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IL MERCURIO

N째12

150째 anniversario (1861-2011) Auguri Italia!


IL MERCURIO N°12

ALL’INTERNO - ATTUALITA’ -ESTERI -POLITICA -LETTERATURA -CREATIVITA’

REDAZIONE ALESSANDRO FRAU Eleonora Cardogna Mencucci Alberto Giarrizzo Augusto Montaruli Riccardo Abbadessa Simone Leinardi Nicola Irimia Maria Grazia Casagrande Gian Marco Pinna Sara Cabitta Giorgio Frau

DIRETTORE


EDITORIALE L’ONDA MAGHREBINA In lotta per il proprio futuro. Una catena che giorno dopo giorno aggiunge anelli cercando di imprigionare, una volta per tutte, i regimi totalitari degli ultimi decenni. Un’onda anomala nata in Tunisia che ora si propaga per tutto il nord Africa e la penisola saudita. Una forza d’urto che travolge apparati statali, solo apparentemente solidi e protetti. Non era pensabile, fino a poco tempo fa, vedere in ginocchio alcuni dei più temuti e odiati tiranni dell’epoca contemporanea. Ben Ali deposto da Tunisi. Mubarak allontanato da Il Cairo. Gheddafi in lotta con gli insorti ha abbandonato Tripoli (scrivo mentre questo terzo atto è ancora in corso). Questo 2011 rivoluzionario si è aperto nel nome della libertà, quella vera. Le reali attitudini dei despoti fuoriescono nell’esatto momento in cui la paura assale ogni fibra del loro corpo. Quando l’esercito spara sulla folla allora si può tragicamente esultare. I morti, in questa guerra per l’avvenire, sono la testimonianza più bieca e evidente della pochezza di questi presunti reggenti africani. Le spalle contro il muro, la fine che si avvicina a passi veloci, l’ultima decisione vergognosa: sparare contro il muro che si ribella. Mostrarsi nudi agli occhi del mondo. Stroncare vite senza accorgersi di condannare definitivamente la propria. Una rivoluzione deve contare i propri defunti, lo insegna la Storia. Il sacrificio dei tunisini, egiziani, iraniani, libici è inevitabile. Il futuro li ricorderà con emozione, simbolo di una lotta che spinge l’uomo a ribellarsi contro chi elargisce soprusi e vendette al posto di pace e serenità. Donare la propria vita sperando che i figli, i nipoti e i bisnipoti possano godere di un’esistenza migliore. A noi non resta che appoggiare la loro causa e la loro battaglia, con un pizzico di invidia. Volgere lo sguardo verso le coste del continente nero con muta ammirazione, sostenendo chi ha deciso che la Democrazia è un valore che non può mascherarsi con uno scettro, un trono, un harem qualsiasi. Gli europei dovrebbero imparare dai fratelli africani. Spesso, i governi del vecchio continente, celano dietro cortine di finte libertà l’accentramento inaccettabile di poteri e facoltà. Si dirà che in Italia, in Francia, in Germania, in Russia questi eventi non possano accadere perché i diritti delle comunità non sono violati né i doveri imposti con la forza. Questa è la vera armatura di ferro delle classi politiche dell’Europa. Anche qui da noi, da Parigi a Bruxelles, da Mosca a Londra, da Berlino a Roma sarebbe tutto molto più facile se assisi sul trono ci fossero realmente le immagini dittatoriali di chi ci governa e non le sfumate maschere istituzionali che appaiono nei giornali e nelle televisioni. Allora la rivoluzione sarebbe in atto anche da noi. Parleremo di lotta per il nostro futuro, per le generazioni che verranno. Piangeremo i nostri morti per ricordarli e onorarli. Il Mediterraneo, mare placido, è un argine invalicabile. L’onda maghrebina si infrange contro una barriera alzata con sagace genialità dalle classi politiche europee degli ultimi secoli. Rimane solo il voto, l’unico strumento democratico ancora inefficace per sperare in una rivoluzione che all’orizzonte ancora non appare.

ALESSANDRO FRAU


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IN DIFESA E OMAGGIO ALLA DONNA

In meno di due mesi le donne hanno fatto senti-

re la loro voce. In piazza per difendere il diritto a essere trattate come esseri umani pensanti e autonomi e non come oggetti. Dietro un ramo di mimosa per non far dimenticare quanto sono importanti per noi uomini. Perché, a differenza dell’uomo, la donna rappresenta le due facce migliori della moneta con la quale si rappresenta meglio l’umanità. Da una parte la forza, la tenacia, l’orgoglio di difendere la propria essenza di donna, madre, moglie, lavoratrice. Dall’altra l’assoluta dolcezza nell’abbandonarsi completamente tra le braccia di chi amano, ricercando protezione e amore. L’uomo spesso è incapace di accettare questa realtà, limitato nella visione dell’attuale società e superbo nel giudicare le virtù del mondo femminile che lo circonda. L’uomo debole si dimostra altezzoso e crudele nei confronti di un mondo, quello femminile, che ha nemici solo all’interno dei propri confini. Se solo la donna avesse uno spirito meno competitivo nei confronti degli esponenti del proprio sesso allora per noi uomini sarebbe un disastro e saremmo letteralmente dominati dalle donne. Immaginate il nostro paese governato da una maggioranza composta da donne cooperanti. La risalita dalla crisi sarebbe molto più agevole e la vita molto più gradevole. Ci sarebbe molta più attenzione alla cultura, alla scuola e alle politiche giovanili. Gli uomini che trattengono il potere tra le mani conoscono bene questa eventuale possibilità perché sono consapevoli della propria debolezza e delle paure che avvolgono i loro sogni di un futuro egoisticamente placido. Tanti altri uomini hanno invece capito il reale valore del mondo femminile e sono scesi in piazza al loro fianco donando sostegno e solidarietà. L’otto marzo,invece, è l’occasione per festeggiare l’importanza della donna nelle vite di noi

