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NO 17 MAGGIO 2021

I’GIORNALINO


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REDAZIONE

Direttrice AURORA GORI (VA)

Redattori

GIULIA AGRESTI (IVB), MARGHERITA ARENA (IVB), FILIPPO BELLOCCHI (IIIB), GIORGIA BERRETTINI (IB), GEMMA BERTI (IIIB), NICCOLÒ BETTINI (IIIB), GIULIA BOLOGNESE (IIIA), EMANUELE IPPOLITO BOZZO (IA), DIEGO BRASCHI (VA), ELENA CASATI (IIIB), GIOVANNI CAVALIERI (IIA), ELISA CIABATTI (VB), FILIPPO DEL CORONA (IIIB), GIOVANNI GIULIO GORI (IIB), DANIELE GULIZIA (VB), MATILDE MAZZOTTA (VC), RACHELE MONACO (IIB), ALESSIA MUÇA (VA), ALLEGRA NICCOLI (IIIB), ALESSIA ORETI (IVA), FRANCESCA ORITI (IVB), SARRIE PATOZI (IVB), PIETRO SANTI (VA), IRENE SPALLETTI (VA)

Fotografi SILVIA BRIZIOLI (caposervizio, VA), MARIA VITTORIA D’ANNUNZIO (IIIB)

Collaboratori MARGHERITA CIACCIARELLI (IIB), MADDALENA GRILLO (VB), ALLEGRA NICCOLI (IIIB), ALESSIA ORETI (IVA), ALICE ORETI (VB) Art Director DANIELE GULIZIA (VB)

Disegnatori GREGORIO BITOSSI (IVA), VIOLA FANFANI (IVA), FABIOLA MANNUCCI (IVA), CATERINA MEGLI (IVA), SILVIA MONNO (IVA), REBECCA POGGIALI (VA), ERICA SETTESOLDI (IVA), FRANCESCA TIRINNANZI (IVB)

Social Media MARGHERITA ARENA (IV B), MARIANNA CARNIANI (IVB), MARTA SUPPA (IVA)

Ufficio Comunicazioni GIULIA AGRESTI (IVB)

Impaginatori GIULIA AGRESTI (IVB), DIEGO BRASCHI (VA), PIETRO SANTI (VA)

Collaboratore esterno GIULIA PROVVEDI

Referenti PROF. CASTELLANA, PROF.SSA TENDUCCI


ARIA SOTTILE………………………………………………..4 IL SEXWORK PUÒ ESSERE CONSIDERATO UN VERO LAVORO?……………………………………………………..6 POLITICALLY CORRECT……………..…………………….7 MEGA UTILE………………………………………………….8 INTERVISTA A PIETRO BARTOLO………………………10 ESPLORANDO L’ITALIA………………..…………….……12 GIRAMONDO 2.0……………………………….…….…….13 L’ANGOLO DEL POETA..………………………………….14 RANGO……………………………………………………….15

INDICE

IL VIAGGIO DI EINAR……………………………………..16

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ARIA SOTTILE

di Irene Spalletti 4


11 MAGGIO L'11 maggio, alle 4.43, Hall chiamò il campo base via radio dicendo di essere sulla cima sud a 8.749 m. Disse inoltre che Harris aveva raggiunto lui e Hansen, ma che quest'ultimo "se n'era andato" mentre non sapeva dove fosse Harris. Hall riferì inoltre di non riuscire a inalare l'ossigeno delle bombole in quanto il suo erogatore era ghiacciato. Verso le 9 riuscì ad aggiustare la sua maschera dell'ossigeno ma il principio di congelamento che la notte all'addiaccio gli aveva procurato alle mani e ai piedi gli impediva di scendere sfruttando le corde fisse. Più tardi quel pomeriggio chiese al Campo Base di chiamare sua moglie Jan Arnold collegando il telefono satellitare alla radio. Durante la loro ultima conversazione Hall rassicurò la moglie dicendole: «Ti amo. Dormi bene, tesoro. Ti prego, non preoccuparti troppo». Poco dopo, morì. Il suo corpo venne trovato il 23 maggio dagli alpinisti della spedizione della IMAX, ma fu lasciato lì su richiesta della moglie che disse che lui si trovava "dove avrebbe voluto essere". I corpi di Doug Hansen e di Andy Harris non sono mai stati trovati. Sempre l'11 maggio Stuart Hutchison, un cliente della Adventures Consultant che il 10 maggio aveva rinunciato a raggiungere la cima, tentò una nuova spedizione di salvataggio alla ricerca di Weathers e Namba, con quattro sherpa. Quando li trovò erano entrambi vivi, ma rispondevano a mala pena e presentavano pesanti segni di congelamento. Hutchison non sapeva cosa fare e chiese consiglio a Lhakpa Chhiri Sherpa scalatore, che suggerì a Hutchison di lasciare Beck e Yasuko dov'erano. Di ritorno al campo seguì una riunione nella tenda di Groom: Stuart Hutchison, John Taske, Jon Krakauer e Mike Groom discussero che cosa fare e decisero "di lasciarli dove erano", convinti che non si potesse fare più niente per loro. Tuttavia e contro ogni aspettativa, quello stesso giorno, Weathers riprese i sensi e si incamminò da solo verso il campo. Il suo arrivo sorprese tutti, dal momento che lo ritenevano già morto. Data la sua grave ipotermia e i gravi segni di congelamento alle mani e al volto gli venne somministrato ossigeno, una fiala di cortisone e fu scaldato, mettendolo in due sacchi a pelo, da solo nella tenda di Fisher. Durante la notte la sua tenda collassò per il vento e lui, incapace di rimetterla in piedi, passò un'altra notte all'addiaccio in balia del vento di alta quota. La mattina del 12 maggio gli altri scalatori, credendolo morto durante la notte, si prepararono a scendere senza di lui, ma Krakauer scoprì che era ancora vivo. Nonostante le sue precarie condizioni, riuscì a scendere, aiutato da scalatori appartenenti a varie spedizioni, fino al Campo 2, dove fu portato via in elicottero. Incredibilmente sopravvisse, anche se gli dovettero amputare, per via del congelamento, il naso, le dita della mano sinistra e tutto l'avambraccio destro. Fischer e Gau, infine, vennero localizzati dagli sherpa durante la giornata dell'11 maggio. Le condizioni di Fischer, tuttavia, erano talmente gravi che gli sherpa poterono somministragli solo cure palliative prima di salvare Gau. Sempre durante la stessa giornata ci fu un nuovo tentativo di salvataggio da parte di Bukreev, che trovò tuttavia il corpo di Fischer già congelato. David Breashears della Imax, appena seppe la notizia che avevano finito le bombole di ossigeno, mise subito la sua scorta di 50 bombole di ossigeno a disposizione. David Breashears, Ed Viesturs, le guide Pete Athans e Jim Williams della Alpine, si mossero subito verso il campo 4, e aiutarono i superstiti a scendere al campo 2. Otto furono le vittime dell’improvvisa tempesta avvenuta tra il 10 e l’11 maggio: Robb Hall, organizzatore e prima guida dell’Adventure Consultans; Andy “Harold” Harris, guida, Adventure Consultans; Doug Hansen, cliente, Adventure Consultans; Yasuko Namba, cliente, Adventure Consultans; Scott Fisher, capo e guida della Mountain Madness; Tsewang Samanla, polizia di confine indo-tibetana; Naik Dorje Morup, polizia di confine indo-tibetana; Tsewang Paljor, polizia di confine indo-tibetana. 5


