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Anno 1째 n.7

web magazine

Alessandro Frau

Nicola Irimia

Augusto Montaruli

Vincenzo Mereu

Alberto Giarrizzo

Antonella Maffei

Simone Leinardi

Carlo Puggioni

Eleonora Cardogna Mencucci

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Giovanni Irimia vignettista

Lorenzo Pinna Bobba Design

art director 2

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Anno 1° n.7

C’è un’enorme coda in autostrada. La persona al volante di una macchina comincia ad innervosirsi, e ad un certo punto spazientito abbassa il finestrino ed urla ad un’altra persona che si sta avvicinando a piedi: - Che cosa sta succedendo? - Un gruppo di terroristi ha preso Berlusconi in ostaggio e chiede 10 milioni di dollari di riscatto; altrimenti hanno detto che lo cospargono di benzina e gli danno fuoco! Stiamo facendo una colletta tra tutti gli automobilisti per raccogliere il necessario. - Quanto avete raccolto fino ad ora? - 500 litri...

L’editoriale le contraddizioni di brunetta Cosa diceva quel detto famoso? Mai fidarsi delle bionde? Nei prossimi tre mesi i veneziani dovranno stare attenti alle avances elettorali di una Brunetta. Non parlo di una miss o di una velina ammaliatrice, ma del ministro anti-fannulloni che dopo aver avuto l’ufficializzazione della candidatura dal premier in persona è pronto a sdoppiarsi tra gli uffici romani e quelli del capoluogo veneto. Una sfida da raccogliere, una pagina da svoltare, un passato di governo sinistroide lungo diciassette anni da cancellare. Insomma, il tuttofare Brunetta è pronto a indossare la sua calzamaglia, taglia XXS, per portare innovazione, efficienza, sviluppo nelle amministrazioni bisognose. A maggior ragione se la città in difficoltà e Venezia, sua patria e unico amore. Farà tutto ciò senza dimettersi dalla carica di Ministro. Manterrà entrambe le mansioni, perché gli italiani “hanno fiducia in me e non meritano di essere abbandonati”. Allo stesso tempo il cuore lo porta a navigare nel Canal Grande commovendosi di fronte “alle persone che mi fanno la ola dalle rive opposte”. Una scissione che appare inevitabile, alla quale è impossibile dire di no. Peccato che una delle lotte nazionali, volute dalla “elettoralmente procace” Brunetta, fosse rivolta allo smascherare quei dipendenti statali che ricoprivano “due

incarichi amministrativi”, inconciliabili per natura, con lo scopo di portare a casa un doppio stipendio. Pare invece che dirigere la città di Venezia e occupare un ministero romano non comporti alcuna difficoltà logistica non trattandosi di “doppio incarico” ma di “doppio amore”. Prevedo che nessun tornello verrà montato all’esterno del comune lagunare, dato che il futuro sindaco di Venezia p trebbe essere solamente “part-time”, con un numero di presenze limitatissimo ma come egli stesso afferma “qualitativamente importante”. A questo punto sembra quasi superfluo invitare tutti i dipendenti statali a presentarsi in sede di lavoro solo tre giorni la settimana indossando una bella divisa con la scritta “la qualità prima di tutto”, per vedere le reazioni della nostra Brunetta. Del resto il nostro caro ministro si era già distinto in epoca europea quando ricopriva la carica di europarlamentare del centro-destra, collezionando il 60% delle assenze nelle giornate di seduta. Che dire ancora? Mai fidarsi delle bionde? Preferisco non fidarmi di una Brunetta, ligia e scattante nel formulare delle regole ferree e altrettanto pronta a dare il buon esempio nel non rispettarle. Alessandro Frau


Anno 1° n.7

una guerra

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osarno, piccolo comune vicino a Reggio Calabria, sarà ricordato nel 2010 come triste sito bellico. In questa cittadina si è sviluppata una vera e propria battaglia tra gli immigrati e la popolazione locale. Automobili divelte. Cassonetti sparsi per le strade. Fuoco appiccato in tutto il perimetro cittadino. Insulti. Feriti. Sirene che hanno suonato e lampeggiato senza tregua. Accuse. Parole e fatti propri di un vero e proprio conflitto armato. La ribellione degli extracomunitari è progredita rapidamente e con esiti nefasti. Inaspettati. Tragici. Conseguenza di situazioni esistenziali angosciose e drammatiche. Basti pensare alle condizioni in cui gli “estranei” erano costretti a vivere, semplicemente inumane. Stipati in luoghi malsani. Sfruttati e maltrattati. L’esasperazione ha portato a un gesto estremo, respinto per tanto tempo e poi esploso con tutto il furore della rabbia. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il ferimento di due extracomunitari colpiti vigliaccamente senza alcun preavviso ne ragione. Questo atto incivile ha generato un furibondo caos. Spranghe e bastoni sono stati imbracciati e tutto è stato ridotto in macerie. Auto, negozi, strade. Un uragano nero che ha travolto il paese. Simbolo della lotta all’intolleranza, del razzismo violento e ingiustificato, del limite di sopportazione travalicato senza alcun rispetto. Certamente i gesti violenti vanno condannati. Qualunque sia la causa scatenante, niente scagiona e discolpa gli autori dei fatti vandalici, Ma tutto ciò mostra, in un grande quadro dai colori foschi, il declino della società italiana moderna. Gli italiani si cibano di violenza. Approvano derive razziste. Insultano e provocano senza alcun ritegno, sporcandosi la bocca con vilipendi gratuiti e non necessari. Il piccolo cosmo di Rosarno è il simbolo evidente di una politica ben precisa. Quella che punta il dito contro un capro espiatorio che fatica a difendersi. L’extracomunitario è considerato debole e disperato. Facile allo sfruttamento e alla speculazione verbale. Immune alla derisione e al dileggio. Bersaglio perfetto da accusare per ogni evento negativo che coinvolge la vita degli italiani. Il lavoro manca? L’extracomunitario lo ruba. Sono aumentati i furti? Colpa di questi stranieri disonesti. Le strade sono insicure? Che le ronde manganellino questi forestieri incivili. Ormai soffriamo di smemoratezza. Siamo il popolo della cultura, della letteratura, dell’arte, della scienza, dell’intelligenza creativa. Arrestiamo questa deriva senza fine. Ricordiamoci del nostro passato di emigranti. Tendiamo la mano e apriamo la mente. Il confronto con “l’altro” è il sale della vita. Amplia le conoscenze, sviluppa la criticità, determina un contatto nuovo con la realtà. Soprattutto fa crescere ognuno di noi e conseguentemente farebbe crescere l’Italia. Un bisogno assoluto per il nostro paese, oggi piccolo piccolo. In tutti i sensi.

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Alessandro Frau

L’italia è un paese razzista? Si, ci siamo dimenticati della nostra natura d’emigranti

52.4%

Si, ma la colpa è delle misure prese dal governo

23.8%

No, difendiamo solo i nostri diritti di italiani

19.0%

No, anche se la situazione sta degenerando rapidamente

04.8%


Anno 1° n.7

Far West Rosarno - 53 feriti e 18 arresti

La razza italiana In questi giorni si è parlato spesso di immigrati. Persone non gradite perché, facendo di tutta l’erba un fascio, sono tutti delinquenti o comunque ladri di lavoro. Ho pensato tanto a cosa dire a riguardo e pensandoci bene mi è venuto abbastanza da ridere. Certo la tematica è molto seria e andrebbe analizzata con molta attenzione, ma se ci si ascoltasse di più si noterebbe che è tutta un’ipocrisia. Partiamo dall’inizio. Gli italiani sono figli di emigrati, per cui le ultime sarebbero persone a doversi lamentare di questo fatto. Si professano cattolici e ho sentito personalmente la rabbia delle persone mentre si parlava di contraccezione, cellule staminali, matrimoni homo o peggio crocifisso nelle aule. Tutte questioni che infervoravano i “credenti” perché offendevano il Signore, ma quando si parla di fare qualcosa che realmente è scritta nelle sacre scritture tutti si tirano indietro. L’amare il prossimo come se stesso è una delle regole su cui si basa la religione cattolica, ma se questo prossimo non è quello che intendiamo noi allora non ci si pensa più e si è subito disposti ad odiarlo. Personalmente sono a favore dell’immigrazione, ma solo ad alcune condizioni: chi viene nel nostro paese deve essere una persona onesta e aver voglia di integrarsi; deve voler condurre uno stile di vita dignitoso e manifestare rispetto per gli altri. Se queste condizioni sono soddisfatte allora accolgo a braccia aperte chiunque, ma se anche solamente una di queste non è rispettata non vedo cosa ci debbano venire a fare. Peraltro, fosse per me, manderei via anche italiani con le stesse caratteristiche. Veniamo poi alla cosa più strana di tutte, si

