Il Periodico News - MAGGIO 2018 N°130

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L’OLTREPò DEL VINO “Cambiare mentalità prima di fare pubblicità”

Anno 12 - N° 130 MAGGIO 2018

20.000 copie in Oltrepò Pavese

pagina 21

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - 70% - LO/PV

CASTEGGIO I «prof» di Harry Potter sbarcano in città

pagina 43

godiasco salice terme Non vorrei che delle Terme di Salice si facesse uno spezzatino

La vicenda Terme, come ampiamente previsto in tempi non sospetti e nel corso degli ultimi anni su queste pagine, è finita come... pagina 35

VARZI Rivoluzione tra i banchi: sbarca il metodo Montessori Il metodo Montessori, che si propone di rivoluzionare la tecnica di insegnamento e apprendimento, arriverà nei plessi di Varzi e Zavattarello... pagina 36 - 37

bressana bottarone

Giancarla Mangiarotti, assessore ai servizi sociali del Comune di Bressana Bottarone, ha lanciato i corsi per disoccupati nel 2017-2018...

pizzale Faiello: «Il sindaco avrebbe dovuto prendersi la presidenza dell’Unione»

pagina 30

santa margherita staffora è Cegni la “piccola Svizzera” della Valle Staffora

Non sono tanto i numeri quanto lo stile di vita e le dinamiche che lo regolano a rendere il piccolo borgo di Cegni un posto fuori dal... pagina 39

pagina 4

news

pagina 3

Elezioni regionali: «Il nostro territorio non ha avuto forza per imporre un candidato»

pagina 44

Sembra infinita la vicenda che oppone il Comune di Pizzale a quelli di Cervesina e Pancarana, i quali, fino al 1° gennaio 2016...

Voghera, Marina Azzaretti, doti che ormai in tutta la città, ed oltre i confini cittadini, moltissime persone le riconoscono. L’abbiamo incontrata per un’intervista a largo spettro.

Il piano Marshall fu un piano politico-economico statunitense per la ricostruzione dell’Europa dopo la devastazione della seconda guerra mondiale. L’Italia, uscita sconfitta e distrutta dal conflitto, fu una delle nazioni europee, dopo la Germania, che più beneficiò di questo piano di aiuti. Gli USA stanziarono fondi che permisero in soli cinque anni l’apertura di numerosi cantieri che consentirono la realizzazione di opere importanti per la ripresa economica, come la ricostruzione di: linee ferroviarie, strade, ponti, acquedotti, fognature, case, industrie… Insomma grazie al piano Marshall l’Italia ripartì e assistette, negli anni ’60 e ’70, al boom economico. Io non so quanti soldi arrivarono a quei tempi per il nostro territorio, non penso molti. L’Oltrepò grazie a Dio fu sì colpito dalla guerra ma meno rispetto ad altre...

oltre

Corsi di formazione gratuiti per disoccupati

Passionalità, impegno, dedizione, costanza. Sembra la descrizione della personalità di un campione sportivo, sono invece le doti dell’Assessore alla Cultura (ed alcune deleghe in più) del Comune di

MILIONI DI FINANZIAMENTI IN OLTREPò: “SIGNORI SE MAGNA”

il Periodico

I cittadini di Casteggio si sono abituati, negli ultimi anni, a scorgere di tanto in tanto lunghe code di persone nei pressi della Certosa Cantù...

Voghera - Castello Visconteo, Teatro e Casino Sociale e l’impegno “No Slot”

Case Famiglia «Con la nuova legge 400 posti a rischio» Cambiano le norme che regolano le cosiddette “case famiglia”, le residenze private per la cura degli anziani che negli anni scorsi hanno vissuto un vero e proprio boom in Oltrepò Pavese... pagina 29

In due mandati consecutivi come primo cittadino rivanazzanese, dal 2007 al 2017, ha non solo cambiato il nome del paese, integrando la dicitura “Terme”, ma ne ha, a detta della quasi totalità degli abitanti, cambiato, elevandoli, la vivibilità, la bellezza, il commercio, l’attrattiva, la gestione. Abbiamo incontrato l’attuale vice-sindaco, Romano pagina 33 Ferrari.

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LA TRIPPA

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STANNO ARRIVANDO MILIONI DI FINANZIAMENTI IN OLTREPò: “SIGNORI SE MAGNA” Il piano Marshall fu un piano politicoeconomico statunitense per la ricostruzione dell’Europa dopo la devastazione della seconda guerra mondiale. L’Italia, uscita sconfitta e distrutta dal conflitto, fu una delle nazioni europee, dopo la Germania, che più beneficiò di questo piano di aiuti. Gli USA stanziarono fondi che permisero in soli cinque anni l’apertura di numerosi cantieri che consentirono la realizzazione di opere importanti per la ripresa economica, come la ricostruzione di: linee ferroviarie, strade, ponti, acquedotti, fognature, case, industrie… Insomma grazie al piano Marshall l’Italia ripartì e assistette, negli anni ’60 e ’70, al boom economico. Io non so quanti soldi arrivarono a quei tempi per il nostro territorio, non penso molti. L’Oltrepò grazie a Dio fu sì colpito dalla guerra ma meno rispetto ad altre zone d’Italia che ne uscirono invece completamente devastate. Comunque l’Oltrepò del primo dopoguerra, rispetto ad altre aree italiane, era sicuramente caratterizzato dal benessere economico, benessere superiore, pur essendo tempi duri per tutti, ad altre parti anche del nord Italia. Dalla fine della seconda guerra mondiale sono passati 73 anni e l’Italia, dal lontano 1945, non ha più visto conflitti dilaniare il territorio, eppure l’Oltrepò sembra una zona uscita dalla guerra. Le strade sono distrutte, non dai bombardamenti, ma dall’incuria, le voragini del manto stradale non sono dovute alle bombe sganciate da “Pippo”, il bombardiere inglese che ogni notte passava sull’Oltrepò, Pippo non passa più, eppure crateri, smottamenti e frane sono in ogni dove. Qualcuno dice: “Fossero solo questi i problemi dell’Oltrepò”. Vero, i problemi sono anche altri. C’è lo spopolamento dell’alto Oltrepò, anche se qualcuno, coraggiosamente, rimane con l’intento di rilanciare le attività agricole e turistiche. C’è il problema delle innumerevoli sigle che denominano le varie associazioni, (praticamente ne nasce una al mese), che si dovrebbero occupare del rilancio turistico ed economico e della promozione dei prodotti tipici del territorio; una pletora di associazioni ed enti che forse più che occuparsi del rilancio dell’Oltrepò si preoccupano di arraffare finanziamenti a destra e a sinistra per automantenersi. Il problema è che anche senza i bombardieri americani, che hanno distrutto i ponti a sud del Po per impedire la ritirata ai tedeschi, i ponti sono ancora quelli costruiti forse da prima di quando “C’era lui ed i treni arrivavano in orario”, tanto per prenderla sul ridere. Una risatina, non troppo fragorosa perché i ponti di collegamento dell’Oltrepò con il resto della Lombardia come quello della Becca e di Casei Gerola, e gli altri non sono messi meglio, sono

in corso di manutenzione o parzialmente chiusi o parzialmente agibili… in sostanza sono parzialmente usufruibili. Il problema è che di grandi industrie, a parte un paio, forse, non ce ne sono più; la media industria ha subito un notevole arresto, molti hanno chiuso, restano molte, tante, piccolissime realtà imprenditoriali che facendo i salti mortali cercano di sopravvivere. Del mondo del vino abbiamo già parlato diffusamente in altre occasioni: siamo una delle zone d’Italia con la più alta produzione e contemporaneamente siamo una delle zone italiane meno conosciute e con i vini meno valorizzati, a parte quelli venduti in cisterna, ma su questo è meglio stendere un velo pietoso. Avremmo potuto avere un prodotto alimentare, oltre al vino naturalmente, che poteva far da traino: il salame di Varzi. Prodotto incagliatosi a livello commerciale, non voglio entrare nel merito di quanto il salame di Varzi oggi sia più o meno buono di quello di una volta, il salame di Varzi è conosciuto, a parte qualche rara eccezione che conferma la regola, nel raggio di 50 o 60 km e non al grande pubblico come è ad esempio il salame di Felino che pur essendo partito nel dopoguerra, insieme

al salame di Varzi, è più conosciuto e non solo in tutta Italia, ma in tutto il mondo, questo nonostante, a mio personalissimo giudizio, il salame di Varzi sia ben più buono del rinomato salame di Felino. L’unica cosa che sembra funzionare e le uniche famiglie che sembrano avere un reddito certo sono quelle che al loro interno vantano un membro impiegato nelle varie pubbliche o para-pubbliche amministrazioni. Sì perché in Oltrepò, negli anni in cui si poteva fare il salto di qualità a livello imprenditoriale e commerciale, alcuni hanno preferito trovare un posto sicuro presso un ente statale o parastatale, regionale, provinciale, comunale, socio-sanitario... grazie in tantissimi casi, al 99% dei casi, alla benevola spintarella del politico locale. Da quel momento si è innescato un problema: molti di questi fortunati del posto fisso… avevano ed hanno molto tempo libero e quindi molti si sono dati alla politica e in base alle loro esperienze professionali, si fa per dire… hanno gestito, a vari livelli, politicamente l’Oltrepò e i risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti. L’unica cosa del quale bisogna dare atto a questi politici, che hanno e che stanno governando, è che di riffa o raffa hanno

portato tanti finanziamenti per l’Oltrepò, e sono stati veramente tanti, ma basta guardarsi intorno per rendersi conto che molti di questi finanziamenti sono anche stati buttati. Non temete, un nuovo piano Marshall sembra essere all’orizzonte: a più riprese molti politici, molto spesso sempre i soliti, in questi mesi hanno affermato e fatto scrivere, che stanno arrivando altri soldi ed effettivamente sembra che debbano arrivare 18 milioni di euro per l’area alto Oltrepò Pavese – Appennino Lombardo e altri pare debbano arrivare da varie fondazioni, enti e compagnia cantando. Purtroppo io ho una certezza, data dall’esperienza e l’esperienza insegna, che coloro che si occuperanno della gestione di questi finanziamenti saranno gli stessi uomini, dirigenti, tecnici che hanno gestito i soldi arrivati negli ultimi anni, allora i soldi che arriveranno saranno anche in questo caso buttati! Buttati in progetti dai nomi altisonanti senza capo nè coda. A titolo esemplificativo, ma non esaustivo, tutte le volte che penso ai soldi ultimamente buttati mi vengono in mente i sentieri dell’alto Oltrepò, un progetto concepito male e realizzato peggio: sentieri per la stragrande maggioranza dei casi segnati solo sulla carta, in altri casi tracciati così tanto per dire… con pezzi di sentieri o parti di essi mancanti, così come sembrano essere sparite nel nulla rispetto al progetto originale alcune, molte, tante... aree di sosta mancanti, o i molti sentieri che a distanza di pochi mesi già non esistono più. Ecco se i soldi che arriveranno saranno gestiti ed appaltati dagli stessi uomini e con gli stessi “sistemi” non ci sarà nessun piano Marshall che possa aiutare l’Oltrepò. Forse più che un nuovo piano Marshall, per chi è credente, per salvare l’Oltrepo dai molti politici e burocrati che lo gestiscono, sarebbe necessario un bel pellegrinaggio a Lourdes! Non si sa mai che tra i tanti miracoli possa venire anche un qualcosa di buono per l’Oltrepò. Una cosa buona è già successa a dire il vero, alcuni politici, burocrati e tecnici vari ed eventuali, alla confermata notizia che stanno arrivando i soldi dei finanziamenti, tanti milioni, mica noccioline… con le loro facce rubizze, tutti seduti intorno al tavolo degli appalti hanno detto: “Signori se magna!” Sembra che trattative per la gestione degli appalti a tal proposito siano già ben avviate, non per i progetti o per la loro realizzazione a prezzi corretti e affidati ad aziende di chiara competenza ma ad aziende di amici e parenti. Ecco il tutto è ben avviato per il “se magna!” però….. di Antonio La Trippa


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Castello Visconteo, Teatro e Casino Sociale e l’impegno “No Slot” Passionalità, impegno, dedizione, costanza. Sembra la descrizione della personalità di un campione sportivo, sono invece le doti dell’Assessore alla Cultura (ed alcune deleghe in più) del Comune di Voghera, Marina Azzaretti, doti che ormai in tutta la città, ed oltre i confini cittadini, moltissime persone le riconoscono. L’abbiamo incontrata per un’intervista a largo spettro. Iniziamo dall’imminente Fiera dell’ Ascensione? «La Fiera dell’Ascensione quest’anno, per scelta della nostra Amministrazione ed oggettiva difficoltà degli Uffici interni, è stata data in appalto ad una ditta esterna, ovviamente esperta nel settore. è stato realizzato un bando di gara ed affidata esternamente». è la prima volta che si opera in questo modo? «Vede, l’organizzazione e la realizzazione della Fiera sono complesse ed impegnative. Negli scorsi anni, il dirigente responsabile è stato il Comandante della Polizia Municipale, il quale ha già tante incombenze, così come gli altri Dirigenti coinvolti, ed i loro uffici. è stata scelta questa via anche per riscontrare la possibilità di avere un’innovazione, l’inserimento, magari, di qualche novità da noi mai realizzata precedentemente»

«Credo che chi fa politica sia sempre in campagna elettorale, non si smette mai...» Quindi tutto il personale addetto sarà esterno? «Non conosco sinceramente i termini di gestione, e ritengo non sia neppure mia competenza addentrarmi in un settore che, oltremodo, non riguarda le mie deleghe d’assessorato. Posso dirle che anch’io ho comunque avuto una bella mole di lavoro da svolgere, e mi riferisco alle varie iniziative culturali che ho realizzato come eventi collaterali». Ce ne vuole parlare? «Assolutamente! Come di consueto, da quando sono stata nominata, ho organizzato l’apertura del Castello Visconteo, quest’anno con una mostra di pittura importante riguardante il 50mo Anniversario di Gerico. Il piano superiore del Castello ospiterà appunto questa straordinaria mostra, mentre al piano terra ho inserito una mostra fotografica significativa. Il tutto avrà come data d’inaugurazione il prossimo 5 Maggio, fino al 3 Giugno. Mi preme anche annunciare che, appena disinstallata la mostra pittori-

Marina Azzaretti ca di Gerico, il Castello Visconteo ospiterà una bellissima esposizione di materiale originale sugli indiani d’America, che durerà fino a Luglio». Così facendo, però, ottiene, mi passi il termine, uno spostamento del baricentro d’interesse dallo spazio fieristico al Castello... «Ci saranno altri eventi culturali nell’emeroteca antistante lo spazio fieristico, presentazioni letterarie ed altre iniziative. Mi preme realizzare diversi e svariati eventi, anche in collaborazione con le Associazioni cittadine, per far sì che la città venga frequentata il più possibile da un pubblico eterogeneo, non solo vogherese. Non parlerei di spostamento del baricentro: parlerei di accentramento d’interesse dall’esterno all’interno, di pubblico che entra in città per viverla!». La conclusione della Fiera avrà sempre i fuochi d’artificio protagonisti? «Sì, certo. Così come ci saranno le tradizionali bancarelle che si snodano per le vie». La gestione della Ditta esterna riguarda quindi solo lo spazio della ex-caserma di cavalleria? «E lo spazio agricolo, Piazzale Fermi. Diciamo, in buona sostanza, che le linee generali organizzative rimarranno le stesse, mi auguro con un plus di appeal apportato dal nuovo gestore in appalto...». Sono in arrivo anche altre iniziative estive per la città? «Abbiamo già individuato le date per feste a tema “No Slot”, che vogliono essere momenti ludici di socializzazione per far capire, soprattutto ai giovani, che ci si può divertire in maniera più sana, socializzando di più. Il 14 Giugno in Piazza San Bovo ed il 21 Giugno in Piazza Meardi allestiremo 500 mq di giochi d’una volta, le anticipazioni dell’ormai tradizionale Voghera’s Got Talent ed a seguire un gruppo musicale, per far ballare anche il pubblico più adulto! Un messaggio positivo di stimolo a divertirsi in maniera sana invece di giocare alle slot machines... Il 28 Giugno ci sarà la consue-

ta serata a ricordo del compianto Benito Matti. Inutile credo dire che siamo, in più, disponibili a sostenere ogni attività commerciale, quindi privata, che si volesse aggiungere al nostro palinsesto organizzato. Stiamo inoltre lavorando alla ricerca di risorse per organizzare Voghera Sotto le Stelle, a luglio, ed a settembre, insieme al sindaco Carlo Barbieri, stiamo pianificando un importante evento di marketing territoriale, all’interno del progetto Attract». Passiamo ad un argomento attualissimo, che credo sia motivo d’orgoglio e soddisfazione per la Giunta e per lei, e mi riferisco alle opere di ristrutturazione della Caserma di Via Gramsci... «Io sono veramente molto soddisfatta...». Mi scusi, la blocco subito. Alcuni detrattori hanno già espresso il parere negativo, citando il progetto come una semplicissima sostituzione della ghiaia antistante la struttura con un marciapiede... «Io ritengo che una riqualificazione di un tratto effettivamente ghiaioso, attiguo all’entrata della caserma, con un bel giardino ed un passaggio pedonale elegante sia comunque abbellire e soprattutto dare decoro all’area. Noi dobbiamo rendere attrattiva quell’area, per appunto attirare investitori che, con le loro attività, diano linfa commerciale alla città. La riqualificazione prevede si la sistemazione e l’abbellimento del passo pedonale e del verde, ma anche il potenziamento dell’illuminazione per i passaggi pedonali per raggiungerlo! è un primo step dovuto, anche per il fatto che finalmente la Caserma è stata parzialmente lottizzata, frazionata in 3 lotti, che potranno essere interessanti per imprenditori: e qualche possibilità interessante si è già palesata. Saranno presenti, mi auguro, attività produttive, commerciali, turistiche, etc, etc, etc». Abbiamo un’idea dei tempi? «Il lavoro di riqualifica, appena recepito lo stanziamento regionale, passerà in variazione di bilancio, e poi partiranno il lavori,

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nell’autunno prossimo...». Quali altri interventi importanti bollono in pentola? «Certamente il restauro del Teatro Sociale, il cui bando dovrebbe uscire a breve, in questi giorni proprio, ed abbiamo manifestazioni d’interesse da parte di una ventina di ditte, tutte con qualifiche e specialità tali da poter accedere alla gara ! è in corso la verifica dei requisiti amministrativi dei soggetti e dei permessi. La commissione sarà composta da due membri interni ed uno esterno, che procederanno, al termine delle verifiche, all’assegnazione. Pensiamo entro l’estate di far partire i lavori, per concluderli ad inizio 2020. Sono lavori che riguardano soprattutto l’impiantistica e la decorazione, essendo sana la struttura portante. Ci sarà, ad esempio da intervenire al rifacimento di una parte di pavimentazione, degli affreschi, della cupola, ma il telaio è solido! Importante è partire velocemente con la strutturazione dell’organismo che poi gestirà la struttura, in modo di avere il tempo, una volta pronta la struttura, di dare continuità operativa in maniera attenta, anche dal punto di vista economico. Ed inoltre, con l’approvazione ed il forte sostegno del sindaco Barbieri, ho individuato la possibilità di reperire le necessarie risorse per intervenire anche sul recupero dell’attiguo Casino Sociale e così far sì che la nostra amministrazione possa restituire alla città il totale del Monumento fruibile nella sua completezza! è in corso di verifica la percorribilità della via individuata al reperimento, come sempre esterno, dei fondi necessari. Io, da parte mia, ovviamente ci spero tantissimo, e ci stiamo alacremente lavorando nel massimo impegno!». La Campagna Elettorale per il 2020 è già iniziata? «Credo che chi fa politica sia sempre in campagna elettorale, non si smette mai...». Ha buone speranze sulla riconferma del Centro-Destra alla guida cittadina? Ritengo di sì, anche alla luce delle recenti elezioni politiche. Penso che i nostri cittadini riconoscano l’impegno che abbiamo profuso, nonostante le mille difficoltà che un’amministrazione sopporta nei confronti del Governo centrale, in questi anni». Quale potrebbe essere la mission futura? «Fare rete! Assolutamente fare rete, per finalmente cavalcare in modo vincente le straordinarie possibilità della nostra città e del nostro territorio! Portare qui aziende, avere una visione strategica a medio-lungo termine globale, non per settore. Abbiamo ancora tante risorse che devono essere messe in gioco, che per un po’ di eccesso d’individualismo non sfruttiamo! La rete è fondamentale, l’asse della Valle Staffora deve diventare una rete vincente! di Lele Baiardi


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«Rocca coordinatore locale di Forza Italia non pare godere di “buona salute”» Pier Ezio Ghezzi, leader dello schieramento di centro sinistra uscito per pochi voti sconfitto allo scorso ballottaggio, sembra sempre più intenzionato a prendersi una rivincita alle prossime elezioni. La carne al fuoco è tanta e Ghezzi affronta tutti gli argomenti senza peli sulla lingua, offrendoci una “sua” fotografia del panorama politico vogherese anche alla luce degli ultimissimi episodi. Cosa sta succedendo a Voghera? Si registra una battaglia di forte contrasto del Pd contro la giunta... «Vi è solo l’imbarazzo della scelta. E il contrasto non è solo nostro ma di tutta l’opposizione. Vi sono così tanti problemi lasciati insoluti dalla giunta che non so da che parte cominciare. Alcuni per la loro importanza, ci stanno particolarmente a cuore: l’ospedale, la ludopatia, la raccolta dei rifiuti e il destino del gruppo ASM, ormai fuori controllo e privo di trasparenza». Iniziamo dall’ospedale... «Da almeno 3 anni raccogliamo le richieste di aiuto dei medici e degli operatori sanitari per fermare il declino di questa struttura: diminuzione dei posti letto, chiusura parziale dei reparti, Primari che non arrivano mai, Pronto Soccorso al collasso quotidiano, guardie mediche a rischio. Roberto Gallotti, nostro consigliere comunale segue giorno per giorno le questioni. I sindacati stanno combattendo anche loro a difesa dei livelli occupazionali e degli standard di servizio. Barbieri e l’assessore regionale alla sanità, in campagna elettorale, avevano promesso la risoluzione di tutte le questioni sul tappeto, ma “passata la festa, gabbato lo santo”. Chi li ha più sentiti? Da tre anni chiediamo che il Sindaco picchi i pugni sul tavolo, ma Barbieri è stato muto sino a quando ha saputo che il 7 maggio presenteremo in consiglio comunale un ordine del giorno sui disservizi. Vedremo se il centro-destra lo voterà. Solo adesso Barbieri, dopo tre anni, ha chiesto un incontro con il direttore generale dell’ASST. A Voghera il diritto alla salute non è più garantito». Ludopatia: Voghera come Las Vegas? «Voghera è diventata, con la giunta Barbieri, la capitale italiana del gioco d’azzardo: 2000 euro all’anno per abitante giocati e una slot ogni 98 abitanti. L’arrembaggio alla città continua: negli ultimi mesi due nuove sale da gioco, pare di essere a Las Vegas. Gli assessorati promuovono corsi nelle scuole contro i rischi della ludopatia e le manifestazioni in piazza, ma il vero baluardo da costruire è il regolamento comunale che impedisca nuove aperture. Lo chiediamo da due anni, anche la Lega sta battagliando, ma con la scusa di aspettare quello provinciale, la giunta Barbieri non fa nulla. Lo presenteremo noi». Raccolta differenziata?

Anche qui non si sa se ridere o piangere. Barbieri ha portato Voghera all’ultimo posto in Lombardia con il 39% di raccolta. Il Sud ha risultati migliori. Dopo il disastro della differenziata gestito dai suoi uomini e subito sospeso, pare adesso che si voglia utilizzare la raccolta con il tesserino magnetico, facendo pagare ai cittadini i soli rifiuti che producono. È una rivoluzione che necessita di una forte coinvolgimento della popolazione e un forte capacità organizzativa di ASM. è come passar dal motorino alla Ferrari. Invece di fare il passo come la lunghezza della gamba, per recuperare, fanno il salto nel buio. Prevedo mesi con i cassonetti con i rifiuti accatastati fuori, sempre, naturalmente se partiranno». Abbiamo letto anche del ricorso di alcuni cittadini sulla Tari (tassa rifiuti) «Il Comune deve affrontare il ricorso di Federconsumatori contro il regolamento che prevede pagamenti aggiuntivi per box e cantine. In Consiglio comunale la consigliera Balduzzi ha ben spiegato la questione e il Ministero delle Finanze ha rivolto al Sindaco l’invito a modificare il regolamento. Ora la parola spetta alle commissioni tributarie. Di sicuro, in caso di successo del ricorso, ci opporremo ad ogni aumento che dovesse gravare sulle famiglie senza box».

«Lo scontro dentro Forza Italia continua senza esclusione di colpi con l’obiettivo di estromettere definitivamente l’attuale sindaco» Un altro tema “caldo” è, da sempre, Asm. Questa volta avete messo nel mirino la società del gas e della energia elettrica, Asm Vendita e Servizi. Perchè? «Per la verità nel mirino si sono messi da soli. Hanno rifiutato di fornirci l’elenco dei clienti che non pagano da anni e continuano ad essere ugualmente alimentati. Hanno rifiutato di fornirci i criteri con cui selezionano i candidati per le assunzioni, aumentando poi l’organico del 70% con le assunzioni clientelari. Hanno rifiutato di fornirci i giustificativi delle spese degli amministratori, dimenticandosi che si spendono i soldi dei vogheresi». Quindi che succederà? Quale sarà il vostro prossimo passo? «Lo sapremo il 7 maggio. Pd, Lista Civica

Pier Ezio Ghezzi e Alessandra Bazardi “Ghezzi sindaco”, il M5S e Aurelio Torriani, faranno votare il consiglio comunale su questi temi. Tutti hanno chiesto di portare il Presidente della società a confronto pubblico. In ogni caso ritorneremo alla carica con le richieste dei dati e se non ci verranno consegnate, come prescrive la legge, coinvolgeremo l’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione». Sempre su Asm Vendita e Servizi pare che nel Pd le acque siano state un po’ agitate. Ricordiamo ancora le dichiarazioni alla stampa della segretaria Bazardi. «L’articolo apparso su un quotidiano locale, è nato da un malinteso, poi chiarito pubblicamente dalla stessa segretaria, con il giornalista... Bazardi aveva precisato al quotidiano che la conferenza stampa era stata convocata dal gruppo consiliare, perché responsabile della richiesta dei dati alla società e non dal partito, che non ne aveva diritto in termini di legge. Sottolineo che le dichiarazioni alla stampa mie e di Gallotti, erano state concordate con la segreteria del partito stesso. Nessuna divergenza su questa vicenda, anzi come ho detto stiamo rilanciando». È stato nominato il nuovo consiglio di amministrazione di Asm Vendita e Servizi di Voghera. Siete soddisfatti? «Quando ho letto, ho creduto di essere su “Scherzi a Parte”, ma poi mi hanno assicurato che non era una “fake news”. Hanno messo ad amministrare ASM Vendita e Servizi un odontotecnico, senza alcuna esperienza lavorativa e come presidente uno dei responsabili dell’attuale disastro. Ai lettori ogni commento». Intanto due notizie hanno scosso il centro-destra vogherese. La prima è che il capogruppo della Lega Nord, l’ avvocato Sartori, sia passato a Fratelli d’Italia... «Conosco bene l’avvocato Sartori. Siamo su fronti opposti della politica, ma vi è stima personale. Sartori è stato sempre coerente con il suo partito, anche quando una parte è fuoriuscita a sostenere Barbieri. Ha

avuto anche il miglior successo in termini di preferenze, ma la Lega ha ritenuto di non valorizzarlo, facendo altre scelte. Inevitabile l’addio. Verificheremo, in consiglio la sua attività: continuerà a considerarsi un oppositore dell’attuale giunta o entrerà in maggioranza?». La seconda è quella dell’inserimento di due collaboratori di Torriani (Schiavi e Casaschi) nel direttivo di Forza Italia e che Barbieri ne sia stato estromesso... «Questo nuovo assetto esprime sia l’isolamento di Barbieri, e del gruppo di potere a lui vicino, verso l’Onorevole Cattaneo, il vero “padrone” di Forza Italia in provincia, sia il riavvicinamento di Torriani al partito. Torriani aveva sostenuto Cattaneo e Invernizzi nella tornata elettorale di marzo e ne è stato ripagato. Lo scontro dentro Forza Italia continua senza esclusione di colpi con l’obiettivo di estromettere definitivamente l’attuale sindaco. La posta in gioco sono le elezioni comunali del 2020. Lo stesso coordinatore locale Rocca, non pare godere di “buona salute”. Ne vedremo delle belle nei prossimi mesi». Il Pd cosa sta facendo in città? «Una opposizione dura e senza sconti ad ogni livello: istituzionale, politico e nei quartieri dove da mesi stiamo operando a difesa dei vogheresi abbandonati. Stiamo girando casa per casa a raccogliere proposte che porteremo, a brevissimo, all’ attenzione della giunta. Uno schieramento molto ampio si sta formando tra la gente, stanca di essere stata presa in giro». di Giacomo Lorenzo Botteri

«Con la Bazardi nessuno scontro, solo un malinteso»


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«Nella Lega meriti poco riconosciuti» L’ex segretario della Lega Nord e fino a pochi giorni fa capogruppo in consiglio comunale Marco Sartori passa tra le fila di Fratelli d’Italia. Lo strappo con il Carroccio si è consumato in un momento particolarmente positivo per il partito di Salvini anche in Oltrepò: “l’onda verde” alle ultime elezioni ha conquistato Voghera e la segretaria Elena Lucchini è stata eletta in Parlamento. Il partito è in crescita, ma il leghista più votato alle elezioni 2015 lascia il carro del vincitore e lo fa togliendosi qualche sassolino dalle scarpe. Sartori, dopo tanti anni di militanza cosa si è rotto nel rapporto tra lei e la Lega? «Io personalmente non ho rotto nulla. Diciamo che la gente mi ha votato e ad alcuni questo non piaceva o non importava». Come mai ha scelto proprio il partito della Meloni e, a livello locale, di Vincenzo Giugliano? «Fratelli d’Italia è un partito, rispetto alla Lega, più piccolo ma ben strutturato. Qui si valorizza il merito, nella Lega pur dando tanto, questo aspetto risulta poco riconosciuto». Si è sentito “snobbato” dal suo ormai ex

L’ex segretario Marco Sartori passa a Fratelli D’Italia

partito? «Vede, chi è riconosciuto a livello territoriale, chi porta avanti delle idee come ad esempio il mio “Modello Voghera” dovrebbe avere delle chance e quindi essere individuato dal proprio partito come

riferimento. Se però il partito ritiene che queste cose non siano importanti allora liberi tutti. In Fratelli d’Italia il merito è riconosciuto e la ideologia, la mia e la loro, combaciano». Parliamo proprio della sua battaglia sul “Modello Voghera” per limitare gli aiuti agli extracomunitari, di cui da leghista si è fatto alfiere. Che ne sarà adesso? «Porterò avanti questa battaglia politica con Fratelli di Italia. Il comune, nonostante le linee guida di Regione Lombardia, pubblicate sul bollettino ufficiale nel luglio scorso, che certificano quanto da me sostenuto, non ci sente». Perché secondo lei non vogliono applicarlo? «Dicono di aver paura dei ricorsi legali degli extracomunitari ma è fantascienza politica: la legge D.P.R. 445/00 parla chiaro non ammette repliche». Che giudizio esprime sull’amministrazione Barbieri? «Barbieri sta conducendo in porto il suo mandato. Una navigazione tranquilla, credo che i botti si vedranno alla fine». Quali sono le priorità per Voghera e su quali temi crede che Fratelli d’Italia

possa essere più incisiva della Lega? «Sicurezza, reale applicazione delle normative esistenti in materia e richiesta all’assessorato comunale competente di attingere a fondi regionale (ricordo che l’assessore competente in regione Lombardia è Riccardo De Corato – di Fratelli di Italia) ed europei. Bisogna poi occuparsi di Immigrazione e sostenibilità dell’accoglienza». In vista delle elezioni 2020. Giuliano con lei acquisisce un buon bacino di voti. Il vostro obiettivo? «Cercheremo di raggiungere almeno i 1000 voti di lista, che sarebbe un buon risultato rispetto al passato». Alleanze con? «Mancano ancora due anni è assolutamente prematuro parlarne». Il centrodestra però a Voghera risulta ancora spaccato. Torriani e Barbieri si mettono le dita negli occhi e la Lega sta all’opposizione. Come vede il futuro? «Fare la guerra non conviene a nessuno e in un momento dove Forza Italia fatica non poco, alla fine credo che si troverà un punto di equilibrio». di Christian Draghi


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«Nuovi vertici? Cattaneo vuole unire e non dividere» Parte un nuovo corso per Forza Italia, ma l’elezione dei nuovi vertici del direttivo vogherese fa discutere da subito. La scelta, effettuata dal coordinatore provinciale e neo deputato Alessandro Cattaneo, di inserire nel direttivo nomi di persone “di fiducia” dell’ex sindaco Aurelio Torriani non è andata giù all’attuale primo cittadino Carlo Barbieri, che proprio in Torriani, nonostante fosse anche lui esponente del centrodestra, ha trovato uno dei rivali nella corsa alle passate elezioni. Le nomine di Cattaneo secondo alcuni sarebbero una strategia per isolare politicamente Barbieri e la sua cerchia in vista delle elezioni 2020. Dal canto suo Giovanni Alpeggiani, uno dei principali sponsor politici di Barbieri e “deus ex machina” della politica sull’asse della Valle Staffora, proprio a Cattaneo non le aveva certo mandate a dire (con il famoso affondo sugli affidamenti di incarichi importanti ai “trombati”) dopo che non molto tempo fa aveva preso il posto di Barbieri come coordinatore provinciale azzurro. Il nuovo direttivo vogherese, alla cui guida è stato confermato Gianpiero Rocca, è composto dai due “torrianiani”

Paolo Casaschi e Maurizio Schiavi, Federica Fariseo, l’assessore Giuseppe Carbone, i consiglieri comunali Massimo Maiola e Federico Taverna. Proprio con quest’ultimo, tra i volti più giovani della compagine, abbiamo affrontato la questione del “mood” interno a Forza Italia. Taverna, la nomina di uomini vicini a Torriani suona come una presa di posizione o una ripicca di Cattaneo contro Barbieri e i suoi sponsor, che hanno già espresso perplessità per i nuovi vertici... Condivide? «Non credo che Cattaneo si sia mosso nell’ottica della vendetta politica quanto piuttosto seguendo un principio di inclusione, comunque è giusto non nascondere che all’interno di Forza Italia a Voghera qualche malumore si è manifestato e ci sarà modo di chiarirli faccia a faccia in assoluta trasparenza. Se, come credo, c’è la volontà politica di lavorare bene per il 2020 allora le cose possono sistemarsi, se l’intento invece è quello di mettere in difficoltà allora si fa poca strada. Credo che alla fine prevarrà la prima ipotesi». Come valuta la spaccatura interna a

Forza Italia? «Non vedo particolari spaccature, nessuno se ne è andato». Concorderà però che la figura del sindaco Barbieri sia stata a volte oggetto di disaccordo anche internamente alla maggioranza. Si pensi allo strappo con la Lega prima delle elezioni 2015 fino alla stessa sfida “fratricida” con Torriani. Si può dire che abbia diviso più che unire, nonostante alla fine abbia vinto… «La mancata alleanza del 2015 con la Lega non è imputabile a Forza Italia o a Barbieri, la Lega aveva appoggiato fino alla fine il primo mandato di Barbieri poi qualcosa si è rotto troppo in fretta spiazzando anche gran parte dell’elettorato vogherese e favorendo il PD». Alle Regionali è mancata in lista la presenza di un uomo espressione dell’Oltrepò. Nè Barbieri nè Ferrari sono stati scelti. Questo nonostante Voghera sia una delle poche città di una certa dimensione governate da Forza Italia. Come mai ai piani alti non ci considerano? «Per l’Oltrepò era uscito il nome di Quaroni, Barbieri poteva essere un candidato vincente ma probabilmente ci saremmo trovati, in caso di elezione, con una città ancora in stallo politico dopo un anno di commissariamento. Mi sarei aspettato da parte della Gelmini un po’ più di ascolto dei territori e una battaglia più convinta sulla possibilità di ottenere l’assessore regionale per la Provincia di Pavia di Forza Italia. Abbiamo eletto Cattaneo e Invernizzi, e se non fosse stato per il dato percentuale più alto di un paio di punti sarebbe scattato il seggio anche per Vittorio Pesato al Senato. Abbiamo perso un po’ di terreno e dobbiamo metterci d’impegno per rilanciare una politica di rinnovamento e meritocratica». Non concorderà, eppure sembra proprio che la manovra di Cattaneo miri ad isolare il gruppo Barbieri-Alpeggiani in vista del 2020. Che scenario prevede per le prossime elezioni? Il centrodestra riuscirà a ricompattarsi? «Innanzitutto non mi sembra, come le ho detto, che Cattaneo persegua una strategia finalizzata ad isolare soprattutto in un momento come questo. Per il 2020 è chiaro che ci si aspetta la coalizione di centrodestra unita così come lo siamo stati per le regionali e le politiche di Marzo». Il suo futuro? Resterà fedele a Forza Italia? «Resterò in Forza Italia, a patto che non si facciano accordi strani col PD». Totosindaco. Provi a sbilanciarsi su un nome per il dopo Barbieri… «Davvero troppo presto per dirlo, prima la coalizione e i programmi, poi la scelta del candidato. Che però è evidente spetti a Forza Italia, che sta amministrando per il centrodestra mentre la Lega siede sui ban-

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Federico Taverna

chi dell’opposizione». Faccia un po’ di autocritica. In cosa questa amministrazione è mancata? «Ci vorrebbe più gioco di squadra in giunta, troppo spesso gli assessori si limitano al compitino quando invece si dovrebbero mettere in rete più progetti condivisi per ottenere un buon risultato finale. Dobbiamo sicuramente presentarci al 2020 con un modello e un progetto di gestione chiaro sulla raccolta rifiuti che non possiamo più rimandare». Quali battaglie porterà avanti come consigliere comunale nei prossimi mesi? «Come consigliere comunale vorrei riprendere l’idea del corso “fai curriculum” che avevo portato avanti qualche anno fa, articolandola in modo più specifico». Di che cosa si tratta? «Di un corso di formazione per la stesura del proprio curriculum vitae. Uno dei motivi per cui non si viene contattati per un colloquio deriva proprio dal fatto che il CV è scritto male, presenta lacune, è impaginato in modo disordinato oppur risultano poco chiare le informazioni che si vogliono trasmettere. Il corso che ho in mente serve perché una persona possa avere un buon biglietto da visita. Il curriculum è uno strumento essenziale per trovare lavoro». di Christian Draghi

Elezioni 2020: «La scelta del nuovo candidato sindaco spetta a Forza Italia, non alla Lega che sta all’opposizione»



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Cral a rischio chiusura: «Gestione dei bar affidata a esterni, l’Azienda ci aiuti» Il Cral ospedaliero di Voghera, il Circolo Ricreativo Aziendale Lavoratori che dal 1989 gestisce le attività extraospedaliere per dipendenti e soci, rischia la chiusura. «In base a una legge regionale del 2016 – spiega la presidente Piera Schiavi – che prevede che l’Asst assegni servizi ed attività tramite gara d’appalto a terzi, ci siamo visti sottrarre la gestione del Bar dell’ospedale e dei relativi introiti a partire dall’anno scorso. Una tegola pesantissima. Ovviamente la nostra associazione, che vive dei tesseramenti (ad oggi 2,50 euro al mese per ogni socio), non può permettersi di partecipare al bando di gara in quanto non ha la forza economica per poterlo fare». La soluzione per garantire al Cral di sopravvivere e continuare ad operare dignitosamente ci sarebbe pure. «In base ad una legge regionale del dicembre 2017 l’Azienda potrebbe erogare un contributo ai Cral per le loro attività. Quello che auspichiamo – continua Schiavi – è che l’Asst recepisca questa normativa permettendoci di continuare ad essere un punto di riferimento per i soci, i dipendenti e le famiglie». Il Cral vogherese ha una storia ormai trentennale e circa 600 soci, per cui svolge le

«Premi e borse di studio per i nostri soci. Il nostro un servizio per la comunità»

Piera Schiavi, presidente Cral ospedaliero di Voghera attività più svariate: gite culturali e ricreative, da Gardaland a Lourdes, teatro, concerti, attività sportive e cene aggregative anche a tema e non solo. «Premiamo con borse di studio i ragazzi più meritevoli figli

dei nostri soci. Lo scorso anno ne abbiamo attribuite 20, alcune intitolate a colleghi scomparsi. Premiamo i colleghi che vanno in pensione, e nel periodo natalizio distribuiamo anche una strenna ad ogni socio e

un gioco per i bambini dai 2 agli 8 anni. Nell’ultimo anno ne abbiamo fatti felici 70. In sostanza – spiega il presidente – il Cral non svolge solo attività ricreative ma va a coprire tutti quei settori dove l’Azienda per varie ragioni non riesce ad arrivare. Il nostro direttivo è composto da 10 persone che con l’impegno quotidiano tengono in piedi le attività, contribuendo a creare quell’armonia familiare che è necessaria soprattutto per chi opera quotidianamente con il dolore». di Christian Draghi


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«Le grandi catene offrono un capo di tendenza a buon prezzo che non può durare nel tempo» Il tessuto è la componente più importante di un abito sartoriale? Certo, contano sicuramente anche il taglio, la manifattura, i particolari, ma forse la scelta della stoffa è la discriminante che più di ogni altra riesce davvero a rendere un abito il capo unico nel proprio armadio. è proprio la stoffa utilizzata, infatti, che permette all’abito di vestire la figura in modo impeccabile. La scelta del tessuto rivela la personalità di chi, poi, indosserà il vestito, di chi lo vivrà giorno dopo giorno o anche in una sola, unica occasione speciale, dando un’anima a quella che prima era solo una pezza di stoffa. Un tessuto di pregio dà anche a chi lo acquista la garanzia che l’abito confezionato durerà a lungo, che non verrà sciupato né dal tempo né dall’usura dell’utilizzo, che resterà perfetto anche dopo tanti lavaggi e stiraggi. E questo solo una stoffa che sia veramente di qualità può garantirlo. E per una scelta così importante non si può che affidarsi a professionisti del settore che, con esperienza ed amore per i tessuti, sanno consigliarci al meglio per la scelta più indicata da fare. A Voghera è rimasto un unico negozio per coloro che amano la scelta delle stoffe per un abito sartoriale, “Tessuti Marchese” dove la titolare Angela Maya da tanti anni accoglie e consiglia con una gentilezza estrema le innumerevoli clienti. Da quanti anni svolge la sua attività? «Questo negozio era stato aperto dalla signora Scarabelli nel 1972 e vendeva solo scampoli di tessuto a peso. Nel 1975 sono poi subentrata io con mia zia e abbiamo iniziato a trasformare l’attività introducendo le stoffe a metraggio. In quegli anni nascevano i grossisti di tessuti, c’era molto lavoro, c’erano molte sarte che lavoravano e soprattutto c’era la consuetudine di farsi realizzare l’abito da indossare a Natale, a Pasqua, nelle occasioni di cerimonia, cosa che ora non succede quasi più». Con l’avvento del pronto moda negli anni ’80 la sua attività ha subito un rallentamento oppure no? «Assolutamente no. Ho lavorato molto bene fino agli anni ’90 circa quando l’abito di sartoria ha subito un forte declino. In quel periodo mia zia ha lasciato l’attività e ho continuato da sola cercando di innovarmi. Infatti ho cominciato a lasciar perdere i tessuti mediocri e prodotti con fibre miste cercando di rivolgermi sempre più al tessuto di qualità finché nel 1992 sono arrivata ad occuparmi di tessuti di alta moda. è stato un salto, diciamo così, molto difficile anche perché essendo da sola in negozio ho dovuto anche affrontare un notevole investimento finanziario in quanto i tessuti di alta moda hanno un certo costo. Però poi nel 1995 circa ho cominciato ad affermarmi perché le clienti hanno capito e apprezzato la grande qualità dei tessuti italiani di

un certo livello come le pure lane e le sete pregiate». Nel 2010 poi il nome del negozio che è cambiato in “Tessuti italiani”, è diventato quindi un punto di riferimento per un certo tipo di clientela? «Certamente perché i clienti che si servivano da me chiedevano tessuti italiani di pregio perché si rivolgevano a sarte di livello e quindi la realizzazione dell’abito aveva un costo e di conseguenza la stoffa doveva essere prestigiosa e doveva fare la differenza, l’abito si doveva distinguere da quello che si poteva trovare già confezionato. Era un periodo in cui le persone appartenenti al cosiddetto ceto medio avevano la possibilità di farsi cucire abiti di un certo livello per cerimonie ed eventi. Ora purtroppo si può dire che il ceto medio è quasi completamente scomparso e quindi ci si rivolge sempre più alle grandi catene di abbigliamento che possono offrire un capo di tendenza a buon prezzo che può servire per l’occasione ma che certo non può durare nel tempo vista la qualità dei tessuti impiegati». In questi ultimi anni però c’è stato un ritorno all’abito confezionato su misura, sono nati alcuni atelier sartoriali e le persone affezionate a questo tipo di capo hanno sempre più difficoltà a trovare i tessuti adatti. Il suo negozio è rimasto l’ultimo a Voghera, qual è ora la sua cliente tipo? «Da me ora viene la signora che ha nell’armadio abiti prestigiosi che intende far modificare per poterli riutilizzare abbinando un tessuto nuovo di tendenza. Alcune ragazze che hanno seguito corsi di taglio e cucito vengono da me per cercare la stoffa particolare per creare il proprio abito. Ci sono poi anche molte persone che sanno cucire e lavorano utilizzando i cartamodelli delle riviste e in questo modo riescono a prodursi un capo unico con solo il costo del tessuto. Fra le mie clienti c’è anche qualche sposa perché attraverso i miei fornitori, posso far arrivare anche tessuti di alta moda per il matrimonio e la cerimonia. Pensi che a volte trovo sulle riviste le fotografie di abiti realizzati con gli stessi tessuti che si possono trovare da me in negozio anche due anni prima. Il problema ora è che molte volte la persona che vuole l’abito particolare e complicato da realizzare non sempre riesce a trovare una sarta all’altezza della situazione». Lei oltre alla grande competenza ed esperienza nel settore, è sempre all’avanguardia e, grazie alla sua creatività, riesce anche a fornire l’idea che un tessuto può dare, se indossato, drappeggiandolo sui manichini che espone in vetrina. Non ha mai pensato di avviare una collaborazione con una sarta con la quale condividere il negozio per dare un

Angela Maya, titolare dell’unico negozio di tessuti rimasto a Voghera ulteriore servizio alla sua clientela? «è sicuramente un’opportunità da prendere in considerazione per il futuro di questa attività. Però, vede, io ormai ho un’età e sto pensando di ritirarmi. Mi piacerebbe cedere il negozio proprio a un paio di giovani che continuino questo lavoro di collaborazione tra tessuto e sartoria che riesce

a dare ancora molte soddisfazioni e che richiama clienti anche al di fuori del nostro territorio sempre alla ricerca di cose belle e particolari. Spero di riuscire in questo intento perché ho sempre amato molto il mio lavoro e mi spiacerebbe che finisse qui». di Gabriella Draghi


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La più grande azienda turistica oltrepadana: Cowboys’ Guest Ranch

