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Il Cigno FOGLIO DI CULTURA TRADIZIONALE E DI ESPRESSIONI VARIE - Organo del “Club del Cigno” e de “Il Cancello del Cinabro” - n° 2 / 2013

PETE BEST il primo storico batterista dei BEATLES ospite del “Cancello del Cinabro” intervista e foto inedite...

IN QUESTO NUMERO:

Intervista a Daniele Raco

4 chiacchiere con

Il Prof. Franco Bampi

Ricky Belloni Andrea Cervetto

e il dialetto genovese...

ed Alex Procacci

Intervista a UT NEW TROLLS


CONTENUTI:

Il Cigno FOGLIO DI CULTURA TRADIZIONALE E DI ESPRESSIONI VARIE organo del “Club del Cigno” e de “Il Cancello del Cinabro”

SULLE ALI DEL CIGNO (Redazionale)...........................

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CHE C'È DA RIDERE? Intervista a Daniele Raco (Odal).

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Sub ORDO MILITUM VERITATIS

LA MUSICA PROGRESSIVA (Massimo Gasperini)........

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BENEFICI DELL'ALIMENTAZIONE VEGETARIANA (Francesco Castorina)........................................................

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0039 BLUEGRASS Made In Italy (Giovanni Stefanini).... 10 “IL CANCELLO DEL CINABRO” Beatles Fan Club di Genova (Arturo Boreale).................................................... 11 THE BEATLES STORY – Intervista a Ricky Belloni, Andrea Cervetto ed Alex Procacci (N.C.)................................ 12 LE TIPICITÀ DEL DIALETTO GENOVESE (Franco Bampi)................................................................................. 16 PESTO GENOVESE E PIATTI LIGURI TRADIZIONALI (Roberto Panizza)........................................................... 19 Squadra IL CIGNO

CULTURA ENOGASTRONOMICA A GENOVA (Luca Arrigo)................................................................................. 20

Federazione Italiana Gioco Freccette

OSPITI DEL “CANCELLO”.............................................. 20 PETE BEST A GENOVA – Il primo storico batterista dei Beatles (N.C. e Rolando Giambelli)................................... 21 LAMBIC – L'ANELLO MANCANTE TRA LA BIRRA E IL VINO (Lorenzo Dabove – Kuaska)............................. 26 UT NEW TROLLS (Gianni Belleno e Maurizio Salvi)...... 34

Il Cancello del Cinabro Laboratorio ZELIG LAB GENOVA

Editrice ARŶA sas Via del Monastero, 1/3 – 16149 Genova E-mail: arya@oicl.it Stampa Finito di stampare il 21 dicembre 2013 - correndo il Solstizio d'Inverno …..................... Le opinioni espresse negli articoli appartengono ai singoli Autori, dei quali (al di là della nostra personale condivisione) si intende rispettare la piena libertà di giudizio. La collaborazione alle nostre pagine avviene solo per invito. Proprietà letteraria e diritti sono riservati. La riproduzione totale degli articoli è vietata, mentre è consentita la pubblicazione di estratti, purchè siano dettagliatamente citati la fonte e gli Autori.


Sulle ali del

Cigno Redazionale

Il primo numero de Il Cigno (quale organo ufficiale dell'O.I.C.L.) uscì il 1° febbraio del 1996, ma altre priorità editoriali, come i testi dell'Ordine, i libri della nostra Casa Editrice Arŷa e la storica rivista di cultura tradizionale Arthos, relegarono abbastanza rapidamente il progetto in un cassetto, dov'è rimasto per diversi lustri. Nel gennaio 2013, nasce l'idea di “rispolverare” la testata da diffondere tra gli amici del Club del Cigno e i soci de Il Cancello del Cinabro, proponendola in una veste nuova, più informale, con argomenti e contenuti meno impe gnativi, senza, comunque, dirottarne l'orientamento. Così, da questo numero e con scadenza annuale, le pagine della nostra “colorata” pubblicazione diventano il supporto ufficiale del Club del Cigno e la “memoria” su carta stampata de Il Cancello del Cinabro, per raccogliere e raccontare i migliori eventi e le vicende più significative delle nostre attività parallele. Ma per raggiungere appièno l'obiettivo, vorremmo coinvolgere tutti quelli che apprezzano e condividono l'iniziativa, invitandoli a partecipare liberamente alla costruzione di questa “rivista”, attraverso i suggerimenti o, meglio ancora, i loro stessi scritti di argomentazioni varie: articoli in grado di spaziare ad ampio raggio su tutto ciò che è cultura, sia essa spettacolo, musica, letteratura, enogastronomia, viaggi, curiosità, cinema, etc., per la composizione di un “quaderno” gradevole da leggere e, soprattutto, utile da conservare. In questo numero le novità di certo non mancano, così come la partecipazione nutrita di personaggi dai più conosciuti e stimati, che con la loro penna o la propria immediata disponibilità hanno contribuito alla realizzazione del “nuovo” Cigno, a cui (dopo 17 anni di “silenzio” e per un motivo di continuità) abbiamo voluto assegnare il numero distintivo “2”. Chi fosse interessato, può inviare i propri scritti per il n° 3 del 2014 all'indirizzo mail: arya@oicl.it .Gli articoli, anche se non pubblicati, non verranno restituiti.

Il Cigno

Nelle immagini, il parterre di alcuni eventi culturali o di beneficienza organizzati dal Club del Cigno.

Foto sopra: PAOLO TESTINO, dal luglio del 2006 nominato Console del Club del Cigno.

Foto a destra: MARIO MANCINI, dal 2009 nominato Governatore de Il Cancello del Cinabro.

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CHE C'È DA RIDERE? INTERVISTA A DANIELE RACO di ODAL

pazione tradizionale e più sicura. Quando hai deciso di farne la tua professione? Da subito, ho capito che era una cosa alla quale avrei dovuto dedicarmi a tempo pieno. Ho lasciato il mio laboratorio odontotecnico e ho iniziato a girare l’Italia per imparare il mestiere di monologhista. Prima tappa Roma, lavoravo al Gildo, il localino di Teo Mammuccari e all’Alfellini, lo storico locale fondato da Marcello Casco, dove il comico fisso era Max Giusti, questi due artisti mi hanno dato molto e sono davvero felice del loro meritatissimo successo. Poi sono andato a Milano, inizialmente al Cà Bianca e poi a Zelig, un’avventura che dura ancora oggi.

Ve lo assicuro... è proprio così. Finisce lo spettacolo, scende dal palcoscenico e, con i pochi rimasti, continua a strappare allegria raccontando con semplicità quegli spaccati di vita reale a cui assistiamo giornalmente, ma che ci scivolano addosso, perchè non sappiamo più vedere ed ascoltare nessuna forma umana che ostacoli la nostra corsa quotidiana verso lo “stress”. Così, quando ce li ricorda, riesce a “fermarci” per il tempo di un monologo, scatenando risate ed applausi su scenette al limite dell'assurdo, che ci illudiamo riguardino terzi, ma i cui attori principali siamo proprio noi. Stiamo parlando di Daniele Raco (di stirpe calabrese, ma nato a Savona, ed, ultimamente, trasferito a Genova), comico professionista di razza, musicista e autore, qualificato punto di riferimento dei cabarettisti della Liguria, essendo il responsabile ed il “comandante” indiscusso del Laboratorio Zelig regionale. Lo incontriamo al “Cancello del Cinabro”, dove ogni giovedì sera si esibisce con lo Zelig Lab.

Sembra che il “Cabaret”, quanto meno in Italia, abbia una origine abbastanza recente rispetto ad altre forme d’arte o di spettacolo. Con ciò, negli ultimi decenni, anche grazie alla televisione, ha visto un considerevole sviluppo. Esistono delle scuole specifiche di riferimento per coloro che volessero affinare le proprie qualità nel rappresentare l’aspetto umoristico della realtà? La cosa migliore che è successa in questi anni è la nascita dei laboratori, quelli di Zelig su tutti, posti dove i giovani comici possono sperimentare ed imparare a fianco di professionisti, che magari hanno nuovi pezzi da rodare. Quando ho cominciato io si facevano le “aperture” e le “chiusure”: 10 minuti per dimostrare il tuo valore, senza rete e spesso ci si faceva molto male. Anche se è intuibile rilevarne la composizione, qual è la differenza fra comicità e satira e quali devono essere le caratteristiche artistiche di chi propone attimi di quotidianità rispetto a chi si concentra sulla critica politica e/o alla società? Non ci sono grandi differenze, tutto parte dall’osservazione della realtà. Un buon comico deve essere prima di tutto un osservatore della realtà che lo circonda, se vogliamo volare alti possiamo dire che i comici dovrebbero essere i testimoni del loro tempo. Dal punto di vista tecnico, invece, fare satira politica è un lavoro continuo e difficilissimo, perché bisogna leggere

Quando hai scoperto la tua comicità? Più o meno a 18 anni, ero il cantante di una band di blues e raccontavo delle cose tra un pezzo e l’altro, da li il passo alla comicità pura e semplice è stato davvero breve. Ancora oggi – in linee generali e tranne per i casi di successo – l’attività del “comico” non è comunemente riconosciuta come una forma di lavoro, ma un ripiego o una passione da abbinare ad una occu-

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tutti i giornali e guardare tutti i TG e spesso non si riesce comunque a stare dietro agli avvenimenti.

essere per forza, altrimenti il racconto deve richiamare immagini molto divertenti e poi la “chiusa” deve essere forte, la battuta migliore. All’inizio non è facile capire qual è, a te può piacere molto una cosa e magari il pubblico ne apprezza una che dici prima. Qui ho una regola che ho imparato da Claudio “Rufus” Nocera, indimenticato fondatore dei “Cavalli Marci”: quando prendi la risata forte e l’applauso, esci; lo dico sempre anche ai ragazzi del laboratorio, qualcuno lo fa.

Alcuni comici della televisione lamentano un controllo eccessivo sui loro monologhi da parte dei dirigenti di rete, che spesso si traduce in vere intollerabili censure, capaci di limitare la libertà di espressione dell’artista. Di contro, forte della sua peculiarità, il comico mantiene il possesso di un’arma assai potente, che gli consente di ridicolizzare tutto e chiunque. Dove sta il giusto equilibrio? In Italia la censura c’è sempre stata, quella cosiddetta di Stato è diventata abilissima, non si avvale nemmeno più di figure umane, si è insinuata nella mente di chi scrive per la TV che ormai si auto censura, poi ci sono i gruppi (religiosi, politici, femministi, gay, etnici)... ecco, oggi toccare quei gruppi può essere davvero pericoloso, in genere hanno pochissimo senso dell’umorismo, permettono battute solo a chi appartiene al gruppo, se no si arrabbiano davvero e fioccano email e i commenti sui social network…

Si dice che l’attore comico sia potenzialmente “drammatico” e che la spavalderia necessaria ad affrontare il pubblico, in una esibizione che si conclude in tempi ridotti, richieda capacità artistiche non indifferenti, che, comunque, nascono da una forte timidezza interiore da superare. Quanto c’è di vero in tutto questo? Intanto, io da bambino ero timidissimo, in realtà lo sono ancora oggi: faccio fatica a sostenere lo sguardo. Negli anni ho imparato ad essere più sfrontato, altrimenti avrei dovuto tornare a fare l’odontotecnico! Per concludere, quali sono i progetti sui quali stai attualmente lavorando? C’è un lavoro al quale tengo molto, un monologo teatrale “serio” che sta scrivendo per me Marco Rinaldi. Vediamo cosa ne uscirà. Nel frattempo, lavoro a nuovi pezzi e continuo a portare avanti il laboratorio, poi ho tante serate, perché stare davanti al pubblico è la cosa migliore che mi potesse capitare e voglio continuare a farlo.

Molti comici del passato riuscivano a trasmettere la propria “vis” umoristica con sarcastica eleganza. Oggi, per strappare l’applauso, l’artista scade spesso nella volgarità, sicuro di catturare il consenso attraverso una parolaccia. Sono cambiati i comici o è peggiorato il pubblico? Direi la seconda. Il comico è il testimone del suo tempo e il nostro attuale è davvero brutto, la gente è sempre più arrabbiata, non saluta, non ci si conosce tra vicini di casa, non ti aspettano all’ascensore, abbiamo centinaia di amici su “Facebook”, ma non parliamo con la gente. Anni fa c'era più rispetto, i negozianti davano del lei e Walter Chiari monologava con assoluta eleganza. Oggi siamo tutti molto nervosi ed arrabbiati e i comici urlano e dicono parolacce. É cambiato il linguaggio, in peggio. Come nella musica, esiste anche nel monologo del cabarettista un tracciato “tecnico” da seguire? Direi di si, io sono un istintivo, ma il monologo ha delle regole ferree: prima di tutto le battute, ci devono

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5 aprile 2012 – Consegna attestato a DANIELE RACO quale “Socio ad Honorem e Amico n° 3” del Cancello del Cinabro.

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LA MUSICA PROGRESSIVA (Prog) di MASSIMO GASPERINI

Come può essere definita la Musica Progressiva? Senza dubbio, come la “musica classica del futuro”. E con questa affermazione abbiamo gia' dato una risposta ad un quesito di non facile soluzione, ma è meglio fare un po' di storia su questa musica infinita e capace di emozionare come poche altre forme artistiche. All'inizio fù il blues, poi il rock'n'roll, dalla cui fusione nasce il beat e dall'espansione del quale, insieme all'evoluzione di gruppi come Beatles, Rolling Stones, Pretty Things, Who e Kinks, si forma la psichedelia dei Soft Machine, Tomorrow, Pink Floyd, Open Minds e tanti altri coloratissimi gruppi inglesi, tra i quali non posso fare a meno di citare Tyrannosaurus Rex e Crazy World of Arthur Brown. Siamo tra il '66 e il '67 quando certi musicisti inglesi cominciano ad evolvere il proprio suono cercando di trasformare la musica psichedelica in una vera forma d'arte, cosi' mentre in America la musica rock incontra il country, nella più acculturata Europa (ed in Inghilterra in particolare) si punta verso forme di musica classica ed il jazz. Il 1967 è l'anno di nascita della musica rock progressiva, il luogo e' naturalmente l'amata Inghilterra ed i nomi sono Nice, Procol Harum, Moody Blues ovvero come coniugare Beatles a Bach e Beethoven, Mozart... dando vita al pop sinfonico, la prima forma di musica progressiva. Il prog ha le sue caratteristiche che da sempre la rendono unica ed allo stesso tempo indefinibile, ecco dunque la necessita' di uscire immediatamente dagli

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schemi del 45 giri, che per la sua brevità non può contenere tutti gli elementi tipici della musica classica; si forma quindi la “Suite”, lunga composizione spesso divisa in vari movimenti, proprio come nella musica sinfonica, quindi il 33 giri prende il posto del singolo. Poi l'introduzione cospicua di tastiere (hammond, mellotrom, moog, piano), che si alternano alle chitarre conduttrici, quando non ne prendono decisamente il ruolo solista. Compaiono in questo periodo le copertine dei dischi a 33 giri apribili e spesso raffiguranti veri e propri quadri creati da artisti capaci di rendere alla perfezione il connubio immagine-musica. Ecco, quindi, artisti come Roger Dean, Paul Whitehead, Markus Keef, lo studio Hipgnosis esibirsi in memorabili illustrazioni, che rendono indimenticabili i capolavori musicali dei Genesis, Yes, High Tide, Affinity, Uriah Heep, Greenslade, Colosseum, Still Life, Quatermass, etc. Altro elemento fondamentale del prog sono i testi, che escono dalle solite banalità per affrontare temi come la mitologia, la storia, il Vangelo, la fantascienza, la letteratura gotica e fantasy. Ultima caratteristica, ma non meno importante, è la nascita di vere e proprie etichette specializzate in musica progressiva, come la Decca, la leggendaria Vertigo, la Harvest, la Charisma, Dawn, Neon e tante altre, alcune delle quali passate alla storia magari solo per uno o due albums pubblicati ed oggi rarissimi. Con l'inizio degli anni '70 si tocca il periodo migliore per questo tipo di musica, con gruppi eccezionali per tecnica ed inventiva come i King Crimson, i Caravan, Camel, Yes, Strawbs, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator, Family, Black Widow, Curved Air, Audience, Jethro Tull, ELP... ed altri che consegnano alla storia una serie di albums indimenticabili, i quali, oltre ad essere bellissimi e ricchi di vera grande musica, vendono anche molto bene entrando ad alti livelli nelle classifiche di mezzo mondo. Le diverse influenze formano vari stili, ecco quindi il folk prog degli Strawbs, Trees, Mellow Candle, Incredible String Band, il jazz progressivo dei Catapilla, Web, Samurai, con la scuola di Canterbury di Soft Machine, Caravan, Hatfield and the North, National Healt, il dark prog dei Black Widow, Atomic Rooster, High Tide, Indian Summer, ci sono contaminazioni col blues e col jazz, come nel caso dei grandi Graham Bond, Colosseum, East of Eden, Traffic... ci sono band decisamente piu' romantiche, come Fantasy, Spring, Renaissance o gli stessi Genesis...

