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Ai miei nipoti Etienne, Samuele, Paolo, Luca e ai cari amici delle frontiere

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Anna M. Zampieri Pan

MISSIONI DI IERI, FRONTIERE DI OGGI

Editrice Veneta - Vicenza 2007

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COLLANA NARRATIVA 2000

ISBN 978-88-8449-368-2

1a edizione - Settembre 2007 Tutti i diritti riservati all’autrice Edito da Editrice Veneta sas, via Ozanam 8, tel. 0444 567526, Vicenza e.mail: info@editriceveneta.it

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Presentazione Anna Maria Zampieri ci fa rivivere, con questa pubblicazione, ricerche e incontri che hanno arricchito, in questi ultimi anni, la sua esperienza di giornalista e di credente. Ha avuto l’opportunità di visitare una serie di storiche Missioni fondate dai padri gesuiti e francescani nelle due Californie, e alcuni Centri missionari cattolici sorti accanto a frontiere che i migranti di oggi tentano di varcare, anche a rischio della vita, attratti dal miraggio dei Paesi del Nord America. Sono percorsi che ci offrono l’occasione per approfondire la conoscenza sui pionieri della prima evangelizzazione, artefici di un patrimonio culturale e sociale che ha donato ad etnie e genti native motivi e strumenti per il loro sviluppo integrale; ma anche per coinvolgerci su problematiche e aspetti dell’attuale fenomeno della mobilità in territori “a rischio”. Personalmente ricordo con stupore l’epopea missionaria e le scuole fondate dal cosmografo gesuita padre Eusebio Chini, nato nel 1645 a Segno in provincia di Trento e riconosciuto dal Congresso degli Stati Uniti come uno dei fondatori dello Stato dell’Arizona. E con altrettanto stupore e venerazione ricordo il francescano Junipero Serra, del quale ho visitato alcune Missioni, con chiese di pregevole valore artistico e centri di formazione al lavoro agricolo e artigianale innovativi. Sono testimonianze che meritano approfondimenti e stimolano una nostra ulteriore conoscenza del grande significato storico, sociale e culturale delle tan7


te Missioni disseminate nel vasto territorio americano e in altri Paesi dell’America latina. A Tijuana, Mexicali, Calexido, Città del Guatemala, Tecun Uman, territori a rischio del Centroamerica, veniamo a contatto con un fenomeno di mobilità umana motivato dai bisogni più impellenti: dalla necessità di trovare un lavoro per una migliore prospettiva di vita o per donare sicurezza e un futuro ai propri figli. Troviamo qui delle missioni cattoliche divenute “Case del Migrante”, centri cioè di solidarietà, di relazioni umane e sociali, dove padri scalabriniani, religiose e laici, promuovendo una cultura controcorrente e fondando scuole e laboratori polivalenti, vogliono cambiare le fughe dalla terra d’origine in volontà di scelte diverse e più sicure, con l’apprendimento di nuove professionalità. Siamo quindi grati all’autrice per averci offerto una conoscenza di Missioni fondate in tempi a noi lontani e per averci coinvolti nelle realizzazioni di missioni umane e sociali che oggi attendono, dagli Stati ma anche da noi, un apporto di solidarietà e di speranza. Padre Luciano Segafreddo direttore “Messaggero di sant’Antonio”, edizione italiana per l’estero

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Premessa Missioni e Frontiere: una selezione di articoli da me scritti nell’ultimo decennio, pubblicati dal Messaggero di sant’Antonio nella diffusissima edizione speciale per gli italiani nel mondo. Appunti di viaggio, impressioni, sintesi di notizie raccolte intervistando persone, visitando chiese e villaggi, centri culturali e musei, dove il passato rivive nel suo significato di causa e fondamento delle realtà odierne. Voglia inoltre di conoscere e far conoscere luoghi di confronto e scontro di situazioni sociali drammatiche, dove ciò che conta è soprattutto la solidarietà umana, l’amore vero per chi soffre persecuzione e povertà. Desiderio di suscitare curiosità e interesse. Per poi approfondire, partecipare, e magari aiutare. Si tratta in ogni caso di missionarietà. Le missioni di ieri, diventate pietre fondanti di nuove civiltà. Le frontiere di oggi, misura delle capacità o incapacità dell’uomo e delle strutture politico-economiche a risolvere i fondamentali problemi dell’esistenza quotidiana. Le date sono quelle delle visite effettuate ai luoghi indicati in apertura di articolo. Non ho volutamente cancellato alcune ripetizioni (specialmente quando parlo della catena di vecchie missioni disseminate lungo il californiano Camino Real). Per la parte riguardante le Frontiere, ci sono alcune brevi annotazioni di aggiornamento. Offro questa raccolta ai miei figli, ai miei nipoti, a tutti gli amici con cui condivido ideali e speranze. E 9


prima di tutto a Mario, mio marito, anima di esploratore del mondo, che mi ha insegnato a viaggiare in mezzo alla gente, allenando una come me - cresciuta forse un po’ pigramente in una città borghese del Veneto ad affrontare spartanamente le sfide del nuovo mondo. Stiamo andando ancora in giro per queste sconfinate lande campeggiando, come due ragazzi di una volta, in cerca non di avventure ma di verità. (amzpan)

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Italiani di ieri e di oggi nella Baja California Mulegè, Baja California “Padre Kino era come me, un trentino della Val di Non. E’ stato il primo missionario a raggiungere questa zona. Anche se la missione di Mulegè, dedicata a Santa Rosalia, è stata aperta più tardi. Eusebio Francesco Chini, questo il suo nome, era sbarcato a San Bruno nell’ottobre del 1683. Nell’aprile dello stesso anno aveva raggiunto La Paz, ma aveva avuto problemi con gli indiani. Veniva da Sonoma, dove lavorava molto bene: lo amavano e lo rispettavano. Vale più la sua presenza che mille soldati, dicevano...” A raccontare è il comboniano padre Primo Bentivoglio, originario di Tassullo, da 47 anni impegnato nel servizio evangelico alle popolazioni della Baja California Sud, provate dalla crisi politica ed economica del Messico. Mulegè è un’oasi a poche miglia dalla Baja della Conception, una delle più belle insenature del Golfo di California, conosciuto anche come Mar de Cortez. Si favoleggiava nel lontano passato di un’isola del tesoro, abitata da amazzoni rivestite di armature d’oro. L’isola era invece una penisola. A dimostrarlo è stato proprio il “cosmografo e cartografo della real casa di Spagna” Eusebio Francesco Chini, Padre Kino appunto. Quanto al tesoro, vi sono stati scoperti, ed esauriti, letti di perle e di corallo nero, miniere d’oro, argento e rame, e più recentemente le immense saline di Guerrero Negro. Ma le condizioni di vita delle popolazioni sono tutt’altro che floride. La caduta vertiginosa del pesos sta facendo il re11


sto. Portavoce dell’attuale disagio è il comboniano padre Sergio Valdivia, vicario di Mulegè dopo essere stato per cinque anni nello Zaire, dove ha subito persecuzione prima di essere espulso dal paese. La parentesi di apostolato in questa remota oasi della Bassa California gli servirà per prepararsi a future responsabilità. In un chiaro italiano dalla cadenza spagnola, padre Sergio mi parla della crisi dei giovani, facile preda di alcol, prostituzione e droga. Categoricamente ne attribuisce la responsabilità al turismo “proveniente dal Nord” che starebbe inquinando zone finora povere ma sane. Nonostante gli esempi negativi ed una serpeggiante massoneria radicata nella classe dominante, una grande folla di fedeli anziani e giovani ha stretto in un commovente abbraccio i suoi due sacerdoti, il primo febbraio scorso. Alla presenza del vescovo di La Paz, monsignor Rafael Leon Villegas, c’è stata la cerimonia ufficiale di consegna della parrocchia cattolica di Mulegè dai comboniani alla diocesi. Da appena un anno i missionari sono riconosciuti come tali dallo Stato. Prima entravano in Messico come comuni immigranti, con qualifiche quali insegnanti, medici, assistenti sociali, rappresentanti, e così via. Vietato l’abito talare e qualsiasi segno esteriore di identità. Padre Orlando Borghi, un milanese, è a Mulegè in rappresentanza del superiore generale. Lavora dal 1977 a La Paz, capitale della Bassa California. Illuminante la conversazione con lui. Non esistono comunità italiane organizzate come tali, ma non mancano in questa penisola gli italiani. Missionari a parte. Fa alcuni nomi: Ruffo, Coppola, Matteotti... sì, proprio i discendenti del fratello di Giacomo Matteotti, il deputato socialista ucciso dai fascisti nel 1924. Anche padre Borghi, co12


me padre Bentivoglio, fa rapide incursioni nella storia, e anch’egli risale a Padre Kino. Padre Chini sbarcò in queste terre nel 1683 con la prima spedizione dell’ammiraglio Atondo, che si proponeva la civilizzazione degli indigeni della California Bassa, com’era denominata all’epoca l’intera penisola. Sotto i regni di Carlo II, ultimo degli Asburgo di Spagna, e del successore Filippo V di Borbone, le Californie comprendevano gli attuali territori di Oregon, California, Colorado, Nevada, Arizona, Nuovo Messico e Texas, oltre alla stretta lingua di terra montuosa e semideserta costituita dalla Baja California. Capitale delle Californie, dal 1697 al 1777, era stata Loreto, “capo e madre” delle molte missioni istituite dai gesuiti e continuate poi da francescani e domenicani. Ma come mai Loreto? E come mai c’è qui una copia fedele della statua della Madonna del celebre santuario delle Marche? Le risposte vengono dal locale museo. Il gesuita milanese Giovanni Maria Salvaterra, confratello di Chini, aveva da lui raccolto il programma di evangelizzazione pacifica di queste terre, dov’era arrivato quattordici anni dopo la fondazione dell’avamposto missionario di San Bruno. Con lui c’era il siciliano padre Francesco Piccolo, fondatore più tardi della missione di Mulegè. Era l’anno 1697 e i due religiosi avevano con sé una statua della Madonna di Loreto. La stessa che oggi troneggia nella chiesa madre di questa bella cittadina. Come Padre Kino, i due gesuiti avevano esplorato zone impervie e attraversato deserti, tracciato nuovi percorsi e avviato allevamenti di bestiame, seminato ortaggi e cereali, costruito edifici e organizzato comunità cristiane. Opere queste legate al periodo storico definito “della civilizzazione”, seguito tuttavia dal processo di invo13


luzione verificatosi dopo che, nel 1767, l’allora re di Spagna Carlo III aveva bandito la Compagnia di Gesù dai possedimenti della Nuova Spagna oltre che dai territori di Portogallo, Francia e Spagna. Tra il 1683 e il 1767 i gesuiti avevano fondato e splendidamente sviluppato in queste terre venti missioni. Le tracce dell’architettura e della storia missionaria costituiscono oggi un forte richiamo per chi voglia percorrere un itinerario di cultura e di spiritualità in mezzo ad una natura selvaggia e bellissima, tra gente semplice, ospitale e pacifica. Da Mulegè ho raggiunto le missioni tuttora aperte al culto, lungo percorsi e luoghi che rievocano l’antica opera di autentica evangelizzazione, finalizzata al bene completo, materiale e spirituale, della persona. I tempi e le esigenze sono cambiati, ma non è cambiato lo spirito di sacrificio e la dedizione dei missionari. A San Ignazio, magnifica oasi della Sierra di San Francisco, sorge una delle più belle missioni dell’epoca coloniale. Vi incontro il comboniano padre Mario Franco, da 50 anni impegnato in Bassa California. Tornerà nel prossimo giugno a Legnago, in provincia di Verona dov’è nato, per celebrare le nozze d’oro sacerdotali. E poi sarà di nuovo qui, tra i suoi fedeli, disorientati da un mondo privo di valori. “La gente, anche se battezzata, non fa progressi di vita cristiana” afferma. “L’impegno di coerenza e di testimonianza è scarso. C’è ancora molto lavoro da fare, nella rinnovazione dello Spirito Santo”. Tra i visitatori della missione - una delle mete obbligate di chi arriva in Bassa California - ci sono due coppie di milanesi, partiti in jeep da San Diego e diretti a La Paz, circa 1500 chilometri di percorso affascinante. Incontro anche i giovani romani Claudio e 14


Donatella, giunti in aereo a Guerrero Negro per assistere al famoso passaggio delle balene grige. E ancora, tra San Ignazio e Mulegè, ho modo di fare conversazione, scambiando reciproche impressioni sull’ambiente e sul territorio, con alcuni insegnanti provenienti in gruppo da Padova, Venezia e Verona, attrattti dall’architettura missionaria e dalle pitture rupestri delle Sierre San Francisco e Giganta. Giunge anche per me il momento di levare le tende per ritornare al nord. A malincuore lascio un mondo che non conoscevo per rituffarmi in quello più familiare ma più difficile del Nordamerica. Di nuovo, tra la Baja e la California, l’impatto con Tijuana, congestionata città di confine. Qui, dove un tempo non esistevano confini. Alla “Casa del Migrante” l’incontro con gli scalabriniani Livio Stella, Gianni Fanzolato e Florenzo Rigoni. E posso tra l’altro constatare che, intorno all’opera scalabriniana, si è mobilitata una piccola ma attiva comunità italiana. L’unica della Baja California. Sono uomini e donne in prima linea, come i loro missionari. Sono “al fronte”, con il console onorario d’Italia Camillo Magoni e la moglie Diana, da 30 anni a Tijuana, con Antonella Canale e Davide Lacarra, con Germano Matteottti e pochi altri. Comunicano partecipazione e altruismo, vivendo generosamente la solidarietà con i meno fortunati. Sono veramente “italiani nel mondo”. Gennaio 1995

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Missioni nelle due Californie

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Sulle tracce di Padre Kino Magdalena de Kino, Messico Qui riposano i resti mortali dell’uomo più amato dagli indigeni di Sonora, l’attuale regione del Messico nord-occidentale al confine con l’Arizona. Questo è il cuore del territorio, un tempo arido e deserto, reso fertile e civile dall’esperienza scientifica e dalla passione missionaria di Eusebio Francesco Chini, meglio conosciuto da messicani e americani come padre Kino. Uomo del nord, nato nel 1645 a Segno in Val di Non, in provincia di Trento, europeo per formazione culturale, gesuita per scelta, sulla scia di un parente, padre Martino Martini - il primo storico e geografo europeo della Cina - padre Kino scelse, come forma di vita, l’apostolato missionario nel sud-ovest del mondo. Raggiunse il Messico nel 1677, con un lasciapassare del vicerè di Spagna che lo indicava come “Eusebio Chavez, nativo di Cordoba, di anni 21, costituzione robusta, carnagione scura, capelli neri ondulati”. Come accade ancora oggi in qualche paese soggetto alla dittatura, i missionari erano costretti a mimetizzarsi dietro a pseudonimi o a professioni immaginarie, per non correre il rischio di essere respinti. Più tardi Eusebio dovrà modificare di nuovo il suo cognome italiano per non essere scambiato per un cinese: da Chini (la cui pronuncia è: cino) a Kino. Sonora, e da qui la Bassa California e l’Arizona, sono stati i campi d’azione di quest’uomo straordinario, la cui riscoperta in Italia è solo recente, mentre già da trent’anni padre Kino è considerato negli Stati Uniti come fondatore dello stato dell’Arizona. 17


E’ sintomatico che intorno alla sua figura e al suo esempio ci sia un risveglio di interesse: padre Kino è stato un precursore della moderna evangelizzazione, s’è calato per primo nella realtà dei suoi prediletti indiani Pima, con la perfetta conoscenza del loro ambiente, del linguaggio e delle tradizioni, aiutandoli poi a trasformare dall’interno, e con le semplici risorse a disposizione, le loro condizioni di vita e di lavoro. “Il padre a cavallo” lo chiamavano in Pimeria Alta, perché per 24 anni viaggiò instancabilmente da una tribù all’altra, da un luogo all’altro, conducendo bestiame da allevamento importato dall’Europa, creando zone di coltivazione di cereali, frutta e verdura, insegnando nuovi criteri di costruzione di abitazioni e centri comunitari (le Missioni), predicando e celebrando: esempio vivente dei valori cristiani e incarnazione pratica del vangelo. C’è un significativo affresco che decora la volta del Mausoleo che qui custodisce le spoglie di Kino: lo raffigura benedicente, a cavallo, nell’atto di insegnare ai nativi nuovi criteri di coltura e di allevamento. Vi è anche indicata la sua dote di cartografo e geografo: a lui, infatti, si devono le prime rilevazioni di questi territori, oltre che la dimostrazione della peninsularità della Bassa California. Magdalena de Kino non è facilmente descrivibile, perché oltre ad essere un’oasi verde e fiorita al centro di una pianura di cactus semideserta, è una specie di “patria dello spirito”. Vi aleggia nell’aria qualcosa di rarefatto e straordinario: senza dubbio è l’eredità lasciata dal “padre a cavallo” oltre due secoli e mezzo fa. Al centro dell’incantevole cittadina c’è la chiesa-missione di santa Maria Magdalena (dedicata al culto di San Francesco Saverio), circondata dalla caratteristica piazza a chiostro. La vegetazione è tipica dei paesi tropicali: palme da dat18


tero, manghi, oleandri, geranei, gelsomini, un trionfo di bouganvillee nelle varie tonalità di colori, piante di aranci e di limoni, e rose, tante profumatissime rose. La popolazione è laboriosa e tranquilla, ma come altrove in Messico non mancano i poveri. “Le condizioni sociali rispecchiano quelle generali del paese - racconta il giovane parroco, padre Francisco Javier Salcido -. La nostra è una piccola comunità, la maggioranza è costituita da cattolici, ma ci sono anche i lontani e vi si infiltrano le sette. C’è ricchezza e c’è povertà, ma non miseria”. Padre Kino ha avuto una grande influenza educativa: a lui si ispirava il locale candidato alla presidenza messicana, quel Colosio che venne barbaramente assassinato due anni fa, alla vigilia delle elezioni, vinte poi dal presidente Zedillo. I cittadini di Magdalena hanno dedicato al loro “padre e pioniere” il solenne mausoleo, e accanto vi hanno eretto un monumento al loro ex primo cittadino e uomo politico. Sul percorso delle missioni di padre Kino avevo visitato, prima di raggiungere da sud Magdalena, la Purisima Concepcion de Nuestra Senora a Caborca, missione “madre” fondata nel 1693, recentemente restaurata in tutto il suo splendore. Per inciso, va detto che per “missione” non si intende solamente il monumentochiesa o i suoi resti archeologici, così come il residente o il turista li può godere oggi; ma occorre immaginare una vera e propria comunità di vita di cui la chiesa è il cuore, un villaggio intorno nel quale si svolge la vita attiva degli abitanti e alla cui guida c’è il missionario. A San Diego de Alcalà, a Pitiquito (1692), avevo avuto la fortuna di imbattermi in un gruppo di “preservatori” delle missioni di padre Kino, la cui sede è a Tucson in Arizona. Provenivano da San Antonio de Oquitoa, da 19


San Pedro e da San Pablo de Tubutama, e mi avevano fornito preziose indicazioni per il proseguimento del mio viaggio di esplorazione: anche questi americani erano affascinati dalle tracce missionarie lasciate da padre Kino e dalla sua forte personalità. Da Magdalena si prosegue per San Ignacio de Caborca e per San Josè de los Himeros, a Imuris, dove c’è una della famose statue equestri di Kino, raffigurato col mantello-coperta al vento, lo sguardo rivolto al futuro, e l’astrolabio che gli pende da un fianco. Salendo verso nord, a Nogales si lascia il Messico per entrare in Arizona (ai tempi di Kino, era una parte della Pimeria Alta). Qui, a 25 chilometri da Nogales e a 60 da Tucson, in un curatissimo Parco nazionale, sorge la splendida missione di San Cayetano de Tumacacori, visitata per la prima volta da padre Kino nel 1691. Alle porte di Tucson c’è la notissima San Xavier del Bac, del 1692, oggi gestita dai francescani in riserva indiana: è considerata il più bell’esempio di architettura coloniale spagnola negli Stati Uniti. Nella cappella dell’Addolorata spicca una pregevole statua di sant’Antonio con Bambino: nella lunga veste rossa vellutata del bimbo si rifrange il bagliore di mille candele che testimoniano una devozione senza confini. Dicembre 1996

