davanti all’area dell’ex zuccherificio, quali emozioni vi affiorano? Patrizia Neve: «Solo rabbia.» Sergio Torti: «Io guardo sempre la finestra del mio ufficio…». Angelo Remuzzi: «Io, quando passo di lì, cerco i riferimenti. C’è ancora qualche traccia, e ripenso a come era la fabbrica».

I numeri dello zuccherificio 2.100 aziende agricole 17.100 ettari di colture 807.000 tonnellate di bietole annue 100.000 tonnellate di zucchero annue 400 dipendenti stagionali 100 dipendenti fissi Come si presenta oggi l’area dove sorgeva lo zuccherificio? Sergio Torti: «L’area è stata bonificata. Restano solo la palazzina degli uffici e l’ex villa del direttore. Il resto è stato tutto abbattuto, e la natura sta riprendendo possesso dell’area». Cosa è cambiata Casei Gerola con il venir meno di questa attività? Angelo Remuzzi: «Il paese è un po’ morto. Oggi a Casei non abbiamo più i giornali, dato che non esiste un’edicola. All’epoca dello zuccherificio, invece…». Sergio Torti: «Prima delle 6 del mattino passavano dal paese 70/80 persone per fare colazione prima dell’inizio del turno. Dopo le 6, altri 70/80 che si fermavano a fare colazione dopo aver smontato. I camionisti, poi, erano in numero impressionante». Patrizia Neve: «Avevamo 450 camion in transito al giorno. I trasportatori facevano colazione, pranzavano, si fermavano qualche ora. Chiudendo lo zuccherificio ha un po’ chiuso anche il paese». di Pier Luigi Feltri


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Oltrepò Tennis Academy, «Una struttura perfetta per chi vuole fare agonismo ad alti livelli» Dal sogno di un gruppo di appassionati all’apertura. La Oltrepò Tennis Academy, accademia dedicata al tennis con sede a Codevilla, si prepara a diventare un punto di riferimento per gli sportivi d’Oltrepò. Fabrizio Brambati, insieme ad Andrea Brambati ideatore del progetto, ci spiega come è nato e come si è realizzato. Fabrizio, si parlava di questa “accademia” da diverso tempo e finalmente è realtà. Quando sarà pronta la nuova struttura? «La struttura è pronta parzialmente: i lavori sono iniziati e i campi sono già praticabili dall’inzio di ottobre, mentre per quanto riguarda la club house e il giardino esterno i lavori proseguono». è sicuramente un investimento importante, sia in termini di risorse economiche che di impegno. Quando è nata l’idea di questo progetto e perché? «Il progetto è stato concepito più di un anno fa e l’idea nasce da un gruppo di persone che amano il tennis, che hanno una vera passione per questo sport. Ci siamo resi conto che tra tutte le strutture tennistiche che ci sono, c’era l’esigenza di una vera e propria accademia del tennis. Accademia vuol dire un luogo dove si dà priorità alla parte agonistica, per chi vuole effettivamente giocare ad alto livello: una struttura, quindi, che dovrebbe essere un centro dove i giovani, dai più piccoli ai più grandi, possono trovare tutto ciò che serve loro e in grado di sostenerli in questo». Quindi la filosofia del progetto è tutta racchiusa in questo… «Sì, ma non solo. Il progetto nella sua globalità tiene conto anche degli appassionati di tennis di tutti i livelli e di tutte le età: il centro quindi è anche per tutti coloro che vogliono giocare e che vivono questa passione. Fondamentale sarà anche la scuola per chi vuole cominciare o proseguire l’attività tennistica, sostenendo quindi tutti coloro che praticano questo sport con passione e, possibilmente, farli crescere in questa direzione».

Il progetto della Oltrepò Tennis Academy, nato da un’idea di Fabrizio e Andrea Brambati

Come mai il centro è stato fatto proprio a Codevilla? «La scelta del luogo è legata alle nostre origini oltrepadane, ma non ultimo anche da una serie di circostanze che ben si sposavano con il nostro progetto». Lei gioca a tennis? «Giocavo… in gioventù molto di più. Ma sono rimasto un grande appassionato». Una volta strutturato completamente il centro come sarà? «Il centro, come dicevo, deve garantire a chi vuole fare agonismo di poterlo fare nel modo giusto. Quindi metteremo a disposizione uno staff completo per una giusta programmazione, includendo un mental coach, un fisioterapista e un locale per fare analisi per chi gioca (la cosiddetta videoanalisi). Questi servizi sono per chi fa agonismo, ma potranno essere utilizzati anche da chi fa l’amatore. Il tennis è visto, come è giusto che sia, come un momento di relax, di condivisione e divertimento. Il

centro vuole essere dedicato all’agonismo per far crescere chi vuole impegnarsi in questo senso, permettendogli di farlo ad alti livelli, ma sicuramente anche per chi vuole farlo a livello amatoriale e per tutti coloro che vogliono iniziare ad avvicinarsi a questo sport. Una struttura che raccoglierà tutto questo. La partenza è con cinque campi, tra cui un campo polifunzionale: per questo esiste una convenzione con il Comune di Codevilla che può portare le scuole e altri interessati a giocare anche a calcetto, pallavolo e pallacanestro. Il progetto finale nella sua totalità prevede tredici campi da tennis, due da padel, uno da beach tennis, una piscina e una club house». Il pubblico a cui vi rivolgete è quindi molto vasto… «Sì, l’idea è proprio quella». Pensate di portare a Codevilla eventi di un certo livello? «Sicuramente sì. La struttura è fatta

nell’ottica di ospitare eventi tennistici importanti». Una struttura simile è anche un indotto per il territorio. Cosa ne pensa? «Lo è. Ritengo che sia una cosa importante per l’Oltrepò e possa aiutare a collaborare anche con altre strutture, per dare risalto al nostro territorio». A proposito, a Voghera hanno riaperto l’ex tennis club. Proprio sulle pagine del nostro giornale la titolare del nuovo Country Club, Patrizia Rana, auspicava una collaborazione. Secondo lei esiste questa possibilità? «Assolutamente sì. Non vedo perché non dovrebbe esserci. Penso che sul territorio ci si debba aiutare. Se si collabora, se si fa uno sforzo comune, ci saranno sicuramente risultati migliori. Una collaborazione quindi è sempre ben accetta». di Elisa Ajelli


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«La massima attenzione ad ogni cliente, non importa quanto spende» La Ferramenta Noscardi è il negozio più longevo di Rivanazzano Terme. Un nome che rappresenta 81 anni di storia in terra oltrepadana dove stampa, associazioni e municipi lanciano grida di orrore quando una realtà commerciale storica chiude dato che non può essere considerata banalmente il bene di un singolo, ma il patrimonio di un paese intero. In Oltrepò spesso, troppo spesso, chiudono e spariscono attività che hanno una vita e una storia lunghissima sopraffatte dalla crisi e dalle catene commerciali. Come si può sopravvivere allo scacco dei giganti del commercio online come Amazon e all’assedio della grande distribuzione? A Rivanazzano Terme la Famiglia Noscardi sembra aver trovato la risposta e i fatti sono lì a dimostrarlo, da 81 anni. Quando Giancarlo Noscardi venne al mondo a Rivanazzano Terme, il 21 settembre del 1934, la nascita di un figlio maschio per una famiglia significava portare avanti il cognome e avere nuove braccia da lavoro. Fu così che il papà di Giancarlo, dopo tre figlie femmine, all’arrivo di quel maschio tanto agognato decise di aprire una nuova attività lavorativa: una ferramenta. «Mio padre apre il primo negozio di ferramenta in Piazza Cornaggia al numero 38 nel 1937, stanco di fare il falegname, attività che aveva sempre fatto da quando era tornato dalla Grande Guerra e con la mia nascita la decisione gli fu più facile, finalmente aveva qualcuno che lo potesse aiutare e qualcuno a cui poter lasciare in futuro la sua attività». Come furono gli inizi? «Dopo il successo iniziale arrivarono gli anni non facili, erano gli anni alle porte della seconda guerra Mondiale e mio papà era a Tortona a fare il militare, mia mamma da sola a casa con 4 figli da crescere, fu costretta a chiudere l’attività che riaprì con la fine della guerra. Da allora non hai mai più chiuso». Il dopo guerra è il periodo del boom economico per l’Italia e anche per l’Oltrepò. C’era molto lavoro? «Tantissimo lavoro, si lavorava giorno e notte, arrivavano i frigoriferi, le stufe a carbone e a kerosene prima e poi a gas e non facevamo in tempo a scaricarle che già le avevamo vendute. Tanto lavoro tant’è che al mio ritorno dal servizio di leva intorno alla metà degli anni ‘60 abbiamo deciso di sviluppare il negozio, lo abbiamo demolito e rifatto più in grande ma nel medesimo posto». Stessa storia che lei ha vissuto da figlio, la ritrova a vivere da padre. La nascita di suo figlio Luca. Cosa cambia? «Nascendo mio figlio nel ’76, cosi come a mio padre, mi è venuta voglia di ampliare l’attività e mi sono trasferito dove oggi c’è il Covo, allora si trovava il bar Bina che acquisendo la proprietà a fianco dove

tant’è che io a 84 anni sono ancora qui ad aiutarli». Non è che offrire un servizio notevole alla clientela e l’assortimento che avete vi ha aiutato? «Certamente, anche perché dopo 80 anni di attività abbiamo un magazzino veramente molto fornito. Se oggi una persona dovesse aprire un negozio Giancarlo Noscardi con il figlio Luca ed i nipoti come il nostro sarebbe un tutt’oggi svolge la sua attività, era rimasto pazzo, abbiamo in negozio un capitale di libero. Sono rimasto lì per 25 anni. Con il merce». passare del tempo mi sono reso conto vista Rivanazzano è uno dei paesi più vivaci la mole di lavoro che avevo, che necessitadella Valle Staffora, il fatto di trovarvi vo di più spazio soprattutto per il magazziproprio qui vi ha aiutato nell’attività lano e così pezzo per pezzo, anno dopo anno vorativa? pagando 1milione al mese al proprietario «È il migliore della vallata, negli altri paesi dell’area dove mi trovo ora, il Signor Fac’è una tal moria. Se fossi stato a Godiasco gioli, dove prima c’era una fabbrica di perper dire il paese più vicino a noi, non so siane e tapparelle, mi sono trasferito nella se saremmo ancora aperti. C’era un mio nostra sede attuale. Dal 2000 siamo qui in collega e amico che aveva una bella ferraseduta stabile». menta a Varzi, ha chiuso e da diversi anni. Lei fin da bambino ha sempre affiancato La gente scappa, di giovani non se ne vesuo padre nell’attività. Anche suo figlio dono. Qui ormai viene solamente chi non Luca? ha i mezzi per spostarsi altrove, gli anzia« Sì, tornava da scuola e veniva in negozio. ni in particolar modo. È pur vero che se Dopo il servizio di leva, si è insediato defisi cerca un pezzo particolare si sa che da nitivamente a lavorare con me». Noscardi lo si trova e dalle altre parti no, E pensa di ripetere la “storia” anche con ma sono clienti occasionali che non proi suoi nipoti? ducono reddito. La gente compera on line «Difficile, il mondo è cambiato…». oramai e lì trovi di tutto». Dalla seconda guerra mondiale ad oggi L’aspetto più negativo di questi ultimi quali sono stati gli anni migliori dal anni? punto di vista imprenditoriale? «Il veder la classe media diventare povera, «Gli anni ’60, con il dopo guerra alla gente sa che c’è gente che viene nel mio negozio mancava tutto e comperavano di tutto, poi e mi chiede quanto costa far fare il doppiosicuramente gli anni ’70 ma anche succesne di una chiave? Costa due ero e purtropsivamente quando le Terme erano a piepo devono fare i conti per decidere se farne no regime e lavoravamo tantissimo con i uno solo o due…». clienti degli hotel». Quando ha capito che anche suo figlio Com’è cambiato il lavoro in questi 80 avrebbe proseguito come lei la sua attianni di attività? vità cosa ha provato ? «Tantissimo, intanto la clientela, un tempo «Una bella soddisfazione, anche se essenla gente era di parola, spesso pagavano a doci lui io sono sempre qui dentro a dargli rate, ma tutti i sabati a costo di non manuna mano e non mi sono ancora goduto la giare venivano e mi portavano i soldi patpensione…». tuiti. Oggi questo è impensabile, se conUn fatto per niente trascurabile è che la cediamo il pagamento a rate non vediamo ferramenta Noscardi è anche un covo di più un euro e peggio ancora non vediamo tifosi del Torino… neanche più il cliente». «Questo è un vero orgoglio, sono stato il Come tipologia di prodotto, dal boom ad primo della mia famiglia a diventare uno oggi cosa è cambiato? sfegatato del Toro. Avevo dei cugini che «Nel boom economico c’era una richiesta a Torino hanno aperto negozio da parrucgenerale di qualunque articolo, ora solo chiere e mi portavano allo stadio a vedere pezzi per riparazioni di privati. Si vendeil toro e da lì una grande passione». vano bene anche gli elettrodomestici ma Se suo figlio fosse stato tifoso della Juve? con l’avvento degli ipermercati è stata una «Impossibile, non sarebbe mio figlio». battaglia persa». La richiesta più strana che ha avuto in In Italia, negli ultimi 4 anni, hanno questi anni? chiuso 50 mila negozi, voi no… «Ogni giorno mi chiedono qualcosa che «Siamo a casa nostra non abbiamo affitto e non c’è…». siamo a conduzione familiare, se dovessiLa più grande soddisfazione come immo assumere un dipendente chiuderemmo, prenditore?

Con i suoi 81 anni di attività la Ferramenta Noscardi è il negozio più longevo di Rivanazzano «Quando ho fatto questo negozio 20 anni fa, anche se, se penso all’investimento, è stato un capitale…». Il più grande complimento ricevuto? «I complimenti mi arrivano sempre dai “forestieri”, proprio l’altro giorno una mia cliente di Genova, la Contessa San Pietro mi ha detto che “Se ci fosse un Noscardi a Genova sarebbe una meraviglia e si eviterebbe di girare 5/6 negozi diversi per trovare ciò di cui si ha bisogno”». Dopo il “patriarca” , abbiamo voluto porre qualche domanda anche al Figlio Luca, che continua e continuerà la tradizione della Ferramenta Noscardi , con l’obiettivo , minimo, dei 100 anni d’attività Luca ora che suo papa è pensionato, è lei l’intestatario della ferramenta e oneri e onori sono i suoi. Spera che i suoi figli possano un domani prendere il suo posto e arrivare alla terza generazione della ferramenta Noscardi? «Mi farebbe piacere, certamente magari evolvendosi e diversificando l’attività. Sarei contento che venissero a dare un’occhiata ogni tanto e prendere dimestichezza” Torinista il nonno e il padre. I suoi figli? «Anche loro, li sto già educando ad essere dei bravi tifosi…». Insegnamento principale di suo padre? «Lavorativamente parlando mi ha insegnato a servire in modo accurato e a dedicare la stessa attenzione ad ogni cliente, indipendentemente da quanto spende. Poi avere un’etica e mantenere sempre la parola data». I negozi/botteghe storiche, come la Ferramenta Noscardi, sopravvivono nel nostro tessuto urbano, sociale e culturale. Rappresentano una tradizione fortemente consolidata, che, giorno dopo giorno, continua a guardare al futuro, lasciando spazio a un’evoluzione, una forza che nasce dalla capacità di reinventarsi, soprattutto nei momenti congiunturali più difficili. è giusto valorizzare la storia di queste aziende e degli uomini e donne intraprendenti che le hanno gestite e dei loro figli che pur tra le mille difficoltà continuano a portarli avanti seguendo valori d’altri tempi. «Dedicare la massima attenzione ad ogni cliente, indipendentemente da quanto spende». Che il segreto della Ferramenta Noscardi sia proprio questo? di Nilo Combi


GODIASCO SALICE TERME

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Insegnante volontaria per i migranti «Il giovane Fofana un esempio di integrazione» Daniela Pini, casalinga, un marito, due bellissimi nipoti, due cani. Ed un giardino che richiede tanto lavoro. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua esperienza di volontariato con i migranti, in particolare con l’ivoriano Karamoko Fofana, reduce da un premio conseguito presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR), fondazione che custodisce oltre 8.000 diari. Signora Daniela, lei non è di queste parti. Da quanto tempo abita qua? Com’è capitata a Salice Terme? «Vengo da Firenze, passando da Milano dove abbiamo abitato per 10 anni circa. Per il fine settimana avevamo preso un villino in zona, ci è piaciuto molto e ci siamo trasferiti, ormai da 25 anni». E com’è che ha intrapreso la sua attività con i migranti? Ha fatto l’insegnante in precedenza? «Più di due anni fa sono stata coinvolta dall’amica professoressa Anna Parini Majola come volontaria, per insegnare la lingua italiana ai ragazzi immigrati ospiti negli alberghi di Godiasco e di Salice Terme, pur non avendo mai esercitato la professione di insegnante. La maggior parte di loro erano analfabeti e comunque parlavano solo la loro lingua di origine oltre, pochissimi, inglese o francese. A Salice abbiamo iniziato con soli due immigrati che tuttavia, in breve, sono aumentati anche se alcuni con una frequenza poco regolare. Abbiamo quindi deciso, autonomamente poiché nessuno sovrintendeva al nostro impegno, che era meglio dividerci i compiti: l’amica Anna a Godiasco ed io a Salice. Così organizzate abbiamo continuato l’esperienza, ma ad un certo punto qualcosa si è inceppato principalmente perché i ragazzi, stanchi di non avere notizie circa i permessi di soggiorno, erano desiderosi di trovare qualche lavoro per guadagnare un poco. D’altra parte spesso si riscontra in loro (ma purtroppo anche fra di noi italiani) una mentalità che non riesce a considerare la scuola come un investimento per un futuro migliore. Inoltre c’è da considerare che il loro “poket money” è di 2,5 euro giornalieri, cifra con la quale devono far fronte al pagamento di ticket per medicine, autobus, schedina telefonica per restare in contatto con le famiglie lontane. Anche la frequenza della scuola di Voghera che taluni desideravano (e desiderano) è una spesa insostenibile, fosse solo per il costo del pullman (in inverno fare in bicicletta la provinciale è estremamente pericoloso ed un giovane migrante ci è morto)». Il vostro ruolo era ufficialmente riconosciuto? «Noi due volontarie, appunto al di fuori di qualsiasi controllo e supervisione di chiunque, non possiamo dare alcun attestato di frequenza e tanto meno di profitto: neces-

Daniela Pini, volontaria salicese sita frequentare la scuola. A tutto questo si somma la considerazione che anche fra di loro ci sono i bravi, i meno bravi, i volenterosi e i fannulloni come in tutta l’umanità. La situazione era diventata ingestibile ed aggravata anche dal non poter disporre, né a Godiasco, né a Salice, di una stanza dove poter fare lezione senza prima dover sgombrare la “cattedra” da tazze da colazione, bicchieri e stoviglie varie. Una situazione di grande disagio quindi». Si è mai chiesta se ne valesse la pena? «No, abbandonare non mi è mai sembrato una buona soluzione. Alla fine ho deciso di concentrare il mio lavoro di volontaria con solo due allievi, a casa mia, per dar loro (e imporrre...) un impegno giornaliero di studio, facendoli uscire dal centro. Passato qualche mese, ho deciso, con mio marito, di seguirne solo uno in modo più approfondito: infatti l’altro aveva preferito cercare piccoli e provvisori lavori, anche per mandare qualche soldo a casa.

«Non abbiamo avuto sentore di un intervento o semplice interesse da parte delle istituzioni, di nessun grado e livello» Da quel momento è iniziata l’avventura con Karamoko Fofana. Essendo solo uno abbiamo potuto aiutarlo in modo più stretto, anche economicamente, per frequentare la scuola CPIA in Voghera (autobus, qualche libro, cancelleria...) per conseguire la licenza media. Obbiettivo centrato con

ottimi risultati dovuti per gran parte alla serietà e costanza nell’impegno di studio: risultato non facile per chi deve studiare materie mai conosciute e in una lingua ignorata fino a pochi mesi prima. Ha avuto modo di studiare italiano, matematica, geografia, un poco di storia italiana e, importante, la nostra Costituzione». Come ha organizzato il metodo di studio? «Le sue giornate passavano al mattino a casa mia a studiare, il pomeriggio a scuola e la sera a scrivere il suo diario con l’aiuto di mio marito, diario che desiderava inviare all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) per partecipare al concorso DIMMI (Diari Multimediali Migranti). Grande la sua soddisfazione, e anche la nostra, quando questo settembre abbiamo appreso che si è classificato secondo e abbiamo saputo che il diario verrà pubblicato entro il prossimo anno». Ha cercato anche di stimolare l’inserimento nella società salicese? «Oltre a tutti questi impegni ha trovato anche il tempo per frequentare alcuni corsi con l’Unitre locale: canto, informatica, paleontologia, teatro. Abbiamo potuto constatare che è riuscito a guadagnarsi la stima di tutti responsabili ed allievi, tanto da essere invitato a partecipare alla trasferta in Liguria del gruppo teatrale recitando in una particina (vestito da carabiniere!). Ha anche svolto qualche attività “socialmente utile” per il nostro Comune. Un grande lavoro». Le sono state vicine le istituzioni o ne ha avvertito la assenza? «In tutto questo lavorìo di volontari e giovani migranti, ma anche del CPIA impegnato nel progetto delle 200 ore e dell’Unitre, non abbiamo avuto sentore di un intervento o semplice interesse da parte delle istituzioni, di nessun grado e livello; un vero peccato non aver avuto la possibilità di confrontarsi per essere più incisivi nell’insegnamento e nell’inserimento dei migranti nella nostra collettività. è anche un peccato che non sia stata valutata la opportunità di istituire uno SPRAR (Sistema pubblico per l’Accoglienza dei Richiedenti Asilo ndr) nel comune di Godiasco Salice Terme: avrebbe consentito, senza oneri per la popolazione, di avere meno immigrati e seguendoli in modo più accurato». Mi diceva che il giovane Fofana è anche un bravo sarto… «Nello scorso giugno, dopo il conseguimento della licenza media con ottime valutazioni, abbiamo pensato di fare un regalo a Fofana, a titolo di premio per il suo impegno: una macchina per cucire dato che nel suo diario aveva scritto di aver lavorato, nel suo paese, come sarto. è stata grande la nostra sorpresa nel vedere la maestria con la quale opera: è in grado di confezionare bei capi di vestiario femminili, zainetti e

borse in stoffa, oltre a riparazioni di ogni tipo. Vista questa notevole capacità abbiamo pensato che sarebbe opportuno per lui dedicarsi a questa professione che pratica con vera passione e maestria. Stiamo ora cercando di capire l’inquadramento che le leggi vigenti richiedono ad un migrante non ancora in possesso di permesso di soggiorno definitivo (o di lungo periodo) per poter lavorare assolvendo anche agli obblighi fiscali». Come pensa che tutto il suo lavoro venga influenzato dalle nuove norme riguardo i migranti? «L’esigenza di capire il corretto inquadramento viene nel momento in cui sono emanate nuove norme per la permanenza dei migranti. Fofana è in Italia già da circa 20 mesi e non ha ancora avuto la possibilità di incontrare la commissione che delibera se come e quale permesso concedere. Ritengo che sarebbe veramente uno spreco di fatica e risorse economiche di noi volontari e di denaro pubblico (scuola CPIA e soggiorno) se dovesse essere rimandato nel suo Paese e un altrettanto grave spreco di opportunità per il nostro Paese. Privarsi di un giovane che ha attitudine e desiderio di lavorare, di formarsi una famiglia, di vivere in pace rispettando ed essendo rispettato: ci conviene, ce lo possiamo permettere?».

L’ivoriano Karamoko Fofana Un ultimo suo parere su come sia possibile avere una buona integrazione con i migranti? «Forse necessiterebbe una maggiore presenza delle istituzioni, magari affiancati da volontari, per capire chi sono i migranti presenti sul nostro territorio. Per riuscire a mantenere la presenza non solo di coloro che sono tutelati da trattati internazionali in quanto rifugiati politici, ma anche (o soprattutto?) di coloro che desiderano farsi una vita di onesto lavoro, lontani da violenze, corruzioni, malattie». Proprio una gran bella storia, tant’è che proprio in queste ore una compagnia teatrale di Milano ha contattato Fofana e stanno valutando come poterla raccontare e rappresentare a teatro. di Giacomo Lorenzo Botteri


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GODIASCO SALICE TERME

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Estate 2018, tiene soltanto la movida «Salice poco attrattiva»

Un’estate senza infamia e senza lode per il commercio di Salice Terme, che chiude la stagione con il bilancio in sostanziale pareggio rispetto all’anno precedente. A sorridere sono soltanto i locali che lavorano con la movida, che si conferma primo motore dell’economia del paese, mentre gli altri, pur senza lamentare gravi perdite, non hanno certo gonfiato il cassetto rispetto al 2017. Sulle cause di questa situazione gli operatori concordano: la perdita delle Terme centrali ha assestato un colpo importante, togliendo al paese gran parte dell’indotto che arrivava “da fuori”. Gli eventi organizzati nell’estate, troppo pochi e in periodi poco centrati, non hanno dato un contributo significativo all’economia generale. Sono piaciuti i tributi e Calici Sotto le Stelle, mentre ha rimediato la bocciatura il mercatino del mercoledì, sul cui spostamento nel Parco delle Terme le opinioni sono discordanti: per alcuni la ricollocazione ha penalizzato esercenti e ambulanti stessi, per altri ha invece evitato di ostruire la viabilità e ridurre i parcheggi. Su come risolvere i problemi di Salice i pareri sono diversi. Secondo alcuni servirebbe una politica diversa riguardo ai parcheggi, poco segnalati. Secondo altri servono eventi di altra caratura e più mirati. C’è poi chi suggerisce politiche di marketing e chi vorrebbe una regia territoriale superiore. Su un fatto tutti sembrano però concordare: l’attrattività di Salice Terme nei confronti di chi viene da fuori è in lento ma costante calo. Partendo da chi sorride, Leo Santinoli gestore di locali notturni come Naki Beach e Tortuga, si dice «molto soddisfatto» dell’estate 2018. «Il tempo è stato clemente e la clientela ci ha premiato tant’è che abbiamo registrato continuità su tutte e tre le serate a settimana da noi proposte. Direi quindi che sia come numeri che come qualità, è stata una stagione migliore rispetto a quella del 2017».

«Ho visto una ripresa generale, per noi è andata meglio che nel 2017»

Leo Santinoli

Morris Zanchi

Sulle manifestazioni il suo giudizio è altalenante: «Alcune meglio di altre, ad esempio mi è particolarmente piaciuto il tributo a Lucio Battisti, non ero più abituato nel vedere un palco montato nella via principale del paese e con così tanta gente attorno. Ottima idea». Riguardo alle problematiche, Santinoli punta l’attenzione sul Parco. «A mio giudizio è diventato un luogo pericoloso soprattutto dopo una certa ora della notte, molto buio e “popolato” da mammiferi che si pensavano estinti». Sulle opzioni di rilancio il giovane imprenditore lancia un’idea di marketing. «Si dovrebbe puntare sulle vie principali del paese, ad esempio viale Diviani, che mi piacerebbe che fosse rivalutata, trasformandola in una versione del famoso Viale Ceccarini di Riccione. Puntare

Andrea Massone

pubblicitariamente sul nome della via grazie anche all’istituzione di un fondo nel quale i singoli esercizi pubblici potrebbero mettere qualche euro per promuovere una campagna pubblicitaria condivisa». A sorridere è anche Morris Zanchi, uno dei soci gestori dell’Irish Pub La Quercia. «Ho visto una ripresa generale, per noi è andata meglio che nel 2017. Posso dire che valutando nel complesso le ultime tre estati il trend sia in crescita. La clientela si è ringiovanita, si sono visti molti giovani tra i 18 e i 20 anni. è vero che non portano lo stesso indotto di chi ha 35-40 anni e più soldi in tasca, ma è importante che ci sia un ricircolo della clientela». Secondo Zanchi il segreto per restare al passo in un periodo contrassegnato dalla crisi economica è quello di essere flessibili, sapersi adattare. «Bisogna andare incontro al cliente, rendersi conto che i tempi sono cambiati e offrire un servizio a un target diversificato. Ad esempio per quanto riguarda i drink: le giovani generazioni sono molto più attente alla forma fisica e c’è più richiesta di cocktail analcolici. Bisogna soddisfare questo tipo di richiesta in modo innovativo e accattivante e non smettere di sorridere: ricordiamoci – scherza – che gestire un locale è sempre meglio che un lavoro vero!». Dove si può migliorare? «Rendendo più attrattiva Salice Terme per chi viene da fuori, con eventi di maggiore richiamo. A livello pratico poi non sarebbe male mettere un paio di dossi antivelocità in più in viale Diviani: le auto spesso sfrecciano e le persone che stanno fuori dal pub corrono dei rischi per questo». Man mano che ci si avvicina allo stabilimento che ospitava le terme centrali gli umori si raffreddano. Nella piazza centrale si lamenta la chiusura della Terme,

la struttura che da sempre identificava il paese dandogli il nome. «La perdita delle Terme ha coinciso con un calo evidente soprattutto della clientela diurna – spiega Andrea Massone della Sala dei Gelati. Ha fatto perdere l’indotto derivato da quelle 400 o 500 persone che vi ruotavano intorno. Nonostante tutto la stagione per noi non è andata male, direi è rimasta in linea con l’anno passato grazie al bel tempo che ha aiutato. A Massone però non è piaciuta la ricollocazione del mercatino del mercoledì all’interno del Parco. «Una scelta che ha penalizzato sia gli esercenti che i commercianti. Quello dei parcheggi per Massone è un finto problema. «Mi pare che oggi ce ne siano più di prima, quando di gente ne veniva di più: basti pensare a quello delle scuole che è sempre vuoto. Se poi non sta bene che siano a pagamento è un altro discorso». Lungo via delle Terme in molti piangono la mancanza dello stabilimento. «Rispetto all’anno precedente si è lavorato un po’ meno» dice Federica Lazzati de Il Barino. «La chiusura dello stabilimento termale ha inciso parecchio sulla nostra attività e credo un po’ per tutto il paese in generale, a noi portavano molto lavoro». Secondo Lazzati gli eventi come il Rally e le iniziative come i tributi hanno dato un contributo significativo all’economia. «Per quanto ci riguarda abbiamo lavorato molto durante le manifestazioni, soprattutto durante il Rally 4 Regioni che ha portato movimento e anche tanti personaggi “famosi” che male non fanno, anzi

Il Parco, «Un luogo pericoloso soprattutto dopo una certa ora della notte, molto buio e “popolato” da mammiferi che si pensavano estinti»


GODIASCO SALICE TERME

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Federica Lazzati

Massimiliano Merlo

danno un certo lustro al locale e al paese. Anche l’organizzazione dei tributi devo dire che è stata una buona idea, chiudere la via in corrispondenza dell’angolo di via dell’Hotel Genova in avanti ha creato una sorta di isola pedonale che non è andata a danneggiare la viabilità del paese. Opposta l’opinione sul mercatino del mercoledì. «Una cosa un po’ vecchia e superata che non ha più successo e sono ben contenta che l’abbiano spostato all’interno del parco, non aveva senso chiudere la via principale del paese per quattro banchi e quattro gatti. Era più il disagio che creava che altro, perché diciamocelo, la gente viene a

nella gestione di tre attività diverse, ha davanti agli occhi un quadro più ampio della situazione. «La stagione è andata benino ma non bene. Sicuramente per il caffè Bagni ha influito la chiusura delle Terme, in quanto tutto il lavoro diurno è stato portato via. Pomeriggio e sera si è fatto qualcosa in più, soprattutto nella settimana di Ferragosto, ma non è stata una stagione entusiasmante. Per quanto riguarda il Coyaba posso dire che siamo rimasti in linea con gli anni passati. è un locale storico e ha una clientela affezionata, fatta da ragazzi più giovani il sabato e da quelli più grandi il venerdì. Ci ha comunque aiutato il fatto di restare aperti fino a tardi. Tamashi è invece stata la scommessa dell’estate: un locale di cucina giapponese in stile milanese, da lounge bar, improntato sull’alta qualità. Una scelta che ci ha permesso di accaparrarci anche un po’ di clientela da fuori zona. Al di là del bilancio personale però, secondo Merli il trend per Salice è in calo. A pesare, oltre alla chiusura delle Terme, la gestione delle manifestazioni. «Alcune che l’anno scorso hanno portato moltissima gente, come l’Agility Dog, non sono state ripetute. Il Rally 4 Regioni è stato fatto quest’anno in un momento infelice, in congiuntura con la Fiera di Voghera e in un periodo in cui il clima era ancora incerto. Diciamo che non sono stati centrati i periodi giusti». Cosa si può fare per migliorare? «Noi auspichiamo la riapertura delle Terme. In generale diciamo che mancano le situazioni che possano richiamare turismo da fuori». I mercatini del mercoledì? «Hanno tirato poco. Sono stati decentrati dalla zona centrale al Parco, non so quanto abbia giovato, né agli esercizi commerciali né agli ambulanti stessi. Bene invece l’inziativa Calici Sotto Le Stelle, che ha creato una buona sinergia tra i vari bar e gli operatori del vino e a mio avviso andrebbe ripetuta». Sugli eventi è critico anche Andrea Marsiglia, della birreria “Soqquadro”. «La coincidenza tra il Rally 4 Regioni e la Fiera di Voghera non è stata felice, come

«Servono persone capaci e del mestiere, non basta avere tanta buona volontà ed improvvisarsi» Salice per fare “la vasca” in centro e se gli chiudi la strada proponendogli dei percorsi improbabili, la gente se ne sta a casa». Riguardo alle strategie di rilancio, Lazzati ritiene che sarebbe necessario affidarsi a dei professionisti. «Servono persone capaci e del mestiere, non basta avere tanta buona volontà ed improvvisarsi. La solita storia, mancano i soldi ma soprattutto manca la capacità, non essendo ripeto il nostro mestiere». Coyaba, Tamashi, Caffè Bagni. Massimiliano Merlo, coinvolto

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«La perdita delle Terme ha coinciso con un calo evidente soprattutto della clientela diurna» anche la collocazione di Calici Sotto Le Stelle la domenica prima della festa di Rivanazzano. Occorrerebbe più attenzione quando si organizza, calendario alla mano». In generale anche per il “Soqquadro” rispetto alla passata stagione si è lavorato sottotraccia. «è l’attrattività di Salice oggi a essere a rischio se paragonata agli altri paesi. Si pensa probabilmente che possa bastare il nome per mantenersi a livello, ma non è così. Va poi detto che per locali come il nostro, che vivono di clientela abituale ma che per crescere hanno bisogno di gente da fuori, la chiusura delle Terme ha assestato un colpo deciso. A Salice poi non vengono organizzati eventi di grande rilievo o iniziative come le feste di paese, per cui può accadere che ciclicamente la gente si stufi di venire qui. Bisognerebbe cercare di lavorare per dare alla clientela potenziale una ragione per venire a Salice, cercando innanzitutto di capire quale sia il target di riferimento cui rivolgersi e centrarlo con iniziative mirate. Magari il mercatino del mercoledì, sotto questo profilo, non è la scelta più azzeccata per una clientela che viene di solito per

Andrea Marsiglia

Vincenzo Quintiero

ristoranti, birrerie o locali notturni. Secondo Marsiglia un altro problema, più “pratico”, è legato ai parcheggi. «Che ci sono, anche se in posizione decentrata, ma non sono segnalati in alcun modo. La gente da fuori ha molta difficoltà a trovare posto e se non sa che ha delle alternative oltre a Viale Diviani e Via delle Terme finisce che gira i tacchi e se ne va». Vincenzo Quintiero lavora all’inizio di Salice. Il suo ristorante, il “Da Vinci”, si trova alla rotonda che immette nel paese. La stagione, anche per lui, è stata senza infamia e senza lode. «Niente di più e niente di meno rispetto a quella precedente». Per Salice, però, intravede una parabola è discendente. «Se non si fa qualcosa il futuro sarà duro. Per invertire la tendenza servono iniziative a livello territoriale, non basta ormai uno sforzo solo a livello locale. Il problema è sempre quello, l’attrattività del paese. Ho visto tante macchine passare, soprattutto nel weekend, ma poche si sono fermate. Al cliente da fuori bisogna dare qualche cosa da fare. Il primo pensiero va alla pista ciclabile Greenway, che è ferma al palo». di Christian Draghi


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ROCCA SUSELLA

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«Io credo che l’Oltrepò collinare viva un po’ una specie di maledizione» Paolo Santinello nativo di Voghera , dopo aver lavorato per diversi anni in Toscana, si è trasferito quattro anni fa con la moglie Anna Rodeghiero a San Paolo, frazione di Rocca Susella dove vive e lavora attualmente ad un progetto molto interessante per la riqualificazione del territorio dell’Oltrepò. L’abbiamo incontrato a San Paolo, un gruppo di case che si affacciano sulle nostre verdi colline. Lei e sua moglie vi occupate di assistenza tecnica per progetti che vanno dall’ambiente agli sviluppi territoriali, di osservazione e esplorazione del futuro plausibile per le imprese e gli enti locali. Avete seguito un progetto di parco Agrario in Toscana nel comune di Montespertoli, vicino a Firenze, come mai avete deciso di trasferirvi qui sulle colline dell’Oltrepò Pavese? «Quattro anni fa quando con mia moglie abbiamo deciso di fare una scelta abitativa, abbiamo esplorato un po’ tutto l’appennino dalle Marche al Piemonte e devo dirle per inciso che ci sono diversi pezzi di paradiso in queste zone. Incidentalmente, un po’ per buona sorte, abbiamo trovato questo posto». La vostra prima impressione? «Quando ci siamo trasferiti qui, in questo borgo estremamente accogliente, abbiamo trovato una realtà obiettivamente abbandonata, nel senso che l’Oltrepò è considerato una delle venti valli più belle d’Italia ma tutto sommato è un luogo in cui vengono i pensionati la domenica a mangiarsi gli “anlot”, “al salam” per poi tornare a casa con qualche prodotto tipico. E noi, quattro anni fa, ci siam detti non è possibile. Io credo che l’Oltrepò collinare viva un po’ una specie di maledizione di una profezia auto-imperante che dice che qui non può succedere nulla, qui non andiamo d’accordo, qui qualunque cosa venga fatta c’è qualcuno che dice che non va bene, insomma una specie di meccanismo di auto-depressione. Una cosa che io e mia moglie raccontiamo sempre è quello che è accaduto negli uffici pubblici quando ci siamo trasferiti. Le prime volte che ci siamo confrontati con un ufficio per la residenza o la carta d’identità, l’impiegata comunale guardata la provincia di provenienza, nella fattispecie Firenze ci chiedeva: “Che cosa ci siete venuti a fare qui dalla Toscana in un posto così brutto?”. Ci siamo resi conto abbastanza rapidamente che qui c’è una carenza di orgoglio identitario, anzi forse di identità stessa. Se chiedevamo in giro che cosa succedesse sul territorio di solito ci rispondevano che non succedeva mai niente». Come avete reagito a un’atmosfera così “deprimente”? «Sono accadute due cose. Una è l’espe-

Paolo Santinello

rienza quotidiana che ci diceva che non era vero perché questo è un piccolo borgo dove vivono tutto l’anno una decina di famiglie, in cui c’è un livello di solidarietà incredibile. Al mattino quando apriamo le persiane troviamo sempre qualcosa lasciato dai contadini, se c’è una necessità o un’esigenza, c’è certamente qualcuno che ci aiuta e noi aiutiamo loro, viviamo in un ambiente molto fiduciario, direi stretto e questo è un indicatore di un territorio che per quanto possa essere problematico, tanto problematico non è. La seconda cosa è che abbiamo trovato una chiave d’ingresso. Una volta siamo andati per caso ad un convegno che si teneva a Rivanazzano Terme sul grano e siamo andati a mangiare al Ristorante Selvatico. Qui, nei titolari, abbiamo trovato degli ambasciatori del territorio e loro ci hanno dato degli spunti molto semplici parlando del cibo e condividendo alcune impressioni. E abbiamo scoperto che c’è un territorio molto ricco di manifestazioni culturali. E con mia moglie abbiamo cominciato a parlare e a interrogarci su questi luoghi. Noi facciamo parte di un’associazione intitolata ad un economista Nicholas Georgescu-Roegen e siamo sempre stati interessati al rapporto tra economia ed ecologia e così ci siamo detti - vediamo se nella logica della nostra associazione c’è qualcosa che possiamo fare». Come nasce il progetto legato ai grani antichi? «Mia moglie ha avuto un’idea molto carina. Durante la nostra precedente esperienza di lavoro in Toscana eravamo venuti

in contatto con un gruppo che aveva fatto studi sui grani antichi e che, con la collaborazione di un mugnaio e di un panettiere aveva elaborato e messo in pratica un bellissimo progetto. A questo punto la cosa migliore era quella di far prendere contatti con loro e presentare il progetto sul territorio per testarne la fattibilità. Quindi ha deciso contattare i diversi sindaci tra i quali anche il sindaco di Montesegale, Carlo Ferrari, che ha creduto nell’iniziativa e abbiamo organizzato la presentazione. Era il 29 gennaio del 2017 e fu una giornata epocale perché eravamo al Centro Polifunzionale con l’idea che venissero 20-30 persone, anche perché era un periodo molto freddo. Arrivarono un centinaio di persone e addirittura alcuni dovettero rimanere fuori. La cosa ci stupì molto e ci chiedemmo immediatamente come fare per fare tesoro di questa esperienza. La cosa importante è stata la presenza degli agricoltori e delle persone del luogo. Avevamo fatto la registrazione dei presenti e li chiamammo tutti informandoli che, se fossero stati interessati, il nostro intento era quello di costituire un’associazione. Il 25 maggio avevamo lo statuto, l’associazione era costituita legalmente e il Comune di Montesegale ci aveva messo a disposizione la sede nel Centro Polifunzionale. Un risultato pazzesco se si pensa a questo territorio. Abbiamo studiato uno statuto molto ricco a carattere scientifico e ambientale e abbiamo avuto l’adesione della Condotta Slow Food dell’Oltrepò oltre che il sostegno esterno dei Molini di Voghera con cui abbiamo instaurato una relazione di grande dialogo».