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della new wave, del dark-gotico, dei new romantics, della cold wave, ma la storia del prog non finisce qui. Certo, il successo degi anni '70 diventa una chimera, ma la musica prog col tempo riesce a trovare nuovi stimoli, anche derivanti dall'evoluzione del punk e della new wave, che generano la formazione di nuovi gruppi. Tornano a suonare vecchie glorie ed il prog rinasce a nuova vita in tutto il mondo, perché questa musica è sempre stata suonata non solo in Inghilterra o in Italia o in Germania (dove nacque una vera e personalissima scuola), ma anche in Messico, nel lontano Giappone, in Australia, Cile, Argentina, Brasile, Norvegia, Svezia... e lo è ancora oggi. Indubbiamente, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di bands che non vendono piu' di poche centinaia di copie o qualche migliaio nei migliori dei casi, ma l'arte non si misura dalle copie vendute e la Musica Prog è e resta arte! MINIMA DISCOGRAFIA INTERNAZIONALE CONSIGLIATA: - AFFINITY – Same. - BEGGARS OPERA - Waters of change. - BLACK WIDOW – Sacrifice. - CAMEL - The Snow Goose; Mirage. - CARAVAN - In the land of Grey and Pink. - CATAPILLA – Same; Changes. - CURVED AIR - Phantasmagoria, second album. - EMERSON, LAKE and PALMER – Trilogy; Tarkus; Pictures at an exibiction; Brain salad surgey. - FAMILY – Entertainment; Fearless; A song for me; Anyway. - FANTASY - Paint a picture. - FOCUS - Moving waves. - GENESIS – Foxtrot; Nursery crime; Selling England; Trespass. - GENTLE GIANT – Same; Three Friends; Acquiring the taste. - GONG – You; Flying Teapot; Angel's eggs. - HAWKKWIND - Warrior on the edge of time; Hall of the mountain grill; Space. - JETHRO TULL – Aqualong; Thick as a brick; Mistress in the gallery. - KING CRIMSON - I the court of Crimson King; In the wake of Poseidon; Island; Larks tongue in Aspic; Starless and bible black; Red. - MOODY BLUES - In the search of lost chords. - NICE - Ars longa Vita Brevis. - PROCOL HARUM - Shine on Brightly. - RITUAL SPRING - Same. - SOFT MACHINE – Third; Bundles. - STRAWBS - Grave New World. - VAN DER GRAAF - Pawn Hearts; H to each; The last we can do. - YES – Fragile; Close to the Edge; Relayer; Going for the one.

Sulla scia di questi mostri sacri, anche l'Italia capisce che e' il momento di smetterla di fare solo covers di gruppi beat inglesi. I musicisti di casa nostra comprendono che c'è una musica nuova, una musica piacevole da ascoltare e che è, quindi, necessario provare a suonarla, dato che sembra anche vendere bene. I primi gruppi italiani a suonare “musica progressiva” sono i New Trolls, Le Orme e La Formula Tre, seguiti a ruota da una miriade di gruppi come la Premiata Forneria Marconi, Il Banco del Mutuo Soccorso, Delirium, gli Osanna, Area, Quella Vecchia Locanda, Metamorfosi, Il Balletto di Bronzo, etc. Sara' questa la stagione piu' grande per la musica “rock italiana”, un periodo breve ma indimenticabile, che inizia nel 1970 e termina nel 1975, anche se qualche albums fù pubblicato tra il '76 ed il '79 (ma si tratta di casi sporadici, in quanto il fenomeno era finito con l'avvento dei cantautori, decisamente meno costosi da produrre e piu' facili da vendere). Faccio notare che in nessun altro paese al mondo il ruolo dei cantautori diventa cosi’ straripante da annullare quasi completamente la musica rock (ed in questo le responsabilità vanno equamente divise tra le case discografiche e la politica). La musica diventa sempre più magniloquente, dimentica di essere rock, abbandona i clubs a favore dei teatri sempre piu' grossi e con spettacoli sempre più pomposi e costosi, allontanandosi dalla gente... Gli albums anche dei migliori gruppi diventano sempre piu' scontati e ripetitivi, i ragazzi hanno bisogno di energia, di sfogare la rabbia che si portano dentro, il rock era la musica ribelle che dava forza e speranza e la trovano finalmente nel punk, che dara' al prog la mazzata finale consentendo ai giovani di riappropriarsi del rock nella sua forma più pura. Nascono le fanzines, le etichette indipendenti, le piccole autoproduzioni di 45 giri; la musica ritrova una nuova vita con la comparsa

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MINIMA DISCOGRAFIA ITALIANA CONSIGLIATA: - ALPHATAURUS - AREA - Arbeich mach frei; Crac. - BALLETTO DI BRONZO – Ys. - BATTIATO – Pollution; Sulle corde di Aries. - BIGLIETTO PER L'INFERNO – Same. - CERVELLO – Melos. - DELIRIUM - Dolce acqua, Viaggio negli arcipelaghi del tempo - EDGAR ALLAN POE - GOBLIN - Profondo rosso; Roller. - L'UOVO DI COLOMBO - LA FORMULA TRE - La grande casa; Sognando e risognando. - MAXOPHONE - MUSEO ROSENBACH - NEW TROLLS - Concerto Grosso; Searching for a land; Ut. - ORME – Collage; Felona e Sorona. - OSANNA – Palepoli. - PFM - Storia di un minuto; Per un amico. - QUELLA VECCHIA LOCANDA - SEMIRAMIS - Dedicato a Frazz. - TRIP – Caronte; Atlantide.

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BENEFICI DELL'ALIMENTAZIONE VEGETARIANA SECONDO LA SCIENZA MEDICA E SCIENTIFICA di FRANCESCO CASTORINA

Ricordo che quando diventai vegetariano (cioè il giorno in cui aprii il frigorifero e improvvisamente vidi in modo diverso quanto era contenuto al suo interno: salumi, carni), pensai immediatamente di cercare altre persone che avessero fatto questa scelta, persone da cui ricevere informazioni. Partecipai ad una conferenza in cui parlava la dottoressa Luciana Baroni, presidente di SSNV - Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana, nonché “vegana” (i vegani, a differenza dei vegetariani, non utilizzano alcun prodotto animale: latte, formaggi, uova, miele). La Baroni fece un'affermazione che all’epoca memorizzai senza dare troppo peso; disse che lei, in quanto medico, non avrebbe mai creduto che fossero così tante le informazioni scientifiche a favore dell’alimentazione vegetariana, informazioni che non venivano diffuse. Qualche tempo dopo, ero seduto ad ascoltare un altro medico vegetariano, Stefano Cagno. Lui non si occupa di alimentazione, ma di vivisezione (ovviamente proponendo di abolirla). Mentre parlava, raccontava del suo ingresso nel mondo della medicina e disse che, in quanto medico, non avrebbe mai creduto che fossero così tante le informazioni scientifiche dimostranti l’inutilità della crudele abitudine a sperimentare torture su animali per provare l’efficacia di una farmaco che, alla fine e comunque, dovrà essere verificato sempre su soggetti umani. Sentendolo, mi ricordai che la dott.ssa Baroni aveva detto sostanzialmente la stessa cosa. Se due più due fa quattro, non potevo trarne che una sola conclusione. Appare evidente che il problema non è: si può vivere, ci si può non ammalare diventando vegetariani? Si può evitare la sperimentazione animale? Il primo problema è: perché fanno di tutto per non metterci a conoscenza? Quanto c’è di inconsapevole ignoranza e quanto di consapevole menzogna? (gli interessi monetari legati a uno sviluppo economico basato sul consumo di carne, latte e formaggi sono colossali). Il secondo problema è: chi ci vieta di cercare informazioni? Per ascoltare le conferenze della dott.ssa Baroni e del dott. Stefano Cagno, io avevo scelto la più lontana delle sedie, perché caratterialmente timido, tremavo e diventavo rosso solo al pensiero che a fine conferenza avessero detto: qualcuno vuol fare delle domande?

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Oggi io parlo in conferenze, anzi me le vado cercando, perché quando davanti agli occhi mi ritrovai anche io tutte quelle informazioni scientifiche non diffuse, pensai che era un dovere morale diffonderle. Ho fatto mie frasi e azioni di persone celebri: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti” (Martin Luter King); “La neutralità favorisce sempre

l'oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato” (Elie Wiesel, vegetariano, Premio Nobel per la Pace). Anche Aung San Suu Kyi, nota politica birmana, attiva da molti anni nella difesa dei diritti umani è vegetariana ed è stata Premio Nobel per la Pace, esattamente come Albert Schweitzer. Tutti e quattro (insieme a tantissime altre persone) hanno una cosa in comune: non sono stati neutrali e non sono rimasti in silenzio. Perciò, quando mi sono accorto che la domanda “Si può vivere, ci si può non ammalare diventando vegetariani?” può essere decisamente rivoltata con “Lo sai che potresti ammalarti mangiando carne?” ho deciso il mio impegno a divulgare questa evidenza innegabile. Ed ho smesso di arrossire in pubblico.

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Nella home page del sito web di Società Vegetariana, l’associazione di cui oggi sono Presidente, c’è una voce: “Nutrizione – Articoli scientifici”; cliccando su quella sezione appare una documentazione attualmente contenuta in 11 pagine (sono sempre citate le fonti e riportati i testi originali). Tutto è scaricabile, in formato pdf, con un download. Leggiamo alcuni di questi testi, così, per tagliare la testa al toro (per gli onnivori) o per tagliare la testa al porro (per i vegetariani o vegani):

lizzando quasi mezzo milione di cittadini europei, per comprendere gli effetti delle scelte alimentari sulla salute. I risultati, presentati sulla rivista Bmc Medicine, parlano di un rischio di morte prematura che cresce di pari passo con la quantità di carne lavorata (come prosciutti, salami e salsicce) consumata ogni giorno. I carnivori, infatti, hanno una maggiore probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari e tumori, un rischio che, stimano i ricercatori, potrebbe essere abbattuto semplicemente consumando meno di 20 gr. di carni lavorate al giorno (scrive Sabine Rohrmann, ricercatrice dell'Università di Zurigo, che ha guidato la ricerca: “Il rischio di morire in giovane età per malattie cardiovascolari e tumori aumenta con l'aumentare del consumo di carni lavorate”). E che dire di questo documento recentissimo? Un vero e proprio caposaldo per la diffusione della cultura vegetariana. L’aiuto viene dalla Asl di Milano!

1) E' posizione dell' ADA (American Dietetic Association) che “le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete vegetariane totali o vegane, sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie”. L’ADA raggruppa centinaia di dietisti, medici, nutrizionisti americani, che a loro volta hanno raccolto una vasta bibliografia sull’argomento. E’ inoppugnabile la loro conclusione: “Le diete vegetariane ben pianificate sono appropriate per individui in tutti gli stadi del ciclo vitale, inclusa gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia, adolescenza, e per gli atleti”. Quindi, vanno bene anche per i bambini (e infatti in molte città italiane, le mense scolastiche prevedono pasti vegetariani per chi ne fa richiesta). E poi, Carl Lewis, il plurimedagliato campione di atletica leggera, era vegan, così come tanti altri atleti, in varie discipline. Basterebbe questo per non star li a perder tempo a discutere se è possibile vivere bene essendo vegetariani, no? Si e no. Non basta laddove l’ego umano fa di tutto per opporsi al cambiamento. Infatti, ad un corso ECM organizzato all’Ospedale San Martino di Genova, allorché lo scrivente e una dietista vegan citammo questa fonte, qualcuno disse: “mah, boh, chissà se esiste poi veramente questa associazione (l’ADA). Che è come se uno statunitense dicesse: “Il Colosseo a Roma? Mah, boh, chissà se esiste”. Poi qualche dietista chiese: “Ma voi vegetariani il calcio da dove lo prendete?”. Avessero studiato con voglia di indagare, avrebbe saputo che i vegetariani trattengono più calcio e gli onnivori lo perdono tramite le urine, proprio a causa dell’alimentazione onnivora. Ecco infatti cosa è scritto nel sito della Lega Italiana Osteoporosi: “Un eccesso di proteine, in particolare proteine animali, nella dieta quotidiana è oggi un fenomeno molto frequente. Le proteine in eccesso fanno aumentare l’acidità del sangue, e l’organismo tende a correggerla eliminando una maggiore quantità di calcio con l’urina, cosa che potrebbe far mancare calcio per l'osso”. Un altro studio? Eccolo!

3) Marzo 2013 – Milano. La nuova linea suggerita dall'Asl del capoluogo in un documento destinato a 1.100 medici di medicina generale della metropoli e a specialisti in forze negli ospedali: “Dieta vegana, oppure mediterranea correttamente impostata, attività fisica, cessazione dal fumo”. Per combattere con il diabete di tipo 2 (Alberto Donzelli, direttore del Servizio educazione all'appropriatezza ed EBM - Evidence Based Medicine, ovvero Medicina Basata sulle Evidenze dell'Asl di Milano). Scorriamo solo alcuni titoli degli articoli che abbiamo inserito nel sito: • (Rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention). Uno studio su 69.120 persone: Le diete vegane presentano un rischio di cancro inferiore. • (Rivista PLoS ONE Leucemia). Studio scientifico: dalle verdure una cura. • (Rivista Atherosclerosis). Il consumo di tuorli d'uovo è dannoso, in rapporto all'aterosclerosi, quasi quanto il fumo. • (Am J Clin Nutrition). Evitare il latte di mucca può ridurre il rischio di diabete di tipo 1. • (British Medical Journal). Carne male per la

2) Si è concluso nel 2013 lo studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), che ha coinvolto 23 centri di 10 nazioni europee, ana-

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salute e l'ambiente. (Uomini e donne che hanno consumato la minor quantità di prodotti a base di carne rossa e trasformati avevano rispettivamente, un 9,7 e 6,4% di rischio ridotto di malattie cardiache; 12,0 e 7,5% di rischio ridotto di diabete; 12,2 e 7,7% di rischio ridotto per il cancro del colon-retto. I prodotti a base di carne rossa e trasformati, è scritto nella relazione, sono uno dei fattori più negativi delle emissioni di gas a effetto serra). PCRM (Physicians Committee for Responsible Medicine - Comitato di Medici per una Medicina Responsabile). L'olio di pesce (coi famosi pubblicizzati omega-3) non abbassa il rischio di malattie cardiovascolari o di morte. (Rivista American Journal Clinical Nutrition). Una ricerca medico-scientifica condotta su oltre 19.000 persone, in Gran Bretagna (2010) rileva che l’assunzione di omega-3

E sul ferro? • (Dott. Michael Greger). E' importante assumere ferro solo da fonti vegetali. • (Dott. Franco Berrino – Dir. Dip. Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Tumori di Milano). L’alimentazione può influenzare la insorgenza dei tumori attraverso numerosi meccanismi. Fra i principali: sostanze pro ossidanti, ad esempio il ferro eme delle carni (e pensare che i soliti nutrizionisti d’assalto rilevano: “Il ferro dei vegetali è di tipo non eme mentre quello della carne è eme”, incutendo sugli uditori la sensazione che sia più importante!) • (Oxford University). La carne uccide 45.000 persone ogni anno - (230 le fonti bibliografiche citate). • (Oxford University). Minor rischio di diverticolite nei vegetariani (31%). La diverticolite è una patologia dell'apparato digerente, caratterizzata dall'infiammazione di uno o più diverticoli (escrescenze verso l'esterno, della parete intestinale). Cause: feci troppo dure e secche e stitichezza cronica, dieta carente in fibre. • (American Journal of Clinical Nutrition). Vegani e vegetariani sono a minor rischio di cataratta rispetto ai carnivori. Sono state analizzate cartelle cliniche di 27.600 pazienti: chi adotta un regime alimentare prevalentemente vegetariano (ancor meglio vegano) ha fino al 40% di probabilità in meno, rispetto ai carnivori, di soffrire di questo disturbo visivo. • (Rivista scientifica Diabetes Care). Una dieta vegetariana è associata a un minor rischio di sindrome metabolica. (Si parla di una riduzione del rischio di ben 2/3, quindi il 66%! La sindrome metabolica è un insieme di fattori di rischio fortemente associato con un incremento del rischio di diabete mellito tipo 2 e di malattie cardiovascolari. • (Università dell'Indiana – USA, American Society of Nephrology). Viene confermato che l'alimentazione a base vegetale è efficace per contrastare il decorso delle malattie renali. Si parla di significative differenza tra dieta vegetariana e carnea.

è più efficiente se questi provengono dai vegetali. (Ma c’è, a questo proposito, una cosa da sapere, considerando il massacro pubblicitario invasivo pro omega-3: gli omega-3 sono acidi essenziali? No, nel senso che essenziale è l'acido alfa-linolenico ALA [cioè il precursore indispensabile degli acidi grassi omega-3 a lunga catena], una volta introdotto nel nostro organismo con l'alimentazione viene metabolizzato e trasformato in EPA e DHA, entrambi votati a fondamentali funzioni organiche. Nello studio apparso sull’ American Journal of Clinical Nutrition, si è visto che vegetariani e vegani provvederebbero autonomamente alle proprie necessità di acidi grassi essenziali omega-3 a lunga catena [presenti nel pesce] ricavandoli dagli acidi grassi omega-3 vegetali, quindi senza dover introdurre nella propria dieta la carne di pesce. Lo studio ha mostrato come, a fronte di una minore introduzione di omega-3 attraverso la dieta tipica dei vegetariani/vegani, se paragonata a chi consuma pesce in quantità [con una percentuale che va dal 57% all'80% di differenza], i livelli di EPA e DHA sono risultati essere pressoché uguali nei due gruppi di campioni studiati. Ci sarebbe dunque, spiegano i ricercatori, una "efficienza di conversione" in acidi grassi omega-3 a lunga catena significativamente maggiore nei vegetariani/vegani rispetto a coloro che consumano pesce).

