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IL BARLUME Anno 0 Numero 0 - Dicembre 2006


EDITO RIALI DENNI ROMOLI Prima stesura della nostra rivista. Nome: il Barlumismo. Sottotitolo: Movimento artistico e letterario, ribattezzato Mensile di poesia, fotografia e arte. Sento pungere aghi sulla mia pelle, all’altezza dello stomaco. Ricordo quando nacque il nostro barlume, anno 1994, in un mediocre istituto di ragioneria, ora ignota di lezione. Due isole che si trovano, con la loro solitudine, a costruirsi un pontile dove approdare, una elite salvifica. Io, dissacrante e impaurito, Tu, infermo credente. La parola vivente fu barlume, fioca luce, vertice delle miniature dell’anima, dei minuti perchè. Niente Ismo, niente movimento, niente arte. Parole e immagini come lampade di sacrestia, nessuna luce immensa, nessuna sala da ballo. Una piccola osteria, un posto sicuro. Poi una terza solitudine, Lei, 12 anni dopo, benvenuta madame. Il barlume. Niente più aghi nel mio stomaco. Non offro arte, né movimenti, né poesie. Offro una luce piccolissima, ma soprattutto posso donare la mia ombra, ciò che non si vede, ciò che non voglio far vedere. Solo la mia luce piccola e la mia ombra.

COSTANZA MAREMMI Guardo la gente. La osservo attentamente senza parlare. Aspetto che parlino. Io immagino. Attendo un movimento, un’espressione. Accenni di sorrisi o altro. Quante immagini mi vengono in mente, è dura renderle visibili agli altri. Rendere visibili i miei sentimenti. Però sono la regina di queste pareti gialle e me ne sto seduta sul trono rosso. La finestra dice di guardare fuori con occhi diversi. Io però nel mio regno sto bene, tra i miei gioielli. Guardo sì fuori dalla finestra, ne ho pure una sopra il letto, all’altezza del cuscino, accanto alle parole; si vedono i tetti, in bianco e nero. Un’immagine familiare, oggi più che mai. Quanto mi piace guardare fuori dalla finestra, fuori da tutte le finestre. Adesso però esco. Voi due. Suoni, parole e colori. Scale di grigio. Sistema zonale. EMIDIO PICARIELLO Forse perché continuo a costruire statue di cera e strappargli la faccia per farne maschere da indossare e sciogliere ogni volta che provo a dischiudere la cassa di nervi tesi che imprigiona il corpo. Forse perché a portami dentro e fuori di me è una specie di barlume che seguo talvolta come falena. Forse perché, tolto il corpo, non mi resta che raccontare. Forse è per questo che ho cominciato a costruire degli involucri all'interno dei quali altri possano mettere quello che provano. Una razza di corpi di cera per gli altri, per confondere le maschere, per impastare ancora. Forse perché rimane una luce flebile. D'altronde, se la maggioranza delle cose buone sono state fatte, noi vorremmo fare le altre: quel barlume di altre cose che rimangono da scrivere, fotografare, descrivere. E vorremo farlo liberi da qualunque vincolo editoriale, politico o di altra natura; liberi, insomma, da qualunque vincolo che non sia artistico, nostro e intimo. Che cosa significa questo lo potremo capire soltanto dopo, dopo che a questo numero zero saranno seguiti altri racconti, altre poesie, altre foto. Dopo aver acceso questo Barlume con tutta la luce che abbiamo.

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IL PALIO DELLE DONNE DENNI ROMOLI ed EMIDIO PICARIELLO

A vent’anni il palio delle donne. Stolta Giulia. Passeggio oggi con una laurea appesa alla schiena, mi schiero dalla parte dei pacifisti, voto a sinistra. Una moralità garantita. Giulia dicevo. Inevitabile il suo ricordo, occupa certamente una buona parte della mia memoria. In quantità, intendo, per ricordarla tutta. Siciliana, Giulia. E allora giochiamo, con i miei amici dalla moralità altrettanto garantita. Il gioco, il palio delle donne: il vincitore colui che colleziona i punteggi più bassi, la miseria femminile adagiata sul materasso. Regole semplici, rasoiate di logica: ogni ragazza un punteggio, media punti, due mesi, la media più bassa vince.

Quella donna grassa si avviluppava al mio sesso con un desiderio rancido di meridionale, sudato e consunto. Ottenni la mia vanagloria con brevi scatti furibondi, il congedo rapido, insofferente. Senti, casa tua non è distante, puoi tornare a piedi, torna da dove sei venuta. Neanche protestò. Misera, stupida, umana. La bestia, ottenuto il premio, si rintanò nella sua tana con un nuovo racconto.

