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Fatti e Regione

Con il Referendum si conclude “l’epoca” dei rottamatori?

Povera agricoltura siciliana: tra bluff e false promesse

a pagina 2

di F. Falci

a pagina 12

di M. Benanti

Natale... Primavera è già — di  Mario Russotto —

RESS

FREE P

Dicembre 2016

Mensile di approfondimento Direzione Editoriale: Michele Spena -

Anno VI Num. 48

Stampa: STS S.p.A. Zona industriale Vª Strada, Catania - Reg. Tribunale di Caltanissetta n° 224 del 24/02/2011

Sotto l’albero un sorriso speciale

Peppino

Mancuso “Il mio amore per Caltanissetta, restare per combattere” Faccia a faccia con l’ex sindaco, tra passato e presente: “Chi governa deve avere passione” di V. Martines

a pagina 14

Antenna RAI

Le tradizioni del Natale Un viaggio tra novene, zampogne e giocattoli

Un simbolo da salvare

I

l clima delle festività natalizie ci induce a riscoprire emozioni e tradizioni che sembrano ormai sorpassate e “sepolte” dalla modernità. Raccontiamo la musicalità della zampogna, la devozione attraverso le novene e la storia dei giocattoli e dei giocattolai nisseni.

R. Zaffuto Rovello e M. Sardo pagine 21-25

G. D’Antona

a pagina 32

In un inverno di valori

Ogni bimbo che nasce è segno che Dio non si è stancato di questo mondo e continua a schiudere il suo cuore al sorriso e a preparare una nuova primavera nella storia. Stiamo vivendo tempi difficili, ma non più pesanti e gravi di quelli che ci sono stati nei momenti di grandi cambiamenti della storia e della società. E pare che il mondo sia oggi stanco e disfatto; stanco di prospettive che non vede e di un lavoro che viene sempre meno; disfatto per il violento drammatico tremare della terra; disfatto per il gioco di pochi spietati potenti che tengono in mano l’economia del mondo. Ma stanco e disfatto soprattutto per un abisso più grave: la crisi morale. Stiamo vivendo un inverno di valori… Eppure l’inverno è il tempo che custodisce le grandi speranze, il tempo in cui nulla si vede sulla terra mentre il seme senza frastuono lentamente va morendo, ma nel suo marcire celebra già il suo natale, anticipando nel suo cuore il germoglio di primavera. Mentre assistiamo ad una sorta di sfaldamento dei valori umani, morali, sociali e religiosi, c’è già una nuova vita che prepara nuovi germogli, c’è una primavera che ha il sapore di un Bimbo che nasce per noi… E non ci abbandona, non ci lascia avvolgere dalle gelide tenebre… anche quando permette che attraversiamo il tunnel delle oscurità…

Primavera di Speranza

Ed ecco Natale: c’è ancora speranza nel mondo, perché “questo” mondo, e noi in esso, è amato da Dio! E allora lasciamoci cogliere dallo stupore per le piccole cose che sono in noi e attorno a noi, cerchiamo di liberare gli occhi per vedere quel bene che non fa notizia eppure regge le sorti del mondo. Apriamo gli occhi allo stupore per quello che ciascuno di noi è, per il respiro che continuiamo ad avere e che alimenta nel nostro cuore la possibilità di amare ancora, di perdonare ancora e di chiedere ancora perdono… Natale: silenzio dinanzi al rumore del mondo. Silenzio di stupore, silenzio d’amore che si fa ascolto e accoglienza… comprensione dei personaggi che vivono in noi, accanto a noi… Abbiamo bisogno di ritrovare il silenzio per superare la paura dell’altro, la paura del vivere, la paura del futuro, la paura di noi stessi e delle nostre fragilità… Scriveva don Primo Mazzolari: «Non ci interessa la carriera, non ci interessa il denaro, non ci interessa il successo né di noi stessi né delle nostre idee, non ci interessa di passare alla storia. Ci interessa perderci per Qualcosa o per Qualcuno che rimarrà anche dopo che noi saremo passati. Ci interessa portare un destino eterno nel tempo, sentirci responsabili di tutto e di tutti, avviarci, seppure attraverso lunghi erramenti, verso l’amore». Buon Natale!

scrivi alla redazione: redazione@ilfattonisseno.it

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ISSN: 2039/7070

Riflessioni


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Dicembre

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Riflessioni & Referendum

I rottamatori

“rottamati” di Fiorella Falci

N

on ci sono grandi margini di interpretazione: il referendum del 4 dicembre ha reso clamorosamente evidente la bocciatura degli Italiani nei confronti del Governo Renzi ma soprattutto della sua impostazione politica e della sua ispirazione culturale. Aveva cominciato con una parola violenta, Renzi: “rottamare!” Rottamare la classe dirigente e i gruppi di potere della politica trattati come macchine obsolete, che conviene di più distruggere e sostituire che mantenere in funzione. Era la risposta “di governo” all’antipolitica che montava come uno tsunami, tre anni fa, senza appello dopo il crack di Berlusconi con lo spread e lo spettro del disastro della Grecia a impaurire gli Italiani. Un panico collettivo senza nessuna luce in fondo al tunnel che non aveva trovato più rappresentanza nelle forze politiche superstiti della seconda Repubblica. Elezioni 2013 e non-vittoria del PD di Bersani, i 5 Stelle primo partito e la destra ridimensionata e divisa, con Berlusconi fuori gioco (e fuori dal Senato) per le note condanne per frode fiscale. Da allora governi “parlamentari” con maggioranze anomale, Letta e poi Renzi, sempre più impantanati dai pezzi di centro-destra che si staccavano come meteoriti dalla galassia berlusconiana esplosa e piovevano dentro il perimetro dell’area di governo con Alfano e Verdini a connotare il senso politico (sono tutti eufemismi) dell’operazione. Renzi cavalca questa deriva, con buona pace dei propositi che aveva sbandierato quando aveva vinto le primarie nel PD: mai al governo senza elezioni! E invece al Governo ci va, con il programma di Bersani e i gruppi parlamentari scelti dal suo predecessore, che prontamente si riposizionano intorno al nuovo “capo” mentre la Sini-

stra interna del PD non riesce ad andare più in là di afasiche uscite dall’Aula per non votare i rospi troppo grossi (Job Act, Buonascuola, Italicum e persino la fiducia sulla riforma costituzionale, etc. etc): evanescente e ininfluente. In una prima fase la “narrazione” del giovane sindaco di Firenze diventato primo ministro a meno di quarant’anni aveva fatto sperare tanti: sembrava l’ultima chance per dare una scossa alla palude di un’Italia bloccata in una crisi di sistema, con una politica balbettante rispetto alla prospettiva del Paese soffocato dalle dinamiche della globalizzazione, sempre più avvitata su se stessa e subalterna a codici mediatici che sembrano fatti apposta per banalizzare e non dire niente dando l’impressione di parlare chiaro e andare al cuore dei problemi. Rottamare: sembrava la parola magica, il soffio d’aria nuova che avrebbe spazzato via un’intera generazione di politici invecchiati nelle istituzioni senza essere stati

e

capaci di cambiarle, esperti nelle sconfitte e specializzati a distruggere le proprie vittorie, tanto da far sospettare che fossero avvenute per caso. La prima contraddizione che strideva, (inizialmente piano, come un tarlo, poi sempre più forte) dietro l’allure smagliante del giovane premier, era il patronage di chi lo aveva

portato a Palazzo Chigi scalzando Letta con un tweet: re Giorgio, il Presidente, sempre più opaco e lontano dalla sua storia laburista di “destro” storico dentro il Partito Comunista Italiano, il primo a precipitarsi “sotto l’ombrello della NATO” (or sono gli anni ’70) e a boicottare ferocemente il movimento pacifista e Pio La Torre contro i missili nucleari a Comiso, stella polare decaduta del conservatorismo della Sinistra italiana nel secolo passato

sempre più identificato c o m e presidio e garante dei poteri forti, economici e internazionali, palesi e non, nel presente. La seconda contraddizione stava nelle scelte politiche imposte sin dai primi mesi di governo: due grandi questioni della democrazia nell’era della globalizzazione, il lavoro e la scuola, “sistemate” con piglio autoritario con una serie di sterzate liberiste e


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59.11% burocratiche, Job-Act e Buonascuola, coerenti ad una visione feudale, gerarchica, subordinata, che cancellava a colpi di fiducia diritti, libertà e spazi di democrazia, senza un progetto di innovazione autentica, di spessore culturale, con superficialità, improvvisazione, presentati come efficienza e capacità decisionale. Colpendo la vita di milioni di persone. E poi il capolavoro: la legge Boschi, la riforma che modificava 47 articoli della Costituzione con un impianto che sbilanciava l’equilibrio tra i poteri tutto a favore del Governo, come se la politica, e la rappresentanza democratica che le dà anima e vita, fosse un inciampo fastidioso sulla via delle “magnifiche sorti e progressive” del nuovo che avanzava, e della “governabilità”(echi infausti del ‘900 in questa parola). Nel frattempo, mentre gli Stati Uniti e la Germania uscivano dalla crisi con politiche chiare di economia sociale di mercato e misure di sostegno al lavoro, in Italia la disoccupazione giovanile toccava percentuali disastrose, l’emigrazione si consolidava come l’unica via d’uscita dalla povertà, la condizione degli anziani, dei bambini e delle fasce deboli della società si immiseriva secondo quanto il rapporto del CENSIS ha documentato recentemente con dati drammatici. Per non parlare del rapporto con le banche e dell’anticipo, col trucco, delle pensioni. Non è bastato saper comunicare, non è bastatodemolire il passato e dimostrare spregiudicatezza fuori dagli schemi (la defenestrazione di Letta ha avuto uno stile da vendetta mafiosa), non è bastata la “narrazione” di un’Italia che non c’era, che era soltanto quella che si voleva immaginare, ma che la gente non riconosceva più, confrontandola con

la durezza della propria esistenza quotidiana, resa ancora più difficile dall’affievolirsi di tutte le speranze. Guai a una politica che distrugge le speranze. Per governare un Paese c’è bisogno della Politica, quella vera, fatta di progetti fondati sulle idee, capace di organizzare le persone, di costruire legami sociali, di conquistare un consenso che non è di acclamazione, ma di condivisione quotidiana di pratiche di trasformazione della società, una politica che sappia dialogare, arricchir-

si del contributo di tutti, e poi indicare una propria visione, e farla vivere, tutti igiorni, non dagli schermi televisivi, come una pubblicità. Senza l’arroganza di chi crede di avere sempre ragione, a prescindere; arro-

40.89%

rottamatori si sono collocati ai vertici delle istituzioni del Paese sull’onda del cambiamento “epocale” in questi anni. E avevano tanto più successo quanto più manifestavano supponenza, fastidio, disprezzo nei

La suggestione del comunicatore può suscitare speranze e richiamare consenso, ma se poi non ci sono le risposte giuste, la delusione travolge gli imbonitori, senza freni. ganza che si è dimostrata inefficace e quindi fastidiosa e inquietante. Questo vale a tutti i livelli: nazionale, regionale, cittadino. Tanti piccoli

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confronti della politica, velleità di superare destra e sinistra, tradizione e progresso, codici istituzionali e linguaggi sociali, partiti, sindacati, tutto. Tranne l’occupazione del potere. Sempre più autoreferenziali quanto tenaci e coriacei nel tutelare la propria conservazione, che appare sempre più fine a se stessa, sganciata da qualsiasi contenuto. Contrapponendo alla politica un presunto “spirito civico”, cercando una comoda neutralità rispetto alle contraddizioni e ai conflitti che nella società esistono, e che invece è proprio compito della Politica affrontare e risolvere, costruendo equilibri nuovi, scegliendo le proprie strade con nettezza, coerenza, onestà intellettuale. La politica è una cosa seria, è fatta di pazienza, di pensiero critico, di studio, di mediazione intelligente.

La politica è una cosa sacra, rispetto alle speranze e alle sofferenze delle persone che essa sola può trasformare nella storia, in una dimensione comunitaria, sociale, autenticamente democratica. Si possono cavalcare le ondate qualunquiste, le spinte populiste, in determinati momenti, anche con successo. Ma non dura. La suggestione del comunicatore può suscitare speranze e richiamare consenso, ma se poi non ci sono le risposte giuste, la delusione travolge gli imbonitori, senza freni. Ed è quello che sta succedendo, a tutti i livelli. Non ci sono alternative alla politica, almeno nei sistemi democratici. Come possa nascere e svilupparsi nella società, al di là delle funzioni di governo, che non la possono esaurire, ma sono casomai funzionali ai progetti, è compito di tutti. Compito più difficile in quanto non si vedono in campo soggetti collettivi capaci di sostenerlo adeguatamente. Nell’epoca della comunicazione mediatica e della socializzazione telematica elaborare progetti e costruirne la realizzazione in una dimensione sociale (e non solo “social”) può essere più facile se rispetto alle tecnologie (e alle tecnocrazie) sappiamo esprimere autonomia e non subalternità; a partire da noi stessi. Bisognerà cominciare, prima possibile. Nell’interesse di tutti. Non c’è tempo da perdere. L’alternativa è rassegnarsi alla desertificazione.


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I Fatti di Etico

Populista a chi? Le reazioni al referendum. Da sinistra: è stato un voto populista. Da destra: la democrazia è stata salvata dal popolo

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econdo quanto riporta Wikipedia il populismo è considerato dalla cultura moderna italiana un atteggiamento culturale e politico che esalta in modo demagogico e velleitario il popolo, sulla base di principi e programmi generalmente ispirati al socialismo, in contrapposizione alle origini storiche del significato del termine. Il populismo può essere sia democratico e costituzionale, sia autoritario. Nella sua variante conservatrice è spesso detto populismo di destra. Una chiave di lettura rigorosamente di sinistra evidenzia che il populismo a volte, anzi spesso, viene usato come sinonimo di demagogia, altre volte per identificare quei movimenti politici che, cavalcando l’onda del malcontento popolare verso la classe dominante, tentano di effettuare un ricambio politico a proprio favore usando un linguaggio aggressivo che risulti di facile presa sulla popolazione. Un populista in pratica inganna la popolazione, una popolazione disinformata, ignorante e frammentata da manipolare in ogni modo. Dice l’intellighenzia di sinistra che solitamente il populismo è una forma di attrazione del consenso fondata sulla brutale semplificazione della realtà: il politico che fa del populismo cerca di arrivare alla “gente” con messaggi facili da comprendere, che toccano interessi diffusi, accompagnandoli spesso da un moto di indignazione e scandalo per una qualche ingiustizia che altri competitori politici avrebbero perpetrato ai loro danni. Che gli interessi toccati dai messaggi populisti siano effettivamente quelli del popolo, è indifferente: l’importante è che il popolo ci creda. Il populismo è quindi una banalizzazione della complessità e, dunque, una presa in giro bella e buona. Di solito, è più facile fare del populismo quando non si governa: si raccolgono i malumori del popolo, li si interpreta anche a discapito di un’analisi puntuale delle loro ragio-

ni e li si gonfiano, al fine di rappresentare l’insostenibilità della condizione data (nonché l’inadeguatezza dei governanti in carica) e la necessità di cambiare. Un punto di vista tipicamente di sinistra quello esposto che fa a pugni soprattutto con la storia se è vero, come è vero, che una lettura più attenta della storia fa risalire le origini del termine “populismo” a un movimento contadino russo del 1850. La nascita del populismo è riconducibile ai disordini tra i contadini nella Russia e nella Polonia di quegli anni, esasperate dalle loro condizioni di semi-schiavitù e dagli sforzi propagandistici fatti

stata usata in senso polemico contro politici come Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Raegan negli Stati. Fino ad arrivare ai giorni nostri quando tale parola viene non spesso ma sempre associata a movimenti e schieramenti come il Front National in Francia, il Freiheitliche Partei di Jorg Haider in Austria e la Lega Nord in Italia non dimenticando tutti coloro che provengono da Alleanza Nazionale e in ultimo anche i grillini. Chiaramente differente il punto di vista della destra sociale che afferma invece che la democrazia è per il populismo quella in cui il popolo,

rappresentative, che esso suole indicare come trappole o inganni formali: libera da vincoli politici, la democrazia dei populisti potrà tornare ad essere ciò che essi pensano debba essere e sia: un fenomeno squisitamente sociale. E’ fin troppo evidente che le due posizioni mal si coniugano con la realtà, l’amara realtà dei nostri giorni, che invoca giustizia ed equilibrio a qualsiasi livello per cui i due punti di vista diventano soprattutto conflitti dialettici che fanno male alla democrazia e al nostro popolo. Da un lato infatti si abusa col termine populismo poiché chi detiene il potere ritiene di essere onnipo-

per sobillarli. Quindi in origine il termine populismo indica un’ideologia secondo la quale la liberazione delle masse dal regime zarista passa proprio dalla propaganda di massa. Per decenni la sinistra “illuminata” ha usato il termine populismo per attaccare la destra. Inizialmente è

il suo popo¬lo, recupera la sovranità “usurpata” da élite politiche o sociali sottrattesi al suo controllo e trasformatesi perciò in oligarchie. La democrazia che la destra populista invoca, infatti, promette di essere espressione diretta del popolo, priva delle intermediazioni della classe politica e delle istituzioni

tente, depositario di qualsiasi verità, chiudendosi a riccio e offende coloro che legittimamente rappresentano i disagi e il malessere del popolo e dall’altro si esagera con quella che ormai comunemente chiamiamo demagogia, calcando la mano su aspetti che obiettivamente non risolvono un ben nulla ma che

soddisfano la fame di vendetta dei cittadini oppressi. Il risultato dell’ultimo referendum è la perfetta rappresentazione di quanto detto. Quel NO così massiccio è una risposta del popolo alla casta. Il quesito referendario non c’entra proprio nulla. Ma sono interessanti le successive reazioni. Da sinistra: è stato un voto populista. Da destra: la democrazia è stata salvata dal popolo. Il dato che emerge è che, il cosiddetto populismo, non ha preferenze riguardo alle procedure politiche: adotterà quelle che riterrà più adatte allo scopo, o più prosaicamente quelle che il contesto gli offre per imporsi. Come insegna la storia. Ma è il popolo sovrano che ha usato il referendum per far sentire la sua voce. Oggi per coloro che governano, piegati alle imposizioni di altri e ben lontani personaggi della politica europea il popolo ne è diventato una spina nel fianco; li chiamano populisti offendendoli; li considerano incolti e trogloditi ma di fatto trattasi di reazione scomposta e antidemocratica a chi ne contesta la legittimità e ne mette in rilievo limiti e debolezze. In pratica ci risiamo, siamo tornati alle posizioni, anzi alle contrapposizioni fra la sinistra radical chic, quella dei salotti buoni, delle buone letture, di quelli che dicono di “leggere Kant mentre gli altri guardano la tv” (Umberto Eco dixit) e la destra stracciona e appunto populista, infarcita di buzzurri e “gente imbecille”(Dario Fo dixit). Ma la sinistra, questa sinistra che si definisce liberal, progressista, aperta a tutti, fautrice di dialogo e coesione, docente di immigrazione e integrazione ma davvero non riesce a integrare e compattare gli italiani verso il bene comune? Capace di dividerli, offenderli e mortificarli al punto tale di farsi schiacciare da milioni di italiani che in un moto d’orgoglio col petto in fuori e fare minaccioso hanno detto: “populista a chi”?


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Populista a chi? Le reazioni al referendum. Da sinistra: è stato un voto populista. Da destra: la democrazia è stata salvata dal popolo

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econdo quanto riporta Wikipedia il populismo è considerato dalla cultura moderna italiana un atteggiamento culturale e politico che esalta in modo demagogico e velleitario il popolo, sulla base di principi e programmi generalmente ispirati al socialismo, in contrapposizione alle origini storiche del significato del termine. Il populismo può essere sia democratico e costituzionale, sia autoritario. Nella sua variante conservatrice è spesso detto populismo di destra. Una chiave di lettura rigorosamente di sinistra evidenzia che il populismo a volte, anzi spesso, viene usato come sinonimo di demagogia, altre volte per identificare quei movimenti politici che, cavalcando l’onda del malcontento popolare verso la classe dominante, tentano di effettuare un ricambio politico a proprio favore usando un linguaggio aggressivo che risulti di facile presa sulla popolazione. Un populista in pratica inganna la popolazione, una popolazione disinformata, ignorante e frammentata da manipolare in ogni modo. Dice l’intellighenzia di sinistra che solitamente il populismo è una forma di attrazione del consenso fondata sulla brutale semplificazione della realtà: il politico che fa del populismo cerca di arrivare alla “gente” con messaggi facili da comprendere, che toccano interessi diffusi, accompagnandoli spesso da un moto di indignazione e scandalo per una qualche ingiustizia che altri competitori politici avrebbero perpetrato ai loro danni. Che gli interessi toccati dai messaggi populisti siano effettivamente quelli del popolo, è indifferente: l’importante è che il popolo ci creda. Il populismo è quindi una banalizzazione della complessità e, dunque, una presa in giro bella e buona. Di solito, è più facile fare del populismo quando non si governa: si raccolgono i malumori del popolo, li si interpreta anche a discapito di un’analisi puntuale delle loro ragio-

ni e li si gonfiano, al fine di rappresentare l’insostenibilità della condizione data (nonché l’inadeguatezza dei governanti in carica) e la necessità di cambiare. Un punto di vista tipicamente di sinistra quello esposto che fa a pugni soprattutto con la storia se è vero, come è vero, che una lettura più attenta della storia fa risalire le origini del termine “populismo” a un movimento contadino russo del 1850. La nascita del populismo è riconducibile ai disordini tra i contadini nella Russia e nella Polonia di quegli anni, esasperate dalle loro condizioni di semi-schiavitù e dagli sforzi propagandistici fatti

stata usata in senso polemico contro politici come Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Raegan negli Stati. Fino ad arrivare ai giorni nostri quando tale parola viene non spesso ma sempre associata a movimenti e schieramenti come il Front National in Francia, il Freiheitliche Partei di Jorg Haider in Austria e la Lega Nord in Italia non dimenticando tutti coloro che provengono da Alleanza Nazionale e in ultimo anche i grillini. Chiaramente differente il punto di vista della destra sociale che afferma invece che la democrazia è per il populismo quella in cui il popolo,

rappresentative, che esso suole indicare come trappole o inganni formali: libera da vincoli politici, la democrazia dei populisti potrà tornare ad essere ciò che essi pensano debba essere e sia: un fenomeno squisitamente sociale. E’ fin troppo evidente che le due posizioni mal si coniugano con la realtà, l’amara realtà dei nostri giorni, che invoca giustizia ed equilibrio a qualsiasi livello per cui i due punti di vista diventano soprattutto conflitti dialettici che fanno male alla democrazia e al nostro popolo. Da un lato infatti si abusa col termine populismo poiché chi detiene il potere ritiene di essere onnipo-

per sobillarli. Quindi in origine il termine populismo indica un’ideologia secondo la quale la liberazione delle masse dal regime zarista passa proprio dalla propaganda di massa. Per decenni la sinistra “illuminata” ha usato il termine populismo per attaccare la destra. Inizialmente è

il suo popo¬lo, recupera la sovranità “usurpata” da élite politiche o sociali sottrattesi al suo controllo e trasformatesi perciò in oligarchie. La democrazia che la destra populista invoca, infatti, promette di essere espressione diretta del popolo, priva delle intermediazioni della classe politica e delle istituzioni

tente, depositario di qualsiasi verità, chiudendosi a riccio e offende coloro che legittimamente rappresentano i disagi e il malessere del popolo e dall’altro si esagera con quella che ormai comunemente chiamiamo demagogia, calcando la mano su aspetti che obiettivamente non risolvono un ben nulla ma che

soddisfano la fame di vendetta dei cittadini oppressi. Il risultato dell’ultimo referendum è la perfetta rappresentazione di quanto detto. Quel NO così massiccio è una risposta del popolo alla casta. Il quesito referendario non c’entra proprio nulla. Ma sono interessanti le successive reazioni. Da sinistra: è stato un voto populista. Da destra: la democrazia è stata salvata dal popolo. Il dato che emerge è che, il cosiddetto populismo, non ha preferenze riguardo alle procedure politiche: adotterà quelle che riterrà più adatte allo scopo, o più prosaicamente quelle che il contesto gli offre per imporsi. Come insegna la storia. Ma è il popolo sovrano che ha usato il referendum per far sentire la sua voce. Oggi per coloro che governano, piegati alle imposizioni di altri e ben lontani personaggi della politica europea il popolo ne è diventato una spina nel fianco; li chiamano populisti offendendoli; li considerano incolti e trogloditi ma di fatto trattasi di reazione scomposta e antidemocratica a chi ne contesta la legittimità e ne mette in rilievo limiti e debolezze. In pratica ci risiamo, siamo tornati alle posizioni, anzi alle contrapposizioni fra la sinistra radical chic, quella dei salotti buoni, delle buone letture, di quelli che dicono di “leggere Kant mentre gli altri guardano la tv” (Umberto Eco dixit) e la destra stracciona e appunto populista, infarcita di buzzurri e “gente imbecille”(Dario Fo dixit). Ma la sinistra, questa sinistra che si definisce liberal, progressista, aperta a tutti, fautrice di dialogo e coesione, docente di immigrazione e integrazione ma davvero non riesce a integrare e compattare gli italiani verso il bene comune? Capace di dividerli, offenderli e mortificarli al punto tale di farsi schiacciare da milioni di italiani che in un moto d’orgoglio col petto in fuori e fare minaccioso hanno detto: “populista a chi”?