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Complimenti se siete riusciti a leggere fin qui! Adesso vi pongo una domanda: cosa hanno in comune questi articoli? Semplicemente una cosa: sono tutte fonti autorevoli scientifiche, ma nessuna di queste è... italiana! A voi le dovute riflessioni. E l’Ambiente? Al di là del problema della salute personale, cosa succede all’ambiente utilizzato per ricavare una alimentazione carnea? Il seguente testo è tratto da Report, trasmissione tv. E’ stata anche mo-

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strata una dichiarazione televisiva, a Londra, di Rajendra Pachauri, Premio Nobel per la Pace 2007, vegetariano (per consapevolezza, considerato il mestiere che fa), Presidente dell’IPCC (gruppo intergovernativo, Agenzia dell’Onu, che si occupa di valutare i dati sui cambiamenti climatici). Durante il servizio sono state fatte queste osservazioni: “L’attuale produzione di cibo potrebbe sfamare dieci miliardi di persone. Siamo 6,5 miliardi di cui una parte è denutrita e un’altra parte muore di fame. Gli abitanti di Europa e Usa (cioè 800 milioni di persone) mangiano in media 100 kg di carne a testa in un anno. Siamo 6,5 miliardi e a breve potremmo diventare 10. Cosa succederebbe se tutti reclamassero lo stesso diritto: mangiare 100 kg. di carne?”. Sarebbe sostenibile? E’evidente che no, servirebbe un pianeta molto più grande di quello attuale. Ed altrettanto impossibile (peggio ancora) è pensare agli allevamenti biologici, tanto pubblicizzati oggi come soluzione equa per l’ambiente e per gli animali. Se tutti i 6,5 miliardi attuali di abitanti dovessero accedere allo stesso diritto (100 kg di carne e biologica) occorrerebbero decine di pianeti con terreno utilizzabile per il biologico, per cui oggi la possibilità di una parte della popolazione umana di mangiare carne biologica si basa esclusivamente sulla depauperazione del diritto alla vita sostenibile ad una altra parte di popolazione. Dichiarazione di Rajendra Pachauri: “Dagli allevamenti proviene l’80% delle emissioni totali dell’agricoltura, e cioè il 18% di tutte le emissioni di gas serra (nota: quelle dei trasporti sono inferiori, pari al 13,5%). Produrre 1 kg di manzo equivale a produrre gas serra pari a 36,4 kg. di CO2, che equivale a CO2 emessa da un automobilista medio che percorre 250 km. Produrre 1 kg di manzo equivale a tenere accesa una lampadina da 100 watt per 20 giorni. La produzione di carne è di gran lunga la prima consumatrice di terra per uso antropico. L’allevamento consuma il 70% di tutte le terre agricole, il 30% della superficie terrestre. Il 70% di quello che era la foresta amazzonica è diventato pascolo o coltivazioni per alimentazione animale. Un altro enorme impatto della produzione di carne”, continua così Pachauri, “è l’acqua che occorre per produrne un chilo. Mais 900 litri. Riso 3.000 litri. Pollo 3.900 litri. Maiale 4.900 litri. Manzo 15.100 litri”. La conferma arriva da uno studio dell'Istituto tedesco per la Ricerca sull'Economia Ecologica (IoeW), che è stato pubblicato (25 agosto 2008) dall'associazione di consumatori tedesca Foodwatch: “Confronto emissioni gas serra (per persona) in un anno, tra tipo di alimentazione e km. percorsi in auto, in un anno”.

Da agricoltura bio: 1.978 km. Da agricoltura convenzionale: 2.427 km. ALIMENTAZIONE ONNIVORA Da agricoltura bio: 4.377 km. Da agricoltura convenzionale: 4.758 km. (il maggior consumo). Come si vede, i dati sono eloquenti. L’alimentazione vegan può determinare la fine della fame nel mondo. Quella onnivora la causa. Ecco fornite le prove scientifiche. Serviranno? Si dovrebbe osservare: se i macelli avessero le vetrine, i genitori porterebbero i bambini a vedere? Sarebbe necessario domandarsi: se ti dessero un agnello vivo e un coltello, lo useresti per sfamarti con quell’essere? Eppure la carne che tranquillamente mangi ed è venduta nei cellophane dei supermercati viene da lì, da quell’esserino che quando siamo bambini accarezziamo dicendo: “mamma che bello!”. La “Società Vegetariana” organizza, da anni, eventi culturali legati alla scelta vegetariana, fornendo informazioni scientifiche e proponendo corsi di cucina vegan (cioè senza alcun ingrediente di origine animale). Il 1° marzo 2013 è stata organizzata con successo (alla presenza di un pubblico numeroso e interessato), una serata con “cena vegana” al “Cancello del Cinabro”. Riteniamo che l’informazione sia la necessità predominante nell’ambito di una politica del cambiamento. Solo conoscendo si può decidere di cambiare. I temi che l’associazione tratta (com'è scritto nel nostro statuto) riguardano di fatto i problemi che oggi sono oggetto continuo di discussione e riflessione, cioè quelli legati alla salvaguardia dell’ambiente, della salute, a una nuova etica (che rispetti noi stessi, le popolazioni “sempre più” povere del mondo, gli animali) e ad una nuova economia che consideri gli esseri esistenti come ‘esseri’ e non come ‘oggetto di merce’. Ci proponiamo di individuare le cause di tali condizioni, suggerendo/indicando proposte. Chi volesse approfondire può contattarci: info@societavegetariana.org. Non imponiamo di diventare vegetariani o vegani, ma consigliamo sicuramente di non guardare la tv. E’ il primo gradino per poter riflettere in modo non condizionato.

ALIMENTAZIONE VEGAN Da agricoltura bio: 281 km. (il minor consumo). Da agricoltura convenzionale: 629 km. ALIMENTAZIONE LATTO-OVO-VEGETARIANA

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ni (mandolino e voce), Luca Bartolini (chitarra e voce), Paolo Ercoli (dobro e voce), Marco Ferretti (banjo e voce) e, nota femminile, Maria Grazia Branca (contrabbasso). Nel repertorio vengono proposti brani tradizionali e molti "originali" composti da Paolo Ercoli, che hanno arricchito il nostro CD realizzato in Italia e valorizzato dalla partecipazione di alcuni validi musicisti americani (Andy Hall degli Infamous Stringdusters, Rafe Stefanini, violinista di riferimento nella scena dell'old time music, ma, soprattutto, Mike Guggino e Nicky Sanders, membri della band americana Steep Canyon Rangers, freschi vincitori del "Grammy Award", l'Oscar della musica, perennemente in tour con il noto attore/musicista Steve Martin...) il cui apporto ha garantito una veste più internazionale al nostro lavoro. In Italia si è fatto di tutto per rendere difficile la divulgazione della musica “live” e i pochissimi locali attrezzati non osano dare spazio ad altri generi musicali che non siano “piano bar”, “cantautorato”, “evergreen”... eccezione fatta per "Il Cancello del Cinabro" a Genova, dove, viceversa, siamo stati più volti ospitati ed apprezzati. Grazie a questo incontro abbiamo, tra l'altro, avuto la possibilità di ricevere un'aiuto finanziario importante per la realizzazione del nostro CD "Dial" dalla Casa Editrice Arŷa, produttrice di libri della Tradizione, che proprio con noi ha, per la prima volta, edito un CD, aprendo un'altra strada nella divulgazione delle arti. Noi degli "0039" ne siamo onorati.

0039 BLUEGRASS MADE IN ITALY di GIOVANNI STEFANINI

Parlerò del mio gruppo: “0039”. Siamo una band appassionata di Bluegrass, musica che ha origine nel Kentucky (U.S.A.) alla fine degli anni '30, dall'intuito del mandolinista Bill Monroe (universalmente riconosciuto come il “padre” di questo genere), che, influenzato dal folk americano, l'old time music ed il blues, seppe aggregare diversi strumenti a corda come banjo, mandolino, violino, chitarra, dobro e contrabbasso. Gli "0039 Bluegrass Made in Italy" hanno origine dalla fusione di musicisti accomunati dalla stessa passione, ma provenienti da città diverse (Bologna, Genova e Milano), che hanno maturato importanti esperienze con altre band, creando un loro “stile”, pur mantenendo ferme e solide le origini anche stilistiche del Bluegrass. Il gruppo è composto da Giovanni Stefani-

BILL MONROE

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Il Cancello del Cinabro BEATLES FAN CLUB di GENOVA

di ARTURO BOREALE

15 dicembre 2012. Mentre Rolando Giambelli (Presidente Nazionale dei Beatlesiani Associati d'Italia), per l'occasione accompagnato da Franco “fisher” Sandi e da Stefano Cavallo (dello storico gruppo “Reunion”), si esibiva sul palco del Cancello proponendo il miglior repertorio dei Beatles, sullo schermo scorrevano lente le immagini dei “Fab Four”, tra l'emozione del pubblico presente catapultato per poche ore nella magica atmosfera dei favolosi “anni '60”. Aneddoti, curiosità, canzoni... tutto su John, Paul, George e Ringo e, a conclusione del concerto, fra gli applausi inarrestabili di un calorosissimo pubblico, la proclamazione ufficiale del Cancello del Cinabro quale primo “Beatles Fan Club” di Genova e della Liguria. Una nuova conquista per i soci e, soprattutto, per alcuni fondatori del nostro circolo, beatlesiani da sempre, ora chiamati a ricreare un punto di aggregazione in nome del più grande mito musicale del '900. Un compito stimolante, anche nel ricordo di quel lontano 26 giugno 1965, quando nelle prime file del Palazzetto dello Sport di Genova qualcuno di noi potè vedere, ascoltare e applaudire i quattro di Liverpool.

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minciato a suonare e cantare con i brani dei Beatles e da sempre mi sarebbe piaciuto risuonarli. Adesso, in età adulta, il repertorio che mi ha fatto scoprire la musica lo si approccia in maniera più consapevole e l'idea è stata quella di suonare i brani come se fossimo sul divano di casa nostra, tre amici che si dicono: “ti ricordi quella canzone”?

“THE BEATLES STORY” intervista a RICKY BELLONI ANDREA CERVETTO ed ALEX PROCACCI

Strumentalmente parlando, quali sono le caratteristiche principali del “Beatles sound”? In che cosa si differenzia da quello prodotto da altri musicisti dell'epoca e, soprattutto, nei quattro elementi di Liverpool si trovano delle espressioni tecniche superiori o delle eccellenze? ANDREA: Le caratteristiche sono tante. Nel primo periodo, la formazione tipica di due chitarre, basso e batteria, la scelta di usare chitarre Rickenbacker/Gretsch, basso Hofner e amplificatori Vox... già qui si intuiva che si sarebbero distinti da tutti; all'epoca la scelta era principalmente orientata su modelli Fender e Gibson, questo per quanto riguarda la strumentazione. Poi, il sound in generale è dato dall'impasto delle loro voci, dal modo di "portare" il ritmo di Ringo, dal playing di Paul al basso (che cominciò a "muoversi" e a dare un ruolo alla figura del bassista, che fino ad allora era un po' in disparte; in questo, grande ispiratore per lui fu Brian Wilson dei Beach Boys) e dalle doti di John e George alle chitarre. Una cosa importante da notare (lo si vede anche dai provini dei “Fab Four” che sono stati pubblicati) è l'intonazione delle voci e l'accordatura degli strumenti... straordinarie! Se riascoltiamo incisioni dell'epoca di altri gruppi musicali, fatta eccezione per pochissimi, è molto frequente udire stonature nei cori o strumenti non perfettamente accordati. Quindi, sono stati sicuramente uno dei punti di forza dei Beatles la loro intonazione, la loro capacità di tenere accordati gli strumenti... il tutto unito da una magia e una interazione fra i quattro che è rara. Nel secondo periodo, il percorso sperimentale in svariate direzioni li ha fatti evolvere. La capacità di non adagiarsi sul successo facile ha completato il loro sound, con l'inserimento di orchestra, effetti e qualsiasi cosa passasse loro per la mente, senza mai perdere di vista la canzone.

di N.C.

Da sinistra: ALEX PROCACCI, ANDREA CERVETTO e RICKY BELLONI, musicisti professionisti impegnati in altre famose formazioni, che nel 2011, proprio dal palco de “Il Cancello del Cinabro”, hanno dato il via al progetto THE BEATLES STORY TRIO.

Quando tre grandi musicisti, uniti dalla stessa passione, decidono di “giocare” insieme il successo è assicurato in partenza. Così è stato per Ricky Belloni (Milano, 1952), chitarrista e voce della Nuova Idea (1972/1973), dei New Trolls (dal 1975 al 1995), del Mito New Trolls (dal 1998, tuttora in attività) e che vanta collaborazioni con Fabrizio De Andrè, Franco Battiato ed Adriano Celentano; Andrea Cervetto (Genova, 1968), chitarrista di talento e grande voce, che ha collaborato con Lara Saint-Paul, Patty La Belle, Ronnie Jones, Alberto Radius ed è stato personalmente selezionato da Brian May dei Queen, per partecipare al musical “We will rock you”, attualmente, componente del Mito New Trolls (dal 2006), di ACT Trio e della band Dire Strato; Alex Procacci, milanese, Vocal Coach e arrangiatore voci di musical di successo, quali “Aladdin”, “Peter Pan”, “Christmas Show”, “We will rock you” ed altri. Li incontriamo al termine del loro concerto al “Cancello del Cinabro”, dove per la terza volta si sono esibiti con grande successo di pubblico nella versione The Beatles Story. E' chiara la vostra condivisa passione per i “Fab four”, ma quando e com'è nata l'idea di formare il trio “The Beatles Story”? ALEX: È colpa mia Ricky... vai avanti tu... RICKY: L'idea è nata dal fatto che da sempre noi tre siamo assoluti appasionati dei “Fab four”. Io ho co-

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fuse genialità, talento, voglia di fare e momento storico. I Beatles sono stati il ponte tra il rock & roll ed il pop, tra l'altro, ancora oggi il brit sound è fortemente caratterizzato da ciò che i Beatles hanno lasciato. ANDREA: È innegabile che i Beatles non hanno cambiato solo il panorama musicale dell'epoca, ma l'intera società! Ancora oggi la loro influenza grava, e non poco, su tutta la produzione musicale. Per quanto mi riguarda, credo che siano stati, anzi sono, un avvenimento irripetibile, un po' perché oggi la società non ha i presupposti per recepire a fondo un qualsivoglia fenomeno musicale (la musica di fatto ha cambiato ruolo nella società odierna) e in gran parte perché riuscire a sconvolgere il mondo come hanno fatto loro con la propria creatività sia inarrivabile. Io dico sempre che i Beatles sono la conferma del fatto che il fenomeno della "Reincarnazione" esiste! Trovo incomprensibile come quattro ragazzi ventenni possano aver scritto cose di quel livello e, soprattutto, che abbiano potuto rilasciare nelle interviste dei concetti di quel tipo: parlavano come persone con esperienza di vita intensa e lunga.

In virtù della tua esperienza di “vocal coach”, cosa puoi dirci sull'armonia e la naturale fusione vocale dei Beatles. E' solo il frutto di un talento poliedrico e multifunzionale individuale? ALEX: Prima di tutto, devo precisare che sono un appassionato di Beatles senza esserne uno storico o il tipico fan che ne conosce vita, morte e miracoli... Provo, quindi, a risponderti di getto... così come credo sia andata. Io penso che da subito loro abbiano “sentito” la necessità di corredare, di aumentare e migliorare il coefficiente melodico dei loro pezzi tramite armonizzazioni vocali e che, a causa di composizioni complesse, abbiano ricercato e trovato il giusto aiuto in quel signor arrangiatore che si chiama George Martin. Il fatto poi che le loro voci insieme fossero incredibilmente fantastiche... beh... quello è un colpo di fortuna. Una chimica difficilmente riscontrabile, che abbiamo trovato, nel nostro piccolo, anche Ricky, Andrea ed io. Tre voci molto differenti, che si fondono bene insieme.

Si parla di George Martin (definito il quinto Beatle), come della “mente” del gruppo, dell'artefice reale di una fortuna musicale che, senza i suoi famosi arrangiamenti o i complessi artifici pioneristici di un editing dell'era pre-digitale, sarebbe stata altrimenti impossibile. Quale percentuale attribuisci a Martin nel successo dei Beatles? RICKY: Io ribalterei la domanda. Quanto attribuisci ai Beatles nel successo di George Martin come arrangiatore? Molto!!! Senza di loro, probabilmente, George Martin sarebbe stato un arrangiatore molto bravo, come tanti altri arrangiatori bravi, ma meno fortunati negli incontri della vita.

