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POTERE ALLE DONNOLE!

FEBBRAIO 2011

ANNO 5°

N. 2 - copia omaggio

Tramontata l’era del femminismo e dei diritti delle donne, prende avvio l’epoca del “mustela nivalis” (donnola, appunto), mammifero dal corpo snello e flessuoso, coperto da pelo raso e morbido. Sempre più esemplari, abbandonato il proprio habitat, si rifugiano nelle alcove del potere. Accogliamole anche noi in sala giunta! INCHIESTA A PAG. 5

Marketing, Target, Packaging Siamo cresciute giocando con le Barbie. Vitino da vespa, gambe chilometriche, tette coriacee e fidanzato col capello impomatato e il macchinone. E la sera, prima di andare a letto, ma sempre più spesso prima di cena, la tivù ci propinava la chiassosa normalità di perizomi interdentali, decolleté strabordanti e balletti che nulla hanno a che vedere con la coreutica. Scandalizzarsi o criticare era (ed è) da beghini. Al mare non si vedono le stesse chiappe? Si vedono, sì, ma non si vendono. Non servono ad aumentare lo share e ad alzare i costi degli spot pubblicitari. Se qualcosa si alza, in spiaggia, non c’è lucro. Lucro, ecco la parola chiave. Il corpo come business. Un affare che sino a qualche tempo fa veniva definito “prostituzione”. Oggi le prostitute sono delle poveracce. Per far soldi ci vuole ben altro. Sia chiaro, l’oggetto in vendita è lo stesso. È il packaging che cambia. E l’acquirente. Il prodotto lo si presenta e pubblicizza in base alle richieste del target di riferimento. Roba da laurea in marketing, che spesso richiede persino un impresario (chi ha detto magnaccio?).

E chi meglio sa vendersi, più incassa. Qualcuna guadagna un seggio in parlamento, qualcun’altra passa dalla condizione di lavapiatti a quella di cameriera. Certune, forse, con qualche senso di colpa. Altre con orgoglio, consapevoli di essere sempre più spesso oggetto di indivia o ammirazione per aver ottenuto privilegi, regali, posti di lavoro, posizioni sociali, cui altri, magari meritandoli, aspirano invano. Tutte, comunque, ugualmente irrancidite e ottusamente soggiogate a suon di quattrini dalla logica sessista e arcaica secondo cui il maschio, in quanto superiore alla femmina, abbia il diritto di sottometterla e ricevere da lei quel che vuole (pur concedendo una contropartita: è la legge del mercato). Ma i più rancidi sono i “beneficiari”, il cosiddetto target (gli stessi che hanno inventato le regole del figamarketing per non soccombere alla propria solitudine, all’insicurezza di fondo che mina la loro ostentata virilità), incapaci di guardarsi allo specchio e di riconoscersi per quel che realmente sono (loro più delle donne): dei poveretti.


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m’inculpop

Propaganda mia, portafoglio tuo

Spunta una fattura di 672 euro liquidata dal Comune alla ditta che ha fornito una serie di servizi per un comizio di Lovascio. Ma è giusto che paghino i cittadini? SEL chiede la restituzione della somma La maggioranza è ancora al centro di polemiche. Questa volta l’atto “incriminato” riguarda il pagamento, da parte del Comune di Conversano, di un’ingente somma di denaro ad una ditta, la “Norba MultiServizi”, che ha fornito materiale utile in occasione dei celebri comizi di metà anno del sindaco Lovascio. Proprietario della ditta Giacinto Carenza. La liquidazione, pari a 672 euro, è relativa ad un comizio tenutosi il 25 giugno 2010 ed è servita per la fornitura a noleggio di un videoproiettore e del servizio di distribuzione del materiale informativo, di comunicazione audio per la città, e di volantinaggio. Tutto è nella norma, perché certi importi non richiedono la presenza di un appalto pubblico. Ma ciò che interessa è che questa cifra è servita a dare, come si legge nella determina interessata, la n.157, “sufficiente e opportuna

pubblicità all’incontro”. Un incontro mirato, di fatto, a propagandare atti svolti, o ritenuti tali, dall’amministrazione di centro destra, che però è stato pagato dalle casse comunali. Il dubbio è lecito, e per l’opinione pubblica un nuovo dilemma si fa strada. Si è trattato di un atto strettamente legato alle funzioni amministrative del sindaco, o è solo un metodo volto a pubblicizzare un partito e i suoi fedelissimi? L’opposizione, dal canto suo, nelle sole persone di Pasqualino Bonasora e Gian Luigi Rotunno, in questa faccenda vede un chiaro tentativo di trattare la cosa pubblica non considerando i bisogni dei cittadini e i sacrifici che un’amministrazione dovrebbe compiere. Questa istituzionalizzazione della propaganda dei propri provvedimenti, che non può non

ricordare il glorioso Minculpop mussoliniano che tanto rinvigorisce i cuori palpitanti orgoglio nazionale di taluni consiglieri, è destinata a dividere il paese. Tra chi è con Lovascio e chi pensa che Conversano sia stata venduta sui palchi in onor della visibilità propria.

Teresa Serripierro

Ugole d’oro in consiglio sulle note dell’inno Grazie a Nico Mottola le sessioni consiliari si aprono col “Fratelli d’Italia”. Noi de “Il Galiota” plaudiamo l’utile iniziativa “Che bello il nostro inno! E come ci piace cantare, a pieni polmoni, quei versi dove si acclama l’elmo di Scipio, e si ricordano i fasti del passato. Quando l’italica penisola era schiava di Roma!” Probabilmente deve esser stato questo il pensiero che ha indotto il consigliere Nico Mottola a proporre di aprire i consigli comunali del 2011 cantando l’inno d’Italia. Ovviamente per celebrare i 150 anni dell’unificazione. E, sentite un po’, l’idea è stata anche accetta! Per una volta, noi, possiamo dire d’ esser concordi col “consigliere-camerata”. Ma che fatica per farlo passare al voto del nostro consiglio comunale. Voi pensate che qualcuno, soprattutto quei disfattisti