uomini. Non sono d’accordo con quelli che dicono che una giornata così potrebbe anche non esistere perché una ricorrenza di questo tipo andrebbe vissuta ogni singolo giorno. Chi ama le “donne” della propria vita (moglie, fidanzata, madre, sorella, amica...) le festeggia tutti i giorni facendole sentire sempre importanti nell’esistenza quotidiana. Ma regalare un fiore in un giorno speciale non può che rimarcare ancor più questa rilevanza e questa fondamentale presenza. Una mimosa per sottolineare ancor più questo messaggio di ringraziamento. Ventiquattr’ore per regalare un sorriso in più, un’attenzione speciale, una dedica particolare. Un omaggio che non deve essere considerato come un “salvagente” di salvezza per gli uomini che per i restanti 384 giorni si dimenticano di chi li circonda ma un giorno per coronare un anno di affetto e complicità. Alessandro Frau


Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe, i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni… Però ciò che è importante non cambia; la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è a colla di qualsiasi tela di ragno. Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza. Dietro ogni successo c’è un’altra delusione. Fino a quando sei viva, sentiti viva. Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo. Non vivere di fotografie ingiallite… insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni. Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te. Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto. Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce. Quando non potrai camminare veloce, cammina. Quando non potrai camminare, usa il bastone. Però non trattenerti mai!!


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QUELLE GIOVANI COPPIE Quando ero bambino, l’Italia ne aveva un

centinaio di anni e mio padre mi raccontava dell’ultima guerra mondiale, del gelo russo, delle sponde del Don e di una ferita che gli consentì di ritornare a casa prima della disfatta. Tornò in una casa che non era proprio casa sua ma casa di una giovane e bella donna che diventò la mia mamma. Perché mio padre, che era pugliese, il periodo più bello della sua vita lo trascorse comandando la difesa dell’isola Gallinara da improbabili attacchi nemici. E fu dalle parti del molo di Alassio che mio papà conobbe mia mamma, amore a prima vista e origini taciute, perché alla mia mamma quelli di laggiù non piacevano e il giovane sergente con i baffi non aveva il coraggio di dirle che arrivava dalle parti di Bari.Ma si sa che il vero successo di un uomo è piacere alla suocera. Infatti, fu la futura nonna a risolvere il problema quando mio padre, non sapendo cosa fare, si confidò con lei e le raccontò il suo dilemma. La nonna consigliò di dirle di essere parmigiano, nel senso di Parma, città appena un po’ a sud. Ci sarebbe stato tempo per dichiarare la verità. E fu così che andò.Prima di sposarsi mio padre disse tutto a mia mamma, e l’amore sconfisse il pregiudizio. Dopo il matrimonio, i giovani sposi cominciarono, a guerra appena finita, un avventuroso viaggio che avrebbe riportato mio padre a sud e mia madre a esplorare un altro mondo.Ricordo che la mia mamma, che nel frattempo aveva imparato a fare le orecchiette, mi raccontava che al sud usavano l’olio invece del burro e non trovava da comprare il parmigiano. Chissà forse fu proprio la passione per il parmigiano che ispirò mia nonna. Io nacqui dopo qualche anno in Liguria, durante una vacanza estiva, ulti-

mo di tre figli e in Puglia, dove abitavamo,

BUON COMPL

finalmente arrivò il parmigiano, per la felicità della mia mamma che lo poteva grattugiare sulle orecchiette con il pesto. Un pasto multietnico che vi consiglio. Riassumendo mio papà era pugliese, la mia mamma ligure, io e i miei fratelli per una metà liguri e per l’altra metà pugliesi. Italiani interi. Come il parmigiano all’estero, appunto. La storia di questo paese non è fatta solo di Cavour, Garibaldi e Mazzini, anche mia madre e mio padre han fatto l’unità d’Italia, come tante altre coppie di questo paese, e non saranno dei tristi e blasfemi fazzoletti verdi a smontare ciò che tanti giovani innamorati hanno contribuito a unire. Oggi, che gli anni sono centocinquanta, quelle giovani coppie andrebbero ricordate. Augusto Montaruli