dice che degli stranieri non ci si possa fidare e che son tutti criminali. Ora io vorrei sapere: che gente frequentano queste persone? Ci sono persone che sono dei criminali o peggio, ma la maggior parte di quelli che conosco io è italiana. Una volta un senegalese ha inseguito una signora per renderle il portafoglio, quando conosco molti italiani che al posto di questo ragazzo avrebbero fatto l’opposto. Che differenza fa il colore della pelle? Di certo non determina una specie differente, di certo non determina una superiorità di un’etnia piuttosto ad un’altra. Un tempo vi era chi pensava che ci fossero razze diverse e che la migliore di tutte fosse quella ariana, per chi avesse memoria corta, troppo corta, rinfresco il nome di quel pazzo di Adolf Hitler. Lui e le sue idee hanno avvelenato l’Europa per tanti anni e ora tornano come se niente fosse: ci dimentichiamo che geneticamente siamo tutti uguali? Ci dimentichiamo che tutte le tipologie d’uomo vengono dall’Africa che è stata la culla della vita? Ci sono molte, moltissime persone che odiano gli altri solo per paura, perché un collettino bianco dice loro che devono temere lo straniero, queste persone sono solo spaventate e chi se ne approfitta sono le persone che hanno da guadagnare con il loro sfruttamento. In conclusione vi raccomando di leggere “La fattoria degli animali” di George Orwell e vi lascio con una grande frase da non dimenticare mai: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni lo sono più di altri” . Simone Leinardi

Il manifesto dell’antirazzismo

“ il razzismo è una strana malattia che colpisce i bianchi ma fa fuori i neri ” Albert Einstein

Pelle. Razza. Superiorità. Disgusto. I paraocchi impediscono di guardare oltre l’orizzonte del proprio naso. Muri invisibili. Mattoni di pregiudizi. Barricate di paure. Divisori d’ignoranza impossibili da scavalcare. Ostacoli portati alla propria mente ristretta. Assottigliata intelligenza schiacciata dal peso dell’odio. Cosa rende uguale gli uomini? Un cuore fatto di sogni, affetto, speranze, desiderio. Due gambe e due braccia con il quale edificare un futuro. Un cervello di stanze enormi da riempire a piacimento. Un anima trasparente all’esterno, inequivocabilmente tangibile all’interno. Cosa rende uguale gli uomini? Il desiderio di potere e controllo. La bramosia verso ciò che non si possiede. La voglia di sottomissione, di rivalsa, di dominio. L’istinto animale. L’Impulsività. L’errore. La disperazione. La fame.

Cosa rende uguali gli uomini? La malattia e la salute. La morte e la nascita. L’amore e il sesso. L’amicizia e l’inganno. Cosa rende diversi gli uomini? La personalità. Il carattere. Gli interessi. Il talento. L’intelligenza. La calligrafia. La fantasia. L’uomo non nasce diverso. L’uomo si crede diverso. L’uomo vuole essere diverso. L’uomo sbaglia nel voler essere diverso. L’uomo chiude la sua mente al diverso. Ottenebra la sua intelligenza. Incatena la sua curiosità. Imprigiona la sua natura poliedrica. Limita la propria essenza. Squaglia l’anima imbavagliata da un bianco fazzoletto d’intolleranza. Vergognosamente si spalancano abissi in cui si fagocitano le consanguineità. Siamo carne e anima. Una sola tinta. Un solo colore. Alessandro Frau


Anno 1° n.7

La vittoria di Nichi

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l popolo delle primarie pugliesi si è espresso. Nichi Vendola, presidente della regione uscente è il candidato del centrosinistra per le elezioni dimarzo. Una vittoria netta. Indiscutibile. Oltre il 70% delle preferenze per il leder di “Sinistra, ecologia e libertà” che ha vinto la sua personale battaglia con l’arroganza dei vertici del partito democratico. Una guerra vinta grazie alla forza del lavoro. Un riconoscimento per il governo dei risultati e della popolarità. Un lieto fine che sconfigge le decisioni discutibili dei vertici del partito democratico, pronti ad abbandonare uno degli alleati più carismatici per favorire un’alleanza a tavolino con l’UDC. Vendola ha costruito un ponte speciale con i suoi elettori grazie al dialogo, ai fatti, all’appartenenza. Un candidato forte, dal linguaggio forbito e convincente, dalle idee chiare e innovative. Una rarità nel partito democratico che ama giocare con i suoi rappresentanti dimenticandosi che le pedine le vorrebbero scegliere gli elettori. Il politico pugliese è il simbolo di una nuova classe politica, auspicata dai votanti e repressa dal mondo politico stesso. Nuova facce, nuovi discorsi, nuovi programmi, nuove forze, nuove energie. Questa è la dote che le primarie hanno regalato alla sinistra italiana. Un desiderio che essa non può più ignorare e trascurare. Vendola è stato definito come un “uomo solo contro tutti”’. A ve der bene i fatti non era affatto un politico abbandonato. Era sostenuto da un intero popolo regionale. Dimenticato. Sottovalutato. Inascoltato dai capi nazionali del PD. Questo esito dovrebbe generare una riflessione illuminante anche nella mente di Bersani, neo segretario da pochi mesi

ma assolutamente antico nel modo di dirigere questa macchina partitica ammaccata e malmessa. Perché allora non ripartire dalla puglia? E dal Lazio? Vendola e Bonino sono due esempi lampanti di come il PD debba scegliere i suoi alleati: ascoltare il gradimento dell’elettorato che li preferisce di gran lunga a un’alleanza con Casini e l’UDC. Qualcuno mi dirà: Ma cosi si perde!Meglio perdere a testa alta che vincere con deboli alleanze e valori schiacciati. Anche perché una domanda mi viene spontanea: Siamo sicuri che andando, mano nella mano, con Casini si vinca? Alessandro Frau

Elezioni Regionali, le regole del PD Siamo a poco più di sessanta giorni dalle elezioni regionali e nonostante il tempo stia iniziando a mancare il PD, a macchia di leopardo ha fatto i nomi dei candidati per le Regioni! Al di là del fatto che questo benedetto partito ha uno Statuto che prevede le regole di questo presunto “gioco elettorale”, ogni volta che c’è un appuntamento con le urne, rimango stupito nel vedere che, le scelte dei vari papabili per le poltrone, vengano fatte qualche volta dalla segreteria, mentre qualche altra volta si passa alle primarie, ma solo perché sono state richieste a furor di popolo! Mi chiedo quindi il motivo di queste scelte, e non potendo dare una risposta che sia plausibile, cerco di ragionarci su! Dunque abbiamo un nuovo segretario eletto non più tardi di tre mesi fa, a seguito di una notevole partecipazione popolare. Quasi tre milioni di elettori si recarono alle urne per eleggere il segretario, com’era giusto che fosse Statuto alla mano! Si era detto che questo partito non avrebbe più fatto scelte dall’alto,

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ma le avrebbe sottoposte alla volontà degli elettori. Allora qualcuno ci spieghi il perché di tanto parlare di scelte calate dal alto, senza consultare la base! Oppure si dica che, a volte la base può decidere (forse succede quando qualcuno è sicuro dell’esito del voto) mentre altre volte è meglio che scelga la dirigenza del partito, visto che non sempre gli elettori sono d’accordo con ciò che la dirigenza impone! Ma non lo si dice, forse perché non si ha il coraggio di ammettere il fatto che in fin dei conti, l’opinione della base non sia considerata cosi importante! Bene, anzi male, malissimo, perché con questo si creano le premesse per una nuova catastrofe. Il partito andrà incontro all’ennesima emorragia di voti. Il tutto di fronte alla solita reazione inerme dei vertici. Senza vedere preoccupazioni da parte dei dirigenti. Che siano cosi mal messi tutti da non accorgersi di questa caduta libera? Io credo che forse più probabilmente essi non vogliano dare atto del fatto che in questo partito, per la

prima volta ci sono le premesse per far bene, ma per attuarle bisogna dare voce a tutti quelli che mossi da un senso di appartenenza, votano per il PD. Il segretario del PD farebbe bene a prendere atto del fatto, che non sempre le scelte calate dal alto sono considerate buone da parte di quelli che vanno a votare e che sarebbe meglio iniziare ad applicare alla lettera lo Statuto, oltre che cercare di tenere sempre in considerazione le questioni morali, che pure sono previste dallo Statuto, alla voce “codice etico”. Nicola Irimia