«Al Ristorante Selvatico, nei titolari, abbiamo trovato degli ambasciatori del territorio»

Come avete chiamato l’Associazione e quali Comuni ne fanno parte? «L’associazione si chiama Granido, Associazione dei grani di tradizione dell’Oltrepò, per più di un motivo: intanto dei grani e non del grano perché in realtà qui c’è una tradizione di vari grani, di frumento, di orzo, segale. Li abbiamo poi definiti “di tradizione” e non antichi perché a noi interessa l’aspetto evolutivo di questi prodotti e che gli agricoltori tornino ad essere padroni delle decisioni, che ragionino insieme e che siano ricercatori sulla loro terra. Attualmente ci sono 10/12 soci attivi che vanno dai 30 ani 50 anni per un centinaio di ettari designati, il che vuol dire circa 22 ettari coltivati quest’anno. E devo dire che questi agricoltori si sono molto impegnati anche ad andare a visitare i territori dove già esistevano le sperimentazioni. Un rapporto molto significativo è stato poi quello con il Crea, il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’analisi dell’economia agraria e con una ricercatrice straordinaria che è Patrizia Baccino, che ci ha permesso di avviare con gli agricoltori anche una parte di formazione alla sperimentazione. Abbiamo fatto due campi catalogo, provato a mietere i diversi grani con la taglialega ed è stata un’esperienza interessante. I Comuni coinvolti sono 5: Rocca Susella, Montesegale, Borgoratto Mormorolo, Cecima e Fortunago. Sono anche abbastanza distribuiti sul territorio ma c’è molta unità d’intenti». Che tipi di coltivazioni avete trovato su questo territorio quando siete arrivati? I contadini coltivavano ancora il grano oppure si erano dedicati a coltivazioni più redditizie? «Quando siamo arrivati a decidere cosa si seminava nell’80% dei casi era il commerciante. Si coltivava orzo ed erba medica. Abbiam visto seminare quinoa piuttosto che coriandolo e poi vedere che per quattro anni il terreno era completamente infestato. Abbiam visto però anche delle cose molto positive come nessun utilizzo di diserbanti se si esclude per la vigna. Parlando di grani antichi non si possono utilizzare concimi perché questo tipo di coltivazioni crescerebbe troppo in altezza favorendo l’allettamento con i conseguenti problemi per la raccolta. Un altro vantaggio è che non c’è bisogno di diserbanti perché questi grani sono antagonisti naturali». Avete scelto di coltivare una tipologia unica di grano o varie? «Noi ci siamo confrontati col problema delle sementi, la maggior parte degli agricoltori sono in regime biologico o in conversione, la legislazione italiana sulle sementi è molto stringente e quindi abbiamo fatto l’accordo di sperimentazione con il Crea, siamo andati in deroga con alcune


ROCCA SUSELLA I Comuni coinvolti sono 5: Rocca Susella, Montesegale, Borgoratto Mormorolo, Cecima e Fortunago parti di sperimentazione acquisendo piccole quantità di sementi per fare dei campi sperimentali di riproduzione, abbiamo poi acquisito del grano cartellinato e del grano dal Crea. Nei campi catalogo abbiamo seminato 16 varietà, nella riproduzione abbiamo utilizzato invece tre grani principali: l’Andriolo, un grano molto buono e saporito, il Gentil rosso, anch’esso molto buono, il Verna e il Sieve e poi abbiamo seminato dei miscugli. Il risultato è stato notevole anche dal punto di vista della raccolta. Un serio problema che si è presentato in questo territorio sono gli ungulati, tant’è che gli agricoltori stanno elaborando un protocollo che presenteranno autonomamente per intervenire e proteggere le colture. Abbiamo poi fatto un passo avanti con la chiusura della filiera perché c’era l’ambizione di gestire il mulino per la macinazione. Abbiamo avuto la buona sorte di venire in contatto con un mulino a pietra e vorremmo arrivare a una produzione significativa locale. In questi giorni questo mugnaio sta par-

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tendo con un impianto biologico a norma, abbiamo trovato una bella intesa umana e ci ha detto che questi grani non si vedono più da 50 anni e bisogna imparare tutto da capo per quanto riguarda la macinatura. Vorremmo arrivare ad un miscuglio o a una varietà che sia adatto a questo territorio oggi e produrre farina per la panificazione della zona». Ci sono dei panificatori del territorio che secondo voi apprezzeranno la farina e saranno in grado di lavorarla al meglio? «Sul territorio ci sono degli artigiani che hanno una capacità di panificazione su questo tipo di farina più alta di quanto non sembri che è fondamentale ,ne abbiamo incontrati quattro o cinque con i quali stiamo stabilendo delle collaborazioni. Stiamo lavorando anche sul prezzo perché vorremmo che il pane non costasse quanto le brioches e che fosse accessibile a tutti. Certamente faremo in modo che le farine siano remunerative per gli agricoltori ma non inaccessibili. Michela Selvatico di Rivanazzano, Danilo Nembrini di Fortunago, Giovanni Bariani di Godiasco sono alcuni nomi di persone che sanno già panificare ad alti livelli e quindi si sta un po’ chiudendo il cerchio. Avremo a breve il collaudo del mulino a pietra, abbiamo già quasi definito le politiche di prezzo e ora stiamo ragionando sul futuro». Quali saranno le vostre prossime sfide? «Stiamo ragionando sulle prossime 4 sfide. La prima è cosa si seminerà l’anno prossimo, perché la questione della se-

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«L’impiegata comunale guardata la provincia di provenienza, nella fattispecie Firenze ci chiedeva: “Che cosa ci siete venuti a fare qui dalla Toscana in un posto così brutto?” mente è molto delicata ma gli agricoltori sono molto bravi nelle loro scelte. La seconda sfida è il progetto di rotazione perché si è capito subito che l’agricoltura andava reinterpretata con rotazioni agrarie mirate. La terza sfida è un po’ più ampia perché è sul cosa diventiamo, come ci si gestirà quando le cose avranno un risultato dal punto di vista economico. Viaggeranno probabilmente su binari paralleli ma separati l’associazione ,che non ha nessuna attività economica, e una struttura, forse una rete, che si configurerà intorno alla gestione e vendita. La quarta sfida è il futuro, è attrarre giovani che vengano a fare agricoltura o altro che sta

intorno all’agricoltura sul territorio. Abbiamo fatto una convenzione con l’Istituto “Carlo Gallini” di Voghera dove è in corso un progetto alternanza scuola-lavoro triennale con una classe che quest’anno ha incominciato a fare un paio di visite da noi . Questo è un passaggio molto interessante perché i giovani assisteranno a tutto ciò che succede qui da noi e si renderanno conto di quello che succede sul territorio e in questo modo si avvicineranno alle realtà agricole locali avendo anche la possibilità in futuro di apportare innovazioni nel settore». di Gabriella Draghi


BAGNARIA

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«Famiglie in ginocchio perché manca il lavoro» Il fenomeno della nuova povertà, in Oltrepò e soprattutto in Valle Staffora, ha un denominatore comune: la mancanza di lavoro. Sono sempre di più le famiglie, in particolar modo quelle numerose, in cui uno o entrambi i genitori con diversi figli a carico si ritrovano senza occupazione e non possono far altro se non chiedere aiuto alle associazioni benefiche sparse sul territorio. Una di queste si chiama “Albero Fiorito” e opera dal 2013 sul territorio della comunità montana offrendo alimenti e prodotti per la persona ai bisognosi. La sede è a Bagnaria e a presiederla è oggi Gianluigi Bedini, ex sindaco e dipendente Asst alle soglie della pensione. Per Bedini che ne ha il polso, la situazione legata alla povertà sul territorio è più rilevante di quanto il sentire comune o i semplici numeri possano far pensare. «Ad oggi abbiamo in carico 148 persone appartenenti a 52 nuclei famigliari diversi - spiega Bedini - con una folta rappresentanza di minori, per via del fatto che le famiglie in difficoltà sono spesso quelle con più prole». Ben 13 di queste famiglie provengono dalla sola Rivanazzano Terme, che a scapito della nomea di paese “benestante” presenta un discreto numero di situazioni per così dire ai margini. Il dato che preoccupa ancora di più è però quello che “non si vede”. «Conosciamo bene questo territorio e chi lo abita – dice Bedini -, sappiamo che le situazioni che abbiamo in carico non sono le sole che potrebbero esserlo. Molte persone scelgono di non chiedere aiuto per motivazioni personali».

I dati della Onlus “Albero Fiorito”: «148 persone in assistenza, 13 nuclei familiari su 52 provengono da Rivanazzano»

Gianluigi Bedini, ex sindaco e Presidente della Onlus “Albero Fiorito”

Bedini, come è nata l’idea di creare questa associazione? «Diciamo che il seme è stato gettato negli anni 90 dopo che insieme ad alcuni amici avevamo fatto dei viaggi umanitari nella ex Jugoslavia, nel periodo della guerra. Abbiamo visto quanto ci fosse bisogno di aiuto e abbiamo pensato di provare a fare la stessa cosa anche in altri paesi, poi non ci fu possibile per varie ragioni. Negli anni successivi, nel periodo in cui sono stato sindaco di Bagnaria, ricevevo poi numerose richieste di aiuto da parte dei cittadini, un po’ di tutto il territorio, e allora decisi di recuperare l’idea e fondare, insieme a Marco Chiesa che ne è stato il primo presidente e altri amici, l’associazione Albero Fiorito che dopo gli adempimenti burocratici è diventata operativa a tutti gli effetti nel 2103». Ad oggi chi la compone? «Il consiglio direttivo è composto da me, Ernesto Taini, Elisabetta Ricardi, Gianfranco Garberi e il fact totum Massimo Chiappini. A loro si uniscono una quindicina di volontari. Attività svolta gratuitamente, nessuno percepisce neppure un rimborso spese a nessun titolo». Come vi finanziate? «Da alcuni anni siamo titolari di un contributo da parte della fondazione comunitaria della Provincia di Pavia, poi abbiamo contributi dal Rotary Club Valle Staffora che ogni anno fa due raccolte alimentari, dalla ditta Eurorent Italia di Tortona, poi da alcuni enti, Comuni e Comunità montana, che ci sovvenzionano con finanziamenti. Infine possiamo contare anche sulla solidarietà di privati». Come è iniziata l’esperienza? «Abbiamo cominciato in un garage, poi dal 2015 la canonica di Bagnaria ci ha dato ospitalità grazie a Don Vernetti e attualmente utilizziamo questi locali come sede. All’inizio ci occupavamo del territo-

rio che comprende i Comuni della Comunità Montana più Voghera, poi ci siamo accorti che una città così grande ci stava saturando e da qualche tempo prendiamo in carico soltanto casi da Rivanazzano in su, dato che Voghera può anche contare su Caritas e Croce Rossa». In che modo aiutate i bisognosi? «Consegniamo ogni due mesi un pacco di sostegno alle famiglie con generi alimentari a lunga conservazione tra cui pasta, riso, sughi, zucchero, farina, vari cibi in scatola, ma possiamo anche vantare di essere gli unici a offrire, oltre ai generi alimentari, prodotti per l’igiene della persona e della casa, perché riteniamo che anche il decoro oltre all’alimentazione sia importante per il mantenimento della dignità dell’individuo». A chi prestate il vostro servizio? «L’utenza è formata dal 70% di italiani e dal 30%, equamente divisi, da cittadini stranieri comunitari ed extracomunitari». Qual è l’identikit della persona in difficoltà? «So che viene da pensare innanzitutto agli anziani, ma non sono loro quelli in maggiore difficoltà, per quanto ci sia chi con la sola pensione non ce la fa ad arrivare a fine mese. Chi ha il problema maggiore sono le famiglie con molti figli, per lo più con persone che hanno perso il lavoro o che non hanno trovato una situazione stabile. Per farsi una idea, il 40% del totale dei presi in carico sono dei minori». Cambia qualcosa tra l’utenza italiana e quella straniera? «Non direi. Il problema per tutti è lo stesso, ed è il lavoro che manca». Come si arriva da voi? «Di solito le segnalazioni ci vengono presentate da consultori familiari, medici di famiglia, parroci o enti istituzionali. Qualcuno poi arriva anche individualmente, per passaparola e per sentito dire».

«Abbiamo cominciato in un garage, poi dal 2015 la canonica di Bagnaria ci ha dato ospitalità grazie a Don Vernetti» Quali requisiti bisogna avere per essere presi in carico da Albero Fiorito? «Bisogna avere la residenza in uno dei Comuni del nostro territorio di pertinenza, presentare della documentazione tra cui Stato di famiglia e soprattutto certificato Isee che non deve superare i 6.000 euro di reddito annuo nel complesso del nucleo famigliare. Fondamentale è poi non essere già in carico presso altre strutture assistenziali». Una volta appurato il possesso dei requisiti quanto tempo trascorre per l’assunzione in carico? «è immediata». Per quanto tempo dura? «Non ha una scadenza. Fino a che la persona ne ha bisogno o non trova un’occupazione che ne migliori le condizioni economiche». E capita spesso? «Fortunatamente ci sono dei casi di persone che dopo un po’ trovano lavoro e quindi garantiscono un certo ricambio. Per altre è più difficile, più sale l’età degli assistiti più diventa arduo trovare un lavoro e cambiare la propria condizione». Prospettive future? Cosa auspica per il futuro dell’associazione? «Il nostro sogno sarebbe avere una casa famiglia da utilizzare soprattutto per donne con bambini. Purtroppo però al momento non c’è la disponibilità economica per acquisirla. Molto più terra a terra, ci piacerebbe poter cambiare il furgoncino con cui effettuiamo le consegne che ormai è molto datato. Poi di volontari c’è sempre bisogno, anche se sarebbe importante trovare qualcuno che abbia tempo e voglia di occuparsi anche della parte amministrativa e burocratica, in modo da garantire continuità in futuro al nostro operato». di Christian Draghi


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VARZI

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«Il nostro segreto? Amare Varzi e divertirci» Il presidente di “A Tutta Varzi” Fabio Bergamini non ci sta a passare per il salvatore della patria, anche se al termine di una stagione estiva che per diversi commercianti non è stata da incorniciare, l’associazione da lui guidata vanta il plauso unanime. Organizzatori della “Festa Medioevale”, appuntamento di maggior successo dell’estate, i giovani di “A Tutta Varzi” sono lodati da tutti e in molti vorrebbero vederli promuovere più iniziative di quel livello. Bergamini, anziché compiacersi, distribuisce meriti e ringraziamenti, ma sulla possibilità di aumentare le iniziative tira il freno a mano: «Organizzare un evento simile richiede una mole di lavoro enorme e diventa complicato se non impossibile gestire troppe iniziative contemporaneamente». Da presidente di “A Tutta Varzi” nonché varzese, a lei questa stagione appena trascorsa come è sembrata? «Il momento ormai da qualche anno non è dei più rosei, detto questo credo che le associazioni locali stiano facendo un buon lavoro per cercare di attrarre il maggior numero di turisti di anno in anno. Sul nostro evento in particolare abbiamo riscontrato un incremento di partecipanti e questa è una tendenza che si sta confermando in ogni edizione. Ovviamente per creare eventi di questo calibro abbiamo dovuto sacrificare alcune feste che mettevamo a calendario di anno in anno per privilegiare la qualità di quest’ultimo. Inoltre credo che ogni iniziativa seppur piccola vada sostenuta e apprezzata. Il problema del calo di turismo è qualcosa che va oltre all’impegno delle varie associazioni presenti sul territorio». In tanti però hanno lamentato la scarsità di eventi organizzati nell’estate appena trascorsa, mentre la vostra Festa Medioevale riceve sempre approvazione generale. Vi sentite un po’ “salvatori della patria”? «Assolutamente no. Sono semplicemente orgoglioso di fare parte di un gruppo di ragazzi che hanno veramente a cuore Varzi. L’entusiasmo che circonda la nostra associazione non può che farci piacere. Vorrei però precisare che non siamo gli unici a creare iniziative per il bene del paese. Certamente la Festa Medievale è diventata una delle feste più importanti dell’anno e ne siamo estremamente contenti. Questo risultato però è stato raggiunto anche grazie alla partecipazione della popolazione e all’aiuto che ogni anno ci forniscono le altre associazione del paese (i Verba Volant, Varzi Viva e ArteMusica)». Qual è il vostro segreto? «Non abbiamo nessun segreto. Siamo semplicemente un gruppo di ragazzi che, come già detto in precedenza, amano il

Il presidente di “A Tutta Varzi” Fabio Bergamini

proprio paese e fondamentalmente si divertono in quello che fanno». In tanti lo vorrebbero, invece non accade: come mai non si riesce ad organizzare qualche evento in più sulla scia della festa medioevale? «Come già detto in precedenza un conto è dirlo un conto è farlo. Eventi del calibro della Festa Medievale hanno bisogno di una programmazione annuale e di una mole di lavoro impressionante. In qualsiasi caso vorrei sottolineare che a Varzi non ci sono poi cosi pochi eventi. Solo per citarne alcuni: Carnevale, Primo Maggio, Memorial, Festa Medievale, Festa dell’Oratorio, Mercatino sotto le Stelle, Coscrittoni, Mercatino di Natale. Per non parlare di tutta una serie di iniziative che vedono sempre coinvolte Varzi Viva e Arte Musica». In paese esistono un sacco di associazioni. Secondo lei l’esistenza di così tante realtà è un punto di forza o invece crea dispersione di energie? «Per me il numero delle associazioni non è assolutamente un problema ci sono realtà non troppo distanti da noi che, seppur con un numero di associazioni di gran lunga superiori a quelle presenti a Varzi, riescono a organizzare un ricco programma spalmato perfettamente in tutto l’arco dell’anno. Comunque di che se ne dica a

Varzi, abbiamo molti eventi consolidati negli anni, che possono fare invidia a molte altre realtà».

è sempre molto facile, bisognerebbe provare almeno una volta a far coincidere vita privata e partecipazione attiva ad un gruppo di lavoro no profit, prima di dare giudizi affrettati. Diverse volte nel corso degli anni ci è stato chiesto di entrare a far parte della Pro Loco, ma per adesso siamo concentrati sul nostro progetto». Si dice che tra i commercianti non ci sia grande collaborazione. Voi avete avuto qualche problema con loro oppure vi hanno sempre supportato? «Da parte nostra non possiamo lamentarci del rapporto con i commercianti, anzi approfittiamo di ringraziarli per il contributo che ogni anno ci mettono a disposizione per la Festa Medievale». Varzi terra del salame, eppure non c’è una festa dedicata. Tutti si chiedono il perché ma nessuno sa rispondere. Secondo lei come mai? «In tutta sincerità non so quale sia il motivo. Sicuramente il Salame di Varzi è un’eccellenza che pochi possono vantare, pertanto una festa dedicata porterebbe svariati vantaggi sotto ogni aspetto». Doveste pensare di organizzarne una voi, da dove partireste? «è un progetto troppo importante per Varzi, difficile da riassumere in cosi poche righe. Sicuramente inizieremmo riunendoci davanti ad un buonissimo salame». Crede che la politica dovrebbe avere un ruolo più attivo nel rilancio del paese? Vi sentite sufficientemente appoggiati dall’amministrazione in quello che fate?

“A Tutta Varzi” e la sua popolarità: «Bisognerebbe provare a far coincidere vita privata e impegno in un’associazione prima di giudicare» La Pro Loco a Varzi da alcuni anni fa fatica ad operare. è stata anche oggetto di diatribe e discordia. Non avete mai pensato di diventare voi stessi che siete così coesi la Pro Loco, o di entrare quantomeno a farne parte? «Non conosco a pieno le dinamiche che si sono create negli ultimi anni all’interno della Pro Loco. Spesso abbiamo collaborato con loro e ci siamo sempre trovati molto bene. Parlare di discordia da fuori

«Il paese non penso vada rilanciato, ma la volontà deve essere quella di migliorare sempre. Qualsiasi cosa accadrà in futuro è molto importante che la politica riesca a coinvolgere sempre chi vive Varzi 365 giorni all’anno. Posso dire che l’amministrazione ha sempre appoggiato la nostra associazione e ci teniamo a ringraziare il sindaco per la collaborazione che c’è stata in questi anni». di Christian Draghi


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«Basta negatività, non togliamo l’entusiasmo ai giovani» Ha tappezzato il paese di manifesti con scritto sopra “Io sono per Varzi”. Una campagna di marketing degna di un aspirante sindaco, non fosse che Giorgio Rizzotto è un consulente della moda in pensione con altre ispirazioni che non la carica di primo cittadino. Il suo amore per Varzi è sbocciato negli anni 70, quando in Valle Staffora arrivava di passaggio per godersi il relax come tanti milanesi in fuga. Oggi vive sulle colline appena fuori dal paese e non ci sta a sentir dire che Varzi è chiusa o poco accogliente. Il senso dei suoi manifesti che tanti guardano con curiosità sta tutto lì, nella volontà di risollevare il paese facendo leva innanzitutto sul senso di appartenenza e sull’estetica del borgo rivolgendosi in primis ai giovani. «Quelli di Varzi sono meravigliosi e saranno loro a cambiare le sorti del paese» dice convinto. Rizzotto, come sono nati quei manifesti?

partendo innanzitutto dall’impatto visivo. Bisognerebbe inserire lo stemma delle contrade e per quello ho già contattato la Medioeval Street Art per prendere le misure. Poi bisogna che il Comune lo sistemi, pulisca e metta in ordine con tanto di cartelli di segnalazione. C’è anche l’idea di censire e aprire le cantine alla logica di Arte&Mestieri e riscoprire l’artigianalità attraverso agevolazioni fiscali o quant’altro che faciliti il rianimarsi del borgo. L’importante è che i giovani prendano coscienza di questa realtà, per cui ho già preso contatto con il preside dell’istituto comprensivo di Varzi Umberto Dallocchio per creare dei workshop a scuola e coinvolgere gli alunni nell’elaborazione di materiale che poi possa essere esposto o restare permanentemente. Il concetto è ridare valore, in primis per chi ci vive, al borgo stesso». Lei però non è proprio un “homo no-

Giorgio Rizzotto, ex vicepresidente della Pro Loco vus”. Solo pochissimi anni fa è stato vi«L’idea è venuta durante la festa mediocepresidente della Pro Loco di Giorgio evale, seguendo i giovani impegnati in Pagani. L’occasione di fare qualcosa di questa bellissima iniziativa. La volontà di concreto non l’ha già avuta? realizzarli è venuta per spingere tutti a una «Ho creato una sfilata, avevo lanciato presa di coscienza. Varzi si è dimenticata “balconi fioriti”, che poi è andata a morire, di essere un borgo medioevale straordinala festa dei bambini. Quando ne ho avuto rio, tra l’altro su tre livelli, il che è rarisla possibilità ho dato del mio, con eventi simo, e non può che pensare di ripatire da che avessero a che fare con l’estetica esallì». tando il paese». Slogan a parte, c’è un progetto concreto Iniziative che però non hanno avuto seper portare alla “rinascita del borgo e guito, come mai? delle eccellenze varzesi” come ha scritto «Balconi fioriti ebbe successo, ma fallì sui suoi manifesti? perché per l’edizione successiva decisero «Ho lavorato nella moda per anni e quindi mettere una quota d’ingresso per partedi il mio approccio riguarda bellezza ed cipare, il che non aveva senso. Per quanto estetica, motivo per cui ho pensato alla riguarda la sfilata, la gente che incontravo necessità assoluta di riqualificare il borgo

«Varzi si è dimenticata di essere un borgo medioevale straordinario, e non può che pensare di ripatire da lì» per strada l’aveva apprezzata tanto che mi chiedeva di ripeterla, ma a quel punto io me ne ero già andato». Cosa non ha funzionato? «Non c’era coesione, troppi contrasti tra le persone. Giorgio Pagani era una persona che stimavo perché aveva idee, ma io e lui eravamo come due galli in un pollaio. Una Pro Loco per funzionare deve essere molto unita». Come mai quando si è formata la nuova Pro Loco la primavera scorsa non si è fatto avanti? «Perché preferisco restare indipendente, mentre le Pro Loco dipendono troppo dalla politica. Preferisco dare una mano ai giovani di “A Tutta Varzi”, la vera risorsa di questo paese». A proposito di politica, come vede l’amministrazione attuale? Che idea ha del suo operato? «Credo che ogni amministrazione potrebbe sempre fare più di quello che fa, ma è un fatto fisiologico, non riguarda solo Varzi». Molto diplomatico… «Io voglio fare qualcosa per il bene di Varzi, non serve sparare su questo o quello, ci vuole dialogo». A proposito di dialogo, a Varzi c’è? O è un paese piuttosto chiuso? «Questa è la solita storiella che sarebbe anche ora di finire di raccontare. A voler vedere anche il milanese è chiuso, in ogni realtà esistono persone chiuse e altre disponibili, ma Varzi adesso è cambiata, io non vedo tutta questa chiusura mentale, non penso che fare qualcosa qui sia più difficile che in altri paesi». è curioso però che tanti “ottimisti” a Varzi non siano di origini varzesi… Giorgio Pagani, il conte Enrico Odetti, lei…tutte persone che vengono da fuori, da realtà metropolitane… «Cosa vuole che le dica, spesso si tende ad avere un rapporto particolare con la propria terra, ma anche in questo caso non la

vedo come una cosa straordinaria. Come si dice, anche “tanti milanesi non sono mai entrati in Duomo”. L’importante è smetterla di essere negativi, migliorare il dialogo soprattutto tra le varie associazioni, i commercianti e la popolazione, considerare la critica come un momento di crescita, uno stimolo. Il pericolo più grande è far perdere entusiasmo ai nostri giovani con atteggiamenti sbagliati. Loro sono la vera risorsa e speranza per il paese, bisogna evitare di tarpargli le ali in qualsiasi modo». di Chistian Draghi

«Preferisco restare indipendente, mentre le Pro Loco dipendono troppo dalla politica»


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MENCONICO

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“Tartufo Gate” a Menconico: Aziende allontanate dalla Sagra

Aziende allontanate dalla sagra del Tartufo e “scarsa trasparenza” negli atti amministrativi. Il consigliere comunale di Menconico Alessandro Callegari parte all’attacco dell’Amministrazione guidata dal sindaco Donato Bertorelli raccontando quello che definisce un “episodio grave”. «Durante l’ultima sagra del tartufo - scrive l’esponente della minoranza - a due aziende agricole del territorio è stato impedito di esporre e vendere i loro prodotti. Il titolare di una di queste aziende del frazione Cà del Bosco si era addirittura recato in Municipio nei giorni precedenti per espletare le formalità necessarie. Gli fu risposto dal Sindaco in persona che non vi era alcuna formalità e che poteva quindi esporre i suoi prodotti. Domenica mattina invece, presentatosi nell’area espositiva, veniva invitato dal presidente della Proloco ad

abbandonare l’area. Alle sue rimostranze l’espositore veniva messo in comunicazio-

ne con il primo cittadino che lo invitava ad andarsene adducendo come scusa di aver inteso che la richiesta di permesso riguardasse il prossimo anno». La versione è confermata dal titolare dell’azienda agricola, Davide Simonetti, che raggiunto al telefono spiega: «Raccolgo tartufi da anni, mi sono trasferito nel Comune di Menconico da Genova da pochissimi mesi, dove ho piantato 10 ettari di tartufaie naturali e controllate per la mia azienda agricola. Quando ho saputo della sagra del tartufo organizzata dalla Pro Loco ho chiesto in Comune se potevo partecipare e mi è stato detto che non c’erano problemi. Così in tutta fretta, dato che mancavano pochissimi giorni, ho lavorato per 48 ore e messo su uno stand per poter partecipare e presentare la mia azienda, nuova sul territorio.

Quando la domenica mattina sono arrivato sul posto c’è stato il gelo. Poi mi hanno allontanato dicendo che non potevo esporre. Un malinteso? Diciamo che mi viene da ridere…». Conclude Simonetti. Il consigliere Callegari attacca: «A Menconico evidentemente esiste l’esclusiva del tartufo e solo la Pro Loco può commercializzarlo nel giorno della sagra, naturalmente al prezzo che stabilisce lei. Come per tutte le altre manifestazioni organizzate dalla Proloco – aggiunge Callegari - anche di questa non si saprà mai il bilancio. L’Amministrazione comunale ha però erogato in quattro anni una somma consistente all’associazione, pari a 5.500 Euro di cui non ha mai ricevuto un rendiconto. La trasparenza, come si vede, a Menconico non regna sovrana». di Christian Draghi

BY TATO


58° SAGRA DELLA CASTAGNA - PIETRAGAVINA

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Metà anni ‘50: Pietragavina da paese assonnato e stanco, diventa meta di vacanza estiva per migliaia di persone Scrivere la storia di Pietragavinae delle sue origini non è semplice. Chi vi è passato? Chi comandava nei tempi che furono? Chi fu il personaggio che decise di fermarsi e disse “Mi fermo qui perchè è bello”? Non si sa. Quello che è certo è che Pietragavina esiste fin da prima del Medioevo e il suo Castello ne è la conferma, è uno dei castelli citati in un diploma imperiale di Federico Barbarossa del 1164. Il castello appartenne ai Malaspina di Varzi, poi di una linea detta di Pietragavina, estinta nel XV secolo. Passò allora ai Dal Verme, Signori di Bobbio; nel 1723 fu venduto alla famiglia Tamburelli di Bagnaria. Pietragavina fu annesso al Comune di Varzi nel 1873. Si sa inoltre che il suo nome ricorda la particolarità del sasso o pietra tipica del posto che si può notare ancora oggi sia nelle abitazioni vecchie del paese sia nei castelli di Zavattarello e di Varzi. Inoltre a Pietragavina vi erano delle cave per l’estrazione e la lavorazione della pietra, da qui forse il nome Pietragavina. Veniamo ora ad un passato più recente agli inizi del boom economico intorno alla metà degli anni ‘50: Pietragavina da paese assonnato e stanco, principalmente agricolo, piano piano diventa meta di vacanza estiva per migliaia di persone delle città e cittadine della Pianura Padana. Milano, Pavia, Voghera, Stradella, Broni, Tortona e altre ancora, che nel clima fresco e salutare, dovuto alla bellissima pineta, alla sua altitudine (mt 800 slm), e ai suoi castagneti, trovavano in esso un clima ideale per trascorrere le vacanze, riposare e respirare aria buona. è per questa ragione che per Pietragavina verrà coniato il termi-

1960 - Pietragavina ne la “vera” perla dell’ Alto Oltrepò. Ed è appunto in quei anni che il paese si trasforma, grazie all’imprenditoria dei suoi abitanti in primis la famiglia Centenaro, che nonostante le crisi economiche succedute di volta in volta e all’esodo dei molti, dovuto alla scarsità di lavoro, hanno lottato e mantenuto la propria attività alberghiera. Ed è proprio in quegli anni che nasceva, forte del suo prodotto tipico, la “Sagra della castagna”. Correva l’anno 1960 quando alcuni abitanti sostenuti e incoraggiati da

Angelo Centenaro, cotitolare insieme ai fratelli Giovanni ed Oreste dell’albergo ristorante Posta, si riunirono per decidere ed organizzare una festa con l’intento di promuovere ancor di più lo sviluppo turistico del paese anche in un periodo non estivo per dare la possibilità ai molti villeggianti di ritornare a Pietragavina per trascorrere una giornata all’insegna dell’allegria, delle caldarroste e dal buon vino dell’Oltrepò, accompagnati da giochi, sfilate e musiche folcloristiche, e inoltre dare la possibilità

agli esercenti e ai contadini locali di vendere i propri prodotti attraverso l’esposizione degli stessi. Ricordiamo alcune dei primi espositori riportati nelle foto: Draghi con i miele e Malaspina Vincenzo con i suoi prodotti locali. Fu proprio in riferimento a questo dolce frutto che nel lontano 1960 nasceva la Prima Sagra della Castagna, che da allora si svolge sempre alla seconda domenica del mese di ottobre. Questa prima sagra fu un grande successo che nessuno avrebbe mai immaginato. La festa prende piede, la voglia di organizzare è tanta, ma per fare una cosa bella e in regola con la legge bisognava strutturarsi in associazione, così nell’anno successivo (1961) nasceva la Pro Loco di Pietragavina la prima associazione turistica culturale della provincia di Pavia. Con il passare degli anni il successo e l’originalità della sagra, con le sue coreografie, i carri allegorici, le ragazze locali, la bellezza del paesaggio e la bontà delle castagne hanno portato nel piccolo paese migliaia e migliaia di visitatori di cui anche molte autorità politiche. Dopo 60 anni molto è cambiato, non ci sono più i carri allegorici trainati dai buoi non ci sono più i molti bambini, tra cui il sottoscritto, che guardavano curiosi la preparazione dei carri, cercando di essere utili alla preparazione della festa, mancano le ragazze acqua e sapone di quel tempo in cerca di un sorriso... villeggiante. I tempi sono cambiati ma due cose sono rimaste, con i dovuti accorgimenti e cambiamenti: Pietragavina con la sua “Sagra della Castagna” è rimasta inalterata nel tempo, che non ha subito i vezzi dell’età e la Castagna, sempre marrone, sempre bella e sempre saporita.


