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I’GIORNALINO

NO 9 OTTOBRE 2020

"E poi a un tratto l'amore scoppiò dappertutto" -Fabrizio de André


REDAZIONE 2

Direttrice AURORA GORI (VA)

Redattori

GIULIA AGRESTI (IVB), MARGHERITA ARENA (IVB), MARIANNA CARNIANI (IVB), DIEGO BRASCHI (VA), GIOVANNI CAVALIERI (IIA), ELISA CIABATTI (VB), GIOVANNI GIULIO GORI (IIB), DANIELE GULIZIA (VB), MATILDE MAZZOTTA (VC), RACHELE MONACO (IIB), ALESSANDRA MUCA (VA), ALESSIA ORETI (IVA), PIETRO SANTI (VA), IRENE SPALLETTI (VA)

Fotografi SILVIA BRIZIOLI (caposervizio, VA), MARIA VITTORIA D’ANNUNZIO (IIIB)

Collaboratori MARGHERITA CIACCIARELLI (IIB), MADDALENA GRILLO (VB), ALLEGRA NICCOLI (IIIB), ALESSIA ORETI (IVA), ALICE ORETI (VB) Art Director DANIELE GULIZIA (VB)

Disegnatori REBECCA POGGIALI (VA), FRANCESCA TIRINNANZI (IVB)

Social Media MARGHERITA ARENA (IV B), MARIANNA CARNIANI (IVB)

Ufficio Comunicazioni GIULIA AGRESTI (IVB)

Impaginatori GIULIA AGRESTI (IVB), DIEGO BRASCHI (VA), PIETRO SANTI (VA)

Referenti PROF. CASTELLANA, PROF.SSA TENDUCCI


E L E Z I O N I R A P P R E S E N TA N T I D’ISTITUTO..……………………………….…4 E DI PARLAMENTO…….………………….13 FABRIZIO DE ANDRÉ……………………..14 QUAL È IL FUTURO DELL’UNIVERSO….16 UNIFORME A SCUOLA?..………………..18 UN OROLOGIO PER UN TEMPO CHE NON C’È…………………………..………..20 ALLA SCOPERTA DEL MUGELLO…..….22

INDICE

DIARIO DI SOPRAVVIVENZA PER IL LICEO…………………………………….…..24 ECCO COSA ABBIAMO: UN BEL MUCCHIO DI NIENTE……………………..26 ARIA SOTTILE……..……………………….27 RECENSIONE - IL GIOCATORE…..…….30 RECENSIONE - L’INFERNALE QUINLAN (TOUCH OF EVIL)….………………….……31

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ELEZIONI: RAPPRESENTANTI D’ISTITUTO… A cura di Matilde Mazzotta e Aurora Gori

LISTA RESPONSABILI E CONSAPEVOLI - Eleonora Ristori e Lucrezia Bianchi - Rafforzare il rapporto tra indirizzi - Aumentare le prove di evacuazione - Riattivare la seconda ricreazione con possibilità di uscita in cortile - Garantire un riscaldamento adeguato in tutte le aule - Wi-Fi con libero accesso a tutti gli studenti - Aula studenti, un’aula autogestita dove i ragazzi si possono ritrovare per studiare insieme o dedicarsi alla lettura

Maddalena Grillo, Maria Chiara Leone e Giovanni Braconi - LISTA “PENSIAMO POSITIVO” Ecologia: - Sensibilizzare all’uso dei cestini della raccolta differenziata - Richiedere il posizionamento di alcune griglie per le bici in cortile per poterle introdurre a scuola (promuovendo lo spostamento attraverso mezzi green) - Mascherine riutilizzabili della scuola (?) Comunicazione trasparente: Migliorare la comunicazione di eventi e circolari attraverso i mezzi digitali e creando una pagine Instagram ufficiale - Collaborazione con il giornalino scolastico - Riunione con i rappresentanti di classe almeno 1 volta la mese Tornei online: - Scacchi e Play Emergenza Covid:

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DAD per gli studenti in quarantena cautelativa Riuscire ad organizzare un’assemblea mensile in presenza o a distanza con argomento votato dagli studenti Iniziative:

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Dispenser per gli assorbenti nei bagni delle ragazze (Campagna Sarà Sicura)

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- E visto che pensiamo positivo aggiungiamo anche il punto feste (e Dante Rock), con la speranza di fare qualcosa più avanti.

E adesso conosciamo più da vicino i nostri candidati... Descrivetevi in un paio di righe Sono Eleonora Ristori, ho 17 anni e frequento il quarto anno del liceo artistico. Sono una ragazza molto determinata, solare e socievole. Sono Lucrezia Bianchi, ho 16 anni e frequento il quarto anno del liceo artistico. Sono una ragazza determinata, incisiva e piena di idee. Sono Maddalena e frequento la VB del liceo classico. Sono per il dialogo pacifico, mi piace quando tutti vanno d’accordo e riescono ad essere efficienti, ognuno facendo la sua parte. Non amo le ingiustizie né le discriminazioni e sono determinata a rappresentare ogni studente. Mi sono candidata perché spero di riuscire a fare qualcosa di buono nel concreto per la mia scuola. Sono Maria Chiara e frequento la VB del liceo classico. Mi ritengo una persona attiva e determinata. Lo scorso anno ho trascorso un semestre all’estero immersa in una realtà scolastica e culturale molto diversa e ciò mi ha aiutata ad ampliare i miei orizzonti e a sviluppare un senso critico che spero mi possa essere utile nella gestione della scuola. Sono Giovanni Braconi e frequento la VC del liceo musicale. Mi ritengo una persona intraprendente. Un punto di riferimento per molti, una persona che può dare voce alle richieste degli studenti e che riesce a comunicare in modo pacato ma convincente le sue teorie e quelle degli altri.

Quali sono i punti salienti dei vostri programmi? ELEONORA E LUCREZIA: Cercare di migliorare il rapporto tra i vari indirizzi, far uscire i ragazzi in cortile durante la ricreazione, garantire adeguatamente il riscaldamento degli ambienti e ripristinare la seconda ricreazione. MADDALENA:

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Migliorare organizzazione e comunicazione, dare lo spazio agli studenti per esprimere le loro idee e riflessioni, dare un contributo concreto in favore dell’ambiente e, soprattutto, evidenziare l’importanza della solidarietà tra persone che frequentano uno stesso istituto in un momento così delicato. MARIA CHIARA: L’informazione, la comunicazione e la sensibilizzazione riguardo alle problematiche sociali che toccano noi e la scuola. GIOVANNI: Migliorare la comunicazione fra studenti e scuola e viceversa, il punto green associato alle felpe delle scuola e la possibilità di fare lezione nonostante non si possa essere presenti a scuola.

