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Reg. Trib. di Napoli N. 27 del 6/4/2012

numero 2 - Anno I/maggio 2012

in questo numero La marca che ho in mente Vis Ă Vis con Ilaria Legato Web e medicina Navigare in tempesta Guerra e pace in Irlanda sui muri di Belfast Ascoltare, un duro lavoro

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CuriositĂ


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numero 2 - maggio 2012

Editoriale Il viaggio

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Registrazione al Tribunale di Napoli N. 27 del 6/4/2012 Direttore Responsabile: Fabrizio Ponsiglione Direttore Editoriale: Stefania Buonavolontà Art Director: Marco Iazzetta Grafica & Impaginazione: Menthalia Design Hanno collaborato in questo numero: Stefania Buonavolontà, Martina Dragotti, Stefania Stefanelli, Riccardo Michelucci, Loredana Romano, Piercarlo Salari Menthalia srl direzione/amministrazione 80125 Napoli – 49, Piazzale V. Tecchio Ph. +39 081 621911 • Fax +39 081 622445 Sede legale: 80121 Napoli – 30, Piazza dei Martiri Sedi di rappresentanza: 20097 S. Donato M.se (MI) – 22, Via A. Moro 50132 Firenze – 17/A, Via degli Artisti Tutti i marchi riportati appartengono ai legittimi proprietari

La celebre guida Lonley Planet, compagna di strada di molti viaggiatori, compie 40 anni. Per festeggiarli, la famosa casa editrice, ripropone il diario del primo viaggio-avventura del suo fondatore Tony Wheeler e di sua moglie, dal quale prese vita l’ambizioso progetto che aveva in mente. Quel primo viaggio fatto negli anni ’60, l’Hippy Trail, partiva da Londra fino a raggiungere l’Australia, barattando passaggi, utilizzando mezzi di fortuna, proprio come racconta lo stesso Wheeler: “Il nostro piano era semplice, io e mia moglie Maureen avremmo comprato una vecchia macchina a Londra, l’avremmo portata il più lontano possibile in direzione est, avremmo continuato con qualsiasi mezzo di trasporto sarebbe saltato fuori, saremmo arrivati in Australia dopo sei mesi circa, dopo di che avremmo lavorato qualche mese per risparmiare abbastanza denaro per poter ritornare in Europa in aereo”.

passione divenuta “Unaungrande lavoro di successo . ” Perchè il viaggio, quello vero, non è solo uno spostamento da un luogo all’altro, ma un’esperienza che arricchisce mente ed anima, talvolta a danno del portafogli, per scoprire la realtà da un punto di vista differente, per osservare vite, storie e racconti che continuano ad accadere, ogni secondo, ogni stante, lenti o veloci, ma che scrivono la storia dell’umanità. Un modo per ridimensionare la nostra visione del mondo, per mettere in discussione un equilibrio, per aprirsi al dialogo. Perché viaggiare è come sfogliare le pagine di un libro, saltando da un capitolo all’altro, segnando con una piega le pagine ancora da leggere, viaggi ancora da fare, personaggi ancora da scoprire, con il vantaggio di esserne sempre l’autore, e poter così cadenzare il ritmo e modulare lo stile, attraverso punti e virgole raccolti qui e là per le strade del mondo.

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Marco Iazzetta General Manager MENTHALIA

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La marca che ho in mente

L’interessante mondo del Brand Image visto dall'occhio dei consumer di Martina Dragotti, Copywriting & Communication

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ignore e signori ecco a voi il Brand. Sì, la marca. Sì, intendo proprio quella scritta più o meno grande che ci condiziona durante gli acquisti e per la quale saremmo disposti a follie finanziarie, pur di averla stampata su di una scarpa o una borsa. Sì, esattamente, proprio quella scritta o etichetta che individua uno status o un modo di essere e di sentirsi, quella che oltre prodotti e servizi ha etichettato un’epoca; quella che Andy Warhol, senza, avrebbe dipinto i fiori, quella che condiziona anche coloro che la snobbano. Quella che non lascia superstiti e che non ammette eccezioni, quella che detta le regole, insomma, proprio lei, la marca.