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Il Fatto Siciliano

Il voto siciliano tarpa le ali al sogno del plebiscito pro Renzi di Roberta Fuschi

D

oveva essere un plebiscito per garantire la fuga del Pd verso il voto anticipato e, invece, il risultato referendario suggella una sonora bocciatura del piano renziano. Il responso delle urne è netto e senza possibilità di equivoci. E a dare il colpo di grazia ci hanno pensato le regioni meridionali, soprattutto la Sicilia. In terra sicula il No si afferma senza problemi con il 71,6% pari a 1.619.828 voti lasciandosi dietro le spalle il Sì, inchiodato al 28,4% (642.980 schede). Tutto questo avviene con un dato molto alto di affluenza (58,4%) e nonostante la presenza quasi ossessiva di Matteo Renzi nell’isola tra kermesse, inaugurazioni e piogge di finanziamenti attraverso i patti per le città metropolitane. Il recupero in zona Cesarini non arriva, anzi. E anche i progetti per le prossime regionali vanno ripensati. A Catania, location della Festa nazionale del partito e città a giuda dem, il No addirittura sfiora quota 74,6%. Seguono le province di Palermo (72,5%), Siracusa (71,8%), Caltanissetta (71,1%), Trapani (71,6%),

Agrigento (70,3%). Leggermente meno bulgare sono le percentuali in provincia di Messina (69,6%), Ragusa (68,3%) ed Enna (67,3%). Il buon senso imporrebbe di chiudere la stagione delle mani da poker e dell’azzardo per aprire una seria riflessione, dati alla mano, e ripensare la proposta politica. E invece già si parla di capitalizzare il risultato complessivo come se il voto referendario, che pure è stato eccessivamente personalizzato, fosse direttamente trasferibile su quello delle politiche. Eppure, qualche campanello d’allarme andrebbe ascoltato. Secondo lo studio dell’Istituto Cattaneo al Sud il Pd perde quattro elettori su dieci. Ma soprattutto ci sono i dati Istat che dovrebbero richiamare l’attenzione al paese reale: una persona su quattro è a rischio povertà o esclusione sociale, una su due vive nel Mezzogiorno. Nelle provincie in cui la percentuale di inoccupati e disoccupati è più alta i Sì tracollano. Se a questo si aggiunge che i No sono arrivati soprattutto dai più giovani, quelli che patiscono di più la crisi e l’assenza di prospettive, il qua-

dro è abbastanza chiaro. E’ la mucca in corridoio di bersaniana memoria o più semplicemente una questione sociale che il Pd non può delegare ad altri soggetti politici. Infine, c’è la tanto declamata rottamazione che semplicemente non è mai avvenuta. Al netto di qualche giovane promessa, il grosso della composizione delle truppe di rito renziano in Sicilia la raccontano le prime file delle kermesse referendarie del Sì, traboccanti di potenziali rottamati tornati in auge in un deserto di classe dirigente. E i cespugli e le stampelle centriste oggi che la narrazione non è più appetibile hanno le mani libere e potrebbero tornare a praticare la vecchia cara politica dei due forni. Anche il quadro in vista delle regionali si fa frammentato. Un plebiscito avrebbe anche costituito un trampolino di lancio per Davide Faraone. L’uomo forte di Renzi in Sicilia si assume le proprie responsabilità, ma è tentato dall’analisi kamikaze della compagine renziana. «Se guardo ai dati della mia regione, la Sicilia, la sconfitta assume contorni ancora più clamorosi ed inequivocabi-

li», scrive Faraone sul suo blog. «Matteo, da grande leader qual è, si è assunto la responsabilità e la totale paternità di questa sconfitta e ha deciso di lasciare palazzo Chigi, con coerenza e determinazione. Io ho condiviso questa scelta e naturalmente in questa scelta c’è anche la mia di assunzione di responsabilità, in quanto componente del suo governo. Ho rispetto per chi manifesta un’idea anche contraria alla mia e si batte per quella idea, ma non mi piacciono i sostenitori del No del giorno dopo, quelli che hanno deciso di non giocare la partita referendaria, ergendosi a vincitori soltanto a risultato acquisito. Non mi piace chi ha detto di aver giocato la partita, salvo poi sottolineare di non essersi impegnato, in fondo, così tanto. Frasi pronunciate quando ilSì aveva già perso nettamente», scrive l’ex sottosegretario. «Sono stato parte di questa esperienza, con limiti ed errori ma ne vado fiero. Vado fiero del 40% delle primarie del 2012, quando, anche lì contro tutti, decidemmo di sfidare Bersani. Vado fiero del 40% con cui vincemmo le europee

del 2014. E come ha scritto benissimo Luca Lotti, ora ripartiamo con maggiore forza da questo 40%. Abbiamo perso una battaglia, ma la sfida per il cambiamento non si ferma qui. Tornare al voto al più presto, credo, sia ormai necessario», rilancia. Ma in Sicilia le cose sono più complicate. In parte molto si deve alla zavorra del governo regionale e alla lunga guerra fredda con il Presidente Crocetta che si è schierato con il Sì, ma senza sbracciarsi più di tanto. «Il No è un grido di allarme che viene dalle fasce più deboli della popolazione», spiega Crocetta. «Se c’è qualcuno che è convinto di avere il monopolio dei No, sappia che all’interno di quei No ci sono tanti elettori democratici, anche elettori di Renzi, di Crocetta e di altri esponenti – dice il governatore – Il voto va rispettato, è stato un voto di difesa della Costituzione». E anche nell’attacco ai Cinque Stelle e a chi chiede la sua testa, Crocetta risponde sottolineando la propria estraneità al renzismo. «Non mi dimetto. Non ho assunto toni catastrofistici nel corso della campagna


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Dicembre referendaria né l’ho collegata a ipotesi di governo. Non si capirebbe perché dovrei farlo dopo il voto». A conti fatti la sua ricandidatura è ancora sul banco, anche alla luce del risultato di un’outsider molto cara alla galassia renziana, la sindaca Giusy Nicolini che nella sua Lampedusa incassa una sonora batosta. Insomma, la strada è in salita e il ginepraio di polemiche è dietro l’angolo perché i malumori sono tanti e la vecchia guardia aspetta tanti al varco. Poi c’è il variegato fronte del No. Qui tutti provano a intestarsi il risultato e guardano con fiducia al voto per il dopo Crocetta. La spallata a Crocetta, in questa fase, il Pd non la darà, ma non troppo tardi si tornerà al voto. GiancarloCancelleri e la truppa pentastellata gongolano e abbozzano un’analisi molto localistica. «Crocetta se ne dovrebbe andare al più presto dopo questa débâcledel Sì in Sicilia. Il voto referendario è stato il fallimento del suo governo», attacca il leader pentastellato.«Fossi in Crocetta ci andrei cauto con le parole, al di là del voto nazionale, la Sicilia ha visto un 72 per cento che è tutto sulle sue spalle: è stato lui quello che negli ultimi mesi si è accompagnato a Renzi per fare bella scena», dice. «Certo, non c’ero io a firmare i Patti per la Sicilia, per Messina, Palermo, o Catania, o a inaugurare una galleria che non funziona ancora - dice Cancelleri - e non sono stato io a mettere la norma che prevedeva 1,5

un giorno i guai con la giustizia in quel di Palermo, i Cinque Stelle si sfregano le mani. Sulla loro strada trovano però un Gianfranco Miccichè in vena di giravolte. L’ex enfant prodige berlusconiano invece di suggellare l’intesa con il centrodestra e dare il via libera definitivo alla candidatura di Nello Musumeci alla regione propone un’asse in chiave antipopulista. «Un errore allearsi con la Lega. Sì a un governo istituzionale a Roma. E nell’Isola lavoriamo per una coalizione elettorale fra moderati e riformisti», dice a poche ore dal voto stoppando la fuga in avanti del leader di “Diventerà Bellissima”. Musumeci infatti prova subito a capitalizzare il voto. «C’è stato un moto di ribellione, la gente ha compreso che Renzi stava per compiere un furto con destrezza, voleva togliere agli elettori il diritto al voto per il Senato. In particolare impressiona il risultato che viene dalle urne da tutta la Sicilia. Se si dovesse votare in anticipo per il Parlamento nazionale, Crocetta dovrebbe pure lui dimettersi per consentire che nello stesso giorno si possa votare pure per la Regione», attacca a muso duro. «Noi di Diventerà Bellissima sollecitiamo le forze del centrodestra e pure quelle che non si riconoscono più nel Pd affinché sia creata un’alternativa a Crocetta e Renzi. Se la scelta sul candidato governatore dovesse cadere sul mio nome ne sarei lusingato, pronto a mettere a disposizione la mia credibili-

milioni di euro per far Expo nel G7 di Taormina. Insomma, mi sembrano azioni di chi ha supportato la linea di Renzi», attacca. «Oggi, se tutto ha un senso, rivolgo io una domanda a Crocetta, usando le stesse parole di Renzi, cioè che ‘in questo paese non perde mai nessuno e se qualcuno perde, si gira dall’altra parte fischiettando e aspettando che la notte passi’. Ora Crocetta che fa, si gira dall’altra parte? I siciliani hanno bocciato una linea di governo assolutamente fallimentare del Pd, non solo a livello nazionale ma regionale». Insomma, accantonati per

tà, la mia storia personale e la mia esperienza. Ma l’importante è decidere e decidere presto». Insomma, la campagna elettorale e dietro l’angolo. E se proprio si vuole trovare un significato nel merito della riforma, diciamo pure che più che la governabilità agli italiani interessa la partecipazione. E i dati sull’affluenza non fanno altro che confermarlo. La palla adesso passa ai partiti, democrazia che si organizza, che per rappresentare al meglio i cittadini dovrebbero irrobustirsi e mettere radici nella società non delegare a singoli.

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L’analisi

Referendum

di Alberto Sardo

Nisseni refrattari alle indicazioni della classe dirigente

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el dopo referendum si susseguono le analisi dei partiti sul significato di un voto così netto a Caltanissetta. Il Polo Civico, in riferimento al nuovo governo Gentiloni e commentando l’esito del referendum, parla di nomine “in direzione ostinata e contraria”, ribaltando, parafrasandola, la “Smisurata preghiera” di Fabrizio De Andrè per dire che si divarica lo spazio tra istituzioni e cittadini. L’ex parlamentare Lillo Speziale di Gela, attacca l’ex ministro Salvatore Cardinale di Mussomeli dicendo che “con lui il PD cola a picco”. Il segretario provinciale del PD, Giuseppe Gallè, nell’ammettere la netta sconfitta al Referendum del 4 dicembre (“Risultato impietoso”), ha attribuito la marea di No anche ad un voto di pancia degli elettori.

La segreteria cittadina del Pd in politichese dice: “Ha contribuito la difficile situazione con il governo Regionale”, puntando il dito contro Crocetta. Hanno tutti ragione, ma soprattutto nessuno ha torto. Il problema è che l’analisi del voto da parte del fronte nisseno per il Sì, letteralmente travolto il 4 dicembre, rischia ugualmente di non cogliere i diversi messaggi contenuti negli 88 mila e 805 voti per il No che in provincia di Caltanissetta hanno bocciato la riforma con il 71,14% dei dissensi. Nel capoluogo addirittura la per-

centuale più alta di No nel nisseno, il 72,45%. A queste latitudini per molti è stato un voto di sfiducia che la classe dirigente locale, schierata pancia a terra in favore del Sì, non ha minimamente scalfito. Tra gli incontri del No ho assistito a un dibattito organizzato da Lip, il comitato Legge iniziativa popolare, ad un altro con relatore Antonio Ingroia e il suo libro “Dalla parte della Costituzione”, all’incontro del Comitato “Giuristi nisseni per il No”. Incontri avvenuti spesso alla presenza di pochi convenuti, nei quali non si è mai visto un assessore di qualche comune, un dirigente di peso, insomma nessuno che oggi in provincia di Caltanissetta esprima posizioni di potere. Il fronte del No sicuramente si è nutrito a Caltanissetta di una borghesia riflessiva, anche di intellettuali che hanno seminato e che in quel risultato clamoroso a favore del No hanno sicuramente una parte del raccolto. Altri che erano per il No non sono pervenuti. Forza Italia ha fatto arrivare le Cinquecento storiche per il No, ed è quanto dire. Caltanissetta Protagonista doveva organizzare l’evento al Teatro Margherita, lo stesso giorno di Renzi, con il senatore Nicola Bono, ma non se n’è avuta più notizia, magari anche in un’altra location. Banchetti, quelli si, tanti. Ma organizzati dai soliti pochi volenterosi. I Cinquestelle, il cui elettorato è risultato “granitico” in favore del No, sono scesi in piazza con lo stato maggiore guidato da Di Battista in un comizio tutto urlato in cui al netto dei militanti venuti da fuori e quelli precettati del capoluogo, c’erano un centinaio di persone ad ascoltare. E la classe dirigente nissena che invece era schierata quasi tutta con il Sì, ha fatto autocritica? Più che davanti ad una riflessione sembra di trovarsi di fronte a una rimozione. Come se l’analisi di un voto così importante e dirompente, a tal punto da far dimettere dalla carica di presidente del consiglio il segretario del PD, possa essere racchiusa in un comunicato stampa.

Partiamo dal Polo Civico che rivendica oggi di non essersi schierato. Attivisti ed esponenti non hanno fiatato quando il sindaco Giovanni Ruvolo, ha partecipato a importanti iniziative per il Sì. Non solo la presenza (tutto sommato obbligata) durante la visita dell’ex premier Renzi al Centro Abbate. Ma anche l’incontro con Giorgio Gori sindaco di Bergamo (che chiedeva di non dialogare più con chi votava No perchè erano mossi solo da invidia) e Anna Scavuzzo vicesindaco di Milano, e una fugace apparizione al Centro Abbate con i rappresentanti del mondo delle professioni organizzato con Beppe Lumia, il professore Giuseppe Verde e Rosario Crocetta. Legittimamente il sindaco ha deciso di prendervi parte, venendo ascritto al fronte del Sì. Ci si sarebbe aspettati dal Polo Civico una riflessione franca, prima di scomodare De Andrè. Il Partito Democratico, invece, ha schierato i suoi pesi massimi. Dirigenti del sistema sanitario regionale, presidenti ed esponenti di tutti (o quasi) gli ordini professionali, esponenti di associazioni che ruotano nel mondo della sanità. Sindaci da ogni dove, assessori regionali e presidente di Regione, deputati. La classe al potere, insomma. Lo stesso hanno fatto i “Centristi per il Sì” che all’auditorium Bufalino con Pierferdinando Casini hanno riunito tutta l’area popolare di governo (Ncd più ex Udc) della provincia. Quindi più che protesta, sfiducia. E questo dovrebbe suonare come un campanello d’allarme anche per quelli del Movimento 5 Stelle che facevano i duri e puri in campagna referendaria mentre impazzava il grave caso delle firme false a Palermo. Renzi si è addossato tutte le responsabilità della debacle, ma il suo reiterato tour in Sicilia in realtà racconta una cosa diversa, un tentativo di rimonta su una situazione evidentemente già conosciuta al segretario PD. Una classe dirigente in parte anche cooptata che ha serie difficoltà a parlare alla gente. Che probabilmente gli ha anche votato contro, ma soprattutto gli è rimasta indifferente.


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oi non siamo quelli, ma forse anche un pò lo siamo. Noi non siamo come ci raccontano, ma in realtà un pò lo siamo. Noi sappiamo di essere come gli altri ci vedono ma non vogliamo sentirlo. Un servizio di Rai 1, all’interno del settimanale Tv7 andato in onda venerdì 9 dicembre dal titolo “Fattore no” nel quale si raccontavano le mi-

sono questi giovani che votano No in questa piccola città capoluogo di provincia in una landa sperduta del centro Sicilia. Nove minuti nei quali Enrica Maio ha raccontato uno spaccato di verità, una porzione di realtà, quella più desolata della Provvidenza, il quartiere più sgarrupato della città, dove si susseguono i crolli ed i lavori sono fermi da anni, certo più edificante sarebbe

vedere il peggio, quello loro hanno fatto, l’hanno accompagnata verso il peggio. Se non fosse che dopo la nascita delle polemiche gli stessi con una lettere al “Fattonisseno” si sono smarcati dicendo che di tutto ciò che hanno detto nel bene e nel male è stata inserita solo una piccola parte. Il secondo elemento è la presenza di Aldo Rapè anelito di speranza, la sua “Stanza dello Scirocco” come luogo

base sociale è oramai incolmabile, più che scontenti i cittadini si sentono abbandonati, illusi sedotti e poi abbandonati. Non una promessa fatta dall’attuale governo della città è stata mantenuta. Quel famoso 72% di No è stato un no a tutto questo, forse più a tutto ciò, che al quesito referendario, la gente non ha visto l’ora di andare a votare per mettere in atto l’unico strumento

Noi non siamo quelli

Dalle crepe filtra sempre un raggio di luce serie umane di una città alla deriva, ha fatto sobbalzare dalla sedia i nisseni sonnecchianti e menefreghisti, pavidi ed attendisti. La ragione dell’indagine giornalistica nasce dall’esito del referendum Caltanissetta con il suo 72% di no è stata un caso regionale ancor più quando sul “Sole 24ore” viene pubblicata una classifica che elenca per età i risultati del voto, qua si svela l’arcano, la maggior parte dei no a Caltanissetta sono stati espressione del voto dei giovani ed allora l’indagine della giornalista di Rai 1 nasce da questo, la curiosità di andare a vedere come

stato se si fossero viste gru in movimento e palazzi in edificazione secondo quell’opera di riqualificazione urbana tanto sbandierata da tutti e poi bloccata, l’indignazione non deve arrivare postuma ma dovrebbe essere preventiva quando chi amministra si trova dinnanzi ad un tale scempio. Inutile del tutto inutile è poi andare a cercare i suggeritori occulti della giornalista che è venuta in Sicilia per fare il suo lavoro. Sulla qualità del servizio magari se ne potrà discutere. Tre gli elementi fondanti di un percorso a detrimento di tutti. I giovani che hanno condotto per le vie della città la signora per scienza e coscienza l’avrebbero potuta anche accompagnare altrove, ma se la richiesta è stata fatemi

della resistenza ed il vento caldo che prova a coccolare un luogo sferzato dal gelo dell’indifferenza. Peccato troppo poca la positività di Rapè con cui il servizio si è aperto, rispetto a tutto quello che è stato raccontato in seguito, vero tutto vero, per amor del cielo, ma unidirezionale a voler confutare una e una sola tesi quella della sconfitta morale. Ultimo e terzo elemento, “Una città scontenta” è stato detto, e bè, certo una città nella quale una persona su due è a rischio povertà come da ultime indagini Istat, certo non c’è tanto da stare contenti. Ma la città è scontenta anche perché non vede possibilità di uscita da questa situazione. Lo strappo che si è creato tra la classe dirigente, le istituzioni, i cittadini, la

efficace di vendetta contro i poteri forti, esercitando quel potere che li rende cittadini attivi realmente non a parole, in quell’unico momento in cui partecipano e decidono, tutto il resto sono solo chiacchiere. “Ne esce una Caltanissetta che non si arrende” è stato scritto ai primi sussulti di ribellione, in realtà ne esce una città difficile complicata,abbastanza sola, nella quale l’argomento più alto di dibattito culturale e politico è la stagione teatrale ed i famosi 100 mila euro dati a Moni Ovadia per comporre un cartellone. Il dibattito dovrebbe essere coraggiosamente spostato sulla mancanza di investimenti che non creano posti di lavori duraturi, i call center sono un’altra cosa. L’assenza totale di alcuni parlamentari

che per un medievale principio di appartenenza ereditaria per legislature stanno seduti a Roma senza mai alzare un dito per la loro terra. I figli d’arte che non si curano minimamente del mandato che il loro ruolo gli impone esercitare. Il coraggio manca il coraggio delle parole innanzi tutto. Facile prendersela con un sindaco sicuramente per molte questioni inadeguato, ma sempre eletto direttamente dal popolo, voluto, altra cosa è stare in posizione sicura in lista con sbarramento. Una cosa è commentare, altra è raccontare per professione, nel secondo caso bisogna andare a fondo alle questioni capire le ragioni per cui una città che fino a qualche anno fa sembrava stesse vivendo una nuova primavera adesso è ripiombata nell’inverno. Stesso meccanismo avrebbe dovuto utilizzare la collega di Rai 1, capire se c’è un’altra città quella che vuole sollevarsi, quella che resiste come le ha raccontato Aldo Rapè, troppo poco un solo empio per rappresentarla, quella di chi come tanti ragazzi restano e combattano per inventarsi delle nuove prospettive. Avrebbe dovuto sentire alcuni di loro per dare un’immagine completa della realtà, se no resta sempre parziale distorta. Se non fosse che spesso fa comodo raccontare sempre lo stesso sud arretrato con le porte dei bassi mezze rotte dalle quali escono nidiate di bambini scalzi, ti favelas. A poco se non a dare un segnale, forse tardivo, ai concittadini servono le parole del sindaco in una lettera indirizzata al direttore di Rai1 Mario Orfeo nella quale chiede un recupero di immagine in un futuro racconto di verità completa. È stata descritta una città, crepata, offesa, vituperata, ma dalle crepe filtra sempre un raggio di luce.


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Riflessioni

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di Giuseppe Curreri

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a morte di Bernardo Caprotti, 91 anni, patron di Esselunga, lascia un vuoto di prestigio nel capitalismo italiano. Oltre 152 punti vendita, più di 22 mila dipendenti, un fatturato che supera i 7,3 miliardi di euro e il più alto indice di vendite per metro quadrato, 16.500 euro, quasi il doppio della media del settore che si attesta a 8.500 euro. L’azienda è valutata oggi da 5 a 6 miliardi di euro per la sola parte commerciale, cui bisogna aggiungere 1,5 miliardi di euro per la parte immobiliare. Questi i numeri del gigante creato da Bernardo Caprotti in una vita di lavoro: un vero gioiello dell’imprenditoria italiana. Difficile gestirlo meglio. Per gli addetti ai lavori e per i concorrenti, Esselunga non è solo un supermercato, ma un modello di impresa. Personaggio istrionico ed indomabile, intelligente ed umile, attento innovatore: grande fiuto imprenditoriale e inarrivabile attenzione alle risorse umane, vero fulcro di ogni storia imprenditoriale di successo. Per capire chi era Bernardo Caprotti, basta andare sulla pagina facebook di Esselunga e pescare a caso tra i commenti spontanei dei dipendenti che si accalcano sotto il gelido post aziendale che, il 30 settembre 2016, annuncia la dipartita del fondatore: “Caro dottore - scrive Valentina N.M. - sono onorata di far parte della tua azienda, ho avuto l’occasione di vederti di persona in negozio, sei un uomo umile e mai spavaldo, nonostante la tua importanza anche mentre facevi la spesa eri rispettoso del nostro lavoro, cercavi di non farti mai notare con quel soprabito beige e il cappellino, mettevi a posto il cestino arrivando fino all’ingresso della frutta e verdura. Posso dirti solo che ci mancherà non vederti passeggiare nelle tue amate Esselunga, salutarci e preoccuparti del nostro futuro. Grazie piccolo ma grande uomo di permettermi di lavorare, grazie per tutte le parole belle che ci hai scritto nelle occasioni, grazie per come apprezzavi il nostro la-

lioni di “contributo” per l’acquisto della casa a Londra della figlia Marina, oltre mobili di pregio, opere d’arte e volumi. “Non mi attarderei ulteriormente su cose passate – irrompe Caprotti ad un certo punto del testamento – data l’entità di quanto sto qui disponendo”. Qui iniziala parte dispositiva, preceduta da un’amara considerazione sulla nota vicenda dell’aspro contenzioso intentato negli anni scorsi dai due figli di primo letto contro il padre per strappargli le partecipazioni sociali delle aziende che lui stesso aveva donato loro con vincolo fiduciario a favore del donante:“dopo anni di battaglie legali e di pubbliche maldicenze da parte di Violetta e di Giuseppe, ho destinato e destino le mie partecipazioni nelle due aziende che ho creato e che mi appartengono, in modo tale da dare continuità e tranquillità alle imprese, salva-

della sua ‘seconda famiglia’ e salvaguarda i diritti riservati dalle legge ai figli (anche ai due protagonisti della dura battaglia legale). Il nostro ordinamento giuridico non lascia il testatore libero di disporre come creda delle sue sostanze: se vi sono tra gli eredi dei legittimari (coniuge, figli o nipoti exfilio o loro discendenti, e genitori solo in assenza di figli),a costoro la legge riserva una quota minima di eredità, anche contro la volontà del defunto. Si parla al riguardo di successione necessaria. Accanto alla quota di riserva, per contro, trova spazio la c.d. quota disponibile,ossia la quota di cui il testatore può liberamente disporre, a favore di chiunque, senza ledere la parte riservata ai legittimari. Il nostro diritto successorio accoglie il principio della mobilità della quota di

appunto che li si escluda con testamento). È intuitivo come il nostro sistema successorio possa confliggere con le ragioni dell’impresa. L’imprenditore, per garantire la continuità aziendale, deve riuscire a trasferire il controllo dell’azienda al discendente ritenuto più capace, conciliando tale interesse con quello alla soddisfazione dei diritti di legittima spettanti ai discendenti non assegnatari dell’azienda. A volte chi può condurre bene l’azienda non è nemmeno tra i figli, ed il padre deve essere in grado di prenderne atto. La cura di questo dettaglio risponde all’interesse, anche e soprattutto generale, di preservare la continuità dell’impresa nei passaggi generazionali: questo interesse non va sempre di pari passo con la tutela dei legittimari.

uguali; l’Olio di Manet ‘La vergine col coniglio bianco’ al Louvre di Parigi in quanto una precedente donazione alla Pinacoteca Ambrosiana di un dipinto di scuola leonardesca è stata oggetto di “dileggio” da parte di studiosi ed esperti della stessa, di cui fa anche i nomi. Nella parte finale riemerge il lato umano e la profonda amarezza per gli insanabili dissidi familiari: “non sono stato molto premiato per quanto ho fatto, o cercato di fare, a favore di Giuseppe e di Violetta... Famiglia non ci sarà. Ma almeno non ci saranno le lotte. O saranno inutili, le aziende non saranno dilaniate.” Il grande capitano d’impresa, dopo aver messo al sicuro i destini di decine di migliaia di persone che sente dipendere dalle sue scelte, si arrende di fronte all’evidenza del fallimen-

Le residue attribuzioni testamentarie di Caprotti sono cronaca dei nostri giorni: due milioni di euro al ragioniere di una vita, la metà del conto

to nei rapporti familiari. Una vita di successi, ma il dolore per la situazione familiare, mai risolta, pervade l’intero testamento, fino a diventarne la nota

Bernardo Caprotti Tutela della legittima, libertà del testatore e passaggio generazionale d’impresa

voro, grazie di aver costruito un’azienda così unica in tutto e leader in Italia, apprezzata e stimata in tutto il mondo, grazie di essere il fondatore del mio futuro. Arrivederci mio caro dottore.” Il testamento lasciato da Caprotti è come lui: sincero, determinato, riconoscente, responsabile, elegante e, al contempo, fermo e risoluto, senza fronzoli. Tredici pagine, dettate al Notaio Carlo Marchetti di Milano il 9 ottobre 2014, dispongono in modo apparentemente semplice di un patrimonio complesso ed immenso, con precise attribuzioni a favore di eredi e legatari. Caprotti non perde l’occasione per togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa: ha l’ultima possibilità di esprimersi e lo fa senza giri di parole. Nella prima parte l’elenco delle donazioni, dirette o indirette, fatte in vita ai figli di primo letto Giuseppe e Violetta, alla moglie Giuliana e alla figlia di secondo letto Marina: svariati appartamenti, ville, case, un castello e 8 mi-

guardando però i diritti di tutti i miei aventi causa, secondo la legge”. Sta tutta qui la chiave per interpretare le sue volontà testamentarie: Caprotti, raffinato e caparbio capitano d’impresa di lungo corso, sa bene che le aziende vivono di vita propria e, soprattutto, che sono destinate a sopravvivere al loro fondatore; consapevole come pochi della funzione sociale dell’impresa, ha come primo obiettivo proprio quello di garantirne “continuità e tranquillità” salvaguardando, però, i diritti che la legge riserva ai legittimari. Dispone pertanto che il 70% delle azioni della società operativa Supermarkets italiani Spa vada alla moglie Giuliana e alla figlia Marina, lasciando solo il 30 % ai figli Giuseppe e Violetta; quanto alla Villata Partecipazioni Spa, questi ultimi ricevono il 45% delle azioni, mentre il 55% va ancora una volta a Giuliana e Marina. In questo modo Caprotti assicura il controllo dell’intera azienda nelle mani

riserva: in altre parole la legittima varia quantitativamente al variare del numero e della tipologia di legittimari, nonché del concorso tra gli stessi. Quando manca il coniuge la riserva a favore del figlio è pari ametà del patrimonio e a 2/3se vi sono più figli. In mancanza di figli, anche al coniuge è riservata la metà del patrimonio; se concorre con un figlio, gli è riservato 1/3 del patrimonio e 1/3è riservato al figlio.Se concorre con più figli la sua riserva si riduce ad 1/4, mentre la metà è riservata ai figli in parti uguali: il rimanente quarto costituisce quota disponibile.La riserva a favore degli ascendenti varia invece da1/3 a 1/4 e viene annullata in presenza di figli. Se c’è almeno un figlio, quindi, il genitore esce dalla schiera dei legittimari. I fratelli e le sorelle del testatore, invece, non sono mai legittimari: possono essere quindi esclusi dalla successione senza temere impugnative (ma ereditano sempre in assenza di figli, salvo

Bob Kennedy: “Il Pil misura tutto tranne ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” corrente bancario e del dossier titoli (pari a 75 milioni di euro circa) alla fidata collaboratrice Germana Chiodi “alla quale - scrive Caprotti - voglio esprimere la mia immensa gratitudine per lo straordinario aiuto che mi ha prestato nel corso degli anni”; la rimanente metà ai nipoti in parti

dominante e la chiave di lettura. “Il Pil misura tutto - disse in un celebre discorso Bob Kennedy - tranne ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. E se leggi il testamento tutto d’un fiato, quella amarezza ti resta dentro per un po’ e capisci che è proprio così.


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Fatti & Territorio

Agricoltura siciliana

di Marco Benanti

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artiamo da una scena ben precisa. Un bel sabato - era il 20 di febbraio 2016 - dal palco del teatro Politeama di Palermo, brindavano all’agricoltura siciliana il Ministro alle politiche agricole Maurizio Martina, il presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta e l’assessore Antonello Cracolici. Un bel brindisi

Un bluff fatto di promesse, fondi europei mai spesi e tour in giro per l’Isola in stile anni ‘70

tra propaganda e disastro promesse e comparto in ginocchio, tra fondi europei mai spesi e tour propagandistico della politica in pieno stile anni ‘70 in giro per la Sicilia per presentare il PSR. Sempre il 10 Marzo, stavolta a Caltanissetta l’assessore regionale Cracolici diceva: “La programmazione comunitaria non venga più concepita come una sorta

Ma è davvero così? All’indomani della chiusura del tormentato periodo di spesa dei Fondi europei 20072013, la Sicilia si ritrova problemi su vari fronti. Innanzitutto problemi di “quantità di spesa”, che si prospetta non sufficiente ad assorbire tutte le risorse che inizialmente erano a disposizione, nonostante (attraverso il

per il periodo 2000-2006, nel quale l’Amministrazione aveva infarcito il programma di progetti “coerenti”, cioè già realizzati e da rendicontare con i fondi UE, ma che poi coerenti non erano risultati poi così tanto alla Commissione, la quale ha tagliato ben 360 milioni di euro per “gravi carenze nei sistemi di gestione e di controllo del programma operativo” e “irregolarità sistemiche”. In secondo luogo, oltre alla quantità, ci sarà un problema di qualità. L’assoluta lentezza nell’attuazione inciderà in modo decisivo sulla qualità degli investimenti, a detrimento dei risultati, per via dell’ossessione della “spesa a tutti i costi”, stimolata da un quadro

sulla propensione delle imprese a investire hanno rallentato la macchina. Ma credere che il ritardo siciliano sia dovuto esclusivamente ai vincoli del Patto, come spesso viene argomentato, è fuorviante. Il cuore del ritardo siciliano giace altrove, ovvero (manco a dirlo) nella dimensione politica e amministrativa. Per quanto attiene il nisseno, le falle del sistema regionale stanno anche lì, nella difficile tracciabilità dei fondi europei provincia per provincia ad esclusione dei Gal tra i quali il Terre del Nisseno il cui importo della misura 413 è di oltre 5 milioni e rotti di euro ma che ha rendicontato spese per poco più di 3 milioni di euro. Ma sti benedetti finanziamenti

20 febbraio 2016, Teatro Politeama di Palermo, il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, il presidente della Regione Rosario Crocetta e l’assessore Antonello Cracolici brindano all’agricoltura siciliana

di succo d’arancia dinanzi una platea gremita di agricoltori che con le mani crepate dalla terra e dalla fatica, agitavano (senza molta convinzione) bandierine gialle e verdi. É il popolo degli agricoltori, portati in teatro a fare la clacque con i pullman provenienti da mezza isola dalle associazioni di categoria per applaudire alle mirabolanti dotazioni del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) proposto da quel palco come la manna dal cielo per l’agricoltura siciliana. Passano poche settimane – è il 10 marzo - ed è ancora una associazione di categoria degli agricoltori, quella delle bandierine gialle e verdi, ad organizzare una manifestazione con i trattori a Catania per difendere il made in Italy. Qualcosa non torna. O forse si? È il bluff dell’agricoltura in Sicilia, tra propaganda e disastro, tra

di “bancomat” ma assolva al suo ruolo di promotore di sviluppo economico e sociale”. Tutto rose e fiori per il dirigente regionale dell’assessorato Gaetano Cimò, che ha sottolineato come nell’ambito della Programmazione delle risorse FEARS alla Regione sono stati assegnati 1.338.712.000 euro alle quali si aggiunge una quota nazionale (Stato + Regione) pari al 39,5% per un ammontare totale di 2.212.747.000,00 euro con un incremento di oltre 27 milioni di euro rispetto alla dotazione iniziale del PSR Sicilia 2007-2013. Tale dato - ha sottolineava Cimò - conferma il PSR Sicilia 2014-2010 come il Programma più consistente finanziariamente a livello nazionale e la Sicilia tra le prime regioni europee nelle quali si concentra l’intervento comunitario”.