Secondo il vostro programma qual'è il problema principale dell’Alberti Dante? ELEONORA E LUCREZIA: Il problema principale dell’Alberti Dante è in rapporto tra le due scuole. Vorremmo che ci fosse più collaborazione e coinvolgimento tra tutti gli indirizzi. MADDALENA: Purtroppo, la parte che risulta meno efficiente nella nostra scuola è quella dell’organizzazione. Vogliamo cercare di creare più comunicazione all’interno dei tre indirizzi e delle tre sedi. MARIA CHIARA: Crediamo che il problema principale dell’Alberti-Dante sia anche la disorganizzazione, talvolta causata appunto dalla mancanza di comunicazione fra gli studenti. Per questo l’informazione è uno dei punti fondamentali del nostro programma. GIOVANNI: La comunicazione fra qualsiasi ente scolastico con gli studenti e viceversa.

Pensate sia un problema condiviso da tutti e tre gli indirizzi? ELEONORA: Sì, assolutamente.

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LUCREZIA: Non so se è condiviso da tutti e tre gli indirizzi, ma per mandare avanti la nostra scuola ci vogliono impegno, determinazione e confronto e sicuramente quest’ultimo non può esserci se ogni indirizzo pensa a se stesso. MADDALENA: Devo dire, a malincuore, che sì, si tratta di un problema condiviso. MARIA CHIARA: Sì, essendo un’unica scuola siamo soggetti ad un’unica gestione. GIOVANNI: Si, tutti gli studenti risentono di questa problematica.

Conoscete le problematiche che affliggono gli altri due indirizzi rispetto a quello che frequentate? ELEONORA: No, non conosciamo le problematiche degli altri indirizzi ma è nostro interesse conoscerli. LUCREZIA: Non conosco le problematiche che affliggono gli altri due indirizzi ma faró il possibile, collaborando insieme agli altri rappresentanti, per capire quali sono, e per cercare di risolverle nel miglior modo possibile.

MADDALENA: Sì, conosco le problematiche di tutti e tre gli indirizzi, soprattutto grazie al collettivo dell'Istituto, uno spazio di scambio e di confronto, dove vengono promosse anche numerose iniziative. È fondamentale conoscere ogni problematica dei vari indirizzi ai fini di una rappresentanza efficiente. MARIA CHIARA: Di sicuro ognuno di noi è più cosciente delle problematiche del proprio indirizzo, ma ciò a cui puntiamo è fare in modo che gli studenti si sentano liberi di riferirci i propri disagi come la mancanza di un’aula d’appoggio per i rientri pomeridiani del musicale o della possibilità di scegliere il corso di scultura all’artistico.

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GIOVANNI: Spesso i ragazzi dell'Alberti mi scrivono i problemi che riscontrano a scuola chiedendomi di porli alla Preside e cercare una soluzione. Per i ragazzi del classico è molto più semplice visto che siamo nella stessa sede.

Come ritenete che l'emergenza Covid possa influenzare il vostro obiettivo politico? ELEONORA E LUCREZIA: Di sicuro lo influenza in modo negativo facendo venir meno le iniziative sociali che ci potrebbero essere all’interno dei tre indirizzi.

MADDALENA: Io e gli altri ragazzi della mia lista avevamo in mente diverse iniziative che a causa del Covid non sarà possibile attuare, come le feste della scuola o anche contest musicali aperti a tutti e tre gli indirizzi. Tuttavia le intenzioni iniziali, vale a dire una rappresentanza chiara e pulita, dialogo, confronto e collaborazione, non verranno intaccate, saranno messe al primo posto. MARIA CHIARA: Influenza le nostre vite e di conseguenza i nostri obiettivi. Avevamo in mente molte proposte, come la reintroduzione del Dante rock o i vari tornei sportivi, che non possono essere realizzate. Purtroppo non dipende da noi ma ci impegneremo a portare a termine gli obiettivi realizzabili. GIOVANNI: Purtroppo tutto è un'incognita a causa dell'emergenza covid. Cercheremo di restare al passo con le comunicazioni e di trovare il più velocemente possibile delle soluzioni. In generale, cosa ne pensate dell'emergenza covid? ELEONORA: Personalmente io penso che sia fondamentale collaborare affinché questa situazione finisca al più presto, vero è che ci sta portando via momenti della nostra adolescenza e della nostra vita scolastica che non potremo più riavere. LUCREZIA: Penso che abbia penalizzato tutti noi adolescenti togliendoci l’unica cosa importante per la nostra crescita, ovvero le possibilità di incontro. 8


MADDALENA: È indubbiamente una situazione grave che necessita responsabilità da parte di ognuno di noi. Non bisogna però cedere agli allarmismi esagerati. È fondamentale che ognuno di noi faccia la sua parte nei piccoli gesti quotidiani, che tutti cerchino di rispettarsi reciprocamente e di preoccuparsi non solo della propria incolumità, ma anche di quella altrui. Con solidarietà e buon senso possiamo trovare una via d’uscita. MARIA CHIARA: Credo che di fronte all’evidenza scientifica ci sia poco da dire, il virus c’è, ciò che cambia è la responsabilità con cui ognuno di noi lo affronta. GIOVANNI: Penso che sia un grosso problema. La cosa che più ci può aiutare è rispettare le regole che ci vengono imposte, sia a scuola sia all'esterno. Sfuggire a queste regole ci penalizza e basta. Cosa ne pensate dei decreti promossi dal governo in merito all'emergenza? ELEONORA: Io credo che i decreti per quanto possono risultare severi siano fatti al fine di tutelarci per quanto possibile da questa situazione di emergenza. LUCREZIA: Penso che i decreti promossi dal governo se da una parte sono emanati per gestire la situazione critica di alcuni settori come quello sanitario, dall’altra hanno messo e metteranno in ginocchio migliaia di lavoratori-contribuenti. MADDALENA: Penso che i decreti del governo siano misure spiacevoli, ma necessarie. In linea di massima penso che il governo abbia agito bene. Il problema è che, come al solito, le persone tendono a dimenticare anche i fatti più recenti. Sono convinta che il cambiamento e l’autocontrollo debbano partire dal basso. Per quanto riguarda la scuola non sento di potermi lamentare, infatti è una situazione particolare e difficile da gestire, inoltre ormai sono anni che vengono applicati continui tagli sul sistema scolastico, non possiamo certo attribuire tutte le colpe al governo attuale. MARIA CHIARA: Anche i decreti vengono decisi assieme ad un comitato scientifico che ne valuta pro e contro. Ciò che si può dire però è che la seconda ondata poteva essere prevista e si poteva cercare di studiare una strategia 9


