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ARTICOLO 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”

In occasione della "Festa della Donna", il blog IL GRIDO, oltre a presentare ufficialmente la sua nuova squadra, ha realizzato un evento online volto a ricordare alcune figure femminili che hanno caratterizzato il nostro mondo: RITA LEVI MONTALCINI; MARGARET FULLER; NILDE IOTTI; FRIDA KAHLO.


RITA LEVI MONTALCINI: UNA VITA PER LA SCIENZA Di Gasbarra Rachele

Nata da una famiglia di ebrei molto colta, le insegnarono l’apprezzamento per la ricerca intellettuale. Così, nel 1930 decise di studiare medicina all’Università di Torino. Nella scuola medica di Giuseppe Levi iniziò gli studi sul sistema nervoso. Essendo ebrea si ritrovò a lottare contro le persecuzioni che vi erano in Italia e in tutta Europa e fu costretta ad emigrare in Belgio. Nel 1954, giunge all’isolamento di una frazione nucleoproteica tumorale e all’identificazione di tale sostanza presente nel veleno dei serpenti: una proteina che viene sintetizzata da quasi tutti i tessuti, con cui accertò la molecola proteica tumorale chiarificandone i meccanismi di crescita. Tale ricerca è stata di fondamentale importanza per la comprensione della crescita delle cellule e organi e svolge un ruolo significativo nella comprensione del cancro, di malattie come l’Alzheimer e Parkinson. Grazie a questa ricerca Rita Levi – Montalcini nel 1986 ricevette il Premio Nobel per la medicina. Ha rinunciato per scelta ad un marito e ad una famiglia per dedicarsi completamente alla scienza. L’esperienza di vita di Rita Levi – Montalcini ci fa comprendere come una donna possa con impegno e determinazione realizzare i propri sogni. Grazie alle sue ricerche la scienza ha fatto numerosi passi in avanti soprattutto nello studio del sistema nervoso. Rita Levi – Montalcini era una donna forte che ha combattuto molte avversità ma nonostante tutto è riuscita a imprimere un nome fondamentale nel mondo della medicina, e il suo esempio deve far capire come tutto nella vita sia possibile. La forza non si determina solo in quella meramente fisica, ma anche in quella intellettiva, quella della creatività , nel coraggio. Rita Levi – Montalcini era un insieme perfetto di forza intellettiva e forza di coraggio: l’intelletto l’ha distinta nell’ambito della sua carriera medica, mentre il coraggio l’ha distinta nella lotta contro le persecuzioni. Grazie a lei oggi molte donne sono entrate nel mondo della medicina , della ricerca e della scienza con la speranza che altre ancora seguano il suo esempio e continuino il lavoro svolta da Rita Levi – Montalcini sperando che nella sua scia vi siano ancora numerose scoperte per cambiare la medicina come noi la conosciamo. Lei costituisce un grandissimo esempio per tutte le donne che vogliono realizzarsi nella vita e un giorno lasciare la propria impronta; ma questo è possibile grazie ad uno studio approfondito, ad una fortissima determinazione e grande considerazione delle proprie capacità, se si hanno tutte queste caratteristiche seguite le linee giuda dettate da Rita Levi – Montalcini e sarete padrone della vostra vita e del mondo.


NILDE IOTTI: UNA DONNA IN POLITICA Di Cioeta Angelo

L'articolo 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. «Riscriviamolo»: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”. In pillole: uomini e donne hanno le stesse possibilità di partecipare alla vita politica e sociale del paese. Ma, dal 1861 (anno della costituzione del Regno d'Italia) ad oggi, quante protagoniste rosa abbiamo visto sulla scena politica del Paese? Intendiamoci, nella prima parte di vita dello Stato unitario il voto era consentito solo agli uomini (1919: il Governo Giolitti approva il suffragio universale maschile). Ma, dal secondo dopoguerra le cose cambiano: nel 1946, anno del referendum Monarchia – Repubblica, al voto partecipano anche le donne. Addirittura, all'Assemblea Costituente vengono elette 21 donne: Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio, Angelina Merlin, Bianca Bianchi, Ottavia Penna Buscemi E' una svolta epocale che fa presagire all'inizio di un percorso volto a valorizzare le pari opportunità. Le cose, come ben sappiamo, sono andate un po' diversamente: la Costituzione resiste ma l'applicazione dell'art.3 conosce un percorso lento. Le figure femminili sono nettamente minoritarie rispetto agli uomini. In questo scenario, una donna ha saputo affermarsi: Nilde Iotti. •membro della Commissione dei 75 per la stesura della Costituzione; •dal 1948 al 1999 è membro della Camera dei deputati; •dal 1979 al 1992 è Presidente della Camera dei Deputati : è un primato ancora imbattuto; •nel 1987 il Presidente della Repubblica Cossiga le affida un mandato esplorativo per dar vita ad un Governo. L'esito è negativo, ma per la prima volta una donna si avvicina alla Presidenza del Consiglio; •Fu Presidente della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali costituita il 9 settembre 1992 e vice – presidente della Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa (1996 – 1999). La sua carriera parlamentare termina il 18 novembre 1999, quando le sue dimissioni furono salutate da un lunghissimo applauso. Muore il 4 dicembre 1999. “Se dovessimo considerare la mole di lavoro compiuto dalle casalinghe nel complesso della loro vita, ci troveremmo di fronte a cifre di ore lavorative superiori a quelle delle donne occupate nelle fabbriche e nei campi”.


