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SPECIALE FORUMPA

GDC MAGAZINE - GIORNALE DEI COMUNI

N.10 MAGGIO 2017 € 5,00

CONSULTAZIONI E WEB In aumento le iniziative di democrazia partecipativa

COMUNITÀ E SALUTE Legge Gelli-Bianco: risarcimenti insostenibili

VACCINAZIONI Salute e comunicazione L’esempio della Regione Lazio

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EDITORIALE GDC MAGGIO

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2017

LA DIGNITà DELL’IMPEGNO AMMINISTRATIVO LOCALE

T

Tenere alta la vigilanza sulla corruzione è un dovere per tutti. Non possiamo permetterci che prevalga l’immagine di un Paese in perenne debito di ossigeno a riguardo della moralità pubblica. L’impressione, in verità, è che siamo pronti a riconoscere anche l’inesistente, come se accreditare il volto di un’Italia allo sbando, senza tenuta etica e con un’imperscrutabile vocazione all’illecito, procuri alle nostre coscienze una strana compensazione psicologica: poiché siamo i primi a dir male di noi, possiamo anche recuperare, tutto d’un fiato, il diritto all’autoindulgenza. Non ci soffermiamo perciò a riflettere sul fatto che le statistiche internazionali non si fondano su dati oggettivi, bensì sulla rappresentazione che noi facciamo del nostro costume italico. Siamo in testa nella percezione della corruzione, più che sulla corruzione in quanto tale. Non è una

differenza di poco conto. Bisogna impedire che ci si arrenda al pessimismo e alla cupezza, trasfigurando ogni cosa nella sua versione di peggiore conio e dando per vero anche ciò che del vero è solo simulazione. È capitato, nel recente passato, che un magistrato riferisse in una commissione parlamentare che l’Italia avrebbe un fardello di 50 miliardi annui come costo del sistema di corruzione. Alla richiesta di fornire documenti che attestassero questa cifra impressionante, il magistrato rispose con malcelato imbarazzo che di 50 miliardi avevano parlato (e continuano a parlarne) i giornali. Ed essi, dove attingono questi dati così negativi, capaci di accrescere a dismisura il senso di frustrazione della nazione? Spesso la denuncia di scandali, lanciata con enfasi prepotente, non trova riscontro in sede giudiziaria. In questo modo, mafie e gruppi criminali, strutturali elementi di degrado, specialmente in alcune aree geografiche, distendono la loro ombra su ogni segmento della vita collettiva, generando sfiducia nella popolazione e allungando la spirale dei pregiudizi, delle diffidenze, della riprovazione morale. L’azione di contrasto, molto raf-

forzata ed estesa in questi anni, ha dato i suoi frutti importanti, non solo perché ha aggredito i centri del malaffare e le zone grigie, dove la corruzione si annida con più pericolosità in forza di adattamenti mimetici, ma perché ha generato gli anticorpi necessari alla formazione di una più robusta cultura della legalità. A riguardo, si dovrebbe illuminare maggiormente il contributo degli amministratori locali, troppo spesso ignorato o misconosciuto, all’opera fondamentale di rilancio dell’etica civile e del costume degli italiani. Le cronache distorcono la realtà, ben lontana nei grandi e nei piccoli centri dalla raffigurazione usuale di un quadro dominato genericamente dal malgoverno. Casi limitati e circoscritti, assunti con clamore dai media, devono essere trattati piuttosto per quello che sono, ovvero come l’incoercibile espressione, in alcuni casi, di cattive pratiche legate all’esercizio di funzioni e ruoli pubblici. All’Italia serve un massiccio recupero di fiducia. Bisogna riaprire, anche per questa ragione, il capitolo dei controlli sugli Enti locali con l’obiettivo di conservare gli strumenti essenziali della lotta alla corruzione, ma con la giusta preoccupazione, resa evi-

dente dall’attuale sovraccarico di adempimenti e verifiche su cui inciampa la vita quotidiana di un Sindaco o di un dirigente comunale, che siano razionalizzare le procedure e i poteri d’intervento sull’attività amministrativa. Siamo passati dalla critica dei vecchi Coreco (Comitati regionali di controllo), pensando che la loro abolizione fosse il modo per incentrare il controllo sul rapporto diretto e risolutivo con gli elettori, alla constatazione di quanto ormai sia pervasiva e variamente distribuita la responsabilità di accertamento sul lavoro degli amministratori locali. Di fatto siamo tornati ai controlli preventivi in barba ai proclami - la retorica del federalismo, ne ha pure ampliato l’eco - sulla dimensione adulta e matura delle autonomie. È un incastro da cui occorre uscire, anche in fretta, pena la perdita di efficienza e credibilità del sistema amministrativo locale e dell’apparato pubblico nel suo complesso. Non si può continuare a far finta che anche la lotta alla corruzione non abbia necessità di paradigmi adeguati, per quanto possibile impermeabili a una sorta di giacobinismo infinito, senza costrutto e verità.

LUCIO D’UBALDO

@lucioalessio


ROBERTO DIPIAZZA Un no di metodo del sindaco triestino

pag 26

MARCO OLIVETTI L’ineludibilità della riforma costituzionale

pag 30


LA NOSTRA PASSIONE È PROMUOVERE LA CULTURA DEI BORGHI E DELLE ECCELLENZE ITALIANE CONDIVIDI CIÒ CHE HA DI SPECIALE IL TUO BORGO: EVENTI, CUCINA, CULTURA, STORIA, CURIOSITÀ, COSA VEDERE, COSA FARE, DOVE ANDARE, RENDILO SOCIAL Per info: promozione@borghimagazine.it • Tel 02.87071950 www.borghimagazine.it


CONTENUTI

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GDC N. 10 - MAGGIO 2017 - SPECIALE FORUMPA

INDICE SOCIALE & PA //

LA CRUSCA A PALAZZO //

ANCIRISPONDE //

COMUNITÀ E SALUTE //

RICICLARE PER PAGARE DI MENO // UN MONDO DI LIBRI // IN COLLABORAZIONE CON IL CENTRO DOCUMENTAZIONE E STUDI DEI COMUNI ITALIANI

Le consultazioni pubbliche nel mare magnum del web La gestione condivisa La nuova sfida per i Comuni Più ricicli meno paghi. Arriva la tariffa puntuale Dalla Crusca al Palazzo. L’importanza del cerimoniale

AnciRisponde

Comunità e Salute

Un mondo di libri

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Assi e ripartizione finanziaria

Asse 1

Asse 2

Asse 3

Asse 4

Asse 5

Agenda Digitale Metropolitana

Sostenibilità dei servizi pubblici e della mobilità urbana

Servizi per l’inclusione sociale

Infrastrutture per

Assistenza tecnica

151,98

318,29

217,19

169,75

35,71

Meuro

Meuro

Meuro

l’inclusione sociale

Meuro

Meuro

Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane 2014-2020

Progetti e strumenti per nuove città intelligenti, sostenibili, inclusive Agenda urbana, sostenibilità, energia, agenda digitale, mobilità, inclusione sociale: sono questi i temi chiave del Programma Operativo Città Metropolitane 2014-2020, l’unico programma unitario nazionale nel panorama degli interventi della politica di coesione europea destinato allo sviluppo urbano. Con una dotazione finanziaria di 892 milioni di euro, di cui 588 provenienti da risorse comunitarie e 304 dal cofinanziamento nazionale, con una distribuzione delle risorse che vede circa 90 milioni di euro per ciascuna città del Sud Italia e circa 40 milioni di euro per quelle del Centro Nord, il PON Metro la cui titolarità in quanto Autorità di Gestione e Autorità di Certificazione è dell’Agenzia per la Coesione Territoriale, interviene su 14 città italiane: Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina, Incrementa i servizi interattivi Palermo. Questi i risultati da raggiungere entro i sette anni di programmazione, sui quali le città sono fortemente impegnate: 92.000 punti d’illuminazione pubblica riconvertiti alla tecnologia LED, 38.000 metri quadrati di superficie di edifici pubblici da riqualificare energeticamen-

Torino

Genova

delle città metropolitane

+ 70 %

Venezia cittadini e Pubblica Amministrazione Milano Intensifica la relazione digitale fra

+ 50 %

te, oltre 200 km di piste ciclabili da costruire, e produce risparmio nell’ambito dell’inenergetico con 90.000 clusione sociale, impianti di illuminazione pubblica sostenibile spazi urbani per fornire abitazione a 1.800 riduce l’energia consumata e produce persone senza circa 20.000 tonnellate di CO2 in meno fissa dimora, 2.270 alloggi dota le città di 320 nuovi autobus aggiuntivi e 150 km di nuove piste ciclabili da destinare ad altrettante famiglie in conconsente una riqualificazione energetica di 38.000 mq dizioni di disagio di edifici pubblici abitativo, oltre 2.250 spazi da risanare e 35.000 metri quadrati disponibili per il conseguimento di obiettivi sociali.

- 8,8 %

Bologna

Firenze

L’azione del PON Metro si concentra dunque su degli ambiti che impattano direttamente la qualità della vita di ognuno di noi, relativamente ai servizi che gli utenti “di città intelligenti” si aspettano verso la mobilità, i trasporti, la comunicazione con la pubblica amministrazione, l’attenzione per l’ambiente, le politiche relative all’inclusione di segmenti svantaggiati della popolazione che abitano nelle nostre città.

www.ponmetro.it | www.agenziacoesione.gov.it

Roma

Napoli


Dotazione finanziaria complessiva e fondi

Il Programma Operativo Nazionale città metropolitane opera su 14 aree metropolitane con i Fondi strutturali europei, destinando:

FESR FSE

588 Meuro 304 Meuro 892 Meuro

per ciascuna città delle regioni sviluppate (Centro/Nord) e in transizione (Sardegna) Milano Torino Genova

Venezia

per ciascuna città delle regioni meno sviluppate (Sud)

Bologna

40 Meuro

90 Meuro

Firenze

Roma

Per questo scopo sono stati stipulati degli Con il Pon Metro le Bari Napoli di Atti di Delega con gli Organismi Intermedi soluzioni a queste che prevedono la costituzione di un adeguato sfide sono state Messina assetto organizzativo della struttura degli uffici individuate diretCagliari delle città finalizzato alla sana e corretta gestione tamente dalle città, Reggio Calabria Palermo finanziaria delle risorse assegnate. attraverso la costruzioCatania ne di progetti e a seguito Con il PON Metro si è configurata un’esperienza di di un’attenta analisi dei programmazione e gestione del tutto innovativa, per cui fabbisogni prioritari dei propri si è reso necessario un costante supporto verso le quattorterritori. Tramite un atto di deledici Autorità Urbane, sia nella definizione iniziale dei documenti di ga sottoscritto con l’autorità di Gestione “Strategia Urbana”, che rappresentano i Piani di sviluppo economico e del Programma, le città capoluogo, individuate quali sociale di lungo periodo, sia nella definizione di ciascun Piano OpeAutorità Urbane (AU), hanno gestito e selezionato i progetti tramite rativo, che contiene la descrizione dei progetti per ciascuna città. Si un processo di trasparenza e partecipazione con i cittadini ed un racè inaugurato così un percorso nuovo di “co-progettazione strategica” cordo costante con la Programmazione Nazionale, in coerenza con i che permette di selezionare azioni integrate da finanziare. criteri condivisi di sviluppo europeo. Gli obiettivi che il Programma intende raggiungere e su cui lavora con Con il PON Metro le risorse provenienti dal Fondo Europeo di Svilupcostante impegno, al di là della realizzazione dei singoli po regionale e dal Fondo Sociale Europeo con una quota di progetti e del contributo al miglioramento della cofinanziamento nazionale, sono direttamente affidate qualità della vita dei cittadini, coincidono con alle città. Questo nuovo modello che garantisce una recupera 35.600 mq il porre al centro del dibattito nazionale un’ da immobili inutilizzati gestione più efficiente ed efficace dei finanziaidea di sviluppo urbano, che non può prementi, necessita però di un’azione di goverscindere dall’azione di una forte sinergia nance organizzata, che incentivi le città non tra i territori e dalla valorizzazione di realizza 2.270 alloggi per famiglie in solo a rendere concreta la propria visione di condizione di disagio esperienze di successo più innovative sviluppo urbano, ma le solleciti anche verso e mature. un cambio di mentalità e l’implementazione di buone pratiche replicabili, all’interno di una Il coordinamento degli interventi, fornisce servizi a bassa soglia e assistenza strategia di sviluppo che vada oltre la singola per circa 2.000 senza dimora l’integrazione delle misure disponibili realtà territoriale. provenienti da fonti diverse, europee

Catania

Messina

Bari

Per rendere operativo un Programma che intende coordinare gli interventi e gli investimenti previsti per le Città, potenziandone i territori, è stato necessario avviare e portare a termine una serie di attività trasversali e di sistema propedeutiche.

Palermo

attiva 10.000 percorsi di accompagnamento all’abitare

Reggio Calabria

e nazionali, l’attenzione costante ad evitare inutili sovrapposizioni, la valorizzazione delle specificità dei nostri territori, sono questi i fattori che possono garantire uno sviluppo urbano intelligente e sostenibile.

Cagliari

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@ponmetro1420


MAGAZINE

EDITORIALE GDC MAGGIO

GDC

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2017

IL SUCCESSO DEL

DIGITAL OFFICE SARÀ IL SUCCESSO DI TUT TI

A

distanza di pochi mesi dalla sua nomina a Palazzo Chigi quale capo del “digital office” comincia a prendere forma l’azione di Diego Piacentini volta a far avanzare con continuità i processi di digitalizzazione della P.A. I problemi che la nuova struttura deve affrontare sono tanti e tutti complessi: innanzitutto, individuare e mettere in pratica soluzioni che consolidino i diversi tentativi finora intrapresi per una trasformazione digitale integrale dell’agire amministrativo soprattutto nel rapporto P.A.-cittadini. In secondo luogo, realizzare una effettiva governance digitale per far interagire l’insieme delle strutture che giocano un ruolo rilevante nel far avanzare i processi di digitalizzazione in Italia (AgID, Sogei, INPS, strutture dello Stato, Regioni, Comitati, ecc.); infine, individuare soluzioni che facilitino il percorso puntando su architetture di sistema interoperabili agevolanti la digitalizzazione dei processi, razionalizzando la spesa pubblica. La sfida del “digital office” è articolata in 12 punti che riguardano: sicurezza informatica, Anagrafe Nazionale Popolazione Residente, PagoPA, SPID, sviluppo di un ecosistema di API, promozione di community di interscambio di conoscenze e di iniziative, creazione di kit di sviluppo in grado di favorire lo sviluppo di applicazioni in particolare per gli smartphone, cittadinanza in digitale, sviluppo di un procedimento amministrativo standard in digitale, apertura e condivisibilità dei dati, formulazione di un “codice” di regole che facilitino la digitalizzazione dei processi, partecipazione dell’Italia ai processi globali di governance della rete. In particolare, il punto relativo alla cittadinanza in digitale (e cioè un sistema che semplifichi i contatti e le interazioni tra P.A. e cittadini) può sembrare scontato e già in parte avviato a risoluzione, ma va invece a nostro avviso posto sempre in massima evidenza, in quanto il percorso di affermazione di Italia login, che è alla base della cittadinanza digitale, va costantemente tenuto sotto controllo. È sufficiente sfogliare una qualsiasi statistica sui tempi di interazione con la P.A. (per le imprese siamo nell’ordine dei mesi/anno; per i cittadini nell’ordine delle settimane/anno) per rendersi conto di come il perseguimento dell’obiettivo consentirebbe risparmi imponenti e decisivi in termini di competitività (una sorta di “spending review alla rovescia” come, peraltro, molti economisti raccomandano: non solo investire per risparmiare e al tempo stesso rilanciare la domanda, ma comprendere anche che l’efficienza è la migliore e la più sana forma di vero “saving”). I benefici potrebbero ricadere sui due lati dell’interazione: la P.A. potrebbe organizzare meglio le proprie funzioni di lavoro con sicuri guadagni di produttività e dunque di costi; i cittadini vedrebbero diminuire i loro costi e tempi burocratici e aumentare la qualità della loro vita amministrativa. E ciò in presenza di una tecnologia facilitante quale è oggi la telefonia mobile nelle sue evoluzioni sempre più ricche e smart, la quale può già da adesso supportare gran parte dei processi citati: presso i Comuni sono in continua espansione le applicazioni per smartphone che puntano a rendere semplici e fluide le interazioni tra amministrazione e cittadini. Certo, ciò richiede un progressivo re-engineering organizzativo e una decisa policy di supply side dei servizi da parte della P.A. (va anzi rilevato che è proprio questo uno degli ambiti nei quali il cambiamento deve partire dall’alto – dunque anche con una normativa incentivante – mettendo anche in rete le iniziative migliori). E l’auspicio non può che essere quello di un sempre più forte commitment della politica e delle istituzioni con il digital office e con le partite legate all’innovazione: una funzione ed un tema che vanno tenuti al riparo dalle fibrillazioni contingenti perché è in gioco il futuro della competitività e del fine living del nostro Paese.

STEFANO DE CAPITANI, Amministratore Delegato Ancitel Spa - @stefanodc

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MAGAZINE

GDC

LE CONSULTAZIONI PUBBLICHE NEL MARE MAGNUM DEL WEB Le iniziative di democrazia partecipative sono sempre più numerose: quale ruolo potrebbe avere, nel loro sviluppo, un punto unico di accesso nazionale? DI CAROLINA RAIOLA

Nell’epoca dell’alluvione informativa, urge l’aggregazione dei servizi e delle informazioni disponibili sul web. Con SPID, per esempio, la Pubblica Amministrazione si è dotata di uno strumento che, a regime, dovrà consentire a ciascun cittadino l’accesso (da un sito unico e attraverso un unico PIN) a tutti i servizi pubblici online, a prescindere dalle amministrazioni che li gestiscono. E la partecipazione alle decisioni pu­bbliche, di cui pure, in questo periodo, tanto si discute? Quanto sono reperibili, di fatto, nel mare magnum del web, le cosiddette “iniziative di democrazia partecipativa” e, in particolare, le consultazioni pubbliche svolte dalle amministrazioni? Esistono luoghi online in cui i cittadini possano trovare gli elenchi di tutte le iniziative in corso e partecipare a quelle più rispondenti alle proprie competenze e interessi?

