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IL BARLUME Anno 2 numero 12 – Dicembre 2008


EDITORIALE Quando le cose sfuggono, come quando l’evidenza diventa impalpabile, proprio nell’istante magico in cui ciò che intuisci diviene ciò che ignori, nell’esatto momento in cui perdi la consapevolezza e ti ritiri nel copione usato. Una nostra personale perversione, che affligge la redazione del Barlume ad ogni stesura del medesimo. Avremmo potuto, avremmo dovuto, se solo avessimo avuto più tempo. Da due anni, e anche ora, qui. Due anni di vita racchiusi in urla, porta sbattute, sorrisi, autocompiacimenti, poesia, tempi morti, ritardi, divismi, correzioni di bozze, disquisizioni sulla filigrana di una fotografia, affetti legati e negati, elevazioni, fatalità. Il primo di ogni mese il tempo si conchiude fatalmente, le Parche richiamano all’ordine tessendo le trame, condannandoci alla conoscenza di ciò che avremmo potuto mostrare, scrivere, annotare, sobillare, criticare, recensire. Troppo tardi, sempre troppo tardi: i nostri se, i nostri ma. Da due anni osserviamo le nostre inguaribili afasie poetiche, i nostri scotomi visivi, le dislessie semantiche, le disartrie grafiche. Inguaribili, perverse, morbose, croniche. E quanto mai amabili, come si ama nell’imperfezione la tenerezza angelica dell’umano, la dolcezza della sconfitta, la morbida caducità del fragile. Da questo mese il Barlume prova a diventare maggiormente organico, iniziando a proporsi vestito a tema, naturalmente cangiante di mese in mese. Che volete farci, adoriamo la frivolezza. Il tema del presente, in omaggio alle festività natalizie, è quello della perversione. Il cammino si fa camminando, diceva Machado. Accompagnate Denni peripatetico tra cose di donne, memorie, profumi, unguenti, muliebri sentimenti. Passeggiate con Alessandro, che dal canto suo imbocca la strada dell’amore, del fango, della perdizione. Ancora, stringete il braccio di Denni che rivisita sei perversioni umane, troppo umane. E ancora, sul declinare delle nostre pagine, le recensioni cinematografiche del mese e la sdraio. Tutto molto, molto perverso. Come ogni mese da due anni a questa parte, buona lettura DePiCo

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COSE DI DONNE Denni Romoli Lo stretto cenacolo delle mie compagne bambine, con le quali condividevo le scuole elementari, si stringeva attorno alla nostra maestra, Socrate femminile ieraticamente atteggiata con le sue piccole peripatetiche d’intorno, intese all’ultima lezione. Si era a pochi giorni dall’esame finale che ci avrebbe consegnati al mistero della pubertà, e la maestra ci chiese di ritrovarci per darci il suo saluto, nel giardino della signora Lucioli. I miei coetanei si erano diradati, immersi presumibilmente in qualche gioco di corse e cadute. Mi attardai volutamente attorno alla maestra, presagendo dal fremere dell’accolita un qualcosa di solenne, quasi un rito iniziatico, visto l’accerchiamento compiuto e le parole quasi silenziose che intendevo dal muoversi delle labbra. Mi trovavo a pochi metri di distanza, quasi paralizzato dall’imbarazzante prospettiva di profanare il cerchio magico così formato; la maestra si accorse del mio avvicinarmi inesorabilmente impacciato, e con un cenno d‘ intesa abbracciò l’intero suo consesso, che si espresse con il pollice verso, condannando la mia infrazione. La maestra mi guardò decisa, e pronunziò la sua sentenza, “Queste sono cose di donne”, sollevando la tacita approvazione delle mie compagne bambine. Il diniego al mio ingresso in questo mondo silente e solidale non mi stupì, già segretamente informato che stavo cercando di violare un patto nel quale, nonostante la mia età, non ero più incluso. I bambini possono entrare nel cerchio magico delle donne, ma le soglie dell’adolescenza mi ricacciavano, come predestinazione d’ancestrale memoria, tra la folta schiera degli uomini, da tempo tacitamente ostracizzati per sollevazione popolare. Ai bambini è ancora permesso, dicevo, entrare nel pentacolo magico che le donne si trovano a comporre per proteggersi e segregarsi. Ricordo mia nonna, che non conosceva la lamentazione, portatrice com’era della sopportazione e del contegno dell’eroe ignoto, nemmeno lontana parente della superbia stoica, poiché esente da qualsivoglia forma di auto-compiacimento. Durante i pasti mia nonna se ne rimaneva in piedi addossata al marmo del lavandino, in solerte comunione con le stoviglie e le pietanze che sussultavano sul fuoco, mentre i maschi della famiglia, tra i quali ero incluso per diritto cromosomico, consumavano il dittico primo-secondo. Nonna attendeva che avessimo terminato la prima portata, per poter poi doverosamente sottrarci i piatti e fornire il resto del pranzo. E ciò avveniva senza nessuna avversione, senza nessun rancore a far da contorno al cibo, ma con la stessa marziale attenzione di un subalterno ai voleri dell’adorato superiore. I miei occhi di bambino stanziavano su di lei, che attendeva alle consegne senza il minimo cenno d’impazienza, senza che la sfiorasse l’idea del diritto, della parità, della presunta uguaglianza. Allo stesso tempo, avrei voluto chiedere a mio padre e mio nonno, le autorità di quelle mura domestiche, di concedere un’aurea dispensa almeno per quel giorno, per quella scaglia di vita, ma l’evidenza di sovvertire un ordine antico come Dio avrebbe fatto di me un pericoloso sobillatore, anzi a pensarci con più attenzione forse mi avrebbe etichettato come un ingenuo sentimentale, pericolo nel quale evitavo di incappare. In assenza di uomini cercavo di occuparmi di mia nonna, e dopo i pasti mi proponevo di aiutarla nelle usuali faccende domestiche, in particolare offrendomi di lavare i piatti ancora tiepidi e unti. Mi affascinava l’acqua calda, il vederla ribollire di tanto bianco schiumare, e giocavo internamente figurandomi di spillare birra rugiadosa e dissetante. Raramente la mia disponibilità era accolta, più spesso mi scontravo contro vigorose rimostranze anti-femministe, che mia nonna riassumeva in un laconico ed affettuoso “No tesoro, queste sono cose di donne”. Da bambino volevo entrare all’interno di questo mondo che odorava di borotalco e di lacca, di varichina e di unguenti, contornato da strani marchingegni presumibilmente responsabili della sottigliezza delle ciglia e del colorito delle guance. Entrare nel mondo degli uomini mi risultava già scontato, ma ancor più noioso; le chiacchiere domenicali in attesa del ritrovo familiare e i commenti sulla giornata sportiva erano per me macchinosi, desueti, inevitabilmente ripetibili, cloni di altri giorni. Ancora posso dire che già comprendevo l’ostilità di mia madre verso il mondo degli uomini non tanto desumendola da suoi giudizi castranti, che si trovava a formulare solo saltuariamente, quanto piuttosto dagli occhi suoi affondati e taciturni al momento dell’ingresso di mio padre in casa. Nessun accenno di mobile gratificazione, nessuna corsa verso la porta per affermare il ritrovarsi, solo pallide discussioni sulla gestione economica o educativa. Immaginavo che considerasse mio padre niente più che il portatore di uno stipendio mensile, e magro per giunta. Oggi posso vedere quanto si navigasse in mare aperto e senza bussola, ieri era per me soltanto dolore fisico ritrovare lo sguardo di una donna perduta e raffreddata da anni di disabilità affettiva. Mi dava pena il saperla deteriorata, esteticamente rinunciataria, abbrutita. In salotto pendeva una sua foto, avrà avuto 18 anni, e aveva il sorriso luminoso, pendenti neri e una fila di perline bianche che le abbracciava il collo; certamente mia Il Barlume - Anno 2 - Numero 12 - Dicembre 2008

