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#2 Andrea Aimar Rocco Albanese Andrea Boraschi Gabriele Caforio Francesco Corucci Giuseppe De Marzo Alfredo Ferrara Alberto Fiorillo Ludovica Ioppolo Marie Labate Giuseppe Montalbano Andrea Ragona Salvatore Romeo Peppe Ruggiero Chiara Sasso Salvatore Settis Luigi Sturniolo Guido Viale

PENSARE ECOLOGICO I LIMITI DEL PIANETA E IL NOSTRO FUTURO

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Quaderni Corsari n.2 gennaio 2013

Quest’opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia. Hanno collaborato alla realizzazione di questo numero: Andrea Aimar, Rocco Albanese, Simona Ardito, Andrea Boraschi, Gabriele Caforio, Francesco Corucci, Giulio Dalla Riva, Giuseppe De Marzo, Alfredo Ferrara, Alberto Fiorillo, Ludovica Ioppolo, Roberto Iovino, Marie Labate, Giuseppe Montalbano, Antonio Piazza, Andrea Ragona, Claudio Riccio, Filippo Riniolo, Paolo Roberti, Salvatore Romeo, Peppe Ruggiero, Chiara Sasso, Salvatore Settis, Luigi Sturniolo, Guido Viale, Lorenzo Zamponi. Fotografie di Simona Ardito e Claudio Riccio Contatti: www.ilcorsaro.info facebook.com/quadernicorsari twitter.com/ilcorsaro_info ilcorsaro.info@gmail.com


Indice Ripensare la questione ambientale di Alfredo Ferrara.................................................................4 Giustizia ambientale, sociale ed ecologica di Giuseppe De Marzo.........................................................9 La crisi ambientale di Francesco Corucci...........................................................15 Per una conversione ecologica Intervista a Guido Viale di Giuseppe Montalbano.......27 Quattro declinazioni per la questione ambientale di Andrea Ragona...............................................................32 In prima persona. Dialogo con Salvatore Settis di Rocco Albanese e Marie Labate..................................38 Ripensare la sostenibilità sociale e ambientale di Ludovica Ioppolo............................................................46 Le continue ripartenze del Ponte sullo Stretto di Luigi Sturniolo.................................................................53 Il buen vivir valsusino di Andrea Aimar e Chiara Sasso.......................................60 Il futuro è delle rinnovabili? di Andrea Boraschi.............................................................65 Esistono le condizioni per una riconversione ecologica del siderurgico? di Gabriele Caforio e Salvatore Romeo..........................72 Il pranzo è servito... dai boss! di Peppe Ruggiero..............................................................83 La bici è una melanzana di Alberto Fiorillo.................................................................90

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Ripensare la questione ambientale

di Alfredo Ferrara

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arlare di ambiente nell’Italia che si confronta con il dramma di Taranto e che da anni ormai vive in Val di Susa un fronte insanabile di conflitto significa andare al di là della declinazione delle buone pratiche individuali. Significa porre in questione un modello di sviluppo. Le ricadute ambientali dell’industrializzazione sono state omesse dal dibattito pubblico per un lungo periodo e, quando sono diventate evidenti, a difesa del rapporto di forza che ha prodotto quel modello di sviluppo si sono levate rassicurazioni e ostentazioni di dati scientifici secondo i quali l’impatto ambientale di questo o quell’insediamento produttivo, Grande Opera, inceneritore, sarebbe risibile. Questa produzione di prove assomiglia molto più alle foto false mostrate da Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell’Onu come prova dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq che non a un dibattito scientifico. C’è, infatti, una finalità politica alla base: nel caso americano legittimare un attacco militare, nel caso in esame


scagionare il modello di sviluppo e le classi dominanti da ogni responsabilità relativa alle conseguenze delle proprie scelte. L’ambiente non può più essere una variabile a disposizione della creazione di profitto, che prima lo depreda rifiutandosi di pagarne il prezzo e poi propone soluzioni remunerative per la gestione di quelle conseguenze che essa stessa ha prodotto. Sono esemplari in questa dinamica da un lato l’arroganza con la quale gli Stati Uniti d’America hanno rifiutato la ratifica del Protocollo di Kyoto, e dall’altro la crescita della green economy. Il rifiuto, opposto dalla più grande potenza industriale e seconda maggiore produttrice di elementi inquinanti, a limitare l’emissione di questi ultimi conferma come la questione ambientale sia già terreno di conflitto, innescato e perpetrato da chi trae profitto dal suo sfruttamento con la complicità degli Stati nazionali e non ha per questo alcuna intenzione di fare passi indietro in nome del buon senso. Il fatto poi che il Trattato preveda tolleranza sulle soglie di emissione di sostanze inquinanti da parte dei Paesi in via di sviluppo è testimonianza di come questo modello di sviluppo, fondato sullo sfruttamento e sull’inquinamento del pianeta, sia stato presentato come l’unico modello possibile. L’inquinamento sarebbe cioè una conseguenza inevitabile dello sviluppo: quest’ultimo non potrebbe darsi senza il primo. In ambito locale ci sono stati esperimenti che testimoniano l’esistenza di alternative possibili. Rendere visibili queste alternative e aiutarle a conquistare spazio nel dibattito pubblico significa lavorare a spezzare il moloch ideologico dominante che presenta come inevitabile il degrado ambientale. Il caso della green economy è invece emblematico di come l’accumulazione capitalistica, piuttosto che procedere ad una riconversione di se stessa in una direzione di sostenibilità ambientale, riconverta in un’occasione di business l’urgenza di quest’ultima e le angosce per il futuro dell’umanità che la rendono necessaria. Per questo oggi non è possibile presentare la crisi ambientale come qualcosa di diverso dalla crisi economica che perdura da ormai quattro anni. In primo luogo perché ad aver prodotto insieme la devastazione ambientale e la crisi economica sono la deregolamentazione del mercato e l’affermarsi di

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un modello di governo dell’impresa che rifiuta ogni tipo di responsabilità diversa da quella dovuta agli azionisti. E poi perché, divenendo sempre più pressante la questione sociale, l’ambiente rischia di essere ancora una volta l’agnello da sacrificare sull’altare di una crescita purché sia, che sottovaluta il peso sociale e ambientale delle esternalità che produce e interpreta la crescita del PIL come unico indicatore del benessere. Per questo, occuparsi della questione ambientale non significa, oggi più che mai, occuparsi di una questione residuale, in cui ci si limita a denunciare le conseguenze dell’industrializzazione incontrollata decantando la bellezza e l’armonia della natura. Così i media rappresentano, in maniera caricaturale, i gruppi ambientalisti che danno battaglia su questi temi: retrogradi pregiudizialmente ostili alla modernità. Occuparsi della questione ambientale oggi significa pensare un altro modello di produzione della ricchezza, di convivenza, mobilità e così via, che sia ecocompatibile. Non lasciare ai produttori di rifiuti, sozzure e scorie l’ultima parola su come organizzare le nostre società e le nostre vite per poi criticarne le conseguenze, ma proporre una strada alternativa alla loro. Questa strada non può che essere collettiva, perché non è pensabile che il sistema che ha prodotto l’attuale stato di cose si riformi da sé. Ciò non significa invocare una trasformazione di sistema e guardare alle buone pratiche come a un palliativo, ma lavorare affinché queste ultime non siano lasciate alla buona volontà dei singoli e diventino invece un patrimonio collettivo capace di invertire la rotta. Il consumo critico e la mobilità sostenibile non possono restare confinati nel recinto di battaglie culturali e pedagogiche che ambiscano esclusivamente a fornire ai singoli gli strumenti per capire che è meglio consumare certi prodotti piuttosto che altri, muoversi in bici o utilizzando il trasporto pubblico piuttosto che muoversi in auto. La costituzione di gruppi di acquisto solidale è un esempio di quale direzione queste pratiche debbano e possano prendere per cominciare a diventare azione politica. Allo stesso modo, il tema della mobilità sostenibile sta vivendo negli ultimi anni un’effervescenza dovuta alla nascita di gruppi informali, comitati e associazioni nei piccoli e nei grandi centri urbani che non si limitano a condividere un’esperienza di mobilità,


ma propongono un’idea di urbanizzazione e di organizzazione della mobilità diversa. In entrambi i casi, la dimensione collettiva riesce a trasformare non solo quantitativamente la posta in gioco: si passa cioè dal comportarsi in un modo diverso al pensare una forma di convivenza diversa, dalla solitudine dell’etica all’incontro con la politica. Non si può quindi ritenere la questione dell’organizzazione di soggettività collettive esterna al dibattito sulla questione ambientale, lasciando che questa sia delegata interamente a iniziative spontanee. Riflettere sui successi e i limiti delle esperienze già messe in pratica serve a valorizzare l’enorme patrimonio che sono state capaci di mobilitare, cercando allo stesso tempo di renderle sempre più solide. Discorso simile è quello relativo all’approvvigionamento energetico. Il recente referendum sul nucleare e la schiacciante sconfitta dell’ipotesi di un ritorno a esso non possono che essere un inizio per una battaglia ben più ampia, in cui la crescita dell’approvvigionamento da fonti rinnovabili venga collocata all’interno di un discorso di sistema. Occorre cioè imporre questo tema al centro del dibattito pubblico, facendolo entrare nell’agenda politica con tutto il peso che solo la pressione di una consistente porzione di opinione pubblica consapevole può dare. L’urgenza di allargare l’orizzonte della rivendicazione è ben presente a quei soggetti e quelle comunità impegnate da anni in battaglie e vertenze come quella del Ponte sulle Stretto e della TAV. L’accusa di soffrire della sindrome di Nimby accompagna tali soggetti e tali comunità sin dall’inizio delle loro mobilitazioni, con l’inevitabile corollario che quella sarebbe l’unica strada del progresso e che chiunque si opponga a quelle specifiche Grandi Opere e a quelle specifiche modalità di realizzazione starebbe rifiutando il progresso stesso in nome dell’egoismo territoriale. La capacità che, ad esempio, il movimento No TAV ha avuto negli ultimi anni, di resistere a un enorme dispiegamento di forze militari e ideologiche a sostegno della realizzazione della linea ad alta velocità, risiede proprio nella sua capacità di leggere e descrivere in essa un modello di sviluppo sbagliato, riuscendo così a coinvolgere l’intera comunità nazionale in una vertenza solo apparentemente locale. Senza questa “intelligenza strategica” è facile immaginare che quella battaglia si sarebbe conclusa

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rapidamente con una sconfitta del movimento No TAV della Val di Susa. Questo approccio ci ha spinto a dedicare le nostre attenzioni alla questione ambientale ed al modello di sviluppo dopo aver parlato di Europa, crisi e democrazia nel primo numero di questi Quaderni Corsari. Arrivare alla realizzazione del secondo numero era la riprova, che volevamo dare prima di tutto a noi stessi, di quanto volessimo dar seguito con costanza e impegno al nostro desiderio di prendere la parola nel dibattito pubblico italiano. La curiosità e la partecipazione che abbiamo riscontrato in giro per l’Italia in occasione delle tante presentazioni del primo numero della rivista ci hanno sollecitati ad andare avanti in questa piccola iniziativa editoriale. In questo numero abbiamo, ancora più che nel primo, coinvolto personalità e rappresentanti di organizzazioni impegnate in prima linea sulle tematiche legate alla questione ambientale, insieme a giovani ricercatori ed intellettuali che da anni rivolgono le proprie attenzioni a questi temi. La complessità del dibattito che abbiamo scoperto ogni giorno di più lavorando a questo numero, confrontata con il grande silenzio che lo circonda sui media mainstream e nell’agenda politica, ci ha convinto che stavamo facendo la scelta tematica giusta. Allo stesso tempo abbiamo conquistato la consapevolezza di aver, mai come questa volta, semplicemente dato il nostro piccolo contributo in un dibattito che speriamo conquisti lo spazio che merita.


Giustizia ambientale, sociale ed ecologica Scenari, proposte e sfide per superare la crisi

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di Giuseppe De Marzo, portavoce A Sud - http://asud.net

elle ultime settimane, alcuni eventi hanno raccontato meglio di altri il livello della crisi e il suo intreccio in Italia, in Europa e nel mondo, imponendoci una riflessione più profonda sul momento che stiamo vivendo. Prima ancora di definire il nostro orizzonte, abbiamo infatti la responsabilità di partire dalla situazione reale, analizzando gli scenari possibili. Cambiare la nostra condizione ci impone di fare i conti con quello che c’è, così da capire meglio quello che manca e, soprattutto, quello che vorremmo per il nostro futuro. I fatti in questione sono l’ultimo rapporto dell’OCSE, la crisi di Taranto con la protesta disperata dei lavoratori, il report della Banca Mondiale che conferma l’aumento della temperatura in questo secolo superiore ai 4°C ed i tagli alla sanità in Grecia che hanno portato fuori dal sistema sanitario 1,2

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milioni di cittadini europei. Partiamo dal primo accadimento. Il 27 novembre scorso l’OCSE ha presentato il suo rapporto economico (http://goo.gl/df5Lq) nel quale dipinge un futuro a tinte fosche per il nostro paese. Le previsioni macroeconomiche dell’OCSE prevedono una crescita del debito pubblico e del deficit che rende «necessaria un’ulteriore stretta dei conti pubblici per intraprendere il cammino di riduzione del debito come previsto». Parliamo di un rapporto debito pubblico/PIL stimato al 127% nel 2012, al 129,6% nel 2013 e addirittura al 131,4% nel 2014. L’OCSE sostiene come le misure di austerità del governo Monti abbiano indebolito la domanda interna e i consumi privati siano scesi al tasso minimo mai registrato dalla seconda guerra mondiale. Guerra e crisi per la prima volta pericolosamente sovrapposte, e per di più senza alternative in grado di scartare questa drammatica eventualità. Il debito italiano continua ad aumentare e, se lo spread è diminuito nel corso del 2012, lo si deve alla scelta netta del governo Monti di garantire grandi banche internazionali ed i loro crediti nel nostro paese. Le agenzie di rating, le banche, le grandi corporation e la finanza internazionale hanno avuto la certezza di poter contare su Monti e sui suoi sostenitori per imporre politiche di austerità per le classi medie e popolari, continuando ad esternalizzare sulla società i costi della crisi ed a privatizzare i guadagni. Il secondo avvenimento ineludibile è quello che negli ultimi mesi vede esplodere non solo a Taranto la questione “lavoro contro salute pubblica”. Due temi che ci vengono presentati come non più ricomponibili stanno lacerando il paese tra chi sostiene le ragioni del lavoro e chi quelle della salute pubblica. Ma come siamo arrivati fin qui? Evidentemente 40 anni di politiche industriali ed energetiche sono state sbagliate. La vicenda di Taranto è emblematica di tutta la storia industriale del paese. Non abbiamo una politica industriale ed energetica da oltre vent’anni perché la politica l’ha “generosamente” consegnata a tecnici, manager, rentier, finanzieri, speculatori, come se questi fossero i custodi dell’interesse generale del paese. Lavoratori contro lavoratori, comunità contro lavoratori, governo contro magistratura sono alcuni degli effetti drammatici che scaturiscono dalla vicenda,


che andrebbe letta in termini nazionali e internazionali, non certo locali. La politica è stata purtroppo afona anche su questo aspetto, impaurita e timida con le grandi imprese ed arrogante e vessatoria con i cittadini. Ma soprattutto incapace di prendere decisioni che ai più sembrano ovvie: garantire il diritto al lavoro, la bonifica della città, la riconversione industriale della fabbrica, un processo rapido per i fautori del disastro, la nazionalizzazione della fabbrica e il congelamento dei beni dell’imprenditore che si è arricchito illegalmente ed alle spalle della salute di cittadini e lavoratori. Avviene anche negli Stati Uniti, ma da noi di decisioni giuste e di buon senso che sappiano garantire l’interesse generale non c’è nemmeno l’ombra. Quale prospettiva dunque per il sistema industriale e per il mondo del lavoro? Per il ministro Passera dobbiamo scavare il mare per trovare il petrolio e trasformarci in un hub del gas. Non vi è traccia di qualsiasi altra possibilità che non sia tornare alla saga dei petrolieri, condannata dalla storia e dall’evidente crisi ecologica globale, definita la più grave minaccia per l’umanità proprio dai principali governi del nord del mondo. A questo punto la domanda giusta da porci è: le politiche di sviluppo devono garantire la crescita dell’occupazione e della qualità della vita dei cittadini, oppure esse sono un fine in quanto tale che invece consente di continuare ad espandere l’accumulazione e la concentrazione del modello capitalista? Giustizia e sostenibilità ecologica delle produzioni e dei consumi sono il terreno sui cui a nostro avviso misurare l’efficacia delle politiche di sviluppo. E qui passiamo all’altro avvenimento, l’annuncio shock contenuto nel report della Banca Mondiale sui cambiamenti climatici. Dopo scienziati, movimenti, ONG, adesso persino la Banca Mondiale, tra i protagonisti in negativo delle vicende relative allo stato dell’ambiente, è costretta ad ammettere la tragedia con cui stiamo facendo già i conti, ma che rischia di trasformarsi in una catastrofe nei prossimi anni. È la stessa Banca ad affermare che un aumento di almeno 4°C in questo secolo equivarrebbe a un evento devastante per la razza umana. Ad esempio, sull’Italia la Banca Mondiale ci dice che il clima di gennaio nei prossimi decenni sarà quello di agosto del 1999, se non invertiremo immediatamente la rotta. Una denuncia che equivale a un’ammissione di colpa per tutti questi anni e decenni buttati. La sostenibilità diventa il perno

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di qualsiasi progetto che voglia definirsi efficace e utile per tutti e tutte. Infine, l’ultimo dei tasselli di questo drammatico puzzle: la crisi senza fine dei nostri cugini greci. La troika – FMI, Commissione europea e BCE – ha imposto altri tagli al settore sanitario, con l’effetto di privare del diritto alla salute 1,2 milioni di cittadini greci. Le conseguenze sono devastanti. Centinaia di migliaia di persone costrette a fare file chilometriche per ricevere la carità da ONG internazionali di medici impegnati a somministrare farmaci a quanti non hanno soldi o un contratto per garantirsi la salute. Una selezione classista insopportabile, che separa i meno fortunati dal diritto e dalla democrazia sta offrendo al mondo, dalla culla dell’Europa, immagini che avevamo visto solo nei paesi impoveriti del sud, vittime di guerre e di governi ostaggio del potere delle multinazionali e delle istituzioni finanziarie internazionali come appunto la Banca Mondiale. Immagini che ci apparivano lontanissime sono oggi scene quotidiane del continente nel quale si erano affermati il welfare state ed i diritti sociali. Tutto questo dovrebbe interrogare il sistema nella sua complessità. Questi quattro avvenimenti apparentemente slegati ma in realtà profondamente intrecciati sono la cifra del fallimento del modello liberista e descrivono la crisi della democrazia rappresentativa. Cosa dovremo aspettarci quindi? Continueranno a chiederci sacrifici, in nome delle necessità di bilancio e dei nuovi vincoli imposti al paese. Gli interessi sul debito aumenteranno insieme alla quantità di miliardi necessari per rispettare gli impegni internazionali del fiscal compact. In nome delle compatibilità, continueremo a subire tagli ai nostri diritti, alle spese sociali, a quelle sanitarie. Nessun investimento per la messa a sicurezza del territorio e delle nostre comunità, nessuna difesa dei beni comuni, nessuna miglioria, troppo cara da sostenere, alle scuole e agli ospedali pubblici. Nessun intervento per sostenere il lavoro ed il reddito di cittadinanza, considerate utopie del passato. C’è da aspettarsi allo stesso tempo una stretta securitaria e nuove repressioni per le proteste e le lotte che continuano a moltiplicarsi insieme a ingiustizie e discriminazioni. In Europa la crisi si acuirà, con il rischio, in assenza di strumenti di partecipazione


democratica, di una deriva già segnalata dall’abbandono del diritto al voto di una parte maggioritaria del corpo elettorale. Nel mondo la crisi ambientale continuerà a mietere vittime e a produrre danni economici enormi. La green economy potrebbe essere l’ennesimo cavallo di troia del modello liberista che sta cercando di finanziarizzare la crisi ecologica affidando ai privati la risoluzione del problema, facendo leva sull’impossibilità degli Stati di intervenire in tempi di recessione economica. La situazione fotografa le due grandi emergenze che colpiscono l’Italia, l’Europa e il resto del mondo: la crisi sociale dovuta all’aumento della diseguaglianza e la crisi ecologica dovuta a un modello produttivo insostenibile socialmente e incompatibile con i limiti del pianeta. Si moltiplicano ingiustizie e ricatti economici che misurano il livello di discriminazione presente nelle istituzioni educative, nelle fabbriche, nelle abitazioni, in agricoltura, nel mondo del lavoro. Viviamo vecchie e nuove forme di razzismo che spostano i rischi e i pesi sulle persone più povere, sulle comunità più svantaggiate, su quelle che non possono partecipare alle decisioni, sui lavoratori più deboli. Le discriminazioni che subiamo sono manifestazioni di razzismo istituzionale. Dobbiamo tornare a mettere la giustizia al centro di qualsiasi prospettiva di cambiamento, legandola in maniera indissolubile alla sostenibilità ecologica. Una necessità che ci viene ricordata anche dall’UNDP, l’agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite, che insieme a decine di centri di ricerca e accademie scientifiche ha ampiamente dimostrato il legame tra l’aumento delle diseguaglianze e la distruzione ambientale. Vi è una relazione diretta tra modello di sviluppo, distruzione dell’ambiente e aumento della povertà. L’idea propagandata a piene mani a partire dagli anni ’90 ed evidentemente ancora dominante nel nostro paese, “cresci adesso e preoccupati dopo di poveri ed ambiente” ha prodotto la crisi e conduce l’umanità alla catastrofe. Per superare la crisi dobbiamo mettere al centro delle scelte politiche la necessità di arrivare alla giustizia ambientale, sociale ed ecologica. Questo significa democratizzare lo sviluppo, utilizzandolo per garantire lavoro, difesa dell’ambiente e

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partecipazione democratica alle scelte. Lo strumento per farlo è la riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica. L’ambito è evidentemente il territorio, sul quale i rapporti di forza possono essere ancora sovvertiti se metteremo insieme la necessità di giustizia e l’urgenza della sostenibilità, senza lasciare nessuno indietro. Questo compito così urgente e necessario non può oggi essere svolto da chi ci governa, né da chi rappresenta forme vecchie della politica, incapaci di garantire partecipazione reale attraverso il confronto sulle grandi questioni del nostro tempo. Il cambiamento può arrivare grazie ai movimenti, alla società civile organizzata, alle forze sociali, ai comitati di cittadini, ai lavoratori impegnati a difendere insieme lavoro e comunità, alle reti studentesche. Questa galassia di soggetti ha davanti a sè una sfida storica che non può essere persa, vista la posta in gioco, ma dovrà farlo in forme nuove, tematizzando la politica e non chiudendosi su se stessa. A partire da questi soggetti la politica ha speranze di rigenerarsi, restituendo forza e sostanza alla democrazia.