La storia dei Beatles è contrassegnata da un progressivo, complesso e, forse, troppo accelerato mutamento, che spinge, in poco meno di un decennio, questi quattro ragazzi (nei testi, nella sonorità, nell'immagine e nello stesso stile di vita) a una produzione musicale inarrivabile e di sempre più elevato livello, capace di stimolare e accompagnare addirittura una rivoluzione culturale generazionale. Dal vostro punto di vista, a cosa è possibile attribuire una tale “energia”? I Beatles devono veramente considerarsi un fenomeno “geniale” o il frutto solo casuale di capaci “manovratori”, che li hanno sfruttati come “simbolo”, per cavalcare la trasformazione di un'epoca? ALEX: Punto tutto su fenomeno “geniale”... in un momento di fertilità creativa incredibile! Le loro produzioni post Beatles sono molto belle, ma per sfornare il numero di capolavori che ci hanno regalato in poco tempo, avrebbero avuto bisogno di 100 anni di carriera in più. RICKY: I Beatles sono stati un'alchimia particolare, che capita molto raramente. A mio parere, si sono

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Ad un orecchio inesperto, le prime canzoni dei Beatles appaiono motivetti semplici, brevi e spesso banali, ma nei vostri concerti sottolineate sempre come questo non sia totalmente vero. Quali sono le maggiori difficoltà che avete riscontrato e qual è il brano più impegnativo da riproporre?

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ALEX: I famosi motivetti semplici sono i miei preferiti! Semplici? Dite? ANDREA: È vero, ad un primo ascolto possono sembrare "canzonette", in realtà bisogna sottolineare la loro bravura nel condensare in poco più di 2 minuti una canzone completa e la capacità tecnica di realizzazione attraverso voci sempre perfette, strumenti costantemente accordati e suonati con gusto: una cosa, come dicevo prima, non proprio scontata per l'epoca! Ricordiamoci sempre che in quel periodo non c'era la tecnologia di oggi, per cui era necessario suonare e cantare bene subito in registrazione... Sarebbe meglio poterlo fare anche oggi! Non c'era la possibilità di intervenire e/o correggere questi aspetti in post produzione! Sul fatto, poi, che possano sembrare banali non concordo, in quanto in tutta la produzione Beatles l'aggettivo “banale” è sempre fuori luogo. Bisogna sempre pensare a cosa c'era musicalmente prima dei Beatles e cosa è avvenuto dopo! Sul piano delle difficoltà, direi che abbiamo sicuramente dedicato molto più tempo all'aspetto vocale che non a quello strumental., Dire che ci sia un brano in particolare che sia più impegnativo di altri mi resta difficile, perché in ogni pezzo c'è sempre una componente vocale rilevante che richiede molta attenzione.

notare che una volta usato il basso in un pezzo ne avremmo avuto bisogno in tutti... e poi ci sarebbe servita la batteria... e poi... saremmo diventati una cover band dei Beatles, cosa che non vogliamo essere! Vogliamo suonare i loro pezzi come vengono a noi, davanti ad un'audience che ci vede convivialmente seduti come se fossimo attorno ad un falò o ad una festa in casa di amici. Si canta, si raccontano aneddoti sui 4, su quello che hanno significato per tutti e come hanno modificato la nostra esistenza musicale. Quindi, niente coreane, Rickembacker o basso Hofner. Ci sono già degli ottimi gruppi che si occupano di questa “replica” dei Beatles. Dei quattro Beatles chi preferivate? E ora che, nel vostro entusiasmante spettacolo, ne riproponete i brani più significativi, vi siete suddivisi vocalmente i ruoli di John, Paul e George? RICKY: No, non proprio. Il mio preferito era Paul e canto molti pezzi suoi, ma ne cantano anche Alex ed Andrea. ALEX: Ho passato la gioventù all'insegna di Lennon. Volevo fare il ribelle e mi sembrava il tizio giusto in cui identificarmi! In seguito, ho iniziato a percepire la grandezza e la versatilità di McCartney e, quindi, viaggiano appaiati nel mio animo musicale. Ringo è un elemento imprescindibile del “sound” e George è il perfetto catalizzatore di tutti gli elementi. Per quanto riguarda la suddivisione dei brani... è una cosa della quale non abbiamo mai neanche parlato, credimi! Durante le prove ci guardavamo e dicevamo: la fai tu questa, vero?Mi sembra perfetta per te! ANDREA: Pur riconoscendo la grandezza e l'impor-

La proposta “The Beatles Story” si affida alle vostre tre splendide voci, che si combinano perfettamente insieme, in una fusione talvolta incantevole, e all'utilizzo di tre chitarre. Come mai non due chitarre e un basso acustico? ALEX: (risata...) E' stata la prima cosa che Ricky Belloni ha detto dopo le prime prove, ma Andrea ha fatto

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tanza di tutti e quattro e la convinzione che il loro successo sia frutto di un'alchimia, di una vera e propria magia tra gli elementi e che se solo uno di loro non ne avesse fatto parte le cose non sarebbero andate in quel modo, la mia "simpatia" è sicuramente per Lennon e McCartney in misura uguale. Nel riproporre i loro brani non ci siamo suddivisi i ruoli vocali, anche perché è talmente tanta la nostra passione, che proprio non ci siamo posti il problema. Qualunque brano fosse capitato di cantare sarebbe andato bene ad ognuno di noi. Ci complimentiamo ancora per la vostra “performance” e vi ringraziamo di questa breve chiacchierata. Ma prima di lasciarvi, non possiamo non chiedervi quali sono i progetti professionali sui quali state attualmente lavorando... RICKY: Beh, Andrea ed io, attualmente, stiamo lavorando col “Mito NEW TROLLS” ad un nuovo CD ed un nuovo spettacolo live, riproponendo i nostri brani più famosi, ma anche alcuni meno noti, che però hanno avuto collaborazioni importanti, come “Domenica di Napoli”, scritta a 4 mani con Lucio Dalla. ALEX: Attualmente sono impegnato nella produzione artistica di una giovane cantante, che ha tutte le caratteristiche per emergere nel panorama musicale internazionale. Un prodotto non pensato per il mercato italiano... incrociamo le dita e vediamo. Inoltre, sto scrivendo ed arrangiando le musiche di un Musical che sarà in produzione nella prossima stagione. Nel frattempo, porto avanti un quartetto di rock abbastanza pesante, perchè in questo momento sento l'esigenza di tornare alle origini ed ad un sound più rozzo rispetto al soul ed al funk che ha invaso la mia vita negli ultimi 20 anni! Insomma... Rock'n'Roll! ANDREA: Personalmente, sono impegnato insieme al “Mito NEW TROLLS” nella realizzazione del nostro nuovo CD. Dopo molti anni di rinvii per impegni lavorativi, sto finalmente realizzando il CD del mio trio e, non ultimo, lavoro in una tribute band dedicata ai Dire Straits che, chitarristicamente parlando, sono un po' il mio primo amore. Il tutto, senza tralasciare i “Beatles Story”, che mi fanno divertire come un bambino. Ho, poi, altri impegni che arrivano fortunatamente durante l'anno: varie produzioni alle quali mi chiamano a partecipare e/o a realizzare. E' stato un piacere chiacchierare con voi che avete sempre un'attenzione particolare per la musica, la cultura e tutto quello che umanamente fa crescere l'essere umano. Grazie. Grazie a voi ragazzi. Ormai siete un appuntamento costante e importante nella programmazione musicale de “Il Cancello del Cinabro”, quindi, non ci rimane che dire “a presto!”. 24 marzo 2012, seconda esibizione dei Beatles Story. Nel corso della serata viene consegnato l'Attestato ad ANDREA CERVETTO, quale “Socio ad Honorem e Amico n° 1” del Cancello del Cinabro.

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Le tipicità del dialetto genovese di FRANCO BAMPI Docente presso la Facoltà di Ingegneria di Genova e Presidente dell'associazione di cultura genovese “A Campagna”.

La grafia usata è la grafîa ofiçiâ dell’Académia Ligùstica do Brénno Il prof. Bampi a una conferenza tenuta nel 2010 presso il “Cancello”

Genovese: dialetto o lingua? Scrive Padre Federico Angelico Gazzo (1845 – 1926) nell’introduzione della sua traduzione della Divina Commedia: “Il genovese è bensì un volgare italico - il substratum del latino e perciò anche dell'italiano, diceva il Celesia - ma non è un dialetto nel senso come suol prendersi questa parola, quasi chi dicesse una storpiatura dell'italiano. Esso è una lingua romanza o neo latina come e quanto le altre, svoltasi secondo la propria indole e vivente di vita propria”.

3. prima poesia volgare italico: 1291; 4. un ritmo latino è databile tra il 1270 e il 1283; 5. ultima poesia: 1311. Come paragone si osservi che Dante (1265 – 1321) scrive la Divina Commedia tra il 1306 e il 1321. DE CONDICIONE CIVITATE JANUE, LOQUENDO COM QUEDAM DOMINO DE BRIXIA [...] Zenoa è citae pinna de gente e de ogni ben fornia; con so porto a ra marina porta è de Lombardia [...] E tanti son li Zenoexi e per lo mondo sì desteixi che und’eli van o stan un’atra Zenoa ge fan.

Genovese: lingua antica I due documenti più antichi in lingua ligure non hanno carattere letterario, ma sono scritti di carattere documentario. Sono precisamente i seguenti. 1. Il testamento di Raimondo Pictenado (o Piccenato): è un documento del 1156 scritto in latino. Un inserto contiene un elenco dettagliato di oggetti di casa che Raimondo lega alla moglie. La lingua usata è definita da Ernesto Parodi un “latino genovese” essendo numerosi i tratti fonetici genovesi (amolam = àmoa, misura di capacità; auriger = oêgê, guanciale; caçam = càssa, mestolo; lençoles = lenzeu, lenzuola; uaxellum = vascelæa, piattaia). 2. La Dichiarazione di Paxia: è redatta a Savona nel 1182; qui il volgare ha una autonomia molto più accentuata (barril = barile; çoculi = zoccoli; lençol = lenzuolo; pixon = pigione).

DELLA CONDIZIONE DELLA CITTÀ DI GENOVA, PARLANDO CON UN BRESCIANO [...] Genova è una città piena di gente e fornita di ogni bene; con il suo porto sul mare è porta di Lombardia [...] E tanti sono i Genovesi e per il mondo così diffusi che dove essi vanno o si fermano formano un’altra Genova.

Successivamente vi sono gli scritti dell’Anonimo Genovese o, come lui stesso dice di chiamarsi, Luchetto (ante 1283 – post 1311), vero padre della nostra cultura e autore più significativo di tutto il periodo medievale. L’opera dell’Anonimo ci è giunta attraverso una redazione trecentesca scoperta nel 1820 dall’avv. Matteo Molfino (da cui il nome di Codice Molfino) e dallo stesso affidata agli studi di P. Giovanni Battista Spotorno. L’opera è così composta: 1. 147 rime in antico genovese; 2. 35 rime in latino;

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Moltissime parole usate dall’Anonimo appartengono al lessico genovese: acolegar, coricare; aguaitar, tener d’occhio; alantor, allora; arranchar, svellere; astarse, sedersi; barba, zio; breiga, contesa; enderer, indietro; negar, annegare; patron, armatore; preve, prete; remorim, mulinello, vortice; riva, scarpata; scoriaa, frustata; serrar, chiudere; szhoir, far nascere; troim, tuono. Dall’Anonimo in poi vi è una letteratura scritta ininterrotta fino ai giorni nostri.

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Genovese: lingua delle vocali Sono le consonanti ad adattarsi alla lunghezza o quantità delle vocali: lìbbro – librétto • càppo • segrétto • pómmo • stùffo. Parole con “due” accenti: câsìnn-a • röbìn • mâvegiôzo.

Diminutivo con “eu” Pòrto • portixeu; vénto • ventixeu; òrto • òrtixeu. Attenzione ai falsi diminutivi: bàggio • bageu; fìggio • figeu. Si ha anche ciapélla • ciapelétta. La vocale “e” Si legge sempre aperta davanti a “r” e “l” seguite da consonate: èrba, avèrto, stèrso, èlmo, svèlto.

Non vi è il paradigma radice-desinenza come in italiano Grànde – gréndi • ciànze – cénto • corî – côre anticamente anche: tànto – ténti • quànto – quénti • fànte – fénti • travàggio – travagiâ.

“Molto” non esiste in genovese! Aggettivo – frasi affermative tànto • tànta • tànti • tànte. Gh’é tànta génte in ciàssa; ò acatòu tàti lìbbri; gh’êa tànte bàrche in mâ. Aggettivo – frasi negative, interrogative goæi – guari (avv. e agg.); no ghe n’ò goæi coæ; no ghe n’é goæi de carêghe • no gh’é goæi carêghe; ghe n’é ancón goæi de travàggi da fâ? • gh’é ancón tànti travàggi da fâ? Avverbio me piâxe tànto caminâ • te véuggio tànto bén. Ti gh’æ ancón tànto da fâ? No goæi, ò quæxi finîo. Ti stæ goæi? Casi speciali - BÉN BÉN gh’é bén bén da génte in ciàssa • ghe n’êa bén bén. - PE COSCÌ ti gh’æ tànte crovâte? ghe n’ò pe coscì. - ASÆ – UN MÙGGIO - RÊO ghe n’êa a rêo (in abbondanza, così come vengono); quésta pàsta a fa rêo (questa pasta rende molto nella cottura); o l’é ’n òmmo ch’o fa o rêo de dêxe (è un uomo che vale per dieci); êse da rêo (essere cattivo, malvagio); brutô – brutoî da rêo (malvagio – malvagi). - ABRETIO da mangiâ ghe n’êa abrétio (da mangiare ce n’era molto); röba amugiâ abrétio (roba ammucchiata in disordine); parlâ abrétio (parlare a casaccio). - MÂI (frasi esclamative) mâi bèllo ch’o l’é! • o l’à giaminòu mâi tànto!

Nota sintattica: concordanza del verbo con il soggetto Quando il verbo precede un soggetto al plurale, il verbo va messo al singolare. Esempi: E castàgne càzan da-i èrboi • Càzze e castàgne da-i èrboi. E famìgge vegnîvan chi a demoâse • Chì ghe vegnîva e famìgge a demoâse. E giornæ s’alonghìscian de stæ • De stæ s’alonghìsce e giornæ. E anche: me piâxe tànto i raieu • i raieu me piâxan tànto. Ma attenzione al predicato nominale! Cöse sucêde? Gh’é di figeu che zêugan. Chi l’é che crîa? Són di figeu che zêugan. Il dileguo della “v” Vòtta • òtta • öta; zóveno • zoêno; brâvo • brâo; arivâ • ariâ, ecc. La “elle” eufonica Lê o l’anâva a câza • a nònna a l’êa regagîa. Curiosità: cös’o veu > cös’o eu > cös’o l’eu. Iotacismo e rotacismo ROTACISMO: ùltimo > ùrtimo; qualchedùn > quarchedùn. IOTACISMO: butêga > bitêga; muâgia > miâgia; pugnàtta > pignàtta. Ma anche: nûvea > nûvia; e êuve > i-êuve; pöveo > pövio opp. Pöviou, ma al plurale pövei: L’Abèrgo di Pövei. Un, due, tre Un òmmo, unn-a dònna. Doî òmmi, doê dònne. Tréi òmmi, træ dònne. Anche nei composti con l’eccezione di un vint’un òmmi, vint’un dònne.

PERIFRASI Ha lavorato molto bene = o l’à fæto ’n bèllo travàggio. Ha scritto molto bene = o l’à scrîto pròpio bén – o l’à scrîto davéi bén – o l’à scrîto bén pe’n davéi.

Numeri Si dice setant’e tréi, quarant’e çìnque ecc.

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Dall’italiano (latino) al genovese cl, pl > ci ciæo, ciàn, ciànta, ciànze (attenzione a “pìn”);

Parlare Genovese? PARLÂ DISTINTO Aldo Acquarone (2 gennaio1898 – 28 gennaio 1964)

bl, gl > gi giànco, giànda;

Lei forse avrà ragione ce lo ammetto; cosa vuol che ci dica, pare strano, mé sono genovese puro e schietto che ansi sono nato qui in Sarzano

fl > sc sciòu, sciùmme, sciàmma, sciô oppure sciôa.

e capisco benissimo il dialetto ma a parlarlo ci ho perso un po’ la mano anche per via del nostro ragassetto che in casa ci si parla in italiano

La “g” italiana spesso diventa “z”: Zêna, zenzîa, zónta, rozâ. Le desinenze italiane “zione” e “sione”:  zione diventa çión: preceduta da vocale: ambiçión, leçión, òraçión; e preceduta da consonante: atençión, porçión;  sione preceduta da consonante diventa sción: tensción, inpresción;  sione preceduta da vocale diventa xón: evaxón, fuxón.  Eccezione: emozione: sia emoçión sia emosción.

sedunque poi ci piglia la cadensa. Anche la mia signora che è di Pré me lo dice: - Baciccia abbi passiensa, non parlar genovese! volgarone! Allora cosa serve, dico mé, averci la pelliccia di visone? GIULIANO ROSSI (1605? – 1657)

NB. Attenzione alla desinenza torio: si ha purgatêuio e ötöio.

Voi che dî vengo e hoggi a ancheu, ch’oggi ve viegna un cancaro in to cheu! Aspieterei da peu che ve deggian stimâ i forestiê se voi ve dae da sappa sciu i piê. Provae in nomme di Diê a beive in ti Besagni e in te Ponseivre a lassae un poco andâ l’Arno e o Tevere.