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madre era stata la donna più bella del mondo. Sapevo scrutando nei suoi occhi che la favola si era interrotta fatalmente al momento della prima gravidanza, quella di mia sorella, che ghigliottinò il suo cuore consegnandolo alla bara d’acciaio delle monete. E ogni giorno assestava la mia perversione, volevo entrare nel cerchio magico delle donne, coglierne i barbagli di sofferenza, lenire con la parola e il gesto quel brancolare tra aculei affilati. Mia sorella si esercitava nella trasgressione, perdendosi in sabbie mobili nella quali si sarebbe avviluppata fin quasi a morirne. In un giorno di calura estiva, si sdraiò sul letto senza concedere al suo corpo nessun altro riparo se non quello della brezza che spirava soffusa dalla finestra, con gli avvolgibili ombrosamente abbassati che lasciavano filtrare una luce pulviscolare e giallastra. Entrando in camera circumnavigai il letto e mi sedetti sulla sponda, a poco meno di un metro dalla sua nudità, e eccitò la mia fantasia la vista dei peli pubici che si affrottavano ricciuti e sconnessi nell’incavo delle gambe, quasi a levarsi al di sopra della piatta levigatezza delle gambe rosate e giovani. Come invaso da una memoria che non aveva tempo, si inoltrò in me la consapevolezza sconosciuta di un recesso di mondo protetto, che potevo soltanto permettermi di fantasticare, preso com’ero dal terribile timore di un suo precoce risveglio o ancor peggio dall’essere scoperto in tali oltraggiose e sistematicamente voyeuristiche osservazioni. Ancora oggi, a più di venti anni da quel giorno, ogni volta che faccio l’amore mi soffermo per qualche secondo a scrutare le soglie della femminilità, quella pergamena di carne sulla quale devono essere incise, da qualche parte, parole che non siamo riusciti a decifrare, che saprebbero spiegare ai viventi il perché della vita, o forse l’assenza di un perché. Sullo stesso varco incespica la mia paura, e nel momento stesso della penetrazione guardo gli occhi della donna, quasi a domandarle un non richiesto perdono per il dolore transitorio, per poi sincerarmi guardandole gli occhi e il sorriso dell’avvenuta trasmutazione, del passaggio dal dolore al piacere. Una cosa di donne, a noi uomini impedita. Ad oggi mi trovo a naufragare tra flussi e riflussi nella corrente dei miei incontri, delle mie relazioni d’amore. Mi fa sorridere il profluvio di pubblicazioni e di pellicole che s’incentrano sulla scoperta clownesca dei desideri femminili, delle segrete confessioni, dell’ ancor più perverso, poiché fintamente ingenuo, accorgersi dell’incapacità di leggere tra gli occhi e il sorriso di femmina che accomuna gli uomini. Senza nessuna attestazione di superiore comprendere, conosco già ogni sfumatura, ogni sorriso, la caduta dolorosa di fronte al disperdersi progressivo dell’attenzione dell’amato, il vanificarsi delle prodighe carezze quando il volto dell’altro si fa cereo, la necessità di controllare mani ubriache e abbaianti, la creola indulgenza, il pianto sommesso, la livida luce dell’attesa inappagata. Conosco ogni immobile accento sul volto disfatto, sulla bellezza perduta, sulla maternità offesa. E conosco ogni battito del cuore frantumato che mi è stato riversato addosso, colato come olio bollente, irreparabilmente ustionante, condensando in pochi anni d’infanzia la secolare spossatezza di una minoranza falcidiata dalla muscolare prepotenza barbarica e colonizzatrice. Si entra nel cerchio magico delle donne da bambini, ma l’ingresso dovrebbe essere precluso; tutto questo comprendere ha avuto come contraltare lo smarrimento d’ogni traccia d’affetto, come se l’amor di cui ognuno si fa portavoce si fosse esaurito riducendo un canto innocente ad afona cacofonia. Entrar nel cerchio magico delle cose di donne. Questa è la mia perversione.

