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FONDATO DA GABRIELE PAGLIUZZI

PERIODICO DELLA DESTRA L IBERALE Editore: “Associazioni Liberali Nazionali” - Milano - Anno XV - n. 53 - Febbraio - Marzo 2006

Nel nuovo sistema elettorale è vietato disturbare il manovratore

UN “CUPIO DISSOLVI” IN ALLEGRIA di Gabriele Pagliuzzi

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egli anni ’80 la partitocrazia attraverso la “conventio ad excludendum” dettava le regole e i ritmi del potere. Negli anni ’90 il maggioritario “all’italiana” con il pretesto del muro contro muro ha progressivamente ridotto il Parlamento ad una timida casta di yes-man. Oggi la “partitoeconomicrazia” per controllare in modo definitivo il perverso intreccio tra economia e politica, di cui si alimenta, mette in campo un sistema elettorale grazie al quale sarà precluso ogni spazio a chi vorrà disturbare il manovratore. A destra come a sinistra. In questa legge è condensato il peggio: da una parte c’è l’obbligatorietà della coalizione (e guai ai più piccoli!) dall’altra i partiti diventano i signori assoluti delle liste con tanti saluti alla libertà di mandato e alla sacrale autonomia del parlamentare. Il tutto con l’esclusione delle formazioni minori, che non fanno parte del giro, la cui partecipazione è resa

pressoché impossibile dal numero e dai tempi della raccolta delle firme. Si sente dovunque nel nostro Paese, ormai allo sbando, un’aria da “cupio dissolvi” della politica e della democrazia di cui tutti sembrano compiacersi, nel timore di rimanere fuori dalla festa. Si va dalla Destra estrema che anche con i capelli ritiene il cranio del Berlusca quasi somigliante al “testone” di Predappio, alla Sinistra estrema, e non, che quando deve tirar fuori il petto non trova di meglio che nascondersi dietro ai prefetti e alle tonache tardo democristiane. E così mentre il naso è incollato a Porta a Porta e ai mille stupidi gossip della nostra televisione, mentre le compagnie dei furbi succhiano allegri le nostre economie, l’Italia va senza sapere dove andare e soprattutto senza sapere più cosa essere . L’ Italia delle fazioni e delle bande di cui avevamo letto solo sui libri quale triste scenario di epoche lontane è più

vegeta che mai. La sua palude di abbandonata periferia dell’Impero offre ancora qualche appiglio di resistenza? Saremmo romantici e forse anche fessi ma finchè ci sarà una bandierina tricolore che garrisce al vento ogni speranza sarà ancora possibile. È questo il sentimento sommesso di tanta gente di buona volontà, di tanti giovani nascosti che vogliono semplicemente diventare uomini in un Paese chiamato orgogliosamente Patria. È questo il vero messaggio di libertà e di civiltà che solo una “terza forza” di puntigliosa alternativa può coerentemente assumere. “Giovani ufficiali della controrivoluzione dei principi e dei valori cercasi da Destra liberale”: potrebbe essere uno slogan scherzoso ma anche il motto del nostro irriducibile impegno in tutte le sedi elettorali. Noi ci siamo già incamminati. Vi stiamo aspettando.

Fa molto pensare l’adesione di Emanuele Filiberto alla DC di Rotondi

Quel Principe di Savoia che dimentica il Principe di Machiavelli Non solo. Dimentica che fu grazie ai liberali – ed ad un grande liberale, il Conte di Cavour – che Casa Savoia toccò il punto più alto della sua storia dinastica, arrivando a Roma ed al Regno d’Italia. Ma dimentica pure che fu per secca imposizione di De Gasperi e della Democrazia Cristiana che suo padre – ancora un bambino con le sue piccole sorelle – fu “impacchettato” e assieme ai nonni, Re e Regina di maggio, spedito, senza tante storie, in Portogallo. di Nora Orsera

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rovo una grande simpatia per Emanuele Filiberto di Savoia. Una simpatia umana che sorpassa dinastie, posizioni politiche, vecchi rancori e nuovi dissapori. Trovo che il Principe, che ha così ardentemente desiderato di venir a vivere in Italia, sia un giovane garbato, adorabile con una freschezza di modi, di pensieri e di parole che me lo rendono unico. Si, lui si sente italiano se soltanto pensa quanto carico di

storia – ed anche gloria – abbiano il suo nome ed il suo cognome. Ed è certo orgoglioso di esserlo, se alzando gli occhi verso il suo “albero genealogico” scorge, dopo suo padre, di poter fare solo quattro gradini generazionali per scoprirsi pronipote del Re Galantuomo, del Re di San Martino, del re di Porta Pia, del Re dell’Unità d’Italia. E ancora, osservando “per li rami” quell’albero prodigioso, può

accorgersi di portare il nome – Emanuele Filiberto – di ben otto duchi o conti di Savoia e tra essi quel coriaceo Emanuele Filiberto detto “Testa di Ferro”, il più grande tra gli antichi di stirpe sabauda, il Comandante della Armata Imperiale di Carlo V, il duca che trasferì la sua capitale da Chambery a Torino, aprendo, in tal modo, la vocazione italica dei Savoia. E allora visto che il mio simpatico e gra-

devole Principe si sente italiano – e tale si dimostra anche nella sua generosa ingenuità – gli suggerisco di diventarlo molto di più leggendosi – se ancora non l’ha fatto – le forti pagine de “Il Principe” di Machiavelli; e non per imparare malizie politiche – poiché Machiavelli fu assai meno “machiavellico” di quel che si pensi – ma solo per apprendere il “passo” che deve tenere un principe, in ogni suo agire. Poiché le pagine del Segretario fiorentino trasudano preziosi insegnamenti per chi vuole entrare nella sfera pubblica. Gli suggerirà, Nicolò – anche se allora la pubblicità non esisteva – di fare il testimone ma non il testimonial. Lo esorterà ad essere e non di

