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Corinne Brenko-Alessandra Rigotti, Kristjan Knez, Franco Degrassi, Paola Pizzamano, Silvano Sau

Gli ultimi giorni della Serenissima in Istria L’insurrezione popolare di Isola del 1797

Edizioni “Il Mandracchio” Isola - 2010


Corinne Brenko-Alessandra Rigotti, Kristjan Knez, Franco Degrassi, Paola Pizzamano, Silvano Sau

Gli ultimi giorni della Serenissima in Istria L’insurrezione popolare di Isola del 1797 (dalla pagina 1 alla pagina 272)

Edizioni “Il Mandracchio” – Isola

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CIP – Kataložni zapis o publikaciji Narodna in univerzitetna knjižnica, Ljubljana 94(497. 4Izola)”1797” Gli ultimi giorni della Serenissima in Istria : l’insurrezione popolare di Isola del 1797 / Corinne Brenko . . . [et al. ] ; [izdajatelj] Comunità degli Italiani “Pasquale Besenghi degli Ughi”. – Isola : Il Mandracchio, 2010 ISBN 978-961-6391-16-0 1. Brenko, Corinne 250953984

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Prefazione Il primo documento nel quale si fa cenno ai rapporti esistenti tra Isola e Venezia risale addirittura al 14 gennaio 932 (si tratta della prima testimonianza scritta della nostra città), quando un certo Georgius de Armentressa de Insula, assieme ad altri rappresentanti di località istriane capeggiate da Capodistria, pose la sua firma in calce ad un accordo con il quale tutti si impegnavano a consegnare ogni anno al doge veneziano Piero Candiano II cento anfore di buon vino (amphoras centum). In cambio, Venezia avrebbe protetto con la propria flotta lo specchio di mare dell’alto Adriatico dalle incursioni dei pirati e dai nemici. Risale al 1280, tuttavia, la sottomissione di Isola al Leone di San Marco e proprio quest’anno ricorre il 730. esimo anniversario di quella ricorrenza che segnò l’inizio di una storia protrattasi per ben oltre mezzo millennio e conclusasi nel 1797, con la fine stessa della Serenissima. Come ebbe a sottolineare qualche decennio fa lo storico capodistriano Francesco Semi, il dominio veneziano segnò una crisi notevole nella storia dell’Istria, in quanto questa non ebbe più una storia propria. A partire dal XIII secolo, la storia di Venezia comprese ogni vicenda istriana – quindi anche quella della nostra città. Il traffico fra le due sponde adriatiche, infatti, non recava all’Istria da Venezia e da questa a quella soltanto merci, ma anche usi e costumi, che, se già da secoli i liberi cittadini dei liberi Comuni adeguavano, come fatto naturale, a quelli della Serenissima, ora si intensificano. Anche per Isola, dunque, la sottomissione a Venezia non costituì novità né di lingua né di costumi. E non costituì oggetto di novità neppure per Venezia, perché, almeno dal IX secolo (ma certamente anche prima), i più ricchi veneziani possedevano ampie tenute agresti in tutto il territorio istriano, e regolarmente l’Istria commerciava con Venezia. La nostra Comunità ha voluto ricordare l’evento con una ricerca che portasse alla luce le vicende legate agli ultimi mesi e giorni della Serenissima, vicende che, come noto, a Isola sfociarono in un sanguinoso tumulto popolare durante il quale venne barbaramente ucciso l’ultimo podestà veneziano, Nicolò Pizzamano. La ricerca, va detto subito, è stata possibile grazie al sostanzioso contributo della Regione Veneto, che non solo ha coperto una buona parte dei costi sostenuti, ma – grazie alle clausole sottoscritte – ha spinto la nostra Comunità e tutta la redazione a portare a termine gli obblighi assunti nei termini previsti.

