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IL BARLUME

Anno 1 Numero 5 - Maggio 2007


EDITORIALE Anche questo mese abbiamo raccolto qualche piccola luce per offrirvela in dono, mentre il cielo è sempre più blu e finalmente possiamo andare a fare il bagno al mare. Aspettiamo nel frattempo di acquisire qualche nuovo collaboratore, oltre quelli che già si sono aggiunti e attendiamo che voi ci inviate qualche lettera o meglio qualche pezzo. Per migliorare la comunicazione abbiamo aggiunto la nostra pagina a quelle di MySpace, per permettere a più persone di interagire con noi, all'indirizzo http://www.myspace.com/barlume Questo numero è fatto con sonnacchiosa passione e frettolosa volontà, superando la stanchezza e alla fine sorridendo di quello che ne è uscito fuori perché ne siamo rimasti contenti. Stupiti di esserlo. E' un numero che fa un bel giro lungo, dalle "Declinazioni" di WritingEffort, alla malinconia indossata come un maglione, passando per "Padre eterno che sei nel marketing", il secondo di una serie di racconti sull'esistenza di Dio per come lo immaginiamo (il primo potete trovarlo nel numero zero ancora disponibile sul sito). E dato che ci sembrava di non avere trattato argomenti sufficientemente importanti (chi è Dio? ci verrebbe da chiedere) abbiamo pensato che il materiale di cui è fatto l'amore fosse un buon argomento e abbiamo inserito il "Diario di un'attesa". In ultimo, come al solito, una "non recensione", come la chiamiamo noi. E, come scoprirete andando all'ultima pagina, ancora una volta si parla di Dio. Staremo mica diventando una pubblicazione religiosa? A voi l'ardua sentenza.

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DECLINAZIONI

http://writingeffort.wordpress.com

…e sul fare del tramonto, tra code di lucertola e denti ti topo, qualcuno che non aveva mai visto, e conosceva benissimo, arrivò. Lo prese per le spalle e l’abbracciò. Poi lo condusse in casa dolcemente, lo vestì e lo portò di nuovo fuori. Ma lontano. O perlomeno in un posto così diverso che doveva essere lontano. Ad un certo punto, era proprio mentre il sole terminava di stringersi tra due colline, videro un cervo appena nato che però era enorme. Li fissò per quel tempo che era d’arresto poi si voltò in fretta e scomparve nell’erba alta. Ma proseguendo nella sua stessa direzione, ed era ormai buio, si vedevano in lontananza quelle che forse potevano essere luci di una giostra. Un posto dove andare, sembrò dirgli la mano di quello che aveva riconosciuto, battendogli sulla spalla. Alla fiera mangiarono moltissime cose, e giocarono a tutti i giochi in cui si tira qualche oggetto, parlarono a lungo e risero molto. A luna alta lo riportò a casa, lo spogliò, lo mise a letto, gli chiuse gli occhi con il palmo della mano: e lui cominciò a sognare di un altro giorno in cui il sole, rosso e caldo, declinò in modo ancora più bello.

Foto di Writing Effort

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HO INDOSSATO UN MAGLIONE DI MALINCONIA Selene Celi Ho indossato un maglione di malinconia, di quelli col collo alto per non urlare il mio destino e rimanere senza voce. Ho tagliato una gonna corta per non dimenticare che sono donna, l’ho colorata di grigio per non far vedere che calore c’è sotto. Perché le puttane non sono amate, se non a tempo. Ho calzato stivali di guerra perché dovrò camminare a lungo in trincee di delusioni. Ho messo guanti di miele per incollarmi al tuo cuore, quando lo troverò. Ho fatto un bel cappotto. Ho intrecciato la lana delle finzioni con quella delle illusioni. Ho attaccato bottoni placcati d’oro comprati al mercato delle parole. cucito asole di terrore. Stretta la cintura della realtà. Non respiro. Ho troppo freddo per restare nuda con la mia solitudine. Avessi il sole comprerei soltanto un costume di sorrisi e mi abbronzerei di me stessa. Riposerei sul piatto scoglio dell’Es e mi libererei anche del costume. Potrei fare il bagno nel mare della confidenza e confondermi con le stelle marine anziché perdermi fra stelle cadenti e desideri.