PER MOLTI ANNI le indicazioni internazionali sono state il riferimento per le consultazioni italiane. Dal 9 marzo, ad esse si sono aggiunti i principi nazionali del Dipartimento della funzione pubblica

LO SVILUPPO DELLA CONSULTAZIONE PUBBLICA IN ITALIA Una serie di fattori riguardanti la politica e il modo di fare regolazione – l’indebolimento della rappresentanza dei partiti politici, l’incremento della regolazione tecnica e il consolidamento delle teorie sul buon andamento dell’amministrazione – hanno portato allo sviluppo di iniziative di partecipazione al processo decisionale, divenute con il tempo sempre più frequenti e digitali. La consultazione pubblica è soltanto una delle possibili pratiche di inclusione dei soggetti interessati nei processi decisionali delle

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GDC

LA CONSULTAZIONE PUBBLICA è soltanto una delle possibili pratiche di inclusione dei soggetti interessati nei processi decisionali delle amministrazioni. Tuttavia, si sta via via sempre più diffondendo nella prassi amministrativa

amministrazioni. Pur scontando diversi vincoli che la collocano in posizioni intermedie sulla cosiddetta “scala della partecipazione” (ossia il continuum che mette in ordine le diverse pratiche di partecipazione dalle meno alle più incisive sulla decisione finale) e pur essendo ancora non dimostrabile il reale effetto che esercita sulle decisioni, la consultazione pubblica è, tuttavia, una pratica che si sta via via sempre più diffondendo dentro le prassi amministrative. In Italia non esiste una disposizione che obblighi le amministrazioni a svolgere consultazioni pubbliche. La partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche è incentivata dal Codice dell’amministrazione digitale che, all’articolo 9 (così come novellato dal D. Lgs. 179/2016, uno dei decreti attuativi della cosiddetta “Legge Madia”), richiede a tutte le amministrazioni di favorire l’uso delle nuove tecnologie per migliorare la qualità della propria regolazione, anche ricorrendo a forme di consultazione preventiva per via telematica sugli schemi di atti da adottare. Le disposizioni sull’analisi di impatto della regolazione (la legge 246/2005, il DPCM 170/2008 e la direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri, 16 gennaio

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2013) pure considerano la consultazione una delle fasi della metodologia di analisi di impatto di cui rendere conto nelle cosiddette “relazioni AIR”, ma non ne hanno introdotto l’obbligatorietà nell’ordinamento. In assenza di indirizzi particolarmente specifici su quando e come svolgere le consultazioni, i regolatori (Comuni, Regioni, Amministrazioni centrali, Autorità indipendenti) hanno, nel tempo, agito in piena autonomia. Le iniziative si sono diffuse in modo estemporaneo nei processi decisionali e “a macchia di leopardo” sul territorio italiano. COME SI FA UNA BUONA CONSULTAZIONE PUBBLICA Per molti anni le indicazioni internazionali (raccomandazioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – OCSE; comunicazioni della Commissione europea) sono state il riferimento per le modalità di svolgimento delle consultazioni italiane. Già a partire dagli anni Novanta, principi e standard internazionali hanno delimitato i confini entro i quali le iniziative possono dirsi corrette e trasparenti. A partire dallo scorso 9 marzo, a queste indicazioni


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si sono aggiunti i principi nazionali (Linee guida sulla consultazione pubblica in Italia) redatti dal Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri nell’ambito del terzo piano di azione italiano dell’Open Government Partnership (OGP). Nello stesso giorno, il Senato ha sottoposto a consultazione le proprie regole per lo svolgimento delle consultazioni pubbliche del Senato. Gli standard internazionali (e nazionali) insistono, tra l’altro, sulla trasparenza delle procedure di consultazione: in fase di avvio, è necessario esplicitare obiettivi, destinatari, periodo di consultazione e informazioni di supporto; in fase di chiusura, rendere pubblici i commenti e gli esiti dell’iniziativa e le motivazioni dell’eventuale mancato accoglimento delle proposte pervenute. Sempre in termini di trasparenza – e questo è il punto più interessante per superare il problema della moltiplicazione “disordinata” delle iniziative sul web – i principi raccomandano, oltre all’adeguata pubblicità sull’avvio delle procedure, anche la raccolta delle iniziative in punti unici di accesso online, in modo che i cittadini possano avere a disposizione, su un’unica pagina di riferimento,

B uo ne p r a t i c h e d i agg re g a z i o ne d el l e c o ns ul t a z i o ni pub b l i c h e e si s t o no , a nc h e s e a nc ora n o n s o no m o l te. Tra qu e s t e , s i a nn overa no q uel l e de l l e A ut o r i t à i nd i p end enti , c he h a nno t utte s ezi oni de d i c a t e a l l e cons ul ta zi oni pu b b l i c h e

tutte le iniziative in corso, contemporaneamente. SEZIONI DEDICATE SUI SINGOLI SITI… Attualmente, quando avvia una consultazione pubblica, ciascuna amministrazione la pubblicizza con gli strumenti e i canali a disposizione, spesso utilizzando le news dei propri siti web. Per i cittadini, riuscire a partecipare dipende allora dalla capacità di intercettare gli avvisi dei siti pubblici o dalla volontà di fare ricerche attive sui motori online. La presenza di sezioni dedicate sui singoli siti (alla stregua di quanto accaduto con la sezione Amministrazione trasparente) consentirebbe ai soggetti interessati, al contrario, di avere a disposizione, in un unico “luogo” l’elenco delle iniziative di partecipazione in corso

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in ogni singola amministrazione. Buone pratiche di aggregazione delle consultazioni pubbliche esistono, anche se ancora non sono molte. Tra queste, si annoverano quelle delle Autorità indipendenti (pioniere, per loro stessa natura di regolatori fuori dai circuiti della democrazia rappresentativa, della consultazione pubblica in Italia), che hanno tutte sezioni dedicate alle consultazioni pubbliche; di alcuni ministeri (Economia e delle Finanze e Politiche agricole e forestali, per esempio); delle Regioni che hanno leggi regionali proprie sulla partecipazione (come la Toscana, l’Emilia Romagna e l’Umbria); e di alcuni Comuni, che più di altre amministrazioni aggregano le consultazioni e le iniziative di cittadinanza attiva (come Iperbole


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del Comune di Bologna o PartecipaMi di Milano). … E UN UNICO PUNTO DI ACCESSO NAZIONALE Le sezioni dedicate alla consultazione sui diversi siti delle amministrazioni sono molto utili, ma non risolvono del tutto il problema della dispersione sul web delle opportunità di partecipazione perché sono tra loro distinte e autonome. Un libero professionista esperto di pratiche edilizie, per esempio, interessato a dare il proprio contributo per rendere più efficienti le procedure con cui quotidianamente interagisce, dovrebbe cercare le parole giuste su Google o navigare sui siti di tutte le Regioni, i Comuni e le Amministrazioni centrali competenti prima di capire se sono in corso consultazioni specifiche sul tema delle attività edilizie. Spulciando unicamente il sito della propria

Regione o del proprio Comune potrebbe trovare, per esempio, solo iniziative in corso relative ad altri settori; e la sua competenza non potrebbe essere intercettata dall’amministrazione pubblica. Un ulteriore passo in avanti nella pubblicità delle consultazioni in corso potrebbe essere, dunque, la creazione di un punto unico di accesso nazionale, un portale web che, anche alimentandosi dai feed delle sezioni dedicate dei siti, aggreghi la totalità delle iniziative lanciate dalle singole amministrazioni, rendendole ricercabili per tema, destinatari o eventi della vita. Un punto unico di accesso, di per sé, non incentiverebbe direttamente un aumento o un miglioramento della partecipazione, ma potrebbe essere piuttosto uno strumento di trasparenza in grado di accelerare una serie di aspetti collegati alla consultazione pubblica. InPAGE

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nanzitutto, potrebbe essere un buon catalizzatore della partecipazione informata: mettendo a disposizione di chi vuole partecipare il panorama completo delle opportunità, favorirebbe la raccolta di contributi di migliore qualità. In secondo luogo, potrebbe stimolare la creazione di standard condivisi. O pubblicizzando linee guida e criteri ufficiali, per darne adeguata informazione ai partecipanti. O, in aggiunta, spingendo (con attività di nudging) le amministrazioni a usare gli standard attraverso l’architettura informativa del portale, imponendone l’uso per la descrizione delle iniziative in corso (come “data di inizio”, “data di fine”, “destinatari”, “materiali informativi”, “tema” e così via). In terzo luogo, un punto unico di accesso potrebbe costituire un incentivo al proficuo confronto tra le iniziative di consultazione pubbli-


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GDC U n p un to un i c o d i a c c e sso di per sĂŠ, non incentiverebbe direttamente un aumento o un miglioramento della partecipazione, ma potrebbe essere piuttosto uno strumento di trasparenza in grado di accelerare una serie di aspetti collegati alla consultazione pubblica

Un sito unico per accedere alle

d e l l a P. A .

consultazioni

In Europa esistono, invece, casi notevoli di concentrazione delle opportunitĂ di partecipazione in un unico punto d i a c c e s s o e , i n t u t t o , s o n o 1 2 i Pa e s i c h e , n e l m o n d o , adottano questa strategia di comunicazione

ca pubblicizzate, secondo i tipici meccanismi di naming and shaming. In quarto luogo, non è da escludere che, intorno alla elencazione e descrizione delle iniziative, si possa creare una community di soggetti interessati alla partecipazione, disponibili non solo ad essere informati sulle nuove consultazioni in corso, ma anche ad essere contattati regolarmente dai regolatori in base alle proprie competenze. Infine, e piÚ in generale, i punti unici

C REARE U N A CO M M U N I T Y di soggetti interessati alla partecipazione, disponibili non solo ad essere informati sulle nuove consultazioni in corso, ma anche ad essere contattati regolarmente dai regolatori in base alle proprie competenze

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“Un passo in avanti nella pubblicità delle consultazioni è un punto unico di accesso nazionale, che aggreghi le iniziative di tutte le amministrazioni e le renda ricercabili per tema, destinatari o eventi della vita”

di accesso – in qualità di strumenti di comunicazione – potrebbero essere in grado di innescare effetti di “risonanza” sulla democrazia partecipativa, portando effetti positivi anche su forme partecipative più sofisticate della consultazione pubblica, in un continuo processo di promozione del diritto alla partecipazione. Un tentativo di realizzazione di un punto unico di accesso alle consultazioni pubbliche in Italia è stato attuato attraverso la creazione del portale partecipa.gov.it, che tuttavia raccoglie, in modo non esaustivo, soltanto alcune delle principali iniziative svolte dalle Amministrazioni centrali. I suoi contenuti risultano, di fatto, poco rappresentativi della vivacità di esperienze che si rileva nelle singole amministrazioni. In Europa esistono, invece, casi notevoli di concentrazione delle opportunità di partecipazione in un unico punto di accesso e, in tutto, sono 12 i Paesi che, nel mondo, adottano questa strategia di comunicazione (Canada, Danimarca, Estonia, Francia, Gran Bretagna, Ungheria, Messico, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Repub-

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I PU NTI U NICI DI ACCESSO potrebbero essere in grado di innescare effetti di “risonanza” sulla democrazia partecipativa, portando effetti positivi anche su forme partecipative più sofisticate della consultazione pubblica

blica Slovacca, Stati Uniti). A questi casi si aggiunge il punto unico di accesso della Commissione europea che, da quest’anno, raccoglie tutte le consultazioni svolte nell’intero ciclo decisionale. È auspicabile, quindi, che dopo la pubblicazione del 9 marzo delle linee guida e sull’esempio delle buone pratiche internazionali, anche in Italia si acceleri la creazione di un punto unico di accesso che costituisca il riferimento nazionale delle consultazioni in corso. *CAROLINA RAIOLA, Esperta Formez P.A. in comunicazione, consultazione pubblica e semplificazione amministrativa


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La gestione condivisa La nuova sfida per i Comuni Un rinnovato rapporto di collaborazione tra cittadini e amministrazioni va costruito sul bene comune e sull’applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale DI VITTORIO SGUEGLIA DELLA MARRA* La riflessione sui beni comuni, sviluppatasi da alcuni decenni in ambito internazionale ed europeo, è molto vivace in Italia. L’interesse su questo tema centrale per la qualità della vita dei cittadini è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni prevalentemente comunali. Inizialmente sviscerato in ambito economico, sociologico, politologico, ecologico, è approfondito ora anche sul piano giuridico. Si indaga da un lato sulla loro natura rispetto alle classiche categorie dei beni pubblici e dei beni privati e sul regime giuridico che li contraddistingue; e dall’altro lato sulla loro relazione con i bisogni dei cittadini e della società e sul ruolo che tali beni sono in grado di spiegare come risorse su cui anche i poteri pubblici possono contare nello svolgimento dei propri compiti di cura del benessere della collettività. I beni possono essere classificati in relazione alla loro escludibilità, ovvero in relazione alla possibilità di impedire a qualcuno di godere di quel bene, e rivalità, ovvero alla possibilità che il consumo da parte di un soggetto riduca o impedisca il godimento dello stesso bene da parte di un altro soggetto. In base a questo modello i beni pubblici sono non-escludibili e non-rivali, ovvero si consumano senza pagare per ridurne la dotazione, hanno un valore economico ma non un prezzo. I beni comuni, invece, dovrebbero essere non-escludibili ma rivali; ovvero chiunque può utilizzarli senza pagare un prezzo ma l’uso da parte di ciascuno riduce la possibilità di goderne da parte di altri. Dato che sono gratuiti, i beni comuni tendono ad essere sovra sfruttati e questo genera delle esternalità negative che ne compromettono il godimento da parte di altri. Il principale riferimento normativo di questi processi è il Decreto Legge n. 351 del settembre 2001 volto a soddisfare esclusivamente esigenze di carattere economico-finanziario e di risanamento del debito pubblico, facendo sì che i Beni Pubblici siano sempre più spesso utilizzati, non dalla collettività per il soddisfacimento dei propri diritti fondamentali, ma dallo Stato e dagli Enti pubblici territoriali che, come un dominus privato, puntano solo alla produzione di entrate tra-

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L a Co mmissio ne ha predisposto una distinzione dei beni in tre categorie; beni pubblici, beni privati e beni comuni definiti

scurando l’interesse generale. Questo modus operandi ha determinato il sorgere di problemi relativi al regime giuridico dei beni, tanto che nel giugno del 2007 presso il Ministero della Giustizia è stata istituita la Commissione sui Beni Pubblici presieduta da Stefano Rodotà con il compito di elaborare uno schema di legge delega per la modifica delle norme del Codice Civile in materia di Beni pubblici. In considerazione dell’assenza nelle norme codicistiche della nozione di beni comuni, la Commissione ha predisposto una distinzione dei beni in tre categorie; beni pubblici, beni privati e beni comuni definiti come “quelle cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. Essi devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro

La C ommission e su i be n i pu bblici è stat a i sti tu i ta n el giu gn o de l 2 007 presso il Min iste ro d e l l a Giu stizia, pre siedu ta da Stefan o Rodotà

Din s t iz i o n e d e i b e n i in tre categorie; beni pubblici, beni privati e beni comuni definiti come “quelle cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona

tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future”. Il lavoro della Commissione Rodotà, pur non avendo prodotto alcun disegno di legge delega al Governo, ha comunque rappresentato una tappa importante nel percorso che ha portato all’introduzione dei beni comuni nel nostro diritto positivo. Essi assumono una prospettiva equidistante rispetto al regime di appartenenza dei beni, sia essi pubblici che privati. Il concetto di Beni coIl Tito lo V della Costituzione, ha introdotto in Costituzione il principio di Sussidiarietà Orizzontale con la formulazione “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per le attività di interesse generale“ PAGE

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La riflessione sui beni comuni, sviscerata dal punto di vista economico, sociologico, politologico ed ecologico, adesso viene analizzata anche dal punto di vista giuridico

in gioco la qualità della vita collettiva! muni è stato ancorato all’insieme dei principi fondamentali che informano la prima parte della Costituzione e quindi ai diritti fondamentali. Nel contesto attuale caratterizzato da un abuso da parte del pubblico di pratiche di privatizzazione delle risorse comuni, il governo dei beni comuni non può che svolgersi attraverso il coinvolgimento dei cittadini attraverso l’applicazione del principio di Sussidiarietà che rappresenta l’orizzonte strategico entro cui collocare la definizione di un nuovo modello di sviluppo in chiave partecipativa. La legge di revisione costituzionale del 2001, riformando il titolo V della Costituzione, ha introdotto in Costituzione il principio di Sussidiarietà Orizzontale con la formulazione “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118 ultimo comma). Nel contesto attuale, segnato da una crisi della Democrazia Rappresentativa, in che modo i cittadini possono contribuire all’amministrazione dei beni comuni locali? La risposta è rintracciabile nel Principio di Sussidiarietà introdotto appunto nell’art. 118 ultimo comma della Costituzione che, però, necessita di strumenti efficaci per rendere applicabili le sue potenzialità teoriche e pratiche in modo da poter tradurre le nozioni in effetti pratici sul quotidiano funzionamento delle Amministrazioni pubbliche, in particolar modo quelle locali. Gli strumenti a disposizione sono due: il primo è un “modello organizzativo” coerente con il principio di sussidiarietà ed in grado di valorizzarne le prerogative; il secondo si concretizza in un “Regolamento Comunale”. Ben prima che il principio di sussidiarietà fosse concettualizzato nell’art.118 u.c. della Costituzione, questo modello è stato teorizzato nel 1997 dal professore Gregorio Arena nel saggio Introduzione all’amministrazione condivisa. In quel lavoro si prendeva in considerazione il

U n mo de llo o rganiz z ativo coerente con il principio di sussidiarietà ed in grado di valorizzarne le prerogative

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“Si indaga sulla natura dei beni comuni al di là della distinzione tra beni pubblici e beni privati e sul regime giuridico che li contraddistingue, mettendoli in relazione con i bisogni dei cittadini e della società”

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I beni sono classificati in base alla loro escludibilità

dato che stava nascendo un nuovo modello di amministrazione fondato sulla collaborazione tra P.A. e cittadini, che potrebbe permettere una soluzione migliore dei modelli attuali fondati sulla separazione più o meno evidente tra amministratori e amministrati. Il modello indicato nel saggio si basava “sull’ipotesi che allo stadio attuale di sviluppo della società italiana esistano i presupposti per impostare il rapporto fra amministrazione e cittadini in modo tale che questi ultimi escano dal ruolo passivo di amministrati per diventare co-amministratori, soggetti attivi che, integrando le risorse di cui sono portatori con quelle di cui è dotata l’amministrazione, si assumono una parte di responsabilità nel risolvere problemi di interesse generale”. Nel saggio si elabora il concetto che “l’essenza del pluralismo consiste nel trarre il massimo vantaggio dalla varietà, considerandola un’opportunità e sapendo che non ci può essere una soluzione valida per tutti i problemi. Questo vale anche per il modello dell’amministrazione condivisa, che è solo una delle possibili soluzioni, non certo l’unica”. Questo modello di amministrazione condivisa, continua Arena, “fa emergere la possibilità di un nuovo rapporto dei cittadini con l’amministrazione pubblica in una so-

cietà pluralista: siano cittadini singoli, associati, soggetti economici, essi possono diventare protagonisti nella soluzione di problemi di interesse generale ed al tempo stesso nella soddisfazione delle proprie esigenze, instaurando con l’amministrazione un rapporto paritario di co-amministrazione in cui ciascuno mette in comune le proprie risorse e capacità, in vista di un obiettivo comune”. Secondo questo modello si permette alle persone di uscire da un modello top-down di subordinazione nei confronti della Pubblica Amministrazione, facendo assumere loro uno status più in sintonia con quello che gli stessi soggetti rivestono nella sfera della politica, come cittadini elettori, ed in quella del mercato, come clienti e consumatori. Punto centrale di questo modello che determina un preciso modo di stare da parte dell’Amministrazione in una società pluralista, composta da persone in forma singola e/o associata, capaci di creare tra loro e con la Pubblica Amministrazione “una rete di relazioni reciprocamente arricchenti” fondate sempre e comunque “sull’autonomia delle persone”. Tutto questo consente il generarsi di un processo che si “autoalimenta, in quanto se l’amministrazione svolge in maniera efficace, insieme con i cittadini, la propria missione costituzionale,

Un m o del l o di a mmi n i str a z i o n e c o n d i vi sa fa emergere la possibilità di un nuovo rapporto dei cittadini con l’amministrazione pubblica in una società pluralista: siano cittadini singoli, associati, soggetti economici

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La g estione condivisa dei be ni c o mu ni è qu i ndi la nu o v a s f i da delle Am minis traz ioni comuna li c h e h a nno l’o ppo r t u ni t à di a v v i a re nuo vi ra ppor ti di collabora zi o ne c o n i pro pr i c i t t a di ni a t t i v i affinchè la collaborazione risulti effettivamente orientata alla produzione di risultati utili e misurabili), inclusività (gli interventi di cura e rigenerazione dei beni comuni devono essere organizzati in modo da consentire che in qualsiasi momento altri cittadini interessati possano aggregarsi alle attività), sostenibilità (l’amministrazione, nell’esercizio della discrezionalità nelle decisioni che assume, verifica che la collaborazione con i cittadini non ingeneri oneri superiori ai benefici e non determini conseguenze negative sugli equilibri ambientali), adeguatezza e differenziazione (le forme di collaborazione tra cittadini e amministrazione sono adeguate alle esigenze di cura e rigenerazioni dei beni comuni urbani e vengono differenziate a seconda del tipo o della natura del bene comune urbano e delle persone al cui benessere esso è funzionale), informalità (l’amministrazione richiede che la relazione con i cittadini avvenga nel rispetto di specifiche formalità solo quando ciò è previsto dalla legge. Nei restanti casi assicura flessibilità e semplicità nella relazione, purchè sia possibile garantire il rispetto dell’etica pubblica, così come declinata dal codice di comportamento dei dipendenti pubblici e dei principi di imparzialità, buon andamento, trasparenza e certezza), autonomia civica (l’amministrazione riconosce l’autonoma iniziativa dei cittadini e predispone tutte le misure necessarie a garantirne l’esercizio effettivo da parte di tutti i cittadini attivi). Una delle caratteristiche fondamentali del principio di sussidiarietà è che può essere adottato direttamente, senza intermediazione legislativa, da

essa facilita il pieno sviluppo dei cittadini stessi e quindi ne aumenta l’autonomia, che è al tempo stesso la condizione affinché possa funzionare il modello di amministrazione condivisa”. L’art. 118 Cost. precisa che, quando i cittadini si attivano, non sono più utenti o amministrati, in forza delle categorie del Diritto amministrativo tradizionale, bensì soggetti responsabili e solidali che in piena autonomia collaborano assieme all’Amministrazione nel perseguimento dell’interesse generale che si sostanzia nella cura dei beni comuni, ma tale regola che riconosce il passaggio dei cittadini amministrati ad alleati dell’amministrazione, da sola non è sufficiente per essere messa in pratica, e necessita di appositi regolamenti. Per questo motivo, da quando il principio di sussidiarietà è stato introdotto in Costituzione (2001), di fatto è rimasto inespresso ed inattuato. I cittadini infatti, pur volendosi prendere cura dei beni comuni del proprio territorio, si sono spesso trovati nell’impossibilità formale di procedere in assenza di norme applicative del principio stesso. C’è, quindi, l’esigenza di uno strumento normativo agile, veloce, adattabile alla realtà territoriale di riferimento, come può essere il Regolamento Comunale. I principi fondamentali su cui si fonda il regolamento in cui si determina la collaborazione tra Pubblica Amministrazione e cittadini si caratterizzano nella pubblicità, fiducia reciproca, trasparenza, responsabilità (l’amministrazione valorizza la responsabilità, propria dei cittadini quale elemento centrale della relazione con essi, nonché quale presupposto necessario

