Page 1


|

123

VIA CASSIA

Bracciano Castello Orsini Odescalchi

Fortezza e dimora rinascimentale Virginia Bernardini Bracciano è ubicato su una collina presso l’omonimo lago, su cui affacciano anche Vicarello, Trevignano e Anguillara. Circondato dai monti Sabatini e della Tolfa, è raggiungibile da via Claudia Braccianese, che segue il tracciato dell’antica via Clodia che collegava Roma al sud dell’Etruria. Il castello Orsini Odescalchi poggia su uno sperone tufaceo con una pianta che si sviluppa intorno a due cortili. Circondato da una doppia cinta muraria, controllava lago ed entroterra proteggendo il borgo. Rileva Borsari, principale studioso del complesso, che nel secolo XI appaiono i Signori di Bracciano e Santa Pupa (Manziana), ramo della famiglia dei Prefetti che dominava la Tuscia. L’origine di Bracciano è agricola: gli abitanti dei casali sparsi nel territorio chiedono protezione ai potenti Prefetti di Vico che realizzano una rocca quadrilatera, dotata di un cortile con un mastio centrale. La prima menzione del castro Brachiani risale al 1234. Nel 1290 Deodato ne vende 1/16 all’Arcispedale di Santo Spirito in Sassia. Intorno al 1375 il Comune di Roma si impadronisce di Bracciano. Qualche anno dopo due condottieri senesi governano autonomamente il castello, dopo averlo riconquistato per conto del Prefetto di Vico. Nel 1380 il Senato romano riesce a riscattare Bracciano grazie ad un prestito concesso da Latino Orsini, da cui derivano i diritti di questa famiglia su Bracciano. All’inizio del XV secolo Martino V conferisce il feu-

148. Panorama


VIA CASSIA

124

149. Torre sud-est con sporto merlato su archetti e beccatelli in basalto dalla caratteristica forma a becco di civetta

150. Particolare della muratura in lava basaltica presso il torrione sud

|

ROCCHE E CASTELLI - BRACCIANO

do agli Orsini, che progressivamente ne acquisiscono interamente la proprietà frazionata. La realizzazione del palazzo fortificato rinascimentale, reso sicuro dai tagli dei banchi tufacei fino in prossimità delle scarpate, è avviata intorno al 1470 da Napoleone Orsini, potente barone, Capitano Generale della Chiesa, esperto nell’arte militare. I grandi lavori di ampliamento della rocca dei Prefetti, alla morte di Napoleone nel 1480, vengono portati avanti dal figlio Gentil Virginio. Il castello è caratterizzato dalla doppia funzione militare e residenziale. Bascapè e Perogalli attribuiscono il progetto per l’impostazione generale dell’organismo a Napoleone Orsini; invece a Gentil Virginio le aggiunte di carattere militare, come gli sporti continui e le raffinate scelte architettoniche. Nella nuova sontuosa dimora, già abitabile, nel 1481 è ospitato Sisto IV. La nuova costruzione si sviluppa in contiguità con la rocca esistente. Ne risulta una pianta formata dall’unione dei due poligoni: uno relativo alla antica rocca ad est e l’altro alla nuova costruzione ad ovest. Le intersezioni tra le due strutture determinano due angoli ottusi concavi, insolita soluzione che differenzia Bracciano da Castel Nuovo a Napoli cui è in genere stilisticamente accostato. Adattandosi al terreno il castello assume una forma irregolare con una lunga cortina a nord verso il lago e cortine interrotte da torrioni verso la campagna. La muratura è in tufo e lava basaltica, sopra le scarpate vi è il palazzo. Sei torrioni cilindrici, tra cui la torre maggiore o rivellino sul lato nord, affiancano le cortine e al centro della antica rocca permane il mastio quadrato sovrastante l’intero complesso. Nelle cortine si aprono due ordini di finestre crociate tipiche del Quattrocento romano ed un terzo ordine di finestre rettangolari. Il coronamento è uno sporto merlato, con archetti, beccatelli e caditoie. Dal cammino di ronda che raccorda le torri è possibile raggiungere i ballatoi superiori. Il complesso è inoltre protetto da una cinta muraria. L’attenzione verso le funzioni residenziali e di rappresentanza è evidente nel cortile d’onore, di forma quasi triangolare, su cui affacciano gli ambienti. Tale cortile era raggiungibile dall’androne percorrendo una cordonata coperta da una volta con una parete affrescata. Lo scalone esterno consente di raggiungere il piano nobile con le sale affrescate e decorate. Nel lato ovest del cortile il portico con soprastante loggiato è rea-


BRACCIANO

lizzato da un doppio ordine di arcate su pilastri ottagoni. Come rileva Tomei è l’uso dei pilastri ottagoni di origine toscana, ma frequente nell’architettura rustica anche in Umbria e nell’alto Lazio, che caratterizza i portici quattrocenteschi. Il porticato di Bracciano sembra collegare, cronologicamente e geograficamente, le ville toscane come Villa delle Pergole a Careggi ai chiostri romani di S. Cosimato e di S. Giovanni dei Genovesi. L’uso dei pilastri ottagoni importato a Roma da maestranze toscane, si diffonde enormemente dopo la realizzazione del quadriportico di San Marco. Palazzo Venezia con il quale il castello Orsini presenta analogie stilistiche tanto da far ipotizzare a Borsari la presenza degli stessi architetti a Bracciano, infatti è il prototipo di un nuovo genere di edifici, le sontuose residenze baronali che in questo periodo di transizione, in parallelo alle fortezze, iniziano ad essere concepite da Leon Battista Alberti e da Rossellino. Al cortile orientale e alla rocca medievale, appartati rispetto alla zona residenziale, invece era delegata la funzione militare con le prigioni e l’arsenale. La realizzazione del castello è conclusa intorno al 1485 da Gentil Virginio, al quale nel 1489 è conferito il comando delle milizie aragonesi e che in questo periodo affida i lavori per le rocche di Avezzano e di Campagnano a Francesco di Giorgio Martini che non è escluso possa aver dato suggerimenti anche per Bracciano. Tra il 1491 e il 1500 Virginio incarica Antoniazzo Romano di eseguire alcune decorazioni pittoriche. Benché affezionato alla casa aragonese, Gentil Virginio nel 1494 permette il passaggio per le sue terre all’armata di Carlo VIII, sceso in Italia per spogliare Ferdinando del regno di Napoli. Tale evento indispone re Ferdinando che lo fa imprigionare a Castel dell’Ovo; al contempo viene anche scomunicato nel 1497 da Alessandro VI che fa assaltare Bracciano dalle sue truppe. Bartolomeo d’Alviano difende il castello fortificandolo ed edificando un bastione nel borgo. Nel 1560 si celebrano le nozze di Paolo Giordano Orsini con Isabella de’ Medici e Pio IV eleva il feudo a ducato. Paolo Giordano fa eseguire diversi lavori, tra cui il nuovo portale d’ingresso e incarica gli Zuccari per le decorazione di alcuni ambienti interni. Contestualmente vengono adeguate le strutture per resistere alle più potenti artiglierie moderne, realizzando il basso recinto esterno bastionato con torrioni che racchiude castello e borgo, da dove era possibile proteggere cortine e fossato, secondo la teoria dei fuochi radenti. In coincidenza con il ponte levatoio a sud-ovest si realizza Porta

|

125

VIA CASSIA

151. Ponte sul fossato e porta di accesso al borgo (via della Praterina) aperta nel recinto esterno realizzato da Paolo Giordano I Orsini alla fine del XVI secolo per proteggere castello e borgo


