Issuu on Google+

IL BUCO.

2

note di uno stitico

numero due, maggio 2010. www.notediunostitico.it

parola chiave#2. Il Respiro


autoproduzione.

mi son trovato con i miei amici, abbiamo discusso su una idea, e l’abbiamo messa in pratica

IL SOMMARIO: 03 Editoriale

// Martina Zadra

05 RespirH2O

// Serena Lauricella

06 Da A. a C. - Da C. per A. // Leni Zonta

07 Offerta Vacanze // Anna Parise

08 Emergere

// Stefania Dalla Costa

09 CTRL+ALT+CANC

// Francesco Lubian

10 Asfalto

// Elisa Carraro

11 Il respiro non c'è... Manca // Alessandro Chiodi

12 Apnea

// Andrea Cappellari

13 Respiro

// Gabriele Perraro

14 Le cose della mia cantina... // Martina Zadra

produttore: il buco

18 Tutti i numeri degli 'anta // Guglielmo Costa

contattaci su: www.notediunostitico.it info@notediunostitico.it hanno collaborato in questo numero:

Non stampare questo giornale, scaricalo, leggilo e diffondilo gratuitamente. A Noi piace per questo.

Elisa Carraro, Stefania Dalla Costa, Guglielmo Costa, Luca Lush Zanon, Gabriele Perraro, Vincenzo Beccia, Leni Zonta, Martina Zadra, Francesco Lubian, Matteo Graser, Serena Lauricella, Andrea Cappellari, Alessandro Chiodi, Anna Mascarello, Francesca Tosin grazie a: Alessia Acone Marta de Antoni Mario Peretti

il buco. note di uno stitico by il buco is licensed under a Creative Commons AttribuzioneNon commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

Arty Party Gli starnuti, gli sbuffi, e i sospiri.

2

finito di impaginare: 26/5/2010 il buco - note di uno stitico


L’editoriale numero #2. di Martina Zadra

Ci son poi quelli che di notte bisbigliano parole per gli altri incomprensibili perché fan brutti sogni e allora c'è sempre qualcuno che arriva a svegliarli. Che arriva a salvarli. Ce ne sono degli altri, che si sono persi, che sono andati a finire chi lo sa dove. Che il fiato per parlare non lo possono più usare perché adesso come adesso son troppo distanti e non potrebbero proprio sentire, e allora si scrivono, trattengono ogni tanto il respiro, ma scrivono. C'è anche quello che non ricordava che fosse mai andata diversamente da così semplicemente pioveva sempre, che la cravatta ben stretta gli dà un’aria efficiente produttiva, ma è comunque stretta e gli blocca il respiro. E poi quello che pensa di aver trovato l'offerta della vita per la vacanza della vita, (sì d'accordo ci sarà un po' un'aria tossica, ma è pur sempre un'offerta! Ecchecazzo!). Ah, sì, c'è chi finalmente emerge dai fondali, dai pantani, chi invece è calpestato dai sandali sgualciti delle casalinghe, sommerso dalle bottigliette da mezzo, ma c'ha un odore buonissimo. C'è poi la donna coperta da pelliccia bianca e l'uomo coperto da cappello, la signora che è solita passare a quest’ora in bicicletta e l'uomo che ha appena litigato con la sua donna, fuma una sigaretta e pensa che la stragrande maggioranza dei maschi geni della storia erano gay. C'è chi credeva che là gli altri c'erano, e invece poi non c'erano mica, e lui rimaneva là da solo, ed era deluso e anche un po' triste e li rivoleva indietro. C'è una bambina che deve andare su-di-sopra presto alla sera e ci sono cose vecchie che respirano e chiacchierano dei fatti loro, ridacchiano, fan un poco di baccano e un poco rivoluzione. C'è chi quantifica in numeri e in euri la felicità, ma in fondo lo sa che così non si fa. Buona lettura.