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La California di padre Junipero San Diego, California “Ringrazio Dio, sono arrivato in questo porto di San Diego: mi appare splendido e non smentisce la sua reputazione”. Con tale espressione di gratitudine e di gioia si accostò a questi luoghi padre Junipero Serra nell’estate del 1769, inviato dal vicerè del Messico, Josè da Calvez, su ordine del re di Spagna, Carlo III, con l’incarico di “evangelizzare e colonizzare il Nord della penisola di California”. Il territorio dell’allora Alta California era stato “conquistato” per il reame spagnolo nel 1542 dal portoghese Cabrillo, che aveva denominato San Miguel la baia, esplorata successivamente, nel 1602, dal capitano Sebastiano Vizcaino, il quale l’aveva ribattezzata con il nome del frate laico francescano andaluso san Diego de Alcalà. Diego, o Didacus, era nato nel 1400 a San Nicola del Puerto, nella diocesi di Siviglia; era stato missionario nelle Isole Canarie, a Roma aveva servito come infermiere all’Ara Caeli e, concludendo una vita di totale dedizione al prossimo, era morto ad Alcalà, in Castiglia, nel 1463. San Diego è una magnifica città adagiata sulla costa dell’oceano Pacifico, all’estremo sud ovest del territorio californiano, dove questo confina con la Bassa California. Trovandosi a pochi chilometri da Tijuana, punto di sbarramento delle migrazioni dei poveri verso il mitico Nord, è considerata la più messicana delle città americane per le caratteristiche della popolazione e il colore dei quartieri periferici. “Paradiso in terra” fu definita da uno 21


dei suoi pionieri, Alonzo Horton. L’impressione che se ne ricava oggi è la stessa. Configurazione geografica, clima e splendida vegetazione contribuiscono a farne un luogo incantevole e raro. E anche qui si ritrovano, oltre all’attualità delle realtà italoamericane, le testimonianze della presenza italiana nel mondo. Serra, cognome assai diffuso sia in Spagna che in Italia, è di origine genovese e risale al X secolo. Dal nucleo originale, viscontile, sono derivati nei secoli successivi i vari rami: oltre che a Gevova, in Sardegna, nel regno di Napoli e in Spagna. Sono stati molti e famosi i Serra artisti, sia in Italia che in Spagna. Il casato annovera anche valorosi generali, come Gian Francesco di Girolamo (1608-1656) e valenti ambasciatori, come quel Battista, inviato in missione speciale a Madrid nel 1576. Spagnolo di Majorca era padre Junipero, il cui aggancio “italiano” - oltre alla lontana origine del cognome di famiglia - era il primo ordine francescano fondato dal poverello d’Assisi. Proprio a San Diego, incisa su una lapide accanto alla statua che ne riproduce le sembianze, di fronte alla chiesa della Mision basilica San Diego de Alcalà, c’è una breve biografia del primo missionario dell’alta California. Vi si legge: “Miguel Josè Serra nacque il 24 novembre 1713 a Petra, in Majorca, Spagna. All’età di 16 anni fu accettato come novizio nell’ordine dei francescani. L’anno dopo fece la sua professione di fede e scelse come nuovo nome Junipero, in onore di fra’ Ginepro, carissimo compagno di San Francesco. Nel 1742, padre Serra conseguì la laurea in Sacra teologia all’università Lulliana di Palma, dove poi insegnò. Nell’aprile del 1746, padre Serra lasciò la madrepatria, la famiglia e la carriera universitaria per realizzare il suo sogno di diventare missionario. Durante il 22


viaggio di traversata da Veracruz al Messico, subì una grave ferita a una gamba, con conseguenze che lo tormentarono per il resto della vita. Padre Serra lavorò tra gli indiani e divenne il superiore responsabile delle Missioni della Serra Gorda in Baja California. Sotto la sua guida e perseveranza alla presidenza delle Missioni, furono fondate nove missioni in un arco di tempo lungo quattordici anni. Il 28 agosto 1784, padre Junipero Serra si spense presso la missione di San Carlo Borromeo a Carmel, in California, dove fu sepolto il giorno successivo”. All’opera straordinaria di missionari-esploratori gesuiti della statura di Kino, Salvaterra, Piccolo, Ugarte, Bravo - uomini amati dalle popolazioni cui avevano dedicato la vita, condividendone fatiche e valori - fece riscontro tra i potenti europei il male oscuro della gelosia e dell’intrigo politico. Si volevano non uomini con la dignità di figli di Dio, non persone nobilitate dal lavoro e dalla vita comunitaria, ma semplici sudditi da sfruttare: battezzati, ma schiavi. Quei missionari non poterono scendere a compromessi. Il 27 febbraio 1767, Carlo III firmava il decreto di espulsione dei Gesuiti dalla Spagna e da tutti i suoi domini. Padre Junipero era nel Messico orientale da quasi vent’anni. Nel 1749 aveva raggiunto il collegio missionario di San Fernando, e per nove anni era stato addetto alla missione dei Pimè della Sierra Gorda: qui aveva imparato la lingua dei nativi traducendo per loro il catechismo. Nel 1767 era stato nominato superiore di un gruppo di francescani inviati in Baja California. Saccheggi, miserie, rovine fu quanto essi incontrarono. L’opera civilizzatrice dei gesuiti semidistrutta. Le missioni della Baja furono a quel punto totalmente sacrificate 23


all’impresa di “evangelizzare e colonizzare” il Nord della penisola di California: re e vicerè temevano le incursioni dal nord, i russi erano già in Alaska, gli inglesi e i francesi si stavano avvicinando. Ben diverso era lo spirito che animava padre Junipero: a lui interessavano gli esseri umani e il loro sviluppo nel nuovo e doloroso ruolo di “conquistati”. Bisognava aiutarli come fratelli, assisterli, condividerne la condizione. Nonostante la vicinanza dei presidi militari piazzati nei punti strategici lungo la costa, le missioni sarebbero diventate perciò centri di operosità e di crescita spirituale e umana. Non fu impresa facile. Avvennero ribellioni, ci furono scontri sanguinosi e mortali. La missione di San Diego de Alcalà - fondata da padre Junipero il primo luglio 1769, prima delle 21 missioni francescane della California - fu nel 1775 luogo del martirio di padre Luis Jayme. Venne distrutta e ricostruita. Fu teatro di guerre e di terremoti, ma anche di civiltà e splendore. I suoi oliveti produssero il primo olio d’oliva della California. I vini dei suoi vigneti divennero famosi. Nei cinquantamila ettari circostanti vi furono allevati fino a ventimila pecore e diecimila capi di bestiame da latte e da carne. Oggi, 227 anni dopo, è un’attiva parrocchia per la numerosa comunità cattolica locale e centro culturale per la gente di qualsiasi altra fede religiosa. Dicembre 1996

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Avamposti della fede Jolon, California Una solenne celebrazione dedicata a sant’Antonio ha luogo in questa bellissima Mission San Antonio l’8 giugno. Padre Bill Haney, il francescano rettore della missione, promette ‘fiesta’ grande, come ogni anno, nella seconda domenica di giugno dopo la messa: il famoso ‘Mission Oak B-B-Q’ (grigliata di carni cotte sulle braci ottenute dal legno di quercia, di cui sono ricchissimi i boschi circostanti) e musica, giochi, danze, premi. Junipero Serra dal cielo sorriderà beato. Sono sul percorso denominato El camino real, la via di collegamento delle ventuno storiche missioni tra San Diego e San Francisco, circa mille chilometri di costa frastagliata e montuosa lungo l’oceano Pacifico: qui è nata la California, e oltre due secoli fa sono state poste le premesse del suo splendido sviluppo. Non è una semplice coincidenza che si chiamasse San Antonio la nave che nel 1769 per prima portò rifornimenti alle nascenti comunità guidate dai francescani. E non a caso padre Junipero Serra denominò San Antonio de Padua la sua terza missione, fondata nel 1771, dopo San Diego de Alcalà nel 1769, e San Carlos de Carmelo nel 1770. A differenza di quelle dei gesuiti in Bassa California, queste missioni dell’Alta California - per ragioni strategiche della politica spagnola del tempo - sono sorte a ridosso di presidi militari: insieme con il presidio veniva la missione, e viceversa, per cui la chiesa si trovava al centro di una cittadella fortificata, oltre che di una vera e propria comunità autosufficiente, nella quale erano 25


incorporati i nuovi battezzati. Le principali attività erano l’agricoltura, l’allevamento del bestiame, l’artigianato, l’edilizia. Particolare attenzione veniva dedicata all’educazione e all’istruzione delle popolazioni indigene, in un’opera di evangelizzazione delicata e difficile, specialmente laddove era intralciata dalla durezza e dalla rozzezza degli interventi militari. Le tracce dell’antica storia sono visibili nei musei delle missioni, oltre che nelle loro strutture, tutte o quasi riedificate e pazientemente restaurate in anni recenti, dopo l’abbandono e la distruzione patiti negli anni di secolarizzazione sotto il governo messicano (1834). Dal 1846 la California fa parte degli Stati Uniti. Nel 1863 il presidente Abraham Lincoln aveva firmato il decreto di restituzione alla chiesa dei territori delle missioni, oggi considerate veri e propri gioielli da custodire e valorizzare, oltre che centri di richiamo culturale e spirituale, e non solo per gli americani. San Antonio de Padua - le missioni conservano il nome originario spagnolo - si trova nella Oaks Valley, o valle delle Querce, ai piedi della catena montuosa Santa Lucia, 35 chilometri da King City (280 chilometri a sud di San Francisco e 480 a nord di Los Angeles). Vi si arriva attraversando un territorio intatto, dove la natura regna sovrana. La visione del complesso monumentale della missione è mozzafiato. Al verde intenso delle querce e argenteo degli olivi si mescolano le ampie pennellate azzurre e gialle dei fiori di campo. Ciuffi di iris violette spuntano qua e là. Agavi gigantesche dalle robuste foglie lanceolate offrono al cielo il loro ultimo fiore. Mi ritrovo in un’oasi di pace e serenità. A ridosso dell’antica chiesa dal tetto ricoperto di tegole rosse, sorge l’ampio quadrilatero sede delle prin26


cipali attività: laboratorio di tessitura e filatura con il reparto per le donne, officina del fabbro, cantina, granaio, alloggio dei padri e cucine. Oggi, oltre al museo e all’abitazione dei sacerdoti della parrocchia, vi trova sede un centro di spiritualità, dagli anni Cinquanta collegio di formazione dei frati francescani. All’esterno è ancora in funzione l’acquedotto realizzato oltre due secoli fa dai locali nativi della tribù Salinan assistiti dai missionari: l’acqua è attinta dal San Antonio River. Padre Bill Haney, californiano di Riverside, figlio di un ufficiale dell’aeronautica, innamorato dell’Italia oltre che di san Francesco d’Assisi (ha visitato due anni fa il nostro Paese insieme con il confratello veneziano padre Virgilio Biasio della missione di Santa Barbara) informa che la maggioranza dei parrocchiani è oggi costituita da allevatori di bestiame e che i discendenti dei nativi sono ridotti a poche unità. Come negli altri cimiteri delle missioni, anche qui c’è la testimonianza dei numerosi decessi di indigeni, spesso giovani, in conseguenza della dura inusuale disciplina, dei maltrattamenti inflitti dai militari e dell’esposizione a infezioni e malattie importate dai bianchi europei. Tra le memorie della chiesa, dove la statua di sant’Antonio con bambino troneggia sull’altare maggiore, una decorativa iscrizione ricorda “il primo matrimonio cattolico in California, celebrato in questa missione tra Juan Maria Ruiz di El Fuerte, Sonora, Messico, 25 anni di età, e Margarita de Cortona, 22 anni, una donna Salinan della missione San Antonio, il sedici maggio dell’anno del Signore 1773”. Scrivono i biografi che solo due anni prima, accompagnando i padri Sitjar e Pieras, incaricati della futura missione, giunti al rio battezzato San Antonio, il 27


presidente padre Junipero Serra aveva appeso a un ramo di quercia una campanella e s’era messo a suonarla con esuberanza, gridando a gran voce: “Venite o Gentili! Venite alla santa chiesa! Venite a ricevere la fede di Gesù Cristo!”. Al che il confratello fra Miguel Pieras lo provocava: “Perché stancarti? Non c’è nessuna chiesa in costruzione e non si vede anima viva!”. “Padre, lascia esprimere il mio cuore - replicava allora padre Junipero - secondo il quale io desidero che questa campana possa essere udita in tutto il mondo!... o quantomeno suoni per tutti i Gentili che popolano queste montagne!”. Secondo le stime spagnole dell’epoca, c’erano circa 2000-2500 indigeni nella zona. Una nota scritta da padre Pedro Cabot nel 1814, precisa che “negli ultimi due anni non ci sono altri pagani indiani da battezzare”. Alle ventuno missioni californiane ufficialmente note, va aggiunta la meno pubblicizzata, San Antonio de Pala, recentemente riconosciuta come missione. Situata nella valle di Pala, circa trenta chilometri a nordest della Mission San Luis Rey presso Oceanside, di cui è stata a lungo “asistencia”, è l’unica delle missioni spagnole californiane completamente in servizio agli indiani nativi americani. Fondata dal francescano padre Antonio Peyri il 13 giugno 1816 e dedicata a sant’Antonio di Padova, secolarizzata e confiscata dal governo messicano nel 1835, riconsegnata alla chiesa dalla presidenza americana, è stata ricostruita e rimessa in funzione dai comboniani di Verona che l’hanno gestita dal 1948 al 1991 per poi ritornarla alla diocesi. Dopo un breve periodo di permanenza dei francescani conventuali (1993 - 1995) San Antonio de Pala è di nuovo tornata alla diocesi di San Diego che l’ha affidata ai barnabiti. Qui, tra l’altro, lavora padre Paolo Marconi di Reca28


nati, a diretto contatto con i discendenti dei nativi Shoshonean e Yuman, più semplicemente denominati “Luise-os” dalla missione-madre San Luis. L’interno della chiesa riserva una suggestiva sorpresa: l’intera decorazione è opera dei nativi, che vi hanno saputo esprimere una nitida e poetica semplicità. Gennaio 1997

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Da Loreto a... Loreto, storie di marchigiani San Felipe, Baja California All’inizio del secolo era un porto di pesca, negli anni Trenta un villaggio di pescatori e minatori di zolfo, 287 abitanti in tutto. La prima casa in muratura e’ del 1927, la prima scuola - dieci alunni - del 1929. L’energia elettrica vi arrivò nel 1963 e l’acquedotto nel 1967. Oggi, anche se la crescita urbanistica si presenta contraddittoria, con plaghe di povertà visibili nelle estese baraccopoli, è diventato un importante porto commerciale ed una delle stazioni balneari e turistiche più popolari della Bassa California. Situato a nordovest del Mare di Cortez, nella baja battezzata nel 1746 San Felipe de Jesus dal gesuita Ferdinando Consag, San Felipe contava, cinquant’anni fa, meno di mille abitanti: ore ce ne sono circa diecimila stanziali, con punte di trentamila in alta stagione. Gente che viene dal nord. Li chiamano snowbirds, uccelli della neve. Sono in prevalenza anziani che - come i volatili migratori - d’autunno lasciano i territori freddi del nord canadese e statunitense per svernare al tepore del clima messicano. Arrivano con le enormi motorhomes fornite di ogni comodità oltre che di viveri in scatoletta, trainando jeep o moto da sabbia se in previsione c’è l’arrivo dei giovani della famiglia con gli amici. Ai messicani-americani che lavorano nella vicina California e hanno qualche risparmio, è riservata l’intensa vacanza della primaverile Semana Santa. Si verifica allora il fenomeno dell’improvvisa mutazione antropologica ed ambienta31


le; al silenzio metodico ed ordinato degli snowbirds (sveglia all’alba e ritiro al tramonto dopo lunghe camminate, shopping misurato e lievi conversazioni tra conoscenti provvisori) subentra il rumore dei motori surriscaldati, della musica a tutto volume, dei chiassosi convegni di intere tribù familiari lungo il litorale, delle allegre abbuffate serali seguite dagli scoppi notturni di mortaretti e fuochi pirotecnici. Ne beneficiano i negozianti, ma anche gli ambulanti arrivati a San Felipe con prodotti artigianali ricchi di colore e tradizione, ed armati di malinconica pazienza nel chiedere attenzione a chi spesso non ce l’ha. Mamme con bambini in fasce, giovani padri bruciati dal sole e dalla fatica, ragazzini costretti al lavoro nell’età in cui coetanei più fortunati studiano e si divertono. Il prezzo dei famosi camarones (scampi giganti di cui è ricchissima la baia) lievita sensibilmente. Nel 1928, Bonifacio Diaz, proprietario de “El Carmen”, la prima barca da pesca fornita di reti adatte, vendeva i camarones a due pesos al chilo, pochi spiccioli rispetto ai 15-20 dollari attuali. La Pasqua è vissuta da pochi nel suo vero significato e nei suoi riti religiosi. Sembra avere assunto un’impronta pagana e consumistica, come non accade nei villaggi dell’interno nonostante i lunghi anni di politica anticlericale. Il vicario della parrocchia cattolica, padre Joachin Martinez, un francescano nato nel profondo Messico, a San Luis Potosi, per 38 anni missionario tra i nativi della Serra a nord dello stato di Jalisco, descrive il fenomeno con grande bontà, indica le testimonianze coraggiose dei pochi credenti, e conclude con una sentenza latina: Homo rotundus, vagans per universum. Omnia rapiens, nihil dans. Più ottimista è padre Fernando, il parroco, che con tipica letizia fran32


cescana scherza sugli usi dei turisti sia americani che messicani e invita la sottoscritta, italocanadese, “a portare il calore del sole di San Felipe nel freddo nord del continente”. Proprio nella chiesa intitolata al giovane santo crealo Felipe de Jesus - protomartire messicano, venerato dal popolo immediatamente dopo la Vergine di Guadalupe - incontro Socorro Somadossi Cuevas; insegnante, attiva volontaria della parrocchia, mi indica in suo fratello Celestino la persona più adatta a fornirmi notizie sulla presenza di discendenti italiani in questo villaggio della Baja. Anche qui, come altrove, ci sono testimonianze di italianità con storie personali da non dimenticare. “Mio padre era sedicenne quando da un porto delle Marche fu imbarcato come altri giovani emigranti per destinazione stabilita da accordi tra governi”, racconta in lingua spagnola Celestino. “Dalla Loreto italiana alla Loreto della Bassa California...” aggiunge senza altri dettagli. A nord di Loreto c’è la cittadina di Santa Rosalia, l’unica di impronta francese della Baja. Qui la compagnia mineraria francese El Boleo, che nel 1885 aveva ottenuto una concessione di 99 anni per lo sfruttamento dei ricchi depositi di rame della zona, ingaggiava in continuità lavoratori europei, ma anche cinesi, giapponesi e indiani, per scavare 600 chilometri di gallerie, costruire la ferrovia sottorranea di 30 chilometri, la fonderia con strutture prefabbricate importate dall’Europa (come la chiesa di Santa Barbara, disegnata dal famoso architetto Eiffel, assemblata a Santa Rosalia nel 1897) e il molo per la spedizione delle navi cariche di boleos di rame grezzo destinato alle raffinerie di Tacoma, nello stato di Washington. Il loretano conobbe 33


qui la fatica del minatore? A Santa Rosalia il Somadossi padre sposò giovanissimo una messicana del luogo: nacquero i figli, ai quali trasmise un’onesta educazione e il ricordo dell’Adriatico e della terra natale ai quali non fece mai più ritorno. Morì a 74 anni. “Siamo a San Felipe da circa trent’anni” interviene la moglie di Celestino, Margarita, animatrice della locale fraternità secolare francescana. “Allora non c’era la chiesa; veniva un sacerdote a celebrare la messa una volta al mese”. Margarita e Celestino Somadossi Meza, capitano di lungo corso ed azionista della Camaronera del Mar de Cortez, hanno nove figli. La loro casa è allegra, piena di vita e di nipotini: non parlano la nostra lingua, ma sanno di avere radici italiane e ne sono orgogliosi. Nel piccolo cimitero, nudo come la sabbia del deserto circostante, presso una stele commemorativa dei pionieri del Porto di San Felipe, avevo notato in passato una lapide: Recuerdo de sus hijos y nietos dedicata al Capitan Jose’ Ascolani M. Marino italiano Murio 12 Dic de 1932 en San Felipe B.C. Un marinaio italiano? Sto ora conversando con Alfredo Ascolani, uno dei figli di Josè, che a San Felipe conduce - con il figlio Octavio un fiorente commercio di liquori e alimentari. Mi conferma che suo padre, di San Benedetto del Tronto, era un marinaio della Napoli in rotta agli inizi del secolo tra Napoli e San Francisco. Arrivato in California ventiduenne, si innamorò e scelse di vivere a San Diego, dove acquistò una piccola nave, che chiamò Trieste, con la quale si spostò a La Paz, nel sud della Bassa California. Da qui, potenziata l’imbarcazione (ribattezzata poi Coronado) avviò il primo servizio di trasporto merci e passeggeri del Golfo, collegando i porti della Baja con quelli della costa continentale messicana. Il senor Al34


fredo, uno dei notabili di San Felipe, ha ereditato dal padre la passione per il mare e ha lavorato per qualche anno in una petroliera (“che raggiungeva anche Vancouver” mi fa sapere). Conosce l’Italia come turista e la ama per quanto ne conserva in sé di memoria ereditaria. Ad uno dei nipoti, appena laureato all’università di Mexicali, ha promesso in premio un soggiorno in Italia. Il ragazzo ne è emozionato. A distanza di un secolo, un altro filo si sta ricongiungendo. Aprile 1997