LEANNO ITALIA! IL MIO TRICOLORE

Il Regno d’Italia (1861-1946) nacque nel 1861 dopo l’esito della seconda guerra di indipendenza e dopo i plebisciti degli altri territori conquistati. Con la prima convocazione del Parlamento italiano del 18 febbraio 1861 e la successiva proclamazione del 17 marzo, Vittorio Emanuele II fu il primo re d’Italia (1861-1878)

Il tricolore qualcuno lo espone, qualcuno no e tra chi lo espone ci sono differenze profonde. Ci sono differenze di valori che quel tricolore dovrebbe rappresentare. Quelli che non lo espongono si sanno chi sono, sono quelli verde acido, quelli che vogliono essere padroni a casa loro che poi è anche nostra. Tra quelli che lo espongono ci sono anche quelli che il tricolore lo usano e basta, con una retorica priva di futuro e che tende a fotterti. Non è di questi che voglio parlare. Voglio parlare del tricolore che sarà sul mio balcone. Il tricolore del mio balcone io vorrei rappresentasse un popolo che si tiene insieme, coeso e che guarda al futuro. Un popolo solidale. Un popolo che difende e attua la Costituzione, un popolo capace anche di aggiornare la Costituzione, per tutti e non per uno o per pochi. Un popolo che rispetta la storia e non la insulta. Un popolo che accoglie. Un popolo che vuole unirsi in un’Europa compiuta. Un popolo che non scende a compromessi con le mafie e con le clientele. Un popolo che rispetta e difende i beni comuni: la scuola pubblica, il verde, l’aria che si respira e la cultura. Il tricolore di Pertini e di Vassallo, di Impastato e di Falcone, dei nostri migranti e dei nuovi migranti che italiani saranno, per citarne alcuni. A Cota e i suoi sodali leghisti rimangano pure nel loro triste e lugubre recinto. Il mio tricolore è molto più allegro e il verde della bandiera è brillante e vivace come il sorriso di un bambino.

Augusto Montaruli


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LA PIAZZA

ESPRESSIONE DELLA VOX POPULI

C’è un forte legame che accomuna chi governa gli

stati della Terra: quello di sentirsi portavoce della cosiddetta “Vox Populi”. Un concetto abusato, che fuoriesce ipocritamente dalle bocche protese di Re, capi di governo, militari assisi sui troni insanguinati, governatori e ambasciatori. Tutte queste figure di comando sarebbero portatrici del volere popolare, realizzatori dei desideri delle comunità, sintesi delle richieste e delle ambizioni del popolo che governano. Ma che suono ha questa “Vox Populi?” Esiste solo un luogo in cui essa fa valere la sua vera voce: la piazza. Qualcuno potrà menzionare che il volere popolare si estrinseca nelle cosiddette urne elettorali dimenticando che non spesso esse manifestano o determinano democraticamente gli auspici di una comunità. Solo la piazza svolge questo delicato compito. Spesso deve tingersi di rosso per colorare un grido. A volte urla di disperazione per sovrastare il rumore di una mitragliatrice. Nei casi peggiori ammassa i corpi sopra i marciapiedi in attesa di una liberazione che non profuma mai di vendetta.

La piazza concentra la rabbia. Espande megafonicamente le frustrazioni. Sospende l’esistenza e sottrae la fiducia. L’unico vero strumento di espressione della “tanto difesa” Vox Populi. La piazza incute timore a chi è abituato a percorrere solo lunghi corridoi protetti dai mirini dei fucili. A chi sovente tende agguati dietro ai muri, prendendo in trappola chi vuole ribellarsi. A tutti quelli che bramano concentrare nelle proprie mani il potere di una nazione. A chi pensa di doversi fidare solo della propria anima, corrotta dal senso di invincibilità che una conquista può dare. La piazza, nella sua circolarità, risplende sotto il sole, affossando le ombre di chi ama nascondersi. La piazza, non avendo tetti, non ha paura di crescere verso l’alto. La sua voce non ha paura di perdersi nell’aria, alleandosi con il vento per raggiungere i luoghi più impervi del nostro pianeta, pronta ad essere raccolta da chi, in quella piazza, non può esserci fisicamente. La VOX POPULI è lontana anni luce dalle sale di palazzo, dalle riunioni di gabinetto, dai consigli militari. Chi si fa portatore di essa è, nella maggior parte dei casi, un truffatore, perché solo in rarissimi casi la voce di un singolo individuo si erge a superare il frastuono prodotto da una piazza unita. ALESSANDRO FRAU


FLI, IL TERREMOTO DEL CALCIOMERCATO

Non basta un buon presidente per rendere una

squadra vincente. Gianfranco Fini si è dimenticato di costruire uno staff adeguato per la moderna politica. Per restare nel massimo campionato bisogna stare al passo con i tempi. Soprattutto quando le regole non prevedono una normativa ferrea sulle finestre dedicate al calciomercato. Silvio Berlusconi, molto più esperto del rivale in ambito calcistico, non ha perso tempo. Il suo team, usando una prassi scorretta nel mondo del pallone, ha scavalcato il presidente Fini andando a trattare direttamente con i giocatori e i suoi procuratori. Accordi che avrebbero fatto sbiancare qualunque proprietario di società calcistiche del nostro paese. Le offerte sono state troppo allettanti. Stipendi e buone uscite ricchissime. La prospettiva di un futuro roseo e sereno. L’orizzonte dello stare in panciolle e del relax perenne. Armi che Gianfranco Fini non ha nel suo repertorio, essendo rimasto agli albori della trattazione politica. Una firma pluriennale non si ottiene più con la promessa di un “progetto”. I benefici devono essere altri, molto più fisici e materiali. Futuro e libertà non ha avuto la percezione che molti dei suoi tesserati non volevano lottare per la salvezza. Rimanere in una squadra provinciale per tutta la vita è una prospettiva che non alletta nessuno oggigiorno.

