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IL BARLUME

Anno 1 Numero 11 - Novembre 2007


EDITORIALE Ha iniziato a piovere, a Dio piacendo (Inshallah!) possiamo rimuovere i sigilli posti sui nostri cappotti e coprirci di bel nuovo. La pelle, il corpo tornano ad essere rivestiti, immunizzati, invulnerabili. Una cioccolata calda stempera la nostra cervellotica rivista, leggeteci con una tisana calda tra le dita. Maschere, attese, vendette, crinoline. L’amore lo lasciamo per altri giorni, altre pagine. Le nostre vite sono finalmente in relazione, forse per questo non ci vogliamo esporre. Questione di scaramanzia, perdonateci. La nostra copertina, fatidico senso di colpa, ci ricorda la nostra nequizia: abbiamo dimenticato il finale del racconto di Riccardo Tronci, che riportiamo su questo numero. Essendo amanti dell’inquisizione, ci siamo auto-flagellati nei modi più crudeli: Denni leggendosi Tre Metri Sopra il Cielo in ucraino, Emidio ascoltando le registrazioni dei discorsi di Schifani (con rispetto parlando) e Costanza visionando l’intera opera cinematografica di Cristian De Sica. Siamo orgogliosi di annunciare che siamo riusciti finalmente a colmare un vuoto che iniziava a diventare astrale: torna il nostro Kruscev Emidiovskij con il suo racconto più bello. Parola nostra. Inoltre, compare per la prima volta una nuova autrice, Emilia Dattilo, che ha deciso di scrivere un racconto a quattro mani con il nostro Denni. Infine, una poesia di Alessandro Baglione. Pensiamo che parli di qualcosa, ma, non sapendo di cosa, non volendo capirlo, speriamo che scorra sotto i vostri occhi lasciandovi lo stesso sentire che ha lasciato a noi. E se alla fine della lettura ve lo starete chiedendo: sì, questo numero non vuol dire niente. Buona lettura. DePiCo

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EGO ME ABSOLVO Emidio Picariello Se non hai pazienza, le Grecia te la insegna. Puoi stare ore seduto con i piatti sporchi davanti, senza che nessuno venga a chiederti i soldi che gli devi per il pranzo. Dopo lo sconforto dei primi giorni, è meraviglioso scoprire che tanto non hai niente da fare. Niente, o quasi. Non si dovrebbe mai dedicare la propria vita a qualcosa o a qualcuno, che poi è la stessa cosa. Io l'ho fatto due volte, prima con una donna, ovvero con l'essere dedito ad essa, se vogliamo essere più precisi, poi con il vendicarne la fine. Mai dedicare la vita a qualcosa. Si dovrebbe dedicare la vita a se stessi consapevoli che è l'unico modo per essere davvero liberi di amare l'altro senza interesse. Senza necessità di essere corrisposto per essere. Dopo, comincia un viaggio. Certe volte il dolore si ricorda nitido, come se si provasse ancora. Come quella volta che bussarono alla porta e il poliziotto mi disse che lei era stata investita dall'auto di un ubriaco. Rimasi in silenzio, come paralizzato. Mi ci vollero giorni per capire quello che stava succedendo. Il dolore non trova mai parole. Se è fortunato trova le lacrime. Nel mio caso neppure quelle. Non piansi affatto e le tenni dentro in attesa di giorni asciutti e fiori da annaffiare. Il processo fu per me un viaggio allucinante. La mia fissazione si spostò da mia moglie alla pena di morte in generale, prima, alla morte di quell'uomo, poi. Non perdevo una seduta del tribunale, lavoravo poco, crescevano le occhiaie, la mia pancia da uomo sedentario si era ritirata. Passavo il tempo libero in palestra, o correndo. Il dolore dell'acido lattico nei muscoli mi ricordava che forse le ero sopravvissuto. Non avevo altro modo per saperlo. Poi passarono gli anni e lui uscì di prigione. Io nel frattempo avevo corso chilometri in percorsi tutti intorno al mio quartiere. E divenni come pazzo perché non volevo credere che lei non c'era più e che l'ubriaco invece poteva rifarsi una vita. Un viaggio comincia sempre per un motivo. Chi viaggia senza motivo ha tutta la mia ammirazione. Il mio cominciò il giorno che seppi dove si era rifugiato l'ubriaco. L'isola ha un piccolo porto nella città principale, le montagne nel mezzo, si dice vi sia nato Zeus, e un porticciolo ancora più piccolo dalla parte opposta. In questo secondo porto ci sono alcune case proprio sulla spiaggia. Per raggiungerlo basta una vecchia moto che si può noleggiare sull'isola. Io non mi preoccupavo neppure di nascondere le mie tracce. Non mi interessava cosa sarebbe successo dopo. Se hai uno scopo nella vita non c'è dopo che abbia significato. Nel frattempo mi godevo la vacanza, sapendo che sarebbe stata l'ultima. Forse la cosa che contraddistingue e rende tremendamente tristi gli italiani all'estero non è tanto il fatto che si ritrovino a mangiare schifezze costose che gli passano sotto il nome di pizza, ma il fatto che sono capaci di stare per ore al sole di una spiaggia incantata leggendo il numero di tre giorni fa della Gazzetta dello Sport che chissà come si sono procurati. E se dei Don Giovanni da strapazzo, mentre quelli sono intenti ad immaginare in che modo quegli scarponi miliardari gli faranno rodere il fegato da settembre in avanti, soddisfano nelle cabine le loro compagne, è solo la metà di quello che si meritano. Mentre pensavo a questo posai la forchetta sul tavolo, buttai già l'ultimo sorso di vino bianco con quello strano retrogusto di legno. Il resto scorre veloce. Passano le ore, come in un film a velocità. Il sole tramonta, non sul mare, da questa parte, si fa buio. La casa stava sul mare, le finestre si affacciavano sulla sabbia. Faceva caldo, erano aperte. Mi issai sul davanzale, e entrai. Si sentiva solo il rumore cullante delle onde e un respiro affannoso, da sonno agitato. Seguii il respiro, entrai nella camera. Caricai la pistola, lo guardai in viso, alla luce della luna. Aveva la mia stessa faccia. Era come se vedessi me in uno specchio. Lasciai lì la mia pistola. Uscii da dove ero entrato. Il Barlume - Anno 1 - Numero 11 - Novembre 2007