apparire. Gli raccomanderà di non dilapidare per parlare di sottaceti e di scarpe di lusso – quel patrimonio di storia che ha alle sue spalle. L’esorterà a non far felici i repubblicani che, da certi suoi comportamenti, trovano la “prova del nove” di un passato che non va replicato. Ma che diamine, caro Principe. Ha mai passeggiato a Milano, in Galleria? Ha mai preso il treno alla “Centrale”? Su quei mosaici brilla l’orgoglio della sua casata. Fortitudo eius Rhodum tenuit. Che diamine. Foedere et religione tenemus. Che diamine. Filibertus Emanuel Rex Taurinorum. In altre parole FERT. E basterebbe soltanto questo acronimo, squillante come una fanfara guerriera, per esortarla a non fuorviarsi, a non ascoltare sirene democristiane. La storia, caro Principe dovrebbe aprirle gli occhi. E se – per dettato della nostra Costituzione – lei non può diventare Re, cerchi almeno di diventare, entrando in politica, più “realista” del re. Lei, spalleggiando i democristiani – epigoni maldestri di quei Democristiani che mandarono in esilio suo padre ancora bambino e suo nonno – non solo ha commesso un torto verso la sua famiglia, ma ha anche compiuto un errore politico. E persino un atto d’ingratitudine verso i liberali che centocinquantanni fa assieme alla sua famiglia, han saputo fare l’Italia. La quale, pur povera com’era allora, resta – di fronte alla miliardaria Italia di Berlusconi – un gigante della storia.


Partito Liberale CERCASI

Sì, perché quale ulteriore frutto di questa legge elettorale fatta da furbacchioni c’è tutto un mondo marginale di sigle che non hanno la coerenza di andare, per conto loro, fuori dai poli ed elemosinano un posto invocando ipocritamente “lo stato di necessità imposto dal sistema”. Il modello è questo: faccio vedere che ho un po’ di seguito, fingo di poter addirittura presentare un simbolo alle elezioni e intanto contratto una poltrona garantita in una delle due Camere. Questa purtroppo è la logica seguita dal P.L.I. Una logica che nonostante un finto appello alla raccolta delle firme ha solo l’obbiettivo di un seggio in Forza Italia! Se no, tutti a casa. In quel caso il P.L.I. non ci sarà più e buona notte alla ricostruita casa politica dei liberali storici. Tutto finito quindi? Non lo crediamo ma toccherà a noi raccogliere i cocci. Dovrà la Destra liberale farsi avanti per promuovere una linea politica e organizzativa convincente, aperta a tutti i moderati di buona volontà, che prenda forza dall’autonomia di un grande progetto italiano, una linea con il primario obiettivo di rispedire al “mittente” la pantomima dei due Poli che sempre più rappresentano il peso di una sovrastruttura parassitaria economica e politica gravante – in modo intollerabile – sulle spalle del nostro povero Paese.

Peggio ancora sul piano della linea strategica, come se il mondo si fosse fermato agli errori di Valerio Zanone e del pentapartito. Alle “regionali”, senza neanche raccogliere una firma, ci si infila di soppiatto in un simbolo storicamente indigeribile come quello dei Socialisti e dei Repubblicani per raccogliere quel che casca dalla tavola della Casa della libertà. I risultati, è ovvio, non hanno meritato neanche l’onore delle cronache statistiche. Si arriva alla fine dell’anno, sempre sotto l’occhio vigile dell’insulsa scritta “Polo laico”, per tentare altre manovre di avvicinamento e di accredito nei confronti di un Centro-Destra in affanno, senza però portare in dote niente, né sul piano dell’organizzazione, né su quello di un programma che sia degno di questo nome. Eppure di argomenti ce ne sarebbero stati. Mentre la tappa di Viterbo si riduce ad una piccola passerella di cose stradette percorsa da messi

di complemento della C.D.L., i siti traboccano di prese di posizione, proposte ed argomentazioni sul futuro dei liberali. In testa, quello della Destra liberale che ha temporaneamente sospeso la propria evoluzione in partito solo per spirito di lealtà nei confronti del risorgente P.L.I. ma che non ha cessato di martellare amici e nemici con i propri assunti di una riscossa nazionale liberale. Da costruire fuori dai due poli. E così si arriva alla pasticciata fase attuale a ridosso delle elezioni con la necessità di farsi in fretta delle idee più chiare che guarda caso, hanno ancora una volta come riferimento i riccioli di De Michelis aggraziati dalla fasulla Democrazia Cristiana di Rotondi. Ma i due personaggi sono stati più veloci a muoversi e a intrigare Berlusconi per cui nel simbolo già presentato con tanto di garofano e D.C. non c’è più spazio – e meno male – per il P.L.I. Respinti da tutti, anche dai liberali stessi sparsi per l’Italia (che qualcuno prima o poi dovrà prendersi la briga di raccogliere), non resta che la perorazione diretta al grande Capo che sta raschiando il fondo del barile sperando di superare Prodi. La risposta però è una sola: vedersela con De Michelis e Rotondi per prendersi magari due dei sette seggi sicuri senatoriali a loro riservati, ovviamente nelle liste di Forza Italia.

Iniziative a Milano dei Liberali per l’Italia

Replica a Roma di Destra Liberale

zione di un grande fronte di riscossa liberale e nazionale indipendente dal ricatto dei poli.

Definiti i caratteri dei Liberali europei

ALLA RICERCA DELL’IDENTITÀ PERDUTA

REPETITA JUVANT

Cerimonia al Vittoriano con Emanuele Filiberto

DIMENSIONE EUROPA

Martedì 29 novembre 2005 a Roma, presso l’Hotel Nazionale, ulteriore manifestazione nel richiamo dell’unità dei liberali da parte di D.L. – L.P.I. Questa volta la sollecitazione è stata piuttosto ferma, quasi ultimativa, nei confronti del P.L.I. di De Luca, invitato ad una risposta chiara sull’indirizzo elettorale e programmatico di questo partito dopo il congresso ri-costituente dello scorso anno. Purtroppo i risultati sono stati piuttosto deludenti. Alle pressanti argomentazioni di Gabriele Pagliuzzi e Mario Caputi e ai dubbi di Giannicola Amoretti il Segretario del P.L.I. non ha risposto in modo soddisfacente configurando un partito di fatto subalterno ad uno dei due grandi schieramenti senza una linea politica e organizzativa che lo faccia emergere dalla minimalità del Comitato personale di autopromozione. Non è bastata l’imparziale autorevolezza di Giuseppe Basini in veste di conduttore del dibattito a dissolvere gli interrogativi della sala ancor più rafforzati dagli interventi degli ospiti monarchici quali Massimo Arsetti e Ugo d’Atri che invitavano alla crea-

