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2 PRIMOPIANO

GIOVEDÌ 26 LUGLIO 2012 N. 87

il CROTONESE

STRAGE DI MARGHERITA LA REQUISITORIA

Cinque gli ergas “L’uccisione del piccolo Domenico è una barbarie, il punto più alto dell’aberrazione raggiungibile dall’uomo”: con queste parole il sostituto procuratore della Dda Salvatore Curcio ha iniziato la sua requisitoria, intorno alle 10 del mattino di mercoledì, nel processo che si sta celebrando dinanzi alla Corte d’assise di Catanzaro (Neri presidente, Commodaro a latere) per la strage compiuta il 25 giugno del 2009 sui campi di calcetto di Margherita dove furono uccisi a colpi di fucile caricato a pallettoni Gabriele Marrazzo, la vittima designata, e il piccolo Domenico Gabriele, di soli dieci anni, mentre restarono ferite altre nove persone che stavano giocando a pallone. Requisitoria che il pubblico ministero Curcio ha concluso intorno alle 14 con una richiesta pesantissima: cinque condanne all’ergastolo per i quattro imputati alla sbarra. Carcere a vita per Francesco Tornicchio, di 33 anni, ritenuto il mandante della strage; per il fratello Andrea Tornicchio, di 22 anni, e per Vincenzo Dattolo, di 28 anni, in qualità di esecutori materiali. E ancora il pm Curcio ha chiesto un secondo ergastolo per lo stesso Francesco Tornicchio ma anche per Donatello Le Rose, 39enne di Strongoli, che nel processo rispondono di un altro delitto di mafia, quello di Michele Masucci, avvenuto all’interno dello stabilimento Biomasse di

Il pm Curcio: l’uccisione di Domenico punto più alto dell’aberrazione umana

Sopra il funerale di Domenico Gabriele che venne celebrato nel Duomo di Crotone alla presenza dei suoi compagni di scuola. A sinistra, la foto di Domenico il giorno della prima Comunione e i genitori di Dodò insieme a don Luigi Ciotti di Libera

Strongoli il 29 novembre 2007; delitto del quale Tornicchio si era inizialmente accusato, salvo fare poi retromarcia, tirando in ballo altre due persone: Mario Giuseppe Fazio, già condannato all’ergastolo con il rito abbreviato, e, appunto, Donatello Le Rose. Un delitto aberrante “Senza fare graduatorie tra i morti - ha esordito, dunque, il pm Curcio - l’uccisione del piccolo Domenico è una barbarie, il punto più alto dell’aberrazione raggiungibile dall'uomo. Si chiamava Domenico, ma avrebbe potuto chiamarsi Elisabetta Gagliardi o Pasqualino Perri, altri bambini caduti sotto il fuoco della ’ndrangheta. Mai come in questa occasione ci siamo sentiti impotenti, privati della speranza” ha proseguito il pubblico ministero precisando subito dopo che “però è proprio in queste occasioni che la comunità calabrese deve reagire, rinunciando all’indifferenza e alla delega a questo ‘corpo estraneo’ che chiamiamo Stato. Ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di occuparsi del destino degli altri, abiurando i valori della forza del denaro e del potere fine a se stesso”. Descrivendo il quadro in cui è maturata la strage, il pm Curcio ha spiegato che “Tornicchio voleva il predominio sulla sua zona, Cantorato, a qualunque costo” e in proposito ha ricordato il contenuto di un’intercettazione dell’ottobre 2008 nella quale, in carcere, Francesco Tornicchio disse espressamente che gli avversari andavano sbaragliati senza risparmiare ‘né picciuliddri né fimmini’. Un’agghiacciante programma di morte - il commento del magistrato - portato a termine pochi mesi dopo”. Questione che aveva portato Francesco e Andrea Tornicchio a litigare pesantemente e a venire alle mani durante un colloquio in carcere nel quale il presunto boss rimproverava il fratello di non farsi valere e di non essere capace di recuperare il denaro necessario. Tanto è vero che in una lettera inviata ad un parente proprio da Francesco, quest’ultimo affermava chiaramente che “Andrea non serve a niente”. I rimproveri, secondo il pubblico ministero, servivano del resto proprio “a dare uno scossone ad Andrea” perchè si adoperasse a “risolvere la situazione”. Le intercettazioni (audio e video) non sono state soltanto rievocate dal pubblico ministero, che invece, con il consenso della Corte, le ha trasmesse in aula catturando inevitabilmente l’attenzione di tutti. In una di quelle riprodotte, peraltro, Andrea Tornicchio si vantò col fratello Francesco di possedere un fucile automatico a pompa, dello stesso tipo di quello usato per la strage, balzando sul sedile della

sala colloqui del carcere e mimando l’uso dell'arma. Il quadro indiziario “E’ fuori discussione che Andrea Tornicchio e Vincenzo Dattolo si trovassero, all’ora del delitto, nell’area coperta dalle celle Wind che comprende anche la zona in cui si trovano i campetti teatro della strage” ha poi affermato il pm Curcio elencando una serie di indizi a carico dei due presunti killer del piccolo Dodò e di Gabriele Marrazzo. “La prova - ha proseguito Curcio - sta nel fatto, certo, che il proprietario dei campetti sui quali si consumò il delitto telefonò poco prima della strage proprio da lì, agganciando la stessa cella cui si collegarono i telefoni di Dattolo e Tornicchio. Mentre Roberta Manica, che quella sera attese fino a tardi, ma invano, il fidanzato Andrea Tornicchio, quando gli inviò i diversi sms risultanti dai tabulati agganciava la cella, diversa, che copre la zona di Cantorato”. Ma non è tutto. “Andrea - ha tuonato il pubblico ministero - ha introdotto nel processo anche una prova d’alibi che non solo si è rivelata completamente falsa ma si è rivoltata contro l’imputato”: insomma “un parto mal riuscito. Penso alla testimonianza di Rosanna Arrigo che ha raccontato in aula di aver visto Andrea la sera del delitto prima e dopo un giro in macchina che avrebbe fatto in compagnia di due amici. Ebbene, la donna non ha saputo identificare i suoi accompagnatori e, quando, avendo detto di essere in grado di ritrovarne i nomi su facebook, è stata dotata lì per lì di un tablet dall’avvocato Verri, è andata nel pallone salvo ammettere di avere, guarda caso, cancellato i profili dei due fantomatici uomini”. L’omicidio Masucci A proposito dell’omicidio Masucci il pm ha affermato che “Francesco Tornicchio ha confessato il delitto quando, pentitosi, all’inizio del mese di gennaio del 2008, si attribuì il ruolo non solo di uomo di ’ndrangheta ma soprattutto di custode e fornitore del ciclomotore e del fucile calibro 12 impiegato per commettere il delitto. Quelle dichiarazioni rappresentano una prova formidabile nei confronti di Tornicchio, utilizzabili processualmente nonostante si sia successivamente ‘pentito del pentimento’ e, nel processo, si sia avvalso della facoltà di non rispondere”. L’esecutore materiale del delitto è stato individuato dalla Procura in Donatello Le Rose, “già dichiarato dal Tribunale di Crotone appartenente al ‘locale’ di Strongoli”. Proprio un’intercettazione in carcere tra Francesco e Andrea Tornicchio inchioda, secon-


prova luca