La crisi ambientale di Francesco Corucci

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n evento segnò la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70: l’uomo varcò i confini dello spazio. Gli astronauti dell’Apollo, immortalando l’immagine del globo terrestre, imposero all’umanità la necessità di ripensare la visione di se stessa e del suo rapporto con la natura. Anche visivamente si iniziò a percepire l’interconnessione del sistema teorizzata dall’ecologia: la Terra è un macrorganismo composto da tanti organismi, e tutte le parti condividono un medesimo destino. Nel 1966 Kenneth Boulding, in un celebre articolo sull’economia come navicella spaziale, riprendeva questo angolo di visuale e sottolineava come fosse ormai giunta a temine l’epoca delle risorse infinite e come per l’economia fosse necessario introdurre il concetto di limite. Si era chiusa l’epopea dell’economia del cowboy, simbolo delle pianure sterminate, del comportamento instancabile, romantico e allo stesso tempo violento che caratterizza le società aperte. Si era invece aperto il tempo dell’economia chiusa, di una nuova

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necessità di gestire, proteggere e rigenerare le risorse necessarie alla vita umana, cercando di basare i sistemi di relazioni umane più sull’apporto di energia derivante dall’esterno del sistema pianeta che sullo sfruttamento delle risorse più facilmente reperibili1. Erano gli inizi degli anni ’60, quando la crescita economica di lunga durata e l’industrializzazione, oltre a produrre numerosi vantaggi, cominciavano a manifestare con evidenza molti dei loro dannosi “effetti collaterali”, effetti che, se non irreparabili, producevano comunque costi elevati. Un esempio era l’inquinamento atmosferico delle grandi metropoli – Londra, Tokyo, New York – nelle quali, in occasione del manifestarsi di particolari condizioni climatiche, si verificavano numerosi decessi. Allo stesso tempo, lo sviluppo tecnologico e scientifico diventava volàno di un forte boom demografico, altro elemento che comportava notevoli problemi sociali ed economici. Furono infatti la forte domanda di risorse energetiche e la marcia verso un mercato globale delle merci a far emergere la crisi energetica degli anni ’70, ponendo un enorme punto interrogativo sulla sostenibilità della domanda di materie prime. Da allora siamo passati da una popolazione di 3,5 miliardi ai 7 miliardi dell’ottobre 2011. La necessità per queste masse di accedere, anche loro, a condizioni di vita migliori ha prodotto una corsa all’industrializzazione dei paesi in via di sviluppo, determinando, nel 2010, il superamento della soglia oltre la quale il consumo delle risorse naturali oltrepassa il tasso con cui la natura le rigenera. È proprio nel 2010 che constatiamo il sempre maggior susseguirsi di un numero impressionante di eventi estremi. Sono questi eventi che ci indicano l’urgenza di una diversa considerazione, di un cambiamento di rotta radicale nel modo in cui usiamo queste risorse: il disastro ecologico causato dal pozzo petrolifero della BP nel Golfo del Messico ha mostrato l’impotenza degli stessi Stati Uniti a impedire il disastro e anche a valutarne le reali conseguenze. Questo è esattamente il dilemma delle risorse comuni: come stabilire e rendere efficaci norme e regole per l’uso di queste risorse, fondate su nuove forme di razionalità, regole 1 K. Boulding, “The economics of the coming Spaceship Earth”, in H. Jarrett (a cura di), Environmental Quality in a Growing Economy, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1966, pp. 3-14.


sociali e di reciprocità?2 A sottolineare il dilemma delle risorse comuni e delle problematiche derivanti da un aumento della popolazione è il biologo Garret Hardin in un famoso articolo, The tragedy of commons. Hardin esalta le difficoltà nella gestione delle risorse naturali di fronte a un atteggiamento egoistico degli individui e a una popolazione che, espandendosi, impedisce nei fatti processi di riciclo chimico e biologico naturali: «il problema dell’inquinamento è quindi una conseguenza della popolazione: non era di grande importanza il modo in cui un solitario americano di frontiera si liberava dei propri scarichi. In una situazione del genere, infatti si dice che “l’acqua corrente si purifica da sé ogni dieci miglia”, […] e quel mito era abbastanza prossimo alla realtà quando […] non c’era troppa gente». Col crescere della densità della popolazione, dice Hardin, diventano, invece, evidenti i problemi su cui l’economia avrebbe dovuto interrogarsi per tener conto dell’interazione  tra sistema economico e ambiente3. Sin dagli anni ’20 gli economisti con Pigou avevano individuato nel concetto di esternalità l’elemento cardine per trattare il degrado ambientale. Fra questi William Kapp che, già nel 1950 con The social cost of private enterprise, mise in evidenza come la competizione costringa le imprese a scaricare all’esterno i propri costi, trasformando i costi privati in costi sociali. L’analisi di Kapp, pur prendendo le mosse dalla teoria dei costi esterni di Pigou4, aveva come obiettivo quello di formulare una nuova analisi economica che non si limitasse al mero strumento del mercato per misurare i risultati d’impresa. I problemi economici che stiamo vivendo non dipendono soltanto dagli altalenanti andamenti delle borse o dalla lentezza della “ripresa”, ma piuttosto dalla mancanza di segnali tangibili di un’inversione di indirizzo nella governance mondiale dell’economia. Il continuo depauperarsi delle risorse naturali, beni e valori 2

“La cura dei beni comuni” (http://goo.gl/0vqaH).

3 G. Hardin, “The tragedy of the commons”, in Science, 162 (13), 1968, pp. 1243-1248.

4 La soluzione proposta da Pigou era di applicare un’imposta, per unità di prodotto, a carico del soggetto produttore di esternalità. L’aliquota ad esso applicata è determinata dall’ammontare di danno marginale misurato in corrispondenza della quantità ottima di bene prodotto considerato il costo di inquinamento socialmente sostenibile.

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che compongono l’inestimabile biodiversità naturale, sociale e culturale del pianeta e l’accentuarsi di una tendenza al consumo senza limiti di queste ultime sono la manifestazione della crisi di cui non riusciamo a vedere la fine.

Il rapporto economia-ambiente Il perché della crisi ecologica è da ricercare nelle differenze di funzionamento fra il sistema ambientale e quello economico. Per prima cosa l’ambiente, in un contesto ecologico, funziona con cicli chiusi, in cui la materia e l’energia circolano dagli organismi produttori (vegetali), ai consumatori (animali) e decompositori, che riciclano le scorie e rendono disponibili gli elementi per la prosecuzione della vita, evitando di degradare la materia e di disperdere energia. Diversamente, l’economia è capace di soddisfare i bisogni umani, di far crescere la ricchezza monetaria solo producendo merci e oggetti mediante cicli aperti, nel corso dei quali le risorse naturali vengono impoverite e le scorie tornano nella biosfera contaminando e inquinando i corpi riceventi – acqua, aria, mare, suolo – peggiorandone irreversibilmente la qualità e danneggiandone il successivo utilizzo5. Per la struttura di questi due sistemi, i tempi con cui un ciclo naturale arriva a termine sono più lunghi di quelli con cui si esaurisce un ciclo produttivo. Quindi, se consideriamo l’inarrestabile corsa alla produttività degli ultimi anni, specie nei Paesi in via di sviluppo, è comprensibile che i due sistemi abbiano intrapreso strade divergenti. Il sistema economico e industriale nel suo complesso dipende da un continuo flusso di energia derivante dalle risorse naturali, che gli permette di crescere e creare ricchezza. Poiché l’energia, attraversando un processo economico, pur non cambiando quantità degrada in qualità, se non si dà alla natura il tempo di rigenerarsi adeguatamente le crisi ambientali sono inevitabili. Del resto, noi uomini non possiamo creare energia e materia, a parte quella dei nostri muscoli, e così, per produrre oggetti, non possiamo far altro che trasformare ciò che ci dà l’ambiente. Per queste ragioni, nel sistema economico il risultato 5

N. Georgescu-Roagen, 1998, Energia e miti economici, Bollati Boringhieri, Torino.


ottenuto dalla trasformazione della risorsa in un prodotto è da considerarsi un aumento di valore in termini assoluti, mentre nel sistema ambientale quel processo restituisce un risultato solo quantitativo, riducendo a causa degli scarti il valore qualitativo della materia. La spiegazione fisica di tale processo è da ricercare nella seconda legge della termodinamica, per cui la materia che entra nel processo economico a bassa entropia ne esce con un livello ad alta entropia. Apprendendo i meccanismi con cui si svolgono i processi economici, si capisce la difficoltà di trovare un equilibrio fra la struttura naturale e quella umana. Tuttavia, un cambiamento di questa condizione d’ineluttabilità sarebbe possibile se accettassimo l’idea per cui i processi economici non devono limitarsi a valorizzare i risultati materiali, ma anche quelli immateriali. Sarebbe più efficace se l’orizzonte del sistema economico tornasse a essere maggiormente allineato al vero motivo per cui l’umanità produce beni e servizi, cioè utilizzare le risorse per abbassare la nostra entropia, soddisfare i bisogni più essenziali e garantirci la sopravvivenza. Credo che una conversione sociale dell’economia avrebbe forti benefici ecologici. Per lo studioso di economia, invece, il punto più importante è che la legge dell’entropia costituisce la radice della scarsità economica. Se non fosse per questa legge, potremmo continuare a riutilizzare l’energia di un pezzo di carbone, trasformandola in calore, il calore in lavoro e il lavoro di nuovo in calore. Le macchine non si logorerebbero mai, non ci sarebbero differenze economiche fra i beni materiali e la terra, non esisterebbe una vera scarsità di materie prime e una popolazione dimensionata al nostro mondo potrebbe vivere per sempre, senza avere veri motivi di conflitto. La teoria economica ha cercato numerose controdeduzioni o soluzioni. Le prime argomentazioni degli economisti tradizionali e dei marxisti riguardano la possibilità che la tecnologia non conosca limiti. Non solo riusciremo sempre a trovare un sostituto per una risorsa diventata scarsa, ma anche ad aumentare la produttività di qualsiasi tipo di energia e di materia prima. Questa deduzione dipende dall’idea che l’uomo, in qualsiasi momento, è in grado di influenzare il progresso e, in secondo luogo, dalla valutazione che

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sono veramente poche le componenti della Terra così specifiche da non poter essere sostituite economicamente6. Questo tipo di obiezioni mosse agli ecologisti sull’utilizzo dell’energia evidenziano un enorme fraintendimento: che il problema in realtà non è tanto il consumo di energia e come la tecnologia ne possa permettere un utilizzo più efficiente, ma la degradazione della materia e gli scarti che derivano da quell’utilizzo. Da questo equivoco nasce l’idea che ecologisti e ambientalisti siano contro lo sviluppo. Invece è vero esattamente il contrario. Se l’establishment economico continua credere che l’obiettivo della politica economica sia soltanto la crescita economica, come del resto appare ovvio se si considera che la maggior parte degli studi economici ruota intorno al dogma di Smith, per il quale soltanto uno stato di progresso potrebbe condurre alla felicità, allora si continuerà a ignorare le caratteristiche particolari delle risorse naturali, proseguendo nel credo che “il mercato la sa sempre più lunga di tutti”. E queste sono alcune delle ragioni per cui al congresso mondiale dell’International Economic Association, a Tokyo nel 1977, non fu ammessa alcuna relazione che si occupasse dei limiti delle risorse naturali, sebbene il congresso si intitolasse La crescita economica e le risorse. La controversia maggiore si sviluppa intorno al principio cardine su cui si basa il funzionamento dell’economia, ovvero il consumo pro capite e il suo indicatore: il PIL. Secondo questo principio, ogni forma di sviluppo della società e dell’umanità è ridotto a sottoinsieme della necessità della crescita. Ma è proprio questo che l’ecologia mette maggiormente in dubbio, insieme al fatto di non considerare che la crescita possa avere un limite superiore. Il PIL, come fa notare ancora Boulding, non è in grado di tenere conto della limitatezza delle risorse naturali, dei danni e costi dell’inquinamento e del degrado ambientale: «Il PIL dovrebbe essere depurato dai costi della produzione di armi e di mantenimento degli eserciti, costi che non hanno niente a che fare con la difesa. Dovrebbe essere depurato anche dai costi del pendolarismo e dell’inquinamento. Quando qualcuno inquina e qualcun altro ripulisce, le spese per la depurazione fanno 6

Ivi, pp. 60-61.


aumentare il PIL, ma il costo dei danni arrecati dall’inquinamento non viene sottratto, il che, ovviamente, è ridicolo»7. Invece, poiché, soprattutto a metà del Novecento, l’enorme crescita non è stata accompagnata da un aumento del tasso di esaurimento delle risorse, ma da un forte sviluppo tecnologico, culturale e sociale, i due concetti sono stati assimilati, e non è stato considerato il fatto che fosse possibile il contrario: che l’economia potesse crescere pur non portando con sé alcuno sviluppo, grazie all’aumento della popolazione e al consumo delle risorse8. È vero che lo sviluppo tecnologico ha migliorato l’utilizzo dei mezzi di produzione e ha condotto a una riduzione nell’utilizzo di materia fino alla metà degli anni ’90, con un notevole risparmio energetico, ma nei primi anni del nuovo millennio lo svilupparsi di nuovi bisogni e la maggior domanda di risorse hanno invertito questo processo e condotto a un lento ri-accoppiamento fra la crescita del prodotto in valore e la crescita dei consumi di materie9. Alla luce di questi eventi, non si può dimostrare che lo sviluppo tecnologico sia uno sviluppo infinito tale da poter ottimizzare l’utilizzo delle materie, e sufficientemente veloce e costante da poter rendere accessibili quei materiali, oggi tecnicamente ed economicamente irraggiungibili, a tal punto da mantenere basso il tasso di esaurimento. Se ciò fosse possibile si avrebbe comunque un aumento dell’inquinamento e un degrado generalizzato dell’ambiente tale da peggiorare inesorabilmente la qualità della vita sulla Terra. Quello che è necessario per la discussione del rapporto fra ambiente e sistema economico riguarda la gestione delle materie e dei beni naturali, come preservarli dal degrado dei processi economici, attraverso un profondo sviluppo culturale ed etico delle istituzioni e della società. Quest’ottica si contrappone attualmente a un mercato fortemente orientato ai consumi e a un sistema economico che non può far a meno della crescita per sopravvivere a se stesso. 7 K. Boulding, “Fun and games with the Gross National Product. The role of misleading indicators in social policy”, in H.W. Helfrich Jr. (a cura di), The Environmental Crisis, Yale University Press, New Haven 1970, pp. 157-160. 8 N. Georgescu-Roegen, Energia e miti economici, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 66. 9 M. Bresso, Per un’economia ecologica, Carocci, Roma 2002, p. 96.

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I problemi che derivano dalla dicotomia fra economia e ambiente e che devono essere analizzati per intraprendere la via di uno sviluppo sostenibile sono: • a livello microeconomico, il tema delle regolamentazione ambientale da un punto di vista di equilibrio parziale, cioè di un singolo mercato: l’internalizzazione dei costi indiretti dovuti all’inquinamento produrrà come effetto una modifica del prezzo e della quantità di equilibrio; • a livello macroeconomico, l’introduzione di norme sull’intera economia produrrà un aumento dei costi intermedi che, a meno di innovazioni che riescano ad abbattere i costi di un intervento ambientale, ridurrà la quota di capitale da destinare ai consumi e dovrà aumentare quella destinata all’innovazione. Un ulteriore elemento riguarda l’esaurimento e l’inquinamento delle risorse energetiche attualmente più utilizzate, che comporta un aumento dei costi di produzione che può essere abbattuto diminuendo il costo unitario dell’energia utilizzata, tenendo conto che ad oggi una fonte di energia abbondante e facilmente utilizzabile non esiste. Infine l’ultimo punto da considerare è il fatto che ci siano risorse, come la terra, l’acqua, le foreste, il cibo, che sono limitate e sottoposte a forti tensioni d’uso e a prescindere da possibili innovazioni tecnologiche rappresentano quegli elementi universali a cui ogni individuo ha diritto ad accedere10.

Per un’economia orientata all’ambiente È difficile sostenere politiche che vadano a sostegno dei problemi enunciati, in un sistema fortemente orientato alle logiche di accumulazione di capitale. In un sistema così concepito, la crescita è funzione del consumo di beni e, sebbene in passato sia riuscita a diffondere livelli elevati di benessere, essa pone due ordini di problema: • al di là di un certo livello di consumi necessari, le 10

Ivi, pp. 89-90.


persone devono essere incentivate a desiderare un ulteriore aumento dei propri consumi, magari attraverso un meccanismo imitativo degli altri. La società diventa, così, una colonna in marcia dentro la quale la posizione di ognuno resta la stessa, lasciando sostanzialmente costante la soddisfazione delle persone; • l’aumento della disponibilità di beni e servizi viene pagata dai consumatori con la perdita di qualità dell’ambiente, e molto spesso alcuni servizi che prima l’ambiente offriva gratuitamente oggi sono sostituiti obbligatoriamente con altri acquistati, determinando una diminuzione del livello di benessere11. La questione dei limiti della crescita e la difficoltà di elaborare politiche macro e microeconomiche adeguate a un nuovo modello di sviluppo vanno affrontate creando una nuova sintonia tra la tutela dell’ambiente e i problemi di carattere sociale. Una riconversione verso forme di stazionarietà delle economie rischia di far perdurare la crisi economica e sociale attualmente in corso. Tuttavia possono essere individuate delle strade percorribili. Per prima cosa, si dovrebbe frenare la spinta verso la crescita mondiale, indirizzando il sovrappiù verso attività non immediatamente produttive: l’obiettivo è quello di valorizzare tutte quelle attività no profit indirizzate al benessere delle comunità, comprese le azioni di risanamento di aree ambientali degradate. In secondo luogo, si potrebbe realizzare una crescita solo “immateriale” del prodotto, cioè ridurre il contenuto in materia e in energia per unità di prodotto, aumentandone il contenuto in informazione o in servizi. Questo non implica l’esistenza di una corrispondenza biunivoca fra dematerializzazione e minor degrado degli ecosistemi. Anzi, in alcuni casi può accadere l’esatto contrario: nel caso dei servizi per le attività turistiche si produce una pressione pericolosa su molte città d’arte e su aree ambientali di pregio. Ciò nonostante, si tratta di un obiettivo di minima per cercare di diminuire la quantità di materia prodotta in termini di rifiuti e di consumo di beni ambientali, anche se è alquanto complesso da perseguire. Infatti, dopo gli anni ’90, quando era avvenuto un disaccoppiamento fra crescita del prodotto e del 11

Ivi, pp. 93-94.

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consumo di materia, i due valori si sono riallineati. Il terzo obiettivo è quello di indirizzare il sovrappiù verso politiche di aiuto al Terzo mondo. Oggi è necessario un intervento sulle linee di sviluppo di questi Paesi, nei quali i livelli medi d’inquinamento per unità di prodotto sono fino a 20 volte superiori rispetto a quelli occidentali per produzioni analoghe. Sperare in riconversioni rapide e tecnologie pulite, sulla base delle loro attuali risorse, è del tutto illusorio. Allo stesso modo è impensabile che il loro comportamento differisca da quello dei Paesi sviluppati, dove la domanda di qualità ambientale si è manifestata una volta raggiunti livelli elevati di reddito pro capite12. Del resto, non è nemmeno possibile imporre a questi Paesi dei vincoli esterni tramite accordi internazionali; e purtroppo la necessità per questi di trovare una via d’uscita dalla fame ha finito per peggiorare sempre di più le condizioni di tanti a favore di pochi, ampliando i processi già avanzati di deforestazione, degrado e sfruttamento delle terre coltivabili. Nel cercare di formulare una soluzione a questa situazione, al vertice sul clima di giugno 2012 a Rio de Janeiro si è stimata la necessità di fornire un livello minimo di aiuti dello 0,7% del reddito dei Paesi ricchi per reindirizzare questi modelli di sviluppo sbagliati. Ciò nonostante, i Paesi occidentali hanno riaffermato che avrebbero comunque dato precedenza alle loro economie in crisi, piuttosto che aiuti necessari a equilibrare i meccanismi distorti delle economie in via di sviluppo. Non destinare questi fondi a quei Paesi vuol dire non creare le condizioni per cui anche le aziende multinazionali siano costrette a rivedere i loro piani industriali in quei luoghi. Limitarsi a immettere fondi nei Paesi già ricchi vuol dire rilanciare le economie attraverso consumi inutili e dannosi per l’ambiente. La ragione principale è che le nostre industrie sono orientate alla produzione di beni voluttuari; riconvertirle verso produzioni di beni d’investimento e beni primari sarebbe più complicato e costoso. L’ipotesi di avviare una politica di aiuti per lo sviluppo sostenibile dei Paesi poveri e in transizione viene periodicamente riproposta, ma incontra poco successo e viene interpretata come un modo di utilizzo di eccedenze congiunturali. Non si può, però, procedere 12

Ivi, p. 97.


in questa direzione se vogliamo preservare i nostri ecosistemi e dare un futuro alla nostra stessa specie, ed è necessario invece frenare questo treno della crescita e creare condizioni di vita accettabili per l’intera popolazione mondiale13. Bisogna che i governi si assumano la responsabilità storica dei processi in atto e si adoperino per raggiungere determinati obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale delle attività umane. Per questo è necessario provare a costruire un’idea di interesse globale attraverso l’azione locale dei cittadini e delle comunità, le quali devono avere più spazio per incidere nei processi decisionali. In fondo, ogni grande azienda finisce per insediarsi sempre in un territorio. Ma non basta: al fine di determinare un cambiamento sostanziale nell’utilizzo delle risorse naturali è essenziale tener conto degli effetti secondari delle attività umane, positivi e negativi, che interagiscono con il sistema ambientale. Il concepire la produzione e la riproduzione come processi che si verificano in sistemi chiusi e in qualche misura in grado di autoregolarsi sta, appunto, alla base della crisi ambientale attuale. L’efficienza economica valutata secondo i criteri del profitto netto privato e dei costi d’impresa non può fornire risposte adeguate sugli obiettivi e le politiche desiderabili. Un criterio di valutazione del risultato economico non può essere ottenuto partendo dalla realizzabilità tecnica, né tanto meno dall’efficienza economica, ma deve essere realizzato valutando svantaggi e vantaggi ecologici, sociali ed economici che ne derivano per l’intero sistema. La produzione e il consumo danno luogo a processi complessi, le cui conseguenze negative per l’ambiente fisico e sociale hanno inevitabilmente un impatto sulla distribuzione del benessere. Gli economisti classici potevano sostenere la tesi per cui il sistema economico era semichiuso poiché ai tempi aria e acqua erano in un certo senso beni liberi, quindi c’era la convinzione che in sistemi di concorrenza i comportamenti razionali potessero generare solo effetti sociali positivi14. Oggi, con il costante aumento della popolazione e un sistema Ivi, p. 98. W. Kapp, “Processo Economico e ambiente naturale” in Economia e ambiente. Saggi scelti, Otium, Ancona 1991, p. 9. 13 14

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economico globalizzato costruito come opportunità di conseguire profitto e produrre ricchezza attraverso gli scambi di mercato e con i costi d’inquinamento ampiamente trascurati, si è prodotta una perdita di benessere e una redistribuzione secondaria del reddito reale a sfavore dei soggetti economicamente più deboli della società e delle generazioni future. È per questo che le relazioni tra sistemi produttivi e ambientali non possono limitarsi a una valutazione di costi-benefici in termini di valori di scambio o di mercato, che finiscono per sollevare soltanto problemi di casualità circolare e cumulativa, ma devono prevedere valutazioni d’impatto ambientale dei flussi fisici da un punto di vista sociale e politico, e trasformare l’impatto fisico in scambi politicamente comprensibili e rilevanti15. Partendo dal quadro economico attuale, questi obiettivi si presentano di difficile realizzazione, tuttavia è necessario analizzare più a fondo i sistemi ambientali e le risorse naturali, fattori delle produzioni umane, per imprimere sia un cambio culturale per il funzionamento dell’economia di mercato, sia un’estensione dell’assetto giuridico per la completa salvaguardia di tali fattori. Si evidenziano, infatti, sempre molti problemi per gestire le incompatibilità fra produzione e ambiente, alla luce di un diritto troppo legato a logiche antropocentriche e di un sistema politico poco avvezzo a impedire alle aziende di esternalizzare i costi sociali e ambientali.