dell’opposizione, proprio non lo volevano. A loro sembrava riduttivo, retorico. Qualcuno ha addirittura proposto di ideare iniziative e seminari, magari con le scuole, per celebrare l’unificazione. Ma qui mica possiamo perdere tempo dietro queste cose. C’è il nostro amabile e rispettabile inno da cantare, e basta! E che nessuno se ne esca con idee degeneri del tipo “è un canto che nasconde rivoli fascisti, militareschi e autoritari” o “per noi il vero inno è Viva l’Italia di De Gregori”. Per non dire che poi ci sono certi consiglieri che, al silenzio dei microfoni, confessano di non conoscerlo neanche a memoria. Roba da pubblica gogna. Ma diciamola tutta. Chi di noi non è pronto

a stringersi a coorte e a dirsi pronto a morire per l’italica Patria? E poi è cantandolo che si combatte il leghismo e il loro Va Pensiero. È cantandolo che si omaggia il nostro Paese. È cantandolo che ci sente fieri di un Paese che ha vissuto il fascismo, l’ignavia dei Savoia e dei loro eredi (sia quello di Vallettopoli, che quello di Sanremo), la P2, le stragi di mafia, la violenza ignorante del terrorismo nero e quella finta-intellettuale delle Brigate Rosse. Fino al bunga bunga. E fino a trasformare l’elmo di Scipio, nell’elmo di Scilipoti.

Antonio Lacandela


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non alziamo i tony

Antenna in via Norba, che c’entra Alfarano?

Tante le voci circa il coinvolgimento dell’assessore alla Polizia Municipale. La proprietaria dell’immobile su cui è sorto l’impianto nega. Lui rifiuta un’intervista faccia a faccia, ma ci risponderà per iscritto. Intanto l’ingegner Fantasia racconta curiosi episodi C’è stata l’intercessione di un politico dietro l’affare di via Norba? È quanto si mormora in città. E soprattutto si legge a chiare lettere nell’interrogazione presentata dal Presidente del Consiglio Pasquale Gentile (Udc) nell’ultima seduta dell’assise. Facciamo un passo indietro. A fine 2009 la Wind presenta istanza per installare una antenna su un immobile privato in via Norba. Dopo novanta giorni, in assenza di risposta da parte dell’Ufficio Tecnico, scatta il silenzio assenso e l’azienda installa il manufatto. L’amministrazione, dopo la protesta dei cittadini, decide di sospendere i lavori e dispone la demolizione. La Wind impugna l’ordinanza al Tar, che concede la sospensiva e permette di fatto alla compagnia telefonica di attivare l’antenna (che in alcune zone ha già superato il limite massimo di legge, pari a 6 volt/metro di contributo al campo elettromagnetico). Quindi, fondamentale è stato il “silenzio assenso” scattato a causa della “non comunicabilità” - si disse - tra l’Ufficio Tecnico e il Servizio Ambiente. Ma è qui che sorgono i dubbi. Siamo sicuri che nessun politico sapeva nulla, o c’era qualcuno che avrebbe potuto allertare gli uffici in tempo? Il primo nome mormorato tra le voci di corridoio è quello dell’assessore alla Polizia Municipale Tony Alfarano. E non solo perché la proprietaria dell’immobile su cui poggia l’antenna, che per riservatezza chiamiamo R.S., era vicina al suo partito, il Nuovo Psi. C’è di più. Pasquale Fantasia, consulente del Comune per gli impianti di trasmissione e redattore del piano, racconta che durante il sopralluogo “la signora, senza che le avessi chiesto niente, sosteneva di es-

sersi più volte recata al Comune e che aveva interessato, fra gli altri, anche l’assessore Alfarano, al fine di vedere la sua pratica accolta. Mi sono stupito e, molto scettico, mi son chiesto: possibile che un assessore si metta a fare cose del genere?”. Poi c’è la seconda testimonianza di Fantasia. L’episodio avviene prima di Natale in un bar, durante un incontro tra il consulente e l’assessore Alfarano. “Io con l’assessore non ho niente di personale, chiarisco. Il nostro rapporto non è istituzionale, ma quello tra due cittadini coetanei. In questo clima goliardico e festaiolo, mi dice ‘mi raccomando a quella cosa, ché io sono il legale della famiglia’. Ora non so a che pratica lui si riferisca che sta curando per la famiglia. Di certo, non sarà quella di portare le carte alla signora. Infatti, da incontri successivi, lo stesso Alfarano mi confermava la completa estraneità alla vicenda. Ed io gli credo”. La signora S.R., contattata per telefono, dà la sua versione. “Un politico si è interessato della cosa? Magari, gli avrei acceso un cero” rivela. Ed è vero che ha detto all’ingegner Fantasia di essere stata seguita nella vicenda dall’assessore Alfarano? “Non ricordo. No, non l’ho detto. Alfarano non lo conosco bene”. Racconta, però, anche di quando, pochi mesi dopo l’installazione dell’antenna, un ragazzo si lascia andare ad un’invettiva colorita contro chi ha permesso l’installazione dell’antenna. La signora cerca un avvocato per sporgere denuncia e, dopo aver interessato i carabinieri, interpella Alfarano. “Ho chiamato lui perché era l’unico avvocato che conoscevo. Poi mi ha indicato un altro

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legale”. Questo è l’unico contatto che R.S. conferma di aver avuto con l’assessore. Quest’ultimo, poi, non ha accettato la nostra richiesta di intervista, debitamente registrata, sostenendo di voler ricevere le domande per iscritto. Un modus operandi che non privilegiamo e che ci costringe, ad ogni modo, a rimandare il suo intervento al prossimo numero. Queste, dunque, sono le versioni dei fatti. Sta ai lettori trarre le conseguenze e farsi una opinione in merito. Ma come al solito il tema delle antenne nella nostra città si rivela un terreno minato di veleni. È lo stesso Fantasia, ad aggiungere che “dall’installazione dell’impianto-traliccio di Telenorba nel 1992 fino alle più recenti, si sono fatte diverse campagne elettorali sfruttando i timori dei cittadini. Il piano delle antenne, invece, viene redatto non per favorire qualcuno, ma per avere servizi efficienti per tutti e perseguire l’obbiettivo di qualità del non superamento di 2 volt/metro rispetto a quello più alto di 6 volt/metro posto dalla normativa nazionale. Nel passato, invece, molte situazioni si sono rivelate affari privati, come quello del giornalista Michele Lorusso che per anni ha scritto e scrive di antenne ed al contempo è proprietario di un terreno su cui è installata un’antenna della Wind. Ma è solo un esempio”.