Ex giocatore di Football americano, e Mister della Nazionale Italiana, da sempre appassionato di tutto ciò che è a Stelle e Strisce, ad un certo punto della propria vita dagli amati computers si ritrova a gestire un Ranch in Oltrepò Pavese. Dobbiamo riconoscergli il successo imprenditoriale che merita, e lo abbiamo incontrato con piacere presso la sua struttura, il Cowboys’ Guest Ranch di Voghera: Mister Carlo Riccardi. Riccardi come ebbe inizio il tutto? «Da quel giorno del 1993 che mio cognato, Roberto Ottolini, presenta a me ed a mia moglie Chicca, sua sorella, l’idea ed il progetto, sul nascere, di aprire un piccolo Ranch americano in Oltrepò Pavese. Questo territorio già ben lo conoscevamo, avendo una proprietà in Godiasco ove spesso d’estate, e non solo, noi tutti milanesi trascorrevamo giorni di splendido relax. Conoscendo anche la vicinanza proprio col capoluogo regionale e la facilità autostradale di raggiungimento... il gioco iniziò!». Tutti appassionati d’America? «Sì, tutta la famiglia! Roberto, in particolar modo, era proprio molto interessato al nascente movimento di Monta e Scuola Western, emergente in Italia in quel periodo storico. Io dal 1982 al 1989 avevo giocato a Football americano, due volte campione italiano ed una campione europeo, poi avevo dovuto smettere a causa di un infortunio, ma avevo iniziato ad allenare, coronando il mio sogno nel 1995, come allenatore della Nazionale Italiana, purtroppo perdendo la Finale del Campionato europeo in quel di Vienna contro la “maledetta” Finlandia, ancora oggi una ferita aperta!». è stato facile la start-up? «Sì, l’inizio è stato facile, sull’onda di uno smisurato entusiasmo che ci faceva continuare a creare cose nuovo: dall’individuazione del posto, arrivando poi a scegliere il dismesso maneggio di monta inglese (salto ad ostacoli), ove ci siamo collocati, di proprietà della nota famiglia vogherese Matti, conosciuti a tutti come costruttori, alla parte di strutturazione muraria e d’arredamento, prima la parte ristorativa e del nostro ormai famoso Saloon, poi il negozio, tecnico, per i cavalli, e “modaiolo”, per abbigliamento ed accessori, e l’Hotel. Ovviamente, di pari passo, costruivamo giorno per giorno la parte equestre, già pensando agli spettacoli di Rodeo ed a tutta la parte di scuola equestre e varie gare! Grandi progetti e grandi spese!». Quanto è costato? Se dovesse rinascere, lo rifarebbe? «Bella domanda... Guardi, è costato molto, davvero. Le direi una vita, più vite! Perché tutti ci siamo dedicati anima e cuore... Commettendo anche errori gravi, inizialmente, come quello di pensare di poter mantenere a Milano le nostre altre attività e gestirlo a distanza! Ci siamo imbattutti, così facendo, in una schiera di presunti “esperti” che in realtà hanno portato solo

Carlo Riccardi, “patron “ del Cowboys’ Guest Ranch di Voghera via dei gran soldi! E poi, infine, abbiamo capito che dovevamo trasferirci qui. E così abbiamo fatto». Lei veniva dal mondo dell’informatica, vero? «Sì. Ero socio di una ditta, essendo analista programmatore, che si occupava di analisi dei dati pubblicitari, sia in termini d’investimento sia di audience, auditel, leadership… a Milano. Sicuramente non tornerei più». E si è ritrovato a fare John Wayne in Oltrepò... «E mi son ritrovato a fare John Wayne qui! Ed ora, addirittura, a fare il responsabile internazionale di Barrel Racing, una disciplina della monta western, che ora guai chi me la tocca!». Quindi collabora con altre strutture come il Cowboys’ Guest Ranch nel resto d’Italia? «E non solo nel resto d’Italia! Sono orgoglioso di aver rappresentato il Barrel racing italiano in Cina, negli U.S.A., e quindi...». No, mi scusi, intendevo strutture simili alla vostra nel resto d’Italia... «Ah scusi... no, così completa come il nostro ranch no. Ci sono alcuni splendidi maneggi, ma che non sempre ospitano gare perché sono specie di santa-santorum, tutti bellissimi, curatissimi, ed intoccabili. Ospitare gare vuol dire “dare vita” alla manifestazione tutta! Ci sono centri ippici, o ristoranti e pub caratterizzati in stile western, ci sono appunto maneggi davvero bellissimi, ma poi non hanno il Parco». Lei che ha origini milanesi e professionalmente si è appunto interfacciato con palcoscenici intercontinentali, come si è trovato in Oltrepò? «Inizialmente molto bene. Dal punto di vista imprenditoriale, per la nostra tipologia d’impresa, le ripeto, la vicinanza con Milano ed i facili collegamenti autostradali, ai miei occhi, sono stato il primo pregio. Che ci ha consentito di raggiungere un bacino d’utenza davvero importante! E poi la bel-

lezza dei luoghi oltrepadani... Purtroppo, poi, nel corso degli anni mi sono accorto dell’individualismo e del provincialismo di razza che qui si vive. Poche volte, nelle relazioni con altri imprenditori di zona, ho ravvisato la disponibilità del “fare sistema integrato”, cioè tutti insieme per una finalità territoriale vincente. Sarebbe più facile, in squadra». Le Istituzioni oltrepadane vi hanno supportato? «Da un certo punto di vista sì, dall’altro assolutamente no. Quando all’inizio siamo sbarcati qui, allora l’amministrazione era leghista, una novità nell’ambito, e ricordo di essermi sentito molto appoggiato, ci spingevano, sindaco Ferrari e giunta, con grande entusiasmo e presenza costante, affiancandoci. Il Ranch significava anche nuovi posti di lavoro... Mano a mano che andavamo verso la completa integrazione nel territorio, e l’abitudine forse ad averci qui, diminuiva l’attenzione nei nostri confronti. Oggi come oggi mi da grande fastidio sentir magnificare tutte le start-up, che può voler anche dire un volo di rondine, dimenticandosi completamente di realtà come la nostra che è sul campo, per dimensione e numeri in maniera maestosa, direi, da 25 anni quasi! Parlo per noi, ma anche per lo storico negozio! Dal punto di vista politico, andremmo ancor più affiancati, a mio parere». Mi fa un esempio pratico? «Le pare normale che un’azienda come il Cowboys’ Guest ranch non abbia una fermata d’autobus, un collegamento con la stazione ferroviaria se non per la nostra privata convenzione con i taxi?! Le pare normale che un’azienda così abbia una strada d’accesso adeguata per un kart, e ci passano centinaia di pullman ogni anno, grazie ad autisti prestigiatori?! Deliberata da molti anni, il progetto d’ampliamento dorme, così pure le promesse di realizzazione. Precedenza alle rotonde... ma noi continuiamo lo stesso». Le faccio una domanda prettamente imprenditoriale: se lei fosse interessato alle

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Terme di Salice S.p.A., contatterebbe prima gli amministratori pubblici o prima le acquisterebbe dall’asta fallimentare? «Senza dubbio la seconda. Parteciperei all’asta nella speranza di acquisirle, aspettando poi di venir contattato dagli amministratori». Parliamo di numeri: quanti clienti contate annualmente? «Tra i 60 ed i 70 mila. Il parco per famiglie, Cowboyland, da solo, da marzo ad ottobre, conta una media di 1.200 ingressi a weekend, biglietti alla mano. Ogni gara equestre conta dalle 300 alle 1500 presenze. Manifestazioni come il prossimo Voghera Country Festival, che organizziamo ogni anno l’ultimo week-end di Giugno, portano circa, per quei tre giorni, 4.000 persone in città... Devo dirle che siamo anche un ottimo ufficio commerciale per le strutture alberghiere della zona, può ben immaginare. I nostri clienti arrivano da tutta Europa, e poi Cina, Giappone, Canada, Australia, Brasile, ed ovviamente America! Per alcuni anni abbiamo organizzato anche le gare di Agility Dog, nazionali, europee e mondiali. E proprio l’anno scorso, a proposito di Salice Terme, non avendo noi il 4° campo di gara, ne avevamo disponibili solo tre, gli organizzatori, tramite la pro-loco o l’ufficio turistico salicese, son finiti nel parco...». Ha un ultimo messaggio da lanciare? «Sì grazie, guardi: proprio in occasione del prossimo appuntamento di fine Giugno del Voghera Country Festival e le sue 4000 circa persone che interverranno, non per tirarmela ma per rendermi attivo sul territorio come Cowboys’ Guest Ranch, metto a disposizione nei 3 giorni uno spazio ove chiunque dell’Oltrepò Pavese possa pubblicizzare la propria attività. Non tanto per quest’anno, ma magari l’anno prossimo... vedendo un depliant di un agriturismo... o un downhill collinare. Quindi, è un invito ad usarci come portone d’ingresso della Valle Staffora e dell’Oltrepò. Approfittatene!». di Lele Baiardi



FIERA DELL’ASCENSIONE 10/13 MAGGIO 2018

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Edizione 636: la nuova Fiera dell’Ascensione La 636a Fiera dell’Ascensione, la Sensia, ritorna a Voghera dal 10 al 13 maggio 2018. La storica manifestazione, la più antica fiera di Regione Lombardia, si presenta con una veste rinnovata che segna l’inizio di un nuovo percorso. Al Comune, infatti, si affianca ora Fiere In, società specializzata nell’organizzazione di manifestazioni fieristiche con importanti esperienze nell’Italia settentrionale, per dare vita ad un evento che continua a muoversi nel solco della sua tradizione secolare, ma che è sempre più capace di parlare una lingua contemporanea dando spazio a commercio e cultura, enogastronomia e spettacolo, arte e sport. Sono circa 2500 i metri quadrati coperti dell’area fieristica principale situata nel cortile nord della ex caserma, con ingressi in via Gramsci e via Kennedy. I sei padiglioni accoglieranno espositori di diversi settori, con un’attenzione speciale all’alimentare. Presenti le tipicità locali oltrepadane e vogheresi, una via del gusto regionale tutta dedicata al made in Italy e percorso tra gli aromi intriganti della cucina latina che tocca Spagna, Messico e Argentina. Spazio anche alla solidarietà con i salumi di Norcia, in vendita per racco-

gliere fondi destinati alla ricostruzione in centro Italia a seguito del grave sisma dei mesi passati. L’ampia Area Fermi in questo 2018 è completamente rivista con un nuovo layout improntato all’agroalimentare per rileggere la tradizionale fiera agricola e renderla contemporanea. In esposizione trattori, macchinari agricoli, ma anche streetfood, dalla piadina al panino lucano, passando per l’hamburger di chianina, il thailandese e l’argentino. Assoluta novità è il camion spettacoli, che farà da contraltare alla classica Area spettacoli presente in ex caserma ospitando intrattenimento per i più piccoli, truccabimbi, musica country e karaoke. Sul palco della seconda, invece, ritornano concerti, scuole di danza e l’inedita presenza dell’eclettico Pino Colucci, artista della trasformazione capace di portare in scena Renato Zero, Adriano Celentano, Vasco Rossi. Al tema dell’alimentazione non sono dedicati unicamente stand, ma anche un interessante convegno promosso da Coldiretti con l’Assessorato ai prodotti Tipici. E, ricollegandosi ancora al più ampio ambito della salute e delle sue diverse declinazioni, giovedì si terrà la classica “Corri alla Sensia”, corsa not-

turna attraverso il centro storico organizzata dall’Atletica Iriense con l’Assessorato allo Sport. I musei cittadini, Museo storico Beccari e Museo di Scienze Naturali Orlandi, effettueranno aperture straordinarie e il secondo organizzerà anche laboratori didattici pensati per i più piccoli e la mostra “Mammut e altri giganti dell’era glaciale”. Naturalmente non mancheranno il Luna park, nel cortile sud dell’ex caserma, e le centinaia di bancarelle che rallegreranno le vie che circondano l’ex caserma di cavalleria. Un calendario fittissimo di iniziative

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ed eventi in tutta la città: mostre d’arte, le premiazioni del concorso internazionale di poesia città di Voghera, i mercati di A.P.V.A. e Campagna Amica... Tutti da scoprire, e da vivere tra pochi giorni direttamente in fiera.


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Il programma: giovedì 10 maggio cerimonia di inaugurazione


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Il Comune di Voghera e la Storia della Fiera dell’Ascensione La “Sensia” è la “festa principe” di Voghera e dei vogheresi, l’amministrazione comunale l’ha descritta così: “Quando sia venuta in uso questa festa nei nostri paesi e perché sia stata scelta come festa patronale di Voghera, mentre il patrono è San Lorenzo, non sapremmo precisare. Ancora nel 1382 si festeggiava il 23 maggio San Bovo e nello stesso anno ne venne confermata ufficialmente la fiera in detto giorno: la festa dell’Ascensione pare quindi posteriore. A Voghera l’usanza dell’ illuminazione della città, nella ricorrenza dell’Ascensione, durò fino oltre la metà del secolo XIX; prima veniva fatta alla vigilia, poi nel giorno della festa. L’illuminazione e le funzioni religiose costituivano il festeggiamento del giorno dell’Ascensione, ed in qual modo ce lo descrivono due documenti. Dal Diario di Ottaviano Bonamici trascriviamo: 1819, alli 18 Maggio in Voghera si festeggiò il solenne ingresso di S. E. Rev. Monsignor Carlo Francesco Carnevale Vescovo di Tortona e principe di Cambiò. Il Vescovo entrò nella chiesa di S. Rocco superbamente addobbata con cattedra sul piazzale di detta chiesa. Vi formarono una gran sala tutta coperta e tappezzata, ove vestito il Vescovo alla porta della Chiesa, montò sopra un cavallo bianco e processionalmente con banda fu accompagnato nella parrocchiale chiesa di S. Lorenzo. Il 19 Maggio giorno dell’Ascensione: il sud.o Vescovo cantò messa grande e portò in processione la reliquia della Santa Spina. La Città (per Città si intende il municipio come è uso nel nostro dialetto) e le contrade dove doveva passare la processione, erano tutte coperte di tele e tutte guarnite di tappezzerie con diversi archi trionfali. In tale occasione si

fecero fare da questa città le tre campane che servirono per festeggiare la solenne entrata ed il pontificale che fece il Vescovo, fatte nel Quartiere Grande (sede attuale del giudice di pace) sotto il sindacato dell’avvocato Balladori. Alla sera della festa vi era per tutta la città una superba illuminazione con festa da ballo e teatro ed altri divertimenti con un concorso innumerevole di forestieri. La descrizione è completata dalle disposizioni impartite dal Municipio, interessanti per il cerimoniale allora in uso. Per la festa dell’ Ascensione venendo il Vescovo a fare ingresso solenne e pontificale si dispone: addobbo della cappella prima a diritta nella chiesa di S. Domenico; un arco di Primavanti alla porta Rossella con emblemi episcopali e iscrizione relativa ed un altro alla porta della chiesa; un proclama alla popolazione inviterà ad addobbare le finestre e tendere tele lungo le contrade dove passerà la processione; il sindaco con alcuni consiglieri andrà alla vigilia a Tortona in carrozza da posta a due cavalli e con altra di quattro cavalli per il Vescovo; si pregherà il Comandante della Città sig. Ferrari Cav., di alloggiare il Vescovo in casa sua come quella più conveniente. Le spese a carico del Municipio; illuminazione della Città. Una delle grandi attrazioni dell’Ascensione a Voghera un tempo, e in parte ancor oggi, è la funzione della Santa Spina in Duomo. Questa reliquia, che il popolo dice donata dalla regina Teodolinda, mentre altra n’è la provenienza, durante le funzioni è fatta scendere, col sacerdote che la porta, dall’alto del tempio in mezzo alle nubi, racchiusa in un preziosissimo ostensorio; e quindi, a funzione finita, è fatta risalire. Il pittoresco apparecchio ideato dal

pittore vogherese Borroni, desta molta impressione nel popolino, specialmente delle campagne, che accorre in folla allo spettacolo. Nei primi due decenni del secolo XIX non troviamo altro, nei festeggiamenti dell’Ascensione, che illuminazione e funzioni religiose. La prima novità appare nel 1824, ed è l’esposizione di un elefante vivo nel cortile del Quartier Grande, che un girovago faceva ammirare per 25 centesimi. La seconda si ebbe nel 1827, e fu rappresentata da quel volo dell’asino di cui parlavano alcuni vecchi, ai quali nessuno voleva prestare fede. Cosi lo narra nel suo Diario Ottaviano Bonamici: una compagnia di saltimbanchi, tesa una corda dall’orologio del Duomo al pilastro del portico rimpetto alla stretta di Fagnani, dopo aver fatta eseguire l’ascesa e la discesa per due volte da una ragazza di 12 anni, facendovi sopra diversi equilibri, di poi vi fecero ascendere un asino vivo sino all’orologio, e finalmente vi fecero fare la volata sino al fondo sostenuto dal detto cordone, cosa assai ridicola, e non mai stata veduta in questa città. Nel 1838 per iniziativa e sottoscrizione dei cittadini e concorso del Municipio, fanno la loro prima comparsa in programma i fuochi d’artifizio e la cuccagna, divertimenti che non hanno più abbandonata la festa dell’Ascensione. Nel 1839 viene in uso la corsa nei sacchi, detta corsa dei fantini. Nel 1853 si vedono nuovi giuochi popolari, come sentieri pensili detti rompicolli, triangoli giranti e quei secchielli d’acqua sospesi recanti attaccato un premio, la cui conquista faceva rovesciare l’acqua in capo al conquistatore. Nel 1872 appare la tombola col premio di due buoi, conservata ancor oggi con la sostituzione del premio in de-

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naro; e negli anni successivi i divertimenti variano, si moltiplicano modernizzandosi, ma conservando però sempre la tombola. La processione non ha più l’importanza d’una volta. Rimangono ancora ad attestare la semplicità antica i banchetti dei caratteristici zufoli di terracotta in forma di uccelli, cavallini e campanelli di foggia rozza e primitiva; delle trombettine, delle ciambelle, dei giocattoli e dei tradizionali lecabon. che forse presero nome dall’immancabile gesto dei bambini allorquando si regala loro un dolce, e che consiste in una preliminare leccatina di degustazione allo zucchero che lo ricopre, prima di procedere all’adattamento risolutivo. Naturalmente è giorno di inviti agli amici e parenti lontani, i quali giungendo ricordano immancabilmente l’ antico scherzoso detto: a ra Sensia a s’ mangia i tre pitans, carna, buì, e manz, cun ra cua dra cagna par fà ra bagna. (All’ Ascensione si mangiano tre pietanze, carne, bollito e manzo. con la coda della cagna per fare il sugo). Con esso si allude forse all’ antica semplicità con cui venivano trattati gli ospiti, perché carne, bollito e manzo in vogherese sono sinonimi del lesso. Ma il piatto ricercato del giorno è lo storione, che immancabilmente figura nel mercato del mattino, e più specialmente nella bottega dei principali salumieri. Nel giorno dell’ Ascensione è uso tradizionale seminare negli orti le verdure di stagione. In principio del secolo passato la sera dell’Ascensione, dopo lo spettacolo in teatro, vi s’iniziava il ballo, che durava tutta la notte. Nel periodo dal 1875 al 1878, durante il Sindacato di Carlo Gallini, nel salone del Municipio avveniva un ricevimento con rinfreschi a spese del Sindaco”.


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Fuochi d’artificio per la Sensia: favorevoli o contrari?

Quando si parla di fuochi di artificio per la “Sensia” Voghera si divide sempre in due: quelli del sì, e quelli del no. Da una parte, quella popolata solitamente da persone legate alla tradizioni, si schierano quelli in favore dei giochi pirotecnici, mentre dall’altra parte, quella popolata da persone con sentimenti più ambientalisti si battono in favore “della pace e della serenità”. Abbiamo voluto, intervistando alcune persone in piazza Duomo ed in via Emila, conoscere le opinioni della gente di strada. «Non escludo il fatto che molti apprezzano i fuochi pirotecnici – afferma il Signor Claudio, ma quando Voghera, a discapito delle persone ammalate, degli anziani e dei bambini, fa rivivere la guerra in Siria, credo che qualcosa si dovrebbe cambiare». «Contrario ai fuochi, per motivi che i vogheresi non si sono mai posti – dichiara il Signor Luca – vogherese doc da generazioni - primo inquinamento, infatti per colorarsi i fuochi necessitano di metalli che una volta combusti vengono dispersi nell’aria, unitamente a diossine, polveri sottili e altre sostanze chimiche altamente cancerogene che respiriamo allegramente. Sono stati condotti anche studi sull’inquimento da fuochi d’artificio e le città civili stanno iniziando a sostituirli con altre attrazioni (es. giochi di luce). Secondo punto gli animali. I botti sono capaci di spaventare, spesso a morte, la fauna ornitologica dei dintorni. Terzo motivi economici. E che pensavate che si sparasse gratis? Il comune con quei soldi potrebbe riparare alcune buche delle strade o diminuire le tasse. Credo che di questi tempi, dove la tassazione locale è molto alta al-

meno i soldi per i fuochi d’artificio possiamo risparmiarceli». «Il discorso sull’inquinamento è spettacolare, più dei fuochi… vuoi vedere ora che la causa dell’inquinamento sono i fuochi d’artificio che si sparano ogni anno per la Sensia???? – dichiara Gabriele che ha ascoltato le parole di Luca - Ma fammi il piacere! E poi puntuale come un orologio svizzero il problema degli animali! Ma per favore, allora per Capodanno girate di casa in casa per evitare che chiunque spari anche il più piccolo petardo! Personalmente sono favorevolissimo ai botti della Sensia, ci sono sempre stati e non hanno mai fatto male a nessuno. Smettetela di fare i perbenisti ad ogni costo! Godetevi anche voi lo spettacolo!». «Coloro che sono contrari ai fuochi della Sensia sono gli stessi che pubblicano su facebook le scemenze di lercio – dichiara il Signor Franco - nonchè i deliri di coloro che hanno messo in giro la bufala dei 5000 animali morti per colpa dei fuochi a Capodanno, ogni anno muoiono animali a Capodanno ma quando viene chiesto materiale fotografico della strage annuale causata dai fuochi e dai petardi non viene fuori nulla. Dicono che i fuochi inquinano, una scintilla colorata una volta ogni tanto inquina più o meno di 1 secondo di emissioni della raffineria di Sannazzaro... però nessuno dice niente riguardo la raffineria, si guarda la pagliuzza e non l’albero». «La parola d’ordine è salvaguardare animali e persone. Ci dice la Signora Graziella - sono assolutamente contraria ai fuochi d’artificio alla fiera dell’Ascensione, gli animali domestici, infatti, vengono letteralmente terrorizzati dal rumore dei fuo-


FIERA DELL’ASCENSIONE 10/13 MAGGIO 2018 chi. Molti cani e gatti fuggono dai loro giardini, scavalcando recinti ed ostacoli che normalmente sono sufficienti a contenerli e spesso, disorientati, non riescono più a ritrovare la via di casa, vagano spaventati rischiando di farsi investire, per non parlare delle innumerevoli conseguenze sulla salute degli stessi. Sono riportati collassi cardio-circolatori, shock, disturbi gastroenterici, cistiti (soprattutto in gatti dove il loro stress viene manifestato anche nei giorni successivi con patologie a carico dell’apparato urinario), tremori, disorientamento, forme ischemiche, tachicardia grave, a volte si rivelano fatali per la sopravvivenza dell’animale, soprattutto con patologie sottostanti o in cani anziani cardiopatici». «Come ogni anno ci saranno discussioni sui fuochi della fiera- ci dice il Signor Marcello - io voglio porre una domanda al nostro sindaco: se a capodanno ha emesso l’ordinanza contri i botti ed ha dichiarato che avrebbe addirittura impiegato le forze dell’ordine a farle rispettare, perché alla Sensia per lo stesso motivo non è contrario? O sbaglia a Capodanno o sbaglia alla fiera dell’Ascensione. Si decida! Il coro degli animalisti è unanime nel chiedere agli amministratori di vietare i fuochi d’artificio, che spaventano cani, gatti e altri animali domestici e selvatici ed io concordo con loro». «Mettere da parte i fuochi d’artificio col botto e fare a Voghera soltanto quelli con sottofondo musicale, seguendo l’esempio di altre località nazionali ed internazionali - la proposta della Signora Virginia - si può risolvere la questione trasformandola in un’opportunità andando a risolvere il continuo litigio tra abitanti pro e contro i fuochi. Esiste una soluzione raffinata che forse pochi conoscono e alla quale pochi forse hanno assistito e mi riferisco ai fuochi d’artificio senza botto e con una musica che si adatta di volta in volta ai vari giochi pirotecnici. La magia dei fuochi in musica è uno spettacolo straordinariamente emozionante è una soluzione che metterebbe

d’accordo tutti e che non arrecherebbe danno a nessuno». «I fuochi d’artificio sono pericolosi per chi li costruisce e per chi li utilizza – dice la Signora Valeria Botti e fuochi d’artificio sono un grave pericolo per la salute, sia per le polveri fini che essi emanano, sia per il rumore, sia per incidenti che causano menomazioni o addirittura morti. I fuochi d’artificio possono causare incendi: non è prevedibile dove il materiale bruciato, ma ancora incandescente, possa cadere. I fuochi d’artificio terrorizzano gli animali e possono causarne il loro ferimento e la loro morte anche in modo atroce. Ogni anno, durante

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lo sparo dei fuochi d’artificio, gli animali domestici e selvatici vengono spaventati a morte. Scappano all’impazzata, senza sapere più dove vanno, diventando un pericolo per se stessi e per gli umani con il rischio di incidenti». Fin qui abbiamo divulgato quanto dichiarato da alcuni vogheresi che considerano la Sensia la vera festa di Voghera, ma che hanno idee diverse sul momento storicamente clou: i fuochi d’artificio, ma se andiamo a fondo nell’argomento noteremo che trovare una soluzione definitiva è tutt’altro che semplice. I giochi pirotecnici per la Sensia sono belli da vedere e molta gente li attende anno dopo

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anno, augurandosi di non doversi allontanare troppo dal posto dove si svolge la festa per poter ammirare da vicino i fuochi in cielo. Ma è anche vero che tutto ciò può creare fastidio ad altri vogheresi che non gradiscono il rumore, l’inquinamento che i fuochi provocano e che non sopportano il problema che i fuochi causano agli animali. E così via tanti altri fattori influenzano la scelta della via che potrebbe farci avvicinare alla soluzione definitiva. Trovarne una che accontenti tutti non sembra essere così semplice, voi cosa ne pensate? di Vittoria Pacci


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I cibi “cult” della Sensia: salamella e krapfen I manifesti che tappezzano la città di Voghera “636° edizione dell’Ascensione” distraggono l’automobilista dal cercar parcheggio che continua imperterrito a circumnavigare la fiera. Il nervosismo aumenta, vorrebbe tornare indietro, ma i fasci luminosi delle giostre lo ipnotizzano, la musica e il chiacchiericcio che percepisce in lontananza stranamente lo rilassano e l’odore del cibo gli fa aizzare lo stomaco e lo convince. Finalmente l’automobilista trova parcheggio e inizia a camminare verso la Fiera, invidiando i vogheresi a piedi. Una fiumana di gente sembra volerlo “investire”, ma in realtà non si curano minimamente di lui sono galvanizzati dall’atmosfera della fiera: c’è chi fa incetta di caramelle, chi preferisce lo zucchero filato, chi è in coda per un’altra corsa sulle giostre e chi si scatta selfie #Sensia. È ora di cena e il nostro automobilista è combattuto non sa che cosa mangiare, ogni dieci metri una proposta gastronomica diversa: dolce, salato, freddo, caldo. Uscendo dall’ingresso della Biblioteca, ancora pensieroso, si avvicina al Chiostro di Raffaele Peirotti e finalmente si decide: “Un panino con la sa-

Raffaele Peirotti, proprietario della giostrina di piazza Meardi

lamella”. Un classico che ad una fiera che si rispetti non manca mai. Si avvia verso il luna park per concludere la serata, ma si imbatte nei Krapfen di Maurizio Palella e come dir di no? Raffaele Peirotti è il proprietario della storica giostrina in Piazza Meardi e insieme alla moglie partecipa a diverse manifestazioni con l’attività del Chiosco. L’Ascensione resta un appuntamento irrinunciabile Raffaele Peirotti, da buon vogherese è una presenza fissa della Fiera. Da quanti anni è presente con il suo chiosco alla Fiera dell’Ascensione? «Siamo qui da sempre. La mia famiglia è conosciuta per aver posseduto le giostre; successivamente, con l’arrivo della crisi, nel 2005 abbiamo ceduto l’attività, mantenendo la giostrina storica in Piazza Meardi. L’attività del chiosco è intestata a mia moglie, anche se lo gestiamo in società». Qual è il suo prodotto di punta? «Il prodotto tipico è il panino, declinato in varie versioni: salamella, cotoletta, hot dog, porchetta». La gente fa la fila per un suo panino, perché sceglie lei? Qual è il segreto del suo successo? «La gente viene da me non tanto per un prodotto migliore degli altri, ma per amicizia e conoscenza, essendo tanti i clienti vogheresi». Come ha visto cambiata la fiera di Voghera, nel corso degli anni in cui lei è stato presente? «Giro varie fiere, arrivando fino al Lago Maggiore, anche se la Fiera di Voghera rimane a mio parere quella storica e meglio organizzata. L’aspetto che migliorerei è relativo alla qualità della merce, perchè negli ultimi anni ci sono troppi banchi di cinesi, che a mio parere non propongono un prodotto di qualità». Maurizio Palella è l’artista del krapfen fedele alla ricetta segreta del nonno. L’azienda di famiglia esiste da più di cent’anni, una storia che ha avuto inizio in Sicilia che

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“L’Artista del Krapfen”, azienda di famiglia con 100 anni di storia si è poi trasferita a Genova ed è approdata infine a Voghera. Il motto della azienda è “Chi assaggia ritorna” e davanti al food truck c’è sempre la fila. A Voghera li conoscono bene i krapfen di Maurizio e della sua famiglia infatti partecipano all’Ascensione da più di 60 anni. Palella, lei non è vogherese. Da dove viene? «Sono di Genova, anche se le origini dell’azienda sono siciliane. L’attività è iniziata con mio nonno, con la produzione di dolci tipici siciliani; trasferiti a Genova, ci siamo specializzati nei krapfen». Da quanti anni viene a Voghera? «Siamo a Voghera da più di 60 anni e solo nel periodo dell’Ascensione, poi tocchiamo tante regioni italiane, arrivando fino all’Umbria. Prima di Voghera abbiamo iniziato con le fiere liguri: Genova, La Spezia e Chiavari». Il vostro prodotto di punta è il Krapfen, avete una ricetta particolare per la realizzazione di questo prodotto? «La ricetta originale è stata tramandata nel tempo, cosa al giorno d’oggi un po’ difficile da trovare per via della produzione industriale. Posso dirle che rispettiamo in maniera rigorosa tutto quello che ci ha insegnato il nonno, puntando sulla qualità del

prodotto: ingredienti genuini, lavorazione attenta delle materie prime, alta digeribilità. La ricetta crea dipendenza, per questo il motto della nostra azienda è “Chi assaggia ritorna”, frase che è stata poi adottata anche per la nostra mail». Perchè vi siete specializzati proprio nella produzione di krapfen? «Ci siamo specializzati nei krapfen per via della tradizione di famiglia, partita dal nonno, che aveva iniziato l’attività come garzone a Messina. Via via, abbiamo ristretto il campo, perchè la nostra attività è molto impegnativa in termini di tempo ed energie». La gente fa la fila, perché sceglie voi? Qual è il segreto di questo successo? «I clienti scelgono noi per tradizione, qualità, digeribilità e bontà dei nostri prodotti. Nondimeno, per cortesia e gentilezza». Come ha visto cambiata la fiera di Voghera, nel corso degli anni in cui lei è stato presente? «Giriamo tante manifestazioni, ma L’Ascensione rimane una delle più belle. Il Comune, a mio avviso, ha sempre organizzato molto bene l’evento, senza trascurare l’aspetto economico». di Federica Croce


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«La Sensia deve battere nel cuore dei vogheresi e dell’Oltrepò» Renato Ciamballi è un ex paracadutista è attualmente il vicepresidente dell’Anpi, l’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, sezione di Voghera, un grande tifoso di calcio, da bambino era vivace, da ragazzo era molto vivace, ora da adulto è rimasto... vivace vogherese Doc, da sette generazioni, uomo diretto, sanguigno e simpatico, da sempre presente alla Sensia, che ha vissuto da bambino, ragazzo e da uomo, chi meglio di lui per raccontarci e rivivere quella che era e quella che è l principale manifestazione del capoluogo oltrepadano. La sua prima Sensia? «Ero molto piccolo pertanto i ricordi sono sbiaditi come in un sogno, ma la Sensia, soprattutto per i bambini, ha sempre rappresentato giornate di festa, per le giostre, per i personaggi che sono spariti nel tempo». Quali personaggi si ricorda? «Personaggi particolari che ci facevano restare a bocca aperta, ci si recava in Piazza Castello o in Piazza San Bovo per assistere allo spettacolo del mangiafuoco, dello spacca catene “sgianga caten” o per vedere la donna a due teste. Ai tempi si aspettava la Sensia anche per vedere cose impensabili». Per lei, che di edizioni ne ha viste tante, che cos’è la Sensia e cosa rappresenta? «La Sensia ha 600 e passa anni, è una cosa importante e dovrebbe avere sempre più risalto. Dovrebbe essere per il territorio un qualcosa che “vale” e non solamente una manifestazione circoscritta a un determinato periodo, intendo dire che l’atmosfera della festa dovrebbe essere sempre sentita dai cittadini. La Sensia deve suscitare in tutti i vogheresi senso di appartenenza e

Renato Ciamballi, vogherese Doc deve essere anche un mezzo per mantenere vive le nostre tradizioni, deve battere nel cuore di Voghera e dell’Oltrepò». A proposito della discussione, che ogni anno si ripete, sui fuochi d’artificio? Lei è favorevole o contrario? «Potremmo parlarne all’infinito, bisogna capire perché non si vogliono i fuochi d’artificio. Credo che si tenda sempre ad esagerare sia da una parte che dall’altra, se non si vogliono fare i fuochi perché spaventano gli animali posso essere d’accordo, ma non credo che un cane non si spaventi all’arrivo improvviso di un temporale! Sarei infatti contrariato se decidessero di non farli, per me i fuochi d’artificio ci devono essere, sono la tradizione, tanti li aspettano». Soprattutto da ragazzi, alla Sensia, capitava di avere discussioni che si risolvevano, qualche volta, in una scazzottata, che ricordi ha ? «Sì, mi ricordo molto bene (e sorride). Al-

lora c’erano diverse compagnie, io facevo parte del gruppo di San Vittore, il “villaggio”, un quartiere molto popoloso, capitava di essere in lite con i ragazzi di altre zone di Voghera, ad esempio Pombio o Rondò Carducci. È capitato di scontrarsi, ma mai nulla di così drammatico, se ti andava male andavi a casa con un occhio gonfio e tutto finiva lì. Situazioni che ti formano, ti fanno crescere, ti portano anche a stringere amicizie e impari a portare e avere rispetto». La Sensia una volta era la festa di Voghera con tanti espositori oltrepadani. Negli anni come l’ha vista cambiare? «L’ho vista cambiare, si lo vista cambiare e molto! Noi come associazione paracadutisti l’abbiamo frequentata per una quindicina d’anni come espositori, vendendo i nostri gadget per tirare su qualche soldo per la sezione, ormai il 90% della merce esposta riguarda il mondo del cibo, purtroppo molto spesso cibo che con Voghera e l’Oltrepò nulla a che vedere, ed è cambiata perché si sono perse le tradizioni, come l’artigianato vogherese. Però tutti mangiano, del resto mangiare e bere ha sempre funzionato e va bene così». Un banchetto che l’ha colpita particolarmente? «Ricordo che rimanevo affascinato dai venditori che ti mostravano oggetti strani che sembravano poter fare qualsiasi cosa, ma una volta arrivato a casa immancabilmente non si riusciva a farli funzionare e si rompevano». Oggi ci sono due diverse correnti di pensiero: alcuni dicono che la Sensia deve essere come una grande sagra da paese, altri invece vogliono fare della Sensia una grande vetrina per attirare turisti in Oltrepò pavese. Lei cosa ne pensa? «Dovrebbe diventare una vetrina per il turismo, certo bisogna darsi da fare e non dormire sugli allori. Dovrebbe ogni anno migliorarsi, senza perdere la propria identità, ma Voghera ormai è una città dormiente. Quando ero ragazzo c’erano cinque o sei cinema, due sale da ballo, oggi tutto questo non c’è più. Voghera dovrebbe essere rilanciata e questo deve pensarci chi amministra. Dico a denti stretti, perché lontano dal mio pensiero politico, l’ultimo sindaco che ha veramente voluto bene a questa città è stato Italo Betto. Cosa che non è mai più successa con i suoi successori!». La regia e la supervisione della Sensia coinvolgono direttamente l’amministrazione comunale. Un commento a favore e uno contrario alle ultime amministrazioni rispetto all’organizzazione della Sensia. «Non saprei, non voglio parlare di politica, comunque c’è sempre qualcuno che parla, e molto di quello che fa, lo fa solamente per mettersi in mostra e non per il bene della Sensia e della città. Spero di sbagliarmi, ma non vedo un futuro roseo per la Sensia ed

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anche per Voghera». Le ultime edizione, oggetto di numerose critiche, sono lo specchio della città? «In un certo senso sì, non c’è più il numero di espositori che c’erano una volta proprio per la morte di artigianato e tanto altro». Lei terminato il turno di lavoro e gli impegni famigliari è spesso al Bikers Bar, dell’amico Ciacio, un locale molto frequentato dai vogheresi. Quali sono i commenti dei vogheresi che frequentano il Bikers Bar sulla Sensia? «Il bar è frequentato per la maggior parte da persone della mia età, ed in stragrande maggioranza sono vogheresi, gente che ha visto più edizioni, e ho notato che l’entusiasmo è andato scemando e la Sensia non è più una festa così sentita… ormai di commenti non ne sento più, come se la snobbassero o non gli importasse più nulla della fiera». Ha detto che nota una sorta d’indifferenza, però molti sostengono che è meglio essere criticati piuttosto che non suscitare nessuna reazione ed essere indifferenti... «Credo che l’indifferenza sia dovuta al fatto che nessuno vede o non abbia più speranza in un futuro. Raggiunta una certa età si parla di rassegnazione e chi non ha ancora raggiunto una certa età, come per la politica, se ne frega. Questo è sbagliato perché bisognerebbe essere attaccati alla propria città e alle proprie tradizioni». Noi siamo una zona di vini, salumi e formaggi. Lei da oltrepadano e conoscitore del vino e del salme buono, riesce ancora a trovare questi prodotti alla Sensia? «Non alla Sensia, perché ospita una miriade di persone e non è possibile mangiare un salame buono come lo mangiavo io una volta. Ora questi prodotti li trovi in determinati negozi e sono considerati prodotti di nicchia e non li trovi come una volta in ogni angolo e la Sensia è forse l’ultimo posto dove trovarli, purtroppo». Se lei potesse decidere liberamente, come strutturerebbe la prossima Sensia e su cosa punterebbe? «Punterei sulle nostre origini quindi sui prodotti della zona, esclusivamente prodotti della zona e su qualcuno che ancora fa del buon artigianato. Grazie ai mezzi di comunicazione di oggi cercherei di attirare più gente possibile, ma per fortuna non mi occupo dell’organizzazione». Come Associazione Nazionale Paracadutisti sezione di Voghera sarete presenti quest’anno alla Sensia? «No, perché i terreni dell’Agraria non ci sono stati concessi per i lanci e l’affitto del banchetto è per noi troppo alto. I soldi che ricavavamo dalla vendita dei gadget era per sostenere la nostra sezione che vanta 110 iscritti. Dico questo con amarezza nel cuore perché per noi era una bella vetrina, ma se non riusciamo a portare qualche soldo in sezione è inutile rimetterci». Secondo lei per le Associazioni meritevoli del territorio, come la vostra, lo spazio alla Sensia dovrebbe essere a pagamento o gratuito? «Per niente non fa niente nessuno, però per determinate associazioni senza fine di lucro potrebbero e dovrebbero esserci delle agevolazioni». di Antonio La Trippa



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L’OLTREPò DEL VINO: “Cambiare mentalità prima di fare pubblicità” C’è il segno più davanti ai numeri dell’industria vinicola italiana. In Oltrepò, invece, crescono pressoché solo imbottigliatori, quelli veri e quelli mascherati. Da noi abbiamo aziende leader, di filiera, che producono anche un milione di bottiglie senza avere vigneti adeguatamente estesi. Non importa, va bene tutto. Sebbene in Oltrepò non si legga abbastanza ciò che accade nel mondo, Mediobanca, in occasione di Vinitaly, ha diffuso i dati relativi al settore nel 2017. L’indagine è stata ripresa da tutte le testate economiche e del vino, ma è bene tornarci sopra semplificando qualche concetto. Non sono uno statistico e nemmeno un giornalista, ma credo ci siano concetti emblematici e facili da capire. Basta saper leggere e non fermarsi alle favolette che si raccontano a chi non studia ciò che accade, ma chiede prezzi alti e uva pagata come in Champagne. In sintesi, nella realtà, il vino

italiano ha segnato per l’ottava volta consecutiva un periodo di crescita ininterrotta. Un trend non da poco, ditelo ai piagnoni d’Oltrepò, dal momento che, anche negli anni più bui della crisi, non solo il settore ha tenuto ma, in completa controtendenza, è riuscito a crescere. Nel 2012, in piena recessione, il vino era comunque in crescita, + 17% rispetto al 2008, e da allora la corsa non ha accennato a fermarsi. A tenere sono sia le vendite nazionali (+5,2%) sia quelle all’estero (+7,7%). Una crescita che inevitabilmente porta all’aumento di occupati (+1,8%) e soprattutto investimenti (+26,7%). Questo è quello che succede intorno all’Oltrepò carbonaro con promozioni 1+1 tra il chiaro e lo scuro su 10 province italiane, a partire da quella di Pavia dove pur di esserci si regala istigando chi compra a chiedere prezzi da outlet. Eppure nel 2017 il fatturato delle società vinicole ita-

liane è cresciuto del 6,5% sul 2016, grazie alla buona forma dell’export e al boom del commercio verso l’Asia. La Cina attualmente è il target più importante del mondo. L’export italiano cresce. A far sorridere imprese e investitori sono soprattutto le previsioni per il futuro: “In linea con il segno più dei principali indicatori – dice Mediobanca – le aspettative di vendite per il 2018 restano positive: il 93% delle società esaminate prevede di non subire un calo delle vendite nell’anno in corso, mentre solo il 7% attende una flessione dei ricavi. Il 17,4% ritiene addirittura che le crescita sarà superiore al 10%”. Tra le etichette che hanno segnato la maggiore crescita il gruppo Cantine RiuniteGIV (€ 594 mln, +5,1% sul 2016), Caviro (€ 315 mln, +3,9%) e Antinori (€ 221 mln, +0,4% sul 2016). Seguono Zonin, che ha realizzato una crescita del 4,2% portan-

dosi a € 201 mln, e la Fratelli Martini a € 194 mln (+13,3%); sette società hanno realizzato nel 2017 un aumento dei ricavi superiore al 10%: La Marca (+30,7%), Farnese (+28%), Ruffino (+15,5%), Enoitalia (+14,5%), Contri (+14,1%), Fratelli Martini (+13,3%, che per l’89,9% arriva dall’estero) e Mezzacorona (+13,1%). L’Oltrepò non c’è. Eppure diversi grandi gruppi italiani vendono vini dell’Oltrepò nel mondo. Sì, con il loro marchio, per papparsi tutto il valore aggiunto. L’Oltrepò delle quote latte, pardon, delle “quote vino”, pensa ancora che per cambiare bastino qualche pubblicità e qualche evento, tanto per far contenti tutti con puro spirito democristiano. “Panem et circenses”, per non guardare in faccia la verità. Contrordine compagni: “Cambiare mentalità prima di fare pubblicità”. di Cyrano De Bergerac


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Voghera: la tomba MOLLINO vale una bolletta della luce non pagata

La lapide di Carlo Mollino

dell’Isarco, 1928). A partire dagli anni trenta, in alcune opere, come la Casa del fascio di Voghera (1934), gli si affianca il figlio Carlo, al quale trasmise inoltre la passione per lo sci e la fotografia, temi centrali nella ricerca di quest’ultimo. Carlo nacque a Torino nel 1905, fu tra i primi laureati in architettura del Politecnico e ne diventerà docente. Progettò edifici, mobili, scenografie, un’auto che corse a Le Mans. Pilotò aerei in volo acrobatico. Fotografo dal segno artistico inconfondibile, scrisse un romanzo, un trattato di fotografia e uno di sci (dove esponeva una tecnica di sua invenzione). Mori a Torino nel’73 e fu accudito fino alla morte da una ‘badante” vogherese, l’Aldina. Oltre alla casa del Fascio a Voghera, tra gli edifici firmati da Carlo Mollino ricordiamo l’auditorium Rai e il teatro Regio a Torino. Ricercatissimi i suoi pezzi di design: a New York, il tavolo ‘Reale” del 1951, è stato venduto da Sotheby’s a 3.8 milioni di dollari. In via Napione, sul Lungo Po a Torino, vi è il Museo Casa Mollino. Non è la solita casa d’artista museizzata. A parte il fatto che Mollino non vi abitò mai e che in pochi sapevano dell’esistenza di questo appartamento, la casa era il luogo di incontro con le giovani donne che Mollino fotografava con le

sue Polaroid e anche, nella lettura esoterica dei gestori di questa casa museo, Fulvio e Napoleone Ferrari, una sorta di dimora dell’aldilà che riflette la personalità dell’autore come una piramide egizia riflette quella del faraone. Il culto della memoria a Carlo Mollino è stato degnamente onorato non solo da collezionisti come i Ferrari, ma anche dagli allievi del Maestro. Un esempio lo si può avere visitando la tomba di famiglia, nell’ala vecchia del cimitero di Voghera. Oltre all’architetto vi sono sepolti il padre Eugenio e altri familiari. Non essendoci stati eredi, nessuno ha provveduto mai alla cura di questo luogo: prima il crollo della lapide di Carlo, poi il taglio della luce della tomba per mancato pagamento delle bollette e la totale mancanza di manutenzione hanno fatto cadere la tomba nel degrado più totale. La bolletta della luce viene pagata dal torinese Adolfo Dente, che fu studente di Mollino e che, invano, ha tentò di sensibilizzare l’amministrazione vogherese affinché se ne facesse carico. Più che la cifra, i soliti problemi burocratici, uniti allo scarso interesse per questa figura, hanno impedito che la città compisse il pur doveroso gesto. Che vergogna per Voghera: per una bolletta si cancella l’orgoglio di una città. L’amministrazione Torriani non ha mai risposto

alle lettere del sindaco di Torino Chiamparino, la sinistra, così legata alla cultura (a parole), ha fatto eccezione d’amore nel caso di un architetto del ventennio fascista, la giunta Barbieri ha intitolato una piccola via periferica a padre e figlio, probabilmente solo dopo che la stampa locale ha pubblicato articoli di sdegno. La sorte ha voluto che proprio in questa via ora ci siano cantieri edili abbandonati, che aggiungono ulteriore degrado a un cognome simbolo dell’esatto contrario. Mentre il design di Carlo viene pubblicato in un catalogo da Phaidon, Torino gli dedica mostre e celebrazioni, Voghera non sa neanche chi siano. Godiamo ancora oggi della Sala Pagano, ex sede della banca d’Italia, opera di Eugenio e ne sfruttiamo gli spazi per mostre cittadine. Godiamo della Casa del Fascio, sede dell’Agenzia delle Entrate, portata a termine da Carlo. Ci si domanda perché non si possa mai andare oltre e, oltre a fare uno sforzo per dare dignità alla tomba di una famiglia di grandi professionisti ed artisti, non si possa organizzare proprio in questa città qualcosa che ci renda fieri di avere dato anche noi, nel nostro piccolo, un segno indelebile alla loro memoria. Loro lo hanno fatto. Non dimentichiamolo.