più efficace GIOVANNI: Penso che alcune cose potevano essere evitate, come la chiusura dei teatri, delle palestre, delle piscine, dei ristoranti. Per la scuola credo che siano tutte scelte per evitare di arrivare a fare una didattica come l'anno precedente, anche se forse rimane l'unica soluzione. Detto ciò sono fiducioso nel governo e nelle sue decisioni e sono pronto a rispettarle. Coronavirus a parte, qual è, secondo voi, un altro problema fondamentale che sta coinvolgendo l'Italia in questo periodo storico? ELEONORA E LUCREZIA: La forte ripresa delle organizzazioni criminali: ‘ndrangheta, camorra e mafia. MADDALENA: Un problema fondamentale che sta coinvolgendo l'Italia in questo momento, e che è strettamente legato all'emergenza covid, è l'instabilità economica e l'aumento del divario fra ricchi e poveri. Purtroppo con le restrizioni degli ultimi giorni quelli che ne risentono sono i piccoli artigiani mentre le grandi catene e le multinazionali vengono toccate poco e niente. MARIA CHIARA: A mio parere una cosa che manca agli italiani è l’empatia, ovvero il comprendere le problematiche che non ci toccano in prima persona. Penso sia sempre esistito come problema, ma adesso il virus ci ha resi tutti un po’ più concentrati su di noi e incapaci di comprendere i disagi degli atri. GIOVANNI: Penso che il Coronavirus sia il problema principale e che il resto passi un po' in secondo piano. Forse la poca collaborazione che c'è fra governo ed opposizione in questo periodo. Nel senso che in un periodo dove la collaborazione dovrebbe essere la funzione principale, le critiche (spesso non costruttive) fatte dall'opposizione facciano solo fare grandi passi indietro. Una frase che dovrebbe spronare gli elettori ad eleggervi? ELEONORA E LUCREZIA: Alberti e Dante unione costante! MADDALENA E MARIA CHIARA: 10


L’unione fa la forza! GIOVANNI: Per una buona comunicazione fra studenti e preside e per un progresso interno alla nostra scuola votateci.

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...E DI PARLAMENTO

Abbiamo quest’anno un’unica candidata al Parlamento. Sentiamo cosa ha da dirci! Sono Maria Vittoria D’Annunzio, della classe IIIB del liceo classico. Il mio obiettivo è quello di portare la voce degli studenti in Parlamento. Ritengo che uno dei problemi principali della scuola sia la mancata organizzazione, nonché la poca manutenzione nelle 3 sedi. L’emergenza Covid non va assolutamente presa sotto gamba, cambieranno molte cose, ma dobbiamo imparare ad adattarsi per fare in modo che non diventi un ostacolo, quanto una possibilità di crescita personale e di riflessione. È fondamentale seguire i decreti promossi dal governo, anche se penso che la riapertura di scuole, che implica un grande uso dei mezzi di trasporto, sia stata troppo accelerata. Una problematica che l’Italia sta vivendo e che con l’emergenza Covid è diventato più evidente, è quello che riguarda il Digital divide: mai come oggi, a seguito della pandemia, è risultato chiaro quanto sia profonda la differenza, all’interno di un paese come l’Italia, tra chi può accedere a mezzi tecnologici e chi no.

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Fabrizio De André: poeta, cantante, musicista, e maestro di vita. di Rachele Monaco

In quest’ultimo periodo ho scoperto la magia e l’amore nei testi di questo cantante, e non potevo far a meno che condividere con voi una cosa così bella… Ho notato tra alcuni miei coetanei che De André è un cantante abbastanza snobbato o sottovalutato, visto come obsoleto, vecchio e fuori moda… Quando sento queste parole mi si gela il sangue nelle vene. Dio perdonali perché non sanno cosa si perdono! Siete parecchio fortunati ad avere questo articolo tra le mani, spero non sia inutile, ma che almeno qualche lettore possa dargli una possibilità. Vediamo se riesco ad essere convincente, ok? ;-) La sua biografia è molto interessante, tranquilli, non la riporterò del tipo nacque nel giorno blabla, dai genitori blabla, nel giorno blabla iniziò a fare musica, anche perché sono cose di cui ci interessa il giusto, diciamocelo, e poi vorrei essere più originale di Wikipedia. Saltando inutili particolari andiamo nel 1955, quando da ragazzino, a 15 anni, inizia a cantare in un teatro con la sua band. Ma la sua passione per la musica inizia davvero quando il padre gli porta un vinile di Georges Brassens, autore a cui si ispira. Durante gli anni del liceo inizia a suonare jazz, e si appassiona al genere. Finalmente nel ’60 scrive la sua prima canzone. Firma un contratto con una produzione, e pubblica il suo primo vinile, Nuvole Barocche, E fu la notte. L’università fu particolare per il cantante, tanto che frequenta prima lettere, poi medicina, e poi, quando è quasi giunto alla fine della facoltà di Giurisprudenza, la abbandona: insomma era destino che cantasse. Si sposa giovane, dalla moglie ha anche un figlio, e questo è stato davvero un periodo d’oro per Fabrizio: conosce i maggiori esponenti della canzone italiana, che gli procurano diverse esibizioni mentre lavora con il padre, continuando a scrivere canzoni meravigliose, tra le quali la sua più celebre La canzone di Marinella, che venne interpretata anche da Mina, fatto che risulta essere una svolta per la carriera di De André. Negli anni ’70 conosce Dori Ghezzi, della quale s’innamora e la frequenta tradendo la moglie, che lascerà dopo pochi mesi, e dall’unione con essa nasce una secondogenita. Fabrizio e Dori vengono rapiti, e tenuti in ostaggio per quasi 4 mesi in pessime condizioni. Dopo una carriera di successi, dopo aver visti apprezzati i suoi testi da tutta l’Italia, dopo aver fatto anche parecchi tour e aver scritto libri di poesie e anche un romanzo sulla sua vita, morì nel 1999, a Milano. Oltre a scrivere benissimo e avere una voce davvero bellissima e rilassante, nei suoi testi e nelle interviste noto una mente davvero brillante: è in grado di esprimere tantissimi pensieri e ragionamenti interessanti e originali, riesce sempre a trasmettere a pieno con parole limpide ciò che gli frulla in testa, e nell’animo in modo elegante e incisivo. Io mi sento quasi amica di Fabrizio, per via del suo modo di esprimere ciò che prova, e spesso rimugino giorni interi solo su una sua frase, perché racchiude un mondo nei suoi discorsi e nei testi se letti con occhio attento e profondo. “È sbagliato dimenticarsi del passato in quanto passato, perché è come togliere ad un animale l’istinto e questo vorrebbe dire ucciderlo completamente. Bisogna sapere quali sono le nostre radici, quali sono le ancore che ci legano ad un certo tipo di passato, per poter continuare in 14


maniera giusta e corretta ad affrontare l’avvenire. La fedeltà in fondo che cos’è? non è altro che un grosso prurito con il divieto assoluto di grattarsi” “La politica ti interessa?” chiede una giornalista. “La politica non mi interessa assolutamente e non me ne occupo, però se anche tu non vuoi occuparti di politica è la politica che si occupa di te: ci sei in mezzo” “Una delle più grandi e terrificanti passioni dell’uomo è quella di esercitare il proprio potere. Quando gli manca se la prende con la natura, su cui esercita un’autorità ed un controllo che lo portano a sfigurarla, a distruggerla” Pensieri tutti particolarmente attuali, e ricchi di mille significati, e queste sono solo alcune delle sue risposte alle interviste, quelle che mi danno di più; ciò che mi sorprende è che sono risposte istantanee, non sono testi di canzoni né poesie, sono parole che gli bruciano dentro e che tira fuori con impressionante scioltezza. Ma voglio porvi un ulteriore spunto di riflessione. Come mai un cantante che ha da offrire così tanto è considerato di nicchia, per appassionati, per persone con strani gusti musicali, o peggio ancora, da vecchi? Potrebbe questo, suggerire una superficialità di questa generazione? O magari il bisogno

