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Roma. La spia dell'imperatore (140 x 215 mm) p. 003

M.C. Scott

ROMA LA SPIA DELL’IMPERATORE

Romanzo


Pr og e t t og r a f i c o: PEPEny mi I nc ope r t i na : f ot oŠS u e C/S hu t t e r s t oc k ; El a bor a z i oneg r a f i c a : PEPEny mi


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PROLOGO

Gerusalemme, sotto il regno dell’imperatore Tiberio Sebastos Abdes Pantera aveva dodici anni ed era quasi un uomo, la notte in cui scoprı` che suo padre era un traditore. Era primavera, la luminosa stagione dei fiori e della Pesach, il tempo delle festivita`, dei sacrifici e delle rivolte. Ogni anno squadre di sacerdoti lavoravano senza requie dall’alba al tramonto, tagliando la gola a migliaia di agnelli nel tempio. Ogni anno le moltitudini di fedeli si riunivano a mangiare quegli agnelli in memoria dell’angelo della morte che era passato sulle loro case per uccidere i primogeniti dell’intero Egitto. Ogni anno il prefetto romano sospendeva le licenze ai suoi legionari e metteva guardie nella calda e arida citta`, piena del caldo e arido orgoglio di un popolo soggiogato. In quelle notti di veglia e pane non lievitato, conquistatori e vinti aspettavano con uguale tensione una scintilla abbastanza rovente da far scoppiare la definitiva e incontenibile rivolta che avrebbe visto le legioni scatenarsi e le strade diventare fiumi di sangue. Questo non era ancora successo. In un orto privato fuori dalle porte della citta`, i rumori delle celebrazioni giungevano vaghi come i tuoni di un temporale lontano. L’aria era gravida del profumo dei mandorli in fiore, dei gigli, delle erbe medicinali e del sangue. Un vento caldo agitava gli alberi strappandone piogge di petali, ma senza spostare di un palmo le nuvole scure che gremivano il cielo. Nascosto nel buio sotto i noccioli, Sebastos udı` avvicinarsi e poi allontanarsi di nuovo i passi del soldato di guardia. Ignoro` gli altri rumori, e si concentro` solo sul leggero fruscio del cuoio e del metallo sul terreno sassoso. Durante il successivo giro della guardia sentı` che uno dei suoi sandali strisciava al suolo piu` dell’altro, e questo gli confermo` che si trattava di suo padre. Il migliore degli uomini; era lui che svolgeva il servizio di ronda, da solo, nelle ombre della notte.


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12 Julius Tiberius Abdes Pantera, decurione della prima ala della prima compagnia di arcieri di stanza in Giudea sotto il comando del prefetto, poteva aver avuto un figlio illegittimo da una schiava gallica ma, illegittimo o no, Sebastos sapeva di essere figlio di un vero soldato. Fin dal giorno in cui aveva mosso i primi passi, suo padre gli aveva insegnato i segreti dell’arte dell’arciere come se fossero nutrimento per l’anima, la solida base di capacita` personali su cui un soldato si misurava per cio` che valeva. La prima di quelle doti era l’assoluta fedelta` al suo comandante: un vero legionario ubbidiva a ogni ordine, subito e senza domande. La seconda dote, derivata dalla prima, era la lucida consapevolezza del suo onore, in base alla quale il soldato doveva essere sempre dignitoso e rispettoso verso se stesso e i suoi doveri. L’onore era tutto. Sebastos viveva con lo scopo di apparire onorevole agli occhi di suo padre, e ormai sapeva in che modo riuscirci. Come gli era stato insegnato, si costrinse a esplorare cio` che gli stava intorno con la punta delle dita, scoprendo al tatto la natura e le dimensioni di ogni oggetto che avrebbe potuto essergli di aiuto o di ostacolo. Nel far questo tenne la mente lontana dalla terribile nuvola sopra la sua testa. Fin dal tramonto essa aveva coperto la luna e le stelle, e continuava a sembrare sul punto di abbattersi su di lui e schiacciarlo. Quel pomeriggio aveva parlato della nuvola a suo padre, prima che questi fosse convocato per andare di guardia alla tomba. Nella confortevole luce del giorno lui gli aveva arruffato i capelli con una risata, commentando che soltanto un vero gallo poteva temere che il cielo gli cadesse sulla testa. Nella voce di suo padre c’era stato un tremito, e Sebastos aveva sperato che fosse orgoglio perche´ il figlio di un arciere alessandrino aveva ereditato tanto dalla barbara tribu` di sua madre, invece di provare vergogna per lo stesso motivo. Piu` tardi, sdraiato al buio nel suo giaciglio e attanagliato dal desiderio che la nuvola se ne andasse, Sebastos aveva capito che quel tremito nella voce non aveva niente a che fare con l’orgoglio, ma soltanto col dolore: suo padre soffriva ancora per la morte della moglie, e lui non aveva pensato di confortarlo. Che genere di ragazzo puo` dimenticare il motivo della soffe-