C’ERA UNA SVOLTA

Sono stati ormai definiti i caratteri dell’Associazione di livello europeo che riunisce gli italiani all’estero sostenitori della Destra liberale. Nato in Svizzera grazie all’impegno di Pierfrancesco Petrosilli e Giuseppe Sterza, residenti nell’area di Locarno, il progetto si svilupperà attraverso le rete di relazioni già esistente in tutta Europa e non solo. Alla Presidenza del movimento che ha preso nome “Destra Liberale – Italiani per l’Europa” è stato chiamato Gabriele Pagliuzzi mentre Alberto Panigalli ha assunto l’incarico di coordinatore per l’Italia e Cinzia Viola quello di rapporti stampa e relazioni pubbliche. Impegno immediato il sostegno elettorale a Giuseppe Sterza, candidato alla Camera dei Deputati per la circoscrizione estero, provvisoriamente “prestato”, come indipendente, alla lista dell’U.D.C..

I QUESTUANTI DI FORZA ITALIA di Carlo Cosimi Un anno sprecato. Questa è la sensazione dei liberali superstiti che per generosità si erano fatti partner della ricostruzione del P.L.I. tentata da Stefano De Luca nel dicembre del 2004. Anche se era apparso subito chiaro che questa riedizione in mano ai liquidatori del partito degli anni ’80, mancava di strategia e di spina dorsale, si pensava che il trascinamento meccanico della situazione avrebbe prodotto un qualche guizzo di aggregazione. Con la conseguente crescita di ruolo del partito. Niente affatto. Quelli che erano gli equivoci delle premesse non solo sono rimasti ma, semmai, si sono ingigantiti. Si parte dal Congresso Costituente in cui non si accenna a nessuna autocritica sui perniciosi passaggi degli anni ’80 rischiando di trasformare il tutto in una semplice operazione di riabilitazione di persone ormai dimenticate dal “mercato” politico.

Sabato 22 ottobre 2005 al Palazzo delle Stelline di Milano si è svolto l’incontro dal titolo: L’identità italiana e i valori di libertà per il governo di Milano e del Paese. Questa iniziativa organizzata da D.L. – L.P.I. si è svolta sotto le insegne abbinate del P.L.I. quale attestazione pubblica dell’auspicato processo di unità dei liberali da tempo portato avanti dalla Destra Liberale. L’incontro presieduto da Gabriele Pagliuzzi, ha visto avvicendarsi sul palco Mario Caputi, Riccardo Hugony, Carlo Cosimi, Alberto Panigalli, Giuseppe Samà Giampaolo Berni, Cinzia Viola, Luigi Paganelli e Carlo Paglietti di Europa Federale. Il successo di pubblico e la qualificata passerella di ospiti come Ignazio La Russa, A.N., Sandro Bondi F.I., e Alfredo Biondi F.I., hanno dato la misura dell’importanza dell’evento e della validità della linea della Destra Liberale. Una strada non facile che deve ancora superare nicchie e parrocchie ma che sarà inevitabile per costruire un ampio e organizzato schieramento liberale.

Quanto il Risorgimento liberale sia stato legato alla Casa sabauda è scritto nei libri di storia; quanto la monarchia rappresentata, con giovanile immediatezza dal principe Emanuele Filiberto possa essere importante per una svolta identitario dell’incerto futuro italiano, è sicuramente ancora da vedere. Tuttavia qualche avvisaglia già c’è. Una delegazione di D.L. – L.P.I., composta da Gabriele Pagliuzzi, Alberto Panigalli, Andrea Ciandri, cordialmente ricevuti dall’erede Savoia, ha potuto assistere domenica 22 gennaio 2006 all’Altare della Patria e alla successiva funzione al Pantheon, ad una manifestazione di passionale spirito patriottico, oggi piuttosto raro nel nostro Paese. Le tantissime persone che affollavano la grande basilica romana tra cui molti giovani sono un concreto segnale di quella vasta presa di coscienza di valori e principi di cui D.L. – L.P.I. si sente parte integrante e che intende promuovere sul piano politico. 2

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L’ultimo superstite della corazzata “Roma” nel ricordo di chi l’ha conosciuto

Ciao, caro Geppino di Donato Mutarelli

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31 dicembre, poche ore prima dell’ultimo dell’anno, l’ingegner Giuseppe Fabozzi, “Geppino” come lo chiamavano sua moglie ed i suoi parenti ed amici – e come aveva voluto che lo chiamassi anch’io – s’è accodato all’anno 2005 e se n’è andato via per sempre, assieme a lui. Nel ricordare una cara persona che non c’è più, si è inevitabilmente portati, come sempre succede, ad elencarne i lati migliori. Eppure ripercorrendo i miei ricordi, non riesco a trovare di Giuseppe Fabozzi un aspetto che non sia stato gradevole, apprezzabile, stimabile. L’avevo conosciuto “via telefono” per caso: avevo scritto ad Indro Montanelli a proposito dell’affondamento della corazzata “Roma” un evento tristissimo dei giorni amari dell’ 8 settembre 1943 chiedendogli, perché mai, in quel suo articolo, non avesse ricordato la nostra flotta quando in navigazione verso Malta secondo le dure condizioni della unconditional surrender era stata attaccata da aerei tedeschi ed affondata. Una tragedia che aveva provocato la morte di 1352 marinai e tra questi lo stesso ammiraglio Carlo Bergamini comandante della flotta. Dopo la risposta di Montanelli, erano arrivate al “Corriere della Sera” alcune lettere e, tra queste, quella di Fabozzi. Diceva “L’ammiraglio Bergamini? Se mi sono salvato da quella tragedia, lo devo a lui”. Incuriosito da quella frase e leggendo che viveva a Napoli, gli telefonai. La telefonata fu cordiale ed ebbi un invito ad andarlo a trovare; così da Milano mi fiondai a Napoli e mi feci raccontare ogni cosa. Lui, Giuseppe Fabozzi fresco di laurea in ingegneria ed arruolato in Marina, non

