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OTTOBRE 2017 € 5,00

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GIORNALE DEI COMUNI - OTTOBRE 2017

CENTRO DOCUMENTAZIONE E STUDI COMUNI ITALIANI

Papa Francesco ai sindaci: prudenza, coraggio e tenerezza


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L’Anci in Vaticano: il presidente Decaro ha guidato una delegazione di sindaci italiani in udienza dal Papa sui temi dell’accoglienza e della solidarietà Pubblichiamo il comunicato con cui il 30 settembre l’Anci ha dato conto dell’evento sul proprio portale istituzionale

l presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, questa mattina ha accompagnato una delegazione di sindaci, provenienti da tutta Italia, in udienza dal Papa per affrontare i temi dell’accoglienza e della solidarietà che interrogano il nostro Paese. Con lui, tra gli altri, il delegato Anci all’immigrazione Matteo Biffoni, il vicepresidente vicario Roberto Pella ed il vicepresidente Federico Pizzarotti.

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ha definiti il Papa - ha proseguito Decaro- perché quotidianamente impegnati a fare sintesi tra le diverse istanze, a trovare le risposte giuste su temi cruciali per la tenuta sociale, l’inclusione, il futuro stesso delle comunità. Infatti, i sindaci sono lì, ogni giorno, in mezzo alla gente, a cercare le soluzioni per tutti i problemi che gli vengono sottoposti. Un lavoro, ma anche una condizione spirituale".

“La città è la casa di tutti i cittadini. È il luogo dove ognuno prova a custodire radici e a coltivare speranze – ha detto Decaro rivolgendosi a Bergoglio -. Per noi sindaci la città è un luogo sacro, in cui portiamo avanti il compito, arduo e ambizioso, di determinare quel cambiamento di rotta necessario al bene comune attraverso piccole “azioni quotidiane”, le sole che possono fare davvero la differenza nelle grandi sfide mondiali. Tra queste sicuramente c’è il fenomeno migratorio, su cui tanti sindaci stanno dando un esempio straordinario, mettendo in campo politiche di accoglienza, nel difficoltoso compito di costruire ponti e non muri, nel tendere mani e superare diffidenze”.

Sui temi della accoglienza e dell'integrazione Decaro, da sindaco di Bari, ha ricordato l'arrivo della Vlora nel porto di Bari 26 anni fa. "Un Paese che accoglie, che non chiude le proprie porte alla speranza, è un Paese che genera vita e che guarda ed educa a guardare con speranza al futuro. Perché se l’egoismo, anche solo per calcolo elettoralistico, prevarrà sulla coesione, allora sì che dovremo temere per la tenuta morale e sociale del Paese. Le fragilità sociali non hanno colore, i sindaci lo sanno bene, non fanno differenze di cittadinanza, sesso o etnia, ma possono coinvolgere tutti noi, in qualsiasi fase della nostra vita. Per questi nostri figli, che arrivano da terra e da mare, e per tutti gli altri, noi sindaci abbiamo il dovere di guidare e sostenere quei piccoli passi del grande viaggio verso il cambiamento”.

Nel suo intervento Decaro ha richiamato alcuni passi dell'enciclica "Laudato sì"- “sulla cura della casa comune” - che rendono efficacemente l’idea del lavoro che i sindaci svolgono nelle loro comunità e sui loro territori: “Noi sindaci siamo chiamati ad essere i nuovi artigiani della civiltà e dell’umanità, uomini e donne che costruiscono, con impegno civile e passione, parole nuove, nuove relazioni, storie di convivenza, di rispetto e di regole condivise. Mediatori, ci

Il Santo Padre, dopo aver ascoltato gli interventi di Decaro e degli altri sindaci, ha rafforzato il suo sostegno all’operato dei primi cittadini, esaltando il valore delle politiche centrate sull’etica “delle responsabilità, delle relazioni, della comunità e dell’ambiente”, e auspicando il consolidamento di “forme di cittadinanza solide e durature”.


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IL GIORNALE DEI COMUNI MAGAZINE DIRETTORE RESPONSABILE: Lucio D’Ubaldo, direttore@giornaledeicomuni.it DIRETTORE

EDITORIALE: Giorgio Carbonara, carbonara@ancitel.it SEGRETERIA DI REDAZIONE: Antonella La Porta REDAZIONE: via dell’Arco di Travertino, 11 - 00178 Roma tel. 06.762911, redazione@giornaledeicomuni.it - www.giornaledeicomuni.it GRAFICA, IMPAGINAZIONE E STAMPA: STR Press Srl - via Carpi, 19 - 00071 Pomezia (RM) EDITORE: Ancitel Spa, SEDE LEGALE: Via dell’Arco di Travertino, 11 00178 Roma SEDE AMMINISTRATIVA: Via dell’Arco di Travertino, 11 - 00178 Roma PARTITA IVA: 01718201005 CODICE FISCALE: 01796850585 Reg. Tribunale di Roma n. 10541/85 CCIAA Roma n: 600447 Capitale sociale: euro 1.861.844,00 CONCESSIONARIA PER LA PUBBLICITÀ: 3S Comunicazione - Corso Buenos Aires 92 - 20214 Milano, tel. 02.87071950 info@3scomunicazione.com PREZZO DI VENDITA euro 5,00 ABBONAMENTI: abbonamenti@gdc.digital GLI ARTICOLI FIRMATI RISPECCHIANO IL PENSIERO DEI SINGOLI AUTORI COPYRIGHT ANCITEL SPA Riproduzione vietata, anche parziale, del contenuto della rivista senza preventiva autorizzazione RESPONSABILE TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI: (D. Lgs. 196/2003) LUCIO D’UBALDO 2017 - OTTOBRE 2017 Registrazione al Tribunale di Roma n.146/2015 del 24/07/2015 - ISCRIZIONE AL ROC n. 26681 - IL PRESENTE NUMERO È STATO REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON FEDERSANITÀ ANCI - QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO: MARTEDÌ 3 OTTOBRE 2017


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L’Editoriale È

con orgoglio e consapevolezza delle responsabilità legate al delicato momento attraversato dal sistema delle società a partecipazione pubblica che chi scrive ha assunto dal mese di giugno scorso la carica di Amministratore delegato di Ancitel, azienda nevralgica nel campo dell'innovazione per i Comuni sin dalla sua fondazione, trent'anni fa. Un'innovazione che è stata nel corso degli anni eminentemente tecnologica, ma anche volta a fornire supporti organizzativi per ripensare e ottimizzare le funzioni che via via mutavano (o spesso si aggiungevano) nella sfera di azione dei Comuni stessi. Dai primi rudimentali (ma per l'epoca rivoluzionari) servizi su Videotel alle odierne app in mobilità, la filosofia di fondo di Ancitel è stata improntata al pensare le soluzioni dal punto di vista dell'Ente locale, che troppo spesso si è trovato - e a volte si trova tutt'ora- ad adattarsi a prodotti rigidi, che seguono logiche spintamente commerciali. L'aspirazione di Ancitel è invece da sempre quella di fornire una risposta efficace e flessibile alle necessità di amministratori e tecnici e, in ultima analisi, cittadini. L'azienda continua oggi nella sua tradizione di proposte storiche ma costantemente aggiornate nelle modalità di fruizione (il pacchetto dei Servizi Telematici di base, i servizi per le Polizie locali), a servizi di ultima generazione come ePay, che consente al Comune di risolvere tutte le problematiche legate all'attestazione sul Nodo dei pagamenti, l'esposizione dei crediti e l'operatività su pagoPA. Oppure ancora Whistleblowing, software per la gestione degli adempimenti in materia di Anticorruzione e legalità. Anche sul fronte delle iniziative di progetto, Ancitel prosegue la sua lunga tradizione di collaborazioni con Ministeri, Comuni metropolitani e organismi della Commissione Europea. Il felice motto della 34° Assemblea annuale ANCI "immagina il domani, governa l'oggi" trova dunque piena consonanza nella nostra trentennale storia, ed è con vivo piacere che Ancitel tutta (amministratori, dipendenti e collaboratori) saluta i partecipanti all'appuntamento di Vicenza, nella consapevolezza di quanto Città e Sindaci siano imprescindibili punti di riferimento per la tenuta e lo sviluppo dell'intero Paese. Come ha ricordato Papa Francesco nel corso dell'udienza di sabato 30 settembre con la delegazione di Sindaci guidata dal Presidente Decaro, "la città e' un organismo vivente in cui se una parte respira a fatica e' perché non riceve ossigeno dalle altre", dove bisogna "non alzare la torre ma allargare la piazza" e in cui il Sindaco deve avere le virtù della prudenza, del coraggio e della tenerezza. Un messaggio forte che impegna con chiarezza e senza esitazioni chiunque operi nei Comuni e a servizio di essi. Franco Minucci Amministratore delegato Ancitel spa


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L’Anci in Vaticano: il presidente Decaro con una delegazione di sindaci in udienza dal Papa L’Editoriale di Franco Minucci

Sul referendum lombardo-veneto di Lucio D’Ubaldo

Un nuovo Comune policentrico per la nuova Italia Cassa depositi e prestiti: fondamentale il ruolo dei Comuni nella diffusione della Banda Ultra Larga di Aldo Musci

Redazione

La piattaforma Crescita digitale in Comune Intervista al sindaco di Carpineti Salvatore Dettori

di Teresa Bonacci

Benvenuti alla guerra dei vaccini di Raffaella Fonda

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Piano Triennale: approvata la strategia per la trasformazione digitale di Aldo Musci

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Difendere e diffondere i vaccini: la nuova Legge sulla prevenzione vaccinale di Michele Conversano

L’obbligo di vaccinazione a tutela della salute pubblica Qual è il ruolo dei sindaci? di Carlo Paolini

Vaccini: verità scientifica e rappresentazione mediatica di Mirella Taranto

Ripensare in digitale la sanità italiana di Massimo Caruso

Le nuove sfide della Privacy negli Enti Locali di Anna Rita Marocchi

Pagamenti elettronici: una spinta formidabile alla digitalizzazione della P.A. di Giorgio Carbonara

Le sei regole auree delle smart city di Luisa Russo

Salerno in particolare: Beni Culturali e innovazione rendono protagonista il centro storico di Fiorinda Stasi

Gestire la Tariffa dei rifiuti di Piero Fabretti

Anci Risponde a cura della redazione del servizio Anci Risponde

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di Andrea Piraino

Il Progetto Crescita digitale in Comune

Vaccini, ecco le novità della legge

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Guidare l’innovazione: Federsanità ANCI apre il confronto di Massimiliano Sabaini

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Sul referendum lombardo-veneto uci e ombre si addensano sulla scena della democrazia, alle prese con le torsioni anti-delega e le spinte referendarie, ovunque in espansione. Dopo la brutta prova di forza tra Madrid e Barcellona sull’indipendenza della Catalogna, spetterà a due regioni del nord Italia, Lombardia e Veneto, verificare presto nelle urne se il federalismo, garantito dalla prudente copertura costituzionale, costituisca ancora un’attrazione per gli elettori al punto di raccogliere attorno al tema del regionalismo rafforzato e differenziato la maggioranza dei consensi.

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Siamo di fronte a sfide impegnative. Una lente d’ingrandimento dovrebbe aiutarci a vedere la filigrana di un mondo che vive ormai, nel medesimo tempo, gli spasmi della globalizzazione e del localismo, ovvero i poli di condensazione dell’attuale crisi dei valori tradizionali. In un caso e nell’altro l’immagine di quest’epoca senza certezze e baricentro appare imperfetta, poco amichevole. Domina l’eccesso, vuoi per dilatazione del senso di appartenenza, fino all’inevitabile smarrimento della coscienza individuale attorno alla questione dell’essere nel tempo e nello spazio; vuoi anche, all’inverso, per una ipertrofia del dato comunitario, per l’esattezza nel circuito angusto del proprio ambiente, fino a un culto pagano dell’identità e della memoria, cui si affida in sostanza il bisogno di autotutela. Qualunque sia il modo di osservare la realtà, con fiducia o pessimismo, non si potrà negare che il maggiore ostacolo alla ripresa di un certo umanesimo - tanto su grande, quanto su piccola scala - è dato dalla inclinazione a minimizzare oggi più di ieri quel che significa e rappresenta la solidarietà. Il terremoto dell’economia e della finanza ha prodotto negli ultimi dieci anni una rottura degli equilibri, spostando ricchezza (in particolare verso l’estremo oriente)e generando fratture, con pesanti contraccolpi nell’occidente a industrializzazione matura. Qui si è interrotto il sogno della crescita graduale e infinita, vero collante morale e politico del patto intergenerazionale. Allora si affaccia nel “piccolo mondo moderno” il desiderio di costruire un nuovo riparo. D’altronde, la dinamica dell’autonomismo - funzionale e comunitario - che accompagna le pulsioni del mutamento sociale, è congenita alla storia d’Europa e quindi del mondo occidentale. È forza di libertà, se ben indirizzata e gestita. Per questo, nella filigrana offerta a uno sguardo attento alla dialettica tra globalismo e localismo, si può distinguere la rispettabile voglia di comunità dal fumus d’ingiustificato egoismo, quando cioè la bandiera dell’autonomia è posta a presidio di uno spazio esclusivo di protezione, contro la figura dello straniero. Il passo verso il rifiuto di ogni sacrificio consistente anche in una necessaria devoluzione fiscale, volta a garantire equità e integrità della nazione, non può che essere breve. Questa è l’insidia che incombe, al netto delle buone intenzioni, sulla prospettiva di un’Italia con Regioni più ricche, - di risorse e quindi di competenze e poteri - a fronte di Regioni più povere, incapaci di reggere il passo. Il 22 ottobre, in ogni caso, sarà una festa della democrazia. Con il referendum lombardo-veneto si aprirà una finestra che darà modo a tutti, in particolare ai cittadini chiamati al voto, di guardare con attenzione al futuro del nostro Paese. Lucio D’Ubaldo


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Un nuovo Comune policentrico per la nuova Italia Pubblichiamo l’intervento del costituzionalista Andrea Piraino tenuto in occasione del seminario “Riforme necessarie e possibili” presso il Centro di ricerca sulle Amministrazioni pubbliche ‘Vittorio Bachelet’ del Dipartimento di Scienze politiche LUISS strato molta più sapienza politica e amministrativa del gran consiglio del fascismo”. In poche parole, con una lucidità ed una lungimiranza che danno immediatamente la dimensione dello statista, DE GASPERI ci inchioda a quello che deve essere il punto di partenza se vogliamo per il nostro Paese non solo rinnovare il sistema delle Autonomie locali, trasformandole in Enti responsabili, ma anche riformare la Democrazia repubblicana in senso comunitario e così renderla più adeguata per affrontare un futuro che non presenta meno incertezze di quelle dell’immediato dopoguerra. Dunque, è dai Comuni che dobbiamo ripartire se vogliamo, questa volta veramente, metterci in cammino per rifondare, pur nell’ambito del solco già tracciato dalla Costituzione repubblicana, il sistema dei nostri poteri pubblici che non possono continuare ad essere disciplinati per ambiti separati senza la forte guida di una visione sistemica che ne indichi ruolo e funzioni non tanto indipendenti, quanto coordinati ed integrati. Senza una tale consapevolezza ogni intervento di cambiamento si rivelerà quanto meno effimero quando non addirittura dannoso. Ne sono la testimonianza più eclatante tutti i provvedimenti che si sono susseguiti nelle ultime legi-

Diceva ALCIDE DE GASPERI, al teatro Brancaccio, il 23 luglio 1944, all’indomani della liberazione di Roma: “Vogliamo fondare il nostro nuovo Stato, la nostra nuova Italia sopra la larga base del popolo italiano, unito, come è nei suoi Comuni (…). La base fondamentale (dell’Italia) deve essere il Comune, deve essere la Regione, deve essere il suffragio universale maschile e femminile. Il Comune, organo del nostro autogoverno, self government che, come parola, ci viene dalla storia inglese ma, come esperienza, più ancora dai nostri gloriosi Comuni italiani. Il Comune che raccoglie le famiglie del territorio in cui c’è la torre che ricorda un passato, un campanile che indica il cielo, delle libere istituzioni le quali vengono dai padri e rappresentano il patrimonio della nostra storia italiana. Il Comune deve rimanere la base della futura democrazia. Questa unità territoriale è tanto più necessaria perché l’esperimento che essa ha fatto è tutt ’altro che negativo. Quando il fascismo ha voluto cominciare a distruggere il tessuto delle nostre libertà, ha iniziato il suo attacco ai Comuni perché è là nei consigli comunali, anche nei più piccoli, che il popolo impara a reggersi, e anche in molti consigli comunali dell’alta montagna certe volte i rappresentanti rurali hanno dimo-

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Con la bocciatura operata dal Referendum del 4 dicembre 2016 si sono create le condizioni per un rilancio dello “spirito” della Costituzione

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mortificati da leggi elettorali (ivi compresa quella in discussione) che espropriano agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti e rafforzano la tendenza a trasformare i partiti in strumenti personali a servizio del leader di turno, così agevolando lo scivolamento del sistema verso un populismo privo di programmi razionalmente formulati e quindi capaci di futuro. Al di là delle apparenze, però, questa di ripartire dai Comuni per rifondare l’intera impalcatura del sistema democratico non è una scelta facile. Perché non implica soltanto che al centro della riflessione e dell’azione riformatrice venga portata la istituzione comunale ma che sia cambiata anche la prospettiva dell’approccio, passando da una quasi esclusiva considerazione dei meccanismi della governance ad una analisi che privilegi il territorio con le sue caratteristiche e vocazioni quale nuovo elemento centrale del sistema comunitario di base. Una prospettiva, in sostanza, che farebbe immediatamente comprendere come il problema consiste nella dimensione territoriale dei Comuni, completamente inadeguata sia con riferimento ai piccoli che ai grandi Comuni. Con il risultato che le Comunità in essi residenti, innanzitutto, non godono di una qualità accettabile dei servizi e, poi, devono subire un esercizio delle funzioni sempre più inefficiente ed inefficace quando, addirittura, non trasparente, vessatorio ed oppressivo.

slature, ivi comprese la legge 56/2014 (cd. Delrio) e la deliberazione costituzionale voluta da Renzi e bocciata dal Referendum popolare del 4 dicembre 2016. E ne è conferma il complessivo degradarsi della nostra Democrazia sempre più declinante verso una inefficienza imbarazzante dovuta alle fallimentari politiche istituzionali di revisione della iniziale riforma federalista del Titolo V della Costituzione e del mancato adeguamento della “forma di governo”, alla insipienza della riforma della pubblica amministrazione portata avanti dal ministro Madia ed ancora in itinere e, soprattutto, al dequalificarsi della partecipazione politica dei cittadini e della rappresentatività del sistema, entrambi profili

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zionalità sociale di tipo personale. Ma dovranno attrezzarsi secondo una logica policentrica in grado di garantire una maggiore aderenza delle Comunità ai territori senza per questo perdere, però, quelle identità proprie che le vicende storico-culturali e le emergenze geo-politiche ed ambientali attuali hanno scolpito nel loro codice genetico. Insomma, non si tratterà più del vecchio Comune allargato ed ingrandito da innesti più o meno forzosi di altre Comunità che in tale operazione vedono, a ragione, la negazione della propria identità a fronte del rafforzarsi e diventare dominante di quella del Comune egemone ma di un Comune nuovo che tutte le preesistenti organizzazioni comunali concorreranno a fondare secondo un modello diffuso nel quale ogni Comunità storica presente nel territorio individuato troverà il modo di diventare protagonista dell’Amministrazione comune. Ma come tutto ciò potrà avvenire senza ledere il principio di autonomia di cui i Comuni sono molto gelosi fino al punto da contrapporlo a quello di sussidiarietà e soprattutto di adeguatezza che la revisione del Titolo V della Costituzione nel 2001 ha posto come nuovo e fondamentale criterio di attribuzione delle funzioni non solo dei Comuni ma di tutte le istituzioni territoriali che costituiscono la Repubblica? Naturalmente, utilizzando la procedura dettata dal 2° comma dell’art. 133 della Costituzione che prevede che nel proprio territorio le Regioni possono non solo istituire nuovi Comuni ma anche modificare le circoscrizioni e le denominazioni di quelli esistenti. Il che significa che è possibile una grande iniziativa, Regione per Regione, in cui ogni Ente regionale si assume la responsabilità politica, magari a seguito di una proposta formulata dal corrispondente Consiglio delle Autonomie Locali (CAL) di cui all’ultimo comma dell’art. 123 Cost., di ridisegnare la mappa dei propri Comuni, sottoponendola poi a referendum o altra forma di consultazione popolare, come dice sempre il 2° comma dell’art. 133 Cost.. Sarebbe oltretutto l’occasione perché la politica, dopo anni di latitanza a livello regionale, ritornasse protagonista di un grande processo di trasformazione dell’intera società che, come è evidente e come è noto, non ha bisogno di essere riorganizzata solo in ambito comunale ma anche in se-