IL SEXWORK PUÒ ESSERE CONSIDERATO UN VERO LAVORO? di Sarrie Patozi “Prostituirsi non sia mai una scelta libera”. Queste sono le parole della Corte di Appello di Bari pronunciate nel giugno del 2019. La sentenza affonda radici nella Legge Merlin, promulgata il 20 febbraio del 1958, sollevando una questione di legittimità costituzionale e individuale. Per la Corte attualmente esistono due tipi di prostituzione: quella “coattiva” e quella “per bisogno”; tale scelta “di offrire prestazioni sessuali verso corrispettivo”, secondo la sentenza, “costituirebbe una forma di estrinsecazione della libertà di autodeterminazione sessuale, garantita dall'art. 2 della Costituzione quale diritto inviolabile della persona umana." La Legge Merlin, denominata tale dalla senatrice che la promosse Lina Merlin, abolì quelle che a suo tempo erano chiamate “case chiuse” e dispose una serie di provvedimenti nei confronti dello sfruttamento sessuale. Queste sanzioni però sono rivolte esclusivamente alle persone che mettono a disposizione locali adibiti a tali prestazioni, non a chi vi lavora o a chi vi si reca. Come asserisce Giorgia Serughetti, ricercatrice di sociologia presso l'Università Bicocca, questa legge si è rivelata funzionale “per il tempo in cui è nata, ma siccome tende a rappresentare la donna principalmente come la parte debole nell’ambito della prostituzione sembra entrare in contraddizione con alcuni fenomeni contemporanei come ad esempio le escort”. Continua poi “per questo da anni si discute di legalizzazione della prostituzione volontaria e per questo è stata avanzata questa questione di costituzionalità. Io penso che sia possibile l’esistenza di una prostituzione volontaria, ma ovviamente la questione della depenalizzazione del favoreggiamento deve considerare anche eventuali effetti a cascata che possono danneggiare le persone in situazione di sfruttamento”. Se tuttavia si considera il lavoro nel mondo del sesso libera iniziativa, bisogna appellarsi anche all’art. 41 della Costituzione italiana secondo cui “l'iniziativa economica privata è libera” purché non danneggi altri. Considerando il sexwork, quando lo sia, scelta autonoma e libera da parte di chi la esercita essa si svolge nel pieno della legalità: né infatti nuoce coloro che non sono interessati, né abusa della libertà. Bisogna poi tenere a mente che tale mansione, come del resto tutte le altre, nasce secondo il classico ed elementare rapporto domanda/offerta: esisterebbero davvero le sexworkers se non ci fossero persone interessate? C’è quindi la necessità di intraprendere un discorso di depenalizzazione delle attività legate alla prostituzione e una proposta politica legislativa atta a tutelare chiunque dall’abuso di questa pratica. Riaprire le case di tolleranza non risolve il delicato dibattito che si sta creando attorno all’argomento: esso, semplicemente, cela pro-decoro e pro-ordine pubblico una questione sociale da affrontare. 6


POLITICALLY CORRECT di Giulia Agresti S e c o n d o l ’ E n c i c l o p e d i a Tr e c c a n i , l’espressione angloamericana politically c o r re c t v i e n e d e f i n i t a c o m e ‘ u n orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona’. L’idea di cambiare parole considerate offensive per alcune categorie nasce negli Usa nella prima metà del 1900: i generi di musica più popolari, Hillbilly (‘capra di montagna’ in riferimento a montanari poco raffinati) e Race music (musica della razza’), irrispettose nei confronti di tutti gli hillbillies che si erano sacrificati nella Seconda Guerra Mondiale e nei confronti degli Africani Americani, furono cambiate in Country and western e Rhythm and blues. Presto il politically correct, promosso da pensatori francesi quali Foucault o Derrida, si diffuse in tutti i paesi anglofoni diventando la bandiera della sinistra radicale e di tutte le minoranze. A ciò si affiancarono subito le ridicolizzazioni da parte della destra inglese che stampò dei veri e propri libri con nuovi vocaboli da usare: al posto di ‘fat’ (‘grasso’) ‘horizontally challenged’ (‘diversamente orizzontale’), al posto di ‘short’ (‘basso’) ‘vertically challenged’ (‘diversamente verticale’). Dobbiamo alla teoria del politicamente corretto l’abolizione di vari termini offensivi, quali ‘negro’ per indicare le persone di colore, ‘beduino’ per le persone