Ma cosa significa esattamente marca?!

Nel lontano 1960, l’American Marketing Association (AMA) definiva il brand come “un nome, un termine, un segno, un simbolo, un disegno o una loro combinazione che identifica un prodotto o servizio di un venditore e che lo differenzia da quello del concorrente”. La definizione è ancora accettata ed insegnata, anche se con qualche variante che mira solo ad ampliarne l’accezione. È, dunque, il bisogno di differenziarsi la principale prerogativa che connota il significato della parola marca. Questo, però, è un significato portatore di un punto di vista perlopiù unilaterale, quello dei produttori, che vogliono a tutti i costi marcare la linea di confine che li separa dai concorrenti.

Ma cosa significa “ marca per i consumatori?! ” Procediamo ancora con riferimenti accademici. L’assunto fondamentale è che la marca nasce nella mente del consumatore. Tutto può costituire o divenire brand se come tale viene percepito, se diviene oggetto di un insieme di percezioni, come nella definizione fornita poco prima. Quindi possiamo affermare che il brand ha una vita propria: oltre a trasmettere quello che le aziende intendono comunicare, esso

si amplia e vive delle percezioni dei consumer, delle loro esperienze e dei loro ricordi, delle loro abitudini di consumo, fino a costruire quell’immagine percepita che caratterizza ogni singola esperienza di marca. A tal proposito, con uno studio molto interessante l’illustratore “MyHotJuly” ha reinterpretato alcuni dei loghi più famosi, svestendoli della loro immagine tradizionale e mettendo in evidenza, invece, ciò che viene percepito dai consumer. È divertente, ed anche sorprendentemente verosimile, scoprire come il logo Facebook venga visto come una scritta bianca che recita “droga on line” sull’ormai famoso sfondo bleu, o come Google sia istantaneamente associato alla parola “Cerca”, e che dire del simbolo Lacoste che nella mente dei consumatori identifica l’intera categoria merceologica delle polo. Questo avviene quando un brand nd è radicato così a fondo nelle abitudini ini e nei consumi collettivi, da entrare a pieno titolo nell’immaginario comune, ne, estendendo il significato di marca fino a modificarne la percezione nella realtà. altà. Ed è così che per moltissimi consumer merr il web è divenuto sinonimo di Facebook, book, una bevanda dissetante corrisponde ad un bicchiere di CocaCola ed una corsa in libertà bertà equivale ad un total look firmato Nike.. E non pensate di scampare a questa logica gica schiacciante, se non rientrate in qualcuna di queste categorie. Badate bene che se non fate parte della massa di Facebook, magari è perché il vostro mood si confà maggiormente a quello snobistico di Twitter, o stachanovistico di Linkedin. E se non siete web addicted?! Niente paura, magari qualcosa di voi sarà scritto, che lo vogliate o no, nella marca delle vostre scarpee o emanerà dall’odore del vostro profumo.

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Vis à Vis con Ilaria Legato di Stefania Buonavolontà, Marketing & Communication

Ilaria Legato

In questo numero vi proponiamo uno sguardo ravvicinato al mondo delle Public Relations. Lo facciamo attraverso un’interessante intervista alla Dott.ssa Ilaria Legato, PR Manager, comunicatrice, interprete e ambasciatrice delle ultime tendenze nel mondo dell’ospitalità e del networking sociale.