Roberto Rotunno


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‘ndo gabbion

Discarica, le analisi dell’Arpa finiscono dai magistrati

Coinvolta la Procura in seguito al rinvenimento di batteri fecali nei pozzi ispezionati. Ancora grossi dubbi circa il superamento dei limiti previsti per il sopralzo

Niente sopralluoghi, nessuna certezza sull’altezza raggiunta da Collina Martucci. “La competenza ai controlli è della Polizia Provinciale”. Questo lo scarica barile di Francesco Longo, direttore del’Ufficio Ambiente, in risposta all’interrogazione del consigliere Udc Pasquale Gentile, che chiedeva chiarimenti su alcuni articoli apparsi sulla stampa secondo cui sarebbe stato superato il mezzo metro autorizzato ad agosto scorso. Per dirla alla Moggi, “non confermo, né smentisco”. O meglio, non si può confermare quanto asserito dai giornali, ma il Comune non ha i suoi dati ufficiali sull’altezza e si è limitato a chiedere i controlli della Polizia Provinciale. I sostenitori della tesi secondo la quale le volumetrie autorizzate sarebbero già superate, adducono come motivazione il fattore peso, che trasformato tramite appositi calcoli nel corrispettivo volume, dimostrerebbe il superamento del sopralzo autorizzato. Ma Longo sostiene che solo un sopralluo-

go ed una misurazione potrebbero dare la risposta ufficiale. Quindi, finché non arriva la risposta dalla Provincia, “campa cavallo che l’erba cresce”. Nel frattempo, in data 21 gennaio, sono arrivati in Comune i verbali delle analisi effettuate dall’Arpa Puglia ai cinque pozzi sui campioni di acqua di falda. Per la verità, non tutti sono stati ispezionati, in quanto in uno di questi si è riscontrato un guasto alla pompa di aspirazione e non è stato possibile estrarre il campione. Per quel che riguarda gli altri quattro, il giudizio chimico sostiene che i valori risultanti rientrano tutti nei limiti fissati dal decreto 152 del 2006. Diverso è stato il giudizio microbiologico, dal quale si evince che tra i quattro pozzi oggetto delle rilevazioni, tre risultano contaminati da batteri fecali. Ma alcuni tecnici hanno anche rilevato l’assenza del resoconto delle analisi ai campioni di metalli prelevati, citati nei verbali dei sopralluoghi. Da ultimo, è degno di nota il fatto che tra i destinatari dei risultati delle analisi, risultano non solo le autorità competenti, ma anche la Procura della Repubblica di Bari. Ma il Sindaco, nonché assessore all’Ambiente, Giuseppe Lovascio rigetta le critiche e afferma che “da quando la delega è passata nelle mie mani, questo Comune ha iniziato ad avere una programmazione”. Si riferisce ovviamente all’affidamento dell’incarico di consulenza a Raphael Rossi, che predisporrà il Piano per la riduzione dei rifiuti. E anche alla raccolta dell’umido che è partita da qualche giorno per le aree mercatali e per gli esercenti (fiorai e frutti-

vendoli). Il Comitato Riprendiamoci il Futuro (nato dopo la manifestazione antidiscarica della scorsa estate, con l’obiettivo di promuovere gestioni virtuose del ciclo dei rifiuti) sta coadiuvando il Comune nei controlli. Il risultato è che quasi tutti i commercianti hanno accolto con favore l’iniziativa. Infine, l’opposizione continua chiedere la discussione in Consiglio. In attesa del 28 febbraio, data entro la quale Vendola ha (per la terza volta) promesso la chiusura di contrada Martucci, il Presidente Gentile ha presentato una nuova mozione per conoscere, oltre ai dati meramente ambientali, lo stato delle fatturazioni per le compensazioni dei debiti (derivanti dal servizio di smaltimento) e crediti (derivanti dal ristoro ambientale e dalla captazione del biogas) con la ditta Lombardi. Proprio tale questione, in particolare per quel che riguarda le somme di denaro da inserire nelle determine, pare essere stata alla base di alcune incomprensioni interne tra il Servizio Ambiente e l’ufficio di Ragioneria. Come al solito, a tenere banco sono gli strani movimenti politici e l’intreccio di questi ultimi con gli interessi economici privati. Sta al tempo decretare se questo febbraio sarà il preludio ad una Santa Pasqua, o se si rivelerà una pura e semplice (ennesima) carnevalata.

Roberto Rotunno


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Donne e potere.

Niente quote rosa, basterebbe il merito

Presente in tutti i settori della vita pubblica, il gentil sesso stenta ad affermarsi in politica. Laddove le nomine sembrano spesso imposte dalla necessità di dover collocare una donna Le donne e il potere, un tema delicato e alquanto contestato. No, non parliamo del potere attribuito sulla base di una concezione sessista e distorta della donna, riferendoci ai fatti di cronaca che riguardano il “nostro” premier e le sue concubine, ma di quello che tocca una più ragionata e accettabile parità di meriti, che vede donna e uomo su un unico livello. Un piano in cui esiste solo il merito, dove conta la personalità e non il volto, la caparbietà e non la sfrontatezza con cui si scende a compromessi col becero desiderio maschile. Perché di capacità, quando si guida un partito, un’associazione, un sindacato, ce ne vuole tanta. E non si badi a chi dice che ovunque si arriva con gli stessi metodi delle vallette, dacché il risultato è quel che conta. E lo si constata nella realtà, discutendo, valutando, o intervistando. Insomma, l’Italia, che pur pullula di semi-donne soggette al mal usato potere maschile, è un Paese ricchissimo di esempi che nulla hanno a che vedere con l’irreale faccia voluta dalla politica dei più. E Conversano non è da meno. La realtà associativa nel nostro paese di provincia, infatti, vede la presenza di più donne, a partire dall’associazione Con Loro, che annovera quattro presenze femminili nel direttivo, e una donna come vicepresidente. L’Ulimec Uil Conversano, associazione di