Caricatura di Franco Bampi, pubblicata sulla rivista GenovaZena (luglio 2010, Anno III, n° 7).

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PESTO GENOVESE E PIATTI LIGURI TRADIZIONALI di ROBERTO PANIZZA (Fondatore dei Campionati Mondiali di Pesto alla Genovese)

eccellenze di Liguria, che racconta ed esalta le qualità di un territorio antico. Un evento che è già tradizione, con un'energia mediatica ed emotiva crescente e un coinvolgimento sempre più internazionale.

La mia passione per la cucina e per la cultura enogastronomica è stata la naturale evoluzione del lavoro che ho sempre fatto come negoziante di prodotti legati alla gastronomia, sfruttando l'esperienza sulle materie prime e dedicandomi al significato della loro antica provenienza. Anche Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana, era figlio di un droghiere.

Promuovere la cultura delle buone tradizioni a partire dall'infanzia, con l'organizzazione della gara non competitiva del Campionato dei Bambini e di eventi dedicati ai più piccoli durante le giornate dei Rolli Days e per meritevoli finalità benefiche a sostenere il Fondo Tumori e Leucemie del Bambino dell'Istituto Giannina Gaslini di Genova, devolvendo al Fondo una percentuale della quota d'iscrizione. Il marketing territoriale è la capacità di una città o di un'area geografica di diventare sempre più attrattivi per le imprese e per le porsone. È l'unica vera possibilità di sviluppo in un mondo sempre più competitivo e in grado di offrire suggestioni e incentivi di ogni tipo. Per un buon marketing del territorio bisogna saper fare tre cose: proteggere la diversità, promuovere la diversità e rendere accessibile la diversità. Proteggere la diversità significa conoscere e amare la tradizione, dove questa fa cultura, dove è sedimento di sapere, di storia e di modo di vivere. Significa non accettare l'omologazione. Ma la difesa della “diversità”, senza la sua “promozione”, significa isolamento, snobismo: comunque, l'incapacità di cogliere le opportunità in un mondo sempre più curioso ed attento.

Sono voluto tornare al passato proponendo menù rigorosamente genovese o ligure: piatti semplici, materie prime di alto livello e prezzi accessibili. La mia intenzione era invogliare le persone del luogo che cercano un piatto di qualità e decidono di spendere un po' di più rispetto a un piatto da intervallo o un panino, per riscoprire i sapori della memoria. Ad esempio, un piatto di gnocchi al pesto che abbia un significato nel suo genere. Poi ci sono i turisti che cercano la cucina tradizionale. La mia idea è dare una immagine molto coerente di buona cucina genovese. L'attenzione alle materie prime è fondamentale, sono alla base della cucina. Ad esempio, utilizziamo olio extravergine di oliva italiano, sia in cottura, sia in frittura e in tavola mettiamo quello “dop”. E poi gli gnocchi, il pesto, i ravioli, il “tocco” cotto 5-6 ore li facciamo noi. Gli gnocchi al pesto: è un piatto assolutamente semplice, ma non banale, ed è difficile mangiarlo nella sua migliore espressione. Il pesto è un arte, al mortaio e con basilico genovese “dop”, pinoli italiani, sale di Trapani, aglio di Vessalico, olio extravergine d'oliva, Parmigiano Reggiano invecchiato 24 mesi e fiore sardo.

C'è voluto il 2004 per scoprire che Genova è “anche” una città d'arte. Per decenni ‒ per i non genovesi, naturalmente ‒ Genova era “semplicemente” un porto. Terzo fattore di successo è “rendere accessibile la diversità”, cioè fare in modo che ci si possa avvicinare: dal parcheggio, all'ospitalità, all'informazione, alla stimolazione di esperienze nuove, come, per esempio, fare il pesto con il mortaio...

Quella del pesto alla genovese non è una ricetta, ma un processo di produzione, per cui dati gli ingredienti ogni artigiano vi trasferisce la propria personalità. Da qui l'idea del Campionato Mondiale di Pesto, un vero successo attraverso il cui svolgimento è stato possibile trasferire la cultura di questa salsa, dai profumi ai colori ai suoni del pestello nel mortaio a livello mondiale. Finalmente Genova si sente! Fortemente radicata a Genova e in Liguria, con l'ideazione e la realizzazione del Campionato Mondiale di Pesto Genovese al Mortaio ci siamo posti l'obiettivo culturale e promozionale di realizzare un evento forte, originale e di grande proiezione verso il futuro. Il Campionato è una vetrina di abilità internazionali e di

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OSPITI DEL “CANCELLO”...

Cultura enogastronomica a Genova... di LUCA ARRIGO già Tecnico Federale Tennis Italiano, cultore enogastronomico e fondatore del “Circolo Elefante”

Che argomento andiamo a toccare! La cucina genovese e la sua conoscenza da parte dei Genovesi. A volte si dice che è difficile essere profeti in Patria e, come tutte le cose, la cucina non si distacca dal resto. Provate a proporre il “pesto” a qualcuno e costui vi dirà che quello prodotto da lui è sicuramente il migliore. Questo, però, consentitemi, ritengo che valga solo per la meravigliosa “salsa verde” conosciuta e venduta maggiormente in tutto il mondo. Genova negli ultimi anni si è, purtroppo, impoverita di tutti quei piatti che hanno contraddistinto la nostra cucina, un po' perché alcuni piatti necessitano di lunghe cotture, un po' perché non esistono quasi più le antiche trattorie dove poter mangiare i piatti della tradizione. Che felicità girare per Sottoripa e vedere le antiche friggitorie che propongono cuculli, panissa fritta e pignoletti, piatti semplicissimi, ma difficili da trovare ovunque. Si parlava di lunghe cotture e qui subentrano anche i ritmi forsennati coi quali siamo ormai abituati a convivere, ma che ci privano di mangiare un minestrone alla genovese o uno stoccafisso accomodato, che necessitano di almeno 4 ore di cottura, per avere delle preparazioni uniche nel loro genere. Per finire, ci sono quei piatti tipici, che secondo me pochi in questo momento conoscono, specialmente tra i più giovani, come la cima, che, comunque, necessita anch'essa di lunga cottura, o le tomaselle e le lattughe in brodo, piatti ormai scomparsi dalle nostre tavole, anche in trattoria. Peccato, anche perché la cucina ligure rispecchia alla perfezione i canoni della cucina mediterranea, negli ultimi anni da tutti decantata come la più salutare e propositiva. Fortunatamente, vi sono persone che amano la cultura eno-gastronomica e danno supporto alle iniziative su questo tema. Recentemente, abbiamo organizzato una bellissima serata all'insegna della tradizione culinaria genovese ed al perfetto connubio tra birra e pesto. L'evento è stato possibile grazie all'interessamento e all'appassionata partecipazione de “Il Cancello del Cinabro”, uno dei Circoli più belli e particolari, per stile e accoglienza, che io ricordi di aver visitato in tutti questi anni di attività anche a livello internazionale e che ho segnato e segnalato nelle mie rubriche e al circuito di cui faccio parte.

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ALBERTO RADIUS (Formula 3 – Lucio Battisti)

BERNARDO LANZETTI (voce “Premiata Forneria Marconi”)

RICKY PORTERA (chitarrista di Lucio Dalla)

IRENE FORNACIARI

MICHELE

I DELIRIUM

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LUISA CORNA


da LIVERPOOL a GENOVA... per 2 giorni in Italia

PETE BEST IL PRIMO STORICO BATTERISTA DEI BEATLES OSPITE DEL “CANCELLO DEL CINABRO” di N.C. e ROLANDO GIAMBELLI

Volevamo fare un fantastico regalo ai nostri soci e alla città di Genova e ci siamo riusciti, prendendo come occasione la tre giorni (28-29-30 giugno) prevista al Porto Antico per la “Mostra Vintage” dedicata ai “mitici anni '60”, abbinata al Beatles Day (per ricordare il concerto che i Fab Four tennero proprio a Genova il 26 giugno 1965 e festeggiare il 50° anniversario dell'uscita del disco Please Please Me). D'altra parte, questo grande evento – promosso dall'Associazione Nazionale Beatlesiani d'Italia, con la partecipazione de “Il Cancello del Cinabro” (Beatles Fan Club ufficiale di Genova e Liguria) – meritava una ciliegina sulla torta. Così, nell'arco di dieci giorni (aiutati dall'amico Rolando Giambelli e dai membri dell'O.I.C.L., che con entusiasmo si sono volontariamente prestati a pianificare e gestire ogni aspetto logistico e organizzativo), abbiamo potuto confermare la presenza di un ospite d'eccezione: Pete Best, per l'occasione accompagnato dal fratello Roag (che Mona Best, mamma di Pete, ebbe nel 1962 da Neil Aspinall, amico di sempre dei Beatles e, successivamente, responsabile della loro Casa Discografica, la Apple Records). Atterrati in Italia con un volo diretto da Liverpool, Pete e Roag sono stati accolti con entusiasmo nel nostro locale e, subito dopo, accompagnati all'albergo che avevamo riservato per loro, mentre alle 19.00 il “Cancello” cominciava già a gremirsi di soci, di fans e di musicisti, che hanno riempito ogni angolo del locale in meno di un'ora. Facciamo adesso un passo indietro, solo per accennare la storia incredibile di un uomo che ha perso (involontariamente) la più grande occasione della sua vita, ma – seppur costretto nell'ombra per decenni – è riuscito a reggere il duro colpo ed è oggi invitato in tutto il mondo, come prezioso testimone della nascita di un evento musicale irripetibile: The Beatles. Randolph Peter (Pete) Best nasce il 24.11.1941 a Chennai (Madras), nello stato federato indiano di Tamil Nadu (ai tempi, sotto la giurisdizione britannica), da Alice Mona Show Best (1924 – 1988) e da Donald

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In alto: la locandina dell'evento. In basso: i giovani Paul, John, Pete e George.

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Peter Scanland, ingegnere deceduto nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944, Mona sposa lo sportivo Johnny Best (da cui avrà un figlio, Rory) e, nel 1945, si trasferisce con tutta la famiglia a Liverpool, in una grande casa del 1860 con giardino, al n° 8 di Hayman's Green – West Derby, dove crea, nella cantina dell'abitazione, il famoso Casbah Coffee Club (oggi, meta turistica di tutti gli appassionati dei Beatles). Il 29 agosto 1959, saranno i rocostituiti “Quarrymen” (gruppo, per l'occasione, composto da John Lennon, Paul Mc Cartney, George Harrison e Ken Brown) ad inaugurare il locale, nel quale si esibiranno consecutivamente per due mesi e che diventerà assai popolare a Liverpool fra tutti i teenagers amanti del rock. Proprio in questo periodo Pete Best (proveniente dal complessino “The Blackjacks”) entra in pianta stabile come batterista ufficiale della band (che, poco dopo, assumerà il nome definitivo The Beatles), restandovi ininterrottamente dal 12 agosto 1960 al 16 agosto 1962. E' con Pete Best alla batteria che l'allora manager dei Beatles, tale Allan Williams, scrittura John, Paul, George e Stu Sutcliffe per le tournée ad Amburgo, dove i giovani musicisti fecero una gavetta dura, ma essenziale per la propria carriera, presso l'Indra, il Kaiserkeller e lo Star-Club, collezionando oltre 800 ore sui palcoscenici tedeschi. Tra l'altro, anche in Inghilterra Pete si era rivelato fondamentale per la notorietà del gruppo, grazie al notevole successo personale che riusciva ad ottenere presso il pubblico femminile. Dopo innumerevoli sacrifici, il 6 giugno 1962 i Beatles vengono convocati da George Martin per un provino negli studi di registrazione della EMI in Abbey Road a Londra. Qui, Martin individua in Best l'anello debole del gruppo (probabilmente, non per incapacità strumentale, ma per il suo fare schivo e troppo riservato o anche per le esistenti gelosie interne) e ne pretende la sostituzione. Così, all'improvviso, nell'agosto del '62 Pete viene licenziato... Al suo posto, Ringo Starr, batterista del gruppo “Rory Storm and the Hurricanes”. Il resto è storia. Qui di seguito, l'intervista integrale che, sul palco del “Cancello”, Pete ha rilasciato al microfono di Rolando Giambelli (Presidente Naz. Beatlesiani d'Italia).

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Come stai, Pete? Sto bene, sto bene. Sei felice di essere a Genova? Sono molto lieto di essere a Genova. Quando ho ricevuto la telefonata di richiesta se sarei venuto ho detto: OK! Grazie infinite, Pete, anche a tuo fratello, con cui da tempo siamo amici. Vi ho invitato altre volte in Italia, ma mai in questa bella città, piena di musicisti e di bella gente, come il pubblico di stasera. Siamo molto orgogliosi di averti alla serata inaugurale di questo “Beatles Fan Club – Il Cancello del Cinabro” a Genova. E tu sei qui con noi... Si. Come stavo giusto dicendo, sono molto orgoglioso di essere stato invitato come ospite in questo “Beatles Fan Club”. Ed ho incontrato così tante persone, nel breve tempo in cui sono stato qui, che potranno diventare buoni amici... e spero possano restare buoni amici per tanti e tanti anni a venire. Questa è la prima volta che vengo a Genova, ma spero non sia l'ultima. Probabilmente, la prossima volta verrò con la mia Band. Chissà. … (applausi) ...

Si, penso che tornerai con la tua Band! Pete Best ha una Band, che noi abbiamo invitato più volte: ovviamente, lui fa le canzoni che faceva con i Beatles prima di abbandonare il gruppo (lui ha suonato con i Beatles due anni, poi è stato sostituito con un altro batterista). Noi siamo orgogliosi di pensare che se non fosse andato lui a fare il batterista dei Beatles ad Amburgo... Quando sei andato con i Beatles ad Amburgo è stata una grande esperienza. In quella città c'è stato il vero inizio. Il vero inizio è stato in Germania e al “Cavern” (Liverpool – n.d.E.). Beh... non sono d'accordo col fatto che tutto sia iniziato in Germania. E' iniziato al “Casbah” e non al “Cavern”. Devi essere punito per ciò che hai detto! Mi ha rimproverato, perchè l'unica costruzione veramente autentica che è rimasta a Liverpool è il “Casbah Coffee Club”. Tutto è iniziato al “Casbah: tua madre invitò te ed i ragazzi a suonare nella cantina di casa vostra. Prima di diventare i “Beatles”, suonavano col nome di “Querrymen”. La prima volta che siamo ritornati da Amburgo, che era il Dicembre 1960, lei ci invitò a festeggiare la favolosa tournée di Amburgo. E in quella notte particolare il mondo ha capito cosa fossero i “Beatles”. Noi tutti gli anni andiamo a Liverpool, in occasione della “Liverpool Beatles Week”. Molte persone provenienti da tutto il mondo vanno a Liverpool al “Casbah Coffee Club” a West Derby – Hayman's Green e in tutti i posti di Liverpool dove hanno vissuto i vari personaggi. E noi tutti gli anni partecipiamo al raduno che si fa in casa di Pete, a West Derby, al “Casbah Coffee Club”. Ci sono ancora le pitture di Paul Mc Cartney... è tutto rimasto intat-

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to. Noi possiamo ben affermare che l'unico posto di Liverpool “originale”, rimasto come cinquant'anni fa è il “Coffee Club” creato dalla mamma di Pete per far stare i ragazzi fuori dai pericoli. A Liverpool di pericoli una volta ce n'erano... ce ne sono ancora adesso... e anche a Genova! Lui ha suonato con i “Beatles” due anni: con George Harrison, John Lennon, Paul Mc Cartney e con Stuart Sutcliffe. Hanno condiviso anche la prigione. Ricordi la Polizia ad Amburgo? Siete finiti in prigione... Si, anch'io. Siamo stadi dentro. Abbiamo provato a bruciare il “Bambi Kino” (locale di Amburgo, ex cinema – qui, Pete Best e Paul Mc Cartney hanno goliardicamente dato fuoco ad un preservativo, ma sono stati accusati di incendio doloso – n.d.E.) e così siamo stati fermati alla Stazione dalla Polizia, che ci ha portati in prigione. Quindi, siamo stati “deportati”, nel senso di espulsi dalla Germania. Ma, alla fine, abbiamo vinto... e siamo ritornati in Germania. La polizia scoprì che George non aveva 18 anni, ma ne aveva solo 17... Andò così. Andammo a suonare al “Top Ten”, che era un altro locale ad Amburgo, a quel tempo... e Bruno Koschmider ci domandò se veramente avessimo suonato al “Top Ten”. Noi rispondemmo che l'avevamo fatto... solo che George era diciassettenne ed io e Paul siamo stati espulsi... Praticamente, Bruno Koschmider, che era il manager del “Kaiserkeller”, era geloso che andassero a suonare al “Top Ten”, così ha fatto la spia ed è andato alla Polizia a dire che George Harrison era minorenne. Li hanno messi in galera tutti e, poi, hanno dato il “foglio di via” a Pete e a Paul. L'anno successivo George aveva 18 anni ed è potuto tornare. Si, è tornato. Sono stato ad Amburgo a visitare la città con Tony Sheridan e mi ha spiegato tutta la faccenda... la Polizia, il “Bambi Kino”, “Star-Club”, “Top Ten”... ho visitato tutto con Tony Sheridan e sono dispiaciuto nel dire che sono stato l'ultimo che ha suonato con lui lo scorso dicembre. E' venuto in Italia il primo dicembre, abbiamo suonato insieme e solo un mese dopo è mancato. Ragazzi, facciamo un applauso a Pete Best... Grazie a Pete Best. Speriamo la prossima volta di averlo con la sua Band, a suonare qui nel nuovo “Cancello del Cinabro”, che sarà ristrutturato a cominciare dalla prossima settimana.