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LITANIA Alessandro Pagni Certe notti, da queste parti, l’aria si fa improvvisamente pesante, ti si ficca dentro la caverna della gola ed è come se i respiri restassero murati vivi all’interno della gabbia toracica. Lungo i campi si posa, quasi prepotente, una pesante coperta umida che ti fa credere di nuotare dentro una placenta appiccicosa, come se non fossi mai realmente nato. La campagna è narcotizzata, le idee a stento riescono a districarsi nella scatola dei pensieri. I sogni no, quelli riescono a liberarsi e a volteggiarmi intorno come falene, mentre dormo. Mi succede a volte di trovarmi a fare qualcosa, per lo più gesti meccanici, senza un motivo, come se il corpo non trovasse necessario consultarsi con la testa. Siamo appena a Giugno e mi domando come farò ad arrivare alla fine dell’estate, ma darmi una risposta significherebbe far risalire alla bocca quel terribile sapore di sangue. Sono notti strane, piene di rumori eppure così mute, notti in cui mi rendo conto che non potrò mai andare via da questo posto e un presagio di morte fa lo stesso effetto di una vacanza programmata da anni. La cosa che più mi inquieta di tutto questo è il fatto di avere vent’anni e di non ricordare più da quanto tempo questi pensieri mi tolgono il sonno. In notti come queste, nella breve parentesi in cui riesco a riposare, sogno il mio corpo morto, adagiato su una barca, cosparso di petali e foglie secche, e dei canti accompagnano la mia rotta verso i limiti del fiume. E poi al risveglio vorrei piangere, perché è stato solo un sogno. Sono le notti di Maria queste, le sue preferite. Le notti in cui desidero di morire. Il mio corpo sembra secernere qualcosa, come un odore di paura e totale smarrimento, che lei riesce fiutare a distanza. Perciò eccomi di nuovo qui, arreso al suo volere, per colpa della mia anima fragile e corrotta. Sto aspettando che mi raggiunga. L’eccitazione è una droga raffinata e potentissima che schiaccia la ragione e costringe a concentrarsi solo su quel piacere bramato con ferocia, annullando il mondo intorno, ma il mondo intorno resta dov’è e non smette di osservare. Non dobbiamo più incontrarci così… Non dovremmo più incontrarci… Non potrò più… Se suo padre lo viene a sapere mi farà castrare come un cane bastardo che non sa stare al suo posto. Lei è una cagna di razza pregiata, di quelle che ti porti in giro per vantartene, che porti alle feste e i signorotti di campagna ti invidiano, scrutando torvi le loro mogli sgraziate e banali. Ma è anche una gatta viziata che ha in mente qualcosa di cattivo. Certe volte mi spaventa. E poi c’è lui, il padrone: se sapesse che il suo piccolo giglio si insozza con lo sperma di una canaglia non mi lascerebbe più andare via. Mi getterebbe in fondo al pozzo, con l’acqua alle ginocchia, stringerebbe con forza il lucchetto che tiene chiusa la grata e mi lascerebbe marcire lentamente, aspettando che qualcosa, una qualsiasi cosa, venga a uccidermi. Il fienile è sporco, la puzza degli armenti certe volte fa soffocare più dell’afa, ma lei vuole farlo solo qui. In quei momenti non vuole assolutamente che la guardi negli occhi. Si fa sbattere con rabbia da dietro, ancora vestita, poi tira giù la gonna ricamata e se ne va, senza neppure salutarmi. E io so, ogni volta, che quando ritornerà non saprò dirle di no e capisco perfettamente che questa sarà la mia condanna. Come avere una premonizione nitida e non fare niente. Come non essere padrone della propria vita. Maria non mi ama, non sa neppure cosa vuol dire amare, lei non ama nessuno e mai credo riuscirà a farlo, perché è un demone delicato lei, un piccolo diavolo che non conosce dolore e paura e ha occhi come pugnali. Vorrei poterle stare vicino, abbracciarla sopra un letto pulito, farla sorridere con giochi semplici, come fanno gli altri giovani della nostra età. Ma io sono solo un servo, non posso permettermi il lusso di Il Barlume - Anno 2 - Numero 12 - Dicembre 2008