rozze ed ‘ebreo’ per le persone tirchie. Oltre a ciò in nome della political correctness sono stati apposti cambiamenti nell’ambito dell’orientamento sessuale: a ‘gay’, termine generale che indicava con disprezzo tutta la comunità LGBTQ+, si sono affiancate espressioni precise per diversificare ogni tipo di orientamento sessuale; e in quello economico: i paesi ‘del terzo mondo’ sono ora denominati ‘in via di sviluppo’. Sebbene l’ideologia di fondo del politically correct possa essere apprezzabile e condivisibile, al giorno d’oggi questa espressione ha assunto uno scopo totalmente diverso da quello per cui è nata. Le nuove denominazioni attribuite alle minoranze infatti spesso sono viste come segni di un’ipocrisia linguistica dietro la quale si cela più che altro il disinteresse della società. Per di più alcune espressioni vengono rifiutate da parte dei diretti interessati in quando adottate senza che essi fossero prima interpellati. Inoltre oggigiorno con la scusa del politicamente corretto numerose testate giornalistiche o fonti mediatiche tendono a servirsi di eufemismi per nascondere verità sgradevoli. Si preferisce dunque ‘danni collaterali’ a ‘stragi civili’, ‘neutralizzare il nemico’ a ‘uccisione di massa’ e ‘guerra preventiva’ a ‘aggressione militare’. Infine, viene spesso portato agli estremi quando invece non servirebbe, ad esempio a gennaio del 2021 il Democratico Emanuel Cleaver ha finito la sua preghiera con ‘Amen and Awomen’ in nome della parità dei sessi, ignorando che la parola ‘Amen’ deriva dal verbo aramaico ‘aman’ che significa ‘essere fermo e stabile’ e quindi non è minimamente collegato al genere. 7


MEGA UTILE di Gemma Berti, Allegra Niccoli, Elena Casati, Giulia Bolognese e Maria Vittoria D’Annunzio Vi state chiedendo a cosa serva ciò che studiate e ancora non siete riusciti a darvi una risposta? Non sapete che cosa fare dopo il liceo? Non vi preoccupate! Siamo cinque ragazze pronte ad aiutarvi! Ogni mese intervistiamo degli ex-studenti del Dante o dell’Alberti, che, con le loro risposte, potranno aiutarvi a porre fine ai vostri interrogativi. Per questo mese abbiamo intervistato Niccolò Magazzini, un ragazzo di 22 anni che ha frequentato il Liceo Musicale Dante. “Ciao Niccolò, di che cosa ti occupi adesso?” “Continuo a portare avanti la mia passione: la musica. In particolare, lavoro cercando di crearmi un futuro da batterista, progetto molto complicato e delicato, per il modo in cui viene vissuta l’arte della società di oggi. Insomma, sto inseguendo un sogno piuttosto instabile, poiché sarebbe più semplice diplomarsi al Conservatorio, per poi cercare un’occupazione nella scuola pubblica, ma il mio obiettivo è un altro: insegnare, come già sto facendo, e soprattutto suonare con altri artisti.” “Adesso dunque sei un insegnante?” “Sì, insegno, da quando ero in quarta liceo, in delle scuole di musica comunali private a Montespertoli, San Casciano in Val di Pesa e la scuola Lizard al Galluzzo.” “Riguardo ai progetti con altri artisti invece?” “Il discorso è un po’ più complesso e probabilmente deve ancora concretizzarsi nella mia vita. Ho però già fatto un’esperienza importante, collaborando come musicista al Jova Beach Party. Facendo parte dell’orchestra di percussioni di stampo brasiliano del senese Bãndao, ho suonato per il Rockin’ 1000, supergruppo di musicisti volontari, dove ho incontrato il bassista di Jovanotti. Insomma, grazie ad un serie di incontri casuali ho poi potuto suonare per Jovanotti!” “Come ti sei trovato al liceo?” “Ad ora, gli anni del liceo restano i più belli della mia vita, con un 8


particolare riferimento alla prima. Il liceo è impegnativo ma, essendo stato occupato in diversi i progetti, non gli ho mai dedicato tutte le mie energie. Resto tutt’oggi particolarmente affezionato all’ambiente: noi ragazzi del musicale eravamo tutti molto uniti, poiché il nostro indirizzo era stato inserito solo da qualche anno all’interno dell’Istituto quando ho iniziato il liceo. Io, in particolare, ero molto legato ai miei compagni di classe e ai ragazzi più grandi di me di un anno, insomma, ho avuto due classi! Per quanto riguarda i professori, tra alti e bassi c’è chi un segno positivo me lo ha lasciato. Con uno di loro in particolare, io e dei miei compagni abbiamo creato l’orchestra di percussioni Pulsar, che ho diretto per diversi anni; proprio questa posizione mi faceva sentire sulla pelle la fiducia che riponevano in me molte persone, tra studenti e insegnanti, all’interno della scuola ed ha fatto emergere una parte di me, probabilmente la migliore, che neanche conoscevo e della quale ora vado molto fiero.” “Hai qualche ricordo che più di tutti ti lega al Dante?” “La cosa che meglio ricordo è l’atmosfera ‘frizzante’ che si creava nelle settimane che precedevano una festa, era come se fosse finalmente arrivato il momento della resa dei conti. Però non potrò mai dimenticare tutti i pomeriggi passati in piazza a trascorrere il tempo con gli amici giocando, chiacchierando e divertendosi…” “Rifaresti il Dante?” “Sì, assolutamente. Mi piacerebbe molto rivivere quegli splendidi anni!” “Hai qualche consiglio da dare ai ragazzi che quest’anno si trovano a scegliere che cosa fare dopo il liceo?” “Sicuramente per chi vuole proseguire con la musica, essendo questo un ambiente estremamente complicato, la decisione e la sicurezza devono essere tante. L’indecisione in questo ambito procura, purtroppo, solo molta frustrazione.”