Naturalmente, tale questione della dimensione territoriale dei Comuni non è per nulla nuova. Anzi la dottrina la segnala da molto tempo. Basta ricordare M.S. GIANNINI e la sua battaglia per il superamento dei “comuni polvere”. Soltanto che finora è stata affrontata se non in modo sbagliato almeno in modo non completo, fermandosi esclusivamente alla considerazione dei parametri economici che, se non possono essere trascurati, certo non devono essere gli unici ad essere presi in considerazione tralasciando invece i criteri socio-ambientali, storico-culturali, quelli politici e quant’altri ineriscono direttamente al territorio ed alle Comunità. Quindi l’approccio non può essere quello esclusivo dell’aggregazione delle funzioni o dei servizi in base al criterio dei costi e dei benefici ma deve riguardare anche la dimensione storico-ambientale e socio-politica che partendo dai territori e dalle Comunità è in grado di indicare le linee unitarie di nuove fondazioni comunali adeguate all’era della globalizzazione che costituisce l’altra complementare faccia del localismo. È qui, infatti, che si gioca la partita che finora è risultata perdente pur essendosi tentate, dalla 142/1990 alla 56/2014, diverse modalità di gestione associata delle funzioni e dei servizi che non hanno prodotto né semplificazione né efficientizzazione del sistema. Anzi, se dovessimo fermarci a considerare la situazione attuale, dovremmo registrare il paradossale risultato di avere aumentato gli Enti territoriali da 8.104 (quanto erano i Comuni) a 8.332 (quanto risultano dalla somma degli attuali 7.792 Comuni con le 540 nuove Unioni). Dunque, non è per mezzo di unioni, fusioni, incorporazioni, aggregazioni, consorzi, associazioni, convenzioni che si possono riperimetrare i Comuni per dotarli di ambiti territoriali adeguati alle sfide storiche che le Comunità in essi insediate sono chiamate a vivere. A cominciare da quella della modernizzazione che ha già trovato da tempo nelle Città i luoghi che ospiteranno le innovazioni per proiettare l’economia nella quarta rivoluzione industriale e creare formidabili opportunità di crescita. Naturalmente, i Comuni o le Città “intelligenti” non potranno corrispondere più ad organizzazioni monocentriche frutto di sovrapposizioni urbanistiche oltre che di una rela-

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Dai Comuni dobbiamo ripartire per rifondare il sistema dei nostri poteri pubblici ed arrivare ad un nuovo rinascimento

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prio per questo, allora, il problema vero, come accennato, non è quello del sistema di governo metropolitano ma quello del grande Comune-capoluogo che non può restare unitario ma deve articolarsi in una serie di Comuni (o Municipi) decentralizzati e, a loro volta, strutturati in quartieri o in “zone omogenee” in modo tale da realizzare una nuova forma di organizzazione policentrica che, interagendo con gli altri Comuni dell’area ritenuta metropolitana e corrispondente al territorio dell’ex Provincia, costituisca un vero sistema di relazioni paritarie e federali. Creando, così, le premesse per distinguere finalmente le funzioni di area vasta da attribuire al governo della Città metropolitana da quelle comunitarie di base, collegate cioè all’esercizio dei servizi alla persona, da collocare in capo ai Comuni dell’area. Ed è proprio con riferimento a questi ultimi che emerge la crisi che attanaglia, al di là del rapporto con il sistema metropolitano, il grande Comune, il quale a causa della sua eccessiva dimensione e della logica centralistica che lo guida risulta assolutamente inadeguato ad erogare servizi efficienti, efficaci e, soprattutto, equi in un settore come quello del welfare personale e famigliare che si fonda su rapporti face to face e quindi basati sulla conoscenza personale, sulla fiducia reciproca che mai un’organizzazione mastodontica e centralistica come il grande Comune può garantire. Crisi che peraltro, da quando nel nostro Paese la dottrina prima, ed il legislatore dopo, hanno fatto un’opera di rimozione del principio di decentramento per sostituirlo con quello di sussidiarietà, ha accentuato i suoi già pesanti effetti negativi coinvolgendo per di più in essi gli altri Enti territoriali e segnatamente quelli di area vasta. L’affermazione appena fatta può sembrare un po’ paradossale ma come da tempo ha messo in evidenza una attenta lettura di S. MANGIAMELI è difficilmente oppugnabile. Infatti, il principio di sussidiarietà si differenzia dal principio di decentramento in quanto non implica l’assegnazione delle funzioni esclusivamente ai rami periferici del sistema istituzionale ma può significare anche l’attribuzione, per motivi di esercizio unitario, delle stesse ai livelli più alti

de provinciale e metropolitana con una corretta individuazione delle cd. aree vaste e, soprattutto, nella dimensione regionale con l’introduzione della più urgente delle riforme territoriali e cioè quella delle macroregioni (europee). Ma qui il discorso si allargherebbe enormemente e quindi conviene ritornare al problema della rifondazione territoriale ed organizzativa dei piccoli Comuni, interni o costieri che siano, i cui ambiti ottimali vanno determinati non solo in base alla attribuzione delle competenze che ineriscono alla sfera personale e famigliare delle popolazioni ma devono tenere in considerazione le esigenze di natura geo-morfologica delle aree interessate ed i profili socio-culturali della tradizione e della storia delle Comunità interessate. Solo che non ci si può fermare ad essi. Bisogna contemporaneamente affrontare anche la diversa ma connessa questione dei grandi Comuni, in specie di quelli caratterizzati da una forte conurbazione, che costituiscono il nucleo centrale delle Città metropolitane previste in alcune aree al posto delle Province.

È dai Comuni che dobbiamo ripartire se vogliamo rifondare il sistema dei nostri poteri pubblici che non possono continuare ad essere disciplinati per ambiti separati senza la forte guida di una visione sistemica che ne indichi ruolo e funzioni non tanto indipendenti, quanto coordinati ed integrati

Con riferimento a questa relativamente nuova istituzione, come è noto e generalmente riconosciuto, si tratta di una esperienza pressoché fallimentare sia sotto il profilo dell’identità che dell’assetto organizzativo e funzionale. Solo che si fa molta fatica a individuare quale sia la causa prima di questo ennesimo intervento sbagliato del legislatore nazionale strattonato tra l’esigenza di creare un nuovo sistema di governance delle Città e la resistenza insuperabile dei Comuni-capoluogo di volere continuare ad essere un tutt’uno indivisibile. Ora è qui che si colloca il problema che impedisce al nuovo sistema di governo delle Città metropolitane di manifestarsi in tutta la sua carica innovativa e funzionare ad un livello qualitativo più alto del vecchio sistema per Enti unitari e separati dove appunto emerge il potere centralizzato del grande Comune (capoluogo) che a causa di questa sua configurazione unitaria tende a fagocitare tutti gli altri Comuni dell’area e quindi a creare condizioni di resistenza di questi ultimi ad aderire pienamente al governo della Città metropolitana. Ma pro-

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dell’ordinamento, imponendo così di definire un assetto delle competenze in base alle concrete capacità di operare dei vari ambiti istituzionali. Insomma, la sussidiarietà non agisce esclusivamente in favore dei rami bassi del sistema perché la sua ratio operativa mira ad un assetto istituzionale improntato alla sola efficienza del sistema e quindi può benissimo imporre, seppure in termini dinamici, un’allocazione legislativa delle competenze indirizzata verso l’alto. Diversamente, invece, il principio di decentramento. Che consiste in un processo di ripartizione delle competenze tra centro e periferie per promuovere il livello di governo di un sistema più prossimo ai cittadini al fine di realizzare una gestione stabile ed efficiente delle funzioni amministrative al servizio delle Comunità locali. O, in altri termini, un criterio di attribuzione delle competenze che si collega al principio di autonomia al fine di rafforzare le istituzioni locali riconosciute dall’art. 5 della Costituzione e promosse dall’art. 114 ad Enti territoriali costitutivi della Repubblica. Ora, l’aver sostituito il principio di decentramento con quello di sussidiarietà ha implicato nell’opinione scientifica ed ancor di più in quella politica che l’attenzione dapprima si spostasse all’esterno del Comune polarizzandosi sulle altre istituzioni, in particolare quelle intermedie rispetto alla Regione, e poi che si concentrasse esclusivamente sul piano delle funzioni amministrative da allocare tra i vari Enti locali, così perdendo la capacità di cogliere e fare emergere che la questione che si aveva di fronte e per la quale era necessario intervenire sul sistema locale in crisi riguardava il problema politico dell’incremento della partecipazione dei cittadini alla gestione in prima persona delle vicende che li

I Comuni o le Città “intelligenti” non potranno corrispondere più ad organizzazioni monocentriche frutto di sovrapposizioni urbanistiche ma dovranno attrezzarsi secondo una logica policentrica in grado di garantire una maggiore aderenza delle Comunità ai territori

riguardavano comunitariamente e soprattutto di quelle dello sviluppo della democraticità del governo locale. Non solo. Ma si smarriva anche la consapevolezza che tutti i grandi Comuni avessero ormai raggiunto dimensioni tali da rendere difficile il governo con i tradizionali strumenti amministrativi e che la loro crescita sembrasse creare nuovi problemi politici ed organizzativi imputabili alla perdita del senso di comunità, alla difficoltà di garantire lo stan-

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tamente urbanizzato e spesso anche industrializzato. Basti considerare che tutti i grandi Comuni hanno ormai raggiunto un’ampiezza della popolazione ed una vastità della superficie comunale, anche se discontinuamente abitata, che soltanto se policentricamente organizzate potranno evitare il decadimento della qualità della vita civile, la precarietà della convivenza con le comunità di immigrati sempre più presenti nelle periferie e, infine, il caos urbanistico determinato dal ruolo del terziario con il suo connesso potenziale attrattivo rispetto ai territori circostanti.

dard dei servizi sociali, alla crisi della partecipazione democratica dei cittadini. Circostanze tutte che sicuramente avrebbero fatto emergere come la questione dei grandi Comuni si sarebbe potuta affrontare, ed in qualche modo risolvere, se si fosse andati nella direzione della riscoperta e del completamento di quel processo di decentramento iniziato per spinta autonoma nei primi anni ‘60 del secolo scorso e poi sviluppatosi a seguito dell’emanazione della legge 278 del 1976 negli anni ‘70/’80. Il non avere imboccato questa strada ed anzi, a partire dalla riforma della 142 del 1990, averla di fatto completamente abbandonata ha determinato non solo una mancanza di soluzione agli innumerevoli problemi di governo comunale in territori strategici per le istituzioni democratiche ma ha contribuito ad aggravare quelli di tutto il governo locale non adeguatamente messo a sistema nel suo fondamento. Per convenirne non c’è bisogno di riconoscere che tra decentramento e crescita di strutture pluralistiche e di partecipazione dal basso al governo del Comune vi sia una connessione immediata. È indubbio, però, che una correlazione positiva tra dimensioni urbane e livello di decentramento così come, ad esempio, tra dimensione complessiva delle spese comunali e grado di articolazione del processo decisionale vi sia. Il che, naturalmente, non significa che si debba accedere alla mitologia del decentramento come soluzione a tutti i mali della crisi urbana. Ma che di certo è un dato oggettivamente riscontrabile che esso possa costituire una sorta di risposta al problema di come organizzare politicamente le tensioni emergenti in un sistema al-

Il grande Comune a causa della sua eccessiva dimensione e della logica centralistica che lo guida risulta assolutamente inadeguato ad erogare servizi efficienti, efficaci e, soprattutto, equi in un settore come quello del welfare personale e famigliare che si fonda su rapporti face to face

Detto questo, e stabilita una volta per tutte la configurazione diffusa sul territorio dei nuovi Comuni (non più piccoli o grandi, quindi, ma policentrici), dovrebbe ora affrontarsi il tema dell’ordinamento degli Enti di area vasta. Esso esula però dalla riflessione che abbiamo condotto fin qui e quindi lo prenderemo in considerazione solo per una breve conclusione del ragionamento svolto. Che ha inteso porre con chiarezza la necessità della riforma dei Comuni come primo e fondamentale passo per il riordino di tutto il sistema locale ma non sulla base del vecchio modello di un ordinamento per Enti separati, soggettivanti le funzioni loro attribuite ed organizzati come centri di potere politico autoreferenziale ma come espressione di una nuova forma di relazionalità istituzionale collaborativa, cooperativa integrativa di cui da tempo si parla anche sotto lo stimolo della giurisprudenza della Corte costituzionale senza però indicare mai con precisione gli istituti e le procedure in cui dovrebbe materializzarsi. Anche perché si deve mettere in discussione uno dei principali cardini dell’ordinamento repubblicano. Naturalmente non nella sua vera essenza ma nella interpretazione che ne è stata data.

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tane e Province non si pongono come soggetti autonomi diversi dai Comuni ma come un’unica struttura di collegamento di questi ultimi che così, costituendo un’organizzazione più adeguata per il governo locale, dovrebbe riuscire a fornire servizi più efficienti alle proprie Comunità. L’unica circostanza che va precisata è che in tale organizzazione federale non è assolutamente necessario che tutti gli organi della Città metropolitana e della Provincia siano eletti con un sistema di secondo grado. E ciò, in particolare, se svolgono, come prevede la 56/2014, funzioni differenziate. In questo caso, è sufficiente che lo sia solo l’organo di controllo ed indirizzo politico, ovvero il Consiglio, perché è in questa sede che si realizza l’incontro e la composizione degli interessi dei Comuni. Non è necessario, anzi, sarebbe contraddittorio, che lo fosse il Sindaco o il Presidente (con le rispettive Giunte) perché questi ultimi esercitano una funzione di governo che, consistendo in singoli atti di autonomia, reclama una investitura olistica del soggetto sovrano che non può che essere conferita tramite elezione diretta da parte del popolo. Ma, come accennato, non è questa la sede per affrontare una simile tematica. Ciò che ora, in conclusione di queste note, invece si deve fare è rilevare che con la bocciatura operata dal Referendum del 4 dicembre 2016 non solo si è in definitiva chiusa una fase di false riforme costituzionali tentate arrogantemente da maggioranze di potere autoreferenziali ma si sono create le condizioni per un rilancio dello ‘spirito’ della Costituzione ed all’interno di esso del valore e del significato delle istituzioni locali non solo come organizzazioni paritarie alle altre costitutive della Repubblica, ma anche come pilastri fondamentali di quella democrazia comunitaria che è tra le intuizioni più fulgide della Politica che animò l’Assemblea costituente.

Mi riferisco, come è facile capire, al principio di autonomia che non può continuare ad essere declinato in termini di sfera d’azione dell’istituzione cui è riferita, libera dai vincoli dell’ordinamento generale ma deve essere reinterpretato come modo di essere solidale tra le organizzazioni che ne sono dotate per l’esplicazione di un autogoverno oltre che più efficace più partecipato. Il che consente allora di immaginare la possibilità di introdurre un modello ordinamentale di tipo federale in cui Comuni, da un lato, e Città metropolitane e Province, dall’altro, sono legati da un vincolo istituzionale di comune appartenenza. Cosa che, peraltro, non è completamente aliena dalla logica della legge 56 del 2014. Ne è prova la norma che prevede l’elezione con sistema indiretto di secondo grado degli organi delle Città metropolitane e delle Province. In verità tale opzione, com’è noto, nasce per raggiungere l’obbiettivo di risparmiare i costi delle indennità e dei gettoni dei titolari di questi organi. Ma il dato istituzionale che sicuramente emerge travolge per valore ordinamentale qualsiasi argomentazione di altra natura: gli organi delle Città metropolitane e delle Province, nella prospettiva della legge 56, risultano composti esclusivamente da amministratori comunali. Il che significa che tra Comuni, Città e Province viene a cadere ogni separazione ed alterità e si instaura tra le loro organizzazioni un continuum che ne sancisce il legame federativo. Legame federativo che non è realizzato dall’associarsi di soggetti che restano separati e conflittuali quanto piuttosto dal collaborare e cooperare di organizzazioni che tendono sempre più ad agire in comune non trasformandosi però in strumenti di potere che infrangono la paritarietà delle istituzioni voluta dal nuovo art. 114 della Costituzione. In altri termini, Città metropoli-

Gli organi di Città metropolitane e Province, nella prospettiva della legge 56, risultano composti esclusivamente da amministratori comunali. Significa che tra Comuni, Città e Province viene a cadere ogni separazione ed alterità e si instaura tra le loro organizzazioni un continuum che ne sancisce il legame federativo

Andrea Piraino Professore ordinario di Diritto Costituzionale, Regionale e Parlamentare presso l’Università degli Studi di Palermo

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Cassa depositi e prestiti: fondamentale il ruolo dei Comuni nella diffusione della Banda Ultra Larga Il Rapporto 2017 sulla Finanza locale raccomanda di rilanciare gli investimenti a livello locale con progetti a valenza strategica el settore della Banda Larga e Ultra Larga, sono necessari ingenti investimenti in reti digitali ad alta velocità e capacità, al fine di colmare il gap digitale che ancora ci distanzia dalla maggior parte dei Paesi europei. Il Piano del Governo ha già ottenuto i primi risultati positivi. Gli investimenti privati nel solo biennio 2015-2016 sono aumentati del 32%; l’intervento pubblico ha, inoltre, garantito risorse finanziarie aggiuntive nelle aree cosiddette a fallimento di mercato. In questo contesto, le Amministrazioni locali possono svolgere un ruolo fondamentale, favorendo la riduzione dei tempi burocratici, promuovendo i partenariati pubblico – privati e valorizzando gli strumenti finanziari nazionali e le opportunità di finanziamento offerte dall’Unione Europea”. Questo uno dei passi salienti del Rapporto sulla finanza locale n. 3 redatto dalla Cassa depositi e prestiti (consultabile online su www.cdp.it/Media/Studi/Finanza-Locale). Uno studio estremamente dettagliato, dedicato all’evoluzione del debito pubblico e degli effetti sulla crescita, soprattutto a livello locale, di quella che può essere considerata ormai una banca pubblica vera e propria impegnata sul fronte caldo dei progetti strategici per il rilancio della crescita nel Belpaese. Non a caso, il report analizza le dinamiche storiche e attuali del debito del settore pubblico, valutando gli effetti delle politiche orientate alla crescita, con particolare attenzione verso settori ad alto impatto locale: l’idrico e la Banda Ultra Larga.

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buito al raggiungimento del saldo primario nazionale per il 27,5%, pur rappresentando soltanto il 4% del debito pubblico complessivo. Tale risanamento è andato inevitabilmente a incidere sulla spesa per investimenti, tra le voci più produttive della spesa pubblica. Dunque, penalizzando qualsiasi velleità di implementare progetti a valenza strategica per lo sviluppo. Uno per tutti: il superamento del digital divide e la diffusione dell’Internet veloce. Nella variazione debito/PIL tra il 2008 e il 2016, rimarca la Cdp, proprio la crescita è stato l’elemento mancante. Il contributo positivo degli avanzi primari, infatti, è stato più che compensato dall’effetto congiunto della dinamica dei tassi d’interesse e della bassa crescita nominale del PIL. Il Report si chiude con una raccomandazione chiara e precisa: la necessità per l’immediato futuro di prevedere politiche più espansive sul lato degli investimenti locali. L’implementazione della Banda Ultra Larga è indubbiamente uno dei settori prioritari sui quali dirottare ingenti risorse pubbliche e private.