coltivatori e proprietari aderenti alla Uil, invece, ha come presidente Luisa La Selva, e lo stesso accade nella Cgil, che ha come coordinatrice cittadina Rosanna Guglielmi. Gli esempi stentano a contarsi sulle dita di una mano, si pensi a “Natura Viva”, associazione ambientalista creata ed ideata dalla giovane Marika Mancini, alle varie realtà

di esser donna, è tutt’altra storia. A dirigere i vari uffici ci sono Luisa Simone (affari generali), e Francesca Tarulli (politiche sociali). Nella realtà partitica invece, solo Sinistra e Libertà coinvolge una donna nel direttivo, stiamo parlando di Lucia Cacciapaglia. Di fatto, quel che si evince è un’evidente spaccatura della realtà. Privatamente la donna sembra crearsi situazioni di lavoro, ricavarsi il proprio spazio. Ma nel settore politico l’affaire si fa più complesso. Irrigidito dalle quote rosa, l’ambito politico appare riempito con la forza e sulla base della convenienza elettorale che un “volto rosa” porta, quand’è bello e spiaccicato sui manifesti. Sarà pur certo che spazio per le donne ce n’è poco, ma forse questa forzatura altro non comporta se non l’effetto contrario. Invece del merito la bella presenza, e le donne certo hanno già avuto modo di mostrare, inutile discuterne, che non esiste un sesso più bravo di un altro. Esiste il genere umano, e questo è già più che sufficiente.

non esiste un sesso più bravo di un altro, esiste il genere umano, e questo è già più che sufficiente quali “La Zarzuela” o “Sud Est donne”. Numerosissime sono le personalità che han prestato e prestano la loro mano al giornalismo, tra le tante, Adriana Marchitelli, unica direttrice donna a Conversano del nostro Galiota. Totalmente diversa è la situazione in politica, dacché l’unica donna che risponde attualmente al nostro appello in giunta risulta essere Francesca Lippolis, presenza che, tra l’altro, viene di fatto imposta dalle famigerate quote rosa. Nelle commissioni consiliari, solo in quella della sanità sono presenti due donne, Rosa D’Attoma e Cristina Politano. Ma dove conta il merito e non il solo fatto

Teresa Serripierro


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Le donne e il lavoro.

Nel barese mantenute due su tre Solo il 31,5 per cento lavora. Ma tante sono le discriminazioni rispetto agli uomini Altro che “una stanza tutta per sé”, come diceva 80 anni fa Virginia Woolf. Leggendo i dati sull’occupazione femminile nel nostro territorio sembra che le donne possano rassegnarsi a fare a vita le figlie e subito dopo le mogli. In entrambi i casi mantenute. Più che il tasso di disoccupazione, ad allarmare sono il tasso di occupazione e quello di attività, che consistono rispettivamente nella percentuale di persone tra i 15 e i 64 anni che hanno un impiego, e nella somma di occupati e disoccupati tra la stessa popolazione di riferimento. Il tasso di attività è ovviamente

superiore a quello di occupazione e in Europa raggiunge il massimo in Danimarca con il 73,1 per cento. I dati Istat ci dicono che in provincia di Bari il tasso di occupazione femminile è del 31,5 per cento, quello di attività del 36,6 per cento (2009). Praticamente solo una donna su tre ha un lavoro o spera di averlo. Le altre sono tagliate fuori, in condizione di dipendenza economica. In generale il tasso di disoccupazione femminile in Puglia è del 16,2 per cento e in particolare tra le giovani tra i 15 e i 24 anni raggiunge la spaventosa cifra del

36,6 per cento. Fin qui la quantità. Per la qualità, da nord a sud del tacco sembrano esserci estese discriminazioni. Prima di tutto di carattere economico: a parità di lavoro le donne guadagnano di meno, in spregio ad anni di lotte operaie à la “We want sex”. E poi di responsabilità: in cima alla scala gerarchica troverete soprattutto uomini (quella che in gergo si chiama segregazione verticale). E infine di tipo di lavoro: le donne svolgeranno principalmente lavori di cura, nel settore turisticoalberghiero o altri “tipicamente” femminili (la cosiddetta segregazione orizzontale). È un dramma umano e sociale, ma anche un immenso spreco di risorse. Le teorie economiche sono infatti concordi nell’affermare che il capitale umano, inteso come insieme di capacità e competenze, sia alla base dello sviluppo. Nel 2000 i paesi europei, adottando la Strategia di Lisbona, l’hanno messo nero su bianco: per raggiungere la piena occupazione e fare dell’economia europea la più competitiva al mondo, il tasso di occupazione femminile avrebbe dovuto raggiungere il 60 per cento entro il 2010. Insomma, fossi io una donna mi incazzerei.

Gabriele Di Palma

Le donne e il sapere.