appena era scoppiata la guerra, aveva partecipato alla messa a punto dei radar italiani, sotto la guida del professor Tiberi. E sempre per impiantare i radar sulle nostre navi da guerra, era stato imbarcato sulla corazzata “Roma”. E qui, incitato proprio dall’ammiraglio Bergamini, aveva portato a termine, a tempi di record l’installazione di radar su un cacciatorpediniere della nostra flotta. Poi era arrivato il settembre 1943 e a pochi giorni da quel fatale, tristissimo 8 settembre, l’ammiraglio Bergamini, volendo premiare il suo impegno, gli aveva detto: “Voglio darti un premio per il tuo eccellente lavoro. Dimmi cosa vuoi”. Ma Giuseppe Fabozzi non chiese premi in promozioni. Chiese invece una breve licenza. Due giorni dopo la corazzata “Roma” con tutta la nostra flotta al seguito, partiva per quella navigazione da dove non sarebbe più tornata. A Napoli, quando si ebbe notizia dell’affondamento della nave, sapendo che Giuseppe Fabozzi era lì imbarcato, i suoi genitori pensarono che fosse morto. E lo pensarono per un mese, durante tutto quel caotico e tragico 8 settembre che sconvolse l’Italia. Poi un giorno i familiari, sentirono suonare il campanello alla porta di casa. Andarono ad aprire. Era lui, Geppino. La licenza ottenuta l’aveva salvato. Ho raccontato questo episodio per ricordare un caro amico scomparso. Un uomo che ho immensamente ammirato. Pur essendo molto anziano, (era del 1920) non aveva mai smesso d’essere attivo, interessandosi a tutto, lavorando al computer, e scrivendo libri ed articoli. Proprio l’anno scorso era uscito un suo libro su casa Savoia, edito dalla

Il drammatico affondamento della corazzata Roma avvenuto il 9 settembre 1943, alle ore 15.55, al largo della Sardegna a opera di due bombe razzo sganciate da aerei tedeschi.

Tutto quello che sta oggi succedendo, ci porta a pensare

ITALIANITÀ E CULTURA CRISTIANA PER L’EUROPA Occorre uno scatto d’orgoglio per sentirci soprattutto italiani di Cinzia Viola

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ell’era della globalizzazione, della multietnicità, della laicizzazione della nostra società, appare di vitale importanza non perdere di vista e non abbandonare – per il nostro Bel Paese e per la Nuova Europa stessa – quella matrice storico-cristiana, che si respira ovunque intorno a noi, nelle

nostre opere d’arte, nei monumenti architettonici, nelle nostre città, nei nostri borghi e paesi. Oggi più che mai in questo “bailamme” politico, culturale, religioso, è giunto il momento per noi italiani – all’interno della Nuova Casa Europa – di riappropriarci delle nostre radici 3

“Arte Tipografica editrice” di Napoli. Il caro “Geppino” non ha subìto gli anni che avanzano, non facendosi mai sopraffare da quel tedio che annienta le persone anziane ed i vecchi. Al contrario, gli anni lui li ha affron-

tati, interessandosi di tutto e leggendo tutto, anche quando il male che l’ha finito, ha cominciato ad aggredirlo. La curiosità, l’interesse, la voglia di fare, l’han tenuto in vita sino all’ultimo. La morte l’ha trovato vivo.

storiche culturali cristiane, del nostro senso patriottico, della nostra identità culturale liberale così da non adeguarci ad una cultura laica e laicizzante estrema che dilaga ovunque e che rischia di allontanarci per sempre dai nostri veri valori, costumi e tradizioni. Per respingere un conformismo di massa, confuso, indifferente, un lassismo estremo che passa sulla nostra pelle e nelle nostre case quotidianamente, attraverso i canali della comunicazione sia quelli tradizionali quali TV e stampa o quelli nuovi quali Internet. Una delle emergenze e delle priorità è un nuovo “risveglio” o “rinascimento” culturale italiano e quindi anche europeo che ci trovi preparati di fronte all’avanzata incalzante di una cultura ed economia di stampo orientale (Cina, Estremo Oriente) e/o di religioni e di fazioni religiose totalitarie ed integraliste. Non possiamo più permetterci di stare a guardare, di essere passivi, indifferenti, di rimandare, di tamponare qua e la, bisogna agire subito, risvegliare le nostre menti e le nostre coscienze per tutelare la bellezza e l’unicità del nostro paese, le sue ricchezze ambientali ed artistiche, storiche, turistiche, per promuoverle, incentivarle e farle diventare una nuova fonte di ricchezza anche economica in Europa e nel

mondo. A questo proposito il nostro interesse deve essere rivolto soprattutto alle nostre città e periferie, difendendo le loro bellezze storiche/ambientali pur ripensandole in chiave più cosmopolita ed internazionale. In prima linea le metropoli di Milano e Roma (senza dimenticare Firenze, Venezia, Ravenna, Trieste e Napoli) partendo dalla ideazione di nuovi progetti e spazi con funzionalità futuristiche multimediali, ma sempre prestando attenzione al rispetto delle aree verdi e dei parchi, a servizi concreti e più efficienti e snelli per il cittadino che le deve vivere quotidianamente. Ecco che allora un terzo degli italiani, (come risulta da una statistica Eurispe di questi ultimi giorni) non desidererebbe più emigrare all’estero in cerca di migliori opportunità lavorative e di stile di vita, ma tornerebbe ad apprezzare e ad amare maggiormente la propria patria, la propria cultura, la propria unicità e identità; quei valori cioè che hanno fatto e continuano a fare dell’Italia un paese ambìto in cui vivere e lavorare. È con questo spirito che noi “Liberali per l’Europa-Destra Liberale” pensiamo il rilancio del nostro Paese gestito da forze e facce giovani, nuove, libere, competenti e per bene.


