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Mensile di approfondimento Direzione Editoriale: Michele Spena

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redazione: Viale della Regione, 6 Caltanissetta

- Tel/Fax: 0934 594864

ISSN: 2039/7070

FREE P

Settembre Anno II Num. 16

Poste Italiane S.p.A. - Sped. in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 conv. N. 46 art. 1 comma 1. Sud /CL

- Stampa: STS S.p.A. Zona industriale Vª Strada, Catania - Reg. Tribunale di Caltanissetta n° 224 del 24/02/2011

FATTI IN REDAZIONE

SOLIDARIETA’

GIUSTIZIA & SOCIETA’

Loredana Scillaci: “La scuola è il lavoro che amo”

Monsignor Antonio Migliore ed il suo Brasile

Giuseppe Iacona: “La giustizia non è un’azienda”

di L. Spitali

di V. Pane

di L. Ingrassia

a pagina 28

a pagina 14

a pagina 7

L’editoriale

“L’abbraccio finale” — di P. Gaetano Canalella —

“E gridammu tutti:Viva lu Principi San Michele Arcangilu”

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on questo grido incalzante a due voci, incitanti all’invocazione,alternate, insistenti e a tratti strazianti, lentamente rientra San Michele, a piccoli passi e all’indietro, nella sua chiesa, la Cattedrale, ogni qual volta esce in processione. E il popolo dei fedeli e dei devoti affollati tra i banchi e sotto le arcate del tempio fissa, con gli occhi in lacrime, il dolcissimo viso rassicurante del Santo Patrono di Caltanissetta. Un abbraccio finale, sconosciuto ai più, ripetuto e mai stanco, che la Città rinnova tre volte l’anno, specialmente il 29 settembre. In quel grido dei Devoti Portatori ci ritroviamo proprio tutti: e gridammu tutti! Tutta la Città, almeno in questo, ritrova la sua unità. Un grido che ci accomuna nella richiesta di aiuto e di protezione al Santo Patrono per i bisogni personali, familiari e per le necessità dell’intera comunità nissena. Alla luce della tristissima crisi economica, con un incredibile tasso di disoccupazione, con povertà diffusa, in presenza di un grave dissesto sociale e familiare, e di fronte allo smarrimento della dimensione del trascendente, ci sentiamo tutti più insicuri e vulnerabili,

“Caro San Michele ...salvaci tu” L’ANNIVERSARIO

Fatti & San Cataldo

Cataldo Naro, un pastore amato e perseguitato a pagina 10 e 11

POLITICA

La corsa all’ ARS ed il gioco delle tre carte a pagina 2

I disagi del carcere di San Cataldo in un’interrogazione parlamentare Il sovraffollamento delle carceri italiane, le condizioni di vita disumane nelle celle dei vari istituti penitenziari, l’elevatissimo numero di suicidi che ogni anno si registra-

DAL VALLONE

Le prediche “scomode” di Padre Calcara a pagina 12 e 13

di G. Nicosia scrivi alla redazione: lettere@ilfattonisseno.it

no sia tra i detenuti che tra gli agenti di polizia penitenziaria, sembrano non interessare chi, più o meno democraticamente, è preposto a risolvere certi problemi.

segue a pagina 8

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ma al contempo più uniti e solidali al cospetto dell’Arcangelo Michele. Ci rivolgiamo a Lui, a ‘lu Principi, perché per sua intercessione aumenti in noi la fede, perché ‘lo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo’. Perché per la potenza di San

Il 29 Settembre sarebbe auspicabile un’iniziativa pubblica di solidarietà

Michele, che ci insegna a vincere il male con il bene, col nostro impegno credente e solidale, migliorino le condizioni di vita nella nostra Città e, in particolare, si allevino le sofferenze di quanti sono in difficoltà. A tal proposito, a livello simbolico ma con tutta la forza che un segno può contenere e sprigionare, sarebbe auspicabile una qualche iniziativa pubblica di solidarietà che, nel giorno della festa dia sollievo ai più disagiati. Non è niente, ma sarebbe un’attenzione significativa, in quel giorno, perché nessuno si senta solo.


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Fatti & Politica

Ecco la stagione dei

temporali,

“c’è chi fa il gioco delle tre carte” di Salvatore Mingoia

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ra qualche giorno si apre ufficialmente lo scenario della campagna elettorale per la corsa a Sala D’Ercole fissata per il 28 ottobre quando saremo chiamati al voto per le elezioni dei deputati e del presidente della Regione. Ci siamo lasciati le ferie estive alle spalle e sono in vista forti temporali politici. Sono appena iniziate le manovre e le presunte alleanze, ma è anche arrivata, come detto, la stagione dei temporali e dei veleni. Lo “sparigliatore” di grande Sud, Gianfranco Miccichè, ha rimescolato le carte e dopo la dichiarazione di rinuncia, con una mossa a ferro di cavallo, quando tutti ci avevano creduto, ha fatto marcia indietro e si ripresenta all’appello per correre verso la presidenza della Regione; Leoluca Orlando non si stanca di seminare veleni e sospetti di connivenze e collusioni avendo come bersaglio preferito il parlamentare europeo Rosario Crocetta reo di essere alleato del Pd. Nel Partito democratico che ufficialmente sostiene la candidatura di Crocetta c’è chi fa il gioco delle tre carte e nasconde le vere intenzioni che sono proprio quelle di impallinare l’europarlamentare. Nei campo dei fiancheggiatore della politica, molti ex consiglieri e politici della prima ora si ripresentano con le solite facce per ricordare che ci sono anche loro. Vecchi e nuovi della politica tutti sulla scena a recitare la parte dei paladini. L’Udc ha praticamente ultimato la lista ed in questo quadretto elettorale c’è posto per Tonino Gagliano e Lillo Selvag-

gio, recentemente transitato dall’ex Mpa all’Udc. Nel Pd nisseno impegnato sul fronte delle alleanze è già partita la campagna elettorale del segretario provinciale Peppe Gallè che dovrà vedersela con Lillo Speziale, candidato per la

sesta volta e Miguel Donegani, Nell’ Italia dei Valori del segretario provinciale Salvatore Messana, ex sindaco di Palazzo del Carmine, sembra certa la discesa in campo di Tonino Nola ex dell’Udc che nel Vallone potrebbe vedersela con il consigliere

provinciale Gero Valenza che il Pid vorrebbe candidare. Nel Partito dei Siciliani, ex Mpa, il segretario provinciale Alfredo Zoda è già da tempo in campagna elettorale per presentarsi con tutti i crismi dell’ufficialità al suo terzo appuntamento elettorale. Dovrà

vedersela con il suo ex compagno di cordata Gianluca Miccichè, accreditato in seno all’Udc. Da contraltare ai partiti tradizionali il Movimento Cinque Stelle candida alla presidenza della Regione Giancarlo Cancelleri e Intesa Civica Solidale che con i movi-

menti Civici dell’isola Gaspare Sturzo, magistrato e pronipote di quel Luigi Sturzo fondatore della Democrazia Cristiana. A Riesi matura la candidatura di Arturo Testa che potrebbe tentare la corsa all’Assemblea regionale siciliana. Il presidente dell’associazione “Amici di Riesi”, pare infatti tra i papabili candidati alle elezioni regionali nella lista dell’aspirante governatore della Sicilia Nello Musumeci. A San Cataldo è ormai scontata la candidatura di Giampiero Moddaffari sostenuto dall’Udc sancataldese. Da Niscemi è stata preannunciata la candidatura, a sostegno della presidenza di Nello Musumeci del notaio Gian Vincenzo Pisa, nome noto, non soltanto a Niscemi, ma in tutta la provincia. Ritorna nell’agone politico l’ex assessore provinciale Gioacchino Lo Verme che si appresta a correre in lista con il Grande Sud. Lo Verme ritorna dopo l’esperienza, che lo ha visto candidato in pectore per la carica della più ambita poltrona di Palazzo del Carmine. Nello stesso partito di Gianfranco Miccichè ha ufficializzato la sua candidatura anche l’attuale presidente del consiglio Michele Mancuso. Nel Pid a sostegno di Nello Musumeci sono invece quasi certe (il quasi è d’obbligo) le candidature dell’ex presidente del consiglio comunale, ed attuale consigliere, Giuseppe Territo, dell’ex direttore sanitario dell’Azienda Sant’Elia Giuseppe Amico, di Tanino Petralia, Franca Meli e come detto prima di Gero Valenza che però avanza qualche rivendicazione in corso d’opera.

Direzione Editoriale Michele Spena

Direttore responsabile Salvatore Mingoia

Collaborazioni:

Ivana Baiunco Osvaldo Barba Marco Benanti Alberto Di Vita Etico Fiorella Falci Giuseppe Alberto Falci Salvatore Falzone Gaia Geraci Annalisa Giunta Leda Ingrassia Lello Kalos Giuseppe Nicosia Vincenzo Pane Donatello Polizzi Rosanna Zaffuto Rovello Laura Spitali Giovanbattista Tona

Disegno grafico Michele Spena

Impaginazione

Claudia Di Dino

Distribuzione

Giuseppe Cucuzza

Redazione Viale della Regione, 6 Caltanissetta redazione@ilfattonisseno.it Tel/Fax: 0934 - 594864 info pubblicità: 389/7876789


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Settembre

I fatti di

Etico Nonostante tutto, a Caltanissetta splende sempre il sole

Quando vai al cimitero e ti accorgi che le facce che vedi sono in numero maggiore rispetto a quelle che incontri per strada allora vuol dire che stai invecchiando. Ma stai invecchiando anche quando la tua vita è costellata sempre più di ricordi piuttosto che di progetti per il futuro. Affermazioni oggettive che portano a riflettere inducendoci a sostanziali considerazioni. Prima di tutto ogni pensiero è soggettivo, il carattere di ognuno e il suo stato psicofisico si riflettono sul suo umore. Essere felici, soddisfatti, realizzati fa guardare avanti e non indietro, anzi i ricordi belli diventano semmai una spinta e quelli brutti temprano o danno esperienza. Allora il punto è: il contesto in cui viviamo, la vita che conduciamo, ci garantiscono una serena attività? La società dove interagiamo ci consente di avere tranquillità, di agire secondo canoni civili nel rispetto reciproco? Basta avere una famiglia alle spalle per blindarsi rispetto ai problemi che giornalmente si presentano? Tutti oggi hanno la possibilità e la voglia di leggere, pensare, riflettere, osservare, di discernere quindi cosa è giusto o cosa è sbagliato senza volere spingerci nel campo minato del bene e del male. Fate attenzione ai giornali e non solo a quelli locali. Sono sempre di più gli articoli e gli spazi che si dedicano ai racconti, alle nostre radici, alla nostra storia; aumentano perfino le cene degli studenti a suo tempo diplomatisi, non c’è più la coppa o il trofeo ma si notano una marea di “memorial”, la sovrintendenza ha sempre più lavoro, gli archivi scoppiano, nascono i musei dell’arte moderna e perfino superati appaiono quelli dell’arte contadina, ogni parete riporta immagini della Caltanissetta che non c’è più. Un amarcord continuo struggente ma che

è anche preoccupante. La nostra società si volge indietro perché davanti non vi è niente da guardare o da scrutare. Chi ha voglia di andare via va oltre lo stretto; Caltanissetta sempre più buia e cupa non da speranze; non riusciamo a immaginare nemmeno i nostri figli salutati piangendo col fazzoletto mentre il treno si muove verso Xirbi perché ci hanno tolto pure i treni. Ma su Caltanissetta per nostra immensa e incommensurabile fortuna splende sempre il sole, la nostra stella cometa, il riferimento fedele per progetti di crescita e sviluppo; la storia dei nisseni e, piaccia o no, la loro nobiltà, in cui sempre più spesso ci rifugiamo sfogliando l’album dei ricordi, non sono il sintomo del tempo che fugge via, ma il blasone e il vessillo di una cultura che ci apparterrà per sempre, che deve far ardire il nostro cuore e risvegliare il nostro orgoglio. Rendiamo il contesto in cui viviamo appunto vivibile, mettiamo da parte acredini e ruggini di origine insignificante, puntiamo sugli uomini di grande cuore e di grande qualità e trasformiamo le cene amarcord in incontri di produzione di idee, lasciamo affisse le immagini di Caltanissetta antica ma guardiamo al progetto di rinnovamento, portiamo un fiore ai nostri cari che vegliano agli Angeli ma diamo un’opportunità ai nostri giovani prima che scappino via, rinnoviamo senza sconti le strutture che ci governano aborrendo il cancro del clientelismo. Cambiamo mentalità e buttiamo fuori gli ascari dal tempio, gli imbroglioni che sotto mentite spoglie usurpano potere e risorse. Ridaremo una speranza a noi stessi e riscopriremo il piacere di apprezzare il sorriso di un bambino o la compagnia di un amico mentre tutti insieme ricostruiamo Caltanissetta. Etico

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di Salvatore Falzone

“Preghiamo affinchè il livello del dibattito si innalzi”

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sservando le prime gigantografie elettorali e leggendo sui giornali le dichiarazioni dei candidati in corsa alle regionali di ottobre, pensavo l’altro giorno che anche la comunità votante dovrebbe avere i suoi santi in cielo. Dei santi tutti suoi, in un paradiso tutto suo; dei protettori speciali e specializzati da scomodare al momento del bisogno; patroni celesti di tutti gli schieramenti, e non soltanto – come qualcuno potrebbe pensare – quelli un po’ bigotti che in vita onorarono il vecchio scudo crociato (il nuovo, almeno in Sicilia, è diventato di larghe vedute) ma anche i fascisti di destra e mangiapreti di sinistra purchè - a suo tempo - gente “seria”. Tutti lì (magari dopo un po’ di purgatorio): nell’onorevolissimo empireo in cui non serve più stringere mani né cercare voti, lì dove non esistono differenze e i colori della fede terrena vengono continuamente annullati da una luce accecante e sempre nuova. E’ una sciocchezza, direte, e non perché non possa esistere un aldilà riservato agli ex dep ma perché non ci possono essere santi in politica. In ogni caso, lasciamo perdere questo discorso. Il punto è un altro: agli esordi di questa campagna elettorale che per certi aspetti si annuncia indecente e quanto mai confusionaria, il povero elettore non sa a quali santi rivolgersi per dire basta, una volta per tutte, alle bugie e alle mistificazioni, ai cambi di casacca, ai soliti noti e ai soliti ignoti… Anche perché sa già che è inutile: questo genere di preghiere, a differenza di quelle che danno il titolo all’ultimo romanzo di Truman Capote, non possono essere esaudite. E allora? Proviamo a ridimensionare il contenuto delle nostre

suppliche e preghiamo almeno perché ci sia un po’ di decoro, anche verbale, un po’ di sobrietà, un po’ di serietà (poca). Preghiamo affinché il livello del dibattito si innalzi e perché alle stupidaggini e agli slogan possano seguire discorsi di senso compiuto. Certo, il problema rimane: chi pregare. Già, chi pregare? Mi è venuta un’idea. Proviamo col sancataldese Giuseppe Alessi: chissà che trattandosi di regionali, il padre dell’autonomia siciliana…

Giuseppe Alessi


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Fatti, politica & Regione

Sicilia di Giuseppe Alberto Falci

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utti i riflettori sono puntati sulle elezioni regionali del prossimo 28 ottobre. Che, nel linguaggio di twitter, si chiamano #elesicilia2012. Osservatori e non, notisti parlamentari, big della politica nostrana, guardano alla Sicilia, e alle regionali, come un “test elettorale” in vista delle politiche del 2013. Ancora una volta la Sicilia, «e la sua buttanissima Autonomia regionale» (copyright Pietrangelo Buttafuoco), diventa un “laboratorio politico”, diventa la cartina di tornasole dei partiti nazionali. E i cittadini siciliani, o comunque la maggior parte, che non mangiano “pane e politica”, che non riescono a seguire i sommovimenti politici nostrani, cosa

Ci saranno settimane nelle quali potrà succedere di tutto comprenderanno? Perché è difficile per gli addetti ai lavori, figuriamoci per il cittadino-medio-siciliano. Facciamo un po’ d’ordine, o comunque proviamo a fare un po’ d’ordine. Iniziamo dal partito democratico, il “partito della vocazione maggioritaria” (Ancora non si è ben capito cosa significhi), il partito “delle primarie aperte”, il partito del “ma anche”, il partito che negli ultimi due anni in

cartina di tornasole della politica nazionale

Sicilia ha tenuto a galla il governatore regionale Raffaele Lombardo. Vi ricordate Raffaele Lombardo? Sì, proprio lui, il nostro “presidente”, preferiva farsi chiamare. Un politico furbo, cinico, spregiudicato, che riesce a rimpastare la giunta regionale di Palazzo d’Orleans per cinque volte, nomina 36 assessori in cinque anni, in quattro anni il suo parlamentino approva 98 leggi, ciascuna delle quali costa 7.5 milioni di euro. Chiusa parentesi. Dicevamo, il Pd. Indovinate un po’ cosa sta combinando? Fino a giugno era con Raffaele Lombardo, poi c’ha ripensato: ma quale Lombardo, chi lo conosce, noi vogliamo «ripartire dall’unione del centrosinistra e allargare all’Udc». D’accordo. E allora, tu, da osservatore della politica, pensi: ad un’asse principale Pd-Idv-SeL, da estendere all’Udc. E invece no, ti sbagli di grosso, caro osservatore della politica. Il Pd fa all’inverso: per settimane flirta con l’Udc di Casini, che in Sicilia è eterodiretta dal messinese Gianpiero D’Alia, e poi, quando l’Udc dice “sì” alla candidatura di Rosario Crocetta come presidente della Regione, a quel punto, il Pd si accoda, e strizza l’occhio all’Udc. Sì, perché in questo racconto surreale, il Pd non dice “sì” da subito a Rosario Crocetta,

LA

che si autocandida alla presidenza della regione, ma dice “sì”a Crocetta soltanto dopo il “sì” dell’Udc. In sintesi il Pd sta con l’Udc, e insieme sosterranno Rosario Crocetta. E il resto della sinistra, quella sinistra dalla quale sarebbe dovuto partire il Pd? Tutti con il giornalista, scrittore, sceneggiatore, Claudio Fava, uno dei fondatori della “Rete”, ex segretario regionale dei Ds, ex parlamentare nazionale, ex europarlamentare. Oggi sostenuto dalla

BO PO RA LI TO TI RI CO O

Federazione della sinistra, da Italia dei Valori, e da Sinistra ecologia e libertà. «Se volete favori, non votate me», tuona su twitter Fava. Se a sinistra piangono, a destra di certo non ridono. Anche qui due candidati. E che candidati, verrebbe da dire. Da una parte Gianfranco Micciché, l’uomo del famoso “61 a zero” targato 13 maggio 2001, quando l’allora “Casa della Libertà” non lasciò un seggio al centrosinistra nel’isola. Oggi Micciché, ha rotto con il Cavaliere, è pentito di averlo sostenuto, e corre

da solo. Anzi, no. La candidatura di Micciché è caldeggiata da Raffaele Lombardo e dal partito autonomista. Che, novità, non si chiama più “Movimento per l’autonomia”, ma “partito dei siciliani”. Pds è l’acronimo. Tant’è che a sinistra ci scherzano su:«Non mi dispiacerebbe votare Pds!», sussurra al Fatto Nisseno un ex diessino. E l’asse Lombardo-Micciché preoccupa tanto l’altro candidato di destra. Che è un politico noto alle cronache regionali, ma anche a quelle nazionali. Nello Musumeci viene da destra,

ma è stato anche sottosegretario dell’ultimo governo Berlusconi. «Persona perbene», dicono tanti, da presidente della Provincia di Catania si è distinto, raccogliendo consensi anche

a sinistra. Oggi è il candidato alla presidenza della regione di Pdl-PidLaDestra. Ma non è finita. Ci sono altri candidati, che potrebbe erodere consensi ai quattro candidati di punta sopra citati. C’è il nisseno Giancarlo Cancelleri, candidato del Movimento Cinque Stelle, che potrebbe togliere elettori a destra, a sinistra, e al centro, cavalcando l’onda dell’antipolitica. Poi c’è Mariano Ferro, candidato dei “Forconi”, che ritiene necessario «sostituire il materiale umano che ha governato questa terra». E c’è anche il pronipote di Don Luigi Sturzo, Gaspare Sturzo, sostenuto da diverse civiche. Insomma, gli elettori siciliani avranno l’imbarazzo della scelta. Ad oggi, prima di andare in stampa, circolano alcuni sondaggi che danno un testa a testa fra Musumeci e Crocetta. Ma è ancora presto. Ci saranno ancora settimane nelle quali potrà succedere di tutto. L’unica cosa è che non ci sarà alcun ballottaggio con il “preoccupante” rischio che il prossimo governatore della Sicilia non avrà la maggioranza per governare. E dovrà bussare alla porta del partito più vicino. Tant’è che nei corridoi del Palazzo si sussurra di un “inciucio post voto” fra Crocetta e Micciché. Sarà vero? Chissà, presto lo sapremo: ma nell’isola “più sprecona d’Italia” tutto è possibile. twitter: @GiuseppeFalci