UNA DELLE CARATTERISTICHE FONDAMENTALI DEL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ È CHE PUÒ ESSERE ADOTTATO DIRETTAMENTE, SENZA INTERMEDIAZIONE LEGISLATIVA, DA TUTTI I LIVELLI ISTITUZIONALI

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tutti i livelli istituzionali. Il Regolamento ha la possibilità di dare attuazione al principio di sussidiarietà orizzontale, inserendolo concretamente nell’azione e nell’organizzazione amministrativa di un Comune o altro Ente locale. Al contrario di quella legislativa, la procedura per l’approvazione di un regolamento comunale è più rapida e, a differenza delle leggi, i regolamenti comunali sono facilmente modificabili alla luce dell’esperienza che emerge dall’attuazione, tant’è che i regolamenti per l’amministrazione condivisa approvati ad oggi prevedono tutti un periodo sperimentale di applicazione al termine del quale si procede con una verifica dei risultati. Ad oggi i Comuni che hanno adottato questo tipo di regolamento sono 105 ed altri 75 sono in fase di attuazione. La gestione condivisa dei beni comuni è quindi la nuova sfida delle amministrazioni comunali che hanno l’opportunità di avviare nuovi rapporti di collaborazione con i propri cittadini attivi. *VITTORIO SGUEGLIA DELLA MARRA, Capo di Gabinetto del Comune di Trieste

AL CONTRARIO DI QUELLA LEGISLATIVA, LA PROCEDURA PER L’APPROVAZIONE DI UN REGOLAMENTO COMUNALE È PIÙ RAPIDA E, A DIFFERENZA DELLE LEGGI, I REGOLAMENTI COMUNALI SONO FACILMENTE MODIFICABILI ALLA LUCE DELL’ESPERIENZA CHE EMERGE DALL’ATTUAZIONE

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30 anni di storia

Ancitel S.p.A. è la società di servizi per i Comuni dell'ANCI - Associazione Nazionale Comuni Italiani. Dalla sua fondazione, Ancitel progetta e fornisce servizi e soluzioni agli enti locali per incrementare la loro efficienza operativa e per adeguare le procedure e gli strumenti alle norme che cambiano. Ancitel da sempre utilizza le tecnologie digitali per fornire ai Comuni servizi per conoscere, comprendere e orientare le scelte, per ottimizzare la gestione del territorio e dei rapporti con cittadini, imprese e professionisti, per aumentare le loro capacità operative e per comunicare in modo efficace. La società nel corso della sua lunga attività ha “messo in rete” i Comuni italiani consentendo la condivisione di esperienze e conoscenze ma anche connettendo i Comuni tra loro e con la Pubblica Amministrazione centrale. Negli ultimi anni Ancitel ha adottato il “cloud” abilitando la fruizione di dati e applicazioni web con elevati standard di sicurezza e affidabilità. Oggi Ancitel è impegnata a realizzare servizi per la diffusione delle applicazioni in mobilità, per ottimizzare l’impiego delle risorse finanziarie e la valorizzazione di diritti, proprietà e concessioni. Ancitel è al servizio dei Comuni per aiutarli ad affrontare i continui e impegnativi cambiamenti imposti dalla digitalizzazione del Paese.


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PIÙ RICICLI MENO PAGHI ECCO LA TARIFFA PUNTUALE DI SALVATORE DETTORI

I L N UOVO SISTEM A GA RANT ISCE EQU I TÀ E T RASPA R EN Z A PR EM I AN D O I L COM P ORTA M ENTO V I RT UOSO DEI CI TTADI N I

« L’obiettivo è ridurre al minimo i rifiuti non riciclabili e indurre a differenziare correttamente

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LO STRUMENTO NORMATIVO RISIEDE NELL’ARTICOLO 52 DEL D. LGS. 446/97, NORMA CARDINE DI RICONOSCIMENTO DELLA POTESTÀ REGOLAMENTARE AI COMUNI, CONFERMATA DALLA LEGGE MADRE SUL FEDERALISMO FISCALE 42/2009

Una modalità più equa e più trasparente, che premia i comportamenti virtuosi di quei cittadini capaci di differenziare correttamente i rifiuti e di ridurre al minimo quelli non riciclabili. È questa, in sintesi, la “mission” del Tributo puntuale (anche denominato Tariffa puntuale laddove viene applicato direttamente dal gestore del servizio). La tariffa puntuale è un sistema di calcolo della tariffa rifiuti (Ta.Ri) legato alla reale produzione di rifiuti. Non si basa più solo sul metodo presuntivo e sul criterio dei metri quadrati dell’immobile, ma anche su quanti rifiuti sono prodotti e differenziati. L’utente paga per quanto rifiuto indifferenziato produce: quindi meno rifiuti indifferenziati produce, meno spende. Il metodo di rilevamento della quantità di rifiuti prodotti attraverso cui si calcola la tariffa dei rifiuti in maniera equa e trasparente, è reso possibile dalla misurazione dei conferimenti dei rifiuti indifferenziati – residuo secco – che sono contati attraverso un

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sistema di lettura elettronico. Pagare, dunque, in base alla quantità di rifiuti conferiti e ai servizi richiesti. Il comma 668 dell’articolo 1 della legge 147/2013 dà facoltà ai Comuni che hanno realizzato sistemi di misurazione puntuale della quantità dei rifiuti conferiti al servizio pubblico, di applicare, in luogo della Tari, una tariffa avente natura corrispettiva. Lo strumento normativo risiede nell’articolo 52 del D. Lgs. 446/97, norma cardine di riconoscimento della potestà regolamentare ai Comuni, confermata dalla legge madre sul federalismo fiscale 42/2009. La Tarip rimane un’entrata di matrice comunale. La gestione avviene sulla base delle formule organizzative definite dalla normativa nazionale e regionale nonché dalle scelte locali, in presenza di una disposizione contenuta nello stesso comma 668 che riconosce l’affidamento ex lege al soggetto affidatario del servizio di gestione dei rifiuti. I Comuni che hanno realizzato sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico possono, con regolamento di cui all’articolo 52 del decreto legislativo n. 446 del 1997, prevedere l’applicazione di una tariffa avente natura corrispettiva, in luogo della Tari. Il Comune nella commisurazione della tariffa può tenere conto dei criteri determinati con il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1999, n. 158. La tariffa corrispettiva è applicata e riscossa dal soggetto affidatario del servizio di gestione dei rifiuti urbani. La formula del comma 668 pone una condizione obbligatoria per la legittima istituzione della tariffa corrispettiva: la realizzazione di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al pubblico servizio. Non c’è una nomenclatura giuridica in grado di definire l’aggettivo “puntuale” anche se il ministero si è cimentato in qualche spiegazione all’interno delle linee guida Tares. Uno degli aspetti più delicati per una realtà che intraprende la strada della cosiddetta tariffa puntuale è la definizione di un sistema sufficientemente in grado di tradurre il corrispettivo economico del servizio reso.


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L’INTERVISTA

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DALLA CRUSCA AL PALAZZO L’IMPORTANZA DEL CERIMONIALE DI SALVATORE DETTORI ‘Del cerimoniale non ci si accorge mai, finché non manca’…con questo plastico insegnamento si apre l’intervista a Ernestina Alboresi, esperta di cerimoniale e membro del Consiglio di Presidenza dell’Ancep. Le parole della Alboresi ci portano nel complesso patrimonio di segni, di simboli, di gesti, di espressioni, di rituali, di formule, mediante i quali si attua e si ripete da sempre ogni manifestazione dei soggetti pubblici. Ma che cosa è esattamente il cerimoniale? Di che cosa si occupa? Galateo, bon ton, etichetta, quali le differenze? Capita spesso di sentire invocata l’applicazione di norme del cerimoniale in situazioni dove sarebbe sufficiente riferirsi all’uso delle abitudini comuni di comportamento. Come fare a distinguere termini e funzioni? Che cosa rende diversa una regola di buona educazione dalla necessità normativa? Il cerimoniale è una disciplina specifica che si occupa delle relazioni tra le istituzioni pubbliche. Pertanto, si parla di cerimoniale in riferimento alle regole che governano lo svolgimento delle funzioni di rappresentanza ufficiale degli organismi statali e derivati; quindi dello Stato, del Parlamento, delle Regioni, dei Comuni e quant’altro. Questo è il cerimoniale. Il galateo, invece, che si chiami etichetta o bon ton, si occupa delle relazioni tra privati. Il che significa che se ci si comporta scortesemente con un’altra persona, il problema resta delimitato a una questio-

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PARLA ERNESTINA ALBORESI PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE CERIMONIALISTI PUBBLICI SUL TEMA CERIMONIALE ED ENTI LOCALI


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GDC L’INTERVISTA ne privata. Se invece lo stesso avviene nei rapporti tra istituzioni le conseguenze possono essere assai gravi: in alcuni casi saltano accordi o finanziamenti o importanti attività comuni tra Enti.

Il termine cerimoniale riporta a fasi storiche molto lontane. Che evoluzione ha avuto questa disciplina? Il cerimoniale ha origini veramente molto antiche, nel senso che un cerimoniale pubblico in realtà è sempre esistito. Si pensi all’impatto visivo e organizzativo che avevano le cerimonie degli antichi romani: quando l’esercito, ad esempio, dopo aver vinto importanti battaglie, rientrava a Roma, con l’imponente corteo degli schiavi, dei prigionieri, degli animali; tutto questo era cerimoniale, il vincitore bardato in maniera peculiare, con la corona d’alloro, secondo una precisa simbologia. Per andare ancora più indietro, si pensi alla civiltà Maya, agli Aztechi, o addirittura ai Faraoni egizi: si possono ancora vedere rappresentate queste figure, che costituivano le prime cariche dello Stato, in posizioni assolutamente sopraelevate rispetto alle altre. Si può dire che la disciplina del cerimoniale sia esistita da quando l’uomo s’è dato un’organizzazione sociale. Per quanto riguarda il nostro Paese, cerimoniali diversi si sono contraddistinti nelle numerose entità territoriali politiche e indipendenti esistite nella penisola italiana dall’inizio del Medioevo fino alla proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta nel 1861. Ritroviamo le prime regole di cerimoniale scritte in Italia intorno al millesettecento a cura di Carlo Amedeo Giuseppe Manfredi, Marchese d’Angrogna e Conte di Luserna, che per la prima volta si prese la briga di mettere per iscritto un codice. Dopo l’Unità d’Italia, con i Savoia, il cerimoniale preminente divenne quello monarchico. Furono, infatti, emanati diversi regi decreti che vincolavano tutta la penisola a seguire le regole di cerimoniale previste dalla Casa Sabauda. Con la Repubblica, però, venne a galla un grosso problema: i regi decreti, infatti, stabilivano un ordine di precedenza relativo a cariche pubbliche vetuste, che il nuovo ordine costituzionale aveva cancellato. Situazione critica associata all’evoluzione dei tempi e alla nascita in Italia di nuove istituzioni, cariche e relative funzioni. Si venne a creare, pertanto, un vuoto normativo. Si rese, dunque, necessario creare un nuovo strumento protocollare che fu così realizzato nel 1950 da Alcide De Gasperi in qualità di Presidente del Consiglio. La circolare, che avrebbe dovuto avere un valore esclusivamente interno agli istituti pubblici, aveva un carattere provvisorio, con il proposito di un successivo intervento più organico. Ma ciò non avvenne fino al 2006, quindi per ben 56 anni. Periodo nel quale l’Italia non ha avuto un provvedimento normativo completo che regolasse il cerimoniale Repubblicano in maniera esaustiva. Finalmente, l’auspicato testo è arrivato nel 2006 con il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, provvedimento che fu successivamente aggiornato nel 2008. Fu proprio con il decreto della P.C.M. del 14 aprile 2006 (G.U. n. 174 del 28 luglio 2006), le “Disposizioni generali in materia di cerimoniale e di precedenza tra le cariche pubbliche” che si pose rimedio a quella situazione di provvisorietà.

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SI PARLA DI CERIMONIALE IN RIFERIMENTO ALLE REGOLE CHE GOVERNANO LO SVOLGIMENTO DELLE FUNZIONI DI RAPPRESENTANZA UFFICIALE DEGLI ORGANISMI STATALI E DERIVATI; QUINDI DELLO STATO, DEL PARLAMENTO, DELLE REGIONI, DEI COMUNI E QUANT’ALTRO

SE CI SI COMPORTA SCORTESEMENTE TRA ENTI O ISTITUZIONI DIVERSE SI RISCHIA DI PROVOCARE DANNI IRREPARABILI, COME AD ESEMPIO IL FALLIMENTO DI ACCORDI O FINANZIAMENTI IMPORTANTI


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Il decreto dedica una parte speciale alla disciplina del cerimo-

niale delle Amministrazioni locali, può descriverci peculiarità e differenze? La differenza fondamentale è che prima del D.P.C.M. del 14 aprile 2006 il punto di riferimento era la circolare De Gasperi, che non contemplava l’esistenza di istituzioni intermedie quali, ad esempio, le Regioni. Non c’era, in quel periodo, una distribuzione del potere a livello territoriale come invece è accaduto dopo la riforma del Titolo Quinto della Costituzione. In quel momento le cose sono veramente cambiate. Ad esempio con l’elezione diretta dei Governatori regionali o l’elezione diretta dei Sindaci. Attraverso questa modifica costituzionale si è verificata un’attribuzione di maggior importanza, maggior rilievo nei confronti delle Amministrazioni locali che, di conseguenza, hanno ottenuto un differente posizionamento nell’ambito delle cariche pubbliche. Spiego meglio: prima, in qualunque punto d’Italia si svolgesse una cerimonia pubblica, la lista delle persone era sempre la stessa. Si ritrovavano prima gli organismi nazionali e a seguire quelli locali in un ordine prestabilito. Adesso se si tratta di un evento a carattere territoriale, dal regionale in giù, l’ordine è diverso. Il Sindaco di una città, in una cerimonia nazionale, avrà un posizionamento di rilievo molto maggiore qualora la cerimonia avvenga nella sua stessa città.

Social media e nuovi mezzi di comunicazione. Cominciano a delinearsi norme specifiche in un contesto così delicato? Per quanto riguarda i social media, in realtà, la normativa riguardante il cerimoniale non ha avuto interventi diretti. Certo le cose sono cambiate. Ad esempio, fin a qualche anno fa un invito a un’autorità inviato via fax non era considerato attendibile, non si poteva trasmettere un invito ufficiale attraverso tale strumento. Si privilegiava, in ogni caso, un invito cartaceo. Il cosiddetto cartoncino. Addirittura con la consegna a mano. Adesso, con l’avvento del digitale e con la nuova logica, subentrata negli ultimi anni, del risparmio e della spending review, diversi inviti si mandano anche via mail. E si fa fatica a sostenere che ciò non sia accettabile, perché effettivamente questo è lo strumento più rapido, veloce ed economico. Quindi, seppur per le cerimonie di altissimo livello e di grandissima importanza ancora si privilegi il sistema del cartoncino, non è plausibile che un Comune possa spendere migliaia di euro per realizzare ed inviare un cartoncino di invito che può essere sostituito da una mail. Qual è il ruolo dell’Ancep? quali le iniziative dell’as-

sociazione in futuro? Ancep è nata dieci anni fa, proprio sulla scia dell’approvazione del D.P.C.M. 2006. Fino a quel momento nel nostro Paese gli addetti al cerimoniale portavano avanti in maniera avulsa le proprie iniziative, ognuno chiuso nel proprio ufficio, impegnato nel proprio lavoro. Quando si trattò di definire il decreto, la Presidenza del Consiglio dei Ministri decise di instituire un tavolo di lavoro a livello nazionale, al quale furono invitati, in determinate occasioni, anche i rappresentanti delle Regioni. In questi frangenti ci si cominciò a conoscere. Gli addetti al cerimoniale delle Regioni cominciarono a relazionarsi attivamente. Nacque così la consapevolezza che in questo settore, a differenza che in altre professioni, non c’erano momenti organizzati, di contatto, non c’erano rapporti di nessun genere. Germogliò quindi l’idea di costituire la nostra associazione. Parliamo della fine del 2007.

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IL CERIMONIALE HA ORIGINI MOLTO ANTICHE CHE AFFONDANO LE PROPRIE RADICI AI TEMPI DELL’ANTICA ROMA, MA ANCHE AI CODICI COMPORTAMENTALI DEI MAYA, DEGLI AZTECHI E DEI FARAONI EGIZIANI

Anche la Presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, ha tenuto a ribadire l’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali (la Ministra, la Presidente, l’Assessora, la Senatrice, la Deputata ecc.), qual è la sua posizione in merito alla questione?

Negli anni ovviamente Ancep è cresciuta, sia come numero di aderenti che, soprattutto, come tipologia dei partecipanti: all’inizio erano soprattutto operatori regionali, in seguito, viceversa, sono entrati numerosissimi addetti al cerimoniale dei Comuni e di altri Enti. Il nostro obiettivo primario è diffondere una cultura del cerimoniale e dell’importanza della rappresentanza istituzionale; il valore delle istituzioni, in primis. Lo facciamo attraverso tre strumenti: il primo, l’organizzazione di eventi formativi specifici, che non attengono soltanto alla disciplina del cerimoniale in senso stretto ma a tutto quello che a largo raggio implica questa professione. Ma l’Ancep, oltre a ciò, predispone corsi di formazione, naturalmente. L’associazione, infine, produce materiale divulgativo, come opuscoli, newsletter e quant’altro. Sempre, ovviamente, sui temi del cerimoniale. I nostri corsi rispecchiano una spiccata tendenza: non considerare il cerimoniale esclusivamente come la stretta applicazione del decreto quanto come una materia con tanti addentellati, con aspetti e ambiti diversi. Pertanto ci occupiamo sia di cerimoniale di base che, per esempio, dell’organizzazione degli eventi, di cerimoniale militare, internazionale, sportivo e altro ancora. Cerchiamo di dare opportunità diversificate alle persone che vogliono avvicinarsi a questa disciplina.

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A mio parere le istituzioni non hanno sesso. La nostra Costituzione non declina il genere femminile o maschile delle cariche pubbliche, sono solo cariche pubbliche. La nostra Carta non spiega che il Presidente del Consiglio debba essere uomo o donna, è solo il Presidente del Consiglio. Quindi come tale deve continuare a chiamarsi, dal mio punto di vista. Condivido al cento per cento le posizioni del Presidente del Comitato scientifico dell’Accademia del cerimoniale, Massimo Sgrelli, che sostiene l’incostituzionalità del volgere al femminile la declinazione di questo istituto. Dal punto di vista del movimento femminile capisco che tutto ciò possa apparire riduttivo nei confronti della valorizzazione del lavoro delle donne, e proprio come donna questa è un’opinione che non posso non rispettare. Però non trovo che sia così. Ritengo che in questa situazione sia fondamentale la specificità del ruolo. E il ruolo è quello di rappresentante delle istituzioni, al di là del genere.


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SCA ZZO

L’avvento del digitale e dei social network, anche in ossequio a principi di spending review, sta cambiando anche il cerimoniale, ad esempio per quanto riguarda il recapito degli inviti

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SMART CITY: ECCO LE TECNOLOGIE CHE FANNO LA DIFFERENZA Pubbliche Amministrazioni sempre più efficienti e connesse grazie a soluzioni robuste, veloci e semplici da utilizzare che coprono diversi ambiti applicativi, coniugando identificazione, printing, mobile e postazioni smart

Smart Identification & Smart Mobility Identificare, localizzare e riconoscere rapidamente cose e persone aumenta i livelli di presidio e semplifica l’operatività del personale. Zebra propone una serie completa di lettori fisssi e mobili che consentono di lavorare in qualsiasi ambiente e condizione atomosferica. Sistemi di alimentazione ottimizzati supportano la forza lavoro in mobilità, velocizzando i tempi di inventario e le attività di manutenzione/aggiornamento senza mai interrompere la continuità operativa.