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Correva l’anno 1960, nasceva la Prima Sagra della Castagna Era una fredda sera invernale del lontano 1959; una sera come tante passata al bar dell’albergo della Posta a giocare a carte. Primina, la moglie del proprietario dell’albergo Giovanni Centenaro, porta ai tavoli da gioco dei vassoi colmi di caldarroste fumanti e tutti posarono le carte per avventarsi sulle buonissime castagne; qualcuno ordina una caraffa di ottimo vino novello di accompagnamento alle dolci caldarroste, il 1959 fu un’annata davvero eccezionale! Quella sera tra una caldarrosta e l’altra si giunse all’unica conclusione possibile: utilizzare proprio le castagne come richiamo per i villeggianti, per farli tornare almeno una delle fredde domeniche invernali. Questa per gli esercenti del paese fu sicuramente una bella notizia: l’arrivo dei villeggianti avrebbe procurato loro sicuramente del guadagno , era una buona notizia anche pei per i paesani che in quel giorno avrebbero potuto vendere i loro prodotti, la era allo stesso modo anche per i ragazzi e le ragazze che avrebbero potuto rivedere una volta gli amici e le amiche dell’estate appena trascorsa. Infatti proprio un gruppo di giovani, invogliati dal sig Angelo Centenaro, cominciano a sviluppare idee su come organizzare un festa in autunno e nel settembre del 1960, sempre al bar della posta, tra la paura e i sorrisi maliziosi di qualcuno, si stabilisce la data della festa: la seconda domenica di ottobre. È una corsa contro il tempo: si cercano collaboratori, anche tra le persone non più giovani del paese che sicuramente daranno il loro apporto; poi ci vogliono i carri e i buoi che tirano i carri, ma chi andrà sui carri? Sicuramente le belle ragazze del paese, allora di belle ragazze ce ne erano molte, ci vogliono i vestiti adatti alla festa, se ne occuperanno le sarte del paese. Chi allestirà i carri allegorici? Saranno gli aitanti giovani del paese. Così è deciso. Sembra una leggenda, una favoletta inventata, ma questa signori miei è la verità! Alla fine tutto il paese è stato coinvolto per la preparazione della festa, al di là delle idee politiche e il credo religioso. Fu così che domenica 9 ottobre 1960, tra la paura e l’incertezza, ebbe luogo la prima edizione della Sagra della Castagna. Prima del mezzogiorno già il paese contava una folla notevole, ma fu nel pomeriggio durante la sfilata dei carri, accompagnata dalla banda musicale di Varzi, che le vie erano ghermite da cittadini, confinanti… gli espositori venderono tutta la loro merce. Un successo inaspettato. È chiaro che quella domenica le caldarroste non bastarono per tutti, la cena fu accompagnata dall’orchestrina “Arson” che aveva animato le serate estive nella

Carro allegorico trainato dai buoi per le vie del paese

vecchia balera, adiacente all’albergo della Posta, ora Discoteca Kiwi. Una vecchia canzone di Ornella Vanoni iniziava così: “ la musica è finita, gli amici se ne vanno che inutile serata....”, ma non fu così per la compagnia della Sagra della Ca-

stagna: la festa era finita, ma non è stata un’inutile giornata bensì una festa voluta e ben riuscita. Oggi la sagra ha cambiato volto e non sto qui ora ad annoiarvi con i suoi cambiamenti, certo è che ancora quest’anno siamo qui ad aspettarvi con il

Banda per le vie del paese

mitico dj Edo, con lo spettacolo del mago Ito, con la fisarmonica di Debora Sbarra, le navette per i castagneti, il coro “Comolpa in osteria” gli espositori di buon cibo e tante, tantissime caldaroste. Vi aspettiamo come sempre numerosi.


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Massimo Guidi, il suo motto per Pietragavina è: «Avanti Tutta!» Spenderemo solo poche righe per introdurre l’intervista di Massimo Guidi. Se vi state chiedendo il perché di questa scelta redazionale significa che rientrate in quella piccola percentuale di persone che non ha mai avuto il piacere di incontrare Guidi, un gran bell’uomo ultra sessantenne. È l’espressione più autentica della vivacità del nostro territorio, carisma e simpatia lo contraddistinguono e se vi capitasse di incontrarlo state pur certi che non vi negherà un sorriso. Da quanto tempo ricopre la carica di presidente di Pietragavina? «Ricopro la carica di presidente della Proloco da marzo 2013». Il momento più bello da quando è in carica? «Non è facile da dire, perchè bei momenti c’è ne sono stati molti! Uno in particolare è stato vedere al secondo posto la Pro loco di Pietragavina quale miglior associazione della provincia di Pavia, tengo a precisare che Pietragavina conta poco più di 130 anime, e ciò sta a significare che abbiamo lavorato bene e siamo stati apprezzati. Colgo l’occasione per ringraziare tutto il gruppo che compone il consiglio direttivo e anche quanti ci hanno sostenuto e hanno collaborato alla buona riuscita degli eventi… non poche persone». Il momento di maggior successo? «Abbiamo avuto sempre molta gente ai nostri eventi ma quello che attira più persone è la Sagra della Castagna, il nostro fiore all’occhiello, ma anche “la pesciolata gigante” ha avuto un forte richiamo». Come è cambiata Pietragavina negli anni? «Questa è una domanda a cui preferire

Massimo Guidi, Presidente dal 2013 della Proloco di Pietragavina

non rispondere, ma penso che sia anche giusto dire che nel corso degli anni e fino alla fine degli anni ‘90 Pietragavina ha avuto sempre un forte richiamo poi piano piano ha subito un calo forse. Il modo di fare villeggiatura è cambiato, forse non siamo stati capaci di adeguarci alle esigenze dei turisti. Forse colpa della crisi economica, o della viabilità, ma purtroppo è andata così, ma non ci scoraggiamo! Si può sempre ripartire e il punto cruciale è crederci veramen-

te e io ci credo». Quale futuro auspica per Pietragavina? «Il futuro di questo paese, a mio avviso, conta sui suoi abitanti. Il futuro deve essere sopratutto legato alla nostra terra, alle nostre origini contadine alle nostre bellezze naturali e quindi un futuro basato sopratutto sull’agricoltura, un’agricoltura biologica, e sul turismo». Ha qualche curiosità da raccontarci? «Voglio raccontare un aneddoto vissuto da mio figlio: si trovava in un tram a Mila-

no con le mie nipotine e fece con loro una scommessa perchè pensavano che nessuno sul tram conoscesse Pietragavina. Allora mio figli alzatosi in piedi chiese ai presenti quanti erano stati a Pietragavina e se la conoscevano e con lo stupore delle mie nipotine parecchie persone conoscevano Pietragavina, alcuni addirittura vi avevano trascorso le vacanze.Si può ancora senza’altro ripartire e quindi ri-dico come sempre... avanti tutta!».


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58° SAGRA DELLA CASTAGNA - PIETRAGAVINA

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Sagra della Castagna, «Un autentico momento di comunità» La Sagra della Castagna di Pietragavina è giunta alla 58° edizione grazie all’impegno dei cittadini e dei volontari della Proloco che negli anni si sono prodigati per mantenere viva la piccola frazione e renderla appetibile ai turisti. Pietragavina è una vivace realtà del Comune di Varzi che non si è accontentata di vivere dell’eco della gloria passata. In Oltrepò il potenziale è alto, ma ancora oggi attrarre turisti, per molti aspetti, risulta difficile: per l’Alto Oltrepò sono in arrivo fondi per la promozione e la valorizzazione del territorio così come ci spiega il sindaco di Varzi Gianfranco Alberti, nonché presidente della Comunità Montana Alto Oltrepò. Sindaco Alberti, Varzi conta 28 frazioni di cui alcune particolarmente dinamiche. Pietragavina è senza dubbio una di queste. Cosa significa per un Comune come quello di Varzi avere frazioni così attive e che riescono ad attrarre ogni anni moltissimi turisti? «Il Comune di Varzi ha numerose frazioni e tante località, molte di esse sono sicuramente attive e, attraverso un importante lavoro svolto dalle locali Associazioni eseguito - lo voglio sottolineare- sotto forma di volontario da persone che hanno a cuore il proprio territorio, fungono da volano per il rilancio turistico della zona e sono, attraverso il loro attivismo, linfa vitale per le nostre piccole ma importanti Comunità. All’interno di tutto ciò la Pro loco di Pietragavina ha assunto in questi anni, grazie anche all’intraprendenza del suo Presidente, un ruolo importante e significativo». Il lavoro dei volontari della Proloco e degli abitanti di Pietragavina è encomiabile. Lei come sindaco che mano dà concretamente a queste donne e uomini volenterosi? «Pietragavina è stata e lo è tuttora una delle realtà più importanti del nostro Comune. è innegabile che in questi anni grazie alla collaborazione tra la Pro Loco e la famiglia Centenaro proprietaria dell’Albergo Posta parecchie iniziative di richiamo e promozione sono state messe in campo. Per quanto riguarda l’aiuto concreto all’Associazione l’amministrazione comunale eroga, ogni anno, un contributo economico a sollievo delle spese sostenute per le attività di promozione e per le attività che la Pro Loco, attraverso il suo Presidente, svolge anche in opere di piccole manutenzioni sul patrimonio comunale». Per Pietragavina la sua amministrazione ha in mente di investire risorse e realizzare progetti concreti che possano aumentare l’attrattività che indubbiamente questo paese continua ad avere ormai da decenni? «In questi ultimi anni le poche risorse economiche a disposizione degli Enti locali ha penalizzato l’agire su tutto il territorio delle nostre piccole realtà. A Pietragavina è ancora presente e attivo un Centro sportivo

Gianfranco Alberti

Elena Lucchini

comunale dato in gestione della Pro loco con la quale continueremo a collaborare affinchè tale spazio sia nevralgico per il paese e sia attrattivo verso nuove opportunità e catalizzatore di nuove iniziative generando così un sempre maggiore e continuo flusso di persone». Lei oltre che sindaco di Varzi è anche Presidente della Comunità Montana Alto Oltrepò. Si è ampiamente parlato dei fondi che la Comunità Montana si troverà a dover gestire per progetti riguardanti i Comuni che ne fanno parate. Esistono progetti che riguardano anche la frazione di Pietragavina? «All’interno della Strategia Aree Interne dell’area Appennino Lombardo – Alto Oltrepò Pavese sono molteplici le azioni che coinvolgono direttamente la popolazione, i giovani, le imprese e le nostre comunità. Sicuramente oltre che per gli interventi a carattere generale previsti (istruzione e formazione, mobilità, salute, servizi sociali), la frazione, come altre realtà del territorio dovrà vedere valorizzata la propria peculiarità all’interno dell’importante azione di marketing e promozione territoriale e delle correlate iniziative di costruzione di pacchetti di turismo esperienziale per la valorizzazione dei nostri borghi». Un suo ricordo speciale durante la festa della castagna? «La festa della castagna che quest’anno compie il 58° anniversario dal suo avvio è veramente un momento unico di festa, all’interno della quale è sempre bello e piacevole coniugare la visita al borgo, l’acquisto dei prodotti tipici, la degustazione delle caldarroste e la raccolta delle castagne nei boschi. Un autentico momento di comunità molto apprezzato dalle famiglie che ogni anno salgono a Pietragavina in occasione della sagra. Ogni anno, all’interno dell’evento, viene consegnata la castagna d’oro alle persone che danno lustro al paese. I ricordi vanno a tutte quelle persone che sono state premiate che non ci sono più e hanno contribuito con il loro agire a far progredire la comunità di Pietragavina e hanno collaborato a far si che questa festa potesse non perdersi nel tempo e raggiungesse i 58 anni di vita». Un ultima domanda, dal sapore goliardico, a suo giudizio quale frazione del suo

Comune ha dato il meglio di sè nella stagione estiva? «Tutte le frazione come ho già sottolineato sono importanti per le attività che svolgono all’interno degli eventi del nostro Comune e, con un pizzico di orgoglio, posso sicuramente affermare che grazie al loro contributo in tutti questi anni il Comune con le sue frazioni hanno sia realizzato numerose iniziative registrando importanti numeri che dimostrato l’esistenza di una comunità viva con una offerta turistica variegata e di assoluta qualità». Elena Lucchini, deputata Lega Nord, conosce bene Pietragavina, paese vivo nei suoi ricordi d’infanzia. Sa che la sopravvivenza del luogo è legata a filo doppio all’operosità e alla voglia di fare di chi anima le associazioni che profondono un impegno ricompensato solamente dalla soddisfazione di veder rivivere Pietragavina. Forte dell’esperienza maturata nella sua ascesa politica Lucchini è pronta a dare il suo contributo per la rinascita del piccolo borgo. Pietragavina è stata per molto tempo meta di soggiorni estivi, complice la vicinanza alle città di pianura e l’aria “buona”. Anche lei è particolarmente legata a Pietragavina. «Pietragavina è un luogo a me molto caro perché ha dato i natali alla mia nonna materna alla quale sono molto legata e dunque rappresenta un posto speciale nel quale affondano le mie radici. Ho trascorso inoltre gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza a Pietragavina ed ho un ricordo meraviglioso di quei momenti. Ancora oggi, quando torno a casa, perché sento questo luogo come tale, il profumo dell’erba tagliata o del fieno appena raccolto mi fa riaffiorare ricordi delle scampagnate estive in compagnia dei miei cugini verso il campo da tennis o verso la pineta e l’immancabile focaccia del Vegè per lo spuntino pomeridiano. Ad ogni angolo di Pietragavina potrei associare un momento, un pensiero della mia vita che rimane indelebile nei miei ricordi». Festa della Castagna è certamente il cavallo di battaglia di Pietragavina. Merito dei tanti volontari che l’hanno tenuta in vita. Quanto sono importanti le associazioni e le proloco per un territorio come l’Oltrepò Pavese?

«Le associazioni di volontariato e le proloco sono il vero motore del nostro Oltrepò Pavese, la passione che li sprona ogni anno ad organizzare eventi, pur con tutte le difficoltà del caso, è ammirevole. Pietragavina, come altri borghi dell’Oltrepò montano, custodisce ancora il sapore genuino di una volta, che deve essere custodito e protetto. L’amore per il proprio paese, la voglia di mantenere vive certe tradizioni stimola in modo lodevole il Presidente della proloco Massimo Guidi, insieme a tutta la squadra dei volontari, nell’organizzazione di eventi, tra questi il più importante è la famosa festa della Castagna, e questo mi rincuora molto perché la nostra storia, le nostre tradizioni, le nostre origini sono il bene più prezioso che abbiamo». Lei è certamente una donna molto impegnata e spesso lontana dalla sua terra, ma trova sempre e comunque il tempo di essere presente a manifestazioni popolari. Che valore ha per lei essere presente sul territorio e tra la gente? «Dalle risposte precedenti credo che si sia ben percepito quanto sono legata alla mia terra e alla mia famiglia. Amo viaggiare, lavorativamente parlando, perché mi permette di conoscere ed imparare ma, più sono lontana e più viaggio, più mi rendo conto che non c’è nessun posto che possa sostituire casa. Questa è una cosa della quale troppo spesso, nella quotidianità di tutti i giorni, ci dimentichiamo e non apprezziamo. Quando sei lontano da casa, parlo anche per altre esperienze vissute in passato, i momenti trascorsi nei tuoi luoghi e tra la tua gente sono impagabili. Il ritorno da Roma lo vivo come i cavalli quando tornano alla stalla, non vedo l’ora di arrivare!». Pietragavina negli anni ‘90 era molto conosciuta per i suoi locali, il Brallo nei medesimi anni era meta di molti turisti e di seconde case. Sono due esempi eclatanti di piccoli paesi dell’alta Valle Staffora che hanno conosciuto un passato glorioso. Secondo lei esiste una qualche possibilità di rilancio e di poter tornare agli antichi fasti? «Bisogna essere onesti e consapevoli che invertire rotta non è assolutamente facile ma posso anche dire che si percepisce, soprattutto negli ultimi tempi e tra i giovani, una voglia di tornare a ciò che era una volta, in termini di tradizioni culinarie ma anche di vita. Qualcuno sta riscoprendo paesini di montagna lontani dalla vita caotica della città ed è alla ricerca di qualcosa di genuino, che ancora esiste, nonostante la globalizzazione forsennata che ha portato ad una progressiva centralizzazione verso il capoluogo lombardo. Ho intenzione di lavorare nei prossimi anni cercando di valorizzare il settore turistico ed enogastronomico dell’Oltrepò Pavese, fonte inestimabile in questo angolo di terra». Quale luogo può offrire tutto questo in una natura incontaminata come è la Valle Staffora? «Abbiamo un potenziale enorme che per troppo tempo è rimasto sopito, per diverse ragioni, ma che ora deve essere riscoperto, valorizzato e per fare ciò serve che tutti remino insieme e nella stessa direzione. Io ci sono, c’è anche un Ministro con deleghe importanti per il nostro Oltrepò, non possiamo sprecare quest’occasione».


LA NOSTRA CUCINA

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Cheap but chic: piatti golosi e d’immagine al costo massimo di 3 euro!

Autunno, tempo di zucca. Ma le zucche, si sa, non sono tutte uguali. La prima domenica di ottobre cogliete l’occasione e andate a scoprirne una varietà particolare, caratteristica delle campagne attorno a Pavia. Si tratta della Zucca Berrettina di Lungavilla, chiamata così perché ricorda nella forma quella del berretto del prete. Si distingue dalla “classica” zucca anche per il colore della buccia: non è arancione, ma azzurro pallido. Un tempo molto diffusa, se ne erano perse le tracce, ma da qualche anno, merito di alcuni agricoltori riuniti nell’Associazione Zucca Berettina di Lungavilla è stato avviato un progetto di recupero, che ha permesso così a questo ortaggio di tornare sulle nostre tavole. La zucca è un ortaggio davvero poco calorico. Infatti 100 grammi di zucca apportano soltanto 18 calorie. Inoltre è ricca di sostanze antiossidanti e di beta-carotene, un componente che può essere utilizzato dall’organismo per la formazione della vitamina A, contiene vitamine ed in modo particolare: pro-vitamina A, vitamina E e vitamina C. Non mancano poi sali minera-

li ed enzimi benefici. Per la ricetta di questo mese, abbiamo abbinato la zucca dal sapore dolce e delicato ai funghi porcini, grandi protagonisti sulle nostre tavole in questo periodo e il connubio è risultato gourmet. Come si prepara: Priviamo la zucca della buccia e dei semi e la tagliamo a cubetti. Sbucciamo le patate e le tagliamo allo stesso modo. In una casseruola mettiamo qualche cucchiaio d’olio extravergine, uniamo la cipolla tritata finemente e lasciamo rosolare a fiamma dolce per 10 minuti. Aggiungiamo la zucca e le patate e copriamo con il brodo. Proseguiamo la cottura a fuoco lento per 20 minuti finché la zucca e le patate risulteranno tenere. Se utilizziamo il porcino fresco lo puliamo bene e lo tagliamo a fette regolari. Se utilizziamo i funghi secchi li dobbiamo mettere ad ammollare in acqua tiepida per circa un’ora. Mettiamo 2 cucchiai d’olio in una piccola padella e rosoliamo velocemente le fette di fungo aggiungendo qualche fogliolina di maggiorana. Uniamo i funghi al composto di zucca la-

sciando da parte qualche fetta per la decorazione. Ora frulliamo direttamente in pentola il composto e mescoliamo bene, aggiustando di sale e di pepe. Serviamo la nostra vellutata in ciotoline di terracotta e decoriamo con qualche fetta di porcino e un ciuffetto di maggiorana. Buon appetito!! YouTube Channel: Cheap but Chic – Facebook Page: Tutte le Tentazioni

Gabriella Draghi

VELLUTATA DI ZUCCA AI FUNGHI PORCINI

Ingredienti per 4 persone: mezzo kg di zucca berrettina 2 patate 1 cipolla 4 tazze di brodo qualche fogliolina di maggiorana 1 piccolo fungo porcino fresco o qualche fettina di porcino secco olio extravergine d’oliva sale e pepe


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FORTUNAGO

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La casa di paglia, da Fortunago la bioedilizia conquisterà il mondo? “La casa di paglia” non è il titolo della prossima serie targata Netflix. È la storia di Alain Lanot e Viviana Vignandel, la cui scelta di trasferirsi in Oltrepò poteva rappresentare un punto di arrivo: è stata al contrario il punto di partenza. Con una scelta coraggiosissima, infatti, quella che era una coppia di manager affermati si è trasformata in una famiglia di quattro persone (e due pecore), ma allo stesso tempo in un’azienda agricola, in un ristorante, in un laboratorio di idee e di produzioni ‘‘stravaganti’’, come loro stessi le definiscono. Per un’esperienza di vita che, dopo mille altre vite passate in giro per il mondo, potrebbe essere quella definitiva; quella giusta con cui convivere a tempo indeterminato.

«Siamo partiti da zero e senza reti di protezione, se non i nostri due stipendi. Lavoravamo entrambi in due multinazionali straniere» Molti avranno probabilmente sentito parlare di questa ‘‘casa di paglia’’, sorta da alcuni anni a Costa Galeazzi, frazione di Fortunago. ‘‘Di paglia’’ di nome e di fatto, dal momento che l’abitazione di questi due innovatori è fatta in modo semplice; con un po’ di legname, con argilla quanto basta, e con la paglia cresciuta nei loro quattro ettari di terreno. Strana a dirsi, ma semplice a visitarsi: la casa è aperta a condivisioni e contaminazioni di ogni tipo. Una specie di porto, là dove ormai da milioni di anni il mare non c’è più; un po’ punto di approdo, un po’ punto di partenza. Per quale delle due ipotesi propendere, lo si decide a cuore aperto. Come del resto lo è il loro, ogni volta che raccontano la propria storia. Una storia che intreccia le vicende personali con un dialogo franco e aperto con il territorio, ed in particolare con gli altri attori dell’offerta enogastronomica e ricettiva. Il punto di vista di Viviana e Alain è quello di due persone che si sono innamorate dell’Oltrepò Pavese, ma che sono in grado di osservarlo - e di descriverlo - con occhi non viziati da inerzia o abitudine. Per questo abbiamo chiesto loro di raccontarsi e di raccontarci. Di raccontarci la loro vita a casa nostra.

Come nasce questa vostra esperienza? «La casa è stata concepita con l’idea di essere una casa aperta. Ci siamo dati questo impegno e fa parte del gioco. La nostra è un’esperienza di vita e di famiglia, abbiamo deciso di lasciare Milano e di inventarci una vita qui. Lo spirito è quella di un’azienda agricola in grado di far vivere una famiglia, ma con la ricerca di un’agricoltura in linea con l’ambiente». Cosa c’era qui, prima del vostro arrivo? «Era un campo di erba medica. Siamo partiti da zero e senza reti di protezione, se non i nostri due stipendi. Lavoravamo entrambi in due multinazionali straniere». E come siete arrivati a Fortunago? «Abbiamo cercato per dieci anni un figlio che non arrivava, alla fine ci eravamo quasi arresi. Però avevamo deciso di adottare… un orto. A Cascina Brera, poco fuori Milano. Insieme ad altre 15 famiglie abbiamo iniziato a sperimentare, nel tempo libero, questa nuova passione, affacciandoci al mondo della permacultura. Che è anche e soprattutto una “forma mentis”». Come avete scoperto l’Oltrepò Pavese? «Galeotto fu un pranzo in Oltrepò, invitati a pranzo da una collega. Alain, che è un giramondo, ormai 16 anni fa ha deciso che in questo posto poteva mettere radici. Quindi ci siamo detti: perché non cercare un terreno qui e iniziare a mettere a frutto l’esperienza dell’orto. Era il 2006. Non avevamo né radici né famiglia qui, né alcun altro tipo di attaccamento a questa terra, che prima non conoscevamo proprio… non eravamo mai venuti in Oltrepò. Avevamo vissuto in Giappone, in Canada, in Cina, In Francia, prima di approdare a Milano». Il primo impatto sarà stato traumatico. «Eravamo abituati alla città, e ci siamo trovati in una frazione di Fortunago in anni in cui non c’era più quasi nessuno. Un paese dove l’età media è altissima, arrivano a 104 anni di età. Comunque abbiamo deciso di prendere in affitto una casetta. Avevamo novantenni come vicini…». Come eravate visti dagli indigeni? «All’inizio, con questa storia dell’orto, eravamo visti come i classici milanesi in cerca di un divertimento per il fine settimana; forse anche pretenziosi, visto che abbiamo iniziato da subito con l’idea di sperimentare. Vedevano come non vangavamo, come non bagnavamo il terreno, come piantavamo le patate sotto paglia, per fare qualche esempio… Poi hanno iniziato a vedere che coltivando come noi si faceva meno fatica». Certo l’idea di una casa di paglia rappresenta qualcosa di ben più innovativo e, se vogliamo, vistoso. Come è stata realizzata? «Abbiamo iniziato nel 2007 a costruire

Alain Lanot

un prototipo. A fine 2012 è iniziato lo scavo per quella che sarebbe stata la nostra casa, e nel 2015 abbiamo aperto come agriturismo “in famiglia”. Abbiamo iniziato a ricevere presto visite dalla Nuova Zelanda, dal Belgio, di persone interessate alla bioedilizia. Siamo diventati un cantiere a cielo aperto di sperimentazioni varie, senza avere la pretesa di insegnare a qualcuno ma nell’ottica di condividere questo nostro percorso, che da un lato consisteva nel consociare le piante, dall’altro nell’impastare l’argilla per farne dei muri. Ora stiamo costruendo una nuova struttura, sempre di paglia, che ospiterà le nostre camere private e quelle per gli ospiti». Avete notizia di qualcuno che abbia seguito questo vostro esempio? «Dopo di noi altre famiglie hanno fatto questa scelta. Sappiamo di altre cinque case di paglia che sono sorte in Oltrepò. Dopo aver constatato che si trattava di una scelta possibile. Abbiamo scelto di lavorare con un’impresa locale, utilizzando manodopera locale. Anche i materiali e i progettisti sono locali. Anche questo ha contaminato, ha diffuso in una certa misura un nuovo modo di fare edilizia». Quanto costa costruire una casa di paglia? «Costruire una casa di paglia costa all’incirca 800 euro al metro quadro. Ma il risparmio non è solo sulla costruzione. Ci sono moltissimi vantaggi per quanto riguarda la salubrità, l’impatto ambientale, la manutenzione, le prestazioni energeti-

che della casa (che è certificata il Classe A). La paglia è un eccellente isolante, sia dal punto di vista termico che acustico. Altra particolarità è che i muri respirano: c’è un naturale ricambio d’aria, che influisce molto positivamente sull’umidità. Poi la casa è antisismica». Parliamo, invece, di quello che è successo alla vostra vita in questi ultimi anni. Viviana… «Sono arrivati due figli in due anni, quindi le priorità sono un po’ cambiate. Io ho lasciato quasi subito il lavoro, nel 2009. Con due figli non era più possibile. Avevo una carriera con un ottimo stipendio, con una posizione sociale… non eravamo in crisi, abbiamo proprio operato una scelta drastica. Ho lasciato il mio lavoro in un momento bellissimo». Qual era la sua professione? «Lavoravo fianco a fianco con il signor Boiron, per cui mi occupavo di tutta la comunicazione interna ed esterna. Ero nel ramo pubbliche relazioni, avevo a che fare con tantissime persone. E mi sono ritrovata qui, sulle colline dell’Oltrepò, in due anni terribili, dove la temperatura è scesa anche a -17°. In quelle condizioni dalla terra non veniva niente, il cantiere era difficile da portare avanti, avevamo fango dappertutto… A volte pensavo che non sarebbe mai finito. A Milano avevo tante cose da fare, energie da investire… soprattutto un ruolo sociale. Qui, di colpo, non ero nessuno». C’è stato qualche momento in cui lo sconforto ha rischiato di prendere il sopravvento? «C’è stata una volta in cui Alain mi ha detto: devi essere davvero innamorata per avermi seguito fin qui… Ma siamo sopravvissuti, e bisognava inventarsi un mestiere. Alain per i primi anni ha continuato a mantenere il suo lavoro a Milano, in Citroen, dove si occupava di marketing. Ricordo sempre l’immagine di questa casa vecchia, fredda, che avevamo affittato qui vicino. Si alzava verso le 5 del mattino per accendere le stufe, si vestiva con giacca e cravatta, apriva le imposte e magari scopriva che c’erano due metri di neve da spalare». Difficile ambientarsi in quelle condizioni… «Io non uscivo mai. Ogni tanto passava magari il postino o qualche vicino, che si preoccupavano per me. Mi chiedevano se avessi bisogno di qualcosa, dal negozio, dalla farmacia… Pian piano siamo stati un po’ adottati dai nostri vicini, e dagli altri abitanti del paese. Poi è iniziata la fase della curiosità mediatica, con il servizio trasmesso dalla Rai International. Abbiamo iniziato ad essere la mascotte del paese, facevamo un po’ da vetrina anche ad altre realtà locali.


FORTUNAGO Nei primi anni abbiamo veramente dedicato molto tempo a integrarci, più che a fare commercio. Abbiamo cercato di realizzare una rete con altri produttori e di inserirci in un borgo rispettandolo, interessandoci agli eventi locali, alle tradizioni. Cercando di lasciare sempre la nostra porta aperta». Alain, come avete iniziato? «Nel 2009 abbiamo organizzato in paese un evento internazionale, Fortunalia, coinvolgendo anche artisti francesi dal mio territorio di origine. Erano presenti 60 produttori con le loro specialità, artisti, artigiani e produttori del territorio. Volevamo qualcosa che andasse oltre la classica festa della salamella, che valorizzasse il km0. Devo dire che questa è stata una parentesi, ci siamo accorti che eravamo ancora un po’ troppo forestieri. Allora abbiamo puntato sugli eventi a casa nostra. Riunioni con vari produttori, con il supporto di enti esterni come la Comunità Montana e il Gal… anche se da parte delle istituzioni non c’è stata una grande risposta». Come è proseguito il vostro dialogo con il territorio? «Fin dall’inizio abbiamo cercato di legarci a questo territorio e di promuoverlo, e abbiamo poi proseguito con questo intento. Quando abbiamo finalmente avuto uno spazio nostro la prima cosa che abbiamo organizzato sono stati i “caffè alternativi”, dove riunivamo artisti e studiosi dell’Oltrepò, sconosciuti o quasi, riuscendo ad ottenere anche spazio sulla stampa. Li proponiamo tutt’ora. Non c’è un interesse economico in queste iniziative, ma un’ottica di condivisione. Una volta abbiamo la sartina, un’altra lo scultore, il botanico… è un laboratorio di esperienze. Un crocevia di talenti. Creiamo eventi che possono essere passeggiate botaniche alla scoperta orchidee selvatiche, oppure la “cena di Ippocrate”, con la presenza di un erborista... una lezione mangiando». Rapporti con gli altri rappresentanti del comparto? «A noi interessa molto il km 0. Facciamo una specie di co-marketing, ci promuoviamo a vicenda con altri produttori, stabiliamo i nostri menu in base alla stagionalità e alla disponibilità di prodotti in zona. Anche per quanto riguarda i vini: ogni due mesi introduciamo un nuovo produttore, per dare visibilità a dare a tutti quelli che fanno parte del panorama del nostro circondario. Spesso proponiamo cene con il produttore: la nostra idea è quella mettere un volto nel piatto».

Fortunago: «L’idea è quella di una piccola Toscana. Di un borgo che è un gioiellino, ristrutturato molto bene, anche se un po’ povero di attrattività commerciale»

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Viviana Vignandel

Ho letto che nei vostri primi anni in Oltrepò usavate ricorrere a un sistema di pagamento, o meglio di scambio, al quale non siamo certo più abituati: il baratto. Viviana, di cosa si trattava? «Le nostre produzioni sono nate da un periodo a rischio di depressione post partum. Non avevo più un lavoro, i bimbi erano piccoli e avevano bisogno di mille attenzioni, gli inverni erano rigidi… Dovevo inventarmi qualcosa, e sono nate le ‘‘confetture stravaganti’’. Il primo prodotto è stato una gelatina al rosmarino. Praticamente abbiamo iniziato con un baratto, perché c’erano persone interessate ai miei prodotti e io, al contrario, avevo bisogno dei loro. Quando avevo necessità della parrucchiera per i bambini, magari portavo in cambio le mie scorzette arancia. Andavo in cartoleria, e magari mi chiedevano di assaggiare l’anice stellato. Barattavamo di tutto. La chiamo “economia sovversiva”». Una ‘‘sovversione’’ che avete portato anche su qualche grande palcoscenico… «Dal baratto siamo finiti anche al “mercato del Duomo”, nella piazza principale di Milano, come parte di un esperimento di Autogrill. A me era stato affidato il ruolo di ‘‘donna immagine’’, essendo abituata a mantenere i ritmi delle pubbliche relazioni. È stata una bellissima esperienza, anche molto impegnativa». Un modo per farsi conoscere, anche. «Per farci conoscere avevamo iniziato a partecipare a mercatini e fiere. Era difficile, si doveva stare tutto il giorno fuori, al freddo. Ma da qualche parte bisognava iniziare. Ora nei weekend abbiamo sempre ospiti a tavola, quindi le persone acquistano qui. Attualmente produciamo 8mila vasi l’anno, che vanno dagli agrodolci ai sali aromatici, al dado vegetale; paté di verdure, confetture, da degustare anche con formaggi o con bolliti, miele, farina, biscotti, gelatine… Il problema è che non

abbiamo mai abbastanza da offrire: il terreno è sempre grande quattro ettari, come all’inizio. Ma la nostra idea è quella di mantenere questa rotta. Anche perché non abbiamo mezzi meccanici». Alain, come crescono, allora, i vostri prodotti? «Coltiviamo ad orto 2.500 metri quadrati dal 2007. Da allora i terreni non sono mai stati lavorati. Facciamo un’agricoltura naturale: aggiungiamo letame, compost, e lasciamo le piante in piedi a fine stagione, perché le radici hanno intorno a loro tutta una vita microbiologica, e questa vita permette al sistema di sopravvivere durante l’inverno.

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E di condividere con gli altri quello che scoprite… «Non siamo esperti in niente. Sperimentiamo e condividiamo quello che impariamo: se qualcuno vuole venire, proporci un’idea, una pratica ecosostenibile, noi siamo sempre pronti ad ascoltarlo. Facciamo solo rippare il terreno, e vedo il che grano non ha particolari difficoltà a crescere». Da dove provengono i vostri ospiti? «C’è di tutto. Abbiamo molti cacciatori, tartufai o abitanti locali, persone che arrivano da grandi città come Milano, Torino e Genova; anche dal Veneto, ultimamente. Si tratta di persone che fanno magari anche duecento chilometri per comprarsi una giardiniera che hanno assaggiato l’anno prima. Anche diversi ristoratori…». Tutti siamo sempre alla ricerca della novità… «Quando i ristoratori vengono a casa nostra, Alain è il primo a esserne felicissimo, e io magari penso che dopo tutto sono anche concorrenti... Ma in fondo, se uno propone il territorio, tutti ne abbiamo benefici. Quando ci chiama qualcuno per venire a cena da noi, e siamo al completo, consiglio dove alto potrebbero andare e rimanere soddisfatti. Queste potenzialità possono essere sfruttate nell’interesse di tutti. Quando si riesce a creare qualcosa che funziona, tutti gli attori del territorio ne beneficiano. L’Oltrepò ha una posizione perfetta, incantevole: un’ora o meno da Milano e da Genova, poco più da Torino e Brescia, senza parlare di Piacenza e di tutta l’Emilia». Che idea si fanno i visitatori dell’Oltrepò e di Fortunago? «L’idea è quella di una piccola Toscana. Di un borgo che è un gioiellino, ristrutturato molto bene, anche se un po’ povero di attrattività commerciale.