Ho costruito un nido che al freddo non resiste. E continuo ad arredarlo come fosse al sole. Forse se lo riempissi di ghiaccio comincerebbe a far caldo. Non tocco il dolore, il vuoto. Cerco suoni non miei, parole non mie, idee altrui, voci lontane, ricordi seriali. Pianifico ancora di spiarlo. Prima o poi forse mi vedrà. E si incazzerà per quell’invasione. Ed io morirò nel vedere quanto è bella, quanto è amata. Sono sempre la più amata. Come una dea. Solo sognata. Solo fantasticata. Solo eterna. Solo. Sola. È il destino della luna, di Diana che riluce solo se suo fratello splende. Maledetto padre. Giove potente e narciso, egoista ed incapace di amare. Traditore della madre. Era. Appunto. Era bella e umana e dolce e piena. D’amore che non si poteva dare. Ed ancora io, amazzone, cavalco sui deserti delle mie suggestioni, arco e frecce di rabbia velenosa colpisco chiunque cerchi di amarmi. Così non potrà più tradirmi, ferirmi. Stupida. Se solo potessi vedere nell’acqua come sei donna, aspettare senza insegnare. Prendere anziché buttare, ridere invece di piangere, incontrare invece di scappare. È passato il tempo di perdere treni già vecchi, voglio un altro mezzo. I miei piedi. Con i calli, il sudore e tutto il resto, ma che sia una strada nuova, mia. Non verso il sole. Non verso il padre o la madre. Senza destino senza futuro solo presente. Se solo potessi finalmente perdermi.

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PADRE ETERNO CHE SEI NEL MARKETING Emidio Picariello

Mi alzo, arrivo al bagno, mi faccio una doccia, mi vesto. Metto la cravatta migliore: oggi è un giorno importante per il mio lavoro, quindi per il mio stipendio e quindi per me. Mi fermo davanti al tempietto, mi segno. Speriamo bene. Non è uno dei momenti migliori questo. Mi ha chiamato il Tao, non sono soddisfatti, ho paura di perderli. E’ il mio cliente più grosso. E pensare che i suoi adepti lo considerano una emanazione. Gli altri sono piccole religioni africane, per lo più. Mi fa specie pensare a questa cosa, al fatto che qualcuno adori i miei clienti. Intanto ho un appuntamento con lui, il più importante di tutti, almeno sulla terra. Trentatre per cento del mercato da solo, due punto uno miliardi di adepti, un giro di affari spropositato. Il potenziale cliente migliore che mi potesse capitare. Se vendo a lui mando in culo Tao e mi compro la macchina nuova. Arrivo al suo ufficio con cinque minuti di anticipo, mi guardo nello specchietto, stringo il nodo alla cravatta, scendo, scale, citofono, segretaria, biglietto da visita, porta, sedie, scrivania.