www.notediunostitico.it

3


RespirH2O RespirH2O

Oliver stanotte ha avuto un incubo. di Serena Lauricella Dalla mia stanza l'ho sentito mormorare qualcosa nel sonno, prima piano, poi con più for decisione, come se stesse cercando di svegliarsi ma non ne fosse capace. certe persone sono così vicine, così unite, davstanotte ha avuto un incubo. Allora mi sono Oliver alzata e sono entrata in camera- Che sua, senza fare rumore. Mi sono seduta sul bo Dalla mia stanza l'ho sentito mormorare qualcosa vero, che è come se fossero una molecola d'acqua. letto, gli ho appoggiato una mano fronte hoperavvicinato al suo orecchio. Anzi, essere precisi, sonoille naso due molecole di idronel sonno, prima piano, poi con sulla più forza, con deci- ed sione, come se stesse cercando di svegliarsi ma non geno dell'H2O. Sai, quella con due atomi di idrogeno - Oliver, svegliati. Stai sognando, stai solo sognando -, ho sussurrato. e uno di ossigeno, no? Quella. L'abbiamo studiata a ne fosse capace. Lui per un momento haalzata trattenuto ilcamera fiato. l'ho sentito aprire gli occhi, ho sentito le su scuola.Allora mi sono e sono entrata in sua,Poi senza fare rumore. Mi sono seduta sul bordo del let- - Sì, certo. sfiorarmi il palmo della mano. to, gli ho appoggiato una mano sulla fronte ed ho - Ecco. Quelle persone sono come i due atomi di - Sei tu? -, ha chiesto. idrogeno. Dividono lo stesso ossigeno. avvicinato il naso al suo orecchio. - Oliver, svegliati. Stai sognando, stai solo sognando - Cioè dividono lo stesso respiro. - Sì. - Sì. Anche da lontano. -, ho sussurrato. - Accendi la luce? - un momento ha trattenuto il fiato. Poi l'ho Ho aperto gli occhi. Lui per sentito aprire gli occhi, ho sentito le sue ciglia sfiorar- - Hai pensato una cosa bellissima. - Ok. - E vera, anche. mi il palmo della mano. Ho staccato la -mano dalla il- braccio per premere l'interruttore. La - E vera. Certo. Sei tu? -, ha chiesto.sua fronte e ho allungato - Forse noi siamo così. - Sì. infastidiva, e per- Accendi qualche secondo ci siamo guardati tenendo gli occhi socchiusi. - Mi sa di sì. la luce? - Stai bene? - - Ok. Oliver ha voluto che gli leggessi una storia, per farlo Ho staccato la mano dalla sua fronte e ho allungato riaddormentare, così ho preso Fiabe Italiane dal suo - Sì. Adesso sì, meno male che sei arrivata. Arrivi sempre. il braccio per premere l'interruttore. La luce ci in- comodino e ho cominciato a leggere a bassa voce. - Ma io sento quando un brutto lo sai? questoprestare mi alzo e ti vengo LuiPer però sembrava più attenzione ad una a svegliare ogni v fastidiva, efai per qualche secondo sogno, ci siamo guardati mosca che ronzava per la stanza e che, di tanto in tenendo gli occhi socchiusi. - Perché lo senti? tanto, si fermava sulla pagina del libro. - Stai bene? - Non lo so. Però così.sì, -meno male che sei arrivata. Arrivi - Posso leggere un po' io?, - ha domandato. - Sì.èAdesso Mi sono stesa disempre. fianco a lui, ad occhi chiusi. - Se vuoi. - Ma io sento quando fai un brutto sogno, lo sai? Per - Dove siamo arrivati? - Lo sai che cosaquesto homipensato? ha fatto dopo un di me. Conpo', l'indicegirandosi gli ho indicato verso un punto sulla pagina e alzo e ti vengo-, a svegliare ogni volta. lui ha cominciato a leggere. - Perché lo senti? - No, cosa? - - Non lo so. Però è così. Dopo un po' ha chiuso di colpo il libro, fortissimo. - Che certe persone sono cosìa lui,vicine, così unite,Voleva davvero, schiacciarciche dentroèla come mosca. se fossero una molecola d Mi sono stesa di fianco ad occhi chiusi. - Lo sai che cosa ho pensato? -, ha fatto dopo un po', Ha trattenuto il respiro, ha riaperto. La mosca non Anzi, per esseregirandosi precisi, sono le due molecole di idrogeno dell'H2O. Sai, quella con due a c'era. verso di me. Io ho guardato da un'altra parte e ho sorriso. cosa? idrogeno e uno -diNo,ossigeno, no? Quella. L'abbiamo studiata a scuola.- Sì, certo. - 4 il buco - note di uno stitico - Ecco. Quelle persone sono come i due atomi di idrogeno. Dividono lo stesso ossigeno. - Cioè dividono lo stesso respiro. -


www.notediunostitico.it

ph: Luca "Lush" Zanon

5


Da A. a C. Da C. per A. di Leni Zonta Caro C.;   (-respirare è una filastrocca di numeri cadenzati, cifre e particelle si alternano magneticamente-1-2-3- A. apre la bocca cercando di succhiare ossigeno dall’aria che l’avvolge nella stanza) Ti scrivo perché so che ormai le parole si rompono nella nostra voce ancora prima di caderci di bocca. Vorrei riuscire a parlarti come quando andavamo in bicicletta, le lettere dei nostri discorsi erano fili gentili che si intrecciavano tra loro ridendo e, uniti in una fitta trama, si mescolavano al vento per catturarne i sogni. (-4-5-6- A. sbircia dalla finestra, guarda quell’angolo di spazio segreto tra tenda e vetro, cerca in quel prato azzurro bianche sfumature in grado di suggerirle barocche forme familiari) Mi guardo intorno e cerco le tue ossute mani, trovo solo mediocri oggetti, nascondono la nostra assuefatta quotidianità; mi guardo e cerco il tuo profumo su di me, ma incontro solo il ricordo del tuo respiro. Guardo una foto, noi abbracciati, soli, vestiti di niente, rimpiango i momenti in cui lo scatto rifletteva la nostra affinità compulsiva e le risate. Ora i miei occhi sono velati e non riescono più a riconoscerci, adesso le tue orecchie sono oscurate e non trovano più il battito unito del nostro cuore. (-7-8-9- A. si alza e si affaccia alla finestra, vuole arrivare a guardare il blu dove è un po’ più blu. A. vorrebbe solo inspirare ed espirare dolcemente, si sporge un po’ più in là, cerca nuvole a cui dedicare le sue poesie.) Eccomi qui, un foglio sgualcito agli angoli davanti, pensieri ritagliati lunghi ore interminabili, e una penna che creando solchi significativi tenta di districarli. Scusa, mi sono ritrovata obliqua, mi dispiace, non sono riuscita a sporgermi verso di te quanto avrei voluto. La valigia è pesante, ma c’è ancora spazio per il ricordo, sguardi rubati, segreti sussurrati, baci assaporati… Caro C. ti saluto, devo andare, caro C. voglio partire con la sicurezza che riu-

6

sciremo ad incontrarci un’altra volta, spero sapremo conoscerci ancora. (-10- A. chiude la finestra, esce, chiude la porta, la valigia con lei. A. cornicia i suoi pensieri con proprie nuvole di fumo, fuma una sigaretta nel tentativo di carpirne l’intimo segreto. A. si dirige verso la buca delle lettere. Un soffio di vento. Forse un ricordo.)