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INTERVISTA A PIETRO BARTOLO di Francesca Oriti Giovedì 22 aprile la redazione de I’Giornalino è stata invitata ad un incontro con l’europarlamentare del Partito Democratico Pietro Bartolo. L’argomento centrale dell’incontro è stata l’immigrazione, in particolare l’esperienza del dottor Bartolo a Lampedusa e la visita di una delegazione europea in Croazia in merito alla violenza subita dai migranti sulla rotta balcanica. Più che una rigida intervista, è stato un monologo a cuore aperto che ci ha trascinati in una realtà di grande dolore impossibile da ignorare non solo in quanto saremo i politici di domani, ma anche e soprattutto in quanto esseri umani. “ Per parlare di qualsiasi altra esperienza di rotte migratorie parto sempre da ciò che ho visto e vissuto a Lampedusa perché é la realtà che conosco meglio e che mi ha lasciato un segno profondissimo. Quando ho iniziato a fare il medico a Lampedusa ho capito subito che le persone in arrivo sull’isola, dopo aver sofferto il dolore della guerra o la fame nella loro patria, non hanno bisogno solo di assistenza sanitaria, ma soprattutto di raccontare la loro storia. Rimangono impresse nella memoria i racconti di donne che si sono estraniate dal loro corpo, più di una volta infatti mi sono aspettato di sentirmi raccontare le violenze perpetrate dai trafficanti di esseri umani come il più grave tormento del viaggio, invece spesso mi è stato detto che come meccanismo di difesa si trasforma il corpo in qualcosa di esterno a sé perché altrimenti il dolore sarebbe insostenibile. Si tende troppo spesso a ridurre i migranti a numeri, a percentuali, ma ogni essere umano porta dentro di sé una dignità che nessuno dovrebbe avere il diritto di annullare. Dopo anni di servizio sull’isola in cui sono nato più volte mi sono detto che avrei lasciato perdere tutto, che mi sarei allontanato da un tale orrore, non riuscivo più a reggere il record di ispezioni cadaveriche di fronte a cui mi trovavo tutti i giorni. Sono rari i casi in cui si può davvero fare qualcosa, la maggior parte delle volte purtroppo ciò che resta è dichiarare la morte di uomini, donne e bambini. E’ un’azione tremenda, ma è anche il più grande atto di rispetto che si possa offrire a queste persone di cui altrimenti non rimarrebbe alcun ricordo. Ho sofferto enormemente quando mi sono trovato ad esaminare il corpo di un bambino che non solo non era sopravvissuto a un viaggio che gli avrebbe dovuto dare un futuro, ma che era stato chiuso in un sacco della spazzatura. Dopo aver visto un’atrocità del genere sono tornato a casa in lacrime, ho vomitato e ho deciso che non sarei più tornato laggiù per finire l’esame, ma poi arrivò mia moglie a spiegarmi, o meglio a ricordarmi, l’importanza del mio doloroso compito. Certe cose non si dimenticano mai, si può solo sperare che vengano controbilanciate da storie di speranza, come quella di una bambina arrivata da sola, che mise da parte la paura e la stanchezza del viaggio per ritrovare a tutti i costi la madre partita per l’Europa tanto tempo prima. Quando mi raccontò la sua storia mi misi subito in contatto con conoscenze in Italia e in Europa e in pochi giorni rintracciammo la mamma, ma prima di poterla finalmente incontrare passarono mesi e mesi: ci fu infatti un processo burocratico lunghissimo e davvero ridicolo di fronte alla sofferenza di queste due 10


giovani donne. Tuttavia alla fine madre e figlia si sono riabbracciate e ancora oggi sono in contatto telefonico con loro, la bambina non ha mai smesso di chiamarmi papà. Questa è la più grande soddisfazione del mio lavoro. Infatti, sebbene nella vostra città qualcuno abbia proposto di rappresentarmi come un superuomo e sebbene io abbia percorso il tappeto rosso di Hollywood, non sono un eroe, sono solo un uomo che fa il suo lavoro e che ha tentennamenti come tutti gli altri, ma alla fine della giornata capisce che ha un compito che non può essere ignorato o tralasciato. Ho percepito questa responsabilità con forza maggiore nel momento in cui sono stato eletto al Parlamento Europeo. Dovete sapere che purtroppo l’Europa finanzia l’esternalizzazione delle frontiere, infatti usa per difendere i confini le truppe di Frontex, che dovrebbero essere funzionali esclusivamente nella lotta contro il terrorismo. Sono noti a tutti inoltre i rapporti con la Guardia Costiera libica, che viene regolarmente avvertita affinché intervenga per riportare indietro le imbarcazioni che tentano di raggiungere l’Europa. Tuttavia io ed altri delegati appartenenti ai partiti europei di sinistra abbiamo deciso di recarci nei Balcani per rappresentare un’Europa che è interessata ad accertarsi che non si perpetrino violenze ai suoi confini. Per analizzare la situazione attuale nei paesi balcanici è necessario chiarire un importantissimo passaggio legislativo e non trascurare nessun anello della rotta balcanica. Dovete sapere che in base alla Convenzione di Ginevra del 1951 un migrante non può essere respinto verso un Paese in cui la propria vita o libertà potrebbero essere seriamente minacciate. Purtroppo però le autorità italiane hanno mostrato disobbedienza totale verso tale principio, infatti hanno spesso rimandato indietro i migranti arrivati dalla Slovenia a Trieste, che costituisce l’ultima tappa del viaggio. Prima di arrivare a Trieste tuttavia i migranti attraversano i Paesi balcanici, dove seppur non vengono rimandati indietro, subiscono violenze che vanno contro il diritto di ogni uomo e di ogni donna alla salute e alla sicurezza. La regione teatro di simili atrocità è quella di Una-Sana, tra Bosnia e Croazia ed è lì che ci siamo recati all’inizio di quest’anno. Quando ci siamo avvicinati ai campi nascosti nella foresta di Bonja le guardie croate si sono schierate come a combattere in un corpo a corpo pur di non farci vedere nulla. Hanno opposto resistenza a noi in quanto autorità europee, dichiarando il falso, come ad esempio che non fossero stati avvertiti del nostro arrivo, atto gravissimo a cui è seguito un atteggiamento alquanto ambiguo da parte di varie autorità diplomatiche. Dunque abbiamo potuto osservare ciò che sta succedendo solo da un altipiano che dà una buona visuale sulla foresta e ciò che abbiamo visto mi ha segnato profondamente. Tra i boschi si trova il campo di Lipa che, quando ci siamo recati lì, si trovava sotto una tormenta di neve. Con una simile bufera tra le tende si poteva distinguere una fila di uomini e donne in fila a piedi nudi davanti a una tenda dove al massimo avrebbero ricevuto un pezzo di pane. Quando la neve smetteva di cadere non erano pochi i cadaveri che si scorgevano di fronte alle tende circostanti. Abbiamo chiesto immediatamente ragione di una situazione del genere, ma perfino le istituzioni europee se ne sono lavate le mani, rispondendoci che le richieste d’asilo non vengono accettate in quanto si tratta di migranti economici. Tale distinzione, tra chi scappa dalla guerra e chi scappa dalla fame, è assolutamente inumana, specialmente se pensiamo che spesso noi italiani siamo stati classificati come migranti economici nei paesi del Nord Europa e in America, ma siamo andati ad arricchire quei paesi stimolando l’apparato industriale. Questa è una delle dimostrazioni di quanto sia inutile e controproducente incentrare il dibattito politico sull’immigrazione, quando invece dovremmo riflettere ad esempio sull’emigrazione. Gli immigrati anzi migliorano la nostra società che ha bisogno di elementi giovani in quanto l’Italia sta diventando sempre più vecchia, sia per il calo demografico che per il fenomeno dei cervelli in fuga. E quando politicanti di turno che non capiscono il senso della Politica con la P maiuscola, che è di servizio alla comunità, diffondono voci e false dicerie sui migranti ricordate che la pelle non è altro che un vestito, ciò che dobbiamo tenere presente di ciascun essere umano è la sua dignità. 11