Le bandiere, nel calcio così come nella politica, sono un lontano e nostalgico ricordo. Oggi i giocatori vanno cosparsi d’oro e intorno a loro va costruita una roccaforte che punti allo scudetto parlamentare. Sono i rari i luogotenenti come Italo Bocchino che alla stregua di Del Piero decidono di firmare un contratto in bianco, per amore e devozione. I Zanetti o i Maldini sono scomparsi davanti alle nudità di una giovane donzella o davanti a cumuli di banconote trasferiti da un conto fantasma ad un altro deposito sconosciuto. Fini potrebbe essere un buon presidente, ma senza staff è destinato a scomparire lentamente e inesorabilmente dal panorama politico della serie A. Deve sperare che i rimanenti giocatori non gli voltino le spalle con scuse ridicole, tornando dal paperone della politica. Fini ha bisogno di un ultimo disperato colpo di coda per abbandonare la zona retrocessione. Sa perfettamente che dalla palude è estremamente complicato riemergere. Praticamente impossibile. Chiedere ai vari Diliberto, Ferrero o Bonelli, presidenti in caduta libera. ALESSANDRO FRAU

I NUMERI AL SENATO Restano in sei - per ora - a portare avanti il progetto finiano a Palazzo Madama. Mario Baldassarri ha deciso di presentare un documento nel quale, da posizioni critiche, invitava gli altri senatori a restare uniti e a non abbandonare Fli. Con lui, oltre ai ‘finianissimi’ Valditara e Germontani, anche Digilio, De Angelis e Contini. Ma per quanto?


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L’INFORMAZIONE TELE

DUE FACCE OPPOSTE DI

L’ascesa di La7

La rivincita di Enrico Mentana.

Dopo il divorzio da Mediaset, l’abbandono

di Matrix e la palese presa di posizione nei confronti dell’azienda berlusconiana, in pochi avrebbero scommesso sul futuro roseo che Enrico Mentana sta vivendo in altri lidi. Le spiagge meno dorate proposte da La7 hanno conferito una nuova abbronzatura al direttore che rivoluzionando l’informazione del canale ha rubato spettatori ai principali telegiornali nazionali. Merito di Mentana e demerito dei direttori di TG1 e TG5 carenti agli occhi di tutti di obiettività e professionalità. Mentana si è dimostrato infaticabile, conducendo l’edizione delle venti, giorno dopo giorno, senza sosta. Ha costruito un legame ancora più saldo con i suoi fedeli telespettatori accogliendo in più gli esuli che si sono allontanati dalla Rai e da Mediaset. Una conduzione sincera e precisa. Un’ampia pagina politica esaustiva fino all’eccesso (forse unico difetto del TG) ospiti frequentemente in studio con dialoghi efficaci e diretti. Abbandono quasi totale di servizi inutili sulle stranezze dal mondo o sulle tette rifatte della soubrette di turno. Una trasparenza che manifesta la libertà informativa che Mentana possiede all’interno della sua nuova redazione. E l’interesse verso la qualità e l’approfondimento sull’attualità e le vicende che davvero interessano il pubblico. Una boccata d’ossigeno inaspettata emersa dalla nebbia dell’informazione italiana. Un’oasi che appare differente rispetto al panorama offuscato del nostro paese. Un telegiornale considerato ancora inferiore e meno toccato dalla politica che ancora non è riuscita a infilarci le sudice

mani piene di dollari e corruzione. Ora, dopo il riconoscimento del pubblico arriva anche quello del mondo dell’informazione. Il TG La7 sarà premiato con l’oscar TV per il miglior telegiornale in Italia per l’anno passato. Ecco i commenti di Mentana, battuti dalle maggiori agenzie di stampa italiane: “Ricevere un premio fa sempre piacere ma un riconoscimento quasi all’unanimità, da una giuria composta da oltre 100 colleghi e da molti professionisti del mondo della televisione, dell’informazione, della cultura e dello spettacolo, ha un sapore particolare perché è condiviso da tutti gli addetti ai lavori e gratifica l’impegno mio e dell’intera struttura del TGLA7” Una gratifica che mette ancora più in cattiva luce i telegiornali delle reti concorrenti che perdono continuamente ascolti e credibilità.


EVISIVA ITALIANA OGGI

I UNA STESSA MEDAGLIA

L’usurpatore

Abbiamo bisogno di altri emigranti dell’informazione come Enrico Mentana per ottenere un cambio di rotta e una purificazione dalla politica nelle redazioni televisive italiane?Una domanda lunga che prevede una semplice e minuscola risposta: Si! In attesa possiamo sempre consolarci usando il telecomando e approdando a lidi nuovi e più soddisfacenti.