«New York: milioni di dollari per il tavolo “Reale” di Carlo Mollino» La genialità che porta il cognome “Mollino” ha DNA vogherese. Eugenio prima e il figlio Carlo poi, sono stati nomi di spicco nel mondo ingegneristico, architettonico e del design italiano. Eugenio Mollino nacque a Genova nel 1873 e, orfano di entrambi i genitori, dopo gli studi superiori a Voghera, luogo di origine della famiglia, si laureò a Torino in Ingegneria civile e nel 1906 aprì il proprio studio a Torino. La solida formazione politecnica tardo-ottocentesca, accompagnata da una grande attitudine per l’organizzazione del cantiere e il controllo del dettaglio, consentirono ad Eugenio Mollino di lavorare con le maggiori imprese dell’epoca e di occuparsi, senza grandissima originalità, ma con grande correttezza ed esiti sicuri, di temi molto diversi: dall’arredo alla residenza, dagli edifici industriali a quelli pubblici, dagli ospedali alle centrali idroelettriche, dalle infrastrutture all’urbanistica. In campo ospedaliero, in particolare, progettò a Torino “Le Molinette”, il più grande ospedale cittadino (1927-1934). Oltre che in Piemonte, operò in Calabria, Liguria, Lombardia, Sardegna, Trentino (centrale per la Società Idroelettrica

Cantieri abbandonati in via Mollino a Voghera

di Rachele Sogno


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Tante buone ragioni per abbandonare la spazzatura Signor Direttore, l’altra mattina ha nuovamente fatto la sua comparsa un sacchetto dello sporco abbandonato sul ciglio della strada subito dopo il cavalcavia dell’Iper di Montebello, quello già alcune volte pulito dai volontari dell’azienda Valvitalia, succede una o due volte la settimana di trovare spazzatura in quel cavalcavia. Arrabbiarmi? Lo faccio tutte le volte che vedo l’incivile testimonianza della nostra presenza sulla Terra ma questa volta ho pensato che potrebbero esserci dei motivi che inducono all’abbandono dei rifiuti per i quali sarei tentato di giustificare tale comportamento. Li condividerò con voi. 1) Mi accorgo improvvisamente che il colore del sacchetto non si abbina alla borsetta e buttare in strada

la borsetta vorrebbe dire non trovarla più, mentre il sacchetto dello sporco non corre questo rischio almeno per alcuni giorni. 2) Ho compreso l’idiozia di aver messo nel baule il cane e il sacchetto dell’immondizia e non posso correre il rischio che il cane lo rompa. Potrei abbandonare il cane ma ha il microchip; decido per l’immondizia del resto è un caso di «vita o di morte». 3) Lascio il sacchetto dell’immondizia sul ciglio della strada non per inciviltà, ma solo per poter verificare in quanto tempo viene rimosso, il mio senso civico mi impone di verificare che tutto funzioni per bene. Sa… io voto! 4) Che senso ha acquistare i sacchetti dello sporco profumati e decorati al supermercato se poi nessuno li può vedere?

5) Lascio i sacchetti sulla strada solo per dare la possibilità ai meno fortunati di me di vedere se vi fossero cose che potrebbero essere ancora utili; si parla tanto di lotta allo spreco? L’unica cosa che spero è che poi buttino nel cassonetto quel che non serve. 6) Cane, zaino, bicicletta, cappello, cellulare, occhiali da sole, chiavi, portafoglio, allarme messo, sacchetto dello sporco. Porc… sapevo di aver dimenticato qualcosa! 7) Ora, mi domando e dico, se il sacchetto non entra nella vaschetta del cassonetto le cose son due: o il sacchetto è troppo grande o la bocchetta è troppo piccola! Senza dubbio la seconda che ho detto! 8) Sì qualche volta mi è capitato di abban-

Anche cani e cavalli sulla greenway, ciclisti a rischio Egregio Direttore, con l’arrivo della bella stagione, una marea di persone e non solo, si riversano sulla ciclopedonale greenway che da Voghera porta a Salice, per passare un po’ di tempo all’aria aperta. Diciamo che i veri amatori delle passeggiate o delle biciclettate si incontrano anche nel periodo autunnale e invernale. A parte qualche piccolo tratto, la ciclabile è in campagna o affianca le sponde dello Staffora; uno scenario naturale, abbastanza bello. Purtroppo lo è meno come sicurezza. E non parlo della sicurez-

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Silvia Colombini direttore@ilperiodiconews.it / Tel. 0383-944916 Responsabile Commerciale

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za della carreggiata, (altrimenti ci sarebbe da fare un poema) ma di chi la frequenta. Per non essere tacciato come un visionario, ho cominciato a portarmi una videocamera installata sulla bici e quello che ho filmato ha dell’incredibile: la ciclopedonale è diventata una cicloanimale, e non solo! A parte i maleducati, (quelli appartengono a tutte le categorie) si incontrano: pattinatori, skateboarding, cani di tutte le taglie, senza guinzagli o museruole,«esperti di ippica» con cavalli e qualche motorino che prende la scorciatoia perché senza casco.

E questa dovrebbe essere la Greenway moderna della Valle Staffora? Se la Valle Staffora si presenta con questo biglietto da visita, per sostenere il cicloturismo credo che prima, farebbe meglio a dare uno sguardo alle «vere ciclopedonali» che ci sono in Trentino, in Liguria, in Friuli, sul Lago di Garda, in Valtellina, per non citare quelle di tanti altri paesi europei. Gabriele Mottini – Voghera

Salice Terme: il problema sono i cani? Gentile direttore, vorrei rispondere alla lettrice che ha scritto la lettera dal titolo «Non più tollerabili i cani liberi nel parco» pubblicata sul numero di aprile de Il Periodico News. Il 25 aprile ero al Parco di Salice con la mia famiglia e il nostro cane. Ho trovato tante famiglie felici di stare nel parco con i bambini, i nonni... e i cani, molti cani al guinzaglio altri no, ma non ho visto nessuna situazione di pericolo. Non capisco questo allarmismo, mentre devo dire che ho riscontrato una poca cura del parco, in

termini di immondizia e cura del verde. Non scendo in altre polemiche inerenti i personaggi umani (non appartennti alla famiglia dei canidi) che non avendo nessuna occupazione pascolano nelle aree verdi delle nostre città, sporcando e lascinado ogni tipo di rifiuto, ma logicamente il problema sono i cani che girano con i padroni nelle aree verdi comuni, magari liberi e che potrebbero aggredire o addirittura far cadere le persone. Dei mostri! Matteo Villani - Voghera

LETTERE AL DIRETTORE Questa pagina è a disposizione dei lettori per lettere, suggerimenti o per fornire il proprio contributo su argomenti riguardanti l’Oltrepò Scrivete una email a: direttore@ilperiodiconews.it Le lettere non devono superare le 3000 battute. Devono contenere nome, cognome, indirizzo e numero di telefono che ci permetteranno di riconoscere la veridicità del mittente Le lettere con oltre 3000 battute non verranno pubblicate

donare i rifiuti, ma li chiudo ben bene! 9) Pioveva che «Dio la mandava» ed ero davanti al cassonetto: in una mano l’ombrello, nell’altra il sacchetto: cosa avrei dovuto fare? 10) Non credo proprio che ci siano problemi a buttare la credenza rotta nel cassone per la raccolta dei rifiuti da giardino: primo è di legno, secondo mica l’ho messa nel sacchetto di plastica! Contro questi incivili bisogna ridere per non piangere, anche se non ci resta che piangere. Grazia Tamburelli - Casteggio

Pietra de’ Giorgi

«Un quadro del tutto inverosimile»

Gentile Direttore, ho letto con interesse e perplessità l’intervista con il sindaco di Pietra de’ Giorgi (il paesino nel quale risiedo) pubblicata in Aprile 2018. Il sindaco, Gianmaria Testori, si congratula per le attività di volontariato in paese e parla di “una biblioteca con molti volontari che si occupano di eventi culturali”. Peccato che il sindaco stesso abbia chiuso la biblioteca circa cinque anni fa e che il libri giacciono non si sa dove ne in che stato. Si congratula anche perché i volontari di Protezione Civile sono coinvolti in attività nelle zone terremotate, ma il paese giace in stato di abbandono - in particolare per quanto riguarda la potatura degli alberi che si poggiano sui cavi del telefono, coprono i lampioni lungo le strade e interferiscono con la viabilità, e per quanto riguarda la mancata manutenzione degli edifici e la mancata pulizia e manutenzione delle strade. Si parla di “sei mini alloggi per bambini in cura all’ospedale San Matteo” per i quali il gruppo Auser Pietra de’ Giorgi dovrebbe garantire il trasporto. Mi chiedo come potrà questo gruppo con una singola macchina e pochissimi volontari garantire un servizio shuttle tra Pavia e Pietra per sei famiglie e allo stesso tempo garantire il servizio per il quale è stato formato per i residenti. Qualunque residente che cerca di interessarsi delle attività di questo paese e la sua amministrazione trova considerevole difficoltà perché (come potrete verificare, volendo) il sito del comune è ‘aggiornato’ soltanto fino al 2013 e moltissimi link risultano non disponibile. Il sindaco farebbe bene a fare due passi a piedi nel paese che amministra, magari così si renderà conto della situazione, invece di dipingere un quadro del tutto inverosimile. Katherine M. Clifton - Pietra de’ Giorgi


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Trasporto pubblico locale: per Autoguidovie una falsa partenza Lo scorso 1° aprile la società Autoguidovie ha preso servizio come gestore esclusivo del trasporto pubblico locale nella Provincia di Pavia. Il nuovo appalto supera la tradizionale zonizzazione che aveva consentito, fino a questo momento, di mantenere la maggior parte delle tratte sotto il controllo di aziende riconducibili al territorio. Il passaggio di consegne non è stato indolore: una lunga serie di ricorsi, infatti, ha causato un ritardo di oltre tre anni rispetto ai tempi programmati (la gara era partita nel 2014). Quando, dopo una sentenza del Consiglio di Stato nello scorso marzo, si è finalmente giunti al passaggio di consegne, è sorta la questione sindacale: il capitolato, secondo le organizzazioni di categoria, non sarebbe stato rispettato da Autoguidovie. Per questo è stato indetto uno sciopero a livello regionale: le scelte della società di trasporti, infatti, potrebbero costituire un precedente per le future gare di appalto che coinvolgeranno anche le altre aree della regione. A seguire la vicenda, per l’organizzazione FILT-CGIL, è il Segretario provinciale, Massimo Colognese, che abbiamo interpellato per conoscere lo stato attuale della situazione. Quello che si è appena verificato appare essere un cambiamento epocale per il trasporto pubblico nel nostro territorio. Per circa quaranta lavoratori, tuttavia, si è trattato di un salto nel vuoto. Qual è la situazione, in questo momento? «Questa gara nasce da una buona idea, ma posta in essere in modo sbagliato. Anziché mettere a gara il servizio, quindi la quantità dei chilometri di percorsi, è stato messo a gara il numero degli addetti. Anziché far

competere le aziende sull’economicità del servizio, cioè sul fare lo stesso servizio risparmiando soldi, si è partiti dal numero degli addetti. Questo di fatto non garantisce la cosiddetta clausola sociale, la garanzia del mantenimento dei posti di lavoro e delle condizioni economiche precedentemente in essere». A cosa ha portato questa decisione? «Nel corso di tutta questa vicenda, durata anni, le aziende uscenti hanno presentato una serie di ricorsi a tutti i livelli; questo ha fatto sì che la situazione si incattivisse. Quando si è poi arrivati al momento del passaggio del personale non c’è stata assolutamente collaborazione, per usare un eufemismo. Le aziende uscenti non hanno fornito gli elenchi correnti dei dipendenti da far migrare. Sono stati sostituiti alcuni nomi, è successo un po’ di tutto». E quindi il caos. Come ha reagito Autoguidovie? «Questa situazione ha fatto sì che si costruissero una serie di scuse. Autoguidovie, non avendo la certezza dei nomi dei dipendenti da assumere, ha cercato di scegliere il personale. Non ha fatto suo tutto quello che era contenuto nel bando, ma ha esercitato una sorta di prelazione. Questo è un problema che noi come organizzazioni sindacali abbiamo dovuto denunciare». Se le cose stanno così, le posizioni dei gestori uscenti, così come quella di Autoguidovie, sembrano essere difficilmente difendibili… «Almeno i contenuti del bando di gara dovevano essere rispettati, e chi, come l’Agenzia per il trasporto pubblico locale del bacino, ha il dovere di controllare, deve fare in modo che i nomi contenuti nel

Massimo Colognese, Segretario provinciale FILT-CGIL bando di gara vengono assorbiti. Questo è quanto chiediamo all’Agenzia. Pur avendo noi un giudizio negativo sul bando di gara, pensiamo che debba essere rispettato». Oltre a questi quaranta lavoratori rimasti, diciamo così, nel limbo, ci sono tuttavia altre situazioni critiche… «C’erano una serie di persone, che lavoravano in subaffidamento o nella manutenzione, le quali sono rimaste a metà strada. Autoguidovie ha scelto di subappaltare una parte del servizio, nello stradellino, alla ditta Dellavalle, la quale ha chiesto ad alcuni lavoratori di Sapo di entrare nel suo organico, ma proponendo loro condizioni diverse rispetto a quelle esistenti. Noi ab-

biamo portato condizioni non eccezionali, ma discrete, in questo settore. Una parte, tre o quattro dipendenti, ha accettato; per gli altri mi risulta si stia per chiudere la procedura di mobilità». È stato detto, nelle scorse settimane, che in alcuni casi i turni di lavoro arrivano a lambire le 14 ore. Può confermarlo? «Quando Autoguidovie è arrivata a dover iniziare il servizio, non era al completo come personale, e ha dovuto costruire turni molto ampi, che hanno superato le 14 ore. Ho visto turni di lavoro 14 ore e 26 minuti, quando il nastro orario deve essere al massimo di 12 ore. Sono assolutamente fuori dal contratto nazionale e fuori dalla


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ATTUALITà legge. Pensiamo poi che molti autisti restano fermi sul piazzale per quattro o cinque ore senza la possibilità di allontanarsi dall’autobus (non è consentito), nemmeno per prendere un caffè al bar». Il 21 aprile scorso, per queste ragioni, è stato indetto uno sciopero in tutta la regione. «Noi abbiamo ritenuto, come organizzazioni sindacali, che una situazione del genere doveva emergere in tutta la sua drammaticità. L’utilizzo dello sciopero è sempre complicato, perché si va a colpire l’utente, che spesso non c’entra niente con quella situazione. A dover emergere, comunque, era soprattutto la questione occupazionale aperta, con queste quaranta o più persone che non trovavano collocazione». Siete soddisfatti di come i lavoratori hanno risposto? «La risposta da parte dei lavoratori è stata ottima. Nei depositi di Broni e di Voghera, esaurita la fascia di garanzia, sono rientrati tutti, e non è più uscito un solo autobus. Una partecipazione massiccia. Evidentemente si è visto che le organizzazioni sindacali sono state molto unite, e i problemi sollevati sono quelli che i lavoratori sentono come loro». Per il momento il servizio urbano, su Voghera, è rimasto in capo alla Sapo. Ma il prossimo anno cambieranno le carte in tavola. Cosa accadrà? «Voghera e Vigevano sono rimaste per il momento ferme. Passeranno, se non ci saranno novità dell’ultima ora, sotto l’egida di Autoguidovie. Quando la Provincia di Pavia ha emanato il bando, ancora non erano scaduti i contratti in essere. Mentre per il resto della provincia l’affidamento era di fatto in regime di proroga, e di conseguenza era possibile mettervi fine, qui si deve aspettare la chiusura del contratto in essere, per poi farlo rientrare nell’appalto unico, che compete Agenzia di Bacino, dato che le Provincie non sono più responsabili delle attività di trasporto, che ora vede insieme Pavia alle provincie di Milano, Lodi e Monza e Brianza».

«Il prossimo anno se non ci saranno novità, anche Voghera passerà sotto l’egida di Autoguidovie» Il servizio di trasporto urbano di Voghera meriterebbe una maggiore attenzione. Per esempio, il fenomeno dell’evasione, per quanto riguarda l’obliterazione dei biglietti, è ampiamente diffuso, forse più che altrove… «In Line, a Vigevano, il controllo è effettuato dall’autista al momento della sali-

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Oltrepò orientale: «Un’area di lavoro con oltre 2mila persone e non esiste un collegamento né da Broni, né da Stradella, né da altri centri» ta, e viene riconosciuta una competenza economica al lavoratore. La salita avviene esclusivamente dalla parte anteriore dell’autobus, proprio per consentire questo controllo. La questione a Voghera è un po’ più difficile, presenta dei nervi scoperti. Nonostante accordi che sembravano andare in quella direzione, in passato, il personale non era mai stato favorevole.» Quale vantaggio porterebbe agli autisti questa innovazione? «Da un punto di vista sindacale dobbiamo tenere presente che le risorse economiche saranno sempre meno; e tra l’altro, per fortuna, il fatto che questa gara sia stata emanata nel 2014 ha fatto sì che non rientrasse nei tagli previsti proprio quest’anno, che sono vicini all’8% a livello regionale. Le risorse disponibili saranno sempre meno, perché purtroppo i governi che si susseguono fanno fatica a investire in questo settore. Di conseguenza, le risorse che entrano dai biglietti devono essere certe. Se si incrementa il numero di trasporti, devono incrementarsi anche gli introiti. Per questo, il controllo diventa sempre più importante, e noi come sindacato cerchiamo di considerarlo». Finora Autoguidovie ha rifiutato ogni confronto diretto, sia con le parti sociali, sia con la carta stampata, limitandosi a diffondere dichiarazioni e informazioni meramente tecniche. È rimasto deluso da questo atteggiamento di chiusura o se lo aspettava? «È un’azienda un po’ strana: ha una doppia faccia, padronale sotto certi aspetti e industriale sotto altri. A seconda dei momenti e delle situazioni espone una faccia. Noi come sindacato abbiamo qualche difficoltà a comunicare con loro, anche perché prediligono interfacciarsi con il livello regionale. Tant’è vero che lo sciopero è stato indetto su tutto il territorio della Lombardia». Che idea si è fatto di questa società? «Autoguidovie è un’azienda difficile da comprendere: grazie alla joint venture con Busitalia, società del gruppo Ferrovie dello Stato, sta costruendo una sorta di pseudomonopolio, diventando dal punto di vista della dimensione un’azienda importante. Per questo auspicavamo che l’approccio a questa prima gara fosse diverso e portasse un impatto di immagine e occupazionale molto migliore». E per quanto riguarda la parte politica? A chi spetterebbe impegnarsi nella vicenda? «Auspichiamo un incontro con il nuovo assessore regionale per vede-

re se ci può essere un confronto. Dato che è stata una Legge regionale, la 6/2012, a far partire la riforma dei trasporti anche nella nostra provincia, la Regione ha un diritto e un dovere a sistemare le cose in questo ambito». Vogliamo, invece, trovare un aspetto positivo nel cambio di gestore? «Al di là di questi aspetti assolutamente importanti, mi pare di registrare che alla Provincia di Pavia abbia dato una valenza positiva. La maggior degli autobus sono nuovi e a basso impatto ambientale. C’è però da dire che in questo tipo di servizio, in questa parte dell’anno, non si può segnare una grossa differenza. Le linee, la struttura, sono rimaste quelle di prima». Cosa dovrebbe cambiare? «Dopo che sarà pienamente operativo questo cambio di gestione, il sistema di trasporto dovrebbe essere completamente rivisto. Ci sono città popolate che si sono spopolate e viceversa, aree industriali che non sono più importanti come un tempo, città non più raggiunte regolarmente dai treni. Crediamo che l’autobus debba integrare il trasporto ferroviario, a volte sostituirlo». Un’altra situazione che tenete sotto la lente, come FILT-CGIL, è quella delle logistiche dell’Oltrepò orientale. Un’area dove trovano lavoro così tante persone non meriterebbe una linea di

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trasporto pubblico? Ad oggi non ne esistono (a meno di non voler scarpinare per qualche chilometro) e si è costretti a raggiungere il posto di lavoro con mezzi propri… «Certo, l’esempio che noi spesso facciamo è proprio quello dell’Oltrepò orientale, dove si è costituita un’area di lavoro con oltre 2mila persone e non esiste un collegamento né da Broni, né da Stradella, né da altri centri. Insediamenti produttivi che sono destinati a crescere. Ci sono persone che arrivano agli impianti a piedi dalla stazione più vicina percorrendo a piedi diversi chilometri, attraversando anche strade molto trafficate come la via Emilia, con la pioggia, con la nebbia, in situazioni ai limiti della sicurezza stradale. È necessario che si dia una risposta a queste persone». Quali saranno i prossimi passi da affrontare? Cosa vi aspettate di ottenere, ragionevolmente, da un ipotetico canale di comunicazione con Autoguidovie, oltre alla questione dei lavoratori in sospeso e alle ore di lavoro da ridefinire? «Passata la fase emergenziale, noi auspichiamo che con questa azienda si possa costruire una collaborazione che vada intanto dall’applicazione di un accordo integrativo che tenga conto delle esigenze dei lavoratori, e poi che si possa andare a migliorare il servizio offerto all’utenza. Noi abbiamo un grosso problema di infrastrutture; per questo crediamo che il sistema di trasporto pubblico debba essere considerato anche di più rispetto a una situazione normale. Una provincia che vuole creare un volano per lo sviluppo deve per forza passare anche dal trasporto pubblico locale. Pensiamo che con questa azienda, che ha davanti sette anni di lavoro, si possa costruire un miglioramento». di Pier Luigi Feltri



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La Cisl attacca: a Voghera 35 posti in meno tra medicina, traumatologia e cardiologia Forte della vittoria nelle elezioni sindacali, la Cisl, nominata prima forza rappresentativa nell’Asst pavese (ex azienda ospedaliera) torna alla carica usando bastone e carota per denunciare le magagne che ancora affliggono gli ospedali d’Oltrepò, con attenzione speciale per quello di Voghera. Cronica carenza di personale, chiusura dei posti letto, riorganizzazione dei reparti sono le questioni urgenti sul tavolo. Domenico Mogavino, segretario provinciale Cisl, e il suo braccio destro iriense Alessandro Gattone, anche lui fresco di riconferma come coordinatore della Rsu interna, iniziano con l’annunciare l’esito positivo di una trattativa portata avanti nelle scorse settimane con i vertici dell’azienda. «In seguito al nostro pressing» spiega Mogavino «ci sono state confermate le assunzioni di 33 nuovi infermieri comprensivo di personale ostetrico, 9 unità di personale tecnico sanitario e della riabilitazione, 2 assistenti sociali, 1 autista soccorritore del 118 e 2 Oss. Un miglioramento importante se si pensa che l’intento iniziale dell’azienda era di assumere solo 13 infermieri».

Ospedale di Broni: «Spostare lì i degenti di psichiatria, oggi a Mornico Losana» Mogavino, un miglioramento importante ma anche decisivo? «No, ancora insufficiente rispetto alle carenze che ormai da anni affliggono i nostri ospedali, ma comunque un passo avanti: il nostro principale obiettivo si conferma la lotta per le assunzioni, al contrario di chi esulta per la riduzione dei posti letto vedendola come una conquista sindacale». La questione dei posti letto è maldigerita dal sindacato. «L’azienda, per mancanza di personale, ha deciso di attuare questa politica» spiega Alessandro Gattone. «Una strategia che non condividiamo perché, nonostante questo permetterà a parte del personale di smaltire le ferie, dall’altra creerà disagi per l’utenza, poiché come è logico, se a Voghera non ci sono posti sufficienti i pazienti verranno “spalmati” sugli ospedali vicini e questo non va assolutamente bene». Nello specifico, di quanti posti in meno parliamo per gli ospedali oltrepadani? «10 in cardiologia, 15 in medicina, 10 in traumatologia su Voghera, 6 in medicina a Stradella e 6 nei subacuti a Varzi. Nu-

meri importanti. Il nostro auspicio è che si proceda al più presto all’assunzione del personale necessario per procedere con la riapertura dei reparti». Numericamente quante assunzioni servono? «Per Voghera tre infermieri in chirurgia, 2 in cardiologia, 2 in traumatologia, 2 in neurologia, 2 in sala operatoria, 5 in pronto soccorso e 3 ostetriche. Questi sono i numeri minimi, non per risolvere il problema delle carenze di organico, ma per poter riaprire i posti letto chiusi ed è il primo intervento che chiediamo all’azienda». Questo per quanto riguarda il personale. Ci sono altri settori dove ritenete si debba intervenire con migliorie? «Si sta ultimando l’ ampliamento dell’emodinamica, la nuova sede del Cup e il nuovo pronto soccorso. Chiediamo un’accelerazione di questi interventi, perché sono necessari per rendere il polo vogherese più attrattivo. Allo stesso modo urge ormai una ristrutturazione del reparto psichiatrico e della ginecologia ostetricia che ha perso prestazioni importanti in quanto obsoleto e non adeguato agli standard odierni. Si pensi ad esempio che a Stradella offrono servizi più all’avanguardia come il parto in acqua, a Voghera no. Quella è la direzione verso la quale muoversi mentre qui ormai galleggiamo sul limite di legge, che consente il mantenimento del reparto con un minimo di 500 parti all’anno». Sui tempi di consegna del nuovo pronto soccorso cosa può dirci? Quello vecchio è in crisi da tempo, perennemente intasato dagli accessi… «La prospettiva per la consegna di tutte le opere indicate è la fine dell’anno». Cambiando argomento. Si parla di una chiusura della mensa dell’ex ospedale psichiatrico, è una notizia fondata? «Sì, è un timore fondato: la struttura dell’ex ospedale psichiatrico è ormai fatiscente e i locali che ospitano la mensa che prepara da mangiare a oltre 100 dipendenti degli uffici di viale Repubblica rischiano di non essere più utilizzabili». In tal caso che soluzione sarà adottata? «Non potendo affrontare la spesa per l’adeguamento strutturale è probabile che l’azienda fornisca dei buoni pasto». In generale come sono i vostri rapporti con i nuovi vertici dell’Asst? «Migliori che in passato, dobbiamo dare atto che la nuova dirigenza ha fatto più concorsi e profuso più sforzi di quanto sia stato fatto in precedenza, anche se la strada da fare resta molta. Hanno investito parecchio sul personale medico, mettendo a segno anche un colpo importante con l’assunzione del nuovo primario di oculistica Bolognesi, un nome conosciuto e stimato che porterà un sicuro aumento delle prestazioni in quel reparto».

Alessandro Gattone, coordinatore della Rsu interna e Domenico Mogavino, segretario provinciale Cisl

Ospedale di Varzi: «Diventi un presidio ospedaliero: più servizi e micro reparti» Ci sono però alcuni vecchi ospedali, come quelli di Broni e Varzi, il cui destino sembra sempre in bilico. Non crede che queste strutture siano un po’ abbandonate a se stesse? «Per quanto riguarda Broni posso dire che come Cisl da molto auspichiamo una riqualificazione ed un utilizzo più razionale della struttura. Ad esempio si potrebbero spostare in quel nosocomio i degenti di psichiatria, che al momento si trovano in un’altra struttura a Mornico Losana per la quale oltretutto l’azienda paga un affitto». Varzi invece come è messa? «Al momento la difficoltà maggiore ri-

guarda la chirurgia, che sta adottando la strategia del “week surgery” senza però ottenere grossi risultati. Si effettuano solo interventi piccoli durante la settimana, mentre nel weekend il reparto non opera. Diciamo che l’utenza non sta dando ragione alla scelta, anche perché a Varzi manca la rianimazione e, per quanto sia vero che gli interventi effettuati in quella struttura siano a bassa complessità, chi deve essere operato preferisce sempre avere il massimo delle garanzie, giustamente». Che tipo di migliorie auspicate per quell’ospedale? «Da ormai molto tempo, in linea con Regione Lombardia, crediamo che sia necessaria la sua trasformazione in un Presidio ospedaliero territoriale. Ovvero una struttura di carattere prevalentemente ambulatoriale che offre però servizi a 360 gradi. Più reparti attivi, di dimensioni ridotte. Molti, specialmente i politici, vedono in un cambiamento di questo tipo un depotenziamento della struttura, una sorta di perdita di prestigio, mentre in realtà si tratterebbe di un adeguamento che la renderebbe più funzionale e moderna». di Christian Draghi



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Case Famiglia, «Con la nuova legge 400 posti a rischio» Cambiano le norme che regolano le cosiddette “case famiglia”, le residenze private per la cura degli anziani che negli anni scorsi hanno vissuto un vero e proprio boom in Oltrepò Pavese. Regione Lombardia con una delibera dello scorso gennaio ha voluto mettere ordine in un microsistema che da tempo ormai si muoveva seguendo regole non ben definite e fissare così degli standard per il funzionamento di queste “Mini case di riposo”. La questione ha portato non pochi grattacapi alle imprese, normalmente di livello famigliare. Molte a rischio chiusura, posti di lavoro in bilico. L’Oltrepò è toccato molto da vicino da questa nuova norma poiché vanta un singolare primato: quello della zona con più alta densità di (ex) case famiglia in tutta la penisola. A presentarci il quadro della situazione è Stefano D’Errico, presidente dell’Aira, l’associazione nazionale residenze per anziani. D’Errico Può spiegarci cosa cambia a livello legislativo e, di conseguenza, a livello pratico per questi operatori? «A livello pratico esistevano strutture chiamate “Casa Famiglia” che nel tempo si sono rivelate essere un fenomeno notevole nel panorama Lombardo ed in particolare in provincia di Pavia, le quali non venivano considerate dalla pubblica amministrazione come unità d’offerta sociale, ma soltanto attività meramente commerciali, nonostante la loro chiara connotazione di tipo sociale. Ad oggi con l’introduzione della delibera 7776/2018, Regione Lombardia ha voluto regolamentare e fissare degli standard per il funzionamento di queste “mini case di riposo” e la questione complica le cose per loro». Quante sono le case famiglia in Oltrepò? «Quantificare è difficile, ma l’Oltrepò inteso come distretti Ats è la zona con la più alta densità di ex Case Famiglia della provincia di Pavia, che a sua volta è la provincia con la più alta densità della Lombardia e di conseguenza in assoluto in Italia». Quante di queste si ritrovano messe fuori norma dalla nuova legge? «Non esistono cifre precise, dalle informazioni che abbiamo reperito circa un terzo del totale, ma la cosa che più ci preoccupa è che anche quelle che hanno manifestato la volontà di “convertirsi” in Comunità Alloggio Sociale per Anziani, in molti casi, non hanno oggettivamente i requisiti per funzionare. Il territorio risentirebbe in maniera grave di eventuali chiusure: basti pensare che il 100% delle ex Case Famiglia sono a totale finanziamento privato e quindi non intaccano minimamente il welfare sociale Regionale e locale. Questo significa che molte persone anziane che oggi sono assistite in maniera privata dovrebbero per forza rivolgersi a strutture

che prevedono finanziamenti pubblici, con un impatto sulla spesa sociale che possiamo solo immaginare». Cosa devono fare i proprietari delle ex case famiglia per mettersi in regola? «I proprietari o gestori per regolarizzarsi devono anzi tutto fare una valutazione tecnica dei requisiti richiesti dalla nuova delibera e, se idonei, presentare una “Comunicazione Preventiva di Esercizio” ai sensi del D.D.G. 1254/2010 e per conoscenza alla Ats di Pavia ed iniziare il percorso di regolarizzazione nei tempi previsti. Il 23 aprile scorso , con la delibera 44/2018 , Regione Lombardia ha prorogato di altri 2 mesi i termini per potersi “convertire” in unità d’offerta sociale e di 5 mesi per i requisiti organizzativi richiesti. In ogni caso tutti i gestori possono rivolgersi alla nostra associazione o visitare il portale che abbiamo messo a disposizione per tutti i dettagli tecnici www.comunitaalloggiosocialeanziani.it ». Quante case famiglia chiuderanno perché impossibilitate ad adeguarsi? «Il nostro timore è che coloro che non possiedono i requisiti per adeguarsi alla nuova normativa ( circa un terzo delle 140 stimate dagli ultimi censimenti Ats) proseguano nel proprio lavoro in maniera “autonoma” dalla normativa , rischiando così di ricadere nell’oblio normativo, già esistente fino all’uscita di questa delibera. Torneremo comunque a discutere con la Regione per poter salvare il 100% degli Imprenditori che fanno un lavoro eroico e non certo per arricchirsi dato che i margini del business non sono sicuramente interessanti».

Il presidente di Aira:«Grazie al nostro intervento ottenuta una proroga e salvati molti posti di lavoro» Non interessanti, dice? Eppure quello delle case famiglia negli ultimi anni è stato un vero e proprio boom. Come mai se il “business” non rende? «Bisogna analizzare il territorio per capirlo: la Provincia di Pavia è anziana e i costi immobiliari sono relativamente contenuti, e questo è stato il principale elemento che ha fatto sì che in provincia ci fosse il boom di aperture. Certo non tutti coloro che hanno aperto Case Famiglia si sono distinti per serietà e questo ha portato ad una cattiva pubblicità per tutti gli imprenditori che invece lavorano con il cuore, impegnando ogni ora della propria vita ad ac-

Stefano D’Errico, presidente dell’Aira, l’associazione nazionale residenze per anziani

cudire i nostri genitori ed i nostri nonni. Se fatto bene, questo lavoro porta certamente grandi soddisfazioni, ma non certo grandi guadagni, per questo consiglio a chiunque abbia progetti del genere di valutare bene ogni sfaccettatura». Qual è esattamente la differenza tra una casa famiglia e una casa di riposo? «Esistono diverse tipologie di strutture e, per spiegarlo in maniera semplice , le paragonerei ad una piramide dove alla base ci sono le strutture che offrono servizi non sanitari a bassa intensità assistenziale ed in cima le Rsa, con servizi para-ospedalieri di cura socio sanitaria ad alta intensità assistenziale. Tranne che per le case famiglia, qualsiasi altra categoria deve avere certi requisiti standard e una vigilanza, presumibilmente per questo il legislatore ha voluto includere tutta la piramide sotto il suo “controllo”. A livello economico poi le Case Famiglia o neo Comunità Alloggio Sociale Anziani , non ricevono alcun tipo di contributo o incentivo, anche se stiamo già trattando per includerle nei benefici economici dedicati ad altre tipologie affini». Quanti lavoratori rischiano il posto? «Antecedentemente al nostro intervento avvenuto a Marzo 2018 , con la nuova Delibera rischiavano il posto (ottimisticamente) circa 400 lavoratori perché i requisiti richiesti non si configuravano con il tessuto dei lavoratori di queste strutture. Ad oggi invece , grazie ad un intervento

congiunto tra la nostra Associazione di categoria e la Segreteria Generale CGIL i lavoratori che non salveranno il proprio impiego non sono molti , ma comunque ogni posto di lavoro perso per quanto ci riguarda è sempre di troppo». In che modo siete intervenuti per salvare questi posti di lavoro? «Le norme introdotte dalla Regione non tenevano conto che il tessuto dei lavoratori attualmente in forza nelle ex Case Famiglia non fosse dotato di certi requisiti richiesti, come corsi di formazione specifici e due anni di esperienza in ambito socio assistenziale con anziani. Quello che abbiamo chiesto e ottenuto, dato che la norma è stata fatta per mettere giustamente in regola le case famiglia, ma non per decimarne i lavoratori, è di prorogare di 5 mesi il termine per adeguarsi, permettendo di frequentare i corsi che si devono frequentare. Per i non qualificati senza esperienza biennale al momento c’è poco da fare: l’unica novità è che il licenziamento slitta a settembre. Nonostante l’Associazione ritenga che la regolamentazione sia la giusta via per il nuovo futuro delle Unità d’Offerta Socio Assistenziali , resta critica sugli aspetti legati ai requisiti richiesti al personale dipendente delle strutture e si auspica il raggiungimento di un ulteriore livello di accordo generale sia con le Istituzioni che con le parti Sociali». di Christian Draghi


PIZZALE Sembra infinita la vicenda che oppone il Comune di Pizzale a quelli di Cervesina e Pancarana, i quali, fino al 1° gennaio 2016, sono stati ufficialmente membri dell’Unione dei Comuni Lombardi, creata dalle tre amministrazioni per gestire unitariamente ed ottimizzare i servizi da offrire alla popolazione. Il Comune di Pizzale, come è noto, ha deciso unilateralmente di abbandonare il sodalizio, dando il via ad un contenzioso, anche giudiziario, che sembra lungi dal vedere un esito. Abbiamo fatto il punto della situazione con il capogruppo di minoranza a Pizzale, Vincenzo Faiello. Perché la vicenda dell’Unione è così intricata? «L’unione nasce negli anni ’90. I primi debiti che io ho riscontrato risalgono al 2007. Nel 2014 l’Unione dei Comuni aveva chiesto un mutuo alla CDP, che era stato concesso, per pagare dei debiti pregressi. Debiti che quindi si riferivano agli anni precedenti. La prima fattura non pagata che ho acquisito risaliva al 2007. Quindi è una storia che va avanti da tutti anni». Come ne siete venuti a conoscenza? «Il 31 maggio 2015 ci sono state le elezioni comunali, con le quali siamo entrati in Consiglio. Il primo atto importante della nuova amministrazione Grazioli è stato recedere dall’Unione dei Comuni. Il 30 giugno c’è stata la delibera determinante l’uscita, e fissato il termine del 30 settembre per la presentazione ufficiale della recessione. Già in quella seduta consiliare ci siamo opposti a questa uscita grossolana. Siamo usciti dall’aula». Cosa si doveva fare? «Prima di uscire dall’Unione avevamo chiesto di verificare la situazione economica dell’ente. Avevo rimarcato subito un invito a valutare meglio la situazione, con una relazione consegnata alla giunta. Ma siccome non siamo stati presi in considerazione, il 17 agosto abbiamo, come minoranza, presentato un primo esposto alla Prefettura. Successivamente ne abbiamo presentati altri due. Questo perché reputavamo opportuno informare anche gli enti superiori. Negli esposti si elencavano dettagliatamente i pericoli che la scelta di uscire dall’Unione poteva arrecare all’ente comunale e di conseguenza ai cittadini». Quale reazione è arrivata dalla Prefettura? «Il Prefetto è intervenuto e ha chiesto spiegazioni. Ma il sindaco, anziché dare risposte convincenti, si è limitato a criticare l’operato della minoranza, accusandoci di ostruzionismo; senza fornire nessuna adeguata risposta alla problematica». Secondo lei, dunque, c’è stata una grave mancanza. Ce ne sono state altre? «Prima del Consiglio Comunale del 30 giugno, il 22 giugno era stato convocato il Consiglio dell’Unione per parlare del rendiconto dell’anno precedente. In quell’occasione si era parlato del mutuo che era stato stipulato, e al momento del voto il sindaco e i due consiglieri di maggioranza rappresentanti nell’Unione hanno votato positivamente, senza chiedersi nulla! Anziché interessarsi della vicenda, come ha fatto la minoranza che si è chiesta cosa fosse quel mutuo, loro sono rimasti tran-

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quilli e hanno votato a favore: per poi, dopo una settimana, uscire dall’Unione!». Poi cosa è accaduto? «A dicembre siamo stati convocati, tutti i consiglieri. In quella circostanza ci veniva riferito che l’unione dei comuni presentava un debito di 700mila euro. La nostra parte era il 30%, quindi una parte consistente». Sono state proposte soluzioni, in quella sede? «Ormai la frittata era fatta, e ci è stato chiesto un aiuto, un consiglio. Abbiamo cercato di collaborare, come cerchiamo sempre di fare. Così abbiamo condiviso una strategia: l’adozione di un documento in cui si disconoscesse l’entità del debito. Questa somma di 700mila euro ci era stata rappresentata dal sindaco solo verbalmente; nessuno è stato in grado di dimostrarci, però, carte alla mano, come fossero stati generati questi debiti».

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Vincenzo Faiello, capogruppo di minoranza del Comune di Pizzale

Faiello: «Il sindaco avrebbe dovuto prendersi la presidenza dell’Unione» Era davvero impossibile venire a conoscenza di queste informazioni? «Fiutando quello che stava succedendo, già a fine novembre mi ero procurato tutte le fatture relative alla vicenda. C’erano anche diverse fatture non pagate all’ASM. Come minoranza in quella circostanza avevamo suggerito di risolvere il problema senza ricorrere alle autorità competenti, e di pagare quello che era effettivamente dovuto». Invece la vicenda è continuata in modo diverso… «Nel febbraio 2016 il sindaco ha presentato al TAR un ricorso, chiedendo ai giudici competenti di annullare le delibere con le quali l’Unione aveva chiesto il pagamento della parte di debito spettante a Pizzale. La questione sollevata, però, era meramente tecnica: un responso, anche positivo del TAR, non avrebbe risolto la situazione. L’eventuale annullamento non significava che sarebbe stato azzerato il debito». Con quali proposte avete risposto, come minoranza? «Il 27 febbraio abbiamo presentato una mozione in Consiglio Comunale, nella quale chiedevamo al sindaco di impegnarsi a presentare una denuncia all’autorità competente contro l’Unione dei Comuni per fare chiarezza sui debiti esistenti. Infatti erano state sollevate diverse critiche da parte della maggioranza alla gestione dell’Unione, accusata di non aver fornito a Pizzale i servizi concordati. Il sindaco aveva promesso che avrebbe organizzato un tavolo tecnico, e dopo gli esiti si sarebbe parlato anche di eventuali denunce.» Una vicenda, quella del tavolo tecnico, che appare poco chiara… «Del fatto che questo tavolo si sia effettivamente svolto, ho appreso soltanto recentemente, e dalla stampa. In una dichiarazione il sindaco ha affermato che c’era

stato un tavolo con esito negativo. In realtà si è svolto un qualche incontro, non puramente tecnico, e di cui comunque non abbiamo comunicazioni ufficiali. Comunque, non ci risulta che il sindaco abbia presentato la denuncia alle autorità competenti». Negli ultimi mesi ci sono state novità. «A dicembre 2017 l’Unione dei Comuni, cioè i restanti membri, Pancarana e Cervesina, hanno notificato al Comune di Pizzale un ricorso nel quale chiedevano ai giudici del TAR Lombardia il riconoscimento di un danno di 218mila euro, per la parte di debito cagionato. Naturalmente Pizzale ha resistito in giudizio. Il primo ricorso di febbraio 2016 per il disconoscimento delle delibere e questa seconda resistenza hanno causato spese legali per circa 20mila euro per il Comune di Pizzale. Da febbraio 2016 a dicembre 2017 c’è stato un silenzio tombale su questa situazione. Noi abbiamo sempre chiesto nei Consigli Comunali informazioni, ma non è mai venuto fuori nulla». Ma il tema era emerso in campagna elettorale, o è stata un po’ una sorpresa per i cittadini di Pizzale? «Nel programma elettorale da loro messo in evidenza in campagna elettorale non si era parlato di uscire dall’Unione. Per lo meno non in modo ufficiale. Perché il sindaco ha preferito uscire? Secondo me perché aveva paura di confrontarsi con i suoi colleghi. Avrebbe dovuto addirittura prendersi la presidenza dell’Unione, metterci il naso dentro e vedere cosa stava succedendo. Non si può uscire dopo 29 giorni senza conoscere le carte in tavola». Si poteva fare qualcosa di diverso? «Noi sappiamo benissimo che il TAR è molto lungo nei suo giudizi, ma si possono chiedere procedure abbreviate. Nel primo anno dopo la presentazione del ricorso si poteva chiedere un’accelerazione, e nel

giro di qualche mese si sarebbe arrivati a sentenza. Non è stato fatto. La giunta Grazioli tende ad andare avanti il più possibile per cercare di lasciare il problema alla prossima amministrazione. Nel frattempo continueremo a versare spese legali». Intanto, l’amministrazione comunale continua il suo operato. Come? «Non c’è nessun investimento: sono tre anni che non ce ne sono. L’unica cosa in tre anni che è stata fatta è stata tappare quattro buche sulle strade, che complessivamente non sono ridotte affatto bene. In occasione dell’approvazione degli ultimi due rendiconti di gestione sono emersi grandi errori contabili che abbiamo dovuto sollevare come minoranza. I conti non quadravano. Proprio errori matematici. Anche nella relazione del Revisore dei Conti ci sono cose poco chiare. Da quando c’è questa Amministrazione sono stati fatti quattro bilanci di previsione, di cui uno in ritardo ed uno dopo una diffida del Prefetto. Non è una bella cosa per un paese di 700 abitanti. E due rendiconti presentavano errori contabili». Quale la responsabilità politica in capo alla maggioranza? «La responsabilità politica è che il documento contabile, prima di essere presentato per l’approvazione, deve essere controllato. Come ho fatto io. Non bisogna chiudere gli occhi. Se firmo un foglio e me ne prendo la paternità, devo sapere cosa sto facendo. L’assessore al bilancio a un certo punto si è permesso di dirmi: “hai ragione, io non ho nemmeno letto il rendiconto”. La cosa grave, però, è che lo scorso anno è stato approvato ugualmente nonostante le nostre proteste. Mentre quest’anno, con gli stessi problemi, è stato ritenuto di fermare la situazione. Io mi chiedo: come mai?». di Pier Luigi Feltri


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Dal fienile di casa al Louvre di Parigi. Lucio Bobbiesi, imprenditore di idee ‘‘Non potete aspettarvi che gli imprenditori si mettano a varare programmi di ampliamenti mentre stanno subendo perdite’’, ebbe a dichiarare Keynes nel 1933, agli albori del New Deal. Hanno fatto valutazioni differenti quelle piccole industrie che, nell’altrettanto piccolo Oltrepò Pavese, in anni di crisi sono andate controcorrente, continuando ad investire e a migliorare. Come quella di Lucio Bobbiesi, situata nei pressi di uno dei colossi dell’industria che fu: l’ex biscottificio Colussi di Codevilla, recentemente acquisito all’asta da una società pavese, per poco più di un milione di euro. Un’impresa, quella di Bobbiesi, nata in un vecchio fienile; come molte altre, a queste latitudini, e in modo non dissimile alle mitologiche startup americane create, dal nulla, in un garage. Bobbiesi ci ha raccontato la sua vita e i suoi traguardi. Sotto l’occhio vigile di suo figlio Cesare, destinato a portare avanti l’azienda di famiglia.

«Fra dieci anni gli telefono da Miami e gli chiedo: Cesare tutto bene? Sì, tutto bene. Allora ti chiamo domani…» Come ha avuto inizio la vostra storia? «Siamo partiti da un portico, a Castelletto di Branduzzo, presso la vecchia casa di mia mamma. Eravamo in un cortile comune, i vicini sono stati molto pazienti a sopportarci. Mio papà faceva già questo lavoro, ma con macchine tradizionali, tornio e trapano. Durante le vacanze estive andavo a dargli una mano, magari anche malvolentieri, perché era giusto. Vedevo la sua grande capacità e fatica fisica, e pensavo che non sarei mai riuscito a fare cose del genere». Cosa l’ha spinta a seguirne le orme? «Mi è scattata la scintilla all’età di 24 anni, vedendo una fiera campionaria, a Milano. Era il 1981. Presentavano, allora, le prime macchine a controllo numerico che facevano lavorazioni simili a quelle di mio papà, ma in ciclo automatico ed in minor tempo. È stata un’illuminazione. Così ne abbiamo comprata una e ho iniziato a lavorare». Come è arrivato, oltre trent’anni dopo, a dare lavoro a tante persone? «Lavorando giorno e notte! Compresi i sabati e le domeniche. E facendo qualche sacrificio. Quando eravamo a Castelletto, l’officina era scaldata con una stufa a legna. A volte ero talmente preso dal lavoro che mi dimenticavo di caricarla… e così capitava mi venissero addirittura i geloni. Quando i miei amici, nei giorni festivi, uscivano e andavano via di casa, a me

capitava di passare due giorni a lavorare, perché erano i giorni in cui potevo concentrarmi di più, senza dover rispondere al telefono o fermarmi mille volte. La mia ragazza di allora veniva a trovarmi, magari mi portava un panino… è diventata mia moglie, ed in azienda socia insostituibile». Quali sono state le tappe più importanti della sua storia imprenditoriale? «È stata una crescita continua. Man mano che avevamo qualche margine a disposizione ne approfittavamo per investire. Fino ad arrivare, nel giro di tre anni, ad avere tre macchine a controllo numerico. Il portico non era più sufficiente e abbiamo cambiato sede, trovando un capannone a Casteggio. Siamo rimasti lì fino al 2000, fin quando anche quel fabbricato è diventato troppo piccolo per contenere le nuove macchine e ci siamo spostati a Codevilla». Nuove macchine in grado di diversificare la produzione… «Abbiamo cominciato, oltre alla tornitura, ad inserire anche la fresatura a controllo numerico. Sulla spinta di un nostro cliente, che è quello che ci ha fatto crescere all’inizio, Elio Cavagna. Oggi non c’è più, ma la collaborazione continua con i suoi figli». Come è avvenuto il vostro incontro? «Era alla ricerca di un’officina dotata di macchine moderne, capace di determinate lavorazioni particolari. Eravamo ancora a Castelletto. Arrivò una sera, in cortile; aveva una Giulietta bianca. A lui piaceva parlare il dialetto. ‘‘Capisat al dialet? Alura ve chi, g’ho da fat fa un lavur’’. Allora, nei primi tempi, non avevo ancora una scrivania in officina. Così per farmi vedere i disegni aprì la valigetta sul cofano della sua macchina… ‘‘Se mi credi cresciamo insieme’’, disse. A me il progetto piacque, e funzionò. Oggi sono i leader nel loro settore, la produzione di gruppi per il taglio della carta». Come avete affrontato gli ultimi anni di crisi? «Sempre con molta preoccupazione, ma abbiamo deciso di investire e diversificare, sempre aggiungendo nuove lavorazioni, comprando macchinari che prima non avevamo per accedere a possibilità diverse». Una voglia di crescere importante anche per i suoi collaboratori. Come vede il suo ruolo di datore di lavoro? «Lo vedo come una grossa responsabilità ed è uno dei fattori che mi spinge continuamente a cercare di migliorare. Ci sono ragazzi che sono partiti e cresciuti con noi, e adesso sono i responsabili dei vari settori. In alcuni momenti tutti dicevano di ridurre personale. Noi abbiamo stretto i denti, ci siamo inventati nuovi lavori, però abbiamo scelto di mantenere tutti». Vi siete specializzati anche in alcune lavorazioni particolari, di nicchia, e di grande prestigio. Un esempio? «Per un’azienda italiana leader mondia-

le nell’allestimento di musei produciamo molti particolari, tra cui le cerniere che sostengono le ante vetrate delle teche: particolare di grande responsabilità, utilizzato ad esempio per il Museo Egizio di Torino, il Louvre, Il Muse di Trento, il Guggenheim. E abbiamo in programma altre destinazioni». Nella vostra sede fanno bella mostra di sé alcune motociclette. Raccontano di anni in cui c’erano anche le due ruote nel vostro business. «Abbiamo sempre avuto questa passione. Poi, nel 1995, sono venuti a cercarci due ragazzi, titolari dei marchi KramIt e HRD, per affidarci la produzione di alcuni particolari per i loro mezzi. Fino a quel momento avevamo costruito solo qualche nostra moto così, per divertimento. Ci piaceva la competizione, infatti avevamo in precedenza sostenuto le velleità agonistiche di un nostro amico, inventandoci una vera squadra corse ed arrivando a disputare alcune gare del Campionato Europeo Motocross, classe 250 cc». Poi questa passione è diventata qualcosa di più serio… «Dopo quei primi particolari, hanno cominciato a chiederci sempre di più… e siamo arrivati ad assemblare la moto completa per loro conto. Abbiamo affittato un altro capannone, a Voghera, per costruire alcuni fra i primi quad del mercato italiano. Già con omologazione stradale. Loro erano già presenti nei mercati olandese, francese e belga, dove questi mezzi erano già diffusi. Assieme a mio fratello Marco avevamo messo in campo un po’ di energie, ma dopo sette mesi questi partner hanno deciso, di punto in bianco, di chiudere la loro attività». Una bella delusione… «Dopo un attimo di smarrimento ci siamo detti: va bene, non possiamo farci carico di tutta la loro attività; ma possiamo, intanto, ritirare il marchio KramIt e tutto quello che ne compete. Così abbiamo cominciato a progettare una nuova moto che abbiamo presentato all’Eicma di Milano, nel 1997 e nel 1999». In cosa consisteva il vostro progetto? «In qualcosa di nuovo. Nel 1997 abbiamo presentato la prima moto con la doppia omologazione, da enduro e da supermotard. Due anni dopo, al Salone del 1999, ce l’avevano tutti. Combinazione vuole che nel 1998 sia sorto il primo Campionato Italiano Supermotard, sulla scia di quello francese. La Bel Racing a quel punto era diventata un’azienda. Siamo andati in Francia a prendere due piloti con una certa esperienza, utili anche per la messa a punto. E per i primi due anni abbiamo vinto noi. Poi, come tutte le cose, è diventata troppo professionistica. Eravamo gli unici a partecipare con una moto costruita in proprio».