ESPLORANDO L’ITALIA

NOLI di Sofia Vadalà Noli in provincia di Savona, in Liguria, conta 2614 abitanti ed è collocata sulla Riviera di Ponente che dà sul mare. Risale addirittura all’epoca romana, divenendo base bizantina successivamente assediata e distrutta da parte dei Longobardi, una popolazione di origine germanica. Per via della vicinanza al mare a seguito della disgregazione dell’impero carolingio, dopo essere stata nuovamente presa d’assalto, divenne una città marinara con un’importante flotta navale che le permise di prendere parte alla Prima Crociata (che terminò con la conquista di Gerusalemme nel 1099). Nel corso della sua storia si trovò a combattere contro grandi città, come Pisa, per la supremazia sul Mar Tirreno e si schierò dalla parte della Lega Lombarda durante il periodo di lotta per le investiture. Nel centro storico di Noli possiamo trovare la Cattedrale di San Pietro e l’Oratorio di Sant’Anna, antichi e stupendi edifici ad oggi visitabili. Cioè che più può attirare un italiano a visitare questa città è la vicinanza al mare: la città infatti è collocata all’interno di una insenatura, meta quindi vicina e perfetta per trascorrere delle vacanze in totale relax sulla spiaggia ligure.

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GIRAMONDO 2.0

BRUGGE di Giorgia Berrettini Brugge (Bruges in francese) è una piccola città nel cuore delle Fiandre costruita su canali che portano al mare e che ne hanno fatto uno dei porti mercantili più importanti del Medioevo. Non a caso Brugge è chiamata la Venezia del Nord. Patrimonio mondiale dell’Umanità, la città ha mantenuto il suo sapore antico con pittoreschi vicoli fatti di ciottoli, case variopinte e incantevoli canali. A Brugge si gira a piedi o in bicicletta ma non dimenticate di fare un giro in barca! Prendendo una delle tante piccole imbarcazioni che attendono i turisti nei diversi punti di attracco è possibile ammirare i luoghi più particolari della città da una prospettiva diversa o raggiungere il laghetto dell’amore o degli innamorati dove nuotano i grandi cigni bianchi, simbolo della città. La piazza del Mercato (Markt) è il centro di Brugge, circondata da splendidi edifici dallo stile inconfondibile, è dominata dalla Torre Civica alta 83 metri dalla cui sommità si gode di un panorama mozzafiato. Proprio dietro l’angolo, si apre la Piazza del Burg attorniata da maestosi palazzi. Qui si trova la bella Basilica del Sacro Cuore, dalla particolare architettura: si tratta di una struttura composta da due chiese sovrapposte, una benedettina in stile romanico e l’altra in stile neogotico che custodisce una reliquia sacra contenente, si dice, il sangue di Cristo. Entrare nel grande e silenzioso cortile del Beghinaggio con i suoi alti alberi, dà ai visitatori una straordinaria sensazione di pace. Qui in passato le beghine, donne non sposate o vedove, vivevano in castità e preghiera. Oggi è un convento di suore Benedettine. Nel Museo Groeninge sono conservati tanti importantissimi dipinti di pittori primitivi fiamminghi, la più significativa espressione dell’arte belga; si possono anche ammirare alcune suggestive vedute dell’antica Brugge. Nella chiesa di Nostra Signora di Brugge si trova la Madonna con bambino di Michelangelo, una splendida scultura in marmo bianco che i ricchi mercanti fiamminghi gli commissionarono nel corso di uno dei loro viaggi a Firenze. Brugge è nota come la città del cioccolato. Praline, cioccolatini di ogni forma e colore fanno bella mostra di sé nei tanti piccoli negozi del centro della città. C’è perfino un museo che ne racconta la storia dalle piantagioni alla sua trasformazione e nel quale è possibile gustare ottimo cioccolato! Non si può lasciare Brugge senza aver acquistato uno dei deliziosi merletti che ancora oggi vengono realizzati da bravissimi artigiani su antichi telai. Sono un bellissimo ricordo di questa piccola città fiabesca! 13


Angolo del poeta "Bella situazione (chi me l'ha fatto far") di Giovanni Gori

"Bella situazione, non c'è che dire! Certo peggio non poteva proprio andar, Mi chiedo quando mai dovrà finire E soprattutto chi me l'ha fatto far! Naturalmente ammetto che ho sbagliato, benché non ami doverlo confessar, ma chi me lo fa far non mi ha spiegato Non mi ha spiegato chi me l'ha fatto far. Messa ora la faccenda su due piedi, È certo che è una rottura per me, Di certo son sicuro, ora tu vedi, Vorrei vedere fosse capitato a te. Finisco ora, il discorso è completato, Mi spiace tanto se vi ho dovuto annoiar. Mi chiedo se mi abbiate sopportato O se pensate "Chi me l'ha fatto far?"