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Siamo convinti, che il volume che ne è uscito, riuscirà a colmare un capitolo importante della storia isolana rimasto purtroppo finora quasi sconosciuto e, forse, servirà anche da stimolo per proseguire con ulteriori analisi storiche del periodo che concluse il mezzo millennio di dominio veneziano su Isola e sull’Istria. Va sottolineato, che il lavoro messo assieme avrebbe richiesto ancora qualche mese di intense ricerche per assicurare un prodotto a tutto tondo, per cui, proprio per la fretta di portare a buon fine il libro entro i limiti consentiti, alcuni capitoli probabilmente risulteranno manchevoli o insufficientemente elaborati. Un meritato atto di riconoscenza è dovuto all’Archivio di Stato di Venezia ed all’Archivio di Stato di Trieste che con molta comprensione sono venuti incontro alle richieste ed alle esigenze dei nostri autori aiutandoli nel documentare dovutamente e per quanto possibile il nostro racconto. Un sentito ringraziamento va alla redazione del progetto con Corinne Brenko, Alessandra Rigotti, Kristjan Knez e Franco Degrassi, alla quale – con il coordinamento di Silvano Sau – si è aggregata negli ultimi mesi anche la storica dell’arte Paola Pizzamano. L’insieme – almeno nei nostri intenti – rappresenta una serie di testi e documenti che, questo l’auspicio, forse contribuiranno a risvegliare o perlomeno a conservare quello spirito che nel lontano 1253 e, successivamente, nel 1360, ha portato la nostra città ad assurgere a comune autonomo, come testimoniato dai suoi Statuti. Oppure, per rivivere un’illusione quando potrebbe esser necessario rinchiudersi in una stanza d’archivio e sfogliare antiche pagine corrose dal tempo, spinti dalla coscienza e dalla convinzione che la conoscenza del proprio passato è il miglior strumento per vivere il presente e progettare il futuro. Astrid Brenko Presidente della Comunità degli Italiani di Isola “Pasquale Besenghi degli Ughi”

Isola, giugno 2010

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Introduzione di Silvano Sau Venezia, Archivio di Stato, Avogaria di comun. Libri d’oro nascite, XIV, c. 285 t., Libro d’oro matrimonio, 8, c. 207; Commissione araldica, busta. 117. “Dalla suddetta documentazione si evince che Nicolò di Giorgio Pizzamano nasce a Verona il 13 aprile 1739, terzogenito di sei figli maschi, da Virginia di Agostino Dolfin; e contrae matrimonio nel 1760 con Teresa Querini. Dall’unione nascono due figli: Giorgio nel 1769 e Agostino nel 1779. Nel 1820 il figlio Giorgio e il fratello Lorenzo ottengono con sovrana risoluzione austriaca il riconoscimento della loro nobiltà. Quanto alle vicende legate alla podestaria di Isola d’Istria e alla tragica fine di Nicolò Pizzamano, si porta a conoscenza che la documentazione relativa non è conservata in questa sede, bensì presso l’Archivio di Stato di Trieste: più precisamente nel fondo archivistico “Atti amministrativi dell’Istria, 17971813”. Questi scarni dati anagrafici di Nicolò Pizzamano, messi a disposizione dall’Archivio di Stato di Venezia, mi sono stati forniti dalla dott. ssa Paola Pizzamano, discendente dell’ultimo ramo esistente della nobile famiglia veneziana, che ha cercato di delineare con il suo contributo anche un profilo umano oltre che storico dei podestà veneti in generale e dell’ultimo podestà di Isola in particolare, rimasto ucciso durante i disordini che nella piccola cittadina istriana fecero seguito alla notizia che annunciava la fine della Serenissima e l’avvento dell’Austria. Ma – riportando anche in questa sede la voce della probabile, anche se ormai lontana, consanguinea del podestà – la tragica, ingiusta e violenta morte dell’ultimo podestà di Isola fu davvero, come ricordano molti studiosi, una testimonianza ormai fuori tempo di un forte attaccamento del popolo al governo della Serenissima Repubblica? Un ultimo atto di fedeltà, seppur crudele e irrazionale? Un segno capace di esprimere un legame irrimediabilmente perduto, un epilogo non ancora accettato, una nostalgia non ancora sedata, un’appartenenza all’identità veneta ancor viva e bruciante da non tollerare e accettare l’evolversi delle trame politiche esistenti e straniere? Un tentativo del popolo di salvare la cultura veneta così profondo che fu manifestato anche durante le quattro giornate di Cherso e più tardi divenne simbolo e mito dell’irredentismo? O, al contrario, fu solo un atto di ribellione e di rivendicazione sociale, di vendetta contro la classe nobile, contro il passato? Il processo che successivamente venne celebrato a Capodistria, ormai nell’ambito della sopravvenuta amministrazione au-