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Giovanette di Chipilo

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Chipilo, oasi veneta nel cuore del Messico Chipilo, Messico Secondo un pizzaiolo incontrato a Chulula, poco fuori Puebla, gli italiani con passaporto italiano sono circa cinquemila in Messico. Non ho verificato la cifra indicatami dal suddetto, giunto tre anni or sono e già in procinto di spostarsi nei Caraibi “perché qui non capiscono nulla” aggiunge (confermando la spiacevole abitudine di molti nuovi arrivati di giudicare sommariamente determinate realtà prima di conoscerle in profondità per inserirvisi in armonia). Gli dico che sto andando a Chipilo, a visitare la comunità italiana di quella località, distante da Puebla quanto Chulula, una ventina di chilometri. “Ma quelli non sono italiani!” esclama. “Parlano una strana lingua che non ha nulla a che fare con l’italiano...”. Non replico, perché quella strana lingua è anche la mia: prima dell’italiano e delle successive lingue di studio, ho infatti appreso - per non dimenticarlo mai più - il veneto. A Chipilo si parla veneto. E’ il veneto di oltre cent’anni fa, e quindi non ancora raffinato (o contaminato) da espressioni recenti, mediate dalla lingua nazionale. Ma la cosa straordinaria è che questo linguaggio viene universalmente usato da vecchi e giovani, e viene appreso anche dai messicani della zona, è insomma la lingua di quotidiana comunicazione dei “chipileni”, come si definiscono gli abitanti di Chipilo. Nella scuola e nei rapporti ufficiali lo spagnolo è d’obbligo, ma in famiglia, nel lavoro, in comunità, nel tempo libero è la dolce parlata veneta ad 37


unire un popolo partito un giorno lontano dall’Italia per non farvi mai più ritorno. Com’è possibile non pensare con tristezza alla sorte toccata a milioni di “figli della miseria e del lavoro” - come il beato Scalabrini definiva gli emigranti italiani abbandonati dalla madre patria - e nello stesso tempo non provare sentimenti di ammirazione per tanti che, da soli, hanno saputo mantenere un senso di appartenenza e di orgoglio, riscattando un passato difficile con una realtà presente degna di tutto rispetto? Il “fenomeno” Chipilo assomiglia per certi aspetti a quello più ampiamente sviluppatosi nel sud del Brasile, dove il veneto è la seconda lingua ufficiale dopo il portoghese. C’è però una differenza fondamentale: qui non hanno avuto missionari a guidarli e leaders culturali ad ispirarli. Qui hanno veramente fatto tutto da soli, da autodidatti, in cerca del meglio in campo religioso e sociale oltre che nelle varie attività economiche, costantemente sforzandosi di mantenere la propria identità. Dai risultati visibili, sembra che ci siano perfettamente riusciti. Sono gli stessi loro concittadini messicani ad affermarlo: negli “italiani di Chipilo” (così li definiscono) ammirano operosità, moralità, intelligenza, mentre non poco invidiano la loro oasi felice. Sono arrivata in quest’oasi di domenica mattina e mi sono diretta alla chiesa parrocchiale, una costruzione alta e candida sulla collina al centro del paese. Nelle chiese si trovano infatti le informazioni più fedeli, con molti documenti di storia antica. Il parroco, padre Felipe Torres, mi fa notare per prima cosa una targa affissa a lato del portale d’ingresso, sulla quale si legge (e traduco in italiano): “L’eccellentissimo monsignor Octaviano Marquez y Toriz, arcivescovo di Puebla, consacrò l’altare 38


maggiore che la gente eresse in memoria delle 46 famiglie di emigranti veneti, fondatori della Colonia di Chipilo, arrivando in questa terra ospitale il 7 ottobre 1882, nel 75mo anniversario del loro arrivo, 7 ottobre 1957”. Sono passati quasi 120 anni! La chiesa è gremita di fedeli di ogni età, molti i giovani. Trovandomi in Messico (dove i tratti caratteristici della maggioranza della popolazione tendono al bruno) mi colpisce la presenza di tante figure longilinee e di capelli biondi. “Sei italiana?” chiedo ad una splendida adolescente che sembra uscita da un dipinto del Veronese. Sgrana gli azzurrissimi occhi e la cascata di riccioli dorati fa segno di no. “Ma ti, sito veneta?” insisto senza cedere, sicura del risultato che lei mi conferma in un dialetto sciolto e musicale. Altre giovani mi si fanno intorno sorridenti: si chiamano Carla, Gabriella e Monica Stefanon, Jannette Orlandino, Laura Precomer... Conversiamo del più e del meno, recandoci al vicino ristorante Piazza, dove in un murales dipinto a vivaci colori sono ritratti i fondatori di Chipilo in costumi della Repubblica di Venezia. Vi domina il Leone di San Marco, così come nelle vetrate a mosaico della porta d’ingresso. Il grande stemma di Chipilo porta l’iscrizione “Labor omnia vincit”; nei quattro spicchi interni appaiono un fascio di grano, quattro avambraccia allacciate, una chiesa, il Leone di Venezia. Ma quanti sono oggi i chipileni? Dicono quattromila, quelli rimasti, perché da qui ne sono partiti molti, diretti ad altre località messicane (Vera Cruz, il sudest e la stessa capitale). Sono prevalentemente agricoltori, ma anche imprenditori e commercianti. La valle di Puebla, dove sorge Chipilo, si trova a circa 2.200 metri di altitudine; il clima è semisecco e temperato, 39


adatto alla coltivazione di cereali, frutta, ortaggi, legumi e foraggio. Molti gli allevamenti di pollame e bestiame. I fratelli Gerardo, Vittorio, Santo e Juan Simoni Martini, detti “i Nani” perché discendenti di un Giovanni, possiedono oltre 1.200 capi di bestiame, organizzato in quattro distinte fattorie. A Gerardo chiedo se qualcuno della famiglia abbia sposato messicani o messicane. “Gnanca par idea, se deve mantener la rassa!” (neanche per idea, si deve mantenere la razza) mi risponde. Secondo Josè Agustin Zago Berra, autore di una “Breve historia de la fundacion de Chipilo”, tra le tante virtù dei suoi conterranei spicca purtroppo un “defecto importante”: l’alto indice di parentela tra le varie famiglie, spiegabile con l’assoluto isolamento di cui soffrirono specialmente nei primi cinquant’anni di insediamento. Immaginiamo una zona deserta, con impossibilità di comunicazioni, senza aiuti né materiali né morali. L’unico conforto era la solidarietà reciproca: stringere i denti o soccombere. Ora, alla quarta e quinta generazione, il futuro si presenta sicuramente più roseo e i giovani eviteranno il rischio di “provocar la degeracion de la raza... si quieren sobrevivir y llegar a un segundo centenario” (provocare la degenerazione della stirpe... se vogliono sopravvivere e arrivare al secondo centenario) come afferma lo scrittore. Tra le virtù fondamentali - tra cui laboriosità, igiene personale e domestica, generosità e solidarietà verso chiunque si trovi in stato di bisogno, religiosità “sin fanatismo, si bien bastante conservadora y tradicionalista” - Zago Berra indica onorabilità e lealtà: in oltre cent’anni, dice, gli omicidi si possono contare sulle dita di una sola mano e i più furono accidentali. Mi trovo in mez40


zo ad una gioventù sana, bella, pulita. Così almeno mi appare. Questi ragazzi ti fissano diritto negli occhi, sorridono, comunicano. I genitori ne sono orgogliosi, ma a loro volta hanno ricevuto tanto dai loro vecchi, che mai si sono stancati di ripetere che “la persona che mas vale, non es la mas rica o la mas culta, sino la que tiene mayor moralidad” (la persona che più vale non è la più ricca o più colta, ma quella che ha maggior moralità). Le donne sono forti e decise, e lavorano quanto i loro uomini. Ricordo in particolare Juliette Berra Zago, terza generazione, titolare di un negozio di regali situato nella piazza centrale del paese, e Cayetana Galeazzi Berra, che gestisce “La Nave Italia”, ditta produttrice di alimentari di “tipo italiano” come formaggi, burro, salsicce, chiamate alla veneta “luganeghe”, e pasta fresca di vari formati. La principale industria locale è l’agroalimentare: vengono prodotti oltre cinquecentomila litri di latte al giorno. Importantissima è diventata inoltre la lavorazione di mobili, esportati in tutto il mondo. Così come la fabbricazione di manufatti in cemento. La più recente industrializzazione sta inquinando materialmente e moralmente quest’oasi felice, sostengono alcuni. E’ il rovescio della medaglia. Chipilo è gemellata da qualche anno con Segusino, in provincia di Treviso, da cui partirono - con altri di Belluno e Trento - i suoi fondatori. Gennaio 1998

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San Francisco Solano a Sonoma (il quadrangolo della missione anni 1830) 42


Al millesimo chilometro de “El Camino Real” Sonoma, California E’ intitolata a San Francisco Solano, il francescano apostolo del Sud America - predicatore, linguista e violinista - l’ultima delle missioni fondate tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo lungo i mille chilometri de “El Camino Real” dell’Alta California: territorio così denominato per distinguerlo dalla Bassa California, ambedue dominio della corona spagnola prima che l’una diventasse americana e l’altra messicana. Ecco la caratteristica campanella dall’alto e curvo sostegno: è la ventunesima sul percorso della Royal Highway. La prima fu posta da fra Junipero Serra il 16 luglio 1769 a San Diego, seguita dalla seconda a Monterey e dalla terza a Sant’Antonio. Nove le missioni fondate dal beato Serra prima della morte. Il progetto da lui iniziato e affidato ai successori, si conclude qui il 4 luglio 1823, cinquantaquattro anni dopo e stavolta sotto il governo messicano, ad opera di padre Josè Altimira, un francescano che le cronache descrivono “giovane, ambizioso ed impaziente” e che “agiva con l’approvazione del governatore Luis Arguello, ma senza la sanzione ufficiale della chiesa”. Turbolenze di cui i cristiani americani risentiranno anche in futuro. (Non a caso l’attuale pontefice, a conclusione del Sinodo speciale per l’America, ha lanciato da Città del Messico quell’accorato “Mai più!”: alla violenza, all’abuso, alla tortura e alla pena di morte, ma anche allo sfruttamento dei deboli, alla discriminazione razziale e ai ghetti di po43


verta” - temi che riguardano soprattutto gli indigeni - in nome dell’unità di tutti i popoli d’America e della solidarietà fra essi). Padre Altimira - le cui ragioni i superiori seppero mediare con tolleranza - aveva forse intravisto nella dolce e fertile natura della valle di Sonoma le grandi possibilità del suo sviluppo futuro. Gli insediamenti missionari più vicini sulla costa del Pacifico - Dolores a San Francisco e San Rafael poco fuori - stavano languendo sia per l’aridità del suolo che per le malattie epidemiche contratte dagli indigeni. Con l’arrivo degli europei, la vita dei tranquilli indigeni Pomo e Miwok stava radicalmente cambiando: non bastava perciò evangelizzarli, bisognava allenarli alla convivenza con le rudi truppe di occupazione e con i nuovi proprietari delle terre: impresa non facile, anche perché da uomini liberi si trovavano improvvisamente sudditi, espropriati da invasori sconosciuti. Al governo interessava inoltre impedire la paventata espansione della colonia russa da Bodega Bay e Fort Ross, poco più a nord, verso il clima più mite dell’interno californiano. Gli scopi furono in ogni caso raggiunti, anche se - come altrove - a spese degli indigeni, falcidiati in gran numero dalle malattie e dalla durezza del lavoro cui venivano costretti. I russi nel 1841 si ritirarono e cinque anni dopo, in questa magnifica grande piazza di Sonoma (dicono sia la più estesa tra quelle dello stato) venne alzata la bandiera della “California Republic”, sostituita nel 1848 da quella a stelle e striscie degli Stati Uniti d’America. Sono a Sonoma per visitare la missione e per impararne la storia. Da europea residente nel continente americano, sto andando alla scoperta di questa terra, di queste vastità, cercando di cogliere i segnali che ri44


guardano evangelizzazione e civilizzazione. Le restaurate 21 Missioni della California - distribuite lungo la parte costiera del Pacifico - costituiscono uno degli itinerari ideali. Le Missioni - o meglio quanto di esse è stato accuratamente recuperato e valorizzato dopo distruzioni, incendi, terremoti, trascuratezza o uso malproprio - sono simili nella struttura degli edifici, realizzati con rudimentali mattoni e legname grezzo, pur differendo per dimensioni e per ricchezza di decorazioni e reperti d’epoca. Comprendono la chiesa o cappella, il quadrangolo delle residenze per i religiosi e per gli indigeni battezzati, i laboratori, le cantine, la zona riservata alle donne, le stalle, il cimitero. Alcune Missioni sono tuttora aperte al culto come parrocchie, o sono state trasformate in dinamici centri culturali. Altre sono solo vestigia di un non lontanissimo passato. Importanti sono soprattutto i loro Musei, generalmente molto curati: vi si trova testimoniata molta parte della storia, e non solo religiosa, dell’America. Si deve dare atto a questo giovane ed efficentissimo popolo di saper fare tesoro delle proprie eredità, fondamento importante dell’attuale realtà, multiculturale e multirazziale. Secondo i documenti, la missione di San Francisco Solano - nella sua breve vita, appena dieci anni prima della generale secolarizzazione ordinata nel 1834 dal governo messicano - arrivò ad alloggiare contemporaneamente 900 neofiti, in 37 padiglioni distribuiti in 10.000 acri di terra coltivata e fertilissima. La valle di Sonoma - come la parallela Napa Valley - è rinomata oggi oltre che per l’idillica bellezza e l’ospitalità dei suoi abitanti, per gli estesissimi vigneti e le aziende agricole modello, alle quali non poco hanno contribuito alcuni pionieri italiani, tra cui i notissimi Sebastiani. 45


Scendendo da Sonoma a sud est della baia di San Francisco - sede dell’importante missione Dolores - si può visitare un’altra bella Missione-Museo: fondata nel 1779, quattordicesima della serie, venti chilometri a nord della città di San Josè, è dedicata a San Giuseppe, patrono della chiesa universale. Completamente restaurata negli anni ottanta, utilizzando mattoni autentici d’epoca ed attrezzi un tempo adoperati per costruire i vari padiglioni, fu inizialmente base operativa militare contro le tribù ostili della zona. Ha perciò una storia iniziale di grandi sofferenze per i neofiti. Territorio fertilissimo, coltivato soprattutto a frumento, grano e frutteti, è un’altra oasi paradisiaca, rigogliosa di verde e di fiori. In questo contesto il francescano padre Narciso Duran, succeduto al fondatore della missione padre Lasuen, dedicò 27 anni del suo apostolato missionario soprattutto all’educazione musicale dei nuovi cristiani, insegnando loro a leggere la musica. Famosi nelle cronache restano i concerti della banda di trenta strumenti da lui creata, “che attirava folle di ascoltatori da molte miglia lontano”. A sud di San Josè, nella valle interna alla baia di Monterey (25 chilometri a nord del grosso centro agricolo-commerciale di Salinas), c’è la piccola cittadina di San Giovanni Battista, nata dalla omonima missione San Juan Bautista. Fondata il 24 giugno 1797 da padre Lasuen (tredici giorni dopo quella San Josè), la missione - solidamente ricostruita dopo i frequenti terremoti dovuti alla vicina faglia di Sant’Andrea - si distingue per la sua chiesa a tre navate e per le decorazioni interne eseguite nel 1812 da Tommaso Doak, dotato pittore dilettante, un marinaio di Boston sbarcato a Monterey, ritenuto il primo anglo-americano residente in 46


California. Le polveri d’oro e d’argento mischiate ai colori utilizzati da Doak per il suo lavoro (in cambio di vitto ed alloggio presso i padri della missione) sono rilucenti nel solenne altar maggiore della bella chiesa. Qui svolsero il loro apostolato altri due francescani dai talenti particolari: padre Arroyo, capace di predicare in sette differenti dialetti indigeni locali, autore del primo dizionario nella lingua dei nativi, e padre Tapis - emulo del padre Duran nella passione musicale inventore di un sistema a colori di lettura delle note e creatore di un famoso coro composto esclusivamente da ragazzi nativi-americani. Gennaio 1999

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Salinas valley

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La fatica dell’uomo nei “Pascoli del paradiso” Salinas, California “Pascoli del paradiso” furono definite le pianure di questa valle fertilissima da John E. Steinbeck, premio Nobel della letteratura negli anni sessanta, nato a Salinas all’inizio del secolo. Come “The pastures of heaven”, altri romanzi dello scrittore americano sono ambientati nel mondo contadino californiano: ripensiamo ad esempio a “Tortilla flat”, a “The long valley”, a “Cannery Row”, in particolare ad “East of Eden”. Ma non siamo qui per parlare di letteratura, anche se essa può contribuire ad una miglior conoscenza della realtà che stiamo esplorando. Madre natura e il lavoro dell’uomo hanno dato un’impronta straordinaria al vasto territorio compreso tra le catene montuose di Gabilan e Santa Lucia, a sud est della baia di Monterey. La pianura - poco più di 135 chilometri di lunghezza per 25 circa di larghezza alla sua imboccatura - è percorsa dal Salinas River, il più lungo fiume sotterraneo del nord America, con 130 chilometri di percorso sommerso su oltre duecentoquaranta. In un terreno così bagnato e fecondato, favoriti dal clima ideale, crescono vigneti, alberi da frutta, vegetali e fiori di ineguagliabile qualità e quantità. Qualche cifra a comprova di tale abbondanza? Ogni anno le aziende agricole della valle producono circa 12.500 tonnellate di pomodori e 15 mila tonnellate di fragole. L’anno scorso, il solo raccolto di lattuga è stato di 82 mila tonnellate: si può capire perché alla valle di 49


Salinas è stato dato il nomignolo di “insalatiera del mondo”. Salinas - non consideriamolo un dispregiativo - è anche definita Broccoli Town, la città dei broccoli: ve ne sono di 47 diverse varietà, e il loro commercio rende annualmente oltre 271 milioni di dollari, pari a circa 500 miliardi di lire. Nell’alta stagione, al culmine del raccolto di frutta e verdura, oltre mille autotreni frigoriferi lasciano giornalmente il locale mercato per distribuire ovunque prodotti freschi e sani: dai banchi dei fruttivendoli della California ai supermercati del Sud Arabia, dai negozi di specialità alimentari di Singapore a quelli della Svizzera, del Giappone e dell’Indonesia. Perfino nel minuscolo villaggio di pescatori dell’ovest canadese, dove vivo, ho trovato accurate confezioni di croccanti insalatine miste “made in Salinas”, e naturalmente gli immancabili e salutari broccoli. Tutto cominciò, qui come altrove, con gli insediamenti missionari. Dopo l’appropriazione spagnola ad opera del capitano portoghese Cabrillo, che nel 1542, in navigazione lungo le coste del Pacifico, scoprì la spumeggiante baia di Monterey con relativa penisola e “in nome di Dio e di Filippo II” la incorporò, battezzandola dalla nave Punta de los Pinos, per sessant’anni tutto rimase come prima. Fino al giorno in cui un altro europeo, il capitano Sebastiano Vizcaino, sbarcò per una breve esplorazione, sufficiente però a fargli esclamare “questo è il giardino dell’Eden!” e attribuirgli un nuovo nome: quello del suo protettore, il conte di MonteRey, vicerè del Messico. E per un altro secolo e mezzo gli indigeni credettero di poter continuare a vivere liberi e felici nonostante il padrone lontano. Nel 1769, timorosi di invasioni inglesi e russe dal 50


nord sui territori da loro conquistati ma non ancora occupati, gli spagnoli decisero di realizzare a Monterey un presidio militare ed una missione. Del presidio fu incaricato Don Gaspar de Portola, della missione il francescano fra Junipero Serra, che il 3 giugno 1770 vi fondò la seconda delle 21 missioni californiane: San Carlos Borromeo, trasferita l’anno dopo al Carmelo, dove tuttora costituisce un fortissimo richiamo spirituale, oltre che distinguersi per la suggestiva bellezza e per conservarvi la salma del beato fondatore. Con l’aggiunta l’anno dopo della missione di San Antonio, evangelizzazione e civilizzazione si estesero dalla costa all’interno, dove vivevano le sparse tribù di nativi, assoggettati tuttavia dai primi proprietari terrieri spagnoli, che li sfruttavano come forza lavoro a basso costo: situazione che si ripeterà nel tempo, come tuttora accade con le centinaia di migliaia di immigrati illegali messicani e centroamericani, costretti dalla fame e dalla speranza a faticare dall’alba al tramonto nelle campagne californiane, rese fertili dal sudore e dal sacrificio di questi poveri della terra. L’esperimento delle fattorie modello, organizzate dai francescani lungo El Camino Real tra il 1769 e il 1834, subì un arresto con l’avvento della rivoluzione messicana per l’indipendenza dalla Spagna. Nonostante le radicali confische e la secolarizzazione, rimase tuttavia come modello valido per i rancheri messicani che avevano avuto in concessione il territorio e per gli agricoltori successivamente immigrati da ogni parte d’Europa, oltre che da località interne degli Stati Uniti colpite da uragani ed altri disastri naturali. Dal 1846 infatti qui sventola la bandiera a stelle e striscie. Monterey, che era stata per un breve periodo “ca51


pitale delle Californie”, rimane luogo di riferimento storico e di attrazione turistica, e vanta un’antica presenza italiana, in particolare nei settori della pesca e della ristorazione. La nascita del centro agricolo-commerciale di Salinas risale al 1872 ed è legata al passaggio della linea ferroviaria del Southern Pacific, per la cui costruzione furono importati a bassissimo costo i più poveri tra gli immigranti cinesi, scaricati più tardi nel settore agricolo. Intorno al 1880, i cinesi costituivano il 90% del bracciantato della valle. Rimpiazzati successivamente dai giapponesi (circa 75 mila addetti alla coltivazione della sola lattuga nel 1913) e quindi dai filippini - capaci quest’ultimi di organizzarsi in sindacati per rivendicare salari equi e abitazioni sane - i lavoratori delle campagne sono stati di recente sostituiti dai messicani, a seguito di un programma governativo inteso a reclutare forza lavoro a basso costo per far fronte alla crescente richiesta degli agricoltori. Il Bracero Program (nel suo doppio significato di braccia aperte ad accogliere gli immigrati, ma anche di braccia tese a raccogliere i frutti della terra) ha contribuito tra gli anni cinquanta e novanta ad aumentare la presenza latinoamericana fino al 72% nella Monterey County e fino all’85% a Salinas. Localizzati in maggioranza nel quartiere ad est della città, da sempre popolato da immigrati arrivati in varie ondate etniche, una specie di permanente riciclaggio umano e sociale, i latinoamericani hanno trovato un provvidenziale punto di aggregazione nella comunità cattolica di Santa Maria de la Natividad fondata 51 anni fa. Con il parroco di origine venezuelana Geronimo Cuevas, sacerdote della diocesi di Monterey, opera da un anno a questa parte il missionario comboniano 52


messicano Sergio Valdivia, che era anni or sono a Mulegè, in Baja California. Dei 40.000 residenti nell’area della parrocchia, il 10% è americano, il 10% asiatico e l’80% ispanico. “Il problema principale - dice padre Valdivia - è costituito dalla grande varietà culturale degli abitanti”. E il più scottante? “La violenza generata dalla destabilizzazione delle famiglie degli immigranti”. Succede anche qui, nell’immaginario est dell’Eden! Come altrove in nord America, i cattolici costituiscono una netta minoranza numerica, un quinto circa della popolazione della diocesi. Ciò non significa tuttavia invisibilità di presenza e di testimonianza, ma impegno determinante ed incisivo nel campo dell’educazione religiosa e civile, della giustizia, della solidarietà verso i più bisognosi ed emarginati della società. La cui fatica reale sta irrorando i famosi pascoli del paradiso. Febbraio 1999