ESEMPIO: Martedi’ 8 marzo, il TG di La7 delle 20, diretto e condotto da Enrico Mentana, ha realizzato l’8,84% di share con piu’ di 2,2 milioni di telespettatori (2.206.937), quasi 3,5 milioni di contatti (3.482.262), e un picco del 10,13% di share e di 2,5 milioni di telespettatori (2.571.875 alle 20:19).

Giuliano Ferrara al posto di Enzo Biagi. Il più grosso giornalista italiano occuperà la seggiola del più grande cronista italiano degli ultimi decenni. Sembra un paradosso eppure è pura realtà. Ferrara, dopo i trenta minuti di propaganda minzoliniana, completerà come ciliegina sulla torta il servizio di comunicazione interna del PDL su Raiuno. Berlusconi affida a un suo uomo devoto lo spazio lasciato libero dalla scomparsa di Biagi che egli stesso aveva provveduto a epurare televisivamente. Un altro schiaffo alla tradizione giornalistica italiana succube oggi del volere politico e dei bisogni mediatici dei parlamentari.Fa specie vedere il faccione di Ferrara, che a stento rientra nell’inquadratura, al posto del magro viso di Biagi che riempiva lo schermo con la sua semplice e vera professionalità. Fa tristezza pensare che una striscia informativa così importante venga dedicata a uso personale del premier calpestando così, per l’ennesima volta, il desiderio di informazione oggettiva che l’Italia brama da più di sedici anni. L’usurpatore si insedierà con il suo fare tronfio, il suo ciarlare menzognero e la sua evidente parzialità. Cinque minuti di mascherata confusione per storpiare la realtà dei fatti. La nostalgia spingerà al ricordo e i capelli bianchi di Enzo Biagi veleranno lo schermo del televisore zittendo il servo grasso del padrone. All’italiano cosciente è rimasta un’unica possibilità dall’efficacia indiscutibile: afferrare il telecomando e cambiare canale, scuotendo amaramente la testa persa ormai nella nebbia del tempo. A.F.


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La necessaria rinu

Quello che sta avvenendo presso la centrale

nucleare giapponese di Fukushima ha sconvolto l’Europa. In Germania chiudono gli stabilimenti più vecchi, in Spagna, Inghilterra, Francia programmano test sulla sicurezza e aggiornamenti sulla prevenzione. Solo l’Italia prosegue a testa china verso l’obiettivo nucleare. Silvio Berlusconi ha tracciato la strada maestra. Il nostro paese era sprovvisto delle centrali, un fatto insopportabile per il nostro premier. Come i ragazzini alle medie che misurano dimensioni intime, Silvio ha pensato: “Perché tutti le hanno e noi no? Non possiamo essere da meno!” Subito il via al programma. Localizziamo i siti e procediamo con i piani di costruzione. Ma la possibilità del referendum torna nelle mani degli italiani. Come alla fine degli anni ‘80 gli italiani hanno la possibilità di esprimere il loro forte diniego. Un’occasione da non perdere, anche se in piena estate. Il disastro giapponese è l’esempio evidente per affermare il proprio secco “no” a questa proposta pericolosa e non necessaria. Basti pensare al sole, al vento, all’acqua, al gas per citare qualche fonte che potrebbe tranquillamente soppiantare il desiderio del nucleare. Basti riflettere sulle negatività e sui problemi irrisolti: Innanzitutto le drammatiche conseguenze in caso d’incidente. Basta guardare le immagini e i pareri degli esperti che esaminano i danni ai reattori della centrale colpita dal terremoto e dallo tsunami in Giappone. Senza dimenticare Chernobyl e le sue conseguenze. Il secondo immenso dilemma è quello legato alle scorie radioattive che devono essere stoccate per migliaia di anni. Impensabile quantificare i danni provocati all’ambiente dalla produzione di energia nucleare.

Pensate ai fiumi, ai laghi, all’aria contaminati irreversibilm attacco diretto al nostro pianeta che già soffre immensamen Altro elemento da non sottovalutare è la produzione di arm tecnologici che intercorrono tra la produzione civile di ener nitoraggi e sanzioni continue da parte dell’Onu per il sospe In realtà ci sarebbe tanto da dire, ma solo questi tre piccoli e e si deve. Le fonti alternative ci sono e garantiscono un futu L’ottusità dell’uomo è proporzionabile solo ai disastri che u Vi porto un esempio per capire questa importanza di rivolge che si occupano del problema): “Nel 2002 il Parlamento tedesco ha presentato un program mento d’energia tedesco è realizzabile con sole energie rinn sentire la loro voce e la stessa industria energetica riconosc produrre da fonti rinnovabili più energia di quanta l’umanit pianeta può esser coperto da una combinazione di impianti idroelettriche e dalle diverse forme di impiego di biomassa. inoltre si deve ricorrere a tecnologie impostate sul risparmi diale solare rappresenta un passo decisivo, per evitare guerre