Enorme, Giulia. Il trofeo più ambito. Rubrica, sezione Giulia. Le piove addosso lo squillo del telefono, risponde quasi afona, sento l’odore del suo imbarazzo, il tremare dei suoi capelli. Usciamo insieme, sai ti ho visto l’ultima volta, quel locale fuori mano, magari parliamo. Giunge la gran sera. Abbigliamento sommario, faccia sommaria, superbia di routine. Rilassante ritardo, quaranta minuti. Esce dal suo loculo Giulia, il sorriso di chi possiede le tavole della legge. Vieni Giulia, ecco la tua prigione. Lancinante dolore per i miei occhi, Giulia, vestita di un abito nero fasciante. Una specie di sindrome di Stendhal, ma al contrario. Troppo fasciante. Fianchi debordanti, capelli raccolti in una codina striminizita, defecanti scarpe rosa con la scritta “Love Me”. Scartata l’ipotesi di pubblicizzare troppo l’evento, opto per un più discreto piazzale dove posso occultare la mia macchina e svolgere la mia solitaria missione. Parole di Giulia, non le ricordo, intento a creare una maschera di cera che coprisse il mio disgusto. Il vino, trangugiato poco prima, mi consegnava un sarcasmo moderato, radical chic, colmo di sensualità. Mentre godevo del successivo incontro con i miei amici dalla moralità garantita – vinto il disgusto, vinta la sfida – senza guardarla in volto le infilai una mano in mezzo alle gambe. Comincia il primo atto, alziamo il sipario Giulia. Come si addice ad un pubblico compiacente, cedette in fretta di fronte ad un attore consumato.

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MADAME, LO SPECCHIO NON RIFLETTE LA TUA IMMAGINE DENNI ROMOLI Madame, lo specchio non riflette la tua immagine. Entri nelle mie stanze sottomessa, questo ti consegna la mia lode. Sei una donna di quasi cultura, mi dici. Intanto, accovacciati sotto la mia libreria. Ti schiaccia, non spostarti, io guarderò altrove. Sto parlando di grandi nomi. Permettiti il silenzio, ora. No, non mi accudire con occhi uggiolanti, sarò il tuo padrone in un secondo momento. Per ora sono il tuo amante e il tuo dio. Soprattutto, il tuo dio. Puoi toccarmi, ora.

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Mi siedo. Gambe divaricate. Lo scettro. Le parole sono falci, le uso come il contadino sulle tue gambe. Genuflessa. Lubrificata. Condiscendente. Voglio potere sulla tua vita. Sarò per te feticcio e musa, mi concedo. Ringraziami ora. Il monarca generoso si avvicina. Sei in un canto. Guarda come si usa la poesia. Come una pistola in mano ad un prete. Ti benedico per il talamo, acquasantiera di carezze aguzze. Puoi farti usare, ora. Sigaretta. Addio.

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MONDI, FILTRI E CAPELLI EMIDIO PICARIELLO Oggi penso prevalentemente “Vaffanculo”. Forse perché è una di quelle giornate che, se mi fossi girato dall’altra parte del letto, sarebbe di sicuro stata una giornata migliore: avrebbe avuto come unico motivo di cominciare essere continuazione omogenea della notte. Mi sono sparato la campagna elettorale nel sangue, stamattina. Da bravo suddito della democrazia, ho preso la siringa, ho aperto la fiala di comizio che stava nella cassetta della posta, ho infilato l’ago piatto nella parte plastica della fiala, l’ho appoggiato al braccio e me la sono iniettata. Poi ho preso la fiala dello sfidante e ho fatto la stessa cosa. Centinaia di anni di Repubbliche e ancora sentire le stronzate dei politici provoca tutto questo schifo nelle vene. Le parole non contano niente. Dicono: “ossigeno”; che vuol dire “ossigeno? Per esempio non riuscire a respirare. Questi maledetti filtri. Per esempio. Troppe parole, troppe. Tutti hanno qualcosa da dire, tutti la dicono in mille modi meravigliosi. Da quanto tempo non vi fermate ad ascoltare qualcuno che parla dagli schermi con a-t-t-e-n-z-i-o-n-e? Soppesando ogni parola, ogni periodo, ogni costruzione per capirne fino in fondo il significato, il significato vero, quello che intendono dire dicendo…niente. Merda, ma vi rendete conto che la maggioranza delle frasi che escono dalla bocca delle persone non ha alcun significato. Non – ha – nessun – significato. Conosco più storie d’amore che sono cominciate con la frase: “è solo una scopata”… Eppure continuo a parlare perché non posseggo altro mezzo.

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Se esco vivo dall’ufficio vado al cinema. Mi piace il cinema. Non i film. Proprio il cinema. Per questo ci vada di rado. Quando mi fanno entrare imbrattano quel silenzio perfetto con cose stupide o, nella migliore delle ipotesi, noiose. Mi piace viaggiare. Ma appena arrivo da una parte mi coglie la smania di abbandonare i miei compagni di viaggio. Mi pare che puzzino, che siano cafoni, che non riescano a farsi capire, che non viaggino per vedere. Mi sembra che siano preoccupati di non perdersi. E se non sei disposto a farlo non puoi conosce la città nella quale sei arrivato. Se non ti perdi non puoi fare quasi niente di interessante nella vita, del resto. Io però ormai sono troppo perduto per essere vivo. Magari fosse rimasto ancora qualcosa di intatto. Anche in questi tubi, da stazione a stazione, si sente solo la puzza d’idiota, oppure, non so, forse ho i filtri sporchi.