PR Manager

Le Relazioni Pubbliche nel settore HORECA, il mondo del Food & Beverage in tutte le sue declinazioni... raccontaci un po’ di questo tuo splendido mestiere. Il compito di chi si occupa, come me, di Relazioni Pubbliche per il mondo Horeca (Hôtellerie, Restaurant, Catering o Café) è quello di “vestire” il brand che si rappresenta, accompagnando molto spesso il cliente “per mano” facendogli comprendere i punti di forza e di debolezza della sua immagine e reputazione, con l’obiettivo di migliorare la visione di “se stesso” e di conseguenza la percezione che gli opinion leader ed il pubblico di interesse hanno di lui. Cuochi, albergatori e Food Designer disegnano e sviluppano sapori, accoglienza ed emozioni; io seleziono, correggo e amplifico le loro arti per farli conoscere al loro pubblico di riferimento in modo che

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raggiungano notorietà e consenso sul lungo periodo. Oggi essere esperti di comunicazione equivale a dire di essere dei tuttologi. La comunicazione ha ampliato moltissimo la sua accezione, nonché i mezzi attraverso i quali essa si manifesta. La necessità di avere degli esperti in materia va di pari passo a quella di avere una formazione specializzata e specialistica. Tu cosa ne pensi? Intraprendere una carriera di esperto in Relazioni Pubbliche significa inoltrarsi in un ambito che richiede oltre che doti relazionali, competenze strategiche e che può offrire davvero delle sfide interessanti, eppure in Italia sopravvivono ancora pregiudizi, a tal punto che molti identificano chi “fa PR” in maniera impropria come colui che “organizza feste e aperitivi… fa cose e vede gente!”. Le relazioni pubbliche sono un lavoro e richiedono sempre più competenze manageriali. A Roma mi occupo della Direzione della Scuola IED Management Lab (www.ied.it) che cerca di costruire diverse delle competenze che andranno a formare il futuro comunicatore di domani, dove l’aspetto progettuale e manageriale sono basilari.

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Parliamo proprio di Public Relations. Oggi è più che mai necessario per le aziende investire in esperti del networking sociale per gestire la propria reputazione, veicolare le informazioni giuste ed ampliare la propria rete di contatti. Quanto puntano le aziende su questo aspetto, considerato il panorama economico attuale? Un piano di RP non può sostituire una campagna pubblicitaria ma è comunque in grado di produrre ottimi risultati, dando un contributo essenziale alla costruzione della reputazione dell’azienda e all’organizzazione del brand: dunque rappresenta per l’azienda uno strumento strategico con grandi potenzialità e con un investimento più contenuto di quello pubblicitario. Molte aziende oggi si sono accorte che appoggiarsi ad un esperto di RP può rappresentare nel lungo periodo un vantaggio competitivo in termini di incremento di consenso e notorietà sia sull’azienda che sui relativi prodotti e servizi. Come è cambiata questa professione con l’evoluzione tecnologica? Conta ancora molto il “face to face”?

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Le RP on line, oggi rappresentano un’attività fondamentale: attraverso gli strumenti web dell’azienda si possono monitorare e coinvolgere opinion leader e pubblico d’interesse, con la possibilità di creare connessioni potenzialmente vastissime e di interagire con clienti, consumatori e target ad hoc. La regola è sempre quella del dialogo e dell’ascolto. Utilizzare la presenza del nostro cliente on line per fare una mera pubblicità non porta lontano, molto meglio sfruttare internet per raccogliere informazioni sui clienti attuali o potenziali, per creare connessioni che si possono tradurre in conoscenze reali. Grazie a internet il servizio di ufficio stampa oggi è maggiormente facilitato: ad esempio, i blogger costituiscono un pubblico nuovo su cui intervenire con le PR e sono di fatto usciti da quella diffidenza che pativano qualche anno fa, per diventare figure attuali e ricercate (io stessa ne ho aperto uno www.ilarialegato.com) per dialogare più facilmente con gli opinion leader del mio ambito. Attraverso i blog, infatti, ci sono più opportunità di far circolare una notizia e creare passaparola positivo.