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lenzuola profumate e del vino d’annata per brindare alla giovinezza; e poi lei non ne vuole sapere di queste cazzate, quando entra qui è come se ci trasformassimo in lupi affamati che, senza scrupoli, sbranano e godono a farsi sbranare. Una notte mentre dormivo ho sentito dei passi e l’ho vista appoggiare una candela per terra, vicino al mio letto, sembrava quasi un fantasma per il silenzio irreale dei suoi gesti. Senza dire niente è tornata all’entrata e da una scatola ha tirato fuori qualcosa che nel buio sembrava trasformarsi ad ogni passo, dimenarsi come un piccolo demone appena catturato. Avevo ancora gli occhi schiacciati dalla stanchezza e nel suo avvicinarsi mi pareva un lenzuolo bianco spinto dal vento. La sua voce mi stava chiamando, velata di una dolcezza rilassante. Ho lasciato che i contorni si delineassero, sfumati dalla fiammella adagiata sul pavimento. Come ho spinto un po’ più lo sguardo dentro al buio ho incontrato i suoi occhi, sembravano teneri e curiosi, ma forzando ancora di più la percezione delle cose, ho trovato frapposta, tra il mio naso e il suo, un’ombra nera che si muoveva a scatti e liberava a intervalli regolari un suono stridulo, come una forchetta grattata sulla superficie di un piatto. Nel breve tempo in cui la luce ha descritto la verità dentro quelle mani, ho avuto un sussulto: un ratto di fogna enorme, sporco e bagnato azzannava l’aria a pochi millimetri da me. Ogni volta che le sue dita premevano nella carne dell’animale, questo emetteva suoni strazianti. Odio i topi, ne ho un terrore irrazionale, ma quel dolore così chiaro e nauseante mi faceva pena. Non sapevo cosa dirle. Me lo ha messo davanti al viso e ha schiacciato ancora di più quel minuscolo corpo fino a costringere l’animale ad attaccare la prima cosa alla portata delle sue zanne minuscole: lo zigomo destro ha cominciato a sanguinare e la sensazione di quei denti affilati mi ha completamente paralizzato. Lei mi guardava sorridendo: - Ora devi vendicarti se sei un uomo L’ho guardata con aria confusa, mentre stringevo un po’ l’occhio destro per la ferita che poco sotto stava cominciando a bruciare. - Dimostrami che sei un vero uomo. Vendicati! Non mi ha dato neppure il tempo di capire cosa intendesse con quelle parole: ha stretto di nuovo la minuscola scatola pelosa fino a farla piangere di rabbia e sfinimento, fino a farlo attaccare di nuovo con più determinazione di prima. In pochi secondi una lacrima di sangue mi ha solcato la guancia ed è andata tuffarsi nel piccolo squarcio dello zigomo. Anche il sopracciglio aveva subito la stessa sorte. Non ho resistito, esasperato le ho chiesto:- cosa vuoi che faccia per farti smettere?- Lei con semplicità ha detto con un filo di voce: - Devi solo vendicarti - come se fosse la cosa più scontata in una situazione del genere. Ho fatto per prendere in mano il topo tremando, quando ha aggiunto: -non con le mani. Dovete lottare ad armi pari.Ho scosso la testa disperato. -Vuoi che dica tutto a mio padre?- ha concluso come un vento di ghiaccio tra le labbra. Ho chiuso gli occhi, tenendo le braccia lungo i fianchi e i pugni stretti. Le gambe tremavano ma il pensiero di suo padre, di quello che mi avrebbe fatto, cancellava ogni dubbio. Con la bocca aperta mi sono avvicinato, così lentamente che sembrava essersi bloccato il tempo, e ho sentito la puzza e lo spazzolare irregolare di quei peli umidi e sporchi di merda, poi non ce l’ho fatta più, tutto doveva finire, nel modo più veloce possibile o ne sarei morto. Ho azzannato la carne penetrando con rabbia e disgusto in quel piccolo essere, frantumandone le ossa senza difficoltà, stringendo sempre più forte, per farlo smettere con quel graffiante lamento: sentivo la bocca riempirsi di sangue fetido, probabilmente infetto, e qualcosa come un piccolo cuore pulsare come un tamburo, sempre più veloce, fino a esplodermi in gola. Ho sputato la carcassa quasi soffocando per i peli rimasti appiccicati alle pareti interne della bocca. Maria mi ha preso la testa tra le sue braccia, tenendomi la fronte appoggiata al minuscolo seno per cullarmi e mi ha baciato i capelli. Mentre vomitavo senza riuscire a smettere mi ha detto semplicemente: - Buonanotte. – ed è uscita dalla stanza lasciandomi cadere umiliato sul pavimento, dimenandomi convulsamente sui resti di quella che era stata la mia cena. Il Barlume - Anno 2 - Numero 12 - Dicembre 2008