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Siamo seduti, io, il mio portatile, lui, duepuntounomiliardi. • Vede carolei, io considero il mio, più che un lavoro, una missione. Tutte queste anime se ne svolazzerebbero rendendo irrespirabile l’aria se non ci fossero aziende come la mia che le prendono, le impacchettano e le rigenerano. Ma queste cose già le sa, se non sbaglio i buddisti usano i vostri servizi. • Il Tao, il Tao è nostro cliente. Gli abbiamo di recente organizzano il flusso del ciclo di smaltimento delle anime, e molte religioni africane. • Ah, piccolezze, io le vieterei, altro che libero mercato, ma non ci lamentiamo. Da quando si sono accorti che i mondi, oltre a essere un bel giocattolo davanti al quale passare le serate, producono quelle schifezze di anime che ci impestano sono passati molti anni e mio nonno perse l’occasione di entrare nel business. Ma mio padre, ah mio padre, che uomo. Lui capì che c’era ancora spazio, chi parla adesso di Zeus? Nessuno, mio padre lo fece fallire quasi completamente, eppure erano veri e propri leader allora, come noi oggi. Ma quel grand’uomo lanciò un marketing eccezionale in Israele e adesso: il trentatrè per cento. Si rende conto? • Eccome… • E io voglio seguire le orme di mio padre, su un altro mondo. E pensare che gli dettero del pazzo, come stanno facendo con me oggi. Ma io ho una grande idea in mente, e grandi capitali. Un mondo nuovo è appena stato prodotto, e i teleschermi si preparano a trasmettere, avremo un nuovo canale. • Non lo sapevo. • Non me ne stupisco, è una notizia riservata. Come ben sa di solito si lascia trascorrere qualche secolo, per vedere che cosa succede, prima di invadere il mercato con la propaganda religiosa. Ma io voglio farlo subito. Al motto di Cristiani Subito voglio accaparrarmi la fetta più grossa di quel mercato, prima che i musulmani mi facciano le scarpe. Quel Maometto è un affarista più scaltro di quel che credevo. E pensare che al Rotary mi feci una risata quando mi disse della storia delle 13 vergini. • Non per dire ma io ho sempre preferito la sua, la trovo, come dire, più stimolante… • La ringrazio, ma non mi aduli. Non ne ho bisogno, io sono Dio. • … • Via non se la prenda, sto solo scherzando. Insomma, i nostri cicli di smaltimento dovrebbero essere pronti a prendere anime anche da un altro mondo, pensate di poterci vendere qualcosa che si occupi anche di questo? • Guardi, la nostra azienda è specializzata in programmi di smaltimento. Curiamo la parte informatica e i processi di sviluppo. Le possiamo offrire anche consulenza… La mia voce sfuma, dico sempre le stesse cose da tanti anni. Faccio sempre le stesse cose, incontro sempre le stesse persone, anche se hanno uffici e scrivanie diverse. Poi di nuovo scrivania sedie porta biglietto da visita segretaria citofono scale. Stavolta verso casa. Poi preventivo, mail, forse macchina nuova. Forse.

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DIARIO DI UN’ATTESA Denni Romoli

A Nazim Hikmet

Ho scoperto i tuoi capelli rosso vermiglio un lungo filo di speranza e paura li unisce alla mia mano. Potevo chiamare carcere il mio respiro. Non questa volta, amore mio. Dal mio carcere si è levato il granitico attacco di cuore alla casa del militare. Buttarla a terra è un’inezia, una gotica allucinazione, una necessità non cestinabile. Era un rattrappito sentire, un rattrappito membro senza alibi, una caracollante incertezza. Lapidario e fosco tiranno della moneta spicciola così mi dipinsero la notte e la mia infanzia. Non questa volta, amore mio. A Grenoble ho visto un fauno. Vivo giornate striate dalla luce incerta, ma il fauno mi ha parlato di te, dei tuoi capelli rosso vermiglio. Ne trovo uno sulla mia pelle un lungo capello rosso vermiglio un lungo filo di speranza e paura trattenuto dalla mia nera mano. Il fauno mi ricorda di una notte, strada cupa e corpi su di un letto anch’esso rosso come quei corpi trattenuti. Nel buio il rumore dei tuoi occhi che si aprono. Li cerco, è più facile farti del male che donare l’amore. Non questa volta, amore mio. Ti tocco e basterebbe una parola a spezzare quest’incanto fragile e perfetto. Non questa volta, amore mio. Ho scoperto i tuoi capelli rosso vermiglio un lungo filo di speranza e paura unisce le nostre mani. Tempo, ho bisogno di tempo. Hai bisogno di tempo. Non ferirti. Non si baratta l’amore con la fretta ogni costruzione esige i suoi mattoni. Minuti Minuti Minuti. Diario di un’attesa. Separàti, il tempo è l’unica cosa che non vorremmo darci. Il corpo reclama, richiama un lentissimo attimo di calore, un altro. Riposare vuol dire perdere, il risveglio ci allontana. Il Barlume - Anno 1 - Numero 5 - Maggio 2007

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Era un tempo di sogno che esigeva il nostro sogno. Torna la luce del mattino e ci nega, esempio vitreo di tortura ingiusta. Per consolarmi perdo il giorno, tornerà la notte e con essa un altro sogno. La sera come un’ancella di pace. Ho scoperto di nuovo i tuoi capelli rosso vermiglio, luci della notte, un lungo filo di speranza e paura che unisce le nostre mani.