Spesa pubblica: un confronto europeo Ineludibile per la Cdp il confronto tra la spesa pubblica italiana e quella europea, nell’intento di acquisire più attendibili indicatori di valutazione. “Da un lato – si legge nel Report - il livello della spesa pubblica ricalca per larghi tratti quello delle altre economie europee. Dal punto di vista della composizione, invece, essa presenta alcune evidenti peculiarità: si distinguono una divergenza nei valori per la spesa per interessi (circa il doppio delle principali economie europee) e il valore elevato della spesa per pensioni. In particolare, quest’ultima risulta essere circa 3,5 punti percentuali di PIL più elevata rispetto alla media europea, e in aumento rispetto al differenziale di 1,5 p.p. del 1995. Per quanto riguarda la spesa delle singole Amministrazioni Pubbliche italiane, si nota una tendenza trasversale a ridurre la spesa in conto capitale a vantaggio della spesa corrente. Infatti, tra il 2008 e il 2015, mentre gli investimenti pubblici in termini reali sono diminuiti del 30% (con un picco nei Comuni, dove sono calati del 32%), la spesa corrente primaria è aumentata dell’1,6%.

Su questo fronte lo scorso 7 Agosto il CIPE , su proposta del Ministro per la Coesione Territoriale e per il Mezzogiorno Claudio De Vincenti, ha completato la dotazione delle risorse per il piano Banda Ultra Larga, assegnando al Mise gli ulteriori 1,3 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC) già individuati nella delibera CIPE 65 del 2015 per raggiungere tutti gli obiettivi della Strategia BUL.

L’evoluzione del rapporto debito/PIL e il contributo degli Enti Locali Il passaggio successivo dell’indagine targata Cdp focalizza obbligatoriamente l’apporto degli enti locali nell’evoluzione del rapporto debito/Pil sull’onda dell’austerity e delle rigorose politiche fiscali adottate. Si segnala, in particolare, che nel 2016 le Amministrazioni territoriali hanno contri-

Il Comitato per la Banda Ultra Larga (COBUL), infatti, aveva valutato in 3.6 miliardi il fabbisogno per la realizzazione della fase II della Strategia, utili al sostegno della domanda, al completamento degli investimenti infrastrutturali necessari nelle aree grigie ed agli obiettivi della Giga Society. I 3,6 miliardi saranno finanziati dai risparmi delle gare già effettuate per le aree bianche, da risorse europee e del FSC già assegnate ancora disponibili e, appunto, dagli ulteriori 1,3 miliardi di risorse del FSC assegnati nella seduta del CIPE. Da settembre il COBUL definirà nel dettaglio le modalità e la tempistica degli interventi. Aldo Musci

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I cambiamenti climatici obbligano ad un nuovo modello di sviluppo L’estremizzazione degli eventi meteorologici, causata dai cambiamenti climatici, ha aumentato, nell’opinione pubblica, la consapevolezza dell’acqua anche come fattore di rischio; è necessario aumentare la resilienza del territorio affiancando, all’indispensabile adeguamento della rete idraulica, una “cultura idrica” diffusa: dai comportamenti in emergenza al recupero dei toponimi, che indicavano aree a rischio idraulico, oggi magari soppiantati da asettici nomi di personaggi o capitali straniere. Per questo, ANBI è impegnata, nell’ambito dell’iniziativa Coldiretti #stocoicontadini, in un tour, che toccherà 10 capoluoghi italiani, per sensibilizzare sull’importanza della gestione idrica come volano di sviluppo per l’economia e l’occupazione di un territorio, ma anche per accrescere la consapevolezza delle interrelazioni fra centri urbani e campagna. Se, negli anni più recenti, è cresciuta un’empatia del bello nei confronti del patrimonio paesaggistico italiano, oggi il rapporto è anche funzionale di fronte all’inarrestabile urbanizzazione del territorio, che rende idraulicamente più vulnerabili i centri abitati. Impegnati da tempo a segnalare, per le proprie competenze, l’insostenibilità di un modello basato sul cemento, i Consorzi di bonifica propongono soluzioni concrete: dall’annuale Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico (oltre 3.000 interventi, perlopiù definitivi ed esecutivi, per circa 8 miliardi di euro) al più recente Piano Nazionale degli Invasi (2.000 interventi capaci di abbinare funzioni di salvaguardia idrogeologica, riserva idrica e tutela ambientale, 400 dei quali bisognosi solo di essere finanziati, per 20 miliardi di investimento). Sono cifre ingenti, seppur spalmate su base pluriennale, la cui percezione però cambia sostanzialmente, se si considera che la siccità di quest’anno è costata quasi 2 miliardi di euro all’agricoltura oppure ai 2 miliardi e mezzo di danni causati annualmente da alluvioni e frane. Intervenire in emergenza costa cinque volte di più che prevenire senza considerare l’incommensurabile tributo in vite umane. Secondo l’ISPRA, il totale dei comuni italiani interessati da aree con pericolosità da frana e/o idraulica risultano 7.145, pari all’88,3%, mentre quelli non interessati da tali aree risultano solamente 947. La popolazione italiana a rischio frane è pari a 5.624.402 abitanti; a rischio ci sono anche 362.369 imprese e 34.651 beni culturali. Il pericolo alluvioni interessa invece 9.039.990 abitanti, 879.364 imprese e 40.454 beni culturali. La sicurezza idrogeologica è quindi condizione fondamentale per la vita delle comunità e lo sviluppo economico del Paese, che non può prescindere dalla valorizzazione del territorio e delle sue peculiarità. Lo sanno bene le Amministrazioni Comunali che, complici i tagli ai bilanci, hanno sottoscritto migliaia di Accordi Programma con i Consorzi di bonifica, interagendo con loro nel nome di quel principio di sussidiarietà che, unitamente all’autogoverno, ne fanno un’esperienza, modello a livello internazionale. Francesco Vincenzi - Presidente ANBI


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Il Progetto Crescita digitale in Comune Una nuova iniziativa a supporto della diffusione della Banda Ultra Larga ra le iniziative più importanti avviate dal Governo in tema di Banda Ultra Larga va citato il “Progetto Crescita digitale in Comune”, che consiste in un complesso di azioni e strumenti operativi finalizzato a mettere i Comuni e i territori al centro della realizzazione dei programmi di crescita del Paese, in grado di coglierne appieno le opportunità. Il progetto è stato presentato a Roma il 22 settembre 2017 nel corso del Convegno nazionale “Crescita digitale in comune”Gli Enti Locali nel Piano nazionale per la diffusione della Banda Ultra Larga (BUL) nel Paese ai rappresentanti dei territori interessati dal

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Intervento di Franco Bassanini, presidente Open Fiber

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Piano BUL del Governo. Il progetto, la cui attuazione è stata affidata dal MiSE a Legautonomie, supportata da Leganet e Ancitel, mira a creare condizioni operative favorevoli allo sviluppo del Piano BUL nell’interazione tra il MiSE, i soggetti attuatori individuati e i circa 7.700 Comuni interessati a regime, intervenendo su alcune aree organizzative e procedure particolarmente critiche con lo scopo di: • diffondere a cittadini e imprese le ricadute del Piano BUL in termini di sviluppo economico, nascita di nuove opportunità e nuovi servizi nel territorio;

L’intervento del Sottosegretario Antonello Giacomelli

Sessione tecnica sull’uso della piattaforma www.crescitadigitaleincomune.it

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• migliorare le procedure amministrative per il rilascio delIl Presidente Infratel Italia Maurizio Dècina ha dal canto le autorizzazioni per la messa in opera della rete in fibra suo evidenziato come si tratti di un’occasione storica per ottica, anche attraverso un’azione formativa rivolta ai colmare il gap digitale del Paese coinvolgendo nell’attuacompetenti uffici comunali; zione della rete pubblica per la Banda Ultra Larga i Comuni • sensibilizzare le strutture comunali chiamate a interagire con il MiSE per la costruzione del SINFI; • ottimizzare le comunicazioni tra centro e periferia raggiungendo in modo mirato ed efficace i Comuni individuati dalla strategia per la Banda Ultra Larga. Al convegno nazionale di Roma è intervenuto il Sottosegretario allo Sviluppo Economico Antonello Giacomelli, che ha ringraziato Legautonomie e Ancitel per la progettualità posta in campo. Giacomelli (MiSE), Ducci (moderatore), Filippeschi (Legautonomie), Dècina (Infratel)

L’intervento di Maurizio Dècina, presidente Infratel

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GDC italiani. Sul sito http://bandaultralarga.italia.it/mappa-bul/ viene invece convogliata istituzionalmente l’informazione relativamente agli avanzamenti dei cantieri e dello stato dei lavori nei vari territori. Il Presidente Open Fiber Franco Bassanini ha quindi rimarcato come la scelta del governo di favorire la realizzazione di una architettura di rete di TLC ‘Future proof’ sia lungimirante perché consente di andare oltre l’Agenda digitale del 2020. Il progetto è stato quindi illustrato dal Presidente di Legautonomie Marco Filippeschi, sindaco di Pisa e, nelle sue componenti tecniche, dai partner Leganet ed Ancitel. Tutti i dettagli (moduli formativi online, Esperto risponde sulla Banda Ultra Larga, atti-tipo, webinar e molto altro ancora) sono reperibili sulla piattaforma di progetto http://www.crescitadigitaleincomune.it/

Sala convegno: veduta d’assieme

IL SINFI Sistema Informativo Nazionale Federato delle Infrastrutture La piattaforma SINFI è lo strumento identificato per il coordinamento e trasparenza per la nuova strategia per la Banda Larga e Ultra Larga. Tra le funzioni che svolge vi è favorire la condivisione delle infrastrutture, mediante una gestione ordinata del sotto e sopra suolo e dei relativi interventi, ed anche offrire un unico cruscotto che gestisca con efficienza e monitori tutti gli interventi. Il SINFI è frutto della Direttiva 2014/61/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 maggio 2014, la quale esplicita lo scopo di “facilitare e incentivare l’installazione di reti di comunicazione elettronica ad alta velocità promuovendo l’uso condiviso dell’infrastruttura fisica esistente e consentendo un dispiegamento più efficiente di infrastrutture fisiche nuove in modo da abbattere i costi dell’installazione di tali reti.” art.1, comma 1. Tale Direttiva è stata recepita dallo Stato Italiano per mezzo dell’emanazione del D.Lgs. n. 33/2016 e successivamente con il D.M. 11/05/2016 il Ministero dello Sviluppo Economico ha stabilito le modalità tecniche per la definizione del contenuto del Sistema Informativo Nazionale Federato delle Infrastrutture.

Chi deve conferire i dati I soggetti deputati al conferimento dei dati sono: • Le amministrazioni pubbliche titolari e detentrici delle informazioni; • Gli operatori di rete; • I gestori di infrastrutture fisiche.

Quali dati devono essere conferiti Con riferimento specificatamente agli operatori di rete ed ai gestori di infrastrutture (siano essi pubblici o privati) i dati contenuti nel SINFI comprendono elementi del soprasuolo ed elementi del sottosuolo: Rete • idrica di approvvigionamento • di smaltimento delle acque • elettrica • del gas • di teleriscaldamento • oleodotti • di telecomunicazioni e cablaggi

Tutti i dettagli (riferimenti normativi completi, documenti operativi a supporto e molto altro ancora) sono reperibili su www.sinfi.it, fonte del presente approfondimento.

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La piattaforma Crescita Digitale in Comune GDC

Presentiamo una selezione di screenshot della piattaforma Crescita Digitale in Comune www.crescitadigitaleincomune.it

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www.crescitadigitaleincomune.it


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La testimonianza

sul campo) e soprattutto al timore di sovrapposizioni tra gli Enti competenti possiamo ritenerci soddisfatti dei risultati raggiunti. C’è consapevolezza nella popolazione sull’importanza del progetto? Noi viviamo in paesini di montagna dove la densità abitativa è di 38 abitanti per km quadrato, la popolazione si occupa soprattutto di agricoltura o va a lavoro nei vicini centri più industrializzati; è molto importante anche il settore turistico ma l’agricoltura è ancora l’attività predominante. Alcuni cittadini, pertanto, ammettono di non conoscere a fondo questa nuova sfida tecnologica ma tutti sono consapevoli dell’importanza della stessa. Financo le persone più anziane intuiscono la rilevanza della Banda Ultra Larga in un immediato futuro: questo vuol dire essere sul pezzo, la gente se ne interessa e ha compreso appieno l’importanza del progetto.

Intervista al sindaco di Carpineti (RE) intervenuto alla presentazione del progetto “Crescita Digitale in Comune” Tiziano Borghi: “I cittadini sono consapevoli dell’importanza della BUL” Qual è lo stato di avanzamento dei lavori per la posa della Banda Ultra Larga nel comune di Carpineti Per quanto riguarda il nostro comune abbiamo in progetto diverse pose, soprattutto nelle aree industriali di Cigarello e Colombaia di Secchia; le scuole sono state già raggiunte ed è in programma un’ulteriore estensione. Per quanto riguarda, invece, l’Unione dei comuni dell’Appennino Reggiano alcuni cantieri sono già stati realizzati mentre altri sono in progetto, questi ultimi raggiungono alcune zone del Comune di Ventasso. Altre aree sono in corso di valutazione, infine, nell’intero territorio dell’Unione. Possiamo quindi ritenerci soddisfatti per lo stato di avanzamento dei lavori. Questo grazie anche a Lepida, la società regionale che si occupa degli interventi e di cui tutti i Comuni sono soci. Ma soprattutto grazie ai fondi che la regione Emilia Romagna ha messo ha disposizione di tutti i partecipanti al progetto firmando una convenzione con il MiSE. Siamo coscienti di essere apripista su tutto il territorio per questa iniziativa e nonostante qualche piccolo problema iniziale, dovuto principalmente alla mancanza di esperienza (che non può che farsi

Quali sono le ricadute in territorio peculiare come quello del parmigiano reggiano? Il nostro territorio è legato alla produzione del parmigiano reggiano e ha una filiera ancora corta perché il produttore di latte si occupa del prodotto fino alla caseificazione ma non ha alcun canale per la commercializzazione, fatta da alcune imprese ad hoc che in qualche modo determinano il prezzo di vendita. Una commercializzazione realizzata direttamente dal produttore, oltre ad avere più appeal sul consumatore finale o sulla rete di distribuzione, darebbe ovviamente qualche margine in più. Io credo che la BUL riesca in qualche modo a favorire queste iniziative, comunque già implementate da alcune latterie che si sono riunite. Il tessuto industriale presente sul territorio, inoltre, ha urgente necessità di poter accedere a comunicazioni velocissime con il mondo dei loro clienti e dei loro fornitori. Riteniamo, per questo, l’impatto della BUL decisamente positivo. Sono, infatti, le aziende stesse che chiedono e aspettano fiduciose di utilizzare quanto prima questa nuova tecnologia. Quali sono le implicazioni per quanto riguarda la macchina amministrativa comunale? La Banda Ultra Larga arriverà direttamente nel nostro municipio e in tutte le scuole sparse nel territorio. Scuole medie, elementari e asili nido, con evidenti vantaggi per il sistema locale. Salvatore Dettori

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Aamps, inferno e ritorno La società di gestione dei rifiuti partecipata al 100 per cento dal Comune di Livorno è riuscita a evitare un fallimento che solo due anni fa sembrava inevitabile. Merito del grande lavoro di squadra tra vertici aziendali, tribunale e amministrazione pubblica Sembrava un’azienda avviata inesorabilmente verso il fallimento. E invece, a poco più di anno di distanza dall’azzeramento dei vertici e dalla nomina del nuovo Cda, per la prima volta dopo tre esercizi consecutivi chiusi in passivo l’Aamps (Azienda ambientale di pubblico servizio) di Livorno ha chiuso il 2016 in utile. Non solo, nel marzo scorso il tribunale del capoluogo toscano ha anche disposto l’omologa del concordato preventivo, sancendo di fatto il salvataggio della società di gestione dei rifiuti partecipata al 100 per cento dal Comune. Un risultato raggiunto grazie al lavoro congiunto di politica, potere giudiziario e, ovviamente, vertici societari, guidati dal Presidente Federico Castelnuovo. A lui e al consigliere di amministrazione Paola Petrone abbiamo chiesto di raccontarci come sia stato possibile risollevare le sorti di una società che, ad oggi, ha un fatturato di 41 milioni di euro e dà lavoro a circa 280 addetti. Dottor Castelnuovo, quando vi siete insediati in che condizioni avete trovato all’Aamps? Il nostro insediamento è avvenuto il 22 gennaio dello scorso anno quando la situazione era piuttosto esplosiva sia per la polemica politica che aveva raggiunto proporzioni nazionali sia per la pressione locale. Basti pensare che la mattina del nostro arrivo abbiamo trovato i dipendenti con le bare fuori dal Comune e la data di morte della società incisa sopra. L’azienda aveva un male che veniva da lontano, in parte dovuto a una vecchia legge che ha causato molti danni al sistema dei rifiuti, in quanto trasferiva il rischio di credito in capo alle concessionarie. Nel 2012, però, si passò al regime attuale della Tari, grazie al quale l’azienda incassa ora direttamente dal Comune il costo del servizio, smettendo così di accumulare debito. Questo però non è bastato affinché le cose prendessero una piega diversa. L’ottima manovra finanziaria di riscadenziamento del debito dei fornitori fatta all’epoca, non essendo stata seguita da un intervento più profondo di tipo industriale, è servita solo a guadagnare tempo. Ha permesso all’azienda di proseguire qualche altro anno, ma nella seconda parte del 2015 si è ritrovata nuovamente in una situazione delicata e il Comune ha quindi cercato dei professionisti che ne raddrizzassero le sorti. Così, grazie anche all’intervento della dottoressa Petrone, questa volta abbiamo cercato di coprire entrambe le aree. Lei si è infatti dedicata a redigere il piano industriale e a gestire quotidianamente un’azienda che aveva subito negli ultimi anni un cambio di management ogni pochi mesi, una situazione di grande confusione. Dottoressa Petrone, quali sono state le vostre prime mosse? Abbiamo fornito una rotta alle persone e rifatto quasi tutte le gare d’appalto, aprendo alla concorrenza, alle gare europee e coinvolgendo fornitori meno invischiati nella storia recente della società, o spingendo quelli che già c’erano a essere più competitivi, ottenendo così risultati importanti. Il 2016 è sta-

to infatti il primo anno chiuso in utile dopo tre anni di perdita. Questo dimostra che la macchina operativa dell’azienda adesso è in moto, perché le efficienze che sono state messe in atto. L’attenzione ai processi e alla produttività delle persone e le vari azioni gestionali hanno portato risultati sul conto economico. Quali erano i problemi principali a cui avete dovuto far fronte? Innanzitutto abbiamo trovato tariffe molto elevate rispetto al mercato. Proprio per questo motivo abbiamo allargato di molto la rosa dei fornitori, aprendoci all’ambito nazionale ed europeo. Inoltre, esisteva un mix di personale sbilanciato: più impiegati che operai e quindi abbiamo iniziato un progetto di riconversione dei “colletti bianchi” in addetti alla raccolta e, contestualmente, abbiamo portato avanti una riorganizzazione che permettesse l’esodo di alcuni dipendenti: quest’anno in particolare saranno circa 15 persone, ma si tratta di un processo in divenire e ogni anno ci saranno accompagnamenti alla pensione. Infine, laddove erano presenti diverse figure per un’unica funzione abbiamo messo in atto una razionalizzazione, anche per aumentare l’efficienza delle persone, sostenuta anche da un’innovazione anche informatica dei processi. Dottor Castelnuovo, si può quindi dire che sia stato avviato un processo virtuoso sia dal lato finanziario che industriale. Esattamente. La manovra di natura finanziaria è servita ad accompagnare questo profondo ripensamento del cuore industriale dell’azienda. Siamo uno dei primi casi di concordato preventivo in continuità di una società in house reso possibile dal buon senso e dal coraggio dimostrato dal tribunale di Livorno, una delle condizioni al contorno indispensabili che ha fatto sì che questa vicenda abbia potuto avere esito positivo. L’azienda potrà quindi pagare l’80% del debito entro 5 anni ai creditori più rilevanti, mentre ai piccoli, fino a 250mila euro, entro due anni. Aggiungo, inoltre, che anche l’amministrazione comunale ci ha messo nelle condizioni di poter lavorare senza ingerenze, un fatto assolutamente non scontato. Dottoressa Petrone, il piano industriale però è solo agli inizi. Quali saranno le prossime mosse? Nel 2018 passeremo integralmente al sistema di raccolta dei rifiuti porta a porta, che attualmente riguarda soltanto 25mila persone. Abbiamo inoltre previsto la realizzazione di un impianto per il trattamento della carta e di un altro per il pre-trattamento dell’organico. Questo ci permetterà di abbattere i maggiori costi dovuti all’incremento del personale assunto per il porta a porta. Inoltre, in circa due anni dovremmo passare dall’attuale 46% di raccolta differenziata al 65%. Il piano è molto serrato e per una municipalizzata fare tutte queste cose in 5 anni, tenendo anche conto della normativa, è un obiettivo abbastanza sfidante, ma siamo comunque fiduciosi. Dottor Castelnuovo, quello dell’Aamps di Livorno sembra quindi un modello virtuoso da prendere a esempio. Grazie alla squadra giusta, ribaltare una situazione anche molto compromessa e apparentemente senza speranza è una cosa che si può fare se ognuno ci mette del suo e se tutti remano nella stessa direzione. Ci vogliono però anche volontà e capacità di farlo. Il nostro è pertanto un messaggio di grande speranza e ottimismo.