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Comunicazione elettorale a pagamento

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L’ eurodeputato punta sulla modernizzazione: “Può arrivare seguendo la strada delle riforme”

“Sburocratizzeremo” la Sicilia La ricetta di Rosario Crocetta, il candidato alla presidenza che sogna il vero cambiamento

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l quartier generale di “Rosario Crocetta Presidente” è a Castel di Tusa, un posto bellissimo sul mare del Tirreno poggiato delicatamente come una reliquia su scogli e grandi sassi levigati dal tempo. Qui, nell’albergo – museo dell’amico Antonio Presti, l’europarlamentare del Partito democratico ed ex sindaco di Gela per due mandati, già di buon mattino, da oltre un mese, legge i

Sono convinto che la politica, a volte, proceda con una marcia inferiore rispetto alla realtà in cui opera. La Sicilia, comunque la si possa pensare, da questo punto di vista è come la Lombardia, il Piemonte, il Lazio, la Basilicata. Il cambiamento, la discontinuità, ci viene richiesto dai giovani, dai lavoratori, dalla classe imprenditoriale sana che vuole vivere e operare in un mercato libero

re ben presente che chi mi sostiene deve sempre partire dal principio ineludibile di legalità e giustizia”. Lei più volte in questi giorni ha parlato di modernizzazione dell’Isola. “Modernizzare vuol dire raggiungere livelli   di   efficienza   superiore.   Alla modernizzazione si può arrivare non solo seguendo una politica di tagli  fine  a  se  stessa  ma  soprattutto  la   strada delle riforme. La Sicilia deve aprire una vertenza con lo Stato e, per farlo, deve prima mettere le proprie carte a posto”. E le infrastrutture? “Questo è l’argomento centrale. Prendiamo, per esempio gli aeroporti: è assurdo pensare, così come si rischia che accada, che l’aeroporto internazionale di Catania, uno dei più importanti d’Italia, chiuda i battenti per lavori per un mese dal 5 novembre al 5 dicembre. Dirottiamo tutto  il  traffico  su  Punta  Raisi  o  sul   piccolissimo scalo di Birgi? Eppure, a Comiso, da oltre un anno abbiamo un aeroporto completo che non si riesce e non si vuole aprire. E’ un paradosso tutto nostro. Mi chiedo quanti soldi sono stati spesi per quell’opera per ora inutilizzata. Paradossalmente Castel di Tusa, il luogo che Crocetta ha scelto come suo quartiere generale ci sarebbe da restituire i soldi che, in proposito, ci sono stati erogati giornali, parla al telefono, program- dai   condizionamenti   della   mafia   e   dall’Unione europea. Stesso discorso ma la giornata di lavoro coi suoi col- della burocrazia e fuori da patti scel- per la rete ferroviaria che, anno dopo laboratori, incontra gente che viene a lerati con i partiti e con gli uomini anno, vediamo sempre più dimeztrovarlo da ogni angolo della Sicilia. che troppo spesso sono chiamati a zata con tagli continui al personale, Poi, dopo pranzo, con gli “ange- rappresentarli. Per tutto questo e con alle stazioni, alle tratte, ai mezzi. Nel li custodi” che da nove anni non lo la volontà di continuare a inseguire resto d’Italia la ferrovia è una risorsa perdono di vista neppure un attimo, quel percorso di coerenza così fati- che fa viaggiare centinaia di migliaia macina chilometri su chilometri: cosamente intrapreso, ho deciso di di cittadini e tonnellate di merci ogni Palermo, Trapani, Messina, Ragusa. scendere in campo”. giorno. Da noi è un ramo secco e per Non c’è angolo dell’isola che in que- L’accordo fra il suo partito e l’Udc andare da Catania a Trapani ci vosta prima parte di campagna elettora- l’hanno allontanata da Sel e Italia gliono oltre otto ore. Impensabile”. le non abbia battuto. dei valori che hanno deciso di so- E, poi? Perché proprio Castel di Tusa? “Si rende conto che una rete fer“Se ho deciso di candidarmi stimoroviaria   e   aeroportuale   efficiente   lato ed accettando le continue e nupotrebbe essere di grande aiuto merose sollecitazioni che in questo all’agricoltura siciliana? Raggiunsenso mi provenivano dal mondo gere i mercati europei e del nord del web, l’ho fatto proprio perché Italia per i nostri prodotti agricoli di in questa Sicilia di paradossi sogno Vittoria, Gela, Castelvetrano, Lentiuna terra che recuperi se stessa e il ni, è pressoché proibitivo tranne ad suo sogno antico con la sua storia, la utilizzare il gommato che, coi prezzi sua civiltà, la sua bellezza. E qui, nel del carburante che ci cuore della Fiumara d’arte, la bellezza è ovunque. E, poi, per un fatto logistico, di comodità e, soprattutto stenere Fava. perché   odio   gli   uffici   politici,   quel- “Questa parte moderata della politili   che   comunemente   si   definiscono   ca centrista e cattolica ha dimostrato ‘botteghe’. Non le tollero, mi danno di volere intraprendere con me una un senso di squallore anche se sono strada di rinnovamento: e io non stato costretto ad aprirne una nel posso avere preclusioni e chiusure cuore di Palermo”. mentali nei confronti di chi mostra Chi si attendeva da parte sua una concretamente di essere in sintonia campagna elettorale gridata è sta- coi miei principi. Sono atteggiamenti to deluso. fuori dal mondo e dalla mia forma“Non c’è bisogno di gridare per far- zione culturale. Se Idv e Sel non la si ascoltare da qualcuno. Poi, farlo pensano così mi dispiace e ne non è mai stato nel mio stile. La mia prendo atto ma io e i miei campagna elettorale non è ‘contro’ compagni di percorso tiqualcosa e qualcuno ma è ‘per’ la riamo dritti per la nostra conquista di un’idea che si possa tra- strada”. sformare in fatti concreti, opere, eco- Con lei hanno pure nomia, ricchezza, cultura, benessere scelto di schierarsi i anche interiore oltre che materiale. centristi di Rutelli e i La gente, poi, non ha bisogno di pro- socialisti. clami e promesse ma di segnali forti “Non dimentichiamoche si possono dare senza la neces- ci che con noi ci sono sità di gridare, appunto. Cercando di pure molti movimenti essere autorevoli e mai autoritari”. che da lunghi anni opeE quale è il primo segnale che in- rano in Sicilia nel sociale tende dare se venisse eletto Presi- e che rappresentano una dente della Regione? fascia molto apprezzabile “Quello della discontinuità col pas- dell’opinione pubblica. Poi sato. Non solo con quello più remo- le mie porte sono sempre to ma anche con quello più recente. aperte: occorre solo tene-

“L’Udc ha dimostrato di voler intraprendere con me una strada di rinnovamento”

sono fa lievitare i costi a dismisura. In questo modo non si creano i presupposti per far entrare l’imprenditoria siciliana nel libero mercato della concorrenza. Non c’è storia”. Abbiamo un immenso patrimonio culturale. In abbandono o sottostimato… “Anche in questo caso quella avuta fino ad  ora  è  stata  una  visione  vecchia. Il patrimonio artistico non può essere imbalsamato ma vivente. In Francia o in Germania nei musei si ascoltano concerti, ci sono i caffè, si tengono i convegni. Qui spesso sono chiusi anche nei gioni in cui si attendono  flussi  ciclisi  ci  turisti.  E,  poi,  chi   conosce, per esempio i percorsi della ceramica di Santo Stefano di Camastra o Caltagirone o le grandi opere dell’arte contemporanea esistenti negli itinerari della Valle del Belice o della Fiumara d’arte? Allora, io dico che è tempo che la Regione si doti di un sistema che riesca a veicolare l’immagine di questi luoghi. Parlo anche per le riserve naturali marine uniche e bellissime come Torre Salsa, Selinunte, la Val d’Anapo. In una parola: trasformare tutto questo ben di Dio in economia reale”. Gli industriali siciliani non sono stati teneri col presidente uscente Raffaele Lombardo. Ivan Lo Bello, in primo luogo, ha puntato il dito sull’immobilismo. “Il ragionamento di Lo bello è semplice: le richieste di autorizzazioni che giacciono sulle scrivanie degli assessorati per nuovi investimenti sono valutate intorno all’8 per cento del Pil siciliano. Se si sbloccassero la Sicilia sarebbe la regione col maggior trend di crescita in Europa. Ecco, allora che si torna al problema della sburocratizzazione. Le autorizzazioni vanno concesse o negate entro 90 giorni e i rilievi devono essere fatti una sola volta. Ad oggi sono stati utilizzati fondi europei per

il quinquennio solo per 809 milioni di euro su 6 miliardi. Peggio di noi sono riusciti a fare solo la Calabria e l’Albania”. La provincia di Caltanissetta è una di quelle che soffre di più. “Il territorio del nisseno è parecchio composito e variegato così come complessa e la sua distribuzione economico – sociale. Credo che il passo avanti che si è riusciti a fare con l’approvazione della Zona franca possa contribuire alle ragioni dello sviluppo e non dimentichiamoci, poi, che proprio questa, nonostante

“La provincia di Caltanissetta è riuscita a cambiare la propria mentalità” i mille problemi, è stata la provincia che più di tutte è riuscita a rinnovare la propria mentalità. E’ qui che è nato il  nuovo  corso  di  Confindustria   che si è allargato a macchia d’olio in tutta Italia. Le idee e l’operosità unite all’attività di una struttura regionale più moderna potranno dare nuovi impulsi per fare uscire questa provincia dal suo storico isolamento”. I sondaggi vedono un testa a testa fra lei e il candidato del Pdl Musumeci. In ogni caso, chiunque vinca, dovrebbe scendere a patti con gli altri partiti in corsa con quanti, per esempio,  oggi  si  identificano  in  Micciché,   Fava o, perché no, Cancellieri. “Lo ripeto, non ho preclusioni mentali nei confronti di alcuno. In questo momento mi sembra però proprio impensabile  prefigurare  scenari”. Sergio Nigrelli


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Media & Società

Cronaca giudiziaria, informazione e privacy,

this is

THE PROBLEM

di Donatello Polizzi «Sbatti il mostro in prima pagina senza alcun ritegno, senza alcun limite». Questo è l’imperativo categorico del giornalismo odierno, soprattutto italiano, dove si creano dei veri e propri casi mediatici. Titoloni, superlativi, foto in evidenza, un’esplosione di scoop: si scatena l’insana caccia alle streghe. Individuiamo inizialmente il percorso normativo che regola il diritto di cronaca e di pubblicazione delle foto. Le norme sulla privacy incidono sul modo con il quale i mezzi d’informazione trattano la cronaca giudiziaria. Le regole su quest’aspetto sono in parte poste dalla legge, in parte dal codice deontologico dei giornalisti del 1998 che è stato approvato con la partecipazione del Garante privacy, in parte da altri documenti prodotti dagli stessi giornalisti come la Carta di Treviso del 1990 sui minori, la Carta dei doveri del 1993. L’approvazione di una Carta, oltre al valore di un impegno dei giornalisti sul piano della deontologia professionale, sarebbe anche un’utile occasione per sensibilizzare il mondo dell’informazione (senza nulla togliere all’esercizio del diritto di cronaca) al rispetto dei diritti di chi si trova esposto, insieme con i propri familiari, alla cruda esibizione dei propri fatti di vita di fronte alla pubblica opinione (e spesso alla pubblica curiosità). La foto segnaletica, per le modalità e le circostanze nelle quali è realizzata, generalmente rende un’immagine negativa del segnalato. Per questo anche se tali foto vengono esposte nel corso di conferenze stampa tenute dalle Forze dell’Ordine, i giornali possono pubblicarle solo per finalità di giustizia o di

polizia (ad esempio in caso di evasione). Lo stesso Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno invita a diffondere le foto segnaletiche solo in casi limitati e a tutelare la riservatezza e la dignità delle persone coinvolte in attività di polizia. Ma questa è forse una delle disposizioni che con maggior frequenza vengono violate. C’è poi il divieto di pubblicare, senza il consenso dell’interessato, l’immagine della persona in manette (salvo che la pubblicazione sia necessaria per segnalare abusi: caso Tortora) e anche immagini di persone in stato di detenzione (salvo che esistano motivi

dignità della persona. Che può essere lesa anche dalla diffusione d’immagini di operazioni di arresto di ricercati o indagati. Qui entra in gioco un altro principio fondamentale, quello della responsabilità del giornalista, cui è sempre affidato il compito (e, appunto, la responsabilità) di valutare se pubblicare immagini di questo tipo. Il nove agosto, in seguito ad un comunicato dalla Guardia di Finanza, il nostro sito informativo pubblicò la seguente notizia: “Un’evasione fiscale da mezzo milione di euro è stata contestata dalla Guardia di finanza di Caltanissetta a un medico oculista che dal 2007

d’interesse pubblico o per finalità di giustizia o di polizia). La ragione di queste limitazioni ed il criterio principale che fa decidere della pubblicabilità o meno di determinate foto o immagini (e, più in generale, di qualsiasi notizia), è sempre il rispetto della

a oggi ha nascosto buona parte dei suoi guadagni e ha portato in deduzione costi superiori a quelli effettivamente sostenuti. Dall’accertamento del Nucleo di polizia tributaria è emerso che il professionista ha sottratto a tassazione 518.417 di base imponibile Irap di

518.417 euro, non ha dichiarato compensi percepiti per 455.151 euro, ha effettuato acquisti in evasione d’imposta per 110.910 euro, non ha contabilizzato ricavi per 36.443 euro”. Del soggetto non furono resi noti né i dati anagrafici, né la foto. Questo particolare scatenò da parte dei nostri lettori un autentico diluvio di missive che protestavano del perché non fossero rese note le generalità dell’evasore fiscale mentre in occasioni in cui erano arrestati dei giovani per la detenzione di modiche quantità di stupefacenti, immediata era la diffusione di foto segnaletiche e generalità. Sia ben chiaro e a scanso di equivoci, è fondamentale che la giustizia possa e debba indagare e quindi punire i colpevoli, ma si considerino con attenzione i danni psicologici e economici che i media possono causare agli indagati: è necessario essere cauti e quindi, prima di pubblicare le foto o mandare in onda le immagini del mostro sulle prime pagine o nelle aperture dei Tg, è indispensabile verificare ogni dato, ogni notizia. In termini di evasione fiscale ci sia consentito citare l’esempio dell’Inghilterra che ha deciso di pubblicare le foto dei grandi evasori fiscali inglesi. E’ questa l’idea avuta dalla Her Majesty’s Revenue and Customs (Hmrc) che ha pubblicato sul proprio sito internet le foto segnaletiche di venti grandi evasori con una richiesta esplicita ai cittadini di contattare le autorità se li riconoscono. Una sorta di taglia sulla testa dei grandi evasori fiscali di sua maestà la Regina Elisabetta d’Inghilterra. “Il

Governo è molto determinato a combattere l’evasione fiscale e la frode”, ha spiegato ieri il sottosegretario al Tesoro David Gauke, aggiungendo “questi criminali sono costati oltre 765 milioni ai contribuenti e il Fisco britannico li perseguirà senza tregua. Affidiamo la chiusura ad uno stralcio della presentazione della relazione del Garante per la protezione dei dati personali, Stefano Rodotà, del maggio 2002: “Nessuna limitazione del diritto di cronaca, nessuna censura. Il Garante non ha mai ceduto alla tentazione di farsi custode di una particolare etica o del semplice buon gusto. Ma è dovere nostro ricordare che, al di là della stessa legge sulla privacy, esistono norme di legge e regole deontologiche, liberamente adottate dai giornalisti, che impongono un particolare rispetto per taluni soggetti, in primo luogo i minori, gli ammalati, le vittime di violenze sessuali. Per tutti - anche per le figure pubbliche, anche per i protagonisti della cronaca - esiste comunque un irriducibile nucleo di intimità, che coincide con il rispetto della dignità al quale ognuno di noi, per volontà costituzionale e per irrinunciabili ragioni di civiltà, ha diritto”. (Dati e citazioni tratte da “Privacy e Giornalismo” di Mauro Paissan, 2012)


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La giustizia non è un’ azienda...

di Vincenzo Pane “Lo Stato deve capire che la Giustizia non può essere gestita con criteri aziendalistici. La Giustizia esige i tempi e gli investimenti che ci vogliono, non si può ragionare in termini di mera economia, anche perché, in questo modo, i cittadini stessi non potranno mai avere una buona idea nel sistema giustizia”. Ha le idee chiare e non è certo uno che le manda certo a dire il presidente dell’Ordine degli avvocati di Caltanissetta Giuseppe Iacona, che abbiamo incontrato per tracciare un bilancio dell’attuale momento della Giustizia in Italia, della situazione

distretto avvocatura e magistratura si sono battute all’unisono per far si che non venisse chiuso il Tribunale di Nicosia, che costituiva un importante presidio di legalità sia per la sua posizione geografica - in quanto è difficile spostarsi da Nicosia verso altre sedi - e per la sua efficienza. Di contro è importante che il Tribunale di Niscemi adesso faccia riferimento

battersi per la sopravvivenza della Provincia di Caltanissetta. A breve si svolgeranno le elezioni regionali, ma non mi pare di aver sentito alcuno dei candidati parlare della sopravvivenza della Provincia e di conseguenza della Corte d’Appello, anche perché da parte di altre zone vi sono mire su questo territorio e non è una cosa che possiamo accettare. Ed è

Se in Italia ci sono 300.000mila avvocati è segno che c’è qualcosa che non va dell’avvocatura e della situazione nel distretto della Corte d’Appello di Caltanissetta. Il momento è piuttosto difficile, stanno per chiudere diversi piccoli Tribunali e le riforme finora proposte non sembrano far fronte ai veri problemi del settore. Come si sta ponendo l’avvocatura? “Assistiamo alla chiusura di molti piccoli Tribunali, di sezioni distaccate e di uffici del Giudice di Pace, ma l’avvocatura ha seri dubbi che questo creerà risparmio e maggiore efficienza. Tra l’altro i Tribunali non hanno nemmeno lo spazio per ospitare il personale e tutte le carte che facevano parte delle sedi minori o distaccate che sono state chiuse. Nel nostro

Giuseppe Iacona, presidente dell’ordine degli avvocati di Caltanissetta

a quello di Gela e quindi alla Corte d’Appello di Caltanissetta”. Quindi la Corte d’Appello rimarrà a Caltanissetta? “Salvare la Corte d’Appello è stata un’atra delle priorità che ci siamo prefissati assieme al presidente della Corte d’Appello ed al Procuratore Generale. E su questo argomento va detto che è altrettanto necessario

chiaro che l’avvocatura non potrà che appoggiare chi si batterà veramente per il territorio nisseno”. Cosa pensa della mini-riforma della giustizia civile? “Anche in questo senso si sta procedendo in termini di risparmio, senza badare molto alle esigenze dei cittadini. Con l’introduzione della mediazione (istituto che prevede

un tentativo di risoluzione di una controversia davanti a un mediatore prima di iniziare la causa civile , n.d.r.) si è di fatto cercato di abolire il primo grado di giudizio ed adesso, con l’udienza filtro per decidere se un’eventuale ricorso verso una sentenza di primo grado è ammissibile o meno, si vuole eliminare anche il secondo grado di giudizio. La giustificazione è che in media, su 10 ricorsi in appello, 6 vengono dichiarati inammissibili. Ma questo vuol dire che altri 4, quindi quasi la metà, sono fondati. In questo modo verranno probabilmente respinti anche ricorsi che hanno la possibilità di essere accolti e quindi si rischia di incorrere, e lo dico senza voler fare polemica, in qualche abuso”. E la Giustizia penale? “La Giustizia penale deve essere amministrata nel modo più trasparente possibile. Ai cittadini vanno garantiti tempi rapidi di definizione dei processi, ma questo non vuol dire mettere ostacoli. I magistrati devono essere imparziali e sereni nel loro giudizio, non devono fare politica. Credo che un contributo importante possa venire dall’approvazione di una legge anti-corruzione più che da provvedimenti che mirano al risparmio delle risorse, ma credo pure che provvedimenti del genere potrebbero incontrare ostacoli al momento in cui si discute della loro approvazione. Si è parlato molto di prescrizione, ma anche questo è un tema delicato per molti versi. Ridurla troppo non è una soluzione, ma nemmeno dilatarla o non applicarla perché non ritengo giusto che un cittadino debba restare sotto processo, senza arrivare ad una sentenza, per molti anni”. Si parla da tempo di una riforma della professione forense, voi cosa

chiedete? “Che si faccia questa benedetta riforma, la attendiamo addirittura dal 1933. E’ necessario limitare l’accesso selvaggio, porre dei paletti tramite l’Università o qualcosa del genere perché se in Italia ci sono 300 mila avvocati è segno che c’è qualcosa che non va. Un numero così elefantiaco penalizza la qualità dell’avvocatura, ma la riforma deve essere fatta tramite una legge e non affidandosi a regolamenti normativi anche perché si rischia di andare incontro ad incostituzionalità. Dico questo perché la nostra professione non è assimilabile alle altre, in quanto è l’unica prevista dalla Costituzione visto che l’art. 24 disciplina la difesa del cittadino, ovvero il compito primario dell’avvocatura. Chiediamo che le attività di consulenza legale siano di competenza dell’avvocatura e non crediamo che le liberalizzazioni selvagge migliorino la qualità del nostro lavoro. Abbiamo accolto positivamente la reintroduzione dei minimi tariffari, perché lavorare al di sotto di un certo livello vuol dire penalizzare la qualità della nostra professione”.