La Marangelli rompe gli schemi Dà avvio a progetti innovativi per l’epoca, come l’educazione sessuale, e intuisce che la scuola deve soprattutto rendere partecipe l’alunno della propria crescita e aiutarlo a coltivare i suoi interessi “Gli insegnanti devono fornire agli studenti la conoscenza dei principi fondamentali e far sentire loro che lo scopo della vita è diventare buoni cittadini”. Così scrive Francesca Marangelli, appena divenuta preside della scuola media “Melo Da Bari” in una lettera al sindaco barese. Per questo obiettivo lavora incessantemente nei 23 anni trascorsi nel capoluogo pugliese, cercando di trasmettere agli alunni, ai docenti e alle famiglie la sua inarrestabile passione per la vita e per la cultura nel difficile contesto del secondo dopoguerra. La scuola italiana, insabbiata in un formalismo (contenutistico e organizzativo) vetusto e scoraggiante, non forniva ai giovani né mezzi né stimoli adeguati per affrontare la vita. La Marangelli intuisce che l’istruzione scolastica non può essere esclusivamente basata sullo studio dei classici e permeata di valori religiosi e familiari, ma deve soprattutto saper educare, rendere partecipe l’alunno

della propria crescita, aiutarlo a coltivare i propri interessi e prepararlo alla vita. Francesca Marangelli si reca negli Stati Uniti nei primi sei mesi dell’anno 1957 e visita oltre 60 scuole sparse per tutto il territorio, conoscendo una realtà diversa e avanzata e confrontandola con quella italiana. Frutto di questa esperienza è il libro “Così ho visto le scuole degli Stati Uniti”, in cui descrive i suoi incontri con docenti e alunni, riportando le sue impressioni sul panorama delle principali scuole americane. Scuole diverse in tutto, in cui “i ragazzi imparano non studiando, ma operando”. Tornata in patria, partorisce progetti innovativi per l’epoca: introduce nella scuola l’educazione sessuale, un tabù da lei sdoganato, che oggi rischia paradossalmente di ripresentarsi, a causa della sua presunta “immoralità” sostenuta dal Pontefice. Grazie all’atteggiamento rivoluzionario della Marangelli, si dà libero accesso anche ai di-

versamente abili al diritto d’istruzione. Istituisce il doposcuola, dove i ragazzi svolgono attività extrascolastiche quali teatro, fotografia, canto corale e attività sportive. Pioniera della modernità, fa della scuola la leva con la quale sollevare la società italiana dall’ignoranza e dai falsi conformismi che oggi ritornano come fantasmi. Il contributo fornito all’istruzione da Francesca Marangelli è notevole e i suoi insegnamenti non devono essere dimenticati. Anzi, qualcuno dovrebbe prendere esempio da questa donna tanto umile quanto intelligente, che tanto può ancora donare alla nostra cultura.

Antonio Bolognino


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Le donne e l’immigrazione.

La storia di Anna, migrante per caso Una vita tra la Bielorussia e l’Italia, in fuga dal grigiore e in cerca della libertà

Vita da migrante. Vita da badante. Vita a ridosso dell’altro. Le badanti le riconosci dal loro aplomb un po’ dimesso e un po’ angelicato; dal pudore dei loro visi, da quel garbo assai paziente e dolce, che viene da lontano. In poco più di un decennio, la presenza degli angeli custodi, giunti dall’Est, è divenuta organica, necessaria: pressoché irrinunciabile. Una presenza che ricorda Gesù e Maria; che profuma di Vangeli. Una presenza, nel cuore relazionale e affettivo della nostra società, dietro cui si maschera il grande e procelloso mare dell’essere delle loro storie personali, delle loro esistenze tanto virtuose quanto avventurose; delle loro biografie, sostanzialmente, al femminile. La storia di Anna Daravyk, badante, ma solo per poco tempo, infermiera professionista e, attualmente, per vivere, governante a ore presso una famiglia conversanese, non è, tuttavia, la classica storia di chi parte all’avventura solo per mera necessità. Anna viaggia e si muove anche per la sua voglia di conoscenza e di libertà, alla ricerca di quelle risposte che una vita statica e stanziale, spesso, non è in grado dare. Di buona famiglia bielorussa, Anna, sguardo vivo e intelligente, sorriso tenero e contagioso, si racconta al Galiota con il suo italiano fluente, figlio delle sue reminiscenze di latino, studiato a Pinsk, in Bielorussia. “Sono giunta in Italia da turista, per accompagnare un’amica che lavora a Conversano come badante da circa vent’anni, e poi, non so come, sono rimasta qui” racconta. “All’inizio ho penato tanto. Comunicavo pochissimo e solo con le mie connazionali. Dopo un po’ di tempo le cose sono cambiate. Mi ha aiutato molto l’idea della libertà e

dell’autonomia personale. Avere uno spazio tutto per me, poter disporre della mia indipendenza, mi ha sostenuto molto nel passaggio dall’età dei sogni a quella di una più asciutta, e meno bella, maturità”. Anna, la tua vita si sgomitola tra la Bielorussia e l’Italia, tra Conversano e Liuninez, cosa è per te allora il concetto di identità nazionale? “L’identità nazionale è spesso un’astrazione. Siamo nati tutti liberi. Siamo esseri umani e non schiavi dei sistemi economici e politici. In Bielorussia da più di vent’anni furoreggia la dittatura paranoica di Lucashenko, che affama e immalinconisce la gente. Il colore dominante è il grigio scuro, lo vedi ovunque. Essere vivi da noi, di questi tempi, è già un miracolo. Tutto il popolo bielorusso è co-

stretto a inginocchiarsi di fronte al dittatore pazzo. Personalmente non voglio combattere per il mio popolo, perché so già che il mio sacrificio, come quello di tanti altri, non servirà a nulla”. E l’Italia, che idea ti sei fatta della nazione che ti ha adottata? “L’Italia? Beh, l’Italia è bella. È bella per l’arte, per i paesaggi, per la libertà, per il cibo… ma ci sono aspetti del vostro vivere sociale che mi fanno un po’ male, come gli stereotipi e i pregiudizi verso gli stranieri. Meno male che non tutti gli italiani sono così”. Hai fatto la badante solo per poche settimane. Che impressione ne hai ricavato? “È un lavoro che non ha niente di romantico e di mistico. Se chiedi a una badante se è contenta del suo lavoro, ti risponderà di no. Occorre pazienza, pazienza e pazienza. Io ci ho provato ma poi ho dovuto cambiare. Spero sempre di riuscire a trovare un impiego come infermiera presso qualche clinica”. Anna, quali sono le tue letture preferite? “Sicuramente Lolita di Nabokov, poi c’è il Maestro e Margherita di Bulgakov, le Poesie di Escenin, e alcune opere di Balzac”. Ti piace Conversano? “Conversano per me è il posto della libertà, cosi come Liuninez è il posto dei miei affetti più profondi. Lì ritrovo la mia famiglia e qui ritrovo me”. Mario Giannini


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Le donne e il clero.