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Web e medicina

Dermatite atopica: il rapporto mamma-bambino-pediatra nell’era di internet di Piercarlo Salari, Medico chirurgo specialista in Pediatria

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ei primi anni d’età la dermatite atopica (DA) è un prototipo di malattia che fa riflettere sull’importanza della comunicazione e del rapporto con il medico. Un rapporto che negli ultimi anni ha visto infiltrarsi alla triade mamma-bambino-pediatra il condizionamento di internet. La DA, com’è noto, è gravata non soltanto da implicazioni cutanee (arrossamento, desquamazione, prurito, sovrainfezioni batteriche) ma anche da molteplici ripercussioni sul benessere psicofisico del bambino e sulla serenità entro le mura domestiche, in particolare a carico della madre, come dimostrato da una recente indagine italiana (Monti F, et al. Ital J Pediatr 2011 22; 37: 59.).

Ma quali sono gli effetti dei condizionamenti, talvolta subdoli, fuorvianti e privi di autorevolezza, di internet?

Senza dubbio essi insinuano ulteriori incertezze nei genitori, già provati per l’impatto della DA, alimentando per esempio di denza, timori – paradigmatica a tale riguardo è la corticofobia, cioè la paura di usare preparati cortisonici – oppure sfiducia nei riguardi delle terapie di comprovato impiego. Al 15 marzo, soltanto digitando “dermatite atopica”, si ottengono circa 309mila risultati e 85,5 mila abbinando il termine “terapia” alla chiave di ricerca. In inglese i risultati ammontano invece a 3,2 milioni per “atopic dermatitis” e a 1,5 milioni per “atopic eczema”. È evidente che con tale volume di siti, che esprimono altrettante opinioni, è di cile per chiunque orientarsi e che la precedenza su Google non è sintomo di qualità, ma talvolta solo di investimenti: sono

molti infatti i siti pseudo-scientifici che vogliono vendere qualcosa. Un criterio da suggerire può essere senz’altro la certificazione “HON” (Health On the Net Foundation, istituita a Ginevra nel 1995, che ha stabilito un codice comportamentale e al tempo stesso una garanzia dei contenuti per chi naviga in internet). Purtroppo, però, non sempre siti autorevoli presentano il codice HON: quello della National Eczema Society, americana, per esempio (www.nationaleczema.org), lo ha ottenuto soltanto di recente, mentre quello della società europea (www.eczema.org) e quello dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC, www.cdc.gov) ne sono addirittura sprovvisti. Altre insidie della rete sono rappresentate da siti che propongono informazioni accattivanti che mascherano proposte subdole di vendita, per esempio di test diagnostici non certificati, oppure da siti che, citando riviste non accreditate nell’Index Medicus, sollevano preoccupazioni, come nel caso dei corticosteroidi, o propugnano messaggi terroristici o fuorvianti, sostenendo per esempio la necessità di far ritirare dei farmaci dal commercio.

La consultazione di siti autorevoli, “come quello dell’European Medicines Agency (EMA), potrebbe consentire a chiunque di effettuare le opportune verifiche, ma è pur vero che difficilmente i genitori, senza opportuna indicazione, possono acquisire tali informazioni .

Ci sono poi siti che promettono il gratuito patrocinio in caso di denuncia alle industrie produttrici di cosmetici, salvo poi esigere una percentuale ragguardevole su eventuali indennizzi. Alla luce di queste premesse si delinea quanto mai fondamentale e imprescindibile il ruolo del pediatra, unica figura in grado di identificare gli strumenti metodologici e operativi per un corretto inquadramento, per l’orientamento verso soluzioni terapeutiche personalizzate, per il follow-up e la prevenzione di complicanze nel lungo termine.