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PRIMO: NON RECENSIRE Costanza Maremmi

Raggiungi una certa età, mica esagerata, ma una certa età. Quella che tutti etichettano con il famoso giro di boa. Chiamatela un po’ come vi pare: primo quarto di secolo, l’età di responsabilizzarsi un po’, l’età del farla finita con le idee folli.Parola d’ordine: progettualità. Mettere da parte i propri idoli, togliere i poster sbiaditi e strappati dal muro, gettare i biglietti dei film visti al cinema con ex o amici vari, così come quelli dei concerti di cui rimangono solo ricordi poco significanti; mettere il parquet al posto della moquette e selezionare con cura le foto degli amici che devono restare. Magari metterle in cornice che fa più adulto. “Kill your idols” mostrava una famosa maglietta degli anni ’90. E’ tempo d’indossarla? Tempo di cambio dell’armadio. Cambio di umore. Cambio, cambio, cambio. Responsabilità, impegno, dimentica i tuoi idoli. Cresci. Capita però, che un giorno caldo come questo mi ritrovo con la Francesca a guidare per le strade di città, direzione casa - perché a una cert’ora bisogna mangiare e guai a chi sgarra - quando mi accodo ad una sgargiante macchina tedesca che pare la macchina dei puffi. Ma non è stato tanto il colore ad aver attirato la mia attenzione, quanto più la foto che le stava attaccata dietro. Attaccata con scotch e colla… geniale! Sobbalzo un attimo, quella foto non mi è nuova. Fanculo la distanza di sicurezza, io mi avvicino. Era proprio lui! Il Frank Zappa del meraviglioso sbadiglio della copertina di Chunga’s Revenge. Gli sto al culo, con una mano manovro il mio bolide, rosso come una fiammata di fuoco, con l’altra inizio a cercare nella borsa la macchina fotografica rischiando, più volte, tamponamenti, investitura di pedoni, schiacciamento di gatti e (magari) uccisione di vigili urbani. Nel frattempo impreco perché non trovo la macchina. Il tedesco accosta, e io non ho ancora scattato la foto; ma poi cosa scatto?! Non si vedrebbe nulla. Non renderebbe l’idea. In una frazione di secondo decido di accostare anch’io e di aspettare che il germano turista in terra di Siena lasci il fortunato parcheggio non a pagamento per fotografare la sua amabile vettura. Se la prende comoda e io non posso aspettare ché altrimenti si fredda la pasta, allora scendo, decisa a chiedergli il permesso di scattare questa foto così appetibile. Nello stesso momento scende anche lui: una montagna di uomo germanico, farcito di panza piena di birra e crauti, come stereotipo impone, e occhialini tondi alla “intellettuale della Repubblica di Weimar o, se proprio vogliamo essere puntigliosi, docente al Bauhaus periodo ’19-‘25” e barba in stile Beatgeneration. Sui cinquanta. Poteva essere mio padre. Scatta l’approccio. In tedesco non me la sento, è passato troppo tempo dai miei 4 in materia, meglio provare con l’inglese. “Hi, can i take a picture of your car? I saw the F.Z. image and I think it’s brilliant.” chiedo io con sorriso isterico “Oh, yes… do you know him?” replica il germano “Yes, of course.” dico io “Well… he’s God!” sentenzia lui Chino la testa in segno di reverenza, scatto la foto e me vado colma di gioia. Ma quale kill your idol! Io li cullo i miei idoli, li tengo appesi al muro e, se necessario, li attacco come santini sulla macchina. Il tedesco con due quarti di secolo sulla pancia insegna. Sono consentiti scotch e colla vinilica. Sì, sì, anche sulla vernice metallizzata. E sia chiaro, nessuna protezione, niente salvezza eterna, solo libidinosa gioia terrena. Domani cresco.

I thought it was God, but it was Zappa Il Barlume - Anno 1 - Numero 5 - Maggio 2007

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Frank Zappa, discografia completa

Il Barlume

info@barlumismo.org

Le foto di questo numero, tranne quella di pag. 3, sono state scattate da Costanza Maremmi

Mensile fondato e diretto da Costanza Maremmi

c.maremmi@barlumismo.org Denni Romoli

Anno 1 Numero 5 Maggio 2007

Il Barlume - Anno 1 - Numero 5 - Maggio 2007

d.romoli@barlumismo.org Emidio Picariello

e.picariello@barlumismo.org

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Il Barlume A1 N5