Alcune foto rare ed altre più conosciute dei giovani BEATLES Dall'alto: 1. John, George, Pete, Paul e Stu all'Indra Club di Amburgo (17 agosto 1960); 2. Pete, George, John, Paul e Stu ad Amburgo; 3. I quattro BEATLES originali: Pete, George, Paul e John; 4. Pete Best con la sua “Ludwig”; 5. i BEATLES all'uscita del Cavern di Liverpool: George, Pete, John e Paul.

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La serata ha visto l'esibizione di diverse formazioni provenienti da varie città italiane (Reunion e The Beagles da Genova, Beatops da Brescia e Back to The Beatles da Pavia), per un tributo ai Beatles e in omaggio a Pete Best, personaggio gentile ed umile, sempre disposto a concedersi al pubblico firmando autografi e rispondendo alle mille domande che i suoi ammiratori gli hanno posto, quasi assediandolo. Con ciò, Pete non ha mai avuto atteggiamenti sgarbati o di insofferenza, uscendo per ultimo dal “Cancello del Cinabro”, dopo aver soddisfatto le richieste dei suoi fans, giunti anche da regioni lontane per incontrarlo. Ma il momento più entusiasmante della serata è stato quando, arrendendosi al richiamo continuo del numeroso pubblico presente in sala, che a gran voce lo invocava sul palco, per ascoltare almeno un suo pezzo alla batteria (non previsto, in quanto non suona mai senza la sua Band), Pete Best, questa volta introdotto e presentato dal carico fratello Roag, ha ceduto e, sotto una ovazione di vibranti applausi, quanti al “Cancello” non si erano mai sentiti, si è seduto allo strumento, per accompagnare una nutritissima jam session di artisti nel brano che più di altri ci ricordano i Beatles degli esordi: “Twist and shout”. Qui giunti, preferiamo lasciar “parlare” le foto, perchè l'emozione che Pete Best ha saputo regalare ai presenti (e, soprattutto, trasmettere ai più anziani, da sempre seguaci dei Beatles), difficilmente può esprimersi con le parole.

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Lambic

TRA LA BIRRA E IL VINO... di LORENZO DABOVE (Kuaska)

utilizzati per produrre il mosto deve per legge contenere almeno il 30% di frumento rigorosamente non maltato, il resto è rappresentato nella stragrande maggioranza dei casi da malto d’orzo, mentre è meno comune l’utilizzo di mais, riso e segale. Il malto d'orzo impiegato nella produzione del lambic è di colore chiaro tipo pilsener ad alto potere enzimatico, per bilanciare l’utilizzo del frumento non maltato del tipo tenero (triticum aestivum), che, rispetto al malto d’orzo, è più ricco di amidi e proteine ma meno di fibre e lipidi. La macinazione dei grani avviene tramite mulini che permettono di regolare la distanza ta i rulli in funzione dell’utilizzo prima del frumento (1 mm.), perché essendo senza cariosside ha le pareti cellulari integre e quindi è più duro e va macinato più fine e poi del malto d’orzo (1,5 mm), in quanto avendo le pareti cellulari già degradate per la maltazione è più friabile ed inoltre va solo delicatamente compresso per mantenere intatte le scorze (utili per la fase di filtrazione). L’ammostamento, che si effettua nel tino di miscela che riceve i grani macinati dalla tramoggia, deve permettere al birraio di ottenere un mosto (ricco di amido non idrolizzato, destrine e amminoacidi) che possa risultare ideale allo sviluppo dei diversi e complessi microrganismi protagonisti della lunga e misteriosa fermentazione. Al termine dell'ammostamento, comincia l'estrazione attraverso il letto filtrante ed il primo mosto è ricircolato per la chiarificazione. Il risciacquo delle trebbie è effettuato con acqua alla temperatura di 8595°C, molto più elevata di quella usata per le altre birre (cioè 74-76°C.), che favorisce l'ulteriore solubilizzazione dell'amido e delle destrine rimaste nelle trebbie e comporta una estrazione di tannini (dalle scorze del malto) che precipiteranno in gran parte durante la lunga fermentazione. Per la fase di bollitura viene utilizzato in grande quantità (circa sei volte quello usato normalmente), del luppolo invecchiato oltre tre anni, detto “suranné”, dal caratteristico odore di “formaggio maturo”, che perdendo in pratica il potere amaricante apporta quasi esclusivamente le proprietà antisettiche e antiossidanti. Tale fase di bollitura è piuttosto lunga, da circa 3 ore ½ a 6 e porta ad una riduzione del volume iniziale del 25-30%. Può quindi iniziare la fondamentale fase di raffreddamento, durante la quale avviene l’inoculazione spontanea da parte dei microrganismi che popolano gli ambienti della birreria. Il mosto viene pompato nella vasca di raffreddamento posta

Se osserviamo con attenzione “Le nozze di contadini”, dipinto dal grande Bruegel intorno al 1568, in basso a destra si può notare un giovanotto dall’aria soddisfatta, forse il novello sposo, che riempie subito le brocche rimaste vuote raccolte in una grande cesta. Le riempie, certo, ma di che cosa? Autorevoli studiosi ci assicurano che si tratta di lambic, bevanda molto popolare all’epoca, spontaneamente fermentata grazie all’azione dei lieviti selvaggi e dei batteri presenti nell’aria di quella miracolosa ristretta area solcata dal fiume Zenne, detta Pajottenland, ancora oggi così rurale e fatata, nonostante abbia a ridosso le incombenti ciminiere della capitale d’Europa. Nel Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli è conservato il celeberrimo dipinto “La parabola dei ciechi”, nel quale è ritratta la chiesa di Sint Anna Pede, nelle cui vicinanze si trovano ancor oggi deliziosi caffè dove poter degustare un buon bicchiere di gueuze. In molti altri dipinti di Bruegel ritroviamo chiese, ponti e mulini che ancora oggi possiamo ammirare nel Pajottenland.

Il Pajotttenland è una regione del Belgio situata a sud-ovest di Bruxelles. Territorio agricolo molto fertile. (n.d.E.)

L’origine del nome lambic è alquanto misteriosa, ma la versione più accreditata la fa risalire al villaggio di Lembeek, una ventina di km da Bruxelles. Ma cos’è il lambic? Birra? Non proprio, io concordo col produttore Frank Boon che l’ha genialmente definito “l’anello mancante tra la birra e il vino”. La miscela di grani

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L'ANELLO MANCANTE

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nelle birrerie più tradizionali nella parte più alta, il sottotetto, dove opportune fessure favoriscono il passaggio della “miracolosa” aria ricca dei “magici” lieviti selvaggi e batteri. Tale vasca, lunga più di 7 m. e larga più di 5 m. e profonda solamente intorno ai 30 cm, serve a creare una superficie di contatto con l'aria più ampia possibile, dato che il mosto vi trascorre l’intera notte, prima di essere pompato l'indomani, quando ha raggiunto una temperatura di 18-20°, in un’ulteriore vasca per ottenere un liquido più omogeneo e per convogliare i microrganismi in tutto il volume.

co, pur partendo dallo stesso mosto. Ma torniamo proprio al nostro mosto, che avevamo lasciato intorno ai 15-20°C., pronto per il riempimento delle botti. La fermentazione principale è accompagnata dalla produzione abbondante di schiuma bianca che trabocca dall'apertura del fusto cui non viene inserito il tappo; in pochi giorni la schiuma diventa di colore scuro e si indurisce formando un tappo naturale che protegge il mosto da ossidazione ed infezioni. Dopo qualche settimana l'apertura viene finalmente chiusa con l'apposito tappo. Durante la fermentazione e la maturazione si ha perdita di acqua ed etanolo e, quindi, una diminuzione del volume ed un aumento dello spazio nella parte superiore della botte, a rischio quindi di ossidazione ed di possibile sviluppo di batteri acetici. Il birraio per far fronte a questi pericoli deve effettuare il rabbocco con lambic della stessa cotta prelevato da un’altra botte. Tradizionalmente, il lambic si produce da ottobre a maggio, per evitare le alte temperature estive che ostacolerebbero il raffreddamento e favorirebbero le infezioni. Per me, innamorato (corrisposto) di questa straordinaria bevanda, i difficilissimi nomi dei lieviti selvaggi e dei batteri protagonisti delle 5 fasi (le prime 4 in botte e la quinta in bottiglia) della più antica delle fermentazioni, riescono ad emozionarmi ogni volta che li elenco. Nella prima fase detta “delle enterobacteriaceae”, crescono colonie di enterobatteri come Enterobacter cloacae, Klebsiella aerogenes, Escherichia coli, Hafnia alvei, Enterobacter aerogenes e Citrobacter freundii, nonché lieviti non fermentanti il maltosio come Kloeckera apiculata, Saccharomyces globosus e dairensis.

Barili di lambic

Finalmente il mosto è pronto per riempire le botti di legno usate provenienti dalle regioni di Porto, Sherry, Madeira e Cognac. Allineate nelle buie e polverose cantine, tra intoccabili ragnatele e gatti furtivi, queste botti in legno di rovere o castagno sono davvero suggestive e impressionanti. Le più piccole, dette tonneaux in francese o tonnen in fiammingo, contengono circa 250 litri, le medie pipes o pijpen circa 650 litri, mentre le monumentali foudres o foeders possono contenere oltre 3000 litri! Essendo state impiegate per molti anni nell'invecchiamento di vini o distillati, hanno ceduto ad essi gran parte delle sostanze estraibili e quindi possono ospitare la fermentazione del lambic senza interferire in modo marcato sul gusto e sul colore, ma avendo ognuna la propria “storia” possono conferire sfumature diverse sempre molto interessanti. La permanenza del lambic nellel botti per lungo tempo, anche 3 anni, fa in modo che si presentino composti polifenolici (tannini) che concorrono al colore ambrato nonché ad una sensibile astringenza ed a note di vaniglia create dalla vanillina originata dalla degradazione della lignina. Non dimentichiamo che Il legno, grazie alla sua struttura porosa, è colonizzato a fondo da lieviti e batteri. Dobbiamo pensare ad ogni contenitore di fermentazione come ad un micro-ambiente unico in cui la popolazione di lieviti e batteri presenta equilibri diversi rispetto a tutte le altre botti. Avremo quindi un’ assoluta unicità del prodotto finale: infatti, ben difficilmente il lambic di due botti, anche vicine, sarà identi-

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Lorenzo Dabove durante una degustazione.

Nella seconda fase imperano i “saccharomyces”: cerevisiae, bayanus, uvarum e inusitatus. Nella terza fase, detta “dell’acidificazione”, aumentano i batteri lattici come il pediococcus e nelle botti più grandi anche i lactobacillus, mentre tra i lieviti i saccharomyces lasciano il campo ai brettanomyces: soprattutto bruxellensis e lambicus e poi custersii, anomalus e inter-

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medius. Nella quarta fase, detta “della maturazione”, diminuiscono i batteri lattici e molto dopo anche i lieviti brettanomyces si riducono. Continua l'attenuazione del mosto. Nel corso delle ultime tre fasi sono sempre presenti batteri acetici che, specialmente nei mesi più caldi, possono essere molto numerosi. Nella quinta fase, detta “della rifermentazione in bottiglia”, sono presenti al momento dell'imbottigliamento molti lieviti selvaggi: Candida, Torulopsis, Hansenula, Pichia e Criptococcus. Questi lieviti, che probabilmente derivano dallo spesso film che si sviluppa nei barili durante la lunga fermentazione, non si moltiplicano e scompaiono dopo una decina di mesi. Invece i lieviti Brettanomyces e i batteri lattici aumentano in modo esponenziale, ma dopo 14 mesi in bottiglia, sono i batteri lattici ad essere prevalentemente riscontrabili. Il lambic (lambiek in fiammingo) che esce dalla botte si presenta piatto, molto secco, di gradazione intorno al 5% vol. alc. e con aromi e sapori dalle sfumature uniche e introvabili, nel loro insieme, in qualsiasi altra bevanda del pianeta. Aromi e sapori inusuali, che possono a volte ricordare il metallo, il formaggio ammuffito, il limone, l’aceto, il sudore, le carte da gioco vecchie, il sangue, la carne in scatola, gli stracci bagnati e così via! Aromi e sapori che, lo ammetto, possono risultare ardui e di difficile fruizione per il bevitore senza esperienza, ma che, dopo un po’ di “allenamento” e di “dedizione”, possono a volte attaccare una malattia che per me è stata irreversibile e che mi ha fatto intraprendere un esaltante cammino. Il lambic piatto, una volta vera e propria “bevanda del popolo”, oggi giorno viene quasi tutto assemblato per produrre la gueuze ed è sempre più difficile da trovare. Si contano ormai al massimo sulle dita di due mani, i piccoli, romantici caffè (che definire “basici” non rende del tutto l’idea) nei quali poter vivere l’eccitante esperienza di assistere ad un semplice ma antico gesto: lambic di pochi mesi spillato in una brocca di ceramica direttamente da una vecchia botticella e poi finalmente nel nostro trepidante bicchiere. Detta “lo champagne del Belgio”, la spumeggiante gueuze (geuze in fiammingo) nasce dall’assemblaggio di due o più lambic di età diversa effettuato per lo più dagli stessi produttori, ma in alcuni casi quest’arte viene praticata da puri assemblatori che acquistano il lambic dai produttori che preferiscono. La gueuze prende il nome probabilmente dal termine “gueux” (pezzente), perché nella regione era la bevanda dei poveri, mentre il vino trovava posto solo sulle tavole dei

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potenti. Le caratteristiche aromatico-palatali sono vicine a quelle del lambic sopra descritte, ma la fermentazione supplementare, oltre alla frizzantezza, conferisce alla gueuze una complessità e una finezza molto più marcate. L’assemblatore di lambic (che non deve essere sempre necessariamente lo stesso produttore) deve assolutamente avere una sensibilità olfattivo-gustativa molto sviluppata (spesso innata o ereditata) verso questa bevanda, per riuscire a trovare la “propria” gueuze, quella e solo quella che lo possa soddisfare ed identificare. Una sensibilità e una unicità che paragonerei a quella di un musicista che ricerca il proprio “suono” nella pratica di uno strumento. Un detto locale sentenzia “une vrai gueuze doit puer” (una vera gueuze deve puzzare”) e questa “puzza” deve essere padroneggiata dall’artista-assemblatore che vuole dare un’impronta originale alla sua creatura.

Cozze, zucchine e gueuze, un abbinamento usuale a Bruxelles.