 

Ciao A., …

(-10-9-8- C. disteso sul letto conta con cura maniacale le stelle del soffitto, si meraviglia nello scoprire quante sfumature di bianco possano esistere. Tossisce lievemente, sposta lo sguardo verso la finestra ancora chiusa.) …come stai? (-contare alla rovescia aiuta la mente a concentrarsi solo sulla conta, i numeri vengono snocciolati ad intervalli di due respiri profondi-7-6-5- una volta A. ha detto che un uomo che non può trovare magiche favole tra le nubi è una persona senza poesia. C. si concentra sulle voluttuose forme chiare, percepisce qualcosa tra quelle mute colline, forse un pinguino che ha smarrito la strada…C. ha lo sguardo fisso di un uomo la cui poesia inizia a cadere irrimediabilmente, C. è timidamente frustrato dall’idea di scrivere una lettera. Si alza, apre la finestra e si accende un’altra sigaretta.) Guardo il foglio bianco, troppo bianco, nella speranza che affiorino lievi parole a rendere giustizia ai nostri sentimenti. Grovigli di lettere e spazi armati, le parole mi si seccano in bocca più asciutte di una rosa del deserto, non sono più bolle di sapone leggere, adesso non è più semplice parlare, urlare, respirare. (-4-3-2- C. seduto alla finestra scruta il cielo plumbeo, insegue le eteree scie lasciate dagli aero-

il buco - note di uno stitico


plani, graffiti d’indipendenza in una grigia quotidianità. C. vorrebbe vestirsi solo del suo coraggio e partire. Boccheggia gli ultimi tiri di una sigaretta ormai triste.) Cara A. cerco di stringere la tua esile mano, cerco le dita affusolate per gustare ancora una volta il tuo profumo di casa e velluto, guardo intorno a me, ti cerco nel profondo blu ma non riesco più a vederci. A. preferisco andare, mi dispiace, non riesco più a colmare i nostri vuoti solo con le braccia, nessun luogo è il mio posto in questo momento. Parto con la speranza di incontrare il tuo sguardo scucito in un sorriso, con la voglia di incontrarti in uno scorcio di nuvola ancora una volta.   (-1- C. chiude delicatamente il cassetto dei ricordi, ripone il foglio in una busta inadeguata. “Per A.” Tamburella un poco le dita e un po’ di più trastulla i suoi pensieri, raccoglie la sua dignità ed esce di casa con passo fermo. C., la busta in tasca, la mano sinistra con lei, si avvicina alla buca delle lettere, nella mano destra l'ennesima sigaretta, fedele compagna, pone rimedio all'overdose di ossigeno. Uno sbuffo. Un ricordo, forse.)

 

Le vacanze in montagna sono una noia? Non ne puoi più  della manfrina che almen o respirerai aria pulita?    

di Anna Parise

L'agenzia “Viaggi del pericolo” ha la soluzione e presenta una VACANZA TOSSICA A LINFEN (Cina), la città più inquinata del mondo.  Il pacchetto vacanze prevede: - Alloggio in una baracca di minatori in cui non sarà garantita la fornitura d'acqua che, se presente, sarà comunque contaminata da oltre 200 sostanze nocive.  - Pensione completa con cibi “biologici” provenienti dai terreni contaminati della città.  - Visita guidata a 2 delle 2598 miniere di carbone che hanno reso Linfen un inferno in terra.  - Dotazione di una bicicletta per girare in città perché qui ci tengono all'ambien te e di macchine ne girano poche.  - Fornitura, su richiesta, di una mascherina che dovrebbe diminuire l'inalazione della coltre di cenere nera che domina su qualsiasi cosa .  Nel corso dell'intera vacanza sarà gradito l'abito scuro. Non verranno organizzate cene di gala, ma si potrà avere così l'illusione di non esse re divorati dal fumo nero e per non ston are con

il cimitero vivente, privo di colori, che è orm ai la città.  Al ritorno dalla Cina verrà data la possibilit à di eseguire un check-up completo ai polmoni e alle vie respiratorie. I dati parlano chia ro, bastano pochi giorni perché la propria vita non sia più la stessa...  7

www.notediunostitico.it


Respiravo nell’aria odore di freddo. Mi preparavo con malavoglia, sbirciando sospettosa quello specchio profondo: i colori che quello rifletteva erano tonalità morte di una piovosa mattinata di marzo. Appena il mio corpo fu avvolto nel gelo mi mancò il respiro, il respiro che avrei dovuto ascoltare: perché il coraggio si misura anche dalla capacità di riconoscere i propri limiti. Prima d’immergermi tra le nuvole riflesse salutai con lo sguardo il mio mondo; sapevo che per un po’ avrei volato in quel fluido tanto meraviglioso quanto terribile, capace di mettere in ginocchio l’ uomo di fronte alla forza della natura. Per congedarmi dall’atmosfera che quotidianamente mi permette di vivere rivolsi un ultimo sguardo a mio padre: era intento ad immortalare istanti privi di sensazioni corporee. Mi chiedevo cos’avrebbe fatto dopo la mia scomparsa dalla vista del suo obiettivo.  Al segnale dei compagni cominciai a cadere a picco, tutto ciò che c’era sopra mano a mano si annullava, ero entrata in un regno del quale non potrò mai essere cittadina, solo umile visitatrice. Subito rimanemmo soli, io e il mio respiro. Soltanto qualche rumore sordo, proveniente da chissà dove, ci faceva compagnia. Quei momenti d’intimità tra me e lui solitamente sono speciali, permettono di comunicare con se stessi, di conoscersi meglio, di percepire la nostra vera condizione di piccoli uomini: esseri che si nutrono d’aria per sopravvivere, creature così fragili ma così ambiziose da voler esplorare anche ciò che non potrà mai appartenergli. Quella mattina però il mio respiro così presente mi faceva sentire sola; così rumoroso, sembrava volermi ricordare la mia totale dipendenza dall’attrezzatura, senza la quale se ne sarebbe andato per sempre. Quella mattina le mie ossa tremavano, i miei muscoli erano tesi come una fionda e scattavano involontariamente come per far partire un colpo, e la mia testa, oltre a ripetermi di conti-