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Smart Totem e Chioschi interattivi Che si tratti di realtà sanitarie, musei, uffici pubblici, sportelli d’ascolto, trasporti, istituzioni scolastiche, enti governativi o forze dell’ordine, totem e chioschi interattivi, con o senza stampanti integrate, sono fondamentali a un nfotaiment di qualità. Le soluzioni Zebra aiutano la PA a costruire il presente e il futuro delle smart city, in un’unica soluzione di continuità. Scopri di più sul nostro sito!

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Smart Printing Per la PA la stampa è un servizio fondamentale che si declina in documenti, biglietti, ricevute, etichette per cespiti e applicazioni speciali quali multe e ticket parcheggi, dematerializzazione documentale o supporti speciali come braccialetti e badge identificativi. La gamma di stampanti Zebra include soluzioni fisse e mobili che, coniugando ergonomia, robustezza e massima funzionalità, garantiscono produttività, sicurezza e controllo in ogni settore. Le tecnologie di codifica integrate nelle stampanti Zebra permettono di stampare codici mono e bidimensionali ma anche tag RFID/NFC a supporto di tutti quei processi di tracciabilità e rintracciabilità fondamentali alla governance, azzerando i margini di errore.

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Sono ormai diversi anni che l’utilizzo delle tecnologie a supporto dei processi amministrativi della PA italiana sta portando efficienza e qualità nei servizi erogati ai cittadini. Oltre a ridurre sensibilmente i costi per la collettività, l’introduzione di sistemi innovativi, legati a tutte le iniziative di e-gov, introduce un Citizen Relationship Management a valore aggiunto. Mettere i cittadini e le imprese al centro dell’azione amministrativa, infatti, significa saper riorganizzare i processi di back office e di front office, progettando una nuova qualità della relazione e della comunicazione che passano attraverso l’utilizzo di sistemi più intelligenti, studiati per agevolare il lavoro degli operatori, semplificare la gestione e offrire ai cittadini le informazioni che servono, quando servono davvero. Come? Garantendo tempi di risposta più rapidi e modalità di intervento più efficaci attraverso l’uso di soluzioni sempre a portata di mano e facili da utilizzare. In tutto questo Zebra è da sempre il partner di riferimento della PA, proponendo soluzioni per l’acquisizione dei dati e l’identificazione automatica che garantiscono a ogni organizzazione visibilità operativa, massimo controllo e una tracciabilità dei processi in ottica smart city. Il catalogo dell’offerta copre qualsiasi ambito operarativo.


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L’ a s s i s t e n z a s a n i t a r i a p u ò e s s e r e a b a s s a , m e d i a o a l t a i n t e n sit à, a s e c on d a che l’inter vento del medico sia solo eventuale, necessario o di impegno e , i n c o r r i s p o n d e n z a , l ’a s s i s t e n z a infermieristica sia necessaria, eventuale o congiunta all’impegno medico

sponde 01

L’ASSISTENZA DOMICILIARE Si chiede se nell’ambito dell’erogazione del servizio di assistenza domiciliare (servizio socio assistenziale comunale) l’operatore ASA e l’operatore OSS sono legittimati a garantire le seguenti prestazioni: prova pressione, prova diabete, prova glicemia, medicazioni e pulizia piaghe, cambio bendaggi medicazioni, cura e cambio del sacchetto per stomia, somministrazione farmaci prescritti dal medico, semplice vigilanza degli utenti durante il momento della somministrazione di farmaci finalizzata ad accertare la effettiva assunzione. Si premette che le prestazioni elencate nel quesito fanno parte di una particolare tipologia di assistenza domiciliare, quella integrata (ADI), in cui l’elemento integrazione dipende da due variabili: la presenza dell’intervento socio-assistenziale e dell’apporto multiprofessionale all’interno della collaborazione tra figure professionali sanitarie (può essere classificata in ADI infermieristica, riabilitativa, integrata). L’assistenza sanitaria può essere a bassa, media o alta intensità, a seconda che l’intervento del medico sia solo eventuale, necessario o di impegno e, in corrispondenza, l’assistenza infermieristica sia necessaria, eventuale o congiunta all’impegno medico. Mentre l’assistenza domiciliare (SAD), tradizionalmente gestita dai Comuni singoli o associati, è destinata a rispondere ad un bisogno “sociale”, l’assistenza domiciliare integrata (ADI) - gestita, tramite le ASL da Enti Accreditati - è volta a rispondere ad un prevalente bisogno di “cura socio-sanitaria” nelle aree delle funzioni “vitali” e delle funzioni “primarie”. La Conferenza Stato-Regioni del 22 febbraio 2001, “Accordo tra il Ministero della Sanità, il Ministero della Solidarietà sociale e le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, per la individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’Operatore Socio Sanitario”, nell’elencare le competenze della figura professionale, precisa che, in sostituzione e appoggio dei familiari e su indicazione del personale preposto è in grado di: - aiutare per la corretta assunzione dei farmaci prescritti e per il corretto utilizzo di apparecchi medicali di semplice uso; - aiutare nella preparazione alle prestazioni sanitarie; - osservare, riconoscere e riferire alcuni dei più comuni sintomi di allarme che l’utente può presentare; - attuare interventi di primo soccorso; - effettuare piccole medicazioni o cambio delle stesse;

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ANCI

RISPONDE - controllare e assistere la somministrazione delle diete; - aiutare nelle attività di animazione che favoriscono la socializzazione, il recupero ed il mantenimento di capacità cognitive e manuali, ecc...

IL SEGGIO ELETTORALE NELLA CASA DI RIPOSO Lo scorso anno ha aperto nel nostro territorio una casa di riposo da 120 posti letto. Per l’attivazione del seggio speciale la nostra Prefettura informa che deve essere la R.S.A. della casa di riposo a presentare domanda presso il nostro Comune allegando la delibera della Regione di istituzione della R.S.A. dalla quale si evince il numero dei posti letto. Visto che la casa di riposo ha aperto recentemente e gli ospiti sono ancora pochi, pare che al momento la R.S.A. non sia interessata ad attivare il seggio speciale. In tal caso, per le prossime elezioni amministrative, i pochi ospiti residenti nel nostro Comune come possono fare per votare? Voto domiciliare (D.L. 03/01/2006, n. 1 art. 1) oppure devono recarsi al seggio “normale”? Le R.S.A. (come le case di riposo) sono, per definizione derivante dalla norma loro istitutiva, strutture qualificabili nel contesto dell’art. 5 del DPR 30/5/1989, n. 223 e, in quanto strutture pubbliche destinate ad ospitare persone anziane, costituiscono una convivenza anagrafica. Fatti salvi gli adempimenti per gli effetti demografici, l’istituzione e l’entrata in funzione della struttura di accoglienza ha anche dei riflessi sul servizio elettorale. A tal specifico proposito la materia è regolata dagli artt. 42-44 del DPR n. 570/1960, norme modificate ed integrate dal disposto dell’art. 9

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della legge 23 aprile 1976, n. 136, richiamato dall’art. 1, lettera e), del decreto-legge 3 maggio 1976, n. 161, convertito, con modificazioni, in legge 14 maggio 1976, n. 240. Nel caso di specie (con almeno 100 e fino a 199 posti-letto) il seggio speciale, durante le ore in cui è aperta la votazione, può essere istituito su specifica richiesta del responsabile della struttura (direttore amministrativo o segretario dell’istituto) inoltrata al Comune, al fine di dare modo agli elettori ricoverati nell’istituto di esercitare il diritto di voto (art. 9, primo comma, della legge 23 aprile 1976, n. 136). Le funzioni del seggio speciale, sono limitate alla raccolta del voto e alla consegna delle schede votate all’Ufficio elettorale di sezione, nella cui circoscrizione è posto il luogo di ricovero. Ferme le modalità di istituzione e funzionamento del seggio speciale, ciascun ricoverato, in quanto elettore potrà espletare il proprio diritto al voto recandosi al seggio ordinario. Gli stessi elettori affetti da gravissime infermità, tali da rendere impossibile l’allontanamento dall’istituto, che si trovino in condizioni di dipendenza continuativa e vitale da apparecchiature elettromedicali, potranno fruire, nei limiti e con le modalità previste dalla legge, del voto domiciliare di cui al citato D.L. 3 gennaio 2006, n. 1, coordinato con la legge di conversione 27 gennaio 2006, n. 22.

L’EMERGENZA ABITATIVA E’ pervenuta in Comune la richiesta da parte della ASL di effettuare un sopralluogo in un immobile nel quale vive un nucleo familiare di cinque persone. La richiesta è quella di valutare se oltre alla antigienicità già accertata dai vigili sanitari vi sia pericolosità per la presenza di una crepa e, in caso affermativo, di intimare al proprietario dell’alloggio di adempiere ai lavori di straordinaria


manutenzione. In questi casi, se è accertata la necessità di lavori urgenti tali da impedire la permanenza del nucleo familiare nell’immobile, fino a che punto il Comune è obbligato a trovare una soluzione abitativa al nucleo familiare? La domanda è motivata dalla crescente richiesta abitativa dovuta a nuove fasce di povertà che necessitano di numerosi sforzi economici non sempre fattibili per indisponibilità di bilancio. Nel caso ipotizzato dal quesito, qualora le verifiche dei tecnici comunali dovessero accertare l’inagibilità dell’immobile interessato (non è chiaro se di proprietà dei residenti), al sussistere di ogni altra condizione contemplata dalle norme regolamentari vigenti in materia (Regolamento comunale per l’erogazione di contributi economici per l’emergenza abitativa), quali la residenza, i limiti di reddito, ecc., il Comune sarà tenuto ad erogare i benefici previsti (sistemazione alberghiera, contributi economici, ecc.). Per come risulta descritto, il caso sembrerebbe rientrare nell’ambito della “emergenza abitativa” (ad es: sfrattati, esecutati immobiliari, eccetera), in quanto concretante la fattispecie di sgombero per inagibilità o inabitabilità dell’alloggio occupato. Occorre ulteriormente rimarcare che per accedere ai benefici comunali, in presenza di più casi del tipo considerato, si procederà attraverso delle apposite graduatorie eventualmente previste dalla disciplina regolamentare, al fine di individuare in concreto i beneficiari, oltre che le modalità, i termini di erogazione del contributo e la determinazione dell’ammontare complessivo dello stesso, ma nei limiti delle risorse di bilancio disponibili.

IL DECESSO DELLA PERSONA INDIGENTE Chiediamo un parere in merito alla procedura corretta da seguire nel

caso del decesso di persona indigente residente nel Comune e seguita dal servizio sociale comunale per l’erogazione del servizio di assistenza domiciliare ovvero: considerato che la persona in oggetto, celibe e senza figli, ha parenti entro il 4 grado (sorelle e fratelli) è tenuto il Comune a corrispondere le spese funebri? Qual è la procedura da seguire al momento del decesso nel caso in cui nessuno si proponga di far fronte alle spese in oggetto? Preliminarmente si ricorda che l’art. 1, comma 7 bis, del D.L. 392/2000, interpretando autenticamente l’art. 12, comma 4, del D.L. 359/1987 - ha sancito che «la gratuità del servizio di cremazione [...] nonché del servizio di inumazione in campo comune, è limitata alle operazioni di cremazione, inumazione ed esumazione ordinaria nel caso di salma di persona indigente, o appartenente a famiglia bisognosa o per la quale vi sia disinteresse da parte dei familiari. I predetti servizi sono a pagamento negli altri casi». Pertanto la salma di una persona indigente, appartenente a famiglia bisognosa o per la quale vi sia un comportamento di disinteresse dei familiari ha diritto alla gratuità del servizio di cremazione o di inumazione in campo comune. I regolamenti comunali di polizia mortuaria o altre particolari disposizioni, in attuazione di questa norma, prevedono, con forme semplici, ma decorose, il trasporto della salma con fornitura della cassa e l’inumazione in campo comune o, se richiesta, la cremazione. Per individuare le condizioni economiche di indigenza del defunto e lo stato di bisogno dei familiari dello stesso è, invece necessario ricorrere a quanto disposto dalla regolamentazione comunale disciplinante l’accesso alle prestazioni dei servizi sociali sulla base dei principi previsti dalla legge 328/2000 con rinvio alla vigente normativa in materia di ISE. Nel caso le condizioni evidenzino situazioni di

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indigenza e di bisogno, nei limiti previsti dalla regolamentazione comunale, il defunto ha diritto alla gratuità del servizio. In caso contrario il Comune, previa ricerca dei familiari tenuti agli alimenti ai sensi dell’art. 433 del c.c., provvederà a richiedere il rimborso delle spese anticipate. Per completezza si ricorda che in presenza di eredi che abbiano accettato l’eredità, il Comune può richiedere il rimborso delle spese anticipate perché le spese per le onoranze funebri al de cuius sono da comprendere tra i pesi ereditari.

Per individuare le condizioni economiche di indigenza del defunto e lo stato di bisogno dei familiari dello stesso è, invece necessario ricorrere a quanto disposto dalla regolamentazione comunale disciplinante l’accesso alle prestazioni dei servizi sociali sulla base dei principi previsti dalla legge 328/2000 con rinvio alla vigente normativa in materia di ISE.


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COMUNITÀ E SALUTE

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LA SALUTE È UN BISOGNO MENTALE, NON SOLO FISICO La Costituzione, all’articolo 32, tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Oggi, a livello internazionale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo stato di salute viene definito come uno stato di completo benessere non solo fisico, ma anche mentale e sociale, ovvero una condizione di armonico equilibrio della persona nell’ambito del suo ambiente naturale e sociale. In questo quadro si inserisce la nuova iniziativa editoriale di Federsanità ANCI dal titolo “Comunità e Salute” che ha l’ambizione di diventare il luogo “virtuale” di confronto tra amministratori, operatori della sanità ed esperti, con l’obiettivo di approfondire e analizzare le responsabilità istituzionali e gestionali in ordine al funzionamento dei servizi sanitari e sociali che vede oggi, più necessaria che in passato, determinante la realizzazione di interventi capaci di integrare professionalità e risorse sociali e sanitarie. La scelta del titolo della testata richiama esplicitamente ad uno storico pamphlet edito proprio da Anci Sanità all’inizio degli anni ottanta a seguito della riforma istitutiva del SSN con la legge 833/78. “L’attuazione del servizio sanitario nazionale - indica la legge all’articolo 1- compete allo Stato, alle Regioni e agli Enti locali territoriali, garantendo la partecipazione dei cittadini. Nel Servizio sanitario nazionale è assicurato il collegamento ed il coordinamento con le attività e con gli interventi di tutti gli altri organi, centri, istituzioni e servizi, che svolgono nel settore sociale attività comunque incidenti sullo stato di salute degli individui e della collettività”. Oggi come allora “Comunità e Salute” ha l’obiettivo di promuovere la sinergia istituzionale e operativa sui temi della tutela della salute che deve diventare un obiettivo strategico a cui tendere. I servizi integrati si fondano sulla necessità di rispondere ai bisogni di salute espressi dai cittadini, considerando la globalità della persona in tutte le sue dimensioni dalla componente fisica a quella psicologica, sociale, familiare, relazionale e lavorativa. Tutto ciò richiede cooperazione e integrazione al fine di contrastare i molti fattori del disagio, chiamando in causa una nuova cultura della salute e nuove metodologie di intervento capaci di collocare in un processo unitario i diversi rapporti di natura sociale, sanitaria, ma anche educativa. Per questo primo numero abbiano scelto tre argomenti che sono centrali nella ridefinizione degli obiettivi e per favorire processi di integrazione socio-sanitaria: la gestione del rischio clinico, l’innovazione nell’offerta dei servizi e la prevenzione attraverso le corrette informazioni su grandi temi come i vaccini e l’ambiente. Sono tre pilastri senza i quali oggi non è possibile realizzare una sanità al passo con i cambiamenti sociali.

ANGELO LINO DEL FAVERO, Direttore dell’Istituto Superiore

di Sanità e Presidente di Federsanità ANCI

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Contenuti

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L’insostenibile costo dei risarcimenti

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Salute: le Regioni Innovano Presentato il portale www.sanita.puglia.it

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La tutela della salute Una sfida globale

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Una legge non basta Per prevenire serve cultura

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HEALTH TECHNOLOGY ASSESSMENT Con la tecnologia più vicini al paziente

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La Legge Gelli-Bianco Un’innovazione per il Paese

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Il ruolo di Federsanità ANCI

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Perché vaccinarsi è importante

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Città sane, sostenibili e inclusive

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Sicurezza delle cure Comuni in prima linea

“La vita è un bene di tutti”

Salva PedoneTM: la protezione anche per chi attraversa. Salva PedoneTM è l’unico sistema che rende Smart le nostre strade e le nostre città. L’intelligenza applicata a manufatti cementizi e marker stradali è la naturale evoluzione da strada passiva a strada intelligente, sicura, attiva. Infallibili sensori calibrati, led, centraline elettroniche affidabili ed efficienti sono gli ingredienti primari di questo sistema che non ha eguali nel panorama della sicurezza stradale. Affidabilità e Sicurezza sono le priorità di Salva PedoneTM, l’unico sistema brevettato in Italia che non richiede nessuna azione volontaria per il suo funzionamento. Questo sistema offre a tutti gli utenti della strada, pedoni o veicoli, la possibilità di ridurre considerevolmente gli incidenti stradali.

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SALUTE

LE REGIONI

INNOVANO PRESENTATO IL PORTALE WWW.SANITA.PUGLIA.IT che riorganizza in rete tutti i servizi del sistema regionale DI SERENA VISINTIN*

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GRANDI GDC

NOVITÀ

nel settore dell’innovazione tecnologica applicata ai servizi sanitari digitali ci vengono proposte dalla Regione Puglia, sempre più traino e realtà in cambiamento del Sud del nostro Paese. “Certamente il nuovo portale della salute racconta una Puglia innovativa con una sanità sempre più digitalizzata e rappresenta una Puglia che compie un grande salto dal punto di vista gestionale. Per i pugliesi invece il Portale rappresenta un’opportunità preziosa”. Con queste parole il Direttore del Dipartimento delle Politiche della Salute e benessere sociale della Regione Giancarlo Ruscitti, ha presentato i nuovi servizi online del Portale Salute: un unico portale del Servizio Sanitario regionale pugliese, tra le prime esperienze nel panorama nazionale, dedicato alla salute

TRAMITE IL SITO

DEL PORTALE

INFORMAZIONI DEL SERVIZIO

SANITARIO REGIONALE PAGE

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e al benessere dei cittadini ma soprattutto alla semplificazione della vita sanitaria di ciascuno di noi. I servizi sanitari digitali offerti dalla Regione Puglia confluiscono, infatti, nel nuovo portale internet www.sanita.puglia.it, le cui funzionalità sono state illustrate a Bari in una conferenza stampa. Tramite il sito si avrà accesso alle informazioni istituzionali del servizio sanitario regionale e ai servizi digitali quali la prenotazione e la disdetta delle prestazioni, il pagamento del ticket, i referti online, la scelta e la revoca del medico di famiglia, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), i tempi di attesa ai pronto soccorso in tempo reale, il controllo delle esenzioni ed il diario delle vaccinazioni. Il nuovo portale PugliaSalute è stato com-


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PUGLIA

SALUTE

Il portale dove è possibile prenotare e pagare il ticket per le visite specialistiche nelle strutture del servizio sanitario nazionale ricetta rossa e dematerializzata

pletamente ridisegnato e arricchito anche da una APP per un accesso più rapido ai servizi in mobilità. Sono disponibili a tutti le informazioni su emergenza, farmacie di turno, guardia medica, strutture sanitarie, prevenzione e procedure per l’assistenza. Inoltre, con le credenziali personali, distribuite con tutte le cautele del caso trattandosi di dati sensibili riguardanti la propria salute, o con SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale, www.sanita.puglia.it diventa per i cittadini pugliesi la porta d’accesso ai servizi sanitari digitali.