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Ma il Signore gli disse: "Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!". Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l`avesse incontrato.

Emiliano Corrado

Non c'è uomo o Dio o Stato che abbia il diritto. Non è con la morte che si paga il perdono. La moneta, liquida, finalmente mi scorreva dagli occhi, mentre lasciavo impronte sulla sabbia. E dietro me, dalla sabbia, sbocciavano fiori, dai miei passi.

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I TRENTACINQUE PIANI Riccardo Tronci

Segue dal numero 9 di Settembre 2007 Eccomi, invece, adesso. Un uomo che non accetta più compromessi, o forse un uomo che ha appena reclinato la testa e dimesso le spalle. Non saprei. L’ho già detto, non è mio interesse motivare gli altri e dargli un senso, nemmeno io lo trovo nel mio gesto. E’ solo un fotogramma che riluccica nella mia testa, per questo so che è la cosa giusta da fare. Forse solo un uomo sul ciglio di un palazzo. Di quarantadue piani. Un bel volo. La folla si raduna e diventa sempre più trepidante per lo show. Che lo spettacolo abbia inizio. Dalla televisione il piccolo Luca può seguire le mosse del suo eroe, e a sua volta lui stesso sarà in collegamento con la diretta tv. Quello è mio padre, dice a un suo amichetto seduto accanto a lui davanti al maxischermo al plasma, mentre sgranocchia i popcorn messi in una scodella dalla domestica, e qualche donna tra la folla mormora qualcosa tipo che tenero. La folla osserva, con l’attenzione dei devoti in Vaticano, il brevissimo percorso che porterà l’eroe dal camerino, attraverso il sipario, fino alle luci della ribalta. C’è un microfono. L’eroe si avvicina. Lo colpisce due volte, giusto per assicurarsi che l’audio sia ben diffuso in tutta la strada. Un aiuto regista, affiancato da un cameraman, fa segno che va tutto bene, che può parlare, se vuole. Palazzo Firinelli è coperto di striscioni pubblicitari, ed un maxischermo è stato posto ad altezza uomo, così che tutti possano osservare la scena nei minimi dettagli. Alcuni chioschi vendono magliette con scritto I believe in you ed altri magliette con scritto Non farlo!. Ma la maglietta più in voga di questo assolato pomeriggio è quella che reca le parole Don’t try this at home. La strada prospiciente il palazzo, via della repubblica, è stata previdentemente chiusa dalla polizia stradale, così che la manifestazione si possa svolgere nel più regolare dei modi, senza incidenti. All’incrocio tra via della Repubblica e viale venticinque aprile, quello che termina nei pressi di vicolo degli imbarcati, gli automobilisti usano freneticamente il clacson e la voce come qualsiasi giorno. Il maxischermo trasmette pubblicità di nuovissimi apparecchi digitali e cure dimagranti in centri di benessere, mentre un contatore alla rovescia indica il tempo rimanente prima dell’inizio dello show. Mi avvicino al microfono. Lo picchio due volte, lentamente con le dita. Il cameraman barbuto, forse un vecchio hippie bavoso del cazzo che ricorda nella sua testa esclusivamente frammenti di Woodstock, mi fa cenno di procedere. Tutto sincronizzato, tutto pronto per lo show. Mi sporgo un attimo per osservare la folla e mi ritraggo subito, come preso da un brivido. L’aiuto regista, capelli rossi e riccioluti, occhiali da sole neri e sgargiante stile intellettualoide antipatico, mi porge un foglio. Mi