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Navigare in tempesta di Stefania Stefanelli, Autrice e Sceneggiatrice Televisiva

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isognerebbe avere più faccia tosta. Prendersi il lusso di essere impertinenti, dire quello che si pensa esattamente come lo si pensa senza farsi problemi per le reazioni e i sentimenti degli altri, trasgredire le regole del buon vivere civile e della corretta comunicazione e fare proprio come ci pare. Vi sembra un abominio? In effetti lo è. Eppure c’è chi ha trovato un luogo anzi, un non-luogo, dove potersi sbizzarrire tirando fuori indisturbato il peggio di sé: la rete. In rete nessuno ti guarda negli occhi mentre parli (pardòn, scrivi) quindi non ci saranno occhi in cui potrai leggere indignazione e disapprovazione per aver sfogato il tuo più basso istinto. Puoi non rispettare nessuno, dare fastidio, essere invadente, creare scompiglio nelle comunità urtando la sensibilità altrui. Perché sì, lo scompiglio lo crei comunque, anche in una realtà virtuale. Non è affatto vero che la rete è una giungla perché mentre navighi, esattamente come mentre vivi la tua giornata, sei inserito in un contesto fatto di persone, di tempi e situazioni che hanno le loro regole e che i più rispettano: le regole della Netiquette. E tu che non le rispetti crei un problema a tutti gli altri. Qualcuno si domanderà cosa sia questa Netiquette ma se è un frequentatore della rete in realtà lo sa già, anche se forse gli è nuovo il termine. La Net (rete) – étiquette (buona educazione) è quell’insieme di regole di comportamento da adottare mentre si interagisce virtualmente con altri individui attraverso forum, siti, social network. Questioni di buon senso, non doveri soggetti a sanzioni. Così come nel quotidiano sarebbe, per esempio, buona norma togliere la suoneria del telefonino in biblioteca oppure lasciare il passo ad una signora davanti ad un portone, così in rete dovremmo evitare di scrivere un messaggio in un forum in stampatello, perché ciò equivale ad urlare; sarebbe molto meglio chiarire nell’oggetto di una email qual è l’argomento di cui tratta, per evitare che il destinatario ci metta un quarto d’ora a capire che non gli interessava affatto leggerla; bisognerebbe evitare di rendere pubblico ciò che qualcuno ci ha detto in privato. Questo, in effetti, anche nella vita di tutti i giorni, ma il fatto è che il confine tra dentro e fuori la rete non esiste più: quel che accade

on line influenza la nostra vita quotidiana e quel che facciamo nella nostra vita quotidiana può finire on line per colpa ad esempio di una foto taggata senza permesso. Ebbene, ci sono un bel po’ di utenti che si divertono a fare i guasconi e queste regole non le rispettano, minando la tranquillità della navigazione. Poca roba, direte. Basta un buon lavoro fatto dall’amministratore e il guastafeste viene bannato, segnalato, eliminato, salvo ricomparire a far danno con un nuovo nickname o una nuova falsa identità per poi essere di nuovo beccato. Ma cosa accade quando questi elementi approfittano del filtro della rete per avvicinare e importunare pubblicamente un personaggio famoso? Se un ammiratore o disturbatore che sia non ha il coraggio di gridare oscenità ad una velina incontrata per strada per paura di essere preso a calci dai suoi bodyguards o dal suo fidanzato calciatore, non avrà remore a farlo su Twitter mentre è al sicuro nel silenzio di camera sua. Ed ecco che i profili di molti vip, che si erano avvicinati ai social network per dialogare con i propri fans, vengono giorno dopo giorno disattivati perché per loro il rischio ormai è quello di darsi la zappa sui piedi da soli e finire vittime di innumerevoli stalkers (che oltretutto attraverso la tua pagina pubblica sanno quando esci, sanno quando torni e ti vengono anche a rubare in casa nel frattempo. Ma questa è un’altra storia). Bacheche piene di insulti impossibili da gestire, indirizzi di residenza forniti pubblicamente, caselle private intasate da quelle che non sono vere minacce denunciabili, ma continue sgradevoli “attenzioni” che tolgono il gusto ad una cosa bella. Rischi del mestiere? Certamente. Ma il fastidio resta, o dovrebbe restare, perché se si mina la libertà di qualcuno, quello è un problema di tutti. Anche se quel qualcuno è diverso da noi perché è più famoso ed ha un conto in banca molto più florido del nostro. Che voi siate vip o meno, siamo tutti sulla stessa barca e navighiamo rischiando di incappare in indesiderati pirati. Tutto però sta a ridimensionare il problema e a non dargli troppa importanza.Perché sì, in rete c’è molta più faccia tosta, ma i maleducati sono una razza che abbiamo già imparato a conoscere fuori da questo schermo.