VIA CASSIA

126

152. Facciata sud-ovest caratterizzata dalle cortine interrotte dai torrioni, dalla presenza delle finestre crociate quattrocentesche e dal coronamento merlato

|

ROCCHE E CASTELLI - BRACCIANO

Falsa. Paolo Giordano, secondo Borsari, potrebbe essersi avvalso dei consigli di Latino Orsini, suo parente che stava collaborando con Serbellini all’organizzazione della difesa di Borgo e del Vaticano. Il 12 giugno 1584 si organizzano grandi celebrazioni per Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto. Con Virginio II il palazzo è ulteriormente rinnovato in occasione delle sue nozze con Flavia Peretti. Si realizzano nuovi muraglioni nel recinto interno. Sotto Paolo Giordano II, nel XVII secolo, viene demolito per motivi statici l’altissimo mastio della rocca vecchia di cui resta la parte inferiore. Con Flavio però iniziano decadenza e alienazioni: il castello messo all’asta nel 1696 viene aggiudicato al principe Odescalchi. Nel 1803 viene rivenduto dagli Odescalchi ai Torlonia che effettuano alcune modifiche interne. Nel 1848 Bracciano torna agli Odescalchi. Tra il 1894 e il 1899 viene restaurato nel suo aspetto rinascimentale dall’arch. Raffaele Ojetti, Accademico di San Luca: è riadattata la vecchia rocca, sono riaperti i loggiati tamponati nel cortile d’onore, l’arco di accesso tamponato anch’esso, e ripristinati alcuni soffitti. Tra il 1906 e il 1908 dopo altre modifiche distributive, nel corso di ulteriori restauri viene ritrovata parte della rocca dei Prefetti, fino a quel momento occultata da costruzioni successive. Nel 1964 si stacca l’affresco di Antoniazzo Romano dall’arcone nel cortile per collocarlo al piano nobile. Il castello tuttora proprietà privata, in parte è usato come residenza e in parte è aperto al pubblico come museo. Bibliografia BORSARI 1895; SILVESTRELLI 1914, vol. I, pp. 431-433; MARTINORI 1932, vol. I, pp. 97-98; MARTINORI 1934b, vol. III, pp. 27, 215; JANNATTONI 1965, pp. 97-110; BASCAPÈ - PEROGALLI 1968, pp. 95-97, fig. 65-78; TORSELLI 1968, pp. 28-40, figg. 9-16; TOMEI 1977, p. 155; TOMASSETTI 1979, vol. III, pp. 95-109; BECCHETTI 1983, p. 78, fig. 96; MICHELLI GIACCONE 1990; AURIGEMMA 1992, pp. 38-42; ANDRETTA - BAIOCCHI - INDRIO - ROLFI 1998, pp. 49-67; TCI 2005, pp. 203-206. FONTI ARCHIVISTICHE: ASR, Catasto Gregoriano, Bracciano, Comarca 63 (1819), mappa e brogliardo; CRD, CENCIARINI A.C., Scheda A P 12/00717520, 1996.

I signori e le donne degli Orsini: arte e iconografia nel castello Simona Ciofetta La storia e le fortune di una delle più importanti famiglie baronali romane si intrecciano in modo complesso con la storia artistica del castello, che ne conserva la memoria e l’immagine, fortemente perseguita dai suoi protagonisti.


BRACCIANO

Tuttavia la configurazione degli interventi progettuali e decorativi attuati a Bracciano, focalizzata sulla committenza di Gentil Virginio Orsini e sul circoscritto intervento voluto da Paolo Giordano nelle due sale zuccaresche dell’ala sud ovest, appare in realtà molto più articolata, sia nella successione delle fasi di continuo rinnovamento, sia nella presenza di ulteriori personalità di artisti, sia nell’attività dei diversi membri della famiglia; laddove accanto alla committenza, celebrativa e colta, dei signori della casata, compare rilevante la presenza delle donne Orsini. Una delle opere più note conservate all’interno del castello, il grande affresco celebrativo con La cavalcata trionfale di Gentil Virginio Orsini e l’incontro con Piero de’ Medici a Bracciano, proveniente dall’arcone di ingresso alla corte, riporta un’immagine del castello che mostra non ancora terminata l’ala settentrionale, sede degli appartamenti nobili la cui decorazione fu iniziata proprio da Gentil Virginio, in un momento di grande successo personale, nella fase di completamento dei lavori architettonici avviati dal padre Napoleone. La rappresentazione del prestigio personale e familiare attraverso la committenza artistica aveva già avuto un precedente di altissimo rilievo nella Roma quattrocentesca nel palazzo di Montegiordano, e nella memorabile sala affrescata, per il cardinal Giordano Orsini, con il ciclo masoliniano degli Uomini illustri. La celebrazione autoreferenziale dei grandi uomini dell’antichità e della cristianità, accanto all’importanza della sua realizzazione artistica, resta un punto di riferimento e una chiave di lettura essenziale per l’immagine della residenza di Bracciano creata dagli Orsini, attraverso la rappresentazione di un potere legato all’attività militare e al proprio ruolo nei confronti della corte papale e dei principali sovrani del periodo, in contrasto con la realtà di un periodo di alterne vicende della famiglia che vedrà, seppure conservando ancora a lungo un ruolo di primo piano, la propria inattualità e il progressivo declino. Elemento di rilievo è la presenza a Bracciano di Antoniazzo Romano, voluta da Gentil Virginio e comprovata dalla nota lettera del 1491, in cui l’artista accenna ai preparativi proprio per il dipinto “nell’arco” e in altri luoghi del castello. La decorazione dell’ala settentrionale è ricondotta per lo più alla presenza dell’artista e della sua “turba” di lavoranti, sebbene non sia palese l’individuazione della sua mano; viene riconosciuta nel bel fregio con putti, girali ed elementi araldici della sala di Isabella, che rispecchia la moda degli ornati classicheggianti in voga a Roma dall’ultimo quarto del Quattrocento (appartamento Barbo a Palazzo Venezia; loggia del Priorato dei Cavalieri di Rodi), mentre non gli è ricondotta l’esecuzione del grande affresco citato. Di fatto, all’artista sembra competere nel cantiere decorativo un ruolo soprattutto imprendito-