SUL PORTALE PUGLIA SALUTE È POSSIBILE: • Prenotare e pagare il ticket per le visite specialistiche nelle strutture del servizio sanitario nazionale (ASL,

IDE A DI L AVORO I n man iera ri ser vata

»» In maniera riservata, per proteggere i tuoi dati e garantirti la privacy

aziende ospedaliere), sia con ricetta rossa che con ricetta dematerializzata. In caso di impedimento, disdettare online le prenotazioni già effettuate per non incorrere nel pagamento della penale. In maniera riservata, per proteggere i tuoi dati e garantirti la privacy, accedere con le credenziali personali o SPID per attivare o consultare il Fascicolo Sanitario Elettronico, che contiene prescrizioni, ricoveri, referti specialistici. Il Fascicolo sarà immediatamente disponibile anche per i medici ai quali consentirai l’accesso, che potranno così avere, in un solo colpo d’occhio, la tua storia clinica e prendere decisioni appropriate. Stampare direttamente a casa tua

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»» che contiene prescrizioni, ricoveri, referti specialistici. Il Fascicolo sarà immediatamente disponibile anche per i medici


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IL WEB PA GDC

UN SISTEMA “EDOTTO”

• •

le ricette delle prescrizioni del medico di medicina generale e presentarle in farmacia per il ritiro dei farmaci, senza doverle andare a ritirare nello studio del medico. Richiedere o revocare l’assistenza del medico di base o del pediatra. Gestire il calendario dei vaccini dei tuoi figli. Cercare in tempo reale la farmacia più vicina a te e trovare tutte le informazioni su farmacie di turno, guardia medica, strutture sanitarie. Avere tutte le informazioni di cui

hai bisogno sulle emergenze e conoscere in tempo reale quale sia la situazione dei pronto soccorso in Puglia, quanti siano i pazienti in attesa e con quale gravità. Avere le informazioni aggiornate su quanto accade nel mondo sanitario regionale, un vero e proprio magazine con news, eventi, interviste e approfondimenti.

Il nuovo Portale PugliaSalute è pubblico dal gennaio 2016 ed ospita il portale tematico del Dipartimento promozione della salute, del benessere sociale e dello sport per tutti. I contenuti informa-

tivi, laddove possibile basati sui dati del Sistema Informativo Sanitario regionale “Edotto”, sono curati direttamente da una rete di quindici URP aziendali, sotto la responsabilità dei dirigenti URP e/o Ufficio Stampa della Giunta Regionale e delle Aziende ed Enti. L’uso di un unico sistema di gestione dei contenuti ha portato alla condivisione dei modelli, delle soluzioni per tutte le componenti del portale, consentendo di assolvere con efficacia a tutti gli adempimenti dei siti web della P.A., tra cui quelli relativi all’Amministrazione Trasparente e Pubblicità Legale degli undici siti istituzionali presenti nel Portale. Un’unica piattaforma di accesso, basata su tecnologie OpenSource, consente l’ottimizzazione dei costi per la gestione dei siti e per la messa a fattor comune delle integrazioni con i servizi abilitanti. *SERENA VISINTIN, Direttore Federsanità ANCI

IN TEMPO REALE

LA SITUAZIONE

DEI PRONTO SOCCORSO E I TEMPI DI ATTESA PAGE

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Sulla strada giusta per un futuro pulito

Maggiori informazioni su: www.dogtoilet.it


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Una legge Non basta

Per prevenire serve cultura DI TERESA BONACCI*

Federsanità ANCI: per contenere il rischio clinico bisogna creare una maggiore sensibilità verso la prevenzione

Aver ridefinito la cornice e le regole complessive di un sistema che non tutelava più adeguatamente né i pazienti né i professionisti. Così sinteticamente si può definire il senso della nuova legge “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie” (la cosiddetta Legge Gelli–Bianco sul rischio clinico) approvata in via definitiva lo scorso 28 febbraio. “Fatta la legge ora occorre creare le condizioni

per favorire lo sviluppo della cultura della prevenzione”: così Angelo Lino Del Favero, Presidente di Federsanità ANCI, ha introdotto i lavori del primo di una serie di incontri per addetti del settore dal titolo “Responsabilità professionale e sicurezza delle cure” – organizzati in collaborazione con SISMLA (Sindacato Italiano Specialisti in Medicina Legale e delle Assicurazioni) – che si è svolto lo scorso mese di marzo presso la Sala Livatino del Ministero della Giustizia. “Il pilastro fondamentale per abbattere il contenzioso – ha detto Del Favero – è la prevenzione. Il punto di forza della norma sta nel rendere obbligatorio in tutte le strutture,

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pubbliche e private, un modello organizzativo di risk management. Se i professionisti impareranno attraverso questa legge a prevenire il rischio e a lavorare sulla loro formazione, scatterà una vera e propria rivoluzione culturale”. In perfetta sintonia anche il Segretario Generale di SISMLA, Raffaele Zinno, che ha sottolineato come la nuova norma segni una conquista, prima ancora che per i professionisti, per i cittadini-pazienti che sono tutelati più volte. “In primis perché una legge sulla gestione del rischio significa creare cultura della prevenzione. Secondo poi – ha detto Zinno – è garantito un più facile accesso ai risarcimenti. Inoltre


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Secondo il Presidente Del Favero il pilastro fondamentale per abbattere il contenzioso è la prevenzione. Il punto di forza della norma sta nel rendere obbligatorio in tutte le strutture, pubbliche e private, un modello organizzativo di risk management PAGE

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un’importante novità è introdotta dall’articolo 15 che prevede la formazione di un collegio medico-legale che dovrà valutare i casi di responsabilità professionale dal punto di vista tecnico. È un punto molto importante perché credo che i medici, tutti i medici, non vogliano sottrarsi al giudizio, ma auspichino di essere valutati da colleghi che ne sanno quanto loro. Questi, conoscendo la materia in giudizio, potranno emettere giudizi più qualificati. È una legge sufficientemente bilanciata da riportare le regole e il rapporto medico-paziente nel giusto equilibrio. Perdono la burocrazia, il contenzioso, la medicina difensiva. Vincono i bisogni di salute dei cittadini-pazienti”. L’incontro è stato aperto dalla relazione introduttiva di Federica Chiavaroli, Sottosegretario al Ministero della Giustizia:“Obbiettivo della nuova norma è aumentare le tutele per il diritto alla salute dei cittadini, ha detto, risolvendo il problema della medicina difensiva - che ormai da anni registra costi esagerati - e riducendo il contenzioso nei tribunali che non fa altro che prolungare i tempi di risarcimento del danno per chi lo ha subìto. Siamo in un momento storico importante perché abbiamo l’opportunità di modernizzare il sistema sulla sicurezza delle cure e allo stesso tempo rispondere meglio ai bisogni espressi dai pazienti. La salute è un diritto che va tutelato e questa nuova legge è lo

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strumento per garantire le tutele”. È seguita una tavola rotonda coordinata da Giuseppe Fanfani, Consigliere CSM e Raffaele Zinno, Segretario Nazionale SISMLA, con la partecipazione di Federico Gelli, relatore della legge alla Camera dei Deputati, Pasquale Giuseppe Macrì, Referente Medico-Giuridico Federsanità ANCI, Carlo Bonzano, ordinario di procedura penale Università di Tor Vergata, e Amedeo Bianco, relatore della legge al Senato. “Dopo decenni di colpevole inerzia – ha sottolineato Pasquale Giuseppe Macrì, Referente Medico-Giuridico Federsanità ANCI - il legislatore, motivato dalla necessità di porre le basi per la sostenibilità di un sistema sanitario di tipo universalistico, ha finalmente emanato una legge di complessa architettura e che, lungi dall’essere perfetta, pare prospettare un orizzonte di auspicato equilibrio tra gli interessi di quanti operano multi-professionalmente in ambito sanitario e dei cittadini che devono poter confidare in un sistema di tutele ad assistenza tanto sicuro quanto efficace, democraticamente accessibile ed economicamente sostenibile. Ora lo strumento normativo è disponibile. Confidiamo che Magistrati, Avvocatura, Medici legali vogliano adoperarsi per dare efficacia alla norma e concrete speranze di un più sereno rapporto tra professionisti della sanità e pazienti”. I lavori sono stati conclusi con la lettura del messaggio inviato da Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute. *TERESA BONACCI, Comunicazione e Ufficio stampa Federsanità ANCI


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DI ANNA PAOLA SANTARONI*

La Legge Gelli-Bianco

Una innovazione per il Paese Anna Paola Santaroni, coordinatore del Rischio Clinico di Federsanità ANCI e Direttore Generale dell’Ospedale San Giovanni Battista ACISMOM di Roma, giudica positivamente la nuova normativa PAGE

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La riforma costituzionale, entrata in vigore l’8 novembre 2001, investe la suddivisione dei poteri tra i diversi livelli territoriali di governo, stabilendo una nuova ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni. La portata del cambiamento è rilevante e rende possibile una nuova fase di sviluppo, in cui gli elementi di regionalizzazione costituiscono occasione per un più forte radicamento delle politiche per la salute e della programmazione e organizzazione dei servizi sanitari nel quadro delle responsabilità regionali. Allo stesso tempo però, nel corso degli anni, è stata registrata una difformità delle performance tra le varie Regioni e, quindi, un’assenza di regolamenti unificati con la conseguente disparità dei livelli di servizi. Ciò ha prodotto una diversificazione dei risvolti medico-legali con quelle che si possono definire ‘giurisprudenze regionalizzate’. In Italia, il Servizio sanitario nazionale da universalistico si sta trasformando in servizio “intermedio o misto”. Uno dei principi fondanti della nostra Carta Costituzionale era quello di garantire a tutti i cittadini della Repubblica il diritto di cura della salute a tutela dell’interesse generale del Paese (art. 32). Sicuramente, in quel periodo storico, il sistema sanitario in generale era sicuramente meno complesso, più personalizzato (medico di famiglia) e meno tecnologico. L’evoluzione nel tempo ha prodotto un sistema basato sulla medicina predittiva, cioè con cure, interventi e farmaci personalizzati, sulla dotazione ai pazienti di importanti ausili tecnologici e funzionali per monitoraggio in running delle patologie acquisite. Questo ha portato all’esborso di importanti risorse finanziarie per la sanità e quindi una maggiore contribuzione da parte della popolazione. Ma il costante incremento della pressione fiscale genera, inevitabilmente, aspettative maggiori da parte dei cittadini-pazienti, a questo punto clienti. Siamo, insomma, di fronte ad un cambio di paradigma. Fino ad oggi il sistema universalistico ha garantito adeguati livelli essenziali di assistenza. Ora non basta più. I bisogni

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di salute espressi dai cittadini sono qualità e sicurezza delle cure. La risposta viene proprio dalla Legge Gelli-Bianco “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”. L’impianto strutturale della Legge Gelli-Bianco è, rispetto alle esperienze normative che l’hanno preceduta, di tutt’altra consistenza, mirando con ambizione alla costruzione di un sistema di responsabilità sanitaria obbligatoriamente assicurata ed economicamente sostenibile, all’insegna di una nuova calibratura delle tutele, soltanto apparentemente contrapposte, su cui tale sistema si fonda: quella dei pazienti, quella dei medici e quella delle strutture sanitarie. Il focus, dunque, si concentra sulla “sicurezza delle cure”, nozione che presuppone e completa (e contribuisce ad attuare) il monumentale riferimento costituzionale (art. 32) al diritto alla salute, e che in questo nuovo contesto mira, tra l’altro, a sancire – con bella rotondità – l’idea che quel diritto non sia presidiato dal sistematico ricorso alla lite ma, al contrario, trovi sua massima espressione nel concetto stesso di prevenzione. È importante però sottolineare che in nessuna struttura sanitaria esiste il rischio “zero”. Pertanto per la gestione del rischio è determinante adottare un sistema di gestione del rischio in sanità che ne diminuisca l’incidenza e implementi il livello di qualità e sicurezza. La norma vuole chiaramente indicare la necessità che alla “prevenzione” e “gestione del rischio” si provveda mediante l’implementazione di veri e propri modelli organizzativi improntati ai principi aziendali di risk management. Si tratta di spostare l’angolo visuale, provando a depotenziare il ruolo del rimedio postumo risarcitorio e, correlativamente, ad enfatizzare il momento della prevenzione del rischio, che dovrebbe intercettare l’errore, evitandolo e relegando il risarcimento al rango di extrema ratio. Solo la qualità tende a ridurre in modo significativo il rischio clinico perché migliorano gli esiti dei percorsi assistenziali. La sicurezza dell’assistenza è infatti una dimensione della qualità ed è il conseguente completamento ed evoluzione dell’art. 32 della Costituzione.

*ANNA PAOLA SANTARONI, Coordinatore del Rischio Clinico di Federsanità ANCI e Direttore Generale dell’Ospedale San Giovanni Battista ACISMOM Roma


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Sicurezza delle cure Comuni in prima linea DOMENICO DELLA PORTA*

La legge richiama l’importanza della prevenzione degli “eventi avversi” attraverso il rispetto di requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi nell’erogazione delle prestazioni Si consolida la funzione dei Comuni in termini autorizzativi per l’applicazione della nuova normativa sulla “Sicurezza delle cure” che è entrata in vigore il 1^ aprile scorso attraverso la legge n. 24 dell’8 marzo 2017. All’articolo 1 della legge viene infatti richiamata l’importanza della prevenzione dei cosiddetti “eventi avversi” attraverso innanzitutto il rispetto dei requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi nell’erogazione delle prestazioni sanitarie. Alla luce del trasferimento delle attribuzioni dello Stato in materia sanitaria ai Comuni, previste dagli articoli 10, 13, 15, 65 e 66 della legge 833/1978, il Sindaco è chiamato a decretare l’eventuale autorizzazione sanitaria da riconoscere alle strutture sanitarie pubbliche e private in luogo di quelle che venivano rilasciate, fino alla promulgazione della predetta normativa, dalle Prefetture e successivamente dai Medici provinciali ed Ufficiali sanitari come indicato dagli articoli 24 e 40 del Regio Decreto 1265 del 1934. Il Sindaco, nella veste di Autorità Sanitaria Locale come previsto dall’art. n. 32 della legge 833/1978, dall’art. n. 117 del D. Lgs. 112/1999 e dall’art. n. 50 del D. Lgs. 267/2000 autorizza la realizzazione e l’esercizio delle strutture sanitarie su parere tecnico rilasciato dai Dipartimenti di Prevenzione delle ASL (istituiti dall’art. 7 all’art. 7 octies del D. Lgs. 502/1992 e successive modificazioni ed integrazioni) che tengono

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presente il D.P.R. 14 gennaio 1997 e successive modificazioni ed integrazioni. Le procedure da seguire, peraltro pubblicizzate sui siti di quasi tutti i Comuni, evidenziano che per avviare, trasformare, trasferire, ampliare, o per utilizzare in modo diverso strutture sanitarie (ospedali, ambulatori, laboratori), socio-sanitarie e socio-assistenziali, residenziali e semiresidenziali (per minori, portatori di handicap, anziani, ammalati di Aids) sia pubbliche che private, studi professionali soggetti ad autorizzazione (es. odontoiatrici), strutture per tossicodipendenti e stabilimenti termali, è necessario presentare domanda di autorizzazione al Comune e, per conoscenza, al Dipartimento di Prevenzione territorialmente competente. Il Comune, prima di rilasciare l’autorizzazione, deve acquisire il parere tecnico del Dipartimento di Prevenzione (per le strutture sanitarie e gli studi professionali) o della Commissione aziendale di esperti, operante sempre nel Dipartimento di Prevenzione, (per le strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali), che verificano il possesso dei requisiti strutturali tecnologici ed organizzativi previsti.

*DOMENICO DELLA PORTA, Referente Medicina e Sicurezza sul Lavoro Federsanità ANCI


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L’insostenibile costo dei

Risarcimenti CHRISTOPHE JULLIARD*

Come già accaduto in altri Paesi europei, il settore italiano della responsabilità civile sanitaria ha attraversato una crisi profonda con conseguente aumento del costo diretto dei risarcimenti, sia in termini di gravità (entità del risarcimento) che di frequenza (n° di eventi), nonché di crescita esponenziale di costi indiretti, fra i quali ritroviamo l’ormai dibattuta medicina difensiva. Le principali motivazioni di una tale deriva sono state dovute a fattori specifici connotanti il settore sanitario italiano, primo fra tutti, il cambiamento culturale che ha riguardato il modo di concepire le cure e il ruolo rivestito, al loro interno, dal medico, dal quale si è sempre più atteso il raggiungimento di un risultato. Da ultimo, ma non meno importante, ha contribuito a rendere ancora più “precario” l’intero settore oggetto di disamina, un quadro normativo inesistente, che ha lasciato spazio a libere interpretazioni e che ha favorito la valorizzazione del danno in termini economici aprendo, quindi, ad una vera e propria speculazione risarcitoria. Un settore assicurativo, talvolta carente di competenze specifiche legate al rischio sanitario e con una visione più finanziaria che assicurativa del rischio sanitario. La gestione assicurativa del rischio è solo uno degli strumenti per una strategia di risk management efficace. Le

Le principali motivazioni vanno ricercate nel cambiamento culturale che ha riguardato il modo di concepire le cure e il ruolo rivestito dal medico, dal quale si attende sempre di più

innovativi ed impegnati nella sostenibilità del sistema sanitario. Il lavoro è appena iniziato, affinché le nuove norme abbiano un senso, sono fondamentali i decreti attuativi, il loro contenuto potrà portarci in una direzione o in un’altra, un aspetto per nulla irrilevante. Occorre quindi rispettare innanzitutto i tempi previsti senza sfociare in lungaggini che possono solo fare male al sistema sanitario italiano. Al contempo sarà decisiva l’apertura di tavoli tecnici in materia con gli interlocutori di riferimento, per far sì che i decreti diano continuità all’impianto normativo ideato nella legge. La legge dell’8 marzo 2017 n. 24 rappresenta, quindi, un quadro normativo tanto atteso da tutte le parti coinvolte ma dovrà, come per una meta nel rugby, essere confermata con il calcio di trasformazione rappresentato dai decreti attuativi fondamentali la cui emanazione nei tempi previsti non può prescindere dal confronto costruttivo e competente di tutte la parti coinvolte ma con un obiettivo collettivo di sistema durevole e sostenibile. In parallelo, oltre alla legge in oggetto, oggi più che mai, è fondamentale in tempi brevi, con il sostegno politico adeguato, l’approvazione della tabella della macro lezione di cui all’art. 138.