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di Giovanni Gori “Rango” è un film d’animazione del 2011 diretto da Gore Verbinski. TRAMA Un camaleonte in crisi d’identità si ritrova, per un bizzarro incidente, nel deserto, dove impera il caldo e la siccità. Un anziano armadillo gli spiega che se cerca l’acqua deve andare fino a Polvere, una città dall’ambientazione tipicamente Western. Arrivato lì, il protagonista incontra un’iguana del deserto di nome Borlotta (chiamata così da suo padre, amante dei fagioli borlotti), che gli spiega che l’acqua manca da molto tempo e che sospetta che qualcuno butti l’acqua nel deserto. Il nuovo arrivato giunge nel Saloon, dove, di fronte agli abitanti che gli chiedono chi egli sia , si crea una sua identità: Rango, temerario pistolero del Far West! RECENSIONE E’ difficile parlare di “Rango” come un semplice capolavoro: è un film dalle infinite sfumature! Perché tutti noi, con le nostre insicurezze, le nostre piccole debolezze della vita, desideriamo avere il nostro momento di gloria e la consapevolezza di essere qualcuno ed è allora che la storia della lucertola alla ricerca della sua identità diventa la storia di ognuno di noi, desideroso di conoscere il suo vero io e di scoprire (ma anche di crearsi) il proprio posto nel mondo. E proprio questo fa di “Rango” uno dei massimi capisaldi del cinema d’animazione di tutti i tempi. CURIOSITA’: In originale la voce di Rango è di Johnny Depp PREMI OSCAR VINTI: Miglior film d’animazione 15


Il viaggio di Einar di Giovanni Cavalieri

Il mare era tranquillo, quasi piatto, e le nuvole all’orizzonte si erano schiarite. I lunghi remi della nave muovevano i flutti, facendo avanzare l’imbarcazione in mezzo al freddo Mare del Nord. La vela, rossa come le rose in primavera, gonfia per il vento, spingeva ulteriormente la nave. In cima all’albero stava uno stendardo raffigurante un corvo bianco su campo nero che, sospinto dal vento, si muoveva in modo sinuoso. La prua aveva la forma di un serpente, con ai lati due scudi rotondi. Mentre la maggior parte degli uomini remava, altri narravano tra loro le storie di dei ed eroi. Dalla poppa della nave Einar osservava gli altri uomini, mentre muoveva il timone, più simile a un remo che a un timone vero e proprio. Lo muoveva con le sue mani grandi e forti. Il vento gli scompigliava i lunghi capelli biondi; alla vita teneva una cintura in pelle d’orso, con infoderata una spada di media taglia, con una guardia corta e il pomo a cinque lobi, tipico delle spade vichinghe; sopra la tunica di lana, portava una cotta di maglia che lo copriva dalle spalle alle ginocchia. Mentre muoveva il timone scrutava all’orizzonte alla ricerca di qualcosa: non scrutava solo il mare, ma anche i volti dei suoi compagni, segnati dalle intemperie e da giorni di navigazione. Alcuni remavano con il volto a terra o nascosto da elmi possenti e lunghe barbe, alcune simili a vecchie pellicce, altre rosse come il fuoco che ardeva di notte nelle case, tenendo al caldo coloro che vi abitavano. Tra questi, alto e solenne, vide un uomo: era alto, quasi un quarto dell’albero maestro a cui era appoggiato; sopra una tunica di tessuto portava una corazza di pelle a scaglie, simili a quelle di un drago; sulle spalle portava un’ascia barbuta dal lungo manico e uno scudo circolare e alla vita teneva una spada lunga dal pomo a tre lobi; sopra l’armatura in pelle una folta pelliccia di lupo lo teneva caldo, protetto dalla morsa del gelo; l’uomo aveva una mascella prorompente e un naso piatto, lineamenti duri che però nascondevano un’indole gentile e generosa; aveva lunghi capelli castani con qualche ciocca grigia che rivelava un’età avanzata; aveva occhi profondi, grigi come il mare in cui la loro nave stava navigando da giorni. Einar riconobbe quell’uomo: era Tryggvi, figlio di Arne. Aveva quasi cinquant’anni, ma ne dimostrava sessanta, ed era ammirato da tutti: era forte e coraggioso, ma anche saggio e generoso; proveniva dalle Götaland, nel sud della Svezia, e questa era ormai la sua decima scorreria: già vent’anni prima aveva partecipato ad altre razzie in terra inglese, depredando villaggi e abbazie, ed aveva ucciso molti soldati tra i Sassoni e i Franchi; aveva più volte dimostrato il proprio valore, acquisendo il soprannome di 16