accingo a leggerlo: “Salve a tutti. Grazie di essere venuti oggi. Volevo ricordarvi, prima ancora di iniziare, che tutto questo è stato offerto dalla Giusti e Del Serra, impresa edile, che vi vuole ricordare come sia importante avere sempre delle buone fondamenta prima di buttarsi in una nuova avventura.” La folla mi guarda. Posso dire qualsiasi cosa, non fa differenza. Qualcuno si aspetta il mio messaggio, altri aspettano solamente lo show. La telecamera a terra riprende i giudici del guinness dei primati. Sono arrivati a presenziare la cerimonia, nonostante le difficoltà incontrate nel traffico cittadino, per registrare un eventuale record di uomo buttatosi da quarantadue piani e sopravvissuto. Uno che si è buttato ed è morto già l’hanno inserito nel fantastico libro, ed era volato dal sessantaduesimo piano. Un bel volo. Mi accorgo di essere in silenzio da molti secondi, lasciando che la colonna sonora parli per me. Non conosco la canzone, ma i sottotitoli che vedo scorrere mi parlano di una certa “My own summer” dei Deftones. La folla in silenzio comincia ad agitarsi, l’aiuto regista urla, probabilmente al suo avvilente capo che entro poco mi butterò, è tutto calcolato, è la suspense dello spettacolo. State tranquilli. Ho detto che l’avrei fatto, no? Avvicino la bocca al microfono, subito dopo che le immagini sullo schermo mostrano mio figlio, che sorride a sapersi in onda. E’ a lui che voglio parlare.

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“Arcipelago Gulag. Sto pensando ad Arcipelago Gulag ed al grande Soltsenycin. Non solo. Sto ascoltando dentro di me la voce di Jean Giono che mi spiega perché sia giusto tornare alla terra. Vedo davanti agli occhi scorrermi le profezie geniali di Orwell e assaporo per l’ultima volta tutta la saggezza ruvida e fanciullesca di De Saint Exupéry. Sto pensando che forse voi, tutti voi, non leggerete mai Alexis de Toqueville e nemmeno cercherete di capire le tracotanti pagine di Alfred Cobban. In pratica non vi chiederete mai il perché. Casomai vi chiederete il come. Adesso mi guardate e vi chiedete il come. Come mi butterò? Sarà a volo d’angelo? Una stupida candela per finire in coerenza una misera vita? Come sarò una volta al suolo? E… come sarete voi dopo di oggi. “ Il cameraman si avvicina, fa un primo piano del volto. L’aiuto regista comincia a sbraitare in maniera irragionevole di buttarsi. Rimango in silenzio ancora per qualche secondo, irrigidito dalle mie stesse parole. Il mondo che ho appena descritto morirà con me e, come me, diventerà leggenda, o peggio ancora, volto di sensibilizzazione per la nuova campagna contro la globalizzazione di una multinazionale. Sento i passi dell’aiuto regista che si avvicina, in collera. La folla comincia a gridare in coro. Non distinguo bene le parole, ma so che è un incitamento. Devo buttarmi. Ma non riesco. Sono immobile, paralizzato da una forza che non conosco e che non ritrovo nel mero istinto di conservazione. “Scusate” dico al microfono, come per prendermi un attimo di pausa. E l’aiuto regista è vicinissimo a me, ma non abbastanza perché da casa possano vederlo. “Ti butti o no razza di coglione?” mi dice. Ed è un attimo. Un’azione che non ho calcolato. Un gesto che nemmeno volevo compiere. E con gli occhi osservo i capelli riccioluti e rossi muoversi al vento spudorato dei quarantadue piani, mentre la folla, attonita, assiste.