15 Ivi,

p. 12.


Per una conversione ecologica Intervista a Guido Viale di Giuseppe Montalbano

Guido Viale è economista e saggista impegnato nei movimenti a difesa dell’ambiente e di un modello di sviluppo eco-sostenibile. Collaboratore di Repubblica, Il Manifesto e di numerose riviste, nel suo ultimo libro, La conversione ecologica (NdAPress, 2011), affronta le questioni legate a una ripensamento della produzione, dei consumi e degli stili di vita necessari ad un’economia ecocompatibile. Su questi temi lo abbiamo intervistato. Come definisce l’idea e il programma di una “conversione ecologica”? Un insieme di riforme per ridurre l’impatto inquinante dell’attuale sistema di produzione e consumo delle società contemporanee o un più ambizioso progetto di ripensamento dei modelli economici dominanti? La conversione ecologica, come la concepisco io, sulle tracce di

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Alex Langer che aveva introdotto questo termine nel linguaggio politico, è un cambiamento radicale sia del mondo della produzione – che riguarda il che cosa, il come, il con che cosa, il per chi e il dove produrre – sia dei nostri atteggiamenti soggettivi, del nostro stile di vita e del nostro modello di consumo, in direzione di una vita più sobria, di consumi meno aggressivi nei confronti dell’ambiente e del nostro prossimo, di una maggiore giustizia sia ambientale, sia sociale. Una questione da sempre scomoda per le sinistre in Europa e nel mondo è quella della frizione, se non aperta contraddizione, tra un modello di sviluppo che metta in primo piano il lavoro e la crescita a spese dell’ambiente, e la rivendicazione dei temi dell’ecologia come patrimonio per le forze progressiste. Lavoro, crescita e ambiente sono termini che prima o poi entrano in contraddizione? Non esiste in linea di principio nessuna contraddizione tra lavoro e ambiente: più il lavoro è qualificato e libero, in quanto mobilita le potenzialità dei lavoratori e la loro creatività, più esso produce un ambiente sostenibile. La vera contraddizione è tra crescita e ambiente: una crescita illimitata della produzione come quella a cui ci richiamano continuamente le autorità di governo di tutti o quasi i paesi del mondo non è solo impossibile, ma è anche devastante per l’ambiente il solo fatto di perseguirla. E la sua conseguenza più immediata è una crescente compressione delle condizioni di lavoro, che insieme all’ambiente deteriorano progressivamente anche il lavoro, cioè i lavoratori. In che rapporto si pongono le teorie della decrescita, da Latouche in poi, con il programma di una conversione ecologica? Ne sono in qualche modo una premessa, un effetto, o possono esserne slegate? Conversione ecologica e decrescita, così com’è intesa da Latouche, sono la stessa cosa; solo che il termine decrescita è infelice perché, agli occhi della maggioranza, sembra alludere a un progressivo impoverimento invece che, come auspica Latouche, a un’abbondanza frugale. Il termine conversione ecologica non incorre in questo equivoco e anzi risulta immediatamente riferito a quello che è il cuore del problema: la necessaria riconversione dell’apparato produttivo per indirizzarlo verso attività sostenibili dal punto di vista ambientale e di mercato, nonché compatibili


con la salvaguardia e l’espansione dei livelli occupazionali, nel senso di lavorare meno e lavorare tutti. La cosiddetta “green economy” è legata all’idea di una conversione ecologica o si tratta di due modelli in conflitto tra loro? Non mi sono mai formalizzato eccessivamente sui termini ma, così come viene divulgata dai media che hanno il monopolio dell’informazione, la green economy è di fatto l’esatto opposto della conversione ecologica: è il progetto di spingere avanti il programma della crescita infinita spostando il cuore degli investimenti dai settori maturi che non hanno più grandi prospettive, come tutti quelli legati al consumo di idrocarburi, a quelli che sono esenti da questi vincoli, come le fonti rinnovabili, l’agro-business e soprattutto la loro finanziarizzazione. Da anni movimenti e studiosi propongono modelli di sviluppo alternativo ed ecocompatibile. Ma quali sono a suo avviso le condizioni materiali, sociali e politiche per avviare un simile processo? In Europa sono in qualche modo presenti o al momento non c’è traccia di queste premesse? Le condizioni di una sostanziale conversione ecologica degli apparati produttivi stanno in una partecipazione diretta della popolazione, attraverso le proprie associazioni e i propri governi locali, alla progettazione, alla realizzazione e alla gestione delle nuove produzioni, in un processo di sostanziale democratizzazione dell’apparato produttivo, cioè delle imprese. La finanziarizzazione dell’economia allontana sempre più politica ed economia da quest’obiettivo, mentre lo sviluppo tumultuoso di una serie di movimenti e di iniziative dal basso cominciano in molti campi a prefigurarlo. Di qui il distacco sempre più forte tra cittadinanza attiva e mondo politico. Anche se in Europa dovessimo riuscire ad avviare questo processo di ripensamento dello sviluppo economico, ci troviamo in un contesto globale in cui le nuove potenze emergenti, quali la Cina, il Brasile e l’India in primo luogo, crescono a tassi elevati proprio in virtù del massiccio sfruttamento di risorse ambientali, con danni incalcolabili per l’intero ecosistema. L’idea di una conversione ecologica non rischia di essere semplicemente inattuabile o di

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arrivare quando già sarà troppo tardi? Certamente il rischio c’è ed è mortale per il pianeta Terra e per tutta l’umanità. Ma ormai, nel mondo globalizzato, tutto è interconnesso e i progressi dell’autonomia e dell’iniziativa popolare in una sua parte non possono non avere conseguenze sempre più significative su tutto quello che succede nel resto del mondo. Per questo il modo migliore, e per ora forse l’unico, per promuovere un cambiamento a livello globale è quello di perseguirlo e di realizzarlo a livello locale. Molte comunità, soprattutto in America Latina, ma anche in Africa e in Asia, sono più avanti di noi su questa strada; ma molto di quello che succede nei paesi dell’Occidente maturo non va sottovalutato. C’è un pullulare di iniziative civiche che i mass media non registrano, ma che sono alla base di un salto culturale che sta investendo soprattutto le nuove generazioni. La conversione ecologica richiede appunto anche una radicale conversione degli stili di vita personali e comunitari: una vera e propria etica alternativa. Quali i principi di una simile riforma dei comportamenti e delle abitudini sociali? Sulla sobrietà degli stili di vita ho già detto. In termini generali si può dire che il paradigma di questa conversione, vista dal punto di vista personale e soggettivo, è il passaggio da un modello di consumo fondato sugli acquisti individuali, potendo scegliere solo tra quello che il mercato già offre al livello di spesa che ciascuno può permettersi, a uno stile di vita fondato sugli acquisti condivisi, in cui ciascuno continua a perseguire i propri interessi e i propri gusti, ma gli acquisti vengono discussi, decisi e realizzati insieme, in modo da condizionare anche l’offerta, cioè il modo in cui i beni acquistati vengono prodotti. Un gruppo di acquisto solidale di prodotti alimentari ecocompatibili è l’esempio più calzante di questo modo di agire. In che modo coinvolgere la cittadinanza in questi processi? La cittadinanza si coinvolge in questi processi man mano che diventa attiva, cioè che decide di influire e di portare un contributo di conoscenza e d’iniziativa nelle cose che fa in tutto l’arco della sua giornata, dal lavoro alla spesa, dallo sport alla cultura, dal divertimento alla cura dei figli, degli anziani e dei disabili. Questo


coinvolgimento non può avvenire che in forme associate. Le battaglie per i beni comuni possono essere insieme le lotte per una conversione ecologica? La conversione ecologica non è nient’altro che la partecipazione attiva all’organizzazione e alla gestione dei beni e dei servizi che concorrono al nostro benessere quotidiano, che diventano beni comuni proprio in quanto sono oggetto di una gestione condivisa.

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Quattro declinazioni per la questione ambientale di Andrea Ragona

Contrariamente a quanto avviene in molti Paesi europei, in Italia l’ambiente non è ancora diventato un tema degno di occupare un ruolo che non sia marginale nelle taumaturgiche agende che le forze politiche si sforzano di stilare. Sempre più spesso infatti – diversamente da quanto dovrebbe accadere – nel dibattito politico nazionale la questione ambientale trova spazio in situazioni di tipo emergenziale, come alluvioni ed esondazioni, oppure quando sale alla ribalta il famigerato contrasto tra ambiente e lavoro. Accade infatti troppe volte che l’opinione pubblica venga messa di fronte alla scelta tra un ambiente inquinato e la possibilità di creare, o mantenere, posti di lavoro. Chi osa smarcarsi da questa impostazione, sostenendo che non si può sottomettere il diritto alla salute al diritto al lavoro, è visto come un ingenuo, incapace di leggere la realtà o, nel peggiore dei casi, come un pericoloso estremista da isolare.


Quello che con una sintetica e non esaustiva etichetta si potrebbe definire come il pensiero dominante – quantomeno in Italia – vede la pratica di tutelare la salute dei cittadini come qualcosa da mettere in secondo piano, pena l’impossibilità di pagare il pane per sfamare la bocca di tutti. Ovviamente, chi scrive non è di questa opinione. Crediamo invece che la creazione di un modello di sviluppo diverso, che tuteli da una parte il diritto al lavoro e dall’altra il diritto alla salute non possa che passare proprio per la tutela ambientale e, di conseguenza, abbia come fondamento la tutela della salute dei cittadini. D’altronde, la creazione di un modello altro non è ormai propugnata solo da ambientalisti. Ad esempio, su un tema come il consumo di suolo, puntare sulle ristrutturazioni e fermare le nuove colate di cemento è l’ottica nella quale si sono recentemente espressi, almeno in regioni come il Veneto, persino soggetti come Confindustria e l’associazione dei costruttori edili ANCE1. La politica nel frattempo, sempre più sola, prosegue per la sua strada: basti pensare che negli ultimi tre anni in Parlamento sono stati ben 17 i tentativi di condono edilizio. Una delle questioni cardine che questo nuovo modello di sviluppo dovrà risolvere sarà appunto quella del conflitto tra ambiente e lavoro, due elementi che non potranno più essere visti come in contraddizione tra loro ma, piuttosto, come complementari. Questo sia perché la tutela dell’ambiente può essere foriera di nuovi posti di lavoro sia, soprattutto, perché inquinare significa mettere a repentaglio la salute di tutti. D’altra parte, che il diritto alla salute sia parte fondamentale della tutela ambientale non è certo un’invenzione di chi scrive: la connessione è stata, ad esempio, messa in luce da uno dei maggiori pensatori italiani del dopoguerra, Norberto Bobbio. Nel suo noto testo L’età dei diritti2, il filosofo torinese spiega infatti come nell’epoca presente – dopo i diritti religiosi, sorti all’epoca delle guerre di religione, e i diritti sociali, nati in seguito alle lotte operaie a cavallo fra ’800 e ’900 – si stiano profilando i cosiddetti diritti di terza generazione, tra cui il più importante è 1 Si vedano in merito le recenti prese di posizione di Confindustria Veneto e Ance Veneto sul problema del consumo di suolo in questa regione. 2 N. Bobbio, L’età dei diritti (1990), Einaudi, Torino 1997.

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proprio il diritto a vivere in un ambiente non inquinato. Seguire la complessa e sterminata riflessione di Bobbio sul tema dei diritti ci porterebbe lontani. Quello che interessa qui è porre l’attenzione su un dato che pare imprescindibile: diritto al lavoro e diritto a vivere in un ambiente non inquinato sono due diritti e in quanto tali non possono autoescludersi. Perché i diritti o si garantiscono, tutti, o semplicemente non sono. Il senso di questo breve contributo vuole dunque essere tutto qui. Senza poter affrontare – per motivi di spazio – in maniera profonda la questione dei diritti ambientali, qui interessa partire dal contrasto tra ambiente e occupazione per capire perché è questo un conflitto che non ha ragion d’essere. Perché non è possibile tutelare uno a discapito dell’altro, pena il sacrificio di entrambi. Si è detto che nel nostro Paese la questione ambientale emerge nel rapporto conflittuale con il lavoro. Ma in realtà ci sono altri momenti in cui si sente parlare di ambiente, ovvero quando si parla di reperimento delle risorse. Qui vale quanto detto poco fa per il diritto a vivere in un ambiente non inquinato. Se intendiamo il reperimento delle risorse come accesso alle risorse in senso lato (energetiche, alimentari...) anche questo deve diventare ed essere garantito come un diritto per tutti i cittadini. Sia detto attraversando in una frase secoli di storia: cosa sono, se non un modo per garantirsi le risorse per la sopravvivenza, le lotte per il diritto al lavoro che riempiono i nostri manuali di storia?3 Se vogliamo, quindi, la questione ambientale sta tutta qua: nel diritto delle persone di vivere in un ambiente non inquinato e nel diritto di accedere alle risorse. Il filo conduttore del nuovo modello politico-economico che vogliamo delineare dovrà dunque essere questo: fatto salvo il diritto al lavoro, le azioni politiche dovrebbero essere intraprese tenendo conto di due fattori come l’inquinamento e lo sperpero di risorse. Il nostro obiettivo – quello che si vuole far emergere sommariamente da questo breve articolo – è che questi paletti vengano ben piantati 3 Del

resto, le lotte di ieri e di oggi hanno molto in comune. I pendolari che rivendicano trasporti più efficienti e veloci chiedono di riavere del tempo per se stessi, proprio come coloro che si battevano per la riduzione delle ore giornaliere di lavoro. E la lotta per avere trasporti meno cari non è che una battaglia per riconquistare del reddito.


per delimitare il campo di azione dei decisori. Se non siamo capaci di porre dei limiti, il ricatto “o il lavoro, o l’ambiente” sarà sempre pronto a riapparire dietro l’angolo. C’è poi un’ulteriore questione che, seppur non strettamente connessa alle prime due, è comunque correlata alla questione ambientale: la questione estetica. Al pari di inquinamento e spreco di risorse, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove sono “custoditi” la maggior parte dei patrimoni Unesco, e dove un ricco sottobosco di piccoli beni culturali è abbandonato a se stesso, la difesa dei nostri beni artistici deve in qualche modo ergersi a una sorta di diritto alla tutela. Sono questi i confini entro cui vogliamo delimitare la questione ambientale. Metterla al centro della riflessione politica significa non trovarsi impreparati quando ci verrà proposto per l’ennesima volta di scegliere se tutelare l’ambiente o preservare posti di lavoro. Viviamo infatti in un’epoca di conclamati cambiamenti climatici e di un inquinamento straziante e largamente diffuso in svariate parti del nostro Paese. Affrontare la questione ambientale diventa quindi una questione sociale oltre che politica. Ma farlo declinandola attraverso quanto detto sopra può a nostro avviso essere qualcosa che va oltre la tutela del nostro pianeta e della nostra salute. Può e deve essere un modo per intaccare un sistema economico che in nome del profitto tenderebbe a sfruttare risorse e forza lavoro fino al loro esaurimento. Abbiamo fin qui evidenziato tre aspetti della questione ambientale: il diritto alla salute, l’accesso alle risorse e la questione estetica. Resta però da esplorare un’ulteriore questione: il diritto di accesso alle risorse. Abbiamo detto che questo è un diritto che va garantito, ma fino a che punto l’uomo può accedervi senza pregiudicarne l’approvvigionamento? È una domanda che si può riformulare in maniera molto più generale: fino a che limite l’uomo può spingersi nella modificazione dell’ambiente che lo circonda? La faccenda è oltremodo complessa e servirebbe più di qualche articolo per rispondere, considerando anche che si tratta di un argomento che si può affrontare da svariate angolazioni, e in primis dal punto di vista economico ed etico. Ciò che a noi piacerebbe mettere in evidenza è quello che si

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potrebbe definire come il rapporto tra ambiente e natura. Partiamo da una possibile definizione: con natura intendiamo la totalità dell’esistente, mentre con ambiente intendiamo l’ambito della natura in cui agisce l’uomo. La natura di per sé non è né buona, né cattiva, ma è mutevole, ovvero non è mai uguale a se stessa. La Terra, milioni di anni fa, non era il pianeta che conosciamo oggi. La natura muta e sopravvive ai cambiamenti che genera. Non è in quest’ottica, dunque, che si può affrontare il problema dei cambiamenti climatici. Tale problema, infatti, rientra in quella che noi vorremo chiamare questione ambientale. Tralasciando, come si diceva prima, riflessioni di tipo etico, è un dato di fatto che l’uomo intervenga sulla natura modificandola, e creando appunto l’ambiente. È quindi opportuno capire fino a che punto l’uomo possa muoversi nell’ambiente, spingendosi a modificare la natura, senza provocare alterazioni dannose per l’umanità. Questo non vuole essere un modo per riaffermare una sorta di antropocentrismo, tutt’altro. I presupposti da cui parte questa visione sono opposti, ovvero che, qualsiasi tipo di intervento l’uomo osi attuare nei confronti della natura, questa troverà un modo per adattarsi e difendersi dal cambiamento. A pagarne le conseguenze saranno invece le popolazioni più povere che, in situazioni di alto inquinamento o di difficoltà di accesso alle risorse, non avranno le stesse opportunità che vengono offerte alle popolazioni più ricche. Lo stesso discorso vale per le differenze economiche all’interno di uno stesso Paese. Ecco quindi che i limiti cui accennavamo sopra, ovvero il diritto di accesso alle risorse e di vivere in un ambiente non inquinato, si fanno mezzi per il raggiungimento di una maggiore equità sociale. E quindi le energie rinnovabili, i trasporti più efficienti, una riduzione dei rifiuti non riciclabili diventano orizzonti da raggiungere non solo per la difesa della tutela del nostro pianeta, ma anche per far vivere meglio coloro che, sul nostro pianeta, ci vivono. Tutti.

Bibliografia Una breve e non esaustiva bibliografia dei temi trattati: N. Bobbio, L’età dei diritti (1990), Einaudi, Torino 1997.


N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace (1979) Il Mulino, Bologna 1997. N. Bobbio, Il futuro della democrazia (1984), Einaudi, Torino 1995. G. Cordini, “Ambiente e salute nel pensiero giuridico di Costantino Mortati”, in Rassegna amministrativa della sanità, 2002. P. Corvo, La prospettiva della decrescita serena, in Ambiente e società, Carocci, Roma 2011. P. degli Espinosa, “La cittadinanza globale-locale alle soglie del 2000”, in Id. (a cura di), La società ecologica, Franco Angeli, Milano 2000. J.-P. Fitoussi, È. Laurent, La nuova ecologia politica, Feltrinelli, Milano 2008 (ed. or. Seuil, Parigi 2008). J. Habermas, La costellazione postnazionale (1999), Feltrinelli, Milano 2002. S. Latouche, La scommessa della decrescita (2006), Feltrinelli, Milano 2010. G. Marrone, Addio alla natura, Einaudi, Torino 2011. G. Peces-Barba, Teoria dei diritti fondamentali, Giuffrè editore, Milano 1993 (ed. or., Eudema, Madrid 1991). O. di Simplicio, “L’uomo e l’ambiente naturale, una frattura etica”, in E. Tiezzi (a cura di), Ecologia e..., Gius. Laterza & figli, Bari 1995.