8

Emergere di Stefania dalla Costa

nuare a succhiare aria, mi urlava che non ce la facevo più. Eravamo soli io e il mio respiro, solo noi ed il grigio del lago tutt’ intorno. Mi alienai dalla mia solitudine e sentii che avevo freddo. Il mio respiro si caricava di una pesante leggerezza, ad ogni respiro mi sembrava di inghiottire freddo. Era ora di tornare in superficie, dove, oltre ad una riserva inesauribile d’ossigeno, ci aspettavano un tè caldo e un mondo fatto di odori, rumori, colori a noi accessibili. Ma perché  non si risaliva? Immobili aspettavamo. La mia mandibola e i miei zigomi erano contratti, il mio corpo pareva un terremoto, per la terza volta segnalai la mia condizione. La lucidità mentale mi era sempre più estranea, diventavo debole e assente, non mi accorsi neppure che aspettavamo dei compagni che poi si seppe essere già in superficie, ma riconobbi chiaramente il tanto atteso segnale di risalita. Con foga cominciai a cercare di dirigermi verso la luce; il risultato fu che il respiro si faceva veloce e affannoso, faticavo come dopo una pazza corsa, credevo di trasportare un corpo morto da quanto mi sentivo pesare, mi sembrava di respirare sassi. Il piede era impigliato in una sagola … Cercai con poca convinzione aiuto, ma il mio compagno, intento lui stesso ad emergere, mi aveva abbandonata a

me stessa, alla mia mente stanca e al mio corpo su cui ormai avevo perso la padronanza. Tentando di liberarmi il mio viso si rese ancora più statuario, l’acqua invase la mia vista, alla quale fu concesso solo di vedere ombre. La paura e l’esasperazione mi fecero scivolare via il mezzo di sopravvivenza dal quale respiravo. Lì, solo silenzio. Non potevo più nutrire i miei polmoni,  il mio respiro rumoroso mi aveva abbandonata. Subito subentrò la rassegnazione … Che stupida … La mia mente così offuscata non si rendeva conto che stava sfidando la vita. All’improvviso la lucidità balenò in me come un lampo, ed ecco che iniziai a muovermi disperatamente per cercare aiuto. In quel momento mi resi conto di quello che stavo per perdere. Pensai in modo fulmineo “merda …” e tutto il resto. Pensai che stava accadendo proprio a me, com’era possibile … Non accade mai proprio a se stessi! In quel mentre un’ombra (ora, oso dirlo, quasi miracolosamente) mi si avvicinò, mi afferrò con fermezza. Mi ricordai che dovevo stare calma, perché se il panico ti rapisce ti spinge a fare del male a te stesso e agli altri, così restai inerme, senza forze, io e il mio pensiero. Non volevo che mio padre avesse scattato quel giorno la mia ultima foto, pensai con rimpianto alle mie amiche, pensai “che peccato, non potrò contiil buco - note di uno stitico


CTRL + ALT + CANC

" di Francesco Lubian

nuare a camminare con loro”. Strano che si faccia un pensiero così nitido e compatto in un momento così buio. Aspettai impaziente di poter risentire il rumore del mio respiro … Quanto mi mancava adesso. La mia bocca gravida d’acqua e carente d’aria respingeva l’erogatore che il mio ignoto salvatore mi porgeva. Solo un improvviso getto d’aria continua mi permise di riascoltare la sinfonia del mio respiro, anche se rotto da interferenze e desideroso di tossire. Gli ultimi metri o centimetri della risalita sembravano infiniti, la luce si faceva via via più intensa e ciò mi dava la forza di sperare.  Finalmente, come un proiettile, mi sentii sparare nell’aria. Iniziai a divorare aria, il respiro era grosso e rotto solo da singhiozzi, ma con tutta quell’acqua non so se siano scese lacrime. Fu vittoria per i miei polmoni. Poco dopo mi ritrovai a terra sul suolo avvolta da coperte e parole dolci, tremante e violacea respiravo ossigeno puro per rigenerare il mio corpo. Vidi mio padre che aveva assunto più o meno il mio stesso colore, lui però  respirava fumo per placare lo spavento di aver rischiato di perdere il tenero soggetto delle sue foto. Ma io ero lì, salva; respiravo e sentivo crescere in me l’amore che provo per il mio mondo e la gratitudine per chi mi aveva aiutata.

www.notediunostitico.it

trintrintrintrintrintrin … le sue giornate cominciano sempre alle sei e trenta precise quando la sveglia con il suo trillo meccanico entra viralmente nel suo dormiveglia … alzarsi già stanchi dal letto … fuori stamattina piove anche se non c’è scritto da nessuna parte che debba per forza piovere ogni mattina a quell’ora lui non ricordava che fosse mai andata diversamente da così semplicemente pioveva sempre … trintrintrintrintrintrin … i riti che ogni mattina compiamo per convincerci che anche oggi siamo vivi e allora ha senso lavarsi o almeno mettersi il deodorante pettinarsi abbinare il colore della cravatta a quello della camicia … fuori da sempre piove … la cravatta ben stretta gli dà un’aria efficiente produttiva lui sente fisicamente il nodo che gli preme sulla gola forse a causa di un trauma lontanissimo nel tempo o forse è solo da stamattina questo non se lo ricorda … le colazioni consumate in piedi al buio in cucina hanno fatto di noi quello che siamo … come tutti va al lavoro in macchina come tutti lavora in un grattacielo … in fondo lavorare è l’unica cosa che sa fare bene ed infatti sul lavoro è irreprensibile non che ne capisca le

sottigliezze e ne afferri il significato ultimo cionondimeno si impegna presta attenzione ai propri compiti mette nei gesti tutta la concentrazione di cui dispone … con i colleghi ha un rapporto di natura esclusivamente professionale a dire il vero non ricorda di aver mai parlato con nessuno di loro … l’arredamento dell’ufficio con quello sì crede di aver sviluppato un rapporto la foto di un grattacielo appesa alla parete la scrivania perfettamente sgombra e quella pianta che è uguale a quella che tiene in camera sua questo fatto lo ha sempre stupito … un rapporto di natura esclusivamente professionale … non ha mai pensato alla propria solitudine semplicemente perché non si tratta di qualcosa di pensabile è un dato di fatto troppo fisico anche solo per tentare di considerarlo in questa prospettiva … il nodo che gli preme sulla gola … in fondo lavorare è l’unica cosa che sa fare bene … in fondo … in fondo … lavorare … E poi, come in un sogno, aprire tutte le porte Slacciarsi la cravatta, sbottonarsi E, finalmente, respirare.