zione di un nuovo esercito, tecnologicamente all’avanguardia, modernamente equipaggiato ed armato e operativamente in grado di sostenere, con la partecipazione alle missioni internazionali, le accresciute ambizioni nazionali – è stata miseramente smentita. I risparmi, risibili, sui militari di leva, che fornivano nel servizio alla Nazione competenze e professionalità a volte spiccate, sono stati ampiamente superati dai costi dei volontari (che bisogna pur incentivare) e dall’aumento delle paghe del personale di carriera. Gli ulteriori tagli all’esercito, allegramente annunciati dal Ministro della Difesa (“meno carri armati e più carabinieri”) ridurranno sensibilmente le capacità operative dello strumento militare terrestre, per realizzare risparmi assai poco significativi. Basti pensare che il costo annuale di una Brigata è pari solo a un quinto di quello di una nuova fregata di costruzione italofrancese (Fremm). Senza contare le ricadute, sotto il profilo della gratificazione professionale e della motivazione, sul morale degli uomini. Che è già depresso avendo questi compreso da tempo che i tagli all’esercito (e l’eliminazione della leva) potevano sì dipendere dal mutamento della situazione strategica, ma si sono risolti, in concreto, nel tentativo di recuperare risorse per il riarmo aeronavale, a spese delle forze di terra. Insomma, l’equivoco di fondo che svela la contraddizione dell’attuale modello militare italiano, è che si è voluto far credere che il ricorso al “professionismo” militare avrebbe consentito, con la soppressione della leva – la cui inci-

Burocrazia, appalti, il catering al posto del “rancio”, orario di lavoro, pagamento di straordinari e diritti sindacali. E le ragazze salveranno le Forze Armate?

BATTAGLIONE DIETRO FRONT! La fine della coscrizione obbligatoria si presenta oggi come un “passo all’indietro” lasciando, in tutti noi, una sensazione di perplessità e di smarrimento. di Raffaele Moncada

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e vi siete imbattuti nel calendario 2006 dell’esercito, vi sarete chiesti anche voi se non si trattasse piuttosto del catalogo della collezione autunnoinverno della S.r.l. E.I. alla Fiera della moda casual. Già, perché, abbandonati i calendari con i bersaglieri che nel ’43 assaltavano Montelungo, Calendesercito 2006 è più un book di soldatesse fiere e più o meno piacenti, rigorosamente in tuta mimetica, belle ragazze che già altre volte abbiamo visto immortalate, con affissi al petto, improbabili nastrini di campagne che avrebbero fatto sussultare d’invidia i cavalieri di Vittorio Veneto. Insomma, forse non ci resta che rassegnarci alla completa femminilizzazione delle Forze Armate, che è seguita al decesso della più significativa e autentica tradizione militare della Nazione: la coscrizione obbligatoria. Peraltro il Parlamento aveva ignorato i moniti della Chiesa sulla sacralità della vita fino all’ultimo, anche nei malati terminali, staccando la spina e approvando, nell’estate del 2004, la “soppressione anticipata del servizio obbligatorio di leva”, inizialmente prevista per il 2007.

Un esercito lo si crea non per fare la guerra ma per formare un popolo Ma l’abolizione della leva non è questione che attiene solo all’aspetto tecnico delle modalità di reclutamento. Nossignori: essa ha rappresentato la fine di un esercito e la nascita di uno del tutto nuovo. E che vi sia una qualche significativa continuità tra i due è quantomeno opinabile, nonostante gli affannosi tentativi degli addetti all’immagine, di ricercare l’identità dell’esercito rincorrendo e celebrando momenti ambigui e pagine nere della storia militare della Nazione come l’8 settembre e come Cefalonia. Domandiamoci: la soppressione del “malato” (sempre che tale e inguaribile fosse il vecchio Esercito) ha sortito gli effetti auspicati in termini di qualità ed efficienza? L’assioma che il miglioramento qualitativo dello strumento militare debba corrispondere ad una massiccia riduzione quantitativa delle forze, è risultato fondato? L’idea della necessità di una “riforma” dello strumento militare italiano aveva cominciato a diffondersi fin dagli anni

’70, e divenne più impellente a seguito del mutamento dello scenario geo-strategico susseguente al crollo del muro di Berlino, della Guerra del Golfo del ’91 e della caduta della “pregiudiziale Togliatti” contro i volontari a difesa della coscrizione obbligatoria, concepita per scongiurare, parole di Togliatti, “una categoria di professionisti delle armi che potrebbero rappresentare la rovina dello Stato”. Ma la necessità di correggere il sovradimensionamento delle Forze Armate attraverso una riforma razionalizzatrice – in grado di rendere lo strumento militare adeguato alle nuove esigenze operative – non è riuscita a partorire una definizione chiara della struttura che esse avrebbero dovuto avere. Tant’è vero che dal ’91 al 2000 si sono succeduti ben cinque “Modelli di Difesa”, spesso in balia dell’alternanza degli umori parlamentari. Come non pensare che le continue riformulazioni del “modello” non siano dipese dalla incapacità di definire in modo chiaro il ruolo e l’organizzazione delle Forze Armate? (complice la passività, nei confronti delle forze politiche, dei vertici militari, mai in grado di proporre un “modello di difesa” dall’interno). Risultato di questa insipienza – indice di una desolante mancanza di cultura militare – è la corsa ai tagli alla difesa, nella sostanziale indifferenza del mondo politico (sempre meno interessato alle questioni militari) e della società civile. Tagli che colpiscono immancabilmente l’Esercito, passato dai 300.000 uomini del ‘90, agli imminenti 112000 su 11 brigate, 3 delle quali di manovra, impiegate attualmente all’estero e sul territorio nazionale: quindi al limite del rapporto di 1 a 4 tra militari impegnati e disponibili. Peraltro questo rapporto è considerato come il “ minimo” per garantire il recupero fisico e operativo. L’Esercito è dunque, attualmente, ai limiti delle proprie possibilità, essendo già stata raggiunta la soglia critica. Eppure si continua a parlare di tagli e di riduzione degli uomini, nella convinzione (errata) che la qualità comporti e dipenda necessariamente dalla minore quantità. La persuasione di quanti avevano salutato con soddisfazione la fine della leva – convinti che si sarebbero liberate risorse economiche per la costitu4