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In prima persona La responsabilità dei cittadini verso le generazioni future Dialogo con Salvatore Settis

L

di Rocco Albanese e Marie Labate

eggere al chiuso della propria stanza l’ultima pubblicazione di Salvatore Settis, Azione popolare – cittadini per il bene comune, non è sufficiente. Questo libro, infatti, per i messaggi che trasmette, dovrebbe essere presentato e discusso nelle piazze e negli spazi pubblici italiani. Il saggio pubblicato da Einaudi il 6 novembre 2012 rappresenta un’ulteriore testimonianza dell’impegno civile di Settis, collocata in un percorso già avviato da precedenti testi come Italia S.p.A. – L’assalto al patrimonio culturale (2002) e Paesaggio Costituzione cemento. La lotta per l’ambiente contro il degrado civile (2010). Lo studioso calabrese ha portato avanti, con interventi sempre più intensificati negli ultimi due anni, su testate come Repubblica e Il Sole 24 Ore, una critica severa a politiche bipartisan, che in nome


di un’idea del tutto distorta di “sviluppo”, sviliscono territorio, cultura e ambiente, considerandoli come merci da privatizzare per fare cassa. Sembra quasi superfluo presentare una personalità così autorevole: tra i più importanti intellettuali italiani nel mondo, Settis è professore emerito di Archeologia greca e romana, direttore emerito della Scuola Normale di Pisa, membro di molte Accademie in Europa e in America. Per i suoi eclettici percorsi di studio, ha ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza dalle Università di Padova e Roma Tor Vergata. Nel 2008 ha rassegnato le dimissioni dalla carica di presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali dopo gli scontri con l’allora ministro Bondi. Le riflessioni contenute nel libro si riferiscono a temi molto complessi, ma un elemento centrale per l’analisi del testo consiste proprio nel modo in cui tali riflessioni sono affrontate. Con un linguaggio accessibile, Settis sa arrivare a più tipi di lettore, mettendo a fuoco la crisi economica e della democrazia da molti punti di vista. Viene denunciata la resa della politica – che Settis, riprendendo Corrado Alvaro, chiama «inaderenza» – di fronte al ricatto delle esigenze dei Mercati: nuove divinità che ammettendo una sola strada possibile (There is no alternative) considerano superflua la democrazia e minano le fondamenta del programma costituzionale (diritti, giustizia sociale, uguaglianza, legalità). Peccato che queste stesse divinità rappresentino ciò che sta all’origine della crisi. Peccato, poi, che proprio le “terapie” del pensiero unico – austerità, tagli ai servizi sociali, aggressione e sfruttamento dell’ambiente – non facciano altro che alimentare la crisi, come ormai riconosciuto dalla stragrande maggioranza degli economisti. Settis è consapevole, nel citare i lavori di Karl Polányi, che quando la sfera economica cancella ogni possibilità di dialettica democratica, siamo ad un passo dalla deriva fascista. Da questa coscienza nasce, forse, la necessità di richiamarsi in modo costante alla Costituzione, vista quale «rivoluzione promessa» (Calamandrei) ma anche come l’eredità di un patto altissimo tra culture diverse, che è nostro dovere tradurre in realtà. La Costituzione, peraltro, serve all’autore per intervenire nel

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dibattito sui beni comuni. Da un lato, si mette in guardia dal rischio che un uso inflazionato faccia perdere senso all’espressione beni comuni. Dall’altro, a partire da un’analisi delle differenti definizioni sino ad oggi offerte, si denuncia (ed è bene precisare che non tutti gli studiosi sono d’accordo) come apparente la distinzione tra: a) il bene comune al singolare (in senso valoriale), già presente nella nostra Costituzione sotto altre espressioni come «interesse della collettività», «utilità sociale e generale», «pubblico interesse», «funzione sociale della proprietà»; b) i beni comuni al plurale (in senso tangibile), che sono al centro del dibattito teorico e delle lotte dei movimenti in quanto essenziali alla promozione del bene comune “al singolare”. La ricca riflessione contenuta in Azione popolare è animata da un filo rosso, rappresentato dalla necessità di creare, grazie alla Costituzione e a una visione ecologica (e quindi complessa) del mondo, un ponte ideale tra passato e futuro. Simile collegamento è individuabile nel forte appello, lanciato a chi legge, ad assumere la propria responsabilità di cittadini «in prima persona» verso le generazioni future. In questo senso Settis, riprendendo Nietzsche, fonda nel testo un’etica «della lontananza», chiedendo che al centro delle agende politiche e dell’impegno sociale siano posti chi ci è lontano nel tempo, chi ci è lontano nello spazio e chi lo è per stile di vita, diritti sociali, lavoro e salute. Questa tesi è tra le più interessanti del libro, perché dimostra quanto sia necessaria un’etica dei diritti, e allo stesso tempo svela con «buon senso» una grande verità dimenticata, e cioè che i diritti sono di tutti oppure non sono. Ecco perché la lontananza nel tempo è più importante delle altre, aggregandole e includendole. Il pianeta e l’ambiente hanno diritto di conservare le eredità ecologiche del passato e a rigenerarsi nel futuro. Allo stesso modo, le istanze delle generazioni future sono legate al clima ed alla biodiversità: ma non si può dimenticare che in un contesto ecologico sano, cui la futura umanità ha diritto, deve essere ricompreso anche il passato, vale a dire il patrimonio culturale con le sue diversità. La presenza di così tanti spunti di riflessione ci ha spinto a voler


dialogare direttamente con Salvatore Settis di alcuni passaggi salienti del suo lavoro, partendo in particolare dal rapporto, oggi così problematico, tra economia ed ecologia.

Economia-ecologia Sono due concetti alla base della Sua riflessione e che Lei pone in un rapporto antitetico. Nel libro si parla espressamente di un’incompatibilità tra la «lungimiranza bifronte» di una visione ecologica e il neoliberismo come modello economico e di pensiero unico. Perché questa opposizione è così radicata e profonda? Mercificando ogni cosa, anche il patrimonio culturale, e sottomettendo alle pretese leggi universali del mercato le arti e la scuola, la salute e il destino degli esseri umani (il lavoro), le ideologie e le pratiche neoliberistiche hanno uno sguardo corto, anzi cortissimo. Rinunciano al tempo stesso ad alimentare la memoria del passato e a costruire il progetto di un futuro “lungo”. In questa cinica “presentificazione”, che pochi guadagnino molto oggi conta assai di più della prospettiva che tutti guadagnino moltissimo domani. Riflettere sull’assoluta necessità di una «lungimiranza bifronte» può, anzi deve, creare i necessari anticorpi contro questo disperato e disperante presentismo.

Biocapitale «Il sistema dei mercati contraddice se stesso: prezza tutto, ma non assegna un costo alle risorse naturali, non le incorpora tra i fattori della produzione. […] Dà un prezzo alla forza lavoro, ma non assegna un valore alla cultura e ai diritti di chi lavora, e perciò non elenca tra le perdite i tagli alla ricerca, alla scuola, alla musica, ai musei (la cultura non si mangia)». In questo passaggio nodale viene messa in risalto la miopia del sistema dei mercati che considera le risorse ambientali e culturali «a costo zero», distruggendo quello che viene definito come «biocapitale». Di cosa si tratta? Nell’idea di biocapitale qual è il rapporto tra il lavoro, i saperi e i beni comuni? Nei conti economici, di cui spesso (anche nelle agende del nostro “governo tecnico”) si predica la limpida razionalità, manca

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costantemente una riflessione sul consumo delle risorse naturali, che vengono intese come un deposito inerte e infinito, quando sappiamo benissimo che non è così. Se misuriamo l’impronta ecologica, cioè il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità di rigenerarle, vediamo che già nel 2007 l’impronta ecologica era pari a 1,5 volte il pianeta Terra. Stiamo, cioè, consumando annualmente il 150% delle risorse che la Terra può rigenerare. Per continuare così, avremmo bisogno di una Terra e mezza, anzi di più perché la popolazione cresce di continuo e le risorse diminuiscono. Ma di Terra ne abbiamo una sola, questo è il problema. Chi fa i conti economici senza includere questo dato non è affatto razionale. Sta truccando le carte. Lo stesso vale per il lavoro. Chi (vedi il caso Ilva a Taranto) dice che pur di lavorare bisogna passar sopra il diritto alla salute degli operai non è solo un assassino, è anche stupido come economista: perché non calcola il danno economico che le malattie e la morte precoce degli uomini e delle donne infliggono alla società nel suo insieme, debilitando e distruggendo forza-lavoro.

Costituzione e stato ambientale di diritto Uno dei motivi fondamentali del libro è il richiamo forte alla Costituzione, una «rivoluzione promessa» (Calamandrei) che oggi più che mai è sotto assedio (per esempio attraverso l’introduzione all’art. 81 della regola del pareggio di bilancio obbligatorio). A partire dall’art. 9 – «la Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» – la Costituzione è considerata un manifesto per la costruzione dello «Stato ambientale di diritto». Come definire questa nozione? Studiando questi temi negli ultimi anni, mi ha enormemente colpito la perfetta convergenza fra tre cose in apparenza assai diverse: 1) lo sviluppo, su scala mondiale, dei movimenti ecologici (che è una sana reazione alla follia che sta dando fondo alle risorse del pianeta); 2) l’evoluzione del pensiero giuridico, che ha creato la nozione di «Stato ambientale di diritto» (dovuta a un giurista tedesco), nonché varie Costituzioni, specialmente in


America Latina, che includono norme fortemente protettive dell’ambiente; 3) la Costituzione italiana del 1948. Nei due anni intensi in cui l’Assemblea Costituente scrisse la Costituzione (194647), i temi dell’ambientalismo non erano ancora sulla scena, eppure, quando la Corte Costituzionale dovette pronunciarsi su di essi (soprattutto a partire dagli anni Ottanta), poté dimostrare in modo impeccabile che la nozione di tutela dell’ambiente come principio costituzionale primario e assoluto è di fatto contenuta nella nostra Costituzione, per la convergenza e combinazione moltiplicativa fra l’art. 9 (tutela del paesaggio) e l’art. 32 (diritto alla salute). In tal modo, la nozione di tutela di cui la Costituzione italiana è portatrice si rivela tra le più avanzate del mondo; e ancora una volta si mostra la vitalità e la lungimiranza della nostra Carta fondamentale.

Debito pubblico e privatizzazione Walter Benjamin ha visto nel Mercato «l’inaudito caso di un culto che non conosce redenzione ma genera la colpa, anzi la rende universale martellandola nelle coscienze». In questo senso, il futuro dell’Italia e di buona parte dell’Europa sembra oggi ipotecato dalla grande questione del debito pubblico, che permette addirittura di dare un prezzo alle Dolomiti (866.294 euro!) o alla Valle dei Templi. Come si sta trasformando il debito pubblico in una «strategia di saccheggio» del nostro patrimonio ambientale e culturale? Quali sono gli effetti di tale processo? Basti ricordare quel che sta accadendo oggi sotto la scure del cosiddetto patto di stabilità, che il governo Monti vuol spacciare per una misura tecnica e indispensabile. Si è imposto ai Comuni di documentare per il 2012 introiti del tutto impossibili, data la drastica riduzione, negli ultimi anni, dei contributi statali e di altre entrate (per esempio, a Venezia, quelli della Legge Speciale). Unico modo per uscirne, svendere pezzi di territorio, azioni, imprese comunali o a partecipazione comunale. L’esito non è la riduzione del debito pubblico, bensì la privatizzazione dei beni pubblici. Nel mio libro ho analizzato questi meccanismi, ma quando l’ho scritto

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non sospettavo che il governo Monti avrebbe così puntualmente confermato questa tendenza perversa con una norma così iniqua, approvata in articulo mortis.

Azione popolare Bisogna riconoscere, alla fine di questo dialogo e citando Einstein, che «nessun problema si può risolvere se si resta dentro la mentalità che lo ha creato». Alla luce di questo, il titolo del suo libro diventa un appello alla resistenza, a diventare «protagonisti, non consumatori né clienti». La strada per rispondere alla crisi delle organizzazioni classiche (partito, sindacato, governo) va ricercata in nuove forme di partecipazione democratiche di cittadini e associazioni. Quali esperienze possono fare da esempio? Che tipo di strumento è l’azione popolare? Ho usato la formula «azione popolare» non per generico richiamo a un populismo sgangherato (oggi peraltro di moda), ma al contrario come puntuale riferimento storico-giuridico all’actio popularis del diritto romano, rimessa in onore in alcune recenti Costituzioni, per esempio in Brasile, proprio con riferimento ai temi ambientali. Actio popularis è il diritto del cittadino (singolo o associato ad altri) di agire in nome dell’interesse comune anche contro i governi (nazionali o locali). Nel libro ho cercato di spiegare come, declinata al presente entro una lettura della Costituzione, questa modalità di interpretazione della realtà politica circostante possa tradursi non in un nuovo partito politico (con la proliferazione di microformazioni, non abbiamo proprio bisogno di inventarne di nuove), bensì in una forte pressione sulle forze politiche per un ritorno ai valori della Costituzione, infinitamente più avanzati non solo della cosiddetta agenda Monti ma anche dei programmi, flebili e balbettanti, della cosiddetta sinistra italiana. Azione popolare dovrebbe essere, insomma, una sorta di «Agenda popolare per attuare la Costituzione». Riusciremo a farla emergere? Dovrebbe toccare in primis alle nuove generazioni, che troppo spesso, ahimè, sono invece prigioniere degli stessi tatticismi di cui la gerontocrazia che ci governa si è macchiata per decenni. Ma oggi occorrono strategie di lungo periodo, mentre le tattiche miopi impediscono persino di vedere quel che accade, di


leggerlo correttamente; e dunque di immaginare rimedi.

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Ripensare la sostenibilità sociale e ambientale

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di Ludovica Ioppolo

uale modello di sviluppo proporre come alternativa “generale” alla crisi economica, sociale e politica? Perché sia un modello realmente sostenibile, al centro devono esserci necessariamente la tutela dell’ambiente e dei diritti delle persone e una reale valorizzazione delle risorse del territorio. La crisi ambientale, economica e sociale che il pianeta Terra sta vivendo ci impone la necessità di pensare e mettere in campo una nuova idea di sviluppo, alternativa ai modelli capitalista e neoliberista fondati sullo sfruttamento e il consumo delle risorse naturali “finite” a disposizione del genere umano. Questa consapevolezza è in realtà diffusa e rivendicata ormai da decenni dal movimento ambientalista, e tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio è diventata il tema principale dello


straordinario movimento dei movimenti nato a Seattle e poi cresciuto con le contestazioni ai G8 e G20 e con l’esperienza dei Social Forum. Quel movimento era definito anche altermondista poiché aveva fatto dell’alternativa l’obiettivo utopico ma concretamente raggiungibile della propria analisi e della propria azione: «un altro mondo è possibile e necessario» era lo slogan più diffuso. Lo stesso concetto di sviluppo sostenibile (http://goo.gl/ZK0GQ) non è recente, né tantomeno di esclusivo appannaggio dei movimenti. Compare per la prima volta in un documento ufficiale nel rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo nel 1987 e viene definito in termini di conservazione delle risorse per le generazioni future: «l’umanità ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro». Viene quindi sancito un principio di responsabilità a garanzia di una piena «equità generazionale». Oggi sappiamo che quei buoni propositi sono stati completamente disattesi e ci troviamo nella difficile situazione di sentire il futuro schiacciato sul presente: ovvero, l’urgenza della sostenibilità non è ispirata da una tensione verso le future generazioni, ma più im-mediatamente verso noi stessi, verso il nostro presente diventato ormai insostenibile nella contingenza.

Innovare le conoscenze, cambiare i consumi, rivoluzionare l’economia e la politica Negli ultimi anni, a livello internazionale si è avviato un dibattito scientifico interessante che si interroga su un aspetto specifico del problema che stiamo qui affrontando: come misurare il benessere di una società? Fino a qualche anno fa si dava per scontato che il benessere fosse corrispondente alla ricchezza economica e che quindi una società fosse tanto più avanzata quanto più elevato fosse il proprio PIL, il Prodotto Interno Lordo, ovvero la quantità di beni prodotti all’interno di un paese. Con il tempo oltre al PIL sono stati presi in considerazione anche altri indicatori di sviluppo umano, come il livello d’istruzione o lo stato di salute della popolazione. Nel 2009 un contributo fondamentale a questo dibattito è stato dato dalla Commissione

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sulla misura della performance dell’economia e del progresso sociale (http://goo.gl/yM3u1), composta da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi, su proposta di Nicolas Sarkozy, allora presidente della Repubblica francese. In Italia, già dal 2003 Sbilanciamoci presenta ogni anno il Rapporto QUARS (http://goo. gl/CsShG), in cui viene proposto un Indice di Qualità Regionale dello Sviluppo costruito a partire da sette diverse dimensioni del benessere: ambiente, economia e lavoro, diritti e cittadinanza, salute, istruzione e cultura, pari opportunità, partecipazione. A livello istituzionale, l’Istat e il CNEL hanno avviato nel 2011 il progetto BES (http://www.misuredelbenessere.it/), finalizzato a sviluppare misure multidimensionali del «progresso della società italiana», concettualizzato in termini di benessere equo e sostenibile. In questo sforzo di definizione complessa dei concetti di benessere e progresso, la dimensione economica è solo una delle tante considerate e viene misurata non nei termini puramente quantitativi di PIL, ma anche tenendo conto di indici di disuguaglianza e di indicatori soggettivi di difficoltà economica della famiglie. Inoltre, si dà rilevanza alle altre dimensioni: ambiente, salute, istruzione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, politica e istituzioni, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi. Misurare il benessere è un’attività di ricerca e conoscenza che dovrebbe essere finalizzata a guidare le politiche pubbliche a livello nazionale e internazionale. Purtroppo, mentre la crisi impone di fatto l’urgenza del cambiamento a fasce sempre più ampie della popolazione e nonostante questi interessantissimi contributi sembrerebbero indicare altre strade per lo sviluppo e la crescita, i governi nazionali e mondiali ripropongono come unico sistema possibile quello che ci ha portato al disastro sociale e ambientale. L’altermondismo sembra distante anni luce dal pensiero dominante e dai contenuti e le pratiche della politica “ufficiale”. Se tutto questo è vero, è altrettanto evidente che a livello micro possiamo cogliere segnali importanti di cambiamento negli stili di vita delle persone, sicuramente dovuti a spinte diverse ma, in questo caso, convergenti: da un lato, l’impoverimento delle famiglie e la necessità di contenere molte voci di spesa; dall’altro, la diffusione


di un’attenzione sempre maggiore alle questioni ambientali e alla qualità dei prodotti che si acquistano. Se fino a dieci anni fa la raccolta differenziata era un’abitudine di nicchia, oggi è diventata una strategia condivisa e perseguita sia a livello istituzionale che individuale. Si diffondono l’agricoltura biologica e le fonti di energia alternativa anche nelle singole case, si fa attenzione agli sprechi, si assiste ad un ritorno al riciclo e allo scambio di usato. Anche nel turismo sono sempre di più le proposte di percorsi alternativi in cui il piacere dello svago e della vacanza si lega alla responsabilità sociale di scoprire persone e mondi diversi da quelli propagandati dalle pubblicità. Un esempio particolarmente paradigmatico – potremmo definirlo propriamente postmoderno – è rappresentato dalla diffusione degli swap party: occasioni d’incontro in cui le persone, prevalentemente donne, si scambiano abiti usati, secondo lo slogan «be cool, be green, be glam» (http://www.clothingswap. com/). Valori espressivi, come la moda e l’edonismo, convivono con e contribuiscono a rafforzare valori sociali come l’ambientalismo e la solidarietà. Occorre mettere a sistema questi spunti provenienti, da un lato, dal dibattito scientifico sulla misurazione del benessere e, dall’altro, dalle trasformazioni dal basso degli stili di vita. La sfida è ripensare l’economia, per restituire alla politica il ruolo di governo della cosa pubblica oggi espropriato dai mercati e ai cittadini il “potere” di trasformare il mondo che ci circonda.

Liberare le idee per immaginare il futuro e costruire il presente La sfida che ci troviamo di fronte è, quindi, quella di ri-definire il concetto di progresso in termini di sostenibilità ambientale ed equità sociale. Un nuovo modello di sviluppo realmente sostenibile deve necessariamente essere in grado di tenere insieme la tutela per l’ambiente e il territorio e la garanzia dei diritti delle persone. Occorre innanzitutto identificare un metodo, un approccio alternativo al modello dominante individualista e competitivo fondato sull’accumulazione e la concentrazione di capitali e risorse. Personalmente, ritengo che questa “alternatività” potrebbe essere pensata, e quindi agìta dal basso, a partire da

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alcuni principi cardine.

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Dalla tutela dell’ambiente alla valorizzazione del territorio Negli ultimi anni siamo stati in qualche modo costretti dagli attacchi costanti operati dal paradigma neoliberista egemonico a concepire i diritti delle persone e dei territori sempre secondo una logica difensiva: così, la tutela dell’ambiente è diventata un onere da sostenere a scapito delle libertà – o dei piaceri – di consumo. Dobbiamo invece imparare a ribaltare questo modo di pensare e iniziare a parlare di valorizzazione del territorio: il nostro ecosistema non va salvaguardato solo perché è giusto, perché dobbiamo rispettare il protocollo di Kyoto o per senso di colpa nei confronti delle generazioni a venire. Va salvaguardato perché è patrimonio di tutti e quindi ci appartiene, ne siamo parte; perché vogliamo vivere nella bellezza e non nello scempio; perché farsi una doccia calda grazie all’energia del sole o del vento dà più soddisfazione che non bruciando carbone o petrolio. I nostri territori rappresentano una ricchezza enorme che non solo il nostro paese non è stato capace di “mettere a valore”, ma che è stata addirittura vituperata, consumata, deteriorata: basti pensare ai beni artistici e architettonici che cadono letteralmente a pezzi, al dissesto idrogeologico dovuto a deforestazioni e cementificazioni o ancora all’abusivismo diventato stile diffuso di edilizia, oltre che occasione di arricchimento per le organizzazioni criminali, dal Sud al Nord d’Italia. Occorre quindi rigettare un’estetica del consumo che tutto erode, ma senza cadere nel rigore dell’austerità che la crisi sta imponendo come un mantra nelle nostre vite. Rilanciamo invece l’etica della bellezza come principio guida dei comportamenti individuali così come delle politiche pubbliche per la piena valorizzazione del nostro patrimonio ambientale e sociale.

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Dalla legalità formale alla sostanza della giustizia sociale Nel nostro paese criminalità organizzata, corruzione, evasione fiscale e lavoro irregolare rappresentano una zavorra pesantissima sull’economia: abbiamo fallito il tentativo di sanare il divario Nord-Sud e ormai l’illusione di zone franche ad alto livello di senso civico è stata completamente smentita dai riscontri sulle


infiltrazioni delle organizzazioni mafiose nell’economia del Centro e Nord Italia. Il paradosso dei paradossi risiede in un sistema normativo iper-regolativo (http://goo.gl/vaDZz), in cui troppe regole sono rispettate da troppe poche persone: la nostra cultura giuridica è eccessivamente incentrata sugli aspetti formali piuttosto che su quelli sostanziali del diritto. Anche in questo ambito, serve un ribaltamento radicale di prospettiva per mettere al centro la legge come strumento di garanzia dell’uguaglianza e della libertà di tutti i cittadini e tutte le cittadine. Occorre investire sui percorsi di economia sociale “liberata” dalle logiche criminali, a partire dalle buone pratiche delle cooperative che lavorano sui beni confiscati alla criminalità organizzata e dei circuiti di consumo critico a sostegno dei commercianti che rifiutano di pagare il racket. Forse è questo il momento in cui il riscatto di tutto il paese può e deve partire da un Sud stanco di aspettare una salvezza “importata” e pronto a sperimentare strade alternative per la crescita e lo sviluppo.