9


di Elisa Carraro

Inspiro - è solo un altro giorno uguale agli altri, agonia, nausea, sole L’attesa è eterna Settimane di inferno Resta una flebile speranza. La luce è accecante, il calore precipita, il sole sprigiona tutta la sua forza, beffardo. Solo di notte, sollievo. Tutti mi evitano, si tengono a distanza A mezzodì, in giro, nessuno. Saracinesche abbassate, turisti ansimanti Maledizioni e plastica gettatami addosso. Ci provo, bevo l’ultima goccia Troppe bottigliette da mezzo, vuote. Il risultato? L’affanno aumenta. Termometri impazziti, suole di scarpe mi si incollano al dorso, maleodoranti piedi su sandali sgualciti di casalinghe, al mercato, boccheggianti. Auto in panne, nonnine sdraiate all’ombra; studenti presto in libertà, schiamazzano fuori dalle scuole.

Solo loro sembrano non accorgersene. Ma ecco che…un rumore, laggiù. Vista di un’oasi nel deserto cittadino dopo giorni d’attesa. No, qualcun altro l’ha udito, forte e rombante, un tuono nel cielo. L’azzurro cambia di improvviso umore. Nubi che corrono, uccelli volano a stormi sugli alberi. Quegli stessi alberi rivivono dopo giorni di niente Ne assaporo una, che subito ne chiama un’altra. Divengono dieci, cento. Le sento. Mi bagnano. Tutti, impazziti, corrono su di me. Verso un qualsiasi riparo Io non ho fretta e mi lascio andare all’estasi. Mi coloro e luccico, soddisfatto. Finalmente, fumo, vapore, odore Espiro – e il mio profumo, per chi lo sa apprezzare, ricorda l’estate.

(L'asfalto) 10

il buco - note di uno stitico


Il respiro non c’e’… manca.

di Alessandro Chiodi Non esita un attimo: all’udito della soffocata richiesta di aiuto della Donna che cena al tavolo affianco (ormai nel panico) e che si dimena violentemente, lo squattrinato operaio accompagnato da una folata alcolica, si getta sulla ricca donzella avvolta dalla pelliccia di visone bianco. Il manovale non ha in vita sua ricevuto un’ istruzione adeguata all’esecuzione di una manovra delicata quale quella di H. ma forse guidato dall’alcol che ha ingurgitato fino a questo momento, si lancia nell’impossibile impresa. L’ipotesi viene empiricamente dimostrata nel giro di 2 minuti: la femmina che diventa prima rossa, poi blu, poi verde, poi bianca, saluta il creato e ci aspetta al di là della porta dell’Antinferno. Così il signor si ritrova tra le braccia la senz’anima, dalla bianca pelliccia, morbida e cadente, ma imperterrito prosegue nella sua azione di tentata rianimazione dell’esanime corpo. La scena è tragicomica: le violente scosse che l’uomo (già morto ma non lo sa) infligge alla carcassa, fanno saltare quest’ultima e il suo pelo bianco su e giù e su, in una danza quasi erotica. Mentre la scenetta degli orrori si consuma, sulla porta cristallinea del locale si materializza la sagoma di uomo coperto da cappello, che poco ci mette ad entrare (attirato anche dalle urla delle persone che assistevano al teatrino degli obrobri), vede la scena e con la bocca spalancata e fiato spezzato, lascia cadere la paglia fumante; prima però che questa tocchi terra, l’uomo (che è il marito della ricca morta e che presto ritroveremo atterra senza vita) estrae un revolver dalla tasca interna della giacca ed esplode 2 colpi in direwww.notediunostitico.it

zione del rianimatore mal riuscito. Il primo dei colpi attraversa da timpano a timpano la crapa del buon proletario (senza ucciderlo ma assordandolo così che non possa udire le urla delle persone cadute ulteriormente nel panico, che lo circondano) per poi andarsi ad infrangere sul vetro dell’acquario di pesci rossi. Il secondo piombo colpisce in pieno il pomo d’Adamo che schizza sulla parete bianca alla sua destra dipingendo un quadro rosso su tela, raffigurante una donna stesa sulla spiaggia accanto ad una palma… che poco dopo inizia a colare verso il pavimento perdendo la forma della soave immagine. Il pesce più giovane dell’acquario sta accompagnando la pesciolina più desiderata, sulla cima della roccia a forma di teschio posizionata al centro della grande bacinella. La accompagna per una passeggiata romantica offrendole durante il tragitto un pregiato frammento di verme da assaporare, quando il proiettile roteante ed incandescente genera l’esplosione del vetro con conseguente fuoriuscita della massa d’acqua e asfissia dei fidanzatini e rispettivi familiari. Ma la serata non è quella adatta per mettersi a fare una carneficina di operai dato che il locale ne trabocca per via dell’inaugurazione della nuova palazzina in via W. A. 11235/A, così una massa di infuriati bestioni poco ci mettono a caricare l’uomo; con i suoi tre ultimi colpi rimasti egli riesce a ferire 2 dei lavoratori e a finirne un terzo. Come i sopravvissuti decidono di metterlo a tacere per sempre? Con una tovaglia legata intorno al collo e stretta come un laccio emostatico (che si usa per immobilizzare gli emo). I

camerieri infuriati per la gran confusione creatasi nel locale iniziano a lanciare coltelli, forchette e inutilmente cucchiai d’argento in direzione dei tori furiosi. La signora che è solita tornare a casa in bicicletta a quest’ora, ha più fretta del solito e da circa 2012 secondi ha iniziato a pedalare con rapidità; questo perché le è venuto in mente che la mattina stessa non aveva aperto la porta al suo cane che ogni notte viene rinchiuso nello sgabuzzino e probabilmente (essendo passate più di 9 ore) l’aria respirabile nella piccola stanzina è esaurita da un bel pezzo. Il caso vuole che ella si trovi davanti al ristorante nell’istante in cui un coltello, una forchetta, un cucchiaio, volano fuori dal locale in subbuglio, frantumando la vetrina. In un attimo di lucidità, la donna schiva il coltello che le trancia una ciocca di capelli, schiva anche la forchetta che si impiglia nel maglione di lana, non schiva il cucchiaio ancora impastato di minestra alle cipolle che la colpisce sul naso… rompendole il setto nasale e provocandole la morte per dissanguamento nel giro di una manciata di decine di minuti. Un uomo che ha appena litigato con la sua donna, fuma una sigaretta e sta pensando che la stragrande maggioranza dei maschi geni della storia erano gay. A questo pensiero gli brillano le pupille degli occhi per la scoperta. E’ solo e triste per la strada e spera che una buona cena accompagnata da una bevuta abbondante riesca almeno in parte a risollevarlo. Così decide di entrare nel locale, assorto nei suoi pensieri e per questo senza accorgersi del gran subbuglio che si è creato nel ristorantino che sta per accoglierlo.