|

127

VIA CASSIA

153. Collaboratori di Antoniazzo Romano, Cavalcata trionfale di Gentil Virginio Orsini a Bracciano, ultimo decennio del sec. XV, Sala VI, detta dei Cesari. Il grande affresco con Episodi della vita di Gentil Virginio era originariamente all’esterno, nella parete dell’arcone che introduce alla corte maggiore del castello. Antoniazzo in una sua lettera del gennaio 1491 avverte il committente della necessità di attendere che siano trascorsi i rigori invernali, preferendo occuparsi prima degli affreschi nell’interno. L’affresco, che oltre all’episodio qui illustrato raffigura, nella parte destra, l’incontro con Piero de’ Medici a Bracciano, fu rimosso mediante strappo nel 1964 e trasferito nella sua collocazione attuale. Nello sfondo della scena è visibile il castello, non ancora completo dell’ala settentrionale


VIA CASSIA

128

154. Taddeo e Federico Zuccari e bottega, Grottesche dipinte e a rilievo e tondo con raffigurazione di Muzio Scevola, 1561 ca., particolare della volta della Biblioteca o sala Papalina 155. Antoniazzo Romano e bottega, Fregio architettonico dipinto con stemma Orsini tra putti e girali, ultimo decennio del sec. XV, Sala IX, detta di Isabella

|

ROCCHE E CASTELLI - BRACCIANO

riale. A una ragione ancora da chiarire, connessa con tali nuove imprese dell’Orsini, è la consulenza richiesta a Francesco di Giorgio Martini, a Bracciano nel 1490 impegnato per disegni per la rocca di Campagnano. Vicino alla pittura di cassoni dell’area toscana e dell’Italia centrale appare poi l’autore delle Storie d’Ercole e del ciclo delle Figure femminili, temi da ricondurre alla celebrazione delle virtù non solo dell’Orsini ma anche della forte figura della sorella Bartolomea. Il carattere che emerge dall’insieme delle realizzazioni, generalmente riportate alla campagna di fine Quattrocento, si mostra da un lato attardato e cortese, con richiami alla cultura lombarda, soprattutto nella realizzazione delle “storie”, e insieme nutrito di un nuovo gusto antiquariale, per taluni aspetti araldico-decorativi. L’interpretazione dell’insieme è tuttavia compromessa sia dalla successione di diverse fasi di intervento, sia dal restauro storicizzante, talora fortemente integrativo, realizzato alla fine dell’Ottocento. Adeguamenti, modifiche e nuove imprese devono essersi succeduti soprattutto nel corso del secolo XVI, dalla ripresa dei dipinti esistenti, alle modifiche e al rinnovo delle soffittature, alla creazione di nuove opere. Merita di essere ulteriormente indagata l’attività promossa da Gian Giordano, figlio di Gentil Virginio, e della moglie Felice Della Rovere, che dedicò grande attenzione alla residenza braccianese e la cui data di matrimonio al maggio 1506 è ricordata forse da mano successiva nelle storie, fortemente compromesse dalle ridipinture, della sala delle Scienze: la realizzazione della sala delle Armi, con un nuovo ciclo dei Cesari e delle Eroine, da collocare tra gli interventi dell’inizio del secolo (v. l’intervento di L. Bencini, pp. 130-131); l’individuazione dell’attività di Antonio da Viterbo, chiamato da Felice a Bracciano, o quella di Pedro Fernandez da Murcia, detto lo pseudo Bramantino, il cui nome emerge tra i maestri attivi nel castello. E ancora compiutamente da precisare sono le iniziative prese nell’età di Paolo Giordano I, nipote di Gian Giordano e fortemente legato all’immagine complessa e potente, nostalgicamente legata al passato, della sua famiglia. Notevolissime le opere realizzate nel castello, per le quali, secondo la testimonianza del Vasari, chiamò Taddeo Zuccari. Condottiero e colto collezionista, nella dimora di Monte Giordano possedeva una collezione di statue e busti antichi di imperatori e soggetti mitologici; è nominato duca nel 1560, anno del suo matrimonio con Isabella de’ Medici, donna capace e di cultura e moglie amata, a dispetto dell’immagine fosca quanto leggendaria del loro destino. Paolo intraprese opere di adeguamento in vista dell’insediamento nel castello con la


BRACCIANO

consorte, per la direzione dell’architetto Nanni di Baccio Bigio. Vari gli artisti coinvolti, con compiti ancora da definire, oltre ai fratelli Zuccari; e d’altra parte la loro stessa opera si ricorda “incominciata da altri”. La biblioteca o sala Papalina, prestigioso ambiente nella torre orientale decorato con grottesche, figurazioni e rilievi in stucco su fondo oro, presenta un programma astrologico nello scomparto centrale con il Carro del Sole e nelle raffigurazioni di segni zodiacali, e una celebrazione delle virtù morali dell’eroe romano, nelle due scene con Muzio Scevola e Marco Curzio; la contigua sala dello Studiolo, tra elementi araldici Medici e Orsini e raffigurazioni degli dei, mostra nella scena centrale la pacificazione tra Eros e Anteros, divinità dell’amore corrisposto. Nell’appartamento nuziale, che richiama le realizzazioni dell’équipe di Perino nell’appartamento di Paolo III a Castel Sant’Angelo, il programma iconografico allude alla celebrazione del committente e alla sua difficile quanto desiderata unione coniugale. La sala di Amore e Psiche illustra, attraverso le dure prove affrontate da Psiche, il difficile percorso verso l’Amore; mentre la sala di Alessandro Magno mostra le virtù umane e militari del condottiero e le sue nozze con Rossana. Qui compare nuovamente una raffigurazione del castello, ormai completato, nel suo stato a metà del Cinquecento. In questa stessa sala, accanto alle insegne di Paolo e Isabella, furono aggiunte trent’anni più tardi quelle del figlio Virginio e di Flavia Peretti, testimonianza della continuità degli interventi nel castello di famiglia e nuova traccia delle alterne vicende degli Orsini: ancora per volontà dello stesso Paolo, che negli anni Ottanta del secolo sposa Vittoria Accoramboni, con la creazione del Giardino Segreto e l’opera di Giacomo del Duca, e quindi di Virginio.