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QUAL E’ IL FUTURO DELL’UNIVERSO? di Margherita Arena

Qual è il futuro dell’universo? Un quesito a cui l’uomo cerca di rispondere da sempre e a cui ancora non possiamo dare una risposta certa. Ci sarà una fine, ovvero morirà? O vivrà all’infinito? Ad oggi sono state sviluppate varie teorie, le principali sono quella del Big Crunch, quella dell’universo aperto e quella dell’universo stazionario. Prima di esaminare ciascuna di esse cerchiamo di capire la situazione attuale del nostro universo: al momento le galassie si stanno allontanando tra loro, non per il loro movimento in sé, ma per il dilatarsi dello spazio. Per comprendere questo fenomeno, chiamato dell’espansione dell’universo, possiamo pensare di prendere u n palloncino sgonfio e disegnarci sopra due punti, ad una certa distanza tra loro, questi saranno le galassie; poi pensiamo di gonfiare il palloncino, la distanza tra i due punti sarà aumentata non perché essi si sono mossi ma per via dell’aumento della superficie del palloncino. La prima teoria da esaminare è quella del Big Crunch, questa è la più antica ed ormai è stata superata, ma è comunque importante. Il Big Crunch è il nome dato a l fenomeno speculare al Big Bang, infatti circa 13.8 miliardi di anni fa tutta la materia era inizialmente concentrata in uno spazio delle dimissioni di un granello di sabbia e via via ha iniziato ad espandersi con velocità sempre minore (costante di Hubble), da questo si può dedurre che l’espansione rallenti sempre di più nel tempo e che, secondo la forza di gravità attrattiva (legge gravitazionale di Newton), arrivi anche ad invertire la rotta e ad restringersi. Questa teoria è stata scartata a metà degli anni ’90 quando si è scoperto che l’espansione dell’universo è accelerata, al contrario di come si pensava, ovviamente ancora non abbiamo capito quali sono i motivi per cui non rallenta. A questo punto sono state sviluppate altre due teorie: la teoria dell’universo aperto con la quale gli scienziati arrivano alla conclusione che l’universo diventerà gigantesco, buio e freddo, continuando ad espandersi e bruciando tutto il suo combustibile nucleare e quindi arrivando alla cosiddetta morte fredda dell’universo. La terza e ultima teoria è quella dell’universo stazionario, questa consiste nel pensare che mentre l’universo continuerà ad espandersi anche la formazione di materiale cosmico aumenterà rimpiazzando il combustibile nucleare consumato e quindi l’equilibrio complessivo rimarrà inalterato.

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UNIFORME A SCUOLA? di Giulia Agresti

‘Non presentatevi in classe con la gonna perché al prof cade l’occhio’ questo è stato il rimprovero fatto alle ragazze del liceo Socrate a Roma che avevano indossato gonne e pantaloncini corti per andare a scuola. La reazione non si è fatta attendere e le studentesse del penultimo anno si sono messe tutte la minigonna in classe: ‘ci siamo presentate in gonna perché quel messaggio della scuola sull’abbigliamento non poteva passare’ affermano. È ovvio che le studentesse e gli studenti debbano frequentare le lezioni con un abbigliamento decoroso, in segno di rispetto verso l'Istituzione che la scuola rappresenta e verso se stessi, tuttavia è assurdo che la motivazione posta alla base di tale condotta sia un ipotetico voyeurismo da parte dei docenti maschi, soprattutto in un luogo, quale la scuola, atto a educare ai valori morali. Lo scandalo si è diffuso anche sui social attraverso l’hashtag #stopallaviolenzadigenere. Qualcosa di molto simile è successo anche in Canada poco tempo fa: in una scuola a Gatineau, in provincia di Quebec, ritenendo ingiusto e sessista il fatto che esistessero limitazioni per l’abbigliamento delle femmine come il non poter mettere una gonna più alta di dieci centimetri dal ginocchio - e nessuna per quello dei maschi, dei ragazzi hanno cominciato a presentarsi a scuola tutti i mercoledì indossando una gonna corta. ‘Ho spiegato ai professori che il messaggio che vogliamo mandare riguarda la pressione imposta sulle donne e la sessualizzazione dei loro corpi. Queste cose devono cambiare. Si tratta proprio di un movimento che parla alla nostra generazione’ afferma Simon Lefebvre, uno studente della Lucille-Teasdale International School. ‘E’ un movimento che vuole anche attaccare i dress code sessisti e degradanti per coloro che indossano gonne o altri capi non egualitari’ scrive invece su twitter Colin Renaud, uno studente di Villa Maria. Molti hanno risposto sul web chiedendo di istituire un’uniforme in tutte le scuole, per evitare

situazioni come queste. Ma questo rimedio riuscirebbe veramente ad eliminare tutti i problemi o ne creerebbe altri ancora? Certo, creando un’apposito dress code non ci sarebbero casi di pantaloni e gonne troppo corte o di vestiti che lasciano poco all’immaginazione. Inoltre per i genitori sarebbe molto più pratico e veloce comprare gli abiti direttamente a scuola piuttosto che girare per mille negozi in cerca della maglietta adatta. Infine nessuno sarebbe preso in giro per come si veste e tutti gli alunni si sentirebbero parte di un qualcosa. D’altro canto però l’uniforme obbligatoria potrebbe interferire con alcune religioni che richiedono un certo modo di vestirsi, ad esempio se la maglia da indossare fosse a maniche corte e i pantaloni fossero attillati, questi capi creerebbero un disagio a coloro che devono coprire tutto il corpo. I prezzi delle uniformi inoltre sono molto più alti rispetto a quelli degli altri vestiti, in più provocherebbero una doppia spesa: al ragazzo servirebbero sia i vestiti scolastici sia quelli per uscire normalmente. Infine l’obbligo di vestirsi tutti uguali eliminerebbe la possibilità di ognuno di esprimere se stesso, come afferma il comico americano George Carlin: ‘Queste scuole provocano già abbastanza danni facendo pensare tutti questi ragazzi allo stesso modo, adesso devono farli pure sembrare tutti uguali?’.