Anno 1° n.7

Si vuole riformare la Costituzione. Condividiamo la riforma costituzionale dicono, condividere chi? Condividere cosa? Condividere perché? La Costituzione si riforma solitamente dopo una rivoluzione, una guerra, un colpo di stato. Ripeto condividere perché? Condividere chi? Forse si confonde la Costituzione con l’incapacità dell’attuale classe politica di applicarla ed attuarla in modo compiuto. Che fare allora, Holmes? Allora sarebbe meglio, caro Watson, riformare la classe politica, non le pare? A proposito di condivisione, le ricordo che Gesù spezzò il pane e lo condivise con i suoidiscepoli. Mica con Brunetta e Bossi o la Russa. Augusto Montaruli

Il partito del “volemose bene” Da settimane non si parla d’altro che dell’attesissimo dialogo sulle urgentissime riforme di cui improvvisamente necessita il Paese. Ma, fateci caso, quanti di voi hanno capito di quali riforme si tratti e su quali riforme il centrodestra cerchi il consenso bipolare? Ora, sicuramente è colpa della mia inguaribile distrazione, ad ogni modo, il Governo mi è parso totalmente inerte fino ad un paio di mesi fa, periodo in cui la Corte Costituzionale ha spazzato via dal panorama giuridico quella “schifezza” del lodo Alfano. L’esigenza di fare riforme condivise pareva meno sentita prima della sentenza costituzionale, nonostante i gravi grattacapi del nostro paese: l’imperversare della crisi economica più spaventosa dalla Grande Depressione a oggi, il progressivo logoramento dell’istruzione pubblica, una classe di lavoratori precari sempre più larga (che ancora una volta ha bisogno di una recente sentenza della magistratura per vedere riconosciuti i propri diritti), un continuo ricorso alla fiducia parlamentare etc. Insomma, di problemi insoluti ne era piena l’Italia anche prima di quel fatidico 7 ottobre, anche se il Governo pareva voltare la faccia, talvolta, addirittura vantandosi di fallimenti annunciati quali storici trionfi (quest’anno siamo andati giù di soli cinque punti di PIL! Sono il miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni! Abbiamo arginato al 120% il rapporto deficit/PIL!). Questo è quanto, se ci si concentra nel contenuto. Ma c’è pure l’aggravante, purtroppo: il contenitore. Una società il cui conflitto sociale non è solo quello interraziale fomentato dalle politiche governative e dalla propaganda fascista delle reti tv di sua proprietà, ma anche una sorta di guerra civile fredda tra quelli che son stati ribattezzati il partito dell’Odio e il partito dell’Amore. A questo proposito, per rispetto del copyright e per onestà intellettuale, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Già nel 1992, i sostenitori di Ilona Staller, in arte Cicciolina, fondarono il “Partito dell’Amore”. Una combriccola d’individui che sarebbe pure potuta essere simpatica al nostro premier, dati i nobili intenti, ma che, tuttavia, si suppone avesse ragioni ben diverse da quelle che motivarono la nascita di Forza Italia. E nemmeno l’idea della guerra civile fredda è una trovata originale. Daniele Luttazzi, epurato di lusso, già l’aveva preannunciata nel suo ultimo libro, nel quale analizza, tra le altre cose, anche le tecniche emotive che la politica professionista utilizza per influenzare il voto. E’ di dominio pubblico, infatti, la scoperta che i

think tank, facenti capo al movimento neoconservatore americano, fecero ormai diversi anni fa. Tali ricercatori scoprirono che l’elettorato non vota in maniera razionale, ma, bensì, secondo pulsioni emotive. Da qui l’importanza fondamentale della costruzione del personaggio di Silvio Berlusconi e della sua storia. Andando indietro con la memoria potremmo facilmente ricordare episodi chiave in questo senso, quali la distribuzione del libello “una storia italiana” prima delle elezioni del 2001 o l’eterna lotta contro i terribili comunisti e la magistratura rossa, e via discorrendo in un lungo elenco. Altra caratteristica di ogni copione ben scritto è che il personaggio principale deve avere qualche difetto particolare che lo renda più simpatico e umano. In quest’ottica s’inserisce l’insanabile “amore” per le “donne”, l’incredibile furbizia che gli permette di cacciarsi fuori dai guai più tremendi (anche infrangendo più di una regola) e l’incontrollabile qualunquismo nei momenti più inopportuni, come i summit internazionali o le dichiarazioni ufficiali (corna, Kapò, mitraglia, Obama abbronzato, etc). Qualità che paiono quelle tipiche di una caricatura dell’italiano medio all’estero e che effettivamente sono radicate nel comune modo di pensare e agire popolare. Ma com’è possibile per la sinistra italiana riuscire a battere il carisma che un tale personaggio esercita nella maggioranza del popolo votante? Non di certo riproducendo sé stessa in quel sistema di valori che tale cattivo esempio porta con sé. Tantomeno la scelta non può essere quella di venire a patti col diavolo, in specie dal momento in cui non si ha nulla da guadagnare e tutto da perdere. Eppure pare che la scelta del dialogo-inciucio-compromesso sia quella più gettonata dalla maggior parte delle menti eccelse del Partito Democratico. Le stesse persone che ogni volta che Berlusconi è in difficoltà, per un motivo o per l’altro, intervengono in suo aiuto anziché dargli la mazzata finale. Vi confesso di nutrire grandi dubbi riguardo l’assegnamento della nomea di “partito dell’amore” per coloro che hanno istituzionalizzato le ronde e il reato di clandestinità, ma i dubbi diventano ancora più forti quando si parla di Partito Democratico come di partito dell’Odio. Stando ai fatti, il PD al massimo potrebbe rinominato il partito del “Volemose bene”. Gian Marco Pinna


Anno 1° n.7

nero

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ero è il colore della pelle degli abitanti di Haiti, di quelli morti tra le macerie e di quelli sopravvissuti e ora tanto bisognosi d’aiuto. Ma nero è anche il colore di molti africani, che muoiono di fame, di sete, di stenti; muoiono soli, silenziosamente s’accasciano; magari urlano; anzi, sicuramente lo fanno. Un urlo nero, come quello quasimodiano della madre che andava incontro al figlio crocefisso sul palo del telegrafo. Però noi non li sentiamo. Noi non li vogliamo sentire. Noi, qua dove stiamo, stiamo bene. Nero è anche il colore delle vittime della strage di Castel Volturno, ma anche il colore della pelle degli stranieri di Rosarno, prima sfruttati nel lavoro, poi impallinati, quindi picchiati a sprangate e in seguito anche cacciati via in malo modo. Nero è anche il colore dei venditori ambulanti, che tanto evitiamo per parcheggiare sereni. per poi entrare nel centro commerciale dove magari comprare tanto cioccolato, anch’esso nero, per poi di esso abbuffarci, quindi ingrassare, spendere soldi dal dietologo, lamentarci, e nel mentre guardare quei tristi documentari, che parlano di persone lontane, di bambini scheletrici, quasi fossero deportati di Auschwitz. Nero è il colore di quei gatti che tanto si dice portino sfortuna, di quel famoso “uomo”, incubo di tanti bambini italiani, anche di quel buco spaziale in cui non si sa cosa ci sia dall’altra parte, così pure il colore delle acque in cui pensiamo di essere ogniqualvolta c’immischiamo in un qualche guaio. Nero non è il pene di alcuni stupratori italiani, che per alcuni giornali sembra faccia meno male, di quello dei neri, come se per la donna violentata il colore del membro facesse differenza, ma forse, i giornali, i telegiornali, i politici, magari quelli xenofobi, quelli che parlano