Piano Azione Coesione) tali risorse fossero state ridotte per incapacità di spesa dell’Amministrazione. In particolare è il FESR ad aver sofferto un disperato tentativo di spesa negli ultimi mesi del 2015 grazie al recupero dal cassetto i cosiddetti “progetti retrospettivi”. Problemi si verificheranno anche nell’ambito del PSR, laddove alcune misure, come per esempio quella che finanziava l’agricoltura biologica, hanno avuto uno stop improvviso per sciattezza amministrativa decretato dal TAR che probabilmente ne comprometterà il buon esito. Proprio in questi giorni la conferma di un nuovo spostamento in avanti addirittura ad aprile 2017. Stessa cosa potrebbe valere per il PO FSE, che ha già subito, a distanza di anni, un clamoroso taglio di risorse

normativo che sanziona provocando la perdita irrevocabile e automatica di risorse (il disimpegno automatico). Un danno enorme per un’Amministrazione. Per tale ragione, centro di gravità dell’intero Programma è diventata la necessità di “fare spesa”, che ha assorbito quasi del tutto gli sforzi e i timori dell’Amministrazione siciliana, comportando spesso il finanziamento di progetti di discutibile utilità (come i “grandi eventi” del settore turistico) o uniformità rispetto alle priorità fissate. Bisognerà attendere la chiusura definitiva la posticipazione dell’impatto degli investimenti dovuto all’uso spregiudicato dei “progetti coerenti”, che in passato hanno costituito più di un terzo della spesa totale e rappresentato un espediente esclusivamente contabile che svilisce le potenzialità di nuova progettualità finanziabile dai Fondi. Le risorse europee infatti non dovrebbero sostituire i fondi nazionali, ma amplificarne l’effetto. Cosa che invece non è accaduta. La Sicilia è stata strozzata dall’esistenza di un mix complesso e micidiale, che ha letteralmente paralizzato la spesa dei Fondi. Insieme di fattori finanziari, politici e amministrativi che ha avuto eguali forse solo in Campania. I vincoli del Patto di Stabilità, gli effetti della crisi finanziaria sul bilancio delle amministrazione e

europei, aiutano realmente i piccoli e giovani imprenditori? La cruda realtà è che i finanziamenti non vengono concessi a chi davvero è impiegato nel settore, poveri cristi che coltivano la terra ma il meccanismo è studiato per favorire sempre i più grandi, i potenti, mai i piccoli. I contributi Agea (l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura) vengono erogati in base all’estensione di terra, agli ettari così, è scattato l’accaparramento, anche illecito da parte della mafia per acquisire terre, anche all’insaputa dei proprietari. Insomma un vero disastro politico. Gli agricoltori inoltre non chiedono finanziamenti, ma regole certe per stare sul mercato, mercato oggi drogato da trattati di libero scambio che ammazzano i nostri produttori senza clausole di salvaguardia, consentendo l’ingresso di prodotti extra Ue, senza tracciabilità e con controlli inesistenti. “Quelle regole però ce le impone Bruxelles” dicono i politici nostrani. Peccato che a Bruxelles, l’Italia c’è eccome, avendo ben 73 europarlamentari ed un Alto Commissario. Evidentemente sono proprio i politici italiani che a Bruxelles stanno svendendo gli interessi dei nostri agricoltori. Magari anche la stampa italiana potrebbe raccontare le cose per come stanno (una volta tanto...).


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L’intervista

di Valerio Martines

L’amore e la passione del primo cittadino tradito: “Penalizzato alle urne, ma oggi c’è chi mi voterebbe ancora”

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ia nonna è morta a 103 anni, quindi...”. Giura consapevolmente di essersi fermato, ma chi lo conosce scommette che sarebbe pronto per l’ennesima campagna elettorale, a battagliare ancora. Eccolo qui il giovincello a un passo dai 90 anni – è nato il 30 aprile del 1927 – con uno sfegatato tifo per l’Inter, che fa l’avvocato per passione e divide l’amore per la famiglia con un’amante tutt’altro che clandestina. La sua Caltanissetta. Piacere, Peppino Mancuso. Primo sindaco post fascista di Caltanissetta eletto dal popolo il 6 dicembre 1993 dopo la bufera di Tangentopoli e rimasto in carica fino al 15 dicembre 1997. E mai più rieletto. Nonostante ci abbia ritentato nel 1997, poi nel 1999 e l’ultima volta nel 2004. “I love you Peppino”, gli dicono ancora oggi i nisseni. Osannato dai sondaggi virtuali, se si tornasse alle urne oggi. Ostenta una lucidità politica invidiabile. E che nonostante le sberle elettorali, non mostra ranco-

contro Rutelli e la Mussolini masticava amaro a Napoli nella sfida con Bassolino, Peppino stappava lo spumante. Uno dei cinque sindaci d’Italia che all’epoca andarono a governare per la prima volta i Comuni. Da fascisti purosangue siete passati dalle fogne ad amministrare le città... Fini, purtroppo, era il segretario del mio partito. Non lo stimavo, ma i risultati e la storia mi hanno dato ragione. Non voleva che presentassimo il sindaco, fu la base a volere la mia candidatura. Quando venni eletto, però, ebbe il coraggio di andare in tv e vantarsi che la destra aveva conquistato il Comune di Caltanissetta. Sempre in contrasto con Fini, mentre con Giorgio Almirante avevate molto feeling. Già, non esistono più leader come lui. Avevamo un rapporto fraterno, resistevo a dargli del tu. Con la moglie, don-

Mi chiamò per dirmi che non dovevo offendere la città, ma gli risposi che i miei concittadini erano consapevoli di meritarsi questo epiteto. E poi n e fece stampare un altro ironizzan- do sulla prolifica industria dei bidoni. Ma dopo 40 anni i rubinetti continuano a restare a secco. Devo dire che i nisseni se lo meritano. Ero stato da poco eletto sindaco e mancò l’acqua. Con tutta la Giunta partimmo a notte fonda per Palermo per incontrare il presidente della Regio-

rato bene, ma allora mi mandarono a casa a calci nel sedere. Quanta ingratitudine... D’accordo, avvocato. Il popolo sarà stato ingrato ma resta sempre sovrano. A proposito, come la trova Caltanissetta? Mi dispiace dover constatare che la città è andata indietro. Ho letto le ultime classifiche, quando governavo io era molto più in cima. Non voglio elogiarmi, ma di certo non l’ho lasciata così. Mancuso tutti i giorni va allo studio di Corso Umberto, ha trasmesso la passione per la toga ai figli Salvatore e Francesca. “Mi ci vede buttato in poltrona a guadare la Tv? Recentemente ho subìto un intervento alla cataratta. Non mi lamento per la salute, anzi ringrazio il Padreterno che mi consente di vivere ancora. Mia nonna è morta a 103 anni, ma io non aspiro a tanto...”, aggiunge con la solita ironia. Non ha Twitter, Peppino. I cinguettii d’effetto della politica 2.0 non fanno parte del suo verbo. Per lui parla

na Assunta, ci sentiamo spesso e ricordiamo i bei tempi. Almirante spesso era ospite a casa mia quando girava per le campagne elettorali in Sicilia. Ero deputato all’Ars e una volta affissi un manifesto contro i nisseni che definii ‘popolo bue’ perché non reagiva a una delle più drammatiche crisi idriche.

ne, Matteo Graziano. Fummo fermati dalla sicurezza all’ingresso di Palazzo d’Orleans. Allora ritornai in auto, misi la fascia Tricolore e tentai di entrare con la forza. I poliziotti minacciarono di arrestarmi. Sarei stato felice se mi avessero ammanettato per una valida causa. Un commissario di Caltanisset-

Confucio. “Venga il freddo, e allora si saprà che cipressi e pini non perdono le foglie”, è il suo mantra incorniciato alle spalle della scrivania. Insomma avvocato, ci sono speranze di crescita per la città e i nisseni? Assolutamente sì. Qualcuno mi ha chiesto come riuscissi ad amministrare

Mancuso “Caltanissetta ingrata, ma quanto ti amo...”

Peppino

re verso i cittadini. Peppino, l’amante tradito, riesce a dare ancora iniezioni di ottimismo per far rialzare una città in agonia. Schiaffata dalle classifiche nazionali agli ultimi posti in tema di vivibilità. Quando Gianfranco Fini, l’odiatissimo segretario del Movimento Sociale Italiano, perdeva a Roma

Le confessioni dell’ex sindaco missino. “Governare bene? Il segreto è amare la città”. I contrasti con Fini, l’amicizia con Almirante e il comunista Arnone. La battaglia per l’acqua, il confronto con Renzi. “Mi somiglia, abbiamo lo stesso entusiasmo”. ta mi riconobbe e mi fece entrare. Parlai col presidente e mi promise che l’acqua non sarebbe mancata più. E per tre anni fu così. Oggi è una vergogna, per sette giorni sono rimasto senz’acqua eppure mandano le bollette. Ma nessuno protesta, alza la voce? Eppure i nisseni l’hanno punita alle urne, un amore non contraccambiato. Non le fa rabbia? Certo che mi arrabbio. Oggi mi fermano per strada per dirmi che avevo lavo-

bene. Ho risposto che basta semplicemente amarla. Che colpe ha la politica? Scarse idee e zero autorevolezza? Chi amministra e la riduce così e non fa nulla per risollevarla, vuol dire che non la ama. Mi viene difficile pensare che non si ami un luogo in cui si vive. Salga in cattedra e dia le pagelle ai suoi successori. Voti da 1 a 10 l’operato di Messana, Campisi e Ruvolo. La prego, non mi faccia dire cosa penso.

No comment. Dica la verità. Basta soltanto l’amore per amministrare? Suggerimenti per chi governa? Ci vuole anche tanto impegno. La mia Amministrazione riuscii a responsabilizzare gli impiegati. È fondamentale partire dal meccanismo che muove gli ingranaggi della città. Durante un’assemblea dissi loro: amate la città in cui fate crescere i vostri figli e i nipoti. Loro ci giudicheranno. Immagino abbia qualche rimpianto. Progetti rimasti sulla carta? Ho sperato nel recupero delle miniere. Altro rammarico è non essere riuscito a riaprire la chiesa di Santa Maria degli Angeli. In quella battaglia mi trovai affianco la compianta Nuccia Grosso, mi suggerì molte idee. Parliamo dei successi della sua Giunta. Dopo anni di oblio, il Teatro Margherita rivide la luce. Sì, era il mio chiodo fisso. Accelerammo l’inaugurazione e superammo diversi intoppi burocratici, nonostante le critiche dell’allora pm Ilda Boccassini che lamentava la mia duplice veste di avvocato e sindaco. Mancava il nulla osta dei vigili del fuoco e temevo qualche conseguenza per eventuali irregolarità, così andai dal procuratore che mi rassicurò. ‘Faccia quello che deve fare, so che è una persona onesta’, mi disse. Parliamo di politica nazionale. Dia un giudizio sulla Destra italiana. Non ha l’entusiasmo che avevamo noi fascisti. Avevamo un moto diverso che ci animava. La nostra Destra non è quella di Salvini, né di Berlusconi. La trovo molto peggiorata. Noi parlavamo al cuore, loro alla pancia. Renzi è un finto leader di sinistra o un vero democristiano? È un vero democristiano. Non mi è del tutto antipatico ma ha molta passione. Forse ha l’entusiasmo che avevo io. Secondo me sta cercando di fare il possibile per l’Italia. Ma al referendum ho votato no. Se le faccio il nome di Mario Arnone, cosa mi risponde? Era un comunista che amava la città come la amo io. Era una persona onesta, un intellettuale serio. Nonostante militassimo in partiti diversi, spesso in Consiglio comunale eravamo quasi sempre d’accordo. Il dialogo era il bello della politica di quei tempi. Ho provato tanto dolore quando è morto. La provoco. Se avesse davanti Fini, cosa gli direbbe? Non lo farei neanche entrare a casa mia. È un uomo che si è comportato male, anche nella vita privata. Progetti per il futuro ne ha? Rivolga un appello ai nisseni tentati tra restare qui e andare via. Io purtroppo futuro non ne ho, ma ho la speranza di poter vedere risorgere la mia amata città. I nisseni aiutino chi amministra. Bisogna restare qui e combattere.


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Fatti & Lettura

Recensioni di Fiorella Falci

Walter Guttadauria racconta

Nicolò Granata il “pioniere” nisseno della grafica pubblicitaria

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ella Sicilia di fine ‘800 Verga raccontava che gli uomini si distinguono in “berretti” (i contadini) e “cappelli” (i proprietari e i borghesi), affidando ad un capo di abbigliamento la rappresentazione sociale di chi lo indossava. Nel ‘900 della società di massa gli intellettuali europei facevano saltare questa contrapposizione e adottavano il basco, (in fondo una versione internazionale della “coppola” siciliana, senza visiera e orientata di lato), copricapo di origine popolare degli operai della Spagna del nord. Interclassista e unisex, da Picasso a Ungaretti, da Nenni a Che Guevara, da Greta Garbo a Marlene Dietrich, dai partigiani della guerra di Spagna ai repubblichini di Salò, il basco ha attraversato la storia e il costume del ‘900 connotando le personalità che lo indossavano con uno stile informale e impegnato, anticonformista e battagliero, sicuramente alternativo e antiborghese. Anche per questo è significativo il titolo dell’ultimo libro di Walter Guttadauria: “L’uomo dal basco”, edizioni Lussografica, una biografia dedicata a Nicolò Granata, artista eclettico del ‘900 nisseno, pittore, grafico, designer, caricaturista, protagonista di una vicenda culturale ed umana di grande interesse, che ha attraversato con la sua vita il secolo scorso con una esperienza originale che ha coniugato arte ed economia, bellezza e promozione pubblicitaria, ironia e ricerca stilistica di forme nuove. Granata (1901/1985) è stato il primo a realizzare, a partire dagli anni Venti, una produzione artistica legata alla promozione commerciale: decine di marchi di aziende(Lussografica, l’impresa di famiglia, è stata una sua

Alcune opere di Nicolò Granata: da sinistra “Scorcio di Via Palermo”, “Verso il Santuario” e “Ritratto del Duce”

invenzione), progetti di vetrine, insegne, facciate di negozi in tutta la Sicilia, prime prove di arredo urbano, e un’infinità di immagini pubblicitarie connotate da un design elegante, di grande impatto comunicativo ma con un retroterra culturale evidente. Del resto, all’attività legata all’economia Nicolò Granata, il professore per i nisseni,

aveva affiancato per tutta la vita una produzione pittorica rilevante, che è richiamata nel libro da una sezione di immagini che riproducono i suoi quadri

Eclettico pittore del ‘900 nisseno: grafico, designer, caricaturista. È stato il primo, a partire dagli anni venti, a realizzare una produzione artistica legata alla produzione commerciale

Nicolò Granata

migliori, preceduta da un accurato testo critico di Franco Spena. Fortemente legato alla sua città, nato nel cuore del centro storico, a due passi dal Santuario del Signore della Città nella chiesa che anticamente si chiamava di San Nicolò: da questo il suo nome di battesimo. In quella strada la sua famiglia gestiva un panificio, e da qui il legame primigenio tra produzione e commercio che il pane da sempre rappresenta, insie-

me al legame sociale profondo che intorno al pane si costruisce nelle comunità. Nell’antica scuola San Giusto Granata frequenta le scuole elementari, allievo del mitico maestro Lo Monaco, rimasto nella memoria di generazioni di nisseni per la bacchetta quadrata con cui accarezzava le nocche dei più discoli in caso di necessità. E già dai banchi scuola la sua matita veloce schizzava disegni


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e figurine, portandolo giovanissimo all’Accademia delle Belle Arti di Palermo in cui perfeziona il suo talento naturale con la padronanza delle tecniche più elaborate del disegno creativo. Negli eventi significativi della città tra le due guerre la matita affilata di Granata porta il segno di una presenza vivace: dalla prima edizione della Coppa Nissena di automobilismo al processo per l’omicidio di Gigino Gattuso, al processo contro il locale segretario del Fascio e deputato Damiano Lipani, le caricature dei protagonisti, rappresentazioni psicologiche più efficaci delle fotografie, immortalano i partecipanti con uno stile ironico ed elegante, dalle pagine de “La Vespa”, della “Sicilia Nuova”, del “Lumicino”, sicuramente facendo discutere gli ambienti sociali della città, e portando nella formazione dell’opinione pubblica nissena uno sguardo non conformista, una lettu-

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Violenza e donne

Frammenti di speranza

nei racconti delle vittime Walter Guttadauria

ra antiretorica di uomini e situazioni, anche negli anni della dittatura fascista che certamente non concedeva spazi alla libertà di stampa. Ed è proprio legata al fascismo la curiosità più interessante del libro e della mostra delle opere di Granata che nelle sale del Museo Diocesano ne ha accompagnato la presentazione: il ritratto di Mussolini, un ritratto double-face, sicuramente unico nella storia della ritrattistica ufficiale, dipinto su entrambi i lati della tela con due immagini molto diverse del Duce. Il ritratto gli era stato commissionato dai gerarchi locali in occasione della visita a Caltanissetta del capo del fascismo nel 1937 e Granata aveva raffigurato il Duce con la marsina gallonata e la feluca dell’Accademia d’Italia, ma non era piaciuto ai committenti. Troppo diverso dalle immagini tradizionali del Duce, forse, per i nisseni, troppo simile ad un Capitano della Maestranza piuttosto che al capo supremo del regime. Dovendolo rifare, Granata scelse di risparmiare sulla tela, e dipinse la seconda versione sul retro della prima, che, non essendo trattato, richiese un uso massiccio del colore dando come risultato una pittura materica dai toni marcati, che rendevano ancora più truci lo sguardo e l’espressione del Duce e vicine allo stile del Futurismo le suggestioni simboliche del dipinto. Una sorta di ritratto di Dorian Gray involontario, un Mussolini ritratto con le espressioni differenti dell’ufficialità coreografica del potere e della sua inquietudine quotidiana. Un ritratto involontariamente profetico, anche per un altro motivo: per dipingere la seconda versione, Granata capovolse la tela, e il Duce risultò dipinto a testa in giù. Otto anni prima che nella storia.

È

un viaggio nell’orrore quotidiano della violenza contro le donne, l’ultimo libro di Roberta Fuschi, giornalista nissena che, insieme alla collega ca-

violenza maschile, una ogni tre giorni in Italia è cancellata dal femminicidio, la parola “sgradevole” che molti hanno fastidio a pronunciare. Ma finchè non hanno un nome le cose sono invisibili e femminicidio è una parola ormai consacrata nella lingua “alta” dall’Accademia della Crusca che l’ha definita “provocare la morte di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito o padre o di un uomo qualsiasi, in conseguenza del mancato assoggettamento fisico o psicologico della vittima”. Il 93% dei colpevoli sono i partner, e ormai la violenza è la prima causa di morte per le donne (con i collegati contagi di AIDS e i suicidi indotti). Il “mancato assoggettamento” di cui parla la Crusca rende bene l’idea della somiglianza con altre forme violente

dopo il rapimento e la violenza, scardinando un altro residuo giuridico tribale che ancora sopravviveva nel nostro codice penale fino a pochi decenni fa. Nel 2013

Roberta Fuschi

tanese Patrizia Maltese, ha intervistato per mesi le donne ospitate nel Centro Antiviolenza Thamaia, raccogliendo i frammenti di quell’enorme mosaico che compone l’universo nascosto della negazione della dignità delle donne, i percorsi perversi che portano dalla svalutazione dell’autostima al femminicidio. Dai racconti delle donne che si sono salvate e che intraprendono il percorso lungo e difficile del recupero emerge un inferno quotidiano di violenze inimmaginabili, che abita dentro le nostre case, in tutti gli strati sociali, senza distinzioni di condizioni economiche e culturali. Un inferno che è difficile guardare da vicino, anche se attraverso i racconti di chi lo ha subito. Ogni otto minuti nel mondo muore una donna vittima della

Un viaggio tra le testimonianze delle ospiti del centro antiviolenza Thamaia di controllo delle persone e del territorio, quella criminalità mafiosa che allo stesso modo tende a considerare “cose” proprie le persone, che valgono soltanto per l’uso che se ne può fare, negando loro la dignità, la libertà di scegliere, di pensare autonomamente, di esistere. Soltanto nel 1996 la prima legge in Italia contro la violenza sessuale, fino ad allora considerata reato contro la morale e non contro la persona; soltanto nel 2012 la legge veniva recepita in Sicilia, nella regione in cui per prima Franca Viola aveva rifiutato il matrimonio “riparatore”

Patrizia Maltese

la legge italiana sulla violenza di genere, ma ancora siamo indietro rispetto alle azioni di prevenzione e di educazione che ne superino le

premesse culturali nella mentalità comune. La violenza contro le donne, la sub-cultura che le vuole reificare, ridurre a cose, negando il loro valore, in nome di un presunto diritto al loro possesso esclusivo e permanente, non è soltanto una questione che riguarda i rapporti personali, ma anche la qualità delle relazioni sociali e quindi della democrazia. Sottomettere l’amore alla logica della violenza inquina tutte le dinamiche del potere e riporta indietro di secoli lo sviluppo delle società umane. Dall’incipit del libro di Roberta Fuschi una sintesi efficace dello stato delle cose oggi: “Donne che riescono a chiedere aiuto, donne che si chiedono come abbiamo fatto a resistere tanti anni in un clima di terrore, donne che hanno dovuto nascondere ai parenti le violenze subite e hanno subito la violenza di non essere credute da operatori sociali e forze dell’ordine, donne che hanno avuto paura per i loro figli e provato compassione per il loro aguzzino. Donne, però, che ce l’hanno fatta”.


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Fatti & Post Scriptum di Filippo Falcone

Il nuovo libro di Remo Roncati su De Gasperi

E’

stato presentato recentemente a Sommatino il nuovo libro di Remo Roncati Verso la giustizia sociale - Le ragioni di Alcide De Gasperi, con la prefazione della figlia dello statista Maria Romana. L’autore ha già pubblicato altri lavori su De Gasperi e ne è un attento studioso della sua figura, il libro, infatti, oltre che essere ben scritto, con pagine molto scorrevoli, è anche ben documentato. De Gasperi rimane ancor oggi nel nostro paese un “pater Patriae”, uno statista dalla figura integerrima, che visse la politica come servizio alla nazione. Emerge, giustamente, dalla pagine di Roncati, il profilo di un uomo politico

Quanto agli aiuti veri e propri, nel consuntivo finale, essi non risultarono poi gran cosa: al clamore propagandistico del Piano Marshall, gli obiettivi vennero realizzati dagli americani con contropartite altissime in loro favore. Molti dei costi del risanamento del cosiddetto “Miracolo italiano”, vennero invece fatti pagare alle classi lavoratrici, tanto che De Gasperi fu più volte contestato da esponenti dell’ala sociale della Dc: Fanfani, Dossetti, La Pira, Saraceno, che spesso si contrapposero alla linea Einaudi, Confindustria, De Gasperi, Scelba. Quest’ultimo, uomo vicinissimo al politico trentino, già nei primi mesi del ’48 aveva messo a pun-

teressante e documentato libro (allora a prova di querela) di Marco Cesarini Sforza, Operazione petrolio del 1956. Un episodio raccontato in quelle pagine, quasi ignorato, ma sintomatico, è il seguente: la sera del 4 giugno 1944, le truppe americane giungono a Roma, da poco sloggiata dai tedeschi in fuga verso il nord. Un jeep solitaria si dirige alla direzione generale dell’Agip. Il giorno seguente si apprende che sono stati sottratti tutti i documenti geologici di oltre quindici anni di ricerche. Gli americani, evidentemente, attribuivano a quelle carte, una rilevante importanza. Si trattava di una sorta di bottino di guerra.

Ma sulla figura dello statista Dc non ci sono solo luci

profondamente legato alla fede cattolica, alla quale consacrò la sua missione laica nell’elevazione morale e materiale di un paese che usciva dalla seconda guerra mondiale e dal fascismo e si avviava alla lenta e difficile ricostruzione; di questo, storicamente, gli va dato merito. Ma, come ogni grande figura politica di quel livello, alle tanti luci vi sono anche delle ombre, a partire dalla vittoria elettorale della Dc nel 1948, alla quale contribuì la potenza americana con fondi neri. Si è poi tanto scritto sugli aiuti del Piano Marshall, che avrebbero salvato l’Italia dalla miseria, permettendo al paese di riprendere a camminare con le sue gambe. Questo solo in parte è vero e ci vengono incontro gli studi e le pubblicazioni, ad esempio, del prof. Nico Perrore, studioso di storia americana, che ha insegnato all’università di Bari, quando scrive nel suo libro De Gasperi e l’America (Sellerio, 1995): “De Gasperi non era pratico di affari internazionali: l’unica sua esperienza era stata quella di deputato trentino al parlamento austriaco, prima della grande guerra”. E continua: “Si potrebbe concludere che l’assenza della politica sui grandi temi internazionali (…) segnò molti punti a svantaggio di De Gasperi. Ma neppure successivamente De Gasperi riuscì a pervenire al ruolo di protagonista”.

to, finanziata dagli americani, una struttura - come lui stesso poi dichiarò - capace di contrastare una possibile vittoria comunista alla elezioni politiche di quell’anno. Dell’esistenza di detta struttura, posta sotto la diretta responsabilità di Scelba, De Gasperi non poteva non sapere. Solo molti anni dopo quella organizzazione sarebbe stata conosciuta come Gladio. In caso di vittoria del Blocco del popolo un piano Cia, con l’avallo del governo italiano, prevedeva l’alterazione delle schede elettorali “mediante falsificazione dei risultati, o con la forza”. In quel quadro generale, smaccatamente filoamericano di quegli anni, la responsabilità della Dc degasperiana fu anche quella di spaccare il clima e lo schieramento resistenziale dei primi governi di unità nazionale, che tanto avrebbero potuto dare al paese, pagando un prezzo altissimo agli Stati Uniti, in termini di non autodeterminazione. Si pensi, ad esempio, alla politica petrolifera, che avrebbe, successivamente, in tutto il paese ed in Sicilia (roccaforte Dc per eccellenza), fatto persino approvare una legge ad hoc all’Ars, per la gestione della gran parte dei pozzi petroliferi dell’isola, alle cosiddette “sette sorelle” anglo-americane. In merito ci viene incontro un altro in-

L’importanza della lettura per i bambini n’attività importantissima per la crescita e lo sviluppo del pensiero dei più piccoli, ancora più preziosa se I vantaggi, in termini di sviluppo cognitivo, che i bambini possono ricavare dalla lettura di testi narrativi, che siano fiabe, storie, racconti, ma anche libri accompagnati da immagini, libri tattili e riviste in generale, sono da sempre confermati e celebrati da pediatri, educatori, psicologi, etc. Leggere regolarmente fin da piccoli aiuta in primo luogo ad avere un atteggiamento più aperto e positivo verso l’apprendimento, la conoscenza, la cultura in gene-

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libro illustrato, di cui il genitore leggerà la parte scritta, mostrando e spiegando le immagini.

rale. Anche la capacità di scrittura migliora ed è favorito di gran lunga, rispetto ai bambini che non leggono, lo sviluppo del pensiero creativo. Oltre alla lettura, non bisogna tuttavia sottovalutare l’importanza di un’altra pratica preziosa per la crescita del bambino: la lettura condivisa. Leggere insieme ad un genitore è molto diverso che leggere da soli e si può iniziare ancor prima che il bambino impari a farlo. Già da piccolini, infatti, i bimbi possono essere invitati a sfogliare insieme all’adulto un

braccio. Complicità emotiva ed intimità vengono rafforzate pagina dopo pagina, in una comune sensazione di benessere, serenità e relax. Non a caso è consuetudine leggere ai bambini le fiabe della buonanotte. La lettura condivisa è, infine, un ottimo strumento di intrattenimento e può stimolare anche diversi sensi del bambino, come nel caso dei libri tattili e di tutti quei libri che integrano l’aspetto verbale a quello percettivo, dedicati anche e soprattutto ai piccolissimi.

Le figure e le storie raccontate fanno sì che il piccolo sia stimolato a creare dei collegamenti, la mente si apre e cresce più velocemente, le connessioni fra varie parti del cervello come memoria ed emozioni, identificazione e pensiero, vengono instaurate facilmente e naturalmente. La lettura condivisa favorisce inoltre la vicinanza fisica: per leggere insieme un libro occorre stare seduti o sdraiati vicini, oppure che il bimbo sia tenuto in

Vantaggi cognitivi Questo era solo l’inizio della predominanza americana nell’economia italiana che, dai governi De Gasperi, si sarebbe protratta sino ad oltre gli anni sessanta. Tutto ciò, ovviamente, non sminuisce la figura di statista dell’esponente Dc, tanto più oggi, dove la politica nostrana si caratterizza per lo più per “nani e ballerine”. Ma la storia vuole il suo rigore, vuole, appunto, le luci, ma anche le ombre. Alla morte di De Gasperi uno dei primi telegrammi di cordoglio fu quello di Togliatti, a nome dei comunisti italiani, in cui gli riconosceva che tutta sua azione politica fosse stata sempre ispirata dalla “buona fede” e dal “personale disinteresse”. Al di là dei giudizi storici o morali, De Gasperi resta comunque uno dei più grandi statisti italiani, a cui si legano gli anni di ricostruzione post bellica del nostro paese… a trovarne oggi in Italia di politici di quella levatura!