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PERCHE’ IL SUBLIME, SI SA, E’ UNA RISATA IN FACCIA ALLA MORTE Emilia Dattilo Denni Romoli Talmud incontra Penelope in un modo ed in un luogo banale. Da subito la sua figura tautologica, dalla smagliante corazza di postmoderna miscela di cinismo ed ironia colpisce Penelope, distogliendola dalla tessitura della sua eterna tela. Talmud è di questo mondo, adopera parole come "smart" e "madame", si professa un fedele della finanza al consumo, segue un corso da sommelier professionista, si incanta davanti ai sandali da cocktail e nella coriacea apparenza di spigliata avvenenza, porta inciso sullo scudo: "homo homini lupus". Penelope invece è di pasta buona. Come quella canzone che ascoltava quando prima ancora che l’età la accostasse al telaio, è convinta che il "futuro sia un'astronave che non ha tempo né pietà"; si vede appena mutare di forma, come una pietra grezza che lentamente porta alla luce la linea impressa dal divino, tesse e disfa la tela del tempo in attesa che il mare le restituisca il suo Ulisse un po’ degregoriano, "andato al mondo e non ancora tornato". Incuriosita, Penelope decide di indagare le referenza tra la finanza al consumo e la tela del tempo. Tre incontri, come un ciclo di conferenze, nei quali il prode Talmud, dotato di corredo accademico, alterna cinismo a pigrizia, manifestazioni di indolenza e attestati di edonismo, sempre con compassato autocontrollo. Tra la presentazione di un Metodo Montecarlo e una "r" del Valore Attuale Netto, Penelope adopera i suoi ferri del mestiere per sfiorare la corazza del Talmud, sentirne la consistenza, annusare il corredo di manuali e titoli. Quasi si confonde tra quelle formule dove, a forza, il nostro Talmud infila racconti di infanzia e desideri futuri, stupisce di fronte alla necessità del divino di ingollare più cocktail per trovare una dimensione umana. Sorride enigmatica. Decide di sovvertire la regola di ateneo e, con coraggio, osa sfidare il divino Talmud ad un confronto alla pari, lontano dalla programmazione finanziaria ma anche dalla tana dei Proci. Come il mago di Oz di fronte all'uomo di latta, Talmud vacilla, indietreggia, pone la distanza del suo infallibile metro di giudizio, l’insovvertibile frequenza sabbatica. Penelope intanto tesse e disfa la tela - la vela di una nave, la rete di un caicco, il lenzuolo di una culla. E Talmud, lentamente, si allontana, si mischia con i Proci, la sua voce si allinea a quella del coro. Ma tutto questo Talmud ancora non lo sa. Alla disamina dei fatti ognuno di loro, per dirla alla Ozpetek, ha un cuore sacro. Il cuore sacro che però non possono mostrare, necessitati come personaggi a inventare l’inesistente. Una lente d’ingrandimento sul cuore, un’altra ben meno raffinata sulle loro parole. Penelope pensa: ho speso i miei migliori arazzi in facezie sentimentali, con uomini affannati e furbi,

scostanti e menzogneri. Oggi sono sola davanti al telaio. E tu dove sei arenato?

Penelope dice: Sono stata a vedere la riduzione teatrale di “Storia di un impiegato”. Mediocre. Credo

che non si debba trans-interpretare un’opera originariamente pensata e realizzata per un determinato fine. Ho letto su “Donne moderne e Antroposofia” una recensione feroce contro chi trasla opere da un campo all’altro. Tu cosa ne pensi?

Talmud pensa: sono con Penelope, Penelope è arguta, dotta, non scevra da un'affettività pericolosa, invadente. Certo, fosse soltanto colta potrei farmi una scopata intellettuale, era un film di Cronenberg forse, “Il pasto nudo”, da un libro di Burroughs credo. Penelope vuole entrare dentro la mia corazza, memorie degregoriane, "lei chiese la parola d'ordine, il codice d'ingresso al suo dolore". Piccola ingenua Penelope, non penserai che mi lasci penetrare con tanta facilità. Ho impiegato anni per affinare certosinamente la mia immagine, di questa accontentati. Il Barlume - Anno 1 - Numero 11 - Novembre 2007