«Costruire una casa di paglia costa all’incirca 800 euro al metro quadro. Ma il risparmio non è solo sulla costruzione. Ci sono moltissimi vantaggi...» Ricopriamo il terreno con la paglia, che d’estate lascia umidità nel terreno e durante l’inverno protegge dal gelo. Questa tecnica permette di rigenerare il terreno e di renderlo fertile. Il terreno non è un materiale inerte, ma presenta una vitalità. Se lasci fare la natura, il terreno rende molto di più. Non vanghiamo, anche perché l’argilla durissima. Vangando è come se volessimo mettere le farfalle sotto terra e i pesci fuori dall’acqua. Insomma cerchiamo di unire la teoria alla necessità di ottimizzare energie».

Rispetto alla nostra casa credo che il 90% delle persone abbia capito lo spirito che ci sta dietro e percepito il coraggio. Il fatto che esteticamente non sia perfetta e manchino ancora alcune cosa passa in secondo piano, cosa per me stranissima. Tornano per la convivialità, per sentirsi a casa, per l’accoglienza. Vengono a rivedere l’orto. E ci chiedono come sta la pecora…». di Pier Luigi Feltri


MONTALTO PAVESE

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Bird Control, «Servizio efficace richiesto da molte aziende» Giuseppe Crea, 40 anni, è il titolare della Falconeria di Montalto Pavese. Dapprima appassionato di rapaci, ha trasformato la sua passione in un vero e proprio lavoro. Quando ha iniziato? «Una decina di anni fa…» E la passione? «Mi sono sempre piaciuti tantissimo i rapaci e gli uccelli in generale, fin da quando ero piccolo e ho cominciato a seguire vari falconieri, da uno di questi ho preso il mio primo rapace e ho iniziato questa avventura. Qualche volta ho anche salvato qualche uccello in difficoltà e l’ho rimesso in libertà. Ho amato fin da subito l’interazione che si può creare con questi animali». Ci spiega come funziona il suo lavoro? «Ho una ditta di allontanamento piccioni a mezzo rapaci. Praticamente allontano specie invasive che possono essere appunto piccioni o gabbiani, per mezzo dei rapaci addestrati. Io vado nella zona infestata e metto in volo i rapaci, senza che avvenga la predazione, ma sono ed esclusivamente in volo libero, e la specie infestante, dopo un po’ di interventi, capisce che quella zona non è adatta per stazionare e cerca un altro posto». Con quali animali lavora? «Per la maggior parte lavoro con poiane di Harris e falcone ad alto volo: le poiane le utilizzo in spazi chiusi come i capannoni e stabilimenti di grandi dimensioni, mentre i falconi in spazi aperti». Prima lei parlava di interazione con questo tipo di animali… come avviene? «Sono animali che non sono certo affettuosi, ma si legano all’uomo per cercare il cibo: si crea un rapporto di fiducia e mangiano sul nostro guantone quando vengono richiamati. Infatti, quando andiamo a fare allontanamento sanno che sul guantone c’è il cibo che gli basta per vivere, volare e fare quello che devono». Si lasciano quindi avvicinare? «Lo lasciano fare a me perché sono abituati a me. Tollerano le altre persone, ma non si fanno toccare né tantomeno accarezzare. Anche perché, a differenza di altri animali, come per esempio i cani, loro non gradiscono le carezze. Arrivano, fanno quello che devono fare, sono rispettati e la cosa principale per cui tornano è il cibo». Come le è venuta l’idea di svolgere proprio l’attività di allontanamento e Montalto Pavese è una zona particolarmente favorevole da questo punto di vista? «Perché parecchi falconieri in Italia lo fanno e, visto che parecchie aziende richiedono questo tipo di servizio in quanto molto efficace, mi sono lanciato in questo lavoro». è un’attività che ha avuto successo in questi dieci anni? «Si può vivere. Di certo non è un’attività che arricchisce, ma sono un artigiano ed è un lavoro come può essere il fabbro oppu-

Giuseppe Crea, titolare della Falconeria di Montalto Pavese re il muratore…» Però lei ha la fortuna di unire passione lavoro… «Sì, questo sì. Quando curo i miei falchi sto benissimo: mi piace vederli volare, mi piace vedere come si muovono e come reagiscono anche alla finta preda che gli presento ogni tanto per richiamarli. I falconi, infatti, non vengono richiamati al pugno, ma su una preda finta di cuoio. Loro quindi salgono, prendono quota e fanno delle evoluzioni particolari, come delle “picchiate” su questa finta preda, per poi risalire di nuovo. Alla fine li premio con un pezzettino di carne». Ha delle altre persone che la aiutano in questa sua attività? «No, sono solo io. C’è mia moglie che mi da una mano ogni tanto, solo per la gestione dei rapaci. Per esempio gli dà il cibo se io non ci sono. Per quanto riguarda invece il lavoro di allontanamento lo faccio solo io». è un lavoro impegnativo. «Eh sì, alla fine ci dedichiamo ai nostri animali dalla mattina alla sera e si passa continuamente il tempo con loro. Può capitare anche che, mentre sono a lavorare, un falco si allontana perché magari segue un altro uccello lontano e può succedere di dover stare fuori per giorni a recuperarlo, questo anche grazie alle trasmittenti radio che ci danno la loro posizione». Quanti rapaci avete lei e sua moglie?

«Quattordici esemplari di rapaci sia diurni che notturni. I diurni servono per la mia attività principale che, rimane l’allontanamento»

«Quattordici. Sono sia rapaci diurni che notturni. Quelli notturni sono per diletto e passione. I diurni invece servono per

la mia attività principale che, ci tengo a precisare, rimane l’allontanamento». di Elisa Ajelli


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CASTEGGIO

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Fondazione Bussolera: il sogno dell’avvocato continua, vent’anni dopo L’avvocato Fernando Bussolera era un personaggio eclettico, di quelli che si stampano nella memoria. Amante dei cavalli, delle belle macchine e dell’Oltrepò, e in particolare della sua tenuta di Mairano, dove visse fino alla fine dei propri giorni. Coniugato con la contessa Lina Branca (della nota famiglia di distillatori). Tre anni prima della sua scomparsa dispose che il suo intero patrimonio confluisse nella Fondazione Bussolera Branca, appositamente creata, con lo scopo di conservare il suo patrimonio e di continuare le sue grandi passioni, non ultima la ricerca in campo agronomico. Era il 1995. La Fondazione è presieduta ancora oggi da Fabio Pierotti Cei, mentre il complesso è gestito da tre impiegate con funzioni amministrative: Lucia Zaietta e Marta Rudoni per gli aspetti culturali e di pubbliche relazioni, e Giuditta Pasquino per i servizi generali e per la parte tecnica. Abbiamo parlato con loro per fotografare il sogno di Fernando Bussolera oggi, vent’anni dopo. Un sogno portato avanti anche attraverso il braccio operativo della Fondazione, la Tenuta ‘‘Le Fracce’’, e dal suo winemaker, Roberto Gerbino. Dottoressa Zaietta, qual è la mission della Fondazione? «La fondazione Bussolera Branca si pone come mission principale la conservazione degli immobili, del parco e delle collezioni, in particolare di auto d’epoca e di carrozze, che ci ha lasciato l’avvocato Bussolera». Su quale patrimonio immobiliare può contare la Fondazione? «La Villa Bussolera, gli immobili adibiti a uffici, Villa Rajna, oggi destinata ad essere la ‘‘casa dell’art brüt’’, il maneggio, le scuderie, i locali dedicati alla ‘‘Casa della musica’’».

Le Fracce: «Tra le anime della Fondazione la cantina è una delle più importanti, anche solo dal punto di vista storico»

Roberto Gerbino Marta Rudoni Lucia Zaietta Giuditta Pasquino Giorgio Visconti

Le dimensioni sono quelle di un piccolo paese. Perché così tante declinazioni fra gli interessi della Fondazione? «Il principio della conservazione va inteso in un senso ampio: la Fondazione ha ritenuto che per mantenere al meglio questo patrimonio fosse importante perseguire progetti di ospitalità, e quindi far vivere questi spazi. Fra questi la ‘‘Casa della musica’’, associazione fondata nel 2012 e diretta da Rosa Franciamore. Che si occupa di offrire a bambini e ragazzi una formazione musicale integrativa e complementare a quella fornita dalle scuole. Conta più di 70 allievi». Abbiamo poi l’importante progetto su Villa Rajna, concretizzato e prossimo ormai a una valorizzazione definitiva. «Sempre in linea con la mission si è scelto dal 2017 di concretizzare un progetto culturale che riguarda un campo specifico dell’arte, definito ‘‘art brüt’’, termine francese che significa ‘‘arte grezza’’. È un tipo di creatività artistica priva di condizionamenti culturali; una creazione pura, autentica, realizzata da autori che fondamentalmente non creano secondo un’intenzione artistica: lo fanno a prescindere. Si tratta per lo più persone ai margini, isolate, molte ospitate anche negli ospedali psichiatrici. Espressioni artistiche, ma non inserite nel mainstream ufficiale. Il primo nucleo consiste nella

collezione Fabio e Leo Cei, arricchita successivamente da altre donazioni. Parliamo numericamente di circa 30mila opere». Quale la visione nei confronti di questo progetto? «Sfocerà nell’apertura di una casa museo, quindi da un lato con l’esposizione delle collezioni, e dall’altro un centro di ricerca e di divulgazione sull’art brut». Come può essere fruito dal pubblico? «La Fondazione, e per ora anche il museo, sono visitabili su appuntamento. Il museo sarà gestito da un’associazione che si sta costituendo, quindi in futuro si pensa ad un’apertura regolare. C’è la possibilità eventualmente di unire alla visita le degustazioni dei vini Le Fracce, l’azienda di proprietà della Fondazione. Anche nella fruizione del pubblico si cerca di dare immagine unitaria». Parliamo allora della cantina. Roberto Gerbino, cosa rappresenta la Tenuta nell’universo della fondazione? «Tra le anime della Fondazione la cantina è una delle più importanti, anche solo dal punto di vista storico. È uno degli ambiti che dà la continuità maggiore fra quella che deve essere la presenza dell’avvocato e del suo spirito nella Fondazione, anche perché detta la ricerca nell’ambito scientifico e agricolo». Come agisce la Tenuta nell’ambito della Fondazione?

«La Tenuta Le Fracce ha fra i suoi obiettivi quello di mantenere il patrimonio della Fondazione, ma anche quello di essere il braccio operativo della Fondazione stessa, che promuove la ricerca scientifica. La Tenuta Le Fracce, con l’ausilio delle proprie competenze e dei propri professionisti, porta avanti sul campo le ricerche che vengono proposte e affrontate». Un esempio? «L’ultima, importantissima, è stata una ricerca presentata al congresso mondiale dell’O.I.V. (Organisation internationale vigne vin), che ogni anno sceglie le 100 migliori ricerche fatte nel mondo in ambito vitivinicolo. Nel 2013 siamo stati scelti. Il tipo di ricerca, iniziato nel 2010, è stato talmente interessante e innovativo che è stato pubblicato su una rivista internazionale molto prestigiosa, che svolge una selezione molto dura». Di cosa si tratta? «Di un problema molto sentito anche dalle nostre parti: l’induzione alla resistenza allo stress idrico delle piante. In questo 2018 la Fondazione ha scelto di fare il passo successivo alla ricerca, cosa che succede raramente: mettere in condizioni normali queste viti, in un impianto di un ettaro al quale è stato applicato un pool di batteri capaci di indurre questa resistenza. È per noi un grande punto di arrivo. Oggi stiamo effettuando tutte valutazioni agro-


CASTEGGIO nomiche e microbiologiche per vedere l’effettiva efficacia di questi microorganismi». Quali sono stati negli anni i principali investimenti della Fondazione a favore della produttività aziendale? «Il percorso che abbiamo fatto ha visto dei grandissimi investimenti a livello di tecnologia di cantina, perché ogni idea per essere messa in pratica ha bisogno di competenze ma anche di strumenti. Invece dal punto di vista della riconversione del vigneto, dei vecchi impianti sono stati sostituiti con sistemi di allevamento più moderni. Tutto questo ha portato alla creazione di prodotti nuovi, che seguono una ricerca del gusto molto mirata. La ricerca del gusto è la parte più complicata, che va oltre scelta agronomica. È un’attenzione al consumatore e soprattutto alla modalità di consumo del vino. Senza questo si serve solo un prodotto che magari piace a te stesso». Trova che questa modalità di approccio sia sufficientemente presente in Oltrepò? «Direi di no, e senza presunzione: è la verità. Sono abbastanza solo. Ma non è assolutamente mia intenzione fare alcun tipo di polemica. Ogni azienda deve pensare a sé stessa: questi discorsi territoriali sono molto belli da farsi, ma incontrano sempre mille difficoltà». Dal 2016 la Fondazione Bussolera Branca si è fatta carico della gestione delle collezioni di vitigni del centro regionale di Riccagioia. Come considera questa esperienza? «Per due anni, nel 2016 e 2017, abbiamo gestito la collezione storica dei vitigni di Riccagioia, che da quest’anno è tornata sotto il controllo dell’Ersaf. In quei due anni di sponsorizzazione da parte della Fondazione verso l’Ersaf, la Tenuta Le Fracce ha fatto da braccio operativo. Oltre a condurre i vigneti sono andato a ricercare fra i vitigni autoctoni personalmente

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quelli che avevano caratteristiche agronomiche e vinicole interessanti. Su alcuni di questi ho focalizzato un certo interesse, con risultati importanti». Mi permetta una domanda sorniona: in quella collezione può esserci il nuovo Timorasso? «Forse sì. Non bianco, ma rosso sì. Almeno due». Per il rilancio dell’Oltrepò servirebbe la bacchetta magica. Ma le chiedo: quale può essere, realisticamente, il ruolo che la Fondazione potrebbe giocare, di concerto con gli altri soggetti? «Nel 2016 la Fondazione ha incaricato la società Demoskopea di valutare quale fosse la percezione del territorio tra gli attoL’avvocato Fernando Bussolera, coniugato con la contessa Lina Branca ri che ne facevano parte. Da questa ricerca è uscito un quadro che fa rabbrividire. Lo studio dice che se ci sono tipologie aziendali diverse, ognuna con proprie caratteristiche. Ci sono aziende come Le Fracce, che hanno bisogno di tante competenze esterne e che non hanno un ‘‘padrone’’ in carne ed ossa. Poi ci sono le aziende familiari. La cantina sociale, che fa la trasformazione di materia prima e la commercializzazione. Tre modalità molto diverse. Non può esserci quindi la pastiglia che fa bene a Le Fracce e a Torrevilla. Ma tutti i tentativi che finora sono stati fatti vanno nella direzione di trovare l’unica cura che va bene a tutti. Questo non avverrà mai». di Pier Luigi Feltri

«Nel 2016 la Fondazione ha incaricato una società di valutare la percezione del territorio. È uscito un quadro che fa rabbrividire…»

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“C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPò “ DI GIULIANO CEREGHINI

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La riscoperta del bosco: “Ramà i castégn... adès tùca ä viàtar” Le mode di oggi concepiscono il bosco come luogo di solo svago: tracking, lunghe passeggiate, gite a cavallo ed altre diavolerie che di veramente utile hanno però, la riscoperta del bosco e dei suoi incanti. Tanti anni fa non era esattamente così: il bosco era essenzialmente luogo di lavoro, taglio e trasporto della legna, ricerca di funghi concepita non come svago ma come necessità, pascolo per il bestiame e raccolta delle castagne e degli altri frutti del sottobosco. -Andar per legna - Chi non possedeva boschi, concordava con i proprietari particelle boschive pronte per il taglio ceduo, in cambio di metà della legna che ne avrebbe ricavato, chi ne possedeva delimitava una porzione di bosco, provvedeva ad un’accurata pulizia degli sterpi e ramaglie di sottobosco e quindi iniziava i lavori di abbattimento annuale delle piante “tra sü i piànt”. Era un lavoro tipicamente invernale per la condizione vegetativa delle piante; armati di una scure grande o ascia, una piccola, una roncola e una grande sega, “l’äsgù, sgùlot, al pugarên e al räsgòn”, partivano di casa all’alba per una lunga ed impervia camminata nel gelo del mese di Febbraio per giungere sul luogo di lavoro, depositare gli attrezzi, appendere ad in albero un fagottino contenente il pranzo: un salamino, un uovo sodo o una pallida frittatina, mezzo miccone, un paio di melette “pum travajên” o di pere dure come i calli delle loro mani “per jasö”. Non poteva e non doveva mancare mai una buona bottiglia di vino e un po’ d’acqua, poca per verità. Si iniziava a pulire per bene la zona individuata, a togliere tutto il sottobosco che poteva intralciare i lavori, a segnare le piantine che sarebbero rimaste come novellame e, finalmente, si iniziavano i lavori di abbattimento delle maestose querce “rusél” che nell’inverno, avrebbero riscaldato le membra ed il cuore di uomini semplici. Risuonava nei boschi, ritmico e profondo, il rumore della scure degli abbattitori, interrotta di tanto in tanto dallo “sramà” delle alte piante che cadevano; dopo un breve silenzio, il ritmo riprendeva intervallato da rare soste per una bevutina e una sigaretta. La giornata invernale sembrava rubata a quelle serene di primavera, anche se il freddo dell’inverno attanagliava la vegetazione, ma non disturbava quegli uomini di antica e ruvida tempra anzi, era normale, vederli in maniche di camicia sudati per il notevole sforzo messo in campo, in barba a temperature che neppure il pallido sole invernale riusciva minimamente ad intaccare. Da lontano il fido campanile della chiesetta batteva regolarmente le ore e, ai canonici dodici tocchi, ogni attività veniva interrotta: si cercava un comodo posticino dove srotolare il fagottino del pranzo e, in qualche caso, si richiamava il vicino di lavoro per condividere il rito e scambiare

due chiacchiere. Una sana bevuta, una sigaretta, fumata in pace ed il lavoro riprendeva alacre per evitare di percorrere oltre il necessario il lungo tratto che divideva la casa dal bosco. Dopo l’abbattimento si provvedeva a sramàre la pianta e a ordinare in fascine ogni singolo ramo grande o piccolo che fosse, “cävsà”, così era denominata tale attività. Quindi si provvedeva a segare in pezzature regolari, le piante più grandi e ad accatastarle nelle vicinanze di impervie stradine all’interno dei boschi. Al termine dell’estate, si sarebbe prelevato la legna secca al punto giusto, per recapitarla in cascina. Il lavoro, spesso protratto per giorni o settimane, era terminato, il povero temporaneo boscaiolo distrutto dalla fatica, doveva curarsi le mani ispessite dai calli e dalle lesioni causate dal freddo e dal gran battere con l’ascia: il maiale come al solito, veniva a soccorrere i fratelli uomini, fornendo un unguento “la sònsa” che era un vero toccasana sulle mani di quei poveri figli della fatica e della speranza. Verso la metà dell’Agosto successivo con buoi, slitta e un figlio per il governo degli animali, si sarebbe provveduto a trasportare la legna a fondovalle, a caricarla sui carri e ad accatastarla sotto il portico di casa pronta per essere segata e sistemata per l’inverno. Due piante cariche di foglie verdi venivano aggiunte alla legna ormai secca: servivano a confezionare fascine “à fëja” che il contadino d’inverno presentava agli animali della stalla come alternativa a fieno e paglia. -Andar per funghi - Questa è l’unica tra le attività rammentate, che univa l’utile, la necessità di disporre di funghi essiccati per la cucina di tutto un anno, al dilettevole, il piacere puro della ricerca di profumatissimi boleti splendidi alla vista, al tatto, al gusto e all’odorato. Non erano in molti a praticare questa antica attività divenuta nel tempo moda e competizione o, per meglio dire, non erano molti i giovani che andavano per funghi; generalmente erano donne o uomini anziani o comunque non giovanissimi, a girovagare per i boschi godendo prima ancora dell’agognato bottino, del profumo morbido del muschio, della pace, dei silenzi rotti da rapidi voli d’uccelli, dalla precipitosa fuga degli animali, abituali sovrani degli stessi o dal canto melodioso di usignoli, capinere ed allodole allora presenti in notevoli quantità. Ogni singola pianta, ogni ceppaia ed ogni tratto del suolo del bosco venivano sacralmente rispettate per permettere la regolare crescita dei funghi anche nel futuro. I luoghi di raccolta erano tenuti gelosamente segreti: ogni cercatore-raccoglitore, eludeva gli incontri di eventuali colleghi ad evitare che gli stessi potessero presumere le ceppaie da funghi note solo a lui - “sâp da fòns” -. Solo le persone molto anziane dubitando di poter proseguire l’attività, indicavano

a volte, alcuni di questi luoghi segretissimi a parenti o a giovani. Avevo quattordici anni, la mattinata non era stata molto proficua perché la nascita dei porcini andava scemando; ne avevo in borsa solo sette ed erano ormai le nove passate. Ero molto lontano da casa e mi spiaceva ritornare con un bottino così scarso. Incontrai prima un cugino tartufaio e cercatore di funghi che ne aveva trovati una decina, così disse quindi ne considerai il doppio perché, è cosa nota, i cercatori di funghi hanno uno strano rapporto con la verità. Mi imbattei successivamente in un vicino di casa, tartufaio-cacciatore-cercatore di funghi, nonché amico carissimo, che di funghi ne aveva trovati una ventina, pochi per lui che considerava una perdita di tempo faticare per un risultato così scarso. Era già molto anziano, camminava ricurvo sotto il peso degli anni e delle fatiche, mi guardò e disse «Stamattina abbiamo perso del tempo e ormai, data l’ora, le forze non mi permettono più di fare altra strada. Tu che sei giovane se vuoi, puoi andare nel fosso di Legra, dove sicuramente, in questa stagione e con questa fase lunare, troverai sette porcini».

è cosa nota, i cercatori di funghi hanno uno strano rapporto con la verità Mi spiegò per bene la strada, la piccola radura e la piantina sotto la quale avrei trovato il piccolo tesoro e, dopo aver ringraziato, partii impaziente verso la meta. Scendendo capii perché l’anziano uomo aveva rinunciato: l’isola del tesoro era veramente lontana. Raggiunsi il fondovalle, cercai la stradina indicata e, sotto un sole insolito per un Settembre inoltrato, percorsi quasi correndo gli ultimi tratti dell’ombroso sentierino nel bosco fitto di alte querce e castagni. Giunsi infine in vista della piccola radura con la pianticella nel mezzo; non potevo crederci: uno, due, trè, quattro, cinque, sei splendidi porcini neri, sani e duri come la pietra erano attorno a me che evitavo di raccoglierli quasi a non voler spezzare l’incanto di quel momento

magico. Dopo aver ammirato ogni singolo fungo scostando con il bastone la lisca che in parte lo ricopriva, li raccolsi, li pulii da terreno della radice, li riposi nella borsafagottino con gli altri e, dopo aver riguardato bene, mi convinsi che non ve ne fossero altri. Mi incamminai sulla strada del ritorno dopo aver rimirato Cascina Legra e le attività agricole di fine settembre che animavano la gente che l’abitava. Oggi la cascina e i rustici sono stati ristrutturati, le antiche attività agricole quasi interamente abbandonate. L’Agroturismo Casina Legra richiama frotte di visitatori attratti dalla cordialità di Mauro e dalla superba cucina di Sandra, oltre che dall’incanto di luoghi immersi in una natura incontaminata e magica. La risalita e la calata verso casa mi sembrarono più leggere, ma giunsi a destinazione a mezzogiorno passato. Passai da “Gipêtu” ma il mio mentore era già a “fa al sugnë” come allora si usava - a fare il sonnellino pomeridiano - ; mi ripromisi di ringraziarlo il pomeriggio seguente ma non lo incontrai. Lo vidi due mattine dopo mentre stava accudendo gli animali della stalla. Lo salutai e lo ringraziai per la dritta che mi aveva permesso il ritrovamento di sei funghi. «Se ne hai trovato sei, uno l’hai lasciato là - disse sorridendo - tornaci e troverai il settimo». Mi avviai al bosco senza credere alle parole dell’amico ma, alle otto del mattino, dopo aver raccolto la miseria di un solo porcino e due ovuli e trovandomi negli stessi luoghi di due giorni prima, mi venne la tentazione di verificare quanto affermato con sicurezza dal vecchio cercatore poche ore prima. Detto, fatto: discesa verso il fondo valle e cascina Legra, stradina ormai conosciuta, piccola radura con la pianticella, ma niente funghi. Mentre sorridendo stavo per andarmene, in adiacenza al fusto della piccola pianta, notai un leggero rigonfiamento: scostai le foglie ed un bellissimo porcino chiaro fece capolino. Lo raccolsi pensando all’amico e alla risata che avrebbe fatto alla notizia che confermava la tenacia dell’allievo ma anche la sua enorme esperienza. Questo era andar per funghi. Ora truppe compatte di pensionati, donne, bambini, sfaticati ed incolti, percorrono vocianti i silenzi preziosi dei boschi, raspano come solo animali incivili sanno fare, tutto ciò che trovano sul loro cammino, gettano carte, bottiglie, fazzoletti e borse di plastica ovunque le loro bussole impazzite li conducono, raccolgono ogni genere di funghi anche velenosi ed a volte, fortunatamente, li mangiano pure. è tale la stupidità e l’insipienza di molti che ogni anno assistiamo a decine di avvelenamenti causati dalla superficialità e dalla dabbenaggine. Il malessere che provocano questi personaggi costringe i veri cercatori ad evitare di andar per boschi alla ricerca di funghi nei periodi di invasione dalle


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C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPò “ DI GIULIANO CEREGHINI schiere sopra richiamate ed a frequentare i boschi solo ad inizio e fine della cosiddetta “nâsiòn” per incontrare poche persone e rivivere in parte, le sensazioni e le armonie di tempi ormai lontani. -Andar per pascoli - Condurre il bestiame al pascolo nei boschi è attività che rimonta a tempi molto lontani; tra le due guerre era molto diffusa ma, nel tempo, è andata viepiù scemando sino a sparire negli anni sessanta. Pascolare nei boschi era attività molto diversa dal liberare gli animali nei prati coltivati: tutto si svolgeva nelle adiacenze della fattoria e non occorreva una particolare sorveglianza. Pascolare significava invece condurre le greggi di varia natura al pascolo su terreni non sfalciati; nel bosco il foraggiamento era fornito dalla lisca e dalle piantine del sottobosco. Il termine lisca in dialetto non ha lo stesso significato del termine italiano: indica l’erba comune del sottobosco, impossibile da raccogliere in altro modo oltre a quello diretto degli animali. In genere i contadini oltrepadani conducevano al pascolo i buoi, la mucca, uno o più vitelli, qualche raro asino o mulo, qualche pecora e i pochissimi cavalli di cui disponevano. Occorreva risparmiare il poco fieno a disposizione in cascina e quindi alimentare in altro modo gli animali della fattoria. Una dondolante campanella ornava il collo di almeno uno di loro, generalmente la mucca più anziana, che guidava la lenta processione che si intersecava con altre simili, sino a giungere al bosco ove si dividevano in piccoli gruppi omogenei per appartenenza. Il compito degli improvvisati mandriani era appunto quello di non lasciare sbrancare gli animali, tenerli lontano da eventuali zone pericolose, ricercare le zone ombrose nei momenti più caldi della giornata ed infine, ricondurre a sera gli animali alla fattoria, dopo averli abbeverati nel torrente Ardivestra. Non mancavano le occasione alle donne ed ai ragazzi e signorine che svolgevano le attività descritte, per incontrarsi chiacchierare, giocare o farsi dispetti, pur molto attenti alle attività degli animali che, dopo aver pascolato a lungo, si coricavano per ruminare in pace nel silenzio del bosco. Nei periodi caldi il vero tormento per uomini ed animali erano gli insetti, particolarmente grossi tafani che letteralmente succhiavano il sangue e la pazienza, gli animali si difendevano con tremolii della spessa pelle, con lo sbattere della lunga coda o strusciandosi contro le frasche del sottobosco, le donne e i ragazzi sventolandosi con mazzetti di frasche ricche di foglie. In primavera e d’autunno capitava che i pascolanti fossero sorpresi da improvvisi acquazzoni che costringevano le genti a cercar riparo sotto le piante più grandi, commettendo con questo una grave imprudenza perché, gli alberi molto alti, come successivamente la scienza ha dimostrato, attirano i fulmini. Se il temporale non accennava a risolversi le bagnate colonne tornavano anzitempo in fattoria dove, prima di provvedere agli uomini, si asciugavano con manciate di paglia gli animali e si forniva loro il fieno che non avevano potuto procurarsi altrimenti. D’autunno, uno dei passatempi preferiti dei pastori-monelli, era la cottura dei prugnoli su una tegola sorretta da due

bastoni appositamente raccolti e sagomati. Si scaldava l’improvvisato contenitore con un allegro fuocherello controllato a vista per evitare incendi. I prugnoli “bargnö” tostavano piano, piano sfrigolando e diffondendo un delicato profumino. I monelli non attendevano la completa tostatura: piluccavano bruciandosi le dita ed il palato ma ridacchiando felici di gustare una loro creazione. Nell’ultimo dopoguerra il pascolo nei boschi è gradatamente scemato sino a scomparire lasciando ricordi indelebili in chi l’ha vissuto magari rinunciando forzatamente alla scuola: non era insolito che dopo aver frequentato i primi due anni della scuola elementare o anche prima, un genitore si presentasse alla maestra per informarla che il rampollo per motivi da ricercarsi esclusivamente nella povertà, non avrebbe più frequentato se non d’inverno la scuola perché doveva svolgere altre attività; o andava a garzone “andà pär gärsòn” o restava in famiglia provvedendo al pascolo delle bestie “andà a fö coi bésti”. -Andar per castagne - se l’Autunno ha un ambasciatore, questo è senza meno la castagna che, con la vendemmia e la nascita dei funghi, segna l’avvento della stagione più dolce dell’anno. Colori pastello, tenui, atmosfere soffuse, suoni sincopati e nebbioline che si disperdono nella bruma del mattino: questo e molto altro è l’autunno oltrepadano; vigneti colorati macchiano i crinali coltivati mentre i boschi vanno assumendo colori diversi, delicati verdi con mille sfumature, ocra e marroni di varie intensità, macchie rossastre che incidono i pendii quali pennellate impazzite di un’opera misteriosa e magica. La stagione delle castagne: di buon mattino giovani ed anziani si avviavano su percorsi conosciuti ed impervi con il sacchettino di iuta per raccogliere le castagne cadute nella notte “crughël” e, non visti, per dare qualche colpetto di pertica ai rami di piante di proprietà altrui “ramà i castégn ad iàtär”. Molte volte, ciò risultava impossibile, perché i proprietari delle piante erano i più mattinieri e presidiavano i preziosi frutti. Si compiva un lungo giro per i boschi, vuoi per intercettare i migliori frutti di piante all’uopo innestate, vuoi per evitare proprietari petulanti che mettevano a dura prova nervi e pazienza, vuoi per ricercare i preziosi marroni rari e ben custoditi. Il bosco diveniva un luogo d’incontro, una boccata d’aria pura prima dell’inverno lungo e silenzioso, una scampagnata gioiosa finalizzata alla raccolta delle castagne e dei funghi se ve n’erano. Noi ragazzi profittavamo degli ultimi giorni di vacanze estive del mese di Settembre per recarci quotidianamente nei boschi anche se, il periodo migliore, era rappresentato dalla prima quindicina di Ottobre. Le scuole erano ormai iniziate ma noi pargoli, dopo le lezioni, di corsa con il sacchetto nei boschi per raccogliere un frutto dolce ed energetico cucinato in modi diversi. Le castagne raccolte venivano consumate cotte nell’acqua o arrostite sul coperchio in ghisa della stufa di casa “bälât e bästarnà” oppure venivano poste in ammollo nell’acqua per nove giorni e quindi asciugate e riposte nel magazzino. Se l’operazione era condotta con i dovuti criteri, le castagne così trattate si conser-

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vavano per mesi e mesi pur perdendo in parte l’originaria fragranza. Se di contro le operazioni non venivano eseguite correttamente, i frutti si avariavano o, comunque, acquisivano un cattivo sapore finendo per divenire apprezzato pasto dai maiali. Per pochi fortunati proprietari di piante di castagne innestate, “däsmèsti” - domestiche - o di marroni “maròn”, esisteva un altro metodo di conservazione del dolce frutto di stagione: nonna Ernestina, ogni anno, ne rinnovava la tradizione. Partenza di buon mattino con i buoi, la slitta carica di sette o otto sporte di robuste listarelle di castagno, un paio di cestine, una roncola, ed una cesoia. Verso le otto, dopo un’erta salita che metteva a dura prova il fiato e la vitalità di uomini e animali, si raggiungevano in località “Ciäparèn”, le tre castagne innestate di proprietà; una in particolare era da molti conosciuta come “ä castégna göba ad Mìliu”. Enorme e tutta ripiegata su di un fianco costituiva un valido riparo alla pioggia se necessario. L’arsadù liberava le bestie dal giogo e le lasciava libere al pascolo, con la roncola realizzava una lunga pertica, saliva sulla pianta destinata e cominciava a battere i rami per staccare “i rìs”, i ricci di castagne che precipitavano al suolo a volte aprendosi a volte rimanendo integri e chiusi. Mentre Lui provvedeva a “ramà i castégn”, i ragazzi con la nonna pulivano il suolo nei pressi delle altre piante da “ramà”. Ultimata la prima pianta, papà saliva sulla seconda e quindi sulla terza, scendendo infine sudato ed ansimante. “adès tùca ä viàtar” diceva -ora è il vostro turno-, sedendosi e bevendo di gusto buono un goccio di barbera onesto e generoso come sanno esserlo le cose semplici e naturali. Nonna aveva provveduto a tagliare con la cesoia delle mollette, bacchettine biforcute che, correttamente usate, servivano a prendere delicatamente “ i rìs “ da terra e a buttarli dentro le capaci ceste, senza pungersi le mani. Ultimata tale operazione si raccoglievano le castagne che erano sparse sul terreno e quindi, caricata per bene la slitta, legate le ceste per evitare si rovesciassero durante il tragitto ed aggiogati i buoi, si faceva ritorno a casa dove le ceste scaricate e ricoperte dalla pula del frumento, venivano lasciate all’aperto ed i frutti in esse contenute, venivano consumati sino all’Aprile successivo freschissimi come appena colti. Si prendevano i ricci di castagne, una scorza spinosa che proteggeva i frutti all’interno, si aprivano con il sapiente uso del calcagno della scarpa ed emergevano lucide castagne fresche come appena colte per almeno sei mesi dalla raccolta. Si cuocevano ed era veramente eccezionale al gusto dove, il dolce carnoso dei frutti era vinto da un profumo che le altre castagne altrimenti conservate, più non avevano. Vi era un ultimo modo di conservazione e d’uso delle castagne: essiccarle sbucciarle, pulirle e quindi prepararle per un futuro consumo, quale le tradizionale castagne secche cotte nel latte o nell’acqua nella ricorrenza di S. Antonio il 17 gennaio di ogni anno. In alta montagna era in uso macinarle e ricavarne farine e paste ancora in uso ed apprezzatissime nella cucina tradizionale ma anche dall’alta cucina moderna. Castagne, pascoli, funghi e legna; il bosco era ed è ancora pro-

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Giuliano Cereghini digo con chi lo rispetta, offre questi doni ed altri ancora, fragole, lamponi, nocciole e tante altre bacche o frutti commestibili, offre però, oltre a tutte queste splendide opportunità, l’incanto delle sue atmosfere, dei suoi odori, dei suoi rumori e delle magie che solo il bosco con i suoi misteri e i suoi fruscii sa rendere a chi tende l’orecchio ed il cuore verso di lui. di Giuliano Cereghini

IL DIZIONARIO

“tra sü i piànt”: tagliare le piante “l’äsgù”: ascia o scure “sgùlot”: piccola scure “al pugarên”: la roncola “al räsgòn”: sega per grandi piante “rusél”: grandi querce “sramà”: rumore provocato dall’abbattimento “cävsà”: ordinare le ramaglie in fascina “la sònsa”: grasso di maiale “à fëja”: la foglia “sâp da fòns”: ceppaie da funghi “fa al sugnë”: fare il sonnellino pomeridiano “nâsiòn” : nascita “bargnö”: prugnoli “andà pär gärsòn”: andare a garzone “andà a fö coi bésti”: andare a pascolare il bestiame “crughël”: castagne cadute “ramà i castégn ad iàtär”: battere le castagne altrui “bälât”: castagne cotte nell’acqua “bästarnà”: castagne cotte nella padella bucata “däsmèsti”: innestate “maròn”: marroni “Ciäparèn”: località di Sant’Eusebio “ä castégna göba ad Mìliu”: la Castagna Gobba di Emilio “i rìs”: i ricci di castagne “ramà i castégn”: “adès tùca ä viàtar”: adesso tocca a voi


BRESSANA BOTTARONE

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Cascina Bella, quale futuro per i pioppi secolari? Il nubifragio dello scorso 20 luglio ha arrecato danni anche agli alberi monumentali di Viale Resistenza, ma da poco oltre un mese la situazione è diventata più critica, tanto che si è parlato di un possibile abbattimento per questi esemplari. Il Comitato Cascina Bella si è subito attivato per monitorare la situazione. La portavoce del Comitato, Valeria Bevilacqua, risponde ad alcune domande. Una mattina di fine agosto i cittadini di Bressana si sono svegliati con un’amara sorpresa: un tratto della pista ciclabile di via Resistenza è stato chiuso, per il pericolo di caduta di alcuni degli storici pioppi che le fanno da contorno. Cosa è successo? «Il nubifragio del 20 luglio ha causato molti danni in località Cascina Bella e lungo Viale Resistenza ha sradicato due pioppi secolari. Solo alcuni giorni dopo l’evento, la pista ciclabile è stata chiusa e ripulita dai rami che dagli alberi si erano depositati a terra. Successivamente è stata riaperta. L’ultimo sabato di agosto ci siamo invece trovati la sorpresa della chiusura totale della pista ciclabile, non un tratto ma tutti i circa 900 metri della sua lunghezza». Reputa esistano situazioni di pericolo immediato, anche per la strada percorribile dai mezzi a motore, oltre che per la pista ciclabile? «Non sono un tecnico esperto e non posso esprimermi con competenza, una domanda è però certamente d’obbligo: se vengono chiusi i 900 metri di pista ciclabile che costeggiano la carrozzabile di viale Resistenza perché pericolosi, la strada percorsa dai mezzi a motore a sua volta non dovrebbe essere pericolosa? Converrà che c’è qualcosa di bizzarro nella chiusura della sola pista ciclabile, forse il pericolo non è così immanente. Si potrebbe, vista la stagione propizia, in tempi brevi attivare la potatura e messa in sicurezza delle piante almeno ai lati della pista ciclabile in modo di poterla riaprire al pubblico».