Bibliografia BORSARI 1895; GERE 1969; BENEDETTI 1972; CAVALLARO - MIGNOSI TANTILLO - SILIGATO 1981; MICHELLI GIACCONE 1990; CAVALLARO 1992; ACIDINI LUCHINAT 1998; TRIFF 2000; MORI 2004; CRIFÒ 2005; MURPHY 2007.

|

129

VIA CASSIA

156. Taddeo e Federico Zuccari, Nozze di Alessandro e Rossana, 1560 ca., particolare della volta della sala di Alessandro Magno 157. Antonio da Viterbo detto il Pastura (?), Zenobia, primo decennio secolo XVI, particolare del fregio dipinto nella sala delle Armi


VIA CASSIA

130

|

ROCCHE E CASTELLI - BRACCIANO

158. Antonio da Viterbo detto il Pastura (?), fregio dipinto nella sala delle Armi, primo decennio secolo XVI

La sala delle Armi Letizia Bencini

159. Taddeo e Federico Zuccari, Veduta di Bracciano e del castello, 1560 ca., tondo nella sala di Alessandro Magno

Le ventisei scene affrescate, collocate sulle pareti della sala delle Armi del castello di Bracciano e alternate a clipei con busti di imperatori e imperatrici, rappresentano le eroine dell’antichità. I dipinti sono in cattivo stato di conservazione: presentano non solo molte lacune (in alcune scene l’intonaco è quasi del tutto caduto), ma hanno subito pesanti ridipinture in occasione dei restauri ottocenteschi che ne hanno inficiato la leggibilità iconografica e stilistica. Attribuito dalla critica molto genericamente alla bottega di Antoniazzo Romano e datato tra il 1490 e il 1499, il ciclo in realtà non è stato mai studiato in maniera approfondita. Un esame più puntuale dell’opera permette invece di formulare una serie di ipotesi da verificare con opportune ricerche archivistiche e storiche. Il confronto stilistico con i dipinti delle altre sale del castello, ascrivibili alla fine del Quattrocento, consente di datare le scene entro il primo decennio del Cinquecento e di collocarle nell’ambito dell’Italia centrale. Lo slittamento della datazione degli affreschi comporta però un’ulteriore verifica sulla committenza Orsini dato che Gentil Virginio, il patrono delle decorazioni quattrocentesche di Bracciano, fu avvelenato nel 1496 nelle prigioni napoletane. Erede della fortuna Orsini, pur in mezzo a un periodo di grandi turbolenze, fu Gian Giordano, che all’inizio della sua carriera di condottiero e capitano di ventura non ebbe vita facile. Messosi al soldo del re di Francia sposò nel 1487 la figlia illegittima del re di Napoli, che morì nel 1504 e due anni dopo entrò in trattative per sposare la figlia di Giulio II, Felice Della Rovere. Questa unione fu molto importante per la famiglia Orsini: non solo perché di fatto acquisiva un ruolo di spicco nella curia papale e una notevole sicurezza (è del 1511 la pace con i Co-


BRACCIANO

lonna, da sempre la famiglia romana sua avversaria), ma anche per le doti politiche intellettuali e organizzative di una donna come Felice. Vissuta all’interno della famiglia materna (la madre, dopo la relazione con il futuro papa si era sposata con Bernardino de Cupis, maggiordomo di Girolamo Basso Della Rovere, cugino di Giuliano), Felice, con l’elezione di Alessandro VI Borgia (1492), visse momenti di seria difficoltà. Nel 1494, a soli undici anni, dovette recarsi a Savona dalla famiglia Della Rovere per sfuggire alle persecuzioni della famiglia Borgia, nemica del padre. Attorno al 1498 si sposò, probabilmente con un ligure, di cui non conosciamo l’identità, che la rese vedova attorno al 1504; con l’elezione di Giuliano Della Rovere al soglio pontificio (1503) Felice ritornò a Roma da vincitrice, ma ingaggiò una lotta contro il padre che la voleva far sposare a nobiluomini non di suo gradimento. Nonostante la sua opposizione al matrimonio, che denota una tempra e una spiccata personalità insolite in una donna del tempo, fu costretta a capitolare nel maggio del 1506 divenendo la moglie di Gian Giordano. Sposandosi Felice acquisì immediatamente un ruolo non più subalterno, ma di grande visibilità all’interno della società romana e curiale. Frequentatrice e animatrice dei circoli culturali romani, divenne anche exemplum di virtù per uno dei libri più importanti del tempo: Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, pubblicato nel 1528 ma iniziato a scrivere nel 1514. Felice infatti viene citata per le sue doti di ingegnio e prudenza, qualità che contraddistinguono la vera cortigiana, grazie ad un episodio della sua adolescenza: nel libro si ricorda che, durante la sua fuga per nave da Roma verso Savona, pensando di essere inseguita dai Borgia, la Della Rovere giurò di buttarsi in mare piuttosto che cadere prigioniera. L’episodio narrato è importante perché avrà un risvolto particolare anche nelle sue vicende di committente. La volontà di assimilarsi alle eroine dell’antichità come Lucrezia, Artemisia e Sofonisba (esempi di donne virtuose e probe che difendono la propria castità a costo della morte) sarà un motivo importante per Felice, corroborato anche dalle letture umanistiche che comprendevano autori latini come Plinio, Svetonio, ma forse anche Plutarco, dove sono esaltate le gesta delle donne illustri. Il legame tra il castello di Bracciano e la Della Rovere è testimoniato dal fatto che, subito dopo le nozze con Gian Giordano, Felice vi si istallò come padrona indiscussa, divenendo l’amministratrice e imprenditrice della tenuta e delle proprietà Orsini. In questo contesto si collocano gli affreschi della sala delle Armi, che devono la loro genesi alla volontà di Felice di evidenziare le proprie doti morali e virtuose di buona cortigiana, grazie agli exempla mostrati dalle eroine dell’antichità. In attesa di una verifica puntuale di archivio, dato che quello Orsini a Roma non è attualmente consultabile, è probabile che gli affreschi della sala delle Armi si debbano agli interventi, voluti da Felice e registrati nel suo Inventario, di una squadra di pittori guidati dal Mastro di Pasturea di Viterbo. Costoro, attivi nel castello di Bracciano tra il gennaio e l’aprile del 1511, furono incaricati di reintegrare le pitture e gli affreschi commissionati da Gentil Virginio. In questo contesto si ritiene possibile anche l’esecuzione ex novo degli affreschi patrocinati da Felice. Bibliografia BORSARI 1895; GOLZIO - ZANDER 1968; MICHELLI GIACCONE 1990; TRIFF 2000; CAPITANI - REZZI 2002; CRIFÒ 2005; MURPHY 2007.