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Olly®: un sistema di raccolta economico, sostenibile e accessibile a tutti Eco.Energia, intestataria per l’Italia del marchio Olly®, nasce nel 2009 con l’obiettivo di raccogliere gli oli alimentari esausti di origine vegetale provenienti da utenze domestiche e commerciali e diviene in poco tempo un interlocutore a livello nazionale per la raccolta di rifiuti “speciali non pericolosi”. Il progetto Olly® è un servizio efficace, pulito ed efficiente che preserva l’ambiente e trasforma un rifiuto in un’importante risorsa. Attraverso tale servizio la raccolta capillare e diffusa degli oli alimentari esausti è resa possibile grazie all’installazione di vari Punti di Raccolta, detti ‘casine’, dislocati sul territorio di numerosi Comuni italiani e a cui è possibile accedere tramite una card nominativa, la Olly®Card (in alternativa con la tessera sanitaria), che permette lo sblocco e l’apertura del punto stesso e consente, inoltre, la tracciabilità dell’olio. All’interno dei punti di raccolta sono a disposizione di tutti gli utenti i bidoncini per la raccolta Olly® della capacità di 3 litri. Gli operatori Eco.Energia sono incaricati di raccogliere periodicamente i bidoncini pieni nei punti di raccolta, di portarli al centro di stoccaggio e di riporre nuovamente i bidoncini puliti e vuoti all’interno delle casine pronti per un riutilizzo. Il sistema Olly® è rivolto sia agli utenti domestici, che si occupano di portare direttamente i bidoncini pieni presso il punto di raccolta più vicino, sia alle utenze commerciali e produttive che utilizzano contenitori della capacità di 25 litri su cui si effettua un servizio personalizzato e calibrato ad ogni esigenza. Il sistema produttivo di Eco.Energia nasce da un primario interesse per l’ambiente e quindi per l’ecosostenibilità. L’ olio alimentare esausto, se disperso nell’ambiente, può causare infatti gravi danni al sottosuolo, alle reti fognarie e alle falde acquifere, può rendere inutilizzabili i pozzi di acqua potabile e può compromettere l’esistenza della flora e della fauna marina. Il sistema Olly® è attivo ad oggi in oltre 80 Comuni dislocati su tutto il territorio nazionale e permette di ottenere un significativo risparmio in termini economico-energetico. Nei Comuni in cui Olly® è presente vengono recuperati più di 2.000 Kg di olio ogni mese per ogni punto di raccolta. Solo nel 2016, grazie a questo sistema, sono state raccolte in totale oltre 600 tonnellate di olio alimentare esausto.

www.ecopuntoenergia.com


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Piano Triennale: approvata la strategia per la trasformazione digitale È il documento ufficiale utilizzato per pianificare gli investimenti tecnologici in maniera strutturata e con una visione strategica per il triennio “2017–2019” ormai tracciata la rotta per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, idealmente almeno fino al 2019. È, infatti, arrivata anche la firma del Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni al Piano Triennale presentato e realizzato dall’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) e dal Team per la Trasformazione Digitale (guidato dal digital champion nazionale Diego Piacentini). Ad annunciarlo, il Premier e le stesse agenzie governative. “Con il Piano Triennale prosegue la trasformazione digitale che permetterà alle Pubbliche Amministrazioni di diventare più efficienti e mettere il cittadino al centro delle loro azioni – sottolinea il Ministro della P.A. e Semplificazione Marianna Madia – L’aggiornamento del Codice dell’Amministrazione Digitale sarà un ulteriore passo per liberare l’innovazione dai troppi regolamenti e rafforzare i diritti di cittadinanza digitale”. Il Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione 2017–2019 è il documento di indirizzo strategico ed economico con cui –per la prima volta- si definisce il modello di riferimento per lo sviluppo dell’informatica pubblica italiana e la strategia operativa di trasformazione digitale del Paese.

È

Approvato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni, il Piano – realizzato da AgID e dal Team per la Trasformazione Digitale – coordina le attività dei 4,6 mld circa che provengono da finanziamenti nazionali e comunitari, stanziati per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla strategia Crescita Digitale rispetto alla riqualificazione della spesa ICT. In linea con la Legge di stabilità 2016, il Piano dà il via al percorso di accompagnamento che consentirà a livello nazionale di adeguarsi all’obiettivo di risparmio del 50% della spesa annuale per la gestione corrente del settore informatico. L’obiettivo da raggiungere alla fine del triennio 2016-2018, destinando i fondi in investimenti per innovazione e sviluppo. Le indicazioni rappresentano inoltre, per il mercato, un quadro di riferimento in materia ICT.

L’aggiornamento del Codice dell’Amministrazione Digitale sarà un ulteriore passo per liberare l’innovazione dai troppi regolamenti e rafforzare i diritti di cittadinanza digitale

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L’Agenzia ha il compito di guidare le Amministrazioni nella fase di adeguamento alle indicazioni contenute nel Piano. La versione approvata definisce e guida le attività per il 2018. Entro il mese di settembre di ogni anno verrà pubblicata la versione aggiornata – in maniera collaborativa – del Piano, al fine di indirizzare le azioni per l’anno successivo. Per il commissario al Digitale, Diego Piacentini, il Piano ha l’obiettivo di guidare e dare supporto alla Pubblica Amministrazione realizzando la visione tecnologica del sistema operativo del Paese. “Pone le basi – evidenzia – per la costruzione di una serie di componenti fondamentali su cui le Amministrazioni pubbliche possono realizzare servizi più semplici ed efficaci per i cittadini e le imprese, adottando metodologie agili, un approccio mobile first, architetture sicure, interoperabili, scalabili, altamente affidabili, e basate su interfacce applicative (Api) chiaramente definite. Open source e collaborazione diventano il nuovo paradigma. Per la trasformazione digitale serviranno competenze, investimenti, tempo, dedizione e costanza. E soprattutto la volon-

tà di tutte le parti coinvolte di favorire e non ostacolare la trasformazione stessa”. Le linee d’azione per la trasformazione digitale consentiranno alle amministrazioni di pianificare investimenti e attività in maniera coordinata e con obiettivi comuni; rappresentano inoltre un quadro di riferimento organico rispetto

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La versione appena pubblicata – che ha visto la collaborazione di Sogei, Consip, il commissario alla spending review, le Amministrazioni centrali, le agenzie fiscali, gli Enti previdenziali, le Regioni, le Città metropolitane, le Province, gli Enti strumentali e l’ANCI – definisce e guida le attività per il 2018; entro il mese di settembre di ogni anno verrà pubblicata la versione aggiornata del Piano al fine di indirizzare le azioni per l’anno successivo. Grazie all’avvio del lavoro di coordinamento delle amministrazioni, per il quale AgID ha strutturato un team dedicato e all’utilizzo degli strumenti di condivisione e collaborazione, a partire dai prossimi mesi si delineerà un modello di collaborazione con i soggetti interessati sempre più capillare ed inclusivo.

allo sviluppo di politiche in materia ICT anche per il mercato. Il Piano Triennale, infatti, è il primo documento di indirizzo strategico ed economico che permette di guidare operativamente la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione, coordinando le attività relative ai 4,6 miliardi circa – che provengono da fonti di finanziamento nazionali e comunitarie – stanziati per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla strategia Crescita Digitale. In linea con quanto previsto dalla Legge di stabilità 2016, inoltre, si dà il via ad un percorso di guida e accompagnamento per la riqualificazione della spesa ICT che permetterà a livello nazionale di adeguarsi all’obiettivo di risparmio del 50% della spesa annuale (che non passa dalle centrali di aggregazione) per la gestione corrente del settore informatico, da raggiungere alla fine del triennio 2016-2018 destinando i fondi in investimenti per innovazione e sviluppo.

Il Piano Triennale permette di guidare operativamente la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione

Aldo Musci

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Le nuove sfide della Privacy negli Enti Locali La nuova disciplina impone un diverso approccio nel trattamento dei dati personali e richiede un’intensa attività di adeguamento preliminare alla sua definitiva applicazione

proprio “sistema privacy” ed identificare i possibili ‘Responsabile della protezione dei dati’ che le PA dovranno obbligatoriamente designare ai sensi dell’art. 37 del Regolamento Europeo. L’emanazione continua di atti normativi che tendono a semplificare gli adempimenti necessari per l’adeguamento alla Legge comporta tuttavia per gli Enti locali la necessità di rivedere al proprio interno quali siano gli strumenti finora utilizzati e, se necessario, provvedere al loro miglioramento. Sono già molte le iniziative messe in campo da soggetti pubblici e privati per accompagnare questa transizione al nuovo Regolamento. Ancitel ha inviato a tutti i Comuni italiani un questionario per comprendere lo stato dell’arte degli enti locali sul tema del trattamento dei dati personali e sulle misure di sicurezza. Il questionario può essere compilato on-line sul portale www.ancitel.it. Ancitel invierà ai Comuni che risponderanno al questionario i materiali preliminari per l’applicazione coerente della normativa.

l processo di adeguamento degli Enti locali alla normativa riguardante la tutela dei dati personali, conosciuta come Legge sulla privacy, dovrebbe essere già attuato. Va detto comunque che la complessità e la dinamicità di una disciplina ancora lungi dall’essere completata comporta un alto rischio di omissioni o imperfezioni nella sua fase di applicazione. Il 4 maggio 2016 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (GUUE) il “Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE”. Il Regolamento sarà vigente 20 giorni dopo la pubblicazione in GUUE e diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018, quando dovrà essere garantito il perfetto allineamento fra la normativa nazionale e le disposizioni del Regolamento. Il Regolamento avrà effetti importanti a livello delle Pubbliche Amministrazioni che dovranno da subito rivedere il

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Regolamento 2016/679/Ue: le priorità per le Pa La principale novità introdotta dal regolamento è il principio di “responsabilizzazione” (cd. accountability), che attribuisce direttamente ai titolari del trattamento il compito di assicurare, ed essere in grado di comprovare, il rispetto dei

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principi applicabili al trattamento dei dati personali (art. 5). In quest’ottica, la nuova disciplina impone alle amministrazioni un diverso approccio nel trattamento dei dati personali, prevede nuovi adempimenti e richiede un’intensa attività di adeguamento, preliminare alla sua definitiva applicazione a partire dal 25 maggio 2018. Al fine di fornire un primo orientamento il Garante per la protezione dei dati personali suggerisce alle Amministrazioni pubbliche di avviare, con assoluta priorità:

1. la designazione del Re sponsabile della protezione dei dati – RPD (artt. 37-39) Questa nuova figura, che il regolamento richiede sia individuata in funzione delle qualità professionali e della conoscenza specialistica della normativa e della prassi in materia di protezione dati, costituisce il fulcro del processo di attuazione del principio di “responsabilizzazione”. Il diretto coinvolgimento del RPD in tutte le questioni che riguardano la protezione dei dati personali, sin dalla fase transitoria, è sicuramente garanzia di qualità del risultato del processo di adeguamento in atto. In questo ambito, sono da tenere in attenta considerazione i requisiti normativi relativamente a: posizione (riferisce direttamente al vertice), indipendenza (non riceve istruzioni per quanto riguarda l’esecuzione dei compiti) e autonomia (attribuzione di risorse umane e finanziarie adeguate);

troduzione di misure a protezione dei dati fin dalla progettazione e per impostazione (privacy by design e by default, art. 25), in modo da assicurare, entro il 25 maggio 2018, la piena conformità dei trattamenti in corso (cons. 171);

3. la notifica delle violazioni dei dati personali (cd. data breach, art. 33 e 34) Fondamentale appare anche, nell’attuale contesto caratterizzato da una crescente minaccia alla sicurezza dei sistemi informativi, la pronta attuazione delle nuove misure relative alle violazioni dei dati personali, tenendo in particolare considerazione i criteri di attenuazione del rischio indicati dalla disciplina e individuando quanto prima idonee procedure organizzative per dare attuazione alle nuove disposizioni. In questo complesso contesto, gli esperti Ancitel (contattabili ai numeri 06/76291311 -373 -210) sono in grado di affiancare le Amministrazioni nelle fasi fondamentali per l’applicazione del Regolamento come:

2. l’istituzione del Registro delle attività di trattamento (art. 30 e cons. 171) Essenziale avviare quanto prima la ricognizione dei trattamenti svolti e delle loro principali caratteristiche (finalità del trattamento, descrizione delle categorie di dati e interessati, categorie di destinatari cui è prevista la comunicazione, misure di sicurezza, tempi di conservazione, e ogni altra informazione che il titolare ritenga opportuna al fine di documentare le attività di trattamento svolte) funzionale all’istituzione del registro. La ricognizione sarà l’occasione per verificare anche il rispetto dei principi fondamentali (art. 5), la liceità del trattamento (verifica dell’idoneità della base giuridica, artt. 6, 9 e 10) nonché l’opportunità dell’in-

• individuazione della struttura organizzativa interna e creazione della “funzione privacy” dell’Ente • censimento dei trattamenti in ciascun Settore dell’Ente per la creazione del registro • coordinamento della legge sulla Privacy e legge sulla trasparenza e diritto di accesso agli atti. Anna Rita Marocchi

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Pagamenti elettronici: una spinta formidabile alla digitalizzazione della P.A. Il Rapporto sull’informatizzazione nelle Amministrazioni locali, redatto a cura della Banca d’Italia, fa il punto sullo stato dell’arte dei processi innovativi in corso l Digital Single Market rappresenta una delle dieci priorità della Commissione europea per lo sviluppo dell’Unione e mira ad accrescere il ruolo dell’Europa nell’economia digitale”, scrive il Rapporto sull’informatizzazione nelle Amministrazioni locali, redatto a cura della Banca d’Italia (maggio 2017), centrando una delle questioni chiave del nostro tempo, in grado forse di contrastare e ribaltare quella “stagnazione secolare” paventata dai maggiori economisti presenti sulla scena internazionale. Come costruire un’economia digitale in grado di rimettere in moto i meccanismi inceppati dello sviluppo è, dunque, la “madre di tutti i problemi”, specialmente per un Paese come l’Italia, stretto da anni da una tenaglia che non perdona: la montagna del debito pubblico e una crescita anemica assediata dalla recessione. Ovviamente, in questa titanica impresa riveste un peso decisivo la digitalizzazione delle Pubbliche Amministrazioni, soprattutto quelle locali. Di conseguenza, il Rapporto, pur ammettendo che “l’attenzione del Governo alla crescita digitale” è aumentata notevolmente, riconosce anche che essa “sconta, in uno scenario sempre più caratterizzato dalla necessità di ridurre i costi del settore pubblico, la carenza di risorse finanziarie e

di figure professionali adeguate, la persistenza di una cultura amministrativa burocratica e una disciplina stringente, che regola fino al dettaglio l’azione amministrativa, limitando nei fatti i benefici che l’impiego delle moderne tecnologie possono portare alla reingegnerizzazione dei processi”. Focalizzando luci e ombre del percorso innovativo in atto, lo studio della Banca d’Italia indica comunque i progetti a carattere strategico in grado di determinare una reale crescita digitale del settore pubblico allargato: • la fatturazione elettronica (obbligatoria dal 2015); • il Sistema Pubblico d’Identità Digitale (SPID); • l’Anagrafe Nazionale della Popolazione residente (ANPR); • i pagamenti elettronici (pagoPA); • la giustizia e la sanità digitali.

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La sfida di costruire un’economia digitale in grado di rimettere in moto i meccanismi inceppati dello sviluppo

Funzione e diffusione dei pagamenti elettronici I dati raccolti dal Rapporto dimostrano che la maggior parte degli Enti continua a privilegiare l’offerta di canali di pagamento “fisici”, avvalendosi delle filiali del proprio teso-

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L’adesione alla piattaforma pagoPA Le rilevazioni condotte dall’Osservatorio eGovernment della School of Management del Politecnico di Milano alla fine del 2016 su un campione di 590 Comuni dimostrano come, grazie anche al mutamento nor mativo europeo e nazionale, sia in corso un trend positivo in materia di pagamenti digitali rispetto al passato. Infatti, il 59% degli Enti intervistati ha aderito alla piattaforma pagoPA. Nonostante tali aspetti positivi, dall’indagine emerge che le Amministrazioni locali devono ancora fare molta strada, poiché l’adesione prevede una procedura complessa: l’Ente deve scegliere quali servizi attivare e un ordine di priorità per la messa in esercizio. Ad oggi, solo un Comun e s u d u e f ra g l i a d e re nt i h a compiuto questa scelta. Ai Comuni è richiesto un cambiamento - prevalentemente organizzativo – nella gestione delle posizioni debitorie, che por terà, a tendere, ad una semplificazione dei processi interni di rendicontazione e r iconciliazione. Per quel che attiene gli aspetti tecnic i , co m p re s o l a g e n e ra z i o n e dell’Identificativo Unico di Versamento (IUV), la scelta fin qui maturata dai Comuni è stata quella di affidarsi ad intermediari e partner tecnologici, tenuto conto della complessità delle regole tecniche del sistema. Il rapporto segnala infine un ulteriore importante atout del sistema pagoPA: la possibilità per i cittadini/utenti di conoscere preventivamente i costi delle operazioni, con notevole vantaggio per la trasparenza dell’intera azione amministrativa.

riere (93%), spesso affiancate da sportelli presso l’Ente stesso (41%), mentre una quota rilevante di Enti si serve anche degli uffici postali (89%). Di contro, soltanto il 33% di essi consente di effettuare pagamenti tramite terminali ATM/POS. Un altro 20% permette il pagamento attraverso il proprio sito web, il 30% delle ASL lo permette pure via smartphone o tablet. Da notare che, rispetto all’indagine del 2012, le Regioni che consentono l’utilizzo del POS passano dall’11% al 40% e del sito web dal 28% al 40%. Più contenuti, invece, i progressi compiuti dai Comuni (+9% la disponibilità di ATM/POS, invariata quella di siti web). Quanto ai canali utilizzati per le operazioni d’incasso, l’uso del bonifico è in vetta (52%), seguito dal 26% dei bollettini postali, dal 6% in contanti e dal 3% attraverso carte. Venendo poi alle resistenze e agli ostacoli che frenano la diffusione dei mezzi elettronici di pagamento, lo studio evidenzia che per il 44% degli Enti l’ostacolo maggiore è costituito dallo scarso interesse degli utenti verso le nuove modalità di pagamento, che si scompone nel seguente ventaglio di atteggiamenti negativi: • bassa propensione all’uso di Internet (58%); • diffidenza a fornire i propri dati online (58%); • affidabilità del servizio (39%).