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Giustizia & Società

I disagi al carcere di San Cataldo L’ interrogazione parlamentare di Rita Bernardini Il deputato radicale Rita Bernardini ha effettuato una visita ispettiva il 30 Giugno scorso nel carcere di San Cataldo

di Giuseppe Nicosia

I

n Italia, il “carcere duro”, conseguenza anche della crisi economica che stiamo affrontando e di molte leggi obsolete riguardanti soprattutto “droga” e “immigrazione”; si è dimostrato controproducente. Per rendere l’idea: in Norvegia, dove i detenuti sono trattati in modo molto umano - anche fin troppo secondo qualcuno - i casi di recidiva sono del 20% mentre nel nostro Paese la media degli ex detenuti che tornano a delinquere è del 70%. Pochissimi i politici che si battono per ristabilire la legalità all’interno di quel sistema che la legalità dovrebbe garantirla. L’On. Bernardini è sicuramente tra i primi elementi di questi moderni eroi: con impegno stacanovista infatti continua a far ispezioni nelle carceri italiane, per raccogliere dati e testimonianze e presentando continue interrogazioni in Parlamento. Così è stato lo scorso 30 giugno quando, dopo aver assistito alla mostra «Attimi d’evasione» (un laboratorio cartoonist tenuto dal vignettista Lello Lombardo all’interno del carcere di San Cataldo) ha deciso di effettuare una visita ispettiva all’interno dell’istituto. Io ho avuto la fortuna di accompagnare l’Onorevole, insieme a Gianmarco Ciccarelli dei Radicali Catania e Donatella Corleo dei Radicali Palermo. La visita ha avuto una durata di quasi 6 ore; la delegazione è stata rice-

vuta e accompagnata dal direttore dell’istituto, Angelo Belfiore, e dal comandante di Polizia penitenziaria, Alessio Cannatella. La situazione riscontrata è stata la seguente: i detenuti presenti erano 100, di cui 94 stavano scontando una condanna definitiva, 4 erano in attesa di giudizio, 2 in regime di semilibertà; la capienza regolamentare della casa di reclusione di San Cataldo, secondo quanto riferito dal direttore, è di

gli agenti di polizia penitenziaria effettivamente in servizio nell’istituto sono 64, a fronte di una pianta organica che prevede 71 unità; i detenuti che lavorano sono 15. Visitando le celle dell’istituto l’On. Bernardini si è soffermata a colloquiare con le persone ristrette. Molti gli stranieri (sono circa il 40% della popolazione detenuta), alcuni riferiscono di trovarsi in carcere per non essersi attenuto all’ordine di espul-

I detenuti di San Cataldo che hanno partecipato al laboratorio di “cartoonist”

127 posti. Questo primo punto ha incoraggiato l’On. Bernardini che solitamente si trova a registrare condizioni di sovraffollamento inimmaginabili. Secondo quanto riferito,

sione: «Siamo qui per clandestinità, non abbiamo commesso nessun altro reato». Diversi detenuti lamentano ritardi e inadempienze da parte del magistrato di sorveglianza, tra que-

sti un recluso riferisce di essere al 3° giorno di sciopero della fame perché alla sua richiesta di un colloquio con il magistrato di sorveglianza non è seguito alcun riscontro, dopo più di un mese dalla presentazione della domanda. Atri detenuti lamentano l’assenza del direttore: «Ho fatto 5 istanze per parlare con lui, oggi lo vedo per la prima volta», afferma un detenuto quando incontra il direttore Belfiore; «Il direttore dopo 9 mesi lo sto conoscendo adesso», lamenta un altro; va sottolineato che il direttore della casa di reclusione di San Cataldo è altresì direttore della casa circondariale di Caltanissetta e della casa circondariale di Gela. Una triplice carica, in istituti posti ad una certa distanza, che non rende sicuramente semplice ottemperare ai propri doveri. Lamentele anche per i ritardi nelle visite mediche richieste settimane prima e per il cosiddetto “sopravitto”, con riferimento sia alla qualità che al prezzo dei prodotti. Alcuni detenuti dichiarano: «il cibo che acquistiamo a volte ci viene consegnato quando è ormai prossimo alla scadenza e in alcuni casi quando è già scaduto, anche se pagato a caro prezzo». I detenuti riferiscono inoltre che le schede che i familiari devono compilare per la consegna di beni o prodotti al congiunto ristretto, schede recanti l’intestazione «direzione casa di reclusione San Cataldo», non vengono fornite dal

carcere ma possono essere acquistate esclusivamente in un tabacchino vicino al carcere, al prezzo di € 0,10. Continuando la visita ispettiva all’interno dell’edificio risalente al 1938, e che originariamente ospitò un orfanotrofio, non possiamo che notare le fatiscenti condizioni della struttura. Alcune celle sono sprovviste di doccia, ai detenuti è consentito l’utilizzo della doccia esterna tre volte alla settimana; altre celle non hanno l’acqua calda. Su molte finestre della prigione, oltre alle normali sbarre, sono saldate lamiere che coprono la visuale esterna fino ad una altezza di circa 3 metri dal pavimento. Queste lamiere si surriscaldano terribilmente colpite dal sole nel periodo estivo. Alle finestre sono inoltre state applicate reti a maglia stretta, per cui la circolazione di aria e l’ingresso di luce naturale risultano particolarmente limitati. Una nota positiva è che tutte le celle della casa di reclusione sono dotate di frigorifero. Sulla situazione del carcere di San Cataldo, i primi di agosto, è stata presentata un’interrogazione parlamentare a firma di Rita Bernardini, Marco Beltrandi, Maria Antonietta Farina Coscioni, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti; alla quale tutt’oggi non si è avuto risposta. Il testo integrale dell’interrogazéne è consultabile via internet su: “Il blog di Rita Bernardini”.


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Fatti contro la mafia La lezione di

per non dimenticare

Naro

Cataldo

Storia & Cultura

a sei anni dalla sua scomparsa

E

Le strade della resistenza alla mafia illuminate dal Vangelo

di Giovanbattista Tona

ra il 9 giugno del 2005 e in una chiesa di Cinisi si celebrava la messa per impartire il sacramento della cresima. Sarebbe venuto l’Arcivescovo da Monreale a presiedere la funzione, ma non c’era tanta aria di festa. Reggeva la Diocesi Cataldo Naro, un monsignore dal sorriso tenue e dal fare schivo, che si era insediato da tre anni e che aveva promosso una pastorale concreta, attiva e innovativa. E si era fatto un po’ di nemici. Alcuni di questi erano lì, a Cinisi, il paese di Peppino Impastato e di Tano Badalamenti, i due volti della Sicilia: la voglia di libertà e l’oppressione della mafia. In mezzo sta la cultura della paura e della violenza, che sembra neutrale ma che di fatto finisce per favorire la mafia. E la Chiesa dove stava? Da una parte, dall’altra o in mezzo? Prima di essere vescovo, Cataldo Naro, da storico e da mistico, si era arrovellato a lungo su un tremendo interrogativo: come mai in Sicilia, dove tanto presente era stato il messaggio di Cristo, tanto potente era stata invece la criminalità organizzata? Inutile negarlo, sembrò dire Naro avviando le sue ricerche storiche sulla Chiesa di Caltanissetta; la mafia esiste, è forte, è un fenomeno incontrovertibilmente ancorato alla nostra terra. Inutile nascondersi o trovare scuse: la chiesa locale nella sua storicità, al pari di tutti i vari “pezzi” che compongono la società secolare, conobbe la mafia, fu nelle condizioni di comprenderne la natura malefica, ma, presa da altri condizionamenti, non riuscì a leggerne le caratteristiche dirompenti e antitetiche rispetto al messaggio evangelico e agli interessi delle comunità. Naro tirò fuori dagli archivi i documenti più vari, taluni anche molto imbarazzanti, dai quali emerse ad esempio che, in epoca fascista, alcuni sacerdoti, parenti di mafiosi in

carcere, impetravano al loro Vescovo un’intercessione presso le autorità civili al fine di rappresentare la buona condotta e l’affidabilità del congiunto; o sui quali si legge che alcuni prelati, in epoca repubblicana, giudicavano positivamente un mafioso, accontentandosi della sua vicinanza solo fisica alle parrocchie e alle processioni, accettandone in offerta il denaro senza curarsi della sua provenienza.

che in quel periodo non era la sola a ragionare così; lo facevano anche le Prefetture, le istituzioni politiche, qualche influente esponente delle forze dell’ordine e qualche alto magistrato. Con questo la Chiesa non doveva considerarsi scusata, anzi con la sua consueta intransigenza mite, Naro sottolineò questa incapacità di vedere, capire e prendere le distanze dalla mafia e affermò che per questo la

La cittadina di Cinisi nel palermitano. A sinistra Gaetano Badalamenti. Sopra Peppino Impastato

Naro con distacco offrì questi dati a chi li voleva leggere. Non difese ideologicamente la Chiesa, ma ricordò

Chiesa doveva ripensare a se stessa e fare penitenza. Perché, sosteneva Naro, la Chiesa non avrebbe dovuto ragionare come tutte le altre istituzioni terrene; nel Vangelo avrebbe dovuto trovare tutti gli strumenti per cogliere nella mafia le potenzialità di peccato di cui solo adesso esplicitamente si parla. Ora non bastava dire genericamente che doveva essere più presente nella storia.

La proposta di Naro è assai più radicale: la Chiesa deve convertirsi di più al suo Signore. Se è rimasta in-

differente al fenomeno mafioso, se ha lasciato che esso crescesse nel territorio che Ella doveva presidiare, se ha consentito agli uomini di quelle organizzazioni di sentirsi perfetti cristiani, ciò significa, secondo Naro, che non è riuscita a ritrovare davanti a sé il vero volto di Cristo ed il suo sguardo si è invece disperso tra le cose del mondo. La Chiesa insomma non ha avuto presente il messaggio evangelico nella sua integralità, non ha saputo andare oltre il contingente per scoprire il senso vero delle cose e i confini certi del bene. E così si è lasciata prendere, contaminare, assuefare dalle ambiguità della cultura mafiosa, responsabile del degrado sociale, economico e morale della Sicilia. Cataldo Naro lo aveva detto più volte e chiaramente: esiste una generica vita religiosa che può essere in tutto compatibile con la cultura mafiosa, perchè si risolve in una commistione informe di diffuse esigenze etiche

con tradizionali pratiche di culto. Ma questa “religiosità” è incapace di reagire dinanzi alle manifestazioni criminali più subdole e camaleontiche e, anzi, non è nemmeno in grado di riconoscerle come forme di peccato. E allora, quando arriva nella diocesi di Monreale, tra Corleone, Prizzi, Partinico, Altofonte e quella Cinisi dove Felicia Impastato, la mamma di Peppino, credeva in Dio ma non si fidava dei preti, Cataldo Naro si mette subito al lavoro e porta avanti il progetto culturale “Santità e legalità”; recupera tutte le figure locali che hanno testimoniato il Vangelo, ripudiando la violenza, come fece Frate Bernardo da Corleone, prima ribaldo assassino, poi convertitosi ad umile frate, la figura che ispirò Manzoni per il suo Frà Cristoforo; cerca di fare della Chiesa un interlocutore umile e aperto, ma al contempo fermo rispetto ai condizionamenti del mondo. La mafia è incompatibile con il Vangelo e, secondo Naro, solo se la Chiesa riuscirà ad incarnarlo davvero e a formare nel profondo le coscienze degli uomini al messaggio di Cristo, il potere della criminalità perderà la sua forza. Per fare questo, bisognava prendere tante decisioni e cambiare tante cose: era necessario il “rinnovamento pastorale”. E ciò significò il riordino di tante parrocchie e l’avvicendamento di tanti parroci. Il 9 giugno del 2005 c’erano le cresime a Cinisi e l’Arcivescovo Naro era atteso da alcuni “fedeli” che gli rimproveravano di avere trasferito il loro parroco. Del malcontento Naro sapeva ed era andato lì anche per spiegare le ragioni che avevano reso necessario quel trasferimento. Ma finita la cerimonia un nutrito gruppo di persone lo attese e lo aggredì mentre dal sagrato raggiungeva la sua autovettura. La scena risultò incredibile ai presenti; qualcuno la documentò con un filmato che si può ancora rivedere su “youtube”.


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La mafia esiste, è forte, è un fenomeno incontrovertibilmente ancorato alla nostra terra Un pastore amato e perseguitato I suoi percorsi improntati a serio impegno diventavano selettivi, suscitando invidia, gelosia e persino astio. Ne soffrì accettando la croce dell’incomprensione e dell’ostilità ma la gente lo ha capito. Il suo popolo lo ha accolto, si è sentito amato. Il fastidio che tutto questo provocava e provoca in qualcuno è segno che anche da morto la sua testimonianza è ancora valida e inquietante. (don Vincenzo Sorce, “La Repubblica”-Palermo, 10 dicembre 2006) Lo stesso Naro dopo qualche giorno la raccontò così: “una donna mi ha tirato la croce che ho al collo, altri si sono aggrappati alla mantellina, altri ancora mi hanno preso alle spalle, colpendomi con pugni da dietro. Sono riuscito a entrare in auto e la folla si è sfogata contro la vettura. Ancora pugni, urla, calci. Alcune persone hanno portato bambini davanti al cofano per impedire all’autista di andare via subito. Poi, per fortuna, i vigili urbani e i carabinieri sono intervenuti, hanno liberato la strada e siamo riusciti ad andare via”. C’entrava la mafia? No di certo. Ma c’entrava una cultura tanto incline alla violenza e all’arroganza e poco incline

al rispetto delle regole e dell’autorità. Una cultura che si sedeva sui banchi delle chiese ma che poco aveva a che fare con il Vangelo; quella cultura che aveva aiutato la mafia a prosperare per secoli. Fioccarono, nei giorni seguenti, decine di attestazioni di solidarietà, affetto e stima a Cataldo Naro e il fatto sembrò inspiegabile. Ma l’aggressione di Cinisi fu la manifestazione più rozza ed evidente delle tante avversioni, insofferenze, mormorazioni e gratuite accuse che circondarono i tentativi di innovazione di cui si fece portatore quell’uomo di Dio fino alla sua morte prematura e improvvisa, il 29 settembre 2006.

Seppe cercare l’amicizia con Dio

C

ontinua a fiorire e a rifiorire l’interesse attorno all’opera e al messaggio di Cataldo Naro, sui quali uomini di Chiesa, laici, studiosi e intellettuali riflettono e meditano, producendo studi e pubblicazioni. Dopo i numerosi volumi curati dal Centro Studi Cammarata e da don Massimo Naro che hanno raccolto gli scritti del Vescovo di Monreale e poi anche gli interventi degli autorevoli relatori che hanno partecipato ai convegni che ne hanno ricordato la figura, di recente per i tipi delle edizioni Paoline è uscito un agile volume che raccoglie gli studi e le meditazioni di Mons. Vincenzo Bertolone, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, e che porta il titolo “Cataldo Naro un pastore abitato dal Signore. Il Vangelo dispiegato in Sicilia”.

Il libro si inserisce nella collana “Spiritualità del quotidiano” e propone un’approfondita lettura della spritualità di Cataldo Naro, intesa come vocazione alla santità. Mons. Bertolone conclude il suo articolato studio, ricordando la più grande intuizione del Vescovo di Monreale; quella di un Dio amico. Naro esprimerà così nel suo testamento la sua gratitudine a Dio: “Lo ringrazio dell’amicizia che mi ha dato (e anche fatto sentire in un’infinità di modi). Tutto il resto scolorisce di fronte all’immensità dell’amicizia del Signore”. Mons. Bertolone è anche il Postulatore della Causa di beatificazione di Padre Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso per mano mafiosa il 15 settembre 1993.

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Una breve vita radicale e coerente Cataldo Naro è nato a San Cataldo il 6 gennaio 1951. Iniziò gli studi presso il Seminario di Caltanissetta e poi studiò teologia nella Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale, a Napoli, Sezione San Luigi, conseguendo il baccellierato. Ha frequentato la Pontificia Università Gregoriana, laureandosi in Storia della Chiesa, e ha partecipato al corso di Archivistica presso l’Archivio Segreto Vaticano, conseguendo

so l’Istituto Teologico Diocesano di Caltanissetta. Fu Assistente incaricato di Storia della Chiesa presso l’Istituto teologico S. Giovanni Evangelista di Palermo (oggi Facoltà Teologica di Sicilia) dal 1978 al 1993, anno in cui divenne professore, prima incaricato e poi ordinario, della stessa materia. Nel 1993 anno fu nominato Vicepreside della Facoltà Teologica, incarico che ricoprì fino al 1996, allor-

Il giovane seminarista Cataldo Naro con il papà Salvatore

il relativo diploma. È stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1974 per il clero della diocesi di Caltanissetta, dove si dedicò all’attività pastorale; poi nel 1977 venne incaricato di dirigere l’Archivio storico diocesano e fu as-

segnato come Vicario coadiutore a San Cataldo, dal 1977 al 1979; è stato prima Vice Assistente e poi Assistente diocesano della Compagnia di Sant’Angela Merici, dal 1978 al 1991, prima di essere nominato Vice Assistente della Federazione delle Compagnie Mericiane. Ha insegnato Storia e Filosofia presso il Liceo del Seminario di Caltanissetta ed è stato rettore della Chiesa di S. Giuseppe in San Cataldo. Dal 1986 al 1989 ha ricoperto l’incarico di Prefetto degli Studi dell’Istituto Teologico Diocesano e dal 1989 al 1991 ha collaborato con il suo vescovo nella preparazione e svolgimento del Sinodo diocesano, in qualità di segretario del Sinodo. Ha pure tenuto corsi di Storia della Chiesa, Patristica, Archivistica, Storia dell’Arte Cristiana e Metodologia pres-

ché ne fu eletto Preside per due mandati consecutivi. La Conferenza Episcopale Italiana lo nominò consulente del Servizio nazionale per il progetto Culturale nonché del Consiglio d’Amministrazione del quotidiano Avvenire e del Comitato scientifico delle Settimane Sociali. Oltre a collaborare con i giornali La Sicilia, L’Osservatore Romano e Avvenire, mons. Cataldo Naro ha pubblicato studi aventi carattere prevalentemente storico e riguardanti la storia della Chiesa in Sicilia, tra i quali: Il movimento cattolico a Caltanissetta (Caltanissetta, 1977); Spiritualità dell’azione e cattolicesimo sociale (Caltanissetta, 1989); Chiesa e Società a Caltanissetta tra le due guerre, (Caltanissetta-Roma, 1991); Preti sociali e pastori d’anime (Caltanissetta-Roma, 1993). E’ stato per un decennio Direttore del Centro Studi Cammarata di San Cataldo, facendolo diventare un centro di promozione culturale conosciuto in tutta Italia e non solo. Eletto alla Chiesa titolare di Monreale il 18 ottobre 2002, è stato ordinato vescovo il 14 dicembre 2002. L’arcivescovo di Monreale era anche Abate di Santa Maria del Bosco, presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, membro della Conferenza Episcopale Siciliana, vicepresidente del Comitato Nazionale per l’organizzazione del Convegno della Chiesa Italiana che si doveva svolgere a Verona nell’ottobre del 2006. Non riuscì a parteciparvi. Morì improvvisamente all’età di 55 anni il 29 settembre del 2006.