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Mi tortura, mi usa, si prende gioco di me, ma non so resistere al suo richiamo. Di là dalle assi marce, mentre mi riposo, il suo sussurro mi annebbia come oppio: -preparati, tra poco sono da te. – e la desidero da impazzire. I suoi occhi sono un’ossessione difficile da spiegare: portano congelata dentro, una promessa di vendetta, che aspetta solo di trovare una scorciatoia per uscire. Ma non posso essere biasimato, l’unica colpa che ho è di essere nato schiavo…e di aver visto che occhi ha il Demonio. In lei c’è qualcosa che non è umano, non è di questa terra, come quel giorno che l’ho spiata dal fienile passeggiare da sola nei campi dietro a casa: dal nulla è arrivato un cane randagio nella sua direzione, schiumava dalla bocca e non accennava a diminuire la sua cavalcata. Ma non si è scomposta, ha continuato ad avvicinarsi alla bestia pronta ad attaccare. Erano ormai a pochi metri di distanza, quando è successa una cosa strana: il cane si è improvvisamente bloccato, come se si fosse trasformato in granito, senza emettere alcun genere di suono, sembrava che neppure potesse respirare. Lei immobile lo guardava e non fatico ad immaginare in che modo. Sono passati pochi secondi e il cane si è allontanato senza alzare il muso da terra, con la coda tra le gambe. Sembrava in pericolo di vita, stavo per raggiungerla e invece non so spiegarmi cosa sia successo. Non so piegarmi da quale terribile patto sia nato un essere così bello e spaventoso. Ecco, sento un rumore. La porta si apre appena. Da quella impraticabile fessura verticale s’insinua, come vapore, un angelo piccolo, dai passi così delicati che sembrano beve che cade. E nell’aria c’è il presentimento della tormenta che sta per scatenarsi. Quel tremendo freddo poco prima, quel silenzio. Ecco che si avvicina, mentre libera con una mano il grano dei suoi capelli, dal laccio che li teneva costretti. Ha indossato solo la sottoveste, mi fissa, mentre raggiunge il cantuccio a cui mi sono appoggiato e ad ogni passo alza piano la stoffa scoprendo il sesso giovane e lunare. Io pronuncio piano

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il suo nome, come ipnotizzato, lei non dice niente, fissa le assi inchiodate male al muro, sta ritta davanti a me, ha i piedi affondati nella paglia calda e bagnata dal piscio delle bestie e mi spinge la testa con le mani fino a farla affondare tra le sue cosce bianche. Io obbedisco, liberando l’odore insistente della rosa che mi tiene prigioniero. Lei geme e preme le mani più forte contro la mia nuca, ma non sta facendo l’amore, è solo una cosa con se stessa, io sono solo uno strumento, un mezzo. Poi si volta e vuole che sia io ad affondarle dentro con il mio sesso: tiene la testa rivolta verso il soffitto bevendo aria e inghiottendola ad un ritmo sempre più sostenuto, con i lamenti che disegnano una parabola fino alla quiete di brevi respiri strozzati. Appagata si scrolla di dosso il fieno maleodorante e si ricompone. È già sulla soglia della porta quando la fermo afferrandola per un braccio, ma non si volta, resta immobile e si limita ad ascoltare quello che ho da dire: - Aspetta, è da molto che volevo parlarti di una cosa Continua a darmi le spalle ma il suo respiro tradisce l’impazienza. - Volevo solo dirti, dirti che ti amo… scusa.Attende ancora un attimo, poi finalmente si volta e scopro che sta sorridendo. Mentre mi accarezza il viso una piccola brezza risale la mia schiena, un sensazione fresca, nuova, come se d’un tratto tutto assumesse delle tinte più vive, più leggere. Continua a sorridere mentre fa scendere il suo dito lungo il mio viso, toccando le vecchie cicatrici del topo, fino a fermarsi sulle mie labbra. Poi un minuto interminabile, la violenza di un silenzio assordante e tornano quegli occhi spaventosi, pronti a mantenere la promessa fatta, immediatamente. Escono solo tre parole da quella bocca così pulita e innocente: - Non dovevi dirlo! – E hanno lo stesso suono di un ghiacciaio immobile. Neppure lo dice, forse lo sussurra, le labbra sembrano di pietra, ferme, impassibili. Ancora un istante, un istante solo, poi comincia a gridare in modo disperato, a scongiurare che qualcuno la aiuti. Io non so che fare, le gambe sembrano blocchi di cemento, mi guardo intorno smarrito. Mi sento ovattato, come se vedessi la scena dal di fuori, dall’alto. Arrivano uomini, moltissimi uomini, anche il padrone e lei dice che ho cercato di violentarla. Dice che l’ho trascinata lì con la forza e l’ho gettata per terra. Cominciano a picchiarmi furiosamente, tutti insieme, tutti su di me, suo padre mi rompe l’altro zigomo con il calcio del fucile, non vedo più bene, non riesco più a capire quanti sono, un velo di nebbia mi cala sugli occhi e sul capo, non sento più male, non sento più niente, si spegne tutto. *** Sono sveglio da molto, non ne sono certo, ma credo che sia già passata più di un’ora. Fingo di essere spaesato, ma so benissimo dove sono, era scritto. È il mio destino da quando sono nato. È solo che uno spera sempre che le cose magicamente si risolvano, nel modo più improbabile. Spera sempre che, da un momento all’altro, tutti saltino fuori battendo le mani e dicendo che è stato solo uno scherzo, di pessimo gusto, ma solo un gioco. Ma qui a nessuno è mai piaciuto scherzare. La luna mi minaccia dal suo buco lassù, modella forme nel buio che con il terrore diventano tangibili: è stata sempre una fedele compagna che mi dava pace quando tornavo dai campo ed ero troppo stanco per mangiare; vederla così mi faceva sentire meno solo, meno inutile. Adesso sembra indifferente, spietata e irraggiungibile. Tendo la mano davanti a me, la spingo in alto più che posso come per implorare aiuto a qualcuno che non c’è. Ma quanto è minuscolo e insignificante un essere umano? Quanto è illuso? Il rumore di una lucertola che esce da una piccola cavità sopra la mia testa mi fa sussultare, la sento attraversarmi il collo come la carezza di un cadavere e poi ancora silenzio. Non potrò continuare così per sempre. Qui è il posto mio, il posto che mi merito. Sento la schiena e le caviglie zuppe d’acqua, la testa che mi gira ancora. Non ho scampo. Il Barlume - Anno 2 - Numero 12– Dicembre 2008