Lucio Bobbiesi con il figlio Cesare Quante erano le risorse umane della Bel Racing, capace di vincere davanti a team ben più celebrati? «Avevamo i meccanici che seguivano le nostre moto e lo facevano per lavoro, chiaramente. Facevano a tempo pieno l’assemblaggio dei modelli che vendevamo e quello delle moto da competizione, e seguivano le gare. C’erano almeno sei persone». Rimpiange quei tempi? «Ogni vicenda ha il suo tempo. Per me quello è un periodo un po’ irripetibile, perché sono cambiate tante condizioni». Dopo tanti anni di lavoro e di soddisfazioni, fra qualche anno arriverà il momento di passare il testimone… «Cesare mi sta affiancando bene, e prenderà in mano la situazione. Pian piano si sta appassionando, anche perché ci sono progetti nuovi e interessanti. Stiamo investendo e abbiamo investito anche in personale perché, avendo Cesare alle spalle, vedo continuità». L’oggetto di questi investimenti? Quale la prossima novità? «Abbiamo progettato e realizzato il motore per un drone. Un vero fiore occhiello, capace di funzionare con quattro tipi di carburante: benzina, gasolio, cherosene e alcool. Un motore che ha un peso-potenza da Formula 1: 3 chili, 10 cavalli. E consumi dimezzati. Per un drone si tratta di aspetti fondamentali. È dal 1996 che lavoriamo su questi progetti, quando ancora non si sapeva cosa fossero i droni. Presto verrà lanciato. Lo abbiamo progettato in tre: l’ingegner Luca Menghini, già progettista di tutte le nostre moto e grande amico, mio fratello Marco che si occupa di automazione industriale, ed io». Come si vede e come vede la sua azienda fra dieci anni? (Guardando il figlio) «Fra dieci anni gli telefono da Miami e gli chiedo: Cesare tutto bene? Sì, tutto bene. Allora ti chiamo domani…». di Pier Luigi Feltri


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«Ci possiamo definire una famiglia di oggi che lavora per le famiglie del futuro» Maggio, il mese delle spose per eccellenza. Inizia infatti in questi giorni la lunga stagione delle cerimonie, che andranno a coronare tanti sogni d’amore e di vita insieme. Per le donne, si sa, la scelta dell’abito giusto per il giorno del “sì” è una decisione altrettanto importante quanto quella del compagno che le porterà all’altare. Dovrà essere un vestito meravigliosamente incantevole, originale ma con classe, da mozzare il fiato al futuro consorte, da rimanere impresso per sempre nella memoria dei parenti e degli amici. Ma soprattutto un abito in cui riflettere alla perfezione l’immagine di se stesse, quella del corpo e, non da meno, anche quella del cuore. Abbiamo incontrato Beatrice Bina dell’Atelier Mondo Sposi di Rivanazzano Terme per avere qualche anticipazione sulle tendenze della moda per il matrimonio.

Beatrice Bina: «Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento radicale. La sposa non cerca quasi più l’abito classico bon ton» Beatrice, il vostro Atelier opera a Rivanazzano dal 1992, come vai avete scelto di avviare la vostra attività dedicata al matrimonio proprio qui in un paese dell’Oltrepò? «Mia mamma Nadia veniva dal settore abbigliamento e lavorava nel negozio di mio nonno in Piemonte, a Castelnuovo Scrivia. C’era la richiesta sempre più frequente dell’abito da matrimonio e da cerimonia e l’esigenza era quella di esplorare un altro territorio. Lo stabile idoneo che faceva al caso nostro per dimensioni e struttura capitò qui in mezzo al verde dell’Oltrepò e quindi si decise di provare questa nuova avventura a Rivanazzano. Questo posto, creato da mia mamma e mio papà, è nato poi con l’esigenza di soddisfare tutto ciò di cui gli sposi avessero bisogno, quindi l’abito, gli accessori, la bomboniera, il materiale per gli inviti, i confetti, gli abiti per le damigelle e gli invitati».

I tempi sono molto cambiati e si presume anche le esigenze delle clienti. Quando una futura sposa viene da voi ha già le idee molto chiare sull’abito che vuole o si fa consigliare e riuscite anche a farle cambiare idea? «Sì, i tempi sono molto cambiati e c’è stato un susseguirsi di varie tendenze. Prima si seguivano molto le riviste di moda e adesso c’è internet. Le future spose navigano molto in rete, guardano, s’informano. Nell’ottanta per cento dei casi hanno già una loro idea ma abbiamo appurato, nel corso della nostra esperienza, che di solito il primo abito che colpisce in negozio fra i tanti che indossano è poi quello che sarà scelto. Spesso l’abito che sognano non risulta magari adatto alla fisicità della sposa che, indossandolo, si rende conto che non fa per lei e allora interveniamo per consigliarne uno più adatto, sempre rispettando le idee della cliente per farla sentire a suo agio il giorno delle nozze». Il futuro sposo ha le stesse esigenze, si fa consigliare oppure al giorno d’oggi è molto più attento al suo look? «Fino a poco tempo fa i ragazzi erano molto più tranquilli, si facevano consigliare su tutto e spesso e volentieri optavano per un abito classico. Negli ultimi tempi vengono anche loro molto influenzati dai media e sono più fashion, vogliono il pantalone attillato, la giacca che segue una certa linea e spesso anche un tessuto ricercato». Quali sono le tendenze moda dell’abito da sposa per il 2018? «La tendenza è quella di un abito da sposa che possa essere indossato con disinvoltura, nel senso che determinati ingombri, strascichi e tessuti elaborati non vengono più tollerati. Si approfondiscono le scollature sul davanti e sulla schiena e le linee sono più scivolate. Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento radicale. La sposa non cerca quasi più l’abito classico bon ton e si rivolge sempre più ad abiti con corpetti e bustier che esaltano la femminilità fino ad arrivare all’abito sexy, in quanto sempre più spesso la cerimonia non si svolge più in chiesa. Abbiamo rilevato un aumento dei matrimoni civili per cui si sceglie quasi sempre l’abito lungo ma si azzarda molto di più con scollature e linee fascianti. Nel nostro atelier sono presenti diversi marchi all’insegna del made in Italy quali Bellantuomo Bridal Group, Blumarine, Le Rose, Le spose di Sofia, Nicole e alcune case estere come la spagnola Rosa Clara, la linea olandese Modeca e l’americana Justin Alexander». Il velo è ancora di moda? «Assolutamente sì. Il velo è veramente il tocco sposa, ci sono abiti che reggono la presenza del velo e altri no ma con l’abito anche molto scollato il velo diventa la cor-

Beatrice Bina dell’Atelier Mondo Sposi

nice ideale. Abbiamo dimenticato di parlare dei tessuti. C’è tanto pizzo ma l’ultima tendenza della moda è l’organza di seta che è un tessuto che sa adattarsi benissimo a qualsiasi condizione climatica». Per quanto riguarda il colore prevale il bianco o c’è anche la presenza dei colori pastello? «è presente anche il colorato, soprattutto sfumato, con giochi di colore e anche stampe a colori tenui. Diciamo però che la maggior parte delle spose sceglie l’abito bianco o nelle varie tonalità del crema». Quanto tempo prima una futura sposa viene a scegliere l’abito per il suo matrimonio? «Anche qui le cose sono cambiate rispetto a qualche anno fa. La sposa si muove dagli otto ai dodici mesi prima dell’evento e quasi sempre ha già un’idea della location dove si svolgerà la cerimonia. L’abito viene scelto e prenotato e poi modificato e adattato alla taglia nella nostra sartoria interna che è attrezzata con macchine particolari adatte alla lavorazione di tessuti delicati. Abbiamo da poco introdotto anche il servizio di vestizione della sposa nella sua casa perché abbiamo rilevato che è uno dei momenti più stressanti della giornata e quindi aiutiamo la sposa a vestirsi e la facciamo anche salire in macchina sistemando l’abito in modo che non si sgualcisca. Cerchiamo poi di consigliare anche l’abbigliamento delle damigelle e

dei genitori così da creare un bel gruppo di famiglia. Ci possiamo definire una famiglia di oggi che lavora per le famiglie del futuro». I vostri clienti provengono dal territorio o vengono anche da altre zone? «Abbiamo clienti sicuramente della zona ma anche tanti provenienti dall’interland milanese, dall’Emilia e dalla Liguria. Poi chiaramente può capitare anche la ragazza che viene da molto lontano che ci sceglie perché ha visto l’abito dell’amica partecipando al matrimonio e vuole avere un abito dello stesso tipo. Ci diamo molto da fare durante il periodo delle fiere e delle presentazioni per essere sempre all’avanguardia e potere offrire sempre gli abiti di tendenza». Lei è molto giovane e dinamica, studia all’università ma è molto attiva all’interno dell’atelier. Quali sono i suoi progetti per il futuro dell’azienda? «Innanzitutto la partecipazione a molte fiere del settore all’estero per studiare meglio le prospettive e le tendenze del settore e poi quello che per ora è solo un sogno che spero che si avveri cioè la produzione di una linea di abiti da sposa che chiamerò probabilmente “Le spose di Mondosposi”. è un progetto a cui penso da molto tempo e che cercheremo di elaborare con la passione per questo lavoro che contraddistingue la nostra famiglia». di Gabriella Draghi


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Elezioni regionali: «Il nostro territorio non ha avuto forza per imporre un candidato» In due mandati consecutivi come primo cittadino rivanazzanese, dal 2007 al 2017, ha non solo cambiato il nome del paese, integrando la dicitura “Terme”, ma ne ha, a detta della quasi totalità degli abitanti, cambiato, elevandoli, la vivibilità, la bellezza, il commercio, l’attrattiva, la gestione. Abbiamo incontrato l’attuale vicesindaco, Romano Ferrari. Parto da una curiosità personale: lei è medico? «Sì, io sono medico-chirurgo, specializzato in igiene e medicina preventiva. L’Ats Pavia, ove sono dirigente medico, ha dei servizi, quali appunto igiene e prevenzione del territorio. Sono stato per anni dirigente del servizio di igiene ed alimenti. Al momento seguo il servizio di igiene pubblica e medicina di collettività, quindi programmazione vaccinazioni, screening, etc. La mia sede di lavoro è Pavia dal 1998, anche se per un periodo ho contemporaneamente lavorato a Voghera». Lei è nativo di Rivanazzano? «No. Io sono originario di Montesegale, però cresciuto a Pavia. Ho vissuto tanti anni a Pavia fino, in pratica, dopo il matrimonio. Mia moglie è rivanazzanese. Mio padre è stato sindaco di lungo corso, per tanti anni, di Montesegale. Abito a Rivanazzano dal 1994». C’era già allora la passione per la politica? «Più o meno. Sempre nei ‘90 ho avuto una positiva esperienza come consigliere in Comunità Montana, ma il tutto si era allora fermato lì, anche in virtù proprio dell’intervenuto incarico professionale che era abbastanza gravoso. Avevo poi ripreso quest’esperienza, diventando, nel 2005, per due anni, consigliere comunale a Voghera, con la giunta Torriani, terzo eletto nelle fila di Forza Italia con più di 400 voti!». E subito dopo il primo mandato a Rivanazzano... «Mi è stata fatta in partito la proposta, il comune era commissariato, fermo... e mi sono impegnato molto, con l’aiuto di tanti amici del settore politico, lo devo riconoscere!». Come ha smosso quell’immobilità? «Ripartire dopo un commissariamento non è mai cosa semplice. Abbiamo, io, la giunta ed i consiglieri, trovato una situazione che non voglio giudicare, per carità, ma decisamente da prendere per le corna, diciamo, per ripartire. Avevamo all’attivo scelte fatte da altri, sulle quali non siam potuti intervenire, e, da parte nostra, siamo partiti con alcune nostre proposte che nel medio e lungo periodo han dato i frutti sperati. Scelte ed investimenti sono la base di un’amministrazione attiva, esponendosi anche a contrasti e detrazioni, magari... Il consenso dei nostri compaesani, e non solo, ci ha dimostrato comunque che ab-

biamo agito bene, dandoci sempre fiducia. E poi sono stato anche fortunato, devo dire, ad aver avuto la possibilità per 2 mandati di potermi avvalere di compagni di cordata sempre molto corretti, leali e collaborativi». Erano anni nei quali si poteva anche investire di più, con più libertà... «Certo non c’era, nei primi anni della mia giunta, il Patto di Stabilità, che un po’ certamente ci ha frenati e penalizzati, diciamo così, dopo. Senza Patto di Stabilità siamo riusciti ad investire in infrastrutture che rimarranno nel tempo. Con il Patto di Stabilità siamo comunque riusciti a fare tante cose, ad esempio la Green Way». Che arriverà a Varzi? «Ce lo auguriamo. La Provincia si è attivata sul progetto della prosecuzione del tracciato. Noi avremmo ancora un tratto lungo lo Staffora da realizzare, salendo a Godiasco». Ed è un’opera che deve realizzare il comune? «No, la realizzazione è compito della Provincia, con sostegno del Gal e della Regione. è chiaro che il comune deve promuovere la cosa, anche nei riguardi degli Enti che spendono nel progetto». Avete altri investimenti in vista? «Sicuramente sulla caserma dei Carabinieri, che è adatta, sia chiaro, ma Rivanazzano ha anche la caserma Forestale, ed i Corpi ora sono assemblati. Stiamo valutando la cosa all’interno del nostro normale ciclo di manutenzione». Alcuni in paese parlano di un palazzo non bello, abbandonato in seguito, credo, ad un fallimento «Su quella struttura c’era un piano di recupero, fatto precedentemente alla mia elezione, che io mi son ritrovato ma da me personalmente mai condiviso, ed ahimè l’intervenuta crisi edilizia generalizzata ne ha bloccato, credo, i lavori... I nostri piani di recupero, che abbiamo sempre svolto in maniera diversa, ci han portato, ad esempio, a metter mano ad una struttura, verso il confine di Godiasco-Salice Terme, che abbiamo trasformato in asilo nido. Gestito sì da privati, ma al servizio della comunità». Tantissime manifestazioni durante l’anno, con grande concentrazione estiva, ovviamente. Avete un enorme sostegno da parte della popolazione interessata... «Grandissimo sostegno, soprattutto per le associazioni organizzatrici! La nostra fortuna sono loro, tra organizzazione e gestione, ad esempio, del Parco Brugnatelli». Tutto ciò non influisce sul bilancio comunale? «Assolutamente no! Noi diamo a tutte le associazioni un piccolo, davvero, contributo, e, ad esempio, la possibilità di utilizzo del parco. Tutte le spese vive sono a carico poi dell’organizzatore... Mi spiace

Romano Ferrari aver sentito qualche detrattore esprimersi in senso quasi di richiesta di un diverso occhio di riguardo verso l’imprenditoria privata piuttosto delle associazioni: ricordo che queste ultime lavorano tanto, tantissimo, e lo fanno per il paese, per la comunità tutta. Comprendo che la cena al parco possa, in quell’occasione, distrarre qualche cliente dai pubblici esercizi, ma promuove Rivanazzano, e magari la sera successiva più clienti possono affollare gli esercizi del nostro paese». Qualche compaesano lamenta anche una scarsità di posteggi, in paese... «Mi fa piacere lei mi abbia fatto questa domanda. Durante i miei due mandati abbiamo costruito il parcheggio nel retro delle scuole, il parcheggio all’ingresso di Salice, dove finisce la Green Way, abbiamo asfaltato il parcheggio nel retro della piscina...». E, glielo chiedo come segnale anche ad altri comuni, son tutte strisce bianche, nessuna azzurra... Non vi interessa far cassa con i parcheggi? «è stata una scelta. A Rivanazzano non abbiamo strisce azzurre. Abbiamo sempre, come tutte le Amministrazioni, bisogno di soldi, ma per quanto riguarda i parcheggi abbiamo, da sempre, preferito così». Sui Social Networks, soprattutto, molti si chiedono come mai le Terme di Rivanazzano abbiano grande successo e nuovi e continui investimenti, e quelle di Salice Terme, invece, son fallite... «Innanzitutto mi permetta di complimentarmi con la gestione delle nostre Terme e con l’amico Giorgio Matto, con il quale da sempre condividiamo, oltre all’amicizia, anche molte vedute simili sotto tanti aspetti». Lei ha reso alle vostre Terme anche un valore aggiunto, con l’inserimento della dicitura “Terme” nel nome del paese...

«è stato dovuto, al di là della diversa identificazione del paese all’esterno, anche alla mole di lavoro che proprio la nostra struttura termale ha sempre svolto nei decenni, con grande attenzione e precisione al servizio della clientela, che li ha sempre premiati. In sinergia abbiamo anche predisposto la ristrutturazione della parte nuova degli alloggi, alcuni anni fa, che sono stati realizzati in maniera ineccepibile!». Ed invece a Salice Terme... «Temo che le Terme di Salice abbiano sofferto il passaggio da para-statale a privato. Tra il 1985 ed il 1986 io sono stato il medico delle Terme di Salice, e le devo dire che tutti gli operatori, da prima di quegli anni ai successivi, fino alla privatizzazione, si sono spesi con grande impegno e passione, facendo dell’Azienda un polo turistico importantissimo. Tanto importante che, parlando proprio con l’amico Matto delle nostre Terme di Rivanazzano, anche lui, come tutti, si augura una pronta soluzione all’attuale problema, per non perdere l’appeal territoriale del lavoro termale!». La politica, nel passaggio al privato, ha secondo lei responsabilità? Il sindaco Riva, col quale so la lega vera amicizia, le ha espresso qualche, diciamo, speranza futura? «Non ritengo che politica e/o imprenditoria, in quel passaggio, abbiano avuto responsabilità dirette. Penso che nel colossale cambiamento sociale di questi ultimi 20 anni la gestione privata abbia sofferto, come molti altri a livello nazionale, lo scontro con la recessione ed appunto l’enorme cambiamento sociale. Il sindaco Riva si sta spendendo con grande impegno alla partita, rimanendo, come tutti noi, certamente preoccupato e speranzoso in una veloce e sana soluzione». Perché alle ultime regionali il baricentro del partito si è spostato decisamente ad est, in Oltrepò? «Forse perché il nostro territorio non è stato in grado di esprimere una candidatura forte, o non ha avuto abbastanza forza per imporre un candidato. Anche se poi, i candidati che abbiamo avuto non hanno fatto un exploit memorabile... E poi, in questo territorio, forse non bisogna più attendere che qualcuno “forte” faccia il lavoro per tutti: forse bisogna ascoltare, fidarsi ed agire. Abbiamo qui grandi personalità, che non hanno mai distolto il loro interesse, ma non possiamo pretendere che facciano il lavoro per tutti. Anche la classe politica subalterna deve migliorarsi, a mio parere. Voglio chiudere, a riguardo, ringraziando Vittorio Pesato: mi spiace sinceramente non ci sia, in questa tornata, perché lui, anche magari non raccogliendo voti nel nostro territorio, per etica c’è sempre stato, portando avanti le nostre istanze. di Lele Baiardi



GODIASCO SALICE TERME

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Non vorrei che delle Terme di Salice si facesse uno spezzatino La vicenda Terme, come ampiamente previsto in tempi non sospetti e nel corso degli ultimi anni su queste pagine, è finita come logicamente doveva finire: le Terme di Salice sono fallite! Ora le Terme sono chiuse e si vocifera di un “patetico” tentativo di riapertura: pare che alcuni operai, di sera terminato il loro regolare lavoro, si siano recati nell’ex centrale termica per vedere lo stato degli impianti e per cercare di far ripartire lo stabilimento. Se è vero, e molti vociferano che sia vero, sarebbe un tentativo “patetico”, a tal proposito sarebbe interessante capire se il Curatore Fallimentare Dottor Nannoni ne è a conoscenza. Se, come si dice, questo tentativo è stato fatto e pare che diverse persone di Salice abbiano visto per due o tre giorni le luci accese nell’ex centrale termica, con operai che cercavano di metterla in funzione, è stato compiuto in barba alle più elementari norme che regolano il lavoro. Ma al di la di questo, se gli operai sono andati, e così sembra, chi li ha mandati ha poche e confuse idee su come funzionano gli impianti termali. Rimettere in funzione gli impianti termali, impianti parzialmente svuotati delle acque di servizio, per combattere i rigori dell’inverno e tubazioni dei fanghi probabilmente nel frattempo diventati cemento, causa la chiusura e la mancata cura necessaria essendo lo stabilimento chiuso e dopo mesi di stop… è un pia illusione. Chi è stato l’artefice di questo tentativo? Chi l’ha permesso dovrebbe ancora una volta dire “Scusate, non è il mio mestiere”. Questo episodio che potrebbe sembrare secondario è invece significativo di come, spero di sbagliarmi, verrà gestita la liquidazione e la messa all’asta delle Terme. A mio giudizio potrebbe essere entrata nell’anticamera del cervello di qualcuno la possibilità di vendere o acquistare le Terme a pezzettini. L’Oltrepò è famoso per molti secondi piatti, forse tra tutti il più buono, tra quelli tipici oltrepadani, è il brasato, lo spezzatino non è tra i piatti tipici della nostra zona, ma mi sa che delle Terme ne vogliano fare uno spezzatino e cioè vendere a pezzettini le varie proprietà legate alla struttura termale: un hotel in disuso a uno, un hotel in disuso ad un altro, le attività commerciali del parco un po’ a qualcuno e un po’ a qualcun’altro. Il Parco, anche se è giuridicamente proprietà delle Terme, praticamente non lo è più essendo ad uso pubblico, per ora, e quindi potrà essere difficilmente venduto. Rimarrà solo lo stabilimento termale che per rimetterlo in funzione richiederà alcune centinaia di migliaia di euro e quindi uno dopo aver acquistato all’asta le Terme dovrà rimettere in funzione lo stabili-

Terme di Salice - Grand Hotel

mento spendendo una cifra notevole senza poter contare sulle altre proprietà che gli garantiscono dei ricavi più o meno certi? Dubito, dubito molto ci sia qualcuno così sprovveduto... Ho avuto modo di parlare con due gruppi interessati alle Terme, uno europeo, con capitali totalmente europei ed un gruppo con capitali del sud est asiatico, entrambi hanno giudicato le Terme appetibili per due motivi: il primo, il più importante a detta loro, è che la struttura è collocata al centro di quello che una volta era il triangolo industriale Milano – Torino - Genova e quindi facilmente raggiungibili e con un grande bacino d’utenza, a differenza della stragrande maggioranza delle terme italiane; il secondo è che le Terme non hanno solo lo stabilimento termale, ma così come gli altri stabilimenti italiani più importati, e fino all’inizio degli anni 2000 le Terme di Salice erano tra le più importanti in Italia, anzi erano tra le prime 5 in Italia per fatturato termale, hanno un parco che le circonda, due alberghi con possibilità di ampliamento, locali pubblici e spazi di proprietà che possono essere sinergici e necessari ad un investitore che vuole ri-

lanciare lo stabilimento. Io non so cosa pensa il dott. Nannoni che probabilmente di Salice e delle terme ne sa ben poco, non essendo nato qua né avendoci mai lavorato, ma non vorrei che qualcuno gli inculcasse l’idea che vendere le Terme di Salice in blocco, così come storicamente sono sempre state, è impossibile, mentre vendendola pezzo per pezzo qualcosa si porta a casa. I metodi per far passare all’opinione pubblica questa idea? I soliti! Dichiarazioni del politico di turno, due articoli del giornalista amico… mirate a convincere tutti che l’asta sarà deserta se le Terme andranno all’asta in blocco, quindi resterà un’unica soluzione cioè farne uno spezzatino. I motivi… scusate le balle che si potrebbero dire per ottenere questo scopo sono molteplici, in parte si potrebbero riutilizzare le “stesse balle” utilizzate nel 2005 quando ci fu la vendita anzi la svendita delle Terme, quella svendita che fu la causa della situazione attuale: il fallimento! Molti, alcuni politici di allora sono ancora in pista, magari con incarichi di maggior prestigio, chi allora si è prestato o ha ta-

ciuto alla svendita, magari solo in qualità di consigliere comunale, oggi, magari salito nella scala del potere paesano, potrebbe essere d’accordo, consenziente oppure silente, nel mandare in scena lo stesso copione e magari per ottenere gli stessi vantaggi che si dice, ma soprattutto che qualcuno ha dichiarato ad alta voce e scritto, abbiano ottenuto alcuni politici, anche locali, nel 2005/2006 quando ci fu il primo “furto” dal nome “svendita delle Terme”. Nel fallimento delle Terme la politica locale comunale, provinciale, regionale ha tante responsabilità, ora tutti, soprattutto, coloro che sono ancora in politica e che anche allora c’erano, fanno finta di niente e fingono di dimenticare i loro misfatti. Il liquidatore, visti i precedenti, dovrebbe non solo non avere rapporti con la politica, ma non considerarla per niente! Nel caso in cui non lo sapesse: dalla politica e dai politici locali, per le Terme di Salice, sono arrivati e possono arrivare solo dei disastri. Non venda o svenda le Terme a pezzettini, le venda in blocco… perché il brasato oltrepadano è meglio dello spezzatino! di Nilo Combi


VARZI

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Rivoluzione tra i banchi Il metodo Montessori a Varzi e Zavattarello Il metodo Montessori, che si propone di rivoluzionare la tecnica di insegnamento e apprendimento, arriverà nei plessi di Varzi e Zavattarello a partire dal prossimo anno scolastico. Per cominciare, cinque anni previsti dal progetto AttivAree finanziati dalla Fondazione Cariplo, poi si deciderà del futuro. Nel frattempo c’è già entusiasmo nell’istituto comprensivo “Ferrari” di Varzi, con molti insegnanti che hanno seguito corsi di formazione e 40 alunni di due classi, una prima e una quinta elementare, che hanno fatto da “test” per la sperimentazione partita a settembre. Il dirigente scolastico Umberto Dallocchio, montessoriano convinto, non nasconde la sua soddisfazione: «I risultati ad oggi sono ottimi, con grande coinvolgimento dei bambini e soddisfazione delle famiglie. A supporto dell’opportunità di accedere a questo metodo formativo c’è stata anche una raccolta firme realizzata nella zona». Professore, può spiegarci innanzitutto in cosa consiste questo metodo di insegnamento? «L’educazione è concepita da Maria Montessori non come trasmissione di cultura ma come “un aiuto alla vita in tutte le sue espressioni”. La finalità di questo approccio non è solo dare istruzione trasmettendo cultura, immettendo informazioni e nozioni disciplinari come avviene nella scuola tradizionale. La finalità è, invece, quella di educare il potenziale di cui ciascun individuo dispone considerando il suo curricolo implicito, accompagnandolo ed aiutandolo ad esprimersi al meglio in tutte le espressioni di vita e lungo tutto il suo percorso». In che modo si raggiunge questo obiettivo? «La personalizzazione dell’apprendimento per Montessori è imprescindibile. Tutte le pratiche didattiche non sono quindi finalizzate solo ai risultati scolastici ma anche e soprattutto ad imparare ad amare

l’apprendimento stesso, in ogni sua forma, circostanza e fase della vita. Il che equivale non solo ad amare lo studio e la conoscenza in sé ma ad amare la vita». In che modo cambia il rapporto alunnoinsegnante? «La pedagogia montessoriana non è trasmissione dell’insegnante e ricezione passiva da parte del bambino di quanto trasmesso dall’adulto ma è pedagogia del fare, in cui lo studio non è il fine ma il mezzo necessario per fare. Per poter attuare i principi pedagogici montessoriani occorrono tre requisiti fondamentali: ambiente preparato, materiali, insegnante. Ogni requisito deve avere particolari caratteristiche. L’ambiente va allestito così da essere “liberante” e “costruttivo” ». Cosa si intende? «“Liberante” in quanto permette la spontanea ed autonoma attività individuale e la libera scelta dell’attività all’interno di una serie limitata di opzioni. L’ambiente è al contempo “costruttivo” nella misura in cui indirizza verso uno scopo esterno, definito e costruttivo, gli impulsi e le energie interiori del bambino, rispondendo così al loro bisogno interiore di ordine. L’organizzazione dell’ambiente consente al bambino di acquistare coscienza delle proprie capacità, di scoprire via via l’uso delle sue mani (la mano per la Montessori è l’organo dell’intelligenza), di diventare perciò sempre più indipendente e autonomo. I “materiali di sviluppo” specifici costituiscono un’altra caratteristica distintiva del percorso educativo montessoriano e ne sono strumento imprescindibile. I materiali consentono il lavoro individuale, la concentrazione, i processi di astrazione e di generalizzazione, grazie ai quali ogni bambino, senza l’intervento diretto dell’insegnante, elabora e costruisce la sua visione del mondo e della cultura». A livello pratico quali sono le differenze tra questa metodologia d’insegnamento

Umberto Dallocchio, dirigente istituto comprensivo “Ferrari” di Varzi

e quella tradizionale? «L’approccio montessoriano prevede la strutturazione di un ambiente rispondente ai bisogni caratteristici della tappa evolutiva del bambino. La didattica si basa sull’esperienza: attraverso l’uso di materiali specifici il bambino costruisce le proprie competenze cognitive partendo dal “fare”. Il lavoro in classe è improntato sulla libera scelta dei materiali didattici da parte del bambino che, entro una gamma di opzioni allestite nell’ambiente dall’insegnante, può seguire i propri bisogni e le proprie inclinazioni. Gli obiettivi per le classi ad indirizzo montessoriano sono i seguenti: esperienze che sollecitino negli alunni il senso della ricerca, la costruzione dei saperi, le capacità di progettare e le competenze per

risolvere problemi, sviluppo negli alunni di senso di responsabilità e di capacità di cooperazione, autonomia, indipendenza, alimentando costantemente un’educazione alla cittadinanza tramite la partecipazione degli studenti alla vita scolastica. I docenti devono essere aggiornati e preparati per una didattica innovativa, capaci di costruire comunità professionali atte a condividere buone pratiche e a vivere la scuola come un percorso di ricerca in continuo divenire». Le materie insegnate sono le stesse? «Le materie sono le stesse ma nelle classi ad indirizzo montessoriano si insegna “Educazione cosmica”, un concetto attraverso il quale si vuol condurre il bambino verso la scoperta della vita e l’amore per essa. E’ un’educazione che prevede


VARZI

Il preside Dallocchio: «Cinque anni in via sperimentale, poi si vedrà. Sedici insegnanti già formati» l’insegnamento della cultura generale attraverso una serie di prestabilite scoperte che pian piano permettono al bambino di capire i grandi concetti di astronomia, geologia, geografia, meteorologia, chimica, fisica, ecologia, biologia, botanica». I testi scolastici invece? «Non è prevista l’adozione di libri di testo ma la realizzazione di una biblioteca di classe».

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Come è nata l’idea di sperimentarlo a Varzi? «Mi sono laureato in Scienze dell’educazione e da sempre credo nei principi pedagogici e nelle pratiche didattiche montessoriane. Ritengo che in un momento come l’attuale, in cui alla scuola è richiesto di costruire e certificare competenze, il metodo Montessori sia di eccezionale attualità. Da anni seguivo con attenzione l’esperienza di scuole della Provincia di Novara che avevano avviato classi ad indirizzo montessoriano. Una volta preso servizio presso l’Istituto comprensivo di Varzi nel settembre 2015 ho cercato di capire quali fossero le necessità e i bisogni del territorio e gli interessi e le disposizioni del personale docente. L’Istituto aveva la necessità di ampliare l’offerta formativa per soddisfare meglio le esigenze dell’utenza. Occorreva fornire una possibilità di scelta. La possibilità di ottenere un importante finanziamento per l’indispensabile e necessaria formazione delle docenti della Primaria e la loro massiccia adesione volontaria (60%)al corso di formazione hanno tracciato la strada da percorrere. Le insegnanti hanno frequentato gratuitamente in sede il corso ed hanno colto l’occasione di valorizzare la loro professionalità». Da quando è impiegata nel suo istituto? «L’avvio di classi ad indirizzo montessoriano è previsto per l’anno scolastico 2018-2019 nei plessi di Varzi e Zavattarello, ma già nel corrente anno scolastico le classi prima e quinta della Scuola Primaria di Varzi hanno adottato i principi pedago-

gici e le pratiche didattiche montessoriane nell’esercizio della libertà di insegnamento delle docenti». Quanti studenti in tutto? «Ad oggi un totale di 40 alunni. I risultati sono ottimi con grande coinvolgimento dei bambini e soddisfazione delle famiglie». In Provincia ci sono altre scuole che adottano questo metodo o voi siete i pionieri? «Non sono a conoscenza di altri Istituti della Provincia di Pavia che abbiano iniziato questo percorso. Il nostro Istituto ha avviato, a seguito di delibera del Collegio docenti, l’attivazione di classi ad indirizzo pedagogico e metodologico montessoriano avvalendosi di quanto previsto dall’autonomia scolastica. In Italia invece già molte scuole da anni hanno attivato classi e sezioni ad indirizzo montessoriano nell’esercizio dell’autonomia scolastica. L’Istituto Comprensivo di Varzi fa parte della rete di scuole interregionale per lo sviluppo delle buone pratiche in classi e sezioni a metodo Montessori di cui fanno parte anche 13 scuole dell’Alto Piemonte». Quanto è forte il cambiamento di metodologia per gli insegnanti? Hanno seguito corsi di formazione? «La prospettiva dell’insegnante cambia radicalmente. L’insegnante Montessori mette al “centro” del processo educativo il bambino e l’adolescente assumendo quindi un ruolo molto più impegnativo, in quanto svolge la delicatissima e

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fondamentale funzione di organizzatore dell’ambiente ed osservatore del bambino accompagnandolo nel suo percorso di apprendimento. L’insegnante tradizionale controlla, dirige, condiziona tempi, ritmi e i desideri di apprendimento del bambino, ricorrendo a volte, in chiave comportamentista, all’arma dei premi e dei castighi. L’insegnante di classi o sezioni ad indirizzo Montessori invece svolge con estrema competenza un ruolo di mediazione tra il bambino e l’ambiente educativo, aiutandolo, sostenendolo e consigliandolo, accompagnandolo nel suo percorso di apprendimento avendo cura di non imporsi e sostituirsi a lui. Con l’approccio montessoriano quindi chi insegna ha il compito importante di preparare l’ambiente e successivamente di presentare il materiale che verrà messo a disposizione dei bambini». Quanti sono quelli formati ad oggi? «Sedici insegnanti hanno seguito un corso di formazione di 118 ore tenuto dalla “Fondazione Montessori Italia” ed hanno sostenuto un esame finale conseguendo il “Diploma di specializzazione Scuola Primaria a Metodo Montessori”». Quanto andrà avanti la sperimentazione? «è garantita per 5 anni. Sarà attuato un monitoraggio continuo e al termine del quinquennio in caso di esiti positivi potrà proseguire». di Christian Draghi


BY TATO

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SANTA MARGHERITA STAFFORA

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è Cegni la “piccola Svizzera” della Valle Staffora Non sono tanto i numeri quanto lo stile di vita e le dinamiche che lo regolano a rendere il piccolo borgo di Cegni un posto fuori dal tempo e dalle mode, che è stato in grado di svincolarsi persino dalla morsa dello spopolamento che stritola queste zone. Nel cuore dell’Alto Oltrepò, a circa 800 metri di altitudine, abbarbicato sulle pendici del monte Bogleglio, questa piccola frazione di Santa Margherita Staffora si distingue per la qualità e ritmi di vita. L’ordine e il senso di quiete che trasmettono le geometrie rassicuranti delle case con le pareti in pietra vista e la pulizia dei sentieri che percorrono il paese fanno pensare ad una sorta di “piccola Svizzera”. Cegni è conosciuta soprattutto per il Carnevale Bianco estivo e la falegnameria Zanocco, entrambi custodi di una tradizione secolare che mantiene intatto il suo carattere generazione dopo generazione. Andrea Zanocco, che della dinastia di falegnami è uno degli eredi, ci racconta cosa significa vivere e lavorare da queste parti. «D’inverno durante la settimana siamo in 37 residenti, una decina sotto i 60 anni, di cui due bambini che vanno a scuola a Varzi» spiega Andrea. «Nei weekend invece arriviamo quasi sempre ad essere una sessantina, grazie ai villeggianti. Il paese è piccolo ma non si fa mancare nulla: oltre alla falegnameria, che con il via vai di clienti detta un po’ il ritmo, abbiamo un negozio di alimentari, il Bar Ca’ del Jack che è il fulcro della vita sociale e un allevamento di mucche da carne nei pascoli sulle pendici del Bogleglio gestito da una cooperativa». Zanocco che cosa rende Cegni un paese “vivo” anche nei mesi invernali, rispetto ad altri della vallata? «Credo il fatto che siamo una piccola comunità molto unita, tutti contribuiscono a mantenere pulito e collaboriamo molto tra noi. Poi manteniamo vivo lo spirito di gruppo portando avanti l’usanza di trovarsi tutti al Bar il sabato sera e la domenica mattina, dopo la messa, per fare aperitivo tutti insieme». Intende tutti i residenti? «In pratica sì, è un’usanza che va avanti da parecchio». Stiamo andando verso la bella stagione, come cambia il volto del paese in estate? «Diciamo che rispetto al passato oggi per estate intendiamo il mese d’agosto. Non c’è più la generazione dei nonni e nipoti che venivano su finita la scuola e tornavano a casa a settembre. Quei ragazzi sono cresciuti e i nonni invecchiati. Ad ogni modo in agosto la popolazione triplica, raggiungiamo le 250 persone». Il paese deve il grosso della sua fama al Carnevale Bianco. Può spiegarci come è nata questa tradizione? «è nata 45 anni fa. Prima si festeggiava solo il carnevale tradizionale con la festa

il martedi grasso, a febbraio, però trattandosi di un giorno infrasettimanale, con il calo della popolazione (fino agli anni ’50 Cegni contava circa 300 abitanti) la festa ha perso progressivamente di attrattività. Si è così provato a spostarlo in estate, il 16 agosto, che è il giorno dopo la festa del paese, ed ha avuto successo».

«Qui ogni famiglia ha la sua piccola cantina con un vitigno collegato» Oggi è una vera istituzione, che richiama visitatori e curiosi da ogni dove. Come si svolge la festa? «Tutto ruota intorno alla tradizione di ballare e suonare spostandosi attraverso le aie del paese, dove gli abitanti offrono ravioli, frittelle, biscotti e prodotti fatti in casa. Il cuore della tradizione è la rievocazione storica della vicenda legata alla “pòvra dòna” (la “povera donna” in dialetto ndr) costretta a sposare un uomo brutto che non ama. Ci sono le due maschere, appunto quella del “brutto” e della donna, sempre impersonati da due uomini, che portano in giro per il paese questa sorta di spettacolo itinerante, rigorosamente accompagnato da piffero e fisarmonica. Ogni estate vengono centinaia di persone, qualcuno addirittura da Francia e Belgio». Cegni è conosciuta anche per il forte legame con la tradizione musicale delle “Quattro Province”. Piffero, fisarmonica e danze che si rinnovano di anno in anno ad ogni evento. Come si tramandano certe ritualità? «Di generazione in generazione. I ragazzi più giovani la imparano dai più anziani e portano avanti la tradizione. Ogni anno c’è qualche bimbo nuovo che entra nel gruppo e impara le nostre danze. Per quanto riguarda il piffero originariamente era accompagnato dalla musa, che la fisarmonica ha soppiantato nel dopoguerra. Per un certo periodo si suonò in trio, poi la musa andò scomparendo anche se ora qualcuno sta iniziando a reintrodurla». Quali sono le danze tipiche? «Monferrina e Giga sono le più conosciute qui. La Monferrina è una danza di gruppo tipica che si fa mettendosi in cerchio composto da coppie uomo donna. Nella prima parte ci si tiene per mano

Andrea Zanocco, “custode” delle tradizioni di Cegni

girando, poi ci si ferma e si balla in coppia sul posto, per poi riprendersi per mano, fare un nuovo giro e cambiando il partner. La Giga invece può essere a due o a quattro. Nel primo caso ci sono un uomo e due ragazze che, tenendosi per mano avanzano in mezzo al ballo, poi l’uomo si divide tra le due donne, ballando a turno con l’una e con l’altra. Nella giga a quattro avviene la stessa cosa, ma con due uomini e quattro donne». Ballano tutti o solo gli autoctoni? «Da qualche anno la cosa si sta allargando, coinvolgiamo anche il pubblico». Una delle particolarità del paese, si vedono percorrendo la strada sull’altro versante della Valle, sono le cantine “a schiera” nella parte bassa del borgo. Qual è il loro utilizzo?

«Qui ogni famiglia ha la sua piccola cantina con un vitigno collegato. Si tratta in pratica di casette costruite su due piani con una parte interrata dove si tenevano le botti per il vino, che veniva pigiato al piano superiore. Oggi si usano d’estate per merende o pranzi. Recentemente è nata l’idea di utilizzarle nell’ambito di un progetto turistico: vorremmo creare dei punti di riferimento in zona per offrire ai visitatori un percorso itinerante. Queste piccole cantine hanno un grande fascino, sono tante piccole casette in fila con davanti la loro piccola vigna. L’idea rientra nel progetto di creare un circuito che possa aiutare a far conoscere questi territori creando una rete turistica».