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striaca, non offre spunti di rilievo per una eventuale interpretazione delle vicende di allora. Probabilmente, il 5 giugno (il giorno prima a Venezia veniva piantato l’Albero della Libertà e bruciato il Corno dogale insieme al Libro della nobiltà veneta) la morte dell’ultimo podestà di Isola non è da legare, come ricordano alcuni studiosi, al trattato di Campoformido tra la Francia e l’Austria, che avvenne alcuni mesi dopo, esattamente il 17 ottobre. Certo è, però, che anche i fatti istriani e isolani non possono venir disgiunti da quelle che erano in quel periodo le vicende dell’area adriatica, e anche da quelle più generalmente europee. Vicende che avevano preso piede con la rivoluzione francese, all’insegna dell’uguaglianza e della libertà, per arrivare ai primi sentori dell’identità statuale e degli interessi con i quali il potere incominciava a stimolare il popolo. Al di là del fatto meramente storico che, tra l’altro, non suscitò eccessivo scalpore al tempo in cui avvenne nè in terra istriana nè a Venezia, come valutare oggi le cause, le ragioni, gli stimoli sociali, politici, economici che in qualche modo hanno influito su una parte della popolazione isolana per convincerla a scendere in piazza e a dar vita ad un tumulto che si concluse tragicamente con l’uccisione dell’ultimo podestà inviato in questa parte dell’Adriatico settentrionale a rappresentare il Leone di San Marco? E, ancora, quanta parte e quale parte della popolazione isolana partecipò a quella che per molto tempo venne definita sommossa popolare? E, domanda ancora più importante ai fini di un’analisi storica delle vicende legate a Venezia, che cosa è rimasto a Isola dopo oltre mezzo millennio di permanenza e di assoluto dominio della bandiera di San Marco, da comportare una reazione di popolo – se di reazione si può parlare? In ogni caso, il mezzo millennio di sudditanza non poteva non aver lasciato nell’animo e nei comportamenti degli Isolani qualche profonda traccia di appartenenza ad un sistema che, oggi, difficilmente può esser ricondotto alla base dei motivi che si trovarono all’origine di tanta violenza. Da chiedersi, quindi, anche le ragioni del pretesto che venne additato a spiegazione delle ragioni di un presunto complotto contro la Repubblica, quando era ormai evidente che questa stava attraversando gli ultimi residui di un lontano ancorchè secolare fulgore. Isola aveva dimostrato più volte di avere un carattere difficile, pronta a reagire ogni qualvolta avesse avuto il sentore di una qualche prevaricazione dei suoi interessi. Un tratto caratteriale, d’altronde, presente in tutte le cittadine istriane, a partire dai primi anni in cui vennero costrette a concedersi alla protezione veneziana. Gli anni di appartenenza al dominio di San Marco aiutarono soltanto a renderle più moderate e ad adeguarsi – anche se non sempre ad accettare – un sistema di governo che dopotutto offriva loro sicurezza e partecipazione alla gestione della cosa pubblica. 6