«Premesso che la sicurezza è senz’altro il primo degli impegni, chiediamo all’Amministrazione di valutare con ponderazione e discernimento ogni possibilità»

Perché questi pioppi sono così importanti? «Il Viale è l’unico luogo dove si può ancora trovare, senz’altro in Lombardia, ma forse anche in Italia, nella sua integrità un filare di Populus nigra puro, considerato dagli esperti di alto valore botanico in quanto sempre più raro. I pioppi storici, in origine circa 110, piantumati intorno al 1880 e di cui oggi ne sopravvivono 24, sono per altro inseriti tra gli alberi di valore monumentale della Regione Lombardia come risulta anche dalla scheda di un esemplare pubblicata sul volume del Censimento al cap. 14 (cfr. La provincia di Pavia, Bruno Sparpaglione, Ufficio Riserve Naturali - Provincia di Pavia). Sappiamo che sono in corso vari progetti europei per la conservazione del pioppo nero puro che vedono rappresentata anche l’Italia: Euforgengen, Ipgri», Fra le soluzioni da adottare, alcuni hanno paventato l’abbattimento di alcuni alberi; anche se appare molto difficile che l’amministrazione Torretta, al netto di eventuali cause di forza maggiore, arrivi a prendere in considerazione questa ipotesi. Quale sarebbe, a suo avviso, l’approccio migliore per affrontare questa criticità? «Veramente tra le soluzioni proposte vi è l’abbattimento indiscriminato di tutti i rimanenti 24 pioppi storici. Premesso che la sicurezza è senz’altro il primo degli impegni, chiediamo all’Amministrazione di valutare con ponderazione e discernimento ogni possibilità di intervento al fine di mantenere l’integrità del Viale e procedere alla sostituzione degli eventuali pioppi ammalorati con un serio piano di intervento pluriennale, predisponendo la sostituzione degli stessi con altri di medesima essenza anche attraverso clonazione (Populus nigra puro)». Questo è il primo passo… «Certamente se si vuole mantenere il Viale, si tratta infatti non di abbattere il numero più ampio possibile di alberi per poi sostituirli con altri della stessa specie, ma piuttosto di procedere alla messa in sicurezza degli stessi esemplari e, tutt’al più, se necessario, all’abbattimento dei soli realmente pericolanti e malati. Messa in sicurezza, che richiede innanzi a tutto una volontà politica di attivare un serio piano di investimenti per gli anni futuri nella manutenzione». Il Comitato Cascina Bella ha subito espresso la sua preoccupazione inviando una lettera all’amministrazione comunale. Ci sono state risposte? «L’unica risposta ricevuta è stata la comunicazione del rinvio della riunione della commissione ambiente al 21 settembre. In questa riunione, da quanto appreso sui giornali, dato che non ci è stato inviato

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Il pioppeto di Viale Resistenza - Cascina Bella

nessun verbale o comunicazione, sembra che la decisione presa sia stata quella di attendere le condizioni climatiche utili per procedere ad accertamenti approfonditi sugli alberi a rischio». Cosa dice il Comitato a proposito degli accertamenti? «Riguardo agli accertamenti, il Comitato nella lettera inviata all’Amministrazione, sollecitava l’assegnazione di un incarico per uno studio di valutazione sul reale stato di salute dei pioppi a Ente competente e qualificato come ad esempio l’Ersaf al fine di rilevare l’effettivo stato in cui versano le piante e procedere nell’immediato a un piano di messa in sicurezza e manutenzione. Si segnalava anche l’opportunità di intervenire attraverso un’adeguata potatura allo scopo di non aggravare l’attuale sbilanciamento delle chiome». Anche per sensibilizzare i cittadini sull’importanza del viale storico, Cascina Bella è stata oggetto di una segnalazione al censimento dei “Luoghi del cuore” del Fai. Può parlarci delle peculiarità di questo luogo? «Sì, con sorpresa abbiamo trovato segnalata Cascina Bella nel sito FAI come Luogo del cuore, ci siamo quindi attivati per dare risonanza e promuovere l’iniziativa». Quali le caratteristiche che la fanno unica? «Cascina Bella è un luogo di rilevante valore storico, architettonico e paesaggistico. Al riguardo cito quanto riportato nel PGT di Bressana Bottarone, dove si

evidenzia che l’area territoriale di Cascina Bella è inserita nei nuclei rurali di interesse storico –ambientale: nucleo rurale di particolare valenza tipologica, presenza di edifici con particolare valenza tipologia e simbolica e presenza di parchi e giardini storici, luoghi della memoria della tradizione e dell’immaginario collettivo». Dal punto di vista storico? «A Cascina Bella nacque nel 1813 Agostino Depretis che prima di diventare Presidente del Consiglio fu sindaco del comune di Mezzana Bottarone. Per alcuni anni il Municipio di Mezzana Bottarone ebbe sede proprio in locali a Cascina Bella affittati per lo scopo dalla famiglia Arnaboldi. Si tratta di un luogo della storia e della memoria, in quanto è presente anche il monumento ai 5 martiri della Resistenza. Voglio poi ricordare che il programma elettorale della lista Bressana Nuova prevedeva la valorizzazione della storia della comunità locale attraverso un progetto di un ‘‘parco della storia e della memoria’’ che individuava Cascina Bella come uno dei luoghi ad alto valore aggiunto». Ma non tutto è andato secondo i programmi, come purtroppo spesso accade… «Purtroppo, da novembre 2014 è stato consentito l’insediamento di un allevamento potenzialmente intensivo di maiali su un’area dismessa che ancora oggi è ricoperta da 11.000 metri quadri di amianto. Ma questa è un’altra storia, di cui se vuole riparleremo». di Pier Luigi Feltri


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SANTA GIULETTA

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Il sindaco lancia l’appello: «Controllo di vicinato, servono coordinatori» Un buco di bilancio con 700mila euro da risanare nel 2014, la grana della ex Vinal per cui si inizia solo ora a intravedere la luce in fondo al tunnel. Nel mezzo la costruzione del nuovo acquedotto tra Casteggio e Santa Giuletta e tanti interventi sul territorio. Simona Dacarro, primo cittadino di Santa Giuletta in carica dal 2014, fa un bilancio del suo operato in vista delle elezioni comunali che ci saranno il prossimo anno. Sindaco, cosa rimane da fare per il suo paese? «Proprio in questi giorni stiamo sostituendo l’impianto di riscaldamento presso la scuola media. è un intervento assolutamente necessario, ma anche economicamente importante, intorno ai 40.000 euro, procederemo poi col conto termico. Inoltre a breve, dopo tanti preventivi, riusciremo finalmente a mettere in sicurezza la piazza, intervento altrettanto necessario». La questione della bonifica della Ex Vinal a che punto è? «Sarà sicuramente l’impegno maggiore per il 2018 e per gli anni seguenti a cui l’amministrazione e i dipendenti devono dedicare grande attenzione, direi dedizione. Sulla procedura per la bonifica del sito “Ex area Vinal” sono al lavoro una serie di professionisti. Fra circa un mese dovrebbe essere pronto il progetto». Ripercorrà questi anni da sindaco. Quale il momento più difficile? «Sono stati quattro anni sicuramente molto impegnativi. Se penso al 2014….è stato veramente faticoso: abbiamo chiuso il bilancio di previsione a dicembre, riconoscendo circa 700.000 euro di debiti fuori bilancio e richiedendo l’attivazione della procedura di Riequilibrio finanziario pluriennale con accesso al Fondo di Rotazione per garantire la stabilità degli enti dissestati, per un periodo di dieci anni. Nel contempo vi era il gravissimo problema idrico risolto con la costruzione del nuovo Acquedotto fra Casteggio e Santa

Il sindaco Simona Dacarro Giuletta e con tanti interventi sul territorio. Col tempo, con alcuni momenti di particolare tensione, con tanti sacrifici, anche dei cittadini, siamo riusciti a garantire una certa stabilità all’Ente che è migliorato anche dal punto di vista finanziario, abbiamo ridotto i tempi di pagamento, riusciamo ora a garantire tutti gli equilibri di bilancio. Superati i periodi più bui, siamo riusciti a compiere quelle opere a cui eravamo obbligati, come il rifacimento delle strade adiacenti la Ferrovia». Al di là dell’aspetto economico, vi è sempre stata una forte attenzione al sociale, giusto? «Sì, basta pensare che Santa Giuletta ha case comunali, case Aler, richiedenti protezione, ha minori in affido, il sindaco è amministratore di sostegno di un anziano… inoltre sono sempre intensi i rapporti con l’Istituto comprensivo di Broni per il nostro plesso scolastico formato dalla scuola d’Infanzia, la Primaria, la Secondaria di

primo grado. Ci sono stati naturalmente tantissimi momenti gioiosi, formativi, grazie soprattutto alle tante associazioni di Santa Giuletta che hanno costantemente organizzato eventi e manifestazioni interessanti, divertenti e socialmente utili. Ed anche la sorpresa di tanti cittadini, associazioni e gruppi che si sono resi disponibili all’aiuto gratuito o che hanno donato strumenti e materiale. Grazie a tutti. Dal punto di vista personale sono stati quattro anni sicuramente intensi e costruttivi. Ho conosciuto molte persone dalle quali ho potuto trarre spunti e insegnamenti. Tanti momenti interessanti, alcuni di profonda riflessione». Sono previsti lavori di manutenzione a strade e illuminazione? «Sulle strade siamo intervenuti nel mese di agosto con alcune manutenzioni ordinarie e sistemando tratti di strada verso Frazione Pizzolo. Stiamo intervenendo in questi giorni sulla Strada nella Frazione Monteceresino inserendo una griglia per convogliare l’acqua verso i fossi. Per quanto riguarda la pubblica illuminazione, già da alcuni mesi abbiamo deliberato la richiesta di riscatto ad Enel per procedere alla riqualificazione secondo le norme di legge». Ritiene il suo paese tranquillo a livello di sicurezza? Cosa fate lei e la sua giunta per mantenere i cittadini tranquilli? Ci sono telecamere? «Tutti vorremmo essere sempre più sicuri e tranquilli. Anche se per quanto poche siano le aggressioni e le violazioni di proprietà a scopo di furto, destano sempre sdegno e preoccupazione, come le truffe ai danni dei più deboli. Guardi, alcuni cittadini ci chiedono con insistenza di batterci per una maggiore attenzione in questa direzione e per chiedere la certezza della pena per questi reati sottolineando che è un’esigenza apolitica, sopra le parti. Con il Comando Carabinieri di Santa Giuletta sono stati fatti due incontri con i cittadini proprio per sensibilizzare e

prestare attenzione alle truffe ai danni degli anziani. Da mesi inoltre ci stiamo interessando al “Controllo di vicinato” e quando la Prefettura ha proposto il Progetto abbiamo subito deliberato il Protocollo d’Intesa. Con le Forze di Polizia stiamo programmando uno o più incontri per dare spiegazioni in merito ai cittadini. Anzi faccio un appello: l’attività di Controllo di vicinato viene svolta da gruppi di cittadini secondo le modalità indicate e occorre individuare dei Coordinatori, chi fosse interessato e volesse informazioni contatti il Comune». Parliamo della questione semaforo pericoloso: avete in mente qualcosa per sistemare la situazione? «Il semaforo non è pericoloso, non ho mai avuto segnalazioni in merito dai cittadini. Si trova in un punto dove la presenza è assolutamente necessaria. Se ci si riferisce alla velocità sulla Strada Provinciale in prossimità del semaforo, il problema non è di facile risoluzione. Si tratta di centro abitato con limite di 50 km/h….dovremmo imparare a rispettare le regole! L’asfalto è stato rifatto da poco, come alcuni interventi per fare defluire meglio l’acqua piovana. La segnaletica è ben visibile. In questo momento non sono previsti interventi». A Santa Giuletta c’è il famoso museo della bambola. Attira molti visitatori? Si era parlato di una possibile chiusura: cosa può dire in merito? «Nessuno ha mai parlato di chiusura, non so da dove arrivi questa voce. In questi anni sono state fatte tante attività, un bel sito internet, le mostre mercato della bambola e del giocattolo. Abbiamo avuto tantissimi contatti, tante donazioni e tante visite di privati ed anche di gruppi e scuole. Purtroppo il discorso è diverso…si fatica a tenerlo aperto perché dobbiamo affidarci al volontariato, quindi non è sempre aperto e per visitarlo occorre prenotarsi telefonando in Comune». di Elisa Ajelli


BRONI

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Romano Gandini: «Al Comune critiche tecniche e non politiche» Le Province, svuotate di senso ma soprattutto di fondi dopo la riforma Del Rio, sono oggi un oggetto misterioso, cui viene spesso richiesto di operare in condizioni che definire proibitive sarebbe generoso. «Chi ha riformato le Provincie probabilmente pensava che gli amministratori fossero come Gesù Cristo». A parlare è l’esperienza di Romano Gandini, tra il 1998 e il 2011 ex vicepresidente e assessore della Provincia di Pavia. Tredici anni e tre mandati: due con il presidente Beretta e uno con Poma. Gandini conosce bene i meccanismi della macchina amministrativa. Oggi si gode la pensione e dice che si limita «a leggere i giornali», ma e gli si chiede un parere sull’attualità del territorio non si tira indietro, così come non esita a spezzare una lancia nei confronti di chi si trova ad amministrare quella che oggi viene chiamata, con un nome che più generico non si può, “Area Vasta”. Gandini, una delle principali accuse che vengono rivolte alla Provincia oggi è quella di lasciare le strade in condizioni pietose. «Con la “riforma Del Rio” si è pensato che si potesse fare a meno delle Province, ma sono rimaste. Gli hanno solo tolto personale e soprattutto fondi consistenti. Quindi la Provincia si trova ad avere le stesse spese, soprattutto su strade e scuole, senza più fondi. Forse si pensava che gli amministratori potessero fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci ma gli amministratori provinciali non sono Gesù Cristo. E quindi ci si trova nella situazione di vedere le strade provinciali in condizioni penose senza che il presidente Poma ne abbia responsabilità. Non è cattiva amministrazione, è mancanza di fondi. Ci sono le tasse provinciali che sono l’imposta provinciale trascrizione autoveicoli e l’imposta sull’rc auto che tagliano le gambe: la Provincia di Pavia, come tutte le altre province, deve dare decine di milioni al governo.

Romano Gandini, ex vicepresidente e assessore della Provincia di Pavia

E quindi non si possono fare gli appalti, non si può provvedere alle spese di messa in sicurezza della scuole, che potrebbero essere migliorate». Le strade brutte rappresentano comunque un grave problema per il turismo in Oltrepo. Lei cosa ne pensa? «Non solo le strade. Pensiamo ai ponti… la provincia non è in condizione di fare ponti nuovi e dovrebbe pensarci il governo. Per il ponte della Becca sono stati spesi tantissimi soldi, ma dopo aver speso milioni per tenerlo in piedi è tuttora a traffico limitato. I tir devono fare il giro da

L’ex vicepresidente della Provincia: «Non ho capito il senso della rotatoria davanti alla cementifera»

Spessa, che è più lungo, quindi con conseguente disagio economico e di tempo». Ai “suoi tempi” in Provincia come funzionava? «Le faccio notare questo: negli anni Novanta sono state trasferite, con la legge Bassanini, molte competenze alla Provincia. Pensiamo alle strade, alle scuole superiori, agli uffici del lavoro, al turismo, ai trasporti, alla pianificazione territoriale… noi abbiamo lavorato bene. Come abbiamo fatto a capirlo è semplice: dalle critiche. La Provincia critiche serie non ne aveva avute, sebbene ci fossero dei consiglieri di opposizione molto validi». Lei di che cosa si occupava? «Ho avuto come competenza principale, a parte i trasporti, che mi sembra funzionassero bene, la pianificazione territoriale: per la prima volta le Province si erano date il piano territoriale di coordinamento provinciale, che era il piano di indirizzi e prescrizioni che il comune doveva osservare per fare i loro strumenti urbanistici comunali. Attualmente si chiamano Pgt (paino governo del territorio). Tutti questi strumenti arrivavano poi in Provincia per la verifica di compatibilità con il piano territoriale provinciale. Questo era il mio compito, questo era quello che si faceva sotto la mia guida». Lei è anche un bronese molto conosciuto. Come vede la sua città?

«Prima di tutto devo ricordare che io sono stato amministratore provinciale e per questo non ho influito sul percorso del comune di Broni… il Comune in questi anni ha la fortuna di avere queste logistiche che si sono concentrate sul territorio, quindi questo comporta un buon introito di oneri. Il comune bronese si può forse criticare tecnicamente per alcune cose, ma credo che politicamente stia operando abbastanza bene». Cosa intende per critiche tecniche? «Per esempio non ho capito l’utilità della rotatoria davanti alla cementifera. Ci tengo a dire che è esclusivamente una critica tecnica e non politica. La rotatoria è su una strada senza incroci, giustificata dal fatto di dare l’uscita ai pompieri: ma è stato messo anche un semaforo a chiamata, quindi o la rotatoria o il semaforo. Come automobilista non ne ho capito l’utilizzo». Politicamente invece? «Secondo me si sta facendo bene. Non ho critiche da muovere». Il sindaco Riviezzi fa parte di una schiera di sindaci molto giovani. Come valuta le “nuove leve” della politica? «Io sono molto vecchio e penso che il futuro sia dei giovani, quindi non posso pensarne che bene. Però i giovani devono imparare dall’esperienza dei vecchi, questo è importante. Non si inventa niente. Di positivo c’è che i giovani vengono eletti, ma devono tenere presente quello che hanno fatto i vecchi amministratori per non ripetere eventuali errori e per essere in condizione di migliorare la situazione e di operare bene». Lei adesso cosa fa? «Faccio il pensionato, mi limito a leggere i giornali». di Elisa Ajelli

«Faccio il pensionato, mi limito a leggere i giornali»


VERRUA PO

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«Oltrepò dormitorio? Solo per chi non ha voglia di muoversi» Una vita nel mondo dello spettacolo, dai villaggi turistici alla televisione. Leo Bosi, classe ’62, piacentino d’origine ma oltrepadano d’adozione, ha frequentato il “jet set”, conosciuto oltre 150 vip e girato l’Italia come intrattenitore e conduttore televisivo. Appassionato di moda, organizzatore di eventi, alla fine ha scelto l’Oltrepò e in particolare Verrua Po come residenza. «Di questa terra, di cui mia madre è originaria, amo la tranquillità e il cibo buono. Non è vero che è un territorio dormiente, chi vuole muoversi e non restare sul divano trova facilmente da divertirsi». Il suo curriculum è lungo e vario. Ha iniziato la sua carriera artistica 35 anni fa, come altri suoi colleghi partendo dai villaggi vacanze. Dal 1982 al 1989 è stato animatore e poi capo animatore in vari hotel di tutto il mondo: Giamaica, Maldive, Grecia, Italia, Ibiza. «Questo mestiere non è adatto ai timidi, bisogna avere in sé una certa componente esibizionista». Studia dizione, recitazione e fonetica al Piccolo Teatro di Milano, poi si lancia come attore: spot televisivi per Italia Uno e Rete Quattro, commedie teatrali ma anche fotoromanzi in Francia con la showgirl Barbara Chiappini nel 1997. Il meglio lo dà nella conduzione e animazione, che lui stesso definisce il suo ambiente naturale. Dal 2000 è protagonista in vari concorsi di bellezza: conduce Miss Italia, Un’Italiana per Miss Mondo, Fotomodella dell’anno, Miss Universo in varie Regioni. Poi la tv: presenta il gioco-scherzo nel programma televisivo su Canale 5 “I Guastafeste”, condotto da Massimo Lopez e Luca Barbareschi, oltre a collaborazioni e apparizioni con emittenti private, da Odeon a Telecolor e Telelibertà.

Il presentatore e showman Leo Bosi: «Bisogna essere innovativi, qui ci si ripete troppo»

cuno che mette in mostra le sue qualità». Voghera e Tortona sono due città vicine ma molto lontane se si paragonano gli eventi e la loro caratura. Come mai secondo lei? «A Voghera per la verità ci sono diverse manifestazioni legate al Castello, anche se certo per via della minor disponibilità economica si fanno cose più cheap». Lei ha organizzato la Notte Bianca a Voghera, oggi non si fa più… «Io organizzai non solo la Notte Bianca ma anche tutti i giovedì sera estivi per un paio di stagioni. Credo che la differenza principale stia sempre nel budget. Oggi ci sono molti meno soldi da dedicare a queste iniziative. In Oltrepò vedo più attive sotto il profilo delle iniziative Stradella e Broni. Da quelle parti c’è più azione». In che modo si può migliorare secondo lei, anche con meno soldi? «Bisogna evitare di ripetersi, mentre oggi

Leo Bosi Organizza anche eventi, con un’agenzia di Piacenza si occupa tra l’altro della Notte Bianca di Voghera nel biennio 2006-2007 in cui lui conduce gli spettacoli. Dal 2015 al 2018 presenta concorsi nazionali di Danza con la direzione artistica di Brian Bullard. Nel 2017 torna in tv per partecipare a Forum, attualmente è impegnato nel concorso nazionale di Miss Mondo Italia e Mister World per la Lombardia, serate a tema “Anni 60 in tour” nel nord Italia e sfilate di moda, nonché conduttore e animatore ufficiale di “Stella della Moda Italia”. Personaggio eclettico, sportivo poliedrico (calcio, basket, arti marziali), è anche appassionato di balli latinoamericani. Bosi, sicuramente abbiamo dimenticato qualcosa ma il quadro è già piuttosto completo. Con questa molteplicità di interessi e una vita professionale così ricca immagino lei sia sempre in giro… «Possiamo dire che non mi fermo mai, quello sì». Una domanda viene spontanea: lei fa un lavoro decisamente mondano, come mai ha scelto come casa base Verrua Po, un paesino che di certo non offre molto. Non era più pratico stare a Milano, ad esempio? «Ho scelto l’Oltrepò per ragioni sentimentali e per il legame che ho sempre avuto con questo territorio che conosco da sempre anche se ci vivo da “soli” 15 anni. Mi piace spostarmi e poi tornare a vivere la quiete del paesino, la tranquillità porta pace e riposo». Non troppo, come molti dicono? «Non sono d’accordo con la storia dell’Oltrepò dormitorio, se ti vuoi divertire i posti non mancano, chiaramente devi avere voglia di muoverti. Poi si tenga conto che Pavia, Milano, Torino, sono tutte città fa-

Verrua Po, «La considero un luogo strategico, ottimamente posizionato. Poi ha un altro vantaggio rispetto a tutti i luoghi limitrofi, la cucina» cilmente raggiungibili da qui. Io lo considero un luogo strategico, ottimamente posizionato. Poi ha un altro vantaggio rispetto a tutti i luoghi limitrofi». Sarebbe? «La cucina. Si mangia e beve bene spendendo meno che da altre parti. Anche la cucina piacentina è valida, ma costa di più. Il rapporto qualità prezzo è imbattibile». Si mangia bene e la vita è tranquilla. Il pubblico però com’è? Lei che fa spettacolo e lo deve intrattenere che giudizio esprime? «Il pubblico è un po’ sornione, magari meno espansivo che da altre parti, però c’è più sfida perché te lo devi conquistare, devi tirarlo dalla tua parte e coinvolgerlo, devi mettere in gioco le qualità di intrattenitore». Che tipo di spettacoli riscuote più successo da queste parti? «Devo dire che la formula che funziona di più oggi è ancora quella del talent show, dove si ha l’occasione di osservare qual-

vedo troppo spesso le solite formule, tributi, pianobar, cose che funzionavano anni fa quando però erano innovative». Il suo futuro è in Oltrepò? «Sicuramente, ho anche dei progetti che mi piacerebbe attuare sul territorio» Di che tipo? «Qualcosa su moda e bellezza femminile, ho delle proposte che potrebbero andare bene ad esempio per la tv locale. Il terreno in questa zona è fertile, ci sono molte ragazze che si occupano di moda che però devono spostarsi altrove per avere più opportunità». Di Vip ne ha incrociati parecchi. Qualcuno l’ha colpita in modo particolare? «Preferisco raccontare le cose positive, per cui per quanto riguarda i personaggi televisivi posso dire che mi hanno colpito recentemente la spontaneità di Giorgio Manetti di Uomini e Donne, poi la professionalità di Edoardo Raspelli e la simpatia di Marina Fiordaliso e Massimo Lopez». di Christian Draghi


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MEZZANINO

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La controreplica di Zoppetti al sindaco Piras sul caso “Monticelli” L’ex sindaco di Mezzanino Gianluigi Zoppetti, in seguito alle dichiarazioni rilasciate dall’attuale sindaco Adriano Piras al nostro giornale sullo scorso numero, richiede di intervenire per contestare le affermazioni sulla vicenda della questione Monticelli, ritenute «non veritiere, pretestuose e strumentali, per non dire calunniose». Piras affermava che Zoppetti, nei primi anni del suo mandato avesse intrattenuto «ottimi rapporti, quasi amichevoli, fino a sfociare nella messa a disposizione dell’Auser di Mezzanino – presieduta dalla moglie – di una autovettura in comodato d’uso gratuito». Contratto che sarebbe stato revocato, dopo un certo tempo, «senza che se ne conoscessero le ragioni». Piras poi dichiarava: «Successivamente è stato messo in atto dalla precedente amministrazione una feroce opposizione contro la richiesta di rinnovo dell’Aia da parte della ditta». Zoppetti contesta questa ricostruzione e ci scrive: «I rapporti tra l’amministrazione da me rappresentata in qualità di sindaco e la società Monticelli non si possono definire per i primi anni “più che amichevoli”. Sono sempre stati improntati al massimo rispetto della trasparenza e dei ruoli reciproci mantenendosi sempre nell’ambito del rapporto tra istituzione e realtà produttiva, coinvolgendo anche la minoranza. Sono quindi da considerare pretestuose e strumentali le affermazioni secondo le quali gli ottimi rapporti “quasi amichevoli” sarebbero sfociati nella messa a disposizione dell’Auser da parte della stessa Monticelli di un’autovettura in comodato ad uso gratuito. La vicenda della consegna del mezzo da Parte della Società all’Auser ha avuto un percorso completamente autonomo rispetto all’azione della amministrazione comunale. Zoppetti spiega poi la motivazione dell’interruzione del contratto e la conseguente restituzione del mezzo: «La motivazione per la quale la Monticelli ha revocato il contratto di comodato è stata la scomparsa del Titolare avvenuta il 27 dicembre 2016 al quale si è avvicendata alla direzione della Società la moglie, che nel gennaio 2017 ha inviato la lettera della revoca e della richiesta della restituzione del mezzo». A supporto di quanto affermato, Zoppetti allega una dettagliata ricostruzione cronologica dei fatti che riportiamo: «La Monticelli è una società che si occupa del deposito di rifiuti speciali pericolosi costituiti essenzialmente da oli esausti sita nella fraz Tornello di Mezzanino. Faccio presente – scrive Zoppetti - che contrariamente a quanto lascia intendere Adriano Piras la amministrazione comunale nella quale ho esercitato il mandato di sindaco ha sempre operato in assoluta

Adriano Piras

trasparenza nel pieno rispetto delle regole esercitando un controllo e un vaglio critico nei confronti della società Monticelli coinvolgendo la minoranza. Nel 2015 la Società Monticelli ha avviato l’iter per la costruzione di un impianto di separazione dell’acqua dall’olio nelle soluzioni oleose già autorizzato dal 2007 e confermato nel 2012 ma per scelte societarie mai realizzato. Nel giugno 2015 il titolare della società mi ha contattato per informarsi sulle associazioni che operano nel territorio e per sapere quale tipo di attività esse svolgessero. Dopo qualche giorno il titolare della Monticelli ha contattato la presidente dell’Associazione Auser di Mezzanino - che mi onoro di avere in moglie - per proporle un automezzo della società in comodato ad uso gratuito. Essendo l’Auser strutturata a più livelli, provinciale, regionale e nazionale, la presidente dopo aver consultato la superiore sede ha convocato il Comitato Direttivo allargato ai volontari il 22 giugno 2015 per dibattere la proposta, che è stata approvata con voto unanime, con la nomina di una commissione con il compito di provvedere alla acquisizione del mezzo, come risulta dal registro dei verbali del C.D. dell’Associazione. Il mezzo è stato consegnato all’ associazione il 25 agosto con regolare contratto. Il 24 settembre 2015 il Consiglio Comunale al completo è andato in visita all’impianto della Monticelli durante la quale il titolare ha illustrato il progetto del nuovo

Gianluigi Zoppetti

impianto che intendeva realizzare suscitando non poche preoccupazioni tra i consiglieri che io ho riportato nell’articolo apparso sulla Provincia Pavese il 30 settembre 2015 con una dichiarazione in contradditorio del titolare della Società. Nei primi giorni del mese di maggio 2016 è giunta al Comune l’autorizzazione Paesaggistica rilasciata dalla provincia alla Monticelli Srl propedeutica alla realizzazione dell’impianto. Dopo aver consultato uno studio legale mi sono mosso su due fronti. In primo luogo inviando una lettera il 30/05/2016 alla Provincia di Pavia con la quale ho chiesto in autotutela la sospensione dell’iter di attivazione dell’impianto e la convocazione di una conferenza dei servizi. In secondo luogo partecipando al tavolo tecnico che avevo chiesto per tempo che si è tenuto il primo giugno 2016 presso l’Assessorato all’Ambiente della Provincia di Pavia alla presenza dell’assessore, del responsabile delle autorizzazione AIA, del responsabile delle bonifiche, del sottoscritto, di un consigliere di maggioranza e del tecnico comunale, durante il quale si è convenuto che la questione della attivazione dell’impianto della Monticelli veniva trattata in Conferenza dei Servizi e che si sarebbe comunque tenuta al termine delle visite ispettive ARPA già programmate. A maggior tutela della cittadinanza, dopo aver affidato ad uno studio legale l’assistenza stragiudiziale per la vicenda Mon-

ticelli, il 16 ottobre 2016 ho indetto una Assemblea Pubblica che si è tenuta nella Sala Consigliare di Mezzanino alla presenza dei consiglieri di maggioranza e uno di minoranza, del Segretario Comunale che ha stilato il verbale, del Tecnico Comunale e del legale, durante la quale è stato emendato ed approvato un documento dalla stragrande maggioranza dei presenti con un astenuto che conteneva il parere contrario dell’assemblea alla realizzazione dell’impianto in oggetto e impegnava il Sindaco ha portare il documento al primo Consiglio Comunale e successivamente in Conferenza dei Servizi. Il 28 novembre si è tenuto il Consiglio Comunale che con la delibera n 40 ha assunto il documento in parola con il voto unanime di maggioranza e minoranza. Il 27 dicembre ho avuto la comunicazione da parte della società della scomparsa del titolare. E il 12 gennaio 2017, a seguito della successione alla titolarità della società della consorte dello scomparso, la direzione della Monticelli ha inviato una lettera alla Auser di Mezzanino con la quale si comunicava l’interruzione del contratto di comodato in uso gratuito e si chiedeva la restituzione del veicolo che è avvenuta il giorno stesso con apposito verbale a firma congiunta Società - Associazione. L’amministrazione comunale ha quindi proseguito la sua azione nei confronti del rinnovo dell’A.I.A. della Società come da sempre fatto».


ARENA PO

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«Mezzi pesanti nel centro abitato, serve una deviazione» Arena Po è uno dei Comuni più grandi dell’Oltrepò e recentemente ha affrontato delle ingenti spese in opere importanti, quali la bonifica della Lanca e l’installazione di una pavimentazione a pavè in alcune zone del centro. Il consigliere di minoranza Paolo Marconi, imprenditore, spiega come il paese abbia l’urgenza di essere rimodernato non solo nel centro, ma nella sua totalità e denuncia alcuni problemi urgenti, come quello legato al traffico di mezzi pesanti nel centro abitato. Marconi, cosa accade? «Chiudendo il ponte di Castel San Giovanni il traffico si è spostato totalmente sulle strade di Parpanese, Ripaldina e Arena Po. Diciamo che passando nel centro abitato si creano disagi non solo per gli abitanti (che comunque soffrono sia di inquinamento acustico sia di quello propriamente tossico), ma anche per la viabilità e per gli automobilisti, perché i veicoli passano a velocità elevate, spesso oltre i limiti di velocità e si formano situazioni pericolose; inoltre il manto stradale si usura sempre più velocemente. Io spero che il prima possibile vengano installati dei cartelli di divieto che obblighino i camion a deviare il tragitto. Oltretutto spesso dei camionisti, non conoscendo la nostra zona, si infilano magari in vie strette del centro, senza riuscire poi a passare e bloccando la circolazione dovendo fare infinite manovre per tornare indietro». Ad Arena Po manca anche il vigile fisso. Di certo questo non aiuta nel controllo delle strade… «Arena Po è uno dei comuni più grandi dell’Oltrepò (quasi 25 km di raggio), quindi penso sia doveroso per un centro come il nostro, la presenza di una figura che vigili sulle strade e per la sicurezza dei cittadini. Noi per ora abbiamo solo il vigile del comune di Bosnasco che viene prestato ogni tanto, ma non si può parlare di una presenza assidua, poiché giustamente possiede altre zone in cui operare». Una delle battaglie che ha annunciato è poi per la creazione di un’area per lo stoccaggio degli elettrodomestici dismessi all’interno della discarica di Arena Po. Che ci dice di questo progetto? «Nella discaica di Arena non non si possono abbandonare gli elettrodomestici, ma è necessario trasportarli fino a Stradella: per chi ha più di 75 anni esiste un servizio di ritiro a domicilio gratuito dei rifiuti elettrici, ma per gli altri abitanti avviene tutto a proprie spese. Io so che ci sarebbe la possibilità di adibire una struttura apposita agli elettrodomestici anche all’interno della discarica di Arena Po, ma che l’idea non rientra ancora fra le decisioni dell’amministrazione. Il mio impegno vorrei che fosse anche quello di spingere per l’istallazione di un cassone ecologico di stoc-

caggio per tutti gli elettrodomestici; il mio obiettivo da sempre è quello di seguire il cittadino in quelle che possono essere le sue difficoltà e i disagi di tutti i giorni». Qual è il vostro parere riguardo all’attuale amministrazione del sindaco Belforti? «Personalmente, ma parlo anche a nome della minoranza, non posso parlare male dell’attuale sindaco. Io, assieme ad altri giovani rappresentati della popolazione, abbiamo organizzato alcuni eventi, all’interno dei quali ci siamo sempre sentiti presi in considerazione riguardo le nostre idee e le nostre iniziative. L’unico aspetto “negativo”, come dicevo prima, può essere quello delle sue scelte politiche e intendo la sua preferenza nel mettere come priorità alcune cose rispetto ad altre, ma si tratta comunque di idee e di visuali, non si può dire che non abbia fatto cose importanti». Pensate che le maggiori opere attuate dall’amministrazione (ad esempio la bonifica della Lanca che bagna il centro del paese, le numerose opere di ristrutturazione del manto stradale del centro, la dichiarazione di Borgo d’Arte con la partecipazione dell’Accademia di Brera) fossero fra le più urgenti e importanti da compiere per il vostro paese, o pensate che ci fossero altre priorità? «Riguardo al bonifica della Lanca, io posso dire che il canneto ormai è morto da tempo. Penso che non fosse prevedibile che il canneto morisse, prima della sua realizzazione, ovviamente; dietro a questo lavoro esiste un discorso più ampio, tecnico, di cui forse non sono bene a conoscenza, ma nel complesso quello che vedo è che: sì, la lanca è stata inizialmente bonificata e la melma stagnante che c’era prima ora non c’è più, ma il canneto ha terminato la sua funzione essendo morto, ora serve dell’altro. Dovrebbero partire a breve dei lavori di deviazione di una fognatura che scarica all’interno della Lanca, ovvero deve essere realizzato una parte della fognatura che prima mancava, spero che questi lavori vengano realizzati in breve tempo vista la loro necessità.