Cegni: una delle piccole cantine

di Christian Draghi


FORTUNAGO

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«Birra, pane e rock, tutto a km0» Birre artigianali, pane e focaccia da farine autoctone, salumi e formaggi di produttori locali, verdure dell’orto: il Birrificio Stuvenagh fa tutto in casa e si prepara ad una nuova stagione all’insegna del km0 e della musica live. Con alcune novità. «A partire da quest’anno anche il pane e tutti gli impasti saranno realizzati con le farine ottenute dai nostri grani» spiega Jacopo Baruffaldi, che insieme ad Ambrogio Bellorini dal 2014 produce birra nel cuore della terra del vino, proprio accanto ai locali dell’azienda di famiglia che da generazioni si occupa di viticoltura. Nel cuore dell’Oltrepò, ai piedi del Castello di Stefanago, comune di Fortunago, il Birrificio che prende in prestito il nome dall’antica dicitura celtica del piccolo borgo mira a diventare uno degli alfieri del “made in Oltrepò” e ad adottare una filiera il più corta possibile. Situato sul crinale che separa tre valli: Coppa, Schizzola e Ardivestra, nel mezzo di un territorio incontaminato, lo Stuvenagh ha (quasi) tutto per dichiararsi indipendente dalle forniture tradizionali di cibo e bevande. Baruffaldi, come mai questa scelta? «La nostra azienda ha certificazione biologica dal 1998, quello di produrre in modo naturale quello che mangiamo e beviamo è una filosofia che abbiamo da sempre. Lo scopo è quello di dare dei prodotti sani, di provenienza certificata, e di promuovere finalmente questo territorio in modo concreto, dando nuova linfa alle sue vocazioni». Che tipologia di grani utilizzerete per produrre le vostre farine? «Il progetto, nato insieme all’associazione Grani di Tradizione Oltrepo, fondata un anno fa da una dozzina di aziende di queste valli, prevede l’utilizzo appunto di grani antichi da panificazione, biologici e biodinamici. Vogliamo arrivare a chiudere la filiera attraverso l’associazione per produrre pani con marchio “grani di tradizione Oltrepò”. A luglio ci sarà il primo raccolto». Immaginiamo si tratti di una produzio-

Jacopo Baruffaldi e Ambrogio Bellorini, dal 2014 a capo del Birrificio Stuvenagh

ne di nicchia, sulle colline non c’è spazio per coltivazioni intensive… «Produrremo una trentina di ettari tra tutte le aziende, almeno nella fase iniziale del progetto». Parliamo di birra. L’Oltrepò è la terra del vino, come mai la scelta di puntare sulle “bionde”? «In realtà quello delle birre artigianali è un mondo in espansione, i microbirrifici si stanno sviluppando un po’ ovunque. Poi diciamo che vogliamo produrre quello che ci piace bere, il vino già lo produciamo in azienda da generazioni, così dal 2014 abbiamo aggiunto la birra». Tutto fatto da voi anche in questo caso? Filiera chiusa? «Quasi. Il birrificio è in uno stabile alle

spalle del nostro pub, i cereali sono tutti coltivati da noi, così come le spezie che usiamo per aromatizzare, come coriandolo e zenzero. Mancano ancora i malti speciali e il luppolo. L’anno scorso lo avevamo piantato ma il clima troppo arido non gli ha permesso di sopravvivere. Ritentiamo quest’anno». Che tipo di birre sono? «Per essere delle artigianali vanno un po’ in controtendenza. Le artigianali create in Italia sono tendenzialmente a gradazione piuttosto elevata, sugli 8-9 gradi, da meditazione. Noi invece abbiamo puntato su birre più leggere, sui 4-5 gradi, che siano beverine, sul modello delle bionde tedesche come ad esempio la pils, tanto per essere chiari. Ne abbiamo di sei tipi diver-

«Il Birrificio Stuvenagh lancia la nuova stagione: prodotti locali e live music. «Alla politica chiediamo di sistemare le strade»

si, dalla chiara alla rossa alla stout. Questa estate presenteremo anche la settima: una Oltrepò Pale Ale, sul modello delle Apa americane tanto di moda in questo momento». Che caratteristiche avrà? «La base è “ale”, sarà rustica, con una parte di farro e cereali non maltati e zenzero prodotti da noi». C’è anche un pub collegato al birrificio? «Sì, vendiamo le nostre birre, i nostri vini e prodotti rigorosamente made in Oltrepò, come salumi e formaggi di aziende agricole delle nostre valli. La nuova stagione inizierà il 26 maggio, saremo aperti tutti i sabati e le domeniche fino a settembre, con musica live ed eventi a tema». Che tipo di clientela avete? L’Oltrepò risponde a queste iniziative? «Chi viene qui lo fa per godersi la tranquillità delle colline. Tanta gente arriva da Pavia o Milano, ma abbiamo una buona “fan base” anche da queste parti. Non tanto di giovanissimi, che forse preferiscono ancora la movida salicese o della pianura». La carenza di infrastrutture in Oltrepò è da sempre un grosso problema. La situazione vi penalizza? «Decisamente sì. Le strade fanno pietà, il gelicidio dello scorso dicembre ci ha isolati dal resto del mondo per due giorni. La gente che arriva da fuori ci fa i complimenti, ma immancabilmente ci chiede il perché le strade siano così malmesse. Noi giriamo le lamentele ai politici locali, nella speranza che trovino una soluzione. Lavorare qui è difficile proprio perché la zona è disagiata da quel punto di vista. Il nostro pub è stagionale proprio per questa ragione. Quando arrivano freddo e maltempo, con strade in queste condizioni, nessuno tenta la sorte per raggiungerci e lavorare con continuità è impossibile. Un peccato. Come noi altre aziende sono nella stessa situazione. Da anni ci lamentiamo ma finora nulla si è mosso». di Nicolò Tucci


CALVIGNANO

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«Ho amministrato il Comune come se amministrassi casa mia» Andrea Gramegna, classe 1975, è un veterano della politica. Ha iniziato, infatti, come consigliere del Comune di Calvignano nel 1995. Poi ha ricoperto la carica di vicesindaco e assessore ed è stato primo cittadino per un mandato, dal 2012 al 2017. Ora si trova all’opposizione “sconfitto” da Marco Casarini, già sindaco di Calvignano dal 2007 al 2012, e che aveva voluto proprio Andrea Gramegna come suo vicesindaco e assessore durante il suo mandato. Gramegna alle ultime elezioni ha perso per poco. Più difficile da digerire? «Ho perso per quattro voti! Il nostro è un paese di 130 abitanti, è un centro piccolissimo. Però sinceramente non mi faccio domande e non mi do spiegazioni, perché nella testa della gente non ci puoi entrare. Dico solo che quando ero sindaco ho avuto una gestione molto oculata del Comune, è talmente piccolo che l’ho amministrato come se amministrassi casa mia». Cosa ha fatto? «Ho risanato il bilancio, in cui c’era un buco enorme. Per cinque anni ho fatto da cantoniere e tagliavo il verde pubblico. Speravo che fossero gesti che potessero far piacere, ma a quanto pare no». Da consigliere di minoranza cosa si sente di dire? «è pur sempre una responsabilità essere in minoranza, visto che oltretutto la sconfitta è stata proprio per una manciata di voti. Mi sento quindi di partecipare attivamente e di rappresentare una grossa fetta di popolazione che mi ha votato». Cosa servirebbe oggi a Calvignano? «Il nostro è un centro bellissimo e allo stesso tempo un po’ particolare, il 90% del territorio è di proprietà dell’azienda agricola Travaglino. Ci sono posti dismessi e non è

un bella cosa per il nostro Comune, ma non è un problema solo nostro. Tanti altri paesi sono nelle nostre condizioni. Calvignano non ha bisogno niente di particolare, ha solo necessità di essere amministrato bene, in modo semplice, come se fosse a conduzione familiare a mio modo di vedere. Sarebbe un peccato farlo scomparire». Siete in unione con altri comuni? «Sì, ai tempi del mio mandato avevo fatto l’unione con Fortunago, che continua tuttora. Rimango completamente favorevole all’unione tra comuni. Abbiamo fatto parte dell’unione con altri comuni: anni fa eravamo con Montalto e Pietra de Giorgi. Questa con Fortunago secondo me è un’unione che funziona molto bene, sono due entità molto simili ma nello stesso tempo Fortunago, essendo uno dei borghi più belli d’Italia, ha un po’ più di voce in capitolo. Siamo in unione con loro per tutto e ci troviamo bene, mi auguro che prosegua». Sta arrivando la bella stagione. Calvignano come si organizza? «Abbiamo una bella proloco, che penso sia una delle più storiche. Abbiamo resistito, non abbiamo litigato, facciamo la festa del paese che dura tre giorni. La serata del lunedì in cui c’è la risottata, di solito facciamo un boom di presenze. Siamo in 130 abitanti e abbiamo 700 persone a mangiare! Le cose quindi funzionano davvero benissimo, siamo una grande famiglia». Cosa vuole sottolineare del suo paese? «Io sono di parte, ma devo dire che è proprio meraviglioso. Bisogna forse fare qualcosa per attirare un po’ più di gente, degli spazi dove la gente si può fermare a fare picnic. Siamo un po’ scoperti di servizi di questo genere». Le prossime elezioni sono lontane. Pensa

Andrea Gramegna, sindaco uscente ora consigliere di minoranza comunque di riproporsi come sindaco? «Se devo dire la sincera verità, adesso come adesso no. Perché è stato un gesto grosso, visto i problemi che c’erano stati con il sindaco prima di me. Quando sono stato sindaco io abbiamo fatto davvero tanto, cose che andavano anche al di là delle nostre capacità, abbiamo rimesso in sesto il comune, ma probabilmente non è bastato. Mi aspettavo un risultato diverso. Forse se facevo fare una costruzione strana in mezzo al paese venivo considerato maggiormente! Oggi si ragiona così… Non so quindi se mi ricandiderò perché sono davvero rammaricato e ho capito che forse non fa per me. Sono una persona onesta e trasparente e forse non mi si addice il ruolo di amministratore». di Elisa Ajelli

«Ho perso per 4 voti: Forse se facevo fare una costruzione strana in mezzo al paese venivo considerato maggiormente!»



CASTEGGIO

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I «prof» di Harry Potter sbarcano a Casteggio I cittadini di Casteggio si sono abituati, negli ultimi anni, a scorgere di tanto in tanto lunghe code di persone nei pressi della Certosa Cantù, arroccata in cima al centro abitato. Code che per la maggior parte non sono dirette al pur valido Museo Archeologico, che raccoglie le testimonianze della più antica storia d’Oltrepò, ma verso eventi di grande richiamo; sia ludici, sia culturali. Questa stagione ha preso il via nel 2015 con la prima edizione di Cibaria (dalla cui esperienza è partito, poi, l’Oltrefestival), e ha visto la presenza di ospiti prestigiosi come Valerio Massimo Manfredi, Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi; ma anche dei giornalisti Marcello Veneziani e Toni Capuozzo. Senza tralasciare la mostra delle opere di Guido Reni, esposte nel 2017. Con riferimento agli appuntamenti più prettamente ludici, non si può non citare le due giornate dedicate ai ‘‘Lego’’, i celeberrimi mattoncini colorati che hanno accompagnato la crescita di intere generazioni. Dopo il boom del 2017, con oltre 10mila visitarori, anche l’edizione 2018 ha marcato un grande risultato, grazie anche alla presenza di 40 espositori. Per provare a bissare questo ultimo successo, l’Amministrazione Comunale e le associazioni locali hanno deciso di trasformare la Certosa nel Castello di Hogwarts, teatro delle imprese di Harry Potter, il giovane mago nato dalla penna di J.K. Rowling, capace di vendere oltre 450 milioni di libri nel mondo. Per farci presentare l’evento ci siamo rivolti a Valentina Grasso, Presidente della 3a Commissione istruzione, cultura, sport, turismo, commercio, industria e artigianato. Cosa succederà in Certosa Cantù il prossimo 27 maggio?

«Il 27 Maggio la Certosa Cantù si trasformerà in Hogwarts. Sarà un evento che permetterà a piccoli maghi di rivivere le avventure della scuola di magia più famosa di tutti i tempi. Gli aspiranti maghetti si daranno appuntamento per trascorrere un’intera giornata seguendo le lezioni dei professori di Hogwarts, preparando le pozioni magiche, imparando a fare incantesimi, ma non senza prima aver osservato la cerimonia dello smistamento nelle casate della scuola.» La Certosa è stata teatro di un evento importante e di successo come quello legato ai ‘Lego’. Vi aspettate di replicare lo stesso successo? «Dopo i mattoncini Lego dello scorso marzo, evento giunto alla terza edizione, abbiamo scelto di far rivivere un’altra grande passione di grandi e piccoli. Questo evento non sarà una mera occasione espositiva, ma sarà come ritrovarsi protagonisti nel mondo parallelo di Harry Potter. I libri della J.K. Rowlings hanno appassionato lettori di tutte le età e per questo motivo stiamo lavorando ad una serie di altri eventi che permetteranno anche a maghi ‘‘più cresciuti’’ di poter vivere avventure magiche. Il primo appuntamento sarà il 15 giugno, per una serata dedicata al mondo di Harry Potter.» A chi vi siete rivolti per mettere in atto questa manifestazione? Collaboreranno associazioni o altri soggetti del territorio? «Per la realizzazione di questo e dei prossimi eventi collaboreremo con ‘‘I viaggi di Tels’’ e ‘‘I tre maghi’’. Non mancherà la preziosa collaborazione della Pro Loco Clastidium.» Subito dopo la scuola di magia, il 9 e il

10 giugno, sempre in Certosa, si terrà Oltrefestival. Si tratta della quarta edizione: un evento, ormai, fisso. Quali sono i punti principali del programma? «Oltrefestival è la nostra manifestazione culturale di punta. Sono molto i nomi intervenuti negli ultimi anni. Anche per il 2018 abbiamo previsto un ricco programma. Avremo la presenza di nomi significativi come: Beppe Vessicchio, Domenico Quirico, Gianluigi Nuzzi, Davide Giacalone, Flavio Oreglio.» Anche quest’anno immaginiamo non avrà luogo la storica manifestazione Oltrevini. È prevista, tuttavia, una presenza del mondo vitivinicolo all’interno di Oltrefestival? «Sicuramente sì. Ci sarà anche il vino e il territorio sarà raccontato da storici produttori vitivinicoli dell’Oltrepo Pavese, in collaborazione con l’associazione Vitis Vinifera. Sarà una manifestazione a tutto tondo sulla cultura e sul territorio.» Ci sono già altre manifestazioni in programma per il prosieguo dell’anno in corso? «Il calendario è sempre fitto: a breve partirà la promozione dei Venerdì di Casteggio. Poi ci sarà la Notte Bianca a settembre. Tornerà Sapori di birra, il tartufo, e stiamo lavorando anche ad altre novità. Ogni mese c’è una manifestazione degna di nota, senza contare tutti gli appuntamenti delle associazioni locali, delle scuole e della biblioteca, tra Cineclub e presentazioni di libri.» Fra le sue competenze, come presidente di commissione consiliare, ci sono le attività produttive. Un commento sulla situazione dell’ex fornace San Gaudenzio? Qualcosa di nuovo sembra essersi mosso, a partire dalla scorsa estate… «L’area è stata inserita tra quelle del ban-

Valentina Grasso do Attract di Regione Lombardia, in fase di valutazione. Il progetto regionale ha lo scopo di promuovere e valorizzare possibili aree produttive capaci di attrarre investimenti. Abbiamo partecipato come Comune di Casteggio inserendo nel progetto le aree della San Gaudenzio, ma ci sarà anche la possibilità di inserire altre aree produttive del territorio comunale. Sicuramente un bel progetto che potrà forse dare una nuova possibilità di sviluppo al nostro Comune.» di Pier Luigi Feltri

L’ex Fornace San Gaudenzio, è un’area in stato di abbandono, estesa circa 10mila metri quadrati, situata proprio alle porte di Casteggio, nei pressi dell’uscita autostradale. Il suo recupero è da molto tempo un rebus, e nel corso degli anni l’Amministrazione comunale ha dovuto affrontare anche un problema ambientale, connesso alla presenza di amianto (era il 2004), con conseguente intervento dei carabinieri del NOE.


BRESSANA BOTTARONE Giancarla Mangiarotti, assessore ai servizi sociali del Comune di Bressana Bottarone, ha lanciato i corsi per disoccupati nel 2017-2018. Gestiti da insegnanti provenienti dall’associazione “Le Vele” di Pavia, i corsi hanno toccato diverse tematiche e hanno cominciato a riscuotere successo. Come è nata l’idea di questi corsi di formazione per disoccupati? «L’idea è nata quando abbiamo visto che Le Vele organizzava corsi di formazione per disoccupati, iscritti alla camera del lavoro e in maniera gratuita. Insieme a Paola Andolfi, una collaboratrice de Le Vele residente nel nostro comune, abbiamo deciso di dare il via a questa iniziativa. Siamo partiti nel 2017 e abbiamo deciso di dare un minimo di aiuto alle persone che non hanno lavoro, dando loro la possibilità di frequentare dei corsi utili alla scoperta effettiva poi di un nuovo mestiere». Con quale tipologia di corsi avete iniziato il progetto? «L’anno passato, appunto, abbiamo dato il via a tre corsi differenti: il corso di cucina completo di haccp (corso contro la contaminazione degli alimenti) di complessivamente 100 ore, che è stato tenuto da

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Quali sono le modalità di accesso ai corsi? «Praticamente alla maggior parte dei nostri corsi si poteva accedere con una disoccupazione di almeno tre anni (verificabile presso il centro per l’impiego) e con un ISEE inferiore ai 15mila euro circa: in questo modo alla fine dei corsi si poteva ricevere un rimborso di 1800 euro. Il tutto sovvenzionato dalla Regione Lombardia e tramite l’associazione Le Vele, in modo che anche chi si trova in stato di disoccupazione, ma che si dà da fare per provare a imparare un nuovo mestiere, venga premiato in qualche modo. Quindi ai nostri corsi hanno partecipato esclusivamente persone disoccupate, anche per una questione logistica, infatti si trattava di molte ore di frequenza obbligatoria per ottenere l’attestato finale». Che età hanno le persone che hanno partecipato? L’età in generale media, fra i 30-35 anni, ma anche persone di 50 anni che hanno perso il lavoro e in qualche modo devono cercare di riscattarsi. In generale si è trattato di persone mature, che hanno già lavorato. Molti italiani, ma anche molti

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Giancarla Mangiarotti, assessore ai servizi sociali

Corsi di formazione gratuiti per disoccupati: «Iniziativa passata sotto gamba dalla popolazione» un’insegnante proveniente dalle Vele residente a Bressana; il corso di giardinaggio e manutenzione del verde, complessivamente di 130 ore, anche questo tenuto da un insegnante delle Vele che teneva lezioni di botanica sia teorica che pratica con tutti i vari strumenti che interessano poi il reale lavoro del giardiniere (cura dei fiori, tosa erba, decespugliatore, ecc). Infine abbiamo messo in moto anche il corso per le assistenti familiari e badanti per un totale di 160 ore, che è partito dall’idea di stilare un registro delle badanti da parte della Regione e che andava a carico, nel nostro caso, delle Auser di Bressana, Torricella e Lungavilla e da qui allora ho pensato di andare ad attivare un corso che potesse dare la formazione necessaria per potersi iscrivere a questo registro». Il corso più impegnativo? «Il corso per assistenza agli anziani è risultato il più impegnativo, per via della gran mole di argomenti da affrontare: lezioni sull’alimentazione da parte di un nutrizionista, lezioni di assistenza tenuti da un’infermiera diplomata, di rianimazione da parte di un medico e di psicologia tenuti da una psicologa laureata». Quante adesioni avete avuto ai vari corsi? «Abbiamo avuto molte adesioni al corso di cucina, circa 15; un po’ meno adesioni al corso di giardinaggio, 8 in totale; difficili sono state inizialmente le adesioni al corso di assistente per anziani, forse per una questione di passaparola, ma alla fine ne abbiamo ottenute 15 in totale, anche da parte di abitanti di altri comuni, ad esempio Casteggio».

stranieri». Pochi giovani... «Prossimamente vorremmo mettere in moto una serie di corsi più mirata ai giovani, per aiutare quella fascia di popolazione più giovane che non riesce a trovare lavoro e avremmo pensato appunto a corsi come “cameriere nella ristorazione” o come “tata domiciliare”. Dobbiamo ancora prendere contatti nuovamente con Le Vele per ricreare una nuova proposta per cercare di sondare la futura possibile adesione». Nel suo Comune la disoccupazione giovanile è un fenomeno molto diffuso? «Qui da noi, i ragazzi giovani hanno alle spalle delle famiglie che li sostengono dal punto di vista economico ma magari non sarà sempre possibile, quindi è giusto che si diano da fare in qualche modo. Noi abbiamo certamente notato una scarsa partecipazione e un basso interessamento da parte dei ragazzi e le ragazze giovani della nostra zona ai corsi organizzati; forse come tutte le nuove proposte le persone sono diffidenti all’inizio e vogliono vedere quanto proseguono queste iniziative. Magari erano anche le materie che non interessavano ai più giovani, cercheremo nelle prossime proposte di scegliere qualcosa di più vicino a loro. La formazione è importante anche in quei lavori in cui magari la si tende a sottovalutare, ma per una famiglia che deve assumere una baby-sitter, è primario sapere che la persona che assume e che starà col proprio figlio, abbia eseguito una certa preparazione e che sia capace di prendersi cura di bambini spesso piccoli che hanno bisogno di molte attenzioni, sempre più

specifiche», Ci sono stati esempi di ex frequentanti dei corsi che hanno trovato lavoro dopo aver preso il vostro diploma? «Sì, una ragazza che ha seguito il corso di cucina e l’haccp, ha trovato subito lavoro in una mensa di una struttura qui vicino come cuoca. Molte ragazze poi che hanno frequentato il corso di assistente familiare hanno trovato lavoro in varie case famiglia. A questo proposito, molto presto, le case famiglie inizieranno a richiedere persone qualificate che lavorino al loro interno quindi la richiesta di persone con in mano l’attestato aumenterà: dal punto di vista lavorativo forse questo corso è stato quello più sfruttato». Qual è stata la problematica maggiore nell’organizzazione dei vari percorsi formativi? «Probabilmente la difficoltà maggiore sta nel farsi conoscere e nella pubblicizzazione. Forse perché in queste cose conta molto il passaparola e quindi è importante proseguire nelle iniziative in maniera che un maggior numero di persone possano conoscerci e prendere in considerazione l’idea di frequentare i nostri corsi. Un’altra problematica molto importante e che ha influito non poco è la ricerca degli spazi adatti alla realizzazione delle lezioni, perché ad esempio un corso di cucina ha bisogno di spazi specifici che posseggano la strumentazione adatta. Bressana Bottarone avrebbe bisogno di nuovi spazi in cui organizzare queste attività e speriamo che presto vengano creati. Infine una grande delusione è che spesso queste iniziative, che non sembra, ma che

prendono molto tempo delle giornate di chi le organizza e fa in modo che funzionino e vadano a buon fine, passino sotto gamba alla popolazione: sembra che nemmeno se ne accorgano, ma eppure qualcosa facciamo per loro, ci sforziamo di trovare dei modi per aiutare la cittadinanza, di creare qualcosa di interessante. Sarebbe bello qualche volta che la gente si accorgesse di questo e che, non per forza ci ringraziasse, ma che se ne accorgesse e ne discutesse. Non sembra, ma da quando noi abbiamo avuto questa idea dei corsi per le persone disoccupate, anche altri comuni più grandi di noi stanno pensando di realizzarne in maniera simile, ma l’idea l’abbiamo avuta per primi noi!». Proseguirete nella loro organizzazione l’anno prossimo? «Sì, stiamo scegliendo quelle che saranno le materie dei corsi e stiamo iniziando a ragionare su quando sarà possibile proporli pubblicamente. Probabilmente le iscrizioni partiranno già questa estate e poi le lezioni inizieranno a settembre/ottobre di quest’anno». di Elisabetta Gallarati

«Molte ragazze hanno trovato lavoro in case famiglia»


PONTE DELLA BECCA

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Ponte della Becca «Zona meno fortunata della provincia e meno considerata dalla politica» La sua è una storia infinita, fatta di segnalazioni e proteste, di promesse e rattoppi. Eppure, a breve, se tutto andrà per il verso giusto il Ponte della Becca sarà ristrutturato, e chi ogni giorno lo attraversa potrà finalmente dormire sonni tranquilli. Questo, quanto meno, è ciò che ha promesso l’amministrazione provinciale, ma nell’attesa che ciò accada la situazione è monitorata da diverse realtà, la più giovane delle quali è “Ponte Becca Living”, un comitato spontaneo che si batte perché i lavori vengano eseguiti velocemente e nel migliore dei modi possibili. Abbiamo intervistato il presidente Luigi Bergamo per conoscere meglio il suo gruppo e per capire in che modo stia evolvendo la situazione. Signor Bergamo, quando e perché nasce il Comitato Ponte Becca Living? Chi ne fa parte? «Ponte Becca Living – Comitato di Cittadine e Cittadini (questo è infatti il nome completo del gruppo) vede la luce formalmente il 7 dicembre 2017, data in cui è stato firmato l’Atto Costitutivo. Nasce dalla diaspora di cinque dei dieci Consiglieri Direttivi del Comitato Ponte Becca (Luigi Bergamo, già socio fondatore, Michela Cerutti, Isa Maggi, Gianluca Palladini, Manuela Sacchi) che dopo aver manifestato a partire dall’agosto 2017 il proprio dissenso sul modo di procedere del presidente Fabrizio Cavaldonati e richiesto al medesimo di compiere un passo indietro, pur avendo i numeri per sfiduciarlo, hanno preferito uscire dal comitato direttivo per dare vita ad un nuovo soggetto».

«Il nostro gruppo Facebook è rapidamente cresciuto, possiamo ora contare su quasi 1.300 “sentinelle» Perché? «Le ragioni del gesto sono state molteplici, ma per coerenza con il nostro stile di comportamento abbiamo preferito (almeno inizialmente) non manifestarle pubblicamente, nella piena convinzione che esse fossero chiare almeno per il presidente. Le continue piccole provocazioni di quest’ultimo ci hanno però spinti ad un certo punto ad esplicitarle con un articolo intitolato “Una questione di Stile“ pubblicato sul nostro blog il 31 dicembre 2017. A chi fosse interessato all’argomento raccomandiamo di leggerlo, ma per quanto ci

Luigi Bergamo, presidente di: “Ponte Becca Living – Comitato di Cittadine e Cittadini”

riguarda preferiamo non rivangare quella che ormai è una storia vecchia». Che tipo di dialogo o interazione sussiste con l’altro Comitato? «Dal nostro punto di vista, le relazioni vorrebbero essere assolutamente cordiali e sinergiche, come si evince dal nostro Statuto. Certo il nostro oggetto sociale ha un angolo di visuale notevolmente allargato rispetto al Comitato Ponte Becca e postula un progetto decisamente più ambizioso e proiettato, ma il focus sulla salvaguardia e la valorizzazione del vecchio Ponte della Becca e le iniziative a sostegno della costruzione del nuovo ponte rimangono al centro delle nostre attività. Tuttavia per ragioni probabilmente legate al risentimento, non possiamo dire altrettanto dei nostri omologhi, tantoché all’indomani della nostra fuoriuscita, oltre a ricercare spesso la polemica, talvolta la denigrazione al limite dell’offesa, ci è stata preclusa unilateralmente la partecipazione ai loro post sui social, a differenza dei nostri che sono invece ampiamente accessibili a tutti. La cosa non contribuisce comunque a turbare il nostro sonno, ma le norme di buon vicinato suggerirebbero altri approcci». Qual è il vostro scopo? «Il Comitato intende agire con gli strumenti di cui dispone per svolgere azione di pressione sugli interlocutori istituzionali e promuovere lo sviluppo generale della qualità della vita delle persone che vivono e lavorano nella zona meno fortunata della provincia pavese, a sua volta la meno con-

siderata dalla politica lombarda. Il Ponte della Becca, punto nodale di congiunzione tra la città di Pavia e l’Oltrepò, è l’opera che per la sua storia gloriosa e lo stato di degrado cui versa più di altre rappresenta la condizione di disinteresse e abbandono in cui l’area si trova ed è per questo che èstato assunto dal Comitato come obiettivo simbolo della propria attività». Come monitorate la situazione? «Il nostro gruppo Facebook è rapidamente cresciuto, possiamo ora contare su quasi 1.300 “sentinelle” che, ognuno con differenti modalità contribuisce a rendere viva la rilevazione dello stato di cose. Ovviamente un gruppo così numeroso deve essere moderato negli interventi e non esitiamo a farlo nel rispetto delle opinioni di tutti. Abbiamo aspettato prima di far parti-

re la nostra campagna di iscrizioni, perché prendendo le cose sul serio abbiamo preferito vedere gli esiti delle nuove normative europee in materia di trattamento dei dati personali, il famoso GDPR (General Data Protection Regulation), ma a breve potremo contare su adesioni convinte e qualificate da valorizzare con modalità interattive web oriented». Quali saranno le vostre prossime mosse? «Solo iniziative qualificate e di alto livello. Oltre a far parte del Gruppo di Lavoro Permanente Ponte Becca (che riunisce gli amministratori locali coinvolti sul territorio) abbiamo contatti privilegiati con la politica locale e nazionale, con esponenti locali e nazionali di ANAS e di altri Organi Istituzionali, nonché con le Università. Partecipiamo a Convegni nazionali per rimanere aggiornati sui temi di nostra pertinenza e abbiamo convocato, assieme a Sportello Turismo Sostenibile, gli Stati Generali del Po, un format che contiamo di rendere itinerante su tutto il bacino socio-fluviale del grande Fiume e che sin dal primo appuntamento (quello del 24 marzo 2018 al Broletto di Pavia e nei due comuni rivieraschi del Ponte della Becca, Mezzanino e Linarolo) ha proposto un’importante agenda lavori ricca di interventi autorevoli e appassionati di uomini e donne di scienza e di arte. Non facciamo però solamente “cose serie”: non voglio anticiparle nulla, ma per il primo luglio stiamo organizzando un evento molto speciale, che faccia da cassa di risonanza alle istanze di qualità della vita delle persone che gravitano attorno al Ponte della Becca. Inoltre in seno a Ponte Becca Living stiamo aggregando un Comitato scientifico composto da nostri simpatizzanti in possesso dei necessari titoli, da coinvolgere per pareri autorevoli in caso di contraddittorio tecnico e metodologico con i nostri interlocutori». di Serena Simula

I lavori al Ponte della Becca nel mese di Aprile



PINAROLO PO

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La minoranza: «Oltre 3 milioni di debito, aspettiamo di sapere perchè» Agnese Montagna, Grazia Gabba e Denise Lanè sono tre giovani donne che compongono il gruppo di minoranza di Pinarolo Po. Poco tempo fa hanno pubblicato online un volantino contenente i loro pensieri e in maniera dettagliata quelli che secondo la loro opinione, sono i problemi più gravi del comune di Pinarolo Po. Il loro impegno è quello di far venire a galla queste problematiche per poterle affrontare e cercare di risolverle, ma “il muro” dell’attuale amministrazione - sottolineano le consigliere - rischia di trasformare ogni singolo problema in emergenza». In che rapporti siete con l’attuale maggioranza? «Generalmente cerchiamo un confronto che sia costruttivo per capire e approfondire le varie tematiche e problematiche. Purtroppo otteniamo soltanto risposte molto vaghe ed evasive e molto spesso i rappresentanti della maggioranza sembrano infastiditi dalle nostre richieste di informazioni riguardo alle varie iniziative comunali o alle varie questioni in cui si trova impegnata l’amministrazione».

Ex Chimica Ponte Alto: «Non ci è dato sapere... pertanto ci piace definirla “la storia infinita» Nel vostro volantino avete parlato in maniera molto chiara di diversi problemi che interessano il vostro comune. Tra tutti risulta spiccare il debito comunale: 3.289.766. Come si è arrivati secondo la vostra posizione al raggiungimento di una cifra così importante? «Abbiamo chiesto all’amministrazione il motivo di questo accumulo e qual è il piano di rientro e non abbiamo mai ricevuto nessuna spiegazione. Secondo la nostra opinione queste cifre esorbitanti sono il risultato di anni e anni di accumulo di debiti e di interessi sui vari mutui». Un’altra questione importante è quella della bonifica della ex chimica Ponte Alto, che produceva prodotti chimici ( detersivi, acidi, etc, etc, etc) che forse non fa notizia per via dei lunghissimi lavori che proseguono ormai da anni: quali sono le ultime notizie in merito? «L’amministrazione comunale ci ha risposto che è stata eseguita l’ultima tranche di bonifica e che quindi si tratterà di aspettare ancora del tempo per arrivare alla chiusu-

Agnese Montagna ra dei lavori; ma questa risposta è la stessa che ci viene data dal 2006. È chiaro che qualcosa non sta andando, ma non ci è dato sapere: pertanto ci piace definire questa vicenda “la storia infinita”». Un altro punto che avete espresso è quello della problematica della gestione dei fondi destinati allo smaltimento rifiuti: a voi risulta che i soldi della Tari che i cittadini di Pinarolo Po hanno versato non siano stati realmente destinati all’ente che si occupa di tale servizio? Come sono stati spesi allora i soldi dei contribuenti? «Nell’ultimo consiglio comunale il sindaco ci ha confermato che queste entrate son state impegnate per altre spese, senza però specificare la destinazione effettiva». Le problematiche da voi riscontrate ed espresse come vengono affrontate dall’attuale amministrazione comunale? «Semplicemente non vengono affrontate concretamente, ma con una politica economica senza alcuno sguardo al futuro: con l’adozione di continui mutui e anticipazioni di cassa, senza preoccuparsi di quelle che saranno le conseguenze di questa politica. L’unica giustificazione a riguardo, che riteniamo di poter scalare dalle colpe dell’amministrazione, è che sia difficile oggi governare senza finanziamenti statali o regionali, che sono sempre più difficili da ottenere». Qual è la situazione dell’attuale viabilità del paese? «Le strade sono un colabrodo su tutto il territorio comunale ma il comune si tutela con apposita cartellonistica indicante “strade dissestate”, come se un cartello di segnalazione possa bastare. Il rifacimento dei marciapiedi, già annunciato da oltre un anno come da ultimo bilancio di previsione ad oggi, non è stato ancora attuato! La via principale presenta quotidianamente parcheggi selvaggi da parte dei cittadini e da chiunque giunga qua da noi, ma nessuna multa viene mai emessa a riguardo, anche questo è problema che nasce dalla mancanza di manutenzione stradale e dalla mancanza di attenzione e di presenza da parte degli organi competenti». Come partecipa la popolazione alle varie discussioni e ai vari momenti di incontro con l’amministrazione comunale? «Purtroppo da alcuni anni non vengono organizzati dall’amministrazione incontri

Grazia Gabba con la popolazione. L’ultimo risale al 2014 quando era stata indetta un’assemblea pubblica sul bilancio. Inoltre sono state istituite sulla carta diverse consulte ( cioè organi che permettono ai cittadini di fare proposte) ma non vengono più convocate da qualche anno. Ci rammarica anche considerare che i consigli comunali siano deserti e i cittadini non vogliano partecipare a questi momenti di confronto tra maggioranza e minoranza. Sembra un essere il chiaro risultato di tutto ciò di cui abbiamo discusso fino ad ora». Quale sarebbe il vostro possibile programma alle prossime elezioni comunali?

Denise Lanè «Il programma sicuramente è in linea con quello stilato quattro anni fa ma verrà integrato con la consapevolezza di quello che si può realizzare nonostante le difficoltà che ben conosciamo e che derivano dall’operato dell’attuale amministrazione. Quello che sarebbe bello e che ci preme maggiormente è di indire iniziative che coinvolgano maggiormente i cittadini in un’ottica di collaborazione e abbattimento dei costi (pedibus, banca del tempo, bilancio partecipativo)». di Elisabetta Gallarati

3milioni e 358mila euro, il costo della bonifica (non conclusa) dell’ex chimica Ponte Alto L’ex chimica Ponte Alto è una delle 44 aree inquinate da bonificare in provincia di Pavia, secondo l’elenco stilato da Regione Lombardia. Sono passati quasi 30 anni dal fallimento della ditta. Era il 1990 e il compito di procedere alla bonifica dell’area inquinata, toccava al Comune di Pinarolo Po. Il primo investimento di 2 milioni e 517mila euro finanziati da Regione Lombardia, servì all’asportazione delle sorgenti di contaminazione principali. Nel 2001 la Provincia di Pavia constatò che l’area pre-

sentava nuovi focolai di inquinamento e che pertanto la bonifica andava completata, con un preventivo di spesa che si aggirava intorno ai 320mila euro. Dopo anni di “ questioni burocratiche”, nel 2015 il sindaco Cinzia Gazzaniga riesce ad ottenere dal Pirellone un contributo di 540 mila euro necessari al completamento dei lavori di bonifica. Come si legge sui vari organi di stampa locale di quell’epoca, i lavori si sarebbero dovuti concludere nel 2016.

L’ex chimica Ponte Alto


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«Maggioranza allergica alle critiche. La replica del sindaco? Valuteranno i miei legali» Dopo le dichiarazioni del sindaco di Broni Antonio Riviezzi e della sua giunta, apparse sullo scorso numero del nostro giornale, i tre membri del gruppo di minoranza Broni in Testa, Cesare Ercole, Luigi Castena e Giusy Vinzoni, hanno voluto replicare. Iniziamo con il capogruppo di minoranza. Cesare Ercole, chi è il destinatario delle sue considerazioni? «Sinceramente avrei indirizzato questa missiva non ad un sindaco ma ai “sindaci” che attualmente governano Broni. Riviezzi sa a chi mi riferisco, al consigliere Paroni che proprio lui ha nominato recentemente come suo sostituto nel controllo ed esecuzione del suo programma elettorale». Dal suo punto di vista quali possono essere le conseguenze, ammesso che ce ne siano, di questa scelta? «Questa azione, se pur legittima, lascia sicuramente un segno indelebile sul mandato di Riviezzi: un sindaco che incarica un altro ex sindaco affinchè tutto proceda secondo i piani prestabiliti». Cosa penseranno gli elettori secondo lei? «Non oso pensare! Anche se le gratificazioni che sta dispensando a destra e a manca sicuramente porteranno al sindaco Riviezzi gratitudine e consenso. Ma non è così che funziona! La ruota gira se si applica un concetto di equità verso tutti i cittadini, se si considerano tutti uguali e non, come parrebbe, cittadini di serie A e di serie B. Forse nelle segrete stanze del palazzo comunale questo concetto tarda ad entrare anche se la minoranza definita faziosa e “rompi balle” glielo ripete continuamente». Come giudica il lavoro della minoranza di Broni in Testa di cui è il capogruppo? «Mi rivolgo direttamente “ai sindaci”: avete passato, signori sindaci, dieci anni in assoluto benessere politico e mi riferisco ad una minoranza che tranne un esponente, il consigliere Bosini, vi ha lasciato fare senza una minima opposizione. Ora “Broni in Testa” sta solo facendo il proprio dovere che è quello della minoranza e cioè il controllo del vostro operato. Vi sembra poco? Avreste forse desiderio che la minoranza facesse proposte? Non ci sarebbero problemi se voi convocaste le commissioni e lasciaste discutere i provvedimenti, ma al contrario voi li proponete già confezionati e guarda caso tre/quattro giorni prima del consiglio comunale!». Come si sente di concludere? «Vedete, signori sindaci, la visione politica nostra e vostra non coincide nè nei programmi nè nelle finalità. E non lo dice il sottoscritto ma gli elettori che hanno votato recentemente. Piano piano i giochetti che avete fatto in campagna elettorale verranno a galla, e chi meglio del popolo è in grado di giudicare? Ora vi saluto cordialmente e vi ricordo ancora, senza entrare

nel merito dei provvedimenti che avete adottato, per questo ci pensano i miei due consiglieri Vinzoni e Catena, parafrasando un vecchia rivista dialettale di Lasarat e Mezzadra e Colombi “ieri,oggi,domani” che la ruota gira gira senza fine!». Passiamo all’altro membro del gruppo, Luigi Catena. Cosa ne pensa delle critiche del Sindaco Riviezzi alla consigliera Vinzoni? «Qual è il ruolo che svolge un consigliere di minoranza? Una delle critiche che usualmente vengono mosse ad un consigliere di opposizione è quella di essere esageratamente disfattista e poco propositivo. Dal punto di vista istituzionale il consigliere di opposizione deve vigilare sull’operato della maggioranza mettendone in luce limiti e difetti. Ed ovviamente dovrebbe farsi anche portatore di nuove e diverse proposte, quando glielo consentono. Tutto ciò in via teorica. Nella realtà le cose sono diverse,le dinamiche amministrative impongono a chi comanda di bocciare e snobbare tutto quanto proviene dalla minoranza, perché l’opposizione è sempre il nemico al quale non può essere concesso spazio né iniziativa. Caro Sindaco Riviezzi, che a lei piaccia o no il nostro ruolo è questo, purtroppo vedo che ogni nostra osservazione/critica, è presa come se fosse un fatto personale. Noi dopo circa due anni non abbiamo la presunzione di dire di aver assimilato una esperienza tale da sapere bene il funzionamento della macchina amministrativa comunale, ma certamente non siamo dei “diffamatori/livorosi” come vorrebbe far credere il sindaco ai cittadini bronesi, come non credo proprio che siamo sprovveduti, nel percepire delle velate minacce quando afferma “Ricordo che il procurato allarme è un reato penale e, soprattutto che dichiarazioni pubbliche di questo tipo possono creare anche danni economici, alle attività produttive della città e ai suoi abitanti”: credo che sia il sindaco a dover fare serie riflessioni quando fa questo tipo di affermazioni. è evidente ai più che non ha ancora quella esperienza amministrativa tale da gestire un comune come Broni, lo dimostra la delega data a un consigliere nonché ex sindaco (boicottato dai cittadini alle elezioni) per portare avanti il “suo” programma elettorale, azione legittima, per carità… ma a nostro avviso poca opportuna». Sentite di aver denigrato la città? «Noi non denigriamo la città, noi “critichiamo” chi non sa amministrarla sono concetti ben diversi. Vorrei poi dire al sindaco di non far passare messaggi che di vero hanno ben poco». A cosa si riferisce? «Mi riferisco ad una sua affermazione riguardo “La convenzione con il comune di Cigognola per la gestione associata del

servizio di Polizia Comunale che garantirà maggiore presenza sul territorio degli agenti: da questa convenzione si presume che il numero degli agenti di cui Broni potrà disporre, per assicurare una maggiore presenza sul territorio, aumenti. Come Riviezzi ben sa, un solo agente presta servizio nel comune convenzionato. Trasparenza caro sindaco… Trasparenza… Noi vogliamo bene alla nostra città, prova ne è, che in tempi non sospetti suggerii all’assessore Estini interventi per cercare di rilanciare il tessuto commerciale, che non possono essere solo gli eventi». Cosa serve secondo lei? «Ben vengano gli eventi, ma c’è la necessità che l’amministrazione coinvolga i proprietari degli immobili sfitti, con proposte e agevolazioni, atte a incentivare nuove aperture. è su questo aspetto dovrebbero attivarsi molto di più, magari tralasciando l’organizzazione degli eventi, o delegando ad altri. Notiamo invece che la predisposizione dell’assessore è quella di organizzare, soprattutto da quando il sindaco le ha conferito la delega all’organizzazione dei “grandi eventi”… Ci piacerebbe sapere quali sono i piccoli eventi». Chiedo anche a lei come vuole conclu-

Come risponde alle affermazioni del Sindaco Riviezzi, dell’assessore Estini e del consigliere Bongiorni? «Prima di rispondere alle accuse sollevate da loro sono andata a rileggermi l’articolo uscito a marzo, che ha dato il via a queste dichiarazioni. Mi sono chiesta: “Ma hanno letto l’articolo? Lo hanno attentamente letto?” Mi sono risposta: “No!”. Faccio una premessa, riallacciandomi ad una delle prime battute di Riviezzi: “Mai un complimento alla nostra città e ai suoi abitanti”; la correggo sindaco…”mai un complimento all’amministrazione”. Sono due cose, fortunatamente, ben diverse. Mi preme poi tranquillizzare il sindaco sul fatto che io, a Broni, ci sono nata e ci vivo dal 1969, amo il mio paese e quello che sto facendo lo faccio proprio per i miei concittadini, quelli che mi hanno votata e quelli che non l’hanno fatto. Ho la grande fortuna di poter considerare questo impegno non un lavoro, ma un piacere e ciò mi dà la grande possibilità di dire ciò che penso e non ciò che la gente vorrebbe sentirsi dire». Le sue dichiarazioni vengono definite livorose e al limite della diffamazione… «Innanzitutto, non ritengo di aver mai

Vinzoni: «Propongo un incontro pubblico, davanti ai cittadini che il sindaco, dice di amare. Nel nostro bel Teatro, davanti a tutti» dere. «Concludo rivolgendomi al Consigliere Bongiorni, dall’alto della sua quarantennale (credo) esperienza amministrativa sia di maggioranza che di opposizione. Mi sarei aspettato dichiarazioni di un certo spessore. Le voglio ricordare che dalla nostra bocca non è mai uscita una sola parola sull’installazione dei cestini dei rifiuti. Stento a credere che certe affermazioni le abbia pronunciate lei consigliere Bongiorni, mi sembrano quelle di un neofita della politica locale… ma lei si ricorda quando era all’opposizione come si comportava? Evidentemente no». Infine, la consigliera Giusy Vinzoni.

fatto dichiarazioni - riporto quanto scritto dal sindaco - con “toni livorosi, al limite della diffamazione”, ma dichiarazioni fastidiose, alle quali probabilmente l’attuale amministrazione non è abituata. Però, non è certo colpa mia, si dovranno anzi abituare - come dissi nel mio primo consiglio comunale - ad avere una “spina nel fianco”, che dovrebbe fungere da stimolo per lavorare sempre meglio…ma così non è! L’attuale amministrazione vorrebbe una minoranza silenziosa ed accondiscendente, che, però, non avrà mai, almeno per tutta la durata del mio mandato. Un bel ripasso di cultura democratica farebbe bene a molti!».


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Le è stato anche detto che dipinge una realtà che non esiste. «Si, il sindaco mi accusa di “dipingere una realtà distorta che non esiste” e, addirittura, di contribuire ad arrecare un “irreparabile danno di immagine alla città”, quindi chiedo a Riviezzi se ne è così sicuro. Sono affermazioni molto pesanti, delle quali dovrà dar conto e che mi riservo di valutare nelle loro implicazioni.. I fenomeni di degrado, di vandalismo, di microcriminalità, da me citati sul numero di marzo de “Il Periodico” sono episodi riportati dal quotidiano “La provincia

Cesare Ercole

pavese” (nelle seguenti date: 01/02/2018 – 11/02/2018 – 17/02/2018 – 18/02/2018 – 20/02/2018 – 21/02/2018 – 25/02/2018), Trovo strano che al Sindaco siano sfuggite queste notizie e, se invece non sono sfuggite, perché accusare me di danno di immagine o di procurato allarme e non il giornalista che ha firmato questi articoli? Certo, è più semplice accusare la Vinzoni, Consigliere scomodo, che ama la trasparenza e che infastidisce molto con le sue dichiarazioni, sempre supportate da documentazione!». Cosa ne pensa della convenzione stipulata tra i comuni di Broni e Cigognola per la sicurezza? «Tra i tanti interventi che l’amministrazione ha posto in essere per la sicurezza dei cittadini leggo della convenzione stipulata tra il Comune di Broni e quello di Cigognola per la gestione del servizio di Polizia Comunale… a tale riguardo, sono ancora in attesa di conoscere quali siano i vantaggi per il Comune di Broni, mentre mi sono evidenti quelli per il Comune di Cigognola. Per quanto riguarda il sistema di videosorveglianza, probabilmente, se funzionasse correttamente, i vandali, che si divertono a distruggere la rotonda delle nuove scuole elementari, sarebbero già stati identificati…o quella zona è priva di telecamere?» E del fatto che lei abbia fatto dichiarazioni che potevano “procurare allarme” cosa ci dice?