Un sistema ininterrotto, protrattosi per qualche secolo, di totale assuefazione, di costante e massiccio acculturamento che aveva portato la popolazione ad accettare un vita individuale e collettiva, tutto sommato tranquilla ed economicamente accettabile. Un sistema che aveva portato Isola, come pure le altre cittadine istriane, ad una generale condizione di intorpidimento culturale e politico che, alla fine del XVIII secolo, mal si accompagnava ai venti di rinnovamento che avevano incominciato ad attraversare il continente europeo. Una situazione che si era sicuramente radicata da tempo in alcuni strati della popolazione e che rischiava di scontrarsi con le incertezze che le nuove vicende stavano prospettando, pur all’insegna promettente della libertà e dell’uguaglianza. Tanto più questa situazione doveva esser avvertibile a Isola dove, a parte una molto limitata cerchia di notabili che ruotavano attorno al podestà e ad alcune famiglie di proprietari terrieri e di commercianti (tutto sommato di modesta entità), la stragrande maggioranza della popolazione era costituita da piccoli contadini, da qualche pescatore e da qualche artigiano. Le famiglie di una qualche rilevanza cittadina e, soprattutto, capaci di poter disporre di un reale potere nei confronti della popolazione, si potevano contare sulle dita delle due mani. Ma niente di paragonabile alle casate nobiliari capodistriane. I Contesini, i Manzuoli, i Costanzo, i Besenghi, alla fine del XVIII secolo potevano considerarsi degli agiati signori di campagna. La grande stagione delle risorse umane che i podestà riuscivano a portare a Isola al loro seguito nel corso dei secoli precedenti, ormai, stava attraversando un lungo periodo di completo ristagno: altre e più importanti erano le grandi piazze culturali ed economiche italiane che si offrivano a intellettuali e imprenditori alla ricerca di una possibilità dove avrebbero potuto affermarsi. Dopotutto, l’esempio francese era lontano dall’Istria e le notizie sulle esperienze comunarde che in qualche modo erano riuscite a raggiungere l’Istria e Isola, non erano particolarmente invitanti e rassicuranti, sia per le classi più agiate che per quelle meno abbienti. Le piccole realtà municipali istriane avevano partecipato per alcuni secoli a quelle piccole forme di spicciola democrazia che venivano consentite dagli statuti medievali, ma che – comunque – erano in vigore durante tutto il periodo, anche quando una parte dell’Europa, quasi fino alle porte di casa, era rimasta chiusa nelle rigide e poco favorevoli regole medievali. Meno interessate di tutti a radicali cambiamenti dell’ordine statuale risultavano probabilmente proprio le classi più elevate, alle quali il messaggio dell’uguaglianza e della fraternità portato inizialmente avanti dalla rivoluzione francese non doveva risultare di buon auspicio. In questo contesto, naturalmente, è possibile inserire anche il piccolo borgo di Isola, da sempre considerato come periferia della più poten-

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te Capodistria. Tant’è vero, che il nome di Insula nei primi secoli viene menzionato sempre in documenti siglati con la Serenissima dalla vicina Justinopolis. Pur se di più modesta rilevanza economica e culturale, tuttavia, Isola conobbe ed attraversò tutti i traguardi civili, culturali e amministrativi delle altre cittadine istriane e, in genere, dell’alto Adriatico. A partire dalla nascita dell’autonomia locale, sapientemente gestita attraverso le norme degli Statuti, il cui significato venne mantenuto praticamente fino alla caduta stessa della Serenissima. Il primo codice comunale tuttora conservato risale al 1360, anche se fonti storiche ne danno per certa l’esistenza almeno nei due secoli precedenti. Di estrema importanza è così la pergamena del 1253, che nei documenti presentati alla fine del volume riportiamo integralmente dal Codice Diplomatico Istriano del Kandler. Il testo, analizzato per la prima volta in maniera approfondita dallo storico sloveno Miroslav Pahor, ci pone nella condizione di avere una visione chiara e abbastanza defi­nita dell’organizzazione municipale allora esistente, e ci fornisce la prova dell’affrancamento dal monastero di Aquileia, almeno dal punto di vista politico-giurisdizionale. Il documento che, in fondo, tratta solamente della nomina di due procuratori, è molto importante perché, con poche parole essenziali, attesta quale fosse la configura­zione di governo e l’assetto organizzativo della città alla metà del XIII secolo. Esso infatti cita il palazzo comuna­le, il consiglio generale, il maggior e minor consiglio, il camerario comunale, i consoli, i nominati: nunzi, sindici, avvocati e procuratori, ed il notaio rogante. Manca l’arengo, ma ciò non significa che non esistesse, anzi, l’analo­gia con la vicina Pirano dimostra che i consoli venivano eletti dall’arengo, quindi se esistevano i consoli (in seguito chiamati giudici rettori), che costituivano il vertice del governo cittadino, organo esecutivo dell’assemblea dei cittadini, ciò significa che esisteva anche l’organo politico più importante, l’arengo. Il compito dei consoli consisteva nell’assumere tutto il potere esecutivo quando scadeva il mandato di un podestà e lo mantenevano fino all’entrata in carica di quello succes­sivo; tra i loro compiti figurava anche quello di trovare un podestà da proporre all’arengo. Ma dato che il suo primo podestà lo ebbe non prima del 1254, si può ritenere che ad Isola, in quel tempo, i consoli governassero “in pieno”, che costituissero cioè il governo cittadino con tutti i suoi diritti e doveri (comune consolare). Nel 1253 troviamo così ad Isola tre consoli, magistrati esercitanti il potere esecutivo; sorti con la libera costi­tuzione della città, il consiglio maggiore ed il minore, organi esercitanti il potere legislativo, ed un camerario del comune, i quali si trovano riuniti nel palazzo del comune per

