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GERARDO DI FIORE A CURA DI FRANCO RICCARDO

BRAU BIBLIOTECA DI RICERCA AREA UMANISTICA

23 OTTOBRE > 20 NOVEMBRE 2015 Napoli | Piazza Bellini 59


Perché una mostra di Gerardo Di Fiore? Perché un’esposizione di arte contemporanea in un edificio storico di Napoli, mai utilizzato a tal uopo? Perché una collaborazione con un Ente Autonomo come l’Università degli Studi di Napoli Federico II? Perché realizzare un catalogo in cui Gabriele Frasca, Giuseppe Gaeta, Marco De Gemmis, Andrea Viliani, e la giovane Daniela Persico hanno donato degli elaborati tutti dedicati al nostro Maestro, catalogo impreziosito, inoltre, dalle immagini di Aniello Barone? Per rispondere a tutte queste domande non basteranno queste righe. Né lettura del catalogo che sto presentando. Né l’aver visto direi quasi vissuto - la bellissima esposizione, che solo grazie alla generosità di Gerardo di Fiore ed alla lungimiranza dei giovani Bruno La Mura e Luigi Solito, imprenditori dello Spazio Nea di Piazza Bellini si è potuta realizzare.

Io, personalmente, ho creduto e creato questo progetto, Sensi, proprio per sperare ancora una volta, non di certo per l’ultima volta, di sensibilizzare questa città e le sue Amministrazioni (ché non è colpa di nessuno, perché è colpa di tutti) all’arte visiva. Un’arte troppo spesso negletta. Un’arte, che, in realtà, potrebbe e dovrebbe essere uno dei motori della nostra amata Napoli, da troppo tempo ferma. Prova postrema ne sia che - anche con una sola mostra - l’arte contemporanea può aprire al cittadino comune spazi di prestigio che hanno fatto nei secoli grande la nostra storia. Aver restituito Palazzo Sant’Antoniello alla città è l’unico vero grande successo che Gerardo Di Fiore e tutti noi, vogliamo ricordare di Sensi. FRANCO RICCARDO

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Apertura della BRAU alla città gigliola golia e gianfranco del giudice

La Biblioteca di Area Umanistica, già Biblioteca di Ricerca di Area Umanistica (BRAU), è attiva dal gennaio 2009 nella sede dell’antico convento di Sant’Antoniello a Port’Alba. Il cospicuo fondo di libri e riviste posseduti dall’ex Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Federico II (circa 300.000 monografie e più di 1.000 riviste), unito al fondo periodici della Biblioteca dell’ex Facoltà di Scienze Politiche, ha trovato una nuova sistemazione tra gli “scaffali aperti” del restaurato complesso monastico, formato in origine da due storici palazzi, diventati in seguito patrimonio di un unico proprietario. Il restauro del sito, volto a garantirne il recupero ed una diversa destinazione d’uso, ha richiesto un notevole impegno. Oggi il complesso architettonico, che ha conservato pressoché intatto il suo valore storico e culturale, si offre ai frequentatori con una duplice veste: da un lato affascina per il suo valore storico-architettonico e da un altro stupisce per le soluzioni tecniche realizzate al suo interno, al fin di consentire la più ampia accessibilità ai volumi, in armonia con gli spazi storici, senza però rinunciare alle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie. Qui si porrà l’accento su una peculiarità della Biblioteca, che d’ora in poi citeremo