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Fatti & Vallone

A tu per tu con Padre Giovanni Calcara il

“Prete scomodo”

Il domenicano dell’ordine dei predicatori, amato dal popolo e “odiato” dai politici di Osvaldo Barba E’ soffiato un vento di rinnovamento sulla festa della Madonna dei Miracoli, Patrona di Mussomeli che quest’anno ha visto il santuario gremirsi di fedeli quasi all’inverosimile. Da sempre l’ottava che precede la festività dell’8 settembre è stata molto seguita ma mai come quest’anno. Molto ha fatto e continua a fare il giovane ma già ben radicato don Ignazio Carrubba Rettore del santuario. Ma tantissimo o forse “troppo” in relazione ai punti di vista , ha predicato nelle sue omelie di “fuoco” padre Giovanni Calcara, domenicano dell’ordine dei predicatori che qualcuno ha già ribattezzato “il prete scomodo”. Politica, società, usi e costumi e soprattutto Chiesa sono stati affrontati con tale e tanta naturalezza da far riflettere molti dei fedeli e da far “tremare” qualche politico. Nella sua essenza esclusivamente umana Gesù è stato un politico? Se per politica intendiamo, come oggi generalmente s’intende e purtroppo si vive, la gestione del potere fine a se stessa che poi trascende nel voto di scambio, nella corruzione e nel clientelismo a danno dei bisogni dei cittadini, tesa solo a difendere la propria “casta” Gesù non è stato sicuramente un politico. Se per politica invece intendiamo, come deve essere, un impegno che ha al centro il “servizio all’uomo” in tutte le sue necessità, nel contesto primario della sua socialità, allora possiamo definire in senso lato Gesù un “politico”. Anche se è una definizione fin troppo restrittiva per la sua opera

di evangelizzazione e di salvezza, in quanto Figlio di Dio è venuto ad annunciare “a tutti gli uomini di buona volontà” che il fine della loro vita non è la società ma Dio. La dura contestazione che Gesù ha avuto da parte degli Scribi e dei Farisei, secondo lei, aveva a che fare con il potere politico di allora? Per la verità Gesù non è stato contestato solo dagli Scribi e dai Farisei, ma anche da altri movimenti religiosi e socio-politici come anche dagli stessi sacerdoti e dal Sinedrio che era la massima autorità religio-

Benedetto XVI: “L’ unità dei cristiani non è la politica ma la chiesa” sa del tempo, assieme al Capo dei Sacerdoti. Da una parte Gesù stesso dice che il Lui si realizzano le Scritture e tutte le attese dell’Antico Testamento, ma nello stesso tempo vengono superate. “Vi fu detto… ma io vi dico…”. Molte volte Egli li richiama al fatto che le stesse Scritture da essi citate li condannano, perché non credono che il Lui si è compiuta l’attesa del Messia. Pretendono di conoscerlo, ma lo rifiutano e quindi lo condannano. Lo stesso rischio

che possiamo correre anche oggi. Infatti diciamo di avere le tradizioni, ma scambiamo le manifestazioni della religiosità popolare come “atti di fede” perché di fatto non manifestano più la nostra dimensione interiore, ma solo un sentimento emozionale legato al momento e che non incidono per niente, nel nostro vissuto quotidiano. E tutto ciò vale anche per coloro che sono chiamati a manifestare e vivere la loro missione all’interno della Chiesa come servizio e non come potere o privilegio. Gesù è un personaggio “scomodo” per tutti, perché smaschera l’ipocrisia di molti che, ieri come oggi, credono di poterlo strumentalizzare per i propri scopi, dimenticando che solo Lui è la Via, la Verità e la Vita Quale, tra i Dieci Comandamenti, dovrebbe essere quello che maggiormente dovrebbe influenzare le scelte di un politico? Come insegna la Chiesa il comandamento è uno solo: “Amerai il Signore tuo Dio, non avrai altri dei all’infuori di me”. Gli altri otto, così come li conosciamo, non sono altro che l’esplicitazione, la semplificazione di esso. E ciò vale per il cristiano e quindi anche per il politico. Sant’Ireneo dice che “La gloria di Dio è l’uomo vivente”, San Tommaso d’Aquino specifica che “L’uomo è unità sostanziale di corpo e di anima”, ma anche le scienze o la psicologia parlano di una dimensione corporea e spirituale dell’uomo. Può quindi proporsi al governo chi non crede al rispetto che si deve all’uo-

mo, in quanto creatura di Dio e di

un essere aperto, naturalmente, alla trascendenza? Giovanni XXIII affermava quindi che “Devono essere soddisfatti tutti i bisogni dell’uomo, quelli della sua natura umana, come quelli della sua natura divina”. L’uomo è quindi la via per rendere la verità sulla vera concezione della politica e sulla sua autentica missione, per rendere anche la verità su Dio. Come da Lei affermato, Gesù, nella sua natura umana, in un certo qual modo, è stato un “politico”. Ma di destra, centro o sinistra? Credo che non abbia preferenza di ruoli in campo, ma che preferisca essere un buon allenatore, perché ognuno nel proprio ruolo, dia il meglio di se stesso. D’altronde come

ha detto Benedetto XVI al Convegno Ecclesiale di Verona: “L’unità dei cristiani non è la politica, ma la Chiesa”. Pochi mesi fa ha debuttato il “partito dei preti”. Qual è l’opinione di padre Calcara? Al di là di come è stato presentato dai media, il cosiddetto “partito dei preti”, non può esistere perché è il risultato sbagliato sia sul piano dei richiami al magistero della Chiesa che sul piano pratico di chi l’ha promosso, don felice Lupo che, infatti è stato sconfessato sia dal card. Bagnasco (presidente dei Vescovi italiani) che dal card. Paolo Romeo (presidente dei Vescovi siciliani). Un fatto del genere non può che generare confusione nel complesso quadro politico siciliano, già poco credibile per se stesso. E il suo punto di vista sul passato governo regionale? Le anticipate dimissioni del Gover-


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istituzione appartenga. In fondo solo pochi “solisti” hanno fatto sentire il loro dissenso, il “coro” ha sempre cercato la sua parte di bottino… Elezioni regionali 2012: Musumeci, Crocetta, Miccichè, Fava, Cancellieri, Sturzo. Quanto e quali trova coerenti con il loro profilo politico e i rispettivi programmi elettorali? Purtroppo non conosco i programmi politici dei candidati che, hanno

A destra la Madonna dei Miracoli di Mussomeli. In alto padre Giovanni Calcara

natore Lombardo sono emblematiche del fallimento politico e morale del suo governo che, ahimè, e vorrei questo dato politico fosse ricordato da tutti, ha governato in questi anni alleandosi con tutti i partiti presenti all’Assemblea Regionale. La Regione sull’orlo del fallimento finanziario non è altro che il risultato di un modo di concepire e gestire il governo in maniera assolutamente clientelare, basti pensare alle nomine di consulenti esterni, anche dopo le dimissioni, in campagna elettorale a carico del bilancio della Regione naturalmente. Ancora, i diritti sono stati visti, come favori o concessioni del monarca, dal cui tavolo tutto doveva transitare, anche le decisioni dei propri Assessori. Se va condannato Lombardo, vanno anche condannati tutti quelli che hanno permesso, appoggiato, beneficiato di questo sistema a qualunque partito, sindacato o

tardato ad essere presentati, dato l’impegno primario a stringere, prima, alleanze e strategie elettorali, dimenticando che esse dovevano essere il risultato del confronto sul programma e non sui pregiudizi personali dei vari attori in scena. Quindi vanno letti e messi a con-

fronto, soprattutto in riferimento alla storia personale dei vari candidati e dei partiti che li appoggiano per esprimere un voto libero e non condizionato da promesse di posti di lavoro, o peggio comprati con i buoni spesa o di benzina. Temo il disimpegno di non andare a votare dei tanti che non credono più a questi politici e alle loro parole, ma il diritto al voto è anche un dovere. Bisogna, quindi, andare a votare anche per manifestare nel segreto dell’urna il proprio dissenso e la propria indignazione. La situazione socio-economica di Mussomeli è molto simile a quella di altri comuni vicini al baratro. Qual’è il suo pensiero in merito considerando la presenza in loco di due deputati nazionali, di cui una attualmente in carica e di un tre volte ex ministro? E’ vero, Mussomeli, ma anche grandi città dell’isola come Palermo, Catania, Messina o tanti piccoli comuni, sono sull’orlo del fallimento. Dicono gli amministratori per i tagli dei finanziamenti da parte dello Stato, ed è vero. Ma vogliamo dimenticare anche la legge che ha istituito gli Ato Ambiente per la raccolta dei rifiuti? Autentici carrozzoni creati da Cuffaro e poi supportati da Lombardo, commissario straordinario per i rifiuti in Sicilia, che hanno fatto aumentare le tasse rifiuti con peggioramento, però, dei servizi resi? C’è quindi una crisi derivante dal “sistema” che, però è voluto dai politici che a tutti i livelli non hanno fatto niente per cambiarlo. E perché un onorevole dovrebbe essere “benemerito” per il proprio paese di origine? Per i favori che ha saputo ottenere o per la pro-

pria attività in aula, le iniziative di legge che ha presentato o promosso, le interrogazioni rivolte ai vari ministri su tutto quello che ritenevano, o ritengono, essere un “dovere” da svolgere per il Bene Comune, nell’espletamento del loro mandato parlamentare? Vorrei tanto che questi criteri fossero ben presenti, non

“E’ necessario un rinnovamento della vita ecclesiale per rispondere alle attese dei giovani” solo agli onorevoli o ex ministri, ma prima di tutto, agli stessi cittadini elettori. Nelle sue omelie ha molto colpito il fatto che, sempre alla Parola di Dio ha fatto seguire delle esemplificazioni pratiche, anche di carattere politico. Perché questo? Secondo lei il popolo mussomelese ha bisogno di essere educato in tale senso di lettura della propria fede e del proprio impegno civile? Esiste all’interno della Chiesa una difficoltà a parlare di certi argomenti, infatti come affermava un “profeta del nostro tempo”, il vescovo brasiliano DomHèlderCàmara: “Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi dicono che sono un santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”. Prendendo esempio da un grande domenicano come Giacinto Lacordaire, il quale affermava che “il cristiano è colui che tiene in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale” ho sempre ritenuto che fosse mio dovere di predicatore annunciare la Parola di Dio cercando di scrutare i “segni dei tempi” e la realtà in cui ci troviamo, per viverla come luogo di incarnazione di questa Parola, nella sua luce e con la speranza di vederla realizzata. E questo potrebbe essere l’orizzonte personale ed esistenziale con cui vivo la mia missione di domenicano. Ma come non ricor-

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dare anche l’Esortazione Apostolica Post Sinodale “Verbum Domini” di Benedetto XVI che dedica tutto il terzo capitolo “Verbummundo” a tale argomento? Fra l’altro al n. 93 afferma: “Avvertiamo tutti quanto sia necessario che la luce di Cristo illumini ogni ambito dell’umanità: la famiglia, la scuola, la cultura, il lavoro, il tempo libero e gli altri settori della vita sociale. Non si tratta di annunciare una parola consolatoria, ma dirompente, che chiama a conversione, che rende accessibile l’incontro con Lui, attraverso il quale fiorisce un’umanità nuova”. Per la mia esperienza, infatti da 24 anni conosce la realtà ecclesiale e sociale di Mussomeli, credo che sia necessario ed urgente un rinnovamento della vita ecclesiale e delle modalità con cui, oggi si vive la fede per rispondere alle attese soprattutto dei giovani, indifferenti a tutto quello che non permette loro un’esperienza reale di Cristo. Si può essere orgogliosi solo di essere “eredi e custodi delle tradizioni”, forse ci si può anche interrogare sull’oggi e del futuro nell’impegno di rievangelizzare le nostre tradizioni. Per concludere: secondo lei, quale preghiera ogni mussomelese dovrebbe rivolgere a Maria SS. dei Miracoli nell’interesse comunitario, politico e religioso? Mussomeli invoca la Vergine Maria come sua “Signora e Patrona”. A lei acclama: “Salva il tuo popolo” nella certezza che Lei risponda: “Dirò questo è il mio popolo”. Un legame di fede inscindibile con la stessa identificazione culturale del DNA di ogni buon mussomelese. Come sappiamo la sua materna intercessione è lasciata in eredità dallo stesso Cristo, quando dalla Croce la proclama madre della Chiesa e della nuova umanità e Maria, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica “mai smette di pregare e di intercedere, perché ogni suo figlio sia salvo, con lei alla destra del Padre”. Che la Vergine ottenga l’unità della fede per la comunità ecclesiale di Mussomeli, la concordia nelle famiglie, un futuro migliore per i giovani, la consolazione per gli ammalati, l’impegno ad essere costruttori di pace nella giustizia e nella legalità.


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Fatti & Solidarietà

“Il vescovo missionario” Monsignor Migliore tra Serradifalco e Brasile di Laura Spitali

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a ventisei anni un ponte invisibile congiunge Serradifalco al Brasile. Un ponte costruito da monsignor Antonino Migliore, serradifalchese e vescovo della diocesi di Coxim nello stato del Mato Grosso. Un ponte di solidarietà e amore che unisce le origini di padre Migliore alla sua vita sacerdotale e missionaria, da sempre dedicata ai più bisognosi ed in particolare ai giovani, che ama definire “il sale della vita”. I giovani hanno da sempre segnato il cammino pastorale di padre Antonino, il quale appena ordinato prete nel 1969 fu chiamato dall’allora vescovo di Caltanissetta monsignor Alfredo Garzia ad occuparsi dei giovani, prima a Sommatino e poi a Serradifalco, dove fondò la prima comunità giovanile ed introdusse le “messe beat”, ossia le messe cantate ed accompagnate dal suono delle chitarre. Una vera e propria rivoluzione per quei tempi. Nel 1979 padre Migliore divenne arciprete della chiesa Madre di Serradifalco, ma questo incarico non durò molto. Infatti, la vocazione missionaria, che lo accompagnava fin da quando iniziò a frequentare il seminario da bambino, fu esaudita: nell’ottobre del 1985, in occasione della visita del brasiliano vescovo Eduardo, che venne nella diocesi nissena in cerca di nuovi preti per la missione in Brasile, il vescovo Garzia accolse la necessità di padre Migliore di compiere il suo cammino da missionario. Ma non partì subito: completò l’anno pastorale e nel frattempo frequentò un corso preparatorio alla missione organizzato a Verona. Finalmente il 18 novembre 1986 padre Migliore partì come missionario in Brasile, trascorrendo i primi tre anni a Piracicaba e

successivamente a Sonora fino al 1996. Come trascorse i primi dieci anni di missione in Brasile, e soprattutto cosa apportò alla comunità chiamata a guidare? “All’inizio fui inviato a Piracicaba, ma dopo un anno ero insoddisfatto perché mi trovavo in una parrocchia già attiva e avviata, e io avrei preferito operare in un contesto più bisognoso del mio operato. Così nel 1989, al terzo anno della mia missione pastorale, il vescovo mi propose di andare a Sonora in Mato Grosso, un piccolo paesino che era sorto da appena un anno attorno

alle donazioni dei serradifalchesi riuscii a far costruire diverse casette da 36 metri quadrati che allora costavano 3 milioni di lire ciascuna. In seguito, grazie alle donazioni pervenute, feci costruire una casa di riposo per anziani, costituita da otto appartamenti autonomi. Successivamente, grazie alla donazione della famiglia Guttilla di Serradifalco e alla collaborazione di suore e volontari dem-

ad una piantagione di zucchero, costituito soltanto da baracche in plastica che ospitavano famiglie da dieci elementi. Lì finalmente potei dare il mio contributo concreto, e fu così che per i primi anni il mio lavoro fu più sociale che religioso. Decisi di stimolare la solidarietà dei miei conterranei, e grazie

mo vita al “Progetto Speranza Giuseppe Guttilla”, un dopo scuola per i bambini che nel tempo si è arricchito ospitando attività culturali e ricreative. Avendo scarsità

di cibo ci adoperammo cercando di sfruttare al meglio quello che la terra ci donava: così, fra l’altro, riuscimmo a produrre il latte partendo dalla soia, lì molto abbondante, utilizzando un macchinario manuale che decidemmo di denominare “la mucca meccanica”. Inoltre, essendo Sonora abbastanza distante dai centri medici e dalle farmacie, in quegli anni decisi di far preparare una ragazza del luogo per poi creare una farmacia omeopatica. E con l’aiuto di volontarie facemmo sorgere la “Pastorale del Bambino”, un centro pediatrico che segue i bambini da zero a cinque anni. Negli anni il paese di Sonora è cresciuto, e con esso anche la qualità di vita dei suoi abitanti”. Come mai la sua missione in Brasile, così prolifica, s’interruppe nel 1996? “Dopo il Natale del 1996 il vescovo Garzia mi chiese di ritornare in Italia. Probabilmente la sua scelta fu guidata anche dal fatto che in quel

periodo subii molto ostruzionismo da parte del sindaco di Sonora, arrestato per corruzione ma che nonostante ciò venne rieletto dal carcere, il quale non vedeva di buon occhio il mio operato. Così tornai in Sicilia, e operai per un anno a Calascibetta e per due anni nella chiesa del Sacro Cuore di Caltanissetta. Credevo che ormai la mia missione pastorale si sarebbe svolta qui, nella diocesi di Caltanissetta. E invece? “Del tutto inaspettatamente il 2 aprile 2000 ricevetti una telefonata di convocazione dal Vaticano, e giunto a Roma mi proposero di diventare vescovo di Coxim. Mi dissero che furono i preti della diocesi brasiliana a indicare il mio nome, e questo mi emozionò molto. Fui ordinato vescovo il 23 giugno dello stesso anno da Papa Giovanni Paolo II, e a luglio partii per il Brasile. Da allora sono trascorsi dodici anni, e mi sono dedicato soprattutto al lavoro vocazionale fra i giovani, con le ordinazioni sacerdotali che fino a sette anni fa non avvenivano da parecchio tempo. A oggi ho ordinato undici preti, e quest’anno ho pubblicato una raccolta delle omelie delle ordinazioni intitolata ‘Il sacerdote chiamato e inviato’. Mi auguro che questa ‘missione per i giovani’ continui, perché nella diocesi di Coxim, che ha un’estensione di 50.000 Km2 e 150.000 abitanti di cui 120.000 cattolici, ce n’è molto bisogno. E proprio per questo, assieme ai miei collaboratori, mi sto anche dedicando alla formazione dei laici, con l’educazione di catechisti e operatori pastorali, per una religiosità cosciente attraverso missioni in giro per la diocesi, al fine di divulgare il vangelo e di andare sempre incontro ai giovani”.


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La festa del Patrono Quando i Moncada giunsero nel 1400 a Caltanissetta cercarono di introdurre la devozione a Santa Venerina senza riuscirvi. Diversa la sorte del culto a San Michele introdotto sul territorio nisseno dai Cappuccini

San Michele,

l’Arcangelo che “stregò” i nisseni di Rosanna Zaffuto Rovello

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el Medioevo, Caltanissetta era un piccolo centro agricolo, che produceva quasi esclusivamente frumento. Nelle vaste lande semiaride della Sicilia interna non vi erano villaggi o paesi, non vi erano boschi o laghi, il giallo delle colline era interrotto solo da qualche carrubo isolato e da qualche casupola di pietra, paglia e fango. Eppure questa desolazione nascondeva in sé una grande ricchezza: in un periodo in cui guerre e carestie dominavano in tutta Europa, il territorio produttore di frumento divenne desiderabile per le grandi famiglie nobili siciliane e spagnole che esportavano grano in tutto il bacino del Mediterraneo, soprattutto verso la Spagna. I nobili feudatari così riuscirono a trasformare il piccolo paese sperduto nell’entroterra, in una ricca città in cui prosperavano sia il ceto mezzano che i contadini. Per questo, sin dal 1300, Caltanissetta venne scelta come centro per la fiera, che tradizionalmente si svolgeva a settembre quando i contadini avevano venduto il frumento - e quindi avevano disponibilità di danaro - e prima che iniziassero i lavori autunnali di aratura e semina. La ricchezza di questo piccolo mondo agricolo era però legato al favorevole succedersi delle stagioni: una prolungata siccità o una eccessiva piovosità mettevano a rischio il raccolto e di conseguenza la stabilità economica dell’intera comunità cittadina. Il contadino e il bracciante, ma anche il proprietario terriero e il mercante di grano, si affidavano alla protezione celeste, attraverso l’intercessione dei santi, perché proteggessero le messi e la loro stessa vita. I Moncada giungendo a Caltanissetta agli inizi del 1400 avevano portato con sé la devozione a Santa Venerina, molto diffusa sulle pendici dell’Etna. Ma la chiesetta costruita sulla collina della Saccara non

era divenuta mai un centro di attrazione religiosa per i nisseni, tanto che nel 1592 venne inglobata nella costruzione del convento dei benedettini di Santa Flavia e scomparve. Ben diversa la sorte del culto di San Michele portato a Caltanissetta intorno alla metà del Cinquecento dai cappuccini. L’Arcangelo veniva rappresentato con la spada e la bilancia che serviva per pesare le anime dei morti e giudicare la loro vita, ma nell’immaginario popolare subito si pensò a San Michele come protettore del commercio ed in particolare del commer-

Nell’immaginario popolare si pensò a San Michele come protettore del commercio cio del frumento. Così l’arrivo del culto dell’Arcangelo a Caltanissetta ebbe una favorevole accoglienza: dal 1550 fu intitolata a San Michele la fiera e già dieci anni dopo, nel 1560, il 29 settembre si correva il Palio di San Michele, una corsa di cavalli che si svolgeva sullo stradone principale della città. In quella occasione i giurati della città davano disposizioni per l’ordine pubblico ordinando che i fantini non dovessero battersi a “scurriati” e che nessuno si dovesse buttare a terra davanti le zampe dei cavalli per impedirne la vittoria. Il premio consisteva in un Palio, una sorta di drappo ricamato con l’immagine del Santo,

che veniva consegnato alla famiglia proprietaria del cavallo vincente. Nella seconda metà del Cinquecento, San Michele non era stato ancora proclamato patrono della città, ma il suo culto era ben radicato e diffuso. Poi avvenne un episodio che rafforzò la venerazione a San Michele. Infatti nel 1624 si era diffusa in Italia una terribile epidemia di peste che non arrivò mai a Caltanissetta grazie all’intervento miracoloso dell’Arcangelo. Ne fu testimone fra Francesco Giarratana, un cappuccino che viveva nel convento delli Pigni, quello che poi divenne ospedale Vittorio Emanuele, in fondo al viale Regina Margherita. Dalla finestra della sua cella, fra Francesco vide l’Arcangelo Michele, con la spada sguainata che impediva l’accesso alla città ad un uomo malato di peste. Il frate raccontò la sua visione ai giurati della città ed insieme ad essi si recò nelle campagne di Sallemi, verso cui aveva visto dirigersi l’appestato. Lì in una grotta i giurati trovarono un uomo morto di peste, che confermava così il racconto del cappuccino. Da quel momento l’Arcangelo venne riconosciuto come protettore della città e nel luogo del ritrovamento venne costruita la chiesa dedicata a San Michele. Stefano Livolsi che stava lavorando ad una statua dedicata ad un angelo custode fu incaricato di trasformare quell’opera in modo che rappresentasse l’Arcangelo e i giurati promisero con voto solenne che

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rigava intantu a Diu, ccu tuttu arduri, chi a stu flagellu avissi datu fini; e a San Micheli amatu Protetturi raccumannava li soi Cittadini; ch’intercedennu appressu lu Signuri, fussiru liberati li mischini da dda crudili e orrenna infezioni, pri la potenti sua protezioni. Prigava, e riprigava intensamenti: quann’eccu in mezzu di la sua priera in un eccessu, o estasi di menti ‘na visioni vidi ingenua, e vera. San Micheli cci appari ddà prisenti, e lu modu cci svela e la manera comu esentata avia Caltanisetta d’essiri da la pesti allura infetta. E cci dici di chiù, cli d’iddu vulià Essiri di ddu populu Patronu; e fra Franciscu chinu d’alligria jetta allura ‘na vuci comu un tronu: e: - Viva San Micheli! (dici) e sia d’iddu la gloria: d’iddu è stu gran donu. San Micheli…iddu sì …stu Santu è statu: chi da la pesti già nn’ha libiratu! -

Versi tratti da: “Apparizione di S. Michele Arcangelo in Licata ed in Caltanissetta, (1624 - 1625), (ottave annotate e pubblicate del sac. Nicolantonio Diliberto). Tipografia del Giornale di Sicilia, Palermo 1876

tutti gli anni avrebbero offerto tutto l’olio necessario per fare ardere perennemente una lampada nella cappella a lui dedicata, dentro la Chiesa Madre.