«Un porticciolo per le barche per aumentare il turismo sul Po»

Paolo Marconi, consigliere di minoranza Riguardo all’installazione del pavè nella parte centrale del paese, non si può dire che sia stata una decisione totalmente sbagliata, assolutamente, ma io avrei cercato di spalmare tutti quei soldi in maniera omogenea su tutto il territorio del paese. Arena Po, come dicevo prima, è molto ampia e alcune frazioni e alcune zone sono quasi del tutto lasciate a se stesse, soprattutto se si parla di strade e manto stradale. Ricollegandomi da qui, al fatto che siamo stati nominati Borgo d’Arte, condivido e sposo in pieno il discorso dell’affiliazione a Brera, assieme al professore e maestro Gaetano Grillo, ma avrei cercato di allargare questo discorso a tutto il paese. Arena Po non è solo la piazza e il centro del paese, ma del paese fanno parte anche tutte le sue varie frazioni, le altre vie anche più periferiche; ora come ora se ci si sposta dalla piazza sembra di essere in un altro paese». Il parere del sindaco tempo fa era quello che l’unione con l’Accademia di Belle Arti di Brera dovesse apportare al paese benefici di vario tipo, da un maggiore popolamento all’aumento della ristrutturazione degli edifici su iniziativa dei cittadini. Lei cosa ne pensa? «Io lo spero come lo spera il sindaco. Sicuramente il fatto di essere supportati da una grande Accademia come quella di Brera, con alcune bellissime opere che ci hanno prestato in concessione per abbellire la passeggiata sulla lanca, non è una cosa da poco, anzi. Penso sia un grande vanto per noi, un modo anche per diversificarsi da tutti gli altri paesi dell’Oltrepò, che quasi nella totalità sembrano vivere solo di turismo vitivinicolo e agricolo: noi abbiamo anche altro». Cosa ci dice della Ciclovia del Po? Il percorso è interrotto in numerosi punti, alcuni tratti sono del tutto lasciati an-

dare e non mantenuti puliti e percorribili. Per quale motivo? Qual è il vostro parere? «La Ciclovia del Po ha proprio questo problema di non essere stata progettata in maniera continuativa. Una cosa molto importante da fare nei prossimi anni sarebbe proprio quella di aggiustare il suo tragitto comprendendo anche altre zone che fanno parte del nostro Comune. Inoltre assieme ad altri giovani abbiamo creato un gruppo che ha la passione della navigazione sul Po’, che con i nostri barconi percorriamo per passatempo e sarebbe una grande idea quella di creare un porticciolo per le barche, sarebbe anche un modo per aumentare il turismo. L’idea è stata ben accolta da tutti, sindaco compreso, anche se purtroppo per ora rimane solo un discorso e non si è parlato concretamente della sua realizzazione». Tempo fa si parlava molto di una ragazza giovane che di sua iniziativa ha deciso di investire in un’attività particolare sul Po, “La motonave Beatrice”: in che modo è stata accolta dal paese e che cosa è stato fatto da parte del comune per aiutarla nella sua attività? «Inizialmente è stata accolta con un po’ di curiosità, poi è stato naturale vederla invece come una bellissima presenza nel nostro comune. Purtroppo quando l’acqua del Po è più bassa, nei mesi estivi, il suo lavoro è limitato, con il rischio che il battello si incagli, ma credo che possa funzionare molto bene da questo periodo in poi. Da parte del Comune si è sempre cercato di comprenderla in tutte le nostre feste e le nostre manifestazioni, come a giugno durante la fiaccolata sul Po: il suo battello è un ottimo mezzo per accompagnare i nostri turisti alla conoscenza del nostro amato Fiume e dei bellissimi borghi che lo costeggiano». Quali sarebbero i punti di forza di un vostro possibile programma elettorale futuro? «Per ora non esiste un vero e proprio programma elettorale, siamo giovani e stiamo entrando ora in questo mondo, quindi fino ad ora non abbiamo ancora pensato di competere per l’amministrazione, ma al centro della nostra possibile campagna, in primo piano sarebbero la visione più totale del paese, il manto stradale delle strade principali ma anche quelle più periferiche e in generale quello di porre migliorie al paese cercando di renderlo più omogeneo e sgravando il divario che si nota fra il centro e le zone secondarie». di Elisabetta Gallarati


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«Alla minoranza rispondo con i fatti: per le strade ci sono due appalti che partiranno a metà mese» L’amministrazione comunale di Stradella annuncia il piano per la messa a nuovo dei giardini pubblici e del parco giochi in essi contenuto: un maxi investimento da 100mila euro finanziato attraverso mutuo, cui se ne aggiungerà un altro da 150mila che servirà per proseguire la manutenzione dei marciapiedi e l’asfaltatura di via Bradolini, Fanoli ed Ettore Rovati. Nel frattempo l’assessorato ai lavori pubblici retto da Agostino Mazzocchi incassa le critiche della minoranza e di Casa Pound e replica. Assessore, iniziamo proprio da questa notizia fresca. Casapound ha presentato una lettera in Comune per segnalare lo stato del parco giochi situato nei giardini pubblici, definendolo una discarica a cielo aperto. Cosa si sente di dire in merito? «La sera stessa che è arrivata la lettera sono andato personalmente a fare un sopralluogo nel parco giochi. Discarica a cielo aperto? Non sono per nulla d’accordo con questa descrizione che la dipinge in un modo che non corrisponde alla realtà. Premetto che ogni giorno, alla mattina presto, c’è un incaricato che fa le pulizie: se alla sera il parco è sporco non è certo per colpa o mancanza del personale, evidentemente le cause saranno altre… Il parco giochi è stato rifatto completamente nel 2004. Sono state messe tutte le pavimentazioni nuove a norma e tutti i giochi della Kompan, una delle migliori ditte del settore. Abbiamo fatto, allora, una scelta che è durata nel tempo, appositamente per l’uso frequente a cui sarebbero stati destinati». Attualmente serve manutenzione?

L’assessore ai lavori pubblici Agostino Mazzocchi per rifare anche tutto l’impianto d’irriga«Nel programma triennale delle opere zione e la pavimentazione dei vialetti». pubbliche è previsto l’anno prossimo un La minoranza aveva lamentato scarsa mutuo di 100.000 euro per la manutenzioattenzione a strade e marciapiedi… ne straordinaria dei giardini pubblici, com«Rispondo con i fatti: per le strade ci sono preso il parco giochi che gioverà di una due appalti che partiranno a metà mese, manutenzione straordinaria soprattutto per sperando che il clima ci sia favorevole quanto riguarda le pavimentazioni in gomdovremmo terminare per tempo prima ma. L’ufficio tecnico è già all’opera per dell’inverno. I due progetti sono abbastanstendere un progetto e farci trovare pronti za corposi, uno da centomila e l’altro da con la prossima primavera». centottanta mila euro: il primo è frutto del Per i giardini pubblici invece? ribasso d’asta degli asfalti fatti quest’anno, «Abbiamo appena stanziato 25 mila euro il secondo è un finanziamento ex novo. Per per nuove piantumazioni in sostituzione quanto riguarda i marciapiedi, l’intervento di alcune piante secche o mancanti. Non in via Brodolini è quasi terminato in attesa, dimentichiamoci poi che verrà rifatta coma novembre, di mettere le nuove piante pletamente l’illuminazione, già programnelle aiuole. mata con i lavori tuttora in corso in città. Infine abbiamo da poco ottenuto un mutuo I centomila euro previsti serviranno anche

di 150.000 euro dalla Cassa Depositi e Prestiti per un nuovo progetto di manutenzione marciapiedi: con questo nuovo lavoro intendiamo completare tutta la zona di via Brodolini, via Fanoli e via Ettore Rovati (che sarà oggetto, quest’ultima, anche di asfaltatura)». Voi ricevete molte segnalazioni dai cittadini per critiche o migliorie da fare? «Ne riceviamo, certo. A me poi capita spesso di parlare con le persone, vista anche la natura del mio lavoro, e mi giungono spesso richieste di informazioni, suggerimenti ed anche critiche. Poi ci sono i social network da tenere in considerazione anche se, nel caso un cittadino volesse fare segnalazioni, è preferibile le facesse direttamente al Sindaco attraverso il sito del comune o via mail». In grandi città, come per esempio a Bologna, esistono dei “patti” tra cittadini per la manutenzione del verde pubblico. La vostra giunta ci ha mai pensato? Pensa che possa realizzarsi in un paese come Stradella? «Che io sappia non ci sono mai state richieste del genere. Devo però dire che qualche tempo fa, passando per la Via Fratelli Cervi, avevo notato che parecchie aiuole del viale erano tutte curate e coltivate con fiori attorno alle piante. Mi ricordo di essere rimasto piacevolmente sorpreso; il verde è pubblico, quindi di tutti noi e se qualche cittadino se ne prende cura non può fare che bene, viste le sempre più scarse risorse a disposizione degli enti pubblici. Comunque sia, se si dovesse proporre l’esempio da lei citato, sarebbe sicuramente bene accetto». di Elisa Ajelli

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“Mici Oltrepò”, la pagina facebook di Broni e Stradella dedicata ai gatti Cinzia, Gloria, Cristina, Viola, Valentina e Cristina. Una passione per i gatti e gli animali in generale e un grande cuore, da sempre a disposizione per fare volontariato. Da tempo legate all’associazione Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali), circa un anno fa hanno deciso di fondare una pagina sul social network Facebook “Mici Oltrepò”. Ce ne parla la referente del gruppo, la signora Cinzia. Come è nata l’idea di questa pagina? «Noi tutte collaboriamo con l’Enpa di Voghera, ma essendo un po’ lontana come città, abbiamo deciso di operare anche dalla zona di Stradella, Broni e limitrofi. Sul territorio abbiamo davvero una marea di necessità e quindi abbiamo creato questa pagina per dare visibilità a volte agli animali che ci propongono nelle zone. Magari è difficile andare fino a Voghera a vedere un gattino: quindi noi diamo la possibilità, prima con la pagina Facebook e poi portandolo a vedere alle persone che lo richiedono. Ci sono un sacco di esigenze…». Avete pensato di creare un’associazione vostra? «No, di associazioni ce ne sono già fin troppe secondo il mio modesto pensiero! E soprattutto non interagiscono fra loro… cosa invece fondamentale se si vogliono aiutare davvero gli animali. Stiamo bene così. Noi facciamo sempre le riunioni, parliamo tanto e io comunico sempre cosa bisogna dire e fare. Sono vent’anni che faccio volontariato e di persone ne ho viste passare, alcune si sono perse per strada perché non hanno rispettato quelle che sono le leggi. In così tanti anni io non ho mai preso una denuncia e questo significa che ho sempre agito nel rispetto della legge e degli animali, altrimenti qualcuno mi

avrebbe sicuramente denunciata. Mi sono sempre affiancata al Servizio Veterinario o alle Forze dell’ordine per risolvere i problemi nel migliore dei modi, senza utilizzare il pugno di ferro ma neanche la carota. Bisogna sempre fare le cose giuste, è il mio modello di vita e di volontariato». La vostra pagina da quanto è aperta? «Da un annetto. La pagina riguarda Stradella, Broni e paesi vicini… ma ormai con Facebook ci chiamano anche da Milano! è un canale di comunicazione pazzesco». Avete avuto quindi un buon riscontro… «Decisamente. Gloria, la volontaria che si occupa di questa pagina, ha avuto questa idea. Pubblicizzando al massimo abbiamo ottenuto visibilità per i nostri animali e le persone ci contattano su questi canali. Per esempio settimana scorsa abbiamo consegnato a Borgarello una micia vista su Facebook. In questa pagina inoltre diamo indicazioni su come comportarsi sui fatti della vita degli animali, compresi i maltrattamenti. A volte qualcuno ci scrive in privato che ha il vicino di casa che maltratta il proprio animale: noi non siamo guardie e non possiamo intervenire direttamente ma spieghiamo come fare correttamente la segnalazione alle autorità competenti o come rivolgersi alle guardie zoofile. Noi invece siamo guerrieri senza spada e senza scudo. Possiamo essere solamente “gli occhi” delle persone, poi ad intervenire ci deve pensare chi è incaricato dalla legge. Però dico anche che chi non segnala eventuali maltrattamenti diventa complici di chi li fa: bisogna avere il coraggio di metterci la faccia, non possiamo metterla noi per loro. Ovviamente poi non viene detto chi fa la denuncia, ma se non ci si fa

riconoscere quando si denuncia qualcosa le guardie non possono neanche uscire a controllare». Bisognerebbe quindi fare un po’ di insegnamento sul territorio? «Esatto. Tante persone, purtroppo, non conoscono la legge e non sanno come muoversi…». Oltre alla pagina Facebook fate anche altro per farvi conoscere? «Organizziamo banchetti. Siamo sempre presenti con i nostri stand durante le giornate dedicate agli animali e facciamo collette alimentari. Siamo spesso a Stradella anche la domenica mattina: offriamo i nostri gadget e raccogliamo offerte per i nostri animali. Saremo a Bosnasco il 14 ottobre e il 20 nell’azienda Pastorelli a Stradella, sempre a fare colletta alimentare. Cerchiamo di darci da fare sulle varie iniziative a cui possiamo partecipare, proprio per incentivare la raccolta di cibo soprattutto. Noi seguiamo diverse colonie sul territorio e forniamo cibo anche alle gattare e ai gattari. Abbiamo necessità assoluta di avere cibo. Vogliamo dare a questi animali la possibilità di vivere, cerchiamo

di sterilizzarli perché si riduca il numero: se hanno cibo stanno bene e riusciranno a passare l’inverno». Adesso arriva appunto la stagione fredda. Cosa farete? «Abbiamo posizionato cucce in posti più riparati dove possiamo dare cibo sapendo che mangeranno più al caldo e potranno nutrirsi più tranquillamente. Poi raccogliamo coperte, lenzuola, asciugamani: tutto ciò che può servire da mettere nelle cucce, sia qui in zona che in rifugio a Voghera. Raccogliamo anche oggettistica per la pesca che viene fatta durante la fiera dell’Ascensione a Voghera. Si cerca di fare tutto il possibile, naturalmente nei tempi e nei modi in cui ognuno di noi volontario può fare, visto che siamo tutti lavoratori e con famiglia». è difficile fare volontariato? «Sì. Bisogna metterci tempo e voglia. Fatica e soldi. Bisogna correre magari da un posto all’altro, da un veterinario all’altro perché magari un gattino sta male. Però dà tanto». di Elisa Ajelli


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Case famiglia, «Vigileremo su chi non si adegua alla nuova legge» L’Oltrepò che invecchia detiene il record di case famiglia per anziani in Lombardia. Circa 50 nuclei dislocati tra la Valle Versa e la Valle Staffora, con la rilevante prevalenza nel distretto di Voghera: oltre 40 unità censite per circa 250 posti letto complessivi in l’Oltrepo, dati del 2016. L’entrata in vigore della nuova legge regionale del gennaio 2018 ha decretato un giro di vite con la regolamentazione ferrea dei requisiti – soprattutto strutturali – necessari per poter operare nel settore dell’accoglienza e presa in cura degli anziani. Secondo il presidente Aira (Associazione residenze per anziani, con sede a Stradella) Stefano D’Errico «un passo avanti importante è stato fatto. Circa la metà delle strutture dovrebbe adeguarsi senza troppi problemi, ma bisognerà fare attenzione a quelle che scelgono di non adeguarsi, limitando il numero dei propri posti letto a quattro. Queste strutture potranno continuare ad operare senza nessun tipo di controllo da parte degli Enti preposti e bisogna vigilare con attenzione». D’Errico questa possibilità vi preoccupa? «Sì perché, se pur certi che tutti opereranno come un buon padre di famiglia, si rischierà di tornare a parlare di “chiusure” e quindi danneggiare coloro che hanno investito e si sono impegnati ad elevare la propria qualità. Si pone quindi un serio problema di vigilanza e a tal proposito, è iniziato con il comune di Ceranova (PV), capofila del progetto, un tavolo tecnico Comunale con la nostra Associazione per definire anche per queste strutture da 4 posti non regolamentate e non vigilabili, una serie di prescrizioni e standard di funzionamento per arginare il fenomeno in anticipo». D’Errico, la nuova legge sulle case famiglia ha sortito effetti particolari? Ci sono state molte chiusure in Oltrepò? «La nuova legge sicuramente ha creato una “selezione naturale” tra i soggetti che è andata a colpire coloro che non rispettavano i requisiti strutturali (quindi con immobili non adatti alla tipologia di lavoro) oppure chi agiva nell’illegalità. Con l’uscita della nuova normativa in molti hanno visto solo l’aspetto negativo della “preclusione imprenditoriale” legata alle molte richieste da parte di Regione Lombardia, la nostra associazione ha invece ritenuto che essa sia stata un’opportunità per tutti i gestori che finalmente hanno potuto operare nella piena legalità». è prevedibile una “emorragia” di case famiglia che potrebbe creare serie problematiche per un territorio che invecchia in modo progressivo? «Non crediamo che vi sia un pericolo inteso come “mancata risposta della domanda di posti letto” perché ogni giorno ricevia-

Stefano D’Errico, Presidente Associazione residenze per anziani mo chiamate per pareri su nuove aperture». L’Oltrepò è il territorio con il maggior numero di case famiglia in Lombardia. Quante di queste si sono messe a norma? «Dai dati a nostra disposizione , più di tre quarti hanno aderito all’ipotesi di “conversione” da Casa Famiglia a Comunità Alloggio Sociale Anziani, ma dai sopral-

Occhio ai furbi: «Abbassare il numero di posti letto a quattro consente di aggirare la normativa» luoghi da noi effettuati, soltanto circa la metà potrà finalizzare la conversione. Per gli altri non resterà che trovare una nuova collocazione immobiliare». Recentemente avete lanciato dei corsi di formazione per operatori. Può spiegarci l’iniziativa e dirci quanta adesione c’è stata? «I Corsi di formazione che abbiamo ini-

ziato sono un percorso dedicato esclusivamente a gestori e coordinatori, cioè quelle figure che devono “guidare” l’operato e le sorti della struttura stessa. La normativa non prevede queste formazioni, ma gli imprenditori associati ad AIRA hanno richiesto corsi di perfezionamento e approfondimento normativo per elevare lo standard di qualità della gestione e la consapevolezza di alcuni aspetti molto tecnici». Quali sono le carenze più diffuse tra le strutture del settore? «Le problematiche riscontrate nella maggior parte dei casi durante i sopralluoghi ispettivi riguardano la tipologia di ospiti presenti nelle strutture, senza dimenticare le problematiche legate a tutti gli aspetti dei requisiti organizzativi obbligatori come la documentazione insufficiente, non corretta o non aggiornata. Raramente si riscontrano problemi di igiene ed ancor più raramente problemi legati a maltrattamenti». A proposito di maltrattamenti. Per quanto rari i casi esistono. Ritenente che questo fenomeno sia legato al fatto che molti “si improvvisano”? Oppure in che modo si spiega? «Sicuramente i maltrattamenti agli anziani sono un argomento molto caldo nel panorama mediatico italiano di questa epoca. Le cause di questa problematica sono principalmente legate alla mancanza di formazione e informazione e talvolta umanità da parte di coloro che compiono questi atti ignobili. C’è da dire che nell’analisi più profonda dei casi, statisticamente parlando, i gestori sono spesso solo colpevoli di non aver vigilato i comportamenti di operatori che si sono resi protagonisti delle vicende di cronaca. In ogni caso, l’Associazione con

L’Oltrepò detiene il record di case famiglia per anziani in Lombardia. Circa 50 nuclei dislocati tra la Valle Versa e la Valle Staffora, con la rilevante prevalenza nel distretto di Voghera i continui sopralluoghi all’interno delle strutture cerca di prevenire e vigilare l’operato dei propri associati». Che strumenti hanno gli utenti per capire se la struttura in cui intendono ricoverare un loro caro è idonea o “sicura”? «Ad oggi le strutture all’interno delle unità d’offerta socio assistenziale di Regione Lombardia (ex case famiglia) si chiamano con il nome tecnico di “Comunita’ alloggio sociale per anziani”, quindi anzi tutto occorre verificare che la struttura presenti agli interessati un contratto d’ingresso ed una carta dei servizi che riporti queste caratteristiche. Si tratta di uno standard di sicurezza perché queste strutture sono obbligate per legge ad operare secondo precisi requisiti organizzativi, funzionali e strutturali che garantiscono la sicurezza di un operato di qualità nel rispetto dei processi stabiliti dalla Regione. Non è da dimenticare che queste strutture vengono periodicamente vigilate dalle Unità Complesse di Vigilanza di ATS per il mantenimento dei requisiti». Quale futuro vede per il settore di cui vi occupate in Oltrepò? «Il settore dopo uno scrollone dato dall’uscita del decreto legge dello scorso gennaio che obbliga i soggetti a convertirsi in strutture con determinati standard di lavoro, si è certamente scremato dei nuclei non a norma, facendo quindi rilevare un livello di qualità decisamente superiore. Per quanto ci riguarda, pur non senza sacrifici, il settore tornerà a volare come mai prima d’ora». di Christian Draghi


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I “Castanesi”: «Siamo molto “patriottici”, amiamo Castana e l’Oltrepò» I Castanesi è un gruppo composto da una decina di giovani di Castana, che nel 2017 hanno deciso di unirsi per organizzare eventi nel loro territorio in modo da far “rivivere” questo piccolo comune. Sono tutti ragazzi di età compresa tra i 18 e i 42 anni, che con il supporto della Pro Loco e dell’amministrazione comunale, stanno facendo molto per attirare persone da fuori e intrattenere i giovani (e non solo) di Castana e dei Comuni adiacenti. Come e quando nasce il gruppo de i “Castanesi”? «I Castanesi nascono nel 2017. L’idea fin da subito è stata quella di organizzare eventi a Castana per un target giovanile e, naturalmente, di promuovere questo piccolo Comune e l’Oltrepò Pavese in generale». Di cosa vi occupate? «Per il momento abbiamo organizzato solamente due edizioni (2017 e 2018) della “Festa dla Büsa” e qualche gita invernale in Valle d’Aosta. In futuro però ci saranno tante sorprese...». Da chi è composto il gruppo? «I Castanesi è composto da ragazzi di svariate età (dai 18 ai 42 anni!): Federico Achilli, Matilde Rota, Riccardo Scabrosetti, Riccardo Ghezzi, Valentina Manfredi, Irene Ghezzi, Vittorio Ghezzi, Filippo Scarpelli, Jacopo Ghezzi, Clara Chiolini, Martina Scafni. Inoltre, ci danno sempre una mano i ragazzi del Bar le Botti di Castana, che ringraziamo!». I Castanesi sono tutti originari di Castana? «Siamo quasi tutti Castanesi Doc! C’è qualche “infiltrato” da colline adiacenti, ma chiunque voglia unirsi a noi, non abbiamo alcun tipo di problema... anzi, più siamo, meglio è!». Qual è la vostra finalità? «Naturalmente promuovere Castana e cercare di organizzare eventi per farla conoscere e ravvivarla sempre di più. Ogni anno cerchiamo di migliorare nell’organizzazione degli eventi, puntando su una buona comunicazione». Voi ragazzi siete molto legati al vostro territorio? Cosa rappresenta l’Oltrepo Pavese per voi? «Noi siamo molto “patriottici”, amiamo Castana e l’Oltrepò Pavese. È il paese in cui siamo cresciuti e per questo ne siamo fieri; vorremmo farlo conoscere a tutto il mondo! Sarà un po’ difficile, ma non impossibile». Ci sono molti giovani a Castana? «Castana è un paesino di circa 700 abitanti, non ci sono tanti giovani, però abbastanza per poter far rinascere questo piccolo paese». Quale motivazione vi ha spinto a voler far “rivivere” Castana? «A Castana purtroppo non sono mai stati

I “Castanesi”

organizzati degli eventi, concerti o sagre memorabili. Vorremmo cercare di renderla più “viva” con un calendario di eventi annuali più ampio, soprattutto d’estate, sfruttando al meglio le possibilità del bellissimo parco comunale. Magari il 2019 regalerà emozioni, chi lo sa...». Qual è l’evento più importante che organizzate? «Sicuramente l’evento che ci rappresenta è la “Festa dla Büsa”, un festival musicale di un solo giorno adatto sia ai giovani che agli adulti con un ampio repertorio musicale. Quest’anno è stata la seconda edizione ed è andata molto bene, ma c’è ancora da migliorare». Come vi finanziate? Avete degli sponsor? «Gli sponsor sono essenziali per i Castanesi. Siamo partiti da zero e solo con il loro aiuto è stato possibile fare qualcosa». I ricavati dagli eventi a cosa li destinate? «Parte del ricavato viene devoluto alla Protezione Civile e il resto dei guadagni li

utilizziamo come base per gli eventi successivi». Come sono i vostri rapporti con la Pro Loco e l’amministrazione comunale? «Per fortuna ci sono buona rapporti sia con la Pro loco sia con l’amministrazione comunale. Ci hanno sempre appoggiato per gli eventi che abbiamo organizzato e, in particolare, la Pro loco ci aiuta ad organizzare la “Festa dla Büsa”, soprattutto per quanto riguardo il lato burocratico». Collaborate con altri Comuni adiacenti? «Per ora non abbiamo mai collaborato con altri Comuni, ma sicuramente sarebbe bello darsi una mano, magari per eventi più ampi che si potrebbero svolgere su più territori». Quali progetti avete per il futuro? «Sicuramente organizzare più eventi e feste a Castana è la nostra priorità, magari anche un festival di più giornate, anche se servirà molto più impegno da parte di tutti i componenti del gruppo. Stiamo cercando di proporre Castana anche attra-

verso una buona e curata comunicazione, attraverso i canali social come Facebook e Instagram. Teniamo aggiornata la pagina con gli eventi organizzati da noi e dalla Pro Loco, inserendo anche eventi dei paesi limitrofi». Come pensate che diventerà Castana nei prossimi dieci anni? «Una domanda difficile. Sicuramente speriamo che Castana diventi più conosciuta sia per gli eventi e sagre che organizzerà ma, soprattutto, per i produttori locali che realizzano ottimi vini». In generale, che idea avete dell’Oltrepo Pavese. Cosa manca, cosa vi piacerebbe fosse fatto, come dovrebbe essere? «Noi amiamo l’Oltrepò Pavese con i suoi pregi e i suoi difetti. Alla fine, le cose perfette dopo un po’ stufano... a parte gli scherzi, bisognerebbe essere più uniti e aiutarsi a vicenda. Lavorando insieme e attraverso una buona comunicazione si potrebbe far rivivere l’Oltrepò con i suoi grandi vini, e non solo. Viva l’Oltrepò e viva i Castanesi!». di Silvia Cipriano


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Aveva portato le bollicine oltrepadane a sfidare il più blasonato Champagne francese.... per tutti “Il Duca Denari” Il 9 ottobre 2008 l’Oltrepò Pavese perdeva il suo principale ambasciatore, colui che aveva portato le bollicine oltrepadane a sfidare il più blasonato Champagne francese. Antonio Giuseppe Denari, per tutti “Il Duca Denari”. Ma chi era “Il Duca Denari”? Antonio Giuseppe Denari nasce a Retorbido il 2 maggio 1921. A 7 anni insieme alla famiglia si trasferisce a Voghera, dove prosegue gli studi nelle scuole primarie e al Ginnasio Severino Grattoni. Nel gennaio del 1941, mentre frequenta il Politecnico di Milano, viene chiamato alla leva militare e assegnato in Slovenia nell’aprile del 1942. Finita la guerra conosce la Duchessa Ida Novaresio, vedova del Duca Angelo De Ferrari, proprietaria della possessione Cascina Bella di Bressana (che nel 1813 diede i natali ad un certo Agostino Depretis), con la quale si congiunge a nozze nel 1948. Da quel giorno il Denari si fa a carico della gestione di Cascina Bella e di parte del patrimonio dei duchi De Ferrari, che non navigavano in buone acque. In pochi anni converte l’azienda da cerealicola a zootecnica, ampliandosi alla lavorazione del latte, formaggi e burro. Nel 1955 viene riconosciuto all’Eliseo di Roma come “Primo agricoltore d’Italia”, e Cascina Bella come “Prima azienda Agraria d’Italia”.

Durante la sua presidenza, la cantina La Versa subisce una forte rivoluzione: via i bottiglioni da 1,5l e le damigiane e largo spazio al Gran Spumante Champenois e ai grandi rossi

Nel 1963 lancia il movimento “Concentrazione di Unità Rurale”, portando 15.000 agricoltori a Roma, a manifestare il malumore del settore agricolo. In pochi mesi il movimento si trasforma in partito politico, adottando come simbolo una spiga di grano con sullo sfondo l’Europa. Partecipa così alle elezioni del 1963 nel collegio di Pavia-Milano ottenendo più di 25mila voti, insufficienti però ad essere eletto a Montecitorio. Nel 1966 si separa dalla Duchessa Ida Novaresio e si trasferisce a Casaldonelasco, conosciuto all’epoca come “Il Casale”, situato nel comune di Santa Maria della Versa.

Roma - Il Duca Denari con Sandro Pertini

1977 - Il Duca Denari con il Ministro dell’Agricoltura Marcora a La Versa

1988 - Antonio Giuseppe Denari, per tutti il Duca Denari

La famiglia Denari aveva acquistato questo possedimento negli anni ’40 dai baroni De Ghislanzoni, destinandolo principalmente a vigneti e campi. Nel 1958 Denari entra a far parte del consiglio d’amministrazione della Cantina Sociale di Santa Maria della Versa e nel corso degli anni ’60 si concentra sulla produzione di vini a marchio “Il Casale”, tra i quali il più famoso resta il “Rosso del Roccolo”. Inoltre, negli stessi anni, al Casale viene aperto il ristorante “Hosteria del Casale”, portando di fatto Denari ad aver costituito il primo “agriturismo” della zona, quando gli agriturismi (giuridicamente) ancora non esistevano. L’anno della svolta è il 1972: Silvio Maggi, presidente della cantina La Versa sta per cedere l’azienda alla Winefood (società elvetica che nel corso degli anni settanta e ottanta ritirerà una quindicina di aziende vitivinicole storiche italiane) per soli quattrocento milioni di lire. Ad affare quasi fatto alcuni importanti conferitori riescono a raccogliere abbastanza consensi per chiedere le dimissioni del consiglio d’amministrazione.

Alle successive elezioni è quasi un pebliscito per Denari. Con 19.500 voti torna a far parte del consiglio di La Versa, il quale gli conferirà la carica di Presidente, carica che ricoprirà per ventidue anni. Durante la sua presidenza, la cantina La Versa subisce una forte rivoluzione: via i bottiglioni da 1,5l e le damigiane e largo spazio al Gran Spumante Champenois e ai grandi rossi. Uve maggiormente remunerate e addirittura distribuzione dei dividendi della S.p.A. Cinque anni più tardi viene nominato presidente del Consorzio Tutela Vini dei Colli della Provincia di Pavia, che successivamente si trasformerà in Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese. Denari mantiene questa carica per ben sedici anni, nonostante due dimissioni volontarie (1981 e 1991) sempre rifiutate dal consiglio dell’ente. Nel corso del suo mandato combatte per la tutela dei vini di collina (dimostrando più volte il suo dissenso per i vini da vigneti di pianura) e porta lo spumante Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese a sfidare lo Champagne francese. Denari si fa inoltre promotore della spumantistica italiana nel Mondo. Con La Versa, nel 1975 si fa capofila, insieme a Gancia, Carpenè, Contratto, Ferrari e Antinori, per la creazione dell’ “Istituto Italiano Spumante Classico” (che nel 1996 diventerà “Istituto Talento Metodo Classi-

co”), con lo scopo di tutelare lo spumante di qualità nel rispetto di un rigido disciplinare associativo. Le quotazione dello spumante italiano, soprattutto quello oltrepadano, iniziano a volare tantoché nel 1980 alcuni esperti del settore enologico dichiarano che lo spumante metodo classico italiano, vinificato secondo i disciplinari dell’Istituto, è di gran lunga superiore ai più blasonati Champagne francesi. La sfida è così vinta.

Anno 2003, Il Duca Denari su La Versa: «Gli uomini mi pare che non ci siano. Sono ex politici, o cose del genere»


SANTA MARIA DELLA VERSA Arrivano gli anni novanta e, complice la vecchiaia, arriva la discesa di Denari. Nel 1992 si dimette volontariamente, senza alcuna polemica, dalla carica di presidente del Consorzio, rifiutando inoltre la proposta della Lega Lombarda di candidarlo al Parlamento. Ma il duro colpo per l’Oltrepò Pavese arriva nel novembre del 1994. Un fulmine a ciel sereno si abbatte sulla Valversa. Senza alcun preavviso Denari si dimette dalla presidenza e dal consiglio d’amministrazione di La Versa. Nessuno apparentemente conosce le motivazioni. I dirigenti ed il successore Scarabelli si sono sempre dimostrati stupiti, dichiarando che tale decisione non è stata influenzata da inesistenti conflitti interni al Cda. Ma voci non ufficiali hanno sempre sostenuto diversamente: realizzate le intenzioni del Cda di revocargli alcune deleghe Denari, che nei ventidue anni precedenti aveva gestito La Versa in totale autonomia e a pieni poteri, abbandona il consiglio volontariamente, con stile. Nonostante la “sfiducia” Denari ha una magra consolazione, ottenendo attestati di stima e rispetto dalla maggior parte dei viticoltori oltrepadani. Stima e rispetto che

Il Duca Denari e Veronelli nell’ufficio di presidenza di La Versa

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«Vigeva il detto: non cade foglia che il Duca non voglia» 1987 - Valentino Day di Voghera

forse è mancato dal consiglio di La Versa, il quale lo riteneva ormai inadatto a quel ruolo. Trascorre gli ultimi anni ritirato a vita privata presso il suo Casale, che negli anni aveva ufficialmente rinominato “Casale Denari”, dove morirà circondato dall’affetto della moglie e della figlia. Alcuni anni dopo le sue dimissioni, la cantina gli aveva conferito la nomina di Presidente Onorario, di cui però lui non si è mai fatto pregio. In un intervista ad un quotidiano locale nel dicembre 2003, in merito alla situazione attuale dirigenza della “sua “ La Versa dichiara: «Gli uomini mi pare che non ci siano. Sono ex politici, o cose del genere. Ma io ho avuto enormi soddisfazioni altrove. Mi basta dirle che i piemontesi, che hanno in mano la spumantistica italiana, mi hanno proposto, tempo fa, di fare il prezzo delle uve da spumante. Una soddisfazione enorme, visto che veniva da Gancia, Cinzano, Martini e Rossi». C’è un aneddoto molto particolare a riguardo. Un paio d’anni fa un gruppo di ragazzi oltrepadani è in visita ad una nota cantina veneta. Il direttore generale, una volta realizzata la provenienza dei ragaz-

zi, si avvicina a loro e confida: «Una ventina di anni fa noi chiamavamo sempre Santa Maria della Versa per sapere che prezzi delle uve aveva fatto il Duca. E in base a quelli noi facevamo i nostri. Vigeva il detto “non cade foglia che il Duca non voglia”. Ora non vi resta che sperare che ve le paghino». Con l’uscita di scena di Denari, dopo i primi anni “di rendita”,

si è scaturito un effetto domino su tutto l’Oltrepò. Dirigenti non all’altezza del ruolo, scandali, truffe, fallimenti e uve mal retribuite. Chissà cosa avrebbe pensato nel vedere la “sua” cantina fallire con 24 milioni di euro di debiti e il “suo” consorzio in balia di soggetti extraterritoriali? Ora più che mai l’Oltrepò ha bisogno di una figura così carismatica.