|

131

VIA CASSIA

Notizie utili Gli ambienti destinati a Museo sono visitabili solo attraverso visite guidate a pagamento. Orario: dal martedì al sabato dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle ore 15.00 alle 17.30 (orario invernale), dalle 15.00 alle 18.00 (orario estivo: 1 aprile - 30 settembre) con partenza ogni ora; nei giorni festivi e domenica dalle ore 9.00 alle 12.30 e dalle ore 15.00 alle 17.30 (orario invernale)/dalle ore 15.00 alle 18.30 (orario estivo) con partenza ogni 20/30 minuti. Lunedì riposo settimanale; nel mese di agosto il museo è aperto tutti i giorni. Vi è la presenza di strutture di accesso per disabili e bookshop. Per informazioni e prenotazioni: tel. 06 99804348; fax. 06 99802380. All’interno del Castello è possibile organizzare eventi. Per informazioni: tel. 06 99802379; fax 06 99802380. sito web: www.odescalchi.it www.castellidelazio.com


VIA CASSIA

132

|

Faleria Castello Anguillara

Un’architettura difensiva nell’Agro Falisco Marina Cristiani

160. Facciata principale

Faleria è un piccolo centro situato lungo la via Flaminia, alla destra del Tevere. In epoca medievale era stato costruito, secondo una logica difensiva, sopra uno sperone di tufo. Tre lati dello sperone si affacciano tuttora su un profondo strapiombo. Il lato sud del paese era protetto, oltre che da un vallo naturale, da una cinta muraria costruita in pietra mista, nella quale si apriva la porta di accesso al borgo e su cui svettava una torre di avvistamento. All’interno una strada principale rappresentava l’asse lungo il quale si sviluppava il centro abitato, costituito da basse case con, al piano terra, ambienti scavati nel tufo stesso. Il 1291, anno in cui la famiglia Anguillara diventa proprietaria del piccolo centro di Calcata, è probabilmente lo stesso in cui Faleria, posta a circa tre chilometri da Calcata, diventa anch’essa proprietà feudale della famiglia romana. In effetti, la costruzione del primo nucleo del castello, viene datata verso la fine del XIII secolo. Questo, consisteva in un recinto quadrangolare, costruito inglobando le mura difensive merlate esistenti con le sue torri, tutt’oggi individuabili nella tessitura muraria del prospetto nord del castello. All’interno, nella grande corte, sopra un masso di roccia, si trovava il mastio; in basso, addossati alle mura erano costruiti gli ambienti per abitazione. A quel tempo il nome del borgo non era Faleria ma Stabia, tale toponimo risulta utilizzato fino al XIX secolo, quando il nome viene modificato nell’attuale, infatti il consiglio comunale di Stabia, con delibera del 9 ottobre 1873, inoltrò la richiesta di modificare il nome del paese in Faleria e il nuovo nome sarà reso ufficiale con Regio Decreto del 1 marzo 1874; possiamo ipotizzare che la decisione di modificare il nome del paese, possa essere stata presa a segui-


FALERIA

to della campagna di scavi archeologici che, nei primi anni del XIX secolo, hanno riportato alla luce con molto clamore i resti della vicina città falisca Falerii Novii. Nel corso dei secoli si sono aggiunti diversi nuovi ambienti che hanno saturato lo spazio interno, dando vita ad un grande palazzo di tre piani oltre il basamento, con altezze anche maggiori in corrispondenza delle antiche torri. Nel XVI secolo, Flaminio Anguillara, di ritorno dalla battaglia di Lepanto, si stabilì definitivamente con la famiglia a Faleria, e il castello prese sempre di più la forma di una residenza nobiliare. In questo periodo il castello raggiunge la massima estensione, occupando un’area di circa sei ettari. Nel 1660 il castello venne acquistato dai principi Borghese senza subire ulteriori trasformazioni nei secoli successivi, furono tuttavia necessari numerosi interventi di consolidamento. Alla fine dell’Ottocento fu ricostruita un’intera torre andata distrutta in un crollo. Il castello è stato abitato fino al 1970. Tra i diversi affittuari, figura la Congregazione delle Suore della Divina Provvidenza che al suo interno ha gestito per anni l’asilo comunale. Dal 1970 il vecchio borgo è stato dichiarato diruto e progressivamente abbandonato dalla popolazione. Acquisito dal Comune di Faleria, oggi il castello è al centro di un progetto di riqualificazione complessiva del borgo vecchio, che prevede, in primo luogo il restauro del castello stesso e la sua destinazione a sede degli uffici comunali. Bibliografia MANZELLA 1979; CAPPELLETTI - LENZI - VETROMILE 1981.

|

133

VIA CASSIA

161. Torre quadrangolare 162. Archi di accesso 163. Scorcio della torre quadrangolare con beccatelli

164. Archi della loggia nell’ala in disuso


VIA CASSIA

134

|

Nepi Rocca Borgiana

Un feudo di Alessandro VI Francesca Chiaradia e Mario De Quarto

165. Veduta di insieme

La rocca di Nepi, cittadina di origine etrusca posta a metà strada tra la via Cassia e la valle del Tevere, ha una storia molto lunga, ma è rimasta famosa soprattutto per il breve periodo in cui appartenne alla ambiziosa famiglia spagnola dei Borgia. Il castello esisteva probabilmente già nell’VIII secolo. Lo si evince dalle notizie che ne attribuiscono la costruzione a Teodoro duca di Nepi su preesistenti strutture di difesa militare di epoca etrusca e romana. Vari feudatari (Matilde di Canossa, i Conti di Galeria, i Vico, gli Orsini, i Colonna e gli Anguillara) se ne contesero il possesso dopo il X secolo. Assai più tardi, durante il pontificato di Sisto IV (Francesco Della Rovere, 1471-1484), governatore del borgo di Nepi era il cardinale Rodrigo Borgia, originario della regione spagnola di Valencia. Nell’ottobre 1484 il Borgia ottenne in dono dal nuovo pontefice Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo, 1484-1492) la città di Nepi e il suo discrictum. In quegli anni il castello fu riedificato assumendo l’aspetto in gran parte visibile ai nostri giorni, unendo la funzione di difesa con quella di residenza signorile. Il cardinale Borgia, divenuto papa col nome di Alessandro VI (1492-1503), assegnò il dominio di Nepi dapprima al figlio Cesare, poi alla figlia Lucrezia, facendone un feudo di famiglia. Autore del progetto architettonico fu Antonio da Sangallo il Vecchio. Si conoscono anche i nomi delle maestranze che effettuarono i successivi ampliamenti: Perino da Caravaggio, Cola Mat-