di fucili, anch’essi a volte neri, pensano più alle dimensioni, e quindi è per questo che uno stupro fatto da un nero sembra faccia più male di quello di un bianco. Nero è anche il colore di alcune camicie, a cui ancora vedo pericolosamente inneggiare. Ma loro, i neri, sono distanti. Loro, i neri che soffrono, non appartengono al nostro mondo occidentale. Poverini. Ora, per Haiti, giustamente, in molti si attiveranno, raccoglieranno fondi, spediranno aiuti, anche alimentari. Ma poi, in breve tempo, questa generosità finirà. In breve tempo tornerà tutto alla normalità, quelli, come detto, sono a noi lontani. Noi abbiamo da pensare al lavoro nero, ai fondi, neri, nei paradisi fiscali, di nuovo, al ritorno delle camicie nere, ai bianco-neri, a quegli arbitri vestiti in nero, sicuramente cornuti perché ce l’hanno contro la nostra squadra, al nero che sa di elegante e al nero che snellisce, o magari al nero della palla da mettere in buca nel gioco del biliardo. Non pensiamo ai neri di Rosarno, neanche a quelli di Castel Volturno, non ai neri che vengono dal mare: quelli son solo da espellere; né tantomeno pensiamo ai neri africani,quelli molto lontani, quelli che forse stanno aspettando anche loro un grande terremoto per essere notati, per essere salvati; ma forse son semplicemente un po’abbronzati come qualcuno ha detto; da loro, in effetti, c’è sempre il sole. Da noi, nel nostro animo, il buio. Nero. Andrea Mura

surrealismo sentimentale Romanticismo: Siediti un secondo e guarda che tramonto. I colori si sono mischiati come in una tavolozza.. Tutto è immobile. Così deve essere il paradiso! Cinismo: sarà.. ma non capisco perché piangi… Romanticismo: Non lo so neanche io! Forse perché non c’è niente di più bello al mondo… Cinismo: Bah..! Sempre uguale, ogni sera. Visto una volta, visto sempre… Romanticismo: Come fai a dire certe cose? Una cosa bella non è mai sempre uguale. È bella Proprio perché è capace di sorprenderti ogni volta! Cinismo: Non ti capisco.. Che cosa può esserci di così meraviglioso nel fermarsi a osservare un tramonto che niente nella vita ti può dare? Il tramonto non ti dà da mangiare . Non ti disseta. Non ti arricchisce. Non ti fa incontrare le persone giuste... Romanticismo: Uno spettacolo come questo sazia la mia anima.

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Disseta la mia sete di pace. Arricchisce il mio spirito. E il fatto che tu sia seduto qui con me significa che posso condividere con altri questa magia.. non ti pare? Cinismo: Per me è solo una perdita di tempo. Romanticismo: Perché non sai capire che il tempo si è fermato. Le tue lancette sono Implacabili. Dovresti fare come me e riporle in tasca. Dimenticarle. Lasciarle scivolare via e perderle per sempre… Cinismo: Certo! E Mentre sto qui tutti mi sorpassano... Rimango indietro! Come fai a non capirlo? La vita è piena di traguardi da raggiungere e bisogna correre velocemente per arrivare primi!! Non c’è alternativa! Romanticismo: Tu lasciali correre! Quando si è in corsa perenne tutto intorno diventa gelidamente solitudine. Cinismo: Una solitudine ricca. Posso mangiare quello che voglio. Dissetarmi di ogni Desiderio. Circondarmi di potenti amicizie, belle donne. Fama, successo. Romanticismo: La solitudine non è mai ricca. Mangerai ciò che vorrai


Anno 1° n.7

ma ti sentirai sempre affamato mentre io sarò sempre sazio. I tuoi desideri saranno infiniti, i miei sono imprevedibili e non costano nulla. La mia vita è costellata di poche persone ma che mi regalano la felicità, le tue ti donano gioia effimera e passeggera… meglio lasciar spazio nel cuore alle persone che lo meritano.. Cinismo: è una vita che non fa per me. Io voglio tutto e lo voglio subito. L’esistenza è Breve! Un giorno ti svegli e sei già quasi morto! Finché la salute c’è bisogna godere di ogni cosa, senza coscienza, senza pensieri, scorrettamente se è l’unico mezzo. Tu continua a guardarti il tramonto. Io ora devo andare. Mi aspetta la mia corsa… Romanticismo: Il mondo è diventato un posto difficile dove vivere…. Cinismo: Io non sono mai stato meglio di così. In ogni luogo in cui vado mi stendono tappeti rossi e mi accolgono a braccia aperte. Non c’è posto migliore per uno così giusto. Ora ti lascio, sono richiesto!! Vuoi venire con me? Romanticismo: No..Vai. Continua a correre. Io preferisco stare qua. Cinismo: Come desideri… Ma… perché piangi? Romanticismo: Perché il tempo si è fermato e nonostante questo sto morendo lo stesso… Alessandro Frau

Negli ultimi 4 mesi

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egli ultimi 4 mesi, vacanze natalizie a parte, ho avuto la fortuna di poter vivere e studiare all’estero, per la precisione a Londra. Ovviamente, non ho alcuna intenzione di parlare del viaggio di per sé, per quanto possa essere un argomento interessantissimo ed un’esperienza veramente straordinaria da raccontare. Parlerò invece di ciò che ho potuto sperimentare in prima persona in seguito a numerosi dialoghi che, del tutto fortuitamente, mi è capitato di intraprendere con studenti stranieri di tutta Europa. Prima di tutto bisogna chiarire che la conoscenza che all’estero hanno di Noi non è uniforme ed a questo fatto è legata la diversità delle reazioni a quel che dico. Si spazia dall’incredulità, reazione tipica di chi vive nel nord Europa, terre abitate da soggetti meno colpiti da malformazioni sociali quali la corruzione e l’evasione fiscale, allo stupore tipico dei vicini di casa francesi, i quali si chiedono come mai sia potuto accadere che un solo uomo controllasse più della metà delle televisioni e una grossa parte dell’editoria. Poi ancora abbiamo il realismo spagnolo, che, più sensibile alla tematica, definisce senza mezzi termini fascista l’attuale governo e s’interroga sul come sia possibile che gli italiani abbiano già perso la memoria, ed infine il più improntato sull’attualità humor inglese, che con la caratteristica morale puritana, dileggia il premier sullo scandalo delle prostitute a palazzo Grazioli. Badate bene che queste non sono reazioni verosimili frutto d’invenzione, ma bensì le reazioni con cui veramente mi sono imbattuto nel corso di questa mia breve avventura da immigrato italiano all’estero. Paradossalmente ci si rende conto più all’estero che in Italia, del mare marrone in cui sta nuotando il nostro Paese. La frase più gettonata è “com’è possibile che gli italiani lo votino ancora?” oppure anche “e l’opposizione cosa fa?”. Due domande che inquadrano perfettamente il problema: 1) gli italiani, che delinquenti o ignoranti lo votano,2) e l’opposizione, che fa di tutto per legittimarne l’operato. Ebbene si, il problema è prima di tutto nostro e culturale. L’italiano che vive all’estero, alla stregua dei suoi connazionali in madrepatria, è visto come imbroglione, opportunista, goliardico e sciupafemmine, e non a caso il presidente

del Consiglio ingloba tutte queste qualità, se così vogliamo definirle. Berlusconi incarna come prima cosa il sentimento e il modus vivendi di gran parte degli italiani, e questo non è una novità. Ma coloro i quali non si riconoscono nell’italiano medio, in quale partito dovrebbero avere il proprio riferimento culturale prima ancora che politico? L’idea sarebbe che questo punto di riferimento dovrebbe risiedere nel Partito Democratico. Purtroppo, ogni qualvolta la dirigenza parla, sembra volerci ricordare che il fatto che continui a perdere tutte l’elezioni non sia un caso. Lo dimostra ancora una volta il caso pugliese, dove per l’ennesima volta i vertici del partito democratico hanno completamente travisato il sentimento popolare e si sono beccati l’ennesimo ceffone dell’elettorato alle primarie. Il popolo della sinistra ha sostenuto Vendola, invece del candidato scelto a tavolino dalla solita vecchia dirigenza fallimentare che l’aveva messo lì a posta per fare l’occhiolino all’UDC. Bersani, in seguito all’ennesima sberla presa dai suoi elettori, ha dichiarato che il PD non cambia rotta. Ahimé, il distacco dei vertici di partito dalla base è una condizione che si protrae da diversi anni e finché il vecchio non verrà rimpiazzato dal nuovo non ci sarà modo di porre fine a questa situazione di perenne disaffezione e Berlusconi continuerà a vincere a mani basse. Queste cose le hanno capite anche in Europa, gli unici a non averle capite sembriamo solo noi italiani. Gian Marco Pinna