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Un raggio di luce colpisce un villaggio di ragnatele facendole brillare come cristalli di ghiaccio, i suoi abitanti si animano, forse cominciano a cantare. Assomiglia a una nenia, ma certamente è solo l’acqua che incontrandosi con altra acqua, dà vita a questo enorme flauto di pietra. Sto perdendo l’esatta percezione delle cose. Sembra davvero che sulla superficie fragile e nera venga cantata una lunga preghiera, monotona, ipnotizzante. Come se i ragni stessero tessendo il mio elogio funebre e stessero raccomandando la mia anima al loro dio. Non assomiglia alla cerimonia che avevo sognato. Ma di tutte le cose che ho sognato nella mia vita, non si è mai avverato niente. Sarà la fame, la paura, i topi tornati per vendicarsi, la sete, la solitudine… prima o poi qualcosa verrà a uccidermi. Basta avere un po’ di pazienza. Non si vende l’anima al diavolo… non si vende.

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SEI PERVERSIONI IN SEI QUADRI DI NOVE RIGHE Denni Romoli Al Principe Myskin, savio idiota, con gratitudine. Il suo umile allievo. Lettera 1. Dell’esibizionismo, o Il fiammiferaio Fournier reo di trasparenza come Otto Dix Dal Balcone della Verità Incarnata, istituito nel 1922 e ancora attivo ad immarcescente testimonianza di una giurisprudenza imparzialmente fascista, s’affaccia il conciliabolo dei cerberi Grattanima, Bruciandoti e Lupi, a scrutare verticalmente l’ex camerata e ora novello fiammiferaio Fournier, incatenato ad un fascio d’erba dai suoi nervi scoperti e verticali, che tiene stretta nelle mani ossute la condanna finale. Il fiammiferaio Fournier dà fuoco a uno zolfanello, illumina le mani e lo scritto, e come da consuetudine legge la propria sentenza: “Sono reo di trasparenza, avendo deciso di divulgare la mia verità sulla caserma Diaz. Mi dichiaro responsabile di esibizionismo, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, soverchiamente stupido e dimentico del bisogno sociale di non far vedere la nudità del potere”. Intanto il Buongovernatore declama “Estamos en la cabeza de la civilización”.

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Lettera 2. Del Feticismo di Welles, o Come imparai a non preoccuparmi e ad amare gli oggetti La webcam riprende la stanza di Vera, piegata come un origami in un metro cubo di spazio. Il pavimento si presuppone essere di mattonelle color carne. Vera accorre al telefono, portatore di parole spezzate. Di lato, il monitor del computer segnala l’urgenza virtuale dell’umano. Accanto, alligna un diario sovraffollato di confessioni, volti del liceo, chimiche memorie in formato kodak. Un portacenere brama il suo cibo. Penne deflorate si ritrovano senza fogli da sposare. La benemerenza fa capolino con creanza dal cassetto della biancheria. Il piatto, latte e cereali, riposa come un nobile decaduto sulla sedia di fronte. Un rossetto scavato e un pettine si assumono il ruolo di vicari della femminilità. Alcuni libri si affastellano sotto le scarpe di vernice bianca. La televisione intanto declama: “Forse Rosabella fu qualcosa che lui perse…”

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Lettera 3. Del Frotteurismo, o Come imparai ad amare i Pink Floyd in una polaroid di Hering Dum-du-du-dum, dum-dum-dum-dum-dum. Il walking di basso si propaga come cornice dello spazio virtualmente contenuto in pochi centimetri quadrati della polaroid, ingigantiti dal proiettore del locale modulare tres chic appena inaugurato in quel di Firenze. La polaroid è appesa al centro di una oceanica parete blu cobalto. All’interno troneggia alla cassa del market di provincia l’ex-sognatore e ora proprietario Claudio, in uno spesso completo da salotto buono, che massaggia sensuale il conto della giornata, gli occhi divaricati come le gambe di una partoriente, il rosa della pelle tramutato in cardinalizia porpora. La destra stringe come un membro un rotolo di banconote, mentre la sinistra si muove verticalmente verso l’incavo delle gambe. Ai Pink Floyd si sostituisce la voce di fata di un telefono erotico: “Un muro è fatto per essere disegnato, un sabato sera per far baldoria e il denaro per essere fagocitato”.