MARGARET FULLER Di Massotti Piero

Il femminismo è un movimento di rivendicazione per la parità dei diritti economici, civili e politici tra i sessi; in senso più generale, è l’insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica. La lotta per la conquista della parità dei sessi è figlia della rivoluzione francese e risale almeno a tre secoli fa. Nella seconda metà dell’ Ottocento si sviluppò come un movimento di emancipazione per ottenere la parità giuridica, estendendosi dagli Stati Uniti all’Europa. Nel 1843 fu redatto il primo manifesto femminista , da parte di Margaret Fuller, pubblicato come saggio dal titolo “Il grande processo: l’uomo contro gli uomini, la donna contro le donne” all’interno della rivista The dial. E’ la prima donna ad esser diventata giornalista di una grande editore in un tempo in cui il “Culto della vera femminilità” assegnava un ruolo molto preciso alle donne americane, conchiuso nella sfera domestica e improntato all’esaltazione della virtù femminile capace di elevare lo spirito degli uomini. Non ha avuto nemmeno il tempo di scrivere la propria vita, che è durata soltanto quarant’anni; ma è riuscita comunque a scriverla vivendola e testimoniandola con molti fatti concreti, oltre che con lettere, diari, saggi e articoli. Non elabora profonde teorie filosofiche, si limita ad osservare la vita delle donne, a partire dalla propria, ed a trarne le conclusioni con lucidità:le donne avevano il diritto di pensare a sé stesse! Lasciar perdere gli uomini e cercare aiuto nelle proprie simili. Osserva, in un suo viaggio nelle regioni dei grandi laghi la condizione delle donne dei coloni e su quella delle native che vivono più libere e rispettate delle donne bianche. Documentatasi sulla letteratura di viaggio presso la biblioteca di Harvard, anche li è stata la prima donna a frequentare quelle stanze, pubblica il resoconto del viaggio in Summer on the lakes, paragonando la condizione delle donne a quella degli schiavi, mettendo in luce lo stesso meccanismo psicologico di dominio sostenendo per queste il principio dell’ autorealizzazione dei Trascendentalisti. Nel 1848 pubblica il primo testo femminista americano dal titolo Woman in the XIX century, fornendo la base della Convention di Seneca Falls dello stesso anno. Da queste date innumerevoli successi e incarichi come redattrice delle pagine culturali per il New York Tribune, inviata all’estero prima a Londra, poi a Parigi, dove la sua fama precedendola gli consente di incontrare Mazzini, Carlyle, Wordsworth, George Sand, Mickiewicz .In particolare con quest’ultimo e con Mazzini stringe un’amicizia che durerà nel tempo. Nel ’47 arriva a in Italia e poi l’incontro con Roma, fatale sotto molti aspetti. La sua vita ha preso una strada nuova: si sente partecipe, immersa e coinvolta nei fatti del ’48, che portano alla proclamazione della Repubblica Romana. Scrive con regolarità le sue corrispondenze per il New York Tribune, che rappresentano la più bella e approfondita cronaca dei fatti romani. Arriva in Italia solo per testimoniare il clima di grande attesa innescata dall’elezione di Pio IX ma rimane per via di una intensa relazione con Giovanni Angelo Ossoli e del relativo frutto di questa passione. Si ritira prima a L’Aquila e poi a Rieti per far nascere suo figlio in un’abitazione cui oggi è dedicata una lapide in sua memoria. Per via della caduta della Repubblica Romana a causa dell’intervento francese e per paura di