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Guerra e pace in Irlanda sui muri di Belfast ast L’iconografia del conflitto sta lasciando spazio a nuove rappresentazioni di Riccardo Michelucci, Giornalista

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a decenni le mura dei quartieri di Belfast sono le pagine di un enorme libro di storia a cielo aperto che raffigura odio, disprezzo vendetta ma anche memoria, sacrificio e spirito di appartenenza. Esprimere i sentimenti della propria comunità dipingendo le facciate delle abitazioni, i muri divisori, le pareti dei palazzi è una tradizione che contraddistingue le strade e i quartieri più popolari di Belfast, ma anche quelle di Derry, Armagh e dei centri minori.

© foto di Riccardo Michelucci

Un’usanza che i quartieri unionisti inaugurarono per primi all’inizio del XX secolo, per cercare di coagulare la propria identità comunitaria di fronte a quelli che venivano percepiti come attacchi alla loro condizione di privilegio da parte dei cattolico-nazionalisti. Protagonista assoluto dell’iconografia muraria di inizio secolo – tuttora ricorrente nelle moderne rappresentazioni – è il famoso 12 luglio del 1690, giorno che vide il re protestante Guglielmo d’Orange sconfiggere il cattolico Giacomo II nella storica battaglia della Boyne, da sempre considerato uno spartiacque fondamentale della storia d’Irlanda.

Molto più recente è invece l’esperienza nza dei murales nei quartieri cattolico-nazioionalisti, risalente perlopiù all’epoca degli gli scioperi della fame in carcere dei primi mi anni ‘80, un periodo di grandi mobilitaazioni a sostegno dei militanti incarcerati ati che protestavano per ottenere lo status us di prigionieri politici. Sono talvolta un n modo di “segnare il territorio” – non n senza esplicite dimostrazioni di violen-za, specie nei quartieri unionisti – maa sono spesso dedicati anche alla memo-ria delle vittime del conflitto. Gli affreschi murali esprimono con n eloquenza i differenti sentimenti dellee due comunità: molto più violenti e minacciosi i murales dei quartieri unionisti, assai più distesi, commemorativi e legati a temi storici e tradizionali quelli della parte nazionalista. I dipinti a sfondo politico continuano a essere un tratto caratteristico del conflitto nordirlandese anche dopo la sua conclusione, seguita agli Accordi di pace del 1998. Da allora, molti di quelli inneggianti alla violenza sono stati sostituiti con altri, dedicati a campioni dello sport o a divi dello spettacolo. Un confortante segno dei tempi che non ha sacrificato la qualità artistica degli affreschi murali, ormai diventati anche un’attrazione turistica.


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di Loredana Romano, Regional Sales Manager, IBI Lorenzini