«Parliamo adesso del “reato di procurato allarme”. Per questo devo rivolgere le mie parole direttamente al sindaco. Lei sindaco, parla di “reato penale” e mi permetto di farle un appunto, prima di entrare nel merito della sua accusa: non ha senso parlare di reato penale, posto che non esiste un reato non penale, già quindi nella definizione, che leggo nella sua risposta, iniziano le inesattezze. Ciò premesso, invito lei sindaco e i suoi consulenti legali a rileggere, con molta attenzione, la definizione che l’art 658 c.p. dà del reato di procurato allarme.

quanto segue: “non siamo contrari alle manifestazioni, anzi ben vengano, ma non accetto che si voglia far credere alla popolazione che con gli eventi si risolve un problema, quando la questione è molto più profonda”…». A proposito dell’Assessore Estini, cosa ne dice delle sue dichiarazioni? «Anche in questo caso preferisco rivolgermi direttamente all’ assessore. Nella sua replica (a cosa?), perché non ha parlato dei numerosi negozi chiusi, molti dei quali sulla via principale che attraversa Broni? Perché non risponde semplicemente alla

Luigi Catena

L’articolo recita quanto segue: “Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’autorità o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio, è punito con l’arresto fino a 6 mesi o con l’ammenda da 10 a 516 euro”. Ciò vuol dire, in parole povere, che, nel momento in cui si diffonde una falsa notizia o un falso allarme, che facciano scattare le procedure dell’autorità per un pericolo in realtà inesistente, si ricade nel reato di procurato allarme. Anche un cittadino non esperto in diritto penale capirebbe immediatamente che le mie affermazioni rientrano in un ambito ben diverso, che è quello del ruolo del Consigliere comunale di minoranza e della fisiologica dialettica politica. Rileggendo le sue dichiarazioni, sorge invece a me il dubbio, che approfondirò con i miei legali, che siano proprio le sue accuse ad avere rilevanza penale, essendo io stata accusata di aver creato panico e, addirittura, di essere complice del calo delle vendite nel settore immobiliare…mi permetta… l’ultima sua affermazione ha creato non poca ilarità non solo nella sottoscritta! Per quanto riguarda invece le dichiarazioni dell’assessore ai grandi eventi Estini, mi permetto di suggerire anche a lei, prima di rispondere, di leggere attentamente le dichiarazioni da me fatte. Non ho mai parlato di “inconsistenza degli eventi organizzati”, ma ho dichiarato

mia domanda: la gente che viene a Broni per un evento e poi fa un giro per il paese che cosa può pensare? Questa era la mia domanda, ma, logicamente, meglio prendere la palla al balzo per elencare le numerose manifestazioni in programma (molte gratis…accerteremo!) e la grande sorpresona di Natale. E poi sono io ad essere accusata di fare propaganda? Mi verrebbe da dire: ah ah ah. Lei poi ha parlato di Enoteca, nuove scuole, Villa Nuova Italia….perché non ha parlato dell’Università dei sapori, di cui invece avevo fatto cenno? L’Università dei sapori, fiore all’occhiello per voi, costosa ed inutile cattedrale nel deserto per noi. Approfitto dell’occasione per ricordare a Riviezzi che, circa un anno fa (lettere a me indirizzata a firma dell’Assessore Comaschi), disse che avrebbe convocato una riunione dei capogruppo per organizzare una visita all’Università dei sapori; è passato quasi un anno e noi siamo ancora qui in trepidante attesa di poter fare un giro laddove abbiamo diritto di andare, diritto ad oggi non rispettato». Il consigliere Bongiorni sostiene non solo che i vostri elettori si aspettassero di più da voi, ma anche che il criticare comporta meno impegno intellettuale. «Sa di che cosa sono invece convinta io? Che fossero loro ad aspettarsi (o sperare) meno da noi! Siamo una presenza troppo fastidiosa, e loro non gradiscono essere giudicati e controllati. Bongiorni chiede

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collaborazione? Bene, ricordo che, grazie ad una nostra mozione (e numerosissimi solleciti!), sono stati, ad esempio, installati i defibrillatori e che loro non hanno fatto nemmeno lo sforzo di invitarci per l’inaugurazione, dicendo che si trattava di un evento privato! Ricordo che non ci hanno mai interpellati su nessuna delle loro decisioni e ricordo che, in più occasioni, abbiamo detto di non essere favorevoli ad interventi come quello di Via Cavour, ma..? Non è cambiato nulla. Eppure, caro Consigliere Bongiorni, a

Giusy Vinzoni

volte i nostri interventi sono stati davvero utili. Le ricordo ad esempio, che il concorso di pittura non è stato annullato grazie a me, che avevo letto il regolamento e le feci notare che, in un’intervista, Lei aveva indicato i nomi dei componenti della giuria, che invece andavano tenuti segreti sino al giorno della premiazione. I pochi Consigli comunali che il sindaco convoca, le poche commissioni sono la dimostrazione che il parere della minoranza, che rappresenta la maggioranza dei cittadini bronesi, non vi interessa! Criticare, secondo lei, comporta meno impegno intellettuale ? Criticare, senza nemmeno aver letto con la necessaria attenzione le dichiarazioni degli altri, secondo Lei, che cosa può voler dire? In conclusione, ha qualche proposta da fare? «Chiudo con una richiesta, una cosa molto semplice, che darebbe la possibilità di spiegare le nostre posizioni davanti a tutti i cittadini. Propongo un incontro pubblico, davanti ai cittadini che il sindaco, dice di amare. Nel nostro bel Teatro, davanti a tutti. È dalla campagna elettorale che vi chiediamo un incontro pubblico…. perché non accettate? Ah… non con domande programmate, ma con tanti interventi della popolazione. Pensateci!». di Elisa Ajelli


PIETRA DE’ GIORGI

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Palio dell’Agnolotto, «Ci auguriamo che molti esperti del settore abbiano scoperto l’Oltrepò» Il Palio dell’Agnolotto si è concluso con la vittoria dello chef Andrea Morerio e del suo Agriturismo Boccapane di Pometo di Ruino. Soddisfazione da parte dell’Associazione Chicco per Emdibir, promotore dell’iniziativa organizzata a Tenuta Calcababbio nel Comune di Pietra De’ Giorgi. Il ricavato della serata sarà devoluto a favore del progetto “Un chicco di grano o di teff”, che mira al miglioramento sostenibile dell’alimentazione in Etiopia. Elena Passadori è il presidente dell’associazione Chicco che opera a Stradella, Broni e Redavalle ed è la mente e il braccio dell’evento. Il Palio è stato un evento ad alta risonanza in Oltrepò. Come è nata l’idea di creare questa manifestazione? «Noi avevamo l’esigenza di far conoscere la nostra associazione e il nostro progetto. Nel contempo, visto che siamo un gruppo dell’OLtrepò, ci piaceva l’idea di attirare persone nel nostro territorio anche per far conoscere le nostre zone e le potenzialità che offrono». In gara c’erano parecchi ristoratori dell’Oltrepò. Come e da chi sono stati scelti? «Sono stati scelti facendo un lungo elenco di ristoranti e agriturismi del nostro territorio. Ho chiamato personalmente tutti. Chiaramente per averne tredici ho fatto davvero tante, tante telefonate. C’è stata all’inizio un po’ di difficoltà ad avere la partecipazione… il che è comprensibile visto che era la prima edizione del palio e ci poteva essere un po’ di diffidenza. è stato poi fondamentale avere lo Chef Silvano Vanzulli a bordo dell’operazione perché lui è davvero conosciuto da tutti i ristoratori: lui si è impegnato in prima persona per l’organizzazione dell’evento e per valutare gli aspetti tecnici. Chiamare e dire che c’era anche lui è stata una svolta!». Si aspettava più partecipazione da parte dei ristoratori? «Diciamo che sono contenta del risultato finale. C’è stato un momento di “crisi” perché alcuni si sono ritirati per esigenze di altro tipo e quindi eravamo scarsi come numero… e ci abbiamo messo qualche giorno per recuperare la situazione. Abbiamo contattato altri ristoratori e ci hanno dato la loro disponibilità. Averne avuti tredici è una grossa soddisfazione, soprattutto perché era la prima volta. Mi aspetto che l’anno prossimo qualcuno di quelli che hanno rifiutato o annullato all’ultimo, ci telefoni e si faccia avanti per partecipare. Noi siamo aperti a tutti quelli che vogliono partecipare». C’è stata la presenza di una giuria tecnica, formata da Chef, giornalisti ed esperti del settore. Come mai questa scelta? «Perché all’inizio l’evento di risonanza era stato definito con Fabrizio Ferrari, noto chef, che si è da subito mostrato molto

disponibile. è appassionato di Oltrepò e ha contribuito con una bella presenza fin dall’inizio. Per valorizzare questa sua presenza, abbiamo pensato alla definizione di una giuria tecnica. Dopo ci è piaciuto dare un certo rilievo anche alla stampa e quindi al “tecnico” inteso come chef, abbiamo aggiunto altre figure». C’era poi anche la giuria popolare… «Abbiamo fatta questa scelta per coinvolgere maggiormente i partecipanti all’evento. Il voto della giuria popolare ha avuto comunque un peso inferiore rispetto a quello espresso dalla giuria tecnica. La giuria popolare si è espressa con un solo voto, mentre la tecnica doveva giudicare più aspetti (presentazione, aspetto interno e aspetto de gustativo, bilanciamento dei sapori e qualità/cottura). Sarebbe stato impossibile gestire così tanti voti se anche la giuria popolare avesse dovuto valutare tutti gli aspetti… per questa prima edizione abbiamo fatto questa scelta, volendo comunque valorizzare la presenza di tutti, ma anche dando la possibilità ai “tecnici” di esprimersi appieno». è stato difficile avere la disponibilità di tutta la giuria tecnica. C’erano nomi importanti, oltre agli chef… «è stato impegnativo, perché ha richiesto una rete di contatti che si è costruita per l’evento e che non avevamo a priori. è stato un passaparola, per vedere se qualcuno dei nostri conoscenti avesse qualche contatto in quell’ambito. Con tanto impegno siamo riusciti a trovare persone davvero molto disponibili, perché hanno capito il progetto che è stato ben documentato… per tutti loro è stato fondamentale vedere il progetto e la competenza elevata dei nostri professori, in particolare di Vincenzo Tabaglio e Giuseppe Bertoni dell’Università di Piacenza. Ci auguriamo inoltre che, grazie a questo evento, molti esperti del settore che non sono del territorio abbiano scoperto l’Oltrepò e possano tornare». Come mai è stato scelto proprio l’agnolotto? «Ci è sembrato un piatto altamente rappresentativo del nostro territorio e delle nostre tradizioni gastronomiche. Nello stesso tempo, ci è parso un piatto non troppo difficile da preparare, perché ciascuno lo può fare a casa propria e arrivare con il piatto da cuocere». è riuscito l’agnolotto, secondo lei, a rompere gli argini dell’Oltrepò? «Mi auguro di sì. Noi però ci aspettavamo più gente “da fuori”, anche a livello di partecipazione, grazie alla diffusione che c’è stata anche sui vari media… dalle nostre statistiche dobbiamo invece dire che hanno funzionato nettamente le relazioni personali: i cento che si sono presentati all’evento erano tutti legati alla schiera degli amici o di amici degli amici, allo staff, o alla giuria. Mentre il tam-tam attraverso

Elena Passadori, presidente associazione Chicco per Emdibir internet e mass media per ora ha dato un risultato abbastanza scarso a livello quantitativo. Questo ci dispiace un po’ perché ci sembrava un’occasione per far conoscere il progetto e il territorio al di fuori della cerchia di amici. Però alla fine siamo soddisfatti perché la risonanza c’è stata, anche post-evento… e come prima edizione è andata bene, a giudizio di tutti». è un’esperienza da ripetere? «Ci sembra di sì! Vorrei sottolineare l’importanza del gruppo che si è creato: tutti i ristoratori hanno lavorato insieme, consapevoli di far qualcosa per solidarietà, ma anche per promuovere il territorio. Si dice sempre che in Oltrepò la gente non è capace di collaborare e ognuno pensa al proprio orticello, ma si sa che fa più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce: questo è un esempio virtuoso per far capire che anche nel nostro territorio ci sono delle persone che hanno presente qual è l’unica strada per evolvere e non è

certamente quella di guardare solo il proprio orticello. Questo evento potrebbe essere il primo passo…». Il format, nel caso di una ripetizione dell’evento, sarà pressoché identico o ci sono dei margini di miglioramento? «Dovessimo avere tanti ristoranti che chiedono di entrare nella gara, potremmo pensare a una sorta di semifinali solo per gli chef e poi una finale aperta a tutti. Questo è da vedere. Noi per il momento pensiamo di pianificare il prossimo evento a partire dall’autunno, in modo da avere un po’ di mesi per contattare le persone che ci sono state quest’anno e cercarne altre e soprattutto cercare di non sovrapporsi con altri eventi, visto che la domenica del Palio c’erano altri eventi nel raggio di pochi chilometri. Vorremmo evitare sovrapposizioni che non fanno bene a nessuno. Di sicuro ci saranno migliorie». di Elisa Ajelli

Pietra de’ Giorgi - Tenuta Calcababbio, location del 1° Palio dell’Agnolotto


LA “NOSTRA” CUCINA

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Cheap but chic: piatti golosi e d’immagine al costo massimo di 3 euro!

Maggio: siamo ancora in primavera e questa stagione ci regala alimenti freschi, colorati e golosi come le fave e le fragole. Le fave fresche, un alimento considerato un tempo di serie B, definito “carne dei poveri”, sono legumi molto importanti per la nostra salute. Hanno il vantaggio di contenere tanta fibra, una caratteristica che li rende alimenti prebiotici, cioè capaci di nutrire la nostra flora intestinale buona e di rallentare la velocità di assorbimento degli zuccheri. Sono inoltre diuretiche e quindi indicate per una dieta dimagrante e depurativa. Inoltre contengono preziosi minerali quali fosforo , potassio e ferro e vitamina A. Sono poi ricche dal punto di vista proteico e possono risultare una buona alternativa alla carne. Le fave si possono consumare sia cotte che crude e il consiglio è quello di acquistarle in questo periodo quando sono non troppo grandi, dolci e tenere. Le fragole, che iniziano a maturare in questo periodo, sono un frutto gustoso povero di calorie, indicato anche per chi sta seguendo un regime ipocalorico a scopo dimagrante: la polpa è infatti costituita per il 90% da acqua. I maggiori vantaggi per la salute sono dovuti al buon contenuto di sali minerali e vitamine. Hanno un potere remineralizzante cioè apportano discrete quantità di fosforo, potassio, calcio, ferro e sono una buona fonte di vitamine A,

B1, B2, e C. Utilizziamo fave e fragole in abbinamento ai gamberi per proporre un insolito antipasto molto gustoso e colorato che stupirà i vostri commensali: cestini con gamberi, fave e fragole. Come si preparano: prima di tutto cuociamo per alcuni minuti le code di gambero a vapore mettendole in un colino appoggiato su di un tegame contenete acqua bollente e coperto con il coperchio. Quando sono cotte e del classico colore aranciato, le togliamo dal colino e le mettiamo su di un piattino a raffreddare. Prepariamo ora i nostri cestini. Dai fogli di pasta fillo ricaviamo dei quadrati di dieci centimetri di lato. Ricopriamo con carta da forno una teglia, appoggiamo tre pirottini di alluminio capovolti abbastanza distanziati che usiamo come base per mettere la pasta fillo e ottenere il cestino. Spennelliamo ora i pirottini con olio d’oliva e su ognuno adagiamo il primo quadrato di pasta e lo facciamo ben aderire. Spennelliamo il secondo quadrato e lo sistemiamo sul precedente ruotandolo leggermente per non far combaciare gli angoli. Procediamo allo stesso modo con gli altri quattro quadrati e facciamo una leggera pressione per adattarli alla forma del pirottino. Cuociamo in forno caldo a 190° per 5-6 minuti. Devono dorarsi in superficie. Togliamo la teglia dal forno e facciamo raffreddare.

Passiamo ora a preparare le fave, le sgusciamo e togliamo anche la pellicina che le ricopre. Puliamo le fragole, le laviamo e le affettiamo. In un contenitore raccogliamo le fragole, le fave e i gamberi e condiamo il tutto con un’emulsione fatta con il succo e la buccia grattugiata di arancia, olio, sale e pepe. Mescoliamo delicatamente e lasciamo insaporire qualche minuto. Sformiamo i nostri cestini e li riempiamo con il composto ottenuto, prestando attenzione a mettere due code di gambero per ogni cestino. Decoriamo con qualche fiore di rosmarino e serviamo questo antipasto molto gustoso e chic. YouTube Channel: Cheap but Chic – Facebook Page: Tutte le Tentazioni

di Gabriella Draghi

CESTINI CON GAMBERI, FAVE E FRAGOLE Ingredienti per 3 persone: 400 g di fave da sgusciare 200 g di fragole sode e non molto mature 6 code di gambero fresche o surgelate sgusciate il succo e la buccia grattugiata di un’arancia biologica 6 fogli di pasta fillo fiori di rosmarino olio extravergine d’oliva sale e pepe


STRADELLA

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Differenziata e aumento Tari, Brandolini: «Criterio da rivedere» Ettore Brandolini e Antonio Curedda, rappresentanti della minoranza consigliare di Stradella, hanno risposto alle nostre domande sulla raccolta differenziata “porta a porta”, che da quasi due mesi è diventata obbligatoria anche nella città di Stradella. Negli ultimi due anni, la provincia di Pavia si è piazzata agli ultimi posti nella graduatoria regionale stilata da Legambiente; il recupero è ancora troppo lento: i cittadini della provincia di Pavia devono impegnarsi di più! Dal 1 marzo 2018 a Stradella è d’obbligo la raccolta differenziata “porta a porta”. In generale, Lei cosa ne pensa? Brandolini: «Era una cosa senz’altro da fare; purtroppo si stanno riscontrando problematiche nelle zone centrali, soprattutto per i condomìni, però è solo questione di tempo. Questo servizio è una cosa da considerare seriamente, se si pensa che Stradella era solo al 30% di raccolta differenziata e l’obiettivo che si sono posti è quello di arrivare al 50% (a Pavia per esempio sono già al 60%), quindi non è impossibile... occorre recuperare!». Curedda: «Non è nuovo l’obbligo di fare la differenziata, è obbligatoria da più di 20 anni, è semplicemente cambiata la modalità di conferimento, passando dai cassonetti stradali al metodo più efficace del “porta a porta”».

Brandolini: «Una questione che mi preme risolvere è quella della rimozione dell’amianto dal tetto del Palazzetto dello Sport» Precedentemente con quale frequenza venivano svuotati i cassonetti? Brandolini: «La frequenza non è cambiata rispetto ad ora... tre volte a settimana, in giorni prestabiliti per le varie categorie». Curedda: «Non lo so, era una responsabilità della Broni Stradella e non del Comune, ma mi sembra fosse sufficiente rispetto al conferito. Il problema non era quello, ma la nostra scarsissima percentuale di rifiuti differenziati rispetto al totale». Secondo lei, il fatto che ci siano giorni ed orari prestabiliti per il ritiro (esclu-

sivamente in fascia serale 19.30/21.30) può rappresentare un problema per le persone che sono fuori casa tutto il giorno causa lavoro? Brandolini: «Accontentare tutti diventa impossibile, mi rendo conto che è difficile per chi lavora tutto il giorno». Curedda: «Forse, ma oltre alla possibilità d’uso dei bidoni carrellati è sempre possibile depositare i rifiuti presso la piazzola ecologica della Broni Stradella SPA (area videosorvegliata disponibile 24h con tutti i cassonetti per le varie frazioni e ne chiederemo l’introduzione di una seconda in piazzetta Meriggi). Credo che i benefici, in prospettiva, siano comunque superiori agli eventuali disagi». Non tutti i cittadini stradellini sembrano essere soddisfatti di questo servizio: secondo lei, si tratta di “pigrizia” - quindi occorre dare loro il tempo di abituarsi all’iniziativa – oppure sussiste realmente un’inefficienza del servizio, dovuta al fatto che è da poco stato attivato? Brandolini: «Può essere senz’altro migliorato (magari negli orari), ma secondo me è un po’ presto per trarre delle conclusioni». Curedda: «Considerato che a Stradella avevamo una differenziata del 30% la risposta è evidente: la stragrande maggioranza dei cittadini non svolgevano alcuna raccolta differenziata, dato che il sistema del conferimento libero con i cassonetti lo permetteva. La questione non è se sia giusto o no fare il porta a porta (io lo dico dal 2011, era un punto chiave del nostro programma e l’attuale maggioranza l’ha contestato fino a 10 mesi fa quando all’improvviso hanno cambiato idea) ma come farlo: fornendo tutte le informazioni necessarie con materiale completo e multilingue, con un’organizzazione puntuale e sopratutto con una tariffazione puntuale del servizio, cioè con il principio che più differenzi, meno spendi. Nonostante le nostre insistenze, né la maggioranza né la Broni Stradella ne vogliono sapere». Il cittadino si deve impegnare a differenziare, ma questi rifiuti vengono davvero differenziati? Dove finiscono? Brandolini: «Certi rifiuti vengono venduti e, a mio parere, questi introiti dovrebbero servire a far diminuire (non aumentare) la tariffa... il Comune sostiene che questa diminuzione la si potrà vedere nei prossimi anni, se tutti i cittadini s’impegneranno nell’adempiere a questo sistema. Tuttavia c’è ancora molta incertezza». Curedda: «Certamente! Chi lo mette in dubbio racconta favole. I rifiuti vengono differenziati sopratutto per un motivo economico: carta, plastica e vetro sono materie prime secondarie “di valore” e più sono pure, e in quantità, più possono essere vendute per il riciclo. Ogni tonnellata

di indifferenziato portata all’inceneritore ci costa invece circa 100 euro. L’azienda ha quindi tutto l’interesse a differenziare il più possibile.». L’introduzione della raccolta differenziata “porta a porta” farà aumentare la Tari 2018 per i cittadini stradellini? Brandolini: «Direi proprio di sì. è un dato di fatto che, ad esempio, in due anni, per commercianti e artigiani, l’aumento è stato del 20% o forse più in qualche caso. Abbiamo presentato (io, Curedda e La Capra) un’interpellanza in consiglio comunale per conoscere quale è la quota parte dell’investimento a carico di Stradella. Abbiamo la sensazione che sia il 100%: cioè paga tutto Stradella. Ci è stato risposto citando i dati complessivi dell’investimento e non quelli a carico di Stradella sulla base di un appunto redatto dalla Broni-Stradella Pubblica Srl e non dagli uffici comunali. Inoltre, c’è un assurdo in questo sistema, che abbiamo presentato in Consiglio Comunale: in proporzione, l’aumento è maggiore per una famiglia di tre persone che abita in un appartamento piccolo, perchè si basa su un criterio misto tra numero di persone e superficie, ma di fatto una famiglia di tre persone che abita in un appartamento di 60mq paga circa il 15% in più rispetto a se la stessa famiglia abitasse in 300mq (in questo caso pagherebbe circa 8% in più). A mio avviso è un criterio da rivedere!». Curedda: «L’introduzione del “porta a porta” ha già portato ad un aumento sostanziale dei costi, che segue l’aumento dell’anno scorso anche se il porta a porta ancora non c’era. Abbiamo chiesto nell’ultimo Consiglio Comunale il dettaglio dei costi sostenuti dall’azienda per l’avvio del servizio (circa 200.000€ in totale) per capire perchè tutti questi costi sono stati imputati a carico dei cittadini di Stradella quando con tutte le probabilità nel prossimo futuro anche i Comuni circostanti adotteranno questo tipo di raccolta». Uno dei problemi principali riguarda l’umido e l’arrivo della stagione estiva: il fatto di aver abolito i cassonetti crea un disagio sia per i cittadini, sia per i commercianti. Non sarebbe opportuno creare, secondo lei, una postazione con cassonetti a scomparsa sotterranea come già dispongono alcune località italiane (e tanti paesi europei), essendo più igienici e probabilmente meno dispendiosi? Brandolini: «Sarebbe una buona soluzione, soprattutto in periodo di ferie estive». Curedda: «Non credo proprio siano meno dispendiosi, comportando lo scavo e l’installazione di un manufatto interrato, e anche manutenzione e igienizzazione comporterebbero evidentemente mag-

Ettore Brandolini

giori spese. Avendo l’azienda già speso così tanto per il rinnovo del parco mezzi, colpevolmente in grande ritardo rispetto all’ultimo decennio di innovazioni tecnologiche, ed avendo queste spese già generato importanti aumenti alla TARI non mi sembra una strada in alcun modo praticabile. Inoltre i cassonetti per l’umido non sono “aboliti”, semplicemente la raccolta dell’umido ora si svolge con conferimento nei bidoncini o nei bidoni carrellati, e avviene per ben tre giorni alla settimana». Da quanto tempo è consigliere comunale e di quale lista fa parte? Brandolini: «Faccio parte, dal 2014, del gruppo “Prima Stradella” la cui lista era formata da esponenti di centro destra (4 di Forza Italia e 3 della Lega) e con altri 9 candidati non iscritti a partiti o movimenti». Curedda: «Sono consigliere comunale dal 2009, fino al 2013 nel gruppo di maggioranza con l’ex Sindaco Lombardi e dal 2014 con il gruppo “La Strada Nuova per Stradella”». Qual è il suo impegno per Stradella? Brandolini: «Il mio impegno senz’altro è quello di segnalare le cose che non vanno, ma anche di proporre soluzioni a problematiche importanti, ad esempio, una questione che mi preme risolvere è quella della rimozione dell’amianto dal tetto del Palazzetto dello Sport. Il Comune di Stradella avrebbe dovuto provvedere allo smaltimento entro il 31 dicembre 2016, forse interverranno entro quest’anno, ma è un po’ complicato. Il problema dell’amianto a Stradella è molto serio, non si sa quanto ce ne sia, poiché non è mai stata realizzata una mappatura. L’ente locale ha a disposizione pochi fondi, ma questi, a mio avviso, vengono usati in maniera sbagliata, bisognerebbe concentrarsi su problemi seri, magari tralasciando qualche manifestazione ludica».


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Curedda: «Ogni tonnellata di indifferenziato portata all’inceneritore, ci costa 100 euro» Curedda: «Realizzare tutto ciò che era nel nostro programma del 2014 e che ancora manca o è stato fatto male e in grande ritardo, ma sopratutto riportare a Stradella un “buon governo cittadino” lontano dagli interessi corporativi o familiari che hanno caratterizzato la gestione della cosa pubblica da parte del gruppo di riferimento dell’attuale maggioranza». I rapporti con la maggioranza? Brandolini: «I miei rapporti sono buoni con tutti, noto un po’ di “pigrizia” da parte di qualcuno; queste persone hanno voluto l’incarico, ma non svolgono i loro doveri». Curedda: «Istituzionali, nonostante in passato io mi sia trovato d’accordo con l’ex sindaco Lombardi, io e il gruppo Maggi abbiamo due visioni diametralmente opposte sulla politica, che per me deve essere inclusiva e spingere le migliori professionalità, non i soggetti meno

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qualificati ma più “controllabili”. In Consiglio Comunale, come si può vedere dalle dirette Streaming che il nostro gruppo organizza dal 2014, la maggioranza ha spesso un atteggiamento prevenuto nei nostri confronti, andando a bocciare nostre proposte anche quando chiaramente condivise da membri della maggioranza stessa, sono state eclatanti per esempio le dichiarazioni del capogruppo di Torre Civica Lombardi all’ultimo Consiglio che si schiera a favore di attività di “educativa di strada” per la prevenzione e il recupero delle situazioni di marginalità e disagio quando la maggioranza ha respinto per ben 2 volte le nostre proposte in questo senso derubricandole a “inutili”». Il rapporto dei giovani con l’amministrazione? Brandolini: «Troppo pochi, sfortunatamente! Ci sono persone che ricoprono il ruolo di consigliere comunale da più di quarant’anni, forse questa cosa andrebbe rivista. Ci vorrebbe un po’ di rinnovamento, anche per quanto mi riguarda sto facendo quest’esperienza, ma non è detto che la ripeta». Curedda: «Non esiste alcun rapporto, i pochi giovani interessati all’attività politica si relazionano a noi, perchè non siamo tutti pensionati e che fanno politica da troppi anni e ingessati sulle nostre posizioni e modalità. Al contrario, siamo l’unica forza a promuovere un necessario rinnovamento della classe politica locale, aperta a tutti coloro con un reale contributo da dare, indipendentemente dalla loro

Antonio Curedda

area politica di provenienza. Per tutti gli altri giovani il Comune e, purtroppo, anche il Teatro, rimangono luoghi lontani dal loro interesse e visti come un muro di mattoni o come una porta chiusa quando invece potrebbero dare un grande contributo al rinnovamento e alla rinascita del nostro territorio». A parte la raccolta differenziata “porta a porta”, cos’altro si potrebbe fare per Stradella? Brandolini: «Stradella ha un grossissimo problema che è il “traffico automobilistico”. È stato approvato il PGTU (Piano Generale Traffico Urbano), non c’è molto da

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spendere, se non per l’inserimento di qualche cartello a “senso unico”, ma nel frattempo la situazione è sensibilmente peggiorata, soprattutto sulla via Emilia, via Po, via Di Vittorio. Recentemente anche i residenti di via Vescola hanno presentato una petizione, poiché lamentano velocità eccessive e pochi controlli. Il traffico è un un problema reale di Stradella e non è sufficiente il PGTU. Per quanto riguarda il commercio, insieme a Curedda ci eravamo battuti per le agevolazioni riguardo ai parcheggi, non solo per i commercianti, ma anche per incentivare le persone a rimanere a Stradella (nel centro storico), ma purtroppo altri hanno deciso diversamente. L’area del commercio tradizionale si è ristretta molto». Curedda: «Come ho detto, il “porta a porta” è di per sé una innovazione positiva, che però è stata approcciata in modo incompleto e con oltre sette anni di ritardo rispetto a quando proposi il sistema alla Broni Stradella in qualità di Assessore all’Ecologia nel 2011: non si sono coinvolti i comuni limitrofi da subito, per condividere organizzazione e spese iniziale, non si sono previsti servizi specifici per chi ha esigenze particolari (es: pannolini/ pannoloni) e sopratutto non si sono messe le basi per un sistema di quantificazione meritocratica che consenta l’applicazione della tariffa puntuale, cioè il sistema che incentiva anche economicamente i cittadini a differenziare!». di Silvia Cipriano


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Coppa, “stradellino”, frittura. Dal “salumè” la tradizione che resiste alle mode Salumiere, in Oltrepadano doc, si dice “salumè”. Da queste parti è il dialetto a far riecheggiare le antiche tradizioni, i sapori e i profumi di un tempo che non passa mai di moda, nemmeno a Stradella. Per le vie del centro tra boutique di abiti firmati, scarpe e accessori di ultima tendenza fanno capolino le vetrine delle botteghe storiche con coppe, salami e cacciatorini appesi che stimolano l’olfatto e catturano lo sguardo. Se per qualcuno poi la frittura fatta con il sangue di maiale oppure i “ciccioli” fossero solo dei ricordi da bambino, a Stradella è ancora possibile trovare e acquistare questi prodotti tipici della tradizione. Il mondo cambia, le mode vanno e vengono, ma la buona abitudine di servirsi dalla bottega sotto casa qui dura nel tempo. Girando per la città e stando in zona giardini pubblici, troviamo subito la prima, storica e rinomata salumeria: “Da Virginio”. All’interno si trovano Mariangela e Claudio Rovati, i titolari, che accolgono sempre tutti i loro clienti con un sorriso e una bella parola. Virginio era lo storico salumiere, papà di Mariangela, che a sua volta era subentrato alla madre, prima proprietaria del negozio.

Mariangela e Claudio Rovati titolari della salumeria “Da Virginio”

Quando è nata l’attività? «Nei primi anni del Novecento. Noi due siamo titolari dal 1988». Come è stato, se c’è stato, il cambiamento in questi anni? «Adesso è totalmente diverso da prima. Noi fortunatamente abbiamo aumentato la nostra produzione, ma tutto quello che è il “complemento” dei supermercati è andato scemando. Prima era un surplus ma di un certo livello». La clientela è diversa? «Abbiamo clienti fissi che vengono sempre da noi e li serviamo con una certa attenzione, mentre i giovani invece fanno spesa in un modo molto diverso: prendono la busta di affettati al supermercato e basta. Vengono in negozi come il nostro se hanno un’occasione particolare, se hanno voglia di mangiare un salame buono o comunque qualcosa di diverso. Il nostro prodotto è logicamente differente da quello che si trova nella grande distribuzione». Voi che cosa producete? «Un po’ di tutto… salami, cacciatorini, salame cotto, la pancetta. Chi viene da noi viene perché sa cosa vuole. Poi facciamo i ciccioli, il salame di fegato e la tipica frit-


STRADELLA tura con il sangue». La città di Stradella è cambiata? «Più di tanto non vediamo il cambiamento in negativo. È logico che il mondo cambi e ci siano novità. Ma a Stradella siamo ancora fortunati, ci sono realtà ben peggiori». Il vostro negozio, seppur “storico” nell’immaginario di tutti gli abitanti, non ha di fatto la relativa denominazione. Perchè? «È solo per mancanza di tempo. Non abbiamo mai presentato domanda per quello. Dovremmo cercare tutti i documenti della nonna, prima proprietaria del negozio, e poi di mio padre. Poi andare in Camera di Commercio a Pavia a presentare tutta la documentazione necessaria. Siamo sempre qui in negozio e quindi non abbiamo il tempo materiale per farlo, è solo una questione burocratica. Ma gli stradellini lo sanno e ci ritengono comunque un posto storico, questo conta. Prima o poi comunque lo faremo!». Salendo in via XXVI Aprile si trova un altro negozio storico, la salumeria “Bruni”, portata avanti adesso da Roberto Fugazza. Un’altra attività storica, nata anch’essa più di cento anni fa. Della famiglia originaria rimane solo un fratello, ormai anziano, e nessuno dei Bruni ha ormai più a che fare con il negozio, in quanto l’ultimo salumiere con quel cognome è mancato poco meno di dieci anni fa. Una signora che sta uscendo dal negozio sussurra «Come si compera bene qui, è sempre un piacere venire in questo negozio». Signor Fugazza, quando ha iniziato a fare il salumiere? «Sono dieci anni che ho rilevato l’attività dalla famiglia Bruni, insieme ad un’altra socia, e prima sono stato loro dipendente per tanti anni». Che differenza ha trovato dall’essere dipendente a titolare? «Nessuna, forse addirittura stavo meglio da dipendente perché il signor Bruni era davvero un padrone eccezionale. Era bello fare il dipendente con lui perché mi trattava come un figlio. E poi da titolare si hanno molte più responsabilità e lui le

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Paolo Valle, insieme al fratello Giuseppe porta avanti l’attività di famiglia

assorbiva proprio tutte». Com’è cambiato il modo di acquistare della gente? «è cambiato lo stile di vita e anche il concetto di famiglia. Non penso che il cambiamento sia colpa dei supermercati come dicono tanti, più che altro è il modo di vivere delle persone che non è più lo stesso di un tempo. I giovani lavorano lontano, a Pavia o Milano, mangiano fuori spesso, fanno gli aperitivi… c’è sempre meno famiglia unita e nei negozi, invece, si viene a prendere cose da mangiare in famiglia. Nei weekend invece c’è un po’ più di movimento». La qualità del suo negozio però viene riconosciuta… «Certo! La differenza con la grande distribuzione c’è, anche se nei supermercati si trova di tutto e c’è quindi la comodità, anche di orari, di parcheggi. Logico che quando la gente vuole qualcosa di buono, qualcosa con cui fare bella figura, allora viene in negozi come il mio». Lei che è da tanti anni a Stradella, come la vede? «La città negli anni è cambiata, ma come è

Roberto Fugazza, ha rilevato la salumeria Bruni una decina d’anni fa

cambiato tutto il mondo. Forse Stradella è cambiata dopo le altre, fino a qualche anno fa era molto più viva e attiva, adesso mi sembra che quel periodo sia un po’ finito e ci vorrebbe qualche novità». Il vostro negozio ha la denominazione storica. «Sì, dal 2010. Questo negozio è stato fatto quando hanno creato la via, nel 1870… poi la famiglia Bruni è arrivata qualche decennio dopo… Sicuramente è un vanto avere un negozio così storico, anche se forse è sempre meno apprezzato. Noi comunque continuiamo con la nostra produzione di alcuni salumi e di prodotti di gastronomia». Sempre in centro a Stradella, in via Martiri Partigiani, si trova un altro negozio storico e molto conosciuto, il salumificio Valle, gestito dai fratelli Paolo e Giuseppe. Qui si produce una tipicità speciale: la coppa della Rocca di Montalino. Paolo, quando è nata l’idea di creare questo prodotto speciale? «La coppa è nata tre anni fa, l’avevamo presentata direttamente alla Rocca di Montalino. L’abbiamo creare per sottolineare “il territorio che racconta i prodotti e i prodotti che raccontano il territorio” e visto che la Rocca è uno dei simboli di Stradella ci è piaciuto fare così. Sempre in questa ottica, noi il cacciatorino non lo chiamiamo più in quel modo, bensì “stradellino”. Per questo diciamo che è un prodotto “buono da cinema”, in ricordo del tanto amato cinema stradellino!». Come si realizza questa coppa particolare? «Ci siamo ispirati a vecchie ricette: saliamo la coppa il giorno stesso della macellazione, la massaggiamo diverse volte in modo da renderla bella morbida (anche se è molto stagionata), la mettiamo a bagno nel vino. Abbiamo cercato di fare un prodotto che rispecchiasse la tradizione. Una volta dalle nostre parti la chiamavano la “buondiola”, la coppa messa a bagno nel vino, prima di legarla. Devo dire che piace molto». Il vostro negozio ha la denominazione storica? «Sì, dal 2010. Siamo in attività dal 1952, prima con nostro nonno, poi con nostro

«Una volta in questa via c’era il fruttivendolo, il macellaio, noi, il panettiere: uno si fermava in questa strada e aveva tutto. Adesso la spesa grossa viene fatta al supermercato e quando si vuole qualcosa di particolare si viene da noi» padre e infine noi da circa vent’anni. Noi due siamo comunque cresciuti qui dentro, fin da bambini». Come avete visto cambiare Stradella e i suoi abitanti? «Adesso è un periodo storico in cui si va sempre alla ricerca di qualcosa di particolare, altrimenti si va al supermercato. Noi cerchiamo di valorizzare i prodotti che facciamo direttamente noi, quindi coppa, pancetta, salame, salamini da cuocere, cacciatorini… Mio nonno era rappresentante del salumificio a Milano e quel salumificio non faceva le pancette: si era messo quindi a farle mio nonno in un laboratorio qui vicino, poi è nato un piccolo spaccio e infine il negozio. La città comunque è cambiata, le abitudini sono cambiate. Non c’è più il cliente che fa la spesa in tutti i negozi…una volta in questa via c’era il fruttivendolo, il macellaio, noi, il panettiere: uno si fermava in questa strada e aveva tutto. Adesso la spesa grossa viene fatta al supermercato e quando si vuole qualcosa di particolare si viene da noi. Fa specie però vedere che ci sono mille programmi televisivi di cucina, dove raccomandano di usare cibi di una certa qualità nelle materie prime…e poi invece la gente, vuoi per comodità vuoi per altre cose, si appoggia alla grande distribuzione». di Elisa Ajelli



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Palazzo Bellavista, da meta di villeggiatura dei ricchi pavesi a location per eventi A Montebruciato, frazione di Stradella si trova il Palazzo Bellavista, un meraviglioso esempio architettonico in pietra del Settecento che domina le colline dell’Oltrepò. Restaurato con cura e ricercatezza con l’obiettivo di conservare il suo splendore originale si affaccia con una grande terrazza sui declivi circostanti ed offre nelle giornate limpide uno spettacolare panorama e in quelle nebbiose sembra adagiarsi su un mare di bambagia che copre la pianura e dà la sensazione di essere sospesi nel cielo. All’interno si trovano alcune sale affrescate ed un grande salone con camino che sono la location ideale per ogni tipo di evento. Abbiamo intervistato il signor Pierluigi Perinetti che è il titolare di questa meravigliosa struttura che da alcuni anni è diventata la sede dell’azienda Corte Pavese Banqueting.

«L’Oltrepò si è perso per troppi anni nella vendita del vino in damigiana al milanese, non ha saputo creare il prodotto di nicchia di grande qualità» Maggio è il periodo dell’anno votato ai matrimoni e i futuri sposi sono sempre alla ricerca di luoghi affascinanti e particolari dove ambientare la loro festa. Lei vive e lavora a due passi da Stradella in questo posto bellissimo che offre grandi spazi attrezzati ed una serie di servizi per l’organizzazione di qualsiasi tipo di evento. Come mai ha deciso di iniziare la sua attività di Banqueting proprio qui, in questo angolo incantevole di Oltrepò? «Io vengo dal settore della ristorazione, mi sono diplomato all’Istituto Alberghiero e mi sono sempre occupato di servizio in sala. Durante gli anni della scuola ho lavorato in Inghilterra e poi dopo la scuola in America su navi da crociera che viaggiavano nel mar dei Caraibi e poi di nuovo all’Hotel Savoy di Londra e in varie parti d’Italia. Nel 1998 ho iniziato ad occuparmi di catering e ho aperto la mia azienda a Badia Pavese, il mio luogo di provenienza e ho lavorato lì per 11 anni. Ad un certo punto abbiamo avuto l’esigenza di trovare uno spazio più grande per la nostra attività ma io non pensavo assolutamente alla zona di Stradella. Il proprietario di questa struttura,

Pierluigi Perinetti che era gestita da un ristoratore che aveva deciso di abbandonare l’attività, era mio amico e mi ha contattato per invitarmi a visitarla per vedere se poteva essere di mio interesse. Quando sono venuto a vedere il palazzo mi sono subito innamorato di questo posto incantevole e mi sono reso conto che potevo usufruire di molti spazi e di una grande cucina e quindi ho deciso di trasferirmi qui con la mia azienda dal 2011». Cosa mi dice di questo palazzo? «Il palazzo Bellavista, che delimitava il confine fra Stradella e Canneto Pavese, è un palazzo storico del 1750 riconosciuto dalla regione Lombardia al quale, agli inizi del 1900 è stata aggiunta un’ala dove si trova l’ampio salone che si affaccia sulla grande terrazza panoramica. Al piano superiore c’erano alcune camere che poi nel 2005 sono state completamente ristrutturate a cura del proprietario Claudio Macchia è sempre stato un punto di villeggiatura e di ristoro per i ricchi pavesi che venivano in vacanza su queste colline con la carrozza trainata dai cavalli prima e poi con le prime auto dell’epoca. Ha continuato ad essere utilizzato come hotel e ristorante fino a poco prima del mio arrivo. Ora noi lo utilizziamo solo come location per eventi di ogni tipo». Quante persone può ospitare questa bellissima struttura? «Dipende dall’evento che si deve creare. Se si pensa ad un pranzo o ad una cena, possiamo arrivare comodamente a 250 persone, se devo organizzare una festa con una zona aperitivo, un buffet e una zona musica possiamo ospitare fino a circa 120 persone. Nella bella stagione si può usufruire delle due bellissime terrazze dalle quali si ha una vista mozzafiato che spazia dal castello di Montalto al Castello di Cigognola fino al monte Penice. Nelle giornate particolarmente serene abbiamo poi la cornice della catena delle Alpi sullo sfondo». Organizzate eventi e matrimoni solo in questa location? «No, il nostro lavoro è soprattutto in esterno, oltre che qui. Creiamo feste di matrimoni ed eventi nelle abitazioni dei clienti e in alcune residenze prestigiose che a vol-

te gli stessi sposi ci propongono. Spesso e volentieri gli sposi vengono da noi dopo aver cercato su internet il posto dove organizzare il loro matrimonio e noi valutiamo con loro l’allestimento più idoneo». Lei che ha maturato un’esperienza pluriennale nel settore e ha visto negli anni i vari cambiamenti di tendenza ci può dire cosa va di moda per il matrimonio in questo periodo? «Circa cinquant’anni fa quando si andava a nozze si partecipava al grande pranzo tradizionale con una serie interminabile di portate che durava tutto il pomeriggio. Da un po’ di anni a questa parte le cose sono molto cambiate, la tendenza è quella della cena servita a tavola in un ambiente prestigioso, un castello o all’aperto in un grande giardino seguita poi dal taglio della torta e dalla musica e da un open bar. In questo periodo noi abbiamo spesso la richiesta di un aperitivo importante nel tardo pomeriggio nel quale si servono cose salate e dolci della durata di un paio d’ore. Il tutto deve risultare una festa piacevole dove gli ospiti si divertono e non si sentono costretti a stare seduti troppo a lungo. Devo dirle però che ultimamente i matrimoni stanno

diminuendo rispetto a qualche anno fa, ci sono più matrimoni civili e addirittura, se il comune lo permette, si possono celebrare direttamente nella location prescelta». Secondo lei l’Oltrepò Pavese è valorizzato nel giusto modo o avrebbe bisogno di una promozione diversa? «Non credo che sia valorizzato nel modo adeguato un po’ a causa della politica e un po’ per la chiusura e poca disponibilità delle persone che lo abitano. L’Oltrepadano è sempre un po’ troppo critico, ha sempre da dire qualcosa contro chi prova in qualche modo a pubblicizzare i vini e il territorio. Bisognerebbe innanzitutto avere un politico della zona a Roma in parlamento che si prenda a cuore la promozione del nostro territorio». Lei pensa che si potrebbe far qualcosa partendo da qui oppure sarebbe meglio affidarsi ad un esterno che faccia un progetto di valorizzazione turistica del territorio? «Ho dei seri dubbi che si possa partire da

qui perché ci sono troppi interessi radicati, si deve sicuramente partire da fuori magari con l’imput di qualcuno del luogo. Abbiamo degli ottimi vitigni che potrebbero trasformarsi in ottimi vini; alcune aziende anche qui a Canneto fanno degli ottimi prodotti ma sono troppo poche perché purtroppo l’Oltrepò si è perso per troppi anni nella vendita del vino in damigiana al milanese, non ha saputo creare il prodotto di nicchia di grande qualità. Le persone di questo territorio non sanno purtroppo mettersi insieme e fare sistema, l’abbiamo visto con il salame di Varzi e la bonarda, non sono riuscite a trovare un accordo sulla produzione. Nel momento in cui poi qualcuno riesce con i propri sforzi ad emergere, viene risucchiato immediatamente giù nel pentolone quando scoppia lo scandalo della cantina di Broni e tutto quel che ne segue. Ci vuole qualcuno che prenda in mano saldamente la situazione e che faccia emergere questo territorio con le sue grandi potenzialità. Qualche anno fa per lavoro sono stato in Finlandia e lì facevano di tutto per vendere quel poco che avevano che è il nulla al nostro confronto. Sono tornato a casa, ho comprato un miccone eccezionale del panettiere qui vicino, mi son tagliato due fette di salame, mi son seduto su questa terrazza, ho guardato l’orizzonte e mi son detto che non c’era posto migliore circondato dal verde così rigoglioso delle nostre colline». Quindi lei non ha mai pensato di trasferire la sua attività in un’altra zona? «No, perché ho un bacino d’utenza abbastanza grande, sono molto conosciuto, ho clienti che provengono da ogni parte d’Italia, ci spostiamo spesso anche all’estero e quindi mi trovo bene qui. Abito qui e mi sento in paradiso. Il mio è un lavoro molto impegnativo ma di grande soddisfazione e il primo obiettivo dell’azienda è la qualità. Ci avvaliamo di personale molto qualificato del territorio quali camerieri barman e chefs che fanno capo a mia cognata che è abilissima nel suo lavoro. Ci sarebbe bisogno di più personale di sala qualificato, bisognerebbe incentivare maggiormente i giovani a rivolgersi verso questa professione. Oggi i ragazzi che si iscrivono all’Istituto alberghiero tendono a voler fare lo chef perché vedono i programmi televisivi ma dovrebbero tenere in considerazione anche di dedicarsi in modo molto serio alla sala perché può dare delle grandi soddisfazione dal punto di vista professionale». di Gabriella Draghi


SAN CIPRIANO PO “Quando iniziai a scrivere questo libro, quattro anni fa, lo avevo intitolato Waiting for Justice: Aspettando Giustizia. Dal capitolo ottantotto dovetti cambiare il titolo, perché era evidente che non c’era più nulla d’aspettarsi...”. Con questa laconica affermazione inizia il suo scritto Eleonora Calvi, secondogenita di papà Alfredo, uno tra gli imprenditorimanager più noti, ricchi ed influenti della seconda metà del ‘900, ahimè egli stesso protagonista del romanzo in veste di vittima. “Una panca per due omicidi perfetti” è un libro avvincente, ben scritto, intriso di ogni sfumatura l’animo umano ne possa essere forgiato, dalla dolcezza al terrore, dalla speranza alla disperazione, dall’amore all’odio, dalla caparbietà all’impotenza. è soprattutto un libro da trattare in modo “delicato”: impossibile entrarvi nella pregna atmosfera senza leggerlo. Ma cercheremo di far del nostro meglio... Abbiamo incontrato la Signora Calvi nella sua bella dimora oltrepadana, la tenuta Matellotta, a San Cipriano Po’, comprendente appartamenti, campo da tennis, piscina, golf, etc. Eleonora, come iniziamo? «Iniziamo dal presente, e ripercorreremo a ritroso il cammino. Allora... le dirò che in questi ultimi anni ho ospitato tra queste mura, per due volte, un’Associazione sostenuta per lo più da Magistrati ed imprenditori. Il Congresso messo in atto da questa Associazione, che si svolse a Savona, ove io fui ospite, proprio sul tema e le sfaccettature penali che emergevano dal mio caso, il peso giuridico della prova scientifica, ebbe un successo grandioso! Aula strapiena, dovuto anche certamente alla presenza di Relatori di altissimo prestigio! Perché parto proprio da qui? Perché oggi sono in prima linea, pensando agli altri sulla base del mio vissuto, per ottenere alcune importantissime modifiche riguardanti proprio il mondo giudiziario. Innanzitutto la possibilità di ottenere, per persone non abbienti alle quali capitasse il mio excursus giudiziario, le traduzioni gratuite di Atti redatti in lingue straniere! Ha una vaga idea di quanto costi un traduttore? Le assicuro tantissimo! Io ho speso una fortuna per queste traduzioni! Ma ancor di più, la Tutela delle Parti Civili! Ho contattato una seria Associazione per il miglioramento dei processi, particolarmente appunto delle Parti Civili! Voglio che il mio passato diventi una miglior possibilità per il futuro, degli altri. Essere utile ai posteri! Ad esempio, la completezza delle prove... ed altre linee-guida, ad esempio sulle archiviazioni, sugli errori su base intuitiva, sui termini d’opposizione, le motivazioni...». Lei è cittadina italiana? «Sì. A 18 anni avrei potuto scegliere la cittadinanza austriaca, ma non lo sapevo, e comunque non l’avrei mai fatto!». Quell’Austria che molto le ha negato, a livello proprio giudiziario... «5 procedimenti aperti ad Innsbruck, tutto fatto da sola...». E nessuna sentenza... «Non m’interessa raggiungere una sentenza, oggi. Non m’interessa più. Non m’interessa per la storia, tanto meno per i soldi. I soldi che ho speso per i procedimenti che

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«Una panca per due omicidi perfetti» riguardavano mio padre sono ovviamente stati giustamente spesi!». Quando avvenne l’omicidio di suo padre, lei quanti anni aveva? «Ventiquattro. Ma ero una 24enne che s’interessava solo della sua smodata passione per i cavalli! Non capivo molto di cosa mi stava succedendo, non ho certamente capito subito... Adoravo mio padre, e la sua morte ha decisamente bloccato, in me stessa, ogni possibilità di pensare, all’epoca...». Nella chiusa del libro, che devo dirle lascia veramente a bocca aperta, lei fa intendere un progetto, un piano alla realizzazione di quell’omicidio... «L’atto in sé è certamente partito da mia sorella... con quel complice che alla fine “rivelo”, con il quale mia sorella ritengo abbia incrociato la strada della propria vita prima di arrivare al terribile finale. Ma ho commesso un grave errore, per ingenuità giovanile, a quel tempo: se vuoi sconfiggere un nemico, non lo devi allontanare. Devi tenertelo vicino, per capire come, dove e quando colpire. Io ho fatto l’opposto, ovviamente per disperazione: sono uscita da quel mondo, dal mio mondo di quegli anni... e per tanto tempo, troppo forse, non ho più saputo niente». Suo padre è stato un imprenditore di grande visione, anticipando spesso i tempi ed arrivando primo in tanti settori... «Era una mente straordinaria, che riusciva a gestire i più diversificati investimenti in modo impeccabile! Ha infatti per primo distribuito in Europa il Kevlar, all’epoca innovativo materiale con il quale poi sono, ad esempio, praticamente state realizzate le vele di tutte le imbarcazioni... Certo! Il Kevlar è stato un grande successo. Era una fibra ultra-innovativa! Ma poi ancora fu il primo a targare un’auto elettrica, una macchinetta da golf... o ancora, fu tra i primi ad importare la marca Jeep dall’America dopo la Guerra, i primi entrobordo dall’Inghilterra...». Lei gli assomiglia? «Caratterialmente tantissimo. Lui aveva tutte queste iniziative da seguire, viveva in modo frenetico, passionale, imprenditoriale, come anch’io, seppure in altri settori, ho sempre fatto. Ma per entrambi anche la solitudine, il ritiro, era fondamentale... lo stare con se stessi, nel silenzio. L’unica differenza è che a lui il “Bel Mondo” piaceva, a me no». A proposito di “Bel Mondo”, in quegli anni a St. Moritz c’erano proprio tutti, Avvocato Agnelli in testa... «Lo cito infatti nel mio libro, anche se non sono mai stata una sua fan... Ma le devo rivelare, e qui esce anche la somiglianza con mio padre, come nacque la Panda 4x4». (sorride...)