ritorsioni del nuovo governo pontificio nel caso in cui fossero tornati a Roma i tre partono con l’intento di raggiungere gli Stati Uniti, credendo anche di poter pubblicare con maggior tornaconto il manoscritto che Margaret sta scrivendo su tutto ciò. L’imbarcazione sulla quale avevano fatto affidamento per il viaggio s’incaglia all’altezza di fire Island e tutto l’equipaggio viene inghiottito dalle onde, compreso il manoscritto che ad oggi resta e sembra quell’ultimo pensiero Ad oggi è indubbio che il femminismo e la parità dei diritti tra i sessi hanno tratto parte del loro fulcro da donne di questo spessore. Elisabeth Cady Stanton scrisse che lei era stata “la più grande delle donne, non una donna che voleva essere un uomo”.

FRIDA KAHLO Di Mattoccia Gianmarco

“L'angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient'altro che un processo per esistere.” Frida Kahlo fu una delle più straordinarie pittrici della modernità. Nacque nel 1907 a Coyoacàn, il 6 luglio. Fu una pittrice dalla vita quanto mai travagliata. La sua esistenza la mise spesso davanti ad ardue prove di sopravvivenza; era infatti affetta da spina bifida, una malformazione del midollo spinale e fu qualche anno più avanti vittima di un terribile incidente che le comportò numerose e gravi fratture, nonché svariate operazioni ed interventi chirurgici che la segneranno a vita. Fu costretta per anni a riposare immobile nel letto intrappolata nel suo busto di gesso. Trappola fisica che le consentì di liberare la mente e saper vedere nella sua anima, nel profondo dei suoi sogni, terribilmente immersa nella sua drammatica realtà. Iniziò così a leggere e studiare libri sul movimento comunista e a dipingere. Situazione questa che spinse i suoi genitori a regalarle un letto a baldacchino con uno specchio installato, insieme a dei colori cosicché Frida potesse specchiarsi. Fu così che ufficialmente iniziò la sua carriera da pittrice. Per l'intera vita porterà con sé un dolore continuo e lacerante ma nonostante le trentadue operazioni, Frida Kahlo inneggerà alla vita con quella allegria che ha sempre ostentato in pubblico per nascondere invece la tristezza, il dolore, l'angoscia e la sofferenza che manifesterà sempre e comunque nei suoi quadri: un misto di dolore ma anche di forza, quella sola forza capace di reagire anche a situazioni che non hanno rimedio. Frida Kahlo fece propria l'arte messicana, quella indigena, delle masse a cui legò anche l'impegno politico (fu membro della Lega giovanile comunista) sfociato in solidarietà e accoglienza a Lev Trockij quando arrivò in Messico nel 1937. Organizzò addirittura la partenza per il Messico di quattrocento lealisti spagnoli durante il suo soggiorno parigino: il suo impegno terminò dieci giorni prima di morire quando lei quasi inferma, in sedia a rotelle, partecipò alla manifestazione contro la destituzione da parte della CIA del presidente guatemalteco Jacobo Arbenz Guzmàn. Nel '28 conobbe Diego Rivera:lui aveva quarant'anni ed era un artista molto famoso, lei venti di meno. Sapeva che lui era un noto seduttore e il loro primo incontro fu molto particolare. Anche se brutto, grande e grasso (alto un metro e ottanta, nel '31 pesava centocinquanta chili) Rivera conquista moltissime donne e Frida (che era alta un metro e sessanta e pesava quarantanove chili) si separerà da lui solo quando lo seppe amante anche di sua sorella Cristina (alle altre donne si sentì