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Gli uffici sono talmente bianchi da bruciarmi le cornee come tanti spilli. La luce rimbalza sulle pareti prima di sbattermi in faccia. Forse è per questo che ci vengo di solito quando tutti gli altri se ne sono andati,e le luci più basse. Agli angoli, a tutti e quattro, ci sono macchine per il caffè e macchine per il caffè espresso. Impiegati vestiti quasi tutti uguali – fossero stati vestiti uguali sarebbe stato meglio, almeno avrebbero dato la sensazione di essere in divisa – scorrono sulle pareti, si fermano un attimo, si versano una tazza, mischiano la cannella e lo zucchero e si allontanano sorbendo il caffè tutti allo stesso modo, anzi quasi allo stesso modo. Mi si avvicina un inserviente, mi punta il coso in un occhio e mi fa cenno di seguirlo. Si apre una porta e mi siedo alla scrivania, dalla parte opposta rispetto a quello. Anche perché dalla sua parte non mi sederei mai. - Bene, stamattina abbiamo il piacere di averla qui - Come sempre del resto (mi sistemo il colletto della tunica che mi sta soffocando, forse ha un difetto, forse si stringe da sola) - Non direi. Ma d’altronde la sua presenza non è poi così importante. Preferisco che lei faccia, piuttosto che ci sia. Sa quanto importante sia per noi la produttività individuale. Ma le sinergie sono essenziali per raggiungere gli obbiettivi che ci siamo dati. - (Sorrido: eccole le parole che non significano niente, ma lui pensa che il mio sorriso sia un segno di assenso) - E forse se lei fosse stato presente di giorno con i suoi colleghi, non mi dovrei trovare a parlare adesso con lei di questa situazione. - (Sorrido ancora. Forse dovrei anche dire qualcosa. Forse no) - Allora, che cosa succede? Sarà il caso che mi faccia una relazione dettagliata, non crede? - (Bene, quanta diplomazia può raggiungere una persona che ha dormito due ore, dopo una sbornia clamorosa? Proviamo…) Beh, come lei ben sa, il Mondo è rimasto troppo tempo nel forno e… - E non l’ha immediatamente rimandato alla produzione per disassemblarlo e recuperare la materia prima. - No, non l’ho fatto. Ho pensato (pausa – attendo che faccia una battuta da film, tipo: ‘lei non deve pensare’ o qualcosa così, ma non la fa, anche perché non è proprio così), ho pensato che sarebbe stato interessante vedere che cosa succedeva. I nostri Mondi sono così poco evoluti, invece in questo… avrebbe dovuto vederlo (provo a metterci un po’ di passione, ma tanto lo so come finirà. E poi neanche io capisco di preciso perché l’ho voluto tenere, questo cazzo di Mondo, rischiando un lavoro da un sacco di soldi. E’ che quegli esserini piccoli e rosa, vederli passare dall’età della pietra a quella dei computer, mi piacevano, mi affascinavano, mi facevano sentire come quando ero bambino e noi un Mondo tutto nostro non ce lo potevamo permettere, così mi fermavo a guardare la vetrina per ore, per il gusto di scoprire cose

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nuove, ma ora, ora che li invento non c’era più niente da vedere fino a questo momento – la pausa è diventata troppo lunga, si inizia a spazientire) con quegli esserini piccoli e rosa, passare dall’età della pietra a quella dei computer… Non è quello che facciamo qui. So quello che facciamo qui. Quello che noi facciamo e che lei faceva qui è creare Mondi primitivi da mettere nelle case delle persone che pagano soldi per vedere queste creaturine essere più supide di loro, (alza la voce, alza la voce, meno conta quello che dici più lo devi dire a voce alta) se lei crea un Mondo in continua evoluzione come quello spende i nostri soldi per un prodotto che non potremo mai vendere. E sa cosa significa questo? Meno profitti. E sa che cosa significa questo? Bene. Bene? Bene. Devo lasciarla andare. E il Mondo? Ho già fatto recuperare la materia prima. Bene.

Mi alzo, mi avvicino ad un angolo dell’ufficio - come ad andare in punizione - mi abbasso la patta dei pantaloni, lo tiro fuori, piscio, lo scrollo, lo rimetto dentro, me ne vado. Vorrei dire che fuori l’aria è tersa. Invece fa schifo o forse ho davvero i filtri sporchi. Entro nella bottega di un barbiere e mi metto a sedere. - Filtri e capelli? - Filtri e capelli.

Tutte le foto di questo numero sono state scattate da COSTANZA MAREMMI

Il Barlume Anno 0 Numero 0 Dicembre 2006 Mensile fondato e diretto da Costanza Maremmi Denni Romoli Emidio Picariello

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