come BRAU, nome con cui si è imposta all’attenzione del sistema culturale non solo accademico, ma anche locale e nazionale. È stata evidente fin dall’inizio del restauro l’intenzione di trasformare il luogo in un centro che potesse svolgere più funzioni, tutte rivolte alla trasmissione della conoscenza, ma con un’attenzione rivolta anche ad un pubblico eterogeneo. L’interesse a perseguire questo scopo si evince da alcuni spazi che già in fase progettuale vengono destinati a funzioni diverse da quelle tipiche di una biblioteca. Infatti all’interno della chiesa, posta alla destra dell’atrio, viene prevista la sistemazione di un’ampia sala per convegni ed anche a palazzo Conca, ricostruito ad opera del Guglielmelli secoli addietro, nella cosiddetta sala del “Refettorio” viene attrezzato uno spazio che, dotato di moderni impianti audio-video collegati al computer per la presentazione di contributi e novità editoriali, ben si presta allo svolgimento di seminari e incontri di approfondimento. Al piano terra troviamo inoltre la sala impropriamente chiamata “Sacrestia”, in realtà l’antico “comunichino”, attrezzata per dibattiti e il libero scambio di opinioni, e ancora l’ampio chiostro e il suo peristilio, disponibili per mostre artistiche e incontri musicali. Infine nella bella stagione sono stati

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utilizzati per interventi en plein air anche il cortile interno di palazzo Conca, già sede di rappresentazioni teatrali, e la splendida terrazza, rinominata “spiaggia in città”, posta sull’ampio camminamento che collega i due palazzi, fusi in un unicum architettonico tramite la bella scala cinquecentesca perfettamente funzionante. Attraverso poi quello che un tempo era uno stretto vicolo tra i due palazzi si arriva, sfiorando un percorso denso di testimonianze storiche, nello spazio che conserva ancora intatta una porzione della strada e delle mura aragonesi che cingevano ad ovest la città. Un’ulteriore riflessione va fatta rispetto alla collocazione geografica della BRAU nella città: essa si trova in un’area quadrangolare, virtualmente delimitata da istituzioni che hanno tradizioni antiche, moderne e contemporanee, ma tutte fortemente connotate dalla produzione, preservazione e presentazione di beni artistici e culturali. Gli angoli sono occupati dal Museo Nazionale, dal MADRE, dal Conservatorio di San Pietro a Majella e dall’Accademia di Belle Arti. Questa sistemazione sul territorio poteva non incidere ulteriormente sulle attività svolte all’interno della Biblioteca? Indubbiamente questa vicinanza ha influenzato la BRAU ben oltre gli iniziali propositi dei suoi ideatori, progettisti e realizzatori! Propositi ben evidenti, come abbiamo segnalato precedentemente, già in fase progettuale prima e realizzativa dopo, propositi che emulano realtà omologhe nel panorama europeo. Anche i luoghi di studio, lettura e ricerca si trasformano così in spazi culturali aperti a contributi diversi, come già accade ad altri spazi del vivere comune. Quello che

però i nostri ideatori non sapevano, perché è parte del dibattito scientifico e culturale che solo recentemente si è aperto, è che stavano anticipando i tempi rispetto all’allargamento ad un nuovo campo di azione universitario: la cosiddetta “terza missione”. Se infatti la prima missione è la formazione superiore e la seconda la libera ricerca, la terza missione, non meno cogente, che si è data l’università, è di contribuire alla divulgazione della conoscenza attraverso interconnessioni con il territorio di appartenenza per contribuire al suo sviluppo sociale. Questo nuovo interesse del mondo accademico assume da subito una sostanziale rilevanza nella valutazione periodica sulle attività svolte dalle sedi universitarie. Dopo l’apertura al pubblico del gennaio 2009 per i primi due anni le attività previste dalla cosiddetta terza missione hanno avuto un ritmo blando, tipico dell’istituzione che sta rodando la propria organizzazione in quanto da poco chiamata ad operare in un nuovo campo di interventi. Dal 2011, terminata la fase sperimentale, le iniziative si susseguono ad un ritmo sostenuto ed oggi, tra mostre, dibattiti, presentazioni di novità editoriali e tecnologiche, reading, concerti, convegni, congressi e corsi di formazione e aggiornamento sulle più disparate discipline artistiche, culturali e sociali, la produzione di eventi ha raggiunto la frequenza di uno ogni tre giorni lavorativi, l’equivalente di quasi un centinaio di eventi all’anno. La BRAU interpreta così il suo ruolo nell’ambito della terza missione, contribuendo, per la sua parte, alla periodica verifica valutativa eseguita dal Ministero sull’interconnessione accademia-territorio.