La carenza di risorse finanziarie e di figure professionali adeguate, la persistenza di una cultura amministrativa burocratica e la presenza di una disciplina stringente sono una zavorra per la diffusione della tecnologia

Giorgio Carbonara

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Agenzia del Demanio: valorizzare il patrimonio pubblico in una logica di rete Trasformare ex fabbriche in spazi per la cultura, ex magazzini in musei, ex caserme in uffici e luoghi abbandonati in opportunità di crescita e sviluppo sociale e culturale: questo è l’obiettivo di una gestione efficiente e lungimirante del patrimonio pubblico. Riempire i vuoti urbani con attività e servizi capaci di rendere migliori le grandi città e i piccoli centri è una sfida che richiede un impegno continuo e costante dei diversi soggetti coinvolti nella riqualificazione delle aree, siano essi amministrazioni pubbliche o soggetti privati. Il ruolo dell’Agenzia del Demanio, responsabile della gestione, razionalizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato, è proprio quello di facilitare il raggiungimento del traguardo della rigenerazione urbana, valorizzando il patrimonio dello Stato ma anche supportando i diversi livelli di governo del territorio nel promuovere azioni di riuso di immobili pubblici non più utilizzati. Per ottenere questo risultato occorre fare sistema e agire in una logica di rete mettendo a fattor comune dati e costruendo veri e propri identikit degli immobili da valorizzare. È quindi opportuno dotarsi di strumenti nuovi per immagazzinare informazioni utili creando un database sempre aggiornato capace di riprodurre una visione d’insieme dei vari contesti territoriali. EnTer è una piattaforma digitale, sviluppata interamente inhouse dall’Agenzia del Demanio, studiata per supportare tutti gli Enti Pubblici nell’individuare nuove destinazioni d’uso per i propri immobili. In pochi clic, compilando le schermate del sistema è possibile inserire tutte le informazioni relative ai propri beni candidandoli per singoli progetti o più genericamente per le varie iniziative di valorizzazione, vendita o concessione. In ogni caso gli immobili dopo una fase di studio saranno pronti a trasformarsi in prodotti maturi per essere immessi sul mercato. Avendo le caratteristiche richieste potranno entrare a far parte del portafoglio immobiliare dei due progetti a rete attualmente promossi dall’Agenzia del Demanio: Valore Paese – Fari e Valore Paese – Cammini e Percorsi. Due brand di successo che partono dallo stesso concetto, trasformare immobili inutilizzati in una risorsa economica, culturale e sociale per l’ecosistema in cui sono inseriti. Stesso obiettivo di fondo ma diversi gli scenari in cui si muovono i due concept: Valore Paese – Fari, giunto ormai alla terza edizione, interviene sulla riqualificazione delle strutture costiere che tornano a nuova vita attraverso progetti di recupero capaci di interpretarne il fascino e la bellezza. Valore Paese – Cammini e Percorsi, invece, è dedicato ai beni situati lungo i tracciati storico-religiosi e lungo le ciclovie che possono essere trasformarti in ostelli, piccoli hotel, punti di ristoro, ciclofficine e stazioni di servizio e assistenza per tutti i pellegrini, i turisti, i camminatori e i ciclisti che ogni anno percorrono le vie del turismo lento.


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Le sei regole auree delle smart city Un recente report realizzato da Cisco e dal Digital Transformation Institute focalizza i fattori in grado di decretare potenzialmente il fallimento dei progetti di trasformazione intelligente della dimensione urbana osa sia una smart city e come possa diventare “intelligente” una città sono temi attuali e ampiamente dibattuti in ambito scientifico e industriale. Numerosi gli studi e gli interventi in questa materia. Di particolare rilievo il recente report dal titolo: “Smart city, quali impatti sulle città del futuro?”, realizzato da Cisco e dal Digital Transformation Institute (DTI). Diversamente da quanto si potrebbe pensare, la ricerca non punta tanto a indicare i fattori che definiscono il carattere “smart” della dimensione urbana, quanto i possibili ele-

menti in grado di decretare il fallimento di un progetto finalizzato a rendere il contesto urbano più semplice e vivibile per il cittadino. In altre parole, mira ad identificare i principali fattori di rischio offrendo alle pubbliche amministrazioni locali uno strumento per individuare per tempo i modi migliori per superarli. Dunque, un approccio innovativo al problema, fondato sulla consapevolezza che, pur avviate con le migliori intenzioni, le iniziative in ambito smart city possano scontrarsi con difficoltà oggettive suscettibili di ridurne potenzialità e risultati. Ecco perché il team dei ricercatori ha focalizzato sei dimensioni chiave che rappresentano elementi critici nello sviluppo di un processo “smart city” efficace: la visione, l’organizzazione, l’economia, la società, la tecnologia e la comunicazione.

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Come una smart city diventa “intelligente”? E come sarà il futuro delle nostre città?

Vision: prospettare un modello di città intelligente umana e trasversale Essenziale chiarire quale modello di città intelligente sia ritenuto in grado di trasformare in senso positivo, attraverso il digitale, la comunità: ossia un modello sostenibile economicamente – perché basato sulla particolare capaci-

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modo oggettivo i risultati. Si tratta di coniugare saldamente una rete partecipativa che condivida visioni e strategie con un modello di governance che tenga conto di tutte le competenze necessarie al progetto, a tutti i livelli, con continuità.

tà di un territorio di attivare collaborazione fra pubblico, privato e società civile – e sostenibile dal punto di vista sociale e culturale, in quanto basato sul dialogo con le esigenze dei cittadini e sul “sentire” condiviso della comunità stessa.

Organizzazione: il corretto intreccio di leadership, visione, strategie, rete e partecipazione

L’importanza del connubio pubblico/privato per garantire crescita e stabilità

La dimensione organizzativa è un elemento particolarmente complesso che comprende molti fattori: la capacità di coinvolgere il territorio; l’ascolto e la gestione delle esigenze di tutti gli attori interessati al processo; la pianificazione degli interventi da compiere, con un’attenta analisi dei loro impatti sulla vita delle persone, sui loro diritti, sugli spazi della città; la creazione di strategie di comunicazione per sostenere il programma nel tempo; la scelta di criteri per misurare in

L’economia: stabilità per fare interagire e integrare investimenti pubblici e privati

Una città che intenda implementare progetti maturi in ambito smart, non singole sperimentazioni frammentate e scoordinate, deve dotarsi di un budget dedicato alle iniziative d’innovazione, anche se limitato: la sua esistenza è determinante come indicatore di una scelta culturale. Un altro fattore da considerare è la capacità di integrare e far interagire investimenti pubblici e privati: acquisire le fonti di finanziamento necessarie, ripartirle correttamente, ma anche – dove la

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P.A. non possa intervenire con un investimento tradizionale – saper creare condizioni che abilitino concretamente i progetti e garantiscano ai privati stabilità nel lungo periodo, anche in caso di un cambio di amministrazione.

in modo nuovo a domande inedite: assistenza, sicurezza, qualità della vita, partecipazione, innovazione. È importante coordinare il dialogo tra tutti gli attori coinvolti tramite una mediazione culturale capace di affrontare difficoltà e chiusure, dare responsabilità alle persone e condividere in modo chiaro e coerente fasi e obiettivi dei progetti. “Nella nostra ampia esperienza di progetti smar t city realizzati in tutto il mondo abbiamo capito due cose: che per fare una smart city ci vuole un villaggio, ovvero una capacità di collaborazione a tutti i livelli della comunità, e che nessuna smart city può essere uguale a un’altra” – spiega Fabio Florio, Business Development Manager Smart City e Country Digitization Leader di Cisco Italia – e aggiunge “Bisogna sapere come la composizione economica, le dinamiche sociali e demografiche, i punti di forza e debolezza dell’organizzazione della città, l’humus tecnologico e di innovazione, le competenze, si intreccino e facciano emergere opportunità e rischi sempre differenti. La Pubblica Amministrazione deve essere pronta, altrimenti il contributo dei privati non consente comunque di arrivare al risultato voluto. Con questa ricerca abbiamo voluto creare una guida ragionata che aiuti le pubbliche amministrazioni locali a capire con chiarezza quali strumenti ci sono, quali si possono attivare, lungo quali dimensioni, con quale approccio culturale e strategico: un’analisi essenziale per ottenere il massimo delle opportunità creando nuovi servizi digitali per i cittadini”.

La società: una comunità resiliente, collaborativa e “open source” Una smart city nasce da chi la abita: quanto più si adatta alla struttura della società e del territorio urbano, tanto più produce valore. Non basta creare piattaforme open data: queste devono coinvolgere in modo partecipativo, fin dalle fasi iniziali dei progetti, la comunità. Ampliare la platea di voci che trovano ascolto, attivare modelli di condivisione anche economici (pensiamo alla sharing e alla circular economy). È necessario un cambio di paradigma, che richiede anche di introdurre nuove piattaforme capaci di integrare le applicazioni e i flussi di relazione tra P.A. e cittadini.

La tecnologia: quali infrastrutture e piattaforme per la città digitale Il tema delle piattaforme collaborative basate sulla condivisione delle informazioni introduce all’aspetto tecnologico dei progetti smart. Tre i fattori tecnologici principali che determinano efficacia, scalabilità e successo: disporre di infrastrutture di comunicazione di rete sicure, affidabili, capillari, virtualizzabili, che permettano di accedere ai servizi digitali, di aggregare dati, di gestire monitoraggio e controllo; dotarsi delle infrastrutture per ospitare le applicazioni centrali e per raccogliere, conservare, analizzare i dati; costruire piattaforme applicative, sia per una gestione centrale, sia per i singoli sistemi e servizi, con un grande sforzo per creare interoperabilità e permettere il riuso.

Luisa Russo

Comunicazione: dialogo e coinvolgimento per una città umana Per costruire una smart city non basta immettere tecnologie innovative in un centro urbano. Occorre rispondere

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/D SXOL]LD GHOOH VWUDGH H OD VLFXUH]]D GHOOD YLDELOLW¢ VRQR RELHWWLYL FKH Oಬ(QWH

Innanzitutto, mette a disposizione di tutti i cittadini un numero

proprietario della strada deve assicurare.

verde DWWLYRJLRUQLDOOಬDQQRXWLOL]]DELOHDQFKHGDOOH)RU]HGHOOಬ2UGLQH

6H VL SHQVD SRL FKH ª VHPSUH SL» ULJRURVR LO GRYHUH GL ULVSHWWDUH OಬDPELHQWH

(VVR LGHQWLILFD OD ]RQD GL LQWHUYHQWR H OಬD]LHQGD GD LQYLDUH SHU UL solvere il pro-

FKH FL FLUFRQGD ª QHFHVVDULR HYLWDUH OD SUHVHQ]D GL VRVWDQ]H LQTXLQDQWL QHOOH

blema.I dati arrivano poi alla centrale operativa che li gestisce ed elabora sul

acque e sul terreno; e si sa che in caso di sinistri stradali la sicurezza, la viab i-

portale ಯಯC C.I.S.A. Ma anag gerರ, al quale hanno accesso per esempio periti,

OLTXLGDWRUL3XEEOLFD$PPLQLVWUD]LRQHHDYYRFDWLPHGLDQWHOಬXWLOL]]RGLDSSRVLWH credenziali, avendo questi immediato accesso ai dati e ai documenti di inteOLW¢HOಬDPELHQWHSRVVRQRHVVHUHPHVVLLQSHULFROR

resse; in questo modo la gestione del sinistro diventa trasparente in ogni suo

Ecco che il Consorzio Italiano Strade e Ambiente rappresenta la risposta ade-

aspetto.

guata alle esigenze dei Comuni, delle Province e delle Regioni, aiutandoli nella

Per coprire le spese conseguenti a questi servizi, il C.I.S.A. non avanza alcuna

manuWHQ]LRQHGHOOHORURVWUXWWXUHHGHOODYLDELOLW¢

richiesta di pagamento alla Pubblica Amministrazione, ma si rivolge diretta-

Infatti, si dedica con impegno e perizia alla pulizia della rete stradale e alla sal-

mente alla compagnia assicurativa del responsabile.

vaguDUGLD GHOOಬDPELHQWH, avvalendosi della collaborazione di imprese altamen-

Infatti, nel momento in cui il Comune o la Provincia chiama per il servizio di

te qualificate e specializzate.

pulizia e ripristino, dovrebbe anche pagarne i costi, rivalendosi poi sulla co m-

,O&RQVRU]LRª SUHVHQWHLQ SDUWLVLJQLILFDWLYHGel territorio italiano, quali Campa-

pagnia assicurativa del danneggiante.

nia, Abruzzo, Marche, Emilia-Romagna e /RPEDUGLD FRQ WHPSL Gಬintervento

E, invece, grazie alle convenzioni stipulate il Consorzio, questi tratta diretta-

brevissimi.

mente con il centro di liquidazione danni competente, facendo risparmiare

Ma come opera il C.I.S.A. al suo interno"(SHUFK«OHLVWLWX]LRQL

tempo, risorse e denaro agli Enti.

dovrebbero sceglierlo?

Rispetta OಬDPELHQWHSHUXQIXWXURSL»*5((1

www.consorzio-cisa.it

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Salerno in particolare: Beni Culturali e innovazione rendono protagonista il centro storico Il Distretto ad Alta Tecnologia per i Beni Culturali – DATABENC – opera per instaurare e potenziare una sinergia tra le tecnologie di nuovissimo sviluppo ed il patrimonio storico-culturale del territorio. Un esempio è l’impegno per la valorizzazione del centro storico di Salerno uando l’innovazione tecnologica incontra amministrazioni virtuose e stakeholder illuminati nascono esempi eccellenti come quello del Distretto Databanc – Distretto ad Alta Tecnologia per i Beni Culturali. Convergenza delle forze dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e di Salerno, del CNR, di vari Enti di ricerca, di piccole e medie imprese, il Consorzio ha trovato la propria ragione d’essere nello sviluppo di un’azione di programmazione strategica relativa ai beni culturali, al patrimonio ambientale e al turismo. In particolare, l’Università degli Studi di Salerno, con i suoi dipartimenti e i Centri di ricerca, ha reso il centro storico della città capoluogo il perno di un sistema pluristratificato, fulcro di un’identità storica, politica e culturale della città: gli interventi realizzati si sono fondati sull’integrazione tra saperi umanistici e scientifici finalizzati alla messa a punto di un piano integrato di conoscenza, tutela, valorizzazione e comunicazione del ricchissimo patrimonio monumentale esistente. Attraverso l’impiego mirato delle nuove tecnologie digitali, la cultura – un mondo di sapere che per decenni si è immaginato irrimediabilmente separato dal quotidiano –, ha saputo integrarsi alle competenze dei più, nella pratica quotidiana connessa all’esercizio democratico del diritto di cittadinanza.

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L’Amministrazione comunale, lavorando per la conoscenza del patrimonio culturale della città di Salerno, si è impegnata alla restituzione e alla condivisione pubblica di un significativo sistema di monumenti, di tradizioni e di memoria, in cui i musei, i resti archeologici, la forma degli isolati e dei cortili, l’andamento delle strade, l’architettura dei palazzi e delle chiese, continuano a narrare il lungo depositarsi di vite e di culture da cui scaturisce la forma urbana attuale. L’intera operazione è stata resa possibile unicamente grazie all’intervento delle conoscenze maturate in seno ai due maggiori atenei campani, i quali si sono incaricati della messa in opera di molteplici iniziative rivolte alla cittadinanza. È così che hanno visto la luce le installazioni multimediali di Palazzo Fruscione e del complesso di San Pietro a Corte, entrambe realtà storicoartistiche in cui è stata sperimentata un’attività di monitoraggio, tutela e valorizzazione di tipo artistico, archeologico e architettonico, tanto da associare all’analisi delle condizioni fisi-

Le installazioni multimediali di Palazzo Fruscione e del complesso di San Pietro a Corte come espressione di questo lavoro

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che di conservazione, anche le ragioni dei maggiori fattori di degrado e di rischio oltre all’allestimento di percorsi multimediali di visita per un pubblico non specialistico. L’elevato grado di avanzamento tecnologico è stato ulteriormente ribadito dalla resa di una cartografia interattiva dell’intero patrimonio monumentale: una mappa tematica georeferenziata, consultabile attraverso un touch screen e capace di consentire l’individuazione immediata del ricco patrimonio monumentale precedentemente classificato per categorie tipologiche. Il Distretto, inoltre, non ha mancato di presentare al pubblico

anche un’app per persone con handicap e un ricchissimo Atlante integrato delle conoscenze – uno degli obiettivi centrali dell’azione complessiva, che ha investito specificamente le competenze degli specialisti del knowledge management e ha trovato attuazione attraverso un sistema informatico nella logica degli Open Data, strutturato su diversi piani di integrazione e quindi disponibile per molteplici livelli d’uso. L’imponente realizzazione ha scelto di rivolgere un’attenzione specifica alla formazione di nuove competenze scientifiche e professionali in un settore a rapida evoluzione e ricco di potenzialità come quello del patrimonio culturale: attraverso corsi di alta formazione per studenti laureati beneficiari di borse di studio, il sistema ha finanziato borse di ricerca dedicate allo sviluppo di progetti sul Centro storico e ha partecipato alla sperimentazione di progetti di alternanza scuola-lavoro con diversi istituiti scolastici della provincia di Salerno.

DATABENC ha dispiegato i prodotti della ricerca incrementati con il fine ultimo di tutelare, comunicare e far conoscere l’identità storica del centro di Salerno, cuore pulsante della città

Fiorinda Stasi

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Gestire la Tariffa dei rifiuti Dalla simulazione alla business analysis

con applicazioni terze per il recupero di dati anagrafici delle utenze o per la stampa delle fatture o per le importazioni della rendicontazione. Inoltre tali applicazioni software sono in grado di dialogare con altri gestionali già in uso permettendo un perfetto allineamento dei dati. Per offrire anche

rgomento spinoso per le Amministrazioni pubbliche e per i cittadini è quello della tariffa dei rifiuti che da anni è al centro dell’attenzione delle software house che sviluppano programmi gestionali. Il ciclo della tariffa, per essere efficace e portare efficienza amministrativa, deve essere gestito interamente, dall’elaborazione del piano finanziario fino alla fatturazione e alla rendicontazione. Esistono prodotti software a totale completezza gestionale. Alcuni di questi si distinguono per la capacità di creare, verificare, confermare svariate simulazioni tariffarie e per la possibilità di stampare e esportare fatture e bollette che tengano conto anche delle differenti agevolazioni territoriali, caratteristica utilissima alle esigenze degli Enti che devono gestire più Comuni adeguandosi nel tempo ai vari regolamenti. La flessibilità di questa specifica tipologia di software è pensata per adattarsi a situazioni complesse, come ad esempio, l’interfacciamento

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tando il dato della simulazione con l’incassato, verificando l’andamento degli insoluti e la ripartizione dei pagamenti, confrontando anche i dati dell’anno corrente con quelli degli anni precedenti e personalizzando, all’occorrenza, le ricerche più utili. Una risposta completa alle esigenze di un settore che necessita sempre più di addentrarsi nelle dinamiche della trasformazione digitale in atto e dove l’utilizzo strategico dei dati rappresenta un patrimonio aziendale non più trascurabile. Tra le innumerevoli proposte software per i sistemi di gestione della Tariffa si segnala ad esempio quello di Ambiente.it, in uso presso aziende e/o consorzi a partecipazione pubblica e aziende private delegate della riscossione del tributo.

una visione sinottica del territorio di riferimento, questi software si interfacciano con Google Maps per visualizzare direttamente su mappa la localizzazione delle utenze e dei siti, ad esempio, di posizionamento dei contenitori di riferimento nel caso di tariffa puntuale. Interessanti sono le funzionalità di Business Analysis, cioè la possibilità di analizzare i dati elaborati in maniera aggregata e “intelligente”. Questi sistemi presentano tutti i principali indicatori della tariffazione, confron-

Piero Fabretti

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iCARE

Ancitel iCARE, la piattaforma integrata per gestire i progetti di inclusione attiva (SIA) e l’erogazione di altri servizi alla persona.