*CHRISTOPHE JULLIARD, CEO - Sham Italia

il raggiungimento di un risultato

difficoltà iniziano quando l’assicurazione diventa l’unico strumento per mitigare i rischi con costi insostenibili per coprire un rischio non controllato. È in questo contesto, come già accaduto in Europa, che la risposta legislativa è diventata l’unico strumento per fermare la deriva e garantire la sostenibilità del sistema sanitario. La tanto attesa votazione finale del progetto di legge Gelli sancisce di certo un passo avanti verso le tutele dei pazienti e delle professioni sanitarie. Dal punto di vista assicurativo, per gli assicurati un mercato con regole chiare è garanzia di attori competenti,

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La responsabilitĂ professionale sanitaria attraversa una crisi profonda. Aumenta la medicina difensiva

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La tutela della salute

Una sfida globale Pubblichiamo di seguito il capitolo “La tutela della salute” estratto da “Libro Bianco per un nuovo welfare della persona al tempo della quarta rivoluzione industriale e della crisi del ceto medio” pubblicato da “Amici di Marco Biagi” - Associazione per la cultura riformista ANGELO LINO DEL FAVERO *

LE CRITICITÀ In tutto il mondo è oggi quanto mai presente il dibattito sulla sostenibilità dei vari sistemi sanitari. Il nostro Servizio sanitario nazionale (SSN) è stato nel passato considerato da molte organizzazioni internazionali uno dei migliori sulla base di tre indicatori: il miglioramento dello stato complessivo della salute della popolazione; la risposta alle aspettative di salute e di assistenza sanitaria dei cittadini; l’assicurazione delle cure sanitarie a tutta la popolazione. L’Italia tuttavia è da un lato condizionata dal pesante debito pubblico accumulato e, dall’altro, partecipa del problema comune a tutti i Paesi industrializzati, consistente nel pesante

incremento della spesa dovuto all’innovazione scientifica e tecnologica. L’esigenza di una revisione del sistema nasce peraltro anche da fattori demografici, quali la tendenza all’invecchiamento della popolazione e la crescente fragilità e multi-cronicità, nonché da ragioni quali il mutato concetto di benessere e di qualità della vita con il conseguente aumento delle aspettative da parte dei cittadini. Per rendere possibile il cambiamento, occorre mettere assieme tutte le energie, confrontare le buone pratiche, creare un rapporto sinergico fra tutti i protagonisti coinvolti, responsabilizzare tutte le istituzioni che operano a vari livelli e, soprattutto, realizzare un servizio sanitario sostenibile, che PAGE

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abbandoni l’idea di sanità come semplice voce di costo per concentrarsi, invece, sul concetto di salute come valore e occasione di investimento per il nostro Paese. L’Italia è uno fra i Paesi al mondo in cui si vive più a lungo. Le classifiche compilate dalle agenzie internazionali non sono sempre concordi nell’assegnare la posizione d’ordine dell’Italia, ma la conclusione è robusta. I dati più recenti, diffusi dal Global Health Observatory dell’Oms, collocano l’Italia al quarto posto, alle spalle di Giappone, Svizzera e Australia, in una lista che conta oltre duecento Paesi. L’ISTAT stima che i bambini che nasceranno nel 2016 in Italia potranno attendersi di vivere – in media – 82 anni, con un vantaggio di


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oltre 5 anni se a nascere sarà una femmina (la speranza di vita stimata per le donne è 84,8 anni, contro i 79,3 anni degli uomini). Questa conquista, la longevità, è probabilmente la più eloquente fra quelle conseguite nella storia del Paese. Nel corso del Novecento i progressi maggiori sono stati raggiunti grazie ai miglioramenti della tecnologia medica e della scienza farmacologica, ma anche grazie all’azione del sistema sanitario e alla diffusione della salute dal centro verso la periferia. Il secondo dopoguerra demarca l’inizio di una fase in cui si osserva un’accelerazione. Non si tratta tuttavia di un cinquantennio omogeneo e la nascita nel 1978 del SSN rappresenta uno spartiacque decisivo tanto sul piano della riforma dell’assetto istituzionale quanto su quello dei risultati conseguiti dagli indicatori sanitari. È solo da questa data che il dettato costituzionale dell’universalità del diritto alla salute diviene operativo. La sanità pubblica moderna, da cui dipende la tutela della salute dei cittadini, è un sistema complesso. Non solo dal punto di vista delle competenze mediche e farmacologiche e della tecnologia. La complessità riguarda il disegno dell’intera organizzazione sanitaria nazionale. Le malattie del benessere richiedono interventi articolati, dalla prevenzione primaria alla programmazione degli screening, dall’implementazione e diffusione tempestiva di terapie efficaci ad investimenti in risorse e capitale umano adeguati. Un quadro complesso che pone oggi quesiti di non facile soluzione circa la sostenibilità di specifici interventi come quelli dedicati alla non autosufficienza o come le terapie ad personam dal costo sbalorditivo. In questo contesto, attraverso l’utilizzo di alcuni modelli matematici, è possibile già da ora prevedere il numero delle persone con multicronicità, cioè coloro che soffriranno nel prossimo futuro di almeno tre malattie croniche. Proiettando, infatti, la loro prevalenza, osservata nel 2013, sulla struttura per età della popolazione prevista per i prossimi venti anni, ci si attende un numero di multicronici pari a quasi 13 milioni nel 2024 e oltre 14 milioni nel 2034, pari rispettivamente al 20,2% e 22,6% della popolazione (nel 2013 si attesta al 14,4%). Il numero maggiore di multicronici si registrerà nelle regioni del nord, pari a 5,6 milioni nel 2024 e a 6,3 nel 2034. Particolarmente rilevante il fenomeno tra gli anziani al punto che nel 2024 a livello nazionale tale condizione interesserà circa 9 milioni di individui ultra 65enni, numero che salirà nel 2034 a circa 11 milioni. Lo scenario ci mostra quindi per il futuro una situazione di crescenti bisogni da parte di una popolazione sempre più anziana e disabile. In assenza di una limitazione all’incidenza delle patologie croniche, l’aumento assoluto della richiesta di assistenza sanitaria richiederebbe un inevitabile incremento della spesa al fine di garantire adeguati livelli di salute. Purtroppo, i segnali che possiamo vedere già oggi, ci indicano che questa è una situazione insostenibile dal punto di vista economico e finanziario. La crisi ha, oltre a tutto, aumentato la povertà assoluta e molti studi hanno

dimostrato che il livello di salute di una popolazione è fortemente correlato con la sua condizione economica. In questo contesto, le malattie croniche costituiscono la principale causa di morte nel nostro Paese provocando più decessi della somma di tutte le altre cause. Negli ultimi decenni tutto il mondo ha visto incrementare in proporzioni epidemiche il numero di pazienti affetti da malattie croniche, con diabete e malattie metaboliche, malattie cardiovascolari e respiratorie a farla da padroni. Essendo tuttavia malattie multifattoriali, attraverso la riduzione dei fattori di rischio, la diagnosi precoce e cure tempestive, esse potrebbero essere ridotte in modo significativo. Come ribadito più volte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’aumento esponenziale delle malattie croniche ha un effetto consistente sulle persone appartenenti agli strati sociali più bassi. Malattie croniche e povertà creano un circolo vizioso nel quale la povertà espone le persone a fattori di rischio comportamentali per tali patologie e l’insorgere di queste ultime, a sua volta, può diventare

L’Italia è condizionata dal debito pubblico accumulato e partecipa al problema comune di tutti i Paesi industrializzati, cioè il pesante incremento della spesa dovuto all’innovazione scientifica e tecnologica

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GDC su quella privata. La qualità e le liste d’attesa non sono le uniche motivazioni che portano gli italiani a rivolgersi a prestazioni private. Un’indagine realizzata dal Censis riporta infatti che il 27% degli intervistati dichiara di aver pagato ticket su una prestazione sanitaria superiore al costo che avrebbe sostenuto per la stessa prestazione nel privato, ossia pagando il costo per intero di tasca propria. Le prestazioni svolte più frequentemente in strutture private a pagamento intero riguardano l’odontoiatria (circa 90%), la ginecologia (57%), la riabilitazione motoria (36%), le visite ortopediche (34,4%). Il 38% degli italiani ha aumentato negli ultimi anni il ricorso al privato per la riabilitazione motoria, oltre il 35% per la colonscopia, il 34% per le visite ortopediche. Tali dati mostrano il tentativo dei cittadini italiani di supplire a una carenza di sistema, ma anche la necessità di scegliere le prestazioni sanitarie da fare subito a pagamento e quelle da rinviare oppure non fare. Conseguenza di ciò è un aumento della diseguaglianza e delle differenze interregionali. Analizzando l’andamento della spesa sanitaria media pro capite nelle regioni italiane prima e durante la crisi economica (confronto

una condizione precipitante nel condurre le famiglie alla povertà. La già rapida diffusione delle malattie croniche è accelerata dagli effetti della globalizzazione e di stili di vita sempre più negativi. Le popolazioni con risorse economiche scarse o insufficienti consumano quantità sempre più grandi di alimenti ipercalorici, di tabacco, di alcol, prodotti che oggi sono maggiormente disponibili a costi ridotti. In Italia, le malattie croniche, negli anziani con più di 65 anni con risorse economiche scarse o insufficienti, hanno subìto dal 2005 al 2012 un aumento significativo. Infatti, per quanto riguarda i pazienti che presentavano almeno due malattie croniche, la quota ha raggiunto il 49,2% nel 2012, partendo da 45,7% nel 2005, con un aumento di 3,5 punti percentuali. Leggermente minore è stato, invece, il divario ragIl nostro Servizio sanitario nazionale è stato considerato giunto nei pazienti da molte organizzazioni internazionali uno dei migliori sulla con malattie croniche gravi. Nel 2005 base di diversi indicatori la quota di anziani con più di 65 anni presentavano una malattia cronica era il 49,4%, e ha raggiunto il 50,7% nel 2012, aumentando quindi di 1,3 punti percentuali. Per le persone in cattive condizioni di salute (persone con almeno una malattia cronica grave o multicroniche), si osservano livelli molto più elevati di accesso ai servizi sanitari (visite mediche, accertamenti e ricoveri) rispetto al resto della popolazione, e si registrano incrementi rispetto al 2005 per le visite mediche. Nel complesso, il confronto tra i numeri delle visite generiche e pediatriche tra il 2005 ed il 2012 è allarmante. Su un ammontare totale di oltre 19 milioni di visite nel 2012, l’aumento rispetto al 2005 è di circa il 22,6% (+3,5 milioni), registrato soprattutto nel genere femminile e nelle classi di età over 75 e 25-34 anni. La spesa sanitaria totale in Italia è costituita per quasi l’80% dalla spesa sostenuta dal SSN e per il rimanente 20% dalla spesa privata, ossia dalla spesa sostenuta dalle famiglie italiane. La spesa sanitaria privata delle famiglie (circa 34 miliardi), si articola in tre componenti: la spesa out-of pocket o assicurativa, la spesa per i ticket e la spesa per servizi intramoenia. Fino al 2008 l’andamento della spesa sanitaria pubblica e privata è stato tendenzialmente costante per cui all’aumento della spesa sanitaria pubblica corrispondeva un aumento parallelo della spesa sanitaria privata. Dal 2009 l’inasprimento delle misure di compartecipazione alla spesa (ticket e superticket) ha contribuito a ridurre l’aumento della spesa pubblica anche se non vi è stato un trasferimento in pari misura PAGE

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biennio 2006-2008 vs biennio 2009-2011) emergono importanti differenze interregionali, che mostrano come la spesa sanitaria delle famiglie italiane sia legata principalmente al reddito e poco alla qualità dell’offerta pubblica. Tra il 2009 e il 2011 la media pro capite per la spesa sanitaria privata variava infatti da circa 600 euro per regioni come Trentino, Friuli, Emilia Romagna e Veneto, a circa 300 euro (la metà) per regioni come Puglia, Sicilia e Campania. Tra il biennio 2006-2008 (prima della crisi economica) e quello 2009-2011 (durante la crisi), la spesa pro capite privata dei cittadini italiani è aumentata nella maggior parte delle regioni italiane.

LE SOLUZIONI La qualità dell’assistenza è il risultato finale di un complesso intreccio di fattori, quali la capacità di gestione, la razionalità dell’uso delle risorse disponibili, la capacità di governo dell’innovazione e di indirizzo dei comportamenti professionali degli operatori e, non ultima, della gestione del rischio. È il risultato di specifiche scelte di politica sanitaria che intervengono sugli assetti organizzativi, sui meccanismi di trasferimento delle conoscenze scientifiche nella pratica e sulla capacità del sistema di documentare i risultati ottenuti. In particolare, si rendono necessarie le seguenti soluzioni: 1) la presa in carico di ogni cittadino cui deve essere garantita la continuità assistenziale, superando i pesanti divari territoriali; 2) un servizio socio-sanitario-assistenziale autenticamente nazionale perché organizzato sulla base di una rete tecnologica unitaria, tale da consentire una contabilità omogenea e il fascicolo elettronico di ciascun cittadino portabile in ogni sede egli venga trattato; 3) autonomie regionali a geometria variabile perché sottoposte a commissariamento quando necessitano di piani di rientro e di risorse finanziarie aggiuntive; 4) un fondo di finanziamento del sistema che integri le risorse destinate alle strutture sanitarie con quelle rivolte alle prestazioni socio-assistenziali, incluso il trasferimento alle Regioni dell’indennità di accompagnamento affinché possano erogare in prossimità alle famiglie anche prestazioni monetarie inversamente proporzionali ai servizi reali offerti; 5) il conferimento da parte dei Comuni a unità socio-sanitarie integrate territoriali delle risorse finanziare destinate alle prestazioni sociali, amministrate con contabilità separata sulla base di una programmazione defi-

La qualità dell’assistenza è il risultato finale di un complesso intreccio di fattori, quali la capacità di gestione, la razionalità dell’uso delle risorse disponibili, la capacità di governo dell’innovazione e di indirizzo dei comportamenti professionali degli operatori e, non ultima, della gestione del rischio nita dai comitati dei Sindaci; 6) il riparto del fondo nazionale secondo i costi standard elaborati in base alle regioni più performanti e la proporzione definita per la prevenzione (5%), i servizi territoriali (49%) e la spedalità (46%), così da indurre la concentrazione degli ospedali secondo un’articolazione dell’offerta (anche per grandi reti di patologie) e la necessaria correlazione tra volume delle prestazioni e qualità delle cure, il potenziamento h 24 della assistenza primaria, la riorganizzazione del servizio 118, lo sviluppo della prevenzione e delle prestazioni alternative al ricovero ospedaliero; 7) il trattamento dei pazienti secondo criteri di appropriatezza, che, in particolare per i malati cronici, devono condurre a soluzioni domiciliari o in residenze per anziani, ad un tempo più idonee e meno onerose rispetto al ricovero ospedaliero; 8) interventi di ristrutturazione dell’offerta formativa che si fondino su una chiara pianificazione quali-quantitativa dei professionisti necessari alla nostra sanità nei prossimi anni, recuperando voci di spesa inappropriate (es. razionalizzazione della tipologia e della durata delle scuole di specializzazione) ed allocando ulteriori finanziamenti alla formazione di medici specialisti di medicina generale, assistenza primaria e gestione delle patologie cronico-degenerative; senza interventi di questo tipo sarà certa la dispersione all’estero di un capitale umano fatto di professionisti su cui si sono investite ingenti risorse, pubbliche e private;

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9) il coinvolgimento dei cittadini attraverso un sistema di informazioni e di comunicazioni da parte delle istituzioni e dei professionisti che orientino le scelte relative agli stili di vita in modo semplice ed efficace; come a scuola, si dovrebbe insegnare ai cittadini a conoscere gli alimenti, a cucinare e alimentarsi in maniera sana ed equilibrata, a fare attività fisica in maniera corretta e regolare, a evitare l’esposizione a sostanze nocive per la salute; potrebbe essere auspicabile introdurre incentivi (es. annullamento ticket sanitario o una sorta di schema bonus/malus) per i cittadini che mettono in pratica le strategie preventive (riducendo, ad esempio, la circonferenza vita e i fattori di rischio cardiovascolari e tumorali), favorendo in tal modo comportamenti virtuosi; 10) la compartecipazione dei cittadini ai costi del servizio pubblico secondo fasce di reddito e lo sviluppo dei fondi integrativi nei termini più avanti delineati. Il quadro sommariamente delineato dovrebbe determinare il carattere non meramente aggiuntivo della maggiore spesa determinata dalla innovazione. Solo scomponendo, ricomponendo e qualificando i fattori di produzione dell’offerta, vincolandola a criteri di appropriatezza, rendendo più consapevole ed organizzata la domanda, sarà possibile garantire sostenibilità ad un sistema altrimenti destinato al collasso finanziario, alla iniquità, alla inefficacia.

*ANGELO LINO DEL FAVERO, Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità e Presidente di Federsanità ANCI

Solo scomponendo, ricomponendo e qualificando i fattori di produzione dell’offerta, rendendo più consapevole ed organizzata la domanda, sarà possibile garantire sostenibilità ad un sistema altrimenti destinato al collasso finanziario, alla iniquità, alla inefficacia PAGE

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Con la tecnologia più vicini al paziente

Health technology Assessment ANGELO ROSSI MORI*

Le aziende sanitarie sono chiamate costantemente a scegliere strumenti che garantiscano sicurezza ed efficacia a costi adeguati. Occorrerebbe monitorare la loro evoluzione e capire come i processi sanitari e sociali possano evolvere a loro volta per utilizzare al meglio le tecnologie disponibili

LE AZIENDE SANITARIE E I COMUNI SONO CHIAMATI OGNI GIORNO AD OFFRIRE AI PROPRI ASSISTITI SERVIZI SANITARI E SOCIALI SICURI ED EFFICACI. ORMAI I DISPOSITIVI MEDICI SONO UN ELEMENTO PERVASIVO DI MOLTI SERVIZI. La banca dati del Ministero della Salute, costantemente aggiornata, contiene ad oggi 964.437 modelli di diversi costruttori, organizzati in 4.631 classi della Classificazione Nazionale dei Dispositivi medici CND; molti di loro sono innovativi, con miglioramenti frequenti e con cicli di aggiornamento molto rapidi. “Il settore dei dispositivi medici è composto da famiglie di prodotti che soddisfano esigenze molto personalizzate dei pazienti. Per via del continuo e indispensabile processo di innovazione, il ciclo di vita dei prodotti è estremamente breve: dal 50% al 70% del parco tecnologico delle aziende del settore è costituito da prodotti introdotti negli ultimi tre anni. Tentativi di omogeneizzare o standardizzare questa tipologia di beni finiscono per vanificare il valore aggiunto dell’innovazione tecnologica e scoraggiare la ricerca.” (Assobiomedica) E’ riconosciuto che occorrono almeno due binari: • HTA completa, tipicamente con studi clinici randomizzati (RCT), pluriennali e su larga scala, resi difficili dall’alto livello di innovazione e di complessità organizzativa; • Rapid Relative Effectiveness Assessments (REAs) reports, con una procedura semplificata, tenendo presente che per molti dispositivi occorrerebbe anche suggerire il tipo ottimale di riorganizzazione dei servizi per ottenere il massimo di beneficio. Federsanità ANCI partecipa al Tavolo Innovazione sull’HTA e i dispositivi medici del Ministero della Salute, in particolaPAGE

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GDC La banca dati del Ministero della Salute contiene oltre 960mila modelli di diversi costruttori, organizzati in 4.631 classi re come referente scientifico del Sottogruppo 4 (con il coordinamento della Regione Veneto), sui seguenti temi: • integrazione dei risultati di HTA nelle decisioni di acquisto/riorganizzazione e nella definizione di Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA); • analisi e valutazione delle richieste di acquisto di dispositivi medici, per i professionisti sanitari e i soggetti deputati; • integrazione con le fasi di procurement informato da appraisal HTA. Le aziende sanitarie sono chiamate costantemente a comprare i dispositivi medici, scegliendo quelli che garantiscono sicurezza ed efficacia a costi adeguati: occorrerebbe monitorare la loro evoluzione e capire come i processi sanitari e sociali nelle Aziende e nei Comuni possano evolvere a loro volta per utilizzare al meglio le tecnologie disponibili, spesso di fronte ad una forte variabilità dei processi possibili e dei ruoli del personale

per uno stesso tipo di dispositivo (es. di produttori diversi o per versioni successive). Un primo aspetto concerne l’opportunità/necessità di promuovere l’utilizzo delle competenze nei processi di assessment delle tecnologie all’interno delle procedure di gara ed in particolare di promuovere un approccio di formulazione della domanda di tecnologie all’interno dei bandi non più orientata alla definizione di dettaglio delle caratteristiche di prodotto ma piuttosto alla definizione dei risultati/ outcome attesi e conseguentemente all’introduzione di criteri di valutazione orientati a verificare la capacità delle soluzioni proposte di concorrere al raggiungimento di tali outcome. In questo modo si riuscirebbe effettivamente a dare piena attuazione al concetto di criterio economicamente più vantaggioso riformulato nella nuova direttiva sul procurement pubblico, che l’Italia si sta accingendo a recepire, nel senso di miglior rapporto

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Per

Assobiomedica il settore dei dispositivi medici è composto da famiglie di prodotti che soddisfano esigenze molto personalizzate dei pazienti e per via del processo di innovazione il ciclo di vita di questi prodotti è estremamente breve

qualità/prezzo in cui la qualità diventa elemento prioritario. Un ulteriore elemento critico, in particolare in un’ottica di valutazione dell’economicità e sostenibilità dell’investimento nella tecnologia individuata, risiede nell’opportunità di estendere i processi di valutazione in direzione del life cycle cost, ovvero del costo globale del prodotto, considerandone l’intero ciclo di vita anche in considerazione dei processi di assistenza innovativi che tale tecnologia può consentire di riorganizzare. Tale approccio, esplicitamente previsto nella nuova direttiva europea sul procurement (2014/24/UE) stimola infatti a valutare anche i costi indiretti connessi all’acquisizione di una

determinata tecnologia (ad esempio in termini di deposito, manutenzione, di smaltimento e quindi anche impatto ambientale, ecc.) che potrebbero guidare verso processi di acquisto più efficaci e modalità di approvvigionamento più appropriate (ad esempio attraverso l’applicazione di formule di just in time). Un importante contributo all’adozione da parte delle aziende sanitarie di processi di acquisto più efficaci ed efficienti è inoltre rappresentato dall’introduzione di modelli di payment by result. In primo luogo nei processi di acquisizione di tecnologie innovative, l’attivazione di forme di condivisione tra il produttore e le aziende sanitarie del rischio dovuto all’incertezza riguardo al valore effettivo della