denza finanziaria, ricordiamolo, era minima – la liberazione di risorse economiche per la costituzione di un esercito più efficiente e in grado, come oggi si dice, di “esportare sicurezza”, tornando ad essere strumento della politica estera. Ignorando o fingendo d’ignorare che tutti i Paesi occidentali che sono passati dalla coscrizione al volontariato, hanno invece aumentato i bilanci della difesa. Insomma, l’esercito “professionista” costa di più, mentre si è voluto far credere il contrario. E allora, se è molto discutibile che lo strumento militare sia migliorato, quali sono stati i più evidenti risultati dell’abolizione della leva, a parte il compiacimento del Presidente del Consiglio, che si è attribuito il “merito” di averla risparmiata ai giovani? La necessità del ricorso al reclutamento femminile presso Forze Armate culturalmente impreparate a recepirlo; l’affidamento a imprese private delle attività logistiche e della vita di caserma (il che significa che per sostituire una lampadina ci si deve rivolgere ad una ditta esterna) e una burocratizzazione che ha trasformato la vita militare in un mestiere come tutti gli altri, con la limitazione dell’orario di lavoro, il pagamento degli straordinari e i diritti sindacali. Il tutto, al di là delle sconclusionate celebrazioni retoriche, condito da un reale e crescente disinteresse per la politica militare, eterno vizio di una classe dirigente socialmente e culturalmente separata dalle Forze Armate, che, invece, nel sentimento popolare erano percepite come custodi di quei valori patriottici mai celebrati dai riti dei partiti antifascisti.


La riforma in senso “federalista” del Senato

La Camera delle Autonomie (con troppe antinomie) Tutti gli argomenti ed i ripensamenti – con un occhio al Bundes-rat della Germania – della riforma del Senato della Repubblica, da tempo “in cantiere”. Con una nostra riserva: una riforma di tale portata non può nascere dalle velleità d’una sola parte politica ma, semmai, da una volontà corale che comprenda tutte le forze politiche. di Donato Mutarelli

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om’è noto, il Governo di Silvio Berlusconi, che tra poche settimane si accinge ad affrontare, - a consuntivo- il responso degli Italiani, si è segnalato cinque anni fa per la sua volontà riformista con non si è limitata soltanto all’ordinaria amministrazione, ma ha investito – da cima a fondo – tutte le istituzioni della nostra Repubblica, nata nel 1948. Nei progetti del Governo Berlusconi certamente non privi, nella loro sostanza, d’un demagogico velleitarismo, tali riforme investono l’assetto stesso del nostro Stato , che da unitario e centralista qual è (ma rispettoso delle autonomie locali come vuole l’art. 5 della Costituzione) dovrebbe diventare federalista. Ed ancora il riformismo del Governo Berlusconi prevede una revisione “maggiorata” dei poteri del Capo del Governo e – simultaneamente – una revisione “dimidiata” dei poteri del Capo dello Stato ridotto alla

stregua di notaio della Repubblica, sino ad altre “piccole” riforme sulla composizione della Corte Costituzionale e sulla struttura stessa del Senato della Repubblica. Su quest’ultimo tema – il Senato della Repubblica – si basa la mia presente analisi. Essa fa riferimento a tutto quanto ci è dato di sapere sulla “gestazione” di tale riforma che ha avuto sia accelerazioni, che ripensamenti ma che resta tuttora “in bozza”. Né si sa se mai arriverà al suo traguardo. Oggi – certamente – altre sono le preoccupazioni e riguardano le imminenti elezioni politiche e l’altrettanto imminente “Referendum confermativo” sul federalismo e devolution. Ma farsi un’idea di quello che potrebbe diventare il Senato della Repubblica – se mai passerà tale sua “riforma in senso federale” – può esser utile ad una doverosa riflessione: e magari – ad un altrettanto, doveroso, rifiuto.

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opo il Referendum confermativo del 10 ottobre 2001 che ha riformato i 19 articoli del Titolo V della Costituzione in senso “federale” (anche se poi – ecco il paradosso – non v’è traccia delle parole “federale” o “federalismo” in nessuno degli articoli riformati) l’obbiettivo attuale è il seguente:riformare l’assetto bicamerale e paritario del Parlamento, e mantenendo intatta la Camera dei Deputati, trasformare il Senato della Repubblica in un Senato federale (o Camera delle Autonomie). Tale Senato Federale è inteso non solo come “camera di rappresentanza” delle esigenze territoriali di Regione, Province, Comuni e Comunità montane ma, anche, come un luogo di composizione “preventiva” di tutti quei contrasti che possano nascere tra Stato centrale e le Regioni. Senonchè sappiamo che la recente riforma del Titolo V della Costituzione (a causa di certe ambiguità interpretative), ha dato il via ad un forte incremento dei conflitti giurisdizionali che coinvolgono Stato e Regioni di fronte

Dedico questa analisi alla memoria di Giuseppe Biscottini, professore di Diritto Costituzionale all’Università Cattolica di Milano.

alla Corte Costituzionale. Ora, se mai arriverà alla creazione d’un Senato federale (inteso come “luogo di mediazione” tra esigenze di Stato ed esigenze di Regione) tutti i conflitti che eventualmente nasceranno, si risolveranno, preventivamente, in sede parlamentare e le leggi statali – una volta che saranno approvate dai due rami del Parlamento, avranno contenuti condivisi. (Ma questo cosa significa? Significa che una volta che fosse istituito il Senato federale l’esistenza della Corte Costituzionale diverrebbe pressoché inutile, rendendosi meno frequente il ricorso ad essa.)

Perché non è possibile riferirsi al Senato Federale Tedesco I progettisti della riforma del nostro Senato della Repubblica, hanno in un primo momento guardato – come punto di riferimento – al Senato federale della Germania.