Tradizionalmente la gueuze, di gradazione intorno al 5-6% vol. alc., si ottiene dalla rifermentazione in bottiglia di una miscela di lambic giovani, che apportano carboidrati fermentescibili, mentre i lambic invecchiati contengono le destrinasi, prodotte dai vari microrganismi, necessarie all'idrolisi delle destrine. L’assemblaggio, come dicevo, è una vera e propria arte: il birraio sceglie i componenti della miscela tenendo conto delle loro caratteristiche di gusto ed acidità, al fine di otte-

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nere un prodotto che, dopo la rifermentazione e la maturazione, abbia le caratteristiche tanto desiderate. Lo scopo di quest’appassionante miscelazione è di ricostituire la frazione destrinica da parte del lambic giovane in modo da permettere la rifermentazione in bottiglia con produzione di CO2. Ovviamente, le proporzioni di lambic giovani e vecchi variano da un birraio all’altro. Sempre che non stiano mentendo (cosa comune nei birrai di tutto il mondo, ma molto accentuata in quelli belgi, gelosi di cotanta tradizione), alcuni birrai indicativamente utilizzano il 50% di lambic di un anno, un quarto di due anni e un quarto di tre anni, mentre altri preferiscono mettere due terzi di lambic di un anno e un terzo di lambic invecchiato due o tre anni, altri ancora più di nove decimi di lambic di due anni e solo un decimo di lambic che ha fermentato solo per qualche settimana. Dopo la miscelazione si passa l'imbottigliamento, cui segue la rifermentazione che dura circa 4-6 mesi con un metodo simile a quello usato per lo spumante italiano metodo classico. Le bottiglie coricate nelle buie cantine riposano indisturbate finchè si deciderà di portarle al tavolo, sempre nella stessa posizione orizzontale, maneggiandole delicatamente, prestando la massima cura per non agitare i lieviti depositatisi. Quanti bambini belgi hanno preso uno scappellotto dai loro padri per non aver rispettato questa primaria fondamentale regola! Scappellotti che andrebbero ancora oggi dati a quei (numerosi) gestori di caffè che non istruiscono debitamente il loro staff. La kriek tradizionale nasce dall'aggiunta di ciliegie acidule (prunus cerasus acida) intere al lambic. Tradizionalmente, vengono utilizzate griotte (per essere più precisi) che appartengono alla varietà di Schaerbeek, a nord-est di Bruxelles, hanno frutto piccolo, nocciolo relativamente grande, gusto acidulo e polpa dal bellissimo color rosso intenso. Ai giorni nostri sono però limitatamente coltivate nella zona di Gorsem, Tienen e Sint Truinden, rendendo necessario il ricorso a importazioni dai paesi dell’est (Polonia e Macedonia), le cui varietà di ciliegie però hanno frutto più grosso e meno acidulo di quelle di Schaerbeek. Il metodo tradizionale prevede l'utilizzo di ciliegie intere in quantità pari a circa 20-30 kg ogni 100 litri di lambic, che vengono

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poste in botti riempite poi con lambic invecchiato dai 12 ai18 mesi . Gli zuccheri apportati dalla frutta fanno partire una seconda fermentazione, che si rivela molto tumultuosa con produzione di abbondante schiuma. Dopo circa 5-6 mesi di macerazione, durante la quale avviene tra l’altro l’estrazione dei tannini (da buccia e nocciolo) e formazione di benzaldeide, responsabile della spiccata nota di mandorla avvertibile in alcune kriek, si procede all'imbottigliamento, come per la gueuze, cioè miscelando alla kriek una quantità di lambic giovane per la rifermentazione in bottiglia. La leggenda, incrociata con la Storia, dice che la kriek fu inventata da un soldato originario di Schaerbeek, gran bevitore di birra, che ai tempi delle Crociate si recò in Terrasanta a combattere gli infedeli per liberare il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Qui scoprì e apprezzò il vino rosso come il sangue di Cristo e, al ritorno, in preda alla nostalgia, decise di lasciar macerare e fermentare nella birra (sua bevanda abituale) le ciliegie del suo giardino, creando così la prima kriek della storia. Leggende a parte, una kriek autentica, dall’irresistibile color rosso vivo, profumata e acidula, può rappresentare un aperitivo raffinato o, in mano ad un bravo chef, un ingrediente decisivo per piatti tradizionali come la celebre e squisita “faraona alla kriek”, senza dimenticare i desserts, come il voluttuoso “zabaione tiepido alla kriek”. Una curiosità per finire: per attenuare la decisa punta di acidità, un tempo si usava aggiungere nel bicchiere una zolletta di zucchero, che veniva poi frantumata per mezzo di un antico strumento, simile ad un pestello di metallo, chiamato “stoemper”. Dall'aggiunta di lamponi freschi al lambic, in quantità variabile a seconda del produttore, tra 20 e 35 kg per cento litri, si ottiene la framboise tradizionale, il cui processo produttivo è lo stesso della kriek, ma tenendo ovviamente conto della diversa consistenza tra i due frutti. I lamponi, infatti, si decompongono nel corso della fermentazione e i piccoli semi possono creare qualche piccolo problema al momento della filtrazione. Talvolta, per rendere più intenso il caratteristico colore rosé, viene aggiunta una piccola percentuale di kriek al momento dell'imbottigliamento. La framboise prodotta con metodi tradizionali, dall’aspetto elegante e dall’aroma delicato, si presenta in bocca ben più “dry”, tagliente ed astringente con decise punte di aci-

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dulo, che la rendono perfetta come aperitivo per un pranzo raffinato. Il faro (pronuncia farò), vera e propria bevanda delle classi meno abbienti di Bruxelles e dintorni, era così popolare nel XIX secolo che una sciagurata decisone dei governanti di allora di aumentarne (siamo nel 1842) il prezzo di un solo centesimo, provocò una vera e propria insurrezione (paragonabile a quella del pane, nel '700, di manzoniana memoria), che obbligò gli incauti autori del crimine a riportare al più presto l’irrinunciabile bevanda al vecchio prezzo, con conseguenti grandiosi festeggiamenti e processione per le strade di Bruxelles, con bisboccia e sbornia finale (a base di faro, ovviamente) al caffè “Au Duc Jean”. Il faro (il cui nome sembra derivi dall’omonima città portoghese, anche se alcuni storici lo fanno risalire alla parola latina “farina”) veniva prodotto dalle birrerie o dai singoli gestori dei caffè (cabaretiers) aggiungendo al lambic zucchero candito bruno o melassa. Tagliato con una birra leggera (a volte prodotta dalla seconda utilizzazione delle trebbie) e spesso allungato con acqua, dava vita alla Mars, una bevanda popolarissima all’epoca, ancor più a buon mercato, che da molti decenni è ormai scomparsa.

I produttori Quanti birrai attualmente producono o assemblano lambic? Solo undici è la preoccupante risposta. Se poi si considera che solo tre, sottolineo tre, non ricorrono a dolcificanti, filtrazioni, pastorizzazioni e tagli vari, la risposta diventa ancor più drammatica. E pensare che a inizio secolo si potevano contare più di 180 tra produttori, puri assemblatori e assemblatori-gestori di caffè. Nella sola città di Bruxelles erano attive ben 45 birrerie che producevano lambic ed ancor oggi è possibile trovare alcuni dei vecchi edifici, pregnante testimonianza di archeologia industriale. Quali sono state le cause di questa decimazione? Molteplici: l’età avanzata dei proprietari, spesso senza figli o con figli che non volevano fare un lavoro duro e dal futuro incertissimo, l’acquisizione da parte di birrerie più grandi o da multinazionali, ma, soprattutto, dalla esponenziale diminuzione del consumo di lambic e dei suoi derivati da parte del popolo belga (in particolare dei giovani), che ha portato all’attuale consumo di oltre il 70% di anonime pils. Dato scioccante e preoccupante se si tiene conto delle straordinarie ed uniche tipologie che il Belgio può, anzi deve, vantarsi di avere, autentico ed inestimabile patrimonio che rischia seriamente di snaturarsi in tempi brevi, prima di estinguersi ancor più rapidamente in nome, come sempre, del vil denaro. Come non partire dal più fiero e tradizionalista dei produttori di lambic? Il mitico Jean-Pierre Van Roy, “mio padre putativo”, officia dal 1970 nel suo tempiomuseo in Rue Gheude ad Anderlecht, (cinque minuti a piedi dalla Gare du Midi). Jean-Pierre è il marito di Claude, la nipote del leggendario Père Cantillon, che nel 1900 si insediò in Rue Gheude, dapprima per imbottigliare e vendere lambic di altri produttori, per poi tramandare quest’arte ai figli Marcel e Robert, che cominciarono a produrre ed assemblare il proprio lambic nel 1937. Marcel, padre di Claude, si ritirò nel 1968 e due anni dopo il genero Jean-Pierre Van Roy cominciò la sua grande avventura, che ancor oggi, assieme al talentuoso figlio Jean (mastro-birraio dal 2001), lo vede assoluto protagonista sulla scena del lambic tradizionale. Il lambic “Cantillon” è “rude” e verace, con note agrumato-acetiche riconoscibilissime.

Alle più tradizionali kriek e (in un secondo tempo) framboise, si sono successivamente aggiunte numerosissime variazioni sul tema: dalle raffinate “druiven lambic”, con aggiunta di acini di uva, alla prorompente, sciagurata (ma molto renumerativa) moda attuale di addolcire in modo snaturante l’acidità del lambic con zucchero e ogni sorta di succhi e sciroppi di frutta come cassis, albicocche, fragole, banane, prugne, ananas, limone e chissà cos’altro. Vorrei stendere, infine, un velo pietoso sul lambic al the, definito da uno dei pagatissimi “guru” della birra, in un suo libro, “novità rinfrescante” (!). Spesso produttori che per vil denaro (altri dicono per “sopravvivenza”), sfornano queste invereconde bibite, producono anche una piccola percentuale della “real thing” e questo crea confusione tra i consumatori meno smaliziati.

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La sontuosa Broucsella Grand Cru è il solo lambic piatto imbottigliato al mondo (tre anni di invecchiamento) e La Gueuze 100% lambic è acida senza compromessi, con un caratteristico corpo watery, mentre la nuova versione Bio (vecchio pallino di Jean-Pierre, che ora produce e continuerà a produrre esclusivamente prodotti Bio) abbina al “formaggiato” lievi punte di erbaceo-amarognolo nel retrogusto. Il faro è irresistibile. La kriek è di una finezza olfattivo-gustativa fenomenali, mentre la tagliente Rosé de Gambrinus al lampone può essere un aperitivo di prestigio. Chi immagina che Jean-Pierre e figlio si limitino a produrre classici si sbaglia di grosso, in quanto ricercano sempre qualche nuovo prodotto come testimoniano le raffinate Vigneronne e St. Lamvinus con acini di uve bianche (Moscato e altre) la prima e uve rosse (Merlot e Cabernet) la seconda, come la delicata Fou Foune (in francese è l’organo genitale femminile) con albicocche denocciolate e la originalissima Iris, che è l’unico prodotto non-lambic, in quanto viene impiegato solo malto d’orzo. Altri gioielli sono le gueuze, kriek, framboise della cuvée Lou Pepe (dal nomignolo di Jean-Pierre), in cui si assemblano diversi lambic di due anni senza aggiunta di lambic giovane, bensì di un “liqueur sucré”. Altre gemme sono infine la Loerik (pigro in fiammingo) con lambic che fermenta più lentamente e la ammaliante Soleil de Minuit con aggiunta di hjortron (rubus chamaemorus), una bacca polare, per il pub Akkurat di

degustare una gueuze o una kriek fatte come Dio (e non il denaro) comanda ed acquistare squisite gelée alla gueuze, alla kriek e alla Rosé de Gambrinus. Con la scomparsa di Louis Girardin, nel settembre 2000, il mondo del lambic perde uno dei suoi più intransigenti protagonisti. Ora i figli portano avanti la tradizione iniziata nel 1882 nella birreria-fattoria di Sint-Ulriks-Kapelle, producendo rinomato lambic per piccoli caffè della zona e per gli assemblatori, mentre in bottiglia propongono una gueuze tradizionale (etichetta nera), acidula ma rotonda nel gusto con un caratteristico fruttato di mela, una versione filtrata (etichetta bianca) e una kriek e una framboise senza infamia e senza lode. Curiosamente, producono anche una pils chiamata Ulricher Extra. La produzione complessiva non supera i 4.000 hl. l’anno. Si è temuto recentemente che la birreria interrompesse la produzione a causa di alcune leggi comunitarie in materia di igiene, che stanno angustiando tutti i produttori di lambic, ma per fortuna, sembra che, almeno per ora, l’allarme sia rientrato. Dalla gloriosa storia, fondata nel 1913 da Philemon Vandestock (mai più tornato dai campi di concentramento nazisti), la Brasserie Belle Vue è dal 1990 saldamente nelle voraci mani del colosso Interbrew. Produce lambic nel modernissimo stabilimento di Zuun e lo fa maturare nel vecchio edificio di Molenbeek-StJean, per poi filtrare e pastorizzare tutto o quasi (producono una ridicola percentuale di gueuze tradizionale acida chiamata Sélection Lambic per puro fine propagandistico). La produzione, di oltre 300.000 hl. l’anno, comprende gueuze, kriek e framboise addolcite, che di tradizionale non hanno più nulla, ma che si vendono alla grande, distribuite dappertutto ed esportate in molti paesi esteri. Nel 1997, nove produttori di lambic del Pajottenlan si associaron in HORAL (Hoge Raad voor de Ambachtelijke Lambikbieren, cioè Alto Consiglio per le birre lambic artigianali), con lo scopo principale di proteggere la gueuze tradizionale, riuscendo ad ottenere la denominazione di “Oude Geuze” e “Oude Kriek” per i prodotti rispondenti all’antico metodo di produzione (utilizzo di 100% lambic senza filtrazioni, pastorizzazioni e aggiunte di sciroppi o succhi di frutta). HO-

Stoccolma. Ma non finisce qui: Jean, gran tifoso (come il padre) della squadra di calcio dell’Union St. Gilloise, ha creato una gueuze speciale, per il centenario della vincita del primo scudetto, usando luppolo più giovane che conferisce una punta d’amaro particolarmente interessante. In ultimo, Jean-Pierre ogni tanto si diletta a produrre un finissimo aceto di kriek, lasciando di proposito una botte di kriek aperta in modo da favorire lo sviluppo dei batteri acetici. La birreria, che produce meno di 1.000 hl l’anno, si fonde in modo naturale con il Musée Bruxellois de la Gueuze, inaugurato nel 1978, che riceve ogni anno più di 25.000 visitatori, i quali, dopo un interessantissimo tour tra attrezzi originali del XIX secolo, hanno l’opportunità di

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RAL organizza periodicamente i “Tour de Geuze”, percorsi mirati per visitare, in una sola giornata, tutti i produttori associati che aprono le loro birrerie ai numerosi visitatori, organizzando visite guidate in un clima di festa, con musica e specialità culinarie locali.

Passiamo ora in rapida rassegna questi produttori. Purtroppo, si sono ora ridotti ad otto, per la dolorosa chiusura da parte del leggendario Henri Vandervelden della gloriosa birreria Oud Beersel. L’associazione belga Zythos, nata dalle ceneri dell’OBP (Obiectjeve Bier Proevers), si è tempestivamente attivata, con una petizione, per salvare questo autentico pezzo di Storia locale ed evitare che cada in mani “sacrileghe”. L’adiacente mitico caffè “In ‘t Bierhuis”, che serviva i prodotti (lambic, gueuze e kriek) della birreria, è ormai tristemente diventato un negozio di fiori e ogni volta che ci passo davanti mi viene da piangere. Armand Debelder, presidente della HORAL, è una personalità di spicco nel suggestivo panorama della gueuze tradizionale a fermentazione spontanea. Il padre, Gaston, uno dei “nasi” più fini mai esistiti nell’assemblare lambic, iniziò a Beersel, nel 1953, l’antico mestiere di “assemblatore” e trasferì al figlio Armand i segreti dell'arte. Armand rivelò ben presto il suo talento assemblando lambic di Girardin, Boon e Lindemans, creando una gueuze di una finezza eccezionale, che gli valse, nel 1993, l’ambito trofeo dell’OBP, l’associazione che promuoveva la birra belga tradizionale. La fine del secolo ha visto la nascita della straordinaria “Millenium Gueuze”, nata da una stretta collaborazione con Willem van Herrewegem della birreria De Cam. Tale collaborazione continua attualmente con il giovane birraio Karel Goddeau, cresciuto proprio alla scuola di Armand. Da tempo Armand (che produce circa 800 hl. l’anno) ha dato impulso alla sua produzione acquistando un gran numero di stupende botti dalla celeberrima birreria boema Pilsner Urquell e cominciando a produrre il proprio lambic, che darà un’impronta ancor più personale alla sua gueuze. Recentemente, si è dedicato completamente alla birreria e al negozio (nel quale vende anche le rimanenze in bottiglia della produzione Oud Beersel), lasciando al fratello Guido la gestione del rinomato omonimo storico ristorante, oggi vero e proprio tempio della cucina alla birra, ma in passato autentico caffè letterario, sede del movimento artistico “De Mijol” fondato da celebri scrittori fiamminghi come Herman Teirlinck, Maurice Roelants, Ernst Claes e altri. Nel ristorante è possibile trovare tutti i prodotti “Drie Fonteinen”, tra i quali citerei il tradizionale Faro, la finissima Gueuze e la straordinaria Kriek, ora anche in versione lusso, con autentiche ciliegie di Schaerbeek.

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Gli altri produttori associati ad HORAL Frank Boon produce lambic a Lembeek dal 1977, dopo aver ripreso la birreria René De Vits. La produzione attuale supera i 5.000 hl. l’anno. Legato a Palm, ora alla sua Oude Geuze (dall’indovinato nome di Mariage Parfait), di buon livello anche se troppo alcolica (8%) per non aver usato zucchero, affianca versioni addolcite di scarso interesse per il purista, ma di enorme importanza per il suo commercialista. Nel 1997, Willem Van Herreweghem, ingegnere alla birreria Palm, comincia ad assemblare lambic a Gooik, nel centro culturale De Cam. Nel 2000 subentra il giovane Karel Goddeau, pupillo di Armand Debelder, che durante la settimana lavora alla birreria Slaghmuylder di Ninove e nel weekend assembla lambic (produzione annua circa 100 hl), ottenendo una Oude Gueuze ancor verde, ma promettente, e una Oude Kriek che lascerà il segno. A Dworp, dal 1896, officia la famiglia Hanssens. Oggigiorno il mitico Jean Hanssens, grande naso per assemblare lambic, e i suoi eredi naturali (la figlia Sidy e il genero John Matthys), producono (circa 500 hl. annui) una Oude Geuze dall’aroma inconfondibile di uva fresca e di formaggio brie e una Oude Kriek molto accattivante, che spesso viene accusata di contenere saccarina.

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di una stessa birra (deprecabile fenomeno tipico, purtroppo, di molte birrerie belghe). Esempi emblematici legati al lambic sono De Neve di Schepdaal (Interbrew), Eylenbosch di Schepdaal (Alken-Maes), Moriau di Sint-Pieters-Leeuw (Boon), De Koninck di Dworp (Boon), Wets (Girardin). Troviamo anche due produttori “extra-muros”, cioè fuori dal Pajottenland, nelle Fiandre Occidentali, come Van Honsebrouck (St. Louis) di Ingelmunster e Bockor (Jacobins) di Bellegems, ma, con l’eccezione di una pretenziosa “St. Louis Geuze Fond” tradizionale prodotta dal primo, ci troviamo davanti alle solite sedicenti lambic addolcite. Un cenno, infine, sul discutibile “plambic” (pseudolambic) di alcuni piccoli produttori, per lo più homebrewers (specie americani), che aggiungono al mosto una coltura di lieviti selvaggi in commercio o “riciclati” da gueuze a fermentazione spontanea. I giapponesi amano molto la gueuze e la kriek tradizionali e, quindi, non mi stupirei di dover fronteggiare in futuro un’invasione di plambic dal Sol Levante!