Riccevere

l principale assioma della comunicazione, enunciato da Paul Watzlawick sul finire degli anni ’60, decreta l’impossibilità di non comunicare. Un concetto universalmente riconosciuto, enfatizzato e talvolta dato per scontato, sul quale si sono innestate le più moderne tecniche comunicazionali. È altrettanto vero, sebbene scarsamente praticato, che alla base di una comunicazione efficace ci sia l’ascolto, sul quale pure si affastellano definizioni e “consigli per l’uso”. L’ascolto è un vero e proprio processo continuo di selezione, raccolta e catalogazione delle informazioni. Essere centrati sull’interlocutore e sulle sue esigenze è assolutamente fondamentale per una comunicazione efficace e l’ascolto implica un’accurata percezione di quanto si sta comunicando. Insomma, è il vero e proprio momento ricettivo della comunicazione. Già nel I secolo d.C., Epitteto aveva coniato un buon modello per la comunicazione efficace, secondo cui la natura ha dato all’uomo una lingua ma due orecchie, così che si possa ascoltare il doppio di quanto si parli. Molti, moltissimi secoli più avanti, verso la fine degli anni Ottanta dello scorso millennio, Kevin Murphy, volle precisare che “ascoltare è un processo in continuo movimento, che ha inizio quando una persona sente ed osserva cosa viene detto, continua quando questa persona immagazzina e correla le informazioni, e inizia di nuovo con la sua reazione. Ascoltare non corrisponde alla semplice abilità di decodificare le informazioni: è uno scambio a due nel quale entrambe le parti coinvolte devono essere sempre ricettive ai pensieri, alle idee e alle emozioni degli altri.

è veramente “Ergo,unascoltare lavoro difficile” Ma ascoltare non basta, occorre qualcosa di diverso, e qui il gioco si fa davvero duro: bisogna saper ascoltare attivamente. L’ascolto attivo si basa sull’empatia e sull’accettazione. Esso si fonda sulla creazione di un rapporto positivo, caratterizzato da “un clima in cui una persona possa sentirsi

empaticamente compresa’’ e, comunque, non giudicata. Ascoltare attivamente, e dimostrare che lo si sta facendo seriamente, rende più tangibile la propria partecipazione nella comunicazione e permette di captare l’essenza delle informazioni, anche quelle non evidenti, ed i segnali deboli, come quelli emessi attraverso il linguaggio del corpo. L’ascolto attivo, insomma, potrebbe essere considerato il modo più sicuro per verificare l’effettiva ed efficace trasmissione del messaggio nel contesto della conversazione. In un bel testo di Marianella Sclavi, dove l’ascolto è paragonato ad una vera arte, ho letto che un “buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili.” Per diventare “attivo”, l’ascolto deve essere quindi aperto e disponibile non solo verso l’altro e quello che dice, ma anche verso se stessi, per ascoltare le proprie reazioni, per essere consapevoli dei limiti del proprio punto di vista e per accettare di non sapere o di non capire. Ascoltare in modo attivo significa assumere il punto di vista dell’altro, sia pure temporaneamente e provvisoriamente. Ascoltare in modo attivo significa, quindi, sintonizzarsi profondamente con lo stato emotivo dell’altro e lasciarsi coinvolgere e interrogare da ciò che dall’altro ci proviene, quindi, un ascolto reale è un ascolto empatico. Ascoltare in modo attivo significa accettare di farsi “cambiare” dal dialogo instaurato e far tacere se stessi per dare la precedenza all’altro. Ascoltare attivamente significa, in fin dei conti, mettersi “nei panni dell’altro”, riconoscere e accettare il suo punto di vista, accogliendo e comprendendo le emozioni, i dubbi, le preoccupazioni che manifesta, così che la comunicazione possa procedere senza barriere e secondo un quadro di riferimento nel quale poter poi collocare le informazioni ricevute. È raramente qualità personale, bensì una vera e propria abilità relazionale di cui si può beneficiare in ogni ambito della comunicazione, dal lavoro alla vita sociale, nei rapporti con i propri capi come in quelli con i propri figli. È un insieme di tecniche che si possono apprendere ed allenare. E per farlo, potrebbero anche essere molto utili le pagine di un Magazine dedicato alla comunicazione!