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nominare solennemente due sindaci a procuratori per intervenire in causa contro l’abbadessa del monastero di S. Maria. Questo ci dimostra chiaramente che Isola è finalmente riuscita a svincolarsi dalla giurisdizione feudale del monastero ed è riuscita a costituirsi a comune indipendente. Il gastaldo diminuisce il suo potere ma rimane ancora per qualche tempo ad amministrare le rendite decimali del monastero, il quale ha perso, nel frattempo, il diritto alla sua nomina che spetta ora, come risulta da documento del 1260, a podestà e comune, alla badessa rimane solo il diritto di conferma che in questo caso viene rifiutato. Gli isolani sono così riusciti a far eleggere un proprio concittadino che proba­bilmente bada più agli interessi dei comune che a quelli del monastero. Da quanto si evince da questi documenti, la struttura del comune si presenta con uno schema organizzativo complesso ma ben definito, comprendente da prima i consoli e poi il podestà, l’arengo, il maggiore ed il minore consiglio, che uniti ai consoli formano il consiglio generale, il camer­ ario, ed altre figure istituzionali, ognuna con compiti e composizione ben definiti, con norme che ne disciplinano il diritto di accesso e di esclusione, con procedure che ne regolano il funzionamento, i diritti, i doveri e le sanzioni relative. Il complesso delle norme e regole è tale da far ritenere che molto difficilmente potessero basarsi solamente su norme consuetudinarie frutto di tradizione orale, ma che con maggiore probabilità rispondessero a norme scritte, raccolte magari, nei primi tempi, in maniera disordinata, ma sicuramente più ordinate in seguito, fino al punto da costituire un “corpus” ragionevolmente completo e coordina­to: gli statuti. È quasi certo, che anche nelle città istriane i primi Statuti Comunali siano stati elaborati, analogamente alle altre città medievali italiane, già nel corso del dodicesimo secolo. Lo storico Bernardo Benussi, per esempio, nel suo volume sulla Regione Giulia pubblicato a Parenzo nel 1903, rileva come il feudalesimo, introdotto nell’Istria colla conquista franca, non fosse riuscito a spegnere le precedenti istituzioni romano-bizantine, né a togliere ogni partecipazione dei liberi cittadini alla vita pubblica, ma avesse lasciato alla cittadinanza una notevole libertà d’azione in molta parte della vita municipale, nei giudizi, nei commerci, nelle imposizioni e persino nel pronunciarsi sulla pace e sulla guerra. Per cui, come rileva sempre il Benussi, non appena indebolite le regole feudali dagli eventi del nuovo millennio da poco subentrato, rinasce dagli avanzi della municipalità romana il nuovo comune, non per creazione, ma per evoluzione. Così, già nella prima metà del dodicesimo secolo non troviamo quasi più cenno della presenza degli scabini (uomini liberi, esperti nelle leggi e di buona condotta, che a partire dall’età di Carlo Magno, erano chiamati a costituire il corpo di giudici permanenti delle contee o delle centene). Viene documentata, invece l’esistenza del comune, quale corpo autonomo, e la persistenza nelle città di uno speciale diritto consuetudinario civile e penale. Con il passaggio graduale