C’erano una volta le badesse Altro che mogli e madri! Nel ’200, a Conversano, le discendenti delle famiglie più abbienti seppero conquistare una autorità che ancora oggi sembra utopica Quella delle Badesse è una storia ricca di intrighi e polemiche, di scandali e di usurpazione di potere. Ma è anche la storia di donne, dagli intrecci degni della manzoniana monaca di Monza, di fanciulle della società-bene destinate alla vita monacale seppur non con lo spirito vocazionale. Tutto ha inizio nel lontano 1266. Il monastero di San Benedetto, ormai abbandonato, viene concesso dal Vescovo di Conversano a monache provenienti dalla Romania. La bolla di papa Gregorio XI decreta Omnes libertates et immortalitates, ovvero la possibilità per le badesse di indossare insegne fino ad allora vescovili, mitra e pastorale. Da questo momento ha inizio l’ascesa delle donne alla supremazia sul convento di San Benedetto (e non solo), potere suggellato dal campanile dello stesso monastero, che supera in altezza quello delle altre, Cattedrale compresa. Ma tutto questo sembra non bastare alle nostre Abbatisse! Secondo la tradizione, il clero conversanese e quello castellanese, oltre allo stesso Vescovo di Conversano, dovevano loro totale ubbidienza, ed il rito del baciamano, esteso addirittura al cadavere della stessa badessa, ne rappresentava il vessillo. Era per l’uomo un grande affronto. Fu questo a scatenare il malcontento del clero castellanese.

Il potere delle Badesse crollò all’urlo Deleatur hoc Monstrum Apuliae! di Gioacchino Murat, fine sancita poi, definitivamente, da papa Pio VII. Il potere di cui godevano le badesse non era unicamente politico. Il loro prestigio si respirava anche tra le mura dello stesso convento. Un episodio che permette di delineare pienamente quella che era l’intransigenza di queste donne è rappresentato dalla vicenda di Peppina Bassi, documentato nel libro “Obbedire perché donne?” di Francesca Marangelli. L’autrice riporta la corrispondenza tra il Vescovo di Conversano e la Badessa di San Benedetto. Peppina Bassi è una monaca che decide di fuggire dal convento per tornare presso la propria famiglia, che però non l’accoglie. Da quel momento richiede continuamente di poter tornare presso il convento, senza però alcun successo. Dopo vent’anni, periodo che il Vescovo ritiene sufficiente per reintegrare la donna tra le monache, saranno queste ultime a non volerla accogliere. La motivazione. Avrebbe potuto minare l’integrità delle stesse monache. Sempre nel libro sopraccennato, la Marangelli afferma che queste donne seppero sottrarsi al ruolo di moglie, madre, o prostituta. In realtà, è doveroso ricordare che molte delle donne che entravano in convento, ed in

modo particolare in quello di San Benedetto, provenivano da famiglie abbienti e il più delle volte la loro vocazione proveniva “dall’alto”, ossia dalla posizione sociale delle rispettive famiglie. Pertanto episodi di fughe o allontanamenti erano più che frequenti. Tra leggende e realtà, qualcuno racconta storie d’amore negate, ad esempio quella di Candida, giovane fanciulla che s’innamorò di un Conte di Conversano e decise di fuggire con lui. I due amanti furono però ritrovati, del giovane conte non si seppe più nulla, mentre la fanciulla venne rinchiusa in una celletta all’interno del monastero. Questa cella presentava la cosiddetta “porta dei cento occhi”: cento erano gli occhi dipinti che dovevano costantemente sorvegliare le monache e proteggerne l’integrità. Ma la storia delle badesse non fu caratterizzata unicamente da episodi di abuso di potere, svolsero anche un’importante funzione culturale. Per San Benedetto lavorarono importanti artisti, tra cui l’autore delle famose tele della Gerusalemme liberata, Paolo Mirando Finoglio, divennero committenti di opere d’arte, imprese architettoniche, tra cui la costruzione del nuovo chiostro, consegnando il monastero con lo splendore con cui possiamo ammiralo oggi. Doriana Totaro


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Le donne e la violenza.

In Puglia ne è vittima il 25 per cento

Il dato è più basso di quello nazionale, ma in troppe non sporgono denuncia In un’epoca in cui sembra quasi anacronistico parlare di parità tra uomo e donna, concetto che dovrebbe essere ormai acquisito e scontato, i fatti di cronaca, di fatto, dimostrando che certe convinzioni sessiste sono a tal punto radicate da risultare irremovibili. E non ci si riferisce soltanto agli scandali sessuali che hanno coinvolto il nostro premier, ma anche all’incremento, negli ultimi anni, degli episodi di violenza perpetrati nei confronti delle donne. Dal 2006 al 2009, secondo una ricerca effettuata dalla Casa delle Donne di Bologna riferendosi ai dati riportati dalla stampa, i femminicidi sono aumentati in misura lieve ma costante, passando da 101 casi nel 2006 a 119 nel 2009. Nella maggior parte dei casi l’omicidio è commesso dal marito. Al secondo posto ci sono il convivente o fidanzato, seguiti dall’ex, il figlio o un altro parente. “La violenza agita dal partner all’interno della famiglia - commenta l’Associazione Casa delle Donne - tende a stabilire e a esercitare potere sull’altra persona utilizzando modalità di comportamento atte a controllare, umiliare, infliggere paura e denigrare la donna”. Inoltre la violenza “non è frutto di una patologia o di un’anormalità, ma legata, al contrario, alla quotidianità e alla normalità dei rapporti fra uomini e donne nella nostra società”. I dati raccolti in questi anni dimostrano, del resto, che ad essere oggetto di violenza sono donne di tutte le età e delle più disparate condizioni economiche, sociali e culturali. Così come gli uomini violenti appartengono a tutte le classi sociali, né sono prevalentemente stranieri, come le scelte mediatiche sembrerebbero suggerire. Secondo un’indagine effettuata dall’ISTAT nel 2006 , condotta mediante interviste telefoniche ad un campione di 25.000 donne tra i 16 e 70 anni, risulta che il 31,9 per cento (e quindi circa 6.700.000 italiane) abbia subito violenza fisica o sessuale almeno una volta