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13 renza di suo padre? La vergogna per la propria stupidita` lo aveva indotto a scendere dalla branda e incamminarsi su per la collina, aggirando le mura della citta` fino a quell’orto odoroso di fiori, sul cui terreno c’erano ancora le tracce di sangue che portavano alla tomba. Lı`, dove il padre eseguiva i suoi solitari giri di ronda, lui aveva una possibilita` di rimediare al suo errore. Una spina gli tormentava il calcagno sinistro. Una melagrana troppo matura sfiorava la sua spalla destra. A sinistra ciuffi di rosmarino e salvia sprigionavano odori pungenti nell’aria calda. Piu` avanti il sentiero si snodava come un serpente sul pendio della collina. Le nuvole incombevano nel cielo nero, pesanti e minacciose. Suo padre arrivo` al primo filare di mandorli. Il suo scalpiccio fece una breve pausa, prima di risalire il pendio. La luce del fuoco che aveva acceso piu` in alto illumino` per un momento il suo profilo orgoglioso, mentre svoltava in quella direzione. Il ragazzo sorrise. Una fiera gioia scaccio` il timore di quel cielo minaccioso. Rapido e silenzioso come il grande felino maculato da cui prendeva il nome, scivolo` fuori dai cespugli e s’incammino` a passi svelti dietro il padre. « Pantera? » Sebastos s’immobilizzo` di colpo a meta` di un passo, con un piede in aria. Il richiamo era giunto dalla sua sinistra, piu` in basso sul sentiero, a meno di un tiro d’arco da lı`. La voce era quella di una donna, molto simile a quella di sua madre ma priva dell’accento gallico. La mano sinistra di Sebastos trovo` un muro di roccia liscia cui appoggiarsi. Immobile nel mezzo dell’oscurita` piu` profonda trattenne il fiato. Anche suo padre si era fermato, ma – incomprensibilmente – non ordino` il chi va la`. Anzi si porto` due dita alla bocca e fece un breve fischio. Non ci fu nessuna risposta, ma dal basso una torcia risalı` il sentiero, sempre piu` vicina, finche´ alla sua luce apparvero una donna e due uomini. « Julius, ti sono grata. » La donna che sopraggiunse aveva l’eta` che avrebbe avuto la madre di Sebastos se fosse stata viva, ormai non piu` giovane ma con un viso ancora liscio e morbido, e occhi luminosi. Lui ebbe l’impressione che avesse pianto molto, e che fosse di nuovo vicina alle lacrime.