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dell’autorità e del potere dalle mani dei vescovi e dei conti in quelle del comune, si incomincia a regolare e ad organizzare, fra il 1150 ed il 1180, anche la magistratura comunale con la creazione dei consoli. Un ulteriore sviluppo nel consolidamento del potere comunale avviene successivamente con l’istituzione e la nomina dei podestà, nelle cui mani viene accentrato quasi tutto il potere civile e, spesso, anche quello militare. Con l’avvento del dominio della Serenissima, tuttavia, questa forma di autogoverno subì in parte un ridimensionamento, in quanto alle assemblee comunali venne tolta la possibilità di eleggere i propri massimi rappresentanti, competenza che venne consegnata nelle mani del Senato della Serenissima. Come rileva nuovamente il Benussi, l’ordinamento dell’amministrazione della giustizia e l’elezione di un podestà straniero ebbe per necessità la codificazione del diritto consuetudinario tramandato sino allora oralmente da padre in figlio, da generazione in generazione, in forma precisa, scritta ed avente forze di legge per tutti i cittadini. Ebbero così origine, fra il 1180 e il 1200 gli statuti delle singole città istriane che – parzialmente modificati soprattutto per quanto riguarda il potere esecutivo e rappresentativo – rimasero in vigore sino all’instaurazione del dominio francese, cioè sino al 1 maggio 1806, anno in cui fu introdotto il Codice napoleonico. Nel corso del mezzo millennio, nella carica podestarile si avvicendarono circa 240 personaggi appartenenti ad importanti famiglie, se proprio non al vertice, del patriziato e della nobiltà veneziana. L’elenco completo, così come lo abbiamo preso da Luigi Morteani e dalla sua storia di Isola, a parte un paio che abbiamo ricostruito sulla base degli stemmi incastonati nei più importanti edifici isolani, rappresenta pure una testimonianza del ripetersi, nei decenni e nei secoli, di rappresentanti di alcune casate veneziane che, probabilmente, stanno anche a significare in determinati periodi legami più o meno consistenti di queste con precise areee istriane. Come, per esempio, i Contarini, i Badoer, i Loredano, i Morosini o, per l’appunto, i Pizzamano che, nell’elenco secolare dei podestà isolani compare sette volte, ma il cui cognome è presente pure in funzioni podestarili in epoche diverse anche in altre località istriane, venete o friulane. Certo è, che proprio ad alcuni di questi personaggi vanno ascritte alcune delle tappe più importanti dello sviluppo cittadino, come pure la presenza, la permanenza e l’opera stessa di alcuni dei più importanti personaggi della storia e della cultura isolane. Interventi che ancor oggi vengono ricordati e inseriti nella storia isolana collegati al periodo di un preciso podestà veneziano. A partire da quel Giorgio Contarini che nel 1325 fece costruire il porto ed il mandracchio di Isola. Oppure, quel Nicolò Badoer, che nel 1372, nell’assumere la carica di podestà, avvalendosi della possibilità di nominare alcuni funzionari presi

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da altre località italiane, preferì farsi accompagnare dal cancelliere Pietro Campenni, originario di Tropea, ma più probabilmente insediato con qualche funzione comunale in qualche altra località del Veneto o del Friuli. Importante, però, in quanto proprio questo Pietro Campenni nella veste di cancelliere in due tornate, si rivelò autore di ben due Codici Danteschi attualmente conservati a Venezia ed a Parigi. O, ancora, quel Marco Barbaro che nel 1419 fece istituire a Isola la prima scuola pubblica, finanziata con mezzi assicurati – come si direbbe oggi – dal bilancio comunale. È indubbio, comunque, che, a partire dalla dichiarazione di obbedienza alla bandiera di San Marco, nel 1280, i veri artefici delle successive fortune e delle sfortune di Isola furono i suoi podestà che, con ritmo costante, venivano inviati nella piccola località dal Senato della Serenissima. E anche se possiamo concordare con Francesco Semi, quando afferma che l’arrivo di Venezia rappresentò per l’Istria, nel suo insieme, una interruzione del suo sviluppo culturale e civile naturale, è purtuttavia vero che, almeno per Isola, fu proprio la presenza dei podestà veneziani a costituire elemento di acculturamento generale e, pure se vogliamo, di una certa etica e moralità nella gestione della cosa pubblica. Ha ragione, quindi, il Caprin quando ribadisce che “in Istria il popolo piegò la fronte addolorata quando vide scendere dagli stendardi la bandiera di S. Marco; sentiva che era finita una storia, e ne rispettò i ricordi per mostrarsi congiunto, con visibile legittimità, a un nobile e grande passato”, sottolineando che “sono rimasti i monumenti e gli edifici, che formano lo sfondo della scena storica, su cui noi continuiamo le fatiche e le battaglie del vivere. Dappertutto noi incontriamo avanzi e cimeli; dappertutto memorie: ogni cosa che gli uomini hanno fatto con l’amore e la gioia dell’anima e dell’intelletto è diventata una memoria. E tutto ciò che ricorda le generazioni travolte nell’onda dei secoli ci procura un godimento dello spirito: siamo le farfalle che si rincorrono sui fiori di un cimitero”. Ed aveva ragione anche il Colleoni, quando scriveva “togliete ad un popolo l’attitudine, il desiderio, che chiameremo religioso, di sentire quella voce che esce dalle tombe dei secoli antichi; toglietegli la forza di pensare ai secoli futuri, ed avrete spento in lui ciò che la sua anima ha di migliore. La potenza meravigliosa, mercé di cui gli uomini legano il passato all’avvenire, e con la luce dell’uno abbelliscono l’altro e in certo modo li associano ambedue al presente, è una delle cause più efficaci di ciò che gli individui operano di virtuoso, di ciò che le nazioni compiono di grande”. “Certo, che il retaggio veneziano/veneto nella penisola – ribadisce oggi lo storico istriano Egidio Ivetic – è in gran parte quello venuto su con la ripresa economica, demografica e sociale dopo il 1670-80. Il