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C’erano una volta le verginelle...

di Alessandro Maria Barrafranca

Il 29 di settembre la città di Caltanissetta, come da tradizione, si ritrova ai piedi del suo Santo Patrono palesando, a distanza di quasi quattro secoli, esempi di una fede popolare che intimamente ci appartiene e nella quale anche i più piccoli sono in qualche modo coinvolti. In questo atteso giorno, invero, quest’ultimi si rendono ignari protagonisti di una genuina forma di devozione che li vede, al fine di sciogliere un voto fatto dalle loro mamme, sfilare dinanzi alla seicentesca statua dell’Arcangelo vestiti da San Michele i bambini, e da

Verginelle - pur se questa tradizione oggi è del tutto scomparsa - le bambine. L’antica usanza, che si rifà alle processioni figurate tanto in voga fino al XVIII secolo, ebbe la sua origine fra i patrizi nisseni, i quali in tale giorno – quasi come in una sorta di sfida devozionale – si affaccendavano nel far confezionare, ali in argento, elmi e spade, per i loro figli maschi che dovevano far da Angioletti, oppure splendidi abiti adorni di trine, gioielli e corone di vivacissimi fiori artificiali per le femminucce. La consuetudine, che con il trascorrere del tempo divenne uso comune dell’intera popolazione, oggi, pur conservando gli aspetti

La tradizione che ha superato l’onda della modernizzazione ed è arrivata fino ai giorni nostri, è quella del viaggio a piedi scalzi

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San Michele portato a spalla dai devoti, ritratti in una foto dello scorso anno

a venerazione e il culto di San Michele, così antico e radicato nel nostro territorio, hanno subito negli anni trasformazioni e cambiamenti, purificandosi forse dagli elementi di superstizione e ingenua credulità. Proviamo a fare un viaggio insieme nelle tradizioni cultuali antiche e ormai perdute. Da circa centocinquant’anni, ad esempio, non si fa più l”apertura” la caduta fulminea e simultanea di drappi e decorazioni che nascondevano la statua del Santo, mostrandolo improvvisamente, quasi fosse un’apparizione, agli occhi dei fedeli assiepati nella chiesa madre. Dalla riuscita o meno dell’apertura – segno dell’umore del Santo - si traevano gli auspici per il nuovo anno. L’evidente paganesimo del rito fece sì che il vescovo Giovanni Guttadauro nel 1868 ne proibisse l’esecuzione. Legato intimamente al culto di San Michele Arcangelo è il numero nove, quanti sono i cori degli an-

primordiali, ha perso quella peculiare caratteristica che vedeva coinvolte le genitrici nella realizzazione di questi particolari abiti. Attualmente, difatti, gli stessi, creati nella seconda metà degli anni ’50 dallo stagnino Francesco Paolillo, sono affidati ad una famiglia nissena che li pone a disposizione, di tutti coloro i quali volessero assolvere a tale voto, in occasione delle processioni di San Michele di maggio e settembre. Così, da generazione in generazione, come in una fede che si rinnova, si protrae questa forma di devozione che trova le sue radici nel tempo, proponendosi annualmente, dopo aver attraversato i secoli, intatta nella sua genuina espressività.

Credo e tradizioni, il culto dei devoti tra passato e presente

geli, che ritroviamo in molte tradizioni ormai perdute. La Curunedda di lugluriusu San Micheli arcangilu di cui parla Pitrè, è composta di nove poste: chi la recita ogni giorno sarà assistito da nove angeli nel momento della morte e consolato nove volte al giorno dagli angeli nel Purgatorio. Per nove anni consecutivi si svolgeva il digiuno del lunedì di Pasqua. In onore di San Michele infatti, proprio nel giorno di Pasquetta, in cui tutti andavano in campagna a rimpinzarsi dopo il lungo digiuno quaresimale, i fanciulli e le fanciulle che avevano fatto la promessa, digiunavano a pane e acqua. Chi riusciva a portare a termine la promessa per nove lunghi anni consecutivi riceveva nove candele benedette da portare a casa e sarebbe stato assistito da San Michele Arcangelo in persona nell’agonia e nella morte. Una tradizione votiva era quella dei Bilannuna grossi ceri, decorati di

fiori e nastri che venivano portati in processione per sciogliere un voto. L’offerta di candele e di olio per la lampada era nata in un periodo in cui, mancando ogni altra forma di

Legato intimamente al culto di San Michele Arcangelo è il numero nove illuminazione, l’altare del santo più venerato spiccava nelle chiese buie grazie alla presenza delle numerose candele dei suoi devoti. Per questo più grande era la grazia ricevuta, più grossa e pesante era la candela portata in processione. Un’altra prumissioni era quella, tenerissima, dei San Michiluzzi: chi chiedeva una grazia prometteva di

far vestire un proprio figlio come San Michele. Così si vedevano gruppi di bambini, un po’ frastornati, ma compresi nel proprio ruolo, che indossavano una tunica celeste al ginocchio, una piccola corazza di latta, l’elmo, la spada il mantello e le ali, piccole raffigurazioni viventi del potente Arcangelo. La tradizione che ha superato l’onda della modernizzazione, ed è arrivata sino ai giorni nostri, è quella del “Viaggio” a piedi scalzi. Partecipare a tutta la processione senza indossare le scarpe è una forma di penitenza molto diffusa: si mortifica il corpo e si sopporta il dolore e la fatica per elevare l’anima. Ma è anche un modo per umiliarsi: in un mondo contadino in cui il possedere le scarpe poteva sottolineare la differenza tra il benessere e la miseria, camminare senza scarpe per fede era un modo per sentirsi tutti uguali dinanzi alla grande potenza di San Michele Arcangelo, il principe degli angeli.


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Curiosità & San Michele

“Santini” che passione! La collezione del Capitano Ricotta di Annalisa Giunta

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na grande devozione e passione quella del nisseno Gioacchino Ricotta, capitano delle Real Maestranza dell’anno 2012 appartenente alla categoria dei barbieri e gran cerimoniere, nei confronti del Santo protettore di Caltanissetta, San Michele Arcangelo, che da oltre 20 anni colleziona santini, statue, quadri, medagliette, francobolli, acquasantiere, penne, calendari, libri, foto dei luoghi di culto legati alla sua figura, oltre al bollettino ufficiale del Santuario del Gargano “Michael” essendo iscritto alla confraternita . Oggetti che Gioacchino Ricotta custodisce gelosamente nella sua casa come veri e propri cimeli. “Questa passione – ci racconta Gioacchino Ricotta – è nata mentre mi trovavo in vacanza a Vieste, in Puglia, qui ho notato che ogni strada aveva un edicola votiva di San Michele. Essendo il Santo protettore della Puglia c’era tra gli abitanti del luogo una sorta di gara a chi esponesse la statua più bella, così per scherzo mi sono messo a fotografarle e da lì ho pensato di collezionare tutte queste foto. Passione crescita nel tempo, tanto vero che ho cominciato a ricercare nei mercatini oggetti e documenti riguardanti il Santo e nelle chiese i santini raffiguranti San Michele e di recente ho anche cominciato a dipingere l’immagine del nostro Santo Patrono”. Un migliaio le immagini e le fotografie scattate in questi

anni da Gioacchino Ricotta che raffigurano le statue e i luoghi di culto di San Michele nelle diverse zone dell’Italia e all’estero, mentre sono circa 600 i santini che con orgoglio ci ha mostrato, alcuni risalenti alla fine dell’ottocento altri più recenti, provenienti non solo da Caltanisetta e da tutta la Sicilia ma anche dall’estero: Spagna, sud America. “Per me i santini – afferma Ricotta – rappresentano l’immagine storica di San Michele. Una passione che io già avevo in passato, collezionando tutti i santini delle chiese nissene, e che poi ho focalizzato sul nostro patrono”. Tra gli oggetti più curiosi collezionati in questi anni, un bicchiere di una famosa crema spalmabile alla nocciola, prodotto nel 2003, con l’effige del Santo e la spiegazione del significato del nome Michele (“chi è come Dio”), recuperato a Tirano; mentre tra gli oggetti più

antichi, oltre ai santini, il signor Ricotta ci ha mostrato un libro della fine dell’ottocento scritto da padre Bonaventura da Sorrento, con immagini risalenti al 400 d.c. e un documento originale datato 1832 dell’iscrizione alla confraternita Santa Carità dell’Arcangelo San Michele della parrocchia San Paolo di Lisbona. L’immagine di San Michele Arcangelo sia per il culto che per l’iconografia, dipende dai passi dell’Apocalisse. È comunemente rappresentato alato in armatura con la spa- da o lancia con

cui sconfigge il demonio, spesso nelle sembianze di drago. A volte ha in mano una bilancia con cui pesa le anime, particolare che deriva dalla tradizione islamica, mentre l’iconografia bizantina predilige l’immagine dell’Arcangelo in abiti da dignitario di corte rispetto a quella del guerriero che combatte il demonio o che pesa le anime, più adottata invece in Occidente. Un hobby quello del capitano Ricotta che molti familiari e amici conoscono e che cercano di assecondare regalando souvenir mirati, come la statua portata in dono dal fratello dall’Andalusia e il quadro commissionato ad un artista e regalato dal figlio per il suo compleanno. Passione che il signor Ricotta condivide con il fratello Carmelo, assieme al quale in questo momento sta realizzando un elenco storico di tutte le opere che si trovano nelle chiese e nei musei italiani e con sua moglie, Maria Rosaria Cordaro, che lo a c c o mp a g n a annualmente al Monte San’Angelo a Foggia e nei suoi viaggi mirati a scoprire i luoghi di culto e a ricercare oggetti sacri. Ed è proprio mentre si trovava a Lourdes, in uno dei suoi viaggi, dinnanzi alla porta di San Michele che il capitano della Real

Maestranza ha sentito un senso di serenità, ha capito di essere fortunato rispetto a tanta altra gente e ha deciso di intraprendere la strada del volontariato, accompagnando per conto dell’associazione Alida, della quale fa parte da qualche anno, i malati oncologici negli ospedali per seguire la radioterapia e la chemioterapia. “Dopo aver voluto, assieme al gran cerimoniere Gianni Taibi, che si riprendesse l’antica tradizione della Real Maestranza di accompagnare il patrono nella processione dell’8 maggio, svoltasi per l’ultima volta nel 1955 – aggiunge Gioacchino Ricotta – adesso mi piacerebbe realizzare una mostra tematica su San Michele esponendo tutto ciò che ho collezionato in questi anni e andare al Mont Saint Michel, situato presso la costa settentrionale della Francia, dove è stato costruito il santuario nel 708 in seguito alle tre apparizioni successive dell’arcangelo San Michele.”.


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C’era una volta

“ù

AVVISI GIUDIZIARI

La terrazza naturale dei nisseni

Tunnu”

di Alessandro Maria Barrafranca

D

urante l’estate sono molti i nisseni che si riversano per strada in cerca di refrigerio, riunendosi in abituali zone di aggregazione. Tale consuetudine, invariata da secoli, offre l’opportunità di dare uno sguardo a uno dei più frequentati luoghi, in cui, sul finire dell’Ottocento, trascorrevano alcune ore di svago i nostri ante-

per rendere più confortevole la permanenza dei visitatori che andavano a prendervi ristoro, era possibile spaziare lo sguardo fra le circostanti vallate che si estendevano, dal castello di Pietrarossa alla montagna di Sabucina, dal castello di Pietraperzia al fiume Salso e dalle contrade di Santa Lucia e Gibil Abib alle città di Naro e Cammarata.

zona delle Botteghelle (oggi tratto finale del Corso Umberto I che dalla piazza Garibaldi giunge al Viale Regina Margherita) attraverso la via Scaglione, ai tempi posta fra un nucleo di casette denominate appunto Isola Tondo, abbattute, per la somma di £ 900, al principio del secolo scorso. Nel 1870 avviati i lavori per la costruzione del palazzo provinciale, la Collina del Tondo venne spianata quasi interamente, pur se alcuni avanzi - spesso soggetti a frane come quella verificatesi nel 1874 che comportò l’interruzione di lavori del palazzo provinciale A sinistra una foto dei primi anni del secolo scorso del palazzo provinciale, con accanto gli ultimi resti della Collina del Tondo.

A destra alcuni uomini, in prossimità dell’Isola del Tondo, intenti alla realizzazione di funi. (Immagine tratta dal libro, Caltanissetta c’era una volta, Associazione Marcel Duchamp, edizione Lussografica, Caltanissetta 1989.

nati. L’area alla quale si fa riferimento si estendeva nella parte più alta dell’antico quartiere di San Francesco e precisamente alle spalle della chiesa di San Giuseppe e sul sito in cui oggi sorgono, il palazzo provinciale e il plesso scolastico “San Giusto”. Si trattava di una piccola altura arenaria di proprietà comunale nella cui parte culminante si estendeva un piano di forma quasi circolare che il popolo indicata, non a torto, con il nome di ù Tunnu (il tondo). La collinetta principiando dal Viale Regina Margherita, dalla quale si elevava di circa otto metri, declinava verso ponente in direzione del piano della villa Amedeo e della chiesa della Madonna della Catena. Da questo caratteristico luogo, dove il Municipio aveva fatto collocare alcuni sedili in pietra

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TRIBUNALE DI CALTANISSETTA SEZIONE FALLIMENTARE

Fallimento n. 1/04 INVITO A PRESENTARE OFFERTE IRREVOCABILI PER L’ACQUISTO DI BENI MOBILI Il curatore del fallimento n. 1/04 dichiarato con sentenza del 21.01.2004 vanta all’attivo dei beni mobili e per gli stessi è interessato a ricevere offerte irrevocabili di acquisto. I beni posti in vendita sono così individuati: LOTTO 1 N° 350 batterie alkaline marca Varta € 420,00 - 5 confezioni di microcassette TDK da 3 ciascuna e 10 cassette TDK e BOSF € 30,00 - 201 radiomicrofoni UK design no. 1051257 € 904,50 - 29 lampadine tascabili “M” e 39 torce “Fluorescent Lantern” € 400,00 - 5400 lampadine marche e tipi vari € 5.400,00 TOTALE € 7.154,50 LOTTO 2 N° 75 orologi da parete (di cui 69 marca Diamantini Domeniconi e 6 di varie marche) e 1 orologio a cucù marca Diamantini Domeniconi € 1.620,00 – 17 orologi da polso di varie marche € 230,00 TOTALE € 1.850,00 LOTTO 3 N° 83 amache “SVB” matrimoniali e singole € 1.000,00 – 12 tende canadesi marche varie € 600,00 – 56 canotti, materassini e piscinette e 6 coppie di remi € 1.000,00 – 376 zanzariere “STERMINIO” con ricambi € 800,00 – 10 accendigas a batteria marca LIT € 57,60 – 204 accendigas marca LIT € 515,00 – 200 pompette travaso € 200,00 – 1400 starter € 280,00 – 30 portavivande, di cui 27”Plein air” e 3 “3T” € 200,00 TOTALE € 4.652,60 LOTTO 4 N° 4 bistecchiere “Howell Gran Grigliata art. GR 750 € 100,00 – 2 ferri da stiro “Howell” € 40,00 – 1 macchina per pop corn “Howell” HPC400 € 15,00 – 1 Friggitrice HOWELL FR850, 1 Tritatutto elettrico HOWELL HMC151, 1 Macchina da caffè TOPAZIO GAGGIA, 1 Stereo SAMSUNG con due casse e con radio, cassetta, CD € 500,00 – 6 stufe elettriche DE LONGHI e SICAR e 10 carrelli in legno porta televisore-computer-hi fi € 600,00 – 1 lucidatrice “FERRARI” € 100,00 – 9 rasoi da barba a rete ed a batteria, di cui 7 BRAUN, 1 PHILIPS e 1 HITLONA + 6 testine rasoio PHILIPS € 300,00 – 2 cordless SIRIO e 3 phon IMETEC, HOWEL, OLIMPIA € 140,00 – 15 affilacoltelli elettrici “KITCHEN SHAGENER” € 160,00 – 1 stereo per auto SONY XE-L 240 con radio e cassetta più 26 coppie casse per auto, più 7 pannelli per auto per montare le casse posteriori, più subwoofer “PHONOCAR” € 1.300,00 TOTALE € 7.154,50 LOTTO 5 N° 112 sacchetti per aspirapolvere € 800,00 – 92 custodie per cellulari, 28 batterie per cellulari, 25 alimentatori auto per cellulari, 36 alimentatori per cellulari da casa con e senza base € 2.400,00 – 58 filtri friggitrice DE LONGHI € 188,00 TOTALE € 3.388,00 TOTALE VALORE COMPLESSIVO € 20.300,00 Copia integrale del presente avviso è visionabile sul sito www.ilfattonisseno.it e presso la Cancelleria Fallimentare del Tribunale di Caltanissetta. Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi al Curatore Avv. Francesco Costa con studio in Caltanissetta Viale della Regione n. 97 tel. e fax 0934.553877, email: avvfcosta@tiscali.it Caltanissetta, 31.8.2012 Il Curatore Avv. Francesco Costa

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Questa terrazza naturale costituiva, dunque, l’antico belvedere dei nisseni che in massa, nelle calde serate della stagione estiva e nei giorni festivi, si recavano in comitive o a gruppi di famiglie, sul luogo per godere un po’ di refrigerio, portando l’occorrente per fare una buona mirenna (merenda) e sorseggiare un buon sciascu (fiasco) di vino. «Ed era delizioso – riferisce lo storiografo locale Michele Alesso - vedere tante famiglie, accoccolate alla meglio, ma piene di allegria, gioconde e sorridenti, alternare un boccone con un discorsetto o una burletta! E si rideva, si conversava, si scherzava in armonia sincera, amichevole, quasi fraterna». All’altopiano si accedeva dalla

e quella nel marzo del 1902 che bloccò l’ingresso alla caserma delle Guardie di Città - resisteranno fino alla costruzione dell’edificio scolastico “San Giusto”. Il Tondo, rimasto nella mente dei nisseni anche per la fabbricazione delle corde svolte in tale luogo e che in seguito ne darà anche il nome a una delle vie adiacenti (vicolo Cordaro), ha rappresentato per lungo tempo un punto d’incontro, d’aggregazione, che ha fortemente influito sulle abitudini sociali dei nisseni, divenendo con il tempo, l’emblema di una delle più caratteristiche espressioni popolari della città, tramandata, attraverso i secoli, in un patrimonio di usi, costumi oggi quasi del tutto dimenticato.