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14 Suo padre non aveva un’espressione triste. Il suo sguardo si era ammorbidito in un modo che lui non vedeva da mesi. « Mariamne. » Avanzando nel pallido circolo di luce Julius Tiberius Pantera aveva pronunciato quel nome col tono che un uomo poteva usare solo con la sua sposa, o con sua figlia, o sua sorella. Alzo` una mano ad accarezzare il viso della donna e poi la riabbasso`, con occhi colmi di tacita premura. L’uomo che reggeva la torcia si fece avanti. La luce illumino` anche l’addome della donna e Sebastos vide che era incinta. Non ce n’era ancora una grande evidenza; doveva essere appena al terzo mese. Solo un ragazzo addestrato fin dall’infanzia a osservare ogni dettaglio di cio` che lo circondava l’avrebbe notato. Suo padre lo sapeva gia`, anche questo gli fu chiaro. Si era fatto indietro, accennando ai tre di precederlo su per il sentiero. La donna esito`, come timorosa di muoversi. « Lui e` ancora vivo? » Aveva una voce dolce e musicale, come le campanelle del tempio. La luce della torcia faceva danzare le ombre delle falene tra quelle dei mandorli in fiore. Suo padre s’inchino` come avrebbe fatto al suo comandante, nella caserma. « Mia signora, lo era quando lo abbiamo portato qui. » « Hai l’acqua e il telo di lino? » « C’e` tutto cio` che mi hai chiesto. » « Guidaci, allora », disse la donna, e schiacciato nel buio contro la roccia Sebastos resto` a guardare mentre suo padre abbandonava vent’anni di fedelta` al suo comandante e a Roma per condurre una donna ebrea e due sconosciuti su per l’orto, alla tomba che avrebbe dovuto sorvegliare da ogni estraneo. Altri erano stati crocifissi per molto meno. Nella lunga giornata appena trascorsa, una dozzina avevano subito la stessa sorte. E nella tomba scavata nella roccia a un’estremita` dell’orto giaceva il corpo di uno di costoro. I tre sconosciuti passarono in fila a poca distanza da Sebastos, che ebbe modo di vederli l’uno dopo l’altro. La donna ora reggeva la torcia, in testa al gruppetto. I due uomini che la seguivano erano diversi tra loro come un giglio d’acqua da un rovo del deserto. Il piu` anziano era un fariseo dai capelli grigi, riconoscibile come tale dall’elegante veste di lino. Camminava con passi autorevoli, ma sul suo viso era scritta un’evidente paura per quello


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15 che stavano facendo. Lui, almeno, si rendeva conto di cio` che rischiava. Il piu` giovane sembrava scolpito nella roccia. Il suo naso aquilino e i lunghi capelli dicevano che proveniva dalla Galilea, dove il governo di Roma non era arrivato, e dove gli uomini si ritenevano piu` nobili dei loro vicini della Giudea, sottomessi a un imperatore che osava definirsi un dio. Se i capelli ne identificavano la provenienza, lo stile della tunica e i lacci intrecciati dei sandali lo etichettavano senza dubbio come uno zelota dei sicarioi, gli assassini ebrei che prendevano nome dagli affilati coltelli ricurvi con cui scannavano gli infedeli e i traditori, ubbidendo con feroce fanatismo agli ordini del loro condottiero. Fedele alla sua missione quel sicarioi aveva gia` ucciso una volta quella notte; la lama curva del suo coltello era sporca di sangue quasi fresco. Mentre costui passava oltre, silenzioso come un serpente, i suoi occhi si guardavano intorno senza nessuna paura, e d’un tratto si fermarono per qualche istante su quelli di Sebastos, o cosı` a lui parve. Col fiato mozzo fu certo che stava per essere ucciso, o da quello sguardo crudele o dal coltello che gli sarebbe piombato addosso inesorabile come il fato. Pallido in viso, fece appello a tutto il suo coraggio per almeno morire con onore, ma quello sguardo passo` oltre, come se fosse normale vedere un ragazzo nascosto lı` nel buio, quella notte, in quell’orto. Il gruppetto era ormai fuori vista quando Sebastos oso` respirare di nuovo e pian piano si mosse su per il sentiero, deciso a seguirli. La notte era diventata qualcosa di completamente diverso per lui. Era andato lı` perche´ temeva che il cielo gli sarebbe caduto sulla testa, ed era successo proprio questo, solo che invece del suo corpo a essere schiacciata era stata la sua anima, e nel suo cuore si era spenta la luce. Cio` che sperava era soltanto che suo padre rimettesse ogni cosa al suo posto, come aveva fatto tanto spesso in passato. « E` ancora vivo. Ora lo porteremo via. Ti dobbiamo piu` che semplice gratitudine. » La donna era uscita dal buio della tomba, mentre in cielo cominciava a spargersi il grigiore dell’alba, e quella fu la notizia che diede allo zelota dei sicarioi, al padre