11


Apnea ∫ di Andrea Cappellari

Quando smise di respirare si rese conto che finalmente c'era riuscito, aveva raggiunto quell'equilibrio che si raggiunge solo dopo la morte. Quando decise che quel treno sarebbe stata l'ultima cosa che avrebbe visto aveva la speranza di aver preso la decisione giusta, quella montagna di ferro non fece nemmeno un sussulto quando accarezzò il suo corpo, e lui non ebbe nemmeno il tempo di capire quel che succedeva. Ora si era svegliato lì e in mezzo a quel prato verde non c'era nessuno, il treno era sparito, lontano. Si guardò attorno e vide solo degli alberi in lontananza, ma quello che attirò la sua attenzione erano le rotaie. Dove erano finite? Forse che nell'urto il suo corpo era sbalzato per decine di metri tanto da allontanarlo dalle rotaie e nasconderle dietro l'erba alta? Gli sembrava assurdo. E anche gli alberi poi, erano strani, erano viola... ma non dovevano esserci alberi, prima non c’erano alberi, come mai ora erano apparsi, ed erano viola? Aveva bisogno di risposte, nella sua vita aveva sempre avuto le risposte per tutto. Cercò il sole, si orientò e andò a sud, perché a sud ci sono sempre risposte. Camminò per due ore ma gli sembrò di non essersi mosso di un passo, gli alberi non si erano mossi, sembravano sempre alla stessa distanza. Dopo quattro ore di cammino la situazione era la stessa e così si sedette e si mise a pensare. Pensò così intensamente che finì per addormentarsi e in sogno ripercorse tutte le cose 12

che erano successe: il suo migliore amico, la sua ragazza, la lite, la decisione, adesso non gli sembrava più tanto giusta quella decisione. Qualcosa era andato storto, non aveva funzionato, e ora si trovava solo, in mezzo a quel prato, senza sapere cosa fare né dove andare. Solo. Prese paura, provò a urlare. Che succedeva? Non emise nessun suono. Riprovò. Stesso risultato. Provò a parlare, niente. Solo allora si accorse che l’aria non usciva dai suoi polmoni, anzi, non entrava nemmeno! Aveva smesso di respirare, e aveva smesso nel momento in cui si era risvegliato. Portò la mano sul cuore. Niente. Allora forse non era andato tutto storto, solo si immaginava sarebbe successa una cosa diversa, non pensava che sarebbe stato solo. E tutti gli altri che lo avevano preceduto dov’erano finiti? Solo. Iniziava già a rassegnarsi a un’intera eternità solo, cosa avrebbe fatto? Si augurava che il giudizio universale non fosse troppo lontano perché in quel momento di sicuro avrebbe visto altri come lui, erano appena poche ore che era lì e già non sapeva come passare il tempo, era tutto uguale, era un incubo. Poi all’improvviso una voce: ” Luca, Luca!” Aprì gli occhi, il suo corpo era disteso sull’erba, la prima cosa che sentì era l’aria fredda che entrava nei polmoni, e la seconda il cuore che batteva con vigore nel suo petto. Sul suo viso si stampò un sorriso. il buco - note di uno stitico


di Gabriele Perraro www.notediunostitico.it

13


Titolo: Le cose della mia cantina sono vive e respirano. Sottotitolo:

è una favola vera che non crediate che sia inventata

di Martina Zadra

C'è poi questa storia, che probabilmente non sarà creduta, ma le cose delle cantine respirano. Personalmente io posso portare la mia di testimonianza, a questa causa, a cui tanti ancora non credono. Era quando mio nonno Gigi era vivo e mi portava giù-da-bassoin-cantina. Mio nonno Gigi lo chiamavano anche Ieto o papi (ii), ma con questo ultimo soprannome lo chiamavano solo mia mamma e mia ziapaola perchè erano le sue figlie. Era spostato con mia nonna Gianna che secondo me era innamorata matta di lui, anche se aveva ottantadue anni e quando mangiava la pasta asciutta e il minestrone si impiastricciava con il brodo o con il sugo tutta la faccia e doveva mettersi sempre il bavarolo. E quando parlava, ogni tanto, non sempre, sputava, un pochino. Mio nonno Gigi mi ha insegnato ad andare in bicicletta, a lavarmi la faccia con il sapone nella vasca da bagno e non nel lavandino, a 14

salutare tutti quelli che incontro per strada che ho già visto almeno una volta anche se non so il loro nome e anche quelli che mi sorridono, a non accettare caramelle né mentine dagli sconosciuti, soprattutto se sono in macchina e si fermano ai semafori, che potrebbero volermi rapire come succede a tutte le bambine dei telegiornali. E mi portava sempre con lui in cantina quando doveva fare qualche lavoro per se stesso, come travasare il vino della cantina sociale dei colli berici dalle damigiane di vetro e vimini ai gotti di vetro e basta. Ma con tappo di sughero. E mi portava anche quando doveva fare qualche commissione per la nonna , come stendere la roba da vestire e le lenzuola i giorni che pioveva e attaccare la lavatrice. E così ho preso il vizio. E quando lui è morto a ottandue anni che gli è mancato il respiro, come dice mia nonna Gianna, io ho cominciato ad andarci da sola,in cantina. Innanzitutto devo dire per forza che la mia cantina quando ero