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Dall’innovazione delle competenze all’immaginazione creativa Merito ed eccellenza sono diventate ormai parole d’ordine agitate in forma propagandistica per creare l’illusione di una strategia di ricambio generazionale e innovazione tecnologica. La verità è sotto gli occhi di tutti ed è che, da un lato, il nostro paese non ha nessuna capacità di valorizzare competenze e specializzazioni e, dall’altro, la via d’uscita dalla crisi proposta dagli organismi internazionali consiste in un gioco al ribasso in cui si creeranno differenze sempre più accentuate tra pochi centri di potere economico e politico e un ceto medio-basso depauperato e sotto-impiegato. L’innovazione però richiede una comunità scientifica (http:// goo.gl/7jKyB) forte e ampia in grado di trasmettere conoscenze e saperi e, al tempo stesso, dare spazio a energie e idee nuove che attraverso rotture e discontinuità consentano il progresso delle scienze. Sarebbe necessaria, quindi, un’inversione di tendenza nel processo di disinvestimento in atto su scuola, università e enti di ricerca. Al tempo stesso, servirebbero politiche pubbliche a sostegno, da un lato, dei giovani ricercatori dentro e fuori le istituzioni accademiche e, dall’altro, delle

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esperienze imprenditoriali altamente innovative (nei differenti ambiti scientifici e tecnologici, ma anche sociali e umanistici), per consentire così la circolazione delle idee e creare le basi per un’immaginazione creativa fondamentale per il progresso economico e sociale.

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Dalla competizione individualistica alla cooperazione solidale La cooperazione rappresenta, prima di tutto, un metodo di lavoro che – diversamente dalla logica competitiva – consente di condividere, valorizzare e moltiplicare le idee e le conoscenze nuove. Al tempo stesso, il modello cooperativo è anche un modello economico di distribuzione e condivisione della produzione, in cui i principi economici e quelli sociali devono necessariamente essere tenuti in uguale considerazione. Un esempio positivo di solidarietà e mutualismo è l’esperienza del coworking (http://goo.gl/upv9Y): spazi comuni di lavoro per freelance e lavoratori autonomi che decidono di condividere non solo un luogo fisico, ma anche le proprie competenze in una logica mutualistica di scambio e reciprocità. Una politica economica di rilancio del paese dovrebbe essere in grado di sostenere le iniziative imprenditoriali dal basso, soprattutto dei giovani ma non solo, che si propongano di creare nuova ricchezza attraverso innovazione di processo capace di puntare sulla qualità dei prodotti e sul valore aggiunto della sostenibilità ambientale e dell’equità sociale. Su tutto questo e molto altro, abbiamo iniziato a confrontarci nel gruppo di lavoro su innovazione e nuova occupazione (http://goo. gl/be9bH) in occasione della prima assemblea nazionale della campagna Io voglio restare (http://goo.gl/pj1v4) il 10 novembre scorso a Firenze. Il lavoro è appena iniziato: continueremo a pensare e costruire l’alternativa (http://goo.gl/lc7cb) con l’ambizione di «cambiare il paese per non dover cambiare paese».


Le continue ripartenze del Ponte sullo Stretto

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di Luigi Sturniolo

a storia del progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto è fatta di frenate e ripartenze. La società concessionaria per la progettazione e costruzione dell’infrastruttura (Stretto di Messina Spa) ha una vita già trentennale, preceduta da quasi vent’anni di attività del Gruppo Ponte Messina Spa. Sono già passati oltre dieci anni da quando Berlusconi tracciò, nel corso di una famosa puntata di Porta a Porta, le linee delle infrastrutture di trasporto che avrebbero solcato lo stivale, indicandone il manufatto d’attraversamento come l’opera simbolo. Dello stesso anno è la Legge obiettivo, quadro normativo di tutto il piano delle Grandi Opere. D’altronde, nel 2006, la vittoria di Prodi aveva dato un brusco stop all’iter collocando il Ponte tra le opere non prioritarie, e lo scorso anno, in seguito all’uscita dello Stretto di Messina dai corridoi di trasporto europei, si era giunti a un chiaro definanziamento. Così il governo Monti, il governo tecnico,

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sembrava essere tecnicamente in grado di porre la parola fine ad un progetto inutile dal punto di vista trasportistico e non redditizio dal punto di vista economico. Sembrava che fosse finito il triste stillicidio di date annuncianti la posa della prima pietra e il taglio del nastro. E invece così non è stato. La scelta del governo di sospendere per due anni la decisione sul futuro dell’infrastruttura, nell’attesa di verificarne la fattibilità tecnica e la sostenibilità finanziaria (lasciando intendere, peraltro, di volere concedere appalti per opere “a terra” per il raggruppamento d’imprese guidato da Impregilo), riapre nuovamente la partita, dando ragione a chi, nel movimento No Ponte, ha sempre sostenuto che il vero obiettivo è l’iter, non necessariamente la costruzione del manufatto d’acciaio e cemento.

Le penali come obiettivo La scelta del governo di posticipare la decisione sul futuro del Ponte segue evidenti tentennamenti che avevano caratterizzato l’ultimo periodo. In un primo momento sembrava che l’orientamento fosse riconoscere 300 milioni di penale, poi derubricate a rimborsi per le spese sostenute per la progettazione, accresciute del 10%. Guido Signorino, docente di Economia applicata presso l’Università di Messina e da anni impegnato nel movimento No Ponte, ha, in un suo recente intervento, chiarito che secondo il contratto stipulato tra Stretto di Messina Spa ed Eurolink (general contractor per la progettazione e costruzione del Ponte sullo Stretto) non esiste, allo stato attuale, alcun «titolo giuridico perfezionato» che dia diritto a penali, che scatterebbero solo nel caso in cui, una volta avviati i cantieri, venisse decisa dal governo o dalla società concessionaria l’interruzione dei lavori. La pretesa delle penali si baserebbe, invece, su un accordo riservato del 2009 tra Ciucci (amministratore delegato della Stretto di Messina Spa) ed Eurolink. Tale accordo non sarebbe, però, valido in quanto, continua Signorino, «a) la rinegoziazione dei contratti risultanti da pubblica gara di appalto è esclusa da copiosa giurisprudenza e da un’apposita circolare della Presidenza del Consiglio (n. 12727 del 12.11.2001) che recepisce l’orientamento in merito dell’UE; b) lo stesso contratto era parte integrante del bando di gara ed


era stato ‘incondizionatamente accettato’ da tutte le imprese partecipanti alla gara, ‘a pena di esclusione’... In essa l’AD di SdM Spa assicurava che la penale sarebbe scattata solo dopo l’apertura dei cantieri, garantendo in sostanza che l’eventuale decisione politica di sospendere le procedure non avrebbe creato alcun diritto da parte del general contractor, salvo (naturalmente) il riconoscimento del lavoro svolto»1. Ed è stato lo stesso Ciucci, nei giorni scorsi, a dichiarare che, alla luce del decreto legge del 2 novembre, non si parla di penali, ma di rimborsi spese per le prestazioni progettuali e che queste assommano a circa 80 milioni di euro, l’80% già pagate dalla Società. L’ammontare del 10% dovrebbe, quindi, essere di circa 8 milioni di euro2.

Le grandi opere devono essere inutili Insomma, come nel gioco dell’oca, sembra di essere tornati alla casella di partenza. A dover valutare, ancora, per il sì o il no al ponte. Saremmo portati a considerare scandaloso il fatto che dopo aver speso centinaia di milioni di euro (oltre 500 secondo uno studio di Domenico Marino, docente di Politica Economica presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e autore di parecchie pubblicazioni sulla questione del Ponte sullo Stretto3) in studi, convegni e modellini di plastica, si chieda ancora del tempo per verificare la fattibilità dell’opera e la sua bancabilità. Sembrerebbe assurdo pensarlo se considerassimo i vantaggi economici ricavati dai personaggi che reggono il moccolo all’iter da tanti anni (già un documento ufficiale inviato nell’ottobre 2007 da un gruppo di parlamentari, tra cui Paolo Brutti e Anna Donati, al presidente del Consiglio Romano Prodi indicava in 700 mila euro annuo il compenso per Ciucci). Eppure le grandi opere sono proprio questo, sono l’eterna riproposizione dell’uguale. «Le grandi opere sono per definizione inutili» 4, sostiene Ivan 1 G.

Signorino, “Ponte, le penali non sono dovute in nessun caso”, terrelibere.org, 3 novembre 2012, http://goo.gl/gzR6g. 2 Ciucci: “Nei prossimi mesi via alle opere propedeutiche anche in caso di non realizzazione del ponte”, «tempostretto», 7 novembre, 2012 http://goo.gl/6aK7x. 3 D. Marino, L’insostenibile leggerezza del Ponte, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010. 4 I. Cicconi, “La truffa del Project Financing”, beppegrillo.it, http://youtu.be/s6aJZqqJsvg.

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Cicconi, uno dei maggiori esperti di appalti pubblici in Italia e già consulente di Nerio Nesi, ministro dei Lavori Pubblici tra il 2000 e il 2001. Vivono e si riproducono, cioè, nella dilazione dei tempi, nell’aumento del costo, in una lunga e continua ripartenza. Ciò che potrebbe apparire come un difetto di funzionamento è la loro natura costitutiva. Esse corrispondono, peraltro, a una forma dell’impresa caratterizzata dall’intrattenere una relazione di carattere predatorio nei confronti del territorio, una forma dell’impresa che «non ha rapporto col passato, né con il futuro, ma vive esclusivamente sul presente»5, insiste Ivan Cicconi, una forma dell’impresa che trova nel modello del general contractor il vestito più appropriato. Secondo questo modello, pochissimi grandi contractor in Italia catturano la gran parte degli appalti relativi alle infrastrutture, cedendo, poi, i lavori in subappalto. Il modus operandi di queste imprese è risultato evidente nei lavori di trivellazione finalizzati alla redazione del progetto definitivo e svoltisi in riva allo Stretto. In quell’occasione, solo 15 dei 125 lavoratori impegnati erano alle dirette dipendenze di Eurolink (il consorzio d’imprese guidato da Impregilo) e tutti vennero licenziati subito dopo la chiusura dei cantieri, durati poco più di un mese. Va rilevato, peraltro, che solo cinque lavoratori erano messinesi, a dimostrazione del fatto che questo tipo d’imprese non intrattiene alcun rapporto di convivialità con il territorio su cui svolge i propri interventi. E sono le stesse imprese locali a lamentare i guasti provocati dagli appalti dati a general contractor. Un recente documento dell’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) siciliana, in occasione dello sblocco dei fondi europei per la realizzazione dell’autostrada Gela-Caltanissetta, lo definisce come un sistema di affidamento che, scavalcando le regole e i controlli delle gare d’appalto con procedura aperta, nei fatti si traduce nella morte delle imprese locali che sono essenzialmente mediopiccole. Infatti, sempre secondo l’ANCE-Sicilia, i general contractor uccidono le imprese locali prima praticando tariffe da fame e poi non pagandole. In questo modo l’intera ricchezza viene trasferita fuori dalla Sicilia6.

5 Ibid.

L. Sturniolo, “Il General Contractor uccide il territorio”, terrelibere.org, 26 aprile 2012, http://goo.gl/bRPPc.

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L’inganno del project financing Il sistema delle Grandi Opere è stato attuato utilizzando lo schema del project financing, un’architettura finanziaria che avrebbe dovuto imporre alle imprese appaltatrici la condivisione del rischio, mantenendo il contributo pubblico entro il 50% del costo complessivo dell’opera e vincolando la realizzazione della stessa alla sua sostenibilità economica. In realtà, il project financing si è rivelato uno strumento per nascondere operazioni che sono in realtà fattori di incremento del debito pubblico, come spiega bene Ivan Cicconi. «Le bugie che, con il project financing, raccontano gli amministratori pubblici e i boiardi nominati nelle società controllate o partecipate hanno consentito in poco meno di dieci anni di impegnare non meno di 150 miliardi di euro fuori bilancio, attraverso prestiti, accesi dai promotori cosiddetti privati, quasi sempre garantiti dal committente pubblico. Prestiti che sono sostanzialmente debito pubblico differito nel tempo, debiti pubblici ‘a babbo morto’, nascosti nella contabilità di società di diritto privato»7. La tesi secondo la quale i Comuni hanno spesso scelto il project financing per aggirare il patto di stabilità e non iscrivere i debiti a bilancio è sostenuta anche da Tommaso Dal Bosco (Anci), secondo cui «questo genera mostri, ma tornare indietro non si può»8. La crisi del debito pubblico ha imposto, però, un mutamento nei meccanismi di finanziamento delle Grandi Opere. Questi si sono indirizzati verso una maggiore finanziarizzazione9, la sperimentazione di nuovi strumenti (project bond)10 e un’accentuazione delle condizioni di favore nei confronti delle imprese che catturano gli appalti per le grandi infrastrutture. Si tratta di un progetto lanciato in Italia nell’estate I. Cicconi, Il libro nero dell’Alta velocità, Koinè, Roma 2011, p. 13, http://goo.gl/ yyNVn. 8 “Contratti confusi, ora il rischio è che diventino debito pubblico”, Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio, 12 novembre 2012, p. 11. 9 “Le infrastrutture in Italia. Dotazione, programmazione, realizzazione”, intervento di Franco Bassanini, presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Astrid, all’Università Bocconi di Milano, 23 gennaio 2012. 10 “Project Bond e finanziamento delle infrastrutture. Innovazione e mercato per sostenere gli investimenti in grandi opere”, convegno organizzato da Dipartimento di Finanza e Centrobanca presso l’Università Bocconi, Milano 14 giugno 2012, http://youtu.be/YnD3SpZRKDk. 7

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del 2011 attraverso la presentazione del rapporto Le infrastrutture strategiche di trasporto11 redatto dalle fondazioni Astrid (diretta da Franco Bassanini), Italiadecide (di Luciano Violante) e Res Publica (di Eugenio Bellone), sotto la direzione scientifica di Giulio Tremonti, e che ha già fatto parecchi passi in avanti, prima con il governo Berlusconi e poi con Monti, con l’obiettivo di attrarre nuovi finanziatori (fondi sovrani, fondi pensione, assicurazioni vita, Cassa Depositi e Prestiti). È evidente il rischio (o la volontà?), al tempo della crisi finanziaria, di determinare nuovi processi speculativi aventi, come collaterale, le infrastrutture.12

Chiudere la partita Da anni, ormai, il Movimento contro il Ponte sullo Stretto si è liberato da un atteggiamento meramente reattivo, conservativo. Se, in una prima fase delle mobilitazioni, la difesa del paesaggio e i timori per le devastazioni cui il territorio sarebbe andato incontro sono stati la molla che lo ha fatto mettere in cammino, non è stato necessario molto tempo perché la sua lotta venisse contestualizzata, perché ne emergessero le motivazioni politiche, economiche, sociali, culturali. È stato così che la cura dei luoghi e il loro essere la trama sulla quale pensare al futuro del territorio sono diventati ragione e pratiche militanti. Alla politica delle Grandi Opere, che nello scorso decennio ha fatto il paio con la politica delle emergenze e dei grandi eventi, il movimento ha risposto proponendo un piano per le infrastrutture di prossimità. Potenziamento dell’infrastrutturazione stradale e ferroviaria, implementazione del trasporto pubblico, modernizzazione della flotta che garantisce la continuità territoriale, messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio, investimenti nell’edilizia scolastica, bonifica dei territori, facilità di connessione, gratuità e sviluppo delle reti telematiche: questa è stata la piattaforma che il movimento ha portato nelle piazze13. Una proposta 11 Astrid, Res Publica, Italiadecide, Le infrastrutture strategiche di trasporto. Problemi, proposte, soluzioni, 23 marzo 2011, http://goo.gl/MK5ip. 12 L. Sturniolo, “Project Bond. Le infrastrutture sono montagne di carte”, terrelibere. org, 7 giugno 2012, http://goo.gl/76n2Y. 13 Rete No Ponte - Comunità dello Stretto, “No Ponte: le alternative sono le infrastrutture di prossimità”, terrelibere.org, 30 aprile 2011, http://goo.gl/5P3aW.


evidentemente ragionevole, che guarda al futuro, che punta sull’arricchimento del territorio e sulla sua vivibilità. Una proposta che, altrettanto evidentemente, non corrisponde al modello d’impresa di riferimento delle élite politiche ed economiche del paese. Al di là delle valutazioni tecniche disciplinari sui sì e i no relativi alle grandi infrastrutture, la vera posta in gioco è questa. È questo il motivo per cui il territorio è divenuto il luogo delle lotte. Perché da una parte è stato inteso come territorio di conquista da cui estrarre profitti senza alcuna connessione con la vocazione dei luoghi e la vita degli abitanti, mentre dall’altra si è cominciato a costruire l’idea di uno spazio comune, un luogo comune nel quale «si addensano esperienze umane che stabiliscono rapporti di convivenza con le altre espressioni del vivente»14, un luogo non perimetrato, non identitario, nel quale si sperimentano saperi e vocazioni locali, forme di autogoverno, nel quale possa esprimersi la ricchezza sociale che la nostra terra produce, una ricchezza sociale identificabile nelle decine di migliaia di giovani che ogni anno se ne vanno e che continueranno a farlo se non verrà offerta loro la possibilità di spendere a casa loro le loro competenze. «Cogliere le vocazioni del territorio, cartografarne le opportunità, può servire a progettare una città (un territorio) dell’accoglienza sostenibile, una città (un territorio) dell’immateriale, una città (un territorio) della cultura, dello sport, della convivialità pensando innanzitutto agli oppressi e ai poveri di questa città del sud in mezzo a tempi disperati e senza la speranza di poter influenzare quanto li circonda»15. Sarà, appunto, dalla cura dei luoghi che potrà, allora, venire un’opportunità per il futuro. Bisogna, allora, liberarsi del Ponte e dell’iter del Ponte che grava come un’ipoteca sul futuro del nostro territorio. Bisogna chiudere la partita: 1. cancellare il contratto con Impregilo; 2. chiudere la Stretto di Messina Spa; 3. non riconoscere alcuna penale e alcun debito (semmai dovremmo essere noi ad essere risarciti per le risorse che ci sono state sottratte e per il tempo che ci è stato rubato). Alle imposizioni dall’esterno e alla verticalizzazione delle scelte bisognerà che vengano sostituiti i progetti condivisi e la democrazia dal basso. 14 L.

Sturniolo, I “luoghi comuni”, terrelibere.org, 26 novembre 2011, http://goo.gl/ g7QyP. 15 D. David, L. Sturniolo, Manifesto per l’alternativa comune, http://goo.gl/Vw94y.

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Il buen vivir valsusino

N

di Andrea Aimar e Chiara Sasso

on fosse per quelle bandiere, a un certo punto ti dimenticheresti che si sta parlando solo di un treno. Serendipità: c’è una parola per provare a riassumere quello che accade quando in Val di Susa cerchi di capire cosa è il movimento No TAV. Sei alla ricerca di ragioni, storia e storie, episodi, conflitti, persone. Vuoi capire tutto su quel treno e su quel no, ti ritrovi invece a scoprire, e a voler raccontare, con una velocità “altra”, tutto un mondo di cui il TAV, in fondo, non è che l’inizio. È il 14 dicembre del 1991 quando a Condove, uno dei paesi della Valle, cittadini, esperti e amministratori locali fondano nel cinema comunale il Comitato Habitat. Per molti comincia lì la storia “ufficiale” del movimento, anche se Condove è già tappa di un percorso cominciato un paio d’anni prima: per gli stessi fondatori di Habitat l’anticipazione è avvenuta a Trento il 13 ottobre 1989.


L’occasione è un seminario promosso dal parlamentare europeo Alexander Langer a cui prendono parte anche alcuni valsusini. Da quell’incontro nascerà il Movimento Sos Transit per studiare i flussi di traffico sulle Alpi, obbligatorio perciò parlare di TAV. Una storia politica per immagini potrebbe raffigurare l’inizio degli anni ’90 con il crollo di un muro, alcuni arresti eccellenti, le monetine lanciate contro il “Potere”. Già simbolicamente il movimento No TAV si trova ad intrecciare, alla sua nascita, la fine dei partiti della Prima Repubblica e il fallimento di un’intera classe dirigente. A più di vent’anni di distanza i valsusini, forti della loro lotta, sono ancora lì ad osservare la crisi dei partiti di un’ipotetica Seconda Repubblica e una nuova débâcle di chi amministra il potere. Nel frattempo, nel mezzo di questi due punti di caduta, il movimento No TAV ha prodotto qualcosa di eccezionale. Intorno all’analisi critica di un’opera ritenuta inutile e dannosa si è formata una comunità eterogenea che ha sviluppato una propria relazione con il territorio, un’idea di economia virtuosa, un modello di stare insieme e occuparsi della “cosa pubblica”. È arduo, in un contesto di sfaldamento del tessuto sociale del nostro paese, raccontare la buona prassi valsusina senza pagare pedaggio alla retorica. Viene facile, pensando all’ambiente montanaro, alla costituzione di una sorta di enclave alternativa, evocare un immaginario partigiano legato alla Resistenza. Ma senza scomodare paragoni “pesanti” è possibile tracciare i confini di quella che sembra tutto tranne che una mera battaglia di difesa.