Ancitel iCARE è un Sistema Informativo Sociale progettato per aderire a realtà territoriali diverse (Comuni, Uffici di Piano di Zona, Distretti Sociali, Aziende Speciali, Consorzi). La soluzione consente un utilizzo condiviso con tutti gli attori locali coinvolti, è estremamente veloce e facile da utilizzare, prevede funzioni di navigazione specializzate per profilo utente ed è articolata in moduli applicativi attivabili anche in modo indipendente ma costituenti un unico sistema integrato: - modulo iCARE SIA (SIA base e SIA avanzato) - modulo Servizi scolastici e Cultura - modulo Servizi abitativi ERP Patrimonio

Il modulo iCARE SIA consente di gestire l’intero processo a partire dalla ricezione della domanda, l’istruttoria (controllo e verifica dei requisiti personali, familiari ed economici) e la generazione automatica dei flussi di dati da e verso l’INPS: - definizione obiettivi e indicatori; - monitoraggio in fase di attuazione (cruscotti e scrivanie virtuali) ; - workflow management (obiettivi, tempi, risorse, compiti); - gestione interazioni all’interno e all’esterno dell’ente; - integrazione con banche dati esterne (estensioni a richiesta); - gestione appuntamenti (estensione a richiesta).

iCARE SIA si integra con gli altri moduli verticali specializzati: Area SERVIZI SOCIALI Residenzialità, Servizi domiciliari, Contributi economici, Sportelli sociali, Idoneità alloggi, Cartella minori (Tutela, Affidi), Servizi educativi minori, Valutazione multidimensionale Area SERVIZI SCOLASTICI E CULTURA Area SERVIZI ABITATIVI ERP PATRIMONIO

A partire dal 2 settembre 2016 tutti i Comuni possono ricevere le domande dei cittadini relative alla Carta SIA e trasmetterle all'INPS con le medesime modalità oggi in uso per il bonus elettrico e gas, grazie al modulo iCARE SIA base reso disponibile gratuitamente dall’ANCI all’interno di SGAte

Servizio in abbonamento proposto da Ancitel S.p.A. Per informazioni: 06.762911 (opz. 1 r.a.) - assistenza.comuni@ancitel.it Ancitel iCARE è un Servizio realizzato da Ancitel S.p.A in collaborazione con Atena Informatica


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ancirisponde@ancitel.it a cura della redazione del servizio Anci Risponde

Anci Risponde è il servizio di consulenza telematica di Ancitel dedicato alle problematiche operative degli Enti Locali. Offre ai Comuni italiani un supporto tecnico di immediata fruibilità, attraverso la tempestiva risposta a quesiti di carattere giuridico-amministrativo e la possibilità di consultare la banca dati di oltre 110 mila casi già risolti, organizzata in 12 aree tematiche

1) La guida con patente revocata Una persona viene fermata per un controllo, esibisce la patente ma a seguito di ulteriori verifiche dopo 10 giorni si accerta che la patente esibita era stata revocata con atto notificato. Sappiamo di poter effettuare la contestazione differita con il fermo di tre mesi su delega al comando di competenza però la persona è irreperibile alla residenza e non si sa dove viva. Qualora venisse fermata nuovamente si può rinotificare un secondo nuovo verbale ex art. 116 con il fermo stavolta applicato subito in pendenza di notifica del primo verbale? Ovvero si deve notificare nuovamente il pri-

mo atto limitandoci alla sola applicazione del fermo (tra l’altro veicolo di una ditta)? Risposta A seguito della depenalizzazione introdotta dal D. Lgs. n. 8/2016, “Chiunque conduce veicoli senza aver conseguito la corrispondente patente di guida è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000,00 a euro 30.000,00; la stessa sanzione si applica ai conducenti che guidano senza patente perché revocata o non rinnovata per mancanza dei requisiti fisici e psichici. Nell’ipotesi di recidiva nel biennio si applica altresì la pena dell’arresto fino ad un anno. Per le violazioni di cui al presente comma è competente il tribunale in composizione monocratica.” (art. 116, comma 15, codice della strada). Trattandosi di violazione amministrativa, impropriamente il legislatore parla di recidiva (istituto penalistico) mentre avrebbe dovuto parlare di reiterazione. La reiterazione della violazione amministrativa è regolamentata, in via

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generale, dall’art. 8-bis della L. 689/1981 che prevede, tra l’altro, la sua non applicabilità in caso di provvedimento non definitivo e in caso di pagamento in misura ridotta. Il comma 17 dell’art. 16 prevede che “Alle violazioni di cui al comma 15 consegue la sanzione accessoria del fermo amministrativo del veicolo per un periodo di tre mesi, o in caso di recidiva delle violazioni, la sanzione accessoria della confisca amministrativa del veicolo. Quando non è possibile disporre il fermo amministrativo o la confisca del veicolo, si applica la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida eventualmente posseduta per un periodo da tre a dodici mesi. Si osservano le norme di cui al capo II, sezione II, del titolo VI.” Il Ministero dell’Interno, con una sua interpretazione, sostiene che la “recidiva” contenuta nel comma 17 si debba intendere non come reiterazione dell’illecito amministrativo bensì come mera ripetizione dell’illecito, indipendentemente da quanto contenuto nell’art. 8-bis sopra citato (e quindi anche se con provvedimento


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non definitivo o in presenza di pagamento in misura ridotta). È doveroso, infine, chiarire che, nel caso in cui una stessa persona in momenti diversi guidi senza patente un veicolo a motore, non siamo in presenza di un illecito amministrativo permanente bensì in presenza di più illeciti della stessa specie. Alla luce di quanto sopra, nel caso ipotizzato, una volta accertata la revoca della patente, è necessario notificare il verbale di accertamento della violazione di cui all’art. 116, commi 15 e 17, C.d.S. Se la stessa persona venisse nuovamente fermata alla guida di un veicolo a motore si dovrà procedere, nell’immediatezza, alla contestazione della nuova violazione commessa con contestuale fermo amministrativo del veicolo ai sensi del comma 17 dell’art. 116 cit.

2) Il veicolo sottoposto a fermo fiscale Un veicolo sosta su area pubblica (in circolazione) con il fermo fiscale, pertanto viene fatto un verbale ex art. 214 codice della strada. Dopo quanto tempo si può legittimamente notificare un secondo verbale? Il giorno dopo, dopo la notifica del primo, dopo la scadenza del primo?

Risposta Chiunque circola con un veicolo sottoposto a fermo fiscale è soggetto alla sanzione prevista dall’articolo 214, comma 8, del codice della strada. Poiché la sosta è un momento della circolazione, e il codice della strada si applica su tutte le aree pubbliche, l’organo di polizia stradale che trovi un veicolo sottoposto a fermo fiscale in sosta su area pubblica provvederà ad accertare la violazione. In questa ipotesi, l’organo di polizia accertatore applicherà la sola sanzione amministrativa pecuniaria. Dovrà, poi, inviare una comunicazione al concessionario della riscossione che ha proceduto all’iscrizione del fermo al PRA, che provvederà all’applicazione della sanzione amministrativa accessoria del sequestro del veicolo finalizzato alla confisca. Il proprietario del veicolo potrà evitare la confisca pagando la somma dovuta al fisco, oltre le spese di trasporto e custodia del veicolo. In sintesi, una volta accertata la violazione e comunicata al concessionario della riscossione, non si dovrà procedere ad ulteriori accertamenti.

3) Il fascicolo dell’incidente stradale A seguito di incidente stradale Tizio subisce delle lesioni guaribili in

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30 giorni sc., Caio, la controparte, viene sanzionato per omessa precedenza. Vengono fatti i rilievi completi e si notifica a Caio un invito a produrre la documentazione medico-sanitaria di eventuale prosecuzione dell’infortunio che potrebbe andare oltre i 40 giorni (lesioni gravi). Le assicurazioni a distanza di pochi giorni chiedono gli atti a fascicolo (dichiarazioni varie, vdc, ecc). Si chiede se è corretto dare alle parti interessate solo i dati essenziali e non tutto il fascicolo potendo verosimilmente determinarsi un procedimento/denuncia d’ufficio a carico di Caio ex art. 590 bis per aver cagionato lesioni gravi e il procedimento debba essere “coperto” da segreto istruttorio. Pertanto fornire i dati completi solo dopo la certezza di lesioni procedibili a querela ed attendere almeno 40 giorni dal fatto. Risposta L’art. 590 bis c.p. punisce le lesioni personali stradali gravi o gravissime. In questo caso la procedibilità è d’ufficio. Per le lesioni personali lievi derivanti da condotta colposa nell’ambito della circolazione stradale, si continua ad applicare l’art. 590 c.p. (lesioni personali colpose). In questo caso la procedibilità è a querela di parte. Nell’ultima ipotesi (lesioni lievi), le Procure avevano già da tempo diramato apposite disposizioni relativamente al comportamento che gli organi di polizia stradale devono tenere nel caso in cui le parti richiedano copia del rapporto di incidente stradale. Se la Procura, come nella maggior parte dei casi, ha disposto che il rapporto completo possa essere rilasciato solo a seguito dell’avvenuto decorso del tempo per proporre querela oppu-


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re se vi è stata rinuncia alla querela o ancora previo nulla osta della Procura stessa, ci si dovrà attenere a tali disposizioni. In caso contrario, bisognerà verificare quali disposizioni diverse abbia comunicato, agli organi di Polizia, la Procura competente. Recentemente alcune Procure hanno chiarito che gli incidenti stradali con feriti devono essere trattati secondo le informazioni che momento per momento sono in possesso dell’organo di polizia stradale che ha rilevato l’incidente: nel caso in questione, la fattispecie dovrebbe essere trattata come un caso di lesioni personali lievi fintantoché non si venga a conoscenza di prognosi superiori ai 40 giorni.

4) La segnaletica stradale L’Amministrazione comunale, in accordo con la locale Croce Bianca, intende posizionare in alcuni luoghi del territorio comunale dei defibrillatori. La presenza di tali strumenti dovrebbe essere presegnalata sulle strade mediante apposita “segnaletica stradale” che indicherebbe il luogo specifico dove si trova lo strumento in modo tale che l’utente della strada possa essere facilitato a raggiungerlo in caso di bisogno.

Il Reg. del codice della strada non prevede tra i segnali di indicazione quello che identifica il “defibrillatore”, pertanto, si chiede che tipo di segnaletica si debba utilizzare e soprattutto con quali colorazioni (del fondo e delle scritte). Se tale segnaletica debba essere “istituzionale” (in altre parole essere conforme agli altri segnali stradali) o se debba essere del tipo “pubblicitario” come per es. le preinsegne che vengono usate dai privati (ed autorizzate a tal fine dall’Ente proprietario della strada) per localizzare la propria attività e simili. È evidente che questa segnaletica di pubblico interesse dovrebbe avere una certa visibilità pur senza interferire con quella canonica del C.d.S.

Alla luce della vigente normativa la sosta in divieto di sosta, senza intralcio alla circolazione con contrassegno invalidi è consentita?

Risposta

Risposta

La segnaletica stradale deve essere conforme a quanto previsto nel Codice della strada e nel suo Regolamento di esecuzione ed attuazione. La segnaletica che “indicherebbe il luogo specifico dove si trova” il defibrillatore è una segnaletica di indicazione e quindi deve essere posta in opera secondo quanto previsto dagli artt. 124 e segg. del Regolamento sopra citato. In particolare, l’art. 125, comma 2, prevede che “I simboli da utilizzare nei cartelli di indicazione sono quelli di cui alle figure da II.100 a II.231”. Tra questi non è previsto il “defibrillatore”. Pertanto, bisogna far riferimento al comma 4 dello stesso articolo che recita: “L’utilizzo di simboli non previsti dal presente regolamento deve essere autorizzato dal Ministero dei Lavori Pubblici (n.d.r. ora Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti). I simboli devono essere chiari e facilmente comprensibili”.

La normativa del codice della strada prevede che gli Enti proprietari delle strade allestiscano appositi stalli di sosta riservati alle persone invalide. Quanto sopra, anche nelle zone ove la sosta venga regolamentata a pagamento ed anche nel caso in cui dette aree siano date in concessione a terzi. La normativa, inoltre, prevede che per tali veicoli la sosta non possa essere limitata nel tempo. La normativa non prevede, invece, che i veicoli al servizio delle persone disabili possano sostare in divieto, neanche laddove ciò non crei intralcio alla circolazione. Gli artt. 354, comma 4 e 355, comma 5, Regolamento di esecuzione ed attuazione del Codice della strada, prevede che non si possano applicare le sanzioni accessorie della rimozione o del blocco, in tutti i casi in cui queste siano previste, ai veicoli degli invalidi muniti di apposito contrassegno.

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5) La sosta dei veicoli con il contrassegno invalidi


u q d i

m a u t a u t q u a m f u g a . E m p e r e i c i u m u a e p e d m o d q u i t e t q u a m f u g i t o l u p t a t i i s q u e p o r m o l o r e , v e r r o u m q u i b u s , e t p e l m o d i r e p e r e r

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Vaccini, ecco le novità della legge Con la nuova legge diventano obbligatori dieci vaccini Introdotte sanzioni per i genitori che non vaccinano Prenotazioni in farmacia in via sperimentale o all’antiscienza. Di fronte all’evidenza scientifica la politica faccia un passo di lato”. Così il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, durante il contestatissimo dibattito in Aula al Senato lo scorso mese di luglio sul decreto vaccini, convertito adesso in legge alla Camera (Decreto legge 7 giugno 2017, n. 73, Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale, modificato dalla Legge di conversione 31 luglio 2017, n. 119). “È un tema estremamente importante e solo chi lo ha affrontato e lo ha vissuto sulla propria pelle da vicino può sapere di cosa stiamo parlando. Oggi – ha detto la Lorenzin – gli operatori sanitari e i medici vedono nuovamente casi di pertosse nei reparti neonatali dopo vent’anni che non li vedevano più, e chi si è ritrovato nei nostri grandi ospedali nel Lazio, in Veneto, in Sicilia, in Lombardia, in Campania, per citare solo alcune Regioni, sa che ci sono pronto soccorso pieni di persone con il morbillo”. Con la nuova legge, per iscriversi a scuola sono obbligatori dieci vaccini (erano 12 nel decreto presentato in Consiglio dei Ministri), mentre per altri

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quattro è prevista un’offerta attiva e gratuita. Le dieci vaccinazioni obbligatorie sono quelle contro poliomielite, tetano, difterite, epatite B, Haemophilus influenzae B, pertosse, morbillo, parotite, rosolia e varicella. Sei dei dieci vaccini obbligatori saranno somministrati in formulazione esavalente (poliomielite, tetano, difterite, epatite

Per iscriversi a scuola sono obbligatori dieci vaccini

B, Haemophilus influenzae B e pertosse), gli altri quattro in tetravalente (morbillo, parotite, rosolia e varicella). Per questi ultimi è prevista l’obbligatorietà per tre anni, con successiva verifica del raggiungimento della copertura di sicurezza. Le quattro vaccina-

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zioni offerte attivamente sono quelle contro meningococco B, meningococco C, pneumococco e rotavirus. “Quest’anno le vaccinazioni hanno salvato nel mondo 2.500.000 vite. Statisticamente, le persone salvate dal morbillo sono un milione: questi sono i dati e sono cifre enormi, che danno l’idea dell’importanza delle vaccinazioni. Mentre noi stiamo facendo questa discussione – ha sottolineato il Ministro – dall’altra parte del mare, del nostro Mar Mediterraneo, i Paesi ci chiedono di aiutarli a vaccinare i loro figli, per queste vaccinazioni che noi rendiamo obbligatorie. Questo non perché abbiano esitazioni vaccinali, ma perché non hanno le risorse economiche per acquistare e garantire questi vaccini che salvano la vita ai loro figli e alle persone adulte. Nel 2013, appena sono diventata Ministro, uno dei primi solleciti che mi sono pervenuti dalle autorità nazionali e internazionali concerneva il livello di immunizzazione in Italia e il calo progressivo che stavamo avendo”. Per incentivare la vaccinazione, la legge indica sanzioni economiche che, per i genitori che non vaccinano, saranno modulate in base alla gravità


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dell’infrazione. Novità introdotta, la possibilità in via sperimentale di prenotare le vaccinazioni nelle farmacie convenzionate attraverso il Centro unificato di prenotazione (Sistema Cup). Viene inoltre istituita l’Anagrafe vaccinale nazionale, che registrerà la vita vaccinale degli italiani, per ricostruire i vaccini effettuati, i richiami da fare e individuare chi non può sottoporsi alla profilassi. Viene inoltre rafforzata la farmacovigilanza per la rilevazione degli eventi avversi legati ai vaccini, ma anche i danni della mancata vaccinazione. “Sulle vaccinazioni, vi è stato un grande dibattito sulla obbligatorietà: obbligatorietà sì o obbligatorietà no? Abbiamo scelto – ha affermato Beatrice Lorenzin – l’obbligatorietà proprio per

poter raggiungere questo livello di immunizzazione in breve tempo e abbiamo trovato una soluzione, penso, con-

Sono più di 2.500.000 le vite salvate dalle vaccinazioni

divisa da larga parte del Parlamento che ci permette di tenere l’obbligatorietà collegata solo alla fine del rag-

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giungimento dell’immunizzazione di massa, quindi per una fase di affiancamento al piano nazionale di prevenzione vaccinale, che ci permetta di mettere in sicurezza tutti in modo sereno”. Con la nuova legge, gli adempimenti da parte delle scuole prevedono all’atto dell’iscrizione l’obbligo di richiedere, alternativamente, la documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni, l’omissione o il differimento della somministrazione del vaccino, l’esonero per intervenuta immunizzazione per malattia naturale, copia della prenotazione dell’appuntamento presso la Asl. Il genitore può anche autocertificare l’avvenuta vaccinazione e presentare successivamente copia del libretto. La semplice presentazione alla Asl della richiesta di vaccina-


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zione consente l’iscrizione a scuola, in attesa che la Asl provveda ad eseguire la vaccinazione entro la fine dell’anno scolastico. Sono previste alcune disposizioni transitorie per l’anno scolastico 2017-2018. In particolare per la fase di prima applicazione del decreto si prevede che entro il 31 ottobre 2017 per la scuola dell’obbligo ed entro il 10 settembre per i nidi si presenti la relativa documentazione o l’autocertificazione per l’avvenuta vaccinazione; la documentazione per l’omissione, il differimento e l’immunizzazione da malattia; copia della prenotazione dell’appuntamento per le vaccinazioni presso la Asl. Inoltre entro il 10 marzo 2018, nel caso in cui sia stata precedentemente presentata l’autocertificazione, deve essere consegnata la documentazione

Il ruolo della politica nell’accompagnare le scelte scientifiche

comprovante l’avvenuta vaccinazione. Dall’anno 2019-2020 è invece prevista un’ulteriore semplificazione e gli istituti dialogheranno direttamente con le Asl per verificare lo stato vaccinale degli studenti.

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“Quando i nostri ricercatori e le nostre istituzioni scientifiche parlano, si tratta di persone e istituzioni con grande autorevolezza e la politica, di fronte alle istituzioni scientifiche, deve fare un passo laterale, perché la politica non fa la scienza e non determina la scienza. La politica – ha concluso il Ministro – se è buona politica, accompagna le scelte scientifiche, le spiega, le gestisce, le regola e le dà ai suoi cittadini, perché siamo qui, insieme, a batterci per garantire l’accesso, non solo alle terapie innovative, ma anche a quelle che sono old style, ma che permettono a tutti di vivere in salute e in sicurezza”. Teresa Bonacci Ufficio stampa Federsanità ANCI


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Benvenuti alla guerra dei vaccini Intervista con Roberto Ieraci, Direttore U.O.C. Centro Vaccinazioni Internazionali e Coordinamento Attività Vaccinale dell’Asl Roma 1 ruppi Facebook, influencer, attivisti, proteste di piazza, giornali a favore, quelli contrari, scienziati, medici, avventori della prima ora e chi ne ha più ne metta. Benvenuti nella guerra dei vaccini, uno scontro mediatico che ha giocato sulla paura degli italiani, nei confronti del bene più importante dell’esistenza umana: i figli. I risultati di questo scontro senza precedenti sono stati un radicale abbassamento delle soglie vaccinali, il rischio di perdere l’immunità di gregge e un costante aumento di malattie ormai

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dimenticate. Il Governo ha reagito con una forza inaspettata in un tempo di co-

Lo scontro mediatico ha giocato sulla paura degli italiani

stanti mediazioni. Arriva la nuova legge firmata Lorenzin, che da un lato inasprisce le sanzioni per i genitori che rifiutano le vaccinazioni e dall’altro aumenta il numero di quelle obbligatorie. Una vera e propria rivoluzione per l’Italia dei vaccini che ha molti effetti dal punto di vista territoriale come spiega Roberto Ieraci, Direttore U.O.C. Centro Vaccinazioni Internazionali e Coordinamento Attività Vaccinale dell’Asl Roma 1. Dottor Ieraci, qual è la situazione nel Lazio? Ci può fornire dati in percentuale? “La situazione nel Lazio è ottimale per quanto riguarda l’esavalente (difterite, tetano, pertosse, poliomielite, epatite B, emofilo B) a 24 mesi: siamo oltre il 96% di copertura. È invece meno buona la copertura per la MPR (morbillo, parotite, rosolia) a 24 mesi, che si ferma all’88%”. Ritiene che l’aumento di vaccinazioni stabilito dal Decreto Lorenzin possa portare disagi organizzativi? “Sicuramente. I servizi vaccinali devono essere potenziati in tutta Italia.

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Ad un aumento dell’offerta vaccinale previsto dal piano nazionale vaccini 2017-2019 deve necessariamente corrispondere un adeguamento dei servizi vaccinali e un maggiore coinvolgimento dei pediatri di libera scelta e dei medici di medicina generale”.

ottima e opera prontamente su un tema non più rinviabile: occorre però una maggiore gradualità di intervento per evitare disagi alle famiglie”.