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Mission Santa Cruz

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L’eden degli spagnoli Santa Cruz, California Si conclude in questa bella cittadina al nord della Baja di Monterey la mia rassegna delle antiche missioni francescane della California. Collocate in posizione strategica lungo la costa, o nell’immediato territorio interno, le ventuno missioni testimoniano un passato di evangelizzazione difficile e turbolenta - soprattutto per quanto riguarda il rapporto con i nativi - ma anche i valori culturali della civiltà sviluppatasi sul versante del Pacifico nordamericano. Qui sono le fondamenta storiche delle popolazioni insediatesi e mescolatesi nel corso degli ultimi due secoli e mezzo. Dagli spagnoli di Carlo III ai rivoluzionari messicani. Dai rancheros del 1821 agli yankees del 1848. E dall’indipendenza all’attuale esplosiva fioritura della natura e delle attività dell’uomo, in un territorio fin dai primordi ritenuto una specie di paradiso terrestre. Enorme è il contrasto tra il ritmo stressante di una megalopoli come Los Angeles e la pace idillica delle missioni, accuratamente preservate come luoghi di culto, musei e centri culturali. C’è un abisso tra i problemi sociali di una San Francisco e la serenità rarefatta di luoghi come Dolores, Carmel, Purisima. Stridente è tuttora la realtà della barriera di separazione dell’unico territorio naturale delle due Californie (l’alta americana e la bassa messicana) e la suggestione esercitata, ad esempio, da san Diego de Alcalà, a pochi chilometri dall’inferno di Tijuana. A San Diego si trova infatti la candida missione madre fondata da padre Junipero Serra nel 1769 e alla qua55


le hanno fatto seguito in 114 anni tutte le altre. Purtroppo le ragioni politiche non sono quasi mai le ragioni dell’uomo. Possesso di beni e territori, esercizio del potere su persone e popolazioni: tentazioni e realtà difficili da trasformare in effettivo servizio all’uomo e alla comunità in cui vive. Le stesse missioni, organizzate in California dai colonizzatori spagnoli (e altrove da quelli francesi, inglesi, olandesi, portoghesi, ecc.) affondano le loro radici in ragioni prevalentemente politiche: non per nulla ad ogni insediamento missionario corrispondeva un presidio militare. Compito dei religiosi era quello di dedicarsi all’evangelizzazione e all’educazione dei nativi, mentre i militari pensavano alla difesa delle terre espropriate e alla sottomissione delle tribù vissute in libertà. Le cronache di quei giorni raccontano episodi di eroismo e dedizione, ma anche di soprusi e violenze. E’ documentato in quanto resta in biblioteche e musei. Anche stavolta la memoria del passato è in funzione di un presente e di un futuro migliori. Il messaggio trasmesso ai visitatori è dunque valido. Non si tratta di vecchi sassi, vecchi muri, vecchi strumenti di lavoro, vecchie reliquie. Ci sono qui l’inizio e le premesse di sviluppo della moderna California, estesissima terra di foreste degradanti in rigogliosi giardini, di deserti trasformati in fertili pianure, di valli ridondanti di frutteti e vigneti, di giganteschi allevamenti di bestiame selezionato, di futuristici sistemi di irrigazione. “Gli agricoltori della California procurano il cibo per l’intero paese” si legge su enormi cartelli lungo l’autostrada dagli interminabili chilometri. Sembra impossibile, ma tutto è cominciato con le coltivazioni avviate dai frati del poverello d’Assisi. E ovunque, quasi a chiudere un cer56


chio ideale, si vedono contributi di oriundi italiani. A Santa Cruz, quel che resta della missione fondata da padre Lasuen nel 1791, tredicesima della serie, è la replica di una terza parte dell’edificio originale, distrutto da un terremoto. La piccola cappella è tuttora luogo di culto, l’annessa galleria-museo è fonte di informazioni per il visitatore. Costruita negli anni trenta presso il luogo d’origine - dove sorge invece la bella chiesa di Holy Cross - vi fioriscono intorno le opere della parrocchia cattolica guidata dal sacerdote diocesano Michael Marini, dinamico americano con lontani cromosomi calabresi e toscani. A lui fanno capo, oltre ai multiformi impegni ecclesiali, il Centro Universitario Newman, la Scuola Cattolica, la Juventud Latina. Lo coadiuva, per quanto riguarda la consistente presenza di cattolici di lingua spagnola e bilingui (residenti, immigrati, lavoratori stagionali, ecc.) il messicano padre Sergio Valdivia, che mi fa da guida nella visita della cittadina, 55 mila abitanti, cuore della contea di Santa Cruz con popolazione di oltre 250 mila abitanti. Dal litorale nord, lungo le scogliere battute dal vento, alla estesa città universitaria popolata da splendida gioventù; dal caratteristico centro storico al porto commerciale, dove, sull’ampio molo principale, domina la scritta STAGNARO. Il capostipite degli Stagnaro di Santa Cruz, Gottardo I, era nato nel 1859 a Riva Trigoso, Riviera ligure. Sembra che a dieci anni fosse già un esperto pescatore, avendo appreso l’arte a bordo dei barconi mercantili che solcavano il Mediterraneo. Quindicenne aveva attraversato tre volte l’Atlantico. Nel 1874, scaricata la merce dalla sua nave attraccata al vecchio porto di Santa Cruz, He jumped ship - dicono i documenti - and decided to call Santa Cruz his new home (saltò giù 57


dalla nave e scelse Santa Cruz come nuova patria). Aveva tre sorelle a Riva Trigoso, faceva il pendolare tra la California e l’Italia. Finì per trasferire sorelle, loro mariti e una sessantina di parenti sulla costa occidentale di Santa Cruz, a La Barranca, dove fiorì una colonia di pescatori italiani di cui egli fu l’autorevole patriarca. Maria Zolezzi Stagnaro, sua moglie, immigrò nel 1898 con il figlioletto Gottardo II. Il secondogenito Manlio nacque nel 1900. La dinastia degli Stagnaro ampliò le sue attività e diventò una specie di impero del porto di Santa Cruz. La Stagnaro Fishing Corporation sviluppò nella prima metà del secolo, oltre ad una potente flotta di navi da pesca e da diporto, una stazione marina di rifornimento carburante, un mercato del pesce, due ristoranti e alcune botteghe del caffè. Oggi le attività proseguono con i discendenti dei due rami familiari. Da una parte c’è la Stagnaro Bros con il commercio del pesce, dall’altra la Gilda’s con la ristorazione. Ma molti altri sono gli oriundi italiani di Santa Cruz. Padre Marini mi indica la vita generosa di un “patriarca” quasi novantenne, nato a Lucca e arrivato circa settant’anni fa per sfuggire il fascismo di Mussolini. Non ne fa il nome, mi dice solamente: “Lo abbiamo festeggiato sere fa e c’erano anche molti di origine italiana. Quello che ha fatto? Ha aiutato gli altri ad integrarsi nella società di accoglienza”. E’ questa, mi fa capire, la visione lungimirante della chiesa missionaria americana: superare le distinzioni e le separazioni etniche e religiose, assistere gli emarginati a trovare un equilibrio interiore, aiutare gli individui a fondere in armonia eredità storiche e realtà esistenziali. Negli Stati Uniti - come d’altra parte in Canada e altrove nel territorio americano - siamo tutti immigrati, 58


impegnati per un futuro di spiritualità nuova: senza dimenticare le origini e il passato, ma anche senza retrocedere in esso, senza perciò rinchiuderci in ghetti. Fa piacere leggere nomi italiani (quanti sulla guida telefonica!), scambiare riferimenti ai luoghi d’origine e alle tradizioni, parlare quando possibile la lingua madre. E’ una gioia istintiva, un richiamo inconscio e insopprimibile. Ma un respiro infinitamente più ampio, costruttivo, intelligente, procede dalla comunicazione nel linguaggio universale dell’interrelazione tra uomini, non importa di quale origine e cultura, per realizzare insieme un nuovo mondo di rapporti. Dove il messaggio evangelico dell’amore di Dio e del prossimo prevalga sull’individualismo, manifestazione di violenza e prepotenza. Aprile 2000

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California Missions

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Santi italiani nella California delle missioni Carmel, California Non mi stanco mai di ritornare in luoghi incantevoli, come questo della missione San Carlos Borromeo, meglio conosciuta come “il Carmel”. Il fascino del Carmel sta in una magnificenza di colori e profumi, di storia antica e arte sacra, valori immutati nel tempo che scorre veloce. Bellezza e silenzio, conoscenza e meditazione sono ristori benefici al fisico e allo spirito. La California - nonostante la congestione di metropoli come Los Angeles, San Francisco, San Diego, la capitale Sacramento - preserva con amore queste oasi di pace. Qui affondano le radici di una regione sovrabbondante di benessere grazie ai prodotti agricoli e alle ricche risorse naturali rivolte a crescita e rinnovamento. Qui ci si può e ci si deve fermare per riflettere. Riprendendo poi il cammino motivati da ragioni ideali oltre che da esigenze concrete. Gli americani - anche i non credenti - tengono in altissima considerazione i luoghi delle missioni. Sono “gioielli” da custodire e valorizzare: per se stessi e per i molti visitatori provenienti da ogni parte del mondo. Perché dunque “Carmel”? Il nome si spiega con la sosta di alcuni frati carmelitani che quattro secoli fa - era il 1602 - al seguito di una spedizione guidata da Sebastiano Vizcaino e approdata nella splendida baia di Monterey vi celebrarono la prima messa all’ombra di un albero di quercia. La stessa frondosa quercia sotto la quale quasi un secolo dopo, la domenica del 3 giugno 61


1770, il missionario francescano Junipero Serra celebrò un’altra messa e piantò la croce fondando la seconda missione dell’alta California. La prima - l’anno precedente - era stata San Diego, poco a nord della bassa California, penisola dove i gesuiti avevano avviato una serie di missioni (centri comunitari e fattorie agricole) prima di essere ingiustamente e violentemente espulsi dal regno di Spagna e da tutti i suoi territori. Delle 21 missioni nord-californiane disseminate lungo i circa mille chilometri del “Camino Real” tra San Diego e Sonoma, questa del Carmel fu la preferita del padre fondatore che vi aveva posto il suo quartier generale. Qui, nel complesso della basilica minore, è sepolto il corpo del beato Serra: a pochi passi dalla cella spartana e accanto alla prima preziosa biblioteca della California. Miguel Josè Serra era nato nel 1713 a Petra, isola di Majorca. A 16 anni era entrato nel convento dei francescani di Palma e a 25 era stato ordinato sacerdote. Aveva scelto di chiamarsi Junipero, come il più umile dei seguaci di san Francesco. Diventato professore di filosofia e di teologia, aveva privilegiato la vita missionaria e l’avventura dell’evangelizzazione della Nuova Spagna, il territorio d’oltreoceano conquistato dagli spagnoli. A 56 anni gli fu affidato il compito di sostituire i gesuiti in Bassa California e di estendere le missioni verso nord, in parallelo con la dislocazione di presidi militari lungo le coste dell’Alta California. Permanente in lui era il ricordo del paese natale e della chiesa di San Bernardino in Petra dov’era maturata la sua vocazione, davanti agli altari con le raffigurazioni dei principali santi francescani. Dalle cronache si deduce che sua preoccupazione principale fu la cura degli indigeni, ai quali trasmettere non solo la dot62


trina cristiana, ma le specifiche tecnologie per organizzare l’agricoltura, la coltura del bestiame, la costruzione di edifici nei villaggi comunitari, il gusto e la gioia di potersi esprimere tramite l’abilità artigiana e le varie forme d’arte.1 Colpisce, nelle Californie, l’altissimo numero di nomi di santi attribuito a città e villaggi, fiumi e baie, vallate e montagne. Era infatti usanza di spagnoli e messicani battezzare le località raggiunte con il nome del santo del giorno. Nel caso dei nuovi complessi missionari, il vicerè in carica demandava la scelta ai religiosi che ne erano i responsabili. Su 21 missioni, ben sette portano il nome di frati francescani: San Diego de Alcalà, San Juan Capistrano, San Buenaventura, San Luis Obispo de Tolosa, San Antonio de Padua, San Francisco de Asis, San Francisco Solano. Una è dedicata ad una monaca francescana, Santa Chiara, e tre a terziari francescani: San Luis Rey de Francia, San Fernando Rey de Espana e San Carlos Borromeo. Al culto per l’Immacolata fa riferimento La Purisima Conception de Maria Santisima mentre alle sofferenze della Madonna si intitola la Nuestra Senora Dolorosisima de La Soledad (tutti i nomi sono riportati nella loro scrittura originaria e restano tali oggi nonostante la dominante lingua inglese). A san Giuseppe, sposo di Maria e padre putativo di Gesù, è intitolata la missione San Josè e all’eremita precursore di Gesù, figlio di Elisabetta e di Zaccaria, la San Juan Bautista, mentre Santa Cruz ri-

1 Vedi anche biografia breve alle pp. 20-21 de “La California di padre Junipero” 63


chiama il simbolo cristiano per eccellenza, la croce sulla quale morì il Cristo. Ai tre arcangeli della sacra scrittura sono dedicate le missioni di San Gabriel, san Miguel e San Rafael. Commemorate anche due vergini martiri cristiane nei complessi di Santa Ines (sant’Agnese vergine e martire, la santa Maria Goretti dei tempi di Diocleziano) e Santa Barbara, il cui culto è diffusissimo nonostante ne sia stata di recente messa in dubbio l’esistenza. La tradizione dice che Barbara fosse figlia del pagano Dioscoro di Nicomedia al servizio dell’imperatore Massimiano. Scopertane la conversione al cristianesimo, il padre infuriato la consegnò ai carnefici decapitandola quindi egli stesso, che fu istantaneamente incenerito da un fulmine. Barbara è la patrona dei vigili del fuoco, ma anche di carpentieri, artificieri, artiglieri, minatori e moribondi. Tra i santi patroni laici delle missioni spiccano i nomi di due monarchi: san Fernando re di Spagna e san Luigi re di Francia. Legati da vincoli di parentela (Ferdinando III era zio di Luigi, essendo fratello di Bianca di Castiglia, reggente durante la minore età del futuro Luigi IX) ambedue i regnanti dimostrarono giustizia e compassione, conducendo una vita ispirata alla regola del terz’ordine di san Francesco. Nipote di Luigi IX di Francia e pronipote di santa Elisabetta di Ungheria era l’altro Luigi, il santo vescovo di Tolosa, che aveva rinunciato alla successione al regno d’Angiò e di Napoli per farsi frate francescano. Anche tra i regnanti potevano esserci modelli di virtù e di perfezione cristiana. Oggi, in tempi democratici e repubblicani, i santi laici emergono tra la gente comune, sono padri e madri di famiglia, educatori di giovani, lavoratori responsabili e professionisti generosi. Apostoli della carità e del 64


vangelo incarnato, ne troviamo esempi - tra l’altro - in Giuseppe Moscati (il medico santo di Napoli) e in Josemaria Escrivà de Balanguer (il propagatore della vita santa dei laici). I religiosi poi si chiamano Giovanbattista Scalabrini, Daniele Comboni, Maria Bertilla Boscardin, Edith Stein - patrona d’Europa - e ancora Padre Pio da Petralcina, Madre Teresa di Calcutta. Santi anche gli indigeni - un tempo sconosciuti e sottostimati - come il guatemalteco Hermano Pedro e i messicani Juan Diego, Juan Bautista e Jacinto de los Angeles. Quali missioni dedicare loro oggi, nell’anno 2002 dopo Cristo? Ma qui, al Carmel, è venerato soprattutto san Carlo Borromeo, ricorrenza il 4 novembre. Nato ad Arona in Lombardia da nobili genitori - la madre era Margherita de’ Medici - fu segretario di stato di Pio IV prima di diventare arcivescono di Milano. Le cronache ne parlano come di un “riformatore dell’amministrazione... attentissimo ai poveri e ai malati che visitava personalmente... conducendo una vita di esemplare pietà ed umiltà”. Anch’egli era terziario francescano. Per di più italianissimo, come gli umbri Francesco e Chiara d’Assisi, il laziale Bonaventura da Bagnoregio, l’abruzzese Giovanni Capistrano e la giovanissima romana Agnese. Ad Arona, dominante il lago Maggiore, una colossale statua ricorda il suo santo figlio. Dalle sponde del Pacifico, da questa splendida baia di Monterey è bello immaginare un legame ideale tra il magico Carmel e l’Italia geograficamente tanto lontana. Dicembre 2002

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Baja California, immagine satellitare 2007

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Un nuovo calvario del popolo migrante Tijuana, Baja California nord Porta del Norte per centinaia di migliaia di poveri in cammino verso la “terra promessa”, messicani e centroamericani, Tijuana è una metropoli dai forti contrasti. Con lo sviluppo del turismo locale e internazionale, sono enormemente cresciute anche speculazione e prostituzione: grossi giri d’affari, non certo a favore dei poveri. Ci raccontano che le taglie sull’emigrazione clandestina sono il terzo business di Tijuana. Costa 400 dollari americani, oltre duemila pesos, l’ingresso clandestino nel Norte. Se ne occupano individui mezzo messicani e mezzo americani che vivono lungo il confine e conoscono tutti i trucchi dell’arte antica di “spennare il pollo” caduto nella rete per necessità o per disperazione. Li chiamano coyotes, come i cani lupo che in questi territori svolgono lo stesso compito degli sciacalli africani. Con San Diego, bella città di stile coloniale, Tijuana spartisce un’aerea di confine di oltre 25 chilometri: dal faro sulla spiaggia del Pacifico ad un arido promontorio conosciuto come “Nido dell’aquila”. Oltre la metà dei migranti senza documenti passa di qui. A metà c’è un tratto, chiamato “Smuggler’s Canyon”, il canyon del contrabbandiere, e poi un altro ancora, il “Death Man’s Canyon”, ovvero il canyon della morte, dove si sono verificati omicidi, aggressioni, sequestri di persona, violenze a donne e a bambini. Nonostante rischi e difficoltà, severi e talvolta violenti interventi della “Mi67


gra” (la polizia di frontiera), il flusso non cessa. Il richiamo del nord, il miraggio di una vita meno povera e più libera, spingono migliaia di migranti a lottare per la dignità e il futuro dei figli. Non si può ignorare la realtà di questi popoli, in cammino su una terra che Dio ha dato a tutti gli uomini perché ci vivessero in pace e giustizia. La legge 187, emanata dal governatore dello stato di California, vieta la scuola ai figli dei lavoratori indocumentati, nonché l’assistenza medica e sociale ai residenti illegali. Ma ha suscitato un coro di proteste, anche se ha favorito, in novembre scorso, la vittoria elettorale del repubblicano Pete Wilson. Un’operazione politica, com’è stata definita, per accontentare molti elettori timorosi dell’invasione dei popoli dal sud. Senza tenere conto che da là proviene la manodopera sottocosto, appunto perché clandestina. “La 187 è contraria ai principi della costituzione americana - afferma padre Livio Stella, superiore provinciale del missionari scalabriniani. - Si tratta di una manovra politica dei repubblicani per vincere le elezioni”. Anche se un po’ alla volta sarà accantonata, quesa legge ha creato nei clandestini un grande panico. Molti hanno deciso di ritornare in Messico, e si sono concentrati a Tijuana, lasciando in molti casi alle spalle mogli e figli. La recente “Operacion Guardian” messa in atto dal dipartimento di giustizia della California, ha rinforzato con agenti e mezzi sofisticati il controllo della frontiera. Alla “Casa del Migrante” di Tijuana, dove sono annualmente accolti circa diecimila migranti, c’è stato un improvviso aumento del cinquanta per cento degli assistiti, molti dei quali deportati o spontaneamente 68


rientrati in Messico per paura dell’arresto. Com’è nata la Casa del Migrante? Lo chiedo al fondatore, padre Florenzo Rigoni, qui giunto per partecipare ai festeggiamenti del patrono della locale parrocchia, San Felipe de Jesus, morto martire in Giappone. “Ritengo che la parabola del samaritano sia l’unica risposta. Il samaritano non aveva alcun motivo per accogliere il poveretto abbandonato per strada. Non aveva motivo religioso, politico o sociale. Agì semplicemente da uomo a uomo, da fratello a fratello. Io mi sono lasciato “provocare” da un dramma, che tuttavia poteva schiudere la porta alla speranza”. La fondazione della Casa avvenne nel 1985, dieci anni or sono, al culmine della deportazione. Un volontario della Casa spiega che, al momento dell’arrivo, questi poveretti sono spaventati, denutriti, confusi. Parlano delle loro frustrazioni dopo essere stati deportati o dopo avere faticosamente attraversato “il nuovo muro di Berlino”. Qui accolti e assistiti, il loro sguardo brilla di gratitudine. Non riescono a capacitarsi di essere ricevuti come fratelli e non come “illegali”. Un giovane volontario, Alfredo Mosquer, seminarista messicano di Purepero, dichiara quanto segue: “Ogni emigrante rappresenta una storia e un mondo differenti, uniti tuttavia in un unico sogno: attraversare il confine. I migranti sono “popolo in cammino”: uomini, donne e bambini, provenienti da varie parti del Messico e dell’America centrale. Hanno lasciato le loro famiglie, la loro terra, la loro chiesa e una società ingiusta, che li ha costretti a vivere in povertà”. “Proibire ai cosidetti indocumentati i benefici dell’educazione e dell’assistenza è contro il futuro dell’America, un paese di immigrati. I figli di questi immigrati 69


sono nati qui, e comunque continueranno a vivere negli Stati Uniti. Se non saranno stati educati, si rivolteranno e diventeranno una perenne contraddizione. Perciò si deve chiudere l’emergenza. Gli Stati Uniti hanno bisogno di manodopera per far fronte all’espansione dei mercati...”. A parlare è ancora padre Livio Stella, che si trova a Tijuana, tra i suoi missionari in prima linea, per organizzare l’apertura di due nuove case di accoglienza nelle zone cruciali dell’emigrazione del Centroamerica. Sono stati due vescovi, quello della diocesi di Tapachula nel tribolatissimo Chiapas, e quello di San Marcos in Guatemala, a chiedere la presenza dei missionari scalabriniani nelle “linee del fuoco” di Tapachula e di Tecun Uman. Padre Ademar Barilli, già direttore della Casa del Migrante di Tijuana, e padre Florenzo Rigoni, fondatore della stessa, sono in partenza per il fronte, con la loro esperienza, con la loro carica spirituale ed umana, con tutto il loro amore per il popolo in cammino. Da padre Ademar ho raccolto le sue impressioni sulle leggi restrittive in materia di immigrazione. Una illuminante conversazione con questo figlio della terra brasiliana, nato a Encantado, nel Rio Grande do Sul, da genitori di origine veneta e fin da piccolo abituato a parlare il ‘Talian. Conoscitore profondo della realtà migratoria, appassionato difensore dei poveri e dei perseguitati, usa fare un parallelo tra i migranti e le gocce di pioggia: “Se la terra non è preparata, tutto si secca e va perduto. Quindi prepariamoci, e la migrazione sarà una benedizione di Dio”. A Tijuana egli ha passato la mano a padre Gianni Fanzolato, che ha lavorato per otto anni in Cile. “Chi arriva da noi ha il conforto di una famiglia che dà sicurezza e speranza”, afferma. 70