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La democrazia dopo Tangentopoli

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o scandalo d e n o m i n a t o “Tangentopoli” e il lungo processo che ne derivò, come molti ricorderanno, scaturirono in modo casuale da una vicenda di “innocenti” mazzette, orchestrate in modo grossolano da un modesto figuro del sottobosco milanese, tale Mario Chiesa, a quel tempo Direttore del Pio Albergo Trivulzio. Un personaggio, questo Mario Chiesa (dagli amici amabilmente chiamato “Mariotto”), recentemente balzato agli onori della cronaca per via di un suo ennesimo giro di tangenti, a conferma di quanto sia ancora valida la morale della saggezza antica: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Nell’immaginario collettivo, Tangentopoli diventò famosa perché che con essa sembrò terminare il malcostume di una certa politica cialtronesca, di sola facciata e di puro compromesso, fondata sul perseguimento di torbidi interessi personali, a vantaggio di una ristrettissima elite di potentissimi uomini di partito (chi non ricorda il C.A.F.), di burocrati di apparato e di imprenditori spregiudicati e foraggiatori del sistema. Grazie a Tangentopoli, si disse, tramontava definitivamente la cosiddetta “prima repubblica” e, in luogo di essa, prendeva vita e spazio un’Italia nuova di zecca, fatta di una classe dirigente nuova, di nuovi partiti e di una coscienza civile radicata e diffusa, finalmente orientata al rispetto delle regole e ai giudizi di merito, alla pretesa

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di moralità nell’azione politica e amministrativa. Sparirono dalla scena politica i partiti storici del dopoguerra, dalla Democrazia Cristiana allo stesso Partito Socialista Italiano. Il neonato P.D.S., nato per necessità storica dopo la caduta del blocco sovietico e la conseguente svolta della bolognina, non avendo più antagonisti di alcun genere, si ritrovò fortemente sbandato e in balia di se stesso, sempre più avvitato in discorsi retorici imbarazzanti, che da un lato intendevano smarcare il nuovo partito e a farfugliare una certa distinzione “affrancatrice” tra la tradizione comunista italiana e quella sovietica, dall’altro intendevano rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che il P.D.S. sarebbe stata l’alternativa giusta per l’Italia, anche perché miracolosamente scampato dalla catastrofe giudiziaria. Non fu così. La gente non abboccò e al P.C.I./P.D.S./D.S. rimasero la sola retorica, l’inconcludenza assoluta e l’autoreferenzialità della propria oligarchia, gravami ancora piuttosto evidenti nel neonato PD. A valle di quest’articolato processo e di fronte alla condizione attuale della politica italiana, non mi sento di dire che Tangentopoli corrispose a una vittoria della nostra democrazia. Tangentopoli fu la vittoria di un’Istituzione dello Stato, la Magistratura, su un’altra Istituzione: il Parlamento della Repubblica. La Magistratura, è innegabile, si limitò a svolgere la propria funzione, l’esercizio

dell’azione penale, ma lo fece con modi ed efficienza sino a quel momento sconosciute e, vorrei aggiungere, ancora distanti dall’esperienza quotidiana di un comune cittadino. Chi ha avuto a che fare con la Giustizia, sa bene quanta burocrazia, lungaggini, inciuci tra notabili avvocati e tempi morti occorrono per arrivare a una sentenza che, il più delle volte, non soddisfa mai nessuno, proprio a causa dei tempi biblici che servono per arrivarci. Da questo punto di vista, Tangentopoli è stata più un feroce regolamento di conti tra apparati dello Stato, che una rinascita democratica. Di fronte alla latitanza dell’elettorato, la Magistratura ha deciso di fare il proprio corso, come una valanga, che quando si mette in moto non conosce ostacoli e scivola a valle con furia. E poi, a parte Sergio Cusani e qualche altro faccendiere, chi è che ha veramente pagato per le proprie colpe nei riguardi dello Stato? Bettino Craxi? Arnaldo Forlani? Cirino Pomicino? Al primo dedicheranno presto strade e piazze. Agli altri... sono tranquilli e sereni a condurre i loro affari e dai più vengono pure rimpianti. Direbbe Shakespeare: molto rumore per nulla!. In una democrazia matura, il cambiamento interviene sempre e soltanto per opera della sovranità popolare. Da parte del corpo elettorale, dopo le vicende di Tangentopoli, non è mai avvenuto alcun sovvertimento sostanziale della classe politica italiana. Ai partiti storici e ai nomi

altisonanti del tempo si sono sostituiti altri, scelti tra le seconde linee, i faccendieri e gli zelanti portaborse dei vecchi baroni (il novello interprete della rinascita vetero- democristiana, alternativa al bipolarismo e di chiaro stampo cerchiobottista, è Pierferdinando Casini, storico portaborse di Arnaldo Forlani). Il “popolo” è rimasto alla finestra, a gurdare, ed è ancora fermo sugli spalti, a parteggiare con accaloramento a favore dei giudici e a sostenere nel frattempo, con evidente contraddizione e malafede, il vecchio modo di intendere e di fare la politica. Il popolo continua a partecipare solo, nel momento e laddove ne ricava un vantaggio. Tangentopoli ci ha restituito un Paese di fatto spaccato in due e quotidianamente dilaniato dalla rissosità dei due contendenti istituzionali. Fintanto che non capiremo che la democrazia siamo noi, ciascuno di noi, con la qualità del nostro impegno, della nostra partecipazione e del modo responsabile con cui operiamo le nostre scelte, la rissa andrà avanti e il Paese inesorabilmente alla deriva. La qualità democratica di un Paese non si giudica dalla corposità e severità dei suoi sistemi, giudiziario e sanzionatorio, ma dal modo in cui la comunità e i suoi rappresentanti interpretano e rispettano le leggi che essi stessi si sono dati. Alberto Giarrizzo


Anno 1° n.7

Diario di un giovane cresciuto sotto la dittatura secondo APPUNTAMENTO

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uando avevo all’incirca dieci anni, ricordo (faccio una parentesi per citare una cosa buona del comunismo a mio parere) saltò fuori un’ordinanza del Governo che obbligava tutti i cittadini che non sapevano scrivere e leggere ad andare a scuola ai corsi serali. Non ci crederete, ma perfino i miei nonni, che avevano una certa età, hanno dovuto presenziare ai corsi e quindi impararono a scrivere e leggere anche in età avanzata. Cosi nel corso di un anno, tutti i cittadini rumeni erano alfabetizzati, senza distinzione di età! A ripensarci ora, anche se la cosa era un po’ forzata, ha fatto solo bene a tutti. E’ successo che un giorno mio padre che già si era trasferito a Bucarest per lavoro (lavorava in un cantiere della Metropolitana) decise di trasferire tutta la famiglia nella capitale, o meglio nei suoi dintorni. Aveva trovato lavoro in un grande allevamento di maiali, faceva la guardia notturna, e cosi ci siamo trasferiti tutti con lui! Ricordo ancora che tutto quello che avevamo erano una dozzina di bustoni grandi che contenevano tutti i nostri panni, senza null’altro, perché il resto era rimasto nella casa in cui eravamo cresciuti(mio padre pensava di rifare il tutto da capo, cosa che riuscì alla grande). Infatti la ditta per cui lavorava ci mise a disposizione una casa, con due stanze (eravamo in otto) ma era più che dignitoso comunque, e il fatto positivo fu che mio padre non doveva più fare il contadino, ma aveva uno stipendio fisso, perché come già detto nella prima parte, come contadino, non è che si guadagnava chissà cosa. Cosi dovetti cambiare scuola ed è stata per me l’esperienza più traumatica che avessi mai potuto passare, perché venivamo da una zona in cui si parlava un dialetto che tutti prendevano in giro (eravamo i terroni della Romania per capirci) oltre al fatto che cambiando