Studenti al college Nouvelles FrontIeres a Gatineau; fonte: CBC News


UN OROLOGIO PER UN TEMPO CHE NON C’È di Elisa Ciabatti 18


Ormai il mondo che abitavano i nostri bisnonni non esiste più. Sfruttato, modernizzato, ignorato, è stato per troppo tempo reso utile solo per i piccoli comfort quotidiani, quelli che durano il tempo di un pomeriggio di shopping in un grande centro commerciale. Abbiamo adattato un intero pianeta alle esigenze di una società piena di diritti, ma che non ha saputo rispettare i propri doveri. L’unica casa che abbiamo conosciuto, e che forse conosceremo, è ormai messa alle strette, ma non da entità soprannaturali con grandi occhi e carnagione verdognola, ma da noi stessi. L’eccessiva bramosia di “miglioramento” ci sta costringendo a fermarci per guardarsi indietro, per valutare quanto male abbiamo fatto per creare ciò che pensiamo sia stato una meravigliosa evoluzione. Ma chi ci conferma che siamo nella direzione giusta? Forse Hegel ci avrebbe detto che la storia si può sviluppare solo al meglio, ma non siamo più agli inizi del 1800 e forse è il caso di guardare meglio la direzione che stiamo prendendo. Quello che continuiamo a definire “nostro” pianeta ha ormai bisogno del nostro buon senso. Adesso non basta più parlare di ecologia, di biologico e di sprechi, dobbiamo fare qualcosa. Noi della generazione zeta ci siamo ritrovati un mondo che ha bisogno di aiuto e dobbiamo essere pronti ad offrirglielo. Non sarà solo scendendo nelle piazze una mattina di lezione che risolveremo i problemi di un intero pianeta, certo si spera faccia sì che qualcuno da qualche parte si accorga che non viviamo nell’ambientazione bucolica e idilliaca di qualche film della Disney, ma sarà con l’impegno di ognuno e dimostrando a chi ci è intorno cosa è più giusto fare per garantire il rispetto dell’ambiente, che riusciremo ad ottenere qualcosa di concreto; bastano piccole azioni quotidiane, comportamenti abituali che non possiamo più permetterci di ignorare. Oltre ai cartelloni e agli slogan nelle piazze a ricordarlo sta contribuendo anche qualcosa che non potrà essere ignorato facilmente… Si tratta del famoso Climate Clock, un enorme orologio digitale posto sulla parete di un grattacielo a Union Square in occasione dell’avvio della settimana per il clima, in concomitanza della 75esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’orologio ci ricorda che ci restano appena 7 anni, 76 giorni, 15 ore e una manciata di minuti prima che le emissioni di biossido di carbonio arrivino

ad un punto di non ritorno. Lo scorrere del tempo non è mai stato così assordante. L’idea di avere un conto alla rovescia, una fine a qualcosa che consideriamo infinito, un punto per qualcosa di cui non conosciamo l’inizio, ci spaventa, ma ci deve anche mettere davanti alla necessità di trovare soluzioni. Soluzioni concrete, quotidiane, che partano dal singolo, ma che si estendono poi a tutta la comunità. Perché alla fine questo mondo lo viviamo tutti insieme, e anche se l’America, la Cina o la Nuova Zelanda ci possono sembrare lontane alla fine siamo tutti abitanti della stessa Terra e tutti responsabili in egual mondo della vita di essa. E’ ora di riprenderci il tempo che già una volta un virus ci ha portato via, di prendersi cura di ciò che abbiamo prima che esso sia irrecuperabile; dobbiamo sentirci parte di questo pianeta per capire a che livello di criticità siamo, quanto male gli è stato fatto, ma anche quanto bene possiamo adesso fargli. E’ ora di far vedere che non siamo solo la società dell’usa e getta, che ci sappiamo impegnare; è ora di non essere più egoisti, ma di lasciare a chi verrà dopo di noi un Mondo che sia davvero migliore di quello che ci è stato lasciato.

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ALLA SCOPERTA DEL MUGELLO La Villa del Cafaggiolo

di Pietro Santi e La Franca

LA STORIA

Tutte l’oitte1 ‘he veggo la Villa di’ Cafaggiolo, e m’emoziono. Un posto hon millant’2 anni di storia: pare ‘he i’nome sii longobardo! Propietà de’ Medici, la genìa ‘he la stupì i’ mondo, viense  rifatto  a ovo3 da Mihelozzo tra i’ 1428 e i’ 1451 pe’ volontà di ‘Osimo i’ Vecchio. Lorenzo i’ Magnifiho gli vivé qui da giovine e da òmo si dilettava a ragionà’ e fa’ concioni4 di filosofia hon Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e Agnolo Poliziano, miha delle persone uccine5. In piùe gni scrisse ‘hi i’ celebre testo La Nencia da Barberino.

Doppo i’ 1537, Cosimo I la rendé più grande e costruì un “Barco” indó’ arcune bestie esothihe gli pote’ano andà’ giulive6.

Vande7 gli smarimessano a governà’ e’ Lorena, chesti un ci andonno parecchio nella Villa (a vanto8 pare ll’erono bischeri), ma viense usata pe’ i’ servizio di posta.

Co’ i’ Regno d’Italia, e’ principi Borghese decisano di buttà’ giù uno de’ du mastî, véllo di drè’o9, e gli feciano un arco pe’ la cinta muraria. L’utime10 modifihe funno vande Leto e Dario Chini, tra i’ 1886 e i’ 1887, abbellinno le sale co’ stemmi araldici.

Otta c’enno de’ lagori11 osì da fa’ doventà’12 la Villa un Otèlle di lusso e i’ centro europeo di’ gioho di’ polo.

G

LOSSARIO

1 = volte 2 = più di mille 3 = del tu1o/completamente 4 = discorsi 5 = misere, di poco valore 6 = libere 7 = quando 8 = quanto 9 = dietro 10 = ulBme 11 = lavori 12 = diventare


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Foto dell’esterno della Villa, fonte: www.toscanapatrimoniomondiale.it

LA DESCRIZIONE La struttura d’ì castello l’è più o meno quadrata, come ell’era tant’anni fa, quand’ e’ lo costruirno. Egl’ha una torre, di dove si pole intrare, co un orologio in arto. Da prencipio le torre ell’erin dua, ma poi, quand’ e’ tolsano ì fossato (che unn era di certo un gorello, pé Die!), ne buttonno giù una, quella dreto; v’era anche ì ponte levatojo, ma si vede che unn gli andea bene nemmen questo, perché e’ l’hanno levato. E’ corritoi della torre e quelli giro giro ì castello gl’enno arretti da de’ “beccatelli”, quelle cosine a triangolino co gl’archettini tutti bellini e picchinini. Accanto, v’enno delle casettine basse basse tutte attaccate: queste ell’erino le scuderie. Nella parte vicina alla strada, aggrindolato sotto ì tetto, c’è ì famoso osso di balena!

