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La valutazione delle condizioni economiche delle parti. Con la sentenza 23051 del 05/11/2007 la Cassazione Civile I sezione ha sancito che in tema separazione dei coniugi la valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede la determinazione dell’esatto importo dei redditi posseduti attraverso l’acquisizione di dati numerici o rigorose analisi contabili e finanziarie, in quanto è necessaria, ma anche sufficiente, una attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi, in relazione alle quali sia possibile pervenire a fissare l’erogazione, in favore di quello più debole, di una somma corrispondente alle sue esigenze. Cass. civ. Sez. I, 05-11-2007, n. 23051 Svolgimento del processo Su ricorso di C.P. del 17 gennaio 1997, tribunale di Cagliari ha pronunciato la separazione dalla moglie P. B., alla quale ha affidato i figli minori, ha assegnato la casa familiare e ha attribuito un assegno di L. 2.500.000 mensili a titolo di contributo per il mantenimento suo e dei quattro figli, alcuni dei quali maggiorenni ma non autosufficienti. La corte d’appello di Cagliari, con sentenza del 21 novembre 2003, ha confermato tale pronuncia, aumentando, in accoglimento dell’appello incidentale della P., il complessivo contributo per il mantenimento suo e dei figli, a Euro 1.549,37 (di cui Euro 308,87 per la moglie) dalla data della domanda introduttiva e a Euro 2.582,29 (di cui Euro 516,46 per la moglie) dalla data dell’appello incidentale. Per quanto ancora rileva in questa sede la corte territoriale ha affermato che, contrariamente a quanto sostenuto dal C., che aveva lamentato che il tribunale avesse determinato il contributo per la moglie in mancanza di domanda, la P. sin dalla comparsa di costituzione e poi nell’udienza davanti al presidente del tribunale, nelle udienze davanti al giudice istruttore del 10 novembre e del 10 dicembre 1997 e nelle conclusioni rassegnate nel giudizio di primo grado aveva espresso la volontà di ottenere un assegno per il proprio mantenimento, e a tale manifestazione di volontà il C. non aveva opposto alcuna contestazione. La corte territoriale ha poi proceduto all’analitica ricostruzione delle condizioni economiche delle parti, valutando la documentazione acquisita e le risultanze di una c.t.u. all’uopo disposta, dalla quale era emerso che il C.: a) era titolare di un patrimonio immobiliare valutato in L. 5.000.000.000; b) era titolare di un’impresa individuale di riparazione di mezzi industriali che nel 2001 aveva un fatturato annuo di circa L. 500.000.000 (con immobilizzazioni di materiali pari a L. 246.000.000 nel 1997, ridotta, a L. 131.238.318 a seguito della vendita di alcuni macchinari); aveva redditi da canoni di locazione d’immobili per L. 78.000.000 annui e aveva incassato complessive L. 595.000.000 per la vendita di beni a terzi dal 1998 al 2001; c) era socio unico e amministratore unico della … omissis … s.r.l. che commercializzava mezzi industriali e che aveva fatturato nel 1999 L. 2.743.235.058 e nel 2000 L. 2.285.223.754, con movimenti bancari, in quest’ultimo anno, superiori a L. 5.500.000.000; era proprietario di quattro autovetture, tra le quali una Mercedes del valore di L. 50.000.000 e di una moto Honda; d) era titolare nei confronti della predetta società di crediti per circa L. 235.000.000 e si poteva giovare di vari “benefits” e vantaggi fiscali; e) aveva prelevato dalle casse della società somme che, dal 1995 al 2000, ammontavano a circa L. 600.000.000. In merito alle critiche mosse alla c.t.u. la corte territoriale ha osservato che esattamente il c.t.u. aveva determinato il reddito riferendosi alle risultanze delle dichiarazioni dei redditi e che altrettanto correttamente, trattandosi di valutare la complessiva capacità di reddito e trattandosi esclusivamente di reddito d’impresa, aveva ritenuto che per gli anni 1999 e 2000 fosse più significativo prendere in considerazione tale reddito, risultante dalla differenza tra ricavi e costi, al