scuola cambiava il metodo di studio. Infatti, a dir la verità, ci ho messo un po’ di tempo per entrare nei ranghi di nuovo, giacche nel paesino dove eravamo prima, andavo molto bene a scuola, mentre nella nuova realtà non riuscivo affatto a riprendermi, forse perché non conoscevo nessuno, perche avevo paura delle maestre, non l’ho mai capito. Abitavamo alla periferia di Bucarest, in un piccolo comune, e vicino alle nostre abitazioni c’era un poligono di tiro dell’esercito, ma non solo dell’esercito, perché più spesso capitava di vedere le guardie patriottiche. Devo fare una parentesi per spiegare cosa erano le guardie patriottiche: Ogni azienda aveva al suo interno un segretario del partito comunista rumeno,il quale segretario aveva più potere del Direttore stesso, era insomma il capo supremo! Questo segretario del PCR, non faceva altro che monitorare la situazione politica (spiava tutti, sapeva tutto di tutti e decideva ogni cosa, anche senza il consenso del direttore, giacche era legato al segretario provinciale, il quale era legato al segretario regionale e cosi via). Ogni fabbrica doveva avere un gruppo di persone che anche in tempo di pace, doveva tenersi allenato nel caso in cui il Paese, avesse mai dovuto affrontare una situazione di guerra. Ogni tanto (mi pare di ricordare, due volte l’anno) tutto il gruppo, cioè la maggior parte dei lavoratori, doveva fare due sedute di tiro al poligono e questo riguardava sia per i maschi e sia le femmine! Quindi ricordo che ogni santo giorno arrivavano dei pullman carichi di gente in divisa (era una divisa più o meno uguale a quella dei soldati) pronti a svolgere queste sedute di tiro! Ricordo che quando avevo all’incirca quindici anni, eravamo molto amici con il Tenente che gestiva il Poligono, quindi avevamo la possibilità di andare al poligono e sparavamo come matti tutto il giorno con i

Kalashnikov (sia chiaro che lo facevamo nel poligono, e sotto mentite spoglie, perché chiaramente nessun minore poteva entrare all’interno di un poligono quando voleva.) Se si aveva per esempio una fabbrica piena di donne (tipo una fabbrica tessile) nessuna donna voleva sparare, ma ciò non era possibile perché tutti i proiettili andavano sparati e nessuno aveva voglia di dire che i cari compagni comunisti si rifiutavano di farlo. Cosi noi lo facevamo volentieri. Per noi era un gioco. Anche se a ripensarci oggi, doveva essere matto per primo il Tenente, ma tant’è, capitava spesso, ed io lo dico! Dicevo che la scuola era molto più dura, rispetto al paesino da dove venivo. Eravamo anche tra i più poveri, quindi ricordo che non avevo mai uno zaino decente per la scuola, essendo terzo figlio dovevo sempre portare i vestiti dei fratelli più grandi, toccavano sempre a loro quelli nuovi! Non che mi pesasse troppo, ma capirete, che gli altri bambini più fortunati di me, erano sempre pronti a farsi una risata, quando all’inizio dell’anno scolastico, tutti avevano una divisa nuova, mentre io avevo sempre quella dei miei fratelli! Devo dire che

alla fine mi sono rifatto su tutti, perché ho iniziato ad andare bene a scuola perché la maggior parte dei ragazzi non andavano affatto bene! Dalla prima media in poi, iniziammo a fare corsi di preparazione per la difesa della patria. Si facevano una volta la settimana (tipo il sabato fascista, per quelli che se lo ricordano ancora) avevamo una divisa azzurra, e dovevamo fare molta preparazione atletica soprattutto. Ricordo che i libri erano gratuiti per tutti, però alla fine dell’anno scolastico, i ragazzi delle medie erano obbligati ad andare per una settimana dopo il termine della scuola per passare in rassegna tutti i libri. Si aggiustavano, si cucivano, e quelli che non erano più buoni, si portavano al macero, e quindi il Ministero li cambiava con dei nuovi! Ricordo anche che, ogni alunno era obbligato a portare a scuola durante l’anno (pena un brutto voto in comportamento) un quintale di carta, 200 bottiglie di vetro, 200 barattoli. Quindi potete immaginare che eravamo sempre a caccia di vetro, cartone, in questo modo si aveva un riciclo automatico di tutto ciò che si poteva riciclare! To be continued.. Irimia Nicola


Anno 1° n.7

Luglio col bene che ti voglio

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opo aver attraversato la città quel tram verdone scuro correva sferragliando al centro del lungo viale alberato che partendo da piazza Pitagora s’infilava nel sottopassaggio del Lingotto, spesso allagato dai forti temporali... Al mattino ci salivano in modo disordinato e violento truppe di ragazzi vocianti che andavano a scuola zavorrati da zaini improbabili sballottati qua e là contro i malcapitati passeggeri; gli impiegati della Microtecnica di piazza Arturo Graf, e le massaie di ritorno dai mercati generali che salivano affannate con le borse stracolme e lo sguardo teso alla ricerca di un posto libero dove poter prender fiato e pieghettare con calma quel biglietto giallino che avrebbero infilato nella fede. Noi ragazzi delle case Fiat di corso Giambone facevamo parte delle orde di studenti che durante la settimana viaggiavano chiassosi sui mezzi pubblici, benché anche nei bui pomeriggi invernali del sabato fosse nostra abitudine prendere il tram - anzi quel tram da noi tutti chiamato semplicemente ‘l’Uno’ - per andare al palaghiaccio. “Vieni anche tu a pattinare sul ghiaccio sabato prossimo?” - mi aveva chiesto Viviana uscendo da scuola, ed alle mie lamentele riguardo al fatto che non ero capace aveva risposto con un’alzata di spalle... “E allora...!” - aveva risposto con tono saputello - “ neanch’io so pattinare!...” “Sì ma,....” avevo ancora insistito tentando un’ultima linea di difesa - “ non abbiamo neanche i pattini...” “Che baarbaaaa...” - aveva allora sbottato lei - “ ...li affittiamo direttamente là, sei contenta adesso?” E così quel sabato pomeriggio ero uscita, e dopo aver cercato un po’ di conforto alla luce fioca di quei portici disadorni dove certe mattine venivano i contadini a fare un piccolo mercato, mi ero infine immersa nella nebbia per raggiungere la fermata del tram che ci avrebbe portato al palaghiaccio di viale Carlo Ceppi. La nebbia era così fitta che s’intravvedevano appena le scintille sulle rotaie, segno che il tram stava arrivando, e una volta salite a bordo il mio stupore fu grande nel constatare quanti ragazzi viaggiassero con noi, vestiti più o meno come se stessero andando in alta montagna e con i pattini da ghiaccio orgogliosamente appesi sulle spalle. “Anch’io me li voglio comprare...” - aveva detto Viviana interpretando i miei pensieri - “ non mi va di affittarli e sperare ogni volta di trovare quelli adatti ai miei piedi, e poi ne ho visto un paio rosso fuoco proprio l’altro giorno da Bacchetta e lunedi pomeriggio magari ci vado con mia madre e me li compro!” La nebbia era nostra costante compagna di viaggio in quei lunghi mesi invernali, e a pensarci bene così fitta non l’ho mai più rivista. La nebbia aveva un odore tutto suo, e soprattutto un modo tutto particolare di trasmettere il suono: avvertivi le persone avvicinarsi e il rumore del loro passo era amplificato, e se mai le persone parlavano si avvertiva come un’eco che assumeva connotazioni quasi spettrali. Ricordo una notte in pieno inverno in cui ero stata svegliata dalle urla di due ubriachi che bisticciavano sorreggendosi nella nebbia; e seppure noi abitassimo al settimo piano ci era giunto nitido e inquietante il loro biascicato discorso che aveva inquietato non poco la mia mente bambina, impedendomi di riprender sonno. E quando la mattina si partiva presto per andare a scuola, non era sempre così semplice capire dov’era il cancello d’uscita del cortile, e quindi si andava un po’ a tentoni incoraggiati dalla consapevolezza di compiere un percorso conosciuto, sfidandosi quasi, fra compagni di scuola, per chi osava correre in direzione del cancello per saltarlo senza esitazione alcuna. Ed era buffo camminare nel freddo ascoltando i battibecchi di gruppi lontani che come noi si