A padre Florenzo Rigoni1 chiedo come vede la situazione dieci anni dopo la fondazione della Casa. “Stanno cambiando i modi e i ritmi della mobilità umana, soprattutto nel settore dei rifugiati e dei profughi, dove la sopravvivenza è sempre più difficile. Il Messico ha superato la fase critica. Però il fenomeno è destinato a diventare sempre più drammatico. Anzi sarà la grande sfida degli anni a venire per tutto l’emisfero Nord, compresa la nostra Italia”. Così mi lascia padre Flor Maria, come ama farsi chiamare, nato su un camion di partigiani lungo la strada Premia-Domodossola, dove la mamma lo partorì nell’anno 1944. “In prima linea, dunque, da quando aprii gli occhi alla vita”. Febbraio 1995

1 Tuttora Direttore della Casa del Migrante di Tapachula in Mexico. www.migrante.com.mx/Tapachula.htm 71


Appena arrivati alla Casa del Migrante

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M’i Npo’n Ba’j: senza limiti né frontiere Tecun Uman, Guatemala La fila quotidiana dei migranti bisognosi di assistenza è lunga, interminabile. Quasi tutti sono giovani di età compresa tra i 17 e i 25 anni. Sono fuggiti dai loro paesi e dalla povertà, ma spesso anche dalla persecuzione politica, per tentare la via del nord, alla ricerca di condizioni di vita migliori per sé e per le proprie famiglie. Non sanno che cosa li aspetta. Oppure lo sanno, per averne sentito parlare, ma la forza della speranza li spinge a correre qualsiasi rischio. Provengono dal Nicaragua, dall’Honduras, da El Salvador, da Costarica, da Cuba. Nei paesi centro-americani possono circolare senza visto, basta un semplice documento d’identità. Anche il Messico fino a poco tempo fa era zona di libero accesso per gli abitanti dei vicini paesi, oggi non è più così. L’irrigidimento della politica immigratoria degli Stati Uniti (in particolare nella California, come si è visto parlando dello sbarramento di Tijuana) ha coinvolto gli interessi messicani: i presunti paradisi del nord chiudono sempre di più le porte ai poveri, e cacciano via gente già sfruttata o tollerata da anni. Una giovanissima mamma guatemalteca, Angelina Francisco Lopez, stringe convulsamente tra le braccia l’ultimo nato, e piange per paura che glielo portino via. Qui accade anche questo: il commercio di bambini a scopo di lucro, oltre alla tratta delle donne da destinare alla prostituzione. Dopo undici anni di lavoro in Messico, dove aveva raggiunto il marito Pa73


scual Perez Lopez e dove sono nati i loro tre figli, Irma Linda, Ana Maria e Miguel - cittadini messicani - è arrivato il provvedimento di espulsione, con la confisca della casa, l’esproprio del fazzoletto di terra dove l’avevano costruita, e la consegna dell’intera famiglia alle guardie di confine. Ad un giovane salvadoregno sono appena stati strappati i documenti d’identità: per lui questo significa la prigione. Non si era affidato al “coyote” di turno, appartenente a quella razza di speculatori che nelle zone di frontiera di tutto il mondo succhiano il sangue ai poveri. Una ragazza dell’Honduras è stata violentata davanti al suo ragazzo, il quale - pur essendo in possesso di documenti legali - si era rifiutato di pagare la “mordida” alle corrotte guardie di frontiera. Sono solo alcuni dei casi di sopraffazione quotidiana che scuotono le nostre tranquille certezze e di fronte ai quali non si può rimanere indifferenti. Con la legge Simpson, gli Stati Uniti avevano concesso l’ingresso a migliaia di lavoratori agricoli da adibire alle proprie fattorie, non prevedendo che essi avrebbero richiamato le famiglie. Ciò aveva provocato un afflusso incontrollato di nuovi immigrati. Vennero presi provvedimenti contro i ricongiungimenti familiari, considerati alla stregua di immigrazione clandestina, quindi illegali. La politica delle espulsioni, già in corso tra Stati Uniti e Messico, si è recentemente incattivita ai confini tra Guatemala e Messico, considerato dai centro e sudamericani la porta d’entrata al mitico “Norte”. Tecun Uman è uno dei punti caldi di questa nuova “geografia della miseria”. Cittadina di ventimila abitanti stanziali, cui se ne sono aggiunti 25 mila di fluttuanti, è localizzata a sud del dipartimento di San Mar74


cos, il cui capoluogo è la città omonima. Quest’ultima sorge su un altopiano di circa 1500 metri: tutto intorno si estende la zona vulcanica, con cime che superano i quattromila metri di altitudine. Al di là si trova il messicano Chiapas, altra zona di ribellioni, guerriglia e tribolazione. Le condizioni di vita della popolazione riflettono, in percentuale, quelle dell’intero territorio: un privilegiato due per cento, costituito da alta borghesia, esponenti politici, esercito e multinazionali, detiene la proprietà dell’85 per cento di tutti i terreni fertili, della finanza, dell’industria, del commercio e delle comunicazioni; al rimanente 98 per cento della popolazione restano il 15 per cento dei terreni fertili e le cosiddette “terre fredde” di montagna. L’ottanta per cento della popolazione è povera, e più della metà di essa versa in condizioni di miseria estrema. L’analfabetismo, dovuto all’inefficienza del potere, all’assenza di opportunità di scolarizzazione e alla mancanza di mezzi, tocca quota 66 per cento. La disoccupazione è al 50 per cento. Per i fortunati che lavorano, il salario minimo mensile è di 540 Quetzal (circa novanta dollari) a fronte di un costo della vita superiore a quello del vicino Messico. Quanto basta ad alimentare un costante commercio clandestino attraverso i confini dei due paesi. “E’ una situazione molto difficile - afferma il vescovo della diocesi di San Marcos, Alvaro Leonel Ramazzini - e la struttura sociale del paese non aiuta certo a risolvere il problema”. Monsignor Ramazzini, un coraggioso cinquantenne di lontane origini bresciane, afferma che in Guatemala “il problema delle migrazioni è in rapporto molto stretto con quello della giustizia sociale nei paesi centroamericani, dove la ricchezza è 75


in mano a pochi, perciò molti vanno in cerca di un futuro degno”. E’ stato il vescovo a chiamare qui gli scalabriniani: i missionari appartenenti alla congregazione di San Carlo, nata alla fine del secolo scorso in Italia per assistere in grande esodo dei nostri connazionali. Migranti con i migranti, oggi sono presenti non solo tra gli italiani nel mondo, ma anche laddove le necessità e le sofferenze sono estreme. “La mancanza di lavoro e di infrastrutture per i residenti, con l’aumento del numero dei migranti e dei deportati, ha favorito delinquenza, prostituzione, traffico di stupefacenti e contrabbando, considerati come i principali mezzi di sopravvivenza” dice padre Ademar Barilli1. Oriundo italiano (i bisnonni emigrarono nel Rio Grande do Sul, in Brasile, oltre un secolo fa), il missionario è stato assegnato a Tecun Uman dopo l’esperienza della “Casa del migrante” di Tijuana nella Bassa California, considerata per anni quella “frontiera del Nord” che ora si è spostata quaggiù, all’estremo confine tra Guatemala e Messico. “A fare le spese di un tessuto sociale tanto degradato sono soprattutto i migranti - spiega padre Ademar - e per queste ragioni stiamo costruendo un centro che contribuisca ad alleviare le sofferenze di queste persone, offrendo loro un’accoglienza umana, un tetto, del cibo, cure mediche, formazione, assistenza giuridica e spirituale”.

1 Tuttora Direttore della Casa del Migrante di Tecun Uman. www.migrante.com.mx/TecunUman.htm 76


La “Casa del Migrante” di Tecun Uman è posta strategicamente lungo il Rio Suchiate, che segna il confine con Ciudad Hidalgo, capoluogo del messicano Chiapas. Alla sua realizzazione stanno cooperando anche gli italiani di Vancouver, memori di essere stati loro stessi migranti, certamente più fortunati e riconoscenti agli scalabrianiani per la loro assistenza morale e spirituale. La casa prenderà nome da una parola in Mam, la lingua dei Maya che qui costituiscono il 66 per cento della popolazione. Si chiamerà M’I NPO’N BA’J che significa “senza limiti, senza frontiere”, quasi a tradurre la speranza reale di un mondo senza barriere, dove ad ogni essere umano venga riconosciuto il diritto alla mobilità e alla realizzazione di una vita degna. Ma anche a significare la presenza italiana nel mondo, quella senza limiti e senza frontiere. Gennaio 1996

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Albergue juvenil in Baja California Mexicali, Baja California nord Circa un milione di abitanti, Mexicali è la popolosa capitale della Bassa California Nord, nella valle resa fertile dagli impianti di irrigazione alimentati dalle acque del Rio Colorado. Sede dell’università autonoma della Bassa California, è famosa anche per il bel Museo di antropologia e storia naturale. Importante centro commerciale, i suoi abitanti si considerano più vicini a Città del Messico che all’intero territorio della penisola e costituiscono una delle più fiorenti comunità messicane. Una caratteristica della località è il gran numero di cliniche specializzate in odontoiatria: gli americani vi accorrono numerosissimi per curarsi i denti a prezzi competitivi. A Mexicali gli scalabriniani hanno promosso, con la collaborazione di un gruppo di laici intelligenti e generosi, la realizzazione di una struttura di accoglienza rivolta a migranti minorenni: ragazzi che rischiano l’avventura dell’emigrazione clandestina, giovani madri con bambini in fasce in fuga dai poveri paesi natali. Gli scalabriniani sono gli stessi della chiesa di Sant’Antonio di Imperial. Qualche anno fa erano padre Firmo Mantovani e padre Ademar Barilli ad occuparsi dell’Albergue juvenil del desierto, com’è chiamata l’istituzione, il cui scopo è la reintegrazione famigliare dei migranti minorenni. Assegnato attualmente al centro è padre Mauro Verzeletti. La sede è in un piccolo ex convento di monache: ci sono un dormitorio con letti a castello, una sala soggiorno, una cucina con refettorio, servizi igienici e docce, la79


vanderia, dispensa. Al centro un chiostro fiorito con accesso ad una graziosa cappella (disponibile come dormitorio notturno per mamme e bambini). Vi prestano assistenza gli stessi benefattori dell’istituzione, tra cui la direttrice Bianca Villasenor de Corella e l’amministratrice Edna Camon. In questo periodo ci sono anche due giovani volontari provenienti dalla Germania: stanno impegnando in questo modo il periodo corrispondente al servizio militare obbligatorio. Per loro si tratta di un’esperienza umana straordinaria. Nell’albergo del deserto possono essere ospitati fino a trenta giovani al giorno. Vengono offerti protezione, alloggio, cibo, vestiario, assistenza morale e spirituale a ragazzi dai 13 ai 17 anni, giunti qui in cerca di lavoro da altri stati del Messico e da paesi centroamericani, o semplicemente “ninos de la calle”, bambini che vivono per strada ricorrendo ad espedienti o lavori occasionali. I ragazzi migranti hanno necessità particolari: non si tratta solamente di bisogni materiali, ma di programmi specifici di reintegrazione e talora di riabilitazione. Basta osservarne lo sguardo diffidente, la posizione ricurva del corpo: parlano di soprusi e violenze subite, operate da coloro che dovrebbero invece dar loro fiducia e speranza. Padre Mauro Verzeletti1, brasiliano del Sud e italiano di quarta generazione, ha scelto come altri confratelli di vivere l’esperienza della frontiera, dove ogni

1 Attualmente Direttore della Casa del Migrante a Città del Guatemala. www.migrante.com.mx/guatemala.htm 80


migrante, uomo o donna, adulto o ragazzo che sia, rappresenta una denuncia silenziosa contro l’establishment economico e sociale, contro il falso ordine di valori di troppa cultura occidentale. “Una comprensione della prospettiva migratoria, e una cooperazione bilaterale Messico-Stati Uniti, possono costituire una soluzione del problema” afferma Josè Carlos Roo Ortiz in un suo saggio dal titolo Una bendicion o una carga?, sul problema degli immigrati illegali messicani negli Stati Uniti. Ma bisogna che l’opinione pubblica impari ad andare oltre al colore della pelle e al paese d’origine della persona migrante. Riusciremo a capire che i problemi di queste persone sono una provocazione per le nostre certezze e comodità, che la loro fame di giustizia si fonda sulla sofferenza, che la loro sete di libertà significa ricerca della pace senza violenza? Marzo 1996

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Il vescovo Sacalabrini tra gli emigranti

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Il viaggio continua Vancouver, British Columbia “Andate in ogni parte del mondo, perché in ogni parte del nuovo mondo non c’è popolo più avvilito del nostro, perché là vi attendono anime che hanno bisogno di voi... Andate, che l’angelo della Bolivia vi chiama, mostrandovi ben cento dieci mila italiani abbandonati. Andate, che l’angelo del Brasile vi chiama, mostrandovi non meno di 340 mila italiani abbandonati. Andate, che l’angelo degli Stati Uniti vi chiama, mostrandovi oltre 500 mila italiani abbandonati. Andate, che gli angeli del Paranà, del Perù, dell’Argentina, della Colombia e di altre provincie vi chiamano, mostrandovi un milione e trecento sessanta mila italiani sitibondi di verità e in pericolo continuo di cadere nei lacci dell’eresia...” Il messaggio risale al 10 luglio 1888 quando, nella chiesa di sant’Antonino a Piacenza, il vescovo fondatore Giovanni Battista Scalabrini consegnò il crocefisso ai suoi primi dieci missionari in partenza per il “nuovo mondo”. Anime generose - come da lui definite - che volano anelanti in soccorso dei nostri connazionali emigrati al di là dell’oceano. Sette in Brasile, tre a New York. Altri erano arrivati in precedenza nel continente americano, inizialmente al seguito dei conquistatori, più tardi per evangelizzare i nativi e assistere i coloni. Mai nessuno prima d’ora s’era specificamente dedicato agli italiani emigrati. Casi sporadici di parroci meridionali partiti con interi paesi, dispersi nella vastità degli spazi e dei miraggi americani, s’erano rivelati impotenti difronte ai bisogni autentici della gente. Altri, come i vicentini pa83


dre Pietro Colbacchini e padre Domenico Mantese, stavano tentando di organizzare in Brasile una congregazione di missionari per gli emigrati: recepirono immediatamente il progetto scalabriniano e vi aderirono con entusiasmo. Finalmente una risposta al grido di dolore di quei nostri lontani fratelli! Risposta anche al nostro grido. Noi, migranti d’oggi, continuità di quei lontani fratelli. Non più solo nelle vastissime Americhe, ma disseminati nel mondo, ovunque ci siano uomini che accolgono o respingono altri uomini. Pellegrini come miliardi di altri, di ogni colore e nazionalità, in cerca di cibo per il corpo e per lo spirito: in cerca di pace. Sono partiti dall’Italia, la nostra madre terra, quei primi dieci. Benedicendoli, il fondatore ha trasmesso loro il carisma inestinguibile dell’amore e dell’umiltà. Per noi, laici in emigrazione, per quelli di noi che conoscono più da vicino l’opera dei missionari di San Carlo (come sono stati chiamati), non c’è dubbio che - al di là della proclamazione beatifica del 9 novembre in San Pietro a Roma - l’eccezionalità (in questo caso santità) di monsignor Scalabrini sta nella totale realistica personale lungimirante riposta ai bisogni di noi migranti. Lo sconvolgente fenomeno emigratorio che ha segnato la storia d’Italia per almeno un secolo, l’imponente emigrazione europea verso i continenti americano ed australiano, le migrazioni causate all’interno di nazioni e continenti da crisi economiche e politiche, da persecuzioni e guerriglie, gli esodi quasi biblici che - come un fremito continuo - percorrono Asia e Africa... tutto ciò egli aveva previsto, molto in anticipo su stati e governi, in anticipo anche sulla stessa Chiesa, da lui sollecitata ad intervenire pianificando gli interventi. Scalabrini è morto novantadue anni or sono, il pri84


mo giugno 1905, nel giorno dell’Ascensione. Aveva sessantasei anni. L’anno prima aveva compiuto una visita ai suoi missionari in Brasile e ne aveva raccolto le esperienze a contatto con le popolazioni emigrate; in un suo memoriale indirizzato all’allora papa Pio X affermava tra l’altro: “La chiesa cattolica è chiamata dal suo apostolato divino e dalla sua tradizione secolare a dare la sua impronta a questo grande movimento sociale dell’emigrazione, che ha per fine la restaurazione economica e la fusione dei popoli cristiani”. Quale visione e quale sintesi! Non la teoria delle cose e dei problemi, ma l’analisi pratica e l’impegno concreto al servizio delle necessità degli uomini. La carità, la solidarietà. “Migranti tra i migranti”, oltre 700 scalabriniani sono oggi presenti in 26 paesi dei cinque continenti. Operano non più solo tra gli italiani, ma ovunque li porti il loro particolare carisma. Sono responsabili di centinaia fra parrocchie e missioni. Il loro impegno si rivolge a centri di apostolato del mare, ospedali, orfanatrofi, case di riposo. Fucine di fede e di cultura sono i cinque centri di spiritualità e i sei centri studi internazionali. E poi le stazioni radio, la trentina di giornali e periodici, gli altrettanti uffici di coordinamento del lavoro pastorale per i migranti nelle diocesi dei vari paesi. La cosa più sorprendente è la fecondità del seme sparso da monsignor Scalabrini. Non solo i suoi missionari hanno saputo ristabilire dignità, fiducia e speranza tra i popoli avviliti, tra gli italiani abbandonati, ma si sono miracolosamente moltiplicati nel terreno da loro stessi lavorato: oggi un consistente esercito di giovani scalabriniani discende dai primi immigrati del Brasile. Sono i nuovi “missionari delle frontiere”: coraggiosi, determinati, umili e forti. Come coraggiosi, 85


determinati, umili e forti sono stati i loro antenati quando hanno deciso di varcare l’oceano ignoto in cerca di pane e di speranza. Come coraggioso, determinato, umile e forte è stato Scalabrini nell’ascoltare la solitudine e l’invocazione di quanti s’erano messi in cammino. Si chiamano Albani, Bagnara, Baldo, Barilli, Bordin... e Costa, Cristofori, Dall’Agnese, Dalla Costa... Ci sono tra loro zii e nipoti, fratelli e cugini... Ci sono pronipoti brasiliani di sacerdoti italiani... come per i Bernardi, i Dalla Vecchia, i Geremia, i Pretto... Da centri vocazionali, noviziati, seminari filosofici e istituti teologici sudamericani e italiani, ma anche dalla Colombia, dal Messico, dalle Filippine, dal Portogallo, stanno uscendo le riserve di un movimento che ha invaso - benedicendolo - il mondo, fino in Sud Africa e in Asia, a Taiwan e nelle isole Filippine. E nei nuovi avamposti di Haiti e Repubblica Dominicana, nei Caraibi, dove tutto è cominciato con lo sbarco di Colombo, e laddove l’angelo di un popolo in fuga, segnato dal dolore e dalla povertà, ha anche chiamato uomini generosi. Il primo agosto è stata inaugurata in Guatemala, alla frontiera sul Messico di Tecun Uman, la Casa del migrante Mi’n Npo’n B’aj: in lingua locale il nome significa senza confini, senza frontiere. Come la più anziana consorella messicana di Tijuana, al confine con gli Stati Uniti, è la risposta di religiosi e laici scalabriniani alle migliaia di richieste dei giovani migranti centroamericani in transito verso i presunti “paradisi del nord”; ma è anche la testimonianza dell’impegno concreto di solidarietà di centinaia di ex migranti vicini ai missionari scalabriniani, uomini e donne, con loro e da loro coinvolti nello spirito del fondatore. “Ero straniero, e mi avete accolto...” La frase di Ge86


sù, densa di significato infinito, è alla base della chiamata scalabriniana: è la sintesi del dramma della persona alienata, povera, sola, disorientata, bisognosa di conforto, di luce, di solidarietà. Ciò di cui tutti noi, anziani e giovani, uomini e donne, abbiamo bisogno. Scalabrini ha letto nel cuore dell’uomo, e gli ha risposto donandogli tutto se stesso. Perciò Scalabrini lo si può leggere, studiare, venerare, ma lo si può seguire solo col cuore. Padre Patrick Murphy, nato nel 1952 a Staten Island, New York - una delle destinazioni di quei primi missionari imbarcatisi a Genova 119 anni fa - di recente succeduto al veneto padre Livio Stella nella guida della provincia San Giovanni Battista (USA/Canada ovest/Messico), riflettendo sulla sua vocazione scalabriniana ha scritto: “To be missionary, to, for, and with the migrants is to realize there are no strangers in this world but rather only friends we have not yet met. The journey continues”. Essere missionario ai, per e con i migranti significa prendere coscienza che non ci sono stranieri in questo mondo, ma solamente amici non ancora incontrati. Il viaggio continua. Ottobre 1997