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DIARIO DI SOPRAVVIVENZA PER IL LICEO di Alessia Oreti Il 14 settembre ci siamo risvegliati da un coma durato 6 mesi. Abbiamo, forse a malincuore, lasciato i nostri comodi letti, disattivando la sveglia ad un orario che non ci saremmo mai aspettati di rivedere, abbiamo preso gli zaini in spalla, colmi di libri e di speranze, con un senso di nostalgia dentro. Di nuovo abbiamo fatto il tragitto verso scuola:siamo tornati ad una quasi normale realtà. Potremmo chiamare questo articolo “Diario di sopravvivenza: edizione Covid-19”. Nonostante gli sforzi, per quanto ci piaccia illuderci che non sia così, questo inizio scuola non è stato come tutti gli altri e non possiamo fare finta di niente. Quindi, come possiamo sopravvivere al liceo nell’epoca del Covid-19? Innanzi tutto, facciamo un grande sospiro e buttiamo fuori tutte le ansie. Per quanto all’apparenza non sembri così, gli studenti, seppur con le mascherine, sono sempre studenti e lo stesso vale per docenti e personale scolastico. La vita di un liceale era già complicata prima che tutto ciò arrivasse, ma quest’anno serviranno dei sacrifici in più per stare bene e per fare stare bene gli altri. Non sono complicati, basta solo prenderci la mano giorno dopo giorno. Ed ecco alcuni semplici consigli a tema Covid-19 per inaugurare il Diario di sopravvivenza anche quest’anno: Ore 7.30: I primi studenti iniziano ad arrivare davanti a scuola, rintracciano amici e compagni di classe, si avvicinano, si raggruppano, si abbracciano e stringono. Mi duole dirlo ma è sbagliato. L’affetto e la socializzazione sono quanto di più bello ci possa essere, ma nonostante pensiate di conoscere una persona e tutti i suoi spostamenti, dovremmo aver capito a questo punto che chiunque, anche la persona più vicina a noi, potrebbe essere potenzialmente positiva, asintomatica o meno. Non voglio mettere ansia, far venire le paranoie, ma ad oggi possiamo dimostrare affetto con le parole, possiamo socializzare anche stando lontani, non di molto, solo di un metro. Anche con una mascherina sulla bocca e sul naso rimaniamo noi, ma più sani e più protetti. Pensiamoci prima di rischiare di creare assembramenti, dannosi a noi e agli altri. Ore 8.00: Gli studenti ancora mezzi addormentati, appena sentono la campanella suonare, si dirigono verso il portone d’entrata e come in una processione, iniziano a salire le scale andando verso le classi. Come potete ben immaginare, anche questo è sbagliato! Ogni classe ha un’entrata e un orario di entrata diverso. Se non sapete quale sia, il nostro sito scolastico ci fornisce ogni informazione necessaria. Se vi è stata assegnata un’entrata non fate i furbetti entrando da un’altra, pensando che tanto nessuno vi scoprirà, così facendo rischiamo di mandare all’aria tutto il duro lavoro di organizzazione fatto da altri, che pur sembrandovi banale e sbrigativo, è stato un dispendio di tempo e di forze per tutelare la nostra salute. Cerchiamo di arrivare in classe tenendo sempre la distanza dagli altri, la mascherina e la speranza che così facendo prima o poi potremo tornare alle nostre processioni mattutine da una sola entrata. In classe: Gli studenti entrano in classe, lanciano la mascherina in aria dimenticandosi la sua utilità e iniziano a vagare per la stanza, facendo lo slalom tra i banchi. Be’, ormai siamo diventati molto bravi a capire cosa vada o non vada fatto: proprio così, anche questo è sbagliato! Appena arrivati in classe dovremmo educatamente salutare il professore già in aula, cercare il nostro 22


posto, magari dopo esserci igienizzati le mani con i dispenser che la scuola ci fornisce e finalmente accomodarci. Appena seduti al nostro posto possiamo togliere la mascherina e pensare: “wow, finalmente respiro di nuovo!”. Magari non gettiamola in qualche meandro dimenticato dello zaino, potrebbe tornarci utile in qualsiasi momento. Il cambio d’ora: Quando il professore esce di classe gli studenti rimangono composti al loro banco, chiacchierano mantenendo le distanze. Se qualcuno si alza per sgranchirsi le gambe o per andare a parlare con un altro compagno di classe, si rimette la mascherina che aveva prontamente a portata di mano e senza fare troppo chiasso, i due possono scambiare due parole prima che il professore dell’ora dopo entri in aula. E finalmente possiamo dire di averne trovata una giusta! Questo sarebbe il comportamento adeguato da seguire, non comportarci da cavernicoli, spostando banchi e sedie (che vorrei precisare, andrebbero tenuti lì dove sono), urlando, girando senza mascherina e tirando pacche sulle spalle ai propri amici. L’uscita da scuola: Valgono le stesse regole dell’entrata (se non le ricordi torna su a dare un’occhiata). Ogni piano ha un suo orario. Ogni classe ha una sua uscita. Mascherine che coprono il naso e la bocca e distanza di sicurezza. Poi arrivati a due chilometri da scuola potete fare ciò che volete, ma considerate sempre una cosa: ci lamentiamo tanto di come vengano gestite le cose, di quanto insopportabile sia tenere la mascherina, di quanto vorremmo tornare ad abbracciarci come una volta. Se tutti noi riuscissimo a seguire queste semplici regole, scritte in italiano comprensibile, dette ogni giorno da professori, da genitori, da persone competenti nell’ambito e non, forse in un tempo non troppo lontano potremmo tornare a fare ciò che facevamo ogni giorno, prima che questo virus che ci sta rovinando la vita arrivasse. Ma sta a noi. Ognuno pensi a quello che fa nel suo piccolo, non a quello che fanno gli altri. Non adeguiamoci a ciò di sbagliato che vediamo. Anche noi, singoli personaggi, singole persone, possiamo fare la differenza. Questi sono tutti i consigli che posso dare su come sopravvivere al liceo ai tempi del Covid-19.

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ECCO COSA ABBIAMO: UN BEL MUCCHIO DI NIENTE di Alessia Muça e Diego Braschi