In primo luogo la lettura è da considerarsi una vera e propria palestra in cui si può “allenare” la nostra mente. Il leggere abitua i bambini a pensare a realtà possibili e diverse dalla propria, a provare ad anticipare con l’immaginazione quello che succederà, ad esercitare la propria capacità di problem solving nel momento in cui, mettendosi nei panni dei protagonisti, provano a pensare a cosa potrebbero fare per cercare di risolvere i loro problemi. In questo senso si può dire che la lettura stimola la fantasia dei nostri bambini e allarga il loro orizzonte di pensiero. Come invogliare i bambini alla lettura? Inoltre fornisce al bambino parole nuove che lui può apprendere per esprimere sempre meglio ciò che vuole dire, promuove cioè quello che si definisce unampliamento lessicale: il lettore accresce

ogni volta il proprio dizionario personale, introducendo nel proprio bagaglio vocaboli nuovi che non conosceva, più ricercati e più appropriati per descrivere i propri pensieri. Dando un nome ai propri concetti il bambino li rafforza anche nella propria mente, ne dà un significato più chiaro e permanente, li fa più “suoi”, li riconosce ed è pronto a identificarli nelle esperienze di vita future. E questo è vero anche per quanto riguarda le emozioni (per es. se un bambino legge in un libro che un protagonista è “amareggiato” perchè è deluso dal comportamento di qualcuno, riuscirà a dare un nome a quella emozione che lui stesso ha provato altre volte ma che non aveva individuato chiaramente e, ogni volta che la risperimenterà , la riconoscerà e potrà comunicarla agli altri e perchè no, averne anche meno paura).


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Natale & Tradizioni

Il giovane zampognaro racconta la sua passione per questo strumento mistico e sacrale di Marcella Sardo

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urante le festività natalizie, passeggiano per le vie del centro storico o a una manifestazione religiosa, spesso si sente il suono di una zampogna.Gli zampognari, ormai sono molto rari nell’entroterra siciliano e c’è chi pensa che quest’arte sia esclusivamente legata a un passaggio generazionale “da padre in figlio” ma non è così. C’è anche chi si è autonomamente appassionato a questo strumento maestoso e dalla sonorità circolare e ha scelto di metterselo in spalla per suonarlo per sé stessi e per gli altri. “Da bambino vivevo a Torino e, quando tornavo in Sicilia, per trascorrere il Natale in famiglia, sul traghetto trovavo sempre uno zampognaro che suonava - ci ha raccontato Giuseppe Zuccarello – Per me quello era il preludio delle festività”.Per questo giovane

trascorrere ore intere seguendo una melodia. Tutto questo per Giuseppe è molto più che un lavoro: è un’occasione per poter guardare ciò che lo circonda con occhi diversi e riflettere lasciandosi assorbire completamente da quell’atmosfera magica. Tanti sono i fattori che entrano in gioco: l’abbigliamento folkloristico realizzato con pelli e pelliccia, il freddo pungente dei pomeriggi invernali, le note musicali che si diffondono nell’aria e gli occhi delle persone che, curiose, osservano quello strumento e il suo musicista. “Se mi guardo attorno mi rendo conto che pochi ormai riflettono sul significato religioso e sul mistero del Natale – ha spiegato Giuseppe -. Tante persone si preoccupano solo di privilegiare la tradizione di Babbo Natale e fare shopping. Ma a Natale Dio si è fatto uomo per noied è nato vicino ai pastori, gentegenerosa e umileche viveva ai margini della civiltà”. Con quello strumento in mano, girando tra la gente all’interno dei presepi o delle parrocchie, la figura dello zampognaro contribuisce a lanciare un messaggio religioso molto profondo: che Gesù è presente in quei luoghi nei quali la sofferenza non ha ancora soffocato la speranza di salvezza. Lo zampognaro, in passato, era una

Suonare la zampogna significa recuperare quella musicalità che è innata in ogni individuo. La musica è un gioco da bambini e va recuperata quell’allegria propria dell’infanzia per poter suonare con enfasi trentatreenne originario di Piazza Armerina la zampogna è uno strumento mistico e sacrale. “Il suo suono – ha spiegato - è capace di rendere euforici tutti coloro che l’ascoltano, infondere lo spirito natalizio, invitare al raccoglimento interiore e alla riflessione”. Dare fiato alla zampogna, modulare il suono agitando le dita sulle ance,

figura molto amata. Il popolo, al suo passaggio, si fermava ad ascoltare le nenie e lo accoglieva in casa per offrire qualche dolcetto accanto al fuoco. Come se il suono che usciva da quell’otre di pecora aveva la capacità di portare via la tristezza e le difficoltà della vita reale. “Anche a me è capitato di incrociare gli occhi commossi di qual-

Giuseppe

Zuccarello

e la sua zampogna che persona che in quel suono ritrova gli affetti del passato e gli spensierati momenti vissuti da bambino”. Suonare la zampogna significa, anche per Giuseppe Zuccarello,recuperare quella musicalità che, come ha appreso nei suoi studi alla Donna Olimpia di Roma, è innata in ogni individuo. “Ho cercato di far tesoro dei suggerimenti indicati da Jean de La Lande e dell’approccio sperimentale di Carlo Orff – ha proseguito Giuseppe -. La musica è un gioco da bambini e bisogna recuperare quell’allegria propria dell’infanzia per poter suonare con enfasi. Proprio come accade per la personalità, anche lo sviluppo dell’abilità musicale è determinata da fattori sociali e culturali”. Scardinare quegli strati di durezza che si solidificano con l’età adulta e tornare a gioire delle piccole cose è, per lo zampognaro, il vero segreto per poter fare buona musica. Se così non fosse, Giuseppe non avrebbe mai imparato da autodidatta a suonare violino, percussioni, chitarra, flauto e, adesso, anche la zampogna.Con questo strumento Giuseppe suona nella band “Passa Calles” in compagnia delle percussioni di Davide Campisi e della chitarra battente di Vittorio Ugo Vicari. Il trio abbina antichi canti siciliani a brani rinascimentali e barocchi per esibirsi tutto l’anno in manifestazioni culturali o per accompagnare gruppi folkloristici come i nisseni “Ccu i pedi di fora”. Ma cosa è zampogna sicula dalle “ciaramelle doppio paro” La zampogna a doppio paro è un otre di pecora collegato a quattro canne sonorechiamate “ance” o “ciaramelle”. A guardare lo zampognaro suonare tutto sembra molto facile ma, in realtà, per creare quella piacevole armonia serve molta destrezza nelle dita, fiato per poter far durare a lungo la nenia e tanta passione. Prima viene gonfiato l’otre e, quando è pieno, l’aria esce dalle ance creando una vibrazione che si trasforma in musica. Due delle quattro ciaramelle, tutte “paro” vale a dire della stessa lunghezza, emettono una nota fissa da cui si genera quel suono di base. La melodia, invece, è creata facendo danzare le dita sui fori delle altre due altre due ciaramelle. La complessità di questo strumento a doppia sonorità risiede nella capacità di eseguire con le mani

movimenti differenti. Il fascino della composizione sarà proprio quello di poter apprezzare, su un suono di base costante, una melodia “di accompagnamento” e una “da solista”. Nessuna zampogna emette un suono uguale a quello di un’altra. Le componenti da valutare, infatti, sono numerose e lo sanno bene gli ultimi artigiani ormai rimasti solo nel messinese che, su richiesta, producono questo antico e ancora poco valorizzato strumento a fiato.Gli zampognari ormai sono molto rari nell’entroterra siciliano. Un otre grande produce un suono grave mentre una piccola zampogna crea una melodia dalle note più acute. Non esiste una scelta migliore ma la preferenza è esclusivamente dettata dal gusto personale di chi poi la suonerà. Circoscrivere l’uso di questo affascinante strumento soltanto al periodo natalizio sarebbe riduttivo. La zamp ogna, del resto, era nata soprattutto per far svagare chi trascorreva lunghe ore di solitudine sui pascoli. Una caratteristica che spiega come non esista un repertorio ufficiale e molto viene lasciato alla personale musicalità di chi suona. Lo stretto legame tra i pastori e la nascita di Gesù, tuttavia, ha influenzato la cultura popolare che identifica la zampogna solo come un arricchimento del Presepe o un annuncio dell’Avvento. Questo strumento, tuttavia, sta viven-

do un periodo di riscoperta e alcuni musicisti stanno scrivendo dei concerti con accompagnamento d’orchestra. Un esperimento di rivalutazione che aveva tentato anche Fabrizio De André nelle note inziali di “Creuza de mar”.


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Natale & Tradizioni

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opo la guerra, ancora bambina, abitavo nel quartiere Provvidenza. Tutti i nisseni abitavamo dentro la cerchia del centro storico, pochissimi possedevano un’automobile e si camminava esclusivamente a piedi, nei vicoli tra le case strette l’una all’altra, per scendere al mercato e la domenica per andare a passeggiare in piazza. Nelle belle giornate, gran parte della vita quotidiana si svolgeva nel vicolo: i bambini giocavano, le donne chiacchieravano sedute davanti le porte, i venditori ambulanti offrivano la loro merce in grandi ceste o sul carretto. Sulla via Barone Lanzirotti, quasi difronte casa mia, vi era una figuredda, il nome affettuoso che in siciliano si dà alle edicole votive. Ce ne erano tante sparse nel centro della città, una sorta di re-

Novene suoni, profumi e ricordi di un Natale che non c’è più di Rosanna Zaffuto Rovello ticolato religioso che dai muri delle case invitavano il passante a fermarsi per una preghiera. Spesso erano delle nicchie, scavate nella facciata di un’abitazione,dentro le quali era posta un’immagine sacra - quasi sempre una stampa popolare - circondata da vari oggetti, come statuine, rosari, fiori di stoffa, ceri… Le edicolette votive che sorgevano fuori dal tessuto urbano avevano un’altra forma ed un’altra destinazione. Erano cappellette, piccolissime chiese, che accompagnavano con un percorso di preghiera e quasi di protezione il contadino che si recava nei campi a lavorare o il montanaro che si inerpicava sui sentieri di montagna. Qui a Caltanissetta segnavano il cammino degli zolfatari che si recavano in miniera e si fermavano davanti a ciascuna cappelletta invocando l’aiuto di Dio per poter tornare a casa sani e salvi. Le figuredde dei vicoli avevano una funzione più familiare e domestica: era la presenza del Sacro nella vita di tutti i giorni.Durante il mese di dicembre, noi bambini assistevamo con gli occhi spalancati ai preparativi per il Natale che arrivava. Gli uomini prendevano le scale e adornavano di murtidda, arance e nespole d’inverno le

figuredde dei vicoli. Era un miracolo veder fiorire da quelle mani ruvide e callose un trionfo di colori intorno all’immagine sacra. E si faceva una ingenua e benevola gara a chi riusciva meglio, a quale figuredda era più bella e meglio addobbata. Che profumo facevano la mortella e le arance e le nespole appese allo spago accanto al viso di Gesù Bambino! La mortella, caratteristica della macchia mediterranea, è molto decorativa con le sue foglie verdi e resistenti e le sue piccole bacche bianche. E suquel verde spiccavano il rosso delle mele, l’arancio e il giallo degli agrumi. Era una festa di colori e di odori assai lontana dalla tristezza delle palline di plastica colorata che usiamo oggi. E la sera poi veniva il ciaramiddraru e suonava la cornamusa dinanzi alla figuredda. Non vi erano altri suoni, niente televisori accesi o clacson di macchine: la nenia dolce delle cornamuse si diffondeva leggera per tutto il quartiere e noi ci rendevamo conto che Natale era alle porte. Per nove sere di fila tutte le donne del cortile o del vicolo si riunivano per recitare il rosario e cantare la novena di Natale, in una casa ospitale, stringendosi intorno ad un quadro della sacra famiglia, adorno anch’esso di murtidda. Perché per nove giorni? Perché la Madonna e gli Apostoli riuniti nel cenacolo pregarono per nove giorni dopo l’Ascensione di Gesù prima che scendesse lo Spirito Santo nel giorno della Pentecoste. Era una scena vedere le donne che si recavano presso la vicina per la Novena, avvolte nello scialle pesante, spesso recando con sé la sedia e il tancino, il secchiello colmo di braci ardenti, con cui riscaldarsi le mani. Dentro le case e dinanzi alle porte ardevano i bracieri e alla legna o al carbone si aggiungevano le bucce delle mandorle. Nell’aria della sera insieme alle voci delle donne che cantavano: “Ora veni lu picuraru che nun avi chi ci purtari”…. si diffondeva il profumo della legna resinosa e delle mandorle. E l’ultima sera, la Vigilia di Natale, non vi era casa dove non si distribuissero con generosità i ceci “cicirie vinu” . Ma già dal pomeriggio, i profumi del Natale raggiungevano la loro massima espressione. In molte case si facevano i buccellati, i vucciddrati, un dolce povero fatto con la pasta del pane, i fichi messi a seccare durante l’estate e le noci. Nessuno aveva il forno in casa e diversi carusi facevano il giro delle case, con una lunga asse sulla testa, su cui venivano poggiate le forme di pane ancora crudo, fatto in casa, e i buccellati da infornare. I fornai del quartiere avevano cura di cuocere a puntino nei forni a legna pane e dolci e restituire a ciascuna delle clienti proprio il suo pane e i suoi buccellati, senza fare confusione. Non avevamo l’albero di Natale con le lucine a intermittenza, non avevamo i giochi elettronici, a volte non avevamo neanche i regali di Natale. Niente panettone, niente champagne, niente poker con gli amici, niente decorazioni scintillanti. Ma che profumo aveva il Natale!....

In pagina alcune edicole votive presenti a Caltanissetta. In basso a sinistra un ramo di mirto, la cosiddetta “murtidda”


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“L’adorazione dei Pastori”

Il quadro seicentesco di Vincenzo Roggeri Prima raffigurazione della natività a Caltanissetta

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ome tutti sappiamo, la tradizione del presepe è molto antica e si fa risalire a san Francesco di Assisi che a Greccio volle ricostriure la scena della nascita di Gesù e della adorazione dei pastori. L’arrivo del presepe nelle case private siciliane è però molto più tardo: nel Seicento alcuni “soprammobili” a forma di presepe si potevano trovare nelle case dei nobili e nelle chiese, e solo nell’Ottocento divenne una consuetudine delle famiglie borghesi. Il Natale del popolo minuto si identificava con le figuredde in cui erano raffigurati in modo molto ingenuo e primitivo i personaggi della Sacra Famiglia. La prima grande raffigurazione della Natività, il primo presepe dipinto della nostra città, risale alla metà del Seicento ed è un grande quadro che Vincenzo Roggeri aveva realizzato per la popolare chiesa di SanGiuseppe: L’adorazione dei pastori. Vincenzo Roggeri,nato e vissuto nella nostra città tra il 1634 e il 1713 , durante la sua lunga vita dipinse tante opere di soggetto religioso in molte chiese di Caltanissetta - ma anche di Palermo, di Enna, di Bivona, di Gangi,e di altri paesi - grazie al mecenatismo di ricchi signori e alle committenze dei parroci. L’adorazione dei pastori è una sua opera giovanile di ispirazione caravaggesca che si trova oggi nelle sale del Museo Diocesano di Caltanissetta. Sullo sfondo scuro della notte di Natale un raggio di luce che proviene da destra illumina la scena della Natività. Sullo sfondo, contro il cielo notturno, si intravedono alcuni elementi architettonici molto essenziali: un tetto spiovente, dei pilastri di sostegno, delle aperture dietro cui si indovina uno sfondo agreste. A differenza di altre rappresentazioni dello stesso soggetto l’ambientazione è lasciata volutamente indeterminata: l’attenzione dello sguardo deve essere concentrato sulla scena principale e sul contrasto tra il gruppo della Sacra Famiglia e quello dei pastori. A sinistra una dolcissima Vergine Maria inginocchiata dinanzi al Bambinello e dietro di lei, più in ombra, san Giuseppe; a destra un gruppo di sette pastori, cinque uomini, una donna anziana e un ragazzino. Le teste dei pastori e la figura della Vergine formano un semicerchio, il cui fulcro è costituito dal corpo nudo del BambinoGesù, deposto su un canestro. La Vergine, vestita di rosso con un mantello blu - secondo l’iconografia classica - solleva delicatamente un lenzuolo per mostrare ai pastori il suo Figlio che dorme. Gli elaborati panneggi del mantello della Madonna e del lenzuolino del Bambino hanno riflessi serici, sembrano di seta, in contrasto con gli abiti dei pastori. Dall’altro lato, quasi a far da contrappunto alle vesti della Madonna, il corpo robusto di un pastore a cui il mantello scivolato da una spalla scopre i muscoli possenti scuriti dal sole. La luce mette in rilievo la perfetta anatomia delle masse muscolari, i cui contorni risultano ben definiti. Il viso di questo pastore risulta in ombra, mentre la luce colpisce il volto della donna anziana che risulta proprio difronte al viso della Vergine. I due ritratti femminili hanno la stessa espressione di tenerezza e lo sguardo fisso sul bambino, entrambi sono coperti da un tessuto chiaro: è come se l’autore avesse voluto sottolineare la bellezza dell’ovale delicato di Maria confrontandola con l’accentuata rugosità della pastora. Al centro di tutto, il corpicino di Gesù Bambino, morbidamente disegnato, messo in risalto dalla luce sul blu del lenzuolino e del cuscinetto di seta, del tutto improbabili in una stalla e nel canestro ben intrecciato che gli fa da culla. In alto due angioletti, illuminati dal raggio di luce, reggono un cartiglio con la scritta Gloria in excelsis . Il tema della presenza di putti e angioletti tra le nuvole si ripete in quasi tutte le opere di Roggeri , mutuato forse dall’insegnamento del pittore palermitano Pietro Novelli, notissimo nella prima metà del Seicento. È un modo efficace di rappresentare uno squarcio di Paradiso in una scena che potrebbe essere considerata solo sotto l’aspetto terreno; è una sottolineatura del senso profondamente religioso della rappresentazione che abbiamo sotto gli occhi. Come san Giuseppe, gli altri pastori sono in secondo piano e servono da sfondo alla scena principale, insieme alle teste dell’asino e del bue che si intravedono nell’ombra. Tutta l’opera è caratterizzata da colori caldi e da particolari ben definiti come le pieghe degli abiti e dei mantelli e come il cappello color ambra di uno dei pastori. Questa abilità di dipingere i panneggi e di saper riprodurre gli effetti delle stoffe più ruvide in contrasto con le tonalità

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cangianti dei tessuti pregiati è una delle caratteristiche di Roggeri. Un’altra peculiarità dello stile di Roggeri, più volte sottolineato dagli storici dell’arte, è quella di inserire nei dipinti brani di nature morte: fiori, frutta, oggetti .In questo dipinto, in primo piano, due oggetti che non riguardano la Palestina dei tempi di Gesù, ma che sono tipici della vita pastorale in Sicilia dei secoli passati: una vascedda di ricotta e una fiaschetta metallica. Gli abitanti di Caltanissetta del Seicento si saranno certo identificati facilmente in quel gruppo di “ultimi” in preghiera dinanzi al Bambino Gesù e avranno cantato anche loro:

Ora veni lu picuraru e nun avi chi ci purtari, porta latti nni la Jsca, cascavaddu e tuma frisca


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Fatti & Natale

Giocattolo e giocattolai a Caltanissetta

A Natale torniamo tutti bambini? di Marcella Sardo poter realizzare i sogni di ogni bambino.

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ome arrivano i regali sotto l’albero? Per i bambini la risposta è ovvia: li porta Babbo Natale con una slitta trainata da renne volanti. I più piccoli non mettono mai in discussione questo mito e considerano credibile l’esistenza diunvillaggio al Polo Nord nel quale vengono creati tutti i giocattoli del mondo. Ma cosa si può trovare dentro il magazzino di Babbo Natale il giorno della vigilia? Ancora una volta, i bambini sono convinti di saperlo. L’immagine nitida creata dalla loro mente richiama i negozi di giocattoli e le centinaia di articoli messi uno accanto all’altroe che, solo alla vista, fanno scintillare gli occhi. Nonostante l’incessante evolversi del tempo e il cambiamento degli stili di vita, i giocattolairestanonell’immaginario collettivo figure capaci di

Ma chi erano e chi sono, adesso, i giocattolai nisseni? Alcuni hanno chiuso da tempo le loro attività, altri sono diventati un’istituzione nel settore, altri sono aperti da poco e ancora hanno una storia da voler raccontare. Tornando indietro con la memoria anche un uomo con i capelli imbiancati dall’età non può fare a meno di fantasticare pensando a quando, da piccolo, entrava in un negozio di giocattoli. Oltre mezzo secolo fa i giochi si svolgevano soprattutto nei cortili dei palazzi e nelle strade. Giochi

di gruppo che insegnavano ai bambini a diventare adulti sviluppando il valore della cooperazione, della competizione, della divisione dei ruoli, della capacità di riflettere per trovare soluzioni creative. A Caltanissetta tra i preferiti c’erano la “Briccica” e “Salta la corda”. Bastava veramente poco per allestire un passatempo di gruppo e i giocattoli erano pensati per assecondare questo stile di vita. I regali per i bambini erano soprattutto trottole, biglie, yo-yo, cerchi e girandole. Giocattoli da poter acquistare anche in negozi che vendevano articoli di cartoleria, biciclette, intimo o tabacchi. C’è chi ricorda Giannone o Licitri ma, tra gli anni ’50 e metà degli ’80, ad andare di moda era soprattutto la Standa. Se, però, si chiudono gli occhi e si pensa a quale fosse lo “storico paese dei balocchi” la risposta è indiscutibile: il negozio di Maira. Quel luogo, che si trovava al centro di corso Vittorio Emanuele, era così affascinante da togliere il fiato a qualsiasi bambino. “I giocattoli ora sono principalmente di plastica o di materiale elettronico – ricorda Biagio -. In passato, invece, erano tutti di legno o di latta, dipinti con colori vivaci e si muovevano grazie alla fantasia del bambino o con una piccola carica a molla”. Entrare nel negozio e guardare quella lunga pila di giocattoli negli scaffali era già parte integrante del regalo che si sarebbe ricevuto. C’è chi, inoltre, ricorda ancora la bancarella della signora Sara e la sua tenda che affaccia-

va in via Gattuso, visibile già da corso Vittorio Emanuele.A queste due realtà, in ordine cronologico, sono seguite Model Center, Disneyland, Primavera (successivamente trasformato in “La Girandola”), Fantasylandia, Toys Planet, My Teddy e Birikkini. Ciascuno dei giocattolai ancora presenti in città cerca di seguire le regole del mercato secondo la propria ispirazione. C’è chi offre unascelta tra 30–40 mila articoli diversi, chi fa una selezione tra quelli più amati dai bambini, chi si è affiliato a una grande catena nazionale e chi presenta solo articoli di nicchia ma dal grande fascino. Non conta la strategia ma solo far felice chi acquista il dono e chi lo riceverà. La società si sta evolvendo, i giovani con le loro famiglie, si trasferiscono in altre città per motivi di lavoro e alcuni giocattolai nisseni si sono mossi per andare incontro alle esigenze dei pro-

racconti di chi li ha visti di persona, dei negozi attuali sappiamo tutto. Merito del sito internet, dell’e-commerce e di Facebook.

pri clienti. “Una delle cose più belle di questo lavoro è quella di sapere di aver virtualmente ricongiunto una famiglia – ha raccontato la famiglia Paxia, titolare del negozio Disneyland -. Per questo abbiamo deciso di supportare i nostri clienti e farci carico della spedizione del regalo che hanno appena acquistato”. Una cosa accomuna i giocattolai “moderni” e li distingue da quelli “antichi”. Se dei negozi del passato restano solo i

casionispeciali.Natale, compleanno e il giorno dei morti e, se il padre faceva parte di una società o associazione, a qualcuno arrivava anche il dono per la Befana- ricorda Antonia -. Ma nei pacchi non si trovavano solo giocattoli perché, per le famiglie meno abbienti, quella di dicembre era l’occasione ideale per poter acquistare indumenti nuovi. I genitori, però, anche allora erano pronti a fare sacrificie, all’abito o al paio di scarpe,cercavanosempre di accom-

Cosa è cambiato in mezzo secolo nel mondo dei giocattoli? Quei bambini che stavanocon gli occhi incollati alle vetrine di Maira sono diventati prima genitori e poi nonni e, a distanza di decenni, si avverte che a cambiare sia stato “tutto” e “niente”. La vera differenza, infatti, sta nellaprospettiva che si sceglie per osservare la realtà. È cambiata la confezione, il marketing, la tipologia dei prodotti, la vendita online e il nome del giocattolaio ma non il presupposto di base: ogni regalo è sempre accompagnato dal sorriso di un bambino. “Quando ero piccola mia madre ci faceva trovare i regali solo per le oc-


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Solidarietà

Giovanna Sheps Una “giocattolaia” d’eccezione

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I sociologi invitano a non demonizzare l’uso della tecnologia digitale, ma nemmeno ad incentivarne l’abuso

pagnare un piccolo giocattolo”. Appare evidente che, se nel passato il giocattolo connotava l’eccezione di un avvenimento importante, adesso la vendita è diventata continua e costanterischiando di far perdere il significato del regalo e il valore dell’attesa. “Avevo poche occasioni per scegliere un regalo e stavo a lungo dentro il negozio per avere la certezza di aver scelto bene” ricorda Maria Concetta. Adesso, invece, i bambini dedicano lo stesso tempo a girare tra gli scaffali ma spesso perché hanno troppi giocattoli e non sanno più cosa scegliere. Gli psicologi invitano a non generalizzare anche se, talvolta, i figli troppo viziati sono lo specchio di genitori insicuri o con sensi di colpa. Una conseguenza del moderno stile di vita della società nella quale l’assenza fisica, determinata dalla separa-

zione della coppia o dalle troppe ore dedicateal lavoro, viene compensata con regali per i figli. Cosa si troverà quest’anno sotto l’albero di Natale? Bambini che imitano i genitori e genitori, che con i regali, tornano bambini. E mentre passeggini, cullette e cucine sono sempre più simili a quelli reali e gli aspirapolvere sono della stessa marca di quelli che si trovano nella maggior parte delle case degli italiani, gli adulti acquistano consolle per videogame e droni telecomandati. Ma qual è il regalo giusto da fare? Per gli psicologi non è l’oggetto che conta ma la quantità e qualità di tempo che l’adulto trascorre con il bambino. Da un’indagine condotta a livello nazionale dalla DeloitteXmasSurvey emerge che anche quest’anno i consumi per le festività natalizie resteranno elevati e che quasi la metà dei bambini sotto i 12 anni riceverà giochi educativi. I peluches, le macchinine e le bambole, forse, sono quegli articoli che sono stati capaci di evolversi nei materiali, nelle rifiniture e nella qualità ma che, sempre più interattivi, sono ri-

masti insostituibili.Il giocattolo non ha mai una funzione neutra: i bambini devono divertirsi ma anche stimolare l’intelletto. Questo principio, mai veramente abbandonato, è ancora valido e la dimostrazione si ha nell’enorme successo che continua ad accumulare e accrescere una fabbrica danese: la Lego. Il consumismo e le strategie di marketing, però, hanno raggiunto anche questo settore e ora i mattoncini vengono etichettati per età e genere sessuale. Se prima il costo della confezione era dettato esclusivamente dalla quantità di pezzi per confezione adesso influisce anche il soggetto da poter creare. Le principesse Disney e le astronavi diStar Wars, ad esempio, hanno un prezzo di mercato superiore alla semplice casetta di campagna o all’automobile da costruire. I sociologi invitano a non demonizzare l’uso della tecnologia digitale ma nemmeno a incentivarne l’abuso. Accanto ai tablet, pensati per essere usati già da “utenti” di 9 mesi, stanno tornando anche i giochi che stimolano l’immaginazione creativa. L’I-pen della Crayola, ad esempio, coniuga tecnologia 3D all’inventiva personale. “Sono nato e cresciuto dentro il negozio di giocattoli dei miei genitori – ci racconta Salvatore Paxia, figlio dei titolari del negozio Disneyland – eppure i miei momenti più belli sono quelli trascorsi in compagnia degli amici. Ancora oggi la nostra filosofia è quella di proporre al cliente giocattoli che stimolano l’intelletto, la creatività, la manualità e i giochi di società”. Una riscoperta del passato condivisa anche dal negozio My Teddyche ne ha fatto una vera e propria sfida. Dopo aver superato le porte a vetri del negozio sembra proprio di entrare in una cartolina antica nella quale a far da padroni sono quegli “strumenti per crescere” chiamati giochi. Cavalli a dondolo in legno accanto kit per gli esperimenti di fisica, peluche, marionette e bambole di pezza.

ar felici i bambini consentendo loro di ricevere un dono. C’è chi il giocattolaio lo fa di mestiere e chi, invece, lo è diventato per solidarietà.È quello che è suc-

generosità che la contraddistinguono, continua ancora a realizzare qualche esemplare di Pigotta. In passato, però, quando il vigore fisico le permetteva di maneggiare

cesso a Giovanna Sheps quando 16 anni fa, grazie a sua nipote, ha scoperto le Pigotte dell’Unicef. Non servono presentazioni, tutti ormai conoscono le bambole di pezza nate 18 anni fa da un’idea della volontaria JoGarceau.Da allora i comitati provinciali affidano ai bambini, ai loro genitori e alle associazioni che ne fanno richiesta sagome di stoffa e un po’ di ovatta da trasformare in “pupe di pezza”. Una bambola artigianale che, per i gusti dei bambini, ormai potrebbe essere considerata come un giocattolo anacronistico ma che racchiude un’enorme valenza simbolica. Le Pigotte, infatti, devono essere considerate come “bambole salvavita” perché l’Unicef destina i soldi donati per il loro acquisto al rifornimento di vaccini, vitamina A, kit ostetrici per parti sicuri,antibiotici e zanzariere antimalaria. “Sedici anni fa mia nipote è venuta a chiedermi aiuto per realizzare una bambola di pezza”ha raccontato la signora Giovanna. Quella che era nata come semplice attività parascolastica da condividere con la nipote, però, si è trasformata in una missione. “Sapere che con quella bambola avrei salvato la vita di alcuni bambini per me è stata una notizia sbalorditiva”. Ed è così che la signora Scheps, finita la prima pupa, ha contattato la sede provinciale dell’Unicef e il suo presidente, Salvatore Pirrello, mettendo a disposizione il suo talento e la sua passione. La signora Giovanna nonostante abbia 89 anni, con la dolcezza e la

filo e stoffa con maggiore energia, riusciva a realizzare circa 70 – 90 Pigotte all’anno.“Con gli scarti della stoffa che mi regalava una sarta e qualche accessorio acquistato in merceria realizzavo una bambola in circa due giorni. Pigotte “sorelle” perché nate dalla stessa “madre” ma uniche e originali nell’aspetto. E quella creatività che la spingeva a realizzare tante bambole e tutte diverse forse derivava dal desiderio di mostrare agli altri il volto di quel bambino o bambina che sarebbe statoaiutato. “Mi occupavo di tutto io, dal confezionamento del corpo al ricamo degli occhi. La mia famiglia, in vario modo, mi ha sempre supportato in questa passione: mio figlio mi aiutava a tracciare i lineamenti del viso che poi andavo a ricamare e mia nuora cooperava aiutando me e l’Unicef a reperire il materiale”. La signora racconta la sua lunga esperienza da volontaria Unicef con una grande modestia, come se non fosse nulla di speciale, quasi non si rendesse conto che la realtà dei fatti e le “cifre” accumulate negli anni non sono certo da sottovalutare. Ogni Pigotta in cerca di “adozione” è accompagnata da una “carta d’identità”, una speciale cartolina che cita il suo creatore ma la signora Giovanna non le ha mai volute compilare. “Non mi interessa averne il merito, io lo faccio solo per aiutare i bambini a stare meglio, questa è l’unica cosa veramente importante”. M.S.