“Brynjor”, la corazza; c’era chi lo paragonava a Thor, il dio del tuono, che munito della sua forza e del suo martello, Mjöllnir, aveva più volte protetto i nove mondi dalla minaccia degli Jotunn, i Giganti di Ghiaccio. C’è chi diceva infatti, che Tryggvi discendesse lui stesso da Thor, ma l’uomo non aveva bisogno di essere ritenuto figlio di qualche divinità per ricevere altra ammirazione. Per lui era sufficiente essere se stesso, un semplice uomo delle Götaland che combatteva e badava alla sua famiglia. E forse era proprio la sua umiltà uno degli aspetti che lo rendeva ammirevole davanti agli occhi della gente. Einar continuava a muovere il timone con la stessa monotonia che affliggeva da giorni lui e il resto dell’equipaggio a bordo del Drakkar. D’un tratto, Tryggvi si spostò dall’albero maestro su cui si teneva appoggiato in piedi, e si diresse verso Einar. «Tutto bene Einar?» chiese l’uomo con tono calmo. «Sì, certo!» rispose Einar, tutt’altro che tranquillo. «C’è qualcosa che non va? Tremi come una foglia!» notò l’uomo. E in effetti c’era qualcosa che non andava: il viaggio aveva reso Einar stanco, e stufo di vedere nient’altro che quella distesa d’acqua su cui stavano navigando da giorni. Ma era anche triste per aver lasciato i propri cari. «Tremo perché non sopporto più questo maledetto freddo...» rispose seccamente Einar. «...oltre ai gabbiani che starnazzano nel cielo, gli spruzzi d’acqua e le onde che ti fanno ballonzolare dappertutto e che ti fanno venire il voltastomaco!». C’era malumore nelle parole del giovane, un umore che lo divorava dall’interno, rendendolo diverso dal giovane spensierato che era prima di lasciare le Götaland, affascinato dall’idea di andare per mare alla ricerca di nuove terre. Sul suo volto, prima liscio e glabro come quello di un bambino, era cresciuta una barba ispida simile a un nido d’uccelli. I suoi occhi erano continuamente coperti dalle lunghe ciocche di capelli mossi dal vento. «Che Thor abbia pietà di noi!» Pregò, afferrando nella mano destra il ciondolo che portava al collo, con la forma di Mjöllnir, il martello del dio del tuono forgiato dai Nani. «Thor avrà sicuramente pietà di noi, conducendo la nostra nave a destinazione...ma non Njörd, signore dei mari e delle tempeste, che sembra volerci allontanare dalla meta tanto ambita, come se gli avessimo recato un grave torto» replicò Tryggvi. «E se arriviamo nel Wessex, cosa ci succederà?» Chiese Einar «Re Alfred non si è dimostrato di certo accogliente nei confronti della nostra gente. Ha schiacciato i Danesi con una tale forza, paragonabile solo a quella di Tyr, il dio della guerra!» «Sicuramente i Sassoni non si dimostreranno amichevoli, dato che non tollerano né la nostra presenza nelle loro terre né i nostri dei...» constatò Tryggvi, con le mani sul pomo della spada. «...ma in ogni caso, dobbiamo affrontare l’inevitabile. Non è la prima volta che combattiamo contro di loro!». Einar, prima in piedi sulla poppa della nave, si sedette su un bordo, con il timone nelle mani. Teneva ai suoi piedi un elmo in acciaio, con visiera in metallo e un camaglio. «Hai mai avuto paura?» chiese d’un tratto al compagno. Tryggvi rimase immobile, paralizzato, come se non avesse mai sentito quella parola. Il solo pronunciarla lo spaventava come l’arrivo di un esercito di morti. «Certo, ogni uomo ne ha» disse semplicemente. «Allora perché combatti? Perché non resti a casa, a badare al tuo campo e alla tua casa, ai tuoi animali e alla tua famiglia?» domandò Einar, con sguardo interrogativo. «Come potrei accedere al Valhalla se non combattessi?» controbatté l’uomo. «Molti compagni mi hanno lasciato in questa vita, cadendo sotto i colpi dei Sassoni, dei Franchi o degli Scozzesi, e io stesso ho più volte avuto paura di lasciare questo mondo, nonostante sapessi che dopo le Valchirie mi avrebbero portato nel Valhalla, a passare il resto dell’eternità a banchettare alla tavola di Odino, Ma ho superato questa mia paura, pensando che avrei incontrato di nuovo i miei compagni caduti e passato il resto dell’eternità con loro a bere idromele e a scambiare con loro racconti delle nostre vite passate». A quelle parole Einar si vergognò della domanda che aveva fatto, come se avesse offeso quell’uomo che tanto 17


ammirava e che ormai sentiva come un caro amico. «Mi dispiace, non volevo» Disse scusandosi con un tono umile e amareggiato. «Non c’è niente da perdonare, è naturale che un uomo abbia paura. La paura accompagna l’essere umano sin dalla nascita, e farà sempre parte della natura umana, benché si cerchi di esorcizzarla. Ma la paura più grande dell’uomo, la morte, è anche la più insensata, poiché tutti dobbiamo morire, ad un certo punto della nostra vita» rispose Tryggvi. Einar fu confortato da quelle parole, che portarono alla sua anima un senso di pace e tranquillità. Forse era questo un altro degli aspetti che Einar ammirava più di Tryggvi: la sua sicurezza e coraggio, che l’uomo non sapeva mostrare solo con la spada in pugno, ma anche con le parole, che non osava mai sprecare per dire cose futili. Per un attimo ci fu silenzio tra i due uomini. L’unico rumore presente era il movimento sinuoso delle onde, poiché gli altri uomini sul Drakkar avevano da tempo smesso di parlare e anche Bragi, il cantore, taceva. Tryggvi si sedette accanto a Einar. «Sai, non sono sempre stato un guerriero...» disse ritornando a parlare. «...nacqui da una famiglia di contadini, che aravano un piccolo campo in un fiordo affacciato sullo stretto di Kattegat. Prima di aver imparato ad impugnare la spada e l’ascia, imparai a maneggiare la zappa e l’aratro per lavorare i campi. Era proprio la mia natura di contadino che mi aveva portato a combattere: la terra dov’ero nato era fredda e inospitale, inadatta all’agricoltura, e Decisi allora di trovare una nuova terra. Quindi fu il desiderio di trovare una nuova terra da coltivare, che mi condusse nell’isola di Britannia.» «È così allora che imparasti a maneggiare la spada?» chiese Einar, incuriosito dal racconto del suo amico. «Più o meno. Quando avevo solo tredici anni, i miei genitori morirono, colpiti da una malattia che non aveva risparmiato nessuno nel mio villaggio, eccetto me. Venni allora adottato da mio zio, Helgi, che mi portò verso est, fino alla Rus’ di Kiev, principato dei principi Variaghi, stirpe proveniente dalla Svezia che si era insediata a est, venendo in contatto con i Romani, che vivevano in una lussureggiante città chiamata Costantinopoli...» raccontò Tryggvi. «...ed è proprio a Costantinopoli che arrivai con mio zio Helgi, che prestò sei anni di servizio nella guardia imperiale dell’imperatore d’Oriente, formata da mercenari slavi e norreni. In quei sei lunghi anni, appresi la cultura dei Romani, e mio zio mi insegnò a combattere, poiché ero destinato anch’io a combattere come guardia per l’imperatore di Bisanzio. Ma avevo nostalgia della mia terra. Chiesi dunque a mio zio di poter tornare nel Götaland. Lui accettò, sebbene fosse dispiaciuto di lasciarmi. M’imbarcai su una nave che attraversò il Mar Nero e dopo un lungo viaggio ritornai a casa». «E poi che successe?» chiese Einar, sempre più affascinato dalla storia di Tryggvi. «Semplice: tornato a Götaland, mi costruii una casa, ebbi una moglie che mi diede ben cinque figli e iniziai a condurre una pacifica vita da contadino. Ma un giorno tutto cambiò: in una taverna, incontrai un viandante, con un cappello a tesa larga e un occhio bendato, che mi disse che vi erano terre fertili ad ovest, terre piene d’oro e di tesori...» «...Che fosse Odino?» chiese Einar. La sua barba, prima dritta come la punta di una lancia, si era ammorbidita, come se la conversazione con Tryggvi avesse riportato in lui un senso di serenità. «Forse, ma chi può dirlo! L’importante è che lui mi diede uno strumento per la navigazione in mare aperto. Radunai un manipolo di compagni, a cui mostrai l’oggetto e raccontai dell’incontro con il vecchio nella bettola e con cui decisi di mandare avanti una spedizione verso l’isola di Britannia. Raccogliemmo volontari e prendemmo un paio di navi. La navigazione durò due settimane e arrivammo sani e salvi in Inghilterra.» rispose Tryggvi. «Saccheggiammo alcuni villaggi sulla costa, finché non arrivarono rinforzi che ci respinsero con furia e violenza. Molti ritornarono nel Götaland feriti nel corpo e nello spirito, dato che non volevano più essere coinvolti in qualsiasi tipo di spedizione oltremare. Dissi loro che, se 18