Una lotta costituente Sono tanti i sì che in questi anni un unico no ha prodotto. Innanzitutto il sì alla capacità di tenere insieme in una sintesi unitaria persone e sensibilità molto diverse. Dai cattolici (oggi organizzati nel gruppo Cattolici per la vita della Valle) ai centri sociali (con gli anarchici e soprattutto l’area autonoma dell’Askatasuna, che ha un ruolo importante, riconosciuto e accettato), passando per amministratori di varia provenienza, ambientalisti, cittadini

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“senza aggettivi” e varie aggregazioni spontanee formatesi proprio nel movimento. Insomma: in questi anni di conflitti, in Valle e fuori, ad attivarsi non sono stati solamente militanti abituati alla politica ma una vera e propria comunità. In maniera “laica” vengono utilizzati tutti i mezzi a disposizione: dai presìdi alle occupazioni, dalle petizioni alle azioni di disobbedienza, dalla piazza alle elezioni amministrative. Sono del 2009 le liste civiche No TAV, che ottengono un buon risultato e il 7 novembre dello stesso anno evitano, nella vicenda dell’accorpamento delle Comunità Montane, l’inciucio voluto dal PD torinese, che pensava ad una coalizione PD-PdL per tenere fuori le liste civiche. In quel frangente la forza del movimento ha avuto la capacità di attirare a sé quella parte di PD contraria all’operazione: Sandro Plano, attuale presidente della Comunità Montana, è l’espressione di quest’alleanza. Inutile dire come Plano sia contrastato ripetutamente dal PD torinese. Oltre al piano più politico in senso stretto, la sua rivoluzione il movimento l’ha prodotta nella società. Sono nati una serie di fenomeni di aggregazione legati proprio alla lotta contro l’alta velocità: esistono i ciclisti No TAV che organizzano eventi e corse transfrontaliere; le bande musicali “di movimento” che hanno in più occasioni offerto una presenza massiccia ogni volta che una ruspa si presentava all’orizzonte; squadre di calcetto, di basket, gruppi di artisti tutti rigorosamente No TAV; alpini “dissidenti”, presenti al cantiere di Chiomonte con il cappello per contestare gli alpini impiegati (estate 2011-2012) nella difesa delle trivelle. Nel 2001 oltre cento medici di base della Valle hanno sottoscritto (e affisso nei loro studi) un manifesto che denunciava la preoccupazione per i cantieri a causa della presenza dell’amianto. E più di recente (2011) è nata Etinomia (www.etinomia.it), un’associazione di estremo interesse che unisce 300 fra artigiani, commercianti, imprenditori, professionisti e agricoltori nell’intento di costruire una rete per «esaltare valori quali il rispetto dell’uomo e la salvaguardia del territorio» come «fulcro intorno al quale maturino rapporti economici sani in cui non solo la logica del profitto e dello sfruttamento determini le politiche aziendali: è questa la sfida». Insomma una “società dentro la società”, capace di veicolare comportamenti virtuosi e nuove pratiche.


Ma il movimento No TAV è stato in grado di produrre anche una profonda rottura nell’immaginario delle persone. Costretti a fare i conti con un progetto nato negli anni ’80 del Novecento, pensato in una cornice di una crescita economica infinita e fondato su un’idea di progresso costruito sull’accumulazione, i valsusini hanno sottoposto a dura critica il nostro attuale modello di sviluppo economico e stanno immaginando delle vere e proprie alternative basate su una cultura del limite e su una diversa idea di benessere. Non è un caso che la battaglia referendaria Acqua bene comune abbia trovato in Val di Susa una seconda casa, come non è un’eccezione la già citata esperienza di Etinomia. La lotta No TAV sta assumendo una sua forma “costituente” di nuovi modi di pensare la politica, l’economia, la società. Un corollario tipico, tra l’altro, di moltissimi conflitti ambientali: si pensi alle varie lotte indigene nel Sud dell’America e al loro modello di vita basato sul buen vivir come alternativa. Dal 2006 il Grande Cortile (http://grandecortile.blogspot.it), nato in contrapposizione alle Olimpiadi, è il momento centrale di una riflessione culturale diffusa e partecipata. Si tratta di un evento, giunto alla settima edizione, che ha lo scopo di mettere insieme una ricca elaborazione che s’intreccia nel movimento: ogni anno vengono invitati ospiti da ogni dove allo scopo, dicono i valsusini, di «non rinchiudersi nel proprio orticello».

Un generatore di domande Almeno dal 2005-2006, da quando i fatti di Venaus hanno dato visibilità nazionale e internazionale al movimento, la Val di Susa è un costante oggetto di dibattito. Una vicenda utilizzata a piene mani, e per opposti scopi, da detrattori e ammiratori. Nella loro anomalia i No TAV fanno parlare di sé e portano al centro della scena una serie di domande, non bypassabili, in merito alle forme della politica, al rapporto tra quest’ultima e la società; soprattutto rappresentano una voce critica necessaria sulle scelte di politica economica del nostro paese e dell’Europa.

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Nel loro essere “scuola di alternativa” sono la spia più consapevole dell’urgenza di un’inversione di rotta del nostro modello economico e sociale. Inoltre, ed è questo l’elemento più “pericoloso”, dimostrano che quando le persone riescono a confrontarsi e stare insieme, quando prevale la cooperazione alla competizione, producono delle importanti innovazioni sociali. Più che osannare o condannare il movimento della Val di Susa, sarebbe più utile capire cosa stia succedendo e tentare di riprodurre, in forme, tempi, modalità diverse, ciò che i valsusini No TAV stanno facendo emergere: un virtuoso “fare società”.


Il futuro è delle rinnovabili? Dal fardello della dipendenza dall’estero ad una possibile rivoluzione energetica di Andrea Boraschi – Greenpeace http://www.greenpeace.org/italy/it/

L’

Italia è un Paese che vive una cronica dipendenza energetica dall’estero. L’84% circa dell’energia primaria che sfruttiamo viene importato. Si tratta di un fardello enorme, per la nostra economia, che coincide con un laccio ambientale, sanitario ed economico di grande spessore. Lo sfruttamento delle fonti fossili, che rappresentano larghissima parte di questa importazione, costituisce il fattore di maggiore impatto ecologico, per la salute e per il clima. L’Italia ha, di fatto, una sola possibilità per ridurre questo deficit: investire in una rivoluzione energetica che abbia come pilastri le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’ammodernamento della rete elettrica con lo sviluppo di sistemi

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di smart grid1. Negli ultimi anni il nostro paese ha vissuto una profonda mutazione del mercato energetico in tal senso. Le fonti rinnovabili rappresentano ormai il 25% della produzione di elettricità, e la loro concorrenza alle fonti fossili si fa e si farà sentire sempre più. Altresì, alcune misure fiscali e di finanza pubblica hanno sostenuto positivamente il risparmio energetico nell’edilizia. In tutto questo la crisi ha colpito anche questo settore nel suo complesso e i consumi energetici hanno subìto consistenti contrazioni. Da alcuni mesi è in discussione una bozza di Strategia Energetica Nazionale (SEN) (http://goo.gl/vdWXO), promossa dal governo Monti. Il contesto al quale questa strategia dovrebbe fare riferimento è quello della roadmap dell’Unione Europea, che definisce lo sviluppo del settore energetico per arrivare, nel 2050, a una quota di produzione dell’80% dell’energia da fonti rinnovabili. Si tratta di un obiettivo fondamentale per le politiche di salvaguardia del clima globale. L’urgenza di agire è sotto gli occhi di tutti, con i dati climatici in netto peggioramento: dai ghiacci dell’Artico che hanno toccato quest’anno il minimo storico, alle temperature medie globali che hanno fatto registrare un altro record, all’aumento di fenomeni estremi – una tendenza, quest’ultima, ormai generalizzata nell’emisfero boreale. Greenpeace, assieme allo European Renewable Energy Council (EREC – http://www.erec.org/) e al Global Wind Energy Council (GWEC – http://www.gwec.net/), ha recentemente presentato uno scenario globale – Energy [R]evolution 2012 (http://goo.gl/pTkgb), che descrive anche uno scenario relativo all’Europa dell’OCSE, che consentirebbe di raggiungere obiettivi ancora più ambiziosi con costi sopportabili e grandi benefici ambientali e occupazionali. Le tecnologie solari e quelle eoliche possono giocare un ruolo decisivo per il raggiungimento degli obiettivi relativi alle rinnovabili, 1 Le

smart grid, o “reti intelligenti”, gestiscono la rete elettrica in maniera efficiente per la distribuzione di energia elettrica evitando sprechi energetici, sovraccarichi e cadute di tensione elettrica; cfr. Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Smart_grid)


assieme a un forte sviluppo dell’efficienza energetica. Nel mondo è in atto una “rivoluzione silenziosa” in questo senso, che ha preso del tutto alla sprovvista le principali istituzioni che si occupano di analisi energetica (come l’International Energy Agency – IEA – http://www.iea.org/) e superato le attese persino di associazioni come Greenpeace. Ad esempio, secondo lo scenario elaborato per conto di Greenpeace ed EREC nel 2007 (The energy (r)evolution – A sustainable World Energy Outlook, http://goo.gl/qwqo7), la potenza eolica prevista per il 2010 a livello globale era di 156 GW; il dato reale, invece, è stato di 197 GW. Nel 2011 l’installato è stato di 237 GW, con una crescita ulteriore di 40 GW. Lo stesso è avvenuto per quanto riguarda il solare fotovoltaico: nel 2007 lo scenario di Greenpeace prevedeva che nel 2010 la potenza globale sarebbe stata di circa 29 GW, mentre il dato reale è stato di quasi 40 GW. Se le rinnovabili hanno superato le attese di Greenpeace e degli stessi imprenditori che hanno puntato su quelle tecnologie, esse hanno addirittura sbaragliato le stime prodotte dalle istituzioni ufficiali: le previsioni per il 2010 che l’IEA aveva presentato nel 2007 vedevano una potenza eolica globale di 123 GW, contro 197 GW del dato reale del 2010 (38% in meno). Per il solare fotovoltaico l’errore è stato ancora più marcato: nel 2007 le previsioni dell’IEA per il 2010 erano inferiori ai 10 GW (il 75% in meno del dato reale di 40 GW). Dunque le rinnovabili, sempre ritenute dalle istituzioni ufficiali fonti marginali e al massimo “integrative”, possono giocare un ruolo decisivo, come già avviene in un paese certo non più avanzato del nostro come la Spagna. La SEN incorpora parzialmente questa novità fondamentale, ma lo fa con molti limiti e contraddizioni. Se è positivo l’innalzamento degli obiettivi sulle fonti energetiche rinnovabili rispetto a quelli fissati dal precedente governo, va però notato come gli obiettivi precedenti – almeno per quanto riguarda il comparto delle rinnovabili elettriche – apparivano e si sono rivelati ampiamente sottostimati. Su questo punto Greenpeace, assieme a Legambiente e WWF, aveva presentato nel 2010 una valutazione comparativa degli scenari di sviluppo delle rinnovabili nel settore elettrico (http://goo.gl/ZprFJ), dimostrando come fosse largamente possibile portare il contributo di quelle tecnologie a

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una quota del 45% al 2020, con assunti simili a quelle formulate nella SEN per quanto riguarda la richiesta di elettricità sulla rete (un dato che tiene conto, oltre che della perdurante crisi, anche di un aumento dell’efficienza). La correzione sugli obiettivi delle fonti rinnovabili, dunque, va nella direzione giusta: ma il Piano d’Azione del 2010 esprimeva un’evidente e voluta sottostima. Una strategia energetica, inoltre, non può avere come orizzonte temporale il 2020 come nel caso della SEN: essa non posiziona in alcun modo l’Italia rispetto alla roadmap europea 2050, né fornisce uno scenario, quantomeno di massima, rispetto al 2030. Quest’ultimo orizzonte temporale è il minimo necessario a dare al paese quelle politiche stabili e di lungo periodo che sono indispensabili a tutti gli attori in campo – imprese, istituzioni nazionali e locali, reti infrastrutturali – per pianificare e sviluppare in modo coerente le proprie iniziative. Un altro limite della strategia consiste nel fatto che essa non interviene sulla composizione del paniere energetico delle rinnovabili nemmeno sotto forma di stime, con intervalli di potenze e produzioni per specifica tecnologia nei diversi settori. Questo è un limite importante perché, se si vogliono far crescere le filiere industriali delle rinnovabili in Italia – cosa che non emerge chiaramente dalla SEN – è necessario dare ai diversi settori un quadro di riferimento più preciso. Se incentivi più generosi della media europea hanno fatto crescere rapidamente il settore del solare fotovoltaico, gli obiettivi di sviluppo fissati dal precedente Piano d’Azione erano ridicolmente bassi rispetto a quanto stava già accadendo in altri paesi che hanno politiche attive nel settore (Germania, Spagna) e sistemi incentivanti più moderati. Crediamo che un obiettivo minimo di sviluppo del fotovoltaico al 2020 debba essere nell’ordine dei 30 GW; tuttavia il governo sembra voler fermare questo importante comparto, che richiede ancora sostegno, anche se per un tempo limitato. Per l’eolico, uno scenario di sviluppo al 2020 elaborato dall’Associazione Nazionale Energia del Vento (ANEV – http://www.anev.org/), sulla base di criteri ambientali restrittivi concordati con le associazioni ambientaliste – tra le quali Greenpeace – individua un obiettivo di 16 GW: dunque più elevato di quanto previsto dal Piano d’Azione.


La mancanza di obiettivi specifici per le diverse tecnologie va di pari passo con la mancanza di obiettivi dedicati allo sviluppo delle singole filiere. Si definisce il “tetto” per gli incentivi ma non si vede come e quali tecnologie saranno sviluppate per consentire di giungere agli obiettivi prefissati. Oltre agli incentivi da erogare, in funzione dei costi delle tecnologie e con aggiustamenti periodici, è possibile definire un quadro di norme e policy a costi pressoché nulli. Sul piano delle procedure burocratiche, ad esempio, andrebbe garantito un drastico accorciamento delle procedure autorizzative per gli impianti a fonti rinnovabili, con forte semplificazione amministrativa per quelli di taglia mediopiccola; si deve favorire l’autoconsumo, promuovendo lo scambio sul posto, i sistemi di distribuzione chiusi (SDC) e i sistemi efficienti d’utenza (SEU); ugualmente gli oneri di bolletta CIP6 (che oggi finanziano largamente le fonti fossili e che ricadono direttamente sui consumatori) potrebbero essere dirottati per sostenere la crescita delle energie pulite. Altre leve potenzialmente molto utili allo sviluppo delle energie pulite – e a costo zero o quasi – sono: la detassazione e la maggiore detrazione IVA per gli investimenti in nuovi impianti (anche per ridurre il peso degli incentivi in bolletta); linee di credito apposite a interessi agevolati; la garanzia di destinazione di una parte significativa dei fondi ETS alla realizzazione di nuovi impianti di solare o eolico. A questo sviluppo, peraltro, non si devono opporre i limiti attuali delle reti di trasmissione. È la rete che deve adeguarsi alle rinnovabili e non essere un ostacolo per il loro sviluppo. A tal proposito, la SEN cita la direttiva sull’integrazione delle reti elettriche, ma sembra farlo guardando alle opportunità di esportazione di elettricità da gas, quando dovrebbe guardare, semmai, all’esportazione da fonti rinnovabili. La logica dell’integrazione europea delle reti va infatti letta nel contesto della roadmap europea 2050, e non per risolvere il problema tutto italiano dell’eccesso di potenza elettrica da gas naturale, frutto dell’incapacità delle principali aziende elettriche italiane di comprendere la rivoluzione silenziosa delle rinnovabili. Sul tema dell’integrazione delle reti elettriche a livello europeo Greenpeace ha presentato nel 2011 il rapporto The Battle of the Grids (http:// goo.gl/6ZpBp). Il rapporto evidenzia come, in un contesto di

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integrazione europea delle reti elettriche, sia necessaria sia una sovrapproduzione nei paesi del Nord Europa (in particolare della potenza eolica) e dei paesi del Sud Europa (in particolare da solare). L’integrazione delle reti di trasmissione e una sovraccapacità sufficiente consentirebbero il raggiungimento di obiettivi di copertura dei consumi elettrici con quasi il 100% da rinnovabili al 2050, facendo uso in modo solo marginale sia di politiche di gestione della domanda che di sistemi di accumulo per assorbire l’eccesso di produzione. La proposta di remunerare la potenza a gas e fossile (il cosiddetto capacity payment) – per evitare di far chiudere molti impianti alimentati con quella fonte e spiazzati dalla crescita delle rinnovabili – dovrebbe segnare l’affermazione della funzione che il gas può avere rispetto alla crescita delle energie pulite. Il gas, infatti, è la fonte fossile che oltre ad avere le emissioni più basse si integra meglio con il carattere intermittente delle rinnovabili. Andrebbe fatta una proposta specifica, in tal senso, con un’analisi anche territoriale; piuttosto non si deve incorrere in un generalizzato riconoscimento economico a chi detiene potenza in eccesso pronta per entrare in rete. Il sensibile aumento della produzione da rinnovabili va in parte a scapito delle importazioni di elettricità – che secondo il GSE sono in grande misura da rinnovabili – e in parte a scapito della produzione da gas naturale, mentre si prevede che la quota di produzione elettrica da carbone rimanga invariata. Cosa accadrà ai progetti di nuove centrali a carbone come quelli per Porto Tolle, Rossano Calabro, Saline Joniche? E ugualmente, cosa sarà dei progetti di ampliamento come quello di Vado Ligure? Greenpeace ha commissionato a un istituto di ricerca olandese un rapporto sull’impatto sanitario ed economico della produzione di elettricità da carbone nel quale si utilizza una metodologia già impiegata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (www.eea.europa.eu/it) per l’inquinamento atmosferico derivante dai siti industriali. Le conclusioni cui lo studio giunge mostrano che le emissioni delle centrali a carbone hanno un impatto sanitario equivalente a circa 570 casi di morte prematura all’anno nel territorio italiano. Utilizzando almeno parte della crescita delle rinnovabili per


dimezzare la produzione da carbone, dunque, si risparmierebbe un impatto sanitario di oltre 250 casi di morte prematura all’anno e si taglierebbero le emissioni fino a 17-18 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. In prospettiva, in uno scenario al 2030, l’impiego di carbone andrebbe azzerato. Ma il carbone è solo parte del problema: la SEN definisce prioritario l’aumento della produzione nazionale di petrolio. Aumentare l’estrazione nazionale non vuol dire avere petrolio a minor costo ma consentire alle aziende – non solo italiane – di estrarlo e rivenderlo sul mercato internazionale, pagando peraltro royalties ben più basse rispetto a quanto avviene in altri paesi. Greenpeace è fortemente contraria all’estrazione di petrolio a mare, che riguarda quantità assolutamente marginali (equivalenti a meno di due mesi di consumo) e che pone a rischio aree di grande pregio ambientale, fondamentali per altri settori come il turismo e la pesca. Contro l’estrazione di petrolio a mare Greenpeace ha raccolto oltre 57 mila firme e l’adesione di una cinquantina di amministratori siciliani, rappresentanti del settore della pesca e del turismo, consegnate al ministro dell’Ambiente il 9 ottobre scorso. Si chiede, come minimo, di azzerare dagli scenari di sviluppo dell’estrazione di petrolio la quota relativa alle estrazioni offshore. Di pari passo, la quota residuale da olio combustibile, che continua a essere usata in qualche centrale elettrica, è da eliminare al più presto. Farlo è possibile e praticabile, spingendo le raffinerie a modificare i cicli produttivi e azzerando la produzione di oli combustibili, che sono solo poco meno inquinanti del carbone.

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Da Taranto all’Austria e alla Ruhr

Esistono le condizioni per una riconversione ecologica del siderurgico?

È

di Gabriele Caforio e Salvatore Romeo

ormai comprovato, purtroppo, che l’emergenza ambientale del territorio tarantino è solo uno tra i tanti gravi casi oggi esistenti di inquinamento industriale e conseguente compromissione dello sviluppo locale di una determinata area. Tuttavia, esistono anche realtà in cui si è riusciti a superare le esternalità negative compiendo riconversioni complessive della struttura produttiva o trasformando radicalmente gli impianti esistenti. Sarebbe azzardato parlarne per presentarli come delle ricette pronte o dei prototipi industriali d’avanguardia applicabili dall’oggi al domani anche nel contesto tarantino; tuttavia è utile guardare con attenzione ad alcune di queste esperienze per diversi motivi. In primo luogo perché gli amministratori, come


tutti gli attori oggi coinvolti nelle vicende tarantine, potrebbero anticipatamente fare conti e valutazioni sui pro e i contro delle soluzioni adottate altrove squadernandone i benefici, le ricadute locali a lungo termine e studiandone anche i lati negativi per farne tesoro. In secondo luogo perché ognuno dei casi che si passerà in rassegna, pur non potendo rappresentare un modello standard di riferimento per ogni evenienza, può tuttavia fornire degli utili spunti di programmazione delle prossime politiche pubbliche o private. Esamineremo due casi particolarmente significativi: quello del siderurgico VoestAlpine di Linz, fiore all’occhiello dell’industria austriaca, che ha saputo ridurre al minimo il suo impatto ambientale e può considerarsi modello di alcune delle cosiddette BAT (Best Available Techniques o “migliori tecnologie disponibili”); e quello del bacino della Ruhr, dove si è verificato un processo di complessiva trasformazione in senso ecologico del tessuto produttivo. La prima vicenda ci permette di focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti “micro” particolarmente importanti sul piano della qualità della produzione (il sistema di organizzazione del lavoro e di gestione aziendale e la propensione dell’impresa all’innovazione); la seconda invece ci consente di guardare alla complessità degli elementi che contribuiscono a un processo di sviluppo positivo per la comunità.