NEPI

teuccio da Caprarola, Jacopo Scotto da Caravaggio, Jacopo Donnasono da Caravaggio. Il castello è composto da una cinta difensiva bastionata che circonda il palazzo fortificato. Quest’ultimo presenta un salone accessibile dal cortile nord e due sale minori retrostanti, una torre rotonda ad est, più alta con funzione militare di mastio, e una torre quadrangolare verso ovest con alloggi residenziali. Sulle torri sono riconoscibili gli stemmi scolpiti in marmo bianco della famiglia Borgia e in particolare le insegne del cardinale Rodrigo. La fortuna dei Borgia fu effimera. Alla morte di Alessandro VI, nel 1503, crollò rapidamente anche la stella dello spregiudicato figlio Cesare (detto il Valentino), e Lucrezia finì i suoi giorni a Ferrara come sposa del duca Alfonso d’Este. All’inizio del XVII secolo, con la perdita dell’importanza militare della fortezza, la Camera Apostolica cedette in affitto il castello fino a far utilizzare nel 1630 i locali a pianterreno come stalle per i bovini. Nel 1725 crollò il porticato della corte, nel 1744 la rocca fu adibita ad ospedale militare delle truppe napoletane; nel 1798 fu ridotta in rovina dalle truppe francesi dirette a Roma.

|

135

VIA CASSIA

166. Resti di una delle torri circolari 167. Torrione quadrangolare affacciato sulla forra 168. Particolare dei beccatelli e della muratura del torrione circolare


VIA CASSIA

136

|

ROCCHE E CASTELLI - NEPI

Ne è seguita una lunghissima decadenza, terminata solo con gli ultimi lavori eseguiti dopo il 2000. Oggi gran parte della rocca è stata restaurata ed è visitabile. Bibliografia MARTINORI 1932; BASCAPÉ - PEROGALLI 1968; TORSELLI 1968; SILVESTRELLI 1970; IMPERI 1977; GUIDONI 1990; ALIMELLI 1999; CHIABÒ - GARGANO 2003; LUCCHESI s.d.

Fatti misteriosi, tra tradizione e modernità Maria D’Onofrio 169. Stemma Farnese all’angolo del bastione 170. Ruderi in blocchetti di tufo 171. Torrione cilindrico

Notizie utili Per le visite rivolgersi al Museo Comunale tel. 0761 570604, www.museonepi.com

Nel giugno del 2004 un gruppo di studenti universitari, nel corso di una ricognizione nei locali del castello, fu testimone di un fenomeno apparentemente inspiegabile. Visionando alcune fotografie digitali scattate in successione nei sotterranei della rocca, notarono in esse un chiarore, dapprima indistinto, poi sempre più accentuato, fino ad assumere la forma di ciò che, a molti, apparve chiaramente come un busto di figura umana. Il fenomeno si verificò nuovamente nel giugno 2007, in occasione della riapertura del castello al termine dei lavori di ristrutturazione, e, in tempi ancora più recenti, nel giugno del 2008, alla conclusione di un banchetto allestito nei locali della rocca nell’ambito di una rievocazione storica. Questi fatti misteriosi, riportati e amplificati dalla stampa locale, vanno ad aggiungersi a voci popolari, secondo le quali lamenti e pianti sommessi sono stati uditi provenire dal castello in alcune occasioni: si tratterebbe, in questi casi, del fantasma di Lucrezia Borgia, la quale, tra il 1499 e il 1500, trascorse a Nepi un periodo di lutto, seguito all’assassinio del giovane e amato marito Alfonso d’Aragona. Bibliografia ALIMELLI 1999.


|

Bassano Romano Palazzo Giustiniani

Da castello a residenza signorile Francesca Chiaradia e Mario De Quarto Il palazzo Giustiniani di Bassano Romano, a pochi chilometri da Sutri, è un tipico esempio di struttura nata nel Medioevo come fortificazione e trasformata in residenza signorile a partire dall’epoca rinascimentale. I ricchissimi affreschi che lo impreziosiscono testimoniano il gusto e lo sfarzo di moda tra gli aristocratici dello Stato pontificio tra la fine del ’500 e l’inizio del ’600. Il complesso comprende anche un grande parco collegato al palazzo attraverso un ponte che scavalca la strada principale del paese. All’interno del parco è posto un secondo edificio denominato la rocca. Il feudo di Bassano era appartenuto almeno dal 1363 al ramo degli Anguillara di Ceri. Questi avevano fatto trasformare la primitiva fortificazione medievale esistente sul luogo in un palatium. Nel 1595 il palazzo fu venduto al banchiere Giuseppe Giustiniani, membro di una famiglia di origini genovesi. Suo figlio Vincenzo operò tra il 1600 e il 1610 la fondamentale ristrutturazione che dà all’edificio l’aspetto attuale. Vincenzo Giustiniani, al quale il papa Paolo V (Camillo 172. Facciata interna

173. Iscrizione e stemma di Vincenzo Giustiniani

174. Loggiato del cortile

137

VIA CASSIA


VIA CASSIA

138

|

ROCCHE E CASTELLI - BASSANO ROMANO

175-176. Particolare dell’ingresso e dei busti in facciata

Borghese, 1605-1621) aveva concesso nel 1605 il titolo nobiliare di marchese, si impegnò in prima persona nella progettazione, avvalendosi della consulenza di architetti prestigiosi quali Carlo Lombardi, Carlo Maderno, Girolamo Rainaldi. Dal 1854 la proprietà del feudo passò al principe Livio Odescalchi, la famiglia del quale conservò il palazzo fino al 2002, anno in cui è stato venduto allo Stato italiano. Il corpo edilizio unitario che compone l’edificio è effetto di trasformazioni e accrescimenti avvenuti in un periodo di circa quattro secoli. Sul prospetto principale si apre il portale esterno dal disegno molto tipico, nel quale si conservano gli stemmi araldici degli Anguillara intagliati nella pietra. Il vestibolo immette in un cortile interno, circondato da un portico su cui si affaccia lo scalone principale a lumaca composto da 5 rampe.

177. Fontana nel giardino

Bibliografia MARTINORI 1932-34; BASCAPÈ - PEROGALLI 1968; TORSELLI 1968; SILVESTRELLI 1970; GUIDONI 1990; BURECA 2003.

Le decorazioni della villa di Vincenzo Giustiniani Simona Ciofetta Dal 1505 di proprietà degli Anguillara di Ceri, famiglia legata da parentela con gli Orsini, l’antico castrum di Bassano vede dal secolo XVI la sua sistemazione in palatium e quindi in villa, con l’avvio dell’ampliamento e dell’imponente decorazione poi condotta a termine per le più complesse intenzioni progettuali di Vincenzo Giustiniani. L’intreccio tra le due vicende decorative, che ne ha reso complessa una