ESPROPRIAZIONI IMMOBILIARI N.42/95. Si informa che il 31/10/2012 alle ore 12,30, il Giudice dell’esecuzione,procederà alla vendita all’incanto del lotto unico: casa in RIESI (CL) Via Felice Cavallotti, 72 e 74, su quattro elevazioni fuori terra, composta da garage a piano terra, piano primo, cucina, bagno e piccolissima lavanderia a piano secondo, due vani e piccolo ripostiglio a piano terzo;in catasto, foglio 34, particella 59 sub.1 e part.59 sub.2. Abusi edilizi relativi al terzo piano sanabili. Il prezzo base dell’incanto in unico lotto è di €.21.811,00. Aumenti € 1.000,00. Maggiori informazioni www.astegiudiziarie.it o tel.0934553544 avv. Claudio Ginevra.

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ESEC. IMM. N. 87/07 R.G.E. Lotto 1 - Comune di Mussomeli (CL), Via Santa Maria della Provvidenza, 46. Fabbricato composto da garage, camera e servizio al p. terra, cucina, 2 camere e bagno al p. 1º, camera e sottotetto al p. 2º. In catasto: Fg 29, part 345 - sub 1; part 3767 sub ; part. 345 sub 2. Prezzo base: Euro 42.336,50. Lotto 2 - Comune di Mussomeli (CL),. Terreno coltivato ad orto. In catasto: Fg 27, part 121. Prezzo base: Euro 1.500,00. Vendita senza incanto: 16/11/2012 ore 16.30, innanzi al professionista delegato Avv. Rita Iannello presso lo studio in Caltanissetta, Via M. Guttadauria, 6. Deposito offerte entro le 12 del 15/11/2012 presso lo studio del delegato. In caso di mancanza di offerte, vendita con incanto: 30/11/2012 ore 16.30, allo stesso prezzo base; aumento minimo Lotto 1 Euro 2.200,00, Lotto 2 Euro 75,00. Maggiori info presso il delegato tel. 0934/565538 h. 16.30 - 18.30 e su www.astegiudiziarie.it. (Cod. A205130,A205131).


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Fatti & Territorio di Fiorella Falci

L

a fine del feudalesimo in Sicilia corrispose con l’istituzione delle Province: si chiamarono Intendenze, e furono istituite dal re Ferdinando I di Borbone nell’ambito di una riforma dei rapporti tra lo Stato e il territorio che viene definita dagli storici “Monarchia amministrativa”. Erano gli anni della Restaurazione in Europa, dopo l’ondata rivoluzionaria e

La

feria, se si voleva averne il controllo e la fedeltà. In Sicilia furono istituite sette Intendenze: Palermo, Catania, Messina, Trapani, Noto-Siracusa, Girgenti e Caltanissetta. Finalmente il centro dell’Isola aveva un presidio istituzionale. Non solo le città costiere venivano considerate riferimenti di primo livello dello Stato ma anche il cuore dell’Isola veniva sottratto ad

Provincia:

come rifermento istituzionale ai diversi livelli dell’organizzazione sociale. Nel 1844 fu istituita la Diocesi, che rendeva autonoma la Chiesa nissena dalla secolare subordinazione alla Diocesi di Agrigento, i Tribunali, i presidi delle Forze dell’Ordine, e poi, dopo l’unità d’Italia, la stazione ferroviaria (nodo strategico delle comunicazioni all’interno della Sicilia), la Camera di Commercio

“ torniamo al feudalesimo?” l’esperienza napoleonica, si tornava all’assolutismo, ma ci si rendeva conto che bisognava adeguare ai tempi nuovi l’organizzazione dello Stato. Peraltro, la Sicilia aveva conosciuto la prima Costituzione liberale d’Europa, nel 1812, quando, al riparo dalle invasioni napoleoniche, il Re di Napoli e di Sicilia si era rifugiato per più di un decennio in Sicilia, sotto la protezione militare e il protettorato politico degli Inglesi. Ed era stato proprio Lord Bentinck, il plenipotenziario di sua maestà britannica, ad ispirare la redazione di quella Costituzione che non venne graziosamente concessa dal Sovrano (“octroyeè” come avvenne nel 1848 con lo Statuto Albertino), ma ampiamente discussa e votata dal Parlamento di Sicilia. Il vento della Restaurazione, appena tre anni dopo avrebbe spazzato via le speranze liberali, ma i Borboni capirono che bisognava in qualche modo ridefinire il rapporto tra lo Stato e il territorio, tra centro e peri-

un controllo del territorio che da secoli veniva esercitato dai feudatari e dalla criminalità. Per più di cinquant’anni, dal 1756, i gruppi dirigenti nisseni avevano lottato per sottrarre la città e il suo territorio alla signoria dei Moncada, feudatari di Caltanissetta dal 1407, intentando quattro diversi procedimenti giudiziari presso la Corte reale di Napoli. Ma solo la fine della feudalità, abolita in Sicilia proprio con la Costituzione del 1812, liberava Caltanissetta dalla sottomissione feudale. Le Intendenze avevano poi un’articolazione territoriale decentrata: i distretti e i circondari. Era una struttura istituzionale complessa, che per la prima volta costruiva sul territorio, tra le diverse comunità, rapporti amministrativi, giuridici, burocratici, pubblici e regolamentati, che si sostituivano alla mediazione nobiliare fondata sul privilegio o sull’intimidazione. Dal 1816 il nostro territorio si è strutturato sempre più saldamente

(nisseno, Filippo Cordova, il primo Ministro dell’Agricoltura e dell’economia dell’Italia unita), il teatro, le banche, etc). La crescita connessa alla presenza delle istituzioni provinciali rispecchiava una crescita economica in quell’Ottocento nisseno che era saldamente legata all’industria mineraria, e quindi corrispondeva ad un modello forte di sviluppo del territorio, generatore di ricchezza e di capacità di interlocuzione con gli altri poteri. Oggi, e lungo tutta la seconda metà del secolo che è da poco trascorso, Caltanissetta invece ha trascinato prima lo sfaldamento di quell’antico modello di sviluppo, poi la difficoltà a tenere insieme il proprio territorio provinciale (già decurtato nel 1927 con l’istituzione della provincia di Enna) rispetto alle spinte localistiche e al rifiuto da parte dei territori periferici di un rapporto gerarchico-burocratico con un capoluogo che non veniva vissuto più spontaneamente come riferimento economico-so-

ciale-culturale e simbolico. Da qui lo smantellamento implacabile di tutta una serie di presenze istituzionali o dell’economia pubblica (distretto militare, Banca d’Italia, Telecom, ENEL, linee ferroviarie, etc. etc) indifendibili in un tessuto sociale ormai privo non solo della propria identità, ma anche rassegnato a non ricercarne una più moderna e capace di costruire un futuro. Oggi, il colpo di grazia: la “spendingrewiew” che impone l’accorpamento della province secondo standard puramente contabili in termini di superficie e di popolazione. Se tutte le Province venissero abolite sarebbe più facile affermare un modello alternativo di gestione del territorio; ma così come si prevede ne scompariranno solo alcune, che diventeranno automaticamente territori di serie B. Se scomparirà la Provincia perderemo tutti gli insediamenti istituzionali sul territorio: Prefettura, Questura, presidi delle Forze dell’Ordine, Soprintendenze, Aziende Sanitarie, Provveditorato agli Studi, Genio Civile, INPS, INAIL, Ispettorato Agrario, Ufficio del lavoro, Archivio di Stato, Camera di Commercio, etc, etc: una vera strage sociale, centinaia di posti di lavoro in meno; una ritirata irresponsabile dello Stato da un territorio in cui la presenza e la presa dei poteri criminali non sono mai venute meno e rischiano di dilagare incontrastate senza neppure una parvenza di resistenza legale. Ma per resistere e rilanciare non basteranno piagnistei campanilisti, che peraltro ancora nemmeno si sentono, così come fragoroso il silenzio dei parlamentari e del mondo

politico che conta (?!). Per non scomparire come territorio capace di organizzarsi autonomamente e secondo un modello non più gerarchico-burocratico (che nessun Comune accetta più), ma di rete di servizi funzionali, bisognerà essere capaci di pensare ad un modello adeguato ai tempi e alle risorse. Ottimizzando le competenze delle Province, che la Regione autonoma siciliana dovrà pur ridisegnare, eliminando i Consigli, le Giunte e i Presidenti e facendo rifermento direttamente ai Comuni, ma eliminando soprattutto le istituzioni collegate (gli ATO idrico e ambiente bastano come esempi?), costosissime per i cittadini sia per le tariffe che per gli apparati. Ambiente, acqua e viabilità potrebbero essere le uniche funzioni delle Province rinnovate, pensate per il resto come coordinamenti delle azioni dei Comuni: si concentrerebbero le risorse pubbliche senza duplicazioni e si eliminerebbe il sottobosco politico senza decapitare la capacità di autogoverno dei territori. Altrimenti, torniamo al ‘700: la Sicilia con le città soltanto sulle coste, all’interno controllo del territorio ai poteri neofeudali e alla criminalità, Caltanissetta sempre più “lontana e sola” non solo dallo Stato, ma dalla democrazia, dai diritti, dalla legalità, dallo sviluppo. Che cosa importerebbe di noi e a chi, quando saremo diventati provincia di Agrigento? Non possiamo permetterci un fallimento così definitivo.


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Fatti & Sport IL MAESTRO. Dopo la scuola andava di nascosto a Palermo per allenarsi

Torregrossa, la sua vita

“un’arte marziale” di Marco Benanti Aveva quattro anni quando assistendo ad una esibizione di arti marziali insieme al papà alla Villa Bellini di Catania, si innamorò di quella disciplina orientale ma forse ne lui, ne i genitori avrebbero mai immaginato che quell’episodio influenzasse tanto la vita di Alfonso. Inizia nel più classico dei modi la passione di Alfonso Torregrossa, per le arti marziali. Torregrossa, oggi stimato maestro insignito di importanti riconoscimenti internazionali, inizia la sua carriera dopo un vero e proprio colpo di fulmine per il jujitsu in tenerissima età. Oggi il maestro si racconta ai lettori de “Il Fatto Nisseno”, partendo proprio dalle sue origini, raccontandoci aneddoti affascinanti di un mondo per molti di noi praticamente sconosciuto. Le arti marziali intanto, il jujitsu i primis, sono una vera e propria filosofia di vita, che pone al centro il rispetto dell’uomo, delle regole e dell’avversario. Praticamente impensabile ai giorni nostri, ma che tra le antiche famiglie dei samurai divenne regola di vita o meglio legge. Occorre intanto fare un preciso distinguo. Negli anni 80/90 a Caltanissetta le palestre dove venivano insegnate le arti marziali, “non erano palestre di vita- dice Torregrossa- ma di violenza”, cosicché nell’immaginario collettivo qualche imprecisione concettuale su cosa sia davvero il jujitsu è rimasta, dato che lo si accumuna erroneamente con il karate, che è invece cosa ben diversa. A quattro anni dicevamo il piccolo Alfonso inizia a frequentare dei corsi a Caltanissetta, con un noto insegnante nisseno poi scomparso, poi con il Maestro Cordova, per poi trasferirsi a Catania, città che insieme a Palermo costituivano aree di grande fermento per le arti marziali con insegnanti di grande levatura tecnica e morale. A Catania Torregrossa conobbe un importante maestro giapponese di

jujitsu antico si chiamava Kuriara. Alfonso al termine del periodo scolastico si trasferiva a Catania per trascorrere l’estate studiando con Kuriara, quest’ul-

Cerco di trasferire ai piccoli l’amore e la passione per questo sport

timo gli fece conoscere un altro grande interprete della disciplina, il maestro inglese Cooper, che era un archeologo ed aveva studiato e conosciuto il jujitsu della famiglia Sato. Cooper prese a cuore quel ragazzino promettente, ma mai tracotante o scorretto. Cooper mi disse “ tu prenderai il mio posto” ricorda Torregrossa. E di fatto a distanza di anni forse fu così. “All’insaputa dei miei genitori, il pomeriggio finita la scuola prendevo il pullman ed andavo a Palermo ad allenarmi, questo per tre volte a settimana e per diversi mesi, sin quando- continua Torregrossa- mi ruppi la testa ed i miei genitori seppero cosa stessi facendo! Compresero anche che mi piaceva e da allora non mi hanno mai fatto mancare il loro appoggio”. Oggi Alfonso Torregrossa è detentore di un “Contratto di Fratellanza con il Giappone”, una sorta di documento ufficiale con cui il maestro nisseno viene fatto detentore di un messaggio di pace da applicare trasformando l’arte della guerra in arte della vita. Nei primi anni ’80 Torregrossa si avvia alla carriera agonistica, con i trofei nazionali di ju jitsu, poi gli Europei. Nel 1992 avvia a Caltanissetta i primi

corsi di Ju Jitsu, e poi ancora agonismo sino a quando nel ’94 vince i Mondiali. Passa appena un anno da quei successi e Torregrossa apprende la notizia che il suo maestro Cooper era morto. Nel 96 riceve

la prima lettera ufficiale dal Giappone in cui veniva ufficializzato che To r r e g r o s s a fosse “Italiano che può accedere alla scuola giapponese”, un riconoscimento riservato solo ad una strettissima cerchia di persone al mondo. Insieme a quella lettera arriva anche un biglietto aereo per il Giappone dove rimase tre mesi per studiare e formarsi in una tra e più prestigiose scuole di jujitsu conoscendo tra l’altro Minoru Satu, figlio di Homen Satu, uno dei

maestri fondatori della disciplina. Nel 97 Torregrossa conosce un importante maestro di Krav Maga, si perfeziona in Israele da dove torna abilitato ad una disciplina che oggi insegna nella sua scuola a decine di bambini nisseni che lo

femminile Krav Maga riconosciuta CSEN federazione facente capo al CONI. Oggi a 41 anni, Alfonso Torregrossa balzato recentemente alle cronache dei TG regionali per essere un siciliano eccellente in Giappone, passa le giornate insieme ai piccoli allievi ai quali trasferisce amore e passione per uno sport che è soprattutto disciplina di vita. “ Da noi i bambini – dice Torre-

Giovani allievi del maestro Torregrossa durante un’esibizione

seguono con passione ed impegno. Il Maestro Torregrossa, per i tanti amici Fofò, insegna presso la sua scuola, “Samurai Dojo” coadiuvato dal vice presidente istruttore Paola Romano, responsabile nazionale del settore

grossa- imparano il sacrificio, la lealtà, imparano a vincere ed a perdere, ad impegnarsi per vincere di nuovo e rialzarsi quando le cose non vanno come vorrebbero. Lavorare con loro- conclude il Maestro Alfonso Torregrossa- mi riempie di gioia, e di entusiasmo, la nostra è una disciplina pulita, senza le brutture o le sovrastrutture economiche di sport in cui i giri economici fanno perdere di vista il vero significato delle regole e dello stare insieme”.


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Ornamenti

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A A A... Eleganza cercasi L’

argomento di questa rubrica nasce per caso, come sempre ,dall’osservazione della realtà. Doveva essere un altro il tema e tra l’altro avevo già scritto, ma l’editore preso da folgorazione un sabato mattina alle ore 9(ora improponibile per pensare, almeno per chi fa il giornalista e come ogni comune mortale il venerdì sera fa tardi, a maggior ragione se è il proprio compleanno, ma questa è un’altra storia) comunque mi comunica che vorrebbe qualcosa di più leggero. La sera prima a cena in un locale avevo visto entrare una donna, che

considero la quint’essenza dell’eleganza, l’ho osservata accuratamente nell’incedere, nella gestualità, la conosco da tanti anni ma forse non l’ho mai guardata con tale cura e perizia, e ho sedimentato la convinzione che l’eleganza è un’attitudine per tutto ciò che si fa. Dalla lettura di un articolo di un guru della comunicazione è uscita fuori questa riflessione. In un mondo di esasperato culto delle apparenze c’è una preoccupante scarsità di eleganza. Si tende alla retorica, alla vanità, al narcisismo, all’esagerazione – al desi-

derio di “far colpo” a tutti i costi. Si vuole, troppo spesso, strafare e stradire. Non solo nell’abbigliamento (dove l’esibizione di nudità non è meno goffa e banalizzata delle vistosità nel vestire). Anche nel comportamento e nel modo di esprimersi. L’eleganza non è appariscente. Non è un accumulo di orpelli e di esibizionismi. È stile, consapevolezza, misura. Un’equilibrata mescolanza di istintivo buon gusto e di scelte precise, di cura della sostanza e minuziosa attenzione a ogni dettaglio. L’eleganza è cortesia. È rispetto per gli altri, attenzione al modo in cui ciò che diciamo, facciamo o mostriamo può essere p e rc e pito. Non un for-

male galateo, non un cerimoniale ipocrita, non un banale e passivo adeguarsi al convenzionale, ma un più profondo sentimento di civiltà. L’eleganza non è mielosa e sdolcinata. Si può essere civili con sincera cortesia – o, quando è necessario, con misurata durezza.

di Ivana Baiunco

L’eleganza non è falsa e bugiarda. Non è una crosta di apparenze che nasconde l’ambiguità e l’inganno. L’eleganza è sobria – e la sobrietà

Nelle foto Jacqueline Kennedy, Antonella Clerici, Gianni Agnelli e Umberto Bossi

è elegante. L’una e l’altra sono piacevoli, gradevoli, confortanti. Non solo più umane e funzionali, ma anche più belle. Possono essere, quando è il caso, seducenti – anche maliziose. C’è più fascino nella semplicità che in ogni sfac-

ciata esibizione. L’ironia è elegante, l’umorismo è gradevole, ma molta della comicità che ci circonda è grossolana, stupida, petulante e volgare (per non parlare dell’involontaria ridicolaggine di chi si prende troppo sul serio). La sobrietà non è sacrificio, rinun-

cia, pauperismo. È la capacità di scegliere ciò che serve (anche da un punto di vista estetico) e ciò che invece non solo è inutile, ma spesso è ingombrante e fastidioso. L’eleganza è saper sorridere, anche ridere, quando ce n’è un motivo – ma non perdersi in salamelecchi noiosi, ambigui e irritanti. Una cosa scritta bene è elegante. Non solo quando è un’opera letteraria. Anche un biglietto del tram o un segnale stradale possono essere eleganti quando sono ben fatti, funzionali ed esteticamente gradevoli. C’è chi pensa che l’eleganza sia un dono, un talento innato. In parte può essere vero. Ci sono persone che sanno muoversi, esprimersi, comunicare meglio di altre. Ma nessuno è condannato a essere volgare, ingombrante e fastidioso. E nessuno si può fidare solo dell’istinto. L’eleganza, la semplicità, la sobrietà sono arti che possiamo apprendere e coltivare. E vale la pena di farlo. Non solo per renderci più gradevoli agli altri, ma anche per sentirci meglio

con noi stessi.Stiamo vivendo in un’epoca che offre troppo spazio alla volgarità, all’esagerazione, all’ineleganza, al culto sviscerato e stupido delle apparenze. Il mito esagerato dell’abbondanza non è solo il rischio di soffrire quando se ne incontrano gli inevitabili limiti (chi potrebbe vivere bene con cinque vestiti soffre se ne ha venti, ma ne vorrebbe cinquanta – e lo stesso concetto si può applicare a qualsiasi altra cosa, materiale o immateriale). È anche la quotidiana sofferenza di dover cercare, subire, avere, esibire, vedere, toccare, maneggiare (e fingere di ammirare) un’infinità di ammenicoli e di ingombri fastidiosi quanto inutili. Con una giusta dose di sobrietà, e un piacevole tocco di eleganza, possiamo non solo semplificarci la vita, ma anche renderla molto più gradevole (a noi e agli altri). Si tratta anche, ovviamente, del modo di esprimersi. Proviamo, quando parliamo o scriviamo, a evitare i manierismi e le frasi fatte. A usare qualche parola in meno. A trovare un’espressione chiara al posto di un termine gergale o inutilmente astruso. A cercare una costruzione semplice, pulita ed efficace. Saremo più sobri e più eleganti. E avremo molte più probabilità di essere ascoltati e capiti.