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Il dettaglio degli interventi realizzati è lungo e testimoniato in un ricco archivio custodito presso la Biblioteca. Per brevità si ricordano: in campo musicale gli incontri sulla musica classica napoletana con la collaborazione di esperti provenienti dalla RAI e dal Conservatorio, gli incontri di jazz e di musica etnica (gruppo rom); per le arti figurative le mostre di fotografia (scavi in Turchia) e di scultura contemporanea (Jovanna), gli incontri sulla diffusione della cultura cinematografica e la presentazione di film prodotti in sede regionale; per la letteratura i reading periodici sulla poesia contemporanea, le rappresentazioni teatrali e la presentazione di novità editoriali; per le scienze umane gli approfondimenti - con esperti nazionali e internazionali - sulle nuove tecnologie, sul mondo del lavoro e sul mondo delle relazioni collettive e familiari, in una società soggetta a repentine accelerazioni, ed i corsi di formazione al volontariato. Di altro genere, ma non meno importanti, i ripetuti eventi volti alla presentazione al pubblico cittadino di prototipi di strumenti che, attraverso le tecnologie digitali, consentono una migliore e più consapevole fruizione dei beni culturali presenti sul territorio. Durante il “Maggio dei monumenti” e le “Notti d’arte” organizzate dalla città la BRAU ha garantito un’apertura straordinaria del Complesso di Sant’Antoniello, sempre accessibile negli orari consueti per operatori del turismo culturale e sociale. Accanto a quanto già elencato vi sono le attività più tipiche legate alle discipline universitarie, ad esempio il percorso tra

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gli scaffali della sezione di Filologia classica, momento nel quale ad una fase di preparazione teorica fa seguito una fase laboratoriale con l’ausilio di esperti bibliotecari, che seguono e indirizzano il partecipante durante la visita. Vengono altresì ospitati periodici seminari in diverse discipline, seminari che costituiscono una parte pregnante della formazione universitaria. Sono infine previsti, a cura del personale della Biblioteca, incontri volti ad illustrare il patrimonio bibliografico, cartaceo ed elettronico, a disposizione degli studiosi che frequentano la BRAU e sono stati già realizzati incontri di presentazione di antichi testi, anche in unico esemplare presente in Italia, posseduti dalla biblioteca. Si potrebbe continuare ancora rivivendo le tappe del percorso che dal suo insediamento ad oggi ha portato la BRAU a trasformarsi e a trasformare la rappresentazione storicamente determinatasi della biblioteca. In realtà non si conosce quanto per amore e quanto per forza questa trasformazione sia avvenuta. Sappiamo però che oggi la rappresentazione sociale, per dirla alla maniera degli studi di comunità, della BRAU si discosta abbastanza dall’idea ancora condivisa dalla maggior parte della popolazione, accademica e non, della biblioteca e in particolare della biblioteca universitaria tout-court, tutta incline al soddisfacimento delle richieste di una ristretta cerchia di intellettuali appartenenti al mondo universitario. In realtà questo suo ruolo la BRAU non l’ha mai perso e quindi possiamo dire che si è invece arricchita di nuove vesti, conservando intatta la sua specifica funzione, ma non rinunciando


a sperimentare nuovi ruoli e nuovi campi di intervento, così come richiesto dall’evoluzione del settore accademico. La mostra del maestro Di Fiore si inserisce in questo percorso evolutivo della BRAU ed è fattore ulteriore di mutamento e arricchimento, nel tracciato della lunga tradizione di un’ istituzione come la Federico II, che ha ospitato tra i suoi tavoli di studio personaggi illustri della cultura europea (Croce, De Sanctis, Omodeo, Gigante, ecc.). Il maestro stimola, con le opere esposte negli spazi della BRAU, pensieri che inducono

a riflettere sia sull’estrema pericolosità dell’adozione del “senso unico”, che porta a catastrofi individuali e sociali, sia sulla ricchezza del meticciamento che apre al confronto e alla comprensione reciproca oltre che all’individuazione di nuove itinerari, non prestabiliti e soggetti a variabili non ancora conosciute. Di queste variabili, tuttavia, bisognerà tener conto durante la navigazione-transizione, che deve avere presupposti universali e condivisi perché sia co-realizzata e non naufraghi in un mare di bisogni disattesi.