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Madre e figlio alla Casa Mujer

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Donne da difendere Tecun Uman, Guatemala Tecun Uman era il coraggioso re dei maya Quichè che guidò la sfortunata resistenza del suo popolo contro l’invasione armata spagnola del 1524, quando la conquista del Messico operata da Cortez fu estesa al vicino Guatemala. Tecun Uman si chiama oggi una delle frontiere di questo paese, quella delimitata dal Rio Suchiate, dove il tormentato Chiapas messicano confina con il territorio sud occidentale del dipartimento guatemalteco di San Marcos. Fin qui si estende la diocesi del vescovo Alvaro Leonel Ramazzini: dalle montagne vulcaniche del nord - dove a fatica sono andati spegnendosi gli ultimi trent’anni di guerriglia contro lo strapotere dei militari - alle ricche piantagioni di banane e canna da zucchero della stretta fascia pianeggiante affacciata sull’oceano Pacifico. Dalle condizioni di pura sussistenza dei contadini maya, maggioranza della popolazione, allo sfruttamento della forza lavoro e del latifondo a scopo commerciale (esportazione) da parte di pochi privilegiati dell’alta borghesia - il due per cento! - e delle multinazionali americane. I problemi della diocesi di San Marcos riflettono la realtà di una popolazione per l’ottanta per cento povera, con oltre la metà in condizioni di miseria estrema. Anche se qualche spiraglio di speranza nella direzione della ripresa economica si è aperto con l’avvento della presidenza Arzù (un liberal democratico eletto sia pure con bassissima percentuale di votanti), il cammino verso un’effettiva giustizia sociale è lungo e difficile. 89


Ecco perciò che alle migrazioni interne dei “desplazados”, famiglie intere private delle loro terre e in cerca di sopravvivenza alla periferia della capitale e in qualche sobborgo minore, si è aggiunto il fenomeno delle migrazioni esterne dirette in Messico e dal Messico agli Stati Uniti e al Canada, paesi che stanno applicando leggi immigratorie sempre più restrittive. Per i clandestini c’è la deportazione, se non la prigione. Tecun Uman è l’imbuto attraverso cui passa questa fiumana di gente, espulsa o in cammino verso il nord, dopo la lunga marcia iniziata rispettivamente in Costarica, Cuba, El Salvador, Honduras, Nicaragua. Si tratta in prevalenza di giovani che non si rassegnano a vivere in condizioni di povertà e senza speranza per il futuro. Sono in maggioranza dotati di buona istruzione, molti sono in possesso di un diploma che non potranno mai utilizzare perché non verrà loro riconosciuto. Talora hanno già parenti o amici al nord, e vogliono raggiungerli. Mossi dal desiderio di una vita migliore, o anche dalla forza della disperazione, spesso vittime degli approfittatori di turno, rischiano il tutto per tutto anche se derubati, maltrattati e più volte respinti. La violazione dei diritti umani è qui pane quotidiano. Tra di loro, le vittime piu indifese, le donne. Emarginate perché donne in una cultura ancora maschilista e violenta, doppiamente emarginate quando cadono nella trappola degli sfruttatori: dei loro sogni e del loro corpo. Per loro è nata la Casa de la Mujer Tia Qya, voluta - come la Casa del Migrante Mi’n Npon B’aj - dal vescovo Ramazzini che ne ha affidato la realizzazione e la gestione alle Sorelle Oblate del Santissimo Redentore, congregazione religiosa sorta nel 1854 in Spagna con la missione di “cercare, accompagnare e promuovere 90


in modo integrale la donna prostituita, aiutandola a riscoprire la sua dignità di donna e figlia di Dio”. Sorta con scarsi mezzi ma con tanta fede, la Casa funzionante dallo scorso 1997 come centro di accoglienza e riabilitazione - può oggi contare sul determinante finanziamento della Caritas antoniana di Padova per l’attuazione del progetto intitolato “Donna e dignità lavorativa nel contesto di situazioni critiche”. Il progetto, i cui tempi di attuazione sono previsti in tre anni, offrirà un’alternativa di lavoro retribuito alle donne migranti-prostituite in transito per Tecun Uman. Una piccola fabbrica per produzione e vendita di detersivi e prodotti per l’igiene personale e della casa (in aggiunta al già esistente laboratorio di sartoria) potrà impegnare alternativamente fino a 100 donne: costituirà un’opzione di sviluppo economico per risolvere situazioni personali e familiari. Alcune di queste donne sono già madri o lo stanno diventando: la prima casa dei loro piccoli non sarà la strada, ma Casa Muyer. “Proprio quest’anno celebriamo il centenario della morte della nostra fondatrice, la venerabile madre Antonia Maria della Misericordia” mi dice sorridente suor Luz Angelica Garcia Plata, presentandomi l’ultimo nato da una giovane salvadoregna ospite della Casa. “L’abbiamo chiamato Antonio, un nome tanto caro e significativo”. Gennaio 1998

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Il guerriero Tecun Uman: eroe nazionale del Guatemala 92


Le due facce del Centro America “Tecun Uman è Tecun Uman, e non c’è nulla al mondo di simile”, afferma padre Antonio Muraro, da pochi mesi parroco in questa zona di frontiera. Le strade del paese - circa ventimila abitanti fissi, oltre trentamila fluttuanti - sono tutte una buca. Mi trovo qui per visitare la Casa del Migrante e la Casa Mujer, opere realizzate per assistere i più bisognosi tra i migranti centro-americani alla difficile ricerca di un futuro degno. Molta gente, anche a Vancouver, da due anni a questa parte è stata sensibilizzata all’urgenza del problema e molti hanno generosamente risposto al grido di aiuto lanciato da Tecun Uman in favore di migliaia di persone in attesa di solidarietà concreta. L’Sos degli scalabriniani e delle oblate ha trovato risposta anche tra gli italiani, emigranti di un tempo. Un ulteriore contributo alla conoscenza dell’ambiente Tecun Uman viene ora dal parroco della locale parrocchia cattolica, alla quale fa riferimento il 65% dei residenti; un altro 25% professa l’evangelismo, il rimanente aderisce ad altre religioni o sette. Lo scalabriniano padre Antonio Muraro, vicentino di Dueville, è arrivato a Tecun Uman da qualche mese, dopo 21 anni di servizio agli emigranti in Germania e Svizzera, e otto anni nel seminario scalabriniano di Guadalajara in Messico. Il primo impatto con la nuova situazione? A livello cittadino “la delinquenza libera e impunita”, a livello parrocchiale “l’urgenza di educare i nativi, i fluttuanti e gli emigrati a riconoscersi, rispettarsi e possibilmente sentirsi fratelli”. In questo contesto, priorità assoluta assume la missione educativa “non solo in parrocchia tramite l’insegnamento della dottrina cristiana e il ri93


spetto della legge di Dio, ma con l’evengelizzazione nella scuola e nelle famiglie”. “A Tecun Uman, più che altrove nel mondo, si è perduto il senso della vita” dice padre Muraro. E spiega come il sentimento religioso sia molto profondo in Guatemala, ma occorre educarlo perchè possa svilupparsi e mettersi in relazione serena con Dio e con il prossimo. “Senza educazione, e in mezzo a questa confusione di gruppi religiosi, è facile cadere nella superficialità, nel settarismo, nell’idolatria, o nell’apatia religiosa”. E prosegue: “I problemi di Tecun Uman sono immensi, ma anche la speranza lo è: che questa terra possa almeno un poco assomigliare alla patria futura. In ogni quartiere di Tecun Uman ci sono narcotrafficanti e gente che vive del sudore della propria fronte, ci sono “bares” (bordelli) e case dove la gente si riunisce a pregare, ci sono ladroni e persone che aiutano poveri e infermi. Da ogni famiglia può uscire un drogato o un buon cittadino, una prostituta o una brava mamma. Nella grazia di Dio e nella nostra buona volontà sta il futuro, personale e comunitario”. Un altro pensiero illuminante di padre Antonio, mite scalabriniano dall’aspetto ascetico, migrante tra i migranti del mondo. Ad un collega giornalista che gli ha chiesto “quale personaggio della storia universale, Gesù Cristo a parte, ammira di più e perchè?” ha indicato in Mosè “l’uomo delle tre culture: giudeo per nascita, egiziano per educazione, migrante nel deserto per necessità. Mosè conosce la terra delle sue origini, dei suoi ideali e il cammino per raggiungerli: il deserto”. Gennaio 1998

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Tra villaggi e antiche capitali San Antonio Aguas Calientes, Guatemala Si chiama proprio così, “San Antonio delle acque focose”, il paesino maya distante appena 14 chilometri dalla bella Antigua, la vecchia capitale del Guatemala. Il paesaggio dell’altopiano, con le sue strade tortuose, i minuti terrazzamenti ricavati sui dirupi scoscesi, le scacchiere colorate delle piccole ma intense coltivazioni di mais e di ortaggi, con qualche pianta di tabacco e sparsi arbusti di caffè, è dominato dai vulcani “Agua” e “Fuego”. Giganti sismici dai sonni brevi, con le loro ripetute eruzioni hanno provocato spesso distruzione e morte, provvedendo però anche a fertilizzare e risanare una delle zone più caratteristiche di questo incredibile paese centroamericano, dove i contrasti tra povertà e ricchezza sono scandalosi e dove la giustizia sociale è ancora solamente un sogno. La storia registra che il Guatemala fu “conquistato” nel 1524 da Pedro de Alvarado, agli ordini del “conquistatore” del Messico, Hernan Cortes. Fu un’invasione armata, segnata da massacri e confusione. La regione guatemalteca, fulcro della civiltà maya, fu travolta dalla furia dell’esercito spagnolo. Nonostante ciò, e nonostante le feroci repressioni che seguirono nel corso dei secoli, gli indigeni di origine maya - che costituiscono il 50% della popolazione - riuscirono a mantenere una loro omogeneità culturale, sia pure nell’emarginazione sociale e territoriale, spesso e tuttora indocumentati, costretti a vivere nelle cosidette “terre fredde” di origine vulcanica, all’interno delle montagne. Alla prima capitale, fondata nel 1527 nella valle di Almolonga, sulle falde del vulcano de Agua che la di95


strusse, fu dato il nome di Santiago de Guatemala. Antigua fu la seconda capitale: edificata nella valle del Panchoy, i suoi primi edifici - o meglio ciò che ne rimane in conseguenza dei frequenti sismi - risalgono al 1543. Per oltre due secoli fu il centro politico, religioso, commerciale e culturale dell’istmo centroamericano. Oggi è un capitolo di storia chiuso in se stesso, una perla protetta dall’Unesco, e perciò meta del turismo internazionale organizzato. Un turismo privilegiato, che passa incantato e frettoloso, senza poter approfondire quanto sta accadendo appena al di là di quei bassi edifici dall’antica struttura coloniale. Il colore dei costumi delle donne maya, tanto simili nei loro armoniosi disegni geometrici a quelli dei fazzolettini di terra strappati ai lembi delle montagne, attraggono gli obiettivi di fotografi e cineamatori. Da quei costumi emergono volti segnati dalla fatica e quelle ossa infagottate non hanno milligrammi di carne in più sotto la pelle tirata. Le fascie intrecciate sulle spalle delle giovani contengono lattanti il cui ambiente naturale è fin dai primi giorni di vita il campo di lavoro, il mercato, e la strada per raggiungerli nelle lunghe ore di cammino a piedi spesso scalzi. Sant’Antonio, con il suo amore per i poveri e la sua testimonianza di giustizia, è arrivato anche qui. Non solo, ma è molto amato dalla gente maya, che lo sente come ispiratore di carità e protettore nelle difficoltà quotidiane. Nelle espressioni della pietà popolare, che mescola i gesti della tradizione millenaria con i riti della religione cattolica, avvertiti come fonte di consolazione e di speranza, c’è tutta la ricchezza delle cose semplici e primigenie: il sapore perduto della spontaneità. San Antonio Aguas Calientes è stato fondato da Juan 96


de Chavez nel 1530, tre anni dopo Ciudad Vieja e tredici prima di Antigua. Il “pueblo”, meno di diecimila abitanti sparsi nella valle agricola circostante, è quasi esclusivamente composto da indigeni. Il giovane parroco, padre Elfido Rosario Soto y Soto, si considera un’eccezione per la sua lontana origine europea. Dinamico e sensibile alle problematiche del suo popolo, ospita nella casa parrocchiale una piccola clinica medica. Incaricata della farmacia annessa alla clinica, oltre che dell’attività formativa condotta nell’ambito della “Pastoral de la salud”, è Laura Maria Morales Tomas, una giovane madre di famiglia preparata e generosa. Scopro in lei una profonda devozione antoniana. Mi accompagna in visita alla graziosa chiesa di stile coloniale, mi illustra le tradizioni che anche qui legano i molti fedeli del Santo (la tredicina in preparazione alla festa annuale del 13 giugno, il pane ai poveri, la processione, il bacio della reliquia, la presenza di una confraternita dedita alle opere di carità). “Tutto questo - mi dice - è stato avviato da un francescano ed è ora continuato da noi con convinzione e gioia”. I gigli e soprattutto le bianche calle che sbocciano tra le braccia e intorno alla statua di sant’Antonio, sull’altar maggiore della chiesa, costituiscono i “fiori simbolo” dei maya. Ho visto centinaia di candide calle, lungo i pendii delle strade di montagna e nei mercati dei villaggi, ma le ho viste soprattutto - intrecciate con altre varietà di fiori solamente bianchi - durante il “pellegrinaggio della pace” partito da San Cristobal de la Casas nel vicino Chiapas e conclusosi a Città del Messico, dopo l’eccidio di Acteal, ennesima assurda ferita inflitta alla popolazione maya, già tanto provata dallo sfruttamento e dalla violenza del potere ingiusto. Dove finirà tutto questo? Fino a quando potranno questi uomini, queste donne, questi 97


bambini che nascono già vecchi, portare pazienza? Nella piazzetta antistante la chiesa c’è un mercatino di tessuti fatti a mano: è una caratteristica di San Antonio Aguas Calientes, considerato il cuore dell’artigianato del tessile in Guatemala. I colori brillanti e i magnifici disegni parlano della ricca sensibilità e della geniale manualità delle donne indigene. La scaltra furbizia delle ragazze addette alla vendita, nelle pittoresche bancherelle, se da un lato può stuzzicare il piacere della trattativa, rivela anche il vago permanere di uno stato di diffidenza nei confronti di chi è visto tuttora - sia pure inconsciamente - non come simile, ma come invasore e potenziale sfruttatore. Ma poi il discorso si sposta: sulla provenienza, sull’identità, sulla visita alla vicina chiesa intitolata al santo di Padova, sulla disponibilità del sacerdote e dei suoi collaboratori. La barriera cade. Ci si capisce e, dopo il dono incommensurabile della comunicazione, ci si può scambiare senza imbroglio anche quello pratico: i giusti anche se svalutati quetzals in cambio di un capolavoro di pazienza riassunto in qualche striscia di stoffa, dove i colori sono quelli della terra e del sole e i disegni si ispirano ai sogni dell’uomo. Durante la mia visita al Guatemala, ho visto di passaggio altri villaggi intitolati al Santo, come San Antonio Suchitepequez lungo la strada da Tecun Uman alla capitale, San Antonio Hotenango presso Santa Cruz del Quichè (a nord della famosa e pittoresca Chichicastenango), San Antonio Palopò sul lago Atitlan e San Antonio Sacatepequez ad est della città di San Marcos. Ma questo, ai piedi dei vulcani di Acqua e di Fuoco, resterà per me indimenticabile. Febbraio 1998 98


Guatemala, nunca mas! Città del Guatemala Se il 26 aprile scorso non fosse stato brutalmente assassinato, monsignor Juan Gerardi Conedera1 avrebbe appena compiuto 76 anni. Era infatti nato il 27 dicembre 1922 a Città del Guatemala. I genitori, Manuel e Laura, erano ambedue discendenti di emigrati italiani. Nel 1871, cinquanta famiglie - alcune con bambini molto piccoli - imbarcatesi a Genova alla volta del Brasile e dell’Argentina, finirono non si sa bene perché nel porto guatemalteco di Santo Tomas de Castilla, nella costa atlantica. Il comandante della nave si diresse con i suoi “passeggeri” alla capitale, dove “li vendette” (dichiara testualmente una sorella del prelato, Carmen Gerardi) “negoziando con l’allora presidente del Guatemala, Justo Rufino Barrios, il potente dittatore del paese”. Ad alcune coppie senza figli fu permesso di proseguire il viaggio verso il Brasile e l’Argentina. Tra le famiglie rimaste in Guatemala c’erano i nonni paterni di

1 Il più importante quotidiano del paese, “Prensalibre”, ha annunciato il 10 gennio 1999 che i lettori avevano designato monsignor Gerardi “personaggio dell’anno 1998”. L’intera prima pagina a colori è stata dedicata a questo odierno martire della pace e della verità, ed un inserto del giornale conteneva la biografia e l’elencazione delle innumerevoli coraggiose battaglie da lui condotte in favore del popolo del Guatemala. 99


monsignor Gerardi, Domenico ed Anna, di origine trentina. Il loro figlio Manuel avrebbe un giorno sposato Maria Laura Conedera, figlia del veneziano Latino Conedera, anch’egli costretto a sbarcare da quella nave. Continuarono a fare i contadini. Soffrirono e sacrificarono molto, ma riuscirono a sopravvivere, aiutati in ciò anche dal console italiano allora accreditato in Guatemala. La loro era una piccola impresa familiare: coltivavano verdura e poi la distribuivano, con un carrettino trainato da una mula, ai ristoranti della capitale. Juan - racconta Carmen Gerardi - rimase orfano del quarantaduenne papà nel giorno della sua prima Comunione. La mamma, di appena trent’anni, continuò coraggiosamente l’educazione dei quattro figlioli, aiutata in ciò dagli zii. Carmen è l’unica vivente dei quattro figli di Manuel e Laura: Giovanni, Francesco, Carmen e Maria Teresa. La famiglia Girardi Conedera era e resta una famiglia cattolica molto unita, dove si vive l’amore e la solidarietà. La domenica 26 aprile scorso, poche ore prima di essere assassinato, monsignor Gerardi aveva cenato a casa dei nipoti, facendo quindi ritorno, stanco ma contento, alla canonica della parrocchia di San Sebastian, di cui era pastore amatissimo. Mancavano pochi minuti alle dieci quando, nel garage di casa, dove stava parcheggiando la sua Wolkswagen bianca, Juan Gerardi fu aggredito da una o più persone (ancora non è stato chiarito) con feroci colpi da blocco di cemento sulla testa, che gli provocarono 17 fratture e la morte in pochi minuti. “Attaccarono il suo cervello e il suo volto: come volessero uccidere la sua intelligenza, le sue idee, i suoi sogni e le sue visioni... Gli distrussero la faccia, le nari100


ci, la bocca con la quale annunciò per tanti anni la parola di Dio, con la quale proclamò instancabilmente per tanti anni la pace e la riconciliazione” afferma Maria Christine Zauzich, che per l’ufficio dei diritti umani dell’arcivescovado del Guatemala ha curato l’opuscolo “Martir de la Paz, Monsenor Juan Gerardi Conedera 1922-1998”. Due giorni prima - nella sua veste di responsabile dell’ufficio dei diritti umani dell’arcivescovado del Guatemala - egli aveva ufficialmente presentato, al proprio paese e al mondo, il documento denominato GUATEMALA, NUNCA MAS (mai più), un progetto interdiocesano per il recupero della memoria storica (REMHI in sigla) al quale aveva lavorato nei precedenti quattro anni con tutti i confratelli vescovi: quattro libri contenenti la documentazione delle violazioni dei diritti umani commessi dall’esercito e dalla guerriglia negli oltre trent’anni di guerra, e le conseguenze sofferte dalla popolazione guatemalteca. Qualche cifra? Seimilacinquecento testimoni vi parlano delle 55.000 vittime: responsabili per il 79,2% l’esercito ed i gruppi paramilitari - come le pattuglie di autodifesa civile (PAC) - e per il 9% la guerriglia. E’ chiaro che tutto ciò non può lasciare tranquillo il potere militare, tuttora fortissimo in Guatemala, e la cui feroce vendetta è sotto gli occhi dell’opinione pubblica del mondo. Il popolo del Guatemala è tuttora in pianto. I suoi pastori e coraggiosi difensori sono perseguitati. E il potere politico che fa? Il presidente Arzù, dopo aver proclamato tre giorni di lutto nazionale, ha parlato di “situazione confusa e complessa”, mentre altri politici hanno suggerito che “potrebbe trattarsi di un crimine di 101


delinquenza comune” a scopo di furto. Il potere giudiziario a sua volta, per confondere l’opinione pubblica e deviare la ricerca dei veri responsabili, ha inventato la vittima sacrificale e - tre mesi dopo il clamoroso assassinio - ha fatto arrestare il padre Mario Orantes, assistente parrocchiale di mons. Gerardi, diabolicamente congegnando l’assurda storia del suo cane, Balao, che avrebbe ripetutamente morso il capo del prelato. Storia smentita dagli esami medici eseguiti sulla salma riesumata. Sono trascorsi quasi nove mesi dal giorno del delitto, ed ancora non si vuole fare giustizia. Il 6 ottobre scorso, da San Josè di Costarica, il coordinatore e portavoce della Codehuca - la commissione per la difesa dei diritti umani in Centroamerica - Factor Mendez, ha affermato che esistono “prove irrefutabili” che il vescovo ausiliare Juan Gerardi fu assassinato da cinque membri della Stato Maggiore Presidenziale (EMP) e che uno di loro ha il grado di colonnello. Dicembre 1998