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Lettera 4. Della Pedofilia, o Madre e figlio con assorbenti à la Liechtenstein Alla sesta piastrella bianco-azzurra del bagno si stagliavano riccioli i castani i capelli di Daniele, orgoglio scolastico compreso all’interno d’una pelle scremata di vitalità, occhi intelligenti e già viziosi, mani assorbite dai rivoli di una camicia d’un distinto ocra. Alla nona piastrella si affaccia la madre, in anomici indumenti da lavoro sottopagato, ritualisticamente chinata nel cambiarsi l’assorbente. Al suo fianco un lavandino con macchie di dentifricio e uno specchio scheggiato all’angolo destro sillabano le parole dell’amore materno: “Le donne sono tutte sporche, vedi che tutti i mesi siamo piene di sangue, e qui ci sta lo sporco”, dice il baloon sopra di lei, mentre mostra al figlio la prova della sua tesi. Gli occhi di Daniele vedono un lembo di cotone allungato macchiato di rosso, l’odore penetrante e raggrumato, l’impossibile fuga di fronte alla chiave che serra e al troppo vedere e percepire.

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Lettera 5. Del Masochismo, o Uomo con arco e freccia puntata sul cuore di Marina Abramovic All’interno del rettangolo della Canon digitalizzata appare un altro rettangolo grigio tediosamente illuminato da una luce digradante verso il perlaceo. La donna svela tutti i crismi della santità : ha appena ingoiato gli ultimi residui di rancore, di rabbia, di protesta, lo si legge dal sorriso vacuo, dagli occhi comprensivi. Mai troppa gentilezza riserva in cuor suo una donna verso il proprio carnefice. L’uomo, un esteta avvilito e sordido, ha il colore del topo di fiume, scaglie sul volto barbaro, occhi sanguinanti come una madonna turistica, il pene mediocremente eretto, la mano salda circuisce e impugna la freccia. La donna sostiene l’arco e guarda amorevole la freccia che le sta per trapassare il cuore. La voce giunge in filodiffusione: Ogni amore deve essere bellissimo. Ogni donna deve essere buona.

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Lettera 6. Del Voyeurismo, o Visioni notturne tratte da Hopper Il giovane nero caduto a terra, il militare voce metallica, due corpi, il primo consunto dal terrore e il secondo nutritone, un fucile puntato come prova d’impotenza totale e dall’altra parte una virtuosa erezione di ferro e proiettili precoci. Un movimento nel giovane nero impacciato, il braccio che scivola nel tentativo di riesumarsi dalla polvere, il calcio dell’arma che vibra e atterra sul costato cristico, il diaframma dell’uno che come un pendolo a due punte trapassa dall’alto al basso, l’ansimare orgasmico del militare voce di lupo che abbaia e può perforare, puntare, sparare. Spara, spara. Così si trova ad urlare Carlo, seduto sulla sua poltrona, mentre raccoglie i fazzoletti dal bordo del divano. Si solleva, cerca a tastoni il telecomando e raccomanda alla sua fedelissima realizzatrice di vita bidimensionale di andarsi a tuffare tra le braccia di Morfeo. Di solito si masturba guardando i video dei Duran Duran.

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LA SDRAIO Denni Romoli e Emidio Picariello Giano plasma e governa ogni cosa, unendo e circondando il cielo, l'essenza dell'acqua e della terra, pesante e tendente a scendere in basso, e il fuoco e l'aria, leggera e tendente a sfuggire verso l'alto, ed è l'immane forza del cielo a tenere legate le due forze contrastanti. Due forze contrastanti, due volti inequivocabilmente contrapposti, contrari filosofici, opposizioni irrimediabili. La perversione del doppio volto, il numero due secondo Pitagora, numero infame attribuito alle ancor più diffamate donne, artefici di doppiezze, maestre della trasfigurazione. Non questa volta. Il Giano bifronte ha sesso maschile, e si scopre inaspettatamente nella figura del defunto Jorge Heider, un curriculum di tutto rispetto composto da un sorriso xenofobo, parole becere, machismo iperattivo, amicizia con ex-gerarchi delle SS. Un uomo tutto d’un pezzo, verrebbe da dire, che una morte impietosa ha spezzato a 58 anni in un banale incidente stradale. Un’immagine politica costruita sul mito della virilità, sulla potenza maschile, sull’apparire intransigente. Se non fosse che la perversione è andata a cospargere le vicende sentimentali dell’uomo Heider, scoperto involontariamente omosessuale da tanta stampa pettegolante. E la perversione non risiede certo nell’esserlo, omosessuale, quanto nel negarlo, nel nascondere, nel mistificare. La perversione alligna nella trasmutazione del reale in fabula, dell’essere pietrificato e restituito politicamente corretto, offerto in sacrificio per la nuova ed eterna alleanza tra menzogna e potere. Come di tanta intransigenza villosa si fanno portavoce i nostrani cazzutissimi governanti, che della filosofia del celodurismo hanno fatto motivo di vanto e simbolo d’appartenenza, e tutto l’esercito di politicanti insigniti d’allori che proclamano vanamente senza parlare, che appaiono senza esistere, con emozioni di cartapesta, una bontà da imbonitori, un interesse simulato, occhi di cemento. Non sentiamoci salvi noi che omosessuali non siamo, che magari abbiamo un amico omosessuale e lo trattiamo come se fosse normale. Appunto, come se. Ci guardiamo sorridere alla bugia di Heyder. Se osserviamo con maggiore lucidità, vediamo in faccia la nostra colpa che guizza dagli occhi, quando ci siamo raccontati quanto siamo buoni, aperti e con la coscienza a posto per aver votato Luxuria all'isola dei Famosi.