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tecnologia (in termini sia clinici che di costo-efficacia) fornisce un importante stimolo all’introduzione dell’innovazione. Inoltre, la definizione di modalità di pagamento non più connesse ad una mera valutazione dei costi e delle quantità ma sui risultati/ outcome effettivamente conseguiti assicura una maggiore trasparenza nei processi di erogazione, manutenzione e implementazione delle tecnologie da parte dei fornitori, volte a limitare le asimmetrie informative tra committente e fornitore e conseguentemente a contenere il rischio di comportamenti opportunistici. Tuttavia, sebbene tali modelli di pagamento siano già da tempo adottati in ambito far-


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maceutico a livello europeo e a livello nazionale, stentano ad affermarsi nell’ambito dei medical devices così come di tutte le altre fattispecie che rientrano nell’ampio concetto di tecnologie sanitarie. Questo può essere in parte dovuto all’eccessiva eterogeneità delle tecnologie ma soprattutto al fatto che il risultato clinico, o più in generale l’impatto sugli outcome dei pazienti, deriva molto spesso dalla combinazione della tecnologia con le modalità di utilizzo, le modalità di erogazione della prestazione ad essa connessa, rendendo complessa l’individuazione dell’impatto diretto dello strumento sui risultati. Si considerino ad esempio gli strumenti di tele-monitoraggio presso il domicilio del paziente il cui impatto sull’outcome del paziente dipende, oltre che dalle caratteristiche dello strumento, dalla modalità di utilizzo da parte del paziente e/o del suo caregiver e quindi dal suo livello di capacità di autogestione delle proprie condizioni di salute. Approcci outcome/result based tuttavia richiedono, oltre allo sviluppo di un sistema appropriato di indicatori, un sistema strutturato e integrato di raccolta delle informazioni volto ad abilitare il monitoraggio dei risultati/outcome. Non a caso l’adozione di forme di value/outcome based pricing è stata messa in campo in Italia dall’AIFA in virtù del potenziale di raccolta dati consentito dal sistema di registri. In particolare nel concreto occorrerebbe: • sviluppare modelli di riferimento per i processi di procurement orientati alla definizione di criteri per l’elaborazione dei bisogni e la valutazione delle offerte outome based; • individuare modelli di pagamento più appropriati per classi di tecnologie ed il relativo sistema di indicatori per misurare i risultati; • fornire un supporto metodologico all’individuazione delle modalità di acquisto più appropriate per tipologia di tecnologia, promuovendo anche soluzioni di approvvigionamento just in time. Tali azioni si rilevano del tutto in linea con le finalità della Cabina di Regia sull’HTA ed in particolare con il suo ruolo istituzionale nella definizione dei: criteri per l’implementazione delle raccomandazioni inerenti le tecnologie valutate nei processi di acquisizione; procedure e modalità per l’identificazione e promozionedell’u-

so di tecnologie sanitarie cost-saving e per il disinvestimento. In sostanza, nel quotidiano queste procedure non possono essere svolte isolatamente a livello di ogni singola azienda, un’indagine preparatoria – su un sottoinsieme di prodotti mirato – deve essere svolta necessariamente a livello nazionale ed europeo, con la produzione di documentazione specifica da usare nei processi di procurement a livello aziendale/regionale. Questa procedura rapida deve anche essere tempestiva e riferirsi all’ultima versione di un insieme di dispositivi simili, su cui non può esserci evidenza, specialmente se introducono vera innovazione, per cui è più necessaria la valutazione. Inoltre occorrerebbero linee di indirizzo/raccomandazioni/manuali d’adozione e formazione dettagliate per favorire il migliore utilizzo di ogni prodotto rilevante, che riguardino eventualmente anche il confronto tra diverse modalità di inserimento dell’innovazione nei processi di cura, facilitate dal dispositivo stesso.

Federsanità ANCI partecipa al Tavolo Innovazione sull’HTA e i dispositivi medici del Ministero della Salute, in particolare come referente scientifico del Sottogruppo 4 con il coordinamento della Regione Veneto PAGE

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Approfondiamo

Il ruolo di Federsanità ANCI Da tempo è coinvolta a fornire un supporto metodologico e operativo per consentire alle aziende sanitarie di selezionare le tecnologie più efficaci per garantire la sostenibilità degli acquisti Federsanità ANCI è da tempo coinvolta, in linea con la sua mission istituzionale, a fornire un supporto metodologico ed operativo nella definizione di appropriati processi di procurement che consentono alle aziende sanitarie di selezionare le tecnologie più efficaci e nelle modalità più efficienti per garantire la sostenibilità degli acquisti. Dal 2014 Federsanità ANCI ha partecipato alla realizzazione del progetto STOPandGO, in qualità di coordinatore delle stazioni appaltanti italiane coinvolte nel progetto (Arsan Campania, ASL di Catanzaro e ASL Roma D). Il progetto è volto a testare a livello europeo un modello di riferimento (l’European Specification Template - EST) per l’acquisizione di servizi innovativi potenziati dalle tecnologie digitali a supporto dell’invecchiamento sano e attivo, con bandi europei preceduti da una opportuna Open Market Consultation (OMC). Lo strumento di procurement utilizzato è l’Appalto Pubblico di Soluzioni Innovative (Public Procurement for Innovative solutions - PPI), un processo di acquisizione in cui stazioni appaltanti agiscono in maniera coordinata come un insieme di consumatori “pionieri” di servizi/prodotti innovativi che hanno superato la fase di testing ma non sono ancora disponibili sul mercato in larga scala. Lo scopo finale dell’applicazione del PPI in ambito sanitario è favorire il raggiungimento di un “triplo win”: • miglioramento della salute dei cittadini; • maggiore sostenibilità e qualità del sistema sanitario e sociale; • sviluppo del mercato tecnologico. Elementi chiave dello strumento del PPI con cui

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Federsanità ANCI, le aziende partecipanti, oltre che i partner internazionali si stanno cimentando sono: • la realizzazione di appalti coordinati tra più stazioni appaltanti; • la formulazione di processi d’acquisto outcome-based, volti a descrivere i risultati attesi e non le soluzioni, al fine di stimolare la capacità innovativa dei potenziali fornitori; • l’adozione di formule di pagamento per performance, che a sua volta implica la creazione di un sistema di indicatori e di raccolta delle informazioni atte a valutare i risultati dell’azione svolta dal fornitore cui collegare il pagamento. Le soluzioni sviluppate, così come le criticità e i punti di forza di ciascuna di esse, rilevate anche attraverso un confronto europeo, rappresentano per Federsanità ANCI un significativo patrimonio di conoscenze che può essere condiviso a livello nazionale.

*ANGELO ROSSI MORI, Area Sviluppo e Innovazione di Federsanità ANCI


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Perché vaccinarsi è importante SIMONE BARTOLI, CONSOLATO PAOLO LATELLA

Campagna di comunicazione e salute: il caso della Regione Lazio. Ma gli obiettivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono ancora lontani L’influenza è riconosciuta come un serio problema di sanità pubblica, nonché come una fonte di notevoli costi diretti e indiretti per il Servizio sanitario nazionale, dovuti all’attuazione delle misure di controllo, e alla gestione dei casi di morbilità, con relative complicanze. Le persone più a rischio di ammalarsi, e più esposte alle complicanze, anche gravi, sono gli anziani oltre i 65 anni (soprattutto quelli con patologie preesistenti), i bambini piccoli, le donne incinte e poi tutti i soggetti che operano a contatto con i malati o in situazioni di rischio contagio. In Italia, i dati forniti dal servizio “Influnet”, attivo dal 1999, stimano che ogni anno le ILI (influenza-like-illness) interessano una percentuale tra il 12% e il 14% della popolazione italiana, a seconda delle caratteristiche del virus circolante. La campagna di vaccinazione antinfluenzale 2016 della Regione Lazio si è svolta dal 15 ottobre al 31 dicembre 2016 ed è stata realizzata dalla Struttura “Comunicazione, Relazioni Esterne e Istituzionali” della Presidenza, che ha dato seguito alle indicazioni e ai parametri tecnici forniti dalla Direzione Regionale Salute e Integrazione Sociosanitaria. Ritenendo la vaccinazione il principale strumento di prevenzione contro il diffondersi della patologia, si è provveduto a distribuire il vaccino gratuitamente presso i medici di medicina generale, i pediatri di famiglia (aderenti su base volontaria) e i servizi vaccinali delle ASL regionali. I destinatari della campagna, comunque rivolta a tutti, sono stati target specifici della popolazione più a rischio. A livello organizzativo, la “Centrale Acquisti”, ha provveduto all’acquisto del farmaco (il fatto di avere un centro unico di acquisto permette un risparmio di costi e uno snellimento delle procedure), mentre la Struttura “Comunicazione, Relazioni Esterne e Istituzionali” della Presidenza, ha curato la realizzazione e gestione della campagna (coordinandosi con la Struttura proponente e la Cabina di Regia). La vaccinazione è stata poi attuata, a livello pratico, dalle ASL (Centri vaccinazioni), dai medici di base, e dai pediatri di libera scelta per i bambini. Il finanziamento complessivo degli interventi finalizzati alla prevenzione e al controllo dell’influenza per la stagione 2016/2017, con quota parte del Fondo sanitario regionale, è stato di € 11.000.000. Parte integrante dell’operazione è stata la presenza dei “medici sentinella”, una rete di 100 medici distribuiti uniformemente sul territorio, che ha registrato i casi di influenza rilevati tra i propri assistiti, consentendo di stimare l’intensità della circolazione epidemica e contribuendo all’individuazione dei ceppi virali circolanti. ANALISI DEL CONTESTO (FASE ANALITICA) E ANALISI SWOT IL CONTESTO ESTERNO: IL CALO DELLE VACCINAZIONI, E LA “VACCINE HESITANCY” Nella stagione 2015-2016, a livello nazionale, il periodo epidemico (incidenza superiore a 2,36 casi per 1.000 assistiti) ha avuto una durata di 12 settimane. Il picco è stato raggiunto nell’ottava settimana del 2016 con un livello di incidenza pari a 6,1 casi per 1.000 assistiti. L’incidenza cumulativa osservata è stata pari a 82 casi per 1.000 assistiti. Si sono registrati 89 casi gravi e 32 decessi da influenza confermata da 13 Regioni e Province autonome. Per quanto riguarda i dati relativi al numero di vaccinazioni, a livello nazionale vi è stato un progressivo calo dalla stagione 2009/2010 in poi, calo culminato con i dati della stagione 2014/2015 in cui si è fatto un salto indietro di 15 anni, tornando ai livelli del 2000/2001. Per quanto riguarda il Lazio,

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GDC Le persone più esposte al rischio di ammalarsi sono gli over 65, i bambini piccoli, le donne incinte e i soggetti che operano a contatto con i malati o in situazioni di rischio contagio

i casi di influenza registrati nella stagione 2015/2016 sono stati 644.711, con 9 casi gravi e 1 decesso (dato in diminuzione rispetto all’anno precedente – fonte medici sentinella). Ha effettuato il vaccino, nel Lazio, il 51% della popolazione anziana. Anche nel Lazio si è registrato, nel 2015, un aumento del numero di persone vaccinate rispetto all’anno precedente (848.648 a fronte di 829.125 del 2014). Questo, seppure di poco, inverte la tendenza degli anni precedenti: tra il 2014 e il 2013 si era infatti assistito ad un calo pari al 10% (in cifre assolute -92.585). L’elemento più importante da tenere in considerazione è stato il crescente atteggiamento di diffidenza verso le vaccinazioni in generale (“Vaccine Hesitancy”), indotto anche dai social, che può aver spinto molti cittadini a non vaccinarsi. Il fenomeno, legato a differenti contesti quali situazione politica, periodo storico, aree geografiche, etc., negli ultimi anni, però, è sostenuto e amplificato dalla capacità che chiunque ha di reperire informazioni contrastanti o fuorvianti su internet e condividerle, dal fiorire di siti e “Comitati del NO”, e dalla presenza nei media di associazioni di consumatori e testimonial famosi privi di conoscenze scientifiche ma che godono di pari spazio e importanza dei medici. OBIETTIVI, TARGET, POSIZIONAMENTO, STRATEGIA L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Piano nazionale prevenzione vaccinale (PNPV) riportano, tra gli obiettivi di copertura per la vaccinazione antinfluenzale, il 75% come obiettivo minimo perseguibile, e il 95% come obiettivo ottimale per la popolazio-

La campagna di vaccinazione antinfluenzale si è svolta dal 15 ottobre al 31 dicembre dello scorso anno ed è stata realizzata dalla struttura comunicazione della Presidenza della Regione

ne di oltre 65 anni di età e nei gruppi a rischio. È necessario sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale all’inizio di ogni nuova stagione influenzale. Per quanto riguarda il prodotto vaccino, ve ne sono alcune tipologie diverse, e ogni anno le composizioni vengono aggiornate in base ai virus individuati e ai ceppi di influenza presenti. La campagna ha poggiato su tre punti di forza che rappresentano elementi virtuosi per il Lazio: l’alta adesione dei medici di medicina generale, pari al 95% dei medici (oltre alla presenza di 100 medici sentinella); l’informatizzazione dei processi (tutte le fasi di raccolta e trasmissione dati erano informatizzate); l’utilizzo della Centrale unica per gli Acquisti. Da qui l’obiettivo più PAGE

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ad ampio raggio, ovvero proporre un modello più generale per il sistema della salute, basato sui pilastri: presenza sul territorio e prossimità con i cittadini; innovazione e utilizzo della tecnologia; gestione intelligente delle risorse pubbliche. La campagna è stata rivolta a tutti, come incentivo generico alla vaccinazione, e in particolare alla popolazione target. MIX DEI MEZZI UTILIZZATI, PIANO MEDIA E PROCEDURE La fase operativa della campagna ha visto un impiego di un mix di mezzi accomunati dal messaggio che sottolineava l’importanza di vaccinarsi, affiancando messaggi in cui si affrontava l’argomento in maniera confidenziale ed ironica, a comunicazioni istituzionali formali, sempre usando un tono positivo e propositivo. Il pay off scelto per la campagna è stato: “Il vaccino ti rende più forte”, e il body copy “Con il vaccino antinfluenzale proteggi te e chi ti sta accanto” (in evidenza), seguito dal testo “Vaccinati contro l’influenza, ridurrai i rischi di complicazioni e malattie gravi. Per gli over 65, i bambini e gli adulti affetti da patologie croniche è gratuito. Chiedi informazioni al tuo medico o visita il sito www.salutelazio.it.” La creatività è stata multisoggetto: si sono scelti un anziano, un’anziana e un bambino vestiti da supereroi, con una call to action inserita nella creatività con una cornice rotonda, call che recita “Vaccinarsi è importante. Fallo subito”. La campagna di comunicazione si è svolta dal 2 novembre per 14/28 giorni (a seconda dei media utilizzati), e veicolata attraverso affissioni nella metropolitana, nelle stazioni di Roma e province del Lazio, dinamica sugli autobus di Roma e province del Lazio, web (romatoday.it e latinatoday.it) e social, spot radio nelle maggiori emittenti radiofoniche. Il costo è stato complessivamente di € 200.000. Oltre al Piano Media, sono state realizzate altre iniziative di comunicazione integrate e mirate, andando a formare complessivamente il seguente mix di azioni intraprese: Piano Media; 7.000 locandine (uguali a quelle del piano media) distribuite tra medici di medicina generale e pediatri; locandine corredate di lettera a firma del Presidente Zingaretti, inviate a tutti i sindacati dei pensionati e a tutti i Sindaci del Lazio; pagina dedicata sul canale Sanità della Regione; invito a tutte le strutture sanitarie a riportare nel proprio sito la notizia della


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GDC La vaccinazione è il principale strumento contro il diffondersi della patologia. Vaccini distribuiti gratuitamente presso i medici di medicina generale, i pediatri di famiglia, i servizi vaccinali delle ASL

campagna; comunicato stampa per i media e conferenza stampa di presentazione; inserimento immagine, comunicazioni e aggiornamenti sui canali Facebook e Twitter del Presidente; altri eventi di informazione e promozione organizzati sul territorio da alcune ASL. L’idea di ricorrere all’immaginario dei supereroi, oltre a sdrammatizzare la situazione, vuole risultare attraente da un punto di vista visivo, e puntare sull’aspetto emotivo della forza e dell’immunità associata a questi personaggi, comunicando un messaggio soft di ribaltamento positivo, facendo diventare estremamente forti proprio quelle persone notoriamente più deboli. Per quanto riguarda il web, oltre alla campagna display citata (di durata 7 giorni), si è realizzata una campagna Sem con Google Adwords attraverso keywords selezionate (durata 4 settimane). Gli spot radiofonici, infine, sono stati diffusi su molte delle principali emittenti di Roma e del Lazio, con 6 spot al giorno della durata di 30 secondi ognuno. Lo spot, anch’esso con uno stile ironico e accattivante, riprendeva il tema dei supereroi. Per quanto riguarda la lettera a firma del Presidente, essa mirava a fornire i principali messaggi chiave in modo semplice e sintetico. IL FEEDBACK SUI RISULTATI I dati delle vaccinazioni effettuate nel Lazio nella stagione 2016/2017, misurati a posteriori, mostrano un ulteriore incremento rispetto ai due anni precedenti, ma si confermano nettamente al di sotto sia dell’obiettivo del 75%, sia dei numeri degli anni precedenti, almeno fino al 2012 (come per tutte le altre Regioni). Si conferma, PAGE

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Trend

I dati mostrati evidenziano un trend positivo nel Lazio per il 2016 rispetto al 2015 quindi, un trend di lieve ripresa da due anni, dopo un periodo di calo netto culminato nella stagione 2014/2015. Il totale delle vaccinazioni effettuate nella Regione è stato di 884.500, mentre nel 2015 era stato di 848.648 (+35.852, +4,2%). Per quanto riguarda la popolazione anziana (maggiore o uguale a 65 anni) si è passati da 625.562 a 648.442 (+22.880, +3,7%). I soggetti vaccinati Act sono passati da 223.086 a 236.058 (+12.972, +5,8%). Il dato è parziale, ma rafforzato da altre statistiche “collaterali”: si sono registrati infatti un aumento del numero di vaccini acquistati, e una diminuzione del numero di vaccini non utilizzati rispetto all’anno precedente; parallelamente, si è riscontrata una maggiore partecipazione al progetto da parte dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. CONCLUSIONI I dati mostrati evidenziano un trend positivo nel Lazio per il 2016 rispetto al 2015. Non si dispone al momento dei dati relativi alla copertura nazionale per un confronto. Nonostante il trend virtuoso, non si registrano risultati clamorosi, e si continuano a scontare viceversa gli effetti negativi, dovuti soprattutto alla cattiva informazione, la quale ha contribuito a generare una opinione di repulsione per i vaccini, o quantomeno un clima di scettiscismo. Probabilmente tali effetti sono stati mitigati e contrastati dai recenti casi di ritorno (autunno 2016) di malattie come la meningite, che a detta degli esperti rappresentano i primi effetti negativi del calo delle vaccinazioni e che purtroppo, PAGE

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paradossalmente, potrebbero aver funzionato più degli spot in termini di incentivi alla vaccinazione in generale, innescando una sorta di corto circuito: cattiva informazione nell’era della post verità – sfiducia nei vaccini – aumento delle patologie – corsa al vaccino. La campagna di comunicazione del Lazio appare diretta, riconoscibile e ben strutturata e organizzata, con adeguata diffusione ed efficace, anzi propone anche uno stile innovativo, ironico e confidenziale, e toni di impatto visivo ed empatici. Alcuni elementi di criticità si riscontrano nell’approccio al problema, tarato più per condizioni normali che per un momento in cui c’è da recuperare dei risultati negativi, e più in generale da fronteggiare la minaccia della “Vaccine Hesitancy”. Premesso che - elemento sul quale concordano anche i responsabili - una campagna di meno di un mese da sola, per quanto ben organizzata, difficilmente può raggiungere risultati clamorosi, la campagna stessa in futuro potrebbe essere comunque implementata con una serie di azioni di più ampia portata al fine di operare un virtuoso salto di qualità. Nell’immediato, si potrebbe pensare di incrementarne la portata con azioni di contorno, quali ad esempio estendere l’invio della locandina con lettera del Presidente anche alla associazioni di Protezione Civile registrate presso la Regione, e, più in generale, alle principali strutture in cui operano i soggetti per cui si raccomanda la vaccinazione. In futuro, il punto saliente riguarda probabilmente il passaggio da un approccio standard ad un approccio tarato per un contesto di “crisi”, evidenziando maggiormente messaggi volti a rassicurare i cittadini sulla bontà dei vaccini e proponendo azioni più forti di contrasto. Si potrebbe pensare, ad esempio, di entrare nel circuito della pubblicità sociale in tv e nei media a costo zero, con modalità ancora più virali e informazioni più di dettaglio, pur rimanendo nel registro dell’accessibilità. Si potrebbe poi prevedere, in una azione sinergica con le campagne per gli altri vaccini, un’integrazione del piano media con passaggi del Presidente, accompagnato da responsabili di settore delle