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Fatti & San Cataldo

Srr, società poco chiare nate sulle ceneri dei fallimentari Ato S

i apre una nuova pagina sulla gestione dei rifiuti in Sicilia: si passa dagli ATO alle S.R.R., società di regolamentazione del servizio rifiuti. Gli ATO lasciano capitoli aperti, in molti casi pagine nere di malapolitica, di gestioni “allegre”, di disinteresse totale per il cittadino e il rispetto della cosa pubblica. Lasciano anche oltre un miliardo di debiti che, a tutt’oggi, non è stato chiarito come saranno estinti. Le S.R.R. sono società consortili e saranno amministrate da un’assemblea e da un consiglio di amministrazione composto da amministratori degli enti locali che svolgeranno tale funzione a titolo gratuito. Dopo un breve periodo di crisi, di cui abbiamo dato notizia nel numero precedente con un’intervista alla Dott. ssa Ingala, liquidatore Ato Ambiente CL1, a San Cataldo si è discusso, in seduta straordinaria ed urgente, della costituzione della società consortile il 2 agosto 2012. Una discussione invero breve che ha portato alla sospensione del punto all’o.d.g. e rinviare l’adozione dell’atto di adesione alle S.R.R. A seguito di questo rinvio, per decreto dell’Assessore Regionale dell’Energia e dei Servizi di Pubblica Utilità, è stato nominato Commissario ad acta l’arch. Antonio Morreale per l’approvazione dello statuto e dell’atto costitutivo della S.R.R.: un atto dovuto imposto dalla Regione. Il provvedimento è identico ad altri adottati per moltissimi comuni siciliani che, tra rinvii e bocciature, avevano manifestato più di una perplessità, e

in certi casi anche accanite resistenze, sulle Società di Regolamentazione Rifiuti. Uno scenario, insomma, in cui Comune, Sindaco e Consiglio sono posti sul piano di meri spettatori, in attesa di vedere attive le società e assegnato il servizio al Gestore Unico. I tempi sono stretti e i rischi sono altissimi: il 31/12/2012 cesseranno di esistere gli ATO e la prospettiva è quella di non avere un ente ufficialmente preposto allo svolgimento del servizio di ritiro rifiuti. La Regione aveva predisposto che siano comunque gli ATO a dover garantire il servizio oltre il 31/12/2012 in qualità di “soggetti già deputati, a qualunque titolo, alla gestione integrata del ciclo dei rifiuti o comunque nella stessa coinvolti, debbano continuare ad assicurare alle medesime condizioni l’integrale

Il Consiglio rinvia l’adesione e dalla Regione arriva il commissario e regolare prosecuzione delle attività”. Ma il Commissario dello Stato, Prefetto Carmelo Aronica, ha impugnato il provvedimento perché dal 1° Gennaio 2013 gli Ato non avranno più alcuna capacità giuridica. Altre perplessità ri-

guardano l’anticipazione di risorse finanziarie da parte della Regione per l’estinzione dei debiti pregressi: disposizione che non prevede né ammontare complessivo né specifica delle risorse alle quali attingere. Una sorta di assegno in bianco “alla siciliana”, un’altra bomba ad orologeria. Rimane alta anche la criticità riguardante l’assunzione del personale: le S.R.R. sono società per azioni a partecipazione pubblica e per l’assunzione dovrebbe esserci l’obbligatorietà del concorso pubblico: in molti avevano già dato per scontato che si travasassero i lavoratori attualmente coinvolti nelle nuove realtà. Si parla di una cifra tra le 11mila e le 13,5mila unità: uno degli aspetti più aspramente criticati, visto che la media è di 1 addetto per ogni 398 abitanti, mentre la media italiana è 1 per ogni 680 abitanti (Milano, eccellenza in Italia, conta 1 addetto ogni 4mila abitanti). Nel frattempo, ci sono comuni che provano a muoversi parallelamente a questo percorso delle S.R.R. (che alcuni indicano come più pericoloso degli Ato). A San Cataldo ci si è mossi con proposte concrete che provano a cambiare qualcosa nel disastrato panorama della gestione rifiuti siciliana e, nello

SRR

Si chiamano Società di regolamentazione del servizio rifiuti. Ma si teme possano diventare dei carrozzoni

specifico, locale. Dall’opposizione arriva la proposta di adesione alla Strategia Internazionale Rifiuti Zero 2020, che prevede la stretta collaborazione tra Giunta, cittadini, imprese, scuole per stimolare un nuovo modo di concepire il

sessore Giuseppe Mazza, annuncia l’avvio di una differenziata col metodo “porta a porta” a brevissimo, con un finanziamento regionale che rientra nell’ambito dell’Accordo tra il Ministero dell’Ambiente, la Regione Siciliana e il Conai. Una buona notizia, sia sul fronte lavorativo che su quello dei rifiuti, arriva dalla conferma da parte dell’Ato Ambiente CL1 della pubblicazione del bando europeo per la realizzazione del primo impianto di compostaggio in Sicilia,

rifiuto, r e a - lizzando un vero e proprio nuovo stile di vita. Dal canto suo, l’Amministrazione, per voce dell’asL’assessore Giuseppe Mazza

MUSUMECI presidente


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CAOS TRAFFICO. In città si consuma il dilemma, tra scelte politiche e di comportamento

“No ai parcheggi a pagamento” ma nemmeno alla sosta selvaggia di Alberto Di Vita

in C.da Pervulidda a San Cataldo: in totale saranno 6 in tutta la Regione. L’impianto, che prevede un investimento di circa 10 milioni di euro, servirà a trasformare il rifiuto umido (cibo e scarti alimentari) in compost, un fertilizzante inserito nella categoria degli “ammendanti”, ovvero di quei fertilizzanti in grado di migliorare le proprietà e le caratteristiche fisiche del suolo. È un passo necessario al fine di sviluppare il servizio di raccolta differenziata: la frazione umida è sostanziale per far crescere le percentuali di differenziata. Attualmente, portato in discarica come rifiuto indifferenziato, costa non meno di 80€ a tonnellata, ai quali si devono sommare costi di trasporto e raccolta. Sono piccoli passi ma indispensabili per risolvere la problematica dei rifiuti in Sicilia, spinosa e antica, che non sarebbe esistita, forse, se fosse stato attuato il Piano Regionale per lo smaltimento rifiuti del lontano 1984. Cosa che testimonia, ancora una volta, come il problema sia stato di carattere politico e culturale: e oggi è il momento giusto per comprendere che il rifiuto può essere una risorsa pubblica invece che un nocivo e inquinante strumento da campagna elettorale. A. D.

I parcheggi a pagamento dislocati sul corso principale di San Cataldo sono al centro dell’attenzione in questi giorni. La polemica è divampata facilmente: hanno cominciato i commercianti presentando una petizione per protestare quella che viene definita “tolleranza zero” da parte degli ausiliari del traffico che, a San Cataldo, sono dipendenti della Sis, azienda umbra specializzata nell’installazione e gestione di parchimetri: la tensione è arrivata a livelli di guardia nei giorni scorsi, con molti diverbi tra ausiliari del traffico, cittadini e commercianti. A questa petizione ha fatto seguito l’insolito rito di un’interrogazione del gruppo di centrosinistra della maggioranza che ha chiesto all’Amministrazione “se ritiene necessario rimodulare il piano traffico, i tempi di sosta le tariffe e le sanzioni da applicare”. L’argomento è stato poi discusso durante il Consiglio Comunale del 13/09/2012 in una seduta particolarmente accesa e partecipata, con numerose interruzioni di un pubblico interessato, coinvolto e in qualche caso esasperato, che era in parte composto da alcuni commercianti che avevano organizzato un sit-in di fronte al Palazzo Municipale prima dell’inizio della seduta consiliare. Il Sindaco Raimondi non ha potuto che riferirsi al contratto esistente con la Sis, alle sue regole, comunicando di avere convocato un tavolo di confronto con i dirigenti del gestore del servizio. Nelle considerazioni finali, i firmatari dell’interrogazione hanno paventato che questo eccesso sanzionatorio possa caratterizzarsi persino come atteggiamento di ritorsione politica nei confronti della nuova Amministrazione Comunale. L’opposizione ha annunciato di presentare una richiesta di Consiglio monotematico, proponendo una rimodulazione dell’attuale piano parcheggi e l’adozione di tutte le procedure preliminari affinché il contratto in essere non venga rinnovato. Gli stalli a pagamento non sono mai piaciuti ai sancataldesi (sempre che siano mai piaciuti a qualcuno) e sono sempre state argomento di polemiche, sin dall’installazione: all’allora Sindaco Torregrossa fu anche presentata una raccolta firme durante il periodo di sperimentazione. I parchimetri sono stati pensati per favorire un ricambio veicolare continuo, per favorire quei commercianti danneggiati da soste prolungate, soprat-

tutto di chi lavora in zone di alta concentrazione di traffico. Altrove funziona così, a San Cataldo invece sono i primi a lamentarsi: è il segno dei tempi, della stanchezza, di una crisi inesauribile che ha fiaccato le resistenze e ha portato tutti ad annaspare alla ricerca di ogni boccata d’aria possibile. In tempi come questi, anche un balzello di pochi centesimi diventa insopportabile. L’attuale polemica, però, sembra contorcersi su sé stessa: il concetto di “tolleranza” è molto vago e fu-

moso, e se dato in mano al siciliano può diventare fonte di chissà che invenzione geniale, ma anche pericoloso e comodo permissivismo: abuso di chi parcheggia e lassismo di chi dovrebbe vigilare. Ed è cavilloso anche l’arrovellarsi sulla tempistica corretta di quella che dovrebbe essere l’equa misura temporale per non essere tacciati di “eccesso di zelo”:

5 minuti o 10? E se 5 minuti, 5 minuti e 1 secondo diventa eccesso di zelo? Qual è il momento in cui smette di essere zelo e diventa obbligo lavorativo? È chiaro che non può esistere la “questione tolleranza”: è un fatto di civiltà, di abitudine alle regole, di un modo di pensare e vivere la città. C’è una regola, va rispettata: chi svolge un ruolo di controllo, e anche sanzionatorio, deve avere certezza delle regole, aver chiaro che esistono dei limiti oltre i quali scatta la sanzione. Un po’ come la storia della maggiore età: a 18 anni meno un giorno sei ancora incapace di intendere e di volere, è la legge, e non c’è magnanimità possibile. E anziché sintonizzarsi su una “auto-tolleranza” (quella che ci consentirebbe di programmare quei 10 minuti di sosta in più del previsto con appena 10 centesimi) si arriva alla distorsione inaccettabile del rimprovero per “eccesso di zelo” a quelli che, invece, dovrebbero persino essere un esempio. Chi lavora non fa altro che quello per cui è pagato. Il disagio c’è, è reale e non va preso alla leggera: basta attraversare alcune vie di San Cataldo, a diverse ore del giorno, per aver chiaro che la città è spesso piegata da una spiccata indisciplina automobilistica, che fa il paio con un centro storico inadatto a raccogliere il flusso di auto, in sosta e in moto, soprattutto in specifiche ore del giorno: due questioni antiche, annose e mai risolte davvero. Al punto che il lavoro di vigili urbani e ausiliari arriva a diventare titanico, spesso irrealizzabile nella sua interezza anche se a pattugliare fosse un numero due o tre volte maggiore. La questione, però, non può e non deve riguardare chi fa, bene, il proprio lavoro: vanno rispettati e, se il caso, difesi. I problemi sono a monte: c’è bisogno di queste strisce blu? C’è vantaggio ad averle? Migliorano traffico e aiutano il ricambio dei parcheggi? Se sì, si affronti seriamente la questione, si trovino soluzioni alternative, nuove soste nelle vie in prossimità di Corso Sicilia e Corso Vittorio Emanuele, si proceda con le rimodulazioni. Ma si faccia anche informazione, si stimoli a riscoprire la propria città, a trovare un nuovo rapporto con essa, il piacere di viverla un poco anche a piedi: San Cataldo si attraversa, dal Monumento dei Caduti all’Ospedale, in meno di 40 minuti di passeggiata rilassata. Trovare un parcheggio a 5 minuti (di tolleranza) da qualunque destinazione è davvero così complicato?


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Cineteatro

Marconi il...fantasma dell’ “opera”

Michele Celeste, artista sancataldese, propone la sua “ricetta” per il rilancio dello storico teatro

S

e Edoardo Bennato fosse stato nisseno, anche solo d’origine, non ci sarebbe stato alcun dubbio che la celeberrima “E’ stata tua la colpa” l’avrebbe scritto guardando ad occhi aperti la storia socio-politica dell’intera provincia di Caltanissetta, teatro di scempi a qualsiasi livello. Paradossalmente proprio del teatro, quello vero, la politica se ne disinteressa o per meglio dire...ne piglia le debite distanze. Come nel caso dello storico cineteatro “Marconi” di San Cataldo, costruito nel 1937 che ha rivisto la luce lo scorso anno dopo un oblio durato oltre vent’anni. Affidato ad un’associazione temporanea d’imprese avente come capofila la Pro Loco, la nuova splendida struttura con una capienza di 350 posti, non ha mai “spiccato il volo”, o per meglio dire, non come lo meriterebbe. E’ questa l’opinione di Michele Celeste, un sancataldese d.o.c. con la passione innata per il cinema ed il teatro, con un curriculum di tutto rispetto con partecipazioni in diverse fiction di grande successo e lavori teatrali con i grandi dello spettacolo nazionale. Celeste, con l’associazione teatrale denominata “Officina Teatro di cui è anche presidente, si è contraddistinto qualche mese fa per la stesura nonché per la realizzazione di “Hotello Full Immersion”, un lavoro di grande respiro che ha avuto ben 4 repliche, con un grande successo di pubblico e

di critiche. Il “Marconi”, secondo Michele Celeste, dalla sua inaugurazione ad oggi non ha mai “indossato” i panni del teatro con la T maiuscola. Ritiene, quella attuale, una gestione pressapochista fatta di tanta improvvisazione senza un benché minimo di programmazione. Nessuna rassegna teatrale di rilievo nazionale così come prevede il bando allo stesso modo della programmazione cinematografica del tutto assente. Un secco no-comment poi sulla programmazione cineteatrale per il 2013. E dire che i presupposti per far

di Osvaldo Barba

del cinema italiano. A partire da Alessandro Caiuli, romano ma trapiantato ad Enna da anni, esperto cinematografico e direttore di fotografia che ha collaborato alla produzione di oltre 150 film ( come i film L’ultimo imperatore”, “Piccolo Buddha”, “Il Padrino”, il “Pianista sull’oceano”, ecc). Poi Aldo Zucco scenografo tra i più interessanti del

Da sinistra: Alessandro Caiuli, Aldo Zucco e Michele Celeste

diventare il Marconiun teatro di eccellenza ci sono tutti.Celeste ha pronta la “ricetta” incentrata sulla formazione e sull’impiego di di maestranze ed esperti in cinematografia che coinvolge alcune delle firme più prestigiose

panorama italiano, capace di ricontestualizzare e fare rinascere oggetti poveri, in disuso e di uso comune, riuscendo a creare con le sue scenografie “nuove immagini” in grado di aumentare percezione ed esperienza emozionale. Senza dimenticare Jack Lacayenne, il famoso attore, ballerino, caratterista e fantasista italiano, a cui lo stesso Celentano s’ispirò a lui per le sue celebri mosse che in primis, è grande amico di

Michele Celeste. Ma il sogno del talentuoso artista sancataldese è quello di fare del Marconi non solo una struttura per lo spettacolo ma soprattutto una vera e propria risorsa per il territorio dove, creatività, aggregazione e condivisione diventano i punti cardini su cui fondare il progetto. Più che un cineteatro, secondo Celeste, il Marconi ha tutte le credenziali per diventare un “open-space” dove spettacolo e laboratori di cucina si intersecano secondo quelle che sono le esigenze della società odierna: lavoro e aggregazione sociale. Ha soprattutto una visione non in ottica locale della gestione del teatro. L’artista parla di promozione e di equilibrata diffusione della cultura teatrale sul territorio provinciale attraverso un sistema di rapporti e di scambi con qualificate realtà teatrali e culturali per la realizzazione di progetti di livello sovralocale anche in collaborazione con soggetti di livello regionale, nazionale ed internazionale. Insomma, Michele Celeste si candida a novello Erasmo da Rotterdam del Marconi dove il suo “L’elogio della follia” fa da contraltare allo stallo del teatro e del suo attuale gestore che, in chiave shakespeariana, potrebbe essere interpretata come: “Tanto rumore per nulla”.


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LA REPLICA. La Pro Loco di San Cataldo risponde alle dichiarazioni di Celeste

di Osvaldo Barba

Critiche strumentali e prive di fondamento:

“vuole il teatro solo per sé” T

anto tuonò che piovve. La frase storica attribuita a Socrate dopo che Santippe, al termine di una lunga sfuriata, gli rovesciò sulla testa dalla finestra un pitale colmo di urina, ben si confà con la reazione della Pro Loco di San Cataldo dopo aver saputo delle dichiarazioni di Michele Celeste sul cineteatro “Marconi”. Carmelo Mosca, presidente dell’associazione, non condivide affatto la visione e soprattutto le dichiarazioni dell’artista sancataldese. All’incontro porta con sé adeguata documentazione da dove si evince le reiterate segnalazioni fatte dallo stesso sui problemi mai risolti del teatro che, almeno fino ad oggi, non hanno trovato nessuna risposta da parte dell’amministrazione comunale,sia passata che presente. Ne cita alcuni solo per fare qualche esempio, come la mancanza del tavolo da lavoro, della sbobinatrice e della macchina avvolgitrice , strumenti indispensabili per la proiezione cinematografica. Mosca parla in primis dell’assenza di un adeguato montacarichi che impedirebbe, nella concretezza, l’attuazione di una

programmazione nazionale.Sostiene infatti il presidente della Pro Loco che, in considerazione del fatto chele compagnie nazionali utilizzano per i propri spettacoli scenografie di notevoli dimensioni, dovendole trasbordareall’interno del teatro le stesse trovano il primo ostacolo nelle porte larghe appena 1,5 metri.Senza considerare che,essendo le stessetrasportate su tir,

Il consigliere Gaetano Giannone: “la precedente amministrazione si è occupata poco della gestione del Marconi”

la conseguente operazione di trasbordo comporterebbe la chiusura di Via Caltanissetta, importante arteria sancataldese, per almeno mezza giornata. L’impianto di riscaldamento poi, collegato alla rete elettrica con relative bollette esorbitanti, impedisce nella concretezza la voltura prevista dal bando. E tanto altro ancora. Ma Mosca, oltre ai problemi legati al teatro in sé, considera tendenziose le dichiarazioni di Celeste. Già, secondo le dichiarazioni del presidente della Pro Loco confermate dallo stesso artista sancataldese, il conosciuto mister Karciofen è stato più volte invitato ad entrare a far parte dell’A.T.I., offerta sempre rifiutata. Non solo. Mosca lascia intendere che le accuse di Celeste, malamente mascherano il suo vero obiettivo: la gestione in “solitario” del “Marconi. Il presidente della Pro Loco considerata tutto ciò doppiamente grave in considerazione dell’esistenza di un pre-contratto tra A.T.I.e

Comune tutt’ora in essere. In questo botta e risposta tra Celeste e Mosca sulla gestione del Marconi si è reso necessario interpellare l’amministrazione comunale sancataldese attraverso il consigliere comunale Gaetano Giannone, della IV° Commissione Affari Culturali e Sociali. Sostiene Giannone che la precedente amministrazione si è occupata molto poco della gestione del “Marconi”…inaugurazione a parte.Dichiara che diventa indispensabile convocare un tavolo tecnico sia con l’attuale A.T.I. che gestisce il teatro che con altre realtà associative locali per attuare, di concerto, una concreta politica di rilancio del Marconi. Alessandro Caiuli, monumento nazionale del cinema italiano, avendo curato le luci e la fotografia per lo spettacolo Hotello Full Immersion, ha avuto modo di conoscere il teatro sancataldese. Sostiene Caiuli che il Marconi va visto come location ideale che deve fornire anche e soprattutto le maestranze necessarie per la produzione in loco. Soprattutto, consiglia l’affidamento del teatro a tecnici esperienti. Aldo Zucco, che ha curato le scenografie della bella produzione teatrale sancataldese, parla di un teatro in cui è vero si che mancano alcune componenti che in teoria dovevano essere previste al momento della progettazione, ma dove esiste soprattutto un’ottima graticcia, una struttura a travi di legno o di metallo che costituisce il soffitto del palcoscenico. Parla di un Marconi con belle potenzialità, parole che dovrebbero far riflettere in considerazione che Zucco è docente di scenografia all’Accademia Belle Arti di Catania nonché gestore del Teatro Siracusa di Reggio Calabria. In conclusione il Marconi è riuscito e continua a far parlare di sé…anche se non propriamente di stagione teatrale. O.V.