piccola era molto più grande di adesso, all'inizio ero un po' perplessa non riuscivo a farmene una ragione. Poi ho capito: le cose si rimpiccioliscono. Lo giuro, neanche io ci credevo all'inizio e mi prendevo per matta, ma l'ho visto con i miei occhi e adesso ci credo. Comunque, la mia cantina era divisa in due, cioè, lo è anche adesso, ma lo era anche prima, quando mio nonno Gigi mi portava giù in cantina con lui. Allora c'era questa stanza grande, con sulle pareti appoggiati tutti mobili vecchi di mio nonno Gigi e di mia nonna Gianna quando erano giovani e avranno avuto vent'anni. C'erano il frigo vecchio che adesso non funziona più, ed è per questo che è stato degradato alla cantina (una catabasi, poverino!) e secondo me è triste, un pochino. L'aspirapolvere Ariston, la lavatrice e le bacinelle, l'armadio di legno tutto intarsiato bene della loro camera da letto, il comò con lo specchio e i cassetti un po' duri da tirare fuori. E poi c'era la credenza con il buco - note di uno stitico


dentro quei piatti di porcellana con i bordini dorati che si intravedono spesso nelle credenze delle nonne di tutti i nipoti. Il macinino del caffè tutto vecchio e pieno di ruggine, che non so se funziona ancora. Le biciclette di: mia ziapaola,una bella peripoli bianca con cestino incorporato bianco anche quello e il campanello con sopra dipinte le bandiere delle nazioni più importanti del mondo; mia nonna Gianna, la cara vecchia betty, graziella di nobile rango che seppur anziana fila via che è una meraviglia, sella di pelle e copertoni bianchi; mio nonno Gigi bici da uomo rosso vermiglio un po' più chiaro, stile altolocato,

da signore di primonovecento con cappello di stoffa e foulard al collo copri manubri bianchi, neanche fossero guanti per un matrimonio. e la mia, deliziosa biciclettina rosso fiammante con cestino di plastica piccolissimo sedile bianco in plastica et rotelle sulla ruota dietro incorporate che se no mi rabaltavo come un pero marcio dopo due metri. C'erano anche delle provviste che erano di solito patate e farina e latte UHT e le pale per zappare l'orto e curarlo e farci crescere i pomodori, l'insalata e le zucchine e il prezzemolo. C'erano anche tante altre cianfrusaglie che non mi ricordo ma penso che siano belle.

Mi sa anche che dentro i cassetti del comò e dentro all'armadio ci sono i miei vestiti di quando avevo tre anni, ma anche un po' prima e un po' dopo, e anche quelli di mia mamma e di mia zia Paola, ma non me li posso mettere perchè li hanno mangiati le tarme e mi sa anche qualche topo. Dopo che è morto mio nonno Gigi di sera tardi non ci potevo più andare da sola giù-da-basso-in -cantina perchè era pericolo, e se ci andavo la mamma mi sgridava forte e si chiedeva preoccupata dove ero finita e poi, forse, chiamava i carabinieri. Io tutto questo lo volevo evitare e ci andavo di sera presto, dopo cena, verso le otto. Mi met-

ph: Luca "Lush" Zanon

www.notediunostitico.it

15


ph: Anna Mascarello tevo di fianco al portone di profilo, con l'orecchio adiacente e stretto stretto. Subito non sentivo niente, che lo devi allenare, l'orecchio. Però tanto non dovevo andare da nessuna altra parte e allora rimanevo lì dritta come un palo. E' passato un po' di tempo, non lo so proprio quanto, un poco. E le ho sentite, le cose della cantina che respiravano. Bè non all'unisono, non sono mica il coro della messa, ognuno con il ritmo dei suoi polmoni. E' che proprio sfiatavano da far gli aloni sulle finestrelle, come si fa quando viene inverno sui verti delle finestre e in tutte le stagioni sullo specchio del bagno. Che così poi ci si disegna sopra o ci si scrive, anche. Li spiavo, sì lo confesso, ma non era per cattiveria. Credetemi. Loro si facevano dei gran discorsi, quando veniva giù la sera e poi la notte e non c'era nessuno. La credenza (che secondo me lì den16

tro è un po' il capo, fa la parte della matrona che comanda tutti) il frigorifero e le bacinelle che respiravano! Che buttavano proprio fuori l'aria! Come le cose vive! Come me e la mamma! Robe da non credere. Eppoi ridevano come delle matte! Mamma mia quanto ridevano quelle là! E se la chiacchieravano di gusto, proprio. Le bacinelle spettegolavano delle piane per l'insalata, che dicevano che loro eran più belle e più intelligenti, ma soprattutto più belle. Su questo punto io non ero proprio d'accordo, perchè secondo me eran più belle, invece, le piane dell' insalata, con tutte quelle insenature a onda sul bordo e il rosso e il giallo belli vivaci, e le bacinelle, invece erano tutte ruvide e sbiadite, usurate dal tempo e dal bagnato e si vedeva che non erano tanto felici di fare le bacinelle e inumidirsi sempre con tutta l'acqua dei panni da stendere,ma lo

dovevan fare solo per guadagnarsi da vivere e mandare avanti la famiglia. Allora, in questi casi, il comò interveniva e faceva da pacere, cercava di mediare sbattendo tutti i cassetti per richiamar l'attenzione, come per schiarirsi la voce, e di farle andare un po' d'accordo e far la pace. Dalla finestrella rettangolare sopra il portone marrone poi lo vedevo, là in un angolino in ombra, il macinino del caffè tutto vecchio e impolverato che tirava di quegli starnuti, e quando non starnutiva sospirava fortissimo, che era peggio del nonno di Bruttomesso Gianmarco, mio compagno di scuola all'asilo, che quando giocavamo a mamma casetta mi sparecchiava sempre la tavola prima che avevo finito di mangiare, e io mi arrabbiavo e lui scappava e io non riuscivo mai a prenderlo e finivo tramortita per terra senza fiato. Insomma il nonno di Brutil buco - note di uno stitico