nella vita, il 6,7 per cento prima dei 16 anni. Il 23,7 per cento è stata vittima di violenze sessuali, il 18,9 per cento di violenze fisiche e il 4,8 per cento di stupro o tentato stupro. Nella nostre regione, sempre secondo l’ISTAT, i casi di violenza fisica o sessuale sembrano essere un po’ meno frequenti (24,9 per cento) come leggermente inferiore è il numero di donne che li ha vissuti prima dei 16 anni (il 5,3 per cento). Nello specifico, il 15,8% delle donne ha subito violenza fisica, il 17,6% violenza sessuale e il 4,3% uno stupro o tentato stupro. Ma a livello regionale, così come in ambito nazionale, il sommerso rimane elevatissimo: solo il 10,8% delle vittime denuncia la violenza del partner, e nel caso questa sia commessa da un non partner la percentuale scende al 5,4%. Tutte le altre (per lo più le donne con i livelli di studio meno alti) preferiscono tacere. La Regione Puglia, per contrastare il fenomeno della violenza contro donne e bambini,

ha previsto, mediante il Piano delle Politiche Sociali 2009-2011, la realizzazione di una rete di servizi omogenea su tutto il territorio con centri antiviolenza, case rifugio, equipe multidisciplinari per ambito territoriale, per garantire alle vittime accoglienza, presa in carico tempestiva, accompagnamento nella fase di ricostruzione del percorso di autonomia. Interventi importanti, così come sarebbe importante attuare iniziative atte a sradicare le radici della violenza, ataviche e quasi connaturate al nostro più profondo essere, ma non per questo accettabili e indistruttibili.


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monologhi dialogici

Il gianniniano Dostofocle prende vita con Piscinelli Il romanzo di Mario e la fisicità di Gianni danno vita a un connubio inusuale e divertente, che sfocia in una performance teatrale fuori dagli schemi Dostofocle è un personaggio di carta tratteggiato dalla sapiente penna del conversanese Mario Giannini. Un adolescente sopra le righe alle prese con il mondo nuovo, sconosciuto e anche crudele, di cui si appresta a fare esperienza, e il mondo vecchio, quello dei suoi affetti più intimi e antichi contro cui il nuovo inevitabilmente si scontra. Personaggio di carta che si anima nelle parole, nei gesti e nella fisicità di Gianni Piscinelli, attore o, per meglio dire, artista a tutto tondo conversanese. Connubio quanto mai inusuale eppure perfetto quello che si viene a creare fra il romanzo di Giannini e la corporeità di Piscinelli, che è riuscito a ottenere il consenso del pubblico presente alla prima, anzi primissima, quasi sperimentale, rappresentazione dello spettacolo, tenutosi il 28 dicembre scorso alla Masseria dei Monelli. Le repliche per l’assetato e famelico pubblico conversanese ci saranno, ma per ora data e luogo sono top secret, e indiscrezioni ci dicono che la nostra cittadina non dovrà attendere molto. Uno “spettacolo nuovo” ci svela Gianni Piscinelli, rispetto al suo consueto repertorio, che rappresenta per l’artista la possibilità di raggiungere un pubblico più vasto, scendere nelle strade e “mischiarsi tra la gente”, slegandosi dal teatro di nicchia finora sperimentato.

“Mi sono messo in gioco” dice Piscinelli “per la prima volta ho recitato a braccio, facendo dell’improvvisazione il punto di forza per arrivare dritto al cuore della gente, e devo ammettere che mi sono e ci siamo divertiti!”. L’attore veste i panni di alcuni dei personaggi creati da Mario Giannini, la Madre, la Nonna, solo per citarne alcuni, tutti caratterizzati da una vena ironica che riesce a trasformare in leggerezza la pesantezza del vivere, per crescere tentando di non perdere se stessi lungo la strada e accogliere

l’unicità e la bellezza (non sempre presente) degli altri. Uno spettacolo insolito, come insoliti sono i due creatori e collaboratori, che non amano prendersi troppo sul serio e trattano le loro “secrezioni artistiche” come divertenti giochi letterario-teatral-musicali. Perché, parafrasando Roger Rabbit, “una risata può essere una cosa molto potente. A volte, nella vita, è l’unica arma che ci rimane!” Ilaria Babbo

scriveteci dei vostri mal di pancia conversanesi, noi siamo qui per ascoltare e diffondere

Rifiuto umido

ilgaliota@alice.it

ecco come fare

Le proposte di un nostro lettore per un’efficiente raccolta differenziata tra gli esercenti Cari Galioti, vi scrivo perché voglio ribadire la piena disponibilità ad effettuare la raccolta dell’umido e anche quella degli altri materiali, quali vetro, imballaggi, scatolame e plastiche varie. Ho constatato che la difficoltà è nelle prime due settimane e che è un fatto di abitudine e di ordine mentale. Io penso che per progettare un vero Piano dei Rifiuti Comunale e gestire in modo corretto i rifiuti si debba necessariamente partire dal territorio, considerando tutte le realtà commerciali esistenti. Maggiormente chi per tipologia di lavoro somministra e trasforma beni alimentari. Ci si potrebbe organizzare seriamente tra gli esercenti per una gestione coordinata dell’umido o avere

la possibilità di iniziare la raccolta a zona, prevedendo contenitori e bidoni per tutti i commercianti. Ovvero pensare ad una regolamentazione comunale che incentivi la minore produzione di rifiuti presso i locali pubblici utilizzando ad esempio bevande vuoto a rendere incidendo, così, positivamente anche sul prezzo d’acquisto. Altra questione fondamentale è l’informazione, infatti, per capire cosa e come differenziare è fondamentale per ottenere un buon umido. Bisogna organizzare il porta a porta anche per gli esercenti, in modo strategico e pensato sui reali consumi. La raccolta dovrebbe avvenire almeno due volte alla settima-

na, ad esempio il giovedì e il lunedì, dopo il fine settimana, momento in cui si produce più rifiuto da differenziare. Altra questione: gli imballaggi, ovvero capire come differenziarli e cercare un modo condiviso di smaltirli. In ultimo, ma non certo per importanza, la questione scottante dei controlli su tutto l’indotto di raccolta. Senza i controlli, infatti, si rischia che il lavoro svolto da tutti venga vanificato.