La originale rosé Oudbeitje con fragoline di bosco ha diviso gli esperti (io le trovo uno sgradevole off-flavor di vomito), mentre il blend tra un idromele inglese e la gueuze ha generato un discutibile ibrido chiamato “Mead the Gueuze”, destinato al solo mercato americano. La famiglia De Keersmaeker, di Kobbegem, è legata al lambic almeno dal 1640. Attualmente legata ad Alken-maes, produce (50.000 hl. annui) sotto il popolare nome Mort Subite una Oude Geuze apprezzabile, ma il grosso della produzione spetta a Mort Subite addolcite da zucchero e succhi vari, dai puristi evitate come la peste. Lo stesso fa Timmermanns (12.000 hl. annui) a Vlezenbeek, legato a John Martin’s, con la differenza che nemmeno l’unico prodotto etichettato come tradizionale (Gueuze Caveau) riesce a convincere i puristi.

Il termine lambic, che si trova indiscriminatamente sia su etichette di prodotti tradizionali che contengono lambic al 100% e sia su quelle di prodotti che di lambic ne hanno visto ben poco o proprio per nulla, crea demagogicamente confusione nel consumatore. Se poi si tiene conto che la vera gueuze è acida e che quella falsa è dolce non è quindi difficile prevedere che un aumento sempre crescente di prodotti addolciti (preoccupante il recente proliferare di terrificanti kriek dolcissime) accrescerà i rischio di estinzione di questo patrimonio del popolo belga e di conseguenza di tutta l’umanità.

Anche Lindemans di Vlezenbeek (30.000 hl per anno) punta tutto sui prodotti addolciti che, a parte l’ignobile Tea Beer, sa rendere più accattivanti di quelli dei suoi colleghi. Produce un buon lambic che poi vende a diversi assemblatori. A parte una rarissima “gueuze fond” fornita allo stupendo caffè-ristorante “De Heeren van Liedekercke”, Lindemans produce una Oude Gueuze chiamata Cuvée René che ha riscosso un buon successo negli Stati Uniti. Infine, va citato De Troch di Wambeek, che ha invaso (5.000 hl. l’anno) il mercato interno ed estero con terribili bibite zuccherate e aromatizzate ai più svariati tipi di frutta, sotto il nome ammiccante di Chapeau. In Belgio prestigiosi nomi di birrerie ormai dismesse continuano a rivivere su etichette di altri produttori (non solo nel caso di birrai di lambic), tramite acquisizioni, rifacimenti di antiche ricette, ma, frequentemente, tramite una semplice azione di diversa etichettatura

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di GIANNI BELLENO e MAURIZIO SALVI

Qualcuno ci associa ai New Trolls o agli Ibis: niente di tutto questo. Non rinneghiamo il nostro passato, che ha contribuito a farci crescere, ma il progetto che abbiamo in mente vuol prendere la sua strada. Del resto, neanche noi siamo più quelli di allora, sia anagraficamente, sia nei volti, nelle situazioni e, naturalmente, nella musica che suoniamo. Resta, però, il desiderio di rivisitare quel periodo, che ha così profondamente segnato la nostra gioventù. Così, abbiamo voluto chiamare questo progetto UT, non solo dal titolo dell’album omonimo, nel quale eravamo protagonisti come New Trolls. “Ut” è una parola latina: la preposizione che esprime una finalità, un desiderio che noi per primi vorremmo si realizzasse. Ma “Ut” è, allo stesso tempo, la prima nota musicale, il DO della notazione gregoriana: quindi le radici profonde della musica, il desiderio di ripercorrerne le strade, di offrirla a chi vuole fermarsi con noi e riceverne, in cambio, la semplice umanità che è, dopo tutto, quella di cui oggi c’è davvero bisogno. Non per nulla, “Do ut des”, che si può tradurre con “dare e ricevere” è il titolo del nostro ultimo lavoro. Non è qualcosa di imposto, con i suoi tempi stretti, i suoi ritmi che avvolgono e, purtroppo, a volte soffocano il nostro essere uomini o donne: abbiamo voluto che l’aspetto “ludico” fosse fondamentale. Crediamo sia indispensabile a far sì che la gente, noi per primi, sia più unita: possono esserci diversità di vedute, però mai tali da portare al litigio. Abbiamo voluto che questa fosse la prima “clausola”, se così possiamo chiamarla, del nostro progetto. La pietra angolare su cui costruire, per riassaporare le cose e la musica in primo luogo, per noi che la suoniamo e, naturalmente, anche per chi vorrà ascoltarla e condividerla. Continuiamo a pensare che l’aspetto di “comunione” è quello che più si addica alla musica: non si può suonare solo per sé stessi. Se la musica è un linguaggio, cercherà naturalmente le sue risposte e, certamente, le troverà: tante quanti sono quelli che la ascoltano. Il nostro progetto, quindi, si configura come un laboratorio: un “work in progress” in cui “Ut”, “Searching for a land”, “Canti d’innocenza – canti d’esperienza” avranno il loro spazio, ma rivisitate, al di là di una band che ha avuto mille vicissitudini, mille nomi, mille facce diverse... perché, alla fine, quello che conta in un gruppo e lo fa esistere è la musica. Noi speriamo che trovi l’istante per toccare il cuore della gente e per restituirci il volto umano di tutti.

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GIANNI BELLENO Nasco a Genova. Inizio a suonare la batteria fin dall’età di 12 anni, sull’onda dei numerosi gruppi che fiorivano e si esibivano nelle cantine ed i locali di Genova. Sono tra i primi batteristi italiani ad avere un approccio moderno allo strumento, con una metodologia specifica, ispirandomi ai batteristi dei grandi gruppi rock tra la fine degli anni '60 e l’inizio dei '70. Con D’Adamo e De Scalzi, nel 1966, fondiamo i New Trolls e, al di là di scioglimenti del gruppo nel corso degli anni, ho comunque fatto parte di band nate dall’incontro di elementi fuoriusciti dalla formazione. Come New Trolls realizzo albums fondamentali nella carriera del gruppo, quali i tre Concerti Grossi di L.E. Bacalov, “Searching for a land”, “Aldebaran”, “New Trolls”, “FS” e numerosi altri. Sempre come New Trolls, sotto la denominazione di “Nico, Gianni, Frank e Maurizio” realizzo albums come “UT”, "Canti d’Innocenza - Canti d’esperienza". Con i Tritons, riproponevamo cover di gruppi quali i Rolling Stones e, da solista (con lo pseudonimo “Johnny dei Tritons”) incido "Twist and shout" e "Satisfaction". Come autore e compositore collaboro agli album di Ornella Vanoni, Mina, Anna Oxa, Fausto Leali, Edoardo De Crescenzo e molti altri. Partecipo ai numerosi festival pop-rock italiani, fra cui Caracalla e Villa Pamphili a Roma. Nel 2009, scrivo anche brani di "Christian Music". Nel 2010, con Di Palo , D’Adamo e De Scalzi, ricostituiamo la formazione originaria dei New Trolls (1966), sotto la denominazione La Leggenda New Trolls, ma già nel 2011 sfuma la reunion. Nel settembre del 2011, con Maurizio Salvi, apriamo un nuovo capitolo fondando gli Ut New Trolls, per riproporre oggi la musica prog, invitando i giovani alla riscoperta di tutte quelle sonorità che hanno avuto tanto successo all’inizio degli anni '70. Nel 2013, l’attuale formazione degli Ut New Trolls vede la partecipazione di Claudio Cinquegrana (chitarre/cori) e Fabry Kiareli (basso/ voce solista). La mia formazione musicale è avvenuta nel periodo tra gli anni sessanta ed i primi settanta: un periodo fertilissimo non solo in fatto di produzione musicale,

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ma anche di sviluppo di tutta una serie di gruppi e di musicisti che tuttora fanno scuola. Un nome su tutti: i Beatles (il vero momento di svolta della musica in quel periodo) e, poi, i Rolling Stones (con i New Trolls avevamo aperto, come supporters, il loro concerto a Roma). Se poi ci vogliamo riprendere in mano tutta una serie di brani composti dai New Trolls o da altri gruppi formati in seguito alle loro ripetute scissioni, è inevitabile ritrovare tracce di quanto ascoltavamo in quel periodo: Deep Purple, Cream e, in seguito, Bee Gees. Ogni incontro “musicale” è stato per me determinante e non ha mancato di influenzare il mio modo di suonare e di comporre.

I New Trolls del Concerto Grosso già si presentavano sul palco con una batteria a doppia cassa, coi fusti rovesciati, dalle dimensioni decisamente inusuali rispetto alla batteria di altri gruppi dell’epoca. Direi che una certa mia creatività, uno spirito d’improvvisazione spesso efficace, hanno contribuito molto a dare alla musica dei New Trolls una identità. La “voglia di fare” ti porta a questo, nel bene e nel male, perché le imperfezioni non mancavano: errori di gioventù e di entusiasmo, potrei dire. Oggi dedico diverse ore di studio allo strumento, valuto quale elemento e quali caratteristiche debba avere per una migliore esecuzione di determinati brani. C’è una cura maggiore, non solo nell’impostazione, ma anche nella scelta di sonorità specifiche. Gli Ut New Trolls oggi non lasciano nulla al caso, anche se lo spazio per l’improvvisazione e la creatività rimane fondamentale: è il segno che la nostra musica è viva.

Quando ho iniziato a suonare la musica era al primo posto. La ripresa di generi quali il Prog resta una scelta coraggiosa: in fondo, si tratta di un settore di nicchia di mercato, se vogliamo considerare questo aspetto. Il live è sempre un’infinita scoperta di emozioni: tu ci sei, il pubblico c’è e siamo l’uno per l’altro in quel preciso momento. E’ uno scambio non solo di musica, ma di sguardi, di gesti che accompagnano il tuo suonare. E’ la stessa vita che prende forma di musica dalle

Se dovessi ricostruire la storia del mio modo di suonare attraverso una serie di flashback negli anni, noterei subito che da quando ho iniziato (parlo del periodo tra gli anni '60 e '70) le differenze sono abissali. A partire dalla quantità e dalle caratteristiche degli elementi dello strumento (e, quindi, dalle sonorità conseguenti).

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tue mani e dalla tua voce. Un viaggio che vorresti non finisse mai, anche se sei a pezzi dopo tre ore di concerto dietro ad uno strumento particolarmente faticoso come la batteria. Niente è “artificiale”: anche eventuali errori o imperfezioni del concerto fanno parte del gioco, così come fanno parte della vita. A volte penso che ogni esibizione sia una specie di prova d’amore per la musica e per il pubblico: cerco di dare il meglio, sicuro di ricevere in cambio il piacere di vedere gente che è lì per me, felice di starmi a sentire. E, allo stesso tempo, con la consapevolezza di ricevere anche osservazioni o critiche, se le cose non sono andate come il pubblico avrebbe voluto. Scrivere musica, suonare, raccontare e raccontarmi. La mia storia, come quella di ognuno, ha un valore immenso. In fondo, si tratta sempre di far sì che i tuoi talenti portino frutto, senza sotterrarli da qualche parte, perché non credi nelle tue possibilità. Metto sempre lo stesso entusiasmo in ogni novità, in ogni impresa, grande o piccola, che mi trovo ad affrontare nella mia vita e nel mio lavoro. Il progetto con gli Ut New Trolls al momento mi coinvolge totalmente e voglio dedicargli tutta l’attenzione possibile, perché riesca al meglio. In fondo, la musica è fatta così: vuole il meglio, ma ti permette di dare il meglio di te se è il tuo canale di comunicazione privilegiato. Altri lo fanno con la pittura, la scrittura, con lo stesso lavoro di tutti i giorni che, se svolto bene, diventa arte a tutti gli effetti. Io continuerò a parlare con la musica su qualsiasi strada mi troverò a camminare. (G.B.)

Dirotto il mio percorso culturale verso il Conservatorio della mia città, che orienta in maniera decisiva e metodica la mia formazione. Soprattutto, sono guidato da un profondo interesse per la sperimentazione musicale di ogni genere. Nei New Trolls, alle prese con il “Concerto Grosso n°1” di L. E. Bacalov, trovo un gruppo ricettivo all’idea e mi inserisco con tutta naturalezza, portando un contributo decisivo anche per le successive produzioni del gruppo (“Searching for a land”, “UT” e "Canti d’Innocenza Canti d’Esperienza"). Collaboro con i “Tritons”, proponendo covers dei Rolling Stones e di altre band. In seguito, Gianni Belleno verrà sostituito da Rick Parnell e con questa nuova formazione (Salvi-Di Palo-Laugelli e Parnell) nascono gli Ibis, con cui pubblicheremo “Sun supreme”, interessante percorso musicale verso l’illuminazione. Partecipo, inoltre, ai numerosi festival pop-rock italiani, fra cui Caracalla e Villa Panphili.

MAURIZIO SALVI Nasco a Genova. Incomincio a studiare pianoforte all' età di cinque anni. Le mie basi classiche, il metodo e la precisione accompagneranno tutta la mia produzione musicale, anche quella di stampo più rock. Dalla fine degli anni '60, seguo con profondo interesse il formarsi dei molteplici gruppi musicali nella mia città e in Italia, oltre ai più noti esponenti della musica rock-prog nel mondo. La musica mi impone scelte decisive: al momento del mio ingresso nei New Trolls, nel 1970, lascio gli studi (Istituto Nautico di Genova), per dedicarmi completamente alla musica.

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In quegli anni 72/73, riprendo gli studi classici, pur non rinnegando mai il mio interessante per il validissimo periodo rock e prog. Oriento i miei studi soprattutto in direzione dell’opera classica, realizzando numerosi midi files ad uso degli amanti del genere. Curo i concerti classici, eseguiti da giovani musicisti. Dirigo, tra l’altro, l’orchestra per i “Concerti Grossi” 1 e 2 di Bacalov, riproposti in ver-

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sione live con “La storia dei New Trolls” e partecipo ad un tour in Giappone e Corea. Come direttore d’orchestra (sono tutt’ora Maestro di Canto Corale al "Conservatorio N. Paganini” di Genova) ho collaborato con Luciano Pavarotti e costituisco, nel 1981, l’ensemble vocale “Harmonia”. Dopo aver lasciato la formazione di Vittorio De Scalzi, riprendo il progetto degli Ibis con “Ibis Prog Machine”, con il quale registro, in inglese, una nuova versione del brano “Chi mi può capire”, tratto dall’album New Trolls “UT ”. Nal 2011, con Gianni Belleno, ricostituiamo gli Ut New Trolls. Da parte mia, amo la musica in tutto: nella sofferenza e nel piacere che può dare…

Come poter dare una definizione della musica? Sono in tanti a chiederlo ed è domandare una cosa impossibile. Non ci si potrà mai limitare alla "fisicità" matematica di note e pentagrammi, alla tecnica che, per quanto perfetta, senza un'anima non riesce a comunicare altro che suoni, seppur ben eseguiti ed anche gradevoli. L'anima: credo sia questa la chiave della musica e di ogni cosa che abbia a che fare con l'umano o il trascendente. E l'anima è all'origine di ogni comunicazione: parole, colori, musica…e comunicare è, in qualche modo, donare qualcosa di te a chi ti sta davanti, o legge le tue pagine, o ascolta le tue note. In questo senso, la musica diventa comunicazione di vita e, soprattutto oggi, se ne ha estremo bisogno. La musica è la mia compagna da sempre, è stata ed è un mezzo di vita ed una ragione di vita: l'ho esplorata nei suoi meandri più nascosti da solo e insieme ad altri musicisti, perché il confronto e lo scambio mi hanno sempre lasciato con qualcosa in più che, prima, non avevo. Nel bene e nel male. Ho ascoltato sempre prima di suonare. Mi sono emozionato all'ascolto di grandi autori come ci si può emozionare davanti ai più sublimi spettacoli della natura; ho provato sensazioni uniche e non ho voluto tenerle per me: suonare è anche donare. Saper donare, anche se della musica fai il tuo mestiere. Ma anche tacere al momento giusto, quando le note ti toccano nel profondo e raggiungono certe frequenze che assomigliano all'estasi, la sospensione dell'essere in un istante di infinito, la condivisione unica, totale. Non trovo parola migliore di "comunione": una dimensione sacrale, in un certo modo liturgica e, allo stesso tempo, estasi di un uomo e una donna al vertice dell'amore. E' il momento in cui le parole vengono meno, perché, come diceva Chopin:"La musica inizia dove finisce la parola". Per comprendere, vivere le più alte emozioni e sensazioni bisogna imparare ad ascoltare. E, prima di tutto, a lasciare il giusto spazio anche al silenzio. (M.S.)

Immagini dal concerto degli Ut New Trolls del 17 maggio 2013. Ospite Elisabetta Garetti (Primo Violino al Teatro Carlo Felice di Genova).

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