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Donne & Palazzo del Carmine

di Marcella Sardo

Ilaria

Insisa “Nessun limite alle proprie aspirazioni” L’impulso propositivo che guida

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laria Insisa. Una professionista, una madre, una persona attivamente impegnata in politica e da poco chiamata da Giovanni Ruvolo nella Giunta del Comune di Caltanissetta. Ruoli che in Italia, e soprattutto in Sicilia, sembrano impossibili da conciliare. O quasi. Invitati nel suo ufficio al secondo piano di Palazzo del Carmine, per un’intervista che sembrava più una piacevole chiacchierata tra amici, è stato da subito evidente chi avevamo di fronte. La neo assessora nissena è una donna molto organizzata che, come un’abile equilibrista, ha imparato a gestire il proprio tempo, stilare una lista di priorità e andare avanti tenendo sempre gli

occhi fissi sui propri obiettivi. “Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in una multinazionale del settore farmaceutico. Un incarico che mi ha impegnato molto e mi ha anche fatto maturare non soltanto nell’ambito professionale ma, soprattutto, in quello personale”. Questo tipo di aziende, ha spiegato l’assessora Insisa, identificano come mission la produttività, la redditività e la capacità di problem solving. Un imperativo richiesto dal mercato per rimanere leader e continuare a crescere. Una visione meritocratica e incentivante che viene trasmessa a tutti i dipendenti a prescindere dal livello della scala gerarchica. “La capacità di lavorare in squadra e

quella di imparare a relazionarsi con gli altri è il tesoro più grande che ho conquistato con la mia professione”. Una risorsa che lei ha imparato a utilizzare anche nella sua vita personale, nell’impegno dedicato alla politica e che vuole mettere a frutto in qualità di assessora del Comune nisseno per poter raggiungere il bene comune. Sono veramente poche le donne attivamente impegnate in politica e questodipende da molti fattori tra cui, secondo Ilaria Insisa, spicca il pregiudizio che relega il “gentil sesso” agli affari domestici e all’assistenzialismo familiare. Una madre attenta ai bisogni dei propri figli non subisce un’automatica castrazione della propria vita sociale e professionale. “Ho sempre lavorato e mi sono lasciata supportare dalle baby sitter. I miei figli sono cresciuti dando un valore diverso e più prezioso di quello che comunemente si conferisce al genere femminile. La donna è un individuo e in quanto tale può scegliersilo stile di vita e il futuro che desidera. Talvolta, però, la prima forma di soffocamento arriva proprio all’interno della famiglia di origine”. Se nel 2016 stiamo ancora a parlare di pari opportunità e discriminazione sociale, secondo Ilaria Insisa, è anche colpa di tutte quelle donne che, tra le mura domestiche, non combattono per seguire le loro passioni e ispirazioni e, peggio ancora, allevano i propri figli in modo differente. Per l’assessora non serve guardare le statistiche nazionali per rendersi conto che ciò avviene già dal bozzolo familiare. “Alle figlie – ha commentato - viene insegnato come svolgere al meglio le faccende domestiche mentre si garantisce una maggiore tolleranza ai maschi. Differenze che proseguono anche nell’ambito della formazione quando si spronano questi ultimi verso le materie scientifiche e si suggeriscono alle femmine studi umanistici. Attorno a noi c’è un quadro ancora desolante che dob-

Il Comune deve essere gestito come una grande e produttiva azienda. Prende ad esempio imprenditori illuminati come Olivetti e Cuccinelli.

biamo combattere per il bene di tutta la comunità, non soltanto per il genere femminile”. Non si può negare, purtroppo, che la società non aiuta quelle persone che vogliono rifiutare questo sistema. L’assenza di servizi di supporto dedicati all’infanzia, come ad esempio i nidi accolti in aziende pubbliche o private, impediscono alle donne di spiccare il volo, un problema che si accentua per chi non ha la possibilità di affidare i figli ai nonni o non guadagna abbastanza per pagare una baby sitter”. Questa visione moderna ed egualitaria della donna, che deve essere innanzi tutto promotrice dei propri diritti, racconta molto della nuova inquilina di Palazzo del Carmine. Per Ilaria Insisa il lavoro nelle multinazionali è sempre stato affiancato da una fervente condivisione di valori che in politica sono identificati come “di sinistra”. Non si tratta di un controsenso ma, al contrario, della capacità di saper coniugare l’innovazione alla realtà attuale e al vissuto storico di un territorio. Solo capendo quali sono le eccellenze locali e la vocazione di una città si può lavorare per migliorare la qualità della vita di tutti. L’innovazione, per l’assessora nissena, va incentivata e il Comune deve essere gestito come una grande azienda i cui conti devono bilanciare attivo e passivo. I principi cardine del Pd, partito con il quale si

identifica Ilaria Insisa, sono da considerarsi come un vessillo ideologicoche funge da timone nella nave che porta verso la crescita economica e culturale. “Prendo come esempio - ha sottolineato - imprenditori illuminati come Olivetti e Cuccinelli”. Si tratta di imprese dirette da uomini generosi che non hanno considerato i dipendenti come numeri bensì come persone da valorizzare, aziende capaci di incentivare chi ogni giorno contribuiva alla crescita produttiva. Allo stesso modo l’assessora intende gestire gli uffici e le deleghe che le sono state affidate. “Il Comune non eroga posti di lavoro ma crea condizioni affinché si possano realizzare progetti, opere e autoimprenditorialità”. E questo si può fare soltanto “preoccupandosi” di tutti i cittadini utenti, vale a dire “occupandosi in anticipo” di problemi quali lo spopolamento urbano, la questione dell’immigrazione, l’utilizzo di fondi europei, la filiera agroalimentare e la valorizzazione della biodiversità. La soluzione, in apparenza banale ma non sempre facile da realizzare, è sempre quella di uscire dal guscio, creare una rete capace di mettere in sinergia risorse, competenze personali e idee innovative. Realizzare, insomma, quel sistema virtuoso che riesce a mantenere in equilibrio tutto il territorio e a fissare sempre nuovi e più emozionanti obiettivi.


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Caltanissetta: Zona IndustrIale

san CatalDO: vIa MIMIanI, 148

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Cultura in città

Sicilia Dunque Penso

“Cittadini che condividono una libera passione per la cultura nelle sue diverse espressioni”

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el mese di ottobre si è svolto a Caltanissetta, per il terzo anno consecutivo, Sicilia dunque penso, festival della cultura, della letteratura, delle arti, che propone ogni anno alla città incontri con autori, dibattiti, letture ad alta voce, mostre di pittura e fotografia, spettacoli teatrali e musicali. La manifestazione è organizzata dal comitato Librariamente, che riunisce un gruppo di cittadini che condividono una libera passione per la cultura nelle sue diverse espressioni. Ne parliamo con alcuni componenti del comitato. “Come è nata l’idea che sta alla base di questo progetto?” “ Mi piace raccontare” dice Marcella Natale” come è nata l’idea. Parlavamo spesso di letteratura, e un giorno ci siamo chiesti, anche sulla spinta delle aspettative di cambiamento legate alla nuova giunta Ruvolo, appena eletta, nel giugno del 2014: perché non organizzare a Caltanissetta un evento culturale, sul modello dei festival della letteratura che si tengono in varie città d’Italia? Perché non costruire a Caltanissetta, nei luoghi del centro storico, un evento di portata regionale, che possa promuovere la città e renderla centro di attrazione anche turistico, attraverso un’offerta culturale diversificata? Ci interessava contrastare l’idea molto diffusa, negli ultimi anni di crisi economica e di spending review, della cultura come voce passiva di spesa e proporla come risorsa che potesse mettere in moto altre energie, e avere una ricaduta positiva per la città, sia in termini economici sia di immagine.” “Ma che senso ha, oggi, organizzare un festival della cultura, un singolo evento, concluso il quale, alla città resta poco o niente?”. “Una bella sfida era per noi” risponde Milena Avenia “stuzzicare l’immobilismo della nostra sonnolenta città e offrire nuove prospettive, fare emergere nuove realtà. Naturalmen-

te un sogno è un sogno, e per realizzarsi deve diventare un progetto, una proposta concreta. E allora ci si scontra con i problemi economici, organizzativi e la scarsa propensione sia del pubblico che del privato ad investire sulla cultura. Tra mille difficoltà comunque, per il terzo anno siamo riusciti ad organizzare l’evento con la cura e la dedizione di artigiani della cultura. Sicilia dunque penso è un cantiere culturale, sempre in movimento. Nel corso di questi tre anni, molti sono stati i cambiamenti rispetto all’idea iniziale. Cambiamenti orientati ad un maggiore radicamento della manifestazione nel territorio, nel senso della promozione della cultura e della lettura in tutti gli strati della popolazione, con una attenzione particolare ai giovani e alle realtà associative del territorio.” “In prospettiva” aggiunge Ernesta Musca”ci proponiamo di organizzare, per tutto l’anno, piccoli eventi culturali e laboratori di lettura e di arte, per arrivare poi ad una manifestazione che animi le vie del centro storico e che coinvolga una pluralità di soggetti.” L’edizione 2016 ha presentato tre importanti novità: il partenariato con la libreria Ubik, gestita in ma-

niera innovativa dalle due giovani Liana Lenge e Nadia Lo Santo, la collaborazione con l’associazione Fotonauti e la partecipazione degli insegnanti e degli studenti degli istituti superiori. “La nostra libreria” dicono le due titolari della Ubik “non vuole essere solo un luogo dove si vendono i libri, ma un punto d’incontro per chiunque abbia curiosità e voglia di cercare parole adatte a sé. Insieme al comitato Librariamente, autofinanziandoci, ci siamo dedicati a questa edizione di Sicilia dunque penso con passione e divertimento”. Aggiunge Danilo Riccobene, dell’associazione Fotonauti “Abbiamo partecipato con una mostra fotografica collettiva dal titolo La libertà … diverse visioni di uno stesso concetto a cui hanno preso parte Donatella Frangiamone, Edmondo Iannello, Filippo Palermo, Salvatore Alu’, Gianluca Montalba-

Massimo Onofri e il post che non ti aspetti

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opo il suo brillante intervento a Sicilia dunque penso, il 4 novembre, in cui ha presentato il suo ultimo libro “Passaggio in Sicilia” Massimo Onofri, professore ordinario di letteratura italiana contemporanea all’Università di Sassari, esperto di letteratura siciliana, critico e scrittore, intellettuale poliedrico, che collabora con L’indice dei libri del mese, coi quotidiani Avvenire e La Stampa, scrive su Facebook questo post che riportiamo integralmente. Dentro una notte insolitamente calda per Caltanissetta in novembre, me ne sto a fumare il mio antico toscano su un delizioso balconcino che si affaccia su Corso Vittorio Emanuele II, nell’elegantissimo Bed & Breakfast I Ciucini. Una bellissima presentazione stasera, con Marcella Natale, Filippo Martorana e, ovviamente, l’inseparabile Nino De Vita: tanta gente e molto divertimento. Poi cena deliziosa al ristorante Sale e Pepe: terrina di burrata e gamberi rossi di Mazara, risotto alla cernia con pesto di finocchietto, annaffiati da eccellente Grillo di Cusumano. Me lo chiedo: ma davvero, come scriveva Brancati negli anni ’30, che insegnò nell’Istituto Magistrale, la littorina, che vola da Catania a Palermo, abbandona qui il senso del comico, consegnandosi alle sottigliezze d’una intelligenza causidica, quella dell’agrigentino Pirandello, o di Gentile di

Castelvetrano, estinguendosi del tutto la capacità di sorridere? Devo dire la verità: nessun greve sentimento del vivere, oggi, si sente in una Caltanissetta ordinata e civile, su cui è aleggiato il sacro spirito di quel Leonardo Sciascia, che qui visse alcune cruciali stagioni della sua giovinezza e della sua bella maturità. Anche quella tristezza di città povera, che ho sempre avvertito nella malinconia di certi suoi Palazzi scrostati del centro, mi sembra stasera in qualche modo fugata. Siamo in Sicilia, certo: ma senza nessuna concitazione, nessuna iperbole.

no, Simona Castellano, Davide Recupido, Danilo Riccobene, Michele Ginevra e Luca Buccoleri. Per i Fotonauti la fotografia è come scrivere un libro, solo che al posto della penna, usiamo i nostri occhi e le nostre macchine fotografiche.” La locandina, il logo, la grafica e i disegni sono stati realizzati, sin dalla prima edizione, dall’artista Stefano Caruano, che quest’anno ha allestito la mostra Librando “nella quale continua a indagare il suo mondo creativo attraverso un modo di rappresentare che prende avvio dal sogno, che, con un esercizio immaginario, si esprime creando immagini surreali, ricche di colore e di fantasia” come scrive Franco Spena in una recensione. In questi tre anni numerosi sono stati gli ospiti: Gaetano Basile, Gaetano Savatteri, Martino Zummo, Melo Minnella, Giuseppe Leone, Emanuele Lo Cascio, Antonio Cappadonia, Luigi Romana, Sergio Colalucci, Ugo Rosa, Salvatore Nicosia, Silvana Grasso, Carmelo Nigrelli, Marina Castiglione, Pietrangelo Buttafuoco,

Salvo Piparo, Salvatore Falzone, Enzo Russo, Mario Incudine, Lorenzo Guzzardi, Roberta Comin, Enrico De Cristoforo, Giuseppe Di Fazio, Antonio Fraschilla, Salvatore Ferlita, Fernando Asaro, Stefano Luciani, Enrico Del Mercato, Gabriella Tomai, Edoardo Montenegro, Massimo Maugeri, Franco Battiato, Fabio Stassi, Antonio Vitellaro, Luigi Santagati, Rosaria Sfragara, Margherita Carbonaro, Giuseppe Barbera, Evelina Santangelo, Eleonora Bordonaro, Giovanni Guardiano, Slavo Serc, Andrea De Carlo, Luciano Del Castillo, Calogero Miccichè, Elvira Seminara, Barbara Bellomo, Roberta Fuschi, Patrizia Maltese, Graziella Priulla, Moni Ovadia e Massimo Onofri. Il comitato Librariamente è costituito da Milena Avenia, Stefano Caruano, Giorgio De Cristoforo, Salvatore Farina, Donatella Miraglia, Ernesta Musca, Marcella Natale, Pasquale Tornatore.


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L’isola che non c’era Riflessioni sull’identità siciliana

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di performances gli studentihanno dato vita ad uno spettacolo ricco ed emozionante, un momento di condivisione e unione con studenti di altre scuole, dando prova di essere

icilia dunque penso si propone come uno spazio in cui si pensa, si dialoga, per tessere, nelle trame della città, insieme a tutte le iniziative che la animano, il bisogno di una cultura condivisa. Caltanissetta può diventare un luogo di riflessione sulla contemporaneità, un punto di riferimento, per un dibattito su Sicilia e sicilitudine, attraverso la letteratura, perché da sempre l’uomo ha avvertito la necessità di raccontare e di raccontarsi. La prima edizione di Sicilia dunque penso, nell’ottobre del 2014, è stata dedicata ad una riflessione sull’identità “L’isola che non c’era. Identità siciliana e siciliani”. La Sicilia è stata sempre un centro

eventi. Ma anch’essa simbolo della contemporaneità, di una società liquida, nella quale non sappiamo più chi siamo e chi potremmo diventare. A Caltanissetta arrivano in molti. Alcuni si fermano, cercano di ricostruire un frammento di quel mondo che hanno lasciato: una macelleria, una bottega di spezie, il kebab. Altri, invece, transitano e poi vanno via. Si incrociano nelle strade, camminano accanto, e poi si allontanano. Etnie diverse, religioni e culture in contrasto, che devono convivere. L’identità siciliana deve sfumarsi, modificarsi, integrarsi e incontrarsi con le tante identità che arrivano e popolano questa piccola città. L’identità. “Un

capaci di gestire l’emozione ma di fare emozionare nello stesso tempo, di leggere e interpretare i passi delle opere scelte con passione, davanti ad un pubblico di coetanei e di docenti numeroso. La presenza dei giovani ha indubbiamente dato una marcia in più alla rassegna, ha portato una ventata di freschezza e vivacità, un fermento che ha reso tutta la manifestazione ancora più coinvolgente. In tempi in cui i giovani hanno difficoltà ad appassionarsi alla lettura, in cui sono sempre meno numerosi coloro che si recano in libreria per acquistare un romanzo a cui dedicare il loro tempo libero, preferendo l’uso dei social network e in generale della tecnologia e del cellulare, sembra veramente arduo il tentativo di coinvolgerli e catturarli, di distoglierli dai loro interessi per avvicinarli al mondo dei libri. Eppure a noi sembra chei ragazzi nisseni si siano mostrati realmente interessati a dare il meglio di sé in questa occasione, mostrando una certa confidenza e familiarità con i libri e dimenticando tutto il resto. Una risorsa preziosa quella dei giovani, che promette bene… per le prossime edizioni di Sicilia dunque penso.

di cultura, di storia, di arte, di letteratura. Una terra di incontri. Un’isola. Una terra di approdi, di sbarchi, di invasioni. Una terra nella quale molti non sono riusciti ad arrivare, ed hanno smarrito i loro sogni nel mare che li ha inghiottiti. Un’isola, in tutti i sensi. Caltanissetta. Un centro, un’isola nell’isola. Una piccola città, silenziosa, tranquilla. Lontana dai clamori della cronaca, dai grandi

prisma che cambia luce con il fluire della storia”, come recita il bellissimo titolo di una intervista a Colm Tóibín, uno dei massimi scrittori irlandesi contemporanei. Il tema di cui Sicilia dunque penso si è occupata, nel 2015, è stato”Ciò che si oppone converge“, citazione dal filosofo antico Eraclito. Perché tutto ha senso se c’è alternanza di opposti. Quello contro cui lottiamo spesso

Edizione 2016:

uno spazio per i giovani

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a terza edizione di Sicilia dunque penso si è distinta per la partecipazione davvero unica e speciale dei giovani nisseni. A differenza delle precedenti edizioni quest’anno, infatti, la rassegna ha visto il coinvolgimento di numerosi studenti degli istituti superiori della città (I.I.S. “C.M. Carafa” Mazzarino, Liceo Classico Paritario “P. Mignosi”, I.I.S.S. “S. Mottura”, I.T.C.G. “M. Rapisardi –L. da Vinci”, Liceo Classico Linguistico e Coreutico “R.Settimo”; I.I.S.“A. Di Rocco”, I.P.S.I.A. “G. Galilei”, I.I.S.S. “A. Manzoni-F. Juvara”, I.I.S.S. “L. Russo”, I.I.S.S.”A. Volta”) e dell’Istituto Carafa di Mazzarino, che hanno preso parte alla rassegnain una duplice veste: ora in qualità di spettatori agli incontri con gli autori, ora come protagonisti di perfomances letterarie, musicali e artistiche, previste per lo spazio, denominato proprio per l’occasione, “Spazio-giovani”. Gli studenti, guidati e accompagnati dai loro docenti, hanno assistitonelle varie giornate alla presentazione delle opere degli autoriospiti e ai loro interventi sul tema della manifestazione “Esercizi di libertà”. Andrea de Carlo, Margherita Carbonaro, Elvira Seminara, Luciano del Castillo, Barbara Bellomo, MoniOvadia, Massimo Onofri, tutti gli autori hanno avuto modo di confrontarsi e di dialogare con un pubblico di adolescenti attento e curioso, che non si è semplicemente limitato ad ascoltare ma è anche intervenuto, ponendo domande di approfondimento sui temi trattati. Con lo “Spazio –giovani” la rassegna si è poi trasformata in uno spazio prezioso, un “angolo” in cui anche i ragazzi potessero esprimersi da protagonisti su un tema complesso come quello della libertà e delle sue molteplici interpretazioni. Gli studentisi sono preparati dedicando le loro ore di lezione a leggere, selezionare, e interpretare i passi più significativi di opere letterarie e filosofiche, di testi musicali, quelli in cui meglio che in altri potessero riconoscere la loro idea di libertà. I loro docenti hanno dovuto “trascurare” gli argomenti dei programmi disciplinari e dedicarsi pazientemente ad un lavoro stimolante ma certamente faticoso e impegnativo, nella consapevolezza di lavorare per stimolare e incentivare nei loro alunni l’amore per la lettura, come fattore di formazione e di crescita personale e sociale.Dalle opere del mondo antico a quelle dei nostri giorni, dalla musica classica ai testi di Battisti…in due diverse giornate

è in noi stessi, e ogni cosa contiene sempre in sé il suo contrario. La Sicilia. Le sue dissonanze, i suoi contrasti. Le sue contraddizioni. Che dobbiamo guardare, senza paura, delle quali dobbiamo discutere.

La Sicilia è centro di cultura, di storia, di arte e di letteratura. Una terra d’incontri Perché la Sicilia, consapevole di essere erede di una grande civiltà, si riappropri del proprio ruolo, del proprio futuro, facendo i conti con tutto quello che di oscuro e di negativo ha, e si liberi soprattutto dalla cultura del vittimismo. Poichè il cambiamento, il divenire, può esistere proprio attraverso la lotta tra gli opposti, attraverso i contrasti, la Sicilia può cercare la propria identità rispecchiandosi nell’altro, in ciò che è diverso da sè. Il tema del 2016 “Esercizi di libertà”, è stato dedicato ai giovani nisseni, che hanno discusso del tema nei suoi vari aspetti, soprattutto riflettendo sulla libertà come capacità di fare scelte autonome e consapevoli. La libertà che nasce dalla conoscenza di sé, perché ogni futuro siciliano possa fare sua la scelta di una cittadinanza attiva e partecipativa. Quindi l’esercizio di libertà come esercizio di partecipazione,

per imparare ad usare la libertà, a prendere la parola, a dire la propria opinione su quello che accade, a farsi sentire. L’obiettivo della prossima edizione, che avrà come tema “Né con te né senza di te” è organizzare gli incontri nelle piazze, all’aperto, in attività che coinvolgano anche i passanti. Incontri, dibattiti, mostre, assaggi, musica. Per una comunicazione che attraversi tutta la città.


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Fatti & Territorio

di Giuseppe D’Antona

Antenna RAI

Un simbolo della città da valorizzare P

ossiamo dire che l’antenna Rai collocata sul monte Sant’Anna rappresenta un simbolo per la nostra città? Questo il primo dei quesiti con cui un nisseno si dovrebbe confrontare. Per molti l’antenna potrebbe non significare nulla e si potrebbe affermare che il simbolo è il Redentore posto su Monte San Giuliano, o che la città si identifica con le miniere e la sua storia mineraria. Certamente ciascuno di noi troverebbe una idea diversa di simbolo della città, ma certamente non si può non essere d’accordo che la storia e la memoria sono quelli che alla fine danno l’immagine moderna di un popolo e del suo territorio. La cancellazione di “simboli” del passato rischia di cancellare la memoria e l’identità di quanti abitano un territorio. Prima dell’avvento delle moderne tecnologieerano i nonni che con i loro racconti trasmettevano la memoria storica e noi, fanciulli, restavamo estasiati dai loro racconti. Oggi nell’era di Internet, tutto è più veloce, più globale ma soprattutto più condiviso. Come affrontare quindi la “questione Antenna” che RAI WAY vuole dismettere per motivi economici? Diciamo innanzitutto che sulla scia delle privatizzazioni selvagge rischiamo di cancellare la nostra storia sacrificandola in nome del Dio denaro. Ma tenendo conto che ancora oggi paghiamo un canone Rai e che la Rai opera con denaro pubblico, non è giusto e ragionevole che una scelta di tale portata venga condivisa con il territorio? Quanti vengono dalla generazione degli anni ‘50 in poi sanno bene che per i nisseni era motivo di orgoglio avere un trasmettitore RAI così imponente, alto 286 metri ,per lungo tempo la prima torre d’Europa in altezza. Quanti ricordano il piacere quasi di rivalsa che si sentiva nell’ascoltare la mattina e sera le annunziatrici che adinizio e finegiornata informavano che le trasmissioni venivano irradiate anche dalla stazione di Caltanissettada cui si trasmetteva anche un notiziario in lingua araba. La scritta Caltanissetta era su tutti i vetri graduati delle radio. Quasi un motivo di rivalsa verso una terra sfortunata che da cinquant’anni produce forza lavoro lontano dai propri confini.E quanto intenso era sentimento di chi ritornando a casa identificava l’essere arrivato con la visione del traliccio visibile già da svariati chilometri. Forse l’antenna non si può definire il solo simbolo di Caltanissetta, ma certamente è nel cuore dei nisseni e la sua dismissione sarebbe un ulteriore scippo alla sua memoria ed alla sua storia.

Collocata tra il 1949 ed il 1951, fu inaugurata in pompa magna il 18 novembre del 1951 dall’allora Ministro delle Poste e Telecomunicazioni, Giuseppe Spataro, che da pochi mesi aveva lasciato il ministero, da Cristiano Ridomi, dal suo vice Antonio Carrelli ed dal Direttore Generale della Rai Salvino Sernesi. Furono altresì presenti il presidente della Regione Siciliana Franco Restivo, il suo predecessore Giuseppe

come “La Voce del Silenzio”, l’Associazione “Città Viva”, La “Società Dante Alighieri”, i Comitati di quartiere. Venivano create svariate pagine facebook sul tema antenna, si costituiva il “Comitato Parco Antenna Rai” al quale aderivano Italia Nostra, Sicilia Antica, l’Associazione Radioamatori , la LIPU, il Gruppo Modellisti Nisseni, la “Lega Ambiente”, il WWF, Sicilia Nostra, ed altre associazione ambientaliste che

Conservare beni che posseggono memoria e ricordi è un dovere per tramandare alle nuove generazioni il passato

un forte polo di attrazione museale e naturalistica nell’area dell’antenna Rai e perciò ha messo in essere la procedura di acquisto dell’area, con il consenso della Soprintendenza BB.CC. ed AA., del Genio Civile, dell’Ispettorato delle Foreste e degli Uffici Urbanistici del Comune di Caltanissetta i quali davano parre positivo in apposita conferenza dei servizi tenutasi il 30 maggio 2014. Anche l’Amministrazione Ruvolo si è pronunciata per l’acquisto. Oggi si

sati tra gli oggetti di archeologia industriale. “L’Antenna – un sogno per domani” ha scritto Carlo Sorbetto in un suo libro. Un sogno che la Pro Loco sposa e condivide. Conservare beni che hanno prevalenza pubblica di memoria e ricordi è un dovere dei contemporanei per tramandare alle nuove generazioni il passato che li identifica nel presente. Dal presente si può costruire il futuro. Non un sogno ma il passaggio alla normalità. Per

Foto scattate dallo studio Scarlata che ritraggono l’on. Alessi e l’avv. Giuseppe Capra, Presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta, insieme a tecnici RAI nella fase iniziale della costruzione dell’Antenna sul Monte San Giuliano di Caltanissetta

Alessi, il presidente dell’Assemblea Giulio Bonfiglio. Ad impartire la benedizione il Vescovo di Caltanissetta mons. Giovanni Jacono. Da quella data l’impianto nisseno assicurò la radiodiffusione in onde lunghe, medie e corte, grazie anche ad antenne minori. L’antenna fino al 1965 mantenne il primato di altezza con i suoi 286 metri. Il costo finale dell’opero fu di 146 milioni di lire. L’impresa costruttricefu la CIFA (Compagnia Italiana Forme e Acciaio) azienda lombarda specializzata nel settore. L’impianto gestito negli ultimi anni da RAI WAY, è stato spento il 9 agosto del 2004. Dopo un periodo di relativo silenzio si è venuti a conoscenza che la RAIWAY aveva intenzione di dismettere l’impianto non più in esercizio. Legittima scelta che però ha sollevato una reazione popolare abbastanza consistente. Sono intervenute varie Associazioni che si sono in vario modo espresse nel merito,con posizioni chiare di contrarietà all’abbattimento dell’antenna,

scendevano in campo per la difesa dell’antenna e dell’area circostante di circa 16 ettari che, incontaminata, ha tutte le caratteristiche per essere adibita a parco urbano al servizio del territorio nisseno e non solo. La Pro Loco di Caltanissetta ha sollevato il problema già durante la sindacatura Campisi, il quale dopo le iniziali perplessità, ha sposato l’idea di creare

è in attesa che il Consiglio Comunale approvi la Delibera di Variante n° 43 del 28marzo 2014 predisposta dall’Assessore Andrea Milazzoaffinchè, intanto, sia definitivamente scongiurata la dismissione dell’antenna. Successivamente ognuno potrà suggerire quale destino dare a quell’area , all’antenna ed alla vecchia stazione radio che è ancora integra e con gli strumenti ormai pas-

far ciò basta guardarsi indietro e non ripetere l’errore di avere cancellato la memoria della presenza dei Moncada a Caltanissetta, delle miniere di zolfo, (chiuse in modo irreversibile), dell’area del Parco Testasecca, già rivendicato parco cittadino dei nisseni negli anni settanta. Concretizziamo il sogno e manteniamo la nostra storia e quindi l’Antenna.