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SIETE SOLO DEGLI SPOCCHIOSI DI MERDA Denni Romoli e Costanza Maremmi 9 Songs – Regia di Michael Winterbottom (2004) Il portiere di notte – Regia di Liliana Cavani (1974) Secretary – Regia di Steven Shainberg (2002) Io sapevo come ti sentivi schiacciato, fra lei e quell' altra che non sapevi lasciare, tra i tuoi due figli e l'una e l' altra morale, come sembravi inchiodato L’amore occidentale, egocentrico e oramai esangue, si accasciò stilnovisticamente all’ombra di una rosa. Il suo sangue esile intrise il terreno, ed andò ad irrobustire il sempiterno albero del potere. No, la folle gloria del potere, recitava uno dei titoli del maestro de Oliveira. E di tanto potere corrotti e inzuppati sono inconsapevoli carnefici e vittime i protagonisti di 9 Songs, invischiati in un percorso dal finale solitario, sperimentatori glaciali del sessuale: nella scena più eloquente Matt, seminascosto nella penombra, osserva la sua donna, Lisa, che si masturba con un vibratore. Ha appena scoperto che può fare a meno di lui. La regia di Winterbottom va al di là del porno, ne annulla gli intenti spettacolari, ci racconta di un Antartide emotivo raggelato dalla sete di esperienza, dell’effimero bruciare corporeo, dall’assenza di sentimento. Inevitabile gloria del potere, umanamente consegnati alle catene del ripetersi, una prigione stretta e pericolosa, però conosciuta e perciò porto paradossalmente sicuro. È quanto accade a Lucia e Max nella pellicola di Liliana Cavani: i due erano stati amanti ai tempi del nazismo, lui da piccolissimo gerarca voyeur, lei da deportata in un campo di concentramento. Finita la guerra, i due si guadagneranno le lodi della cultura borghese, lei accompagnandosi ad un direttore d’orchestra, lui lavorando in un albergo. Incontratisi di nuovo, abbandoneranno ogni parvenza di rispettabilità, non potendo ulteriormente rifiutare la loro natura coercitivamente violenta, incapace di sfamare, entrambi già morenti ancor prima che un ordine secolarmente prestabilito li uccida. È la mia natura, diceva lo scorpione alla rana. L’amore occidentale, nonostante proclami più o meno altisonanti, è soltanto una costruzione culturale. Crederci è una delle nostre perversioni, dei nostri millantati crediti, delle nostre pretese. Crederci e farlo credere all’esterno, come nella città proibita di Yimou, come la Stéphane di Chabrol, intimamente collusa con il delitto, lady Macbeth consapevole, fiera esibitrice della propria tessera da perbenista. Nessun amore potrà fare a meno del potere, ogni vittima diventerà il carnefice di se stesso e dell’altro. Come Lee, la protagonista di Secretary, inchiavardata ad una scrivania in attesa che il suo amato Edward accetti di diventare il suo carnefice. Non vuole un uomo silenziosamente devoto, vuole qualcuno che la umili, più o meno pubblicamente. Solo così potrà amare. Ti prego, diventa il mio carnefice, sussurra l’amore occidentale all’orecchio della compagna. Un’età dell’innocenza scorsesianamente falsa, un mito lentamente sgretolato, un impero dei sensi algido e imbevuto di umori genitali, due esseri che progettano il loro suicidio sentimentale. Forse l’amore non esiste. Questo lo dimentichiamo. L’altro, però, esiste. Anche questo lo dimentichiamo. Non conosco perversione peggiore. Soffiasse davvero quel vento di scirocco e arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare dietro alla faccia abusata delle cose, nei labirinti oscuri della case, dietro allo specchio segreto d'ogni viso, dentro di noi

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Le foto di questo numero sono state scattate da Costanza Maremmi www.flickr.com/photos/costanzamaremmi copertina, pagine 5 - 8 - 11 - 12 - 15 Alessandro Pagni www.flickr.com/photos/alessandropagni pagine 14 - 16 Julius Von Der Pahlen www.flickr.com/photos/querelle pagina 13

Il Barlume

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Il Barlume - Anno 2 - Numero 12– Dicembre 2008

Mensile fondato e diretto da Costanza Maremmi

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Il Barlume A 02 N 12  

Il numero di dicembre 2008 del Barlume