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16 di Sebastos, all’orto, agli uccelli che si stavano svegliando e all’intero mondo. La stanchezza e il sollievo si mescolavano al liquido bronzo della sua voce. Per un momento, nessuno di loro proferı` parola. Si guardarono, immobili come in una pausa del tempo tra la notte e il giorno. La nuvola si era finalmente spostata, lasciando che le ultime stelle salutassero il sorgere del sole. Il fuoco acceso dalla guardia era sul punto di ridursi a un mucchietto di braci rosse. In quella debole luce il sicarioi zelota tolse da una tasca della tunica una misera borsa di pelle, e aprı` il laccio, lasciando cadere al suolo una breve pioggia d’argento. Dal suo scomodo e freddo posto d’osservazione, Sebastos vide il padre fare un passo indietro, sbalordito e offeso, portando una mano al pugnale. « Tu pensi che il denaro possa comprarmi? Credi questo? » La sua voce prometteva violenza, una gran voglia di lavare l’insulto. Lo zelota parve trucemente lieto di accontentarlo, ma, prima che uno dei due uomini potesse muoversi, la donna si fece avanti, dicendo: « Shimon, non e` questo che deve accadere » e l’uomo cosı` chiamato scrollo` le spalle, poi si chino` a raccogliere dalla polvere il suo insulto. Quando si rialzo`, con l’argento chiuso in pugno, il momento di battersi era passato. La donna rientro` nella tomba, e poco dopo ne uscı` col fariseo dai capelli grigi. Insieme reggevano un fardello che fu passato con infinita cura attraverso il basso ingresso nella roccia. L’odore del sangue era forte. Memore di cio` che gli aveva insegnato sua madre, Sebastos distolse lo sguardo. C’erano uomini che portavano i figli a vedere le esecuzioni, in base al principio che la paura era la migliore insegnante e che solo quella trattenesse i giovani di sangue caldo dal ribellarsi apertamente al pesante tallone di Roma. Quando suo padre era stato sul punto di fare lo stesso, sua madre si era messa davanti alla porta e gliel’aveva proibito. Era stata l’unica volta che lui l’aveva vista infuriarsi. Alta piu` del marito e rossa di capelli, sua madre poteva essere stata una schiava, ma dopo il matrimonio aveva sempre fatto valere la sua opinione di donna libera. Per impedire loro di andare all’esecuzione si era limitata a esclamare una parola – in una lingua che lui non conosceva, forse un nome – e con una for-


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17 za tale che l’aria era parsa tremare, lasciando la casupola in un silenzio stupito. Bianco in viso, suo padre se n’era andato da solo, e per quasi un mese era rimasto a dormire fuori, in caserma. In seguito non aveva piu` cercato di portarlo alle esecuzioni, ma si era assicurato che lui sapesse bene quale morte attendeva chi si ribellava all’autorita` di Roma, e quanto fosse lunga e dolorosa l’agonia, che sulla croce poteva raggiungere anche i tre giorni. « Se le guardie avranno pieta` di te, ti spezzeranno le gambe », gli aveva detto. « Cosı` la morte arrivera` prima, ma la sofferenza sara` grande. » La cosa peggiore di tutte, ovviamente, era pero` la perdita dell’onore, in confronto alla quale la morte in battaglia era poca cosa. Alla fine di quella lezione, affinche´ il figlio capisse meglio che cose simili potevano accadere anche a lui, l’uomo aveva impiegato il resto della sera recitandogli i nomi dei cinquecento giovani ebrei che erano appena stati inchiodati a una lunga fila di croci, dopo la fallita rivolta di Seffori organizzata da Giuda il Galileo e dalla sua armata di zeloti. Quali che fossero le sue intenzioni, suo padre aveva avuto successo nel terrorizzarlo. Nei due anni successivi a quel sanguinoso avvenimento, lui si era spesso svegliato in piena notte coperto di sudore, dopo aver sognato una scena che lo spaventava almeno quanto il pensiero che il cielo gli cadesse addosso. Il padre aveva pero` fallito in un’altra cosa, perche´ lui non aveva mai smesso di vedere il Galileo come un eroe, nonostante tutti i giovani che costui aveva condotto alla morte. Il Galileo era l’eroe di tutti, benche´ ufficialmente fosse il nemico. La sua banda di seguaci aveva continuato a rimpinguarsi con giovani provenienti da ogni zona della Giudea, uniti dall’odio per Roma e il suo governo. Sebastos poteva fare uno sforzo per considerarsi fedele all’imperatore, poteva nutrire in cuor suo il sogno di ottenere un giorno la cittadinanza romana, ma questo non gli impediva d’idolatrare un uomo che con la forza di volonta`, col coraggio e con le armi continuava a opporsi alle legioni da quasi quarant’anni. Nel periodo in cui gli alti sacerdoti sadducei ingrassavano coi regali del prefetto romano e consigliavano al popolo di pagare le