Eleonora Calvi, primogenita del noto imprenditore Alfredo Cosa intende? Lei sa che una Panda era a lui personalmente intestata, con grande orgoglio suo? «Mi sta dicendo una cosa che mi rende onore! Le dico cos’é successo... Mio padre possedeva un’auto giapponese, in tempi non sospetti, con le 4 ruote motrici. Un giorno, risalendo con quest’auto verso casa, incrociai l’auto blu, con autista, dell’Avvocato che viaggiava in direzione opposta. In quel tratto di strada, molto in pendenza e sempre all’ombra, tutti sapevamo quanto facile fosse trovare del ghiaccio sull’asfalto. Infatti, la sua auto sbandò, venendo contro la mia. Scesi furente, ed anche un po’ colpevolizzata dal fatto che fosse l’auto di papà, ed iniziai ad inveire prepotentemente nei suoi confronti, accusandolo principalmente del fatto che da quasi cent’anni la sua famiglia producesse automobili ma ancora non un modello 4x4». Come finì la questione? «Chiamò un’altra persona per portarmi a casa, tenne la mia auto che, non so ancora adesso come fece, mi ritornò la mattina del giorno dopo perfettamente riparata! Mio padre non seppe mai di quell’avvenimento, e da lì a poco la Fiat immise sul Mercato il modello Panda 4x4, che si rivelò anche un ottimo mezzo di locomozione su neve e ghiaccio!». Quando ha scoperto l’Oltrepò? «Inizio anni ‘90 grazie all’amico Conte Vistarino. Poi ho cercato una sistemazione, ho trovato questa tenuta Matellotta, che era distrutta ma storica, me ne sono innamorata, l’ho sistemata, ed eccomi qui! (sorride...)». Lei però, mi permetta, abituata a Montecarlo, St. Moritz... le piace questa terra? «Molti si domandavano perché, in effetti, mi fossi affezionata a questo posto. Ma le dico: il cielo di questa pianura è un cielo “diverso”, che in stagioni diverse assume colori mai visti, romantici, specialmente rosa e poi rosso o arancione... mi ha colpito

la vicinanza con questo cielo... inizialmente facevo anche parte di un’associazione dedicata alle prelibatezze gastronomiche oltrepadane, come i vini, formaggi, salumi». Cosa vede nel suo futuro? «Ho appena acquistato una splendida residenza montana di fronte al Parco del Gran Paradiso, ove mi trasferirò in questi giorni per finire l’arredamento. Ed iniziare un altro scritto che mi preme mettere nero su bianco: una favola! Una favola, che se riuscirò tradurrò in prosa, sul Dio Zeus/Giove che oggi è ormai, ahimè, trasformato in un freddo Pianeta...». Sarà l’occasione per una nuova intervista? «Se sarà, mai dire mai, l’aspetto volentieri prossimamente per parlarne!». di Lele Baiardi

Alfredo Calvi, da non confondere per omonimia con Roberto, coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano, è stato un grande manager ed imprenditore italiano nel mondo, che ha operato nei più disparati settori dal dopoguerra al 1985, anno in cui venne assassinato a St. Moritz, nella sua splendida dimora. Quell’omicidio inizialmente passò alle cronache dell’epoca come una sorta di “omicidio perfetto”, finché la secondogenita di Alfredo, Eleonora, non rivelò, iniziando una lunga battaglia processuale, i propri dubbi, contenuti nel suo libro “Una panca per due omicidi perfetti” uscito nel 2016.


ARENA PO Il nuovo argine, che mette in sicurezza Arena Po dalle piene, ha cambiato il volto del paese. L’opera ha ricevuto finanziamenti da vari enti e sarà conclusa nei prossimi mesi. Il responsabile amministrativo del progetto è Diego Boiocchi Ingegnere, quando è iniziato il progetto per l’argine di Arena Po? «Il progetto è iniziato nel 2012, assieme ad Aipo (Agenzia Interregionale per il fiume Po), che ha finanziato i lavori e che si era già impegnata per gli altri paesi a noi vicini e limitrofi al corso del Po. Nell’alluvione del 2000 il paese era stato colpito da 1,70 m di acqua straripata dal Po, quindi diciamo che è stato necessario l’intervento di Aipo, in una situazione d’emergenza, per evitare che questo riaccadesse». Quando si concluderanno i lavori e quindi sarà presentata pubblicamente? «L’opera non è ancora del tutto completa. Non è stata ancora dichiarata la conclusione dei lavori e prima infatti deve avvenire il collaudo; essendo un’opera che interessa il sottosuolo deve venire collaudata in fase d’opera e pensiamo che questo accadrà questo autunno, quindi la fine dei lavori avverrà entro la fine di quest’anno e l’inizio del 2019. A seconda del collaudo cambierà tutto l’assetto del piano regolatore, quindi si tratterà di un grande cambiamento e di un grande lavoro». Quanto denaro è stato stanziato per l’intero progetto? Ci sono stati problemi tecnici che hanno cambiato il quadro economico iniziale? «Il piano economico dell’intera opera era di 8.700.000 euro, che comprende tutto, costo per i lavori, costo per interferenze, tutti gli espropri dai privati (circa 800.000 euro). Ci sono stati alcuni problemi, durante il corso dell’opera, ma non è stato speso un euro in più dal budget iniziale». I fondi provengono tutti da Aipo? «I fondi sono stati stanziati tutti da Aipo. Noi ovviamente facciamo da partita di giro, nel senso che siamo noi che paghiamo attraverso i soldi che periodicamente ci vengono inviati da Aipo: ogni volta paghiamo la ditta che ha eseguito i lavori o i vari privati che devono essere rimborsati dall’espropriazione dei terreni, etc, etc, etc. Ci sono avanzati giusto i soldi necessari alla chiusura dei lavori e per pagare alcuni progettisti e alcuni privati a cui spetta un rimborso. Una volta conclusi definitivamente i lavori, ridaremo indietro a Aipo i soldi avanzati. Tutto è avvenuto, insomma, a costo zero per il comune». Anche in altri paesi vicini ad Arena Po sono avvenuti dei lavori simili al vostro, per la costruzione dell’argine. Il procedimento è stato lo stesso? Si è occupato di tutto Aipo? «Quando si effettuano dei lavori in aree demaniali, o comunque anche private, ma che interessano lo stesso i terreni demaniali vicini al Po, si tratta sempre di opere statali e in particolare interessano Aipo. Noi abbiamo fatto da associazione appaltante gestendo il progetto, quindi abbiamo agito in maniera differente rispetto agli altri comuni, in maniera di avere maggiore garanzia che sul territorio avvenisse tutto secondo legge e secondo i vari criteri che riteniamo giusti. In altri comuni tutto è sta-

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La costruzione del nuovo argine ad Arena Po, progetto iniziato nel 2012

«Nuovo argine. Pronto entro fine anno» to gestito direttamente da Aipo. Io sono il Responsabile Unico di Procedimento, che è quello che risulta essere il responsabile amministrativo; per quanto riguarda i lavori poi, c’è un ufficio di gestione lavori stabilito da Aipo, che si occupa della redazione lavori. Da noi, inoltre, diversamente da come avviene di solito, l’impresa che ha vinto la gara d’appalto, ha proposto di occuparsi della manutenzione dell’opera per cinque anni: di solito questo non avviene, qui da noi invece la stessa impresa si occuperà sul posto per controllare il regime di funzionamento dell’opera». Si sono verificati dei problemi tecnici durante i lavori? «Con l’impresa non ci sono stati problemi, ci sono stati degli intoppi con Enel che non riusciva a realizzare la cabina elettrica che sarebbe servita a dare energia poi a tutti i macchinari per i lavori. Quando è stata realizzata i ladri hanno rubato il rame degli impianti quindi sono passati altri tre mesi prima che ne realizzassero un’altra. Ci siamo trovati con delle interferenze da parte di altri enti nel sottosuolo, che però non erano indicati nel progetto iniziale e che però abbiamo riscontrato, come gli impianti dell’acquedotto. Inoltre abbiamo dato, su richiesta di Aipo, una proroga dei lavori per annettere al progetto iniziale alcune migliorie: infatti sotto al livello dell’acqua abbiamo installato delle pompe che permetto di telecomandare il livello delle acque, attirando l’acqua da fuori quando ce n’è meno e viceversa per mantenere il livello dell’acqua come vuole Aipo. Queste cose sono state tutte proposte dopo, in corso d’opera. Hanno “rallentato” i lavori se così si vuol dire. In generale sono state tutte piccole cose che abbiamo risolto nel corso del tempo, grossi problemi non sono successi e l’impresa ha lavorato sempre bene».

Diego Boiocchi, responsabile amministrativo del progetto Nel 2015 è avvenuta ad Arena Po una piena per via del maltempo, come si è comportato l’argine in quell’occasione? «In quell’occasione è avvenuto una specie di collaudo effettivo e abbiamo agito con la protezione civile per via dell’allagamento del laghetto, ma l’argine ha dimostrato ovviamente di reggere la piena. È stata proprio una specie di collaudo inaspettato e Aipo è rimasta soddisfatta». è stato necessario lo stanziamento di altri fondi ultimamente per il proseguimento dei lavori? «Aipo, come fa ogni anno, ha stanziato due grosse tranche di fondi: uno classico per la manutenzione dei vari rilievi delle opere; l’altro per fare in modo che il Rivalto, che è un rile interessato dal passaggio dell’opera, sia protetto da dei massi di difesa spondale. Questo rile seguiva un certo percorso ed è stato aperto per giungere a Po, visto che nel 2015 le sue sponde erano state consumate dalla piena. AIPO ha inse-

rito dei fondi per la manutenzione. Aipo stanzierà 150.000 euro ogni anno per due/tre anni a favore di Pavia Acque riguardo a progetti di fognatura, perché il progetto iniziale non ha studiato il corso degli acquedotti e si sono verificate delle problematiche. Con il ribasso d’asta, ho fatto fare un progetto che portasse le acque reflue verso il depuratore. Il progetto costava complessivamente 800.000 euro e il nostro comune prenderà questi soldi e li darà a Pavia Acque (il resto dei soldi verranno messi dalla società stessa) per completare questo progetto ed evitare che nessuno scarico sporco di case e fabbriche finisca nelle acque del laghetto. Pavia Acque è in grado di accedere a fondi ministeriali per risolvere il nostro problema, per questo abbiamo chiesto il loro aiuto assieme a quello di Aipo». Arena Po risulta ricevere moltissimi fondi da diversi enti, a differenza di altri paesi che spesso lamentano soltanto di non trovare i fondi necessari per la soluzione di tutte le altre problematiche, da dove deriva questa “fortuna” secondo lei? «In effetti è vero, noi permettiamo, per prima cosa, di farci aiutare dai vari enti. Per prima cosa a noi importa migliorare il nostro paese, senza nessun tornaconto. Partecipiamo ai bandi per tempo, con pronte le documentazioni necessarie, i progetti già pronti da mostrare agli enti pubblici. Abbiamo un grosso avanzo di denaro che riusciamo ad utilizzare per la presentazione dei progetti ai bandi. Anche le vecchie amministrazioni ci hanno sempre aiutato, collaborando, per fare il ben del nostro paese. Il nostro interesse è quello di agire, nella maniera più pulita possibile, per il bene del nostro territorio». di Elisabetta Gallarati



ZENEVREDO

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Il molosso amico dei bambini, «Il Corso è un cane “cozza”» Alessandra Centinari, assieme al marito, gestisce “Cuori di ferro”, un allevamento della razza di cane Corso. Un bellissimo spazio in mezzo al verde della campagna di Zenevredo, in cui questi grandi amici a quattro zampe trascorrono il tempo coccolati ed educati per trovare delle famiglie che si prendano cura di loro, amandoli e rispettandoli proprio come fa Alessandra. Che dire, il loro pedigree ha un vero valore, non solo in quanto a bellezza, ma anche in quanto a educazione ed equilibrio dei loro cani. Da quanti anni vi dedicate all’allevamento di cani? Come nasce l’attività Cuori di ferro? «Il progetto di “Cuori di Ferro” nasce più o meno otto anni fa, ma già da prima eravamo nell’ambito dell’allevamento di altre razze di cane, come i Pastori Belga, i Pastori Tedeschi e i Rotweiller. Siamo passati al cane Corso perchè quando abbiamo iniziato ad allevarli abbiamo capito che era proprio il cane adatto a noi. Io e mio marito abbiamo iniziato con l’idea di avere proprio un affisso tutto nostro e infatti, quando abbiamo potuto, ci siamo registrati all’Enci, all’ente nazionale, come allevamento professionale». Come si gestisce un allevamento di cani di razza e più specificamente della razza del cane Corso? «In generale la gestione di un allevamento è piuttosto impegnativa. Innanzitutto ci vuole lo spazio adatto e nel nostro caso noi ne abbiamo davvero molto; poi i nostri cani vivono realmente in Famiglia, perché nessuno di loro vive tutto il giorno nel box, soprattutto la notte sono a casa con noi: si procede a una specie di turnazione e c’è chi sta con noi e chi sta invece nel suo box. C’è il reparto nursery in cui le femmine hanno il loro spazio per quando ci sono le cucciolate e in cui restano i cuccioli per il periodo che serve. Un altro elemento importate è che i nostri cuccioli vengono abituati fin da subito al rapporto con gli umani e con gli altri cani, in maniera da essere abituati fin da piccoli al rapporto con altri animali e con persone: cerchiamo di farli crescere in maniera equilibrata. Noi, nell’ottica dei cani, siamo un “branco” ed è importante che i cuccioli sappiano comportarsi anche al di fuori di esso: con il metodo del “puppy sense”, attraverso la manipolazione dei cuccioli fin da piccoli, ci assicuriamo che crescendo i cani siano ben disposti verso le varie manipolazioni che poi possono avvenire nella vita con i futuri proprietari». Come sono i vostri cani? Quanti esemplari sono presenti nel vostro allevamento? «I cuccioli quando vanno via di qui sono capaci di andare al guinzaglio, sono già abituati ad avere un approccio con le persone, anche con i bambini, cosa importan-

Alessandra Centinari, il suo è l’unico allevamento di cane Corso in Oltrepò tissima. Noi poi seguiamo sempre i proprietari dei cani quando escono dal nostro allevamento, per qualsiasi cosa ci possono sempre contattare. Abbiamo molti esemplari, ma dipende anche dal periodo delle cucciolate o se abbiamo delle “femmine promettenti”, magari viene data in affidamento per poi tornare a fare la cucciolata e restare qui il periodo della cucciolata prima di tornare con i suoi padroni. Noi non facciamo fare troppe cucciolate alle nostre femmine e soprattutto compiamo sempre controlli, come lastre e visite per verificare che i nostri animali siano sani e cercare di mantenere una genealogia sana, priva di malattie genetiche, come ad esempio la displasia delle anche. Io poi, personalmente tendo a selezionare i cani più sviluppati, a selezionare i cani con la migliore struttura ossea, con una bella prognatura (che è la masticazione canina). Tutti i nostri cani hanno il pedigree, che viene ceduto al nuovo al proprietario nel momento in cui avviene il passaggio di proprietà». Com’è la razza del cane corso? «I cani corsi sono cani che hanno bisogno di molto contatto umano, noi li chiamiamo per ridere “cani cozza”, perché necessitano proprio di un forte contatto anche per la loro natura di “molossoidi” che sono un genere di cane che ha bisogno di contatto proprio per natura. Poi essendo soprattutto cani di taglia molto grande (circa 60 kg il maschio 40/50 kg la femmina), è importante anche crescerli abituandoli fin da subito a uno stretto contatto umano. Fisicamente il cane corso matura nel giro di 3 anni, sia mentalmente, che fisicamente, soprattutto i maschi crescono comple-

tamente entro questo lasso: la forma della testa, la muscolatura, prendono i tratti caratteristici della razza». I cani corsi non rientrano nei cani cosiddetti pericolosi? «Non rientrano nella lista di cani pericolosi, proprio perché il cane corso è famoso per il suo equilibrio. In passato era un cane da masseria, sono cani intelligenti per genetica, molto capaci di distinguere già per conto loro il nemico dall’amico: questo li rende dei temibili cani da guardia, disposti a difendere il loro padrone e la loro famiglia fino alla morte, ma non sono dei cani pericolosi. Sta volentieri coi bambini, con i gatti, con i cani più piccoli…sempre se viene abituato fin da quando lo si porta a casa. Può vivere in appartamento, sempre che il padrone sia disposto a portarlo a fare i suoi giri tutti i giorni, proprio perchè, passato il periodo critico dell’adolescenza, il cane diventa molto tranquillo». Chi sono le persone che vengono qui da voi per scegliere un cucciolo? «Noi abbiamo a che fare soprattutto con le famiglie, nuclei con bambini che si stanno allargando e che magari comprano la villetta e necessitano anche di un cane da guardia. Spesso le persone si informano anche su internet per vedere quali sono i cani da guardia che però hanno un buon rapporto umano,proprio con bambini, e poi vengono qui da noi. A volte invece con delle coppie che hanno anche più tempo per portarli in giro. Se si parla di zona geografica invece, nella nostra zona ci sono molti dei miei cani, ma viene gente anche da altre regioni, dall’Emiglia Romagna, dal Piemonte, ho alcuni cani anche all’estero, in Francia». Avete frequentato dei corsi per avere un

raggio di competenze completo a gestire un allevamento come il vostro? «Sì, certamente. Io ho frequentato diversi corsi, cerchiamo sempre di essere aggiornati: corsi sull’addestramento, sull’alimentazione, sulla toelettatura del cane, sul parto». Quanti allevamenti ci sono nella zona dell’Oltrepò? «L’allevamento più vicino, che io conosca, si trova a Sannazzaro dei Burgundi. Nella zona ci sono molto dei miei cani infatti». Qual è il vostro rapporto con i social network e con internet? Lo trovate un buon metodo di pubblicizzazione per il vostro tipo di attività? «Sì, noi abbiamo un sito che curo personalmente perché voglio che abbia la mia impronta. Ho comprato lo spazio e lo curo personalmente. Poi abbiamo la pagina face book e il gruppo di face book in cui tutti i nostri clienti che hanno uno dei nostri cani possono contattarci e tenersi in contatto fra di loro per mantenere un rapporto con i fratelli e le sorelle dei loro cuccioli, per avere anche un confronto su diverse tematiche. Io uso il gruppo anche per ricordare a tutti i periodi delle vaccinazioni e delle profilassi, per aiutare tutti a gestire tutto ciò che serve ai cani». Sfruttate qualche tipo di affiliazione con degli enti e delle associazioni? «Noi ci affidiamo all’Enci per quanto riguarda il pedigree e all’ASL di Broni e Stradella per quanto riguarda l’anagrafe. Noi poi abbiamo il nostro veterinario che è Davide Mazzocchi della clinica veterinaria di Casteggio, ognuno poi si affida al proprio veterinario di fiducia». Quanto costa generalmente un cane come i vostri? «Il prezzo varia e non posso dire così su due piedi quanto può costare. Varia proprio da cucciolo a cucciolo, c’è ad esempio il cucciolo più bello della cucciolata, quello medio e quello magari più piccino. Può accadere che rimborsiamo noi alcuni padroni quando durante la crescita avviene di incontrare qualche difetto magari morfologico, il colore, la coda, piccole cose comunque che noto io personalmente e ci tengo a dirlo al proprietario, spesso sono cose invisibili all’occhio di un profano. Ovviamente questo non accade in tutte le cucciolate, a volte abbiamo delle cucciolate perfette e tutti i cuccioli sono perfetti. Oppure si possono trovare degli accordi con i proprietari, come cedere poi il maschio per una monta, o si può prendere in affido una femmina che poi torna qui da noi per il periodo di una cucciolata: sono tutti accordi che vengono presi per contratto e firmati; in questo modo io posso calare il prezzo del cucciolo, ma il contratto va preso seriamente e rispettato». di Elisabetta Gallarati


SAN DAMIANO AL COLLE

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Vercesi si ricandida: «Non siamo a conoscenza per il momento di altre liste» Cesarino Vercesi, 61 anni, dopo una breve pausa di riflessione, ha sciolto le riserve ed ha deciso di ricandidarsi per il rinnovo della carica di sindaco di San Damiano al Colle, dove svolge l’attività artigianale di fabbro. San Damiano è uno dei 3 comuni interessati al voto in Oltrepò, conta 740 abitanti sparsi nel capoluogo e nelle diverse frazioni: Boffalora, Barbaleone, Villa Marone, Poggio, Santa Giuliana, Casalunga, Braccio, Casa Nuova, Casa Rodoni, Camporello, Fornasella, Cascina Vecchia, Mondonico e Croce. Il sindaco uscente alle scorse regionali era stato candidato nelle file di Fratelli d’Italia riscuotendo un buon successo personale. Sindaco quindi ha deciso per la ricandidatura, è definitivo? «Mi ricandido per proseguire il lavoro svolto in questi 5 anni per il bene del mio paese e dei cittadini che hanno creduto e continuano a credere in me e nel mio gruppo». Ci saranno altre liste in competizione? «Non siamo a conoscenza per il momento di altre liste». La vostra lista ha qualche collocazione politica? «No. La nostra lista è una lista civica “Fu-

turo per San Damiano». Quali sono state le principali opere realizzate durante il suo mandato? «Siamo riusciti a realizzare in questi cinque anni e con grande successo la maggior parte dei punti del programma presentato: dalle telecamere per la video sorveglianza all’assegnazione dal bando pubblico denominato 6.000 campanili di euro 650.000 che abbiamo utilizzato per la pavimentazione del centro storico e l’asfalto in tutte le strade comunali e piazzale del cimitero, con la sistemazione dell’area ecologica. Siamo riusciti a sistema la frana nella frazione Casalunga in direzione frazione Braccio tramite l’interessamento e la collaborazione della Regione Lombardia che ha stanziato 80.000 euro per la realizzazione del lavoro, e poi ancora il restilyng del parco giochi, la ristrutturazione interna della sala “Sayonara”, l’ aumento del sostegno economico alla Pro Loco, l’intervento sui terreni incolti e abbandonati. Sono solo alcuni dei progetti che siamo riusciti a realizzare e per ultimo, un incremento del bilancio comunale dal passivo del 2013 all’attivo del 2018». Un bilancio certamente importante per un Comune di queste dimensioni. E per

Cesarino Vercesi, sindaco di San Damiano al Colle dal 2013

il futuro cosa avete in programma? «Alcuni dei punti che vorremmo sviluppare nel prossimo mandato sono certamente il potenziamento dell’illuminazione pubblica (LED) e della video sorveglianza, oltre che la ristrutturazione e la manutenzione dei 3 cimiteri posti sul territorio. Come punti “nuovi” vorremmo realizzare un parcheggio nella frazione di Villa Marone, istituire una Commissione Agricola e ripristinare la Biblioteca Comunale. Il tutto senza dimenticare i nostri anziani per i quali è previsto un potenziamento del ser-

vizio per la loro assistenza ed il mondo del volontariato, fondamentale per la sopravvivenza dei piccoli comuni, a cui andrà tutto il nostro appoggio». So che nella formazione della lista le è rimasto un rammarico... «Sì, quale sindaco ed a nome di tutta l’amministrazione voglio ringraziare il vicesindaco Elena Riccardi per il serio lavoro svolto nei 5 anni di amministrazione, la quale purtroppo, non sarà più della partita per impegni di lavoro». di Giacomo Lorenzo Botteri


SANTA MARIA DELLA VERSA

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Tenuta Quvestra: «A nostro avviso quello che manca in Oltrepò è l’offerta» Simone e Miriam sono due giovani che dal 2015 si sono trasferiti tra le colline dell’Oltrepo Pavese per sperimentare un nuovo stile di vita e, soprattutto, per contribuire ad aumentare l’attività enoturistica del nostro territorio. Simone insieme alla moglie Miriam si occupano della gestione della Tenuta Quvestra, cantina dedita alla tradizione spumantistica italiana, situata a Santa Maria della Versa che, con i suoi dodici ettari di vigna, punta ad attirare ed accogliere turisti da ogni parte d’Italia e non solo: tedeschi, olandesi, belgi e francesi scelgono questa struttura dove poter scoprire non solo il vino, ma tutta la filosofia e la bellezza del prodotto e del territorio locale. Simone perchè lei e sua moglie avete scelto l’Oltrepò pavese? «In realtà, conoscevamo già l’Oltrepò Pavese, era meta di alcune delle nostre “enogite” domenicali e, quando ci siamo trovati davanti all’opportunità di cambiare vita ed occuparci della gestione della Tenuta Quvestra - in questo bellissimo territorio - non ci abbiamo pensato molto, nonostante la scelta comportasse di lasciare i nostri lavori sicuri, la nostra casa e tutte le nostre abitudini. Quando si guarda il territorio con gli occhi di un “forestiero” si vedono principalmente due cose: l’enorme potenziale qualitativo dei prodotti (vino e non solo) e la bellezza delle colline!». Prima di Quvestra di cosa vi occupavate? «Miriam ed io, ci siamo sempre occupati di commercio e di svariate attività che richiedevano il contatto con il pubblico. Principalmente, io mi occupavo di informatica, mentre mia moglie di tessuti di lusso, ma abbiamo anche lavorato in sala per la ristorazione e per circa dieci anni abbiamo gestito un’associazione sportiva. Tuttavia, nel corso di questi anni abbiamo studiato moltissimo il mondo del vino e del cibo, principalmente per passione e ad un certo punto l’abbiamo fatta diventare la nostra professione». Cosa vi ha spinto ad intraprendere questa nuova avventura? «La Tenuta è di proprietà di nove imprenditori di Varese che, dopo aver acquistato l’azienda ed aver affidato la direzione enologica a Mario Maffi e Franco Passarin (nostro coetaneo), hanno iniziato a cercare delle figure che si occupassero della Tenuta e dell’accoglienza, oltre che della comunicazione e della parte commerciale. Venuti a conoscenza di questo “annuncio” abbiamo inviato la nostra candidatura quasi per gioco - con la convinzione che nessuno avrebbe scelto due ragazzi di 26 e 25 anni per affidargli una responsabilità così importante, invece alcuni mesi dopo siamo stati contattati per conoscere l’azienda e dopo poche settimane ci stavamo preparando a traslocare e cambiar vita!». Cosa rappresenta per voi Quvestra?

«Quvestra ormai è “casa” nostra, oltre che simbolo di grandi soddisfazioni. L’abbiamo vista nascere, la stiamo vedendo crescere e ci siamo occupati anche di ristrutturarla. Cosa fondamentale per noi: stiamo cercando di fare “rete” con i ristoratori e le attività locali, perciò - anche se in piccolo - troviamo che Quvestra sia un altro tassello in grado di contribuire alla crescita del territorio locale». Cos’è Quvestra? «Non è semplice definire la Tenuta Quvestra: ufficialmente è una cantina con agriturismo (per l’ospitalità), ma strutturalmente potrebbe essere definita più come un Resort o un “Relais”. Ad ogni modo, la nostra visione del mondo del vino di qualità è completamente incentrata sullo storytelling e sul cercar di attirare le persone in Oltrepò Pavese perché, vivendo il territorio, vedendo e degustando ciò che c’è dietro ad un calice di buon vino, è inevitabile incuriosirsi e rimanere in qualche modo “legati” all’esperienza vissuta. Questo secondo noi fa si che, agli occhi del Cliente, la nostra non sia solo un’etichetta in mezzo a tante altre». Simone avete già ricevuto premi e/o riconoscimenti? «Dopo aver inviato per la prima volta i campioni alle maggiori guide nel 2017, attualmente siamo presenti su Gambero Rosso (il nostro “Sinfonia in Bianco” ha ottenuto due bicchieri), Slow Wine, Veronelli, Luca Maroni ed il Golosario; siamo inoltre locale Amico Slow Food. Invece, per quanto riguarda gli alloggi siamo riconosciuti come “agriturismo a 5 girasoli” (categorizzazione similare alle stelle per gli hotel)». Cosa volete ottenere da questo vostro progetto? «Principalmente puntiamo a diventare una realtà riconosciuta per la qualità del nostro lavoro a tuttotondo, perciò qualità dei vini, dell’accoglienza, del cibo e del rapporto col territorio». Simone cosa è per voi la qualità? «Per me e Miriam la qualità è il raggiungimento di obiettivi e di caratteristiche prefissate, che non consentono compromessi o variazioni di alcun genere. In altre parole... non è importante quanto tempo, sforzi e risorse bisogna investire, ma l’importante è il risultato finale e il saperlo comunicare». Il Pinot Nero è la vostra punta di diamante, vi dedicate anche ad altre qualità? «È vero, ma i 12 ettari della tenuta comprendono Pinot, Croatina, Merlot e Chardonnay, Riesling e Barbera. I nostri vini comprendono Spumanti Metodo Classico e Martinotti, Bonarda, due vini fermi con affinamento solo in acciaio e quattro vini monovitigno più strutturati e adatti anche a lunghe evoluzioni». Il vino non è l’unica cosa alla quale vi de-

Miriam e Simone, dal 2015 al timone di Tenuta Quvestra

«La domanda c’è... molto spesso ci troviamo costretti a respingere potenziali ospiti, perché non abbiamo posti a disposizione e non ci sono altre strutture in grado di accogliere 12/15 persone tutte insieme» dicate. Per voi infatti è molto importante anche l’accoglienza. Riuscite a coniugare entrambe le cose? «Nel nostro concept aziendale vino ed accoglienza sono strettamente legati perché, secondo noi, un persona che ha modo di vivere il territorio in un contesto di relax e contatto con la natura, è propenso a diventare Cliente della cantina». Oltre alle degustazioni, quali altre attività proponete? «Miriam ed io proponiamo diverse tipologie di degustazioni e wine tour, oltre a molti momenti di intrattenimento legati comunque al mondo del vino, come pic-nic in vigna, corsi di cucina, ricerca e raccolta di erbe spontanee». Simone, chi sono i vostri clienti? «Il panorama dei nostri clienti è molto di-

versificato. In generale, tutte le nostre attività da svolgere in giornata portano gruppi di appassionati, sommelier o semplicemente curiosi che provengono un po’ da tutta la Lombardia e alcune aree di Piemonte ed Emilia Romagna. Per la parte di ospitalità nelle nostre ville abbiamo una percentuale maggiore di ospiti nord europei come tedeschi, olandesi, belgi e qualche francese». Secondo voi l’enoturismo è l’unica risorsa sulla quale puntare in Oltrepò? «Magari non l’unica, ma sicuramente la principale o comunque è la risorsa che ha maggiori possibilità di fare da “traino” per tutto il resto come storia, natura, cibo...». Come mai secondo voi l’Oltrepo sta soffrendo così tanto negli ultimi anni? Cosa manca? «Mia moglie ed io siamo convinti che, il problema principale stia nel fatto che manca il supporto di altre strutture dedicate all’accoglienza anche per grandi numeri. La domanda c’è... molto spesso ci troviamo costretti a respingere potenziali ospiti, perché non abbiamo posti a disposizione e non ci sono altre strutture in grado di accogliere 12/15 persone tutte insieme. Pertanto, a nostro avviso quello che manca è l’offerta». Pensate che la situazione possa cambiare nei prossimi anni? «Noi crediamo - e molti produttori sono d’accordo - che la situazione fortunatamente stia già cambiando; molte persone con cui parliamo sono sulla nostra stessa lunghezza d’onda e stanno re-agendo per migliorare la propria offerta. Una cosa dovrebbe davvero cambiare: smettere di pensare a cosa non è andato fino ad oggi e pensare al futuro!». di Silvia Cipriano



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ARTE & CULTURA è una realtà piccola, che vive del lavoro di un gruppo di tenaci volontari, di qualche sporadica sovvenzione pubblica e soprattutto della dedizione di colei che la gestisce ogni giorno, prendendosene cura in memoria del marito che l’ha fondata. Il museo storico “Giuseppe Beccari” di Voghera, aperto nel 1971 dal Tenente Colonnello scomparso nel 2006, è da allora diretto dalla moglie Giuseppina Bellinzona Beccari, che ha raccolto l’eredità del marito prendendosene cura con la stessa smisurata passione. L’abbiamo intervistata per farci raccontare quali cimeli e curiosità custodisce nel museo, aperto al pubblico martedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 17.30. Signora Beccari, cominciamo dalla nascita del museo. Quando e come ha preso forma il progetto di realizzarlo? «L’idea iniziale la ebbe mio marito a seguito (ma questo lo sostengo io, lui non lo ha mai detto) di un incidente capitatogli mentre era in guerra, di stanza in Montenegro. Un giorno, mentre era di pattuglia, fu chiamato come portaordini per un compito delicato. Lo assolse velocemente e tornò prima del previsto al Comando, dove chiese di riprendere il suo posto in pattuglia, esonerando dall’incarico il Sergente che lo aveva sostituito. Il militare, però, aveva già organizzato l’operazione e preferì rimanere: purtroppo lui e i suoi uomini morirono poche ore dopo in un agguato. Questo episodio segnò profondamente la vita di mio marito, che non dimenticò mai il compagno morto al suo posto per una beffa del destino. Credo che sia stato proprio il ricordo di quel fatto a far nascere in lui il desiderio di istituire un museo che fosse testimonianza del sacrificio compiuto da tanti giovani in guerra». Come e quando è stato poi realizzato? «II Museo Storico è stato ufficialmente istituito nel 1971 dall’Associazione Nazionale del Fante, sezione di Voghera, grazie all’impegno non solo di mio marito ma anche di tanti volontari che nel dopoguerra aveva iniziato a raccogliere cimeli riguardanti la storia civile e politica della

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Voghera: Giuseppina Bellinzona Beccari con i due volontari rimasti a darle una mano al Museo

Tra i cimeli più famosi la Beretta che uccise Mussolini città. Iniziò lui mettendo qualche pezzo della sua collezione in una vetrina nella sede dell’associazione, in via Emilia 6, e a poco a poco gli altri lo seguirono, portando ciascuno i propri tesori. Il trasferimento in via Gramsci avvenne nel 1975-76, quando il comune acconsentì alla richiesta fatta da mio marito di poter utilizzare i locali dell’ex caserma. Grazie al contributo della Regione vennero realizzati i lavori di ristrutturazione delle sale (che sono rimaste così com’erano all’epoca in cui la caserma era funzionante) e poi, con tanta passione e impegno continuo ed instancabile, fu iniziato l’allestimento, completato nel 1977. Il prezioso materiale era stato raccolto in anni di sapienti ricerche: chi aveva conservato ricordi, documenti, oggetti e testimonianze fu incoraggiato a donarli al museo, nella certezza che sarebbero stati adeguatamente conservati». E così è stato: nel museo sono custoditi migliaia di reperti di ogni genere… «Sì, nelle nostre sale ci sono oggetti di varia natura: quadri, stampe, attrezzi da la-

voro, decine di migliaia di lettere di soldati dal fronte, diari e memorie di combattenti, oltre cinquecento uniformi italiane e straniere, armi bianche e da fuoco. I pezzi più famosi sono senz’altro la Beretta 34 calibro 9 con cui fu ucciso Benito Mussolini, l’uniforme di Vittorio Emanuele II e la A112 su cui trovarono la morte nel 1982, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie, Emanuela Setti Carraro, ma ci sono anche tantissime curiosità». Per esempio? «Fare un elenco è davvero difficile, ogni oggetto esposto ha una storia interessante da raccontare. Posso citare però la collezione di modellini di aereo telecomandati che custodiamo in una delle prime sale (e tra cui figura anche lo SVA di D’Annunzio), l’elica di uno degli aeroplani che volò su Vienna, alcune divise d’artiglieria che risalgono addirittura al 1831, la collezione di quadri di Maserati, le palle di cannone impiegate nella battaglia di Montebello, l’altare da campo di Padre Stanislao Re». Il museo è comunale ma funziona grazie

al lavoro dei volontari… «Sì, e purtroppo siamo sempre meno. Quando mio marito lo aprì, ad aiutarlo c’erano tanti reduci, per lo più membri dell’Associazione Nazionale del Fante di cui lui stesso aveva fondato la sezione vogherese. Oggi i reduci rimasti sono troppo anziani per darci una mano, e così chiedo aiuto alla protezione civile o agli alpini, ma avrei bisogno di presenze più stabili. Oggi a lavorare quotidianamente in museo siamo solo in tre ma avremmo bisogno di energie nuove. Purtroppo la verità è che ormai la storia a scuola si studia poco (in visita mi portano solo gli studenti delle superiori, alle medie nemmeno si arriva all’epoca più recente) e che con l’abolizione della leva obbligatoria i giovani faticano ad appassionarsi alla storia militare. Ed è un peccato, perché questo museo avrebbe ancora moltissimo da offrire a questa città e ai suoi abitanti». di Serena Simula


ARTE & CULTURA Con il suo primo romanzo “L’amore che ritorna” si aggiudicò il 2° premio al concorso “Viareggio Carnevale 2005” e il 3° posto al concorso “Città di Pompei 2005”. Con il “Il mistero della Baita del Cervo Rosso”, invece, si è aggiudicata una menzione speciale della giuria al Premio Stresa di Narrativa. Dopo questi due successi, quindi, era inevitabile che la scrittrice Elisa Contardi decidesse di replicare con un nuovo libro, il quarto della sua produzione. Trentanove anni, nata a Broni ma residente a Casteggio, ha da poco pubblicato “Silenzio in Arcadia”, giallo ambientato in parte nel Bosco Arcadia di Pancarana, sulle rive del Po, un posto speciale dove verrà presentato la prima volta a fine mese. Elisa, cominciamo proprio dal libro. Quando e come nasce? «Ho iniziato a scrivere “Silenzio in Arcadia” circa tre anni fa, subito dopo aver terminato “Il Mistero della Baita del Cervo Rosso”. In principio della stesura la vittima veniva trovata nel parcheggio di un centro commerciale, ma dopo aver visitato il bosco, per la prima volta nel 2016, subito dopo l’inaugurazione, sono rimasta talmente colpita che ho deciso di apportare delle modifiche alla storia. Nel romanzo il Bosco assume quasi sembianze umane: in momenti di particolare sconforto, quando le indagini sembrano non portare da nessuna parte, il commissario Ascanio Greco si reca proprio in questo luogo e si rivolge alle piante mute e silenziose, che sono le uniche a conoscere davvero la verità». Tra poco torneremo al Bosco, ma finiamo prima di parlare del romanzo. Abbiamo detto solo che c’è un omicidio… «Sì, il libro si apre con il ritrovamento del

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Un cadavere a Pacarana... Inizia così il nuovo libro giallo di Elisa Contardi corpo di una donna, Valeria Fiore, giovane manager di un’azienda farmaceutica, proprio nel bosco di Pancarana. Il caso del suo assassinio (perché è fin da subito chiaro che di questo si tratta) viene affidato al burbero commissario Ascanio Greco, appena giunto a Voghera da Genova. L’ostacolo principale alla prosecuzione delle indagini, però, è l’apparente assenza di un movente, cosa che costringe gli inquirenti ad addentrarsi sempre di più nella vita della donna: accompagnando i poliziotti nel loro lavoro conosciamo quindi l’ex marito, il nuovo compagno, qualche segreto amante, una coppia di vicini di casa e persino un ex dipendente dell’azienda in cui lavorava la vittima. A rendere più complessa la situazione per l’investigatore Greco arriva poi il figlio quindicenne, momentaneamente affidatogli dall’ex moglie malata e per lui quasi sconosciuto». E ora, come promesso, torniamo al bosco. L’area è privata e da poco è stata recuperata. Qual è lo scopo di questa operazione e quali sono le sue caratteristiche dal punto di vista naturalistico? «Su questo argomento ho dovuto chiedere un piccolo aiuto alla dottoressa Elena Almangano, una delle proprietarie del Bosco, che mi ha fornito tutte le informazioni in merito. Il bosco Arcadia si trova a Panca-

rana in un’area golenale e demaniale lasciata negli anni completamente a sé. La zona, quindi, è di competenza regionale, ma è stata data in concessione all’azienda Almangano Piero con il preciso scopo di riqualificarla. L’idea è nata nel 2006 in concomitanza con il bando “10.000 ettari di boschi multifunzionali” emanato da Regione Lombardia, e una volta vinto il bando il progetto effettivo è iniziato nel 2010. Per riqualificare l’area abbiamo condotto una guerra senza quartiere agli infestanti non autoctoni, e ci siamo dedicati poi a una ripiantumazione della tipica flora della golena. Il territorio è diventato di nuovo proprietà indiscussa di pioppi, bianchi e neri, salici, sambuchi, palloni di maggio, serenelle (i pascoliani viburni), querce, sanguinelli, e di molta fauna che ha ritrovato un luogo favorevole (in Arcadia è vietata la caccia). La riqualificazione ha previsto anche una particolare attenzione al visitatore con l’installazione di panchine, tavoli per pic-nic in radure appositamente pensate per una sosta rilassante. Il bosco ha un’estensione di 84 ettari, copre perciò tutta l’area tra l’argine maestro e il fiume Po, regalando scorci di rara bellezza». Il 27 maggio è una data importante sia per lei che per il Bosco: proprio lì pre-

Elisa Contardi senterete “Silenzio in Arcadia”, durante un evento che festeggia l’apertura del Bosco. «La manifestazione si chiama ArtCadia, e sono stata invitata a parteciparvi dagli stessi proprietari del bosco, che ogni anno organizzano eventi sportivi e culturali al fine di valorizzare il territorio. Trattandosi di primavera inoltrata mi è piaciuta l’idea che la presentazione avvenga all’aperto, all’ombra del bosco, e che sia accompagnata da una mostra di fotografie che hanno per protagonista il fiume Po. Prima e dopo la presentazione (che sarà alle 15) i partecipanti potranno prendere parte alle visite guidate del Bosco». di Serena Simula


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Santa Maria della Versa: «Insegnare ad amare e a raccontare il proprio territorio» Sette istituti scolastici dell’Oltrepo Pavese hanno partecipato al Giffoni Experience, mettendosi alla prova con corsi di formazione teorici e pratici, fino ad arrivare alla realizzazione di due docu-film e due spot che parteciperanno alla 48° edizione del Giffoni Film Festival, che si terrà tra il 20 e il 28 luglio. La professionalità di Giffoni Experience, unitamente al contributo di Fondazione Cariplo con il Progetto AttivAree - Oltrepo Biodiverso, e con la creatività e l’impegno dei ragazzi dell’Oltrepo, ha portato risultati davvero sorprendenti! Ci racconta Elena Bassi – Preside dell’Istituto Comprensivo di Santa Maria della Versa – la quale è entusiasta e soddisfatta di come sia stato sviluppato e realizzato il progetto. Preside Bassi in cosa consiste il progetto Giffoni Experience in Oltrepo Pavese? «Il progetto, nato per valorizzare i giovani e lo sviluppo locale sostenibile, ha coinvolto gli studenti di sette istituti scolastici dell’Oltrepo Pavese, che dal 9 al 17 aprile, guidati dal team Giffoni si sono messi alla prova con corsi di formazione teorici e pratici, fino ad arrivare alla realizzazione di due docu-film e due spot». Oltre all’Istituto comprensivo ValleVersa, quali altri istituti hanno partecipato? «Hanno partecipato 120 studenti degli Istituti Maserati, Santachiara, Galilei e Gallini di Voghera, Faravelli di Stradella, l’Istituto Comprensivo Ferrari di Varzi e l’Istituto Comprensivo Valle Versa». Dell’Istituto Comprensivo di Santa Maria della Versa quanti studenti hanno partecipato? «Per l’IC di Santa Maria della Versa hanno partecipato i 26 alunni della classe IIA della Secondaria, guidati dalla professoressa di lettere Manuela Vercesi». In generale, con quale obiettivo sono stati chiamati a partecipare tutti questi ragazzi? «L’obiettivo principale sicuramente è stato quello d’insegnare loro ad amare e a raccontare il proprio territorio, secondariamente gli studenti hanno acquisito dimestichezza con gli strumenti digitali professionali ed hanno sviluppato un progetto creativo in ogni sua fase (dalla sceneggiatura al montaggio)». Oltre agli studenti, chi è stato coinvolto nella realizzazione del progetto? «I responsabili del Giffoni hanno una straordinaria professionalità che hanno mostrato non solo per le capacità tecniche, ma anche per come sono riusciti a coinvolgere e ad accendere l’entusiasmo di ogni ragazzo valorizzando il contributo che ognuno poteva dare alla riuscita del progetto. Inoltre, dal punto di vista logistico e organizzativo, insostituibile è stato il supporto della Fondazione Cariplo per lo Sviluppo dell’Oltrepo Pavese, capofila del progetto

Oltrepo Biodiverso. Ovviamente, anche la collaborazione delle famiglie è stata fondamentale: hanno subito capito che ai loro figli veniva offerta una occasione unica e hanno fatto di tutto per collaborare, contagiati dall’entusiasmo dei ragazzi». Qualche dettaglio relativo agli spot realizzati? «Quattro sono stati i prodotti audiovisivi realizzati e portati sullo schermo del Teatro Arlecchino di Voghera, gremito di ragazzi, genitori e insegnanti: due cortometraggi, “Oltrepost” e “Oltrepo, Terra di Amore e Coraggio” e due spot, “Terra d’Oltrepo, Bellezze da Scoprire” e “Le nostre radici ci parlano. Ascoltiamole!”». Dove e quando sarà possibile vedere i progetti realizzati? «Le opere saranno presentate nel corso della 48esima edizione al Giffoni Film Festival dal 20 al 28 luglio. In ogni caso, è possibile vedere qualche anteprima sul sito: www.attivaree-oltrepobiodiverso.it». Precisamente di cosa si sono occupati i suoi studenti? «I ragazzi hanno lavorato in classe con l’insegnante e con gli esperti del Giffoni Experience per tutta la settimana dal 9 al 13 aprile dedicandosi con passione solo e unicamente al progetto: hanno proposto un’idea che è stata progressivamente elaborata fino a stendere la sceneggiatura e hanno toccato con mano quanto lavoro c’è dietro un video di pochi minuti. Tutta la giornata di sabato 14 è stata dedicata a girare in esterno nelle varie “location” previste, ovvero non solo le strade, le piazze e i parchi del paese, ma anche il Mulino Bruciamonti e la Cantina La Versa, che volentieri hanno dato la loro disponibilità». Quanto tempo ha richiesto la realizzazione dei prodotti audiovisivi? «All’incirca dieci giorni di impegno, ma anche di divertimento!».

