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IL BARLUME

Anno 3 - Numero 6 - Giugno 2009


EDITORIALE Scartabellando nell’Antica Libreria di High Feast gli studiosi anglosassoni Fidelity e Loaf hanno ritrovato un’antica copia, originariamente ritenuta apocrifa, del Simposio di Platone, nella quale si narra del vero mito delle metà o della mela. In sostanza, la nuova versione recita che Zeus era realmente invidioso della potenza degli umani e della loro gioiosa arroganza e li trasformò e divise. Ogni essere umano venne trasformato in mela, dopodiché venne diviso a metà. Zeus li ammonì dall’alto del cielo: “Adesso sarete costretti a cercarvi per il resto della vostra vita”. Zeus disperse la razza umana, costringendo ogni metà a lunghi viaggi per potersi nuovamente riunire. Ma anche ciò non bastò al vecchio Zeus, che si accorse presto che il suo atto avrebbe avuto un effetto effimero: “E quando inventeranno l’Eurostar come faremo? Saremo punto e a capo”, confidò alla cornutissima moglie. Allora, per porre rimedio all’inevitabile, inventò i diversi tipi di mela, per complicare le cose. Ne rise forte il vecchio Zeus: “Adesso ogni metà mela cercherà l’altra sua metà credendola perfetta, ma si ingannerà in eterno. Bello vero Era?” E da allora lo sport preferito degli dei fu quello di osservare deridendo i vani sforzi degli umani di ricongiungersi per riacquistare l’integrità perduta. Pensate, la Renetta che insegue una Stark, una Mela Ruggine abbordare una graziosa Granny Smith, una Royal Gala offrire un drink alla Mela Cotogna. Zeus però era un vecchio sessuomane e ipercopulante, e non conosceva altro diletto se non quello di avvicinare giovanissime ninfette minorenni per testare la sua virilità. Non si rese conto che, così facendo, creò un’amica del genere umano che parlava una lingua ancora più bella di quella degli dei, la Poesia, che nacque dall’impossibile collimare delle due mele, dalla discrasia tra l’ideale e il reale. Gli umani iniziarono allora a parlare con Poesia, dolcemente consapevoli della loro amara e nobile sorte di eternamente divisi. In questo numero il Barlume si pone l’obiettivo di avvicinare mele inesorabilmente divise. Una metà visiva proviene da Costanza Maremmi e da Alessandro Pagni, che hanno chiesto a nove autori di accostare la loro metà verbale ad altrettante fotografie. Il risultato è quello di nove mele imperfettamente accostate. Zeus e gli altri dei ne rideranno, ma questo non ci interessa. Forse Poesia ci verrà a cercare. Buona lettura DePiCo

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Sono schiavo di una fame eterna Che trasforma in ferro Il ventre e il pasto Emidio Picariello

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Ho capito che sarebbe successo quando ho cominciato a osservarli attentamente mentre mangiavano la minestra‌ li guardavo cosÏ volgari nel loro succhiare e perdere minuscoli detriti‌ seguivo le strisce calde sotto il mento, schiantarsi in gocce melmose sulla tovaglia. Voltavo il mio cucchiaio ancora immacolato, la minestra mi faceva schifo, e mi guardavo riflesso: la curva bombata, ogni volta, schiacciava la mia testa e la torceva di lato facendomi assomigliare a quello strano essere solo sopra un ponte, nel quadro in camera di Stefano. Ogni volta aprivo la bocca e simulavo un grido lancinante. Un grido di terrore. Seguito da un sorriso sadico. E puntuale arrivava il colpo secco di una sberla dietro la nuca. -Mangia imbecille, sennò si fredda.Alessandro Pagni

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fUORI e dENTRO

Qui fuori c’è A.

Qui dentro c’è B. in mezzo c’è una storia che però dovrete solo immaginare questa, comunque, è la fine:

I frammenti di vetro che incidono la pelle; una realtà che anticipa lo strisciare fra reflussi vischiosi e precede la luce accecante del sole. Il resto ha a che fare con la polvere che si alza quando il peso morto di A. cade giù, le chiavi ancora in mano, una pozza di sangue porpora brillante nella luce di un giorno così splendente che B. non avrebbe più sognato di vedere e che C., di sicuro, non vedrà mai più. Cristina Picchi

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Ceneri Sparse Alla fine sono morto, caduto per terra, rovinato in macerie e pensieri sconnessi, lampi di fragile lucidità e tempeste di sonno inculcate, ma non sogno. Sono morto come tutti, drammatico epilogo di chi voleva una fine gloriosa, uno spazio, un ricordo, una cenere diversa. Come tutti del resto. Sono morto e continuo a chiedermi cosa mai ci sia dietro la vita, anche adesso che scavalco il sipario per riparare dietro la scena. Anche adesso, che posso ben capire che non c’è niente da capire, concetto più difficile in assoluto da interiorizzare. Siamo solo una impetuosa e stupida forza di volontà guidata a senso unico in un fondo cieco. Non c’è da essere fatalisti, non c’è da cadere in quell’errore, sarebbe come compiere l’altro diametralmente opposto. Non c’è niente da capire, punto. Se ne può anche essere felici, una volta compreso. Riccardo Tronci