uncia al nucleare

mente dalla produzione di questo tipo d’energia. Un altro nte per le azioni sconsiderate dell’umanità. mi nucleari. Anche volendo, non si possono negare i legami rgia nucleare e l’industria bellica. L’Iran è sottoposta a moetto della produzione di “bombe atomiche” in gran segreto. esempio possono far capire che rinunciare al nucleare si può uro migliore per l’umanità e per il pianeta in cui essa vive. un’esplosione nucleare può provocare. ersi ad un’alternativa in ambito energetico (tratta da vari siti

mma energetico, secondo il quale l’intero approvvigionanovabili entro il 2050. Esperti di tutto il mondo hanno fatto ce, frattanto, che entro tale data a livello mondiale si possa tà non ne consumi oggi. Il fabbisogno d’energia del nostro solari termici e elioelettrici, impianti aeroelettrici, centrali . Per frenare la crescita del fabbisogno mondiale di energia io energetico. La rapida costituzione di un’economia mone fatte per materie prime che scarseggiano, come il petrolio,

, il metano e l’uranio”. A giugno, quando saremo chiamati alle urne per esprimere il voto sul referendum ricordiamoci di votare “SI” per rinunciare a questa devastante prospettiva. Una procedura al contrario come capita spesso per i referendum popolari. Importante è raggiungere il quorum per urlare a squarciagola definitivamente il nostro parere avverso al nucleare. Sarà importante anche presenziare alla manifestazione del 26 marzo a Roma per esprimere appunto il sostegno al referendum contro la privatizzazione dell’acqua pubblica e contro il rilancio dell’energia nucleare in Italia. Alessandro Frau

I DANNI DI CHERNOBYL

Il rapporto ufficiale redatto da agenzie dell’ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) stila un bilancio di 65 morti accertati con sicurezza e altri 4.000 presunti (che non sarà possibile associare direttamente al disastro) per tumori e leucemie su un arco di 80 anni. Il bilancio ufficiale è contestato da associazioni antinucleariste internazionali fra le quali Greenpeace che presenta una stima di fino a 6.000.000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro secondo lo specifico modello adottato nell’analisi


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ESSERE O Il problema dell’essere o apparire inteso come de-

siderio di far apparire se stessi diversamente da ciò che si è con il fine di conquistare un posto importante, di essere affermati nella società.

opportunamente esibita da ogni individuo, la quale si matura psicologicamente in una scelta di manifestare se stessi, implicando due condizioni essenziali: l’aspetto è il significato di me stesso che esibisco nell’immagine, la seconda è il mio lato interiore che voglio far trasparire di me”. Nel quotidiano una persona può deluderci perché l’avevamo creduta diversa, non conoscendo i suoi lati nascosti, oppure la credevamo all’apparenza appartenere a un certo ceto sociale, ma poi invece era solo apparenza. Questi giudizi, pur limitati nella valutazione di una persona, possono incidere nei rapporti umani e sociali in modo importante. Purtroppo molte persone vivono non mostrando il loro vero essere autentico. Del resto la maschera è il mezzo sfuggente che usiamo a volte per fingere di non vedere la realtà, riportandoci all’eterno conflitto tra essere ed apparire. Nietzsche (Al di là del bene e del male) scriveva:

Tutto ciò che è profondo ama la maschera :.Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, Questo problema coinvolge direttamente molti ambiti di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà.» culturali diversi, (psicologia, sociologia, filosofia, ecc.). Ogni giorno, cambiamo varie maschere nel relazionarci Dal sito nuke.alessiofollieri.com riporto: ”In un mezzo come la televisione, l’immagine è a domi- con gli altri. La maschera nasconde le identità prima che narla, quindi: le parole, i suoni e la scrittura sono un mostrarle, protegge dal giudizio, dagli sguardi troppo indainsieme importante di fattori che servono a completare gatori. L’uomo si sa ha bisogno dell’esteriorità, dell’appal’immagine stessa. Da ciò si possono tracciare due strade rire, più di quanto voglia ammettere; perché vedere diventi distinte, la prima è l’impatto di tale informazione, che in già comprendere, già sapere. Sentirsi vivere assumendo le un certo qual modo offre un modello alla società, ma al sembianze della maschere che si sceglie di indossare, non tempo stesso non la rappresenta in toto. La seconda è la perché aiuti a manifestare se stessi, ma perché attraverso valutazione dell’apparire trasportandola dalla diffusione il suo utilizzo, credendo di essere ciò che si indossa, scotelevisiva e dei media in generale alla realtà stessa che pra la propria individualità.(concetti condivisi tratti dal sito viviamo quotidianamente, ed ecco che entrano in gioco lydreams.spaces.live.com/). numerosi fattori del tutto diversi. Nella realtà l’apparire L’attuale società impone una posizione sociale e dei moimplica: l’aspetto esteriore, unitamente alla personalità delli di vita, che moltissime persone cercano di raggiunesibita dagli individui. Entrambi sono valori di cui ben gere, senza accorgersi che la maggior parte delle relazioni si fonda sull’apparire. Questo ha fatto si che l’apparire è sappiamo, sono dubitabili: l’aspetto esteriore coinvolge divenuto molto più importante dell’essere. I Mass Media tutta una serie di rappresentazioni mentali oltre allo si servono in modo esclusivo d’immagini per prospettare stesso paradigma fisico, come gli abiti, le creden- delle realtà, propongono personaggi ingannevoli da ragziali, status sociale etc…, e la personalità che viene giungere, oggetti e situazioni desiderate,