Il siderurgico VoestAlpine di Linz: compatibilità ambientale e fabbrica modello L’acciaieria austriaca VoestAlpine della città di Linz è considerata un caso esemplare sotto il profilo sia della compatibilità ambientale dei suoi impianti, sia della produttività e della qualità del lavoro all’interno dello stabilimento. Il siderurgico di Linz è stato in grado, nel tempo, di adeguare le sue tecniche produttive alle migliori disponibili al momento (BAT) diventando punto di riferimento normativo a livello europeo in materia ambientale. È riuscito inoltre a mantenere competitiva la propria produzione nei confronti della concorrenza degli operatori dei paesi emergenti. Per sviluppare le migliori tecnologie di produzione, l’azienda

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ha intrapreso una collaborazione con la Siemens VAI, una delle case produttrici leader nella costruzione degli impianti per le lavorazioni siderurgiche. Il particolare di questa collaborazione è rappresentato dallo sviluppo del cosiddetto processo MEROS (acronimo di Maximized Emission Reduction Of Sintering, ovvero “riduzione massimizzata delle emissioni dell’agglomerato”), che ha consentito di ridurre le emissioni entro i valori fissati dall’amministrazione comunale di Linz. Nello specifico, si tratta di una serie di trattamenti in cui le percentuali di polveri e componenti inquinanti ancora presenti nelle emissioni dopo il passaggio attraverso i filtri elettrostatici vengono ulteriormente abbattute mediante successivi trattamenti di ricircolo e filtraggio. Il processo MEROS è stato implementato a Linz nel 2007, ed è attualmente considerato il più moderno e potente mezzo per ridurre le emissioni: si calcola che consenta una riduzione fino al 90% di anidridi solforose, polveri sottili, metalli pesanti, diossine, furani e altro1. Il Protocollo di Aarhus, che stabilisce le linee guida a livello europeo in materia di emissioni inquinanti dei siti industriali, e che ha rappresentato il riferimento normativo della recente legge regionale pugliese contro le diossine, prende a modello, con esplicito riferimento, sia le tecnologie BAT che i risultati ottenuti. A tal proposito, si sottolinea il risultato ottenuto circa le emissioni di diossine e furani, che si attesta a un livello prossimo a 0,1 ng/m32 (ben al di sotto dello 0,2-0,4 prescritto dal Protocollo e dello 0,4 della legge regionale pugliese del 2008). L’altro aspetto esemplare che caratterizza l’acciaieria austriaca è costituito dalla qualità delle condizioni di lavoro, dovuta a una proficua politica aziendale per la salute e la sicurezza degli addetti. Quest’aspetto contribuisce notevolmente a mantenere alta la produttività dei lavoratori e la conseguente competitività delle produzioni finali sui mercati internazionali. All’interno dell’azienda, la promozione della salute sul posto di lavoro (WHP – Workplace Health Promotion) ha un bilancio a parte e viene pianificata e gestita da un particolare comitato direttivo responsabile. La pianificazione della WHP è stata appositamente studiata, e nelle 1 Regione Puglia, Vivere con la fabbrica, 2009, p. 105, http://issuu.com/ninoperrone/

docs/vivere_con_la_fabbrica. p. 106.

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officine meccanizzate e nelle mense aziendali sono stati introdotti i cosiddetti “Circoli della salute” costituiti dagli stessi lavoratori che partecipano così al processo di miglioramento delle politiche di sicurezza interna. Si è cercato, inoltre, di conciliare al meglio le esigenze lavorative dell’acciaieria con le esigenze della vita privata dei suoi lavoratori, attraverso la predisposizione di asili nido aziendali e orari part-time, sale per il riposo e il relax. Sono stati introdotti programmi di esercizio fisico e servizi di assistenza sociale. Il tasso di attuazione delle proposte dei Circoli della salute è del 94%: ciò ha comportato un globale miglioramento delle condizioni di lavoro e soprattutto una riduzione degli effetti negativi sulla salute dei dipendenti. Il livello di soddisfazione del personale è aumentato, e parallelamente il tasso di assenteismo per malattia è diminuito dal 7,9% al 7,2%, e gli infortuni sul lavoro sono scesi dallo 0,9% allo 0,8%3. A completare il quadro delle ricadute positive provocate sul territorio dall’acciaieria austriaca c’è il ruolo di primaria importanza nella promozione del territorio che la VoestAlpine svolge sostenendo numerosi programmi di rilancio della città e rinnovamento urbano. In questo senso risulta importante anche l’incentivo che il siderurgico fornisce a strutture e iniziative prettamente culturali e artistiche come musei e festival. Due fattori hanno favorito performance ambientali e sociali di così elevato livello. In primo luogo, anche in Austria – come in Germania – vige quella particolare forma di gestione delle grandi imprese che va sotto il nome di Mitbestimmung (codeterminazione). In sostanza, i rappresentanti dei lavoratori sono membri effettivi dei comitati di gestione delle imprese in misura paritaria rispetto ai rappresentanti della proprietà. Questo sistema favorisce l’attuazione di soluzioni operative e “sociali” nell’interesse dei lavoratori stessi e delle comunità locali. Non si può ignorare inoltre il fatto che VoestAlpine si colloca da decenni all’avanguardia dell’innovazione tecnologica in ambito siderurgico; basti ricordare che gli impianti con cui a tutt’oggi si realizza acciaio da ciclo integrale in gran parte del mondo – i cosiddetti “convertitori LD” – furono sperimentati per la prima volta proprio da questa impresa negli anni ’50. L’acronimo LD sta 3

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infatti proprio per Linz Danowitz, i due stabilimenti VoestAlpine dove fu portato a termine l’esperimento. Se si confrontano questi presupposti con la situazione dell’ILVA di Taranto, ci si rende conto che la distanza è siderale. Il sistema di potere vigente all’interno della fabbrica – almeno fino a qualche settimana fa – non ha mai ammesso la partecipazione attiva dei lavoratori, quanto piuttosto la loro subordinazione a un codice di regole spesso non scritte, per cui l’accondiscendenza nei confronti di capi e fiduciari (figure non inquadrate formalmente nella gerarchia aziendale, utilizzate dalla direzione per il controllo diretto sulla manodopera) era condizione indispensabile per far carriera. D’altra parte, nei confronti del segmento “Ricerca&Sviluppo” i Riva hanno avuto da subito un atteggiamento sprezzante: appena arrivati a Taranto hanno messo alla porta i ricercatori e i tecnici del Centro Sviluppo Materiali (già Centro Sperimentazione Metallurgica, quando l’azienda era ancora di proprietà pubblica), che da tre decenni operavano nel laboratorio di Taranto.

La rinascita della Ruhr: rinaturalizzazione e trasformazione dell’industria La Ruhr è una vasta area della Germania occidentale che, a partire dal 1800, ha rappresentato il cuore minerario e della produzione di ferro e acciaio tedesca e dell’intera Europa. Nel 1950, in un territorio di circa 4400 chilometri quadrati, si contavano oltre 2.000 miniere e 200 acciaierie; nel 1975 solo due miniere e un’acciaieria. Gli abitanti sono passati da circa 300 mila nel 1820 a 5,7 milioni nel 1965; nello stesso anno le miniere estraevano fino a 124 milioni di tonnellate di carbone all’anno4. L’intero sistema delle infrastrutture, della struttura sociale e della programmazione edilizia era funzionale all’attività siderurgica ed estrattiva; i centri abitati si sviluppavano attorno alla fabbrica. Dal processo di crisi, che si è avviato tra il 1960 e il 1980, e che ha portato alla graduale chiusura degli impianti siderurgici ed estrattivi tedeschi, è nata l’esigenza di reinventare l’identità della 4 Fonte: R. Spagna, Osservatorio sulle Città Sostenibili (http://www.ocs.polito.it/), Network interdipartimentale del Politecnico e Università di Torino.


zona per recuperare un territorio che risultava altamente inquinato e compromesso. Gli obiettivi principali della ristrutturazione sono così diventati due: l’avvio di processi integrati di riqualificazione del tessuto urbano e il recupero di livelli accettabili della qualità ambientale del territorio5. Un forte stimolo all’azione di riqualificazione è giunto dalla massiccia coscienza ecologica che si è sviluppata in Germania negli anni ’90 e che non ha più tollerato il caso della Ruhr, un’area bisognosa di un recupero integrato e urgente. La zona dell’Emscher, che prende il nome dal fiume che costituisce la struttura naturale portante dell’intera regione della Ruhr, era ormai diventata vittima di un degrado che a cascata, partendo dal territorio, era giunto fino alla struttura sociale locale. Entriamo nel merito dell’attività dell’IBA Emscher Park, la società che ha indirizzato il recupero di questa zona e che ha operato dal 1989 al 1999. L’IBA (Internationale Bauaustellung Architektur, Mostra internazionale di costruzioni e architettura) è una particolare tradizione tedesca di progettazione e valutazione di progetti che esiste fin dai primi anni del Novecento e che ha riguardato varie zone della Germania. Tale tradizione, per la zona dell’Emscher, è stata completamente rivoluzionata. L’IBA Emscher Park si è costituita come una società a responsabilità limitata di valutazione di progetti, una sorta di agenzia speciale di consulenza, selezione e coordinamento che aveva il compito di fornire indirizzi, valutare e suggerire i progetti per il processo di trasformazione della zona. Si è posto l’obiettivo di risanare un’intera regione e l’IBA Emscher Park si è posta come un ente terzo di valutazione e indirizzo. La pianificazione è stata compito dell’IBA, ma la presentazione dei progetti e la loro realizzazione e finanziamento dopo l’indirizzo dell’IBA erano compito dei soggetti promotori. I progetti venivano scelti sulla base della loro fattibilità e della loro qualità. Si può affermare che l’IBA sia stata una piattaforma d’incontro tra i gruppi sociali e i vari soggetti del settore industriale. L’obiettivo principale è stato quello di realizzare il grande Parco Paesaggistico dell’Emscher (Emscher Landschaftspark), un parco che con i suoi 320 chilometri quadrati occupa un terzo dell’intera regione della Ruhr. L’intero percorso di rivalorizzazione dell’area si è articolato su sette G. Piscitelli, M. Russo, Viaggio di studio nella Ruhr, Officina Emilia, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia 2005, p. 5, http://goo.gl/zZ3Qg.

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progetti-guida principali, costituiti ciascuno da più progetti minori, che hanno costituito l’ossatura delle strategie di lungo periodo a partire dalla riqualificazione ecologica fino al nuovo sviluppo urbano dei centri abitati e agli aspetti particolari di salvaguardia delle relazioni sociali e culturali. L’avvio del programma di lavoro è stato varato dal governo regionale del Land che ha invitato le parti sociali alla presentazione dei progetti. Dei circa 350 raccolti l’IBA ne ha varati, sotto il proprio patrocinio, ben 120. Riassumiamo di seguito i progetti-guida principali sulla base della sintesi proposta da Raffaella Spagna all’interno dell’Osservatorio sulle Città Sostenibili del Politecnico e dell’Università di Torino. Parco Paesaggistico del fiume Emscher Il fiume Emscher, scorrendo attraverso una fitta rete di insediamenti industriali, era letteralmente divenuto un lungo canale di scarico industriale a cielo aperto. Il suo recupero è partito dal realizzare un parco naturale lungo il suo corso attraverso la decontaminazione delle acque e dei terreni limitrofi. Oggi un terzo del suo bacino è compreso nel Parco Paesaggistico. Rinaturalizzazione del fiume Emscher   Oltre alla depurazione delle acque si è passati all’installazione di microdepuratori e al rifacimento degli argini artificiali ripristinando la struttura naturale originale della zona. Si sono ricreate delle sponde naturali floride di vegetazione e forme di vita. Recupero del canale Rhein-Hern   Il canale, costruito tra il 1906 e il 1914, ha il compito di rifornire alcuni serbatoi idrici dei territori più settentrionali e secchi della zona. L’IBA ha pensato di trasformarlo in un luogo per la ricreazione, per il tempo libero e per lo sport. Monumenti industriali come testimonianze storiche   Le grandi strutture industriali dismesse, parte integrante del paesaggio della Ruhr, sono state in tutto o in parte recuperate. La loro monumentalità è stata sfruttata e restaurata per dar vita a luoghi di cultura, ricerca, eventi, arte e di attività economica e produttiva. Un esempio: un grosso magazzino del gas di 350.000 m3 è stato trasformato in uno spazio espositivo d’avanguardia con


un ascensore panoramico interno. Altre strutture, come i grandi edifici delle cokerie, sono oggi, allo stesso tempo, sia centri di ricerca sull’energia solare sia centrali solari. Altri spazi, come le miniere, sono diventati musei. Non è un caso che si sia coniata l’espressione «natura industriale». Opportunità lavorative nel parco Il recupero, il restauro, la ricerca scientifica, la gestione dei ritrovati spazi industriali e naturali sono attività che hanno portato il parco a diventare luogo di vita e di lavoro. La rinaturalizzazione ha inoltre spontaneamente portato alla riattivazione delle attività produttive, artigianali e commerciali. Nuove forme e modalità dell’abitare   Gli antichi quartieri operai e i vari complessi urbani che erano sorti nella zona sono stati recuperati e rinnovati secondo le nuove esigenze di vita degli abitanti. Si è cercato di ottenere la massima integrazione percettiva e funzionale tra gli edifici, il verde e il paesaggio. Nuove proposte per la nuova società   Il recupero dei locali industriali, che sono ora adatti ad ospitare ogni genere di attività, offre l’opportunità di attivare nuove sensibilità culturali e sociali. L’ambiente e il paesaggio sono stati arricchiti con percorsi ecologici e itinerari guidati. Conclusasi l’esperienza dell’IBA, sono maturate nella regione due consapevolezze: la necessità di promuovere e formare competenze umane in grado di mantenere il sistema costruito, e la necessità della pianificazione intercomunale. La prosecuzione del percorso avviato è coordinata dal KVR (Kommunalverband Ruhrgebiet, Associazione comunale della zona della Ruhr) che, dovendo assumersi questi nuovi compiti, ha riformulato la sua impostazione organizzativa con la messa a punto di una strategia regionale. L’esperienza e l’evoluzione del Parco paesaggistico sono ovviamente strettamente legate alle caratteristiche territoriali e sociali del luogo. Queste caratteristiche rendono l’esperienza della Ruhr unica e poco esportabile. Tuttavia è possibile sottolineare i punti salienti di alcune pratiche che possono fungere da modello per situazioni analoghe nel caso tarantino. In particolare, nella

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Ruhr si sono attuate strategie di pianificazione partecipata del territorio, sia con la partecipazione di più comuni a una stessa attività che dei vari cittadini alle scelte e alla valutazione dei progetti da attuare. Inoltre, sono particolari e degne di attenzione anche le pratiche di recupero dei monumenti di archeologia industriale, in un misto tra conservazione soft e riutilizzo dei loro spazi per altri fini. Tuttavia si commetterebbe un errore a considerare la Ruhr come un’area integralmente “de-industrializzata” e ormai specializzata esclusivamente in comparti “post-industriali”. Il processo di riqualificazione del sistema economico maturato nel corso dei decenni precedenti ha avuto degli esiti più complessi e, a ben vedere, interessanti. Concentrando l’attenzione sulla siderurgia, nel solo territorio di Duisburg (una delle città più importanti dell’area) sorgono diversi stabilimenti a ciclo integrale (incluso il più importante della ThyssenKrupp6), che nel solo 2011 hanno realizzato circa 25 milioni di tonnellate di acciaio grezzo7, cioè il 56% della produzione siderurgica tedesca – un volume quasi pari alla produzione d’acciaio del nostro paese (28 milioni di tonnellate nel corso dello stesso anno). Questo dà l’idea di quanto ancora sia radicato quel settore nella regione. E ciononostante, nessuno ne parla come della regione più inquinata d’Europa. Il motivo è semplice: più di un secolo di grande siderurgia ha sedimentato un ambiente economico e sociale che ha interagito positivamente con gli operatori del settore. Esaminando brevemente il caso dello stabilimento ThyssenKrupp si può cogliere bene il significato di quest’affermazione. Fra 2001 e 2003 questa unità è stata interessata da un’importante trasformazione: la vecchia cokeria è stata rottamata e sostituita con batterie di nuova generazione, progettate e realizzate da una società dello stesso gruppo, la ThyssenKrupp Uhde; contestualmente, l’impianto è stato delocalizzato a circa 1,5 km. 6 Si veda la distribuzione degli stabilimenti tedeschi in questa mappa: http://goo. gl/bsYno. 7 Per la distribuzione della produzione di acciaio in Germania: http://goo.gl/zHTnb.


dal centro abitato – mentre fino ad allora gli era praticamente attaccato. I risultati sul piano ambientale sono stati notevoli: il livello di benzo(a)pyrene – il cancerogeno in assoluto più pericoloso fra quelli sprigionati dal processo siderurgico – è passato, fra 2002 e 2006, da circa 9,7 a 0,4 nanogrammi/m3 in prossimità delle abitazioni. Il caso del centro ThyssenKrupp di Duisburg ci parla di un ambiente industriale, politico e persino culturale capace di accompagnare radicali trasformazioni della struttura industriale. Questa è una peculiarità della Ruhr da diversi decenni; da quando cioè le autorità pubbliche decisero di concentrare in questa regione robusti investimenti in formazione e ricerca. La crescita del capitale immateriale si è intrecciata saldamente con lo sviluppo dell’economia della regione, dando luogo a esiti diversi (da una parte il progetto Emscher, dall’altra la trasformazione delle industrie esistenti), ma comunque caratterizzati da contenuti profondamente innovativi. Volendo tentare un confronto con la situazione di Taranto dovremmo però chiarire che la Ruhr si colloca al centro del sistema economico europeo – insieme a quello giapponese il più dinamico dell’ultimo dopoguerra, al netto dell’impetuoso progresso maturato dai BRICS nell’ultimo decennio. Ciò implica l’ampia disponibilità di economie esterne sul versante tanto della domanda (sollecitata da una pluralità di settori incomparabilmente ampia rispetto a quella che caratterizza l’economia italiana e, ancor più, meridionale) quanto dell’offerta (della conoscenza si è detto, ma si pensi anche al vantaggio logistico insito nell’avere a due passi il porto di Rotterdam, strettamente integrato nel sistema di “autostrade fluviali” del Reno, che ha permesso di compensare la progressiva diradazione delle materie prime “siderurgiche” per eccellenza, carbone e minerale di ferro). Date queste circostanze, sono quanto mai intensi gli impulsi all’innovazione dei processi produttivi esistenti e alla diversificazione del sistema economico nel senso dell’avvio di produzioni d’avanguardia, che godono, fra l’altro, degli input provenienti dai settori più “maturi”. Si pensi al fatto che quasi tutti i dispositivi di generazione di energia da fonti rinnovabili richiedono un utilizzo più o meno intensivo di acciaio.

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Conclusioni Alla luce dei casi esaminati si possono trarre alcune conclusioni. Immaginare una riconversione in senso ecologico della struttura produttiva tarantina è possibile assumendo alcuni dati fondamentali: la creazione di una cultura e di una pratica d’impresa che preveda nella gestione delle unità produttive strategiche – sul piano economico e ambientale – il coinvolgimento dei lavoratori e della comunità locale e il superamento della “logica del profitto” – cioè della massimizzazione dei guadagni nel breve periodo. Sia per ragioni economiche che sociali la grande impresa deve tornare a poter fare robusti investimenti che ne migliorino l’efficienza (anzitutto ambientale) e la rendano pienamente sostenibile. Per questo è urgente ripensare una politica industriale attiva, che preveda anche la presenza diretta dello Stato in particolari imprese. Accanto a questo punto occorre affermare la necessità di politiche di sviluppo mirate alla diversificazione produttiva. Si tratta per questa via di perseguire tre obiettivi: liberare territori come quello jonico da ingombranti dipendenze; dare impulso allo sviluppo di settori che contribuiscono all’abbattimento complessivo dell’impatto ambientale delle attività produttive – dall’economia della conoscenza, i cui effetti si traducono nella trasformazione dei processi produttivi, ai settori green; e riequilibrare i rapporti fra aree economiche a differente livello di sviluppo – laddove la crescente divergenza in atto pregiudica la possibilità delle aree periferiche di ristrutturare e riconvertire il proprio tessuto produttivo. Anche per tale versante occorre riscoprire le potenzialità dell’azione pubblica di programmazione e indirizzo dell’economia. In definitiva, un nuovo intervento pubblico è necessario se si vuole abbattere l’inquinamento; e, viceversa, la trasformazione in senso ecologico del sistema produttivo può rappresentare una via attraverso la quale invertire la spirale della crisi e impostare un modello di sviluppo più equilibrato e giusto.


Il pranzo è servito... dai boss! *estratto dal Primo rapporto su caporalato e agromafie a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto di Peppe Ruggiero - presidenza nazionale Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie - http:// www.libera.it

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’è un “convitato di pietra”, imprevisto e criminale, seduto ogni giorno alla tavola di tanti italiani. Si scrive agromafie ma si legge, di volta in volta, mafia, camorra, ’ndrangheta e Sacra corona unita. E può nascondersi dietro un pomodoro o un’arancia, una mozzarella campana o una spigola, un cocomero o un cesto di lattuga, persino dietro il pane e la pizza. Le agromafie sono difficili da sanare, complicate da contrastare. Facili da mangiare. Le attività criminali in questo settore si intrecciano e si confondono con quelle legali attraverso un complesso sistema di relazioni che coinvolge il contesto sociale, la struttura economica e quella istituzionale. Ogni giorno, nessuno li ha invitati, ma spesso si cena con i boss. Sono loro a imporre marchi e prodotti, a

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scegliere il menù. I clan sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Sono ben 27 quelli censiti nell’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente (http://goo.gl/VYwW7). La faccia concreta di una mafia ingorda e insaziabile che agisce in ogni comparto, dalla coltivazione alla vendita, altera la libera concorrenza, influenza i prezzi di mercato, scarica i costi sul portafoglio dei cittadini e sfrutta il mondo del lavoro. Di fatto una tassa occulta sui prodotti, una tassa che pesa sulle tasche degli ignari consumatori. È difficile stimare il giro d’affari, ma i prodotti delle agromafie ci presentano il conto. In termini di salute perché prodotti poco curati e controllati, fatti al risparmio per lucrare il massimo profitto con il minimo della spesa: alle mafie la qualità non interessa. E ci presentano il conto anche in termini di soldi, perché i loro prodotti costano caro. Sono in tanti a doverci guadagnare. I mafiosi per primi, ma anche i loro comparielli, quelli che dovrebbero vigilare sulla qualità delle merci e non lo fanno, quelli che pur di vendere accettano i monopoli mafiosi con relativi rincari. Ed ecco che nel prezzo finale del prodotto si accumula il costo della corruzione, del pizzo, del favore. È una delle facce dell’Italia della Terza Repubblica. È una logica assurda dal punto di vista commerciale, non è così che funzionano le cose nel mercato; ma non è questo il libero mercato, questo che raccontiamo è il monopolio protetto della criminalità organizzata. Una filiera criminale che va dall’origine, dai prodotti coltivati e allevati sul suolo (spesso inquinato), passa attraverso la loro lavorazione e il trasporto, passa attraverso supermercati, bar, ristoranti e negozi e arriva direttamente sulle nostre tavole. Le agromafie raccolgono dati e storie allarmanti nella loro “normalità”. Il pane impastato con farine scadenti e cotto nei forni abusivi che utilizzano il legno delle bare rubate nei cimiteri, quello degli infissi delle case in demolizione o quello delle scenografie dei teatri. Legna marcia, trattata con sostanze tossiche, che fa anche particolarmente impressione quando si tratta delle bare dei morti. Carne di animali malati sottratti con vari stratagemmi ai controlli, fatti arrivare dall’estero e spacciati per italiani. Oppure di bestie dopate con farmaci per dare più latte o per essere magari sfruttate, come accade per i cavalli, nel giro delle corse clandestine


e poi macellate illegalmente. Immaginate che una mucca trattata con anabolizzanti arriva al macello con 100 chilogrammi in più rispetto a un capo di bestiame allevato nel rispetto della legge. Il sovrappeso garantisce all’atto della commercializzazione un utile netto di almeno 400 euro a capo. Se si moltiplica per i grandi numeri del mercato ci si fa un’idea del business illegale. Del resto le tradizioni si tramandano. E se funzionano, perché cambiarle? Già negli anni ’50 la camorra allevava commercianti e faccendieri da inserire nella compravendita della carne1. È in questo periodo che aumenta vertiginosamente la macellazione clandestina: nel 1896, nel macello civile di Napoli vengono abbattuti 43.164 capi grossi di bestiame per una popolazione di 500.000 abitanti, nel 1956 meno di 30mila capi di bestiame al posto dei 90mila necessari per approvvigionare una popolazione di un milione di abitanti. Bastano queste cifre per dimostrare quanto sia elevato, già in quegli anni, il ricorso alla macellazione clandestina, che in parte viene monopolizzata dalla camorra, spesso in accordo con gli stessi commercianti di bestie. Le agromafie non sono solo storie di agricoltura, di pietanze di terra. Nel menù criminale è possibile “gustare” anche piatti di mare. Perché anche il pesce può puzzare di camorra. L’ultima “trovata” è emersa il 16 maggio 2007 da un verbale del collaboratore di giustizia Giuseppe Misso jr, nipote dell’omonimo boss del rione Sanità. Il pentito racconta al pm Raffaele Marino che lo interroga: «In molte zone sopra le mura, tra Porta Capuana e Porta Nolana, ma anche a Mergellina, viene imposto ai venditori di frutti di mare l’acquisto di taniche contenenti l’acqua di mare che serve a tenere freschi i pesci e le cozze». Guai a non pagare e non accettare quelle taniche. E che importa se la provenienza è oscura, se è prelevata in acque dove è vietata la balneazione. La legge della camorra non ammette repliche. Quello che un tempo la gente del popolo chiamava “acqua pazza”, ossia la cucina a base di acqua di mare – perché il pesce appena pescato veniva cucinato con acqua di mare e altri ingredienti essenziali – oggi si è trasformato in tutt’altro paradigma. Spigola all’acqua pazza è il nome che viene dato al pesce surgelato sottoposto a una vergognosa pratica di 1 Cfr.