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18 tasse, il Galileo e i suoi zeloti sicarioi avevano rubato le tasse dai forzieri degli esattori di Erode, cacciandoli poi a frustate. Come tutti i bambini che conosceva, anche lui bruciava dal desiderio di diventare un eroe, un giorno o l’altro, e il Galileo era la dimostrazione vivente che cio` poteva accadere, anche se alzava la spada contro la potenza di Roma ed era percio` destinato a fallire. Nel corso degli anni, benche´ le madri usassero quel nome per ammonire i figli contro il cattivo comportamento, il Galileo era cresciuto nella sua stima fino a diventare una specie di Ercole: coraggioso, astuto e onorato, un infaticabile difensore dei poveri. Finche´ non era venuto il giorno, quel mattino, nel quale il Galileo aveva subito proprio la pena che suo padre aveva cosı` vividamente descritto. Sebastos era uno dei pochi che non avevano voluto assistere. Per quanto lo riguardava, lui restava fedele alla promessa fatta a sua madre e non sarebbe andato a vedere una crocifissione. Ma ora scopriva che quel mattino non avrebbe rotto la promessa neppure se ci fosse andato, perche´ il Galileo non era morto sulla croce, ne´ lo era quando la donna e il fariseo lo portarono fuori dalla tomba. Questo avrebbe potuto essere stupefacente, senonche´ c’era il fatto che l’uomo non era rimasto appeso alla croce per tre giorni, come voleva la prassi. All’undicesima ora del supplizio infatti, prima del crepuscolo, il prefetto aveva ordinato che il corpo fosse tolto dalla croce poiche´ altrimenti cio` avrebbe profanato lo shabbat della Pesach che aveva inizio proprio al tramonto. In una citta` cosı` affamata di rivolta era necessario prendere certe precauzioni. Il padre di Sebastos aveva commentato ad alta voce che il Galileo doveva essere malato per essere morto cosı` rapidamente, aggiungendo che comunque era meglio cosı`, e che lui non augurava a nessun uomo una morte lenta. Quella dunque era stata una menzogna, da aggiungere al suo tradimento; Julius Tiberius Pantera aveva appena detto chiaro e tondo alla donna che il Galileo era ancora vivo quando lo avevano portato nella tomba. Che genere di uomo e` uno che dice bugie a suo figlio? Una fredda rabbia aprı` gli occhi di Sebastos, mentre il corpo dell’uomo moribondo veniva portato giu` lungo il sentiero oltre