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Economia & Società

di Marcello Curatolo

La diseguaglianza I

ricchi diventano sempre più ricchi, i paradisi fiscali continuano a godere di buona salute e le disuguaglianze si accentuano ancora di più in tutto il mondo. Le conseguenze della crisi economica e finanziaria si sentono quotidianamente sulla pelle del 99% della popolazione ma gli studi realizzati da istituti bancari e organizzazioni non governative ci dicono che la crisi non colpisce chi è all’apice della piramide della ricchezza. La crescita delle disuguaglianze alimenta le tensioni sociali e incrina la fiducia nei sistemi politici nati dopo la Seconda guerra mondiale. Non è un bel segnale! Anzi, è un sintomo da non sottovalutare come invece è stato fatto finora con grande irresponsabilità. Lo scorso ottobre la consueta analisi del Credit Suisse sulla ricchezza ha evidenziato come l’1% degli individui più ricchi della terra possieda il 48,9% della ricchezza del globo. Dopo essere scesa al 44,2% nel 2009, la fetta di patrimonio posseduta dai super-ricchi è costantemente salita negli anni della crisi fino a raggiungere quasi il 50%. Un rapporto dell’organizzazione non governativa Oxfam diffuso a gennaio di quest’anno ha fotografato con più efficacia la situazione attuale. Nel 2015 62 individui possedevano da soli la ricchezza di 3,5 miliardi di persone, metà della popolazione più povera mondiale. Nel 2010 gli individui che controllavano una ricchezza equivalente a quella posseduta dalla metà più povera del continente erano molti di più:388. La concentrazione, dunque, procede a un ritmo continuo. In cinque anni (dal 2010 al 2015) la ricchezza dei 62 individui più ricchi del mondo è aumentata del 44% raggiungendo la cifra complessiva di 1.760 miliardi di dollari. Nello stesso tempo le ricchezze della metà più povera della popolazione sono crollate del 41%. La forbice si allarga con tutte le conseguenze negative che possiamo immaginare. Il trend è inequivocabilmente in atto ed è stato analizzato e descritto magistralmente dall’economista francese Thomas Piketty nel suo best seller “IL CAPITALE NEL XXI SECOLO”. Il livello di disuguaglianza scrive Piketty – ha raggiunto quello esistente durante la Belle Epoque, un periodo che ha preceduto una delle epoche più tragiche della storia dell’umanità. I nomi degli uomini più ricchi del mondo compaiono ogni anno nella classifica dei miliardi della rivista americana Forbes: Bill Gates con i suoi 75 miliardi di dollari di patrimonio, Marck Zuckerberg, titolare di una ricchezza di 44,6 miliardi di dollari aprono il gruppo dell’1% dell’élite globale, sempre in buona salute nonostante la crisi. Con il suo libro l’economista francese è diventato un fenomeno planetario perché rivela i segreti della disuguaglianza. Il capitale cresce più rapidamente dell’economia reale, quindi i ricchi lo diventeranno sempre più. Piketty è interessante per due ragioni: le sue idee e la sua improvvisa popolarità che rivela come la sua analisi abbia risposto a una domanda di senso inespressa, ma percepibile in un momento in cui non ci sono più ideologie e neppure , forse, molte idee. Nel suo libro Piketty parte da Karl Marx e dalla sua tesi che il capitale si accu-

mula all’infinito, ma con rendimenti decrescenti, cosa che porta a conflitti tra capitalisti sempre in cerca di nuove opportunità. Se i rendimenti del capitale però sono comunque maggiori della crescita dell’economia reale, i ricchi diventeranno sempre più ricchi e la disuguaglianza aumenterà: il rapporto tra capitale e redditi crescerà da meno di 4,5 del 2010 e 6,5 nel 2100. Per tradurre i numeri: le nostre economie occidentali non si stanno evolvendo in direzione di una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la redistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Jane Austen e Balzac in cui non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio! Perché la ricchezza non si accumula, si eredita. E questo non succede (sol-

tanto) perché l’economia occidentale è trainata da tanti avidi, ma anche per profitti a spese della classe media. La dinamica interna dell’economia: se il capitale (Piketty usa capital come sinonimo di wealth, cioè patrimonio, ricchezza) cresce sempre più in fretta dell’economia reale, visto che i ricchi hanno molta più ricchezza della classe media le cui sorti dipendono dai redditi, i ricchi diventeranno sempre più ricchi. Gli attuali superstipendi dei top manager americani e non solo sono l’equivalente dei latifondi ricevuti in dono dai sovrani nelle economie fondali, cioè la premessa e crescente disuguaglianza tra chi ha e chi non ha (e non potrà mai avere). Piketty sostiene, forte di analisi quantitative e storiche, che non è stato il progresso a ridurre la disuguaglianza, ma la Seconda guerra mondiale. Soltanto eventi traumatici come una guerra possono bilanciare l’effetto di una tensione profonda dell’economia. Piketty ha cambiato la scienza economica, di sicuro è arrivato al momento giusto: dopo anni di crisi, in tutto il mondo gli economisti tirano un sospiro di sollievo. Finalmente c’è una nuova narrazione che spiega cosa sta succedendo. I ricchi che si arricchisco-

Globale no, i politici che non fanno abbastanza politiche re-distributive, gli imprenditori che non investono nell’economia reale, le banche che non prestano. Già dai tempi di Adam Smith l’economia come disciplina e gli economisti come studiosi si sono adoperati per capire perché alcuni popoli e comunità sono più ricchi di altri e riescono a produrre più reddito. La distribuzione di queste ricchezze e di questi redditi è stata ed è oggetto dell’economia, ma forse non vi si pone altrettanta enfasi quanto la comprensione dei fattori dietro il loro accrescimento. Ci si focalizza di più su come aumentare la dimensione della torta meno su come dividerla. Nell’opinione pubblica e nel dibattito politico l’ordine delle priorità è rovesciato. Si presta un’attenzione spesso esclusiva alla ripartizione della torta e si ignora il problema di come accrescerla così che la fetta di ciascuno possa diventare più grande. Paradossalmen-

te l’enfasi sulla divisione diventa più forte quando la torta è piccola o si è rimpicciolita e quindi proprio quando maggiore sarebbe il vantaggio dall’accrescerne la dimensione. Questo spiega il successo del libro di Thomas Piketty. Una ragione è forse che il bisogno di equità diventa più impellente quando la torta è piccola e quindi la

fetta che spetta al più povero è così sottile da rasentare la trasparenza. Un’altra che mentre è facile inventare strumenti per re-

distribuire l’esistente, è molto più difficile dire cosa fare per accrescere la torta. Gli strumenti per redistribuire sono già accessibili e operativi: si chiamano tasse e trasferimenti. Gli effetti del loro uso possono essere immediatamente osservabili. Intensificare l’uso di questi strumenti non è automatico. Chi perde – i ricchi –hanno rappresentanza politica e influenza. Chi guadagna ne ha meno, ma ha più voti dalla sua parte e può trovare a dargli retta chi ambisce al Parlamento. L’esito delle due pressioni non è scontato. Gli strumenti per accrescere ricchezza e produzione sono produttività, innovazione, e sforzo. Ma mentre li sappiamo elencare non sappiamo bene come attivarli in modo prevedibile; è ragionevole che diano risultati ma i tempi sono incerti. Il che li rende poco adatti a usarli se chi ha oggi una piccola fetta di torta deve attendere troppo per averne una maggiore.

Istat, il 28,7% degli italiani è a rischio povertà

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el 2015 si stima che il 28,7% delle persone residenti in Italia sia a rischio di poverta’ o esclusione sociale ovvero, secondo la definizione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020, si trovano almeno in una delle seguenti condizioni: rischio di poverta’, grave deprivazione materiale, bassa intensita’ di lavoro. E’ quanto si legge nel rapporto dell’Istat su condizioni di vita e reddito. La quota e’ sostanzialmente stabile rispetto al 2014 (era al 28,3%) a sintesi di un aumento degli individui a rischio di poverta’ (dal 19,4% a 19,9%) e del calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensita’ lavorativa (da 12,1% a 11,7%); resta invece invariata la stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%). Il 20% piu’ povero degli italiani percepisce solo il 7,7% del reddito equivalente totale, percentuale che scende al 6,7% se non si considerano gli affitti figurativi. E’ quanto si apprende dal rapporto dell’Istat su condizioni di vita e reddito. Il quinto piu’ ricco degli italiani ha invece in mano il 37,3% della ricchezza totale, il 39,3% senza gli affitti figurativi. Il reddito delle famiglie piu’ benestanti e’ quindi pari a ben 5,9 volte quello delle famiglie appartenenti al primo quinto. Nel periodo 2009-2014, la contrazione di reddito in termini reali e’ stata molto piu’ forte per le famiglie del primo quinto della distribuzione, il cui reddito equivalente medio, inclusivo degli affitti figurativi, e’ diminuito del 13%, a fronte di una riduzione media del 9,0%. Ne e’ seguito un aumento della disuguaglianza, con il reddito delle famiglie piu’ ricche passato da 4,6 a 4,9 volte il reddito delle famiglie piu’ povere. In Italia la diseguaglianza tra redditi e tra le maggiori in Europa. Lo segnala l’Istat nel suo rapporto su condizioni di vita e reddito. “Una delle misure principali utilizzate nel contesto europeo per valutare la disuguaglianza tra i redditi degli individui e’ l’indice di Gini. In Italia esso assume un valore pari a 0,324, sopra la media europea di 0,310, ma stabile rispetto all’anno precedente”, si legge nel rapporto, “nella graduatoria dei Paesi dell’Ue l’Italia occupa la sedicesima posizione assieme al Regno Unito”. Distribuzioni del reddito piu’ diseguali rispetto all’Italia si rilevano in altri Paesi dell’area mediterranea quali Cipro (0,336), Portogallo (0,340), Grecia (0,342) e Spagna (0,346). Il campo di variazione dell’indice e’ molto ampio: dai valori piu’ alti di Lituania (0,379) e Romania (0,374) dove la distribuzione dei redditi e’ fortemente diseguale, a quelli piu’ bassi di Slovenia (0,236) e Slovacchia (0,237), che invece hanno distribuzioni del reddito piu’ eque In Italia l’indice di Gini e’ piu’ elevato nel Sud e nelle Isole (0,334) rispetto al Centro (0,311) e al Nord (0,293)


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di Donatello Polizzi

centri commerciali sono stati definiti «le nuove cattedrali del nostro tempo», poiché, soprattutto durante il fine settimana, ospitano migliaia di persone e secondo una recente ricerca sono diventati una mèta per tre italiani su quattro: luoghi per acquisti divenuti progressivamente anche punti di socializzazione. Tempi che cambiano, abitudini che si modificano e realtà che si osservano, con occhio attento e competente, da parte di chi è preposto alla gestione di queste realtà. Calogero Sanfilippo, direttore de “Le Vigne” a Castrofilippo e de “Il Casale” a San Cataldo, ci accompagna alla scoperta della nuova “forma mentis” che guida i clienti. In questo periodo, quello natalizio, acquisti, regali, saldi, trasformano i centri in grandi piazze.“Una delle caratteristiche che rende unico il Natale è la magia che l’accompagna: è rimasta intatta nel tempo, nonostante l’avvento di nuove forme di comunicazione che hanno inciso su alcune abitudini connesse al Natale ma non hanno per nulla modificato le sensazioni, le atmosfere e le riflessioni più intime

alto tasso di disoccupazione che colpisce in particolar modo i giovani. Ecco che qualsiasi investimento idoneo a creare posti di lavoro rappresenta una straordinaria opportunità di riscatto. Dalle nostre parti esiste la strana abitudine di comunicare poco, e spesso molto male, ciò che quotidianamente facciamo, come se l’unico modo per essere ascoltati sia quello di aggiungere un velo di tristezza, di vittimismo, in ciò che cerchiamo di raccontare. Questa tendenza è da capovolgere totalmente perché bisogna avere il coraggio di chiedere ed ottenere ascolto grazie alla rappresentazione reale, ottimistica, appassionata di ciò che facciamo: il nostro tempo, è un ponte meraviglioso verso il nostro futuro, verso la realizzazione dei nostri sogni. Una società che non presta ascolto alle tantissime storie a lieto fine che si vivono anche nel nostro territorio, è destinata a rimanere piegata su se stessa. Anche all’interno delle nostre strutture ci sono tantissime storie belle da raccontare, di giovani entrati in contatto con catene internazionali o aziende locali che hanno potuto aumentare le proprie

è che l’argomento non esiste. Ritengo questo tipo di argomenti figli di una mentalità da cambiare che guarda al passato e che rinuncia ad analizzare il presente con lo sguardo rivolto al futuro. Davvero si può perder tempo a parlare di contrapposizione tra centri commerciali e centri storici in un mondo in cui le sfide, per chi si occupa di retail e di commercio, sono completamente diverse? Il mondo sta cambiando velocemente: oggi le prime 5 aziende del mondo per capitalizzazione sono Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon e Facebook e la vendita di prodotti su Internet aumenta a ritmi costanti. Bisogna più seriamente, condividere le proprie idee, le proprie esperienze, affinchè, tutti insieme, si possa garantire alla clientela quella “shopping experience” che può essere l’arma più incisiva da usare contro altre forme di com-

regalata alla clientela, e non motivo di preoccupazione o di perdita di clienti. Ecco quindi che ogni discussione relativa alla contrapposizione tra centri storici e centri commerciali, in un mondo in cui il concetto di concorrenza ha assunto dimensioni immense e globali, non ha senso. In tutto ciò sono fondamentali le attività di MKTG e di intrattenimento regalate alle famiglie che si dedicano allo shopping poiché ci aiutano ad affermare il concetto secondo il quale la leva del prezzo non può e non deve rappresentare l’unica motivazione all’acquisto nell’ambito di un

sempre a testa alta, consapevoli di avere l’opportunità di gestire una struttura di grande livello, unica nel suo genere in tutta la provincia di Caltanissetta e capace, come nessun’altra, di regalare alla clientela eventi, manifestazioni gratuite, servizi ed opportunità di shopping davvero uniche. Negli ultimi mesi abbiamo inaugurato delle promozioni dedicate all’intera famiglia e caratterizzate da una percentuale di sconto minima garantita all’interno di tutti i negozi del centro

Centri commerciali

tra shopping e socializzazione che ognuno di noi ricollega a questa splendida festività. In tale contesto è chiaro che il modo di festeggiare tale ricorrenza all’interno dei centri commerciali non può non collegarsi alla famiglia ed in particolar modo ai più piccoli. Anche quest’anno vivremo quindi un natale “a misura di bambino”, con la presenza delle mascotte ufficiali di Peppa Pig (18 dicembre) e di Masha e Orso (22 dicembre) oltre ad una serie di attività svolte in collaborazione con il territorio grazie alle quali verranno proposte attività teatrali, con le fiabe di Cenerentola e del Piccolo Principe, oltre all’intrattenimento comico garantito dal nostro staff di animazione”. Flussi consistenti di clienti che si ‘interfacciano’ quotidianamente con chi nei centri lavora: una mole enorme di esperienza che forma tanti giovani che operano nei negozi. “Oggi il periodo è caratterizzato, soprattutto dalle nostre parti, da un

competenze, crescere in professionalità e, spesso, creare una nuova famiglia: c’è un messaggio di speranza. Per alcuni il centro commerciale è stato un luogo di passaggio verso altre mete, per altri continua ad essere il luogo da cui ricavare i mezzi per mantenere la propria famiglia magari sognando di mettersi in proprio, di creare la propria azienda o di ottenere una avanzamento di carriera. In ogni caso siamo orgogliosi si aver contribuito, in qualche modo, a migliorare la vita di questi ragazzi”. I centri Commerciali da alcuni però sono visti in antitesi con altre realtà commerciali del territorio, in particolar modo con riferimento ai centri storici. Un ragionamento che però si propone sempre come antitesi, forse si dovrebbe o potrebbe iniziare ad interloquire in termini di integrazione e collaborazione. “Sul tema ho avuto modo di partecipare in passato a vari dibattiti. La mia conclusione

mercio. L’organizzazione di Centri Storici capaci di attrarre la clientela e di offrire alla clientela un servizio adeguato è qualcosa che mi sento di auspicare con grande convinzione. Il cliente ha bisogno di riscoprire ogni giorno la bellezza del rapporto umano con il proprio consulente di vendita, di sentire ed apprezzare gli odori del negozio in cui si reca, di toccare con mano ciò che si appresta a comprare. Chiunque si occupi di commercio oggi ha questo grande compito, vigilare affinchè all’interno di ogni attività commerciale ci siano tutti gli ingredienti per regalare al cliente “l’esperienza di acquisto” che merita e che non potrà mai avere davanti ad un pc. In questa sfida, centri commerciali e centri storici sono alleati con un futuro da difendere e da creare, in cui lo sviluppo delle nuove tecnologie ed il commercio online devono diventare elementi ulteriori di una straordinaria esperienza di acquisto

Calogero Sanfilippo, direttore de “Le Vigne” e de “Il Casale”, racconta l’evoluzione e l’integrazione con il territorio dei centri commerciali contesto di fiducia e di vera gratificazione del cliente che può fare davvero la differenza a nostro favore”. Ci dirigiamo verso la territorialità ‘nostrana’, verso “il Casale” a San Cataldo che ormai da più di sei anni è entrato a far parte delle nostre abitudini, del nostro orizzonte. “Sono stati anni intensi in cui abbiamo attraversato la crisi economica vivendone ovviamente anche le ripercussioni più negative. Ma siamo andati avanti

aderenti alla iniziativa ed in specifici giorni della settimana. Durante il mese di novembre abbiamo regalato ai clienti Buoni shopping per un valore complessivo di circa 25.000,00 euro. Tutto ciò rappresenta una parte importante di quella “esperienza di acquisto” che, unitamente a tanti altri elementi sui quali continueremo a lavorare, evidenzia il nostro elemento distintivo, la ragione per la quale la clientela deve continuare a gratificarci della propria presenza”.


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Giuseppe e Gaetano

Camilleri Padre e figlio uniti da un unico amore: la fotografia

rico mostrandoci la sua “c a m pagnola”, una macchina fotografica p or t at i le degli anni 40 la cui innovazione era il banco ottico e che ammaliava per il suo flash al

di Annalisa Giunta

mondo della fotografia che oggi non tutti conoscono”. Gaetano Camilleri lo si può definire come un fotografo legato alle tradizioni e alla pellicola, uno tra gli ultimi in città a passare al digitale. “Sino a che c’è stata la possibilità di reperire pellicole – ci racconta - ho proseguito con il vecchio mondo della fotografia, nel 2008 il passaggio obbligatorio al digitale. È stata dura adeguarsi al cambiamento. Il mio amore per la fotografia è stato da sempre legato alla pellicola che per quel che se ne dica ha il suo fascino con tutto quello che comporta”. “Lavorare su pellicola – aggiunge – rispetto che sul digitale necessita ovviamente di preparazione, mentre con il negativo non c’è nessun

Camilleri – grazie al digitale si assiste alla diffusione di photografers, così come si nominano, che in lungo e largo allestiscono esposizioni e mostre. Per certi versi ci può anche stare, lungi da me criticare, però come tutti gli eccessi ciò sta comportando un dilagare di appassionati per la fotografia che dall’altro lato hanno solo una minima cognizione di quello che è questo mondo. Mentre negli anni ’80 con la pellicola il mondo della fotografia era inavvicinabile per l’aspetto economico, un hobby dedicato alla classe dei professionisti alcuni dei quali si dilettavano anche a svolgere la professione abusiva oggi con il digitale il problema è riaffiorato. Se infatti grazie alle macchine digitali oggi si ottengono delle buone fotografie con un risultato

riscontro immediato per valutare il risultato frutto dell’ingegno e delle conoscenze acquisite, con il digitale sì. Aver lavorato in maniera artigianale, aver acquisto conoscenze e competenze nei decenni ha sicuramente un risvolto positivo nel lavoro svolto oggi con le nuove tecnologie”. “Oggi – dichiara

molto vicino, almeno a occhio nudo, a chi utilizza attrezzature professionali e chiunque può fare delle buone foto dall’altro questo settore ha subito e sta subendo una batosta. Ci si accontenta del fai da te e inoltre in molte famiglie i bambini non hanno album o foto stampate se non incamerate in hard

U

na vita trascorsa tra rullini, macchine fotografiche e camere oscure: è il fotografo nisseno Gaetano Camilleri. Figlio d’arte ha ereditato lo studio fotografico dal padre Giuseppe - meglio noto in città come Pino - avviato nel settembre del 1940. Settantasei anni di attività durante i quali padre e figlio hanno immortalato con i loro scatti la città, i suoi cambiamenti, gli avvenimenti più importanti, i volti e i momenti più belli dei nisseni. “Due anni prima di aprire la sua attività a soli 18 anni, in piena guerra, mio padre si trasferì a Milano da uno zio fotografo – ci racconta con orgoglio Gaetano Camilleri – dove ha appreso i segreti del mestiere per poi rientrare nel 1940 a Caltanissetta ed aprire la sua attività. Studio fotografico nel 2010, con l’allora amministrazione Messana, riconosciuto a pieno titolo nella categoria delle botteghe storiche per aver svolto per oltre cinquant’anni l’attività nella stessa ubicazione”. Scatti immortalati durante i primi anni dell’attività del padre, specchio del periodo fascista che il Pese stava attraversando, custoditi gelosamente dal figlio Gaetano e alcuni dei quali esposti nello studio . “Mi ritengo fortunato – prosegue – perché sin da piccolo ho respirato quest’aria e perché ho potuto conoscere da vicino il mondo del laboratorio fotografico. Quasi nessuno oggi e a maggior ragione i giovani, infatti, conoscono il fascino della camera oscura, del laboratorio, l’entusiasmo nel vedere affiorare l’immagine da un foglio bianco”. “È un mondo che purtroppo non tornerà mai più” aggiunge con ramma-

Banco Ottico in legno del 1938. In alto Giuseppe Camilleri alla cronoscalate di Monte Pellegrino. A destra, davanti lo storico studio in Corso Umberto In alto a destra, il fotografo Gaetano Camilleri

magnesio. Macchina che per essere utilizzata e per ottenere dei risultati soddisfacenti richiedeva una certa maestria. “Mi sono avvicinato – afferma il fotografo nisseno – al mondo della fotografia a soli dodici anni con mio padre, attaccato ai suoi pantaloni. Per una serie di situazioni legate alla perdita prematura di mia madre a soli 42 anni e alle condizioni di salute precarie di mio padre cardiopatico gioco forza, nonostante proseguissi gli studi per il diploma, mi sono dovuto mettere subito all’opera. Trascorrevamo 8-10 ore nella camera oscura a lavorare fianco a fianco e nonostante qualche scontro, dovuto a una visione diversa legata a due generazioni differenti, abbiamo instaurato sempre un rapporto costruttivo. Eravamo molto uniti e anche lui nonostante la mancanza importante di mia madre si sentiva al sicuro con me e le mie due sorelle. Grazie a mio padre, che è stato un maestro di vita oltre che di lavoro, ho potuto apprendere i trucchi del mestiere e conoscere da vicino aspetti di questa professione e del

disk ”. Gaetano Camilleri nonostante sia uno dei fotografi più rinomati in città per una questione caratteriale non si è mai esposto allestendo mostre personali pur avendo preso parte ad avvenimenti importanti quali la visita a Caltanissetta di recente del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e in passato del presedente Francesco Cossiga, del giudice Giovanni Falcone, del Presidente Oscar Luigi Scalfaro e del papa Giovanni Paolo II grazie all’incarico affidatogli dal vescovo Mons. Alfredo Maria Garsia. “Scatti quelli durante la visita del Papa e delle fasi di preparazione in città che furono inviati al Vaticano - ricorda con nostalgia – che testimoniano quell’importante avvenimento per Caltanissetta. Per me è stata un’esperienza di vita indimenticabile che mi ha dato la possibilità di stare a pochi passi da un grande uomo oltre che vedere le mie fotografie assieme a quelle di Arturo Mari, fotografo del Vaticano, in una pubblicazione di Paruzzo”. Sull’uso smodato del Photoshop e dei programmi per i ritocchi delle fotografie afferma: “io sono contrario all’utilizzo di questi programmi e ne faccio un uso limitato. Quello che riesco a fare è nella fase di esecuzione dello scatto, non voglio alterare l’immagine. Mi piacciono le foto naturali, cerco di rubare l’attimo e per essere ancora più creativo ed essere invogliato ancora di più nel mio lavoro mantengo il monitor staccato della macchina digitale. Mi piace fare lo scatto, averlo in mente, strutturarlo e vederlo quando arrivo in studio. So di andare in controtendenza per questo modo di lavorare e per non aver ancora un sito ma ciò allo stesso tempo suscita interesse da parte della gente che mi viene a trovare direttamente allo studio”. A chi vuole accostarsi alla professione di fotografo consiglia “le basi in ogni professione sono fondamentali. Occorre avvicinarsi con umiltà a questo mestiere che se fatto con passione può dare soddisfazioni non tanto dal punto di vista economico ma umano. Ci vuole molta sensibilità e quando riesci ad entrare nell’anima della gente, così come spesso mi si dice, hai fatto centro. Molti non leggono il soggetto che hanno davanti. La foto mette a nudo le persone, diventa un libro aperto per cogliere i pensieri, lo stato d’animo. Mi piacerebbe che si dedicasse più attenzione a questa professione perché la fotografia non è solo uno scatto banale così come molti pensano che sia o un buon risultato nei colori e nelle nitidezza dell’immagine”.


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Fatti & Giovani nisseni

S

ubito dopo aver conseguito la maturità al liceo scientifico “Alessandro Volta” a soli 18 anni ha deciso di trasferirsi a Roma e proseguire i suoi studi al Dams. Conseguita la laurea a soli 21 anni decide di iscriversi all’Act, un’accademia di cinema a Cinecittà, specializzandosi in regia cinematografica. Ed è proprio all’accademia di cinema che conosce tra i suoi docenti Cristiano Bortone – regista, produttore e sceneggiatore italiano, vincitore del premio David giovani di Donatello 2007 con il film “Rosso come il cielo” – grazie al quale comincia a lavorare e a crearsi una rete di contatti. “Sono cresciuta - ci racconta Chiara Rap - in una famiglia dove si è sempre respirata l’arte. I miei, entrambi professori, hanno sempre fatto teatro e musical con i ragazzi sia a scuola sia all’oratorio. In questo clima di teatro, musica e arte è cresciuta giorno dopo giorno la mia passione per il cinema e la regia, tant’è che a soli 8 anni per la prima comunione mi sono fatta regalare la prima telecamera e a

Solinas Experimenta 2015. Nel 2016 vince il premio Solinas per le coproduzioni Italia-Spagna con il lungometraggio “Cuatro Chicos en fuga” scritto assieme a Giada Sigorin. “Tre ragazze e un ragazzo, quattro storie diverse, quattro punti nello spazio apparentemente lontani, che finiranno per ‘fare quadrato’. Questa la storia del lungometraggio – afferma Chiara Rap – scritta in un solo mese, sezionato su novanta soggetti presentati, che racconta l’incontro di tre ragazze che scappano da un vicolo dopo un omicidio non premeditato dopo essere state sorprese da un poliziotto. Un taxi e un volto amico diventano così testimoni del momento che cambierà per sempre la loro vita. Ha così inizio l’avventura di quattro ragazzi, appena diciottenni che, per un errore del destino e una valutazione avventata, si ritrovano su una macchina rubata, in viaggio lungo la costa sud della Spagna. Un viaggio dove cambieranno le prospettive e le priorità, dove l’amore si farà spazio, sgomitando tra i pregiudizi e i luoghi comuni, dove i loro sogni infranti verranno sigil-

Chiara Rap

della produzione cinematografica, in particolare spiccano le collaborazioni con Cristiano Bortone, Mauro Uzzeo, Franco Brogi Taviani, Alessio Cremonini e la Memo Film di Fr an c e sco Melzi per il lungometraggio Border, presentato a Toronto e al Festival del cinema di Roma, dove si è occupa dell’organizzazione generale. Tra altre collaborazioni interessanti c’è quella con Elisabetta Marchetti (regista per la serie di un Medico in Famiglia) per la serie Web SoS Sesso 2 dove ha fatto l’aiuto regia. Due anni dopo “Pepe nero” la giovane regista nissena scrive e gira “Regina Bianca” cortometraggio indipendente che ha vinto numerosi premi: migliore sceneggiatura ai Tulipani di seta nera e migliore sceneggiatura originale al Festival Rec, premio “Io diverso da chi?” e il premio giuria studenti al Kalat film festival. Un cortometraggio in finale al Riff, Torino GLBT film festival, LesGaiCineMad, Fano Film Festival, Pentedattilo Film Festiva e selezionato ai David di Donatello e Berlinale. “Filo conduttore di entrambi i due corti, così come quelli girati successivamente, non è tanto l’omosessualità – afferma Chiara Rap – ma è l’ambiente familiare. “Pepe Nero” racconta la storia di due ragazze che si conoscono e vogliono stare

da Caltanissetta a Roma per realizzare il suo sogno nel cassetto, diventare una filmaker di Annalisa Giunta

soli 12 anni ho girato e montato con due videoregistratori il mio primo corto. Da qui la scelta di intraprendere gli studi al Dams dove ho capito che la mia direzione era più quella cinematografica, ovvero quella del backstage della regia e della produzione”. Chiara comincia sin da giovanissima a girare dei cortometraggi con la sua telecamera dando così sfogo alla sua creatività e alla sua passione per la regia anche se il primo corto ufficiale è quello girato per i saggio di diploma nel 2010 “Pepe nero”, finalista ai festival Tulipani di seta nera, Parma video film festival Sicilia Queer film fest e LesGaiCineMad. Si avvia così il lavoro nel ramo

assieme, una delle due a un passo dal matrimonio che deve decidere se continuare il rapporto con il fidanzato storico o lasciare andare via tutto per questa ragazza. “Regina Bianca” invece racconta la crisi di una famiglia, la nonna che non accetta la scelta di vita della nipote e la riconciliazione. In entrambi casi l’omosessualità fa da sfondo, ma non è il tema principale, l’obiettivo è quello di raccontare sto-

rie normali di persone normali. Un tema che ritorna anche nell’ultimo corto “Green Tea” girato le scorse settimane che conclude il percorso sinora fatto dove il tema portante è

vimento Film per la distribuzione del film “Marina” di Stijn Coninx e per la produzione del documentario sull’omofobia “Non so perché ti odio” di Filippi Soldi, gira il teaser

In primavera sarà distribuito il suo ultimo cortometraggio, creato a Los Angeles nel 2015, “Grean Tea” scritto e pensato in lingua inglese l’elaborazione del lutto”. Chiara Rap in questi anni ha vissuto in Spagna, in Germania e a Los Angeles continuando a lavorare per le produzioni del cinema e della tv (di recente anche per il programma ITalias Got Talent) portando avanti anche il sogno da regista. Nel 2013, oltre a lavorare con la Mo-

musicale de “Le more preferiscono le bionde” che spopola sul web con oltre 240 mila link. Nel 2015 si trasferisce a Los Angeles per firmare come direttore di produzione il film Calico Skies e assieme a Giada Signorin scrive la sceneggiatura di Being popular (Ellen page ha fatto coming ot) che arriva al premio

lati dentro un vaso di pandora nella speranza che non venga mai aperto”. In primavera sarà distribuito il suo ultimo cortometraggio “Green tea”, un progetto che nasce a Los Angeles nel giugno del 2015, scritto e pensato in lingua inglese che tocca con mano l’incontro tra due culture: quella italiana e quella anglo-americana. “Appena posso - ci racconta Chiara Rap - investo quello che ho guadagnato per autoprodurmi i corti. Purtroppo nessun produttore investe se non dimostri chi sei, bisogna reinventarsi. Ovviamente lo faccio per crearmi un portfolio e per immettermi in questo mercato che è vastissimo”. “Quando posso - prosegue - ritorno a Caltanissetta tra gli affetti più cari e insegno cinema al liceo Scientifico dove abbiamo prodotto con gli studenti uno spot e un corto sul bullismo che proprio in questi giorni è in finale a Marano Film Festival”. “Tra i progetti futuri – aggiunge - quello di realizzare un lungometraggio che sia o “Cuatro Chicos en fuga” o “Being popular” per i quali già ci sono dei contatti con dei produttori. Mi auguro che questo progetto vada in porto”. Questo il messaggio ai giovani che come lei vogliono intraprendere il mestiere di regista. “Dimenticare di diventare famosi, farlo per passione e informarsi tantissimo sulle strade da percorre per raggiungere il proprio sogno oltre che continuare a documentarsi e a studiare”.