«Il Festival Internazionale del Cinema di Giffoni... diventerà uno straordinario trampolino di lancio per l’Oltrepò»

Elena Bassi, Preside dell’Istituto Comprensivo di Santa Maria della Versa Preside Bassi, Giffoni Experience rientra nel progetto “Oltrepo Biodiverso”. Qual è la finalità? «Il Programma “AttivAree”, nato nel 2016, testimonia la grande attenzione di Fondazione Cariplo per i territori periferici o isolati, oltre che per i giovani, prima vera risorsa di ogni comunità. E l’ambizioso obiettivo di offrire ai ragazzi possibilità e occasioni di crescita nel territorio in cui vivono trova in Giffoni Experience il partner ideale. Il progetto “AttivAree”, infatti, nasce con l’obiettivo di combattere la dispersione e la fuga delle nuove generazioni verso altri luoghi, mostrando le potenzialità e il valore di zone come l’Oltrepo Pavese. Un’idea che ha svelato l’amore e il legame che i giovani nutrono nei confronti dei territori in cui sono nati e cresciuti». Oltrepo Biodiverso vale solo per i giovani o vuole essere un modo per valorizzare il territorio? «Oltrepo Biodiverso è investire sulla biodiversità, ma intesa a tutto campo: in senso sociale, culturale e interculturale, attribuendo un ruolo di primo piano all’agricoltura, al paesaggio ma soprattutto ai giovani. Una vera sfida per investire sul futuro delle aree marginali attraverso un programma, “AttivAree”, che mira a valorizzarle e renderle più attraenti con la “messa a sistema” delle risorse ambientali, culturali, economiche e sociali dei territori. In questo percorso Fondazione Cariplo ha scelto di affidarsi al Giffoni Experience, selezio-

nato come esempio riuscito di rinascita ma anche come opportunità per innestare strumenti e relazioni utili per il futuro dei giovani». Preside Bassi, secondo lei l’ambiente è l’unica risorsa su cui l’Oltrepò Pavese può puntare per risollevarsi? «L’idea della responsabile della comunicazione di Fondazione Cariplo di valorizzare i territori finanziati dall’intervento di AttivAree, grazie al Giffoni Experience, è stata geniale: il Festival Internazionale del Cinema di Giffoni del luglio prossimo, dove verranno proiettati tutti i video prodotti (cioè i due spot degli IC di Santa Maria della Versa e di Varzi e i due cortometraggi realizzati dagli studenti degli Istituti secondari di Secondo grado del Santachiara, Galilei, Faravelli, Gallini, Baratta) diventerà uno straordinario trampolino di lancio per l’Oltrepò. Nei video ne vengono messi davvero in luce i punti nevralgici di interesse che possono diventare fulcro di sviluppo: i paesaggi in cui si intrecciano natura, storia, cultura e tradizioni, vino, buon cibo e accoglienza». Lei era presente alla presentazione, che si è tenuta martedì 17 aprile al Teatro Arlecchino di Voghera? Ci racconti... «Martedì 17 aprile c’è stato l’evento conclusivo al Teatro Arlecchino di Voghera, dove c’era già stata la presentazione ufficiale di apertura con Gubitosi (di Giffoni Experience). Che dire...davvero emozionante!». di Silvia Cipriano


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MUSICA Vogheresi di nascita, si sono formati nel 2010 e cantano, con l’energia che contraddistingue il genere metal, vizi e turpitudini dell’ “età di Kalì”. Da qui il loro nome, Kaliage, e uno spirito ribelle al conformismo musicale che difficilmente trova grandi spazi in terra d’Oltrepò. Loro sono oggi Guido Chiereghin (voce e chitarra), Stefano Magrassi (basso), Dario Chiereghin (chitarra) e Luca Marini (batteria), una formazione cui sono approdati dopo non pochi cambi di line up e difficoltà da superare, come l’abbandono di un chitarrista prima e di un batterista poi, proprio a ridosso delle registrazioni di un disco. «Siamo rimasti senza batteria per più di un anno – spiega Guido che, insieme a Stefano è uno dei fondatori della band - ma non ci siamo persi d’animo, continuando a lavorare ai nostri brani anche lontano dalle scene. Poi mio fratello Dario e Luca Marini si sono uniti al gruppo portando nuova linfa». Guido, come è iniziata la vostra avventura? «è partita nella piccola sala prove “industriale” di Montebello della Battaglia in un momento di trasformazione musicale per me e Stefano. Dopo un breve periodo passato solamente in due a lavorare alle idee iniziali, sono entrati a fare parte del progetto Gregorio Labbozzetta alla batteria e Matteo Noli come chitarra solista. Ognuno di loro ha portato un background differente, uno stile musicale personale e nuove idee, che abbiamo messo nelle quattro tracce presenti nella prima pubblicazione della band che risale al 2012, “White Oblivion”. Poi Marco e Giorgio hanno lasciato il posto a Dario e Luca». Il Metal è un genere dalle mille sfaccettature. Come definiresti il vostro stile musicale? «Partendo dal presupposto di non potere riuscire bene ad inquadrare o catalogare il genere da noi proposto, definirei il nostro stile “promiscuo e libero”. Abbiamo tutti un’idea del suonare molto differente l’uno dall’altro, ciononostante siamo tutti convinti di potere creare qualcosa di nuovo ed originale derivante dall’influenza o, per meglio dire, dalla guida, di quelle sonorità che amiamo e le quali ci aprono la strada a nuovi percorsi e metodologie di sviluppo delle idee, seguendo le indicazioni che la musica stessa in via di sviluppo ci suggerisce, senza per forza fermarsi a canoni e dogmi legati a determinati generi o metodi».

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Nel metal dei Kaliage Vizi e ossessioni di una “età oscura” Il vostro nome ha un significato particolare. Cosa simboleggia e perchè lo avete scelto? «Kaliage è la contrazione della frase inglese “the age of Kalì”, ossia “l’era di Kalì”. Per chi non conoscesse le scritture vediche, spiego brevemente di cosa si tratta: la storia dell’uomo viene suddivisa in quattro grandi ere, meglio chiamate Yuga, in cui viene descritta la partenza della civiltà da “un’età dell’oro”, un mondo ideale dove la vita umana dura molto più a lungo, la cultura rende gli uomini saggi e la devozione verso gli dei porta ricchezza e splendore per arrivare “all’era oscura” ossia l’era di Kalì, nella quale gli uomini sono guidati dall’ignoranza, dalla cupidigia, dalla perversione e dalla smania di potere, votati alla guerra e alla violenza, irrispettosi anche nei confronti di se stessi e della propria dimora, la terra. Kalì distrugge e purifica, portando la restante umanità verso una nuova età dell’oro in un ciclo continuo ed eterno». Quindi oggi vivremmo nell’era di Kalì? «Beh, chiaramente l’analogia con la storia dell’ultimo millennio è molto forte, per questo abbiamo deciso di scegliere questo nome. Con esso possiamo rappresentare tutto ciò che conosciamo e vediamo nella storia dell’essere umano, seguendo un’idea affascinante e romantica in cui tutto può essere redento, nonostante il male predomini sulle nostre azioni». Al momento il vostro unico lavoro è l’Ep “White Oblivion” del 2012. Quante tracce contiene e di cosa parlano le vostre canzoni? «Contiene quattro tracce “Love Child”, “Brain dead”, “Naturalized Citizen” e la title track, “White Oblivion”. Le canzoni toccano grandi tematiche quali religione, cultura, guerra, scienza, credenze popolari, vita, morte e civiltà. In quel lavoro ci siamo fermati a raccontare solamente da spettatori, mentre i nuovi brani avranno una visuale più introspettiva e personale. Siamo sempre più convinti che le musica debba trasmettere non solo emozioni, ma

Quali sono i problemi principali che si incontrano a suonare da queste parti? «Il problema più grande, almeno per quello che ci riguarda, è conquistarsi la fiducia di un gestore o organizzatore il quale voglia rischiare di proporre un genere di musica poco commerciale. Inoltre in alcune strutI Kaliage, da sinistra: Luca Marini, Dario e Guido ture è difficile potere Chiereghin, Stefano Magrassi esprimere al meglio che debba comunicare dei messaggi i qua- dei brani così complessi, dato che gli imli possano aprire la mente o la visione ad pianti audio spesso non permettono di poun mondo che non sempre è così esplicito tere mettere in sintonia perfettamente ogni come può apparire nella sua semplicità». membro della band, nonostante i brani siaC’è quindi in cantiere un disco? no nostri e siano stati provati centinaia di «Si certamente. Come già accennato, ab- volte». biamo quasi terminato l’epopea delle regi- Il fatto di suonare un genere di nicchia strazioni del nostro primo album intitolato è penalizzante in Oltrepò oppure esiste “Pure”, ossia “puro”. Nove tracce registra- un buon pubblico per il vostro tipo di te a Legnano, completamente diverse da musica? quelle che si possono ascoltare sull’EP. I «Da un lato certamente è penalizzante suosuoni sono più pesanti, le voci più cupe e nare un genere underground, perché come i tempi medi delle brani si sono allungati, ho accennato in precedenza, è difficile mentre i testi, come già detto, sono punti trovare la “vetrina” per la nostra musica, di vista personali su determinate tematiche ma quando riusciamo a calcare un palcoche ci affascinano e che, in un certo senso, scenico oltrepadano, sono onesto, spesso il ci spaventano». pubblico rimane molto colpito dalla totaliCosa ne pensate della scena musicale ol- tà e dalle atmosfere dei brani. Chiaramente trepadana? è una cerchia molto ristretta, ma il sapere «Abbiamo sempre avuto grandi band in che esiste una comunità anche se piccola, zona che hanno proposto cose che anche in ci dà la forza e la voglia di andare avanti città cosmopolite si sognavano solo di pen- con il nostro lavoro e la nostra passione». sare, difatti grandi live club sono nati pro- Un sogno nel cassetto? prio nelle nostre zone e hanno dato voce «Quello di riuscire ad organizzare un pica questi talenti per molti anni. Noi, perso- colo tour europeo toccando alcuni dei paenalmente, abbiamo avuto la fortuna di con- si in cui il tipo di musica che proponiamo dividere il palco con grandi band origina- funziona come se fosse rock’n’roll: Sveli le quali sono perfettamente in grado di zia, Norvegia, Finlandia, Russia e limitrotrasmettere messaggi ed emozioni forti pur fi, Germania e Francia. D’altronde molti non proponendo generi di semplice ascolto esponenti del nostro underground sono e difatti con queste persone si è creato un sbocciati negli ultimi vent’anni in questi legame di rispetto e collaborazione che non luoghi». sempre è facile trovare». di Christian Draghi


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Il Club Sub Nautilus, ha la sua base operativa presso la piscina comunale

Voghera: Club Sub Nautilus, un “ponte” tra l’Oltrepò e il mare Paolo D’Amico è il nuovo Presidente del Club Sub Nautilus, nato alla fine degli anni ‘60, il Club raggruppa appassionati del mare interessati a scoprire la fauna e la bellezza dei fondali marini ed ha la sua base operativa presso la piscina comunale di via Kennedy a Voghera. Paolo D’Amico e Gabriele Congia (Vicepresidente), in qualità di istruttori, sono affiancati da Alessia Persani (segretaria), da Andrea Schiavi (consigliere e organizzatore degli eventi) e dalle guide Luigi, Andrea e Marcello. Quando è nato il Club Nautilus? «Il Club è nato nel 1967, a Voghera, da un gruppo di appassionati del mare e delle immersioni». Da quante persone è composto il Club? «La composizione varia negli anni, attualmente contiamo 25 soci». Quanti nuovi iscritti contate? «Quest’anno siamo a quota 11 nuovi iscritti». Per chi si approccia per la prima volta a questa disciplina quali sono i requisiti fondamentali richiesti? «Una buona acquaticità è un requisito fondamentale; il resto si impara man mano, approciandosi alla disciplina». Come si articolano i vostri corsi? Tipologia, durata... «Vengono organizzati corsi per tutti i 3 livelli (open, advance, deep), seguendo la didattica CMAS. La durata media dei corsi è di circa 2-3 mesi, con 2 incontri settimanali, dalle 21.30 alle 23.00: teorico il Martedì, pratico il Venerdì. è prevista una prova gratuita nei mesi di Luglio e Agosto, tutti i Sabati e le Domeniche dalle h.17.00 alle h.18.00, presso la piscina scoperta. Abbiamo sei lezioni di teoria, mentre lo “spazio acqua” è valutato in base alla predisposizione dell’individuo. In linea di massima, facciamo dieci prove di immersione in piscina, nel caso di difficoltà si aggiunge qualche lezione in più.

Alla fine di ogni corso, verranno valutate le conoscenze acquisite dagli allievi durante le lezioni teoriche e pratiche. In mare, sono obbligatorie almeno cinque immersioni per conseguire il brevetto di 1^ grado, che pone come requisito l’età minima di 14 anni, e abilita al raggiungimento dei 18 metri di profondità. I brevetti di 2^ e 3^ grado si raggiungono con l’ottenimento di quelli minori, e pongono un limite di età via via maggiore. In particolare, il terzo grado, abilita al ruolo di guida subacquea e sommozzatore». Rilasciate un brevetto riconosciuto dal circuito RSTC? «Sì, del circuito fanno parte tutte le maggiori didattiche commerciali, come la nota PADI. Dall’anno scorso, il nostro brevetto è riconosciuto anche dalla Marina Militare Italiana per chi vuole accedere a un corso o all’Esercito, e vale come punteggio di ammissione al concorso». Vi rivolgete anche ai bambini? «Sì, c’è un corso enfant, che parte dai 12 anni e richiede l’autorizzazione dei genitori». è una disciplina “costosa”? No, come tutti gli sport all’inizio richiede un minimo investimento economico, ma l’attrezzatura può essere presa anche in affitto; man mano che il sub acquista esperienza, si tende ad acquistare il necessario. La quota d’iscrizione al Club è di 40 euro. Il costo dei corsi parte da 300 euro per gli open, poi si può salire per gli advance e i deep; i costi variano per i corsi più evoluti quali nitrox, rescue, primo soccorso. Vengono organizzati anche corsi tecnici, fino al grado istruttore». Oltre alle lezioni in piscina organizzate anche delle vere e proprie immersioni in mare aperto? Ce ne vuole citare qualcuna in particolare? «Sì, la più famosa è quella del Cristo Degli Abissi a San Fruttuoso; per i più bravi, la

Paolo D’Amico, Presidente neo eletto del Club Sub Nautilus petroliera Haven ad Arenzano e la Secca dell’Isuela, nell’area protetta di Portofino». I rischi legati a questo sport? «Ci sono rischi come in tutti gli sport, che si possono limitare con un po’ di attenzione, seguendo le regole della Federazione e gli insegnamenti dati nei corsi, in misura di sicurezza, in coppia, e quant’altro. Sicuramente, comunque, il rischio più comune rimane quello dell’embolia gassosa arteriosa». Un conto è praticare immersione in una piscina, un conto in mare aperto. La paura, l’imprevisto ma nello stesso tempo lo stupore per quello che il mare offre sono emozioni che vanno gestite. Come insegnate a gestire le emozioni? «Sicuramente con l’esperienza, ma già solo con il corso, viene insegnata la modalità corretta di respirazione subacquea e la gestione degli imprevisti». Aneddoti piacevoli e/o meno piacevoli che ha dovuto affrontare durante un’immersione? «Un aneddoto che racconto con piacere è

un episodio accaduto nell’ambito di un’immersione nell’area della Petroliera Haven, quando davanti alla ringhiera della torre di comando, una nuvola di pesciolini si è aperta a metà, portandomi “al cospetto” di un Pesce Luna, un predatore enorme». di Federica Croce

«Il nostro brevetto è riconosciuto anche dalla Marina Militare Italiana, per chi vuole accedere a un corso o all’Esercito, e vale come punteggio di ammissione al concorso».


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«Non sono ubriaco, ma sbando perché cerco di evitare le buche» A Stradella la passione per il ciclismo c’è da sempre. Negli anni Ottanta nasceva la società Gruppo Sportivo Amatori (GSA) con l’iscrizione nei registri provinciali dell’UDACE (Unione Degli Amatori Ciclismo Europeo). Poi, nel 1998 si è costituita, sempre a Stradella, una nuova associazione denominata, più propriamente, Gruppo Sportivo Ciclo Amatori o GSCA. Durante l’anno l’attività svolta è ordinariamente piuttosto intensa, sia sotto l’aspetto organizzativo, sia per la partecipazione dei soci alle iniziative all’aperto e al chiuso. Tra le prime, una costante irrinunciabile è l’organizzazione della cicloturistica. Accanto a questa, il GSCA partecipa regolarmente alla Primavera dello Sport organizzata dal Comune di Stradella nel mese di maggio. Inoltre promuove per conto proprio molte escursioni ciclistiche nel corso dell’anno, con le destinazioni più diverse: località alpine, appenniniche, marine, di pianura con valenza storica e culturale. Oltre al pedalare insieme, dobbiamo ricordare un secondo valore aggiunto espresso dall’associazione. Infatti, l’allegria e il divertimento sono anche ricercati in altri momenti, non necessariamente legati alla fatica del pedalare, ma in quelli del ristoro e del desco promossi anche durante le lunghe serate del forzato riposo invernale. «Si valorizzano così le attitudini e le propensioni recondite di ognuno di noi verso i fornelli, la cucina, la scelta dei cibi e dei vini, il canto corale e la musica, vivificando amicizia e solidarietà». Il numero uno della società è il presidente Battistino Vercesi. Vercesi andiamo a quel lontano 1983, anno della fondazione del gruppo... «Io sono arrivato dopo. All’inizio, nel 1983 appunto, sono partiti in 6/7 persone, appas-

ticati con le cariche conseguite. In totale ho scritto tre volumi, il terzo è in stampa e uscirà a breve». In questo mese avrete il vostro classico evento, la Cicloturistica. «Il prossimo 20 maggio. Sarà per la diciottesima volta intitolata “Ciclosportivo Buffet stazione Stradella”, in omaggio alla Stradella: Gruppo Sportivo Ciclo Amatori moglie del titolare sionate che si sono messe insieme». del bar, scomparsa qualche tempo fa. Lui Lei è il Presidente di questo gruppo da è molto disponibile con noi e ci mette sem21 anni... pre a disposizione una saletta per le nostre «Sì, ormai da 21 anni e sono stato eletto riunioni e i nostri incontri e ci sembrava anche stavolta». giusto fare questa cosa». Vuol dire che svolge bene il suo ruolo… è tanti anni che fare questa manifesta«Diciamo che tengo il gruppo unito, que- zione? sto sì. Abbiamo purtroppo avuto una gra- «Da 18 anni è denominata così, prima si ve perdita ultimamente, quella del nostro chiamava in un altro modo… comunque carissimo Pierantonio Chiesa, che era il sono più di trent’anni che la facciamo». cassiere/tesoriere del gruppo. Adesso ci è un evento sentito a Strdella? stiamo dando da fare per recuperare questa «Una volta sì, davvero. Partecipavano più situazione perché non sono abituato a svol- di 250 ciclisti, adesso sono cambiate le gere questi compiti. Io mi fidavo ciecamen- cose e a queste ciclosportive che non sono te davvero di lui». competitive non partecipano più in tanti. Sappiamo che lei è anche scrittore... L’anno scorso eravamo circa 120. Però ri«Insomma, non direi scrittore… ho scritto badisco, sono proprio cambiati i tempi, i cilibri professionali e poi mi sono dilettato a clisti vogliono competere, vogliono andare scrivere le mie memorie di vita in cui fac- da soli, è cambiato tutto il mondo. Vedo cio anche la cronistoria della società Grup- che di ciclisti ce ne sono parecchi in giro po Amatori, questo nel mio secondo libro ma non vedo e non sento più da parte loro “Memorie di vita”, in cui parlo di me, della l’esigenza di trovarsi insieme e di divertirsi mia attività professionale e degli sport pra- in compagnia».

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Che percorso verrà fatto durante la cicloturistica? «Ci sarà una prima parte in pianura, verso San Cipriano e poi torniamo su verso le colline, Santa Maria della Versa, Rovescala, poi torniamo giù a Stradella. Partenza e arrivo saranno entrambi al piazzale della stazione». Cosa ne pensa delle nostre strade? Per il vostro sport possono essere molto pericolose… «Esattamente. Credo che i miei collaboratori abbiano fatto in modo di cercare le strade meno rovinate, visto che, se saremo in tanti non ci sarà tempo e modo di schivare troppo le buche, e quindi per cercare di rendere minori i rischi di caduta penso che abbiano fatto un bel lavoro». Il ciclismo anni fa è stata una rampa di lancio per il turismo nel nostro territorio. Secondo lei può essere ancora così? «Secondo me sì. Anche perché la bicicletta, a mio parere, sarà il futuro. Forse gli amministratori non hanno molta attenzione, bisognerà quindi riformare e ripensare a piste ciclabili che da noi non esistono, in maniera da consentire alle bici e ai ciclisti di sfogarsi sulle nostre strade non trafficate come sono adesso. Un po’ le strade rotte e un po’ il traffico, andare in bicicletta al giorno d’oggi è davvero un rischio. Le dico una battuta: una volta ho visto un ciclista che aveva una maglia con scritto sul retro “Non sono ubriaco, ma sbando perché cerco di evitare le buche”. Questo la dice tutta». Lei va ancora in bici? «Quest’anno non ci sono ancora andato, ma penso di farlo presto. Quest’anno vado per gli 81… Ho finito di scrivere il terzo volume quindi ho un po’ di tempo libero e poi il ciclismo è sempre nel mio cuore». Corre da sempre? «Sì, da ragazzo facevo proprio le gare. Ho cominciato con gli esordienti, poi gli allievi. Poi sarei dovuto passare ai dilettanti ma avevo cominciato l’università e non avevo più tempo. Rimane comunque sempre una grandissima passione». di Elisa Ajelli


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L’appuntamento più importante del panorama rallystico italiano dello scorso mese di aprile si é consumato nell’entroterra sanremese in cui Paolo Andreucci, Anna Andreussi su Peugeot 208 T16 si aggiudicano per la sesta volta (la quarta consecutiva) il Rallye Sanremo. Ancora una volta il pilota toscano e la navigatrice friulana chiudono il Sanremo da protagonisti assoluti. Dietro Andreucci nella classifica generale hanno concluso Simone Campedelli e Tania Canton su Ford Fiesta R5 di Orange1 Racing curata da Vieffecorse, con un distacco di 9’’7 i quali si sono imposti in quattro prove speciali. Terzi assoluti si piazzano Umberto Scandola e Guido D’Amore con la Skoda Fabia R5. Il veronese è riuscito così a recuperare il terzo gradino del podio, proprio in vista del traguardo finale, approfittandosi della foratura sull’ultimo tratto cronometrato patita dal varesino Andrea Crugnola,navigato da Danilo Fappani, finito sesto, confermando comunque la sue grandi qualità andando veramente forte. Bene ancora una volta, di Andrea Nucita e Marco Vozzo con la Hyundai i20 R5 che ha terminato la gara quarto nell’assoluta assoluti. Quinto il giovane pilota lituano Gryazin che con la sua SKoda ha portato punti importanti alla casa boema nella classifica del tricolore costruttori. Del sesto Crugnola abbiamo già detto, mentre ottimo settimo troviamo i nostri Giacomo Scattolon e Paolo Zanini all’esordio nel Campionato Italiano Rally 2018. L’equipaggio vogherese portacolori della scuderia Road Runner Team, oltre al 7° posto nella classifica assoluta ha ottenuto il 2° posto nel Campionato Italiano Rally Asfalto . «è stata una gara davvero difficile per noi all’inizio – ha detto Scattolon – l’ultimo rally su asfalto l’ho disputato più di sette mesi fa e devo dire che abbiamo sofferto tantissimo nelle prima semitappa. Non riuscivamo a trovare un buon ritmo a causa della tanta “ruggine” accumulata in questi mesi, e l’affrontare prove speciali in notturna trovando condizioni molto complicate

Voghera: Scattolon 7° al Rally di Sanremo

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Giacomo Scattolon portacolori della scuderia Road Runner Team, al suo esordio del Campionato Italiano Rally 2018 con acqua, fango e nebbia sicuramente non ci ha agevolato. Poi nella giornata di sabato, con condizioni meteo certamente più favorevoli, siamo riusciti a incrementare costantemente il ritmo gara e siamo riusciti a migliorare i nostri tempi. Il team PA Racing ci ha messo a disposizione una vettura performante e perfetta in ogni condizione. Dobbiamo ringraziare an-

che Pirelli per il supporto tecnico ed il materiale davvero di altissima qualità». Chiudono la top ten del 65° Rallye Sanremo la Ford di Luca Panzani (8°), la Skoda dell’outsider di Monaco Elio Cortese (9°) e la Ford di Kevin Gilardoni, Ford Fiesta. Nel tricolore Due Ruote Motrici chiude in testa Riccardo Canzian, con la Renault Clio R3T, davanti a Ivan Ferrarotti con la Ford

Fiesta R5. Tra le sei Twingo R1 iscritte al trofeo monomarca al comando è rimasto Alberto Paris insieme a Sonia Benellini. Vittoria nel Suzuki Rally Trophy del giovane Giorgio Cogni navigato da Gabriele Zanni con la Suzuki Swift R1B davanti a Fabio Poggio e Stefano Martinelli. di Piero Ventura

Romagnese: bene la Efferre Motorsport al rally Delle Valli Cuneesi

Davide Melioli

Trasferta positiva al Rally delle Valli Cuneesi, valevole per la Coppa Italia Prima Zona, per la Scuderia Efferre Motorsport di Romagnese, la quale vede i suoi due equipaggi in gara premiati all’arrivo. Alberto Biggi e Marco Nari, su Ford Fiesta R5 della Erreffe, hanno condotto una gara accorta che lo stesso pilota ha spiegato: «La scelta di gomme non era facile, c’erano prove asciutte ed altre bagnate e forse si poteva fare meglio. Purtroppo in questa gara faccio sempre molta fatica a prendere confidenza». Alla luce di un campionato appena iniziato arrivare al traguardo e conquistare punti per il Coppa Italia era fondamentale. BiggiNari si sono classificati in 13° posizione assoluta ed attualmente occupano il 7° posto

nella classifica generale di Coppa Italia e 6° nel loro raggruppamento. Eccellente prestazione del secondo equipaggio composto da Davide Melioli e Davide Morando, sulla piccola Peugeot 106 N2. Una 47° posizione assoluta, su oltre 100 iscritti, con un 2° posto di classe da incorniciare in una gara del tutto nuova è difficile, come hanno detto tutti i protagonisti. «Come sempre ci abbiamo provato – dice Melioli – era impensabile fare i tempi di Iraldi e la nostra classe era davvero numerosa ed agguerrita, il risultato ci premia e siamo contenti. Gara e percorso bellissimi, abbiamo ottenuto sia un buon risultato abbinato al divertimento». di Piero Ventura


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Con la presentazione del Rally 4 Regioni, l’ACI Pavia ha premiato i suoi piloti I piloti premiati Piloti Rally: 1° NICELLI DAVIDE; 2° SCATTOLON GIACOMO 3° AZZARETTI FABIO Naviagtori Rally: 1° ZANINI PAOLO 2° SPAGNOLO CLAUDIA 3° GALLOTTI SILVIA Piloti Rally Storici: 1° RUGGERI DANIELE 2° SORDI ERMANNO 3° SALVIOTTI ANDREA Navigatori rally Storici: 1° MARZI MARTINA 2° MUSTI CLAUDIA 3° INVERNIZZI GIORGIO Piloti Slalom:

1° BONINI ANGELO 2° BRAGHE’ FABIO 3° CORNELLI PAOLO Piloti velocità in salita: 1° TINABURRI ALESSANDRO 2° VENTURATO MIRKO Piloti Cross Country: 1° TINABURRI ALESSANDRO 2° FULGONI PAOLO 3° BOSIO GIANLUCA Navigatori Cross Country: 1° TINABURRI EMILIANO Piloti Regolarità: 1° POLITI MASSIMO Navigatori Regolarità: 1° RUGGERI PIERLUIGI 2° SCABINI SILVIA

Presidenza ACI Pavia: Secondo mandato per Scabini Broni - Enoteca Regionale: Marino Scabini, Giacomo Scattolon e Matteo Musti Festa grande presso l’Enoteca Regionale della Lombardia in occasione della presentazione dell’edizione 2018 del Rally 4 Regioni Historic in programma dal 9 al 12 maggio. Con il giornalista Luca Gastaldi in vesti di cerimoniere, é stato il presidente dell’Automobile Club Pavia Marino Scabini a illustrare il programma della manifestazione ai numerosi intervenuti tra cui gli amministratoti dei centri interessati, piloti, preparatori, stampa e una delegazione del Panathlon International Club di Pavia. Sarà un tuffo nel passato in cui, auto che hanno scritto la storia dei rally si affronteranno sul duro, tortuoso e impegnativo percorso di una manifestazione che anch’essa ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nell’epopea di un rallysmo che ha affascinato generazioni e ancora continua a farlo. La parola é poi passata all’ex campione continentale rally Yves Loubet che nella sua lunga attività agonistica ha difeso i colori Lancia e Alfa Romeo guidando Delta e Alfetta GTV, a Broni presente come coorganizzatore dell’evento motoristico, il quale ha sottolineato quale sia il vero spirito sportivo con cui si devono affrontare e vivere queste tipologie di eventi atti a rievocare tutta la veridicità della disciplina. Molto apprezzato e applauditissimo é stato poi l’intervento di Miki Biasion, due volte

campione del mondo rally, campione europeo e più volte titolare dello scudetto tricolore. Il pilota veneto ha accentrato l’attenzione dei presenti attraverso aneddoti di vita sportiva di cui dovrebbero fare tesoro tutti i giovani che si avvicinano a questo sport. La serata é stata inoltre arricchita dall’intervento, sia in vesti istituzionali che di semplice sportivo, del Presidente alla Provincia di Pavia Vittorio Poma. A completamento dell’incontro con pubblico, piloti e stampa, l’Automobile Club di Pavia ha dato vita alla premiazione i suoi affiliati sportivi, protagonisti del Campionato Sociale che maggiormente si sono messi in evidenza durante la stagione agonistica 2017. Premiati da Marino Scabini (presidente Aci Pavia), Vittorio Poma (presidente alla Provincia di Pavia), Matteo Musti (Pilota e Presidente Commssione sportiva Aci Pavia), Miki Biasion (ex campione del mondo, europeo e italiano Rally), Yves Loubet (ex campione europeo Rally), Gigi Bigatti (Fiduciario Sportivo Aci Pavia), Lorenzo Branzoni (Consigliere internazionale Panathlon International), Elio Raimondi (Pilota), Enrica Vistarini (ex pilota) e Luca Gastaldi (giornalista), sono sfilati i soci sporrtivi premiati secondo le categorie di appartenenza. di Piero Ventura

Marino Scabini sarà alla guida di ACI Pavia sino al 2022 Il 24 aprile scorso, presso la sede dell’Automobile Club di Pavia si é proceduto alle votazioni per rinnovo delle “cariche sociali” per il quadriennio 2018/2022, in conformità alle disposizioni dello statuto. Il responso delle urne ha eletto quali nuovi componenti del consiglio i signori: Marco Feltri di Codevilla, Massimo Politi di Santa Maria della Versa, Pietro Re di Voghera, Daniele Ruggeri di Ruino e Marino Scabini di Golferenzo (presidente uscente).

La successiva riunione del consiglio degli eletti ha provveduto all’assegnazione delle Cariche. La Presidenza dell’Ente per il secondo mandato consecutivo é stato affidato a Marino Scabini, mentre la vicepresidenza é andata a Marco Feltri. Consilieri: Politi, Re e Ruggeri. Nella prossima riunione del Consiglio Direttivo verranno nominati i componenti della Commissione Sportiva di Aci Pavia. di Piero Ventura


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Broni: Canzian domina a Sanremo il Trofeo Renault Clio R3T Top Quella del Rally di Sanremo 2018 é un’edizione che il pilota di Broni certamente non dimenticherà. Navigato da Andrea Prizzon sulla Clio R3, ha conquistato il successo nel Trofeo Renault Clio R3T Top, prendendo il comando della gara sulla seconda prova speciale e amministrandolo perfettamente fino sotto la bandiera a scacchi. A nulla sono valsi i tentativi di Ivan Ferrarotti con alle note Giovanni Agnese, leader di campionato, rallentati nelle fasi iniziali da una foratura. I due, tenuti sotto speciale osservazione da Canzian, bravo a gestire il margine, sono riusciti a limare parte dello svantaggio, ma alla fine non sono andati oltre un pur onorevolissimo terzo posto che permette loro di mantenere la testa del Trofeo con soli 7 punti su Canzian, il quale ha ottenuto anche il successo tra le 2 Ruote Motrici. Molto soddisfatte della trasferta ligure, il driver di Broni ha così commentato: «Che dire, gara dal fascino enorme, strade ex mondiali, condizioni meteo molto difficili e tattica di gara basata in ottica campionato ci consegnano la vittoria del Trofeo Clio R3T e due ruote motrici. Un ringraziamento particolare va a tutto lo staff e a GIMA che come sempre lavorano impeccabilmente e tutte le persone che seguendomi rendono possibile tutto ciò:1° trofeo R3T, 1° due ruote motrici e14° assoluti il che é tutto dire».

Rally Sanremo 2018: Riccardo Canzian e Andrea Prizzon con la Clio R3 Canzian ora si prenderà una breve pausa dal Campionato Tricolore per tornare tra le auto storiche. Sarà infatti al via del Rally 4 Regioni Storico al volante dell’Opel kadett

GT/E, la stessa con la quale ha sfiorato la vittoria nel rally storico pavese nel 2015, poi rallentato da una foratura. Canzian, ebbe modo di rifarsi nel 2016 al volante

Sanremo Storico: bene per l’equipaggio di Ruino Nella città dei fiori non si é vissuto solamente l’appuntamento tricolore con le vetture moderne, ma c’é stato anche un interessantissimo evento con le vetture storiche di grande impatto spettacolare in cui la vittoria é andata al pluri titolato pilota valtellinese Lucio Da Zanche, all’esordio sulla Porsche 911 gruppo B del team Pentacar-Sanremo Games. «Vincere qui ha un sapore unico e non mi aspettavo di poter subito lottare ai vertici, ma dobbiamo migliorare» ha detto il pluricampione italiano ed europeo dopo aver vinto il Rally di Sanremo, secondo round del Campionato italiano Rally auto storiche, insieme al navigatore Daniele De Luis aggiudicandosi 6 prove speciali delle 11 previste. La frase pronunciata da Da Zanche vale anche per l’equipaggio di Ruino formato da Daniele Ruggeri e Martina Marzi in gara con la Fiat 127 Sport Gruppo 2 per i

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La 127 di Daniele Ruggeri e Martina Marzi

di una Porsche, vincendo la gara, favorito dall’uscita di strada del leader Matteo Musti sull’ultima prova speciale.

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colori del Road Runner Team di Casteggio, con la quale si sono aggiudicati la speciale classifica del TRZ in cui sono campioni in carica di categoria. Un campionato che li ha visti chiudere al terzo posto assoluto nel 2017. Poca fortuna invece per i portacolori di Paviarally Autostoriche, Andrea Botti e Ruggero Tedeschi, fermati ancora prima del via da un problema alla loro Lancia Beta Montecarlo Gruppo 4. Per entrambi il prossimo appuntamento sarà l’imminente rally 4 Regioni. Tornando ai vertici della classifica della gara tricolore, alle spalle di Da Zanche si sono piazzati Lucky e Fabrizia Pons, secondi a bordo della Lancia Delta Integrale. Terzi sul podio di Sanremo, sono saliti i biellesi Davide Negri e Roberto Coppa, primi del 2. Raggruppamento con la Porsche 911 Gruppo 4. Quartii i toscani GianMarco Marcori e Iacopo Innocenti, primi del 3. Raggruppamento con la Porsche 911 SC Gruppo 4. Mentre chiudono all’ottavo posto assoluto Bossalini e Ratnayake, che con la Porsche 911 Gruppo B, hanno condotto la competizione dalla sesta prova speciale alla decima, rallentando per un guasto meccanico perdendo la leadership.

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Va a Zinco - Ruggeri la prima del VCCC Casteggio

Con la disputa del 1° Trofeo “Tutti al golf”, gara di regolarità per auto storiche promossa dal Vccc Casteggio, si é aperto ufficialmente il campionato di Club 2018. Oltre 90 chilometri di gara, 21 prove cronometrate tra località del basso Oltrepò e la Lomellina con le sue risaie, cascine, terreni solcati da canali irrigui e da filari di pioppi, castelli, chiese e campanili, che ha portato i partecipanti da Voghera a Vigevano. La gara, scattata da Piazza Duomo a Voghera con un buon numero di partecipanti a bordo di vetture di chira testimonianza storica come la Porsche 914 del 1972 del Presidente Vccc Borgonovi alla Lancia Appia del 1961 di Guaita, dalla Lancia Fulvia Coupè alla Fiat 124 SS, dalla Fiat 1100-103 del 1953 di Guerrini al Maggiolino del 1963 di Zinco passando attraverso le numerose Fiat 500 degli anni ‘60 e le altrettante numerose A112 di fine anni settanta per finire con la Willies del 1944 di cavanna e la Ford del 1942 di Bisterzo. Venendo alla gara; Partenza da piazza Duomo abbiamo detto e arrivo al Golf Club di Vigevano, in mezzo 21 rilevamenti cronometrici che hanno tracciato la classifica finale di una gara nuova del campionato sociale, ma che ha visto vecchi

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Tamburelli, Adaglio, Zinco, Ruggeri e i Crosignani protagonisti a dominarla. Insomma, trasformando un vecchio adagio si potrebbe asserire: “cambia la musica ma i suonatori sono sempre gli stessi”, infatti sul podio assoluto troviamo personaggi consacrati quali Zinco-Ruggeri al debutto con il VW Maggiolino 1963 i campioni in carica hanno preceduto Tamburelli-Adaglio con la Fiat 500F del 1965, che lasciata la categoria Gentleman in cui hanno domina-

to, sono confluiti quest’anno con successo nella categoria Top e i sempre competitivi Crosignani-Crosignani (padre e figlia) con l’Autobianchi A112 del 1974. Quarto posto per Donzelli-Galano, Fiat 128 del 1975, mentre al quinto posto hanno chiuso Zenesini-Pasquali con la Fiat 127 anch’essa del 1975. Oltre alla classifica assoluta la gara ha previsto altre due classifiche la Gentleman e la

Top. Nella Gentleman la vittoria é andata a Viola-Mussi con la A112, davanti ai sorprendenti Minotti-Zago con l’Opel Manta GT/E e a Guerrini-Ravazzoli (Fiat 1100 – 103). Nella Top, il podio rispecchia quello dell’assoluta. Prossimo appuntamento di campionato, il Giro Notturno, in programma i prossimi 26 e 27 maggio.

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Valsugana Historic Rally: problema tecnico per gli stradellini Covini-Brega Lo scorso 21 aprile al Valsugana Historic Rally c’é stata la prima gara con i colori della Scuderia Piloti Oltrepò per gli stradellini Claudio Covini ed Andrea Brega e la loro Lancia rally 037. Purtroppo un problema tecnico prima dell’ultima PS ha vanificato un ottimo risultato, facendo loro perdere la settima posizione assoluta occupata fino a quell’istante facendoli scivolare al quindicesimo posto e secondo di classe. La gara “test” è fatta, lo stesso Covini si ritiene soddisfatto, ora si pensa al 4 Regioni e si pensa in grande. Il Valsugana Historic Rally si é confermato anche nel 2018, terreno di caccia per Lucky con la Lancia Delta. La prova speciale di “Trenca” ha consegnato agli annali del Valsugana Historic Rally l’ennesimo trionfo di “Lucky“ Battistolli, al quale aggiunge il primato nel 4° Raggruppamento. A termine di una gara pienamente dominata Lucky ha lasciato a Romagna, alla fine secondo assoluto, la consolazione del miglior

tempo sull’ultimo impegno di giornata. Terzo gradino del podio, al debutto sulla ritrovata 037, per un più che positivo Tolfo, andato in costante progressione. Quarta piazza, prima nel 3° raggruppamento, per i comaschi Luca Ambrosoli e Corrado Viviani, alla loro prima volta al Valsugana. Quinto e sesto posto per le BMW M3 di Bombier e Tezza, seguite dalla Porsche 911 di Voltolini. Strabiliante Nerobutto che chiude, con la sua piccola Golf, all’ottavo posto assoluto, precedendo Visintainer ed un Biancoche, con il classico colpo di reni, agguanta una top ten che non lo soddisfa comunque. Colpo di scena nel 2° raggruppamento: un calo di potenza rallenta il passo di Basso che cede la posizione ad un Muccioli e Luisa Zumelli in crescita nel finale. Il 1° Raggruppamento va a Capsoni e alla sua splendida Renault Alpine A110.

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La 037 di Covini-Brega, portacolori della scuderia Piloti Oltrepò


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Casteggio: tutto pronto per il “Giro Notturno”

Tutto pronto per il Giro Notturno, gara per auto d’epoca, organizzata dal Veteran Car Club Carducci di Casteggio, che si disputerà i prossimi 26 e 27 maggio. La manifestazione si presenta in forma rinnovata rispetto alla già splendida edizione dello scorso anno, sia nei contenuti che nel percorso, i quali daranno un maggior contributo tecnico e culturale all’evento stesso, questo grazie a prove di precisione (70 a tempo imposto e 3 a media) impegnative e alla bellezza e storicità delle zone attraversate nelle provincie di Pavia, Piacenza e Parma. Luoghi come, ad esempio, Tassara e il suo castello. La località anticamente sotto la giurisdizione del cenobio di S. Colombano di Bobbio, nota come Castelo Galo de la Taxaria. Nella sua storia, Tassara condivide con il resto della Val Tidone, di radicata tradizione guelfa, le devastazioni degli Svevi tra il XII e il XIII secolo, nonché le scorribande dei vicini Pavesi in combutta con i ghibellini locali. Ora i vicini pavesi non compiranno scorribande ma con la loro presenza sottoforma di variopinto museo automobilistico viaggiante porteranno lustro alla località. Oppure: Castell’Arquato, bellissimo borgo medioevale, strategicamente situato sulle prime alture della Val D’Arda, arroccato lungo la collina a dominare il passaggio. I partecipanti avranno l’esclusiva opportunità di attraversare con le loro vetture il centro storico costruito secondo la struttura dei borghi medioevali in cui cultura, storia, ricchezze naturalistiche e gastronomia si fondono in una armonia perfetta e un’attrattiva imperdibile. Altra esclusiva riservata ai partecipanti sarà la zona in cui é posto l’arrivo della prima tappa, ovvero nel cuore di “Salso”, in piena zona pedonale, in cui sorgono gli alberghi più eleganti e si svolge la vita mondana della cittadina termale. Dopo la cena di gala che si terrà nella suggestiva cornice offerta dalle vecchie terme ed il pernottamento, la gara riprenderà con direzione di Roncole di Busseto dove Giuseppe Fortunino Francesco Verdi nasce il 10 ottobre 1813. Il padre, Carlo Verdi, è un oste, la madre invece svolge il lavoro della filatrice. Fin da bambino prende lezioni di musica dall’organista del paese, esercitandosi su una spinetta scordata regalatagli dal padre. Gli studi musicali proseguono in questo modo sconclusionato e poco ortodosso fino a quando Antonio Barezzi, commerciante e musicofilo di Busseto affezionato alla famiglia Verdi e al piccolo Giuseppe, lo accoglie in casa sua, pagandogli studi più regolari ed accademici. Verdi comincia a dare corpo alla sua vena compositiva, già decisamente orientata al teatro e all’Opera. Poi i concorrenti si trasferiranno a Busseto e avranno modo di apprezzare tutto quanto la località ha dedicato al ricordo del maestro che nel 1839 esordisce alla Scala

di Milano con “Oberto, conte di San Bonifacio” ottenendo un discreto successo. Scrive poi un’opera buffa “Un giorno di regno”, che si rivela però un fiasco. Amareggiato, Verdi pensa di abbandonare per sempre la musica, ma solo due anni più tardi, nel 1942, il suo “Nabucco” ottiene alla Scala un incredibile successo, anche grazie all’interpretazione di una stella della lirica del tempo, il soprano Giuseppina Strepponi. Iniziano quelli che Verdi chiamerà “gli anni di galera”, ossia anni contrassegnati da un lavoro durissimo e indefesso a causa delle continue richieste e del sempre poco tempo a disposizione per soddisfarle. Dal 1842 al 1848 compone a ritmi serratissimi. I titoli che sforna vanno da “I Lombari alla prima crociata” a “Ernani”, da “I due foscari” a “Macbeth”, passando per “I Masnadieri” e “Luisa Miller”. Dal 1851 al 1853 compone la celeberrima “Trilogia popolare”, notissima per i tre fondamentali titoli ivi contenuti, ossia “Rigoletto”, “Trovatore” e “Traviata” (a cui si aggiungono spesso e volentieri anche “I vespri siciliani”). Alla sua vita artistica si aggiunge dal 1861 anche l’impegno politico. Viene eletto deputato del primo Parlamento italiano e nel 1874 è nominato senatore. In questi anni compone “La forza del destino”, “Aida” e la “Messa da requiem”, scritta e pensata come celebrazione per la

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Vetture a Montecalvo nell’edizione 2017 morte di Alessandro Manzoni. Nel 1887 dà vita all’”Otello”. Nel 1893 - all’incredibile età di ottant’anni - compone l’opera buffa “Falstaff”, altro unico e assoluto capolavoro, dà addio al teatro e si ritira a Sant’Agata. Tutti i luoghi della vita del maestro Verdi saranno mete culturali per i concorrenti del “Giro Notturno” che scatterà come consolidata tradizione, nella mattinata di sabato

26 maggio dal piazzale antistante il Museo del Cavatappi di Montecalvo Versiggia per terminare, dopo la tappa notturna nella splendida cittadina termale di Salsomaggiore e le prove su terra a Polignano, alla Tenuta le Fracce di Mairano domenica 27 maggio con la cerimonia di premiazione.

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Cervesina: 1° Italia’s Historic Marathon Il castello di San Gaudenzio a Cervesina ha ospitato i partecipanti al 1° Italia’s Historic Marathon. Che ha tra i suoi promotori Maurizio Verini. Il bellissimo parco é stato sede delle partenze, del parco chiuso serale e della cena di gala. Gara di regolarità classica e a media, con classifiche separate, aperta alle auto fino al 1982, l’Italia’s Historic Marathon é stata dotata della valida per il Challenge Ecorally riservato a vetture ecologiche per le classi VII e VIII, non che per i campionati e trofei Ecorally 2018, con valida per il campionato italiano Green Endurance. Svolta su di un percorso meraviglioso una sorta di replica del 4 Regioni: venerdì sera 27 aprile con la prova di Pozzolgroppo e Rocca Susella, .mentre sabato, prove veramente impegnativo due volte la Oramala, due la Castellaro, due la Scaparina, e poi, Pometo, Montacuto e Stimigliano. Si é trattato di un evento che purtroppo non ha raccolto quanto meritasse ma alla vigi-

Alenghi, Signorelli, Verini, Guerrini, Lamagni e Pegoraro lia di un rally 4 Regioni che ospita anche la regolarità sport, ciò poteva essere più che prevedibile. La gara é stata indubbiamente bella e tra gli oltrepadani, a realizzare la migliore prestazione é stato Andrea Guer-

rini con la Fiat 1100-10 e Lamagni al cronometro. Guerrini ha preceduto i lomellini Arlenghi e Pegoraro.

di Piero Ventura



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MAGGIO 2018

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Viking Broni Team di Niccolò Milanesi vince la prima edizione de “Il Fantaperiodico” Il nostro Fantaperiodico è giunto all’ultima puntata di stagione: vincono i Viking Broni Team di Niccolò Milanesi dopo una lunga e serrata lotta contro il Tia Fc di Mattia Tondo che chiude con un meritatissimo secondo posto, uscito dall’orbita della vetta proprio negli ultimi due mesi. Colpo di scena: i Parpajon di Valerio Travini finiscono al quarto posto e lasciano l’ultimo gradino del podio alla nostra “quota rosa”. La fantallenatrice Chiara Caniatti. I Fantaforanza grazie ad un aprile fanta – scientifico si portano a casa il record “griffato” di punti guadagnati in una sola giornata, 110… e lode. A conferma del fatto che le donne di calcio se ne intendono: Serena Bazzoni fantallenatrice del dream team 2 conclude il campionato assicurandosi un posto nella top 20, al 17° posto. Per galanteria citiamo le altre fantalenatirici che hanno preso parte al campionato contribuendo all’aspetto glamour del nostro campionato: Vanessa Fusar Imperatore, Sonia Canetacci, Francesca Lazzati, Laura Depaoli e Sofia Lemme. Chiudono la top 20 gli ARRAWARRAWARRA di Mattia Pellegrini con 1801 punti, perdendo tre posizioni. Una menzione d’onore per i Polentone 100 di Fabio Decontardi che riesce a guadagnare ben cinque posizioni piazzandosi al quindicesimo posto e lasciandosi alle spalle lo spauracchio del 20° posto. Un grande campionato oltrepadano si è appena concluso ed il Fantaperiodico ha il suo vincitore, sorprese e ribaltoni non sono mancati sia nella “fanta” che nella realtà. In attesa della seconda edizione, vi saluto e mi raccomando continuate a seguirci! (sarà una stagione di ritorni al passato e novità!). di Sandro Alberti

La classifica finale