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Silenzio L'oasi di pace in un deserto di parole Lorenzo Calza

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“A che piano vuole andare signore?” Appena le porte dell'ascensore si aprono mi accoglie questa strana bambina, statuaria in un angolo della stretta cabina. Ha un volto sorridente, incorniciato da due trecce che le scendono sulle guance, un vestitino rosa e un paio di scarpe lucide. Sorride come se volesse vendermi un qualche inutile prodotto. Potrei chiedermi cosa ci faccia una bambina in questo ascensore, proprio adesso, in questo ospedale, ma non ne ho interesse. Non dopo quello che ho scoperto pochi minuti prima. “Che bottone premo signore? Dove vuole andare?” Non le rispondo ed entro nello stretto spazio accanto a lei. Sembra una bara verticale a ben vedere, forse solo perché tutto adesso mi sembra una bara, l'intero mondo del cazzo. Da pochi minuti. Da quando il dottore mi ha detto che il mio cervello viene rosicchiato da una piattola nera. La bastarda è in profondità, dove non può essere raggiunta, e continuerà a cibarsi fino a farmi scoppiare la testa. “A che piano vuole andare signore...” La bambina fa una strana risata, troppo squillante, simile ad un'unghia che striscia su una lavagna. Ed è allora che capisco. Che questo ascensore è troppo sporco e lacero, che i bottoni sono incrostati di polvere, che la bambina sorride troppo e ride come una stronza. Soprattutto, che è troppo pulita. Mi prendo la testa tra le mani, le dita sulle tempie, sperando di dare un po' fastidio alla piattola, di smuovere la merda che ho sotto il cranio. “A che piano vuole...” Perché me lo chiedi maledetta? Perché vuoi illudermi in questo modo? Tanto lo so, lo sai, tutti lo sanno, perciò premi quel dannato bottone. E vai sottoterra. Fabio Ricci

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Avevo un padre una volta. Era molto tempo fa. Ogni tanto si interessava a me, o almeno cosÏ mi sembrava. Si affacciava furtivamente alla mia vita per scorgersi. Distrattamente. Come si guarda una vetrina di un negozio troppo costoso. Erano lunghissimi istanti di micro felicità. Duravano il tempo che separa la luce verde del semaforo da quella rossa. Delle volte afferrava fra le dita ispessite dal lavoro manuale una matita blu e cominciava a tracciare su un foglio sottili segni incomprensibili e come un demiurgo plasmava dal fangoso niente una figura ridicola. Ne usciva magicamente un papero. Lo rendevano umano un cappello da marinaio, una pipa e una camicia a quadri. Credo che mio padre si confondesse tra Paperino e Braccio di ferro. Io fissavo con meraviglia il foglio, seguendo in religioso silenzio tutti i passaggi della creazione. Studiavo con attenzione i primi segni che sporcavano la carta, immaginando che cosa avrebbero prodotto. Immancabilmente era Paperino. Mio padre non mi ha mai stupito. Quel disegno era un eccezionale rituale dall’epilogo scontato. Non ho mai capito se lo facesse per me o per lui. Però era bello avere un padre. Linda Fineschi

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La luna è ancora blu e fa le bollicine, ma nel secchio dei granchi non senti piÚ un minuto accenno di canto. Il sole di mezzogiorno sorprende le carcasse di decine di gusci smarriti che non vedrai piÚ schiumare, carichi di neve. Quella neve che altro non era che piangente sale sputato dal mare. E tu lo passavi sulle labbra e sugli occhi, simulando un dolore non tuo, per assomigliare agli altri. Ci danzavi sopra a piedi nudi, sopra a quella neve cristallina. Lasciavi che ti ferisse, lasciandola entrare dentro. La carne si lacerava e quel bruciore finalmente ti scaldava un po'. E tutto intorno a te sanguinava colori slavati come un quadro rovinato dall'acqua del mare. Rita Mulas

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Haiku dei desideri a negativi invertiti Matsuo piangeva entrando nell'anfratto: giochi di bimbo. Denni Romoli

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Le foto di questo numero sono state scattate da Costanza Maremmi http://www.flickr.com/photos/costanzamaremmi Alessandro Pagni http://www.flickr.com/photos/alessandropagni

Il Barlume info@barlumismo.org Anno 3 Numero 6 Giugno 2009

Mensile fondato e diretto da: Costanza Maremmi c.maremmi@barlumismo.org Denni Romoli d.romoli@barlusmismo.org Emidio Picariello e.picariello@barlumismo.org

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