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La chiesa dei martiri del Guatemala Intervista a padre Mario Geremia1 all’indomani del delitto Gerardi Quali sono le sue impressioni sulla situazione che sta vivendo la chiesa del Guatemala, dopo l’assassinio di mons. Gerardi? Chiaramente lo si è letto e tuttora lo si legge come un delitto politico, anche se ci sembra che da parte degli organismi giudiziari si continui a deviare qualsiasi ricerca della verità. MG - La chiesa del Guatemala sta attraversando un momento di persecuzione molto forte. E’ stata sempre una chiesa con molti martiri, e continua ad essere una chiesa di martiri, perché persegue la verità, lavora per i diritti umani, tutela le persone più povere, e quindi è perseguitata. La guerra è terminata, ma continua la persecuzione. Si tratta di una persecuzione molto sottile, da parte di gruppi di potere; lo stesso governo non è che appoggi molto la chiesa. Perciò è nitido, chiaro e comprovato che l’assassinio di mons. Gerardi è stato un assassinio politico, perché egli era schierato con i poveri, con la verità, e in cerca della memoria storica. L’assassinio è accaduto due giorni dopo la denuncia

1 All’epoca di questa intervista Direttore del Centro arcidiocesano di attenzione al migrante di Città del Guatemala. Vedi anche “Camminare con i migranti” a pag. 117 ss. 103


dei crimini del periodo di guerra. Lei pensa che il movente stia in quella denuncia? Monsignor Gerardi era presidente della ODHA, l’ufficio dei diritti umani dell’arcivescovado di Città del Guatemala. Come tale aveva organizzato il lavoro più bello della chiesa, il progetto interdiocesano per il recupero della memoria storica: la ricostruzione cioè di tutti gli assassini dei precedenti trent’anni, allo scopo di riscattare la verità e riconciliare il paese, per pensare finalmente ad una vita nuova, costruire un paese nuovo. Il venerdì 24 aprile aveva rilasciato un comunicato alla stampa internazionale: in seguito a ciò, nel giro di due giorni fu ammazzato, e noi fermamente crediamo che fu perché egli cercò di far luce sulla verità al fine di costruire la vera pace. Perché se la pace fu firmata in Guatemala, fu con il contributo della chiesa: ma alcuni gruppi continuarono a non intenderla così. Che cosa intende in particolare quando parla di “alcuni gruppi”? Intendo che possono essere gruppi di governo e gruppi di potere, cioè quelli che detenevano il potere in precedenza e che tuttora esercitano pressione. Quali interessi hanno questi gruppi? Che non si sappia la verità, per coprire interessi economici. Con la firma della pace, si stabilirono molti accordi di pace, e bisogna rispettarli quegli accordi. Cominciarono... ma ci sono accordi che richiedono cambiamenti, specialmente “l’accordo della terra”, il principale, il più importante (per la ridistribuzione delle terre confiscate ai legittimi proprietari, i campesinos, nda) e su questo non si è fatto alcun passo. Questi gruppi hanno in mano tutta la terra... C’e anche il fatto che con questo nuovo governo si instaurò un sistema neo104


liberale tremendo, con la privatizzazione praticamente di tutte le imprese dello stato. Abbiamo in Guatemala un sistema economico neoliberale nitido e chiaro, che - d’altro lato - potrebbe anche favorire lo spazio politico di partecipazione... Il padre Orantes... Sì, lo conosco bene... E il vescovo era il mio vescovo, e lavoravamo molto vicini. L’hanno arrestato semplicemente per deviare l’opinione pubblica e per ritardare il processo. La dichiarazione a suo tempo raccolta, secondo cui “anche Gesù ebbe il suo Giuda”... La stampa fu comprata per confondere l’opinione pubblica. E’ stato tutto un disegno diabolico. Qual è oggi il principale problema del Guatemala? Il Guatemala è un paese molto ingiusto, “molto mal repartido”... E’ un paese essenzialmente agricolo, e agricoli sono gli indigeni. Il governo deve compromettersi con la giustizia. La soluzione del problema del Guatemala è la soluzione del problema della terra. Gli indigeni non vivono nella loro terra. I vescovi del Guatemala... E’ la conferenza episcopale del Centroamerica più unita e “mas comprometida”... La posizione di mons. Alvaro Ramazzini?... Monsignor Ramazzini è il migliore che abbiamo in Guatemala in termini di denuncia, di compromesso e di annuncio. C’è democrazia in Guatemala? A parole sì: una democrazia che sta sulla carta, però credo che siamo molto lontani dalla democrazia reale. Quanti votano alle elezioni politiche? Pochissimi, a causa dell’analfabetismo e per re105


sponsabilità del padronato che ha interesse a mantenere lo status quo. Ci sono molti, in Guatemala, che non hanno documenti. E allora come può esprimersi la gente? Questo è il punto: non esiste una democrazia reale, esiste una democrazia ideale, molto lontana dalla realtà. Che cosa si sta facendo nel campo dell’educazione? Qualcosa si sta facendo, ma è un processo molto lento, ci vorrano almeno vent’anni prima di vederne i risultati. Quale il suo messaggio? Che cosa si deve far sapere nel mondo e che la gente non sa? Credo che ci siano due cose importanti: la prima è denunciare, fare pressioni internazionali per far sapere che quanto succede è una menzogna: che non si sta cercando la verità, e che bisogna invece cercare la verità. La seconda è di far sapere al mondo che la chiesa del Guatemala è una chiesa compromessa con la verità e con i diritti umani, è una chiesa profetica: il partito della chiesa è il partito della verità, sia dove sia. Questi due punti sono importanti per la costruzione della pace in Guatemala. Perché senza giustizia non c’è riconciliazione, e senza riconcilizazione non c’è pace.

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In fuga dalla disperazione Vancouver, British Columbia Uomini trattati come merce. Non accadeva unicamente ai tempi oscuri del commercio degli schiavi, dolorante umanità strappata a tradimento dalla propria terra e destinata a sopravvivere, sfruttata, in ambienti sconosciuti e alienanti. Ci sono voluti secoli prima che i neri potessero alzare la testa e affermare la loro piena dignità di uomini liberi. Prima di un Martin Luther King, di un Nelson Mandela, di un monsignor Tutu, prima dello stesso ex pugile Rubin “Hurricane” Carter (paladino degli innocenti ingiustamente condannati e detenuti, impersonato da uno straordinario Denzel Washington nel film The Hurricane del regista canadese Norman Jewison). Oggi, nel 2000, il commercio degli schiavi esiste ancora. Può essere meno appariscente e numericamente ridotto, ma non è meno grave e preoccupante. Anche perché questi poveretti affidano la speranza di una vita economicamente migliore nelle mani di contrabbandieri senza scrupoli che esigono dalle loro vittime somme assurde di denaro, e pongono condizioni capestro in cambio di un passaggio clandestino al nord. Il futuro di molti giovani, soprattutto di tante ragazze spesso destinate alla prostituzione e che non trovano la forza di ribellarsi denunciando la realtà, rimane affidato a mafie locali collegate a mafie internazionali. Accade ovunque nel mondo, Europa e Italia comprese; ma ve ne sono esempi quotidiani soprattutto in Centroamerica, dove il miraggio dei cosiddetti “paradisi del nord” - Sta107


ti Uniti e Canada attraverso il Messico - alimenta quotidianamente la fame dei coyotes, sfruttatori di migranti senza documenti in un mondo diviso da frontiere. “Non chiamatemi illegale, perché non sono un delinquente” ha affermato un giovane salvadoregno. Il ragionamento funziona ed è illuminante: illegale è infatti chi ha commesso un delitto, violando la legge penale di una nazione. Nel commercio dei migranti, fuori dalla legalità - e quindi da perseguire - sono i contrabbandieri di uomini e non le loro vittime senza voce e senza diritti. Come i 600 abbandonati nei mesi scorsi lungo le coste della British Columbia dopo l’attraversamento del Pacifico a bordo di anonime arrugginite navi-carcassa provenienti dai territori più poveri della Cina. A decine sono stati scaricati sulle coste impervie e solitarie delle isole Queen Charlotte. Altri ancora sono rimasti recentemente intrappolati per settimane all’interno di containers trasportati su navi mercantili partite da Hong Kong con destinazione Seattle e Vancouver. Alcuni sono arrivati cadaveri. Come altrove, anche in Canada si discute molto di immigrazione, soprattutto per quanto riguarda i rifugiati. Chiunque tocchi il suolo canadese e vi chieda ospitalità, ha diritto all’accoglienza e all’ascolto. Il processo per la definizione dello status di refugee, durante il quale i richiedenti sono detenuti o sotto controllo, è relativamente costoso e complicato. La prima fase è mediamente di undici mesi, ma secondo una recente anche se controversa proposta allo studio del ministro competente, Elinor Caplan, i tempi potrebbero essere dimezzati. Verrebbero ridotti ad un unico livello di giudizio i tre attuali, accelerando in tal modo l’esame dei 18.000 108


casi giacenti e facilitando il raggiungimento del target di 25 mila rilasci di Refugee status programmati per l’anno in corso. Affidare la decisione - accettare o respingere - ad un unico funzionario dell’Immigration Refugee Board (anziché all’attuale giuria di due, con possibilità di appello alla Corte Federale), è considerata però una limitazione al diritto di quanti, secondo la Convenzione di Ginevra, hanno “fondata paura di persecuzione” a causa di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza ad un particolare gruppo sociale. Il rischio di essere rinviati ai Paesi di partenza potrebbe significare per loro la morte. C’è chi vuole leggi più severe e restrittive per frenare il fenomeno dell’entrata in aereo dei clandestini alla ricerca, come i boat people e i containers people, di asilo e opportunità di vita. E c’è chi difende l’indiscussa disponibilità all’accoglienza e alla tolleranza di un Paese fatto prevalentemente di immigrati. I critici sostengono che il corrente sistema Immigration and Refugee (in vigore da una decina d’anni) è troppo generoso e funziona da calamita per gli illegali: si teme soprattutto l’aumento della delinquenza in tutte le sue ramificazioni. C’è poi chi - sordo alle necessità del prossimo - si preoccupa unicamente di dover condividere cibo e lavoro. Non certo spazio. Il Canada, 30 milioni di abitanti, è vasto quanto l’Europa, il suo territorio è 32 volte quello dell’Italia: per il sesto anno consecutivo nello Human Development Report dell’Onu è stato classificato primo tra i Paesi a migliore qualità di vita. Al secondo posto c’è la Norvegia. L’Italia occupa il diciannovesimo, e l’Irlanda il ventesimo. “Siamo un Paese sottopopolato, l’immigrazione è un motore per la crescita economica” ha dichiarato uno 109


dei critici di opposizione, il neo-democratico Pat Martin. “Le nostre leggi sono focalizzate più a tenere fuori la gente che ad attrarla... Sono necessari immigranti per soddisfare la richiesta di manodopera, per controbilanciare l’invecchiamento della popolazione e il basso tasso di natalità”. Il parlamentare si riferiva naturalmente all’immigrazione in generale, compresa quella che regola l’ammissione di operai e tecnici specializzati, di parenti e familiari, di investitori e imprenditori. A sua volta, il critico riformista-conservatore Leon Benoit ha chiesto di “rinforzare i controlli per essere certi che quanti giungono come rifugiati siano ‘autentici’ rifugiati”, e ha detto che “Ottawa dovrebbe fare di più per attrarre immigranti indipendenti” (che garantiscano cioè un investimento di almeno 400 mila dollari e abbiano un capitale minimo di 800 mila, di provenienza documentata e pulita secondo quanto richiesto dall’Integrity Program). Nel loro Red Book del 1993 i liberali avevano promesso di attrarre ogni anno nel paese l’equivalente dell’1% della popolazione. Negli ultimi due anni il target di ammissioni non è stato raggiunto: 400 mila domande sono in attesa di esame. Per il 2000 la quota riservata è di 225 mila anziché di 300 mila: in realtà, si aspettano circa 180 mila nuovi immigranti, rifugiati compresi. Continuano a prevalere gli arrivi dai Paesi asiatici, ma anche dall’est europeo. È ripresa, sia pure in sordina, l’emigrazione dall’Italia: riguarda in prevalenza giovani laureati o specializzati in cerca di impiego, di serenità politica, di un ambiente autentico e sano dove inserire le future famiglie. Se l’ammissione dei rifugiati (assistiti dal governo o sponsorizzati da privati) trova la sua ragione in motivi 110


umanitari, la selezione dei nuovi landed-immigrant si basa sul criterio del punteggio. Educazione, specializzazione, conoscenza della o delle lingue, età, offerta di lavoro - oltre a doti personali di flessibilità, adattabilità, esperienza e conoscenza del Canada - meritano al candidato un quantitativo di punti la cui somma totale gli farà aprire o meno le porte della federazione. È un sistema equanime, basato sul merito, non sulle raccomandazioni. Vengono anche favorite le riunificazioni familiari (spose, fidanzate e bambini) e la sponsorizzazione di genitori e nonni. Inoltre, l’esempio del recente programma Kosovo ha dimostrato che ci sono molti canadesi entusiasti di sponsorizzare i rifugiati. Una volta inseriti, i nuovi immigrati diventeranno parte integrante del Canada, arricchendone il divenire culturale e sociale. E sarà anche un piccolo ma reale contributo offerto al mondo. Febbraio 2000

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PerchĂŠ anzichĂŠ militarizzare le frontiere non si aiutano i paesi poveri a svilupparsi? 112


Il purgatorio dei poveri Calexico, tra Messico e Stati Uniti Il simbolico nome della cittadina di frontiera all’estremo confine sudorientale della California con il Messico è la sintesi di due realtà statuali diversificatesi da appena un secolo e mezzo. Le Californie della Loreto coloniale, la Capital Historica, appartengono al passato. Oggi anche qui, come nella Tijuana del versante occidentale, il paesaggio di dune e vegetazione desertica è dominato dall’oppressivo alto steccato fatto di lamiere, piloni, fili metallici e non solo, a demarcazione di un territorio naturalmente omogeneo. Una barriera artificiale divide due mondi: statunitense e messicano, così affini per origini storiche eppure così lontani per sviluppo socioeconomico. I controlli doganali, per chi va e viene dalla Bassa California, sono rigorosissimi. Da qualche anno la massiccia operazione Gatekeeper, tesa a bloccare, senza riuscirci, il flusso crescente di clandestini provenienti dal Centroamerica, provoca anche nel visitatore nordamericano un senso di disagio. Viene voglia di scappare. Non senza riflettere sull’assurdità delle barriere che separano gli uomini e sull’egoismo che impedisce ai più fortunati di tendere una mano a quanti non lo sono. Nel mezzo del normale traffico delle merci tra le due Californie, e tra il quotidiano andirivieni dei lavoratori legalmente autorizzati (manodopera sottopagata ma indispensabile alle fattorie agricole della fertilissima regione a nord, irrigata dalle acque del Colorado River e di Salton Sea), continui sono gli episodi di so113


pruso e di violenza. Di qui passano - mimetizzati - contrabbando, droga e prostituzione. È naturale che uno stato organizzato voglia difendere il proprio territorio e i suoi cittadini. Ogni anno, negli Stati Uniti, entrano mediamente 250 mila clandestini che vanno ad aggiungersi agli esistenti cinque milioni di illegali. Le leggi relative alla deportazione sono diventate severissime. L’anno scorso l’Immigration and Naturalization Service (INS) ha deportato 55.211 tra ladri, rapinatori, stupratori, assassini, spacciatori di droga e incendiari. A questi va aggiunto l’altissimo numero (62.359) di migranti senza documenti, colpevoli solo di crimini minori, come quello di attraversare i confini in clandestinità, di sottrarre per fame un pezzo di pane o un frutto senza pagarlo, di camminare scalzi e apparentemente ubriachi (di fatica e di dolore) tra la popolazione del luogo. La discrezionalità di giudizio è stata recentemente estesa ai semplici poliziotti cittadini o di contea. Le famiglie sono lontane, non ci sono soldi per procurarsi un avvocato, sopravvengono l’isolamento e la disperazione. Nel carcere di massima sicurezza di El Centro, nella Imperial Valley, a pochi chilometri da Calexico, tra i circa 700 detenuti in attesa di giudizio o di deportazione ci sono moltissimi migranti senza documenti. In maggioranza latinoamericani, ma anche cinesi e mediorientali. Alcuni - come i cubani e i vietnamiti - non hanno speranza di uscita, per mancanza di accordi tra i governi. Di tanti casi si stanno occupando gli scalabriniani missionari dei migranti. Il vicentino Gianantonio Baggio, parroco della chiesa di sant’Antonio a Imperial, conduce la sua quoti114


diana battaglia per l’assistenza spirituale di queste persone. Da qualche mese lo affianca padre Carlo Alberto Titotto, il cui impegno è altrettanto esemplare: “Celebriamo ogni domenica la messa e la riconciliazione e facciamo assistenza sociale: compiliamo documenti, ascoltiamo le loro richieste, scriviamo lettere per manifestare i loro diritti”. Particolarmente importante è l’assistenza psicologica. “Si sentono capiti e appoggiati, ci vedono come i fratelli maggiori che ancora possono parlare con loro senza giudicarli”. Marzo 2000

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Il “patriarca” dei Geremia di Dos Lajeados 116


Camminare con i migranti Vancouver, Britisc Columbia E’ nato nel sud del Brasile da una famiglia di ascendenza vicentina: i Geremia, numerosa “tribù” oggi sparsa in tutto il mondo. Decimo di quindici fratelli, venne alla luce il 5 maggio 1958 a Dois Lajeados, in quel Rio Grande do Sul popolato di emigrati europei, soprattutto veneti, là sbarcati da oltre un secolo e mezzo. Con i loro sogni e il loro duro lavoro essi hanno trasformato il volto della terra di accoglienza, trovandovi speranza di vita e diventando esempio di coraggio, perseveranza e inventiva per l’umanità tutta. Missionario scalabriniano da oltre un ventennio, il suo primo impegno - tra il 1989 e il 1993 - è stato quello di avviare il Centro pastoral do migrantes a San Paolo del Brasile, fungendo anche da vicario della parrocchia Nossa Senhora de Paz, la chiesa degli italiani. Nei due anni successivi si è dedicato alla formazione degli aspiranti missionari al Seminario di filosofia degli scalabriniani a Curitiba, nel Paranà. Più di recente - tra il 1995 e il 2000 - ha lavorato in Guatemala: a Tecun Uman tra i migranti centroamericani e, nella capitale, al Centro de atencion al migrante e con gli indigeni Maya. Ho incontrato per la prima volta padre Mario Geremia in occasione della campagna di solidarietà “SOS Guatemala-Vancouver risponde” finalizzata all’aiuto per edificare la casa del migrante Mi’n npon b’aj, in linguaggio maya “senza frontiere”1.

1 Mi’n npon b’aj: senza limiti né frontiere (Maggio 1996) 117


La frontiera, durissima, è tra il Guatemala e il Messico, barriera e insieme filtro di passaggio tra Centro e Nord America. Era arrivato in questa città del Pacifico canadese insieme con il battagliero confratello Ademar Barilli, fondatore e tuttora responsabile della Casa di Tecun Uman, compagno di ideali e di lotte, come lui nato nel profondo sud del Brasile. A rinforzare la presenza dei due missionari tra la gente delle comunità italiana e latinoamericana, si unì poi il coraggioso vescovo di San Marcos, Alvaro Ramazzini, presidente della Pastorale per la mobilità umana nella Conferenza episcopale del Guatemala. Era il marzo del 1996. Ci furono in seguito altre occasioni di colloquio2 ed ogni volta fui colpita dalla limpida semplicità con cui padre Mario si manifestava, rivelando profonda umanità strettamente legata a ricca spiritualità. Impressioni, queste, condivise da chiunque lo incontri. Quale il segreto di una capacità di comunicare essenzialmente e gioiosamente con l’altro, di immedesimarsi nei suoi problemi, di condividerne il cammino spesso faticoso con rispetto e gentilezza? Quali le motivazioni di una vocazione sacerdotale e missionaria al servizio dei migranti? Me l’ha raccontato lui stesso - durante una sua recente breve missione a Vancouver tra le comunità portoghese e latinoamericana - esprimendosi di volta in volta in lingue diverse: portoghese, spagnolo, italiano e soprattutto veneto, che è poi la seconda lingua ufficiale del suo Paese (ha frequentato anche un corso intensivo d’inglese).