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Viale della Regione Fatti in Redazione

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Suona la campanella, si torna fra i banchi

Loredana Schillaci assessore all’istruzione racconta la sua esperienza fra aule, consiglio comunale e famiglia

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a prima campanella dell’anno scolastico 2012-2013 è già suonata in tutte le scuole nissene e si comincia a fare i conti con le novità che il nuovo ciclo di studi si porta dietro. Parlando di questa realtà a Caltanissetta comunque non si può non interpellare l’assessore comunale al ramo, Loredana Schillaci: nominata dal sindaco nel 2010, la Schillaci non ha comunque rinunciato al suo lavoro, ovvero quello di dirigente scolastico dal 2007 e dall’anno scorso definitivamente all’Ipia Galilei di Caltanissetta. Laureata in Lingue e letterature straniere a Palermo, sposata e mamma di due ragazze, l’assessore comunale all’istruzione vanta una lunga esperienza da docente e una grande conoscenza del settore con tutti gli aspetti che lo caratterizzano. In ambito locale il mondo dell’istruzione pubblica si articola su due livelli: quello di competenza della Provincia, ovvero le scuole secondarie, e quello di cui si occupa il Comune, come gli istituti di primo

ciclo. “Sono tante le questioni della scuola - dice la Schillaci - di cui si occupa il mio assessorato: dai locali all’assistenza alle categorie deboli, dalla refezione scolastica alla valutazione delle richieste per l’elargizione dei buoni libro, dai servizi ricreativi estivi ai progetti per ampliare l’offerta formativa delle scuole, e così via”. La tematica affrontata in queste poche righe, com’è noto, è una tra le più di-

Agli studenti della nostra città auguro un sereno anno scolastico. In classe per costruire, con impegno, il futuro

scusse e sentite a Caltanissetta come altrove, dove si deve fare i conti con le ormai note ristrettezze economiche degli enti locali. “A mio parere

Assessore, docente e mamma: “La scuola è il lavoro che amo” quello dell’istruzione è un servizio pubblico che dobbiamo cercare di rendere al meglio nonostante la crisi pressante. Per questo è con grande soddisfazione che posso dire che, tra tante difficoltà, siamo riusciti a garantire l’attivazione, già dal primo di Ottobre, del servizio mensa e dell’assistenza ai disabili nelle scuole. Inoltre, dopo diversi mesi di lavoro, siamo anche giunti all’elaborazione di un piano di dimensionamento scolastico, come richiesto dal Ministero, che è stato valutato tra i migliori da parte dell’Assessorato Regionale: come sempre si è cercato di bilanciare tutti gli interessi in gioco, quelli del personale e quelli degli studenti, cercando di ridurre al minimo i

danni e le criticità”. Inevitabile dunque un riferimento agli investimenti che il Comune destina ai vari istituti. “Abbiamo sfruttato, e continueremo a farlo, i fondi che l’UE stanzia per la messa in sicurezza delle scuole e per tanti altri interventi all’interno degli istituti”. Tra i problemi della grande macchina chiamata scuola, ci sono poi la carenza di risorse umane. “Quest’anno finalmente ci sono state tante immissioni in ruolo e speriamo che la situazione migliori”. Come conciliare i ruoli di mamma, amministratore e dirigente scolastico? “La mia famiglia mi sta sempre vicina e mi sostiene. Devo dire che quella da assessore è un’esperienza umana e professionale

faticosa ma bella, un modo per mettersi al servizio della città e per mettermi in gioco. La scuola invece è il lavoro che amo”. La vita tra le mura di un’aula scolastica è certamente diversa dal passato. “Vivendo la scuola dall’interno, credo che questa realtà sia abbastanza avanti nel nostro e che l’offerta formativa sia ricca e adeguata alle esigenze del territorio. Oggi i ragazzi prediligono un insegnamento reticolare, dinamico, grazie anche all’uso dell’informatica, e hanno delle strutture mentali più sofisticate: è difficile dunque per la scuola tenere il passo dell’evoluzione e dei tempi ma dobbiamo farcela. Per quanto attiene il rapporto studenti – insegnati, questo risente


Fatti in Redazione

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di Leda Ingrassia

IL PUNTO. Antonio Gruttadauria traccia un bilancio sull’istruzione scolastica nissena

Il provveditore è ottimista: “Situazione difficile ma accettabile” P

arlando del “sistema scuola” è inevitabile fare riferimento agli Ambiti Territoriali per le province, ovvero agli ex Provveditorati agli Studi. Per questo ci siamo rivolti ad Antonio Gruttadauria, colui che dirige da dodici anni l’ufficio 11 della Sicilia, quello di Caltanissetta, che si occupa delle scuole di ogni ordine e grado. “Non ci sono particolari problemi ed emergenze l o g i st i -

dei mutati rapporti all’interno della famiglia che è la prima agenzia educativa. Noi accogliamo dei ragazzi che già sono in parte formati e alle cui esigenze siamo chiamati ad adeguarci e a dare delle risposte adeguate. Che ben venga un clima più informale, più allegro e familiare all’interno delle aule, purchè comunque i giovani riescano, attraverso l’esperienza a scuola, a capire cos’è la vita e la differenza di ruoli: istruzione va insieme ad educazione”. Agli studenti nisseni poi la Schillaci augura un sereno anno scolastico. “Bisogna partire dalla scuola per costruire il futuro: l’istruzione va intesa come il cuore pulsante della società. Il mio augurio si rivolge anche alle famiglie, affinchè possano trovare nella scuola un soggetto con cui collaborare per la crescita dei loro figli”.

che e infrastrutturali nelle scuole nissene dove la situazione, da questo punto di vista, è discreta, grazie anche all’operato di Provincia e Comuni. Certo, i tagli ci sono ma non abbiamo avuto particolari problemi nell’assegnare le classi rispetto al numero esatto di alunni. Ci sono poi gli effetti della spending review, con la questione del dimensionamento che ha visto la riduzione dei posti dirigenziali e di quelli di segreteria. Per quanto riguarda gli insegnati di sostegno, siamo

tutto sembra sistemato. “Abbiamo rispettato le scadenze imposte relativamente all’utilizzazione, all’assegnazione provvisoria, all’immissione in ruolo del corpo docente e abbiamo già fatto il consuntivo e l’assegnazione degli incarichi. A tal proposito colgo l’occasione per ringraziare i miei collaboratori che nonostante il numero esiguo sono riusciti a svolgere una grande mole di lavoro”. Un momento difficile quello che anche la scuola in Italia sta vivendo. “Oltre alla si-

riusciti quest’anno tutto sommato a garantire il rapporto uno a due con gli alunni come stabilisce la legge”. Relativamente alla copertura delle cattedre nelle scuole della provincia per l’anno scolastico 2012-2013

tuazione di crisi economica subita pure dal mondo dell’istruzione, bisogna ammettere che il settore della scuola ha attraversato varie fasi e subito diverse riforme: tanti anni di precariato hanno dato instabilità al settore e non hanno permesso un’opportuna programmazione a medio raggio. La scuola italiana, forse anche eccessivamente sindacalizzata, avrebbe bisogno

di un buon reclutamento di personale che effettivamente creda in questo lavoro: sarebbe necessario

La scuola italiana ha bisogno di un buon reclutamento di personale

uno svecchiamento, risorse umane valide, con idee innovative che possano accostare ai metodi di insegnamento tradizionali, i nuovi strumenti della tecnologia. Quella scolastica è una delle poche amministrazioni quasi totalmente al femminile: bisognerebbe dunque incrementare il numero di insegnanti uomini per dare un quadro formativo completo”. Importante fonte di sostentamento per le scuole è rappresentata dai finanziamenti dell’Ue. “Il problema è però che alcune scuole usano in modo spesso inappropriato questi soldi, approfittandone per usi diversi da quelli per cui sono stati stanziati. La Regione, pur avendo competenza esclusiva sulla materia scolastica, ha trascurato negli anni la scuola pubblica, destinandole davvero pochi investimenti”. In conclusione Gruttadauria si rivolge agli studenti affinchè prendano sul serio l’importanza della scuola. “Compito delle istituzioni scolastiche è quello di formare i giovani, grazie all’operato dei docenti che con il loro lavoro possono far sì che la scuola sia un presidio di democrazia che educhi le nuove generazioni e le renda cittadini responsabili, rispettose degli altri e dei loro diritti”.


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C’era una volta il “lei“, ...adesso Hello Kitty e telefonini di Gaia Geraci

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entre l’estate ci regala gli ultimi caldi raggi di sole, migliaia di ragazzi sono tornarti sui banchi di scuola. Come ogni buon inizio che si rispetti, non mancheranno tra gli studenti i buoni propositi: c’è chi promette medie vertiginose e chi, invece, non vuole prendere neanche una nota sul registro. In questi giorni impazza l’acquisto di zaini, penne, quaderni e astucci perchè non si può arrivare al fatidico giorno senza aver completato il corredo scolastico! In prima elementare l’oggetto del desiderio dei neo alunni è lo zainetto con l’Hello Kitty o il Batman di turno che, l’anno successivo, è già un reperto archeologico. In terza comprare il trolley diventa una questione di salute. In quarta c’è quello all’ultima moda. E in quinta... vuoi non comprare l’ultimo zaino ricordo delle elementari? Per non parlare dell’ingresso alla scuola media. Si può non essere muniti di un nuovissimo zaino “all’ultimo grido”? Anche questo non vedrà l’anno scolastico successivo, ma troverà posto nel ripostiglio. New entry? La cartella a tracolla, un must di questi tempi, ma attenzione solo di questi! E via di questo passo. Anno che vai, zaino che cambi, soldi che spendi.

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Tutta un’altra storia rispetto ai tempi in cui una cartella si tramandava di generazione in generazione. Nella frenetica società moderna il consumismo è la parola d’ordine che investe a tutte l’età ogni aspetto della vita quotidiana. I ragazzi vanno a scuola con vestiti e zaini griffati, videogiochi portatili e cellulari. Oggi è la normalità vedere i bambini già alle elementari con un cellulare tra le mani o “nascosto” nello zainetto. Ma del resto come si fa a non portare il cellulare a scuola se ce l’hanno e lo fanno tutti? Allora lo si chiede a mamma

e papà che sono “costretti” ad accettare e non riescono a dire di no. Per di più i genitori, informati sulle

ultime novità in campo di telefonia mobile, si sbizzarriscono ignorando i cellulari dalle funzioni basic e privilegiando quelli full optional. Il cellulare, qualcosa di inimmaginabile per chi ha ancora vivido il ricordo delle mega cabine telefoniche a gettoni, entra a pieno titolo nel corredo scolastico. E se fino alle elementari l’utilizzo del grembiule elimina la competizione sulle griffe, alle scuole medie ha inizio la corsa al capo d’abbigliamento firmato. Ma non tutto è perduto; alcune cose rimangono invariate: come la curiosità di rincontrare i compagni lasciati l’anno precedente, l’odore dei quaderni e delle matite, come il profumo del panino conservato in una tasca dello zaino di cui, nella attesa della ricreazione, tra l’alternarsi delle insegnanti, rimaneva solo qualche

briciola. Si viveva meglio quando si stava peggio? Alla base di tutto, secondo gli esperti, ci sarebbe la responsabilità di quei genitori che usano i propri figli come status symbol e, attraverso l’acquisto di oggetti costosi per i figli cercano di appagare un loro bisogno di affermazione sociale piuttosto che puntare all’effettiva utilità del bene. L’austerità della maestra con la bacchetta di legno lascia posto ad un eccessiva informalità dove l’insegnante sembra un “compagnetto” con il quale condividere l’esperienza scolastica. Ovviamente l’uso del “lei” è definitivamente tramontato. E non sia mai che l’insegnante si lasci andare ad una sana tirata di orecchie, scatterebbe il ricorso immediato alla corte

marziale. Dai tempi del sanissimo “sganascione” ai giorni nostri appare evidente il dislivello di contenuti e valori che la scuola vuole trasmettere rispetto al contesto sociale e all’ambiente familiare in cui si cresce. Per non far mancare proprio nulla ai propri figli e per generare questo finto benessere il papà di oggi lavora tutto il giorno facendo anche più di un lavoro. Questo lo obbliga a trascorrere poco tempo a casa e a dedicarne ancor meno ai propri pargoli. Poi un bel giorno i bimbi saranno diventati dei ragazzoni e i genitori vorrebbero essere i loro migliori amici, custodi di segreti e paure, ma purtroppo si sentono quasi come estranei. Ma allora a cosa sono serviti gli zaini e l’abbigliamento marcato, i cellulari ed i videogiochi all’ultimo grido? Bisognerebbe provare a dedicare più tempo di qualità ai figli, insegnare loro che il tempo passato in famiglia e per la famiglia non è mai abbastanza, bisognerebbe insegnare a stravolgere le regole del consumismo.


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Aperta scuola di arti sceniche a Caltanissetta “Cantare bene   e   ballare   bene   significa   essere   ben   educati”,   sosteneva   il   filosofo   greco   Platone.   Un   aforisma   che   racchiude  in  sé  l’essenza  dell’ambizioso   progetto  della  Hathor  Academy  –  Scuola   professionale   di   Danza,   Musica   e   Spettacolo   diretta   dall’insegnante   Maria  Antonina  Vitello,  che  ha  preso  vita  a   Caltanissetta  in  via  Salvati  99,  inaugurata  il  2  settembre  e  con  inizio  delle  lezioni  il  17  settembre.  Un’accademia   che  si  pone  l’obiettivo   di   creare   un   centro  artistico  d’eccellenza  nella  nostra   città,   favorendo   il   connubio   tra   arte,   crescita   personale   e   socializzazione.   La   Hathor   Academy   nasce   dalla   volontà   di   Maria   Antonina   Vitello   di   valorizzare   gli   ar- tisti presenti a Caltanissetta,  attraverso  una  scuola  specializzata   che   prepari   i   suoi   allievi   ad   entrare  nel  mondo  delle  arti,  sia  a  livello   amatoriale   che   professionale,   grazie   a   docenti   altamente   qualificati   in   danza,   musica,  canto  e  recitazione.  La  Hathor   Academy  offre  corsi  di  danza  classica,   moderna,  contemporanea,  hip  hop,  ginnastica  dolce,  musica,  canto  e  recitazione,   divisi   per   classi   di   età,   potenzialità   e   livello   tecnico.   Gli   allievi   ogni   anno  

potranno sostenere   e   superare   gli   esami   di   passaggio   di   livello   direttamente   nella  sede  in  via  Salvati  99  a  Caltanissetta,  grazie  alla  presenza  di  esaminatori   esterni,  e  al  termine  degli  esami  saranno   rilasciati  un  attestato  di  frequenza  e  una   pagella  di  valutazione.  La  direttrice  Maria  Antonina  Vitello  è  laureata  in  Arte  e   Spettacolo  all’Accademia  Nazionale  di   Milano,   dove   ha   inoltre   conseguito   la   specializzazione   in   Danza   Classica,   ed   è   un’insegnante   riconosciuta  e  abilitata   dal   Ministero   dell’Istruzione.   Inizia   il   suo   percorso   da ballerina all’età   di   sei   anni  in  una  scuola   nissena,  dedicandosi  alla  danza   classica   e   sostenendo   annualmente   gli   esami   seguendo   il   metodo   della   Royal  Academy   of   Dance   di   Londra.   Da   adolescente   inizia   a   sperimentare   altri   stili:   moderno,   jazz,   contemporaneo,   hip-­hop,  flamenco.  Durante  questi  anni   Maria  Antonina   vince   inoltre   numerosi   concorsi   nazionali   e   internazionali,   tra  cui  “Taranto  danza”,  “Roma  Dance   Meeting”,   “Midanza”   e   infine   “Europa  in  danza”  classificandosi  tra  i  primi   posti,  oltre  a  partecipare  a  diversi  spettacoli   di   danza.   Nell’anno   accademico   2005-­2006   Maria   Antonina   Vitello   frequenta   lezioni   , la dea egizia allo  “I.A.L.S:”  e  alla   protettrice delle arti sceniche “Kledy  Academy”  a   Roma,   esperienze   molto  formative  che   Hathor   è   una   delle   divinità   femle   hanno   permesso   minili   più   antiche   della   mitologia   di  partecipare  a  molegizia   legata   al   culto   della   Grande   teplici   stages   con   Madre,   il   cui   nome   significa   “casa   numerosi  maestri  di   di  Horus”  (Horus  identificato  come   danza  del  calibro  di   dio   sole).  È   la   dea   che   al   tramonto   Raffaele   Paganini,   mangia  il  sole  per  restituirgli  la  vita   Andrè  de  la  Roche,   poche  ore  dopo.  Si  considera  protetRossella   Brescia   e   trice   della   danza,   della   musica,   del   Bill  Goodson.  A  18   canto  e  della  recitazione. anni  supera  con  suc-

Hathor

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Danza musica e teatro e la crescita dei bambini Nel corso  degli  ultimi  anni   numerosi  studi  universitari   hanno  fatto  emergere  il  connubio   che   esiste   fra   le   arti  

musica fin   da   piccolo.   La   Hathor   Academy   –   Scuola   professionale   di   Danza,   Musica   e   Spettacolo   diret-

della danza,  musica  e  teatro   e   la   pedagogia.   La   dimensione   artistica   dell’attività   motoria   assume   un   importante   valore   formativo,   e   promuove   una   visione   etico-­estetica   della   corporei-

ta dall’insegnante   Maria   Antonina   Vitello   propone   corsi  studiati  appositamente   per   i   bambini,     grazie   all’accurata   selezione   dei   docenti   che   garantiscono   la   massima   professionalità   nell’approccio   formativo   con   i   più   piccoli.   Gli   insegnanti   introdurranno   i   bambini   nel   mondo   delle  arti  sceniche   con   modalità   ludiche   e   al   tempo   stesso   educative,   al  fine  di  proporre   un’esperienza   stimolante,   sociale   e   socializzante.   La   danza,   la   musica   e   la   recitazione   si   sviluppano   in   una   duplice   dimensione,   sociale   ed  estetica,  e  stimolano  nei   bambini  l’esercizio  del  giudizio,  il  ragionamento,  affinano   lo   spirito   critico   e   la   sensibilità  estetica.  Inoltre,   agendo  sulle  emozioni  toccano  le  corde  più  profonde   della   vita   affettiva,   arricchiscono   gli   strumenti   linguistici,   e   concorrono   alla   formazione  di  una  personalità  armonica  puntando  sul   divertimento.    

Maria Antonina  Vitello  direttrice   della  Hathor  Academy cesso   l’audizione   ai   corsi   professionali   presso   l’accademia  Aloysius   Dance   di   Milano,  e  inizia  a  frequentare  lezioni  e   corsi  con  insegnanti  della  Scala  di  Milano,  esibendosi  anche  in  diversi  musical   come   Moulin   Rouge,   Jesus   Christ,   Re   Leone,  Notre  Dame  de  Paris.  In  questa   importante   accademia   Maria   Antonina   ha   la   possibilità   di   apprendere   le   più   importanti  tecniche  della  danza  classica,   contemporanea  e  della  tecnica  modern-­jazz  con  insegnanti  famosi  in   tutto   il   mondo.   Un   curriculum   di   tutto  rispetto  per  la  direttrice  della   Hathor   Academy,   la   quale   si   occuperà   dell’insegnamento   della   danza   classica,   moderna   e   contemporanea,   e   che   ha   selezionato   insegnanti  di  elevata  professionalità  per  comporre  il  team  della  scuola.  Il  gruppo  docente  è  composto   da  Tiziano  Di  Vincenzo  (danza  hip   hop),  Lia  Minio  (canto  moderno  e   musica),   Giorgia   D’amico   (teatro   per   bambini),   Emanuela   Pantano  (recitazione  per  adulti),  e  Antonella   Gallo  (danze  folkloristiche).  La  Hathor   Academy  propone  un  percorso  completo   nel   mondo   delle   arti   sceniche,   e   gli   allievi,  giovani  o  adulti  che  siano,  hanno   la  possibilità  di  scegliere  se  formarsi  a   360  gradi  oppure  dedicarsi  ad  un  singolo   corso  fra  quelli  proposti:  danza  classica,   modern-­jazz,   contemporaneo,   hip   hop,   ginnastica   dolce,   recitazione,   musica   e   canto,  danze  folkloristiche.  Per  iscriversi  o  ricevere  maggiori  informazioni  sulla   Hathor  Academy  è  possibile  consultare   il   sito   web   www.hathoracademy.com,   telefonare  al  numero  393.0942571,  oppure   visitare   l’accademia   e   prendere   contatti  con  la  segreteria  in  via  Salvati   99  a  Caltanissetta.

tà, vista   come   generatrice   di   espressività   condivisa   a   livello  individuale  e  sociale.  La  dimensione  corporea   nella   relazione   educativa   è   fondamentale   sin   dalla   tenera   età,   e   saper   gestire   la   propria   corporeità   aiuta   nella   gestione   emozionale   e   nell’espressività   comunicativa.   Docenti   e   educatori  concordano  sul  grande   vantaggio   per   lo   sviluppo   psicomotorio,   linguistico,   relazionale    del   bambino   che   pratica   teatro,   danza   e  


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il Fatto Nisseno - settembre 2012  

mensile di approfondimento su Caltanissetta e provincia

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