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Curiosità Il mio amico Whisky

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n questo numero, vi sottoponiamo l’interessante strategia di marketing del Whisky scozzese Laphroaig. All’acquisto di una bottiglia, gli amanti del rinomato scotch trovano un talloncino con un codice identificativo unico. Effettuando la registrazione sul sito internet www.laphroaig.com ed inserendo il codice si diventa automaticamente Friend di Laphroaig, ricevendo di diritto un piccolo pezzo di terra, il “Plot” dove viene prodotto il Whisky. Ogni amico di Laphroaig ha una porzione di questa terra e può raccogliere l’affitto di questa piccola proprietà: un assaggio del bicchierino più pregiato. La zolla può essere visitata, monitorata attraverso il satellite e, cosa ancora più allettante, si entra a far parte di una comunità di appassionati ed intenditori realmente affiatata; sul sito i fondatori raccontano di come nel corso degli anni abbiano assistito ad alcuni eventi straordinari sul “sacro manto erboso”: un matrimonio tra due seguaci, la dispersione delle ceneri di un membro e, addirittura, l’adesione di un membro reale. È il Principe Carlo d’Inghilterra ad avere l’unico Real Plot, segnalato con tanto di stemma araldico! Il marketing delle relazioni. Ci piace!

Think Purple Il viola, non solo colore

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n redazione abbiamo pensato di sottoporre alla vostra attenzione qualche curiosità sul colore viola. Non solo colore sociale della nostra azienda, ma vero e proprio way of life... Il viola è, infatti, il colore della creatività e dell’eccentricità: risultato della mescolanza tra rosso, attivo e dinamico, e blu, calmante. Un ponte tra caldo e freddo, un’unione dicotomica e fatale. Colore di buon senso e di profondità spirituale, da sempre è definito come un colore mistico. Gli aggettivi associati al colore viola sono: indipendente, intuitivo, intellettuale, spirituale, creativo, misterioso, saggio. Colore della raffinatezza, della passione, della ricchezza, del romanticismo e della sensibilità. In cromoterapia: depurativo del sangue, rallenta l’attività cardiaca e favorisce la microcircolazione cerebrale. Insomma indossate qualcosa di viola quando volete incoraggiare la vostra fantasia!

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Un Progetto per 100 vite Come ci puoi aiutare: Adozione di un bambino o di un progetto? Adottare un bambino è un gesto nobilissimo, ma aiuta un solo bambino. Adottare un progetto vuol dire creare le condizioni per dare un futuro migliore a centinaia di bambini. Ed una vecchia massima dice: “se dai un pesce ad un povero lo sfami per un giorno, se gli insegni a pescare lo hai sfamato per tutta la vita”.

E lo scopo di questo progetto Villaggio è dare una professione a centinaia di bambini affinchè possano prendersi responsabilmente carico del proprio futuro L’Associazione cerca di aggregare tante famiglie disposte ad adottare il progetto Le Village des Enfants, con donazioni tramite bonifico bancario (le donazioni sono deducibili) destinando il 5 per mille alla nostra Associazione direttamente e tramite quanti più amici possibile.

Come si fa a devolvere il 5x1000 a Queen of Peace Onlus? Se presenti il 730, il Modello Unico, o ricevi il CUD dal tuo datore di lavoro puoi scegliere la destinazione del tuo 5x1000 nel riquadro riservato al "Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale...". Indica il codice fiscale di Queen of Peace Onlus: 97572990154 e apponi la tua firma.

AFFINCHÈ GLI OCCHI DEI BAMBINI CONTINUINO A SORRIDERE Le coordinate bancarie dell’Associazione Queen of Peace Onlus sono: IBAN: IT55X 03069 09545 100000 000565 BIC (O SWIFT) BCITITMM Queen of Peace Onlus: sede legale: Corso Venezia 36, 20124 Milano sede operativa: Via Cascina Camuzzago n.16, 20882 Bellusco.

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Mag 12 "Vis à Vis con Ilaria Legato" di Stefania Buonavolontà - Menthalia  

Menthalia è una Rvista rivolta al mondo e ai professionisti della Comunicazione e del Marketing. Questo articolo propone uno sguardo ravvic...

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