Quante volte abbiamo sentito parlare di “libertà di espressione”, “libertà di pensiero” e “libertà di stampa”? Beh, molto spesso ne abbiamo sentito parlare, e molte altre ne abbiamo frainteso il significato. Per cercare di fare chiarezza su questa “libertà” dovremmo fare un piccolo passo indietro, (forse dovremmo dire un salto molto lungo); arriviamo dunque a parlare delle poleis con regime democratico dell’antica Grecia, qui come ben sappiamo i cittadini di condizione libera potevano esprimere liberamente la loro opinione durante le assemblee che si svolgevano nell’agorà (adesso sembra giusto fare una piccola digressione per specificare quest’aspetto dei “cittadini di condizione libera”, poiché la popolazione delle poleis comprendeva anche un numero elevato di schiavi, donne e meteci→stranieri residenti, che si trovavano in una posizione di inferiorità rispetto ai cittadini liberi, questi infatti oltre alle numerose disuguaglianze, avevano anche il divieto di partecipare alla vita politica, infatti non potevano prendere parte ai dibattiti né alle votazioni, ma solo assistervi). Considerando il nostro mondo occidentale, è proprio in Grecia dove si sviluppa per la prima volta questo concetto. Dunque cos’è questa libertà così agognata e così ostacolata nel corso della storia, tanto che ancora oggi sono davvero pochi gli ambiti nei quali è concessa pienamente (basti pensare alla censura nei giornali: quanti infatti sono a conoscenza della guerra tra Armenia e Azerbaijan nel Nagorno Karabakh? Quanti hanno sentito parlare delle tensioni tra Grecia e Turchia?)? Tornando quindi alla domanda su cosa sia questa libertà, possiamo rispondere più facilmente dicendo quello che non è; quante volte vi sarà capitato di sentire una persona esprime un proprio giudizio errato su un argomento scientifico provato e comprovato negandone l’attendibilità? E quante volte vi sarà capitato di provare a correggere queste affermazioni per poi sentirvi dire la classica frase “questa è la mia opinione, e tu devi accettarla”? Secondo Platone, il pericolo di questa libertà di parola non consiste nel suo essere concesso a tutti, ma nel fatto che sia strettamente connessa con la libertà di fare ciò che si vuole. “La libertà di parola usata per fare ciò che si vuole senza limiti, o per adulare le masse e perseguire un interesse personale, non è un valore quanto una delle maggiori cause di degenerazione delle istituzioni democratiche. Il libero parlare è un valore solo quando ne sappiamo fare un uso critico e coraggioso per “svegliare” le persone, sempre a condizione che loro vogliano smettere di “dormire” e non preferiscano sentirsi dire quello che desiderano” (dice Foucault).

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ARIA SOTTILE

di Irene Spalletti

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Si direbbe quasi che intorno alla parte superiore di quelle grandi cime sia stata tracciata una linea oltre la quale nessun uomo riesce a spingersi. La verità, naturalmente, è che ad altitudini di 7600 metri e oltre gli effetti della bassa pressione atmosferica sul corpo umano sono così intensi che diventa impossibile compiere delle imprese alpinistiche di un certo rilievo e persino le conseguenze di un modesto temporale possono essere letali; che solo le condizioni ideali del tempo e della neve offrono una sia pur minima probabilità di successo e che nell’ultimo tratto della scalata nessuna spedizione è in grado di dettare le sue condizioni... No, non è strano che l’Everest non abbia ceduto ai primi tentativi di conquista; anzi, sarebbe stato molto sorprendente e non poco triste se lo avesse fatto, perché non è questo il volto che ci mostrano le grandi montagne. Forse eravamo diventati un poco arroganti con la nostra nuova tecnica dei ramponi da ghiaccio e degli scarponi di gomma, con la nostra Era della facile conquista meccanica. Avevamo dimenticato che è sempre la montagna ad avere in mano la carta vincente, a concedere il successo solo a suo tempo. E perché mai, altrimenti, l’alpinismo conserverebbe ancora il suo profondo fascino? ERIC SHIPTON, Upon That Mountain (1938) Era l’anno 1852 quando nella località di Dehra Dun, nella sede del Servizio geodetico dell’India, un impiegato fece irruzione nello studio di Andrew Waugh, ispettore generale per l’India, esclamando che un contabile bengalese addetto ai rilevamenti per l’ufficio di Calcutta aveva “scoperto la montagna più alta del mondo”. La montagna in questione, denominata Peak xv, svettava sulla catena montuosa dell’Himalaya, nel regno del Nepal. Prima che il contabile, Radhanath Sikdar, effettuasse i calcoli, nessuno sospettava ci fosse niente di notevole nel Peak xv, essendovi stati effettuati in precedenza rilevamenti poco accurati. Tuttavia, secondo i meticolosi calcoli di Sikdar, la montagna raggiungeva l’altezza di 8840 metri sopra il livello del mare, il punto più elevato del pianeta. Nel 1865, nove anni dopo la conferma dei calcoli di Sikdar, Waugh assegnò al Peak xv il nome di monte Everest, in onore di sir George Everest, suo predecessore in quella carica. In realtà, i tibetani che vivevano a nord della montagna l’avevano già battezzata Chomolungma, che tradotto significa “Dea madre del mondo”, mentre i nepalesi che vivevano a sud chiamavano la vetta Sagarmatha, cioè “Dea del cielo”. Waugh però ignorò quelle denominazioni e il nome che rimase definitivamente in uso fu Everest. Dopo che fu appurato che l’Everest era la montagna più alta del mondo, essa fu definita “terzo polo”, poiché dopo che l’esploratore americano Robert Peary aveva sostenuto nel 1909 di aver raggiunto il Polo Nord e Roald Amundsen aveva guidato una spedizione norvegese al Polo Sud nel 1911, l’Everest divenne l’oggetto più desiderato nel regno dell’esplorazione terrestre. Come proclamò Gunther O. Dyhrenfurth, influente alpinista e cronista dei primi tentativi di scalata dell’Himalaya, raggiungere la vetta era “un’impresa umana a livello universale, una causa di fronte alla quale è impossibile tirarsi indietro, quali che siano le perdite che può esigere”. Quelle perdite, in effetti, non furono insignificanti. Dopo la scoperta di Sikdar del 1852, sarebbero stati necessari gli sforzi di quindici spedizioni e 101 anni, oltre alla vita di ventiquattro uomini, prima che la cima dell’Everest fosse finalmente raggiunta. L’Everest, che delimita il confine tra Nepal e Tibet, svettando oltre 3650 metri più in alto delle valli che ne circondano la base, appare come una piramide a tre lati di ghiaccio scintillante e roccia scura e striata. Fra gli alpinisti e i conoscitori di forme geologiche, esso non è 26