Come hanno funzionato – sino ad oggi – le due Camere C

om’è noto la nostra Costituzione prevede il “bicameralismo” perfetto (Cost. art. 55). Per tale definizione il Parlamento della nostra Repubblica risulta composto da due Camere, il Senato e la Camera dei Deputati: ciascuna di esse ha gli stessi poteri dell’altra: sono cioè su un piano di piena parità. Ce lo conferma l’art. 70 Cost. che così recita “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” e l’art. 94 Cost. che così recita “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Non solo: secondo l’art. 62 Cost. quando una Camera si riunisce in via straordinaria, è convocata, di diritto, anche l’altra. Altro elemento che li parifica: sia la Camera dei Deputati che il Senato sono eletti per cinque anni. (Mentre sino a 43 anni fa, la Camera veniva eletta per cinque anni ed il Senato per sei anni. La legge costituzionale n. 1 del 1963 ha però parificato i termini). Domanda. Perché i Padri Costituenti hanno voluto il si-

consente una più larga dialettica politica su tutti i problemi del Paese, ma fa sì che le due Camere, controllandosi l’un l’altra, costituiscano una maggiore garanzia sul rispetto delle leggi e sull’applicazione della Costituzione. Queste sono dunque le virtù del “bicameralismo” alle quali – come d’obbligo – vanno contrapposti gli

stema “bicamerale”? Risposta: l’hanno voluto per una maggiore democrazia. Un esempio? Nei Paesi in cui l’appartenenza ad una Camera è ereditaria (la Camera dei Lord in Gran Bretagna) l’avere anche una Camera elettiva, offre una maggiore garanzia di democrazia nel Paese. Ma non solo: l’esistenza di due Camere non soltanto

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svantaggi che sono, uno, quello di una maggior lentezza del Parlamento, due le possibilità di conflitti tra le due Camere e tre, l’eventualità non remota che le due Camere diventino l’una il duplicato dell’altra. In questa problematica che fa parte della storia della nostra Repubblica, è stata avvertita più volte l’esigenza sia di differenziare le due Camere (per quel che riguarda la loro composizione) sia di regolamentare i loro rapporti, sia – infine – di trovare il modo per risolvere gli eventuali conflitti che possono nascere. Ed è stata proprio l’esigenza – in teoria giustificata – di differenziare le Due Camere, che ha portato a studiare la trasformazione dell’attuale Senato in “Camera delle Autonomie”. Il tutto nel più vasto – ed assai discutibile – disegno di trasformazione “federalista” della nostra Repubblica (senza dimenticare l’appuntamento che tra pochi mesi vedrà le forze politiche fare i conti con il Referendum popolare).


Tuttavia si son subito accorti che tale modello “alla tedesca” non è “trapiantabile” nel nostro ordinamento: e perché? Perché in Germania il Bundesrat o Camera Alta è composto dai membri dei Governi dei Lander (cioè i singoli Stati della Repubblica Federale Tedesca) che tali membri, nominano oppure revocano. Ora in Italia è impensabile, oggi come oggi, che il costituendo Senato federale possa essere formato da membri designati dalle nostre Giunte regionali: impensabile non solo perché l’elezione diretta a “suffragio universale” è ormai un presupposto irrinunciabile di legittimazione, ma anche perché i membri designati (e non eletti) di un eventuale Senato federale soffrirebbero d’un “complesso d’inferiorità” rispetto ai Deputati della Camera che resterebbe elettiva. Rebus sic stantibus, si è cercato di superare la difficoltà con la cosiddetta “contestualità” di elezione sia dei Consiglieri Regionali che dei Senatori. In che modo? Mantenendo la clausola prevista dall’attuale art. 57 della Costituzione che così recita: “Il Senato è eletto a base regionale” ed insistendo altresì sul fatto che la nuova legge elettorale assicuri la “rappresentanza territoriale” dei Senatori eletti. (Ora eleggere contemporaneamente Consiglieri Regionali e Senatori federali – rappresentanti cioè la Regione – finirebbe per “regionalizzare” anche la campagna elettorale di questi ultimi. Ma anche – secondo alcuni – significherebbe “politicizzare” in termini nazionali, l’elezione dei Consiglieri Regionali). Di tale “contestualità” di elezione esistono, nel progetto di riforma, diverse versioni: quella cosiddetta “affievolita” per cui, in caso di un scioglimento anticipato di un Consiglio Regionale, la durata della legislatura subentrante dovrebbe durare il tempo necessario per mettersi al passo – nelle successive elezioni – con le elezioni del Senato (in tal modo la durata in carica dei Senatori federali sarebbe svincolata dalle sorti della legislatura regionale). Altro progetto è quello d’una “contestualità” più coinvolgente, per cui se il Consiglio Regionale venisse sciolto anticipatamente, dovrebbero decadere anche i Senatori federali di quella tal Regione, sottolineando – nella Costituzione – che i Senatori federali eletti in ciascuna Regione rimarrebbero, in carica, non per una durata precisa di tempo (corrispondente al loro mandato) ma semmai sino alla proclamazione dei nuovi Senatori federali della stessa Regione (si tratterebbe per gli eletti al Senato d’una incombente “spada di Damocle” che farebbe dipendere le sorti della classe politica nazionale dalle più impreviste e turbolente vicende regionali). Altra domanda: riguardante l’elettorato passivo. Chi può essere candidato? Nel progetto si è pensata l’eleggibilità di quanti abbiano compiuto i venticinque anni d’età ed abbiano ricoperto o ricoprano cariche pubbliche elettive in

Enti territoriali locali o regionali all’interno della Regione o, infine, “risiedano” nella Regione alla data dell’indizione delle elezioni. È stato osservato, però, che quest’ultimo requisito finirebbe per annullare qualsiasi legame del candidato con il territorio regionale.

restando solo il potere di assembleare della protesta in aula. Proprio per tali motivi ma sempre per dare una connotazione “federale” al Senato è stata prevista la presenza come “rappresentanti di diritto” dei Presidenti delle Regioni ma questa volta dotati di diritto di voto e quindi con un peso politico fortissimo. Resta una domanda: quale tipo di schieramento si creerebbe all’interno del Senato federale? Di partito? Di territorio? Oppure insieme di partito-territorio? Questa proposta non è passata. Addirittura nell’estate del 2004 una bozza di riforma elaborata dal Ministro delle Riforme ha attribuito ai Presidenti delle Regioni la facoltà di partecipare – assieme ad un rappresentante eletto dal Consiglio delle Autonomie locali – ai lavori del Senato ma senza diritto di voto. Nella versione ultima dell’ottobre 2004 i Presidenti della Regione vengono accantonati dando invece spazio a due rappresentanti della Regione: uno eletto dal Consiglio Regionale l’altro eletto dal Consiglio delle Autonomie locali.