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O mythos deloi oti: Gerardo Di Fiore al MANN marco de gemmis

Voleva anzitutto far venire a galla domande quando nel settembre del 2013 pensò di dare a divinità pagane e mitici eroi classici finalmente una cristiana sepoltura nella navata centrale dell’atrio del Museo Archeologico di Napoli: con quel suo lavoro semplicemente avviava la conversazione. Diceva che “la ricerca del suo senso indurrà chi guarda a scavare, a estrarne un contenuto dopo l’altro come se fossero nascosti in scatole cinesi”: osservando O mythos deloi oti si metteva a fuoco un pensiero, si credeva di aver individuato finalmente il significato, ma poi ne emergevano un altro e un altro ancora: è uno dei meriti delle opere d’arte, che, per dirne una, oltre a tutto quel che sono in sé, sono quel che divengono e raccontano quando le precipiti in un contesto, e specialmente se questo ci mette il suo, se questo proprio non può farsi timidamente da parte. Si poteva pensare, lì al MANN, in molteplici direzioni: altro che l’univoco “morale della favola”, altro che O mythos deloi oti: altro che “è giunta l’ora della morte del mito”, come qualcuno credeva di capire! Il cimitero era una grande installazione formata da qualche diecina di lapidi in gommapiuma policroma modellata: alcune essenziali, altre sormontate da sculture,

delicate e poetiche teste di morbida e docile materia formata con sapienti sforbiciate: messe lì tra quelle antiche in bronzo o marmo del Museo che fiere se le guardavano dalla loro plurisecolare resistenza costringendole a riconoscersi un troppo fragile e frammentato aspetto che alle illustri antenate, però, molto doveva ancora. Costruiva dunque quel camposanto – luogo per custodire e per ricordare e onorare i morti – dentro un altro luogo della memoria come il museo, e, pertinentemente, in un museo di cose antiche: dove più che nei libri o a teatro o altrove, ormai, è consueto andare a far visita proprio a quei personaggi che intendeva seppellirvi. Ma, diversamente che per le visite nelle chiese ai santi, enti che riteniamo ancora in attività e auspicabilmente ben disposti nei nostri confronti se venerati e implorati, nei musei è per la qualità artistica e l’interesse documentario delle loro rappresentazioni che ci si va, perché per nessuno più quei dei e quei semidivini eroi sono oggetto di culto: è passato il loro tempo, da quel punto di vista. Di Fiore è campione di ironia, gli appartiene “una ponderata levità ironica, evocativa”, per dirla con Crispolti, ed è capace di qualche dissacrazione; ma è anche frequentatore assiduo di quelle mitiche autorità, attraverso le quali si è espresso anche aulicamente pur se con accenti tutti suoi che danno luogo a un bel modello di difficile e originalissimo incontro fra classico e anticlassico. Allora voleva farla finita con