I. Sales, La camorra, le camorre, Editori Riuniti, Roma, 1993.

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scongelamento con acqua contaminata. Un’inchiesta della magistratura ha accertato che l’acqua di mare inquinata viene venduta e poi usata per scongelare, lavare e rinfrescare il pesce da mettere sul mercato in vista delle festività natalizie. Nelle carte dell’inchiesta si fa per la prima volta luce sull’assurda “macchina” del traffico clandestino di acqua inquinata. Una genialità tutta napoletana. Si è scoperto che un uomo aveva collocato in mare una motopompa nei pressi del Molosiglio, sul lungomare di Napoli, e della spiaggia di Vigliena alla periferia est. Dietro il pagamento di 5 euro a carico, riforniva di acqua sporca autocisterne e furgoni frigo, in alcuni casi addirittura cisterne utilizzate precedentemente per lo spurgo delle fogne. Seguendo il carico, i Carabinieri scoprirono che quel liquido melmoso veniva distribuito nelle diverse pescherie della città. I risultati delle analisi effettuate sul campione d’acqua diedero un esito drammatico: la concentrazione dei colibatteri superava di migliaia di volte la soglia prescritta dalla legge. Tutto ciò in barba a qualsiasi legge: basti pensare che a Napoli è in vigore un’ordinanza sindacale risalente al 1976 che fa divieto di utilizzare acqua di mare raccolta sul litorale urbano, là dove non è consentita la balneazione, per lavare o tenere in fresco prodotti ittici. Le immagini girate dalle Forze dell’Ordine erano chiare e nitide: in esse alcuni addetti del mercato ittico e qualche commerciante scongelavano o sciacquavano pesce con acqua altamente inquinata prelevata in alcuni casi a Vigliena, a pochi metri dalla bocca del collettore fognario e dallo scarico della centrale Enel. A distanza di anni, nel dicembre del 2011, le forze dell’ordine bloccarono ancora i “prelevatori” d’acqua marina mentre erano intenti a prelevare oltre 10 mila litri dal porto del Granatello a Portici, in provincia di Napoli. “Rubavano” acqua di mare per rivenderla alle pescherie con gravi rischi per la salute pubblica. E se ci spostiamo più al Nord, nell’agosto del 2010 la Squadra Mobile di Forlì smantellò un vero e proprio racket di stampo camorristico per controllare la vendita del cocco fresco sull’intera costa romagnola. Operazione Cocco Bello. Le indagini hanno appurato come, secondo l’accusa, la famiglia Manfredonia esercitasse da diversi anni il monopolio assoluto e costante della vendita del cocco sulla riviera romagnola, da Cattolica ai


lidi ravennati. I venditori ambulanti venivano ingaggiati tutti nel napoletano attraverso annunci sui giornali o “passaparola”. A tutti veniva richiesto di essere incensurati. La “famiglia”, oltre a gestire la preparazione e lo smercio del cocco, si occupava anche della sistemazione logistica degli ambulanti. Nel più classico stile camorristico il compito principale dei vertici della “famiglia” era quello di perpetuare l’assoluto monopolio del mercato. Per farlo si agiva direttamente nei confronti di altri saltuari venditori ambulanti, ma soprattutto nei confronti dei gestori degli stabilimenti balneari. Chi poneva in vendita nel proprio bar del cocco riceveva una visita di un membro della “famiglia” (spesso accompagnato da un collega di oltre due metri), che forniva opportuni “consigli”, rammentando al gestore, quasi per caso, episodi di violenze o devastazioni avvenute negli anni passati sulla costa romagnola. «Pesche, mele, susine, ciliegie. Fate mettere dentro tutto quello che volete – era il succo del “consiglio”– ma, attenti, niente cocco...». Quello si doveva e si poteva assaggiare solo da loro. Nel nostro viaggio, l’ultima tappa non poteva che riguardare il segreto sulla filiera dell’agricoltura mafiosa. Mafia, camorra e ’ndrangheta hanno origini rurali, che non hanno mai abbandonato. Vengono solo aggiornate alla modernità. I raccolti nelle campagne del Casertano, nella provincia di Napoli, sono a uso e consumo della camorra. O meglio, del clan dei Casalesi, capace di mobilitarsi alla fine di agosto di ogni anno per «spartirsi l’estorsione legata al commercio dei cocomeri», ricavando circa 20 mila euro per ciascun gruppo. Se da giugno ad agosto vi capita di attraversare la Domiziana, la lunga strada che da Napoli porta al mare di Castel Volturno, di Varcaturo e del basso Lazio, e presi dal caldo e dalla sete vi fermate per acquistare in una delle tante bancarelle ambulanti una bella fetta di cocomero ghiacciato, in quel momento gustate sì freschezza e sapore, ma li pagate alla camorra. Emilio Di Caterino, pentito dei Casalesi, già affiliato del gruppo Bidognetti, ha raccontato tutto. E se la quota di 20 mila euro “made in cocomeri” tardava ad arrivare, si interpellava il capo dei capi, Michele Zagaria, e dopo pochi giorni chi doveva pagare lo faceva.

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Un cartello criminale capeggiato dai Casalesi, in accordo con mafia e ’ndrangheta, ha controllato per anni l’intero mercato ortofrutticolo del Centro-Sud e non solo. Tutto è sotto il loro controllo: dal trasporto su gomma dei prodotti ortofrutticoli al mercato dei prezzi. Un asse criminale che attraversa l’Italia: Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, nessun mercato escluso. Casalesi proprietari assoluti, nominati in pectore veri “ministri dell’agricoltura” della repubblica criminale. L’inchiesta coordinata dalla DIA di Napoli, guidata da Maurizio Vallone, e dalla Polizia di Caserta, sotto la guida del questore Guido Longo, e conclusasi nel maggio 2010 con 68 ordinanze di custodia cautelare e il sequestro complessivo di 90 milioni di euro, ha rivelato quello che tutti sapevano ma che nessuno denunciava. Le intercettazioni sul telefonino di Costantino Pagano, titolare della ditta di trasporti La Paganese, hanno rivelato accordi tra i grandi boss delle diverse mafie in una spartizione mai immaginata prima. Era il clan Schiavone a controllare ovunque il trasporto, attraverso La Paganese e duecento piccoli proprietari di Tir: arruolati, inglobati e seguiti passo passo. Un viaggio tra Campania e Sicilia costava 65 euro a bancale e un Tir può trasportarne sino a 30. «Si pagano gli spazi. L’insalata è preferita alle patate perché pesa meno. Le fragole rendono di più: sono pregiate, e si deve remunerare anche la celerità del trasporto», ha rivelato uno dei due pentiti, Felice Graziani, boss di Quindici. E proprio dalle testimonianze dei pentiti si riesce a capire e raccontare nuovi stratagemmi delle cosche sull’oro verde. Ecco cosa racconta il collaboratore Francesco Cantone, il 16 novembre 2010: «Di Costantino Pagano [il ras di La Paganese, ndr] ho sentito parlare solo dopo i noti arresti della DDA di Napoli. Non lo conoscevo proprio prima. Quanto alla questione del mercato ortofrutticolo di Fondi, posso darle questa notizia che ho appreso in carcere da Antonio Aquilone, affiliato al clan dei Casalesi fazione Michele Zagaria, subito dopo l’arresto di Pagano e del figlio di Francesco Schiavone “Cicciariello”. Aquilone mi disse che lui stesso era presente quando si incontrarono, in un periodo compreso tra l’arresto di Setola e l’arresto di Aquilone, avvenuto nel settembre 2009, Michele Zagaria e Nicola Schiavone. Mi specificò che i due si scambiavano le seguenti frasi. Nicola disse: ‘Michele, tu vuoi bene


a mio padre?’. E Zagaria: ‘Certo!’. E Nicola gli rispose: ‘Allora devi volere bene anche a me, lascia stare il mercato di Fondi perché è una cosa che me la vedo io’. Aggiunge ancora il collaboratore Aquilone: ‘In pratica era successo che Michele Zagaria aveva delle amicizie all’interno del mercato di Fondi, non so se tra i commercianti o gli autotrasportatori, e, attraverso costoro, voleva gestire il mercato. Nicola Schiavone se ne accorse e disse a Michele Zagaria di non intromettersi’». Forse sono storie “difficili da digerire”, ma che devono essere raccontate, perché ci sono fatti che non si possono tacere. Narrare per cambiare. Per scuotere le coscienze di quell’imprenditoria sana che è la maggioranza del nostro paese. Stimolare una riflessione su come sia possibile sottrarsi a questi giochi criminali senza limitarsi a incrociare le dita ogni volta che facciamo la spesa, augurandoci che ciò che portiamo a casa non provenga da circuiti illeciti. La moneta buona che scaccia la cattiva. Scrivere, decifrare, raccontare gli atti giudiziari, piccoli episodi e raccogliere il tutto in un grande mosaico di verità sui meccanismi criminali della tavola non è altro che fare memoria viva affinché possa servire per il futuro. «Nessuno può riuscire da solo: da solo ciascuno potrà al più sopravvivere, non vivere e tanto meno costruire il futuro»: queste le parole di monsignor Lorenzo Chiarinelli nell’omelia al funerale di don Peppe Diana. Parole sempre attuali. Un monito che ci segue anche nel lavoro dell’Osservatorio Placido Rizzotto. Camminiamo insieme. Lavoriamo insieme. Raccontiamo insieme per riappropriarci dell’etica e della bellezza del cibo. E soprattutto per riassaporare il suo profumo di legalità.

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La bici è una melanzana

di Alberto Fiorillo Responsabile aree urbane, Legambiente http://www.legambiente.it/

P

uò sembrare un complicato esercizio di equilibrismo, ma trovo che ci sia una qualche simmetria tra le vicende dello slow food e della slow city, tra la bicicletta e la melanzana di Rotonda, il lardo di Colonnata o il pistacchio di Bronte. Negli anni ’80 e all’inizio dei ’90 – in piena “McDonaldizzazione” delle nostre città e di martellante propaganda del Mulino Bianco, tesa a trasmettere la suggestione che l’eredità della tradizione e delle cose buone di una volta fosse stata sapientemente impacchettata nelle confezioni di merendine e biscotti industriali – chi ragionava di prodotti tipici, di qualità e biodiversità agroalimentare era considerato snob, naif, un ingenuotto incapace di affrontare con adulta serietà i problemi più importanti e l’insieme dei rischi e delle occasioni legato alla globalizzazione. Anche Slow Food, al debutto, nell’immaginario collettivo era un’allegra combriccola di edonisti, gente con la pancetta e le gote perennemente arrossate dal vino, che aveva tempo e soldi da spendere per starsene seduta in osteria a gozzovigliare con costosi cibi di nicchia.


Eppure quella smania del mangiar bene, quella capacità di cogliere le opportunità offerte dalla tradizione per trasformarle in fattori di modernità, sostenibilità e sviluppo economico hanno avviato e sostenuto una trasformazione del modo di produrre e del modo di consumare. Se oggi l’Italia del biologico da sola vale tre miliardi di euro (il 15% del fatturato europeo) e se un’organizzazione di categoria come Coldiretti (in passato arroccata nella difesa di pesticidi e fitofarmaci) insiste ora su chilometro zero, filiera corta, valorizzazione della tipicità, agricoltura di qualità e sicurezza alimentare, il merito è anche di chi – dal Petrini di Slow Food al Realacci di Legambiente – ha avuto l’intuizione di portare il tema della melanzana di Rotonda dal tavolo di un’osteria a quello delle decisioni politiche ed economiche. A uno sguardo superficiale, pure quello della ciclabilità urbana può apparire tema marginale e naif. In realtà, analogamente alla riflessione sul mangiare meglio, anche il muoversi meglio sottende valutazioni e aspettative più articolate sulla necessità di ripensare le nostre città, il modo di attraversarle e di viverle. In altre parole: come il prodotto tipico degli anni ’80, la bici non è oggi relegata nello stretto recinto del gusto («mi piace pedalare») e non è certamente nemmeno il veicolo fricchettone e alternativo: è una chiave di lettura e una proposta di cambiamento multidimensionale (degli stili di vita, della sicurezza, dei livelli d’inquinamento addirittura del modo di costruire e fagocitare suolo agricolo o naturale) che può contare su una base di consenso assai più estesa di quel che si è portati a credere, su una forte carica di appeal e su una capacità di convincimento/coinvolgimento intergenerazionale maggiore rispetto ad altre soluzioni (il trasporto collettivo, ad esempio) su cui giustamente si è molto puntato finora e la cui efficienza resta la chiave di volta per mettere in rete gli spazi che compongono le aree metropolitane. La bici, insomma, è un mezzo di trasporto e un mezzo di comunicazione, uno degli strumenti a disposizione dei cittadini, delle associazioni e degli amministratori pubblici per rendere più armonica e sostenibile la mobilità, e nello stesso tempo è un medium che, su strada, rende più evidenti i paradossi contemporanei della velocità (il veicolo teoricamente più

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lento si muove più rapidamente della celerissima auto), della trasformazione in non luoghi delle agorà (vie e piazze urbane sono ora destinate non più alla socialità e all’incontro ma allo scontro e alla conflittualità), dell’insicurezza che carica di rischio attività banalissime come l’andare quotidianamente a scuola, a fare la spesa, al lavoro (è nelle aree urbane che avvengono i tre quarti degli incidenti stradali), degli straordinari costi individuali e collettivi dell’ingorgo. Costi sociali, economici e sanitari. È come la melanzana di Rotonda degli anni ’80, è la zucca che può trasformare l’immobilità attuale in mobilità sostenibile. Da qualche anno, peraltro, la bici ha già smesso di essere il mezzo sfigato degli sfigati, l’abito dell’eccentrico, il rimprovero itinerante mosso dall’altermondismo alla società consumista e sprecona. L’hanno capito tanti di quelli che la bicicletta la usano e alcuni attenti osservatori di tendenze metropolitane (primi fra tutti i pubblicitari, gli stilisti...) che hanno però intercettato solo l’aspetto frivolo e modaiolo del mezzo, importante sì in quanto stimola comportamenti virtuosi, ma effimero come tutte le mode. Adesso è arrivata #salvaiciclisti, che tra i tanti ha avuto due meriti eccezionali. Il primo è legato al tempo, che i greci definivano con due parole diverse, kronos e kairos, distinguendo il tempo logico e sequenziale dal tempo di qualità, dal momento opportuno, dal carpe diem. Ecco, #salvaiciclisti non è successa casualmente in un certo punto del calendario, ha colto l’attimo, è un movimento esploso al momento opportuno, tre anni fa non avrebbe mai avuto una tale visibilità e una analoga incisività. Segnalo questo non per sminuire le capacità (straordinarie) dei tanti che hanno animato questa esperienza (anzi, ci si accorge dell’esistenza di un’occasione da cogliere solo se qualcuno è stato in grado di coglierla), ma per introdurre un altro elemento assai significativo di #salvaiciclisti: questo movimento orizzontale ha potuto procedere spedito perché c’era già una base ampia pronta a sostenerlo, e ha così avuto gioco facile nel far emergere che dietro il recente sdoganamento della bicicletta c’è – ed è questa la cosa più importante – non una moda, non la rivendicazione per una rastrelliera o un pezzetto di ciclabile, ma una proposta politica di completa ristrutturazione della mobilità e delle città. Un’esigenza forte, diffusa – ovviamente non solo tra i 50 mila che


hanno partecipato alla manifestazione romana dei Fori Imperiali – che mira a rendere i centri urbani più sani, più sostenibili, più attenti alla qualità della vita, alle regole e alle relazioni sociali. E c’è il rifiuto di un modello di mobilità urbana, quella individuale motorizzata, che ha fatto il suo tempo, non è più in grado di assicurare gli spostamenti senza generare una lunga serie di esternalità negative, a partire dal tempo perso e dall’inefficienza economica ed energetica per arrivare allo smog, al rumore, ai troppi morti sulle strade. In questo movimento orizzontale – apparentemente concentrato solo sulla sicurezza di chi pedala – c’è la convinzione, più o meno forte, che la tendenza alla frammentazione, allo slabbramento del corpo urbano, da noi più vistosa che altrove, è anche figlia dell’automobile, divenuta “il” mezzo di trasporto mentre treno, bus e metropolitane (laddove ci sono) – e i piedi o le biciclette – si spartiscono solo brandelli marginali di mobilità. Le macchine hanno reso plausibile – al prezzo di tempo perso, inquinamento, ingorghi, incidentalità – la scelta di costruire quartieri, uffici, università, ospedali e megastore distanti decine di chilometri e scollegati dalle reti del trasporto pubblico. L’auto apparentemente ha accorciato le distanze, nei fatti le ha moltiplicate. Questo modello, perdente da tutti i punti di vista, deve essere completamente ripensato, restituendo ai quartieri l’insieme delle loro funzioni residenziali, commerciali, terziarie e ricreative e facendo in modo che queste siano raggiungibili a piedi, in bici o con i mezzi pubblici, con il duplice risultato di ridurre la domanda di mobilità e di dare dignità e identità alle tante città dormitorio che costellano la città diffusa. È un processo complesso, dal momento che i centri abitati sono fatti di mattoni e cemento e non coi pezzi del Lego smontabili e ricomponibili a piacimento. E credo che in pochi all’interno di #salvaiciclisti pensino alla bicicletta come panacea di tutte le patologie urbane. Tuttavia, c’è la consapevolezza che la bici, la mobilità leggera e non motorizzata, possa diffondere un sentimento di maggior cura di se stessi e della cosa pubblica, delle relazioni sociali, della nostra salute fisica e mentale e dei posti in cui viviamo. Affinché #salvaiciclisti in futuro non sia solo il ricordo di una

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bella manifestazione intorno al Colosseo, deve enfatizzare e rendere strutturali alcuni degli elementi che hanno contribuito al suo successo. La leggerezza, l’orizzontalità e la trasversalità del movimento hanno favorito il dialogo tra gruppi, organizzazioni e associazioni diverse che spesso, pur occupandosi di temi analoghi, tendono a marcare le differenze piuttosto che a trovare punti d’impegno comune. Continuare a mettere in rete l’insieme dei soggetti che si occupano di qualità urbana (piccole e grandi associazioni ambientaliste, mamme antismog, critical mass, organizzazioni dei familiari delle vittime della strada, comitati pendolari e di quartiere, ciclofficine, pensionati che coltivano piccoli orti urbani e ragazzi che fanno azioni di guerrilla gardening...) è un obiettivo sicuramente alla portata di #salvaiciclisti se anche le organizzazioni già strutturate e presenti sul territorio capiranno l’importanza di un “contenitore” condiviso della domanda di qualità urbana e continueranno a pompare aria fresca, in un continuo gioco di sponda, dentro #salvaiciclisti. C’è un altro aspetto che potrà dare ulteriore concretezza a questa esperienza: non concentrarsi in maniera esclusiva sulla bicicletta, ma inserire sempre il tema della ciclabilità urbana all’interno del più ampio ragionamento sulla mobilità. Bisogna puntare al muoversi bene, non a una contrapposizione tra categorie di utenti di veicoli diversi. Sarà necessario, infine, trovare strumenti per marcare stretti gli amministratori pubblici, locali e nazionali. Un modo nuovo di guardare alla mobilità da parte dei cittadini, infatti, non potrà mai realizzarsi davvero senza un cambio di passo di chi i centri urbani li governa, spesso con scarsa lungimiranza, mancanza di coraggio e di modernità. Non spero che #salvaiciclisti faccia lobby nei confronti della politica come fanno i farmacisti e i notai. Spero che la faccia meglio, molto meglio, perché non c’è becera difesa degli interessi di categoria, ma cura del bene comune, nel chiedere e pretendere dagli amministratori pubblici che in città ci sia un’efficiente sistema di trasporti che consenta a pedoni, ciclisti e passeggeri di bus, tram e metropolitane di andare ovunque rapidamente, comodamente, senza rischi, senza smog, senza rumore.


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Quaderni Corsari: 'pensare ecologico, i limiti del pianeta e il nostro futuro'  

il numero due della rivista di approfondimento politico "Quaderni Corsari". In questo numero si affronta da numerose sfaccettature il comple...