Quanti sarebbero i membri della Camera delle Autonomie? La composizione complessiva di tale nuovo Senato è prevista nei seguenti termini: vale a dire 252 senatori, eletti a suffragio universale e diretto. A ciascuna Regione verrebbe assegnato un numero di Senatori in proporzione a suoi abitanti, ma pur sempre non inferiore a sei, fatta eccezione per Molise e Val d’Aosta che ne avrebbero rispettivamente due ed uno.

I rappresentanti regionali? Senza voto I Presidenti delle Regioni? Con voto Interessante notare come nel “Progetto di riforma” sia i Presidenti di Regione sia i Consiglieri Regionali che gli Amministratori locali abbiano avuto attenzioni contraddittorie: una volta considerati “membri di diritto” poi estromessi e ancora riammessi ma, attenzione, senza diritto di voto. L’ultima decisione sarebbe quella che prevede nel Senato federale due rappresentanti: uno eletto dal Consiglio Regionale tra i propri membri, uno eletto dal Consiglio delle Autonomie locali tra Sindaci o i Presidenti di Provincia o Città metropolitana della Regione. Dovrebbero questi due membri essere eletti all’inizio della legislatura regionale ma sarebbero privi di ogni diritto di voto, ponendosi quindi come Senatori non pleno jure. La proposta appare stupefacente: ci si può chiedere infatti che peso avrebbero in un Senato federale questi quaranta (due per le venti Regioni) “rappresentanti regionali” privi di diritto di voto. È chiaro che di fronte ai duecentocinquanta Senatori eletti, il loro peso politico sarebbe addirittura irrilevante,

L’ultima novità? Il progetto di inserimento della Conferenza Stato-Regioni nella Costituzione Tutto il quadro del progetto “Senato federale o Camera delle Autonomie” è complicato ancor più dalla intenzione di “costituzionalizzare” la Conferenza Stato-Regioni. Tale Conferenza (vedi nota esplicativa) va di certo considerata positivamente nella sua utilità se solo si pensa che, sino ad oggi non esistevano sedi di “mediazione preventiva” dove le diverse volontà dello Stato e delle Regioni – potenzialmente in conflitto tra di loro – potessero confrontarsi, così da trovare un giusto accordo: e di conseguenza il voler inserire la Conferenza Stato-Regioni nella Costituzione della Repubblica significherebbe metterla al riparo da ogni eventuale desiderio di cancellazione. E, sino a qui, non vi sarebbe nulla da

PERIODICO DELLA D ESTRA L IBERALE N. 53 - Febbraio - Marzo 2006 Reg. Trib. Milano N. 521 del 13/7/91 Numero Unico in attesa di nuova registrazione Comitato di Redazione: Gabriele Pagliuzzi, Donato Mutarelli Hanno collaborato a questo numero: Carlo Cosimi, Raffaele Moncada, Nora Orsera, Cinzia Viola www.liberaliperlitalia.it Foro Buonaparte, 54 - 20123 Milano - Fax 02 7561050

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eccepire se si pensa che il mancato inserimento di un organo di “mediazione preventiva”nella recente riforma del Titolo V della Costituzione (ottobre 2001) è stato visto come una grave lacuna, poiché, proprio da tale Riforma è nata una forte conflittualità, tra lo Stato e le Regioni, mai registrata prima. Senonché ecco due ragionevoli perplessità: il progetto dichiara che la Conferenza Stato-Regioni avrebbe il compito di “realizzare la leale collaborazione tra lo Stato e le Regioni” promovendo tra questi “intese ed accordi di carattere amministrativo” ma esclude, in tal modo, qualsiasi competenza per tutto quanto concernerebbe le questioni “legislative”. Non solo: avendo la Conferenza StatoRegioni, dei poteri pressoché uguali al Senato federale, potrebbero nascere tra loro, problemi di “convivenza”, per cui, davanti ad accordi conclusi nella sede della Conferenza Stato-Regioni, il Senato federale se troverebbe con un potere “svuotato” riducendosi ad una specie di “organo di ratifica” di decisioni prese altrove, e da altrui.

Autonomie o antinomie? Siamo al massimo della confusione: proprio mentre si fa di tutto per rendere più netto e più connotante il ruolo del Senato trasformandolo in Senato federale (o Camera delle Autonomie), nello stesso tempo “costituzionalizzando” la Conferenza Stato-Regioni – e quindi dando ad essa forza ed autorevolezza – si finisce con debilitare e demotivare, nel suo ruolo politico costituzionale, proprio il Senato federale. Per concludere: il cammino del Senato federale (o Camera delle Autonomie) è ancora lungo e nulla fa sperare in una rapida e soddisfacente conclusione.

Note: Innanzitutto la Conferenza permanente Stato-Regioni (regolata dall’art. 12 della legge 400/1988). E ancora la Conferenza StatoCittà ed autonomie locali (istituita nel 1996 e successivamente regolata con il decreto Legislativo 281/1997) ed infine la Conferenza Unificata per le materie ed i compiti di interesse comune delle Regioni, delle Province e dei Comuni (prevista dalla legge 59/1997 e regolata dal Decreto legislativo 281 del 1997). Sono tre importanti organi detti anche, nel linguaggio corrente, “tavoli” cioè punti di incontro dove si discute, ci si confronta, ponendo problemi d’interesse comune e possibilmente, risolvendoli. Il Presidente è il Presidente del Consiglio che poi delega suoi Ministri come, oggi, Enrico La Loggia per la prima e Giuseppe Pisanu per la seconda. Le attività di tali Conferenze si esplicano attraverso pareri ed intese, delibere, promozioni di accordi, proposte d’iniziative, documentazioni e studi e designazioni di rappresentanti di Enti locali nei casi previsti dalla legge. Un esempio ravvicinato: la Conferenza StatoCittà ed autonomie locali ha compiti di coordinamento tra Stato ed Autonomie locali. È sede d’esame in materia di ordinamento, finanza personale e servizi pubblici degli Enti locali, anche su richiesta di ANCI (Ass. Naz. Comuni d’Italia) dell’UPI (Unione Province Italiane) e dell’UNCEM (Unione Nazionale Comunità Enti Montani). Altre funzioni sono state previste dalla legge 131 del 2003 e dalla legge 11 del 2005. A tale conferenze permanenti si aggiungono, a livello regionale, i Consigli delle Autonomie.

Ragione Liberale Marzo 2006  

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