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avviavano a scuola, e pur senza vederli si giocava a riconoscere le loro voci nella nebbia... Negli anni ‘60 in quel quartiere di Mirafiori Sud oltre alle case Fiat c’era ben poco e nei prati di fronte a casa - in quello stesso spazio dove pochi anni dopo sarebbe sorto il Turin Park, primo complesso residenziale della città dotato addirittura di piscina esterna - i pastori spesso portavano le pecore a pascolare e non era raro la domenica vedere piccoli gruppetti familiari seduti intorno ad un tavolo improvvisato per fare il picnic, intanto che i bambini scorazzavano in bici in mezzo a fiordalisi e papaveri. Nelle piovose domeniche invernali il ‘Mirafiori’ di corso Cosenza o lo ‘Smeraldo’ di via Tunisi cinematografi che nella pagina degli spettacoli de La Stampa venivano definiti come ‘Sale di terza visione’ - erano la nostra unica ancora di salvezza in quanto facilmente raggiungibili a piedi e in assoluto i meno costosi, dettaglio non trascurabile che ci avrebbe permesso il lusso, all’uscita, di prenderci anche una bella cioccolata calda, e di ritardare il rientro a casa restando ancora un po’ in cremeria a commentare le scene più belle del film, scene che per tutta la settimana avremmo continuato a sognare e raccontare alle compagne di classe. Aspettavamo con ansia la fine della scuola e l’arrivo di quelle luminose giornate estive che ci avrebbero finalmente permesso di riportare alla luce le nostre biciclette pieghevoli modello ‘Graziella’ rimaste ferme tutto l’inverno in buie, anguste rimesse; e con l’arrivo dei primi caldi iniziavamo a rovistare furiosamente negli armadi alla ricerca di magliette colorate e jeans ricoperti da scritte artigianali, e una volta rimesse velocemente in sesto le bici partivamo pedalando leggere nei campi tutt’intorno, cantando a squarciagola ‘Luglio col bene che ti voglio...’ Maria Grazia Casagrande


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Disamistade Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa questa gente divisa questa storia sospesa

che fanno queste anime davanti alla chiesa questa gente divisa questa storia sospesa

a misura di braccio a distanza di offesa che alla pace si pensa che la pace si sfiora

Questa canzone tratta un tema molto delicato, che può sembrare passato, ma che in realtà nelle nostra società è ancora presente, anche se magari in un contesto diverso. Disamistade in modo letterale significa inimicizia, disimicizia. Nel contesto di questa canzone viene usato con il significato di faida. La faida solitamente nasce da uno dei sette vizzi capitali, ovvero l’invidia, spesso verso una ricchezza o una posizione sociale che viene ambita da un’altra famiglia “la corsa del tempo spariglia destini e fortune”. Le persone si fanno giustizia da sole e cercano di riparare un torto facendone uno pari e contrario, nel tentativo di riportare le cose a come erano un tempo. La faida consiste nel paradosso di ammazzare l’ultimo assassino, ed è quello che si stanno preparando a fare le famiglie protagoniste di questa canzone. Però spesso non va come previsto, l’autorità interviene, spesso a sproposito, con sentenze frettolose, provocando nuovi luti, coinvolgendo degli innocenti. Lasciando l’amaro in bocca alla famiglia che voleva vendicarsi perché disarmata dal sangue e la giustizia che voleva non ripagata. Spesso vengono coinvolte persone innocenti, aumentando l’odio tra le famiglie verso altre e verso l’autorità.. Questo esempio della faida serve per fare una considerazione più ampia, l’invidia tra le persone porta all’inimicizia, un inimicizia che circoscritta in un piccolo paese può portare a un conflitto di dimensioni contenute come può essere una faida, ma se legata in contesti più ampi è quella che genera guerre, paure e pregiudizi tra la gente. Spesso le guerre sono nate da un sentimento d’invidia che ha portato inimicizia tra i popoli scatenando una serie di guerre, che logorano la gente e le persone coinvolte, lasciando pesanti pregiudizi e paure nel popolazione innocente che è stata coinvolta. Questo è la base per cui alcuni popoli hanno difficoltà di integrarsi tra di loro. I ricordi di qualche sgarbo coinvolge e segna un intero popolo, producendo pregiudizi e preconcetti che spesso sfociano nel razzismo, dimenticando che un uomo deve essere considerato per i suoi valori, non per la sua razza, cosa che purtroppo è molto frequente. Spesso i media alimentano questi problemi, molte notizie di cronaca nera vengono enfatizzate se compiute da uno straniero, questo contribuisce a far crescere un inimicizia verso un popolo, che spesso sfocia in manifestazioni di razzismo rendendo difficile l’integrazione. Carlo Puggioni

due famiglie disarmate di sangue si schierano a resa e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà si accontenta di cause leggere la guerra del cuore il lamento di un cane abbattuto da un’ombra di passo si soddisfa di brevi agonie sulla strada di casa uno scoppio di sangue un’assenza apparecchiata per cena e a ogni sparo all’intorno si domanda fortuna che ci fanno queste figlie a ricamare a cucire queste macchie di lutto rinunciate all’amore fra di loro si nasconde una speranza smarrita che il nemico la vuole che la vuol restituita e una fretta di mani sorprese a toccare le mani che dev’esserci un modo di vivere senza dolore una corsa degli occhi negli occhi a scoprire che invece è soltanto un riposo del vento un odiare a metà e alla parte che manca si dedica l’autorità che la disamistade si oppone alla nostra sventura questa corsa del tempo a sparigliare destini e fortuna


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MANIFESTO DELL’ANTIPOLITICA documento e provocazione

I

talia sinonimo di furbizia. Di inefficienza. Di ipocrisia. La nostra politica è solo la facciata di un palazzo ricolmo di crepe decrepite. Il nostro parlamento è un fantoccio di false marionette danzanti, tenute sotto scacco da un burattinaio mangiasoldi. Nei meandri romani risiedono, ben nascoste, putrefazioni di vecchi cadaveri che esercitano un ruolo falso e usurpato. Nessun onorevole si sveglia, emergendo dal proprio sarcofago dopo una notte passata a succhiare il sangue dei contribuenti, per il bene del popolo. Le richieste rimangono inascoltate nel silenzio di una cripta politica che trattiene mummie dalle fasce sporche da almeno trent’anni. Le leggi vengono promulgate secondo i criteri personali di questi mille messia satanici.Testi che per l’Italia hanno il sapore di testamenti stantii e marci. Fraudolenti nelle parole. Intossicanti nei diktat. Soffocanti nel costruire un futuro senza basi. Puzza dappertutto. Si sparge da Montecitorio e palazzo Madama coinvolgendo tutta la nazione. Miasmi di palude dove il fango ha ricoperto tutti i cittadini. Putride carogne che votano disegni realizzati da mani assassine, grondanti sangue innocente. Esalazioni mefitiche si propagano dai corpi passeggianti per anditi urlanti vendetta! Destra, sinistra, centro. L’ingiustizia non ha direzione né seggiolino. Le orecchie piene di cerume impediscono a tutti i colori politici di sentire gli assillanti e disperati appelli della cittadinanza affogante in questo

Scintille

Gad Lerner

N

on appartengo alla categoria dei critici o dei letterati ma mi sento ugualmente motivata a commentare questo testo, perché ho avuto la certezza che appartenga a tutti. In questo libro Lerner affronta la vita, la sua vita, senza tentennamenti, senza timore, eroicamente e direi con la fierezza di chi esiste, non perché sia vivo, ma perché sa di esserci. Migrando a ritroso nei luoghi di un passato che gli è sfuggito, lasciandolo privo della chiarezza che va cercando, si sposta affacciandosi sui paesi che hanno dato ai Lerner gioie e dolori. Non cerca radici (come lui stesso sostiene alla presentazione del libro), ma un percorso che lo possa ricondurre a ciò che è stato, affinché si compia il collegamento con ciò che sarà e, da uomo libero qual è, riesce a mio avviso nell’intento. Questo viaggio non sembra appagarlo, né placarlo, ma semplicemente parla a lui da un angolazione che dall’ombra finalmente si fa luce. Il conflitto col padre e la madre, nelle loro diversità che definirei di maniera, si sana nel convincimento che i diversi percorsi delle loro vite non avrebbero potuto fondersi in un unico linguaggio. Gad, questo figlio prodotto da un incontro indotto tra due giovani ebrei, sospesi da una parte nel dolore delle persecuzioni razziali e dall’altra nell’imperturbabilità donata da un Libano ridente, avvicina questi genitori “inconsapevoli” con la forza del suo dolore e dà finalmente senso ad una unione che, senza il suo sforzo, ne parrebbe priva. Un bellissimo gesto di amore filiale, che Gad dona come insegnamento ai suoi figli, realizzando così quel ponte tra passato e futuro che permette alla storia di procedere nel mondo degli onesti, di chi è limpido nell’anima. Stupendo. Questo termine non lo utilizzavo da tantissimo tempo, mi è sfuggito spinto dall’istintivo desiderio di dare una definizione di sintesi perfetta al libro di Gad Lerner: SCINTILLE. Non certo perché mi stupisca delle note capacità dello scrittore giornalista, ma per la meraviglia di leggere, finalmente, un libro così reale. Antonella Maffei