tomesso Gianmarco starnutiva fortissimo, che quando mio nonno Gigi con gli altri suoi amici andava all'osteria del Cavallino bianco a giocare a briscola con lui non ci voleva giocare nessuno perchè dicevan che c'era il rischio troppo alto di beccarsi delle malattie. E allora il nonno di Bruttomesso Gianmarco io me lo immagino tutto li da solo poverino a sospirare di solitudine al tavolo con le sedie intorno tutte vuote e lui che si fa un solitario da solo con il suo bicchierino di bianco a fargli compagnia. Poverino il nonno di Bruttomesso Gianmarco! Poverino il macinino del caffè vecchio! Ci volevo quasi andare io a giocare un po' con lui, a chiacchierare almeno, chiedere come andava la giornata eccetera. La famiglia biciclette, era la più in vista di tutte la dentro e la loro presenza rendeva la nostra cantina di via Garibaldi 8 il salotto di roba vecchia più in vista di tutto il paese, ma non ne andavano fiere, le cose della cantina e neanche io, tanto. Perchè quelle si sentivan potenti e te lo facevan pesare. Come tutte le famiglie dei ricchi facevano un sacco di jogging e tornavano a casa la sera sempre col fiatone dei maratoneti e di quelli in generale che corrono nei parchi e nei giardini pubblici la domenica mattina, a volte anche con la catena tutta srotolata, come la lingua di quelli là quando arrivavano sulla porta di casa tutti stravolti e sudati l'asciugamano intorno al collo e la fascetta si spugna sulla fronte. Le bici, però, eran borghesi e con la puzza sotto il naso. Io lo so, si credevan migliori e più intelligenti solo perchè loro eran ancora in uso, eran utili e servivano a portare in giro la gente mentre le altre cose della cantina eran inutili, secondo loro, e se ne stavano in ozio. E allora si permettevan di www.notediunostitico.it

fare dei soprusi contro di loro in particolare alle tazze da caffelatte, solo perchè eran le più piccole e grassottelle. Invece con il frigo e la credenza non s'azzardavano mica, che quelli eran talmente grossi e ben piazzati e che li temevano, e c'avevan paura di loro. E allora quelle, alla fine eran stufe le ho sentite anche una sera, che era ormai tardi per me e dovevo andare a dormire, che si son organizzate in un comitato per ribellarsi a questi soprusi che non erano giusti e avevano eletto a votazione come capo di tutti l'aspirapolvere ariston perchè era quello con la voce più grossa e sapeva anche urlare con tutto il fiato che c'aveva nel tubo d'acciaio. Ma soprattutto l'Ariston c'aveva un passato di fabbrica, fin da quando era nato e sapeva cos'eran le lotte per l'uguaglianza, lui, obbligato com'era a pulire la merda degli altri fino ad adesso che è andato in pensione. E non vuol più nessuno che gli rompa i coglioni. Non so poi com'è andata a finire la lotta, che dovevo andar su-disopra a dormire ed eran già le nove di sera. Non poi se han vinto le cose potenti o quelle impotenti, perchè sono troppo cresciuta e non sento più niente. Posso dire soltanto che tifavo per Ariston e gli altri, ma non per politica o che, è solo che mi sembravan più intelligenti: c'avevan coscienza che il potere non è solo di fare, ma anche non fare, qualcosa. E' che eran più liberi e respiravano meglio, senza esser per forza sempre in affanno e di corsa per le cose da fare, come quelle biciclette sgangherate, laggiù. Avevan potere di scelta.

RE SPIRO 17


Tutti i numeri degli 'anta.

W di Guglielmo Costa

Ho 50 anni e mi alzo, calzo scarpe in cuoio da 300 euro, cintura in pelle 70 euro, abito in lino da 450 comprato in una bella bottega artigianale di un sarto parigino. Prendo il mio grosso Suv bianco (700 euro al mese di rata). Salgo sulle colline che ritte, appena verdi, sembrano controllare la città sempre più piccola nello specchietto retrovisore. Imbocco una piccola strada sterrata e scendo. Ho un bel fisico, mi tengo bene, con 200 euro al mese in palestra ho incluse lampade, sauna massaggi e il nolo di quelle simpatiche commediole d'oltreoceano con belle donne, sesso, ciambelle e lieti fine. Ho una moglie, anzi una ex moglie, lei succhia 550 euro al mese, esclusa la retta dell'asilo (390) di quella piccola creatura urlante che mi tocca sorbire due week-end al mese. Ho 50 anni, cammino tra ciliegi quasi in fiore e basse viti, alle mie spalle il Suv sporco di fango come le scarpe. Sono innamorato, lei ha 20 anni, ed è piena di euforia... lei mi fa sentire giovane più dei massaggi e delle lampade. La scopo spesso. Ho 50 anni e adoro mangiare fuori con lei, regalarle quegli abitini succinti che tanto mi fanno impazzire. 300 euro a settimana. Ho un mobilificio, lo creò mio padre, i soldi arrivavano a vagonate. Era stimato dai più.

18

Ho 50 anni e 20 dipendenti sotto di me tra operai venditori e impiegati. 50.000 euro tra buste paga e contributi. Ho un commercialista e gli amici del club, loro dicono che la crisi passerà presto. Gioco in borsa, è questo il tempo di entrare negli antitumorali negli abortivi e in qualche ETF, diceva il mio broker... -7000 euro nell'ultima settimana. Ora salgo sul ciliegio più alto, ancora umido. Ho cambiato cellulare, 400 euro per non sentire più fornitori incazzati e banche affamate. Piove. Snodo la cravatta, rimbocco le maniche della camicia di lino, tolgo pure le scarpe completamente infangate. Ho 50 anni e abbraccio a cavalcioni questo tronco profumato. Ho 50 anni e pago un terapeuta 70 euro all'ora perché mi faccia dormire la notte. La testa mi gira e il battito tachicardico è metronomo delle immagini che mi scorrono davanti. Distrutto, come febbricitante mollo la presa e mi lascio cadere. Avevo 50 anni e il mio ultimo respiro l' ho dedicato ai due metri di corda pagati 7 euro e 50 che ora mi cullano a mezz’aria. Merda. il buco - note di uno stitico


www.notediunostitico.it ph: Luca "Lush"

Zanon

19


20

il buco - note di uno stitico


Buco#2