1980 - Il Duca Denari con Ezio Mirella, amministratore delegato di Villa Banfi

di Manuele Riccardi


SANTA MARIA DELLA VERSA

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«L’Oltrepò ha bisogno di avere un Consorzio» Due fratelli che parlando del padre Angelo, prematuramente scomparso un anno fa, si commuovono, due fratelli che ancora prima di raccontare la loro storia imprenditoriale parlano della mamma Nerina che pur non avendo un ruolo “diretto” nell’azienda è comunque un cardine per la loro famiglia. Pietro e Davide Maggi sono quelli che in dialetto oltrepadano potremmo definire “fiò di nos”, genuini, semplici e gran lavoratori, cresciuti con un altissimo concetto di famiglia, una famiglia che dopo la scomparsa del capostipite si è allargata a tutti i loro dipendenti e collaboratori, 7 in totale. E’ questa l’atmosfera che si respira a Villa Maggi, un’azienda moderna che si pone l’obbiettivo di rispettare la filosofia di eccellenza qualitativa e il piacere di produrre vino. Pietro laureato in Scienze e Tecnologie Alimentari e Davide in Viticoltura ed Enologia entrambi all’Università di Piacenza, hanno da sempre alternato lo studio con la presenza in azienda e ora si occupano in toto della selezione, della vinificazione e dell’assemblaggio dei loro vini Villa Maggi è una realtà storica in Oltrepò Pavese. Quando nasce l’azienda? Da dove siete partiti? «Il 25 ottobre sono 20 anni dall’inaugurazione della struttura dove ci troviamo ora. Siamo la seconda generazione di una famiglia di viticoltori, nostro nonno aveva una piccola azienda che i figli, tre, hanno portato avanti, differenziandosi poi nel corso degli anni. Noi con nostro padre Angelo abbiamo creato la nostra azienda che 20 anni fa appunto ha visto la costruzione di questo grande capannone con annesso punto vendita». A quando risale la vostra, vera e propria, consacrazione sul mercato? «Quasi subito si può dire perché anche se l’azienda strutturalmente era nuova, il papà aveva negli anni maturato le conoscenze e instaurato quei rapporti che lo avevano reso nome conosciuto nel mondo vitivinicolo. Non è stato il nostro un partire da zero, ma un partire in modo più “moderno” basandoci sul grande lavoro che il papà aveva già portato avanti». Voi avete sempre puntato soprattutto sui vini tradizionali del territorio, quali sono stati i primi? «Sicuramente il Bonarda che è la bandiera del nostro territorio, che ancora oggi occupa circa il 60% della nostra produzione. Proprio per il Bonarda abbiamo creato due nuove etichette, una in memoria di nostro padre chiamata “L’Angelo”, un vino che a nostro giudizio lo rispecchia, non un vino qualunque, ma un vino di qualità, strutturato ma allo stesso tempo morbido e corposo, l’altra chiamata “San Bachino” dal nome del vigneto che si trova proprio

«Poca grande distribuizione, puntiamo principalmente sui canali tradizionali»

Davide e Pietro Maggi

dietro al nostro capannone. Quindi certamente continuare con la stessa passione ed attenzione alle esigenze del cliente, ma anche innovandoci e migliorandoci». Quante tipologie producete oggi? «Produciamo svariate tipologie di vino dell’Oltrepò: Pinot Nero vinificato in bianco, Barbera, Malvasia, Moscato, Sangue di Giuda... e poi gli spumanti, per una produzione totale che si aggira intorno al milione di bottiglie l’anno. La nostra strategia è sì continuare con la stessa passione ed attenzione alle esigenze del cliente che hanno contraddistinto nostro padre, apportando innovazione e migliorie». Su quali canali vendete? «Poca grande distribuizione, puntiamo principalmente sui canali tradizionali: piccoli distributori, bar, ristoranti... con clienti che si estendono in tutto il nord Italia». Che valore strategico ha per voi la vendita diretta? «è fondamentale per noi perchè si ha il contatto diretto con il cliente e se il cliente si sente trattato bene torna e attraverso il passaparola porta altri clienti. Il nostro punto vendita lavora principalmente con il milanese che decide di trascorrere il week end tra le colline dell’Oltrepò e con i tanti possessori delle seconde case della zona. Un’attività legata al punto vendita e che ben funziona sono le visite guidate alla nostra cantina, partendo dalla lavorazione, dall’imbottigliamento fino alla degustazione». Molti vi considerano una baluardo del “vino popolare”, ovvero a prezzi molto accessibili. Come si fa a offrire qualità e prezzo? «Si cerca di offrire il miglior prodotto al miglior prezzo possibile, sempre più difficile perché i costi aumentano progressivamente e anche noi ci siamo dovuti adeguare aumentando i prezzi, è inevitabile. Cercamo di tagliare su tutto il “superfluo” tranne ovviamente su ciò che determina la

qualità del prodotto». Oggi gli amanti del vino stanno spostando la loro attenzione sulle bollicine. Che posto occupa la spumantistica nella vostra produzione? «Noi speriamo vivamente che la spumantistica torni ad essere il cavallo di battaglia dell’Oltrepò. La nostra produzione originaria di Brut è andata diversificandosi e abbiamo sviluppato dei prodotti più al passo coi tempi come il mercato richiede. Da un anno e mezzo abbiamo lanciato sul mercato un Cuvè e da sei mesi circa un Extra Dry. L’idea è poi di proporre un’etichetta nuova in memoria di papà, ciò che abbiamo fatto per il Bonarda farlo anche per le bollicine».

donato nè al primo “esodo” nè a quello recente. Perchè questa scelta? «Dal nostro punto di vista non è una scelta strategica abbandonare l’unico ente ufficialmente riconosciuto che può tutelare e dare delle guide a noi produttori. Crediamo sia opportuno dare il tempo di lavorare a chi di dovere, attendiamo fiduciosi. Certo è che chiediamo come del resto chi ha deciso di abbandonare il Consorzio, maggior tutela per i produttori di qualità e non più prodotti a marchio Oltrepò sugli scaffali della grande distribuzione a prezzi ridicoli. L’Oltrepò ha comunque bisogno di avere un Consorzio». Fate parte del Distretto dei Vini dell’Oltrepò? «No, non ne abbiamo mai sentito l’esigenza».

La famiglia Maggi con il Vescovo Canessa all’inaugurazione di Villa Maggi

Spesso le aziende agricole di piccole e medie dimensioni lamentano fenomeni di concorrenza sleale purtroppo tra colleghi. A voi è mai successo? «Purtroppo in un territorio così vasto come l’Oltrepò e con tante tipologie di aziende, diciamo che in buona fede o no, questo non sta a noi dirlo, può succedere. Mettiamola così…». Voi fate parte del Corsorzio Tutela Vini dell’Oltrepò Pavese. Non avete abban-

A Santa Maria della Versa è stato da poco inaugurato il nuovo punto vendita La Versa. Un valore aggiunto per il territorio? «Assolutamente. Il marchio La Versa ha sempre fatto da traino anche per noi altri produttori di Santa Maria. Riavere “una vetrina” in paese si auspica che possa attirare gente a beneficio di tutti, concorrenti e non». di Silvia Colombini


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CURIOSITà

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Crescono in terra oltrepadana le “barbe dell’anno”

Matteo Vilmercati, vincitore del concorso “La Barba dell’anno”

Vengono dall’Oltrepò due delle barbe italiane “migliori” del 2018. Lo ha certificato il concorso nazionale “La barba dell’anno” celebrando la vittoria di un vogherese, Matteo Vilmercati, mentre a Bruno Maggio di Broni è andato un premio speciale della giuria. Negli anni 60 e 70 simbolo di ribellione all’establishment dei genitori e dei colletti bianchi, per lungo tempo la barba è rimasta appannaggio di rockettari, bikers o artisti “maledetti”. Negli ultimi anni invece è diventata fenomeno di costume, reso trendy da movimenti come quello hipster che l’hanno definitivamente sdoganata e “normalizzata” presso il pubblico di massa. Per i duri e puri che la portavano anche prima ha significato molte occhiatacce in meno, ma anche la perdita – o meglio, l’annacquamento – di una certa visione “romantica” dell’essere barbuti. Occhio però a non offenderli dando loro dei modaioli. «Per noi la barba è uno stile di vita, un’espressione della nostra personalità»

spiega l’organizzatore della manifestazione Pasquale Ferraro. «L’idea del concorso ci è venuta nel 2016, anno in cui organizzammo la prima edizione a Cosenza, dove vivevo all’epoca. Voleva essere una manifestazione di carattere più che altro regionale, invece ricevemmo iscrizioni da ogni parte d’Italia, qualcuno arrivò persino da Malta. In tutto ci furono 44 partecipanti. Quest’anno ci siamo spostati ad Asti perché insieme alla mia compagna, che organizza con me, ci siamo trasferiti». Le richieste di partecipazione sono aumentate ancora, ma l’adesione alla manifestazione in sé è stata penalizzata «dal fatto che il 25 agosto, data dello svolgimento, il tempo è stato brutto». La kermesse ha carattere benefico, con il ricavato del costo iscrizioni (10 euro a persona) devoluto ad una struttura che si occupa del reinserimento in società di persone affette da sindrome di down. Ci si iscrive attraverso un modulo google apposito op-

pure attraverso la piattaforma web “Mania barba”. La giuria di “specialisti” (il campione in carica Diego Bazoli, l’artista tatuatore Gigi Sciviero, il barbiere di Asti Alessandro Sesta, la pentatleta Gandolfo Francesca e gli organizzatori stessi Pasquale Ferraro e Elena Pucciariello) valuta poi in base ad alcune discriminanti come lucentezza, morbidezza, forma e stile generale. «La lunghezza in sé non è determinante e viene considerata solo in caso di parità di punteggio tra due concorrenti» spiega Ferraro. «Logicamente c’è comunque una lunghezza minima richiesta che è di 4 centimetri partendo dal mento». Passando al vincitore del concorso e al premio speciale “della critica” scopriamo che sono oltrepadani doc. Il primo è vogherese, il secondo di Broni. Sono coetanei, oltreché amici…”per la barba”. Matteo Vilmercati, 33 anni, è nato e vive a Voghera. Lavora come meccanico attrezzista a Castelnuovo Scrivia e si occupa della produzione e della commercializzazione di packaging plastici nel settore farmaceutico e cosmetico. Appassionato di calcio, gioca a calcetto e va a pescare appena può. Non è barbuto “da sempre”, ma madre natura gli ha donato una colorazione rossa e delle sfumature che lo rendono unico. è questa sua particolarità, insieme alla morbidezza della sua barba, ad aver convinto i giudici ad assegnargli il primo premio del concorso. Come ti è venuto in mente di partecipare a “La barba dell’anno”? «Diciamo che é stato un caso venire a conoscenza di questo concorso benefico. Chiacchierando con un amico anche lui “barbuto”, Bruno Maggio, è uscito il discorso, e sapendo che era a scopo benefico insieme abbiamo deciso di partecipare». Quando hai iniziato a portare la barba? «Non c’è una data precisa diciamo 2 o 3 anni fa, per quanto mi riguarda. Ho sem-

pre ammirato quella degli altri finché, in accordo con la mia compagna anche lei amante della barba e ad un altro caro amico barbuto ho deciso di farla crescere e provare a coltivare questa passione su me stesso». Ci sono molte correnti “filosofiche” dietro alla barba. Rocker, biker, hipster… tu ti identifichi in qualcuna di queste? «Personalmente non mi identifico in nessuna di queste correnti, non ho una filosofia precisa sulla barba, penso che sia qualcosa di unico e personale e che ognuno abbia il proprio stile». Quanto tempo dedichi normalmente alla cura della tua barba? Utilizzi prodotti particolari? «Il tempo che impiego normalmente per la cura della barba varia dai 20 minuti alla mezz’ora, dipende se devo lavarla o solo acconciarla. Quanto riguarda i prodotti, attualmente sto utilizzando il kit vinto al concorso, composto da balsami creme e oli specifici». Bruno Maggio, anche lui 33 anni, fa l’autotrasportatore. è nato a Milano ma abita da sempre a Broni. Non si è classificato tra i primi tre al concorso, ma è stato premiato dalla giuria, una sorta di “premio tecnico” motivato dalla presenza scenica e dallo stile generale misto al portamento. Il riconoscimento è arrivato dai rappresentanti del borgo di Viatosto, e gli vale la possibilità di sfilare durante la parata del palio di Asti, un momento altrimenti riservato ed esclusivo dato l’elevato costo per partecipazione e costumi. Bruno come hai deciso di partecipare al concorso? «Conosco il concorso per amicizia con l’organizzatore, anche lui come me appassionato di Barbe. Essendo l’evento totalmente a scopo benefico ho partecipato per contribuire alla causa, assolutamente senza nessuna pretesa di vincere, solo per gioco e per passare del tempo con altri barbuti e divertirsi».

Al vogherese Matteo Vilmercati il primo premio del concorso nazionale per “barbuti”


curiosità Da quanto tempo fai crescere la tua barba? C’è una filosofia dietro la barba lunga? «La barba la porto da sempre, naturalmente a step di lunghezze diverse, sempre maggiori. Ora sono circa a 25-30 centimetri di lunghezza. Non credo ci sia una filosofia, ma una passione, che diventa quasi una droga. Chi prova a farla crescere una volta poi fatica a tornare indietro. Per me è praticamente impossibile pensare di tagliarla». Oggi possiamo dire che è diventata anche trendy grazie soprattutto al movimento hipster. Tu ti identifichi in qualche corrente? «Io sono un barbuto. Odio essere paragonato ad un hipster. C’è una grossa differenza, noi la barba la portiamo comunque, anche fuori dalle mode, ora c’è il boom delle barbe, ma prima o poi finirà e si vedrà chi lo fa per passione e chi per moda!» Quanto tempo dedichi alla cura della barba e come te ne occupi? Usi prodotti particolari? «Chi pensa che radersi ogni mattina sia impegnativo, dovrebbe provare a portare la barba! Più o meno ci si dedica almeno una ventina di minuti al giorno, usando prodotti specifici, che ora grazie alla moda e alla richiesta, si sono moltiplicati. Fino a qualche anno fa si usavano shampoo e balsamo per capelli. Ora abbiamo linee di prodotti tutti per noi. Quasi tutti costosi. Comunque mi sento di consigliare sempre di usare una buona maschera x capelli alla creatina». di Christian Draghi

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Il bronese Bruno Maggio: «Chi pensa che radersi sia impegnativo dovrebbe provare a portare la barba!»

Bruno Maggio, premiato per lo stile e il portamento

Pasquale Ferraro, organizzatore dell’evento


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ARTE E CULTURA

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Il Conte scultore: «Le manifestazioni da sole non bastano più... serve l’eccellenza in Oltrepò» Massimo Polistina è un’artista di sangue blu nato a Milano; nel 1984 è stato segnalato come uno dei migliori scultori italiani e, durante la sua carriera artistica, ha collaborato con i più grandi galleristi dell’epoca (da Alberto Schubert a Renzo Cortina), ricevendo anche l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano. Per lungo tempo ha vissuto in Francia, ma nel 1979 ha acquistato la Torre di Soriasco (Frazione di Santa Maria della Versa) nella quale, dopo anni di ristrutturazioni, vi si è trasferito definitivamente. Massimo ci racconti la sua storia… «La mia vita comincia fondamentalmente con la poesia (inizialmente volevo diventare giornalista); poi mi sono dedicato alla pittura e al disegno e nella mia prima esperienza lavorativa ho conosciuto il celebre architetto Bernini, che mi ha voluto come direttore del suo negozio di design in Corso Europa a Milano. A questa esperienza ne sono seguite altre nel mondo del design: in quegli anni frequentavo l’ambiente dalla Gae Aulenti, di Frattini e di Castiglioni... a trent’anni però mi sono reso conto che la mia vera ambizione era l’arte; ho mollato il management per ciò che avevo nel cuore! Ho abbandonato Milano e mi sono trasferito sul lago D’Orta, dove ho aperto un negozietto con un torchio e lì ho iniziato la mia “nuova vita”, facendo litografie e un po’ di sculture. Un giorno è entrato nel mio negozio uno dei più grandi galleristi - Augusto de Marsanich - e mi ha invitato a partecipare a delle mostre; nello stesso periodo ho conosciuto Alberto Schubert e lui mi ha presentato al mondo dell’arte!

«Sono venuto a Soriasco nel 1979. È stato amore a prima vista!»

Massimo Polistina, scultore, ha collaborato con i più grandi galleristi da Alberto Schubert a Renzo Cortina, ricevendo l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano.

Sono cresciuto in mezzo all’arte: mio padre Samuele (avvocato) fu vice sindaco di Milano (ricevette anche la medaglia d’oro per la Resistenza) e, soprattutto, fu un grande promotore dei “chiaristi dell’annunciata”. Mia madre studiò a Brera e poi divenne giornalista e mio nonno materno fu uno scultore. Sarei potuto diventare magistrato come mio zio, che fu Presidente nel Consiglio di Stato, oppure medico come mio nonno paterno, che fu colonnello medico nel battaglione di Vittorio Emanuele III quando era principe di Napoli. In realtà, poi medico è diventato mio fratello, l’altro mio fratello Alessandro era architetto e io sono diventato un artista! Per un periodo ho lasciato anche l’Italia per stare in Francia, dove tutt’oggi ho contatti e partecipo a diversi eventi artistici». Ha ha iniziato prima con la pittura o con la scultura? «Ho cominciato con il disegno, la pittura e la litografia e poi, man mano, mi sono specializzato nella scultura. Non c’è un prima e un dopo, c’è un equilibrio! Ci tengo a precisare che non sono mai stato un bohémien (colui che aspetta l’ispirazione), sono sempre stato un professionista». In Oltrepò possiamo trovare delle sue opere? «Certamente! Per esempio, il Busto dell’ex governatore della Banca d’Italia Baffi a Broni, davanti alla scuola Aldo Rossi. Inoltre, qualche anno fa ho donato

un mio quadro al Comune di Santa Maria della Versa». Tra i suoi soggetti molte volte s’ispira ai cavalli, come mai? «Cavalli, ma non solo... tante nature, tante donne. Il cavallo è un simbolo aristocratico e per me è sempre stato un simbolo di potenza, di raffinatezza e bellezza». Attualmente quanto tempo dedica a questa attività? «Oggi lavoro solo ed esclusivamente per realizzare una collezione mia privata. Non lavoro più per gli altri o su commissione... sto lavorando per lasciare un’immagine artistica di me». Quale messaggio vuole lasciare con le sue opere? «Vorrei che, le persone che mi sono state vicine durante la mia vita, mi ricordino per l’onestà, la semplicità e, soprattutto, per il rapporto di amore che ho avuto con loro. Vorrei lasciare un’immagine di me positiva...». Qualcuno in particolare l’ha sostenuta durante la sua carriera artistica? «Direi di no, mi sono sempre sostenuto da solo. L’arte per me è stata coscienza e voglia di fare e, soprattutto, di arrivare. L’artista è uno dei lavori più difficili al mondo!». Per un lungo periodo, lei ha lavorato e si è stabilito in Francia. Quali differenze ha riscontrato rispetto all’Italia? «Fare l’artista all’estero è una cosa com-

pletamente diversa rispetto all’Italia. Mentre al di fuori sei osannato, qui in Italia l’artista è sottovalutato. Per esempio, quando ho ricevuto l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano, non mi è stata data la possibilità esporre le mie opere in altre occasioni, preferendo artisti stranieri e sconosciuti». Se oggi un giovane volesse intraprendere la strada da artista, cosa consiglia? «Artisti si nasce. Sicuramente occorre avere una certa sensibilità e un cuore “diverso”. Oggi però non basta il cuore, ma ci deve essere anche la “strategia”. La cosa che vorrei dire ai giovani d’oggi è che: nella vita la fortuna passerà sempre davanti; la fortuna ride ad ognuno di noi. È come un pallone che ti passa davanti lentamente. Bisogna fare quel minimo sforzo per prenderlo, perchè altrimenti il pallone se ne va e si perde. Altra cosa importante da ricordare è che alla mediocrità ci si abitua. Se fate un percorso e non ci riuscite, non dite che avete perso l’interesse, ma ammettete di non avercela fatta e prendete la rincorsa per ricominciare!». Come mai ha scelto di venire a vivere a Soriasco? «Sono venuto a Soriasco nel 1979. È stato amore a prima vista! La Torre era meravigliosa, ma anche la gente; fin da subito sono stato accolto molto bene e mi sono sentito a casa. La Torre era dei miei cugini e io l’ho voluta ristrutturare per riportarla


ARTE E CULTURA alla sua magnificenza; questa risale all’XI secolo e non era mai stata abitata (nell’ultima postazione era una prigione napoleonica). Si dice ci fosse una seconda torre, ma non si ha la certezza. La sua storia è molto bella e io la metto a disposizione delle scolaresche e visite private, perchè ci tengo che sia conosciuta». Negli anni lei ha mostrato il suo impegno verso la promozione dell’Oltrepò Pavese. Come ha agito? «L’ho sempre fatto a livello culturale: attraverso le mie opere (e quelle dei miei amici artisti) volevo portare più turisti in Oltrepò Pavese. Il mio impegno insieme al Duca Antonio Denari (in quel periodo Presidente del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese) è sempre stato a favore dello sviluppo turistico del territorio. Purtroppo, però questo territorio fa fatica a recepire la cultura come mezzo di promozione. A mio avviso “cultura e vino” è un binomio che funziona molto bene in altre zone d’Italia, ma qui sembra non interessare...». In questi anni che idea si è fatto dell’Oltrepò? «Come ho già detto, qui c’è un grande problema di “cultura territoriale”. Il vino di questo territorio è un prodotto eccellente (niente da invidiare ad altre zone d’Italia), ma quello che manca sono le strutture ricettive. Dove potremmo ospitare i turisti quando arrivano?! Fortunatamente, in tutto questo contesto stanno entrando alcuni attori e imprenditori, però bisogna fare

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«Il mio impegno insieme al Duca Antonio Denari è sempre stato a favore dello sviluppo turistico del territorio. Purtroppo, però questo territorio fa fatica a recepire la cultura come mezzo di promozione» La Torre medievale di Soriasco

tanto di più se si vuole dare una nuova “dignità” a questo territorio. Le manifestazioni da sole non bastano più... serve l’eccellenza! L’Oltrepò è splendido, ma

servono persone che facciano tanto marketing turistico». Tornando alla sua carriera artistica, progetti in corso?

«Ultimamente sto realizzando delle “scatole a sorpresa”, nuove idee tra scultura e pittura. Vedremo cosa ne uscirà...». di Silvia Cipriano


MUSICA

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Civica Scuola di Musica, «Nata per fornire musicisti all’orchestra del Teatro Sociale» La diffusione della musica tra le giovani generazioni di studenti concorre in modo decisivo alla crescita individuale e sociale, in quanto linguaggio privilegiato di sentimento e conoscenza, che coinvolge allo stesso tempo il corpo, il cuore, la mente. Abbiamo intervistato Laura Malacalza, referente della Civica Scuola di Musica “Sacerdoti” di Voghera per sapere qualcosa di più della storia di questa scuola e dei suoi progetti. Quando nasce la scuola di musica a Voghera? «La scuola ha origini molto antiche perché nasce nel 1840 quando sono stati messi a libro paga due insegnanti Innocenzo Sperati e Piero Gina ed è l’amministrazione comunale che fa nascere questo servizio prevalentemente per fornire musicisti all’orchestra del Teatro Sociale». Dove era la prima sede? «La prima sede era in Piazza Cesare Battisti, nell’ex monastero di “S. Agata” all’angolo di Via Felice Cavallotti. In seguito come sede dei corsi fu scelto il Monastero di Santa Caterina in Via Ricotti. Dopo un po’ di anni la sede venne trasferita in via Cagnoni dove rimase fino al 2005. Dal 1969 la scuola è intitolata a “Giuseppe Sacerdoti” che era violinista ed è stato direttore della scuola dal 1905 al 1921 e che ha lasciato l’incarico dopo aver vinto la cattedra di violino al Liceo Musicale di Venezia». Nel 2005 la svolta... «Nel 2005 c’è stato un cambio direi epocale, nel senso che l’amministrazione comunale ha sempre creduto nell’istituzione di una scuola di musica ma cambiando le modalità di servizio, sono cambiati anche gli incarichi, per cui si è cercata una soluzione che permettesse di proseguire nell’attività senza avere in carico, da parte del Comune, la docenza perché sappiamo benissimo che il costo del personale è quello che va ad incidere di più. Quindi dal 2005 è subentrata la “Fondazione Adolescere” come gestore della scuola per conto del Comune di Voghera. Tutti i docenti fanno parte della cooperativa “Case” e la direzione della scuola fa capo al direttore della “Fondazione Adolescere”, Giovanni Schiesaro. La sede attuale è in Via Ugo Foscolo». Lei di che cosa si occupa? «Io nasco come educatrice e dal 2009 sono la referente della Scuola che ha sempre avuto uno sguardo non soltanto musicale ma soprattutto uno sguardo educativo e formativo. Questo perché la mission della Fondazione è quella di dare dei servizi che creino benessere alla persona e sicuramente la musica è uno strumento di comunicazione decisamente importante soprattutto per i giovani». Da che età i bambini possono accostarsi alla musica? «Questa è una bellissima domanda perché la musica non ha età. Adesso non abbiamo ancora corsi da zero a tre anni ma dai

Laura Malacalza, referente della Civica Scuola di Musica, con alcuni docenti tre anni fino a quando uno decide a quale strumento dedicarsi, noi possiamo seguirlo. Da noi tutto è improntato su un discorso di laboratorio e non su un discorso di corso perché il laboratorio dà l’idea di una certa dinamicità. Le lezioni, che sono sempre individuali per i ragazzi, sono invece a gruppi per i bambini più piccoli dai tre ai cinque anni, fino a quando si affaccia l’idea di avvicinarsi ad uno strumento. Può essere anche che il bambino poi non decida di fare questo passo ma intanto si può dire che viene impiantato il seme, si è fatta conoscere e vivere un’esperienza di gruppo che per noi è la cosa più importante. Con la musica si possono fare molte cose soprattutto se si gioca. A me piace moltissimo il termine inglese “play” perché racchiude in sé tre significati: giocare, suonare e recitare. Quindi una musica giocata, suonata e vissuta in un corso di pedagogia musicale con uno sguardo sempre molto educativo. Il bambino inserito nel gruppo, impara non solo quelle che sono le prime regole musicali ma anche le prime regole di convivenza e respira l’aria dell’ambiente musicale. Qui c’è un clima molto bello, un clima creato dalla convinzione che è importante relazionarsi bene con l’allievo, con il genitore o il familiare che ci porta il bambino». Quanti docenti fanno parte del vostro gruppo? «Abbiamo venti docenti, posso dire con orgoglio, tutti veramente competenti in campo musicale. Nel corso degli anni, grazie anche a un’iniziale formazione che vorremmo aumentare da parte di “Fondazione Adolescere”, i docenti hanno sviluppato delle competenze educative che servono per affrontare quella che è la difficoltà di chi insegna, il contatto con la persona. Se prima bastava essere un semplice docente preparato, ora bisogna essere una persona che intraprende un discorso con i ragazzi e che capisce le loro esigenze umane, avendo la consapevolezza che l’allievo che ci si trova davanti in quel giorno ha già vissuto tutta una serie di problematiche che hanno inciso sulla sua storia e che la settimana seguente non sarà più lo stesso ragazzo di prima. Abbiamo bambini, giovani ma an-

che adulti che seguono corsi diversi perché l’idea di fare musica accompagna un po’ tutte le generazioni e la cosa bella della Civica Scuola di Musica, essendo un luogo dove si incontrano tante persone e tante storie, è la possibilità di creare un ambiente creativo e di benessere». Ai nostri giorni i ragazzi sono circondati dai media, seguono i Talent, vedono i loro giovanissimi coetanei esibirsi e pensano di imparare a suonare uno strumento molto velocemente. Avete anche voi queste richieste da parte dei nuovi allievi? «I ragazzi arrivano con l’idea che sia tutto facile ma poi scoprono autonomamente che non è così perché ad un certo punto la musica ti mette di fronte a delle scelte e a delle assunzioni di responsabilità. Tu puoi strimpellare o puoi suonare. Se vuoi suonare devi fare un certo percorso e paradossalmente succede a volte che il ragazzo che va male a scuola invece qui sia molto bravo e motivato perché ha un grande interesse. In una situazione così instabile di futuro professionale, alcuni poi seguono anche l’idea di poter vivere di musica e, ultimamente, ci sono molti ragazzi che percorrono la strada del conservatorio o intraprendono quelle strade parallele come il fonico o l’ingegnere del suono per cui è previsto un corso di laurea dopo essersi avvicinati alla musica da noi. I nostri docenti preparano anche ai corsi di ammissione al conservatorio o alle varie Istituzioni musicali. Noi come scuola di musica non abbiamo mai rilasciato diplomi perché non sono spendibili, sono solo attestati di frequenza». Quanti iscritti avete quest’anno? «Circa 230 iscritti. Gli strumenti più gettonati sono il pianoforte e la chitarra elettrica, poi, ogni anno, assistiamo a delle mode. C’è l’anno del violino, quello della batteria e così via. Ci dispiace non avere la richiesta per gli strumenti a fiato. Puntiamo molto sulla qualità dell’insegnamento e sul rapporto che si crea con il docente che è fondamentale». Avete anche corsi di canto. Una moda degli ultimi anni? «Tutti vogliono cantare per via della moda

dei Talent. Noi proponiamo corsi di canto solo dai 12 anni, non prendiamo bambini più piccoli. La voce è lo strumento che con il canto fa uscire l’interiorità della persona perché con il canto si esprimono innumerevoli emozioni. Una seduta di canto di un’ora è una seduta quasi psicanalitica, è un lavoro di ascolto che si fa con il proprio corpo. Si impara a respirare, cosa molto importante per la salute. Abbiamo tre docenti di canto con stili diversi: pop, rock e jazz». Avete anche corsi di canto lirico? «No, ultimamente non c’è più stata nessuna richiesta ma so che in città esistono dei corsi di questo tipo. Da qualche anno abbiamo corsi di musica d’insieme jazz perché a Voghera si parla tantissimo di jazz ma non lo si suona molto. Anche nei nostri saggi finali tendiamo a far esibire i ragazzi in gruppo, con la band perché devono imparare a sentire sé stessi ma anche ad ascoltare gli altri ed essere un po’ meno individualisti collaborando per trovare il suono d’insieme migliore. Suonando in gruppo i ragazzi crescono e affinano le loro qualità. Devo a questo punto ringraziare moltissimo il Cowboys’ Guest Ranch e la mitica Loredana che negli ultimi anni ci hanno dato la possibilità di effettuare i nostri saggi sul loro palco e permettendoci di far respirare ai ragazzi l’atmosfera di un vero e proprio locale di musica dal vivo». è molto costoso iscriversi alla Civica Scuola di Musica? «Dipende cosa si intende per costoso. Penso che sia rispetto ad altre scuole uno dei costi “più alti”. Intanto perché siamo in una struttura che ha delle particolari esigenze di manutenzione ordinaria, abbiamo tutti i docenti con i contratti in regola e grandi spazi da gestire. Abbiamo due proposte formative : c’è una frequenza di chi vuole soltanto avvicinarsi allo strumento facendo lezioni di teoria all’interno dell’ora di lezione oppure, cosa che noi consigliamo, la frequenza di due ore all’interno delle quali si fa un’ora individuale di strumento e un’ora in gruppi di due o tre persone di teoria e grammatica musicale». Nel corso degli anni avete avuto alunni che poi sono diventati vostri docenti? «Sicuramente sì. Laura Miradoli, Danilo Coscia, Laura Galante, i docenti storici perché molti altri si sono formati magari in altri ambiti. Facciamo anche “Master class” con docenti esterni sui vari strumenti e con il canto abbiamo attivato una collaborazione con una docente di Milano, Carola Caruso». Avete dei progetti nuovi? «Intanto cerchiamo di mantenere sempre un’offerta culturale, formativa ed educativa che sia di ottima qualità cercando di mantenere sempre aggiornati i docenti . Stiamo valutando alcune cose nuove che nel corso dell’anno prenderanno forma. di Gabriella Draghi


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IL PERIODICO PALLONE E PANCHINA BLU

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Torna il concorso che premia il miglior giocatore e miglior allenatore dell’Oltrepò Pavese Ritorna dopo un “anno sabbatico” il nostro concorsone dedicato al calcio dilettantistico in Oltrepò Pavese Sono 40 i giudici e 20 gli allenatori che dal mese di Ottobre ci comunicheranno i loro nominati: un portiere, un difensore, un centrocampista, un attaccante, e 20 capitani che invece dovranno “nominare “ 3 allenatori. Dal 15 novembre potrai votare il tuo allenatore o giocatore preferito direttamente sulla nostra pagina facebook, essi verranno scelti dai giudici capitani e i giudici allenatori.

REGOLAMENTO CONDIZIONI: La condizione necessaria per poter partecipare è che tutti i nominati e i giudici devono militare in squadre dell’Oltrepò pavese IL PERIODICO PALLONE BLU VOTO DEI GIUDICI ALLENATORI: Mensilmente gli allenatori indicheranno: 1 portiere, 1 difensore, 1 centrocampista e 1 attaccante assegnando loro un punteggio: primo nominato saranno assegnati 40 voti, al secondo 30 voti, al terzo 20 voti e al quarto 10 voti. VOTI PRESTAZIONI Ogni mese I nominati dagli allenatori riceveranno voti sulla base delle prestazioni di squadra e individuali. SQUADRA: Ogni punto guadagnato in campionato dalla propria squadra varrà 10 voti. INDIVIDUALI:Ogni giocatore

potrà ricevere dei voti ad ogni gol fatto e in base al proprio ruolo corrisponderà un punteggio diverso: ogni gol segnato dal portiere corrisponderà a 250 voti, dal difensore a 120 voti, dal centrocampista 60 voti e dall’attaccante 30 voti. Se il portiere riuscirà a mantenere la porta inviolata avrà un bonus di 100 voti a partita. La vittoria del proprio campionato porta un bonus di 100 voti a tutti i giocatori della squadra. VOTI FACEBOOK dal 15 al 25 di ogni mese sarà possibile votare i nominati sulla pagina Facebook de “ILPERIODICONEWS” ogni mi piace corrisponde 1 voto, da quest’anno il tetto massimo di mi piace per ogni figurina è di 200 like, al raggiungimento del traguardo saranno aggiunti 20 voti bonus al giocatore. E necessario affinché il voto sia convalidato mettere mi piace sulla nostra pagina www.facebook.com/ilperiodiconews IL PERIODICO PANCHINA BLU VOTO DEI GIUDICI CAPITANI: Mensilmente i capitani indicheranno 4 allenatori assegnando loro un punteggio. Al primo nominato saranno assegnati 40 voti, al secondo 30 voti, al terzo 20 voti e al quarto 10 voti. VOTI PRESTAZIONI Ogni mese gli allenatori nominati dai capitani riceveranno voti sulla base delle prestazioni di squadra: ogni punto guadagnato in campionato dalla propria squadra varrà 10 voti, ogni gol segnato varrà 10 voti e in caso di porta inviolata l’allenatore riceverà un bonus di 50 voti. In caso di vittoria del proprio campionato all’allenatore verrà assegnato un bonus di 100 voti . VOTI FACEBOOK dal 15 al 25 di ogni mese sarà possibile votare i nominati sulla pagina Facebook de “ILPERIODICO-

NEWS” ogni mi piace corrisponde 1 voto, da quest’anno il tetto massimo di mi piace per ogni figurina è di 200 like, al raggiungimento del traguardo saranno aggiunti 20

voti bonus all’allenatore. è necessario affinché il voto sia convalidato mettere mi piace sulla nostra pagina www.facebook.com/ilperiodiconews.