BASSANO ROMANO

chiara definizione critica, rispecchia una continuità, progettuale e culturale, con l’antica residenza feudale, programmaticamente perseguita dal nuovo signore di Bassano. A Lelio dell’Anguillara, sposo in seconde nozze con Maddalena Orsini nel 1548, ma forse soprattutto alla nipote Portia, moglie dal 1554 di Giovanni Orsini, si devono i primi interventi decorativi nel palazzo. Nel 1572, anno della morte di Lelio, Portia, rimasta vedova, sposa Paolo Emilio Cesi. Nelle figurazioni sulle volte di tre stanze del pianterreno, in parte restituite da recenti restauri, con il Sacrificio di Isacco, la Creazione di Eva e Tobia e Sara, compaiono le insegne araldiche Orsini e Anguillara, rose e anguille intrecciate. Gli altri ambienti legati alla committenza Anguillara sono nel piano nobile. Realizzati tra l’ottavo e il nono decennio del secolo, rispondono a una tipologia, legata al gusto per l’antico, comune alle maggiori imprese decorative del periodo, dai maggiori palazzi romani ai Palazzi Vaticani, Villa d’Este e Caprarola, e diffusa dalla metà del secolo fino all’inizio del seguente grazie all’operato e al successo delle maggiori botteghe di artisti, di ascendenza perinesca o zuccaresca. Nelle volte a crociera della loggia affacciata sul cortile la decorazione a grottesche tra spartizioni di cornici in stucco e dipinte che inquadra scene militari e di battaglia, personificazioni e scene mitologiche, fu parzialmente integrata per volere di Giustiniani nel 1603 da Bernardo Castello, con le due figure allegoriche, probabilmente riferite alla propria provenienza marittima e genovese, ai lati del suo stemma. Dalla loggia è l’affaccio sul cortile, dove la bassa parete di fronte all’ingresso, ornata da una fontana con la statua marmorea dell’Abbondanza, permette la vista del parco. In richiamo a un gusto diffuso nelle dimore cinquecentesche romane, le pareti del cortile erano strutturate in fasce sovrapposte dalla decorazione a monocromo eseguita nello stesso anno da Antonio Tempesta, quasi perduta: si intravede ancora un imponente corteo militare e, sopra le arcate della loggia, l’aquila dei Giustiniani e la rappresentazione di Santa Sofia di Costantinopoli, in riferimento al suo donatore Giustiniano, a sottolineare una pretesa discendenza della casata. Anche nel caposcala, figurazioni a grottesche incorniciano piccoli paesaggi e varie figure e scene allegoriche, in riferimento alle virtù del committente, come Ercole in lotta con il leone, la Liberalità, la Nobiltà, la Felicitas Publica che, tratte dal Ripa, denunciano l’intervento di Giustiniani. Così nella sala Grande, sulla cui volta campeggia uno stemma Giustiniani forse apposto sul precedente, tra le figure della Fortezza e della Giustizia; la sala accoglieva la serie dei busti dei dodici Cesari, trasferiti nel castello di Bracciano. Commistioni non facilmente interpretabili tra le due committenze – che potranno forse giovarsi di future indagini conservative – insistono sulla decorazione “all’antica” delle sale dell’ala meridionale, fatte proprie da Vincenzo. Gli elementi araldici Anguillara e Orsini tornano nella sala dell’Estate, dove la figura centrale di Cerere, possibile riferimento familiare a Ceri, per la quale si è ipotizzato il riferimento a una statua della collezione Giustiniani, può in realtà trovare modelli iconografici già noti, come si vede ad esempio nella Cerere affrescata, verosimilmente da Girolamo Siciolante, nella sala di Adone del pa-

|

139

VIA CASSIA

178. Veduta di Bassano, riquadro della volta della sala dell’Estate. L’affresco mostra lo stato del palazzo prima degli interventi di Vincenzo Giustiniani

Notizie utili Il palazzo è attualmente in restauro e non è accessibile al pubblico salvo in caso di eventi e di specifici appuntamenti.


VIA CASSIA

140

179. Domenichino, Punizione di Atteone, scomparto della volta del camerino di Diana 180. Apollo, Minerva, Pan e le Muse, riquadro centrale della volta della sala del Parnaso

181. Facciata verso il giardino

|

ROCCHE E CASTELLI - BASSANO ROMANO

lazzo Orsini di Monterotondo. Nella stessa sala compare una raffigurazione del borgo e del palazzo di Bassano al suo stato precedente il 1595, anno dell’acquisizione da parte dei Giustiniani. Simili le altre tre sale delle Stagioni, dove sono stati inseriti gli stemmi Giustiniani, di Vincenzo, della moglie Eugenia Spinola, del fratello cardinale Benedetto. Nella sala della Primavera compaiono quattro piccole scene relative alla storia di Venere e Adone; seppure con particolarissime varianti iconografiche, tuttora allo studio, tra i possibili riferimenti ai due committenti il mito della tintura delle rose può essere volto al richiamo della rossa rosa araldica. A una stessa fase appartiene la cappella o camerino del Paradiso, riccamente ornata di stucchi e affreschi, mentre a un intervento del Giustiniani risale la sala del Parnaso, per la quale fu verosimilmente impiegato di nuovo, con vari collaboratori (tra cui si citano i nomi di Antonio Gaio e Marcantonio Piemontese), il Tempesta, a sua volta formatosi nei grandi cantieri tardomanieristi ed esperto in tal genere di decorazioni a grottesche. Nella sala il riferimento alla famiglia e alle sue origini è esplicito, con le raffigurazioni di Genova e di Chios, i motti e gli elementi araldici. Qui la raffigurazione di trofei di strumenti musicali – con la firma, probabilmente relativa a tali dettagli, di Antonio Gaio da Bassano – accanto alla rappresentazione delle Muse, della sapienza di Minerva, dell’eccellenza della musica di Apollo rispetto a quella del suo antagonista Marsia, alludono agli interessi artistici, letterari, musicali di Vincenzo. Questi, se da un lato nella continuità consapevole con l’antico costruiva una solida base al suo lignaggio familiare e alla recente nobiltà, dall’altro rappresentava e realizzava nel suo palazzo trasformato in villa le proprie concezioni teoriche sulle arti e sull’architettura, così come i propri interessi artistici e antiquariali: collocando nel palazzo e nel giardino le sue collezioni di sculture, utilizzando le specifiche capacità dei più diversi artisti per creare un ponte tra antico e nuovo, realizzando la gran-