APPARIRE? Instillando dentro desideri e ambizioni da soddisfare. L’impossibilità di raggiungere tali traguardi può spingere le persone a modellare il proprio corpo, ad adeguare i propri comportamenti nell’illusione di apparire non come realmente sono, ma come vorrebbero essere. Ciò porta la maggior parte di noi a fingere, per non mostrarci fuori da questa finta realtà. per non mostrare il nostro vero essere, spesso insicuro davanti a certe situazioni, per evitare di essere considerati degli ingenuii. Sempre dal sito nuke.alessiofollieri.com riporto: “L’essere quindi, è un qualcosa di profondamente diverso, l’essere è come siamo veramente, nel profondo, cosa e come pensiamo, è la parte di noi stessi con la quale dialoghiamo interiormente, ma essa raramente è mai esposta nella sua completezza, ciò perché spesso l’essere può collidere severamente con l’apparire.” I contrasti nascono da quest’Apparire abbastanza fugace, che è diventato l’essenza di un individuo, occupando il posto dell’essere, ciò che è un individuo è realmente. Per questo una certa persona che ha una posizione di fiducia, di prestigio, che afferma certe verità, appare credibile, mentre in realtà il suo apparire non corrisponde al suo vero essere.Molto spesso l’Apparire e l’Essere in uno stesso individuo entrano in conflitto. Per esempio l’ambizione per ottenere una certa condizione sociale, ricchezza, mi porta a fare cose che il mio essere sa sbagliate. vado avanti lo stesso, ma ciò mi porta a un conflitto forte con me stesso. Spesso l’essere soccombe, si adegua all’apparire e giustifica le mie azioni. Riappropriarci della consuetudine a considerare la sostanza delle cose, accettare di mettere la nostra mente in relazione con la realtà, qualunque sia, con le persone reali e non con la loro immagine, è un percorso lungo che richiede tanto impegno e fatica. L’impegno verso l’apparire può essere così forte da indurci a credere di essere veramente come vorremmo apparire, vittime di questa mistificazione. L’autore del sito su citato termina con parole che mi trovano perfettamente d’accordo: “Il contrasto tra l’essere e l’apparire, è ciò che porta l’umanità moderna a commettere le stesse atrocità del passato, nelle cose più buie nulla ancora oggi è cambiato”.

Una mia poesia.

Irrealtà Vedevo da lontano le stelle brillare in palcoscenici che sembravano veri. Agognai imitarle! Mi ritrovai nella realtà amara di un burattino nel carnevale della vita, tra tante maschere, cercando invano un volto vero. G.F.


IL MERCURIO N°12 HENRIK IBSEN STRAPPA LA MASCHERA ALLA BORGHESIA

La libertà e il desiderio di ottenerla sono alla base

del teatro di Ibsen (Skien 1828- Oslo 1906). I personaggi ibseniani lottano con disperazione nel tentativo di conquistare questo bene astratto e anche se non sempre riescono nell’impresa, ciò che conta è l’atto di ribellione che li spinge a voltare le spalle ai costumi borghesi, basati sulle apparenze e su una falsa morale che mette su piani diversi uomini e donne: se agli uni tutto è concesso e tutto si perdona, alle altre non viene permessa giustificazione alcuna. Ibsen mostra di detestare il becero moralismo che pervade l’anima nordica e che atrofizza le persone impedendo loro di realizzarsi nella vita. La continua contrapposizione tra ciò che si desidera e quelle che sono le reali capacità di ciascun individuo non sempre porta risultati positivi. Gli esseri umani non sono padroni delle loro scelte e del loro destino, devono tenere conto dell’avversità della sorte e dei contrattempi che li ostacolano; ogni decisione presa e ogni passo compiuto portano in una determinata direzione e non si può scendere a patti con i propri errori. Il passato non si può cancellare, incalza i personaggi in ogni istante e nei momenti meno opportuni, per cui occorre essere sempre pronti a fare i conti con la propria coscienza. In questo non c’è distinzione tra uomini e donne. Nella celebre Casa di Bambola è la protagonista, Nora, a dover accettare il peso di una colpa passata che comunque le offrirà il mezzo per capire la reale natura dell’uomo che ha sposato e del sentimento che li lega. Scopre il modo in cui il marito la vede: una bambola incapace e infantile, senza alcun pregio effettivo se non quello di essere moglie e madre, un balocco inserito nello schema famigliare, privo di volontà e ambizioni. La consapevolezza di volere essere altro spinge Nora all’abbandono della casa.Lo stessa tema si trova negli Spettri. Ombre del passato che aleggiano attorno ai personaggi per ricordare che non si sfugge agli errori commessi, perché non svaniscono col tempo, al contrario chiedono un confronto che non lascia illesi. Ibsen stesso ha pagato sulla sua pelle i giochi della sorte, dalla vita agiata si trova a dover abbandona-