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loro, darsi una svolta, una volta per sempre liberarsene? O voleva ribadirne la persistente appartenenza al presente e tributare loro l’omaggio anche di un tempo che tanto tempo fa aveva cercato di metterli in soffitta, pur se appropriandosene fin da subito a proprio uso e consumo e modificandone, talvolta appena appena, i connotati? In una scheda che descriveva l’idea della installazione trovo del resto che Di Fiore diceva: “Si uccide quello che si ama”. E infatti lì c’era semmai l’ironia da cui lui non può staccarsi, ma proprio nessuna irriverenza. Quelle di Gerardo Di Fiore erano sepolture “monumentali” – infatti avevano lapidi e nomi – e per giunta poste al centro di un edificio a sua volta monumentale e occupato da un celeberrimo istituto: un’invidiabile visibilità, se non un’apoteosi: non eravamo al cospetto di una replica di quell’affossamento degli dei greci e romani decretato da una cultura nuova e vincente; non era una sorta di damnatio memoriae da scontare in un’anonima fossa comune. Quei personaggi, in realtà, di qualche forma non religiosa di culto sono ancora evidentemente attrattori. Anche se le seppelliva, quelle creazioni dell’uomo ormai incapaci di prodigi e non più meritevoli di preghiere e sacrifici sono comunque energie inesaurite, metafore perfette per intendersi rapidamente, nomi istintivamente esclamati nelle più quotidiane occasioni, archetipiche entità di frequente attive tuttora in ogni linguaggio delle arti o nella filosofia, e infine

morti importanti e ingombranti e degni di stare al centro dell’attenzione e del grande atrio del Museo. Con la loro diffusa presenza facciamo ancora i conti: come appunto Di Fiore, che nel suo lungo percorso tante volte li ha chiesti in prestito a quell’immenso giacimento nel quale proprio non possono finalmente star quieti. Lui volente o nolente, forse allora quella installazione ci consegnava un messaggio lusinghiero per quei defunti protagonisti, che grazie a magnifiche prove artistiche e letterarie del tempo loro e di quelli successivi sono sopravvissuti, talvolta giganteggiando per brillante freschezza o struggente malinconia, ai logoramenti di una storia tanto lunga, e son ritenuti meritevoli ancora – in giorni che tutto sembrano minimizzare o divorare – di visite e rivisitazioni, casomai per imperfettissime citazioni o fertili tradimenti.

Gerardo, il cimitero di divinità per il Museo, creatura in bilico fra magniloquenza e fragilità che tu mi hai concesso di “curare”, è stato una bella (che resta un bell’aggettivo) opera di opere in gommapiuma, la instabile materia cui affidi il compito di sintetizzare un tempo incerto e precario, di dire nello stesso momento solennità e levità, di rappresentare le antiche forme e la necessità di deformarle, di manifestare il coraggio che certe tue opere d’arte non durino, almeno fisicamente, troppo a lungo.

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GERARDO DI FIORE BRAU BIBLIOTECA DI RICERCA AREA UMANISTICA

23 OTTOBRE > 20 NOVEMBRE 2015

CON IL PATROCINIO E LA COLLABORAZIONE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI, FEDERICO II MOSTRA E CATALOGO A CURA DI FRANCO RICCARDO FOTO DI ANIELLO BARONE PROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE DI LUCA MERCOGLIANO SI RINGRAZIANO PER I CONTRIBUTI CRITICI GIGLIOLA GOLIA E GIANFRANCO DEL GIUDICE (DIREZIONE BRAU) GABRIELE FRASCA (PRESIDENTE PREMIO NAPOLI) ANDREA VILIANI (DIRETTORE MUSEO MADRE) GIUSEPPE GAETA (DIRETTORE ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI NAPOLI) MARCO DE GEMMIS (MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI NAPOLI) DANIELA PERSICO (SCRITTRICE E BLOGGER)

ISBN 9788897776765 | © IEMME EDIZIONI 2015 Iemme edizioni | via Costantinopoli, 53 / 80138 Napoli + 39 081 451358 | info@iemmedizioni.it i diritti di traduzione, riproduzione e adattamento totale o parziale e con qualsiasi mezzo (compresi microfilm e copie fotostatiche) sono riservati per tutti i paesi.

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“Sensi” / Gerardo Di Fiore  

Attraverso Sensi, Franco Riccardo e la galleria Nea raccontano gli ultimi venti anni di produzione di Gerardo Di Fiore proponendo sette gran...

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