sempre superiore, ma quando si risposerà Rivera una seconda volta nel '40, pose delle ferree condizioni). Rivera aveva qualcosa di magnetico oltre alla grande personalità e vitalità:era spiritoso, molto disponibile, considerato da tutti un genio, apprezzava le donne dicendo che erano superiori agli uomini perché più sensibili, più belle, più buone. Lei andò a trovarlo mentre dipingeva un affresco, riuscì a farlo scendere dall'impalcatura per mostrargli i suoi quadri e chiederne un parere. Cosa che lui fece prontamente concludendo con un "Hai talento" e da quel giorno praticamente non si lasciarono mai se non nel breve periodo della loro separazione (1935-36). Fu un amore coinvolgente e travolgente fatto di contrasti e affinità elettive. Ebbero una vita tempestosa ma ricca emotivamente e artisticamente, non riuscendo a stare lontano per molto: tutti e due reciprocamente avevano un disperato bisogno dell'altro. Le furono attribuiti molti amanti etero e omo ma lei non se ne curò libera come la sua arte dove non si riconobbe né surrealista né realista come la definiva Rivera: quel che è certo è che fu unica nella sua arte e anche Picasso in una lettera a Rivera disse così: « Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo ». E, se lo diceva Picasso … Nonostante la sua tragica esistenza Frida non si è mai persa d'animo; ha sempre richiamato la vita e la bellezza che essa rivela anche nella sua apparente infelicità e crudeltà. Nelle sue opere numerosi sono gli autoritratti dove si riprende con i suoi distintivi ed oramai noti tratti: le folte sopracciglia, la leggera peluria sul labbro superiore e le scarlatte labbra. Continui invece i richiami alla sua travagliata vita e al suo profondo dolore, come La colonna rotta, in cui Frida si rappresenta, bellissima, imprigionata in fasciature che lasciano scoperti i seni, ma mostrano l'interno del suo corpo, dove al posto della colonna vertebrale, vi raffigura un'antica colonna romana, carica di storia, di peso, di sofferenza, ormai un semplice rudere, come la sua di colonna, che sin dalla nascita non le ha causato altro che problemi. O ancora nell' Henry Ford Hospital, in cui si rappresenta distesa su un lettino di ospedale in una pozza di sangue, per richiamare all'attenzione il suo aborto naturale, per via delle sue complicazioni fisiche postume all'incidente d'infanzia che la segnò per il resto della vita. Ma nonostante non avesse mai potuto avere figli, il suo amore lo donava o ai figli d'altri o agli animali come essa stessa dimostra nei numerosi dipinti in cui si raffigura con le sue adorate scimmie. Ed infine, il suo amore. Il suo grande amore. Diego Rivera. Nel breve periodo di separazione Frida raffigura una delle più belle e struggenti immagini di sé stessa. Le due Frida, dove mostra la Frida dopo l'interruzione della relazione con Rivera e la prima Frida, quella che Rivera conobbe per la prima volta. Le apparenti ferite altro non sono che quelle psichiche prodotte dalle vicende della vita. I visi sono rivolti a chi le sta guardando, sono duri e alteri e sono così fieri di mostrare il dolore: due folte sopracciglia li evidenziano, così come le labbra rosse e la peluria dei baffi che fanno risaltare i lineamenti (particolari che conserverà sempre nei suoi quadri). Così penetrante lo sguardo che è lo spettatore a distogliere il suo. Il cuore trafitto, squartato è la Frida lasciata da Rivera che veste l'abito bianco di foggia europea macchiato di quel sangue che viene trattenuto, chiuso, fermato da una mano che impugna una pinza emostatica. L'altro cuore invece è integro, è la Frida vestita da messicana, quella amata da Rivera, che tiene in mano un piccolo medaglione con Diego bambino. Le due sono sedute sulla stessa panchina si tengono per mano e sono allo stesso tempo legate da un filo-cordone-vena che parte dal cuore sano per arrivare al cuore malato, dolente, trafitto dalla separazione: dietro le spalle delle due donne lo sfondo di un cielo tempestoso carico di brutti presagi. Infatti quando arrivarono i documenti del divorzio il quadro "Le due Frida" era quasi terminato dopo che ci aveva lavorato per circa tre mesi. Così una grande donna, uno straordinario talento, una vita struggente e travagliata, ci lascia uno dei più belli omaggi alla vita stessa, alla sua sopportazione, alla sua profondità. Un insegnamento che sicuramente non muore con l'artista né con la donna, ma che resta impresso vivido nelle menti e nel ricordo di quanti affrontano la vita con dolore e disperazione. Ma sopratutto quel che resta, è il coraggio di una donna straordinaria che ha saputo combattere contro la vita, contro il destino, rispondendo ad essa con la vita stessa. Una delle più belle storie della nostra contemporaneità, esempio ineccepibile per tutte le donne che oggi vivono in condizioni disagiate,


emarginate dalla società e prive di diritti. Un grande esempio da seguire e da ricordare, oggi e per il resto dei nostri giorni. Un augurio sentito a tutte le donne. Tutte, nel mondo.

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