non avessimo ritentato, gli dei ci avrebbero considerati dei codardi e non saremmo stati mai ammessi alle porte del Valhalla. Radunammo quindi altri uomini e navi, accettando anche che le donne combattessero al nostro fianco. Ritornammo quindi dall’Inghilterra, ma questa volta non con la coda tra le gambe, ma con le navi straripanti di tesori e i nostri animi rincuorati dalla vittoria.» Si concluse così il racconto di Tryggvi, un uomo che aveva viaggiato per tutto il mondo allora conosciuto, combattendo contro guerrieri valorosi quanto lui e mostri orribili, da quanto diceva la gente. «E tu? Qual è la tua storia?» chiese il vecchio guerriero a Einar. «Sai, la mia vita non è stata avventurosa quanto la tua: sono nato in una famiglia di pescatori nei fiordi della Norvegia; sognavo fin da ragazzo di viaggiare per mare, alla scoperta di nuove terre e desideroso di combattere contro mostri marini di ogni genere. A quindici anni, mi imbarcai su una nave diretta in Irlanda, l’Isola Verde, ma il drakkar affondò mentre attraversava il golfo dello Skagerrak. Venni recuperato da una nave di uomini provenienti dal Götaland, che mi portarono in un piccolo villaggio. Venni ospitato da una coppia di allevatori, che mi allevarono come un figlio, e che mi diedero una nuova casa e una nuova famiglia. Dal mio nuovo padre imparai a leggere le rune e a combattere con spada, lancia e scudo. Mi sentivo di nuovo a casa e parte di qualcosa: una famiglia e una comunità che mi aveva accolto e a cui contribuivo facendo del mio meglio...» rispose Einar. «...Sentii parlare di te per la prima volta quando avevo vent’anni: ero un giovane forte e vigoroso e cercavo qualcuno che mi portasse con sé in una scorreria. Nessuno disse di volermi, eccetto uno: te, Tryggvi. Su un pontile, vidi arrivare un drakkar colmo di guerrieri e di tesori. Attorno, una folla di persone accolse gli uomini di ritorno, e tra di essi vidi te, splendente come Baldr, il più bello e amato tra gli dei, e orgoglioso come Thor, il dio del tuono.» «Ricordo bene quel giorno!» intervenne Tryggvi. «Cercai di sottrarmi ai convenevoli e agli elogi delle persone lì attorno, ma non potei fare niente. Sospinto dalla folla, intravidi questo giovane ragazzo dai capelli bagnati e gli occhi sognanti che mi fissava, come se avesse visto Freyr, dio dell’abbondanza e della virilità, in persona!». «Ti venni incontro e ti chiesi di poter far parte della tua spedizione. Tu non dicesti alcuna parola, ma facesti solo un cenno.» continuò Einar. «E tu comprendesti il significato di quel cenno, ossia che ti avevo dato un’occasione. Ti portai con me nella terza incursione, e vedendoti combattere con tanta foga in battaglia, pensai che tu fossi Tyr invece che un semplice ragazzo di vent’anni...» concluse Tryggvi, emettendo infine un grande sospiro. «Sono passati ormai dieci anni, e ancora non riesco a crederci!» Affermò Einar. «Già» concordò l’altro. «Piuttosto, perché mi chiedesti di partire per mare con me? Non avevi una nuova famiglia?» «Certo, e l’amavo.» esclamò Einar, con un atteggiamento sulla difensiva. «Ma volevo ritornare per mare, risentire l’odore della brezza marina e vedere i pesci sfrecciare in acqua sotto lo scafo. Volevo esplorare nuove terre, incontrare altre genti e combattere Kraken, Draghi e Troll, proprio come te, Tryggvi». A sentire quelle parole, l’uomo dalla grande pelliccia di lupo si commosse. Piccole lacrime gli caddero dagli occhi, bagnandogli leggermente la barba rossa come le foglie d’autunno. D’un tratto la conversazione fu interrotta da un grido. “Terra” Esclamò qualcuno. Come risvegliati da un richiamo, Tryggvi e Einar sfrecciarono verso la prua, per scrutare l’orizzonte. Quello che videro, furono alte scogliere a picco sul mare, bianche come il latte e solenni come lo scranno su cui Odino, il padre degli dei, siede osservando ciò che accade negli altri Nove Mondi. Ai piedi di quelle alte scogliere, un sottile strato di sabbia si estendeva, piatto come una tavola. Erano arrivati in Inghilterra, l’isola piatta dalle infinite ricchezze e dalle città di pietra. 19


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