ritenuto una vetta particolarmente attraente; è troppo tozzo nelle proporzioni, troppo largo di raggio, sbozzato in modo troppo rozzo. Ma ciò che manca in fatto di grazia architettonica è compensato dall’assoluta imponenza della massa. Le prime otto spedizioni sull’Everest erano inglesi, e tentarono tutte di scalare la montagna dal versante settentrionale, quello tibetano, in quanto nel 1921 il governo del Tibet aprì finalmente i confini del paese, mentre il Nepal continuò a restare risolutamente chiuso. I primi alpinisti erano costretti a percorrere a piedi circa 650 chilometri da Darjeeling, attraversando l’altopiano Tibetano, per giungere ai piedi della montagna. Essi avevano una conoscenza molto scarsa degli effetti dell’altitudine. Gli esseri umani non sono fatti per poter funzionare alla quota di crociera di un 747; arrivati in cima al Colle Sud, sella montuosa posta a un’altitudine di 7906 metri, il corpo inizia letteralmente a morire, non a caso si chiama la “zona della morte”. La bassa pressione può causare edema polmonari, come cerebrali, dai quali si può sperare di salvarsi solo con una rapida discesa ad un’altitudine più bassa. Dal punto di vista medico, inoltre, arrivare in cima all’Everest è soprattutto un problema di ossigeno, e della sua mancanza; per avere buone probabilità di arrivare in vetta, bisogna preparare i propri corpi all’aria rarefatta. Di tutto questo i primi scalatori non erano a conoscenza, tuttavia, nel 1924 uno dei membri della terza spedizione inglese, Edward Felix Norton, raggiunse l’altezza di oltre 8570 metri, appena 300 metri sotto la vetta, prima di essere sconfitto dalla stanchezza e dalla cecità causata dalla neve. Fu un’impresa straordinaria, che probabilmente non fu superata da nessuno per ventinove anni. Non ve ne è la certezza, in quanto quattro giorni dopo la scalata di Norton, altri due membri della squadra inglese, George Leigh Mallory, il cui nome è legato all’Everest in modo indistricabile, e Andrew Irvine, partirono per raggiungere la vetta. Mentre essi avanzavano verso la cima dell’Everest, un alone di nebbia avvolse la parte superiore della piramide, impedendo ai compagni di seguire i due scalatori. Alle 12:50 la nebbia si diradò per un attimo e un loro compagno, Noel Odell, intravide per un istante Mallory e Irvine prossimi a raggiungere la cima. Tuttavia, quella sera i due scalatori non tornarono alla tenda e nessuno li rivide mai più. È impossibile giudicare se essi avessero raggiunto la vetta prima di essere inghiottiti dalla montagna, ma in mancanza di prove tangibili, la loro vittoria non è stata riconosciuta.

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IL GIOCATORE di Giovanni Cavalieri

Il Giocatore è un romanzo del 1866 scritto da Fëdor Dostoevskij. Aleksej Ivànovic è un giovane precettore presso una stravagante famiglia che vive a Roulettemburg, una fittizia città della Germania nota per il suo casinò. Aleksej è follemente innamorato di Polina, figliastra di un vecchio generale, ma la donna non sembra ricambiare il suo sentimento. Per attirare l’attenzione della fanciulla, Aleksej è solito giocare e vincere denaro per Polina, avendo lei bisogno di soldi per la famiglia. Il generale, infatti, deve molti soldi al marchese De Grieux, un astuto francese, e l’unica speranza per la famiglia è la morte della baboulinka (termine russo per “nonnina”) Antonida Vasil’evna, che possiede l’intera eredità. Aleksej si trova così coinvolto nel vortice del gioco d’azzardo, per aiutare la ragazza amata. Diventa una vera e propria ossessione, che lo porta alla perdizione: solo un messaggio di Polina, che fugge in Svizzera dopo varie vicissitudini familiari, potrà dargli un’occasione per riscattarsi. Considerato uno dei capolavori della letteratura russa, Il Giocatore è un’analisi del gioco d’azzardo, che può portare alla rovina anche il giocatore più fortunato o l’individuo più onesto. Persino la matriarca Vasil’evna, una donna di apparente levatura morale, finisce per praticare con fervore il gioco d’azzardo, per poi perdere tutta la sua fortuna. Non a caso, Dostoevskij scrisse il romanzo proprio per pagare i debiti di gioco, da cui lui stesso era dipendente. Un altro tema, anche se secondario, trattato nel libro, è il rapporto tra i vari paesi europei e gli archetipi che i vari personaggi rispecchiano: per esempio, Mr. Astley ricalca la figura del timido e cortese gentiluomo inglese, mentre De Grieux rappresenta il francese meschino e manipolatore di cui nessuno si fida. Nonostante il gioco d’azzardo possa portare alla perdizione, la figura di Aleksej dimostra che ci si può liberare dalla sventura del gioco motivati da un desiderio ben più elevato del vincere alla roulette. Ciò che Aleksej desiderava veramente era l’amore per Polina; è proprio il desiderio della donna amata che ha condotto Aleksej nel vortice funesto del gioco d’azzardo. Tuttavia, questa stessa passione che ha portato il protagonista nel turbine del gioco, si rivela alla fine l’unica speranza di Aleksej di redimersi.

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L’INFERNALE QUINLAN (TOUCH OF EVIL) di Giovanni G. Gori

“L’infernale Quinlan” è un film del 1958 scritto, diretto e interpretato da Orson Welles. TRAMA Il film inizia con uno dei più famosi, se non addirittura il più famoso, piano sequenza della storia del cinema: si vede una bomba che viene piazzata da un individuo misterioso dentro una macchina, dove poi salgono un uomo e una donna, molto più giovane di lui (una spogliarellista). La macchina con il suo contenuto di morte si sposta poi nella folla e in particolare vicino a due sposi in luna di miele: Miguel “Mike” Vargas (Charlton Heston) e sua moglie Susan (Janet Leigh). Vargas è un poliziotto messicano ed ha fatto arrestare il capo della famiglia Grandi, che gestisce un imponente traffico di stupefacenti. I due sposi hanno appena attraversato il confine tra il Messico e gli USA quando la macchina dietro di loro salta in aria, uccidendo le persone al suo interno. A risolvere il caso viene chiamato il capitano Hank Quinlan (Orson Welles) poliziotto vecchio stampo e autoritario, che si fida del suo “intuito” e che si scontra ripetutamente con Vargas poiché hanno modi diversi di vedere il concetto di “aiutare la giustizia”: se Quinlan è convinto che si debba usare la violenza (e, come poi si vedrà, l’inganno), Vargas è dell’idea che “Il poliziotto deve far rispettare la legge innanzitutto e la legge protegge sia il colpevole che l’innocente”. Nel frattempo Susan riceve minacce da Joe Grandi (Akim Tamiroff), fratello del capo che Vargas ha fatto arrestare…. (NON CONTINUO PER EVITARE SPOILER) COMMENTO Il film è un caposaldo della storia del cinema e rappresenta il ritorno di Welles a Hollywood dopo anni lontano perché in perenne contrasto con gli Studios. Welles interpreta magistralmente questa incarnazione del male sotto forma di poliziotto, con aspetti ambivalenti che sfociano in tragedia, ma anche gli altri interpreti non sono da meno: in modo particolare spicca il personaggio dell’ambigua chiromante Tanya, superbamente interpretata da una Marlene Dietrich in stato di grazia. La fotografia in bianco e nero accentua i contrasti, dando una marcia in più ad un film già di per sé avvolto da un’atmosfera sinistra e suggestiva. Interessante è anche la storia dietro a questo magnifico film: prima che il film uscisse nelle sale la Universal tagliò alcune scene, ne fece girare di nuove a un altro regista (!) e modificò il primo montaggio. Nel 1976 il film fu rieditato con nuove scene ripristinate e infine nel 1998 venne ricostruito il montaggio originale di Welles (secondo le indicazioni da lui scritte in una lettera a Heston), che contiene molte inquadrature diverse dalle edizioni precedenti e tale edizione, distribuita dalla Universal in Dvd nel 2003, rende finalmente “L’infernale Quinlan” il film che Orson Welles aveva progettato.

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NO. 9 Ottobre 2020  

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