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lordo delle perdite degli esercizi precedenti. Quanto al valore degli immobili, il c.t.u. si era limitato a riportare quanto risultava dal bilancio dell’impresa individuale. Avverso la sentenza della corte d’appello di Cagliari il C. ha proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi. Resiste con controricorso la P.. Motivi della decisione I Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione degli articoli 112, 163, 167, 180 e 183 c.p.c., con conseguente nullità della sentenza. Erroneamente la corte territoriale, interpretando gli atti con i quali la domanda avrebbe dovuto essere proposta, aveva ritenuto che fosse stata manifestata la volontà di chiedere l’attribuzione di un contributo per il proprio mantenimento, perchè invece sia nella comparsa di costituzione in fase presidenziale che in quella della fase davanti al giudice istruttore tale volontà non era stata manifestata. Irrilevante sarebbe poi il comportamento processuale della parte e inammissibile la formulazione della domanda per la prima volta in sede di precisazione delle conclusioni, dovendo tale inammissibilità rilevarsi d’ufficio. Il motivo è infondato. Pur essendo stato letteralmente dedotto il vizio di ultrapetizione, con il motivo in esame in realtà si censura l’interpretazione della domanda proposta dalla P., convenuta in giudizio dal C.. Il nucleo centrale del motivo, infatti, consiste nell’affermazione che “ai fini dell’interpretazione della domanda deve tenersi esclusivamente conto della volontà della parte espressa nell’atto in cui la stessa domanda è proposta” e nel rilievo che nelle conclusioni formulate nell’atto di costituzione davanti al presidente del tribunale la P. aveva fatto riferimento solo al contributo per il mantenimento dei figli. Ora, è principio pacifico che l’interpretazione operata dal giudice di appello riguardo al contenuto e all’ampiezza della domanda giudiziale è assoggettabile al controllo di legittimità limitatamente alla valutazione della logicità e congruità della motivazione. Nella specie la motivazione della sentenza impugnata appare corretta e immune da vizi logici. Deve premettersi che nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, il giudice di merito non è condizionato dalla formula adottata dalla parte, dovendo egli tener conto del contenuto sostanziale della pretesa come desumibile dalla situazione dedotta in giudizio e dalle eventuali precisazioni formulate nel corso del medesimo, nonché del provvedimento in concreto richiesto. Ciò comporta l’identificazione della volontà della parte in relazione alle finalità dalla medesima perseguite, in un ambito in cui, in vista del predetto controllo, tale volontà si ricostruisce in base a criteri ermeneutici assimilabili a quelli propri del negozio. Correttamente quindi la corte territoriale non si è limitata ad esaminare la parte conclusiva della comparsa di costituzione in fase presidenziale, ma ha esteso la sua valutazione all’intero contenuto dell’atto e, soprattutto, al contenuto dell’atto di costituzione davanti al giudice istruttore, che segna il momento in cui si verificano le preclusioni e le decadenze previste a carico del convenuto (cass. n. 2625/2006, 18116 e 2625 del 2005; 4903/2004). Da tale esame è emerso che la P. ha sempre lamentato che il marito non “provvedeva minimamente alle spese della famiglia e dei figli” e che la stessa “e i … figli stanno vivendo da oltre un anno senza il contributo economico del C.” (atto di costituzione e dichiarazioni all’udienza presidenziale”. Inoltre, davanti al giudice istruttore la P. ha lamentato l’inadeguatezza dell’assegno provvisorio di L. 1.500.000 mensili ai fini del “mantenimento pro quota con la moglie, che ha un modestissimo stipendio, di ben quattro figli ancora studenti o addirittura scolari.” A fronte della puntualità dei riferimenti testuali operati dal giudice del merito, la valutazione secondo la quale la volontà di ottenere un contributo anche per il Ildivorzio.eu


suo mantenimento è stata tempestivamente manifestata dalla moglie appare congruamente e correttamente motivata. 2. Con il secondo motivo il ricorrente, deducendo la violazione dell’art. 2729 c.c. e vizi di motivazione, censura le argomentazioni sulla base delle quali la corte territoriale è pervenuta a una ricostruzione della sua posizione economica. Erroneamente nella determinazione del reddito dell’impresa individuale la corte territoriale avrebbe tenuto conto del provento di un’operazione straordinaria, come la vendita di un terreno, tra l’altro duplicando le voci, in quanto lo stesso provento della vendita una volta è stato considerato come elemento del reddito complessivo d’impresa e un’altra come autonomo corrispettivo. Del pari erroneo, sarebbe la determinazione del reddito sulla base della sola differenza tra costi e ricavi, senza tenere conto delle perdite degli anni anteriori al 1999 e 2000. Sarebbe illogico, inoltre, tenere conto dei prelevamenti dalle casse dell’impresa individuale e non anche dei versamenti effettuati. Quanto alla società … omissis … la corte territoriale avrebbe dovuto basarsi solo sui bilanci dai quali risulta che non è stato prodotto alcun utile avrebbe errato nella lettura dei movimenti bancari; non avrebbe tenuto conto che le auto e il furgone posseduti erano vecchi. Soprattutto, la corte di merito si sarebbe limitata a indicare analiticamente varie voci ma non avrebbe indicato il reddito complessivo di cui poteva avere l’effettiva disponibilità. Se ciò avesse fatto avrebbe rilevato che la società non produce utili e che quelli che potrebbe produrre l’impresa individuale sono azzerati dalle perdite degli anni precedenti. Il motivo non è ammissibile. Le critiche formulate sono dirette a contestare la valutazione dei documenti e della c.t.u., sia sotto il profilo dell’aderenza ai dati, che sotto quello della correttezza delle conclusioni dal punto di vista contabile e finanziario. Tuttavia, come è noto, da un lato, non è in questa sede censurabile l’accertamento dei fatti giustificato con un’argomentazione sufficiente e corretta, come è avvenuto nella specie, e, dall’altre gli errori o omissioni segnalate non hanno carattere decisivo perchè, secondo il costante orientamento di questa Corte, la valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede la determinazione dell’esatto importo dei redditi posseduti attraverso l’acquisizione di dati numerici o rigorose analisi contabili e finanziarie, in quanto è necessaria, ma anche sufficiente, una attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi, in relazione alle quali sia possibile pervenire a fissare l’erogazione, in favore di quello più debole, di una somma corrispondente alle sue esigenze. Le spese seguono la soccombenza. P.Q.M. La corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese con Euro 2.600,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre alle spese generali e agli accessori come per legge. Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2007

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separazione dei coniugi e assegno di mantenimento