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oceano di poltiglia corrosiva. L’Italia è un cimitero. Sulle tombe dei nostro compatrioti ballano incivili regnanti trasudanti vergognose bugie. Democrazia? Tirannide oligarchica di pochi schifosi governanti. Istruzione? Sigillata per la sottomissione e repressione delle masse. Politica? Pensione garantita per la nullafacenza dei derelitti disonesti. Cercare una soluzione più non vale dentro un sistema così marcio. Tutto riemerge da sciacquoni che non vengono tirati. Tutto ristagna in un fetido acquitrino d’intolleranza, corruzione, scandali e demolizione di una civiltà ormai decaduta. La soluzione? Esiliamo chi si vanta di essere onorevole, deputato, senatore. Portiamoli alla frontiera e liberiamoci della loro puzzolente infamia. Spogliamoli dei loro vestiti elegantemente blasfemi. Abbandoniamoli nella loro vergognosa nudità. E Poi? Armiamoci di picconi, asce, martelli, piccozze. Torce infuocate. Demoliamo i palazzi della depravazione sociale. Distruggiamo i luoghi della perversione politica. Fracassiamo le stanze della vergognosa doppiezza. Solo le macerie devono essere conservate nel ricordo di queste epoche buie e perse nella notte dell’ignoranza politica. Il futuro deve essere affidato nelle mani sapienti di una nuova generazione di affamati divoratori di speranze. Alessandro Frau


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La collana “Omines e feminas de gabbale” Arrivano i libri sui “Grandi sardi”

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on la pubblicazione della monografia su Grazia Dore, l’Alfa editrice di Quartu ha completato la collana “Omines e feminas de gabbale” (Uomini e donne di valore) che comprende 15 volumi dedicati a personaggi illustri della Sardegna: da Amsicora, eroe della resistenza sarda contro i romani nel 215 a.c. a Eleonora d’Arborea; da Sigismondo Arquer, l’intellettuale cagliaritano condannato dall’Inquisizione, perchè sospettato di eresia, e bruciato nel rogo, a Toledo in Spagna, nel 1570, a Giovanni Maria Angioy, il protagonista della rivoluzione antifeudale sarda di fine Settecento; da Gramsci a Lussu: forse i due Sardi che hanno maggiormente caratterizzato il ‘900; da Grazia Deledda a Montanaru, il più grande poeta in lingua sarda; dal villacidrese Giuseppe Dessì, a Francesco Masala, l’indimenticabile autore di “Quelli dalle labbra bianche”; da Giovanni Battista Tuveri, il teorico del federalismo a Egidio Pilia, il primo grande sostenitore dell’Autonomia della Sardegna e a Antonio Simon Mossa, l’architetto algherese studioso delle Minoranze nazionali europee e teorico dell’indipendentismo. Infine a due donne barbaricine: Marianna Bussalai, femminista, antifascista e sardista di Orani e Grazia Dore, poetessa di Olzai, sulle cui liriche Pier Paolo Pasolini espresse giudizi molto lusinghieri. Gli autori dei volumi sono molteplici: oltre a chi scrive queste note, Matteo Porru, Gianfranco Contu, Marcello Tuveri, Tonino Langiu e altri. Sono tutti scritti in Lingua sarda: in Logudorese, Campidanese e anche in Limba sarda comuna, senza traduzione a fronte perché –è scritto in una prefazione- “Ischimus pro esperientzia chi medas bortas cando b’est sa versione in italianu, mescamente pro mandronia, sa tentatzione est de dassare su sardu pro legher solu s’italianu”. Nel recensire la collana Franca Marcialis, docente e scrittrice, ha osservato:”Is librus si podint umperai beni po sa didatica de su sardu in sa scola: funt iscritus po is giovunus de oi in manera chi issus, conoscendu genti de cabali, pozant conosci sa storia sarda, su chi nosu seus stetius, pozant conosci is arrexinis de sa cultura nosta e dda pozant apreziai de prus”. Mentre per il romanziere Vincenzo Mereu, già direttore didattico, la collana ”offre un contributo inestimabile per la riscoperta e la divulgazione della storia, della cultura e della lingua della Sardegna”. Francesco Casula – storico

un artista americano

EDWARD HOPPER MILANO, PALAZZO REALE 14 OTTOBRE 2009 - 31 GENNAIO 2010

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ome aprire l’anno 2010? Visitando la mostra di Hopper che sta per chiudere. E così il 2 gennaio ho varcato la soglia di Palazzo Reale a Milano. Il percorso si snoda nelle sale della reggia, in una sequenza che da retrospettiva si attualizza “sala facendo” fino alla maturità dell’autore. È su questa nota che mi soffermerei, perché ciò che è valso veramente vedere, almeno per me, al di là delle indiscusse opere, è stato il procedere di Hopper in una lenta crescita artistica, la sua introduzione all’apprendimento di un linguaggio grafico, da lui più sentito e di uno pittorico, molto più scolastico, che da incerto e sterile quasi solo figurativo, si trasforma in una eco di mute emozioni. Di fronte ad un’opera famosa immaginiamo spesso che la genialità dell’autore sia nata con lui, quasi mai pensiamo che dietro a quella tela magica con la quale ci confrontiamo intimamente, esista un lavoro di crescita artigianale prima ancora che artistica; questa mostra invece ci permette di pensarlo, dandoci la percezione di come l’acquisizione degli strumenti slacci la possibilità all’espressione. Hopper dice, “Se

potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo”, ma lo scrittore potrebbe dire: “Se potessi rappresentare ciò che provo non lo scriverei” ognuno di noi descrive se stesso utilizzando le proprie conoscenze, sono questi i Ferri del Mestiere, poveri arnesi, che ci rendono creativi e liberi. Dopo Parigi di cui Hopper rappresenta cartoline a lui affettivamente lontane, ma che mettono nelle sue mani la luce dell’ en plein air parigino, ci sorprende una tela importante, che ha solo il sapore di un ricordo francese, Soir Bleu,1914, finalmente, infatti, ci immergiamo nell’animale americano, compaiono le sue figure assenti capitate sulla scena per caso, avrebbe potuto trasportarle su di un’altra tela e non si sarebbero scomposte, ferme, sole. Apologia di un mondo dove tutto appare incomunicabile dove l’unico interlocutore sembra essere l’istante di un quotidiano certo. Hopper coniuga il realismo dell’immagine che rappresenta col surrealismo delle emozioni che suscita. Ecco ora le sale ci chiamano nel crescendo di opere via via più interessanti, Morning Sun, 1952, bellissima inquadratura dove la finestra sembra essere

soglia tra l’anima e il corpo; questa tela viene ripresa nell’allestimento della mostra in una ricostruzione tridimensionale che permette di sostituirsi al personaggio per essere così immortalati da semplici osservatori a protagonisti, un sogno che si realizza, entrare fisicamente nel quadro; la visita meriterebbe anche solo per questa bizzarria. Procedendo, la mostra riserva un’altra magia, gli acquarelli, dove svanisce tutta la rigidità dei primi lavori ad olio di Hopper. Gli acquarelli sobri, leggeri, fluttuanti ci fanno scoprire un intimo vulnerabile dell’autore. Finito il percorso, animato da alcune delle sue tele più famose, una per tutte Second Story Sunlight, 1960, recuperiamo la sala di proiezione del film, dove, in un religioso silenzio reso possibile dalla mancanza dell’audio e da un auditorio intento a leggere i sottotitoli, unico tramite ai contenuti della proiezione, si compie un altro prodigio: ci trasformiamo tutti in possibili personaggi di Hopper, fermi, soli e rapiti in una dimensione surreale. Antonella Maffei


numero 7  

marzo 2010

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