2 La chiesa dei martiri del Guatemala (Gennaio 1999) 118


“La mia prima motivazione, da bambino, fu l’ambiente familiare. Fu il clima religioso - in famiglia e in comunità - ereditato dai nonni e dai genitori come tradizione e forma di vita loro tramandata dai bisavoli che arrivarono migranti in Brasile alla fine dell’altro secolo. Arrivarono con pochissimi mezzi, però con molta volontà di lavorare, molta speranza, molta fede e soprattutto molto amore per la vita. Con questo arsenale irrorato da sacrificio, disciplina, dolore e croce hanno costruito città e lasciato una storia di vincitori: tutto questo nel silenzio e nell’anonimato. I valori religiosi, culturali, comunitari, politici, sociali, economici furono la fonte dell’ambiente in cui nacqui e crebbi. Importante per me fu l’atmosfera di gratuità e festa nella quale si viveva: il condividere tutto, con fratelli e vicini, la preghiera in comune, la responsabilità di dare il giusto valore alle cose e di usarle bene, non lasciando mai un lavoro a metà”. Ci fu inoltre l’esempio del “vecchio e santo sacerdote” che lo battezzò - il defunto Aroldo Murer - descritto come “un uomo allegro, sicuro, sereno, sapiente e molto umano, che lasciò una lunga bella storia di solidarietà e di grandi opere ovunque passò”. “Amico dei contadini, dei lavoratori, degli infermi e dei poveri, organizzò cooperative e sindacati, costruì ospedali, edificò asili e scuole”, dice con ammirata condivisione. Sfogliando una rivista con fotografie di bambini e ragazzi scalzi e straccioni, all’adolescente Mario venne naturale la domanda: Perché io ho e loro non hanno?... E’ la constatazione della necessità che fa nascere la solidarietà. “Questa domanda sempre mi commosse e mi inquietò... Anche se era normale condividere quanto avevo con i compagni di scuola, sentivo che ero capace di fare qualcosa di più, che po119


tevo farlo... e lo feci”, confida padre Mario, che insiste anche su un altro aspetto: l’allegria manifestata da missionari e seminaristi, il donarsi con gioia. “Un motivo che mi animava a cercare... a chiedere di essere come loro”. Una volta in seminario, le motivazioni di base ottennero conferma ad una ad una, ed altre se ne aggiunsero, fino all’opzione finale. “Il carisma della famiglia scalabriniana mi dette come una luce ed una certezza su quanto chiedevo e cercavo. L’ambiente di studio e di orazione contribuì a distinguere la mia scelta, ma mi aiutarono anche le esperienze forti vissute in comunità con i poveri, gli infermi, i lavoratori e gli abbandonati”. Completati gli studi di filosofia in Brasile, Mario Geremia frequentò i corsi di teologia in Argentina e di nuovo in Brasile, a Guaporè, pronunciò i voti perpetui l’8 dicembre 1987, festa dell’Immacolata. Fu ordinato sacerdote l’8 gennaio di due anni dopo a Dois Lajeados. Aveva sviluppato una sensibilità e una coscienza sociali spiccatissime (c’è anche da dire che erano gli anni culminanti della “teologia della liberazione”). “L’ingiustizia, la miseria, il dolore mi disturbavano moltissimo e mi portarono a confermare alcune opzioni, dedicando la mia libertà al servizio degli altri diversi: con rabbia e amore allo stesso tempo”. Ricorda di avere avuto momenti di ribellione tremenda, al punto di chiedere di risolvere le questioni con e attraverso la violenza. “Per mia fortuna ebbi anche momenti forti di orazione personale, per discernere e perseguire soluzioni veritiere e reali, conseguenti con quanto cercavo. Posso tuttavia dire che la questione sociale fu elemento motivante molto forte della mia scelta: l’incontrarmi con l’altro che soffriva, diverso però uguale in dignità, mi scosse sempre molto”. 120


La motivazione finale, “la più difficile” confessa, fu di doversi confrontare con la paternità e la maternità dentro di sè, ovvero la decisione tra formare una famiglia o stare al servizio della famiglia umana. “Per me le motivazioni sono incontri che dobbiamo fare: con le cose, con i valori, con il sociale, con gli altri, con Dio, con se stessi, con il femminile. Da questo dialogo con il diverso si debbono prendere decisioni nella libertà che propone il Signore della vita e della storia quando chiama a far parte del suo progetto e del suo Regno. Posso dire che in quest’ultima tappa ho incontrato il Dio vero e vivo che sempre avevo cercato fuori di me”. Il suo itinerario di ricerca - fa intendere - fu dall’esterno all’interno. Perciò afferma di avere sperimentato permanentemente che “la vita è un processo di incontri verso l’incontro finale e definitivo”. Mi parla dei momenti di grazia (intesi come rivelazione, incarnazione, inculturazione, trasfigurazione, risurrezione) sperimentati in questo ventennio di vita in mezzo ai migranti. “Bisogna farsi uno con il migrante, porsi al suo fianco e camminare con lui per molto tempo, come Gesù con i discepoli di Emmaus. Immedesimarsi nell’altro, con riverenza, rispetto, ascolto, attenzione... Dialogare finché i cuori si riscaldano e si possa insieme spezzare il pane... Dare la vita, condividere la vita...” Lo scalabriniano padre Mario Geremia3 è ora nello stato del Paranà, al Centro di pastorale e attenzio-

3 Oggi, 2007, è vicario della Provincia Scalabriniana a San Paolo in Brasile, dove tra l’altro coordina il Movimento laico e la Pastorale del migrante. 121


ne ai migranti di Curitiba, la grande futuristica città comprensiva, tra l’altro, del barrio italiano di Santa Felicidade. Nel 1888 il beato Scalabrini vi aveva inviato tre dei suoi primi missionari: ad incarnare - com’è urgente tuttora, nel terzo millennio cristiano - il vangelo della libertà e dell’amore, e non certo quello del potere e dell’orgoglio. Dicembre 2000

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L’Okanagan di Pandosy Kelowna, British Columbia La valle dell’Okanagan, 160 chilometri di lunghezza e 19 al punto più ampio della sua larghezza, taglia verticalmente il vasto altopiano del territorio sud orientale della British Columbia. Per la sua bellezza naturale e per le infrastrutture realizzatevi, l’Okanagan è diventato, nell’ultimo ventennio, una zona di grande attrazione turistica non solo per i canadesi e gli americani - che vi soggiornano abitualmente - ma anche per i viaggiatori europei e orientali in visita alle vicine Montagne Rocciose e alla costa canadese del Pacifico. La leggenda dell’Ogopogo, il mostro marino che abiterebbe da sempre il fondo dell’omonimo grande lago disteso al centro della valle, era tramandata di generazione in generazione dai nativi del luogo, che la raccontarono ai primi europei qui giunti all’inizio dell’Ottocento per commerciare pellami. Una leggenda che alimenta la fantasia di grandi e piccini. Ogopogo a parte, tra le attrazioni della valle dell’Okanagan vengono elencati nell’ordine: l’unico vero deserto del Canada (serpenti compresi), una trentina di wineries o aziende di viticoltura, oltre venti campi da golf, alcuni dei principali parchi provinciali (riserve naturali di vita vegetale e animale, luoghi paradisiaci per chi vi campeggia) e le tre principali cittadine di Vernon, Kelowna e Penticton circondate da estesi frutteti. A piantarvi la prima vite e il primo albero di mele fu un giovane missionario europeo, giunto in questi luoghi nel 1859: padre Charles Pandosy, francese, Oblato di Maria. 123


Kelowna, capoluogo dell’Okanagan, è il nome che i Salish abitatori della valle davano alla femmina dell’orso grigio, il leggendario grizzly. Kelowna è stato il primo luogo di convivenza e di incontro, nella terraferma della British Columbia, tra le popolazioni native e i pionieri bianchi che vi si insediarono. Nei cinque decenni precedenti l’arrivo di padre Pandosy c’erano state sporadiche presenze esplorative finalizzate allo sfruttamento del commercio delle pelli. Questo era allora far west. Non c’era stato bisogno di assistenza religiosa. I nativi erano vissuti autonomi e felici con i loro riti e le loro tradizioni; era subentrata la necessità di aiutarli a superare il tragico impatto con la cultura dell’uomo bianco, che a sua volta andava spiritualmente assistito nel nuovo e sconosciuto ambiente di insediamento. La storia della prima missione cattolica dell’Okanagan va letta perciò nel contesto di quella dei primi insediamenti missionari lungo la costa nord occidentale del Pacifico, nella prima metà dell’Ottocento, quando l’immenso territorio non era ancora stato suddiviso tra Stati Uniti e Canada ed era abitato da sparse tribù di nativi che vivevano di caccia e pesca oltre che dei frutti del bosco. “Nel tardo pomeriggio del 4 ottobre 1847” - precisano le cronache - giunsero a Walla Walla, in Oregon, alla confluenza dello Snake con il navigabile Columbia River, i primi cinque Oblati di Maria. Avevano lasciato la Francia otto mesi prima. A Marsiglia erano stati benedetti dal fondatore della loro congregazione, il vescovo Eugene de Mazenod (proclamato santo il 3 dicembre 1995 da Giovanni Paolo II) e destinati al lontanissimo Pacific Northwest. Pronti a cominciare il lavoro erano padre Pascal Ricard, 43 anni, e 124


gli studenti di teologia Eugene Casimir Chirouse, George Blanchet, Charles Pandosy, oltre al fratello laico Celestin Verney. “Catholic missionaries had passed through this way before, but here were the first who had come to settle” registrano ancora le cronache. C’erano state dunque visite di pionieri (i gesuiti de Smet, Demers, Nobili) in viaggio di esplorazione, era giunto il momento dei missionari permanenti. Gli Oblati costruirono la prima chiesa, St. Rose on the Yakima, sul posto loro assegnato dal capo dei cosiddetti indiani, Pipiomosnos, o serpente giallo. Più tardi edificarono la prima missione cattolica, denominata St. Ann. I loro più vicini erano due medici presbiteriani, il dottor Marcus Whitman e sua moglie, che conducevano una misione a Waiilatpu, a 30 miglia da Walla Walla. I coniugi finirono massacrati durante la guerra scoppiata nel 1855 tra gli Stati Uniti e gli Indiani. Charles Pandosy aveva allora 23 anni e non era ancora stato ordinato sacerdote. Nei dodici anni che separano la sua destinazione missionaria al nord del territorio, nella valle dell’Okanagan, maturò in lui la consapevolezza di dover essere non solo evangelizzatore, ma civilizzatore. Come lo furono in genere i missionari cattolici in questa parte del mondo. Nei documenti storici si parla di questo Oblato dal lunghisismo e nobile nome europeo - Carlo Giovanni Felice Adolfo Maria Pandosy - come di un “devoto pastore che servì inoltre come medico, insegnante, legale, botanico, agricoltore, musicista, maestro di canto, allenatore sportivo...” e ancora “pacificatore, difensore della giustizia, grande umanitario”. Una testimonianza di uno dei primi pionieri ita125


liani dell’Okanagan, Antonio Casorso, dice che i primi alberi piantati dal missionario producevano “bellissime mele di color rosso intenso e brillante, dalla forma simile alle Delicious, buone mele invernali”. E fu lo stesso padre Pandosy - come più sopra accennato a piantare la prima vite dove oggi si estendono vigneti a perdita d’occhio ed operano cantine rinomate, molte dai nomi italiani (famose, ad esempio, quelle dei Capozzi). La missione dell’Immacolata Concezione, come fu denominata e com’è tuttora conosciuto il poco che ne rimane, fu fondata nel 1860, un anno dopo l’arrivo a Kelowna del padre Pandosy e del suo assistente, padre Pierre Richard. Fu il primo insediamento di non nativi nella regione dell’Okanagan. Nei successivi trent’anni (il missionario morì nel 1891 e gli Oblati chiusero la missione nel 1896) il luogo divenne un importante centro religioso, sociale e culturale. Qui furono anche sperimentati i primi allevamenti di bestiame e realizzata la prima azienda agricola. E qui sorse la prima scuola della valle. Il visitatore di oggi che non conosca i precedenti storici può facilmente rimanere deluso al cospetto dei pochi solitari edifici in legno, di recente restaurati per volere della “Okanagan Historic Society” e con la collaborazione dei locali Cavalieri di Colombo. Nonostante il missionario francese sia stato da tempo proclamato “padre dell’Okanagan” e a lui sia stata intitolata la principale arteria stradale di Kelowna, la Father Pandosy Mission appare quale un fantasma del passato. In confronto alle gloriose missioni californiane, questa è poco più che un labile segnale di ciò che fu un periodo di grande fervore. Conta forse anche il fatto del126


la presenza fortemente minoritaria dei cattolici in tutta la regione; eppure l’immigrazione europea è stata determinante, con l’innesto, tra l’altro, di una consistente comunità italiana. Nella sola Kelowna ci sono circa tremila residenti di origine italiana, e c’è anche un’associazione italocanadese. E’ tuttavia commovente pensare che proprio da qui, dall’interno di questa staccionata da antico ranch, da questi vecchi legni oggi muti, partì la scintilla della profonda trasformazione e dell’eccezionale sviluppo odierno della grande valle dell’Okanagan. Ottobre 1998

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Il mio Fraser

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Il mio Fraser Ladner, British Columbia Ci si immagini un fiume lungo più della penisola italiana, con una superficie di drenaggio che la copra per oltre i tre quarti. Il Fraser, 1368 chilometri di percorso che si snoda interamente in British Columbia, 233 chilometri quadrati di bacino fluviale, non è uno dei corsi d’acqua più importanti del mondo, non è nemmeno tra i più conosciuti. O magari lo è, parzialmente, quando viene associato ai famosi salmoni di cui è habitat, o alla febbre dell’oro che nella seconda metà dell’Ottocento aveva qui richiamato orde di cercatori da tutto il mondo, Italia compresa. Dopo la Gold Rush della California e prima di quella del Klondike in Alaska, il decennio della Gold Rush del Fraser, tra il 1858 e il 1868, aveva letteralmente rivoluzionato il volto socio-politico dell’intera regione. Ma quali sono oggi fascino, ricchezza e pericoli di un fiume che influenza tanta parte della natura e della popolazione britishcolumbiana? Anch’io ne faccio parte: vivo sul delta, in un piccolo villaggio di pescatori a due passi dall’oceano. Di recente ho ripercorso il Fraser, dalla sorgente alla foce, non tanto per ripetere l’impresa dell’esploratore di cui porta il nome1 quanto invece per andare alla scoperta di memorie e di insediamenti

1 Simon Fraser, il primo europeo che nel 1808 seguì il corso del fiume dalla sorgente alla foce. Il nome al fiume venne dato dall’esploratore e fur trader David Thompson. 129


grandi e piccoli di italiani: dai pionieri impiegati come forza lavoro nelle miniere e nella costruzione di strade e ferrovie, ai loro discendenti e ai successivi immigrati inseriti prevalentemente nell’agricoltura e nel commercio, e più tardi negli affari e nelle professioni. Alla scoperta di tracce antiche e più recenti impresse da gente che ha piantato le proprie tende sulla terra feconda irrorata dal “mio fiume”. Ne ho trovate un po’ ovunque. È davvero un bel fiume, il Fraser. Ha un carattere vivace, mutevole, interessante. Si circonda di bellezza e crea bellezza. Ora umile e quasi nascosto, nasce come un rivoletto ai piedi del Mt. Robson nelle Montagne Rocciose. Cresce dirigendosi a nord-ovest. Si avvia solitario e tranquillo attraverso Valemount, tocca la piccola McBride e arriva nell’importante centro di Prince George, dove inizia a socializzare quando mescola le sue acque con quelle del Nechako, il fiume degli storioni giganti proveniente da nord-est (lo farà più tardi al sud incrociandosi con l’azzurro Thompson, il più celebre tra i suoi sussidiari). Scende quindi attraversando la grande regione del Cariboo: la terra dei rancheri, delle grandi pianure disegnate dalle verdissime colline, del bestiame in libertà, dei cieli azzurrissimi e dei tramonti di fuoco. Esauritosi l’oro, questa è oggi la ricchezza del Fraser, che alimenta con le sue acque le interessanti Quesnel e Williams Lake, va a passeggio tra le varie Mile House, visita Clinton e Lilloet. Si trasforma quindi in minaccia nelle cascate e nelle rapide di Hell Gate, drammaticamente creativo e determinato nello scolpire le profondità del Canyon dove passa impetuoso. A Yale (la storica località dei primi cercatori d’oro) decide di riposarsi un po’. Calmatosi, diventa placido e navigabile 130


da Hope in giù - si distende e rilassa, sempre più ampio, ad irrorare la fertilissima vallata che porta il suo nome. Sulle sue acque avviene il trasporto di gran parte dei prodotti e sottoprodotti dell’industria forestale, frutto del lavoro di migliaia di operai delle segherie e delle cartiere dell’interno. Vi viaggiano merci utili alle varie comunità. Vi si svolge la pesca commerciale e da diporto. Vi trovano alloggio perfino piccoli nuclei di abitazioni costruite su palafitte, come a Venezia. A 160 chilometri dalla città di Vancouver e dallo stretto di Georgia, il fiume si allarga a formare la Fraser Valley, con i suoi splendidi insediamenti prevalentemente agricoli di Chilliwack, Abbotsford, Agassiz (dove le acque si separano scegliendo i due grandi percorsi finali, a nordwest e a sudwest del territorio). Transita ai piedi della Mission del celebre monastero dei benedettini, con il seminario e la fattoria modello. Ed ancora - sempre percorrendo il Lower Mainland - passa per i centri satelliti urbani e commerciali di Maple Ridge, Fort Langley, Pitt Meadows, Port Coquitlam, continua a dare carattere alla ex capitale New Westminster, bagna la popolosa Surrey, abbraccia la grande isola di Richmond dall’impronta orientale (vi opera una massiccia popolazione cinese) e disegna subito dopo, prima di sfociare nel Pacifico, la più piccola isola sede dell’aeroporto internazionale. Il possente fiume (the Mighty Fraser viene chiamato) con il suo delta largo 50 chilometri interessa altre località non sopra nominate. Ho accennato a quelle che registrano presenze di italocanadesi e che sono, da nord a sud: Prince George con più di cinquecento famiglie dal cognome italiano (esiste qui anche un Italian Club), Quesnel con una settantina, Williams Lake con circa 131


sessanta. Oltre trenta ce ne sono a 100 Mile House, altrettante ad Hope. Lungo la Trans Canada North (l’autostrada n.16 denominata Yellowhead) nel tratto fra le Montagne Rocciose e Prince George, risultano undici cognomi italiani a Valemount e tredici a McBride: bellissima zona di insediamento e promozione di servizi turistici la prima, snodo di passaggio della Canadian National Railway la seconda. Nell’ordine della decina i nomi italiani a 70 Mile House, a Clinton, a Lilloet. Numerosissimi quelli dei centri agricoli-commerciali della Fraser Valley: Chilliwack con 140, Abbotsford con oltre 300, più di un centinaio a Mission. Queste ultime cittadine si adagiano nel Lower Mainland, comprensivo della Vancouver metropolitana, senz’altro meno idillica delle vaste distese agricole e ortofrutticole della Fraser Valley. La bella Vancouver conserva tuttavia le sue oasi di pace nei molti parchi e giardini, nelle zone residenziali e nelle verdi colline dolcemente digradanti verso le acque del Pacifico che le sta difronte. In oltre un secolo, la presenza italiana si è fatta davvero ragguardevole nell’area della Greater Vancouver. Le cifre dell’ultimo censimento della popolazione hanno indicato in circa 69 mila gli italiani, di nascita o di origine: oltre la metà dei 126.420 (tra oriundi o immigrati) che vivono nell’intera British Columbia. Anche chi lo conosce solo in superficie, necessariamente transitando sugli arditi ponti che lo scavalcano o attraverso il tunnel sottorraneo dell’autostrada sud diretta ai vicini Stati Uniti, percepisce l’importanza del Fraser per l’ambiente metropolitano e della regione. La sua ricchezza va tutelata, le sue risorse curate e difese, ne vanno prevenuti decadenza e pericoli, tra i quali l’inquinamento, la progressiva diminuzione della fauna it132


tica (specialmente del salmone sockeye) e l’uscita delle acque dall’alveo con devastanti inondazioni del territorio, il tutto causato da “global warming”, quel riscaldamento globale che tanti incontrollati e incontrollabili disastri sta provocando nel mondo. Il “mio fiume” finisce dove vivo. Il suo estremo braccio sud, prima di sfociare nel Pacifico ad un chilometro da qui, passa sotto le finestre di casa. Non mi stanco mai di sorprendermi. Vi abitano famiglie di anitre e di oche, vi si affacciano splendidi aironi, vi galleggiano candidi cigni, vi nuotano castori e foche. Lungo gli argini, sulle alte cime delle pioppe, fanno i loro nidi le aquile: pronte a tuffarsi in picchiata quando avvistano qualche salmone che salta fulmineo in superficie. Nuvole di gabbiani e di uccelli migratori, ospiti della vicina riserva protetta, volano in libertà. Le acque sono regolate dalle maree. I pescherecci del locale porticciolo vi si adeguano. Tutto vi si svolge a ritmi lenti, secondo natura. Quella natura non ancora uccisa dall’uomo.

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Indice PRESENTAZIONE PREMESSA

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PARTE PRIMA - Italiani di ieri e di oggi nella Baja California - Sulle tracce di padre Kino - La California di padre Junipero - Avamposti della fede - Da Loreto a... Loreto, storie di marchigiani - Chipilo, oasi veneta nel cuore del Messico - Al millesimo chilometro de “El Camino Real” - La fatica dell’uomo nei “Pascoli del Paradiso” - L’Eden degli spagnoli - Santi italiani nella California delle Missioni

11 17 21 25 31 37 43 49 55 61

PARTE SECONDA - Un nuovo calvario del popolo migrante - M’i Npo’n Ba’j: senza limiti né frontiere - Albergo juvenil in Baja California - Il viaggio continua - Donne da difendere - Le due facce del Centroamerica - Tra villaggi e antiche capitali - Guatemala, nunca mas! - La chiesa dei martiri del Guatemala - In fuga dalla disperazione - Il purgatorio dei poveri - Camminare con i migranti

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APPENDICE - L’Okanagan di Pandosy - Il mio Fraser

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Missioni di Ieri, Frontiere di Oggi - amzpan  

Missioni di Ieri, Frontiere di Oggi - Anna Maria Zampieri Pan

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