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Riflessioni

I

l Signore della Città in legno d’ebano, essenziale e profondo come l’acqua dell’oceano, scuro come i nostri amici emigrati che di mare ne attraversano tanto, è il subliminale protagonista del dramma, andato in scena lo scorso novembre, per volere dell’autore, regista e interprete Antonello Capodici, proprio prima della fine dell’anno 2016. Sono trascorsi, infatti, cinquecento anni dal tentativo di rivolta fallita contro il dominio dei Moncada. Volere celebrare la ricorrenza dello storico, e per certi aspetti unico tentativo di conquista di una propria autonomia di pensiero e azione, promosso dalla borghesia locale dell’epoca, è certamente un’impresa intrigante e dolcemente provocatoria, soprattutto se la proporzioniamo alla statica attualità. La rivolta germogliò nella borghesia del tempo, il ceto dei “liberti”: contabili, medici, giureconsulti. Detti personaggi, pur godendo di una modica autonomia e discreto benessere, risultavano, all’epoca, assoggettati, come ogni altro uomo, donna, animale ed immobile, al diritto di proprietà dei Moncada, e coltivavano da tempo un astratto e moderato senso di ribellione, alimentato ed infiammato, dal notaio Naso, che progettava l’annessione della città al Regio Demanio, e la pubblicizzazione delle istituzioni locali. Come molte imprese ardite, anche questa non ebbe gloria duratura. Una parte di quella borghesia che condivise la rivolta, scoprì presto di non sapere gestire la libertà conquistata, e provvide, con solerzia, a riconsegnare gli stessi uomini, donne, animali e cose, appena “liberati”, ai Moncada, nel frattempo trasferitisi a Palermo. I nobili strapparono alla delegazione trattante, anche l’impegno alla condanna per cospirazione di Naso, del figlio e della nuora,

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di Andrea Milazzo

Gesuita interpretato dallo stesso Capodici. Il sacerdote, appena nominato alla guida della locale istituzione religiosa, risultava del tutto estraneo e inconscio delle passate vicende della città. Nei suoi dialoghi si confronta con un uomo semplice, del piccolo popolo, probabilmente il suo attendente, che anela alla imminente liberazione promessa dalla rivolta in corso. Casuista l’approccio del Gesuita, indaga analiticamente i fatti con lapidea lucidità, apparentemente inespressivo di posizioni nella prima parte del racconto, pregno di analitica ed al contempo misericordiosa disillusione nella seconda parte, tradisce l’essere stato cosciente, forse fin dall’inizio, dell’infausto esito dell’impresa. Per ironia della sorte, propria per mano del potere monarchico al quale la rivolta di Naso tentò di consegnare la città, gli stessi Gesuiti vennero espulsi da Caltanissetta nel 1860. Nel 1866, esattamente trecentocinquanta anni dopo la rivolta di Naso, re Vittorio Emanuele II decretò la soppressione degli ordini religiosi, ponendo fine all’attività dell’unica supersite congregazione. Durante il racconto, apparentemente strumentale a rappresentare le ristrettezza di libertà del regime dei Moncada, ma in realtà costituente una vicenda parallela della storia principale, viene portato in scena il processo sommario a carico di una serva di palazzo, condotta al cospetto del signore. Sembra, per un attimo, di ritrovare il medesimo sapore dei ritratti di Louise Hamilton Caico, che descrisse nel secolo scorso l’assurdità grottesca della umiliante condizione delle donne nella società del nisseno. La serva è accusata di cospirazione per il solo fatto di aver adorato il Cristo Nero che si trova nelle campagne

potere rappresentato dai Moncada. Il signore decise prudentemente di non prendere, nell’immediato, alcun provvedimento contro la serva. Nel frattempo, a rivolta fallita, il figlio del notaio Naso, con la propria consorte in attesa del primo figlio, fuggono da Caltanissetta e raggiungono il padre a Termini Imerese, dove è da tempo esiliato.

po, di un’anima, di una persona cara perduta nel’esilio. Nel frattempo il nobile, ritornato al palazzo, schivo nei confronti di quanti lo avevano cacciato prima, e pregato di ritornare dopo, incontra di nuova la serva, portata anzitempo al suo cospetto. Prendendola sotto braccio, con voce commossa, le chiede di quel Cristo Nero che adora, se davvero avesse

Il dramma omni contemporaneo di Antonello Capodici vicine. E’ chiaro il riferimento al Signore della Città, ritrovato nel XIII secolo da due fogliamari, come vuole la leggenda, in una grotta appena fuori dalle mura. Il nobile, benché aizzato dalle accuse della propria guardia, ascolta con attenzione il racconto della donna. Quel Cristo ha un significato emotivo e spirituale profondissimo, ben diverso dal

AVVISI LEGALI TRIBUNALE CIVILE DI CALTANISSETTA VENDITA SENZA INCANTO Proc. esec. n. 94 /2013 RGE

La leggenda del Cristo Nero

nonché lo scioglimento di qualsiasi rapporto fiduciario con i “pentiti”, da qual momento incondizionatamente assoggettati al loro volere, rinunciando così, alla pur modica autonomia prima posseduta, in cambio della sopravvivenza economica e sociale. I riferimenti storici di Rosanna Zaffuto Rovello vengono narrati, dalla presenza, quasi fuori campo, di un chierico

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Inizia a quel punto uno struggente monologo del notaio, interpretato da Giorgio Villa. Caltanissetta resisterà, anche stavolta, al vilipendio dei suoi dominatori. Ma Caltanissetta è una città di pietra. Sono infatti le mura delle sue case che resisteranno, e non gli uomini. Sono le case e le piazze a cui Naso si riferisce, che ama come fossero parte di un cor-

quel potere miracoloso di cui si parla. A quel punto, la donna si illumina e si apre all’uomo, iniziando a raccontare di ciò che la gente prova per il Crocifisso. I due si allontanano insieme, concludendosi così il dramma, del quale emerge, solo al termine, l’incontro ed il contrasto tra le due storie parallele, di eversione la prima e di conversione la seconda. Non sono, infatti, solo le mura, le piazze e le case, gli elementi unificanti della città, ma al contrario, forse, simboli effimeri di polimorfi interessi. Il Signore della Città, invece, unisce tutti. Il piccolo Cristo Nero, ritrovato in una grotta appena fuori dalle mura, quasi una metafora della natività che offre sollievo agli ultimi ed illumina i primi, offrendo anche ad essi una prospettiva di conversione. Potrebbe essere questa la chiave di lettura della Leggenda del Cristo Nero, che l’autore ha voluto offrirci, alla vigilia delle festività natalizie, contestualizzata, forse volutamente, in un apparato scenico minimale, che permette di meglio apprezzarne la profondità del messaggio. Da sempre, il dramma si ripete ogni Venerdì Santo, con la processione di tutto il popolo devoto, senza distinzione di classe, al cospetto del piccolo, ma magniloquente simulacro.

Il giorno 17/02/2017 alle ore 11,30 in Caltanissetta via Libertà n. 114 presso lo studio legale dell’avv. Anna Rosa Scalzo sarà celebrata la vendita senza incanto del seguente bene immobile in un LOTTO UNICO: APPARTAMENTO a primo piano, sito in Caltanissetta Via Pier Santi Mattarella n. 25/A2, posto in un grosso complesso edilizio, di superficie commerciale di mq. 99,00, in catasto al foglio di mappa n. 171, particella n. 795 sub 29, Ctg catastale A/2, classe 2, consistenza 6,5 vani, rendita €. 469,98 . PREZZO BASE EURO 99.000,00 ( euro novantanovemila/00) In caso di gara tra più offerenti la misura minima dell’aumento da apportare all’offerta più alta è di €. 5.000,00 OFFERTA MINIMA CONSENTITA PARI AD EURO 74.250,00 ( 75 % del prezzo base) . La descrizione del superiore lotto unico risulta meglio rappresentata nella relazione di stima del 26/05/2014 a firma del C.T.U. Ing. Giuseppe Polizzi cui si rinvia. L’offerente potrà presentare offerta di acquisto in busta chiusa ed in regola con il bollo dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 12.00 e dalle ore 17.00 alle ore 19.00 (preferibilmente previo appuntamento telefonico) presso lo studio del Professionista Delegato alle operazioni di vendita immobiliare sito in Caltanissetta sino alle ore 12,00 del 16/02/2017 ( giorno prece-dente quello fissato per la vendita). Le offerte di acquisto saranno esaminate il giorno 17/02/2017 alle ore 11,30 presso lo studio dell’avv. Anna Rosa Scalzo . All’offerta dovranno essere allegati – inseriti anch’essi in busta chiusa – una fotocopia del documento di identità dell’offerente, nonché a pena di inefficacia dell’offerta, assegno circolare non trasferibile intestato al Professionista Delegato per un importo pari al 10 % del prezzo offerto, a titolo di cauzione, che sarà trattenuta in caso di rifiuto dell’acquisto . Salvo quanto previsto dall’art. 571 cpc l’offerta presentata è irrevocabile, pertanto si procederà ad aggiudicazione al migliore offerente anche in caso di mancata sua presentazione alla data fissata per la vendita . In caso di aggiudicazione l’offerente è tenuto al versamento del saldo prezzo e degli oneri accessori ( che gli verranno quantificati dal Professionista Delegato) nel termine da lui indicato nell’offerta ( max 120 gg. ), ovvero in mancanza, non oltre 60 giorni dall’aggiudicazione . Il mancato pagamento del saldo prezzo determinerà la revoca dell’aggiudicazione e l’aggiudicatario perderà le somme versate a titolo di cauzione. Il GE in presenza di giustificati motivi e su istanza dell’aggiudicatario potrà disporre che il versamento del saldo prezzo avvenga ratealmente entro un termine non superiore ai 12 mesi.. Gli interessati hanno facoltà di visionare l’immobile prima della vendita contattando il Custode nominato : Avv. Anna Rosa Scalzo con studio in Caltanissetta Via Libertà n. 114. Ulteriori informazioni e documentazione quale l’ordinanza di delega delle operazioni di vendita o la perizia d’ufficio potranno essere acquisite in Cancelleria EE. II. Del Tribunale di Caltanissetta o presso lo studio del Delegato previo appuntamento telefonico ( ai seguenti recapiti 0934/554747 e 347/8562803) oppure sul sito internet www.astegiudiziarie.it . Il professionista delegato Dott. Paolo Buono


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Viale della Regione Fatti in Redazione

di Donatello Polizzi

Una storia di sport, un passo oltre i propri limiti: dalle arti marziali, al muay thai fino a diventare un “uomo di ferro”

“D

al basso, verso l’alto. Combattere i nostri demoni interiori per rialzarsi dopo essere stati messi al tappeto dalla vita e vincere: riprendere in mano le redini della propria esistenza. Vincere partendo dal basso è molto più complicato”. La sua è una storia di rinascita, di sport, di vita, di emozioni, di sacrifici e di allenamenti durissimi, di un’esperienza sportiva estrema conosciuta come

to a classificarmi 32° su 250 partecipanti”. Decide di andare avanti fedele alla sua linea di pensiero: trovare i propri punti deboli ed oltrepassarli. Si reca in America e studia il muay thai, torna in Sicilia ed inizia a diffondere questa disciplina: oltre a lui un solo maestro nell’isola. Al via una nuova avventura sui ring con la carriera da professionista di boxe thailandese: combattimenti, titoli anche continentali e tanti allena-

accorge che molti dei suoi allievi storpiano le sue “didattiche”, si chiude in se stesso, decide di allenarsi da solo, inizia ancora una volta un nuovo viaggio interiore. Il destino, come spesso avviene, è in agguato. Una serie di avvenimenti personali devastano la sua esistenza: la morte del padre, un grave problema di salute alla gola, il fallimento di un’attività commerciale, il divorzio. I colpo duri atterranno il maestro-guerriero. Rac-

Usai

Maurilio

Lifestyle Ironman

Ironman. Una filosofia di vita racchiusa in chilometri: 3,86 di nuoto, 180,260 in bicicletta e 42,195 di corsa. Maurilio Usai, 47 anni di Caltanissetta, istruttore di arti marziali ed allenatore Ironman, in un freddo pomeriggio dicembrino, nella nostra redazione, ci ha raccontato un romanzo “vero” con un minimo comune denominatore: l’amore per lo sport e la consapevolezza di portarsi sempre un passo oltre i propri limiti. “Ho iniziato a praticare arti marziali da bambino agli inizi degli anni ’80, karate Kyokushinkai con il mitico Maestro Riccardo Villa: tecnica, disciplina ed educazione. Poi con il Maestro giapponese Shinan Wakiuchi. Iniziai la trafila delle gare, miriadi di tornei, fino a giungere al Mondiale in Giappone dove sono riusci-

menti con la scoperta del nuoto, della corsa e della bici come valido sostegno della preparazione fisica. L’esperienza e la forte connotazione etica, permeano i suo insegnamenti e la sua attività di Maestro. Nel 2003 si

conta e svela: “Gli amici mi chiamano la Fenice, dalle ceneri risorgo più forte. Ho deciso che dovevo rialzarmi che non potevo restare ancorato, per colpa delle avversità, al fondo della mia esistenza. Forte dello spirito delle arti marziali ho

approcciato l’Ironman che con le arti marziali condivide dinamiche mentali. Dovevo ripartire è lo spessore dell’impegno richiesto, ha attivato la mia voglia di tornare a combattere. Basti un dato: per preparare un Ironman servono 48 settimane di allenamenti, con due sedute quotidiane”. Maurilio Usai riparte e questa volta la distanza da colmare non è solo chilometrica, ma è anche nei pensieri, nella ricostruzione della propria forza interiore. Riscopre la voglia ed il desiderio di tornare ad insegnare arti marziali (siamo nel 2012) e inoltre crea (recentemente) un gruppo di adepti dediti all’Ironman: obiettivo la gara francese a Pays d’Aix in Provenza dell’Ironman 70.3, in programma nel maggio 2017, che ha le seguenti distanze (dimezzate rispetto al full Ironman) 1,9 km di nuoto (1,2 miglia), 90 km in bicicletta (56 miglia) 21,097 km di corsa, mezza maratona (13,1 miglia). La definizione di Ironman 70.3 è il risultato dalla somma delle tre distanze in miglia terrestri (1,2 + 56 + 13,1 = 70.3). Lui non è soltanto un atleta con all’attivo vari Ironman (full e 70.3) ma anche un allenatore che ha studiato per conseguire la certificazione di Ironman

Coaching. Inizia a contagiarci con la sua passione, tira fuori le sue emozioni, coltivate, esaltate, stampate nei suoi pensieri, da centinaia di chilometri (tra gare ed allenamenti) in bici, in mare o piscina e di corsa. “Dovreste vedere, sentire, cosa comporta finire una prova del genere. Quando tagli il traguardo tutta la gente che assiepa il percorso ed incita senza sosta, in coro urla ‘you are an ironman’. Poi ti consegnano una maglietta, solo tua, in cui c’è scritto ‘finisher’: certifica che hai completato la gara. Una scarica di adrenalina”. Racconta l’enorme organizzazione di una competizione di questa tipologia: i punti ristoro con cibo, acqua e bevande isotoniche; le centinaia di volontari lungo il percorso; dopo il traguardo, i gazebo, l’assistenza medica, le flebo, un universo che si muove coordinato. Sgombera il campo immediatamente dallo spauracchio dei “prodotti vietati”: in ogni gara controllo doping obbligatorio per i professionisti ed a campione per gli age-group (non professionisti).

durante le gare cui partecipi. Proprio lì nacque l’uomo di ferro nel 1978 sotto gli ombrelloni di paglia di un bar. John Collins, ufficiale dell’US-NAVY, discuteva con un gruppo di amici su quale fosse la più dura delle prove sportive tra quelle che si disputavano sul posto: i 3,8 Km di nuoto della Waikiki Rough Water; i 180 Km in bicicletta della Around Oahu Bike Race; i 42,192 Km di corsa della Honolulu Marathon. Non arrivando ad un accordo Collins e i suoi amici inventarono una supergara che includesse tutte e tre le discipline, una di seguito all’altra e la chiamarono Ironman”. Maurilio avverte che la prima sfida è con se stessi: serve rigore e volontà, la stessa volontà che ti porta ad accettare gli oltre 8 mesi di allenamenti per preparare la gara. Non si toglie tempo al lavoro o alla famiglia. “Le ore di una giornata non sono mai abbastanza per un Ironman, si sacrifica il sonno. Mia figlia Rachele, 9 anni, cammina con una maglietta con la scritta future Ironman. Ha le idee chiare, pratica nuoto

L’atleta nisseno racconta il suo viaggio interiore che lo ha avvicinato a questa disciplina sportiva estrema, dopo un periodo “buio” della sua vita “Dopo l’ultima gara a Palma di Maiorca, ero in compagnia di un altro italiano, torniamo in albergo per preparare i bagagli e poi andiamo in un locale a cena. Indossavamo la t-shirt finisher, la gente ha iniziato ad applaudirci e tutti ci hanno aiutato a sistemare le valige in auto, a spostare le bici: è stato davvero incredibile”. Lui vuole sottolineare la differenza tra preparare e gareggiare in un ironman, esperienza fattibile e gratificante, è essere un ironman come lifestyle. Curare l’alimentazione, non saltare mai gli allenamenti quotidiani, vivere a contatto con il confine dei propri limiti: torna ad evidenziare la vicinanza con lo spirito delle arti marziali. “Non è per tutti, richiede impegno. Il mio sogno è qualificarmi per il mondiale che si svolge ogni anno alle Hawai a Kailua-Kona. Serve l’invito che si guadagna acquisendo slot

ed è davvero ordinata, attenta, meticolosa. Mio figlio David, 11 anni, gioca a pallavolo, anche lui è interessato alle mie gare. Spero quanto prima di poterli portare con me per offrirgli la possibilità di toccare con mano questa disciplina che ha un ambiente incredibilmente familiare. Figli che sostengono padri o madri e viceversa, tutti insieme in un clima festoso, gioioso e di grande empatia. Anche viverlo da fuori, arricchisce enormemente”. Guarda improvvisamente l’orologio, sorride e mi avverte: “E’ tardi, devo andare ad allenarmi”. La disciplina, la regola come bussola nella vita: “Non cedere mai di un millimetro, essere disciplinati, non arrendersi mai di fronte alle difficoltà e comunque rialzarsi sempre dopo ogni colpo. Alla fine, la grande sfida della vita consiste nel superare i nostri limiti”.


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Fatti, Sport & dintorni

di Francesco Paolo Anselmo

Tempo di lettura 10’10”

Emozioni

“Il rigore più lungo del mondo” L

e “paturnie” mi assalgono, succede ogni volta che si avvicina il tempo che va dall’Immacolata Concezione al 13 dicembre, altrimenti chiamato “tempo della marra”. Dolci ricordi: l’8 e il 13 l’onomastico e compleanno di una persona a me molto cara, il 13, anniversario di matrimonio dei miei genitori, giorno in cui mia mamma, nella sua infinita dolcezza, preparava la “cuccia” a cui, io colpevolmente, non ho mai dato il giusto risalto, nonostante i suoi sorrisi richiedessero solo un tenero bacio. Decido di andare all’Oratorio dove ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza. Oltrepasso il cancello e la tristezza mi assale ancora di più. Tutto è abbandonato, non c’è un ragazzo, le mattonelle dei campi di gioco sono in gran parte mancanti. Un colpo al cuore: non ci sono più i canestri che videro il mio inizio di cestista né il faro, regalatomi da Renzo Barbera. Non ci sono più “le pale di ficodindia” sopra il muretto alla destra della porta in fondo, che erano i trofei dopo le lunghissime partite estive. Decido di sedermi su una panchina con alle spalle il teatro/cinema e immediatamente il mondo si anima di fantasmi: sul campo di calcio vedo Totò con i suoi calzettoni abbassati che

sta calciando un rigore vs Attilio, Rudy perfetto Rivera con il 10, Peppe con il suo terrificante sinistro, sempre radente le mattonelle e il terribile Egidio che non faceva passare nessuno, ai bordi del campo con la Gazzetta dello Sport in mano, passeggia Mimmo dando degli ordini che nessuno ascolta. Sotto la statuetta della Madonnina, dove alle 17 si dicevano le preghiere, il signor Marino e Antonio Lupo con una lattina in mano, accanto a me Franco Turco, il mio migliore amico, Luigi M., Gioacchino, Totò C., Renato, Fofò con suo cugino Salvatore Bagni, che arriverà in Nazionale, il povero Luigi P. che non c’è più. Aspettiamo il nostro turno per giocare: “chi perde esce” sicuramente contro quei 7 lì, perché non avrebbero mai perso, penso al prof. Piccioni, quando ci parlò di Osvaldo Soriano, giornalista argentino che riuscì a fuggire durante il periodo dei desaparecidos, vivendo fra Belgio e Francia per poi tornare a Buenos Aires dove fu fra i fondatori di Padge 12. L’importanza di Soriano, è dovuta al fatto che mi porta su un altro pianeta del immaginario sportivo: finora ho sempre scritto con la mia emozionalità, un’emozionalità che colloco vicino all’elemento di attualità, di presenza, di fatto, di evento, di trionfo, di scon-

fitta, poi c’è un’altra emozionalità, che è un’emozionalità di un tempo più lento, un’emozionalità che ti conquista poco a poco e ti porta in un territorio che lo Sport non frequenta tanto, perché in realtà lo sport è talmente pieno di cose, di presenze, di attualità che il territorio della fantasia, in realtà è stato fino a poco tempo fa, poco frequentato. Ecco, Soriano mi porta in questo territorio del tempo lento, territorio del paradosso, del surreale, della lontananza e lo fa sempre con lo strumento del pallone. “Pensare con i piedi” per me è il libro più bello. Con questa lettura piombo in una atmosfera che è molto lontana da quella che sto vivendo. Probabilmente è il racconto più conosciuto della storia della letteratura sportiva ed è costruito con una tecnica calibrata sul racconto, cioè su un tempo che ti dice: mettiti a leggere, un tempo molto adatto a non varcare il limite della sopportazione, non c’è il vociare. “Il rigore più fantastico di cui abbia notizia fu tirato nel 1958, in un posto sperduto della valle del Rio Negro, in una domenica pomeriggio, in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con il gioco delle carte, un ritrovo di ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava

al campionato di valle, perché di domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia delle dune e il polline delle fattorie”. Il giornalista quando fa il suo mestiere, ha la capacità di descrivere proprio un’atmosfera: questa distesa polverosa, lontana, ci immaginiamo una squadra dimenticata da Dio e dagli uomini, ed un campionato che forse appartiene ad un altro tempo, un’altra età: “i giocatori erano sempre gli stessi o i fratelli degli stessi. Quando avevo 15 anni e loro ne avevano 30, a me sembravano vecchissimi. Diaz il portiere ne aveva quasi 40 anni con i capelli bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio avocano. Alla coppa partecipavano 16 squadre e l’Estrella Polar finiva sempre dopo il 10° posto. Credo che nel 1957 si fossero piazzati intorno al 13° e tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella borsa, perché era l’unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a vincere per 1 a 0 con l’Escudo Cileno altra squadra miseranda e dopo qualche giornata si trovarono in testa al campionato, fino allo scontro diretto e al famoso rigore” . Adesso lui passa alla descrizione dei personaggi che ha portato dentro alcune atmosfere, ora evidentemente il racconto aveva bisogno di zoomate.