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Anpdi sezione di Voghera: «Altri requisiti richiesti, sono quelli morali e di buona condotta» Giovanni Bottazzi, ex paracadutista militare, è il Presidente dell’Anpdi, Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, sezione di Voghera. L’Associazione è apolitica, non persegue fini di lucro ed ha carattere eminentemente patriottico e morale. Nella sua attività, Bottazzi è affiancato da Renato Bruschi ( Direttore Tecnico e Istruttore di elevata preparazione) e da un Consiglio Direttivo composto da: il Vicepresidente Renato Ciamballi, il Segretario Massimo Antoninetti, l’Economo Daniele Villani e i Consiglieri Giampiero Bruni e Claudio Della Vecchia. Bottazzi, quando è nata l’ Anpdi Voghera? «Nasce nel 1979 ed è un’Associazione d’Arma, che ha per scopo l’amore per la patria, la divulgazione delle tradizioni e delle attività del paracadutismo italiano, la creazione di rappporti di amicizia e di aggregazione con gli appartenenti all’associazione. Non esiste una scuola di paracadutismo a Voghera, ma una Sezione dell’Oltrepò Pavese, che fa parte dell’associazione Nazionale Paracadutisti D’Italia. L’Anpdi Voghera, ramificata su tutto il territorio nazionale, ogni anno organizza un paio di corsi di paracadutismo per i civili. In Lombardia sono presenti più di 15 sedi e una scuola di paracadutismo, inizialmente, esisteva a Novi Ligure; si spera possa riaprire in futuro». Quanti iscritti conta l’Associazione? Avete iscritti anche in altri territori, oltre che in Oltrepò? «Quest’anno l’Associazione conta 90 iscritti. Tanti risiedono in Oltrepò, altri nel pavese, in quanto L’Anpdi Pavia è stata chiusa in seguito alla morte del Presidente, Gianni Bertoletti». Come si sviluppa la lezione, a livello di contenuti e frequenza? «I corsi di paracadutismo si tengono un paio di volte all’anno. Hanno la durata di circa due mesi con lezioni bisettimanali, dalle 21.00 alle 22.30. Questo corso, chiamato corso palestra, racchiude teoria e pratica; vengono studiati i materiali utilizzati per l’aviolancio, le tecniche di discesa con il paracadute emisferico, le tecniche di atterraggio con risoluzione di eventuali malfunzionamenti. Gli allievi acquisiscono la teoria relativa ai lanci di abilitazione e la parte pratica, in particolare la tecnica della capovolta, che serve ad ammortizzare l’impatto con il terreno nel momento in cui si atterra con un paracadute a calotta emisferica. Il corso si conclude con 3 lanci vincolati, eseguiti con un paracadute a calotta emisferica, ad apertura automatica. Al termine di questi, il paracadutista acquisisce l’abilitazione al lancio, e può proseguire la sua attività con lanci di allena-

zione comunale? «Sono ottimi, così come quelli con la palestra di Arti Marziali in Via Sturla, dove di solito si svolgono le lezioni dei nostri corsi». Quali differenze esistono tra il parapendio e il paracadutismo? «Sono due “Sport” differenti. Mentre nel parapendio il lancio avviene a paracadute già aperto, ciò non accade nel paracadutismo, in cui il momento più La Sezione Oltrepò Pavese - Voghera con i Paracadutisti Della Vecchia, Barberini, Bucellini, emozionante è quello Ziliani e Signora, Bruni, Barberini, Lo Giudice. della caduta libera. Nel volo, il paracadutista mento, o perfezionarsi nella tecnica della sociazione (30 Euro), i 3 lanci (150 euro). può assumere varie posizioni tramite un caduta libera con paracadute a tecnica alaNon sono previste prove gratuite, in quan- lavoro di gruppo (lavoro relativo), che rire, ad apertura comandata». to è richiesta una preparazione prelimina- chiede un’ottima preparazione di base». I primi lanci a quale altezza vengono re, compresa di visita medica. Su che aree del territorio si svolgono i effettuati? Facendo un lancio in tandem, con una lanci? «I lanci vincolati si svolgono ad un’altezspesa di 200 euro, chiunque può provare «I primi lanci si svolgono a Reggio Emiza di 600 metri, mentre quelli ad apertura l’emozione della caduta libera». lia; successivamente, in linea generale, a comandata dai 2000 ai 5000 metri. Il paracadutismo ha una percentuale di Casale Monferrato, Cremona, Fano ( terriI lanci devono essere eseguiti su superfici iscritti a prevalenza maschile... torio, però, sotto controllo dell’Aeroclub). autorizzate. Per quanto riguarda quelli di «La percentuale degli uomini è pari al Precedentemente si svolgevano presso la manifestazione, occorre il NOTAM, per95%, anche se ci sono alcune donne che Scuola Nazionale Anpdi di Novi Ligure, messo che rilascia l’autorità Militare al hanno già conseguito il brevetto. Al mo- ora chiusa». fine di poter sorvolare la zona, onde evimento non sono presenti allievi minoren- è certamente uno “sport” affascinante tare di interferire con l’attività aerea Aeroni, anche se il limite d’età è fissato a 17 e suggestivo. Avete degli “spettatori” nautica e Civile dell’aeroporto di Linate». anni con il consenso dei genitori». che vi seguono durante i lanci? Una volta conseguita l’abilitazione il Chi sono gli istruttori? «Attualmente non abbiamo un gruppo di paracadutista può continuare l’attività «Abbiamo un istruttore che è anche Di- spettatori che ci segue. Ciò si verificava in in autonomia? rettore Tecnico dell’Associazione, Renato misura maggiore negli anni ‘80, quando il «Certamente, conclusi i tre lanci e acquiBruschi, congedatosi dall’Esercito dopo fenomeno del Paracadutismo non era ansita l’abilitazione, il paracadutista può 40 anni di servizio, è il Primo Maresciallo cora molto diffuso dai media». continuare a praticare l’attività lancistica, Lungotenente dei Paracadutisti. Con più I rischi legati a questo sport? che può essere svolta anche in autonomia, di 4500 lanci all’attivo, è istruttore per «Oggi i rischi sono minimi; gli incidenti perfezionando la propria preparazione con l’Associazione Nazionale Paracadutisti accadono per problemi tecnici legati ai il paracadute alare e la tecnica della caduta d’Italia, Direttore di lancio e pilota tandem materiali utilizzati nella fattura del paracalibera». per l’Aeroclub. Attualmente, è uno dei mi- dute alare, essendo molto veloci, richiedoRilasciate un brevetto riconosciuto? gliori paracadutisti in attività in Italia». no un’ottima esperienza nel loro utilizzo». «Sì, l’abilitazione è l’unico brevetto vaCom’è il rapporto che si instaura tra Organizzate eventi esterni alla Scuola? lido per i concorsi delle Forze Armate e istruttore e allievo? «Sì, quando possibile. Recentemente abdelle Polizia, o come punteggio per i con«Con un istruttore di eccezionale levatura biamo organizzato un lancio a San Marticorsi interni all’Esercito. Se una persona tecnica come Renato Bruschi, il rapporto no Siccomario, mentre invece non abbiaè fisicamente ben preparata, in due mesi è che si crea è di massima fiducia». mo potuto effettuare quello previsto presso pronta per fare il primo lancio. Per chi si approccia per la prima volta il Tempio della Fraternità della Frazione L’Associazione Nazionale Paracadutisti a questa disciplina, quali sono i requisiti Cella di Varzi, causa assenza della necesd’Italia, su richiesta e previo dimostraziofondamentali richiesti? saria autorizzazione da parte dell’autorità ne di determinate caratteristiche, provvede «Una sana e robusta costituzione fisica e la Aeronautica. Ove richiesto, organizziamo anche a trarre e a formare, tra i propri aspratica della disciplina sportiva. manifestazioni lancistiche di gruppo». sociati, il personale idoneo a effettuare i I lanci vincolati prevedono l’impatto con Come vede proiettata in futuro questa ripiegamenti dei paracadute dorsali in uso il terreno, che per essere “assorbito” ri- disciplina? (ripiegatori), e gli istruttori di paracadutichiede una preparazione tecnica di base. «In modo promettente. Tra l’altro, a Giusmo FdV. A livello psicologico, è importante non gno 2019 celebreremo il 40esimo anniverQuanto costa iniziare paracadutismo? mitizzare l’esperienza lancistica; essa è sario dell’Andpi Voghera. In quell’occa«Iniziare a praticare paracadutismo non è una piccola prova di coraggio, che spesso sione, oltre a una cerimonia di carattere molto costoso, la cifra richiesta si aggira viene eseguita per emulazione. Altri requi- militare e religioso che si svolgerà presso intorno ai 350 euro. A questa vanno agsiti richiesti, sono quelli morali e di buona il Museo Storico, effettueremo una manigiunti: 120 Euro di assicurazione obbligacondotta». festazione lancistica». di Federica Croce toria, la visita medica, l’iscrizione all’AsCome sono i rapporti con l’amministra-


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Un Trofeo per te, caro “Bazz” Il motorsport ed i rally in particolar modo sono una grande comunità, sia a livello nazionale che internazionale. I rallysti, gli appassionati, i piloti, i tecnici, gli addetti ai lavori ed i commissari sono una grande tribù: il popolo dei rally. Questo popolo ha la memoria lunga e difficilmente dimentica chi è stato un pilota di valore, chi è stato un grande tecnico o chi “semplicemente” è stato un personaggio. Tra quest’ultimi, il popolo dei rally non ha dimenticato Bruno Bazzini di Canneto Pavese, “Il Bazz” per tutto il popolo del rally. Il “Bazz” ha iniziato la sua carriera come commissario dell’Automobil Club con un altro indimenticabile personaggio dei rally, il professor Siro Pietro Quaroni, erano gli albori del Rally 4 Regioni, e da subito “il Bazz” è diventato un “personaggione”: carattere estroverso, sempre sorridente, sempre pronto alla battuta, sempre pronto ad una mangiata ed ad una bevuta in compagnia, sempre presente alle feste rallystriche e soprattutto al “terzo tempo”. Il “terzo tempo” nei rally è quella festa che normalmente si faceva e purtroppo ora si fa sempre meno, nella serata conclusiva della gara, quando la corsa è finita e tutti, piloti, tecnici e appassionati si riunivano e si riuniscono ancora in qualche locale per ridere e scherzare e bere e... bere tanto. “Il Bazz” era un immancabile di queste feste, uno dei cuori pulsanti con le sue guance da “fiulot” i suoi riccioli da scapolone. Bruno Bazzini oltre al Rally 4 Regioni, che è stato il suo primo amore, in Italia aveva altri due grandi amori a livello rallystico: il Rally Costa Smeralda, che si corre sulle strade sterrate della Sardegna ed il Rally del Friuli. Innumerevoli sono gli aneddoti raccontati dal “Bazz” che in veste di commissario ne aveva viste, ne aveva sentite ma soprattutto ne aveva vissute di cotte e di crude. Il Rally del Friuli ha nell’organizzazione alcune ragazze, “il Bazz” le ha sempre chiamate “le mie Ciccette” di Udine e proprio queste ragazze quest’anno hanno, tramite Luca Cantamessa, hanno contattato la redazione de Il Periodico News perché volevano ricordare “il Bazz” ad un anno dalla sua scomparsa con un prodotto della sua terra, uno spumante Brut. Il Periodico News che dà sempre ampio spazio ai rally ed ha dedicato pagine anche a Bruno Bazzini, con grande piacere ed entusiasmo ha risposto alla richiesta degli organizzatori del Rally del Friuli, che si è disputato dal 31 Agosto al 1 Settembre 2018 ad Udine. “Le tre Ciccette” che fanno parte dell’organizzazione di questo rally non potevano non dedicare il trofeo Bruno Bazzini alla prima “Ciccetta” della classifica generale, fosse essa pilota o navigatrice.

Bruno Bazzini,con una delle sue “Ciccette” al Rally del Friuli Sul sito del Rally del Friuli, le tre “Ciccena classificata in veste di navigatrice di è celebrato a Udine è stato fatto con un te” del Baz, Elena Croce, Giulia Doneddu Luca Rossetti al 54° Rally del Friuli Veprodotto della sua terra, l’Oltrepò Pavese, e Eleonora Rizzi scrivono: «Un Trofeo nezia Giulia 2018. Essere ricordato dalle terra di rallysti, appassionati e anche di per te, caro Bazz!. Non solo un trofeo, sue “Ciccette” di Udine e che il trofeo a commissari dell’Automobil Club, come non solo un ricordo, ma in qualche modo lui intitolato sia stato vinto da un’altra era “il Bazz”, anche se lui era qualcosa di un segno che quello che ci portavi con la “Ciccetta” siamo certi che farà sorridere più: un personaggio indimenticabile della tua simpatia, il tuo infinito aiuto e i tuoi e renderà contento “il Bazz”, a maggior tribù dei rally. insegnamenti rimarranno sempre vivi nei ragione perché il brindisi virtuale che si di Pier Liberali nostri cuori. Ogni anno arrivavi con l’auto piena di vino per le tue “Ciccette”, come ci chiamavi tu e come amavi spiegare esistesse una precisa classificazione delle ragazze… ecco è proprio alla prima “Ciccetta” che vogliamo consegnare una bottiglia di vino offerta da Il Periodico dell’Oltrepò Pavese e da tutti gli amici oltrepadani come ricordo che la tua galanteria rimane indelebile in tutti i tuoi gesti nei confronti di tutti noi! Caro Bruno, è banale dire che ci manchi, ma è la triste verità che tutti gli appassionati del nostro amato sport e tutti noi della Scuderia Friuli Acu proviamo. Sarà un Alpi Orientali diverso ma sereno se pensiamo a te, sei sempre stato il primo appassionato della nostra gara e del nostro territorio. Cercheremo di non deluderti perché lavoreremo col sorriso, come facevamo quando arrivavi tu a riempirci di risate le impegnative giornate di lavoro, con te la nostra passione si moltiplicava unendola con la tua… vera, sfegatata e unica!». Il primo trofeo Bruno Bazzini con una bottiglia Jéroboam da 3 litri di eccellente Spumante Brut dell’Oltrepò Pavese, prodotta dalla Cantina Torrevilla e marchiata con il nome del Periodico News è Eleonora Mori, vincitrice del Trofeo dedicato a Bruno Bazzini stata vinta da Eleonora Mori, prima don-


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Bagnaria: una giornata “particolare” per ricordare gli amici Non c’é nulla di più piacevole e nel contempo toccante come ricordare, con il sorriso sulle labbra, chi non c’é più. Hanno guidato e “mangiato”, hanno riso e si sono commossi dando vita a uno dei raduni tra sportivi del volante più suggestivi e di maggiore partecipazione e successo. Quasi 70 equipaggi arrivati da tutta la provincia, tra cui il Presidente Aci Pavia, Marino Scabini e Francesca Mazza, hanno preso parte domenica 9 settembre al “Remembrance Vito Antonio Contento – Memory Massimo Sala – Trofeo Miriam Nembrini”. Vito Antonio Contento. Come già abbiamo avuto modo di dire, nessuno di noi avrebbe mai immaginato che quel maledetto giorno sarebbe arrivato così presto e all’improvviso e che ora saremmo stati qui a ricordare la bella persona che era, il suo coraggio e bravura in gara, il suo entusiasmo, la sua grinta e la sua allegria, non che, la sua generosità e il suo altruismo. Erano contagiose la sua passione per le corse e la sua gioia di vivere che divideva pari pari con la moglie Anna. A loro non serviva nulla. Né gesti, né parole. Niente. Due persone che anche a distanza si respirano. Per loro, solo attimi, sguardi, profumi, cieli e sorrisi che si incastravano proprio in quel punto del cuore in cui non c’è accordo e musica più perfetta. Massimo Sala, invece, non è stato un rallysta, come non lo é stata Miriam. Massimo, dal canto suo, é stato un campione d’umanità innamorato della fotografia e dei rally. Una grande passione per inquadrare i momenti speciali, fissare i ricordi tenendoli sempre a portata di mano per farli rivivere. Aveva gli occhi di chi ne ha passate tante e il sorriso di chi lottava per superarle tutte. Miriam Nembrini, per la quale, dopo il verbo “amare”, il verbo “aiutare” era il più bello del mondo. Per anni ha prestato ser-

Lorenzo Delucchi e Anna Sabadin

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“Remembrance Vito Antonio Contento Memory Massimo Sala Trofeo Miriam Nembrini”. Quasi 70 equipaggi arrivati da tutta la provincia

“Il popolo verde” a Bagnaria

vizio socio sanitario al pronto soccorso di Voghera distinguendosi per la sua operatività e bontà d’animo. In tanti, ancora oggi ricordano che alle sue esequie, furono moltissimi i suoi ex pazienti presenti. Nella gente dell’Oltrepò, questi tre personaggi resteranno per sempre racchiusi nei ricordi, che sono l’arma più potente di tutte, perché nessuno è in grado di cancellarli. La giornata, oltre allo scopo commemorativo, ha avuto anche un risvolto sportivo in cui i partecipanti si sono confrontati in prove di abilità con il cronometro. La gara, valida per il Campionato VCCC 2018 basata su di un percorso di oltre 100 chilometri con 21 rilevamenti cronometrici sparsi tra le alte colline oltrepadane, ha visto il successo di Taburelli-Adaglio su Fiat 500 (01.28p), davanti a Torti-Torti su Opel Kadett GT/E (01.43p) e CrosignaniCrosignani, A112 Abarth (01.55p). Ai piedi del podio si sono classificati Fronti-Ruggeri, A112 Abarth (01.79p) i quali hanno preceduto nell’ordine:FormentoFormento (Fiat 127), Guatelli-Negrini (Mini Cooper), Cantarini (MG B), Pegoraro-Arlenghi (VW Golf), Cavanna (Alfa Romeo 75), Forelli-Cleoncini (Mercedes Benz), Verri-Ventura (Fiat 125), Borgonovi (Porsche 914), Viola-Viola (A112), Lamagni-Lamagni (Fiat 1100), Gregorelli-Castellazzi (Opel Manta C), Perelli-Roveda (Lancia Fulvia Coupè), Barbieri (Lancia Delta), Giorgi (MG), Guerrini-Sboarina (Fiat 1100) e MinottiZago (Opel Manta GT/E), seguiti da altri 34 classificati. «Che dire? - dice Delucchi, l’ideatore di questo evento, guardandosi attorno stupito nell’ampio campo sportivo di Bagnaria, invaso da vetture di mille colori e tantissimi amici e appassionati - a detta di tutti, é stata una bellissima manifestazione. Rin-

grazio veramente tutti per i complimenti che ho ricevuto. Da parte mia devo ringraziare le persone che hanno collaborato e reso possibile tutto ciò. In primis il sindaco di Bagnaria Mattia Franza, il sindaco di Godiasco Fabio Riva e i Comuni di Varzi. Casanova Staffora, Ponte Nizza, Cecima e Montesegale, la protezione Civile di Godiasco e Bagnaria, le Pro Loco di Ponte Crenna e San Giovanni, oltrea tutti coloro i quali si sono adoperati per la buona riuscita dell’evento: Mario Bertelegni, Giuseppe Sboarina, Andrea Guerrini, Umberto Lamagni, Fulvio Negrini, Marco Poggi, la scuderia Rally Club Oltrepò, Paolo Contardi, Stefania Pini, Stefano Maroni, Cristian Masante e tutta la sua famiglia, Fran-

cesca e Stefano Delucchi, la compagnia di Gomo, Silvia Gallotti, Anna Sabadin, Paola Pasotti, Daniela Pasotti, Fabio Barbieri, Ermanno Calatroni, Leonardo Galeazzi, il Veteran Car Club Carducci di Casteggio, il simpaticissimo speaker Momo, le famiglie Sala, Contento, e Nembrini, mi scuso se ho dimenticato qualcuno, poi, infine, ma non ultimo, il “Popolo Verde”, che ha lavorato veramente tanto e che nulla ha a che spartire con la politica seppure, come effetto cromatico, sembrava la festa della Lega a Pontida». «Questo verde non è nulla di politico. È un verde speranza, speranza che la gioia e l’amore per la vita che il “Conte” (Vito Antonio Contento) sapeva trasmettere, contagi ancora tutti noi, la speranza che l’amicizia sopravviva a tutto questo è “persempreConte”». Sottolinea Anna Sabadin. Con un nugolo di palloncini bianchi che si innalzavano nel cielo, portando un saluto agli amici che guardavano da lassù, é poi sceso il sipario su di una giornata particolare. di Piero Ventura

Campionato VCCC 2018, il podio assoluto: Crosignani-Crosignani, Tamburelli-Adaglio e Torti-Torti


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Montù Beccaria: esordio assoluto nei rally per Matteo Cassinelli ,

Antonio Madama e Nicola Crevani 15° posizione assoluta

Rally di Carmagnola: Cassinelli - Lavagnini, 7° posto assoluto, 3° di raggruppamento e 2° di classe C’é chi dice che la vita comincia a quarant’anni, forse é così. Matteo Cassinelli, quarantenne di Montù Beccaria é approdato ai rally in occasione della gara piemontese con alle note Ivan Lovagnini che vanta già qualche gara alle spalle, presentando un bigiglietto da visita più che lusinghiero nella gara vinta dagli albesi Sergio Mano e Jessica Radosta su Toyota Celica ST 165. L’equipaggio della scuderia Meteco Corse ha vinto 5 delle 8 prove speciali in programma. In seconda piazza, a 2’39”.8, hanno concluso i torinesi Paolo Pastrone e Mara Miretti su Opel Kadett Gte (Meteco Corse), seguiti dai biellesi Claudio Bergo e Luca Pieri su Toyota Celica ST 165 (Biella Motor Team), terzi a 2’46.2 di distacco Ha invece difeso i colori della Scuderia Piloti Oltrepò di Voghera il debuttante Matteo Cassinelli, all’esordio assoluto nel mondo dei rally con la sua BMW 320i e al fianco Ivan Lovagnini ottenendo un importante 7° posto assoluto, 3° di raggruppamento e 2° di classe. Un risultato che fa ben sperare per il futuro dell’equipaggio oltrepadano. Erano due gli equipaggi della Scuderia Efferre di Romagnese presenti alla prima edizione del Rally Carmagnola storico, disputato lo scorso fine settimana. Gli esiti della gara li ha visti, alla fine, con risultati totalmente diversi. Antonio Madama e Nicola Crevani hanno completato la loro gara, giungendo in 15° posizione assoluta. Il pilota di Casteggio ha via via migliorato la propria prestazione migliorando ad ogni prova e ritrovando il giusto feeling con la Opel Kadett Gte gr.2 nella parte finale della gara. Un risultato che lo soddisfa, visto che Antonio non riusciva a portare al traguardo la propria Opel Kadett dal 4 Regioni 2016, quando arrivò 7° assoluto. Anche per il navigatore Nicola Crevani arriva questo bel risultato, migliorando la 16° posizione ottenuta al 4 Regioni di

quest’anno. Sfortuna invece per l’equipaggio di Ruino composto da Daniele Ruggeri e Marty Marzi in gara con la Fiat 127 Sport nel colori della Media Rally Promotion, fermati da un’uscita di strada quando occupavano la 17esima posizione assoluta

e prima di classe: «Purtroppo sono uscito su un dosso con danni seri alla macchina – dice Ruggeri - abbiamo preso una pianta in pieno con la parte sinistra della vettura. Spero di riuscire ad essere pronto per la Grande Corsa, il prossimo 3 novembre,

in quanto siamo in lotta per la classe nella Michelin Historic Cup e per l’assoluta del TRZ, dove siamo primi di classe e primi di raggruppamento». è finita anzitempo anche la gara degli oltepadani Fabio Saviotti e Susy Ghisoni e la Peugeot 205. La loro gara è finita sulla ps 5 per un incidente, senza conseguenze per l’equipaggio mentre erano in 35° posizione assoluta.

di Piero Ventura

Rally storico Città di Modena Bene Lo Presti - Biglieri

Beniamino Lo Presti e Claudio Biglieri, portacolori della Scuderia Piloti Oltrepò Nel rally modenese in cui c’é stata un’egemonia del marchio Ford. Infatti tre vetture “dell’ovale blu” hanno occupato tutti i gradini del podio assoluto, i portacolori della Scuderia Piloti Oltrepò, Beniamino

Lo Presti e Claudio Biglieri in gara con la Porsche 911 di casa Ova Corse di Voghera, hanno ottenuto la vittoria di classe, il secondo posto di Gruppo ed il 7° nella classifica assoluta. Hanno vinto Lorenzo Gilli

e Simone Giorgio, con una Ford Sierra Cosworth, andando così a bissare il successo dell’anno passato, andando anche a vincere il quarto raggruppamento.

di Piero Ventura


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Il Russell Brookes di Zavattarello: Domenico Mombelli, spettacolo al San Martino di Castrozza Passato un weekend rombante, con la meraviglia della prova spettacolo in paese osannata da pubblico e protagonisti, una coltre di silenzio scende dalle Pale e suggella la fine dell’estate, già i ragazzi sono tornati a scuola. Resta però l’eco dello spettacolo offerto dall’oltrepadano Domenico Mombelli, navigato sulla Ford Escort RS MKI da Marco Leoncini, che per la prima volta salgono sul gradino più alto del podio di classe da quando, lasciata l’Opel Manta nel 2016, si sono dedicati alla Ford Escort. Dopo due ritiri con la vettura dell’ovale blu, al Tuscan Rewind e al Città di Arezzo, hanno ottenuto un buon 2° posto di classe e 9° assoluto al Rally 4 Regioni storico, mentre ora giunge la meritata vittoria nel mitico San Martino. C’é chi, Domenico Mombelli e Marco Leoncini li definisce dei funamboli. Altri, riferendosi a Domenico, lo chiamano Russell Brookes, lo spettacolare pilota inglese imbattibile sulle strade del RAC. A sintetizzare la performance dei portacolori della Paviarally é Marco Leoncini che senza tanti preamboli o giri di parole dice: «Nella prima prova, quella “spettacolo”, corsa in notturna tra le strade della cittadina, abbiamo avuto un problema appena prima della partenza che ha determinato un ritardo e la conseguente penalità, la quale ha contribuito ad alzare il tempo attribuitoci della prova stessa, dovuto in parte anche alla scelta del tipo di pneumatici montati, scelta indirizzata volutamente su gomme usate per fare spettacolo nelle inversioni che il tracciato cittadino offriva. Il giorno successivo, quando si é iniziato a fare sul serio, nelle prime 3 prove speciali, senza esagerare, abbiamo pensato a divertirci

Mombelli - Leoncini su Ford Escort RS MKI

con i tanti tornanti ed inversioni che il percorso proponeva. Se pensiamo che in una sola pagina di note della prova Manghen, ho segnato ben 10 tornanti ed 1 inversione… la dice lunga. Sono state poi sospese 2 prove; la prima per la paurosa uscita di strada della Fiat 131 Racing di Riccardo Canteri e Pierino Leso, prontamente soccorsi dai mezzi dell’organizzazione e ricoverati in ospedale con tanta paura ma

fortunatamente con piccole conseguenze per l’ equipaggio e la seconda per l’impossibilità di rimuovere l’Opel Ascona 400 di Nerobutto-Battisti dalla carreggiata dopo che aveva sbattuto. A quel punto, non ci rimaneva che affrontare l’ultima prova speciale con l’obiettivo di portare a termine il rally. Obiettivo raggiunto, soddisfatti di aver concluso una gara molto impegnativa, ben organizzata, immersa in un paesaggio

mozzafiato “le montagne dolomitiche”. La classifica ci onorato di un 13‘ posto assoluto, 1‘ di Classe e 2° di Gruppo». La gara é stata vinta da Agostino Iccolti e Lucia Zambiasi su Porsche 911 Rs 3.0 del Team Bassano, affiancati sul podio da Maurizio Pioner e Bruna Ugolini su Lancia Delta Integrale e da Andrea Montemezzo e Andrea Fiorin su Opel Kadett Gsi. di Piero Ventura


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Rally Isola d’Elba, gara sfortunata per Andrea Botti Il siculo Totò Riolo con il toscano Alessandro Floris alle note sulla Subaru Legacy CST Sport, hanno dominato e vinto il rally dell’Isola d’Elba, tagliando per primi il traguardo di Capoliveri. Al secondo posto, al termine di una gara sofferta, in cui ha patito problemi al cambio, è giunto il vicentino ‘’Lucky’’ Battistolli, navigato dalla torinese Fabrizia Pons, a bordo della Lancia Delta Hf Integrale Rally Club Team. Terzo gradino del podio per i valtellinesi Lucio Da Zanche e Daniele De Luis con la Porsche 911 SCRS Gruppo B nei colori della scuderia Rododendri Historic Rally. Nella penultima prova del CIR Auto Storiche 2018 e del Campionato Europeo, non c’é stata invece fortuna per il driver di Zavattarello Andrea Botti, infatti, il portacolori della Paviarally navigato da Ruggero Tedeschi (Efferre) sulla Lancia Beta Montecarlo Gruppo 4, dopo un buon avvio sulla PS1 di “Due Colli”, allo start della successiva e spettacolare prova cittadina di Capoliveri, sulla Lancia del driver pavese si é rotta la leva del cambio costringendolo ad uno stop anticipato. Ai portacolori della

Andrea Botti, driver di Zavattarello, navigato da Ruggero Tedeschi

Paviarally non é rimasto altro che rientrare in gara con la formula del Super Rally e una forte penalizzazione. Ennesima facezia della malasorte quindi. Pare proprio che l’equipaggio pavese non riesca ad entrare nelle grazie della dea bendata. Dopo i ritiri patiti per noie meccaniche nel 2017 che ne hanno segnata l’annata, questa stagione per Botti-Tedeschi, sembrava che le

cose girassero nel verso giusto e nonostante siano passati tra mille traversie, hanno agguantato un lusinghiero terzo posto di classe al Rally 4 Regioni Storico. All’Elba avevano le carte in regola per fare bene, ma come detto, ancora una volta la sfortuna ci ha messo lo zampino. «è stato veramente un peccato – ha commentato Botti – la vettura girava bene e dopo un avvio

guardingo sulla PS1, visto anche i tre giorni di gara da affrontare, ci siamo presentati allo start della PS2, la prova spettacolo nel centro di Capoliveri, sicuri di fare bene. Scattati al via della prova, nel passaggio dalla prima alla seconda marcia, la leva si é spezzata all’altezza dell’innesto, lasciando i cambio in folle. Colmo della sfortuna, se fosse entrata la seconda marcia, avremmo potuto disputare la tortuosissima prova per poi riparare il guasto, ma non é andata così. Abbiamo parcheggiato la vettura pochi metri dopo lo start terminando terminando da spettatori il prologo della gara. Siamo rientrati nell’ultima tappa con la formula de Super Rally. La vettura ha confermato di girare bene, ci siamo divertiti tantissimo facendo segnare buoni riscontri cronometrici nella nostra classe che alla fine ci ha visti classificati al 4° posto. Ora valuteremo il prosieguo della stagione. Probabilmente torneremo in gara a Chieri, i primi di novembre, al Rally “La Corsa dei Campioni”». di Piero Ventura

I fratelli Ercolani: «1500 km in tre giorni... con la 600! Siamo pazzi, o davvero appassionati?» .

Trecentoventi equipaggi provenienti da ogni parte del mondo, in rappresentanza di 20 Paesi: Argentina, Australia, Austria, Belgio, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Lussemburgo, Messico, Olanda, Polonia, Principato di Monaco, Repubblica Ceca, Russia, Singapore, Spagna, Svizzera e Stati Uniti. 43 invece le case automobilistiche, dalle italiane Maserati, Fiat, Lancia, Alfa Romeo, OM e Ferrari alle inglesi Triumph, Jaguar, Aston Martin e Bentley; dalle statunitensi Ford, Chrysler e Chevrolet, alle tedesche Mercedes, BMW e Porsche fino alle pursang francesi firmate Ettore Bugatti. Tutto questo aggiunto ai 1070 km di gara sono stati i numeri del 28° Gran Premio Nuvolari organizzato da Mantova Corse con Automobile Club Mantova e Museo Tazio Nuvolari, in cui i portacolori del Veteran Car Club Carducci di Casteggio, i vogheresi Stefano e Gianfranco Ercolani hanno agguantato uno strepitoso 11° posto assoluto. La manifestazione era riservata ad automobili d’interesse storico costruite tra il 1919 e il 1972, che partendo da Mantova, attraverso la Pianura Padana, hanno poi raggiunto la Riviera Adriatica, e da lì, via verso le bellezze di Toscana, Umbria

Gran Premio Nuvolari: 320 equipaggi provenienti da ogni parte del mondo e 1070 Km di gara e Marche prima di risalire verso Rimini. Poi, il passaggio da Cesena, Meldola, Forlì e Faenza, ospiti della Scuderia Toro Rosso. Dopo le prove del Circuito Ariosteo di Ferrara, il rientro a Mantova, città natale di Tazio Nuvolari, dove i protagonisti sono sfilati sul palco di piazza Sordello. Tra i concorrenti in gara, anche il due volte campione del mondo rally, Miki Biasion al volante dell’Alfa Romeo 1900 C Super Sprint del 1956 e Adriano Panatta su Jaguar XK120 OTS del 1952. Dopo oltre 1000 chilometri di gara, l’equipaggio composto da Moceri-Bonetti, al volante di una Fiat 508 C del 1939, si é aggiudicato l’edizione 2018 del Gp Nuvolari. Al secondo posto si è posizionata la coppia bresciana di Andrea Vesco e Andrea Guerini a bordo di un’Alfa Romeo 6C 1750 SS Zagato del 1929, vincitori di ben

Gianfranco e Stefano Ercolani, vogheresi, hanno agguantato uno strepitoso 11° posto assoluto

7 edizioni del Gran Premio mantovano e autori di una formidabile rimonta nelle ultime prove. Grande performance anche per il terzo equipaggio classificato, Di PietraDi Pietra, padre e figlio alla guida di una Fiat 508 C del 1938, che hanno tallonato i vincitori della gara per quasi tutta la corsa. Come detto in apertura, eccezionale prestazione dei fratelli oltrepadani Ercolani, vincitori nella classe E3 e splendidamente undicesimi assoluti, un risultato mai raggiunto in precedenza da un portacolori del VCCC di Casteggio: «La soddisfazione é doppia – dice Stefano Ercolani - anzitut-

to aver disputato il “Nuvolari” con mio fratello Gianfranco e con la macchina che più mi piace, la Fiat 600... essere arrivati è stato un successo, il risultato agonistico è per noi di valore ma di secondo ordine rispetto alle piazze e ai paesi che abbiamo visitato che sono diventati protagonisti di una corsa a tutta velocità... e con la Fiat 600 del 1960 è stato impegnativo ma parecchio divertente. E per non farci mancare nulla siamo andati a Mantova in macchina, 1500 km in tre giorni... con la 600! Siamo pazzi, o davvero appassionati?». di Piero Ventura


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Rally Adriatico: “capottone” per Davide Nicelli Gli sterrati marchigiani sono un palcoscenico dolcissimo per Damiano De Tommaso, 22enne pilota di Ispra, che da adesso in avanti potrà vantare uno “scudetto” del rally. Grazie al secondo posto di categoria colto al 25° Rally Adriatico, De Tommaso ha infatti conquistato il titolo di Campione Italiano Junior, massimo riconoscimento giovanile del rallysmo nazionale con una prova d’anticipo. Al secondo posto provvisorio troviamo Andrea Mazzocchi in coppia con la rivazzanese Silvia Gallotti a pari punti (42) con il toscano Ciuffi vincitore a Cingoli. La trasferta marchigiana ha fruttato però punti preziosi in ottica Trofeo Peugeot Top ad Andrea Mazzocchi e Silvia Gallotti i quali sono riusciti a conquistare un importante podio tra i trofeisti della casa del leone corrispondente alla quarta piazza di categoria, la R2B. Con la Peugeot 208 curata dalla Vieffecorse, il driver piacentino e la pavese Silvia Gallotti hanno raggiunto l’obiettivo principale che, data la scarsissima esperienza su terra, era quello di raggiungere il traguardo con il maggior numero di punti possibili; la vittoria della Power Stage nel corso della prima giornata di gara ha fruttato tre pesantissimi punti utili se non addirittura fondamentali all’economia della stagione; ora, con ancora il 2Valli da disputare, Mazzocchi è secondo in graduatoria con 50 punti: solo tre meno di Ciuffi. A Verona, tra un mese, tra scarti, Power Stage e gara, si profilerà il vincitore! Sulla terra del Rally dell’Adriatico, Mazzocchi-Gallotti hanno mostrato grande crecita su questo fondo. Tempi di grande rilievo: 5 volte terzi, 3 volte secondi e come detto: vittoria nella Power Stage. Per loro, senza il problema alla frizione, sarebbe stata un’altra storia. Un “capottone” invece, ha complicao ma non fermato la gara di Davide Nicelli, il quale, nonostante l’inconveniente ha portato caparbiamente a termine la gara. «è stata un rally davvero duro, proprio come avevo previsto - spiega il driver oltrepadano che ha corso con una Peugeot 208R2 del team ByBianchi, navigato da Mattioda – Nella prima giornata di gara stava andando tutto abbastanza bene, nonostante 10 secondi di penalità per una partenza anticipata. La seconda giornata di gara è stata invece un disastroso. Sulla prima prova speciale, dopo solo un chilometro, siamo volati fuori strada, capottando. Abbiamo perso tantissimo tempo, ma nonostante la vettura fosse parecchio danneggiata, siamo riusciti a proseguire e raggiungere il parco assistenza. Grazie al rapido e impeccabile lavoro del team, che é riuscito nell’audace impresa di rimettermi a nuovo la macchina, siamo ripartiti per le restanti prove, anche se ormai la

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Top Five Campionato Italiano Rally Junior Classifica dopo 5 prove:

1 Damiano De Tommaso 62 2 Andrea Mazzocchi 42 3 Tommaso Ciuffi 42 4 Davide Nicelli 31 5 Jacopo Trevisani 2

classifica era compromessa. Guardiamo alla gara conclusa come ad un’occasione per fare esperienza sulla terra e per racimolare qualche punto in campionato: sesti dello junior, quarti del trofeo Peugeot e terzi tra le due ruote motrici. Ora si ritorna sull’asfalto al 2 Valli dove cercheremo di chiudere la stagione al meglio». di Piero Ventura

La Peugeot danneggiata di Davide Nicelli

L’Equipaggio Mazzocchi - Gallotti su Peugeot 208, vince la Power Stage

Poca Fortuna per “Tigo” Salviotti in Valtellina A cause di problemi meccanici, c’é stato un amaro ritiro sulla penultima prova speciale al rally Valtellina per Andrea “Tigo” Salviotti navigato da Mattia Domenichella. Oltretutto, il driver vogherese ha patito anche di problemi elettrici sulla Citroen Saxo Gruppo N fin dai primi metri di gara

perdendo per strada tempo prezioso. Al portacolori della Efferre Motorsport di Romagnese, rimane però la soddisfazione di aver vinto la classe N2 nella prova cittadina di Morbegno che gli é valso il 15 tempo assoluto. di Piero Ventura

“Tigo” Salviotti


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Il Periodico News - OTTOBRE 2018 N°135  

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