Avete immaginato un piano riorganizzativo delle strutture vaccinali?

I servizi vaccinali devono essere potenziati in tutta Italia

“Stiamo lavorando proprio in questa direzione. Abbiamo messo in pratica diverse soluzioni riorganizzative, aumentando i servizi vaccinali e coinvolgendo maggiormente pediatri e medici. Parallelamente, abbiamo predisposto un call center e una mail dedicati alle vaccinazioni. Telefonando allo 06.6835.4666 o inviando una mail a vaccinazioni@aslroma1.it si potranno ricevere informazioni, richiedere attestazioni delle vaccinazioni già effettuate e prenotare appuntamenti in uno dei centri vaccinali aziendali”. È d’accordo con la scelta del Governo di rendere maggiormente stringenti gli obblighi vaccinali?

Crede che una strada morbida sui vaccini che puntasse sugli elementi di cultura e conoscenza fosse impossibile da praticare? “Il governo ha scelto di adottare una linea più decisa in modo da intervenire prontamente sul calo drastico delle vaccinazioni. Si è diffuso uno

scetticismo inspiegabile e non suffragato da evidenze scientifiche. Sono comunque fondamentali la consapevolezza, la partecipazione e una corretta informazione sul tema”. Pensa che i medici che hanno opinioni diverse sui vaccini debbano essere puniti o abbiano la libertà di esporre idee diverse? “Su un tema così delicato gli operatori sanitari e i medici devono esprimersi solo tramite evidenze scientifiche in modo da informare in maniera corretta l’opinione pubblica. Non può essere presa in considerazione un’argomentazione medica basata su supposizioni e non su evidenze scientifiche”. I vaccini sono sicuri? “Sono assolutamente sicuri ed efficaci. Gli effetti collaterali gravi da vaccino hanno una frequenza estremamente più bassa di quelli delle malattie da cui proteggono: e questa non è un’opinione ma un’evidenza scientifica acclarata”. Possono comunque avere effetti collaterali? Se sì, quali?

“Occorreva una netta inversione di tendenza vista la costante diminuzione delle coperture vaccinali negli ultimi anni e il ritardo della tempistica nell’effettuazione delle vaccinazioni. Basti pensare che i casi di morbillo in Italia sono aumentati del 230% dal 2016 al 2017. La filosofia del Decreto è

“Gli effetti collaterali più comuni ai vaccini sono arrossamento, indurimento, dolore nel sito di inoculo e febbre prontamente rispondente ai comuni antipiretici”. Raffaella Fonda Federsanità ANCI

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Difendere e diffondere i vaccini: la nuova Legge sulla prevenzione vaccinale Una serie di eventi sfavorevoli ha determinato una minore risposta della popolazione all’offerta vaccinale, aumentando il rischio di gravi malattie infettive prevenibili introduzione delle vaccinazioni è stato l’intervento di Sanità pubblica più importante per l’umanità, avendo contribuito a ridurre drasticamente il numero di casi di malattie infettive prevenibili. Negli ultimi anni una serie di eventi sfavorevoli ha determinato una minore risposta della popolazione all’offerta vaccinale, aumentando il rischio di gravi malattie infettive prevenibili. A fronte, quindi, di una riduzione della protezione vaccinale generale, sia a livello di popolazione adulta che di popolazione in età evolutiva, uno sforzo organizzativo da porre in essere per la popolazione rappresenta il compito fondamentale per la Sanità pubblica. In relazione alla copertura media nazionale sulle vaccinazioni, che risulta oggi pericolosamente al di sotto delle soglie raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – è necessario raggiungere il 95% delle coperture per ottenere l’immunità di gregge – gli organi centrali hanno intrapreso un percorso scientifico-politico che ha portato come necessaria conseguenza all’introduzione di una Legge sulla prevenzione vaccinale.

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Se la quota di individui vaccinati all’interno di una popolazione raggiunge questo valore, si arresta la circolazione dell’agente patogeno. Il raggiungimento di tale soglia consente, quindi, di tutelare anche i soggetti fragili che, a causa di specifiche condizioni di salute, non possono essere vaccinati.

La copertura media nazionale sulle vaccinazioni risulta sotto soglia

La Legge, che introduce l’obbligatorietà di 10 vaccini nella popolazione infantile e adolescenziale di età compresa tra 0 e 16 anni, è in linea con gli obiettivi di copertura vaccinale previsti dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale.

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Tra le principali novità: le vaccinazioni obbligatorie e gratuite passano da 4 (difterite, tetano, poliomielite, epatite B) a 10 (si aggiungono: pertosse, haemophilus influenzae B, morbillo, parotite, rosolia, varicella), e si assicura l’offerta attiva e gratuita dei vaccini contro meningococco B, meningococco C, pneumococco e rotavirus. Le 10 vaccinazioni obbligatorie divengono un requisito per l’ammissione all’asilo nido e alle scuola dell’infanzia. Occorre considerare che il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale rappresenta il primo Livello essenziale di assistenza (LEA), ovvero un diritto esigibile per tutti i cittadini. È pertanto indispensabile chiarire che, al di là della legge sull’obbligo vaccinale, sono previste vaccinazioni importantissime anche per fasce di popolazioni di età diverse come l’adolescenza e l’età adulta. Nel vigente PNPV sono finalmente considerati LEA, per i cittadini over 65, le vaccinazioni contro l’influenza, contro le malattie da Pneumococco e contro l’Herpes Zoster e pertanto le Regioni devono impegnarsi a garantire l’offerta attiva, con chiamata, a tutta la


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popolazione interessata. Una battaglia di civiltà e di esercizio del diritto costituzionale alla tutela della propria salute che ha visto l’Alleanza italiana per l’invecchiamento attivo HappyAgeing (fondata da SItI, SIGG, SIMFeR, FAP ACLI, SPI CGIL, FNP CISL, UIL UILP e Federsanità ANCI) impegnata in prima linea nella divulgazione, nella sensibilizzazione istituzionale e nell’advocacy pubblica a livello centrale e regionale. Il consolidamento della rete tra Servizi vaccinali, Medici di famiglia e Pediatri rappresenta un punto fondamentale e necessario per il raggiungimento degli importanti obiettivi di salute della popolazione previsti dal PNPV. Gli operatori della Sanità pubblica coinvolti nel grande e complesso scenario delle vaccinazioni hanno il compito di analizzare il fenomeno dell’esitazione, cercando mezzi e soluzioni comuni per contribuire alla tutela della salute nelle nuove generazioni. Concertare la comunicazione, calibrandone contenuti e modalità a seconda del target, è oggi una sfida fon-

Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale rappresenta il primo LEA

damentale per gli operatori sanitari in relazione all’esigenza di una informazione esauriente ed esaustiva richiesta dalla popolazione. L’impegno in tal senso è richiesto alla Sanità pubblica e rappresenta una nuova sfida per ripristinare la fiducia tra servizi e comunità. Alla luce di queste novità, oggi più che mai risulta indispensabile la discesa in campo delle istituzioni territoriali, più vicine e sensibili alle esigenze dei cittadini, e degli operatori sanitari in difesa delle evidenze scientifiche in tema vaccinale che, attraverso l’integrazione e la sinergia, stimolino una

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corretta promozione della prevenzione primaria. Sono così necessarie campagne di Comunicazione istituzionali con l’obiettivo di sfatare falsi miti sulle vaccinazioni, promuovere siti web istituzionali volti alla corretta informazione medica e scientifica sulle vaccinazioni. La comunicazione “trasparente e continua” sulla sicurezza dei vaccini, soprattutto con gli operatori sanitari, rappresenta una sfida quotidiana ed è di fondamentale importanza per fornire evidenze nella realtà pratica al fine di restituire fiducia nelle vaccinazioni, evitando che timori infondati – o addirittura interessati – possano contribuire alla diffusione di malattie anche gravi. Attraverso la scuola è possibile intraprendere iniziative di formazione rivolte al personale docente e di educazione rivolte ad alunni e studenti, coinvolgendo anche le famiglie. Michele Conversano Direttore Dipartimento Prevenzione Asl Taranto e Presidente HappyAgeing


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L’obbligo di vaccinazione a tutela della salute pubblica

Qual è il ruolo dei sindaci?

Tante e consolidate sono le elaborazioni giuridiche ed istituzionali sul potere di ordinanza del Sindaco per tutelare la salute dei suoi cittadini

on si può certo dire che il recente Decreto legge n. 73 dello scorso 7 giugno “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” (Legge di conversione 31 luglio 2017, n. 119) sia passato inosservato. Tralasciando le polemiche politiche in questa Italia della perenne campagna elettorale, va posto in rilievo che nel caso del decreto vaccini si è in presenza di un provvedimento avente lo scopo di proteggere la collettività – costituita in questo caso dai minori di età compresa tra 0 e 16 anni – nei riguardi del rischio di malattie infettive e virali. Se si dà credito alle indicazioni della stragrande maggioranza della comu-

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Obblighi imposti per proteggere la salute della collettività

nità scientifica e si prendono doverosamente sul serio le raccomandazioni dell’OMS, il riscontrato fenomeno del calo della copertura vaccinale al di sotto del 95% (la c.d. “immunità di gregge”), combinato con un preoccupante aumento dei casi di morbillo, oltre alla ricomparsa di altre malattie infettive, ancorché episodiche, fornisce la spiegazione del perché il Governo ha giudicato necessario estendere e rendere effettivi gli obblighi vaccinali vigenti.   Com’è tipico degli obblighi imposti per proteggere la salute della collettività – come detto, i minori da 0 a 16 anni, oltreché, come disposto in sede di conversione in legge, i minori stranieri

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non accompagnati – il rispetto degli adempimenti precauzionali per prevenire i rischi di volta in volta presi in esame è rivolto a garantire da tali rischi tutta la comunità, ivi compresi quei casi speciali in cui le vaccinazioni non possono essere fatte a causa di un accertato pericolo per la salute dell’individuo. Per rifarsi ai principi della nostra Costituzione (art. 32), il diritto dell’individuo all’autodeterminazione nella scelta delle cure sanitarie deve bilanciarsi con l’interesse generale all’assoggettamento all’obbligo di determinati trattamenti sanitari quando questi siano rivolti a prevenire situazioni di emergenza, quali possono derivare dal rischio di malattie infettive e virali. Il


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Decreto legge, come modificato ed integrato in sede di esame parlamentare per la sua conversione in legge, si muove in effetti su questo terreno prevedendo le misure ritenute necessarie per dare effettività all’obbligo vaccinale. Per far ciò si disciplinano le concrete modalità per assicurare che siano effettuate le vaccinazioni (anti-poliomielitica; difterica; tetanica; epatite B; pertosse; emofilo di tipo B; nonché quelle anti-morbillo; rosolia; parotite e varicella) individuando le Autorità (ASL, Dirigenti scolastici e delle scuole private, Responsabili dei servizi educativi per l’infanzia) che portano la responsabilità di far sì che la legge sia rispettata. Infatti, ancorché il Parlamento abbia introdotto non poche modificazioni, fra cui la riduzione delle sanzioni patrimoniali e la eliminazione della segnalazione dell’inadempienza genitoriale alla Procura dei minori, è rimasto tutta-

via l’impianto centrale dell’obbligo vaccinale, incentrato su un sistema nazionale garantista, che prevede il coinvolgimento delle Regioni, e sottoposto a monitoraggio periodico.

L’adozione di provvedimenti d’urgenza spetta allo Stato

Nel quadro dei compiti e delle responsabilità delle strutture pubbliche compare, all’ultimo comma del primo

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articolo, una sorta di disposizione generale di chiusura del sistema in base alla quale, testualmente “È, comunque, fatta salva l’adozione da parte dell’autorità sanitaria di interventi di urgenza ai sensi dell’art. 117 del Decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e successive modificazioni.”. Secondo tale disposizione, in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica, a carattere esclusivamente locale, viene riconosciuto al Sindaco, quale rappresentante della comunità locale, il potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti. Negli altri casi, l’adozione di detti provvedimenti d’urgenza, ivi compresa la costituzione di centri e organismi di referenza o assistenza, spetta allo Stato o alle Regioni in ragione della dimensione dell’emergenza e dell’eventuale interessamento di più ambiti territoriali regionali. Tante e consolidate sono le elaborazioni giuridiche ed istituzionali sul potere di ordinanza del Sindaco che qui basterà richiamare gli elementi fondamentali. Di fronte al pericolo concreto di un danno incombente per fronteggiare il quale è impossibile provvedere con i mezzi ordinari di cui dispone la Pubblica Amministrazione, l’Ordinamento attribuisce a determinate Autorità il potere di adottare misure, anche in deroga alla legge ma comunque nel rispetto dei principi costituzionali, adeguate a fronteggiare


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la situazione di pericolo per la collettività interessata. Da sempre il Sindaco è investito di tale potere extra ordinem che gli è riconosciuto (v. artt. 50 e 54 del TUEL) a presidio della pubblica incolumità e della sicurezza urbana (nella veste di Ufficiale di Governo) nonché, come detto sopra, in caso di emergenze sanitarie e di igiene pubblica (quale rappresentante della comunità locale). Come si vede, l’elemento caratterizzante di tale potestà è rappresentato dai beni tutelati, che sono costituiti da interessi di tipo collettivo (pubblica incolumità e salute pubblica). Quindi, poniamo, non sarebbero legittimi provvedimenti coercitivi che intervenissero in ambiti che riguardano situazioni singole insuscettibili di creare pericoli pubblici o in controversie incorse fra soggetti privati, per i quali si dovrà invece fare ri-

corso ai mezzi ordinari previsti dal nostro ordinamento. Va considerato, infine, che il potere di ordinanza è dotato

L’accesso ad asili nido e scuole materne richiede il rispetto degli obblighi vaccinali

di esecutorietà, che consente di portare ad esecuzione i comandi, anche con interventi coercitivi o sostitutivi, proprio in ragione dello scopo di salva-

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guardare effettivamente interessi primari della collettività costituiti dalla sicurezza e, nel nostro caso, dalla salute. Richiamati natura e caratteri dei provvedimenti d’urgenza del Sindaco quale autorità sanitaria è da chiedersi quale sia il ruolo e la responsabilità che viene a rivestire il Sindaco rispetto alla normativa sulla prevenzione vaccinale in base alla formula del citato art. 1, comma 6, il quale, utilizzando la locuzione “È, comunque, fatta salva l’adozione da parte dell’autorità sanitaria di interventi d’urgenza…”, non sembra dia luogo a nuove potestà bensì richieda che le potestà esistenti siano esercitate, laddove ovviamente se ne presenti la necessità (e questo è il punto interrogativo) a livello del proprio Comune. Ritornando al Decreto legge n. 73/2017, ora convertito in legge, tale


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provvedimento, dopo aver sancito l’obbligatorietà e la gratuità delle vaccinazioni, prevede compiti e responsabilità delle varie Autorità sanitarie e scolastiche coinvolte nonché criteri e modalità per il recupero delle inosservanze, ivi comprese le relative sanzioni in caso di persistenti inadempienze. Va evidenziato al riguardo che in sede di conversione in legge è stata introdotta una fase partecipativa dei genitori inadempienti attraverso la loro convocazione da parte dell’ASL competente per un colloquio “al fine di fornire ulteriori informazioni sulle vaccinazioni e di sollecitarne l’effettuazione.”. In ogni caso, resta fermo che l’accesso ad asili nido e scuole materne richiede necessariamente il rispetto degli obblighi vaccinali. Per gli altri gradi di istruzione non ne è precluso l’accesso in caso di omissione o differimento delle vaccinazioni, tuttavia sono previste particolari misure precauzionali. Quindi il sistema contempla le varie ipotesi di comportamento individuale che si possono determinare nonché le misure conseguenti da prendere dalle Autorità individuate dalla legge, sic-

ché sembra proprio sia da escludere che sussista una sorta di potere residuale suppletivo del Sindaco da esercitarsi con provvedimenti d’urgenza. Dove individuare allora un qualche collegamento con i poteri del Sindaco autorità sanitaria per interventi di urgenza in caso di emergenze sanitarie? Va considerato che il provvedimento legislativo in esame si pone l’obiettivo, positivamente indicato all’art. 1, comma 1, di arrivare ad una copertura vaccinale – la cosiddetta “immunità di gregge” – individuata a livello europeo e internazionale nel 95%, considerato quale requisito a tutela della salute pubblica (che in sede di conversione in legge sia stata prevista la possibilità, all’esito positivo del monitoraggio triennale, di far cessare la obbligatorietà della vaccinazione limitatamente ad alcune vaccinazioni non muta la natura obbligatoria delle vaccinazioni). Avendo la legge individuato i parametri per considerarsi tutelata la salute pubblica, ne deriva che, laddove per comportamenti individuali di inosservanza di tali obblighi, si registrasse il non raggiungimento di tali li-

miti, ovvero si andasse sotto tali limiti, si potrebbe ipotizzare una situazione di emergenza sanitaria su cui il Sindaco non potrebbe restare inerte. Anche se ciò che appare difficile preconizzare è che tali situazioni possano manifestarsi per ambiti “esclusivamente locali”, mentre è più realistico aspettarsi che riguardino invece zone che travalichino i confini comunali e che richiedano, pertanto, l’intervento della Regione. Peraltro, è lo stesso sistema sanitario a prevedere la presenza dei Sindaci a livello delle zone-distretto per quanto attiene ai servizi integrati socio-sanitari; zone-distretto che possono fare da luoghi della cooperazione e delle intese anche per la tutela di questo aspetto della salute pubblica. Quello che ci pare sia da dedurre dalla lettura delle disposizioni sugli obblighi vaccinali e dal richiamo dei poteri dei Sindaci in caso di emergenze sanitarie è l’istituzionale coinvolgimento dell’Autorità sanitaria locale/ Sindaco per concorrere ad assicurare il raggiungimento dei livelli di vaccinazione richiesti dalla legge per considerarsi protetta la popolazione dei minori interessati. Se è obiettivamente difficile ipotizzare ordinanze contingibili e urgenti in materia di vaccinazioni in ambito strettamente comunale, è ugualmente invece da considerare come responsabilità dei Sindaci (assumendo preferibilmente a riferimento le zone socio-sanitarie) quella di monitorare, in raccordo con le Autorità sanitarie preposte ed i Dirigenti scolastici dei diversi gradi e livelli, che siano rispettate le condizioni per aversi tutelata la salute pubblica. Si capisce bene che ciò richiederà stabilire raccordi ed intese a livello territoriale, con un ruolo centrale della Regione. Carlo Paolini ANCI Toscana

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Vaccini: verità scientifica e rappresentazione mediatica Non bisogna mai stancarsi di pensare che la vaccinazione resta un atto di responsabilità verso i propri figli ma anche verso le comunità di cui prenderanno parte obbligo vaccinale oramai è legge. Sarebbe stato preferibile, visto il dibattito che ha scatenato, che i toni fossero stati diversi e che al centro della discussione fosse il valore della pratica vaccinale e il ruolo dell’immunizzazione nella prevenzione primaria di una popolazione. Il più delle volte, invece, si è parlato d’altro, e non di come i frutti della scienza siano un indiscutibile bene comune. Perché i vaccini questo sono stati per la salute pubblica. Il risultato di una conoscenza che ha fatto in modo che malattie come poliomielite, meningite, tetano, difterite e tante altre che in vari Paesi continuano purtroppo a mietere vittime potessero essere debellate, abbassando la curva della morbilità e della letalità talmente tanto che oggi ce ne siamo quasi dimenticati. Dimenticando anche che dietro ognuna di queste conquiste c’è una sperimentazione rigorosa che sigilla sicurezza ed efficacia nonostante in nessuna scienza la certezza di un effetto collaterale possa essere esclusa. Dimenticando che in tutti i campi la medicina ha salvato migliaia di persone e aumentato la durata della vita facendo un bilancio tra costi e be-

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nefici di una terapia. E lo ha fatto così: ordinando l’esperienza clinica, paragonando le variabili e osservando i numeri sui quali poter basare le decisioni cliniche migliori, sia per l’individuo che per la collettività. E così quando tali progressi si raccontano, guidati dall’onestà intellet-

La scienza risponde con i dati persino a se stessa

tuale e dalla deontologia professionale che distingue un libero pensatore o un cittadino che chiacchiera liberamente al bar da un giornalista, è necessario ricordarli questi numeri. Deontologia e onestà vincolano chi narra la storia di chi ha subìto un danno da

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vaccino a ricordare che si muore di meningite in un caso su dieci a fronte di una parestesia transitoria registrata ogni 10mila vaccinazioni effettuate e che i vaccini, secondo le cifre fornite dall’OMS, hanno salvato quest’anno due milioni e mezzo di vite. La scienza si basa sulle evidenze, sulle osservazioni, su un metodo che deve essere costantemente verificato e riproducibile, mai dato una volta per tutte e, anzi, come ci ha insegnato Popper, continuamente falsificabile e mai dogmatico. La scienza risponde con i dati persino a se stessa. Ecco perché all’articolo di Lancet in cui Wakefield, nel 1998, associava la vaccinazione all’autismo, la comunità scientifica ha risposto arruolando oltre un milione di bambini, osservati per lungo tempo, che in due studi differenti ha permesso di escluderne qualsiasi nesso. Ovviamente c’è voluto un tempo, quello dello svolgimento puntuale e rigoroso delle osservazioni che, purtroppo, non corre con la velocità con cui si diffondono le notizie, oggi, inoltre diffuse in una piazza virtuale in cui molti luoghi sono privi di mediazione.