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“L’arbitro che doveva fischiare il rigore era Erminio Silva, un epilettico che vendeva i biglietti nel circolo locale, quando al 40’ del secondo tempo si era sul 1-1 e non aveva fischiato la massima punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a tuffo nel area del Estrella Polar, facendo capriole e salti mortali per impressionarlo. Sul pareggio la squadra locale era campione ed Erminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non concedeva il rigore perché non c’era fallo”. “ Ma al 41° rimanemmo tutti a bocca aperta, quando la mezzala sinistra della Estrella Polar, infilò una punizione da molto lontano e portò la squadra ospite sul 2-1. Allora si che Erminio Silva pensò al suo lavoro ed allungò la partita, fino a quando Patin entrò in area e appena si avvicinò il difensore, fischiò. Fece uscire dal fischietto un suono stridulo, imponente ed indicò il punto del rigore. A quella epoca il luogo della esecuzione non era segnato dal dischetto bianco e bisognava contare 12 passi da uomo. Erminio Silva non riuscì a raccogliere il pallone, perché l’ala destra del Estrella Polar Rivero detto il Colo lo stese con un pugno sul naso, la rissa fu così lunga che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Erminio Silva. Il commissa-


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Recensioni il Film

Q

rio con una lanterna accesa, decise di sospendere la partita e diede ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo stato di emergenza o qualcosa del genere e fece preparare un treno per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto. Secondo il tribunale della Lega che si riunì il martedì seguente si dovevano giocare ancora 20” a partire dalla esecuzione del calcio di rigore e quel match privato fra Costante Gaul e il Gato Diaz in porta avrebbe avuto luogo la domenica dopo sullo stesso campo a cancelli chiusi. “La domenica del rigore partirono dal circolo 20 camion carichi di gente ma la polizia li bloccò alla entrata del paese e dovettero fermarsi accanto alla strada ad aspettare il sole. A quei tempi e in quel posto non c’erano televisori ne stazioni radio, ne qualche altre mezzo per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli della Estrella Polar predisposero una specie di staffetta fra lo stadio e la strada. Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta del Gato Diaz e da lì avrebbe raccontato ad un altro che stava sul marciapiede e che a sua volta lo avrebbe riferito ad un altro che stava a 20 mt e questi ad un altro e da lì avrebbe raccontato qualsiasi particolare fino al punto in cui aspettavano i tifosi del Estrella Polar. Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano quello istante, perché erano 10 anni che il Deportivo Belgrano non perdeva una coppa ne un campionato. Alle 4 meno un quarto, Erminio Silva si dispose a metà strada fra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole aveva tanto martellato sulla sua nuca che quando il pallone partì in direzione della porta sentì gli occhi rovesciarsi all’indietro e cadde di spalle schiumando dalla bocca. Diaz fece un passo in avanti e si buttò sulla destra e Costante Gaul indovinò subito che le gambe del Gato Diaz sarebbero riuscite a deviarlo di lato. Il Petisso Mirabella arrivò per primo e la mise fuori contro la rete metallica ma Erminio Silva non poteva vederlo, perché stava a terra, si rotolava a terra in preda ad un attacco di epilessia, quando tutta l’Estrella Polar si rovesciò sopra il Gato Diaz per festeggiare, il guardalinee corse verso Erminio Silva con la bandierina alzata e dal muretto su cui eravamo seduti, lo sentimmo gridare “non vale, non vale!” La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa, la respinta del Gato e lo svenimento dell’arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il non vale continuava ad arrivare balbettando dai messaggeri con una smorfia attonita. Fino a quando Erminio Silva, rimesso in piedi, sconvolto dal attacco, come prima cosa, volle sapere: che è successo? e quando glielo raccontarono disse che la partita non si potesse giocare con un arbitro svenuto! Allora il Gato Diaz allontanò tutto quelli che volevano pestare il venditore

di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e la promessa doveva essere rispettata e andò di nuovo a mettersi in porta. Costante Gaul non doveva avere molta fiducia in se stesso, perché propose a Patin di tirare”. Queste situazioni sono accadute in tante partite, questo è il fascino del calcio, qualcosa che alla fine in 3° categoria o in una finale di Coppa di Campioni era lo stesso. “E solo dopo, andò verso la palla, mentre il guardalinee aiutava Erminio a stare in piedi, fuori si sentivano strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i giocatori della Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo circondati dalla polizia. Il tiro arrivò a sinistra e il Gato Diaz si buttò nella stessa direzione, con una eleganza ed una sicurezza che non mostrò più. Costante Gaul alzò gli occhi al cielo, cominciò a piangere, noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Diaz, il vecchio, che rimirava il

rigido e portava il peso della gloria, quando andai a prendere il pallone dalla porta egli si stava rialzando come un cane bastonato. Bene ragazzo, mi disse, un giorno andrai in giro per queste parti, raccontando che hai segnato un goal al Gato Diaz ma nessuno ti crederà!!!!” Ecco io penso che questo è veramente un distillato, di letteratura e di calcio, perché non c’è solo costruzione letteraria: il racconto, la capacità di puntare sul dettaglio e penso che un tentativo, noi dobbiamo sempre cercare di farlo, utilizzare le parole in un modo corretto, cercando di spiegare il meglio possibile, “non violentando” le parole ma utilizzando la ricchezza del vocabolario e a questo riguardo la frase più affascinante che ad un certo punto Soriano utilizza e che poi è diventata una metafora per spiegare molte altre cose e che era probabilmente anche frutto della sua stessa esperienza, è quando in un altro di questi racconti, chiedono a un giocatore ma perché hai smesso di giocare? Lui risponde in una maniera

uando ho visto questo film sono andato indietro con i ricordi pensando a quando giocando a basket al centro sociale INA CASA o all’oratorio, guardavo le finestre dei palazzi che si affacciavano sui campi cercando di capire chi mi guardasse, brindisi ed esorcismo mio personale. Questo film parla di Jamal Wallace, studente del Bronx con una grande passione per la studio e la letteratura, in particolare e un altrettanto grande amore per il basket. Casualmente entra in contatto con William Forrester, uno scrittore che vinse il Premio Pulitzer con l’unico libro pubblicato, che ammira lui e gli altri ragazzi guardando con un binocolo dalla finestra del palazzo di fronte. Dopo aver scritto quel libro era poi scomparso e nessuno ne aveva saputo più nulla. A lui, che diviene il suo maestro, Jamal sottopone un racconto che viene giudicato positivamente. Il ragazzo ha ricevuto un’offerta di borsa di studio da una prestigiosa istituzione privata. Ma c’è un ostacolo: il docente di letteratura trova il suo testo troppo pregevole e non crede che un ragazzo del Bronx possa arrivare a tanto. Pertanto é meglio che resti al suo posto e pensi al basket. Nel frattempo anche Forrester trova un aiuto in Jamal. Riesce a uscire di nuovo dall’appartamento in cui si era autorecluso. Il ragazzo però non riesce a risollevare le sorti della propria squadra e tutto sembra risolversi negativamente quando... la bellezza di questo film è lo sguardo intenso e zoomma-

to sugli individui al margine e sulle età di passaggio. Questa volta lo fa con alle spalle un produttore/attore decisamente straordinario: Sean Connery. Quello che colpisce ancora di più è la presenza nel mondo di ragazzi dotati che avrebbero ancora una voglia che il luogo comune dà per ormai estinta: quella di studiare per migliorarsi.

il libro

Lo scrittore argentino Osvaldo Soriano

pallone che aveva tra le mani, come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria. Anni dopo quando il Gato era ormai un rudere ed io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte a 12 passi di distanza e lo vidi immenso, rannicchiato con la punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della Rube Ferreira ma della sorella del Colo Riveiro, india e vecchia come lui. Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede, poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non avrebbe parato perché era troppo

affascinante: “perché mi si è ristretta la porta.” Un bambino mi sveglia dalle mie fantasie, chiedendomi se arriveranno altri bambini, rispondo con un sorriso, “Sicuramente verranno!!!!”. Si alza un leggero vento che sibilando porta via tutto, rotola una lattina, forse di cocacola e vola un foglio di giornale, forse della Gazzetta dello Sport. Mi alzo, abbottono il trench e mi avvio lentamente verso casa.

Finding Forrester

Pensare con i piedi

Soriano si impose all’interesse del pubblico e della critica internazionale con il romanzo Triste, solitario y final (1973), parodia del cinema hollywoodiano e del romanzo poliziesco, cui allude attraverso personaggi famosi e utilizzando la figura dell’investigatore privato Marlowe, tratta dai romanzi di R. Chandler. Nei libri successivi Mai più pene né oblio (No habrámáspenas ni olvido, 1979) e Quartieri di inverno (Cuarteles de invierno, 1981) prevale l’elaborazione di elementi della politica che, in una visione metaforizzata, ironica e paradossale, rinviano al contesto violento dell’Argentina di quegli anni. La resa del leone (A susplantasrendido un león, 1988) ha sullo sfondo la guerra delle Malvinas; Un’ombra ben presto sarai (Una sombraya pronto serás, 1990) è ambientato in un villaggio sperduto nella pampa; L’ora senz’ombra (La hora sin sombra, 1995) narra il vagabondaggio di uno scrittore alla ricerca di un suo «finale». Nel 1997 ha pubblicato Pirati, fantasmi e dinosauri (Piratas, fantasmas y dinosaurios); postumo è uscito Fútbol (1998). In “Pensare con i piedi” Soriano si aggira in tre mondi dall’apparenza assai distanti tra loro. Nel gruppo di racconti dedicati al calcio come arte dell’intelligenza sono in primo piano la passione dell’autore, alcuni personaggi memorabili, come il figlio di un cow-boy fuorilegge appassionato lettore di Hegel che fa da arbitro in una leggendaria partita tra socialisti e comunisti nella Terra del Fuoco. La sezione intitolata “Nel nome del padre” introduce il lettore alla realtà quotidiana dell’epoca peronista, amara ed esilarante insieme, così come la vede un bambino che, all’ombra dell’orgogliosa figura paterna, si rifugia ogni tanto nel proprio mondo fantastico. “ Futbol .Storie di calcio”. In assoluto il libro più bello di Osvaldo Soriano. Il calcio come metafora della vita con punte di struggente nostalgia e un pò di poesia.

Web

wideobasketballnet.com

http://www.brunoboero.it, un altro coach che ho apprezzato moltissimo. Sono convinto che tutti i giovani allenatori dessero una sbirciatina a questo sito rimarrebbero entusiasti.


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Fatti & Sport

Cristiano,

di Cinzia Alessia Daidone

“campione nella vita e nello sport” I

l giovane Cristiano Campione ha provato l’emozione di indossare la maglia azzurra. La possibilità di mettere in pratica tutti gli insegnamenti appresi durante gli allenamenti e di dimostrare il proprio talento e le proprie capacità nel corso di una competizione internazionale. Il ventenne nisseno, infatti, da qualche hanno ha iniziato la sua avventura nel mondo della Pesistica Paralimpica e piano piano è riuscito a raggiungere dei risultati che gli hanno permesso di arrivare alla convocazione

nella Nazionale Italiana Paralimpica in occasione del Trofeo “The Silver Bar”, a Wroclaw in Polonia dal 3 al 6 novembre 2016. Cristiano Campione ha rappresentato l’Italia e ha ottenuto il sesto posto nella categoria dei 59 Kg. “Era una convocazione che non mi aspettavo assolutamente almeno in questo periodo così velocemente non me l’aspettavo, invece è arrivata ed è stata veramente un’emozione molto grande, perché mi ha fatto sentire felice di poter vestire la maglia azzurra”. Una passione quella per il mondo della Pesistica Paralimpica cominciata circa tre anni fa, “io frequentavo il Liceo Economico “Alessandro Manzoni” qui a Caltanissetta e il Maestro – ci racconta Cristiano, riferendosi al Maestro Salvatore Parla - venne in palestra e mi parlò di questa sua idea di avviare il progetto paralimpico”. Da quel momento ha rivolto ogni suo sacrificio verso questo sport, “esperienza che non ho più lasciato – confessa l’atleta - e della quale ogni

giorno sono più convinto e appassionato”. Cristiano Campione in passato ha coltivato anche una passione per il nuoto. “Del nuoto mi piaceva il gruppo nel quale ero inserito, ragazzi con i quali sono ancora molto amico, mi piaceva ovviamente impegnarmi in una disciplina sportiva – racconta Cristiano, che aggiunge - e comunque è uno sport che ho praticato per quasi 15 anni”. Il pesista paralimpico classe ’96, una volta entrato a far parte della Sezione Nissena del Gruppo Sportivo Fiamme Oro, comincia ad affron-

tare le prime gare. “La mia c a r r i e r a agonistica iniziò nel 2014 con i Campionati Regionali a Palermo e poi a Carini per le Fasi Nazionali. Nel 2015 due Campionati Regionali e un Campionato Nazionale nel mese di novembre a Vedano Olona in Lombar-

dia e quest’anno con un Campionato Regionale e un quarto posto agli Italiani, che si sono svolti lo scorso mese di giugno nella città di Firenze. E poi – prosegue il ventenne nisseno - i primi giorni di ottobre si è concretizzata questa grandissima soddisfazione della convocazione in Nazionale per il Trofeo The Silver Bar”. Un motivo di orgoglio dunque per Cristiano Campione che si dedica con impegno e costanza alla pesistica. “Mi alleno con il Gruppo Sportivo Fiamme Oro – racconta Cristiano - il cui direttore tecnico è il Maestro Parla, con Laura Lombardo che è l’allenatrice che mi segue quotidianamente”. Ben 4 gli allenamenti settimanali che affronta l’atleta nisseno, “il tipo di allenamento si sviluppa a seconda della distanza o della vicinanza della gara. Dietro una gara c’è tanto, c’è emozione, c’è divertimento, c’è adrenalina, c’è sudore, c’è studio, c’è alimentazione, c’è confronto con gli allenatori, c’è sacrificio, ma c’è poi dire: ce l’ho fatta”. Il momento della competizione è l’istante tanto atteso, che racchiude tante sensazioni, “quando si partecipa ad una gara si provano tante emozioni diverse – svela Cristiano - si prova una bella scarica di adrenalina subito prima di entrare in pedana, quando finisce la gara, per buona parte della giornata, non si rivede l’ora di salire di nuovo in pedana per gareggiare o per allenarsi”. Per il giovane dunque l’attività sportiva ha avuto e continua ad avere un ruolo molto importante, “mi ha dato grande capacità di fare gruppo perché anche negli sport individuali che ho praticato, nuoto e la pesistica, si sono create delle ottime squadre a livello umano e quindi si è stretto molto il rapporto e mi ha aiutato ad essere estroverso, a saper lavorare per obiettivi e a lavorare, sacrificarmi per raggiungere l’obiettivo”. Cristiano Campione pensa al suo futuro e si impegna non soltanto nello sport ma anche nello studio. “A breve termine i miei progetti

sono intanto quelli di continuare al meglio possibile la carriera universitaria – afferma Cristiano che è iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza - e di continuare a lavorare e sperare in una prossima convocazione in maglia azzurra”. Il ventenne oltre ad essere uno sportivo e uno studente universitario, ama anche la musica, il giovane infatti suona la chitarra e il basso. “Io cominciai a suonare la chitarra – racconta Cristiano Campione - presso la Scuola Media Rosso di San Secondo, grazie al mitico professore Claudio Rap e poi piano piano, nel corso del tempo, una volta concluso lo studio continuai nella parrocchia, che frequento, San Luca Evangelista. Poi mi sono cimentato con il basso nel mio gruppo, gli Anaideya: una band di sei amici che hanno deciso di condividere l’amore delle note e lanciarsi in questa nuova sfida”. Cristiano Campione ha anche assunto il ruolo di Presidente dell’Asisbi. “Sono il Presidente dell’Associazione Siciliana Spina Bifida e Idrocefalo che ad oggi ha un suo Centro di Riferimento Regionale presso il Plesso Ospedaliero Sant’Elia di Caltanissetta”. Il Centro nisseno infatti diventa Centro di Riferimento Regionale nel 2011, “esclusa la fase del parto – sottolinea Cristiano Campione - dalla diagnosi di spina bifida prenatale sino al decesso del paziente presso il Centro dell’Ospedale Sant’Elia è possibile svolgere tutti gli esami e tutto il lato medico di cui necessita un soggetto spina bifida”. Con passione analizza

le motivazione che animano il suo ruolo nell’associazione: “Il compito di un Presidente è quello di cercare

Le sue giornate divise tra allenamenti, musica, studio e impegno sociale di tenere unite le famiglie, di condurre le battaglie, le rimostranze in sede istituzionale di promuovere la propria Associazione e fare in modo che tutto funzioni per il meglio nel coordinare una così importante realtà”. Cristiano Campione affronta con entusiasmo e determinazione gli impegni che assume nella propria vita, ma soprattutto con positività, “il messaggio che mi piacerebbe lanciare è quello di credere nei propri sogni e di non prendere mai la vita come qualcosa di troppo severo perché in qualsiasi situazione anche la più nera prima o poi il raggio di sole nella vita arriva e io posso dire di averlo ben vissuto sulla mia pelle”.


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Comunicazione Istituzionale

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IISS o ss u R i g i Lu

C

ome negli anni passati, anche nel 2016 quattordici studenti dell’Istituto “Luigi Russo” di Caltanissetta hanno avuto la possibilità di partecipare ad uno stage linguistico-lavorativo in Spagna, Francia e nel Regno Unito grazie al progetto formativo Erasmus + KA1 Vet “Con l’Europa verso il futuro”, finanziato dalla U.E. attraverso l’ISFOL di Roma. La partecipazione al progetto Erasmus +Ka1 VET è legata a un’attenta selezione degli studenti che, risultati idonei, hanno ottenuto la borsa di studio e hanno preso parte, durante l’anno scolastico, ad attività preparatorie a carattere pedagogico e di potenziamento linguistico, coordinate dalla Prof.ssa Cavaleri. Erroneamente si pensa che i progetti Erasmus+ siano finalizzati esclusiva-

indipendenti”. Naturalmente la permanenza sul luogo è determinante: “Siviglia, Bordeaux e Portsmouth sono tre città a misura d’uomo, che offrono un ventaglio enorme di possibilità di svago dopo il lavoro o lo studio”, hanno detto altri. La conoscenza di una nuova cultura e il potenziamento della lingua sono maturate all’interno delle varie esperienze lavorative: alcune ragazze hanno svolto il proprio work placement in scuole dell’infanzia, circondate dai bambini; altre hanno lavorato in ambiti amministrativi di aziende o biblioteche; ad altri è stato assegnato un lavoro nei charityshops – negozi i cui ricavati vengono devoluti a favore di associazioni benefiche; altri ancora hanno vissuto l’opportunità emozionante di lavorare all’Università di Biotecnologie di

Erasmus

la Dirigente dell’Istituto, prof. Maria Rita Basta, consegnerà a tutti i partecipanti gli attestati di Europass Mobility, con i quali verranno riconosciuti i risultati dell’apprendimento secondo procedure ECVET. Oggi, a distanza di molti mesi dal rientro, i ricordi sono ancora vivi nelle menti di quei ragazzi, che vorreb-

Un’esperienza che cambia la vita

mente al miglioramento delle abilità linguistiche di comprensione, espressione e pronuncia. Il programma Erasmus+Ka1 Vet, invece, prevede un’azione di potenziamento linguistico seguita da work placement, che consiste in un programma di lavoro che vede gli studenti impegnanti in aziende appositamente scelte dagli enti ospitanti in base alle capacità linguistiche e di adattamento di ciascun ragazzo. In tal modo, gli studenti hanno avuto l’opportunità di sviluppare al meglio capacità di intraprendenza, autonomia dal contesto familiare, ma soprattutto sono tornati con una maggiore consapevolezza di se stessi. Ecco, di seguito, alcune testimonianze raccolte alla fine dello stage: “Erasmus è un’esperienza che cambia completamente la vita e la persona. Si parte in un modo per ritornare in un altro: più maturi, più forti e più

Portsmouth, inseriti in un progetto di ricerca neurobiologico. Attività diverse per sviluppare specifiche competenze, che di certo influiranno in maniera considerevole sulle scelte future dei ragazzi. A riguardo, ecco un’altra riflessione: “Erasmus+ aiuta a capire cosa si vuol fare del proprio futuro, in che ambito lavorativo ci si vuole specializzare, in quale tipo di città si vuole vivere e con quale stile di vita. È semplicemente un’esperienza fantastica che segna la differenza tra chi vi ha preso parte e tutti gli altri”. Al termine dello stage i tre Enti di accoglienza inglese, francese e spagnolo hanno rilasciato un attestato delle competenze acquisite e a breve

La conoscenza di una nuova cultura e il potenziamento della lingua sono maturate all’interno di varie esperienze lavorative

Luca Augello e Gemma Silvestri, V E tecnologico

La partita del cuore a sostegno di Telethon

A

L’IISS “Luigi Russo” contro la violenza sulle donne

L

’impegno civile e culturale ha fatto dell’ I.I.S.S. “L.Russo” di Caltanissetta il pioniere nella diffusione di una cultura contro la violenza sulle donne, che da molti anni trova espressione in un partenariato con l’ASP di Caltanissetta, con l’Associazione Ondedonneinmovimento e con il Coordinamento contro la violenza sulle donne, dando vita a numerosi progetti rivolti agli studenti e finalizzati alla formazione di una coscienza civica versatile e pregna dei valori del rispetto della consensualità e dell’accettazione.

gia di Valentina Iachetta ed avente come protagonisti Stefano Fasciano e Emmanuela Ragusa, punta l’attenzione sulla necessaria rinascita della donna, dopo aver subito atteggiamenti di sottomissione. Con abilità ed originalità, i ragazzi hanno drammatizzato, presso il Teatro Rosso di San Secondo di Caltanissetta, la tanto voluta rinascita di una donna, ottenebrata, da tempo, dai soprusi di un compagno violento. Apprezzato dai componenti della giuria è stato, anche, il dipinto, opera dell’alunna Dalia Di Prima, sul quale sono state apposte personali riflessioni afferen-

Lo scorso 28 Maggio l’istituto è stato premiato per la VI edizione del Concorso “Damarete”- 2.500 anni contro la violenza, che ha visto coinvolte più di cento scuole tra le province di Agrigento e Caltanissetta con un’ unica finalità: promuovere la non violenza, attraverso percorsi didattici, exempla di società civile. Grande merito all’I.I.S.S. “ Luigi Russo” ed al suo Dirigente Scolastico, Prof.ssa Maria Rita BASTA, che ha ottenuto ben due riconoscimenti. 1° posto, sezione cortometraggio, alla IV B Linguistico (Marta Bunoni, Margherita Castelli, Claudia Crimì, Dalia Di Prima, Stefano Fasciano, Roberta Gulino, Valentina Iachetta, Mirko Narbone, Flavia Nola, Erica Parlagreco, Viviana Pasqualetto, Emmanuela Ragusa, Alex Romano, Lisa Stella), con il lavoro Rinascita, curato dalla Prof.ssa Nives Ferranti e con il supporto del Prof. Salvatore Amico, autore della poesia che ne ha corredato la struttura. Il corto, frutto della brillante re-

ti il tema Rinascita. 3° posto, sezione fotografia, all’alunno Marco Madonia della IV B Tecn., con il lavoro “I quattro volti della violenza”, guidato e coadiuvato dalla Prof.ssa Carmela Urrico. Grande merito all’alunno, già vincitore di vari concorsi fotografici, che ha saputo sapientemente raffigurare quattro differenti modalità di violenza sulla donna. Entusiasti i protagonisti dell’I.I.S.S. “ Russo”, che ringraziano il proprio Dirigente Scolastico per aver loro permesso e supportato la partecipazione al Concorso, funzionale ad un’attenta riflessione didattica sul delicato tema della violenza in tutte le sue sfaccettature, al fine di promuovere percorsi di legalità e convivenza civile. Anche lo scorso 25 novembre l’Istituto ha partecipato alla giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con una delegazione rappresentata dagli alunni delle classi terze dei tre indirizzi di studio presso il Palacarelli.

bero rivivere l’esperienza altre mille volte e tornare in quelle città, e non solo per turismo.

Solidarietà

nche quest’anno l’I.I.S.S.”L.Russo” rinnova il proprio impegno a sostegno di Telethon, facendo scendere in campo i docenti di numerose scuole del nisseno per disputare una partita di beneficienza. L’evento, organizzato dall’Istituto “Luigi Russo” sotto l’egida del Comune di Caltanissetta, e con la collaborazione dell’ACI di Caltanissetta, della delegazione Provinciale Telethon, dell’Ufficio VI Ambito Territoriale della Provincia di Caltanissetta/Enna, vedrà fronteggiarsi i docenti del Settimo, Volta, Galilei, Russo, Manzoni -Juvara, Rapisardi, Mottura e Mignosi. Lo scorso anno l’iniziativa della Dirigente, Prof.ssa Maria

L’iniziativa

Rita Basta, ha guadagnato l’adesione di oltre 5000 spettatori, tra studenti e docenti accompagnatori, permettendo di raccogliere una somma pari a 4.000 euro che sono stati consegnati all’associazione Telethon. L’entusiasmo che già circola tra gli organizzatori, coordinati dalla Prof.ssa Bennardo, e le scuole aderenti lasciano sperare in un successo altrettanto grande per la partita del 20 dicembre prossimo.


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Dicembre

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di Giuseppe Taibi

V

i trovate alla guida del passeggino con a “bordo” vostro figlio o vostro nipote. State percorrendo un tratto su un marciapiede, ed ecco materializzarsi un palo della luce, poi un segnale stradale, un pezzo di gradino rotto. Un percorso ad ostacoli, un saliscendi faticoso dalla banchina alla strada e viceversa. Che fatica per il piccolo, sballottolato in continuazione. Ma da oggi, grazie all’invenzione di un archimede dei tempi moderni, la vita dei pargoli sui passeggini sarà più comoda e sicura. Massimo Mattina, 31 anni di Milena, laureando in Ingegneria elettronica e di professione inventore, ha concepito un sistema elettrico moderno e innovativo da applicare ai passeggini e che serve a regolarne l’inclinazione in maniera semplice e veloce. Risultato: grazie alla sua idea l’inclinazione viene mantenuta stabile ed il modulo in cui viene posizionato il pargolo resta in posizione orizzontale evitando i classici sbalzi. A Massimo l’idea gli balena in testa due

sto – racconta - di sviluppare e presentare un sistema innovativo. L’idea mi è stata suggerita osservando il passeggino utilizzato per mio nipote. Mi ero reso conto dei problemi di inclinazione, dei disagi vissuti dal piccolo, di quanto potesse risultare scomodo e a volte anche pericoloso. Mi sono messo subito al lavoro, progettando un piccolo circuito composto da una serie di componenti come un accelerometro e dei sensori”. Attraversouna piattaforma inerziale, vengono trasmessi dei dati grazie a dei sensori elettronici collegati ad un arduino, per capirci una scheda elettronica di piccole dimensioni con un microcontrollore. Insomma è il cuore del sistema, una scheda che pilota i driver e che equilibra la stabilità del passeggino. L’idea piace alla commissione di esperti e Massimo Mattina vince il challange. Il premio è un biglietto per Milano, destinazione un centro di ricerca che lo aiuterà a migliorare la sua idea, a perfezionare il funzionamento dei sensori che leggono i dati ed il microprocessore.

Massimo Mattina,

l’archimede di Milena che ha inventato il passeggino intelligente anni fa, in occasione di un challenge riservato agli inventori di casa nostra ed organizzato a Catania dalla Stmicroelectronics. “Veniva richie-

E non solo. Il bottino è anche un contatto “pesante”, quello con Ivan Tomasi, amministratore delegato di Inglesina, un marchio storico nella

vendita dei passeggini. Nel frattempo Massimo deposita il brevetto e viene invitato, qualche mese fa, a partecipare a Maker Faire 2016, la

fiera degli inventori più grande ed importante d’Italia. “Eravamo in 400 scelti a seguito di una selezione compiuta su 4 mila”. Ed è in quell’occasione che la sua idea solletica la curiosità e gli interessi degli autori de “I fatti vostri”, la trasmissione mattutina di Raidue. E così Massimo finisce in tv, in diretta, invitato a spiegare a Magalli il funzionamento della sua creazione. Una creazione in cui la praticità si sposa con la tecnologia. Il passeggino può anche essere regolato attraverso un’app che si collega,via bluetooth,ai circuiti installati. Basterà uno smartphone per decidere altezza ed inclinazione. La passione per le invenzioni e le trovate geniali sembrano essere di famiglia, ereditate da un altro ar-

chimede naif, il padre, elettricista impiegato in una società elettrica. “Dall’età di 13 anni – aggiunge Massimo Mattina – mi sono appassionato alla materia studiando sui libri di elettrica di mio padre”. Un hobby che adesso potrebbe diventare la sua fortuna. La sua invenzione infatti piace. Oltre con Inglesina, l’inventore milenese ha dei contatti aperti con un altro gigante del settore, la Chicco. Nella sua avventura non è comunque solo: compagni di viaggio altri due ingegnosi inventori, Vincenzo Navanteri e Giovanni Selvaggio. “L’idea funziona, è pratica e sicura. D’altronde l’ho provata su mio nipote”. Un bimbo che un giorno potrà vantare di essere stato la cavia per una straordinaria invenzione.


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Dicembre

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“Crescere Imprenditori”

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ono aperte le iscrizioni per i nuovi corsi “Crescere Imprenditori”, il progetto nazionale per supportare e sostenere l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità, attraverso attività mirate di formazione e accompagnamento all’avvio d’impresa. L’iniziativa è realizzata da Unioncamere Sicilia che nei mesi scorsi ha consegnato oltre 70 attestati di partecipazione al progetto finanziato dal PON “Iniziativa Occupazione Giovani”, promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nell’ambito del Programma Garanzia Giovani, e attuato da Unioncamere sui territori tramite la rete delle strutture specializzate delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Conclusi con successo i primi corsi, adesso Unioncamere Sicilia sta raccogliendo le adesioni per i nuovi cicli di lezione che verranno attivati nei prossimi giorni. Per aderire all’iniziativa è necessario collegarsi al portale www.filo.unioncamere.it

dove sono indicate tutte le fasi del progetto. «Negli ultimi mesi – dice il segretario generale di Unioncamere Sicilia, Santa Vaccaro – sono stati formati una settantina di giovani che adesso hanno un’idea di impresa sviluppata e un business plan. Questo vuol dire che ora possono costituire un’azienda e accedere ai finanziamenti di Invitalia. Sono aperte le iscrizioni per partecipare ai nuovi corsi con i quali il sistema camerale si pone l’ambizioso obiettivo di fornire agli imprenditori di domani un bagaglio di conoscenze indispensabili per intraprendere la strada dell’autoimprenditorialità». «Gli argomenti trattati – conclude Vaccaro – sono di grande interesse: si va dal Business Model Canvas alla responsabilità sociale d’impresa, dal marketing al crowdfunding, dai servizi camerali agli adempimenti amministrativi».

Formazione, al via nuovi corsi. Sono aperte le iscrizioni attraverso il portale

www.filo.unioncamere.it

Il segretario generale di Unioncamere Sicilia, dott.ssa Santa Vaccaro

A CHI SI RIVOLGE IL PROGETTO

COME FUNZIONA

QUANTO DURA

COSA SUCCEDE DOPO

L’iniziativa si rivolge ai giovani che non studiano, non lavorano e non sono attualmente impegnati in percorsi di istruzione e formazione (Neet), che:

I giovani iscritti al programma Garanzia Giovani possono accedere ad una procedura di autovalutazione delle attitudini imprenditoriali, tramite un apposito test online.

hanno un’età compresa tra i 18 e i 29 anni sono iscritti a “Garanzia Giovani” e non stanno usufruendo di alcuna misura di politica attiva, compresi i percorsi di supporto e sostegno all’autoimpiego/autoimprenditorialità organizzati a livello regionale.

Una volta superato il test, il nominativo verrà inoltrato a Unioncamere Sicilia indicando la provincia dell’interessato che sarà quindi contattato in base alla data di effettuazione del test per iniziare il percorso di “Crescere Imprenditori”.

Il progetto è attivo a partire da marzo 2016 e si concluderà a dicembre 2017. In questo periodo sarà possibile accedere ai percorsi organizzati a livello territoriale da Unioncamere Sicilia.

I giovani che porteranno a termine il percorso – e avranno quindi redatto il piano d’impresa – potranno presentare domanda per accedere ai finanziamenti del “Fondo SELFIEmployment” gestito da Invitalia, sotto la supervisione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

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Per Unioncamere Sicilia l’obiettivo è quello di accompagnare 600 giovani Neetverso la creazione e lo start up di nuove imprese.

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La durata è di 80 ore suddivise in: 60 di attività formativa di base in gruppi (anche a distanza tramite live streaming) 20 di fase specialistica di accompagnamento e assistenza tecnica a livello personalizzato.

Per ulteriori informazioni è possibile contattare Unioncamere Sicilia – tel. 091-321510


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Dicembre

Con te, sempre.

Via Filippo Paladini, 97 CALTANISSETTA brums.com


il Fatto Nisseno - Dicembre 2016