gli studi e lavorare come farmacista per via del fallimento del padre. Non rinuncia alle proprie ambizioni e riesce a fare del teatro, pur con alti e bassi dato il suo modo di smascherare la posticcia serenità borghese, un mezzo per analizzare la società e costringerla a guardarsi dentro. Sulla scena i personaggi dell’opera ibseniana interagiscono con dialoghi densi di significato, espongono nelle loro battute i problemi del tempo e cercano di affrontarli rendendoli palesi. La lettura di Shakespeare e Kierkegaard lascia un segno profondo in lui. L’individualismo è in Ibsen basilare per la riscoperta dell’uomo e della propria ragion d’essere. Alla direzione del teatro di Bergen dal 1850 al 1856 e del teatro di Cristiania seguono viaggi lunghi e ricchi di spunti: Roma, Dresda, Monaco.


DIMISSIONI

INDAGINI SULLA PAROLA Tutto ciò che vede e respira fuori dalla Norvegia lo rende ancor più insofferente verso la mentalità bigotta del suo popolo, imbevuto di nazionalismo e becero romanticismo, focalizzato su falsi miti e sulle apparenze, incapace di vedere l’uomo per ciò che è, al di fuori della sfera sociale: creatura multiforme proiettata verso il soddisfacimento della propria ambizione e contrastato da forze antagoniste che lo spingono indietro come venti di tempesta. Ibsen vorrebbe scrollare di dosso l’apatia della sua gente, lo fa attraverso il teatro, perché sa che è uno strumento atto non solo a dilettare ma anche a insegnare e guidare, un mezzo per denunciare ciò che non va e che può essere cambiato. Studia sulla scena, attraverso le sue opere, l’amore coniugale, la cattività dell’anima, i rimorsi di coscienza, la volontà di emergere e di trovare se stessi, il desiderio di riscattarsi dagli errori del passato, anche da quelli ereditati dai genitori. Riempie il palcoscenico di personaggi umani e fragili, contraddittori e impacciati nel vivere, ma per questo ancora attuali e pieni di sentimento. Sara Cabitta

Invocate, desiderate, evitate. Dieci semplici lettere affiancate in

maniera innocente. Un significato controverso. Una prospettiva che mette paura. Un’interpretazione differente che cangia in base alla lingua, al contesto, alla situazione e al soggetto. Abbandonare una poltrona, lasciare il testimone, riconoscere i propri errori, evitare uno scandalo. Ecco i contesti più frequenti in cui questo vocabolo fa capolino con frequenza pressoché totale. C’è chi si dimette per aver copiato una tesi di dottorato, chi lo fa per paura di essere ricattato, chi è costretto a farlo per aver compiuto reati. I titoli dei quotidiani si sprecano sull’argomento. Fiumi d’inchiostro rapido (ma facilmente dimenticato) vengono sparsi su carta innocente per colorare di grigio le rare dimissioni in atto. Una parola che spesso non ha conseguenza. Un urlo invocato che si spezza in gola. Una giustizia che non si realizza. Un’ingiustizia che trova nuova linfa vitale. Immunità, anticorpi e vaccino. C’è chi si dimostra intoccabile di fronte all’evidenza più chiara. Reati evidenti con palese e vergognosa omissione di coscienza. Condotte di vita scabrose e indegne di un soggetto che recita un ruolo di primo piano nella vita istituzionale di un paese civile e democratico. Intrallazzi con ambienti mafiosi e malavitosi. Ricattabilità quotidiana e corruzione come prassi giornaliera. Tutto ciò potrebbe non bastare a garantire delle immediate destituzioni. Le dimissioni che sarebbero il piede di porco per scardinare il vecchiume politico si spezzano nel momento in cui le si aspetta con ingenuità. Le dimissioni che sarebbero la luce lampante con la quale illuminare le incapacità gestionali vengono private dell’illuminazione per accendersi. Immunità e faccia tosta, niente di più irritante per la nostra massacrata giustizia. Dimissioni come utopia. Come parola di fantasia che non riceve attuazione. L’Atlantide perduta della nostra normale etica. L’Eldorado prosciugato della nostra moralità. Il pozzo senza fondo della scala dei valori della democrazia italiana. Dimissioni come speranza. Per chi non vuole arrendersi all’anormalità dei giorni nostri. Per i romantici della solarità politica, per tutti quelli che vedono nella politica un mestiere come tutti gli altri e non un’opportunità per garantirsi un futuro facile, privo di preoccupazioni. Infine, dimissioni come semplice sguardo sulla parola. Per invitare chi ha preso, sulle proprie spalle, missioni vitali a fare un passo indietro. Abbandonare tale missioni, per affidarle a chi può portare avanti un progetto di rinascita serio, etico e soprattutto giusto. A chi, in caso di fallimento, presenti inequivocabili dimissioni. Alessandro Frau


Il Mercurio 12  

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