Gianluca N., esercente del centro storico


150 anni d’Italia: le interviste impossibili

di Antonio Lacandela

“Italia unita? Meglio il federalismo!” Proseguono, in occasione del 150° compleanno del nostro Paese, le chiacchierate con i personaggi che hanno vissuto gli anni dell’unificazione. Un viaggio tra vincitori e vinti, gente comune, uomini e donne del popolo e dell’aristocrazia, eroi e paladini dell’Idea Italia, conquistata con la baionetta, la passione, la buona politica e anche qualche mazzetta! L’intervistato lo dovete indovinare voi scrivendoci via mail (ilgaliota@alice.it) il nome del personaggio. Al primo che risponde un regalo a sorpresa! Il vincitore dello scorso mese è Elisabeth Fanizzi. Per ritirare il suo regalo, la invitiamo a contattarci tramite facebook e raggiungerci in redazione!

Questa volta le nostre interviste impossibili ci portano… no vabbè! Già è facile il personaggio, se poi vi diciamo anche dove lo troviamo, che giochiamo a fare? Ma ora ci fanno accomodare per l’intervista, vediamo un po’ come è dal vivo… È permesso? Sono Lacandela de “Il Galiota”. “Si accomodi. La stavo aspettando”. Bene, cominciamo subito. Cosa pensa del processo di unificazione dell’Italia? “Non me ne parli. Già dovetti sopportare il sopruso della cosiddetta Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini e un esilio forzato di due anni nel regno di Ferdinando II. Il quale fu molto ospitale con me, mostrandomi addirittura quella macchina infernale che voi chiamate treno. All’epoca era l’unica nella penisola! E mi portò da Napoli a Portici”.

Ma tornado alla Repubblica Romana… “Un’esperienza tragica. Che però fini in fretta grazie all’aiuto di Napoleone III”. E poi cominciarono i moti nelle città più importanti del suo regno. “Bologna, Spoleto e Perugia su tutte. Ovviamente le rivolte erano finanziate dai piemontesi. Ma in molti casi, come in Umbria, riuscii a rimetter le cose in ordine. Usando la violenza, ma vi riuscii”. Dunque lei non avrebbe mai rinunciato al suo potere temporale in favore di una Italia unita. “Mai! E anche Napoleone III era al mio fianco (ad esser sinceri Napoleone III è stato un doppiogiochista, ma forse è meglio non ricordarglielo, ndr). Avevo il diritto di esercitare anche il mio potere economico e finanziario. E poi non è vero che non volessi l’unità. Ad esempio promossi la costituzione di una Lega Doganale tra gli Stati della penisola. Insomma, un tentativo politico e diplomatico per dare vita ad una Italia federale”. Lei i piemontesi proprio non li sopporta, eh? “Una massa di insolenti. Ma lei lo sa che nel 1848 votarono una legge che limitava l’autonomia delle insegnanti di religione? Intuii che si era solo all’inizio della laicizzazione del Regno di Sardegna. Infatti di lì a poco se ne inventarono un’altra: la soppressione degli enti ecclesiastici e l’esproprio del loro beni. Era il 1855 e fui costretto ad inviare la scomunica maggiore (che solo il Papa può ritirare, ndr) a tutti i parlamentari che avevano proposto e votato la legge. Iniziativa, questa, che dovetti ripetere quattro anni più tardi per i funzionari ed i governanti piemontesi, rei di aver sostenuto i rivoltosi”.

Ciccio diventa maggiorenne Siamo nel 2011, e questo è un anno che per me è molto importante in quanto diventerò maggiorenne. Devo imparare a votare e ad essere più responsabile. Mi devo anche impegnare nello studio. L’otto di febbraio compio 18 anni e sarò più grande. Sono contento di avere questa amicizia con i ragazzi del Galiota che mi insegnano tanto correggendo i miei articoli e che mi tra-

smettono tanta gioia e allegria. Sono felice di frequentare l’associazione Con Loro, i cui membri mi danno tanto coraggio e mi fanno sentire sempre meno solo. Ringrazio tutte le persone che mi stanno vicine con affetto. Ciccio Manganelli

Caro Ciccio, grazie per le belle parole che ci dedichi. Tantissimi auguri per il tuo diciottesimo compleanno. E mi raccomando a paghè da vev! La Redazione

E poi c’è questo suo strano rapporto con i briganti. “Sì, loro erano convinti che io potessi parteggiare per loro. Ma non posso mettermi in combutta con degli assassini solo per mio rancore anti-Savoia. Tanto è vero che quando Carmine Crocco, vostro conterraneo, venne da me per tentare di stringere alleanza io lo feci arrestare. E non è neanche vera quella storia del brigante Romano reso immortale da una medaglietta da me regalatagli. Quante infamità sul mio nome…”. Mala sorte spetta ai sovrani, soprattutto ai più giusti (si capisce che lo sto para… burlando?). Io la ringrazio per la sua disponibilità, arrivederla!

Perodico mensile: Anno V Numero II Registrazione al Tribunale di Bari: n. 28 del 18/ 07/ 07 Direttore Responsabile: Adriana Marchitelli Grafica ed Impaginazione: Giovanna Teresa Lanzilotta Coordinamento editoriale Teresa Serripierro, Roberto Rotunno, Mario Gigei Giannini, Editore: Ass. Cult. “U’iose” Stampa: Grafica Lieggi Redazione: Corso Umberto, 13; Conversano (BA) Chiuso in redazione il: 01/ 02/ 2011


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