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Dietro potresti vedere il mio nome, quello reale. Il mio nome reale piove centellinato dopo rigorose selezioni del personale, e tu perniciosamente ti avvicini come un morbo qualsiasi. Si erge la difesa immunitaria: io sono ciò che ti faccio vedere. Talmud dice: Sì, in effetti risulta arduo coniugare campi e mondi lontanissimi, come dice Battiato. Se ne vedono costantemente i pessimi risultati. D’altronde la nostra cultura è così provinciale, non siamo certo a Berlino. Beato Fassbinder. Proprio l’altro giorno ho rinvenuto nella mia libreria di fiducia una severa critica di Giorgino alla cultura televisiva, al trash mediatico… Penelope pensa: petto sollevato, mento sollevato. Chi ti credi di essere, cultore della materia dei miei

coglioni? Solo perché pulisci il culo del tuo mentore vuoi venirmi a far la predica? Un cocktail e una scopata, vuoi questo? Credi che il mio prezzo sia sei euro e cinquanta? Penelope dice: già… è proprio vero quello che dici. Anche il mio ex la pensava così. Come mai libero stasera, nessun impegno accademico?

Talmud pensa: sono seduttivo quel tanto da non apparirti francamente spiovente dalle tue labbra, altero quanto basta per non contagiarmi con questioni umane ma comprensivo verso le miserie quotidiane, ostentatamente sicuro delle mie risorse per permettermi di mostrarti la vergogna del mio nanismo sentimentale. Un florilegio di citazioni dotte, Penelope, per entrare nella tua tela, nelle tue lenzuola, senza dovermi spogliare. Farò l'amore con te, ma io rimarrò rigorosamente in giacca di velluto. Talmud dice: no, stasera dovevamo vederci per una riunione, ma ho preferito incontrarti. Ti ho pensata, l'altro giorno, stavo guardando un film di Kurosawa. Noi occidentali abbiamo il lusso di permetterci di pensare alle nostre emozioni, mia nonna era troppo impegnata a farsi stuprare dai cosacchi per essere depressa, diceva Allen. Sai, nel mio passato ho avuto relazioni dolorose, sì, ma sono ancora vivo, qui presente, attento. Senti, che ne dici se dopo andiamo a farci un giro in macchina? Vorrei farti ascoltare un disco di Cammariere, lo conosci? In un moto di spietata sincerità, Talmud sceglie parole allineate al suo pensiero, parole di sadismo, una cattiveria di cristallo, fanciullesca, aperta, franca: un Martini, please. Madame, vuoi qualcosa da

bere? No? Cameriere, un Martini, con tre olive per carità, non più di tre. Bicchiere triangolare, come il tuo sesso. Ti avrò rapidamente madame? Dovrò investire alcuni euro in cene pre-coitali? In realtà so che tu sei Penelope, il tuo vero nome non mi interessa. D'altronde, non mi interessa il mio. Ho sentito qualcuno dire che prima di andare a letto con una persona dovresti parlarci per sei mesi, conoscerla, farti vedere. Ma io sono Talmud, e tu sei Penelope, questo mi basta. Io la mia corazza, tu la tua. Non scoprire il mio gioco, Penelope, io voglio solo incastonarti nella mia collezione di farfalle. Ci avevi creduto Penelope? Io fuggo, con aria dolente, ma fuggo. Penelope, io sono una maschera. Una persona? No, ho detto maschera. Sono Talmud. Addio Penelope.

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QUANDO TUTTE LE COSE BUONE Alessandro Baglione Dunque va, come ti dicevo, masticato lento, annusando l’aria. Niente trucchi, chiudi gli occhi ecco tutte le cose buone sono davanti a te; lo sai, non riesce sempre non al primo colpo si diventa esperti guardami, sono grande, c’è ne voluto prima di imparare cosa sai dirmi dello stomaco che serra a pugno, delle scarpe di un funambolo? Ecco, appunto, ci arrivavo ci sarebbe aggiunto un contributo spese piccolo, minimo quando tutte le cose buone sono davanti a noi c’è un’industria saggia e la regia, è un mestiere antico: vivere costruire piano e vivere perché viene giorno; resti un mistero libera creatura. Ora io posso averti davvero? E i giorni si piegano a metà io vado e torno, lascio un biglietto voi fate pure senza di me tranne tu.

Le foto di questo numero sono state scattate da Costanza Maremmi

Il Barlume

info@barlumismo.org Anno 1 Numero 11 Novembre 2007

Il Barlume - Anno 1 - Numero 11 - Novembre 2007

Mensile fondato e diretto da Costanza Maremmi

c.maremmi@barlumismo.org Denni Romoli

d.romoli@barlumismo.org Emidio Picariello

e.picariello@barlumismo.org

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Il Barlume A1 N11