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E se pure Lancet ha chiesto pubblicamente scusa per aver pubblicato un articolo fraudolento, sebbene Wakefield sia stato radiato e molta buona stampa abbia cercato di riequilibrare le campagne anti-vacciniste che da sempre animano social e web in questo Paese i danni non si sono risparmiati: la copertura vaccinale per queste patologie è discesa vertiginosamente, abbiamo registrato in Italia, nel 2016, dopo dieci anni, il primo decesso per morbillo e ancora oggi la copertura vaccinale per questa malattia continua a scendere in tutto il Paese. Una copertura che oggi speriamo di far risalire e che ha provocato persino decessi tra i bambini che anche se sono solo uno o due, sono sempre troppi e inaccettabili per una patologia prevenibile. E ancora più inaccettabili quando colpiscono, come è accaduto recentemente, un bambino, stroncato dal morbillo mentre, paradossalmente, stava guarendo dalla sua malattia che gli aveva causato un’immunodepressione che non gli ha permesso di difendersi dalle gravi complicanze che potenzialmente causa il morbillo. Ed ecco perché non bisogna mai stancarsi di pensare che la vaccinazione resta un atto di responsabilità verso i propri figli ma anche verso le comunità di cui prenderanno parte. Scienza e informazione è un tema che oggi più che mai corre sul crinale delicatissimo dell’etica. Etica deontologica: perché richiede una verifica puntuale delle fonti, perché richiede la responsabilità nell’uso della terminologia scientifica che spesso ha un valore diverso per la comunità dei ricercatori rispetto al pubblico non esperto e quindi un’attenzione speciale al linguaggio. Termini come “rischio”, “associazione”, “causa”, vanno

pesati, spiegati, tradotti, e va sempre tenuto fermo il contesto delle evidenze scientifiche e dei numeri, tanti, che servono alla scienza per definire un fenomeno, per giudicarlo, per definire, per esempio, in un farmaco l’efficacia, la sicurezza o per stabilire un nesso di causalità tra due fenomeni. Al centro di questo lavoro c’è la relazione tra la costruzione della verità scientifica e la sua rappresentazione mediatica. Ed ecco perché la buona informazione era e resta centrale nel processo di costruzione della salute pubblica. Se, infatti nella stampa è stato possibile osservare anche un giornalismo re-

Deontologia e onestà vincolano chi narra la storia

sponsabile che si misurava con i metodi della scienza, che controllava le fonti e che si riferiva agli esperti accreditati dalla comunità scientifica, soprattutto nella rete la disintermediazione totale ha fatto in modo che ognuno potesse ricercare i contenuti in modo da rinforzare le proprie personali convinzioni come spesso accade grazie ai meccanismi con cui funzionano i motori di ricerca. Un accesso democratico all’informazioni, infatti, non significa essere catapultati in una Babele biblica in cui scegliere ciò che più somiglia a ciò che vogliamo sentirci dire.

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La cronaca scientifica ha bisogno più che mai di rigore deontologico, di offrire contenuti basati su fonti verificate, solide, perché più di sempre, oggi la scienza irrompe nel nostro quotidiano, cambia le nostre vite e le determina per il futuro. Né servono i toni e gli insulti che si utilizzano sui social dove spesso ci si aggrega per rinforzare un’opinione più che per costruirla. Serve un confronto sui numeri e una riflessione capace di far crescere tutti in un confronto pacato e maturo. Piazze virtuali dove accade di tutto, dove una madre che esprime un timore può essere trattata come un’invasata e un ricercatore che sostiene il valore e la sicurezza dei vaccini automaticamente come un corrotto. Un confronto che in questi termini non fa bene a nessuno, soprattutto alla crescita della conoscenza scientifica in questo Paese. È qualcosa che con la scienza ha poco a che fare e crea solo barriere culturali, come hanno sottolineato recenti studi scientifici ripresi dall’intervento al Senato della ricercatrice Elena Cattaneo, che ha ricordato come i toni accesi e il “muro contro muro” può servire forse per i dubbiosi, ma non avrà effetto sugli scettici. Una divisione incomprensibile, soprattutto agli occhi del mio amico africano che, quando sono andato a salutarlo perché in partenza per la sua terra, mi chiedeva perché gli italiani non volevano i vaccini. Gli riusciva difficile capire a chi potessero fare male. Lui aveva visto più di uno degli 80mila bambini che, in alcuni angoli del mondo, compresa casa sua, muoiono ancora di morbillo. Noi, probabilmente, non li vediamo più. Troppo lontani. Mirella Taranto Direttore Ufficio Stampa Istituto Superiore di Sanità


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Ripensare in digitale la sanità italiana È nata AiSDeT, l’associazione che riunisce esperti, manager, istituzioni per progettare innovazione e sostenibilità rofilare la sanità digitale sui bisogni clinici e assistenziali: è questo uno degli obiettivi principali di AiSDeT (Associazione italiana di Sanità Digitale e Telemedicina) che riunisce un network composito di rappresentanti della P.A. (IT Manager, Direttori generali, sanitari e amministrativi, clinici, rappresentanti delle istituzioni) e dell’industria con l’obiettivo di essere, proprio per questo suo carat-

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tere trasversale, l’associazione di riferimento del mondo sanitario per ciò che riguarda la progettazione e la messa in campo di ecosistemi digitali per il Governo e la sostenibilità del sistema sanitario. Molteplici le linee di attività che l’Associazione metterà in campo nei prossimi mesi, dalle indagini territoriali in collaborazione con enti di ricerca e universitari sullo stato di digitalizzazione delle aziende sanita-

Ormai è maturo il contesto culturale e organizzativo per mettere a sistema la sanità digitale


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nella progettualità H2020. AiSDeT nasce sotto il segno del trasferimento delle informazioni e della conoscenza. “Per questo intendiamo – ha sottolineato il Presidente – collegarci anche ad esperienze internazionali, quali quelle rappresentate da ISFTEH (International Society for Telemedicine and eHealth) e IFHIMA (International Federation of Health Information Management Associattions)”. Tra le collaborazioni di sistema quella con Federsanità ANCI, volta a migliorare la sensibilità per gli ecosistemi digitali del management sanitario e ad accrescere la domanda di qualità da parte della P.A. per un governo concreto delle tecnologie e delle soluzioni di Sanità digitale e Telemedicina, stimolando la ca-

rie e sui contestuali scenari di bisogno assistenziale e di governo, anche attraverso la creazione di un Osservatorio ICT Sud, in collaborazione con il CEFPAS Regione Sicilia e il Dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano, fino alla formazione con l’edizione del Master executive per il Digital Innovation Manager (Novembre 2017). “La linea di attività più significativa – ha dichiarato Ottavio Di Cillo, Presidente AiSDeT – è la collaborazione con EHTEL (European Health Telematics Association) per avviare, attraverso l’utilizzo della metodologia multidisciplinare M.A.S.T. (Model for Assessment of Telemedicine), studi sulla efficacia clinica dei servizi di telemonitoraggio. Azione che intendiamo svolgere soprattutto in collaborazione con le Società medico-scientifiche. Inoltre – ha proseguito Di Cillo – riteniamo che sia ormai maturo il contesto culturale e organizzativo, per mettere a sistema la Sanità digitale e fare uscire la Teleme-

dicina dal limbo della sperimentazione prolungata, avviando questo processo secondo logiche di tipo collaborativo e di co-progettazione, anche con gli stakeholder dell’industria”. Lo scopo è quello di dare vita a modelli concreti,

Dare vita a modelli profilati sui bisogni clinici e assistenziali

profilati sui bisogni clinici e assistenziali, appropriati ai processi di cura e di curarne la “messa a terra”, secondo i modelli di sviluppo e di realizzazione indicati dalla metodologia proposta

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pacità progettuale delle Aziende sanitarie nel medio e lungo periodo, per mettere a sistema la reingegnerizzazione delle architetture ICT e garantire così al cittadino integrazione e interoperabilità dei processi assistenziali e di cura. “Ripensare in digitale il sistema socio-sanitario – ha detto Angelo Lino Del Favero Direttore Generale dell’Istituto superiore di Sanità – significa scommettere su servizi più efficienti e trasparenti, su nuovi modelli di cura a misura di paziente, su risparmi di lungo periodo per il sistema sanitario. Allo stesso tempo, significa investire in un mercato che può fare da volano allo sviluppo economico del Paese”.

Stimolare la capacità progettuale delle Aziende sanitarie

Massimo Caruso

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Verso la P.A. “4.0” grazie al SUAP digitale “L

a burocrazia è un muro di comma” sentenziava con un simpatico ma efficace gioco di parole il celebre editorialista del Corriere della Sera Massimo Gramellini. E a ben guardare proprio la burocrazia, specie quella italiana, non ha mai goduto di “buona stampa”. A essa, infatti, sono spesso addebitate le colpe di uno Stato percepito come elefantiaco e incapace di rispondere alle esigenze dei cittadini, colpa ancora più grave in un’epoca in cui la velocità di risposta è considerata una conditio sine qua non dell’esistenza.

«Una delle sfide più difficili che la Pubblica Amministrazione ha di fronte, nel suo percorso verso la trasformazione digitale, è proprio quella di smentire i profeti di sventura e quanti la percepiscono sommariamente come l’espressione di una burocrazia fine a se stessa – sottolinea Paolo Ghezzi, Direttore Generale di InfoCamere –. “Vasto programma” direbbe qualcuno. Eppure è l’unico che valga la pena perseguire per ricacciare in un angolo queste visioni “letterarie” della P.A.. E dare sostanza, invece, a un’amministrazione nuova, capace di valutarsi con il metro dell’utilità dei servizi che realizza e di raggiungere i propri obiettivi

usando in modo coordinato le leve dell’efficienza e dell’innovazione». Un passo decisivo verso questa direzione è quello fatto grazie allo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP): si tratta infatti di un caso emblematico della (faticosa) strada fatta finora su questo versante, e delle opportunità che oggi la PA locale può cogliere per fare un cambio di passo decisivo. «Posto che nell’era dell’impresa 4.0 il SUAP o è digitale oppure semplicemente “non è”, vale a dire utile, efficace, facilitatore dei rapporti impresa-P.A., fattore di contenimento dei costi per l’amministrazione, leva di competitività per le imprese, – aggiunge Ghezzi –, l’evoluzione recente della piattaforma impresainungiorno.gov.it offre alcuni interessanti spunti di riflessione». La piattaforma – realizzata da InfoCamere per conto di Unioncamere e ANCI – costituisce infatti il punto unico di contatto a livello nazionale per accedere ai servizi di tutti i SUAP. Nei suoi 5 anni di operatività, il Suap camerale è diventato un’esperienza digitale quotidiana per quasi 3.500 Comuni (oltre il 40% del totale) che, sulla base di un rapporto di delega o di convenzione con le Camere di commer-


cio, l’hanno adottata per assolvere ai propri compiti. «In assoluto, è la piattaforma maggiormente diffusa e completa attraverso cui dialogare con la P.A. locale e centrale per avviare e gestire la propria attività economica», afferma ancora Ghezzi. Siamo quindi in presenza di una buona pratica che ha fatto bene ai Comuni e alle imprese che lo usano e che può farne ancora di più allargando – come auspica il protocollo d’intesa ANCI-Unioncamere del 2016 – la platea degli utilizzatori a un numero più ampio di amministrazioni. «Proprio perché è uno strumento che, consentendo di fare rete, genera efficienza e promuove innovazione – aggiunge Ghezzi –. Efficienza, nel dare alle imprese del territorio un servizio che aiuta il Comune a ridurre i costi di gestione e accrescere il consenso alla propria azione di servizio. Innovazione, nel proporre il volto di un’amministrazione tecnologicamente all’avanguardia, perché capace di adottare le scelte più avanzate in uso nel resto della PA». Per i piccoli Comuni, fare rete attraverso impresainungiorno.gov.it è dunque una soluzione già pronta, senza costi di implementazione e dunque una carta conveniente da giocare per vincere la partita di una P.A. digitalmente “adulta”. Per città e aree metropolitane, invece, rappresenta un’opportunità per aprire l’ente locale a un approccio innovativo, tecnologicamente sempre spostato in avanti e quindi utile per accompagnare più facilmente le imprese dentro l’agenda digitale (nazionale ed europea), favorendo lo sviluppo di altre politiche in questa direzione. «Se le imprese combattono la crisi con le leve della condivisione e facendo rete, la P.A. che a loro si rivolge non può che camminare nello stesso solco, per far crescere il senso di inclusione dei cittadini e far

toccare con mano i vantaggi del digitale», sottolinea Ghezzi. Chi usa un SUAP attestato sulla piattaforma camerale può quindi contare su una serie di servizi che puntano dritti verso la semplificazione. In primo luogo sa di poter accedere con le credenziali uniche di SPID, gestire in modo completamente digitale la firma e l’invio di documenti alla P.A. e - recente novità - di poter pagare online anche l’imposta dovuta, acquistando le marche digitali usando il servizio @e.bollo (realizzato da Agenzia delle Entrate e AgID e che InfoCamere per prima - attraverso il proprio Istituto di pagamento online, ICONTO lo ha messo a disposizione delle imprese). Inoltre, da giugno, le imprese che dialogano con i SUAP gestiti tramite piattaforma camerale hanno a disposizione la modulistica standard per il commercio e l’edilizia recentemente approvata dalla Conferenza Unificata. Infine, dalla metà di luglio, tutti gli imprenditori italiani hanno a disposizione impresa.italia.it , un ‘cassetto digitale’ virtuale dal quale possono consultare – in ogni momento e senza alcun costo – tutte le pratiche SUAP della propria azienda oltre alla visura e al bilancio. Tutto a portata di smartphone e tablet e accessibile in totale sicurezza utilizzando le proprie credenziali SPID o CNS. «Più di ogni altra cosa, per un ente locale entrare da protagonista in questa comunità in continuo sviluppo significa far propria un’idea forte di SUAP digitale – conclude Ghezzi –. Un’idea in cui la tecnologia non è solo uno strumento operativo, ma realizza un passo avanti verso una cultura della semplificazione in cui nessun risultato è acquisito una volta per tutte». di Luigi Piscitelli


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Guidare l’innovazione: Federsanità ANCI apre il confronto Riuniti in un workshop esperti e operatori per aprire un dialogo sulla tutela della salute pubblica n’innovazione profonda e governata dei processi, delle modalità di cura e degli strumenti al fine di coinvolgere e responsabilizzare gli assistiti, rafforzare la governance, riorientare il modello di cura, creando un ambiente professionale favorevole allo sviluppo di una cultura organizzativa improntata alla condivisione. È questo il tema al centro del workshop di Federsanità ANCI “Guidare l’innovazione” organizzato a Roma presso il Piccolo Auditorium Aldo Moro a fine luglio. La medicina personalizzata e la ricerca clinica rappresentano, oggi, il nuovo paradigma su cui vengono costruiti i processi di prevenzione, di cura e di assistenza sul territorio. L’iniziativa nasce per aprire un dialogo e affrontare i temi dell’innovazione in sanità nei vari settori in cui si articola la tutela della salute pubblica, evidenziando la funzione degli amministratori locali nel processo di articolazione dei servizi sanitari a livello delle comunità locali. “L’uso strategico dell’innovazione tecnologica nei processi clinici e gestionali, orientati alla continuità delle cure e alla centralità del paziente, so-

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Sviluppo di una cultura organizzativa improntata alla condivisione

no determinanti per la diffusione di modelli innovativi nella gestione della salute. La collaborazione tra gli operatori e la governance integrata dei servizi sanitari e sociali – ha detto Angelo Lino Del Favero, Direttore Generale dell’Istituto superiore di Sanità – è decisiva per la trasformazione del nostro Servizio sanitario nazionale in chiave «digital first»”.

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I lavori, incentrati sul tema “La medicina personalizzata nella media e alta complessità”, sono stati aperti dalla relazione di Claudio Clini, Direttore scientifico del NIS (Network innovazione in sanità) il quale ha sottolineato che “i mutamenti avvenuti nelle popolazioni, nella stessa struttura sociale e nella medicina, in particolare come conseguenza della ricerca scientifica, ci pongono di fronte a problemi inediti e ci presentano uno scenario del tutto diverso rispetto a quello in cui, ad esempio, fu istituito il Servizio sanitario nazionale. La codifica del genoma umano – ha detto – e la


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velocità con cui si sta procedendo alla identificazione dei ‘luoghi’ delle fragilità geniche, di cui ognuno di noi può essere portatore, è davvero un punto di svolta, che implica problemi complessi, non solo etici, anche connessi al tema della gestione delle risorse e alla garanzia della tutela della salute pubblica”. Formazione e forme nuove di organizzazione, oltre che iniziative di coinvolgimento generale, costituiscono i principali strumenti, insieme al ruolo importante della tecnologia, per identificare i mutamenti e curarne l’evoluzione. In questo ambito anche i nuovi modelli organizzativi costituiscono fattori determinanti e devono essere in grado di coinvolgere il cittadino malato nel processo assistenziale che non può, ovviamente, che tendere il più possibile al riconoscimento della persona, attraverso la sua identificazione, il rispetto delle sue esigenze, l’individualizzazione

delle pratiche e delle forme di accoglienza e di gestione. “L’obiettivo di Federsanità ANCI è quello di mettere a confronto le diverse esperienze e sensibilità, con l’oc-

Trasformazione del Ssn in chiave digital first

chio rivolto principalmente al ruolo dei Comuni – ha spiegato Lucio Alessio D’Ubaldo, Segretario Generale di Federsanità ANCI – Personalizzare le cure vuol dire aggredire, da un lato, il

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nodo dell’efficienza degli ospedali, dall’altro estendere e rafforzare la rete dell’integrazione socio-sanitaria. Pertanto, se l’orizzonte è questo, ai Sindaci spetta di farsi promotori di una nuova idea di comunità solidale, anzitutto sul piano dell’assistenza e della gestione della cronicità. Non possono essere le Regioni, da sole, a definire e gestire il patto della salute sul territorio”. I lavori sono proseguiti con una sessione dedicata al tema “Territorio e salute” con la presentazione dei dati economici organizzativi dei Comuni sul socio sanitario. Si tratta di una prima analisi condotta da IFEL e Federsanità ANCI sulla spesa degli Enti locali. L’obiettivo è avviare un’analisi comparativa della legislazione regionale in materia sanitaria, socio-sanitaria e sociale, attivare una valutazione dell’aspetto organizzativo/finanziario, individuare territori “spia” che aiutino a comprendere in che modo è gestita la “presa in carico”, definire il rapporto tra domanda (bisogni di salute espressi dalla popolazione) e offerta reale di servizi, in particolare offerta di assistenza ospedaliera e assistenza territoriale anche in termini di costi. “Gestione delle cronicità e sostenibilità: sono le due linee guida su cui deve cambiare la sanità italiana. L’obiettivo – ha detto nelle conclusioni della giornata Del Favero – è rispondere ai nuovi bisogni di assistenza di una popolazione sempre più anziana e affetta dalle multi-patologie. Ovviamente, ciò presuppone una rivisitazione dei modelli socio-assistenziali e una necessaria continuità tra l’ospedale e il territorio”. Massimiliano Sabaini


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Papa Francesco ai sindaci: prudenza, coraggio e tenerezza

Il Giornale dei Comuni magazine n. ottobre 2017  
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