BASSANO ROMANO

diosa impresa del parco con la rocca, fondale araldico alle magnifiche spartizioni di viali, fontane, boschi e giardini, ornati di statue e sculture, visibili dalle sale volte a occidente e dalla loggia. Ancora al genovese Bernardo Castello, pittore colto e complesso, in rapporto con letterati come il Marino, si deve la sala di Amore e Psiche, firmata e datata (1605), con le grandi scene della storia inserite entro una regolare spartizione di false cornici marmoree. Nella scena centrale è il consesso degli dei con il giudizio di Giove, accompagnato dall’aquila, naturale riferimento araldico al Giustiniani. La sala della Felicità Eterna, così detta dalle iscrizioni e dalla figura allegorica nella parte centrale della volta, si deve a Paolo Guidotti Borghese (1610): in una visione stravagante e visionaria l’artista crea una struttura architettonico-scultorea illusionistica, con uno sfondato nel tondo centrale, quattro scene bibliche virtuose (Giudizio di Salomone, Giuseppe e la moglie di Putifarre, Giuditta e Oloferne, Susanna e i vecchioni) entro quadri riportati o dietro falsi tendaggi, quattro personificazioni agli angoli. Nel Camerino di Diana, pregevole realizzazione di Domenichino (1604), nel riquadro centrale, con Latona e i due gemelli Apollo e Diana, torna l’immagine di Giove con l’aquila. Il tema della caccia, legato a Diana, è caro al Giustiniani che ne tratta in uno dei suoi scritti; ma tornano anche i riferimenti naturali al sole e alla luna, come anche il tema del rapporto tra un uomo e un dio, difficile e non sempre fortunato. Elementi simili sono presenti anche nella Galleria con la Caduta di Fetonte dipinta da Francesco Albani (tra i suoi aiuti compaiono i nomi di Prospero Orsi, di un Giacomo bresciano e di Giovan Battista Viola), chiamato da Vincenzo nel 1609. La struttura decorativa di pareti e volta, totalmente dipinta, è una precoce creazione di uno spazio illusorio: sulle pareti, false nicchie con busti, sculture, rilievi ed emblemi araldici si alternano a falsi arazzi sui quali sono le scene ‘terrestri’ del mito. Sulla volta della sala rivolta al tramonto, in uno spazio illusionisticamente aperto sul cielo al di là di una balaustrata, è rappresentata la Caduta di Fetonte dal Carro del Sole, unita da una fascia con lo Zodiaco al gruppo degli dei, nel quale ancora Giove, in veste di giudice, accompagnato dall’aquila, celebra la personalità e la cultura del munifico committente.

Bibliografia BRUGNOLI 1957a; BRUGNOLI 1957b; FALDI 1957; PORTOGHESI 1957; SPAMPINATO 1996; ANSELMI 2001; DANESI SQUARZINA 2001; ANSELMI 2003; BURECA - CAMPISI 2003; CAMPISI 2003; CHERUBINI 2003; STRUNCK 2003; ANSELMI 2007.

|

141

VIA CASSIA

182. Francesco Albani, parete settentrionale della galleria, con la raffigurazione delle Sirene. La rappresentazione, riportata sul falso arazzo dipinto, entra a far parte degli arredi illusivi della sala, mentre nel contempo è naturalisticamente partecipe della storia di Fetonte e del Carro del Sole, narrata in un gioco di rimandi tra volta e pareti


VIA CASSIA

142

|

Vejano Rocca Altieri

Un castello nascosto nel borgo Simona Salvo

183. Veduta di Vejano provenendo da sud

La rocca di Vejano si affaccia sulla via Braccianese Claudia, all’ingresso del borgo verso Roma, ha una struttura cinquecentesca con tre torrioni circolari, inglobati nell’edificio a pianta triangolare che ha subito rimaneggiamenti all’epoca di Alessandro VI (Rodrigo Borgia, 1492-1503). Il borgo pertinente alla rocca è integrato nel centro storico di Vejano, costruito in blocchi di tufo rosso di provenienza locale, materiale friabile e deperibile che non consente una buona conservazione della struttura, compromessa inoltre dalle costruzioni aggiunte e dalla presenza di recinzioni precarie alla base dei torrioni.


VEJANO

La città di Vejano è nominata come Viano in atti d’acquisto di terre presso Vetralla da parte di San Martino al Cimino, risalenti all’anno1213, nel 1218 figurano Ranieri, Rinaldo e Leone, Vice Comites Viani, dipendenti dal Comune di Vetralla. Nel XIV secolo il borgo è di dominio dei conti di Anguillara, si ricorda la figura di Everso II ai cui discendenti il pontefice Paolo II (Pietro Barbo, 1464-1471) confiscò Vejano e tutti gli altri feudi. Nel 1481 il papa Sisto IV (Francesco Della Rovere, 1471-1484) conferì Viano, Ischia di Castro e Cerveteri a Bartolomeo Della Rovere in compenso dei feudi da lui restituiti all’abbazia di Ferentillo. Nel 1487 il feudo di Vejano fu ceduto a Franceschetto Cybo che lo rivendette nel 1492 a Gentile Virginio Orsini insieme alla contea d’Anguillara, nella quale era stato incluso. Questa ultima cessione non fu gradita al neoeletto papa Alessandro VI che tuttavia l’anno seguente finì per riconoscere la vendita valida. Lo stesso anno il feudo di Vejano con le sue vaste dipendenze, unitamente a Ischia di Castro e Rota, figura donato con istrumento del notaio Benimbene del 12 settembre 1493 da Gentile Virginio Orsini a Giorgio Santacroce e rimase in mano alla sua famiglia fino alla condanna a morte e confisca dei beni di Onofrio, il quale, accusato di matricidio, fu decapitato a Roma il 31 gennaio 1604. Gli eredi Santacroce, Marcello e i suoi figli Valerio e Antonio, reclamarono contro la confisca accampando diritti fidecommissari. Reclamò inoltre Virginio Orsini, duca di Bracciano, sostenendo che nella donazione dei feudi fatta a Giorgio Santacroce nel 1493 v’era patto di reversione. La Camera Apo-

|

143

VIA CASSIA

184. Ponte di collegamento tra la rocca e un torrione cilindrico


VIA CASSIA

144

|

ROCCHE E CASTELLI - VEJANO

stolica provvide a favore dei Santacroce per i crediti da loro provati sul patrimonio di Onofrio e pagò alla vedova di questo, Erminia Mattei di Ciriaco, 15.000 scudi portati in dote istituendo un monte chiamato “di Viano”, provvisto di oltre 135.000 scudi. Virginio Orsini si accollò interamente l’onere di questo monte, ed in transazione la Camera Apostolica gli cedette tutte le sue ragioni su Viano, la tenuta d’Ischia, Oriolo e Rota, con istrumento di Giovanni Giacomo Bulgarini datato 8 novembre 1606 e chirografo di Paolo V (Camillo Borghese, 1605-1621) del 31 ottobre dello stesso anno. Con istrumento Palutius del 1671 il cardinale Virginio Orsini, don Flavio duca di Bracciano, e don Lelio Orsini vendettero al cardinale Paluzzo Altieri Viani le proprietà di Oriolo, Monte Virginio, Monterano e il diritto di dirimere Rota. In seguito a questa cessione Viano rimase agli Altieri e infine, a causa dell’estinzione di questa famiglia, all’attuale proprietario Francesco di Napoli Rampolla per discendenza in linea femminile. Bibliografia SILVESTRELLI 1970, vol. II, p. 731.

185. Parte della merlatura delle mura 186. Torrioni circolari sulla via Braccianese


Rocche e castelli nel Lazio  

Rocche e castelli nel Lazio