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Anche i social

per promuovere i vaccini

Sarebbe da valutare anche la possibilità di effettuare dirette facebook sui profili della Regione con esperti, con Q&A dei cittadini sul tema dei vaccini e delle patologie più mediatiche, o addirittura calendarizzare una mini-serie di dirette da pubblicizzare via social strutture regionali addette, all’interno delle trasmissioni radiofoniche o dei contenitori radio e tv locali (auspicabilmente anche nazionali) con maggiore audience. Inoltre si può prevedere la partecipazione della Regione ad eventi del settore e, soprattutto, l’organizzazione di un calendario di eventi ad hoc sul territorio durante l’anno, in particolar modo nei Comuni e nelle scuole, con il coinvolgimento dei docenti, degli studenti e dei dirigenti, e la partecipazione dei media e di medici esperti. Queste azioni potrebbero essere supportate dalla presenza di un sito internet ad hoc, che promuova informazioni e azioni diverse, preveda una parte social e favorisca l’effetto virale, senza necessariamente prevedere una duplicazione di siti; oltre a ciò sarebbero utili sportelli informativi sul territorio, magari all’interno

delle Case della Salute e in altre strutture, e numeri verdi, purché presentino un riferimento di immagine unico e uno standard di contenuti omogeneo. Sarebbe da valutare anche la possibilità di fare dirette facebook sui social della Regione con esperti, con Q&A dei cittadini sul tema dei vaccini e delle patologie più mediatiche, o addirittura calendarizzare una mini-serie di dirette da pubblicizzare via social. Infine c’è comunque da considerare l’annuncio di un importante intervento normativo in materia da parte del Presidente Zingaretti che, nel novembre 2016, ha dichiarato di voler proporre una legge regionale sull’obbligo di vaccinazione per i bambini che vanno al nido, seguendo l’esperienza dell’Emilia Romagna. Al di là dei risultati numerici comunque, compito fondamentale delle campagne resta

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quello di informare e incentivare in modo efficace, contribuire a creare un clima positivo di fondo attorno all’argomento, e promuovere una cultura che dal basso porti a considerare il vaccino come una misura sicura e utile. Per raggiungere l’obiettivo finale occorre poi l’elaborazione di una strategia complessiva per il medio periodo (con obiettivi ambiziosi e adeguati investimenti) da parte di tutti gli attori in campo, a cominciare dal Ministero della Salute e dal Governo, che proprio nel gennaio 2017 ha approvato il Nuovo Piano Nazionale Vaccini 2017-2019, con interessanti novità in materia di comunicazione e prevenzione. *SIMONE BARTOLI, giornalista **CONSOLATO PAOLO LATELLA, esperto di comunicazione per la Salute


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Città sane, sostenibili e inclusive TIZIANA DEL FABBRO*

ADESSO è il nome del programma operativo promosso dalla Regione Friuli Venezia Giulia in attuazione del Piano Regionale della Prevenzione (PRP) per gli anni 2014-2018

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GDC Cosa c’è di più importante che respirare? Eppure, nonostante gli enormi progressi compiuti nella riduzione dell’inquinamento, a causa della scarsa qualità dell’aria, l’Europa paga ancora un caro prezzo in termini di vite umane e costi economici. È dello scorso mese di gennaio l’ultima edizione del rapporto “Qualità dell’aria in Europa”, redatto dall’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) da cui emerge che, malgrado un lento miglioramento, l’inquinamento atmosferico rimane il principale fattore di rischio ambientale per la salute in Europa. In un tale contesto, che vede come prioritaria la tutela della salute pubblica, devono scendere in campo gli Enti locali. Questa è la scelta fatta in Friuli Venezia Giulia dove è stato siglato, lo scorso 31 marzo, da circa cinquanta Sindaci e Assessori comunali, presso l’Ospedale di Udine, il “Patto dei Sindaci del Friuli Venezia Giulia per lo sviluppo di Città sane, sostenibili ed inclusive” (OMS). L’occasione è stata la presentazione dei risultati conclusivi del progetto regionale “ADESSO Salute e Sicurezza: www.progettoadesso.com ”. Il progetto, che inizialmente si intitolava “Le città che operano per la salute e il benessere sono essenziali per un progresso sostenibile ed inclusivo”, è stato sostenuto dalla Regione FVG e realizzato da Federsanità ANCI FVG, ASUIUD - Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine, Rete regionale Città Sane FVG (coordinata dal Comune di Udine), Università degli Studi di Udine e Trieste. Da aprile 2016 a marzo 2017 sono stati coinvolti attivamente ben 136 Comuni, più della metà del totale (216), insieme alle Aziende sanitarie, IRCCS CRO Aviano, Federfarma FVG, associazioni, case di riposo ed esperti. In sintesi, i numerosi progetti realizzati anche a livello sovracomunale, hanno riguardato: promozione di sani stili di vita, sane abitudini alimentari, salubrità ambientale e attività fisica, ma anche sicurezza stradale, mobilità alternativa, contrasto al bullismo, coinvolgimento degli anziani soli, nonché prevenzione dei rischi legati al consumo di alcol e droghe. A Udine le “buone pratiche di Salute” sono state illustrate dai rappresentanti dei Comuni di: Pordenone, Pavia di Udine, Sacile, Campoformido, San Vito al Tagliamento, Tavagnacco, Gradisca d’Isonzo, San Giovanni al Natisone e Casarsa della Delizia. I progetti specificamente rivolti alla sostenibilità ambientale sono stati: “Grado il paese delle persone. Il benessere ambientale per vivere meglio”; “Giornata nazionale del camminare”; “In città tra vecchi e nuovi siti istituzionali” (Udine), “Natura e movimento” (Pavia di Udine). “Il progetto ADESSO Salute e Sicurezza – ha detto il Presidente di Federsanità ANCI FVG, Giuseppe Napoli - ha costituito, di fatto, una verifica-monitoraggio sulla crescita di consapevolezza degli amministratori locali della Regione in materia di salute, globalmente intesa, compresa la sostenibilità ambientale. Come Federsanità ANCI FVG siamo impegnati su questi temi, dal 1997 insieme ad ANCI FVG e a tutti i Comuni della Regione, mi sentirei di tracciare un bilancio generalmente positivo di questi venti anni che invita a proseguire. Infatti, come indica l’OMS le politiche per la salute e la sostenibilità ambientale per essere efficaci devono avere continuità nel tempo, essere multisettoriali e inter-istituzionali e coinvolgere attivamente le comunità locali. Da aprile 2016 a marzo 2017 abbiamo misurato i risultati del progetto con il contributo scientifico della Direzione regionale Salute - Area promozione salute e prevenzione e delle Università di Udine e Trieste. Federsanità ANCI FVG – ha concluso Napoli - fin dalla sua costituzione (1996), ha posto la promozione della Salute quale priorità da realizzare concretamente con i Comuni e la rete dei protagonisti del territorio. A tal fine abbiamo coinvolto gli amministratori locali di quasi tutti i Comuni della Regione, insieme agli esperti della DC Salute, del SSR e alle associazioni”. Peraltro, l’associazione, alla fine degli anni ’90 ha favorito in Friuli Venezia Giulia la nascita della Rete regionale Città Sane OMS, oggi la più numerosa in Italia (una cinquantina di Comuni). Per passare dalle strategie dell’OMS alla realizzazione delle “buone pratiche” quotidiane per corretti stili di vita, l’azione dei Comuni è fondamentale e passa attraverso strumenti adeguati per la pianificazione e programmazione, anche sovracomunale, per la salute, la sostenibilità globale e l’inclusione sociale (equità).

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salute ambiente equità

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Oggi, nonostante le note criticità per le risorse disponibili, gli amministratori locali hanno dimostrato di essere consapevoli dell’importanza di investire di più nella prevenzione per i notevoli vantaggi e risparmi, sia a livello individuale che sociale Tra gli esempi di quanto realizzato in Friuli Venezia Giulia, sempre d’intesa con ANCI FVG, con il coordinamento della Direzione regionale Salute e insieme alle Direzioni Ambiente, Trasporti e ARPA FVG, ricordiamo delibere regionali, progetti, check-list e indicatori per la “Mobilità sostenibile e sicura in ambito urbano” (es. bicibus, pedibus, etc) (dal 2008). Inoltre, progetti innovativi per la pianificazione accessibile delle Città quali il “Laboratorio regionale in tema di Accessibilità, Domotica e Innovazione - LADI” (2010) e per promuovere i PEBA – Piani di eliminazione delle barriere architettoniche per gli interventi più urgenti a livello urbano, con la partecipazione dei cittadini nelle scelte programmatiche e progettuali. Un altro capitolo importante riguarda l’impegno per promuovere qualità e sostenibilità dell’alimentazione anche tramite la ristorazione collettiva, tema strettamente legato con la sostenibilità ambientale, la valorizzazione dei prodotti locali, l’agricoltura sociale, le misure anti-spreco, etc. Al riguardo Federsanità ANCI FVG ha attivato gruppi di lavoro misti politico-tecnici che insieme agli esperti delle DC Salute e delle AAS hanno realizzato le “Linee guida per la qualità della ristorazione scolastica” (2012) e, successivamente, le “Linee guida per il vending - distribuzione automatica alimenti” (2013). E nelle prossime settimane la Direzione Salute pubblicherà anche le “Linee guida regionali per la ristorazione nelle residenze per anziani” per le quali Federsanità ANCI FVG ha fornito il contributo preventivo dei propri associati, AAS, IRCCS, Aziende Sanitarie Universitarie Integrate, nonché 15 Aziende Pubbliche Servizi alla Persona e due Consorzi (CISI e CAMPP). Va evidenziato che in tutti questi documenti i referenti dei Comuni hanno fornito indicazioni utili e pragmatiche su bandi, gare e appalti, tramite i quali si possono valorizzare qualità e sostenibilità dei cibi, nonché misure anti-spreco alimentare (anche prima della L. 166/2016). Le linee guida sono pubblicate sul sito internet di Federsanità ANCI FVG www.federsanita.anci.fvg.it e sono state inviate a tutti i Comuni del Friuli Venezia Giulia che le hanno utilizzate nei bandi e gare e hanno così potuto integrare le loro conoscenze in materia di salute e sostenibilità ambientale. “In sintesi, oggi, nonostante le note criticità per le risorse disponibili (vecchie e nuove povertà ed emergenze, etc.) – conclude Giuseppe Napoli - gli amministratori locali della nostra Regione hanno dimostrato (questionari di valutazione) di essere consapevoli dell’importanza di investire di più nella prevenzione per i notevoli vantaggi e risparmi, sia a livello individuale che sociale”.

*TIZIANA DEL FABBRO, Segretario Generale Federsanità ANCI FVG PAGE

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AD Consulting

Fiorano Modenese, una Smart City sicura L’esigenza di una maggiore sicurezza sta spingendo le pubbliche amministrazioni a utilizzare sistemi di videosorveglianza evoluti per controllare varchi, aree critiche soggette a reati, allertando in tempo reale le Forze dell’Ordine e la Polizia locale. AD Consulting ha implementato per il Comune di Fiorano Modenese una soluzione di sicurezza fisica di lettura targhe per monitorare tutto il territorio in maniera intelligente.


059.7470500

CONTROLLO E VIGILANZA SMART Prevenire i reati e proteggere i cittadini sono le esigenze del Comune che è consapevole di poter sfruttare al meglio le nuove tecnologie offerte dal mercato. Era necessario il controllo della totalità del territorio, in particolare del centro storico, del castello, del Santuario e dei principali varchi di accesso e uscita della città per rendere Fiorano ancora più sicura. Fondamentale anche dotare la Polizia Municipale di strumenti che potessero identificare in modo preciso le targhe, controllare se i veicoli associati fossero eventualmente stati sottratti e individuare con precisione i volti dei conducenti, oltre alla verifica dell’assicurazione e la revisione auto. Questo avrebbe inoltre aiutato le Forze dell’Ordine a monitorare ed indentificare in tempo reale eventuali attività sospette. UN MONITORAGGIO COMPLETO AD Consulting, attraverso Acantho azienda del Gruppo Hera - specializzata in soluzioni IT, ha implementato per il Co-

info@adcsrl.it

www.adcsrl.it

mune di Fiorano Modenese un sistema di sicurezza fisica che permette di monitorare le aree comunali con tecnologie specifiche come le telecamere Licence Plate Recognition (LPR), in postazioni critiche, anche senza operatore. Le aree sono controllate da ChandaLPR, una soluzione software sviluppata da AD Consulting. ChandaLPR è una piattaforma di lettura targhe che si collega alle telecamere installate. Al passaggio di ogni mezzo, il dispositivo fotografa la targa e legge il contenuto. Chanda è dotato di un sistema di notifiche automatiche, in grado di azionarsi in autonomia al verificarsi di un evento qualsiasi, determinato dall’operatore o da regole definibili direttamente. La notifica è chiara e univoca, mentre la presa in carico da parte delle Forze dell’Ordine o della Polizia Locale è obbligatoria e non può essere ignorata per errore. ChandaLPR permette di scambiare dati e informazioni con tutte le altre pubbliche amministrazioni che aderiscono al progetto di condivisione. Grazie all’incrocio con i dati sulle segnalazioni relative a determinate targhe e al sistema di notifiche, la piattaforma offre un servizio per la rilevazione in tempo reale dei passaggi di veicoli segnalati e la conseguente riduzione dei tempi di intervento. Chanda si interfaccia con il Sistema Centralizzato Nazionale Targhe e Transiti (SCNTT), una funzionalità che rappresenta un indiscutibile valore aggiunto. AD Consulting ha progettato l’intero sistema di monitoraggio installando telecamere ad altissima risoluzione che permettono di controllare automaticamente i volti e le targhe attraverso le capacità di ingrandimento dei dispositivi che sfruttano la tecnologia megapixel. UN TERRITORIO PRESIDIATO E GOVERNATO CON ATTENZIONE Il sistema di monitoraggio aiuta il Comune a prevenire e ridurre i reati verso i cittadini, i furti, gli atti di vandalismo verso il patrimonio pubblico e privato oltre a tutelare le aree di interesse storico e turistico di Fiorano. ChandaLPR viene anche utilizzato per la gestione e l’analisi del traffico cittadino secondo le fasce orarie. La città ha offerto alla comunità servizi migliori, sfruttando al massimo l’infrastruttura realizzata. Anche i risparmi sono stati notevoli grazie ad un’accurata selezione delle tecnologie software e hardware digitali e analogiche. L’ESPERIENZA DELL’UNIONE COMUNI DELLA BASSA ROMAGNA, MODENA E IMOLA Per l’Unione dei Comuni della Bassa Romagna è stato effettuato uno studio relativo alla situazione delle telecamere già installate nelle aree dei comuni per recuperare gli investimenti effettuati in passato grazie all’applicazione di convertitori analogico-IP ai dispositivi già in uso, analizzare e selezionare ulteriori telecamere di ultima generazione; infine progettare e implementare un impianto di videosorveglianza all’avanguardia. AD Consulting ha realizzato il sistema di videosorveglianza e video analisi composto da telecamere, molte delle quali in alta risoluzione, tutte collegate da reti in fibra ottica MAN realizzata da Lepida per centralizzare i singoli punti video in un’unica soluzione di gestione e controllo. Il Comune di Modena ha installato in alcuni varchi di ingresso e uscita della città ChandaLPR per la prevenzione e alla repressione dei reati. Chanda è in grado di sorvegliare vaste aree con un numero di telecamere ridotto in grado di visualizzare persone e veicoli anche al buio. I progetti dell’Unione Comuni Bassa Romagna e del Comune di Modena sono stati implementati in collaborazione con Acantho. Per il Comune di Imola, in collaborazione con Area Blu, è stato reso operativo il progetto di recupero, rinnovamento tecnologico - strutturale e di centralizzazione di tutte le telecamere della città.


A CURA DI ALESSIO DITTA


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Inquinamento e salute dei bambini

L’inquinamento è un problema che attanaglia, in senso letterale, le nostre città da diverso tempo

OGGI PIÙ CHE MAI I FATTORI AMBIENTALI INCIDONO IN MANIERA SIGNIFICATIVA AL SOPRAGGIUNGERE DI PATOLOGIE INFANTILI. A fronte della manifestazione di malattie derivanti dall’inquinamento ambientale in età scolastica, è fondamentale il ruolo del pediatra e la sua azione precauzionale verso i più piccini. Oggi sappiamo che il medico curante dei nostri bambini è di fondamentale importanza come elemento di raccordo tra la ricerca scientifica e la popolazione. All’interno dell’ACP, che è l’Associazione Culturale Pediatri, si è formato un gruppo di lavoro denominato “Pediatri per un Mondo Possibile”. Quest’iniziativa nasce perché un terzo delle malattie infantili, all’interno della Ue, sono riconducibili a problematiche ambientali e quindi allo smog e all’inquinamento in generale. Ecco, il volume “Inquinamento e salute dei bambini” vuole essere una sorta di compendio dove, per ogni variante d’inquinamento, vi è una spiegazione scientifica con delle raccomandazioni di ordine comportamentale che vanno dritte al pediatra, ma anche al medico di famiglia, con l’intento di fornire un documento importante in ordine alla formazione e all’aggiornamento. Una maggiore profilassi significa ridurre, in punti percentuali, il rischio che le malattie infantili, derivanti dall’inquinamento, aumentino. Nel libro sono presenti l’introduzione di Giorgio Tamburlini, Consulente dell’OMS, Ufficio Europeo Programma Children’s Health and Environment e la prefazione di Roberto Romizi, Presidente Associazione Medici per l’Ambiente ISDE Italia.

ALL’INTERNO DELL’ ACP

che è l’Associazione Culturale Pediatri, si è formato un gruppo di lavoro denominato “Pediatri per un Mondo Possibile”

Editore: Pensiero Scientifico Editore Euro 19,00 148 pp A CURA DI GIACOMO TOFFOL , LAURA TODESCO E LAURA REALI

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MAGAZINE

GDC

UN CAMBIAMENTO che investe prodotti, servizi e metodologie produttive al cui interno pulsa una rottura tecnologica senza precedenti: la fusione tra mondo reale degli impianti industriali e mondo virtuale della cosiddetta

Internet of Things

una guida per i professionisti che operano in sanità, con dei programmi di comunicazione digitale efficienti che arrivino al paziente e ai suoi familiari

Come sviluppare una strategia di comunicazione per migliorare salute e sanità

IN QUESTO PERIODO, COME NON MAI, LE QUESTIONI DI ORDINE SANITARIO SONO AL CENTRO DELLE ATTENZIONI DI TUTTI I MEDIA. E non solo. Ogni giorno si registrano, infatti, dei nuovi casi sul fronte della sanità pubblica che generano preoccupazione tra la popolazione. Questi avvenimenti originano una serie di comunicazioni che non si sa affatto dove vadano a finire. Ecco, con il libro “e-patient e social media. Come sviluppare una strategia di comunicazione per migliorare salute e sanità”, Letizia Affinito e Walter Ricciardi vogliono centralizzare il ruolo del paziente. Gli autori, infatti, mettono il paziente al centro di tutto, asserendo che la centralità del paziente è responsabilità di tutti. Da qui l’idea di creare una guida per i professionisti che operano in sanità, con dei programmi di comunicazione digitale efficienti che arrivino al paziente e ai suoi familiari, innescando quel processo di interconnessione con il personale medico. Questa connettività medico/paziente darà vita ad un plusvalore per la salute delle persone e per le politiche sanitarie. I fruitori di questo libro si troveranno di fronte alla presenza di terminologie che riguardano tecniche di comunicazione, ma con l’unico obiettivo di mettere il paziente al centro di tutto, attraverso, appunto, una strategia comunicativa adeguata. Insomma, una strategia comunicativa adeguata significa, molto semplicemente, inscenare dei comportamenti positivi nel campo della salute per il bene del paziente e delle struttura sanitaria.

Editore: Il Pensiero Scientifico collana: PROSPETTIVE Anno edizione: 2016 288 pagine, 38 euro DI LETIZIA AFFINITO E WALTER RICCIARDI

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