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19 il suo nascondiglio. Ebbe modo di vedere chiaramente il sangue sul telo in cui era avvolto, il volto tumefatto, le orbite scavate in cui gli occhi conservavano ancora una scintilla di vita. Il sicarioi zelota veniva per ultimo, sorvegliando quella ritirata. Non volto` la testa, ne´ si fermo`, ne´ diede nessun segno di sapere che un ragazzo li stava spiando. Tuttavia, mentre oltrepassavano le ombre tra le quali lui si celava, l’uomo si chino` a raccogliere un sasso. Senza guardare dalla sua parte, lo getto` in aria e cadde con precisione sulla testa di Sebastos. Lui impiego` tutto il resto della mattina per lasciare l’orto, tanta fu la lentezza con cui si mosse. Nessuno lo vide, neppure suo padre, che lo aveva addestrato a notare la presenza di ogni creatura vivente per quanto cauta fosse. Lui era migliore di suo padre: non era gravato dal peso della falsita` e del tradimento. Quella lentezza gli diede il tempo di riportare la pace nel suo cuore sconvolto, e di pensare. Quando rientro` nella casupola in cui vivevano, era giunto a una decisione. Lui aveva dodici anni e, pur non avendo mai ucciso un uomo in battaglia, aveva gia` le capacita` che potevano consentirglielo. Non era alto come sua madre; non aveva preso molto dai grandi guerrieri gallici che uccidevano i romani in battaglia a mani nude, ma era piu` alto della maggior parte dei suoi coetanei e poteva passare per un ragazzo di tre anni piu` grande. In un certo senso era ricco; possedeva gli indumenti che aveva addosso e una nuova cintura che non aveva ancora usato, oltre a una consunta borsa di pelle che gli aveva lasciato sua madre, contenente tre denari d’argento su cui era impressa la testa dell’imperatore Tiberio. Riflette´ sulla possibilita` di portare con se´ il suo arco. Non c’era dubbio che avrebbe potuto rubare piu` cibo di quanto sarebbe riuscito a cacciare, ma era importante che nel recarsi a chiedere lavoro si presentasse armato, cosı` stacco` l’arco dal gancio e raccolse il suo coltello da caccia e le sei frecce, tre delle quali gia` complete di alette. Munito di queste cose: la sua giovane eta`, la sua altezza, il suo addestramento di quasi arciere, le ricche monete d’argento e le armi, lascio` la casa del traditore che era suo padre e s’incammino` verso Alessandria, dove un tempo aveva vissuto. Da bambino era stato felice laggiu`, ma non era quella la ragio-


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20 ne per cui vi tornava. Alessandria era il posto dove aveva conosciuto il pallido filosofo romano introdotto alla corte dell’imperatore. Per ben due anni quell’uomo era venuto a guardarlo mentre lui faceva pratica con l’arco, o scagliava il coltello verso bersagli lontani. Lo aveva visto lottare, e talvolta vincere, contro altri figli bastardi di soldati nei miserabili accampamenti che seguivano le legioni. Aveva osservato la natura solitaria di Sebastos, la sua contrarieta` a adulare chi poteva procacciargli vantaggi e a farsi adulare da quei pochi che lo ammiravano. Soprattutto il filosofo sapeva che lui si era accorto della sua attenzione, e che a sua volta lo studiava. Tra loro era nata una sorta di muta gara: il filosofo andava per i fatti suoi, sempre facendo caso alla sua presenza, e lui cercava nascostamente di seguirlo. In seguito, quando il bambino aveva un’intera giornata libera e poiche´ conosceva ormai ogni attivita` del filosofo poteva seguirlo senza essere visto, l’uomo aveva reso la gara ufficiale e lo pagava in bronzo, o pane, o punte di freccia, a patto che lui sapesse pedinare qualcuno, solitamente un individuo che gli veniva indicato in qualche posto affollato, e poi gli facesse rapporto su cio` che costui aveva fatto. Nei tre anni successivi, quelle manovre erano diventate sempre piu` difficili, perfino piu` pericolose. Sebastos eccelleva in ogni prova e aveva perfezionato la sua conoscenza di se stesso; le ombre erano divenute le sue alleate, il segreto era il sangue che gli scorreva nelle vene, e il filosofo era stato per lui un maestro nel vero senso della parola. Quando suo padre era stato trasferito in Giudea e lui aveva dovuto seguirlo, si era accorto di aver perduto il suo primo amico senza essersi mai reso conto di averne avuto uno. La loro separazione era stata dolorosa. Infine, prima dell’addio, il filosofo lo aveva preso per il mento facendogli alzare il viso e aveva promesso che, se un giorno un ragazzo bruno e attraente armato d’arco avesse voluto diventare un guerriero di Roma, lui gli avrebbe fatto avere una paga e un posto dove vivere, e forse, se avesse saputo rivelarsi utile, la cittadinanza romana.


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21 La cittadinanza: il premio piu` ambito. Durante il lungo e polveroso viaggio verso Alessandria, Sebastos tenne nel cuore il nome del suo potenziale protettore, Lucio Anneo Seneca, che aveva fatto da maestro a un piccolo bastardo solitario.

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Roma. La spia dell'imperatore  

Nerone giunge a Coriallum, sulle rive della Manica, per assistere a una corsa di quadrighe e scegliere la squadra migliore da portare alle a...

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