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Settecento vede questo coronamento e lascia un’ampia eredità materiale che è possibile scorgere in ogni borgo dell'interno, oltre che sulla costa, laddove, posteriori rifacimenti non l’abbiano cancellato. Oggi, dinanzi all’inarrestabile avanzata dell’industria del turismo, l’antico regime istriano, le atmosfere genuine dell’Istria veneta, rimangono sempre più sepolte sotto le modernizzazioni urbanistiche ed architettoniche austriache, italiane e infine quelle degli ultimi cinquant’anni. L’antico regime istriano, soprattutto il dominio veneto, non è stato capito, anzi, troppo spesso è stato frainteso in chiave nazionale/nazionalistica. Eppure basta girare per la penisola per capire che i circa quattrocento anni prima dell’Ottocento dei cambiamenti interiori, delle identità, hanno plasmato la regione, le hanno dato quel qualcosa, in stupefacente sintonia con i suoi paesaggi naturali, che la rende originale e riconoscibile”. Il nostro auspicio, che gli sforzi e le ricerche di Corinne Brenko, Alessandra Rigotti, Kristjan Knez, Franco Degrassi e Paola Pizzamano, che hanno firmato i contributi di questo poderoso volume, contribuiscano a illuminare maggiormente qualcuna di queste verità, che fanno parte incontrastata della nostra memoria storica, anche se per troppo tempo dimenticata e, ancor oggi, non sempre condivisa.

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I PARTE Corinne Brenko – Alessandra Rigotti

NAPOLEONE E LA CAMPAGNA D’ITALIA

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Napoleone e la Campagna d’Italia Il due di marzo del 1796 Napoleone Bonaparte, non ancora ventisettenne, viene nominato comandante in capo dell’armata d’Italia. Il giovane generale (noto per avere represso la insurrezione monarchica del 13 vendemmiaio, provocata dall’approvazione del decreto dei due terzi) ottiene questo incarico soprattutto grazie alla sua amicizia con Paul Barras, influente membro del Direttorio. Napoleone capisce immediatamente che per ottenere una vittoria sul campo italiano è necessario rimediare rapidamente alla situazione. Grazie a un entourage di brillanti talenti militari, tra i quali spiccano il generale Pierre Augereau, Alexandre Berthier e Gioacchino Murat, Bonaparte riesce a riorganizzare e a riequipaggiare l’esercito in poco più di un mese1. Il giovane e ambizioso generale individua nella campagna d’Italia un’ottima possibilità di mettere in luce le sue doti militari e di far valere le sue ambizioni politiche. Nei piani del Direttorio, però, il fronte italiano ricopre un ruolo strategico secondario: l’offensiva principale contro l’Austria deve avvenire sul fronte del Reno. L’obiettivo principale della missione guidata da Bonaparte è, dunque, quello di distogliere l’attenzione del nemico dal fronte nordico e, inoltre, di fornire un cospicuo bottino di guerra necessario per mantenere l’esercito e per colmare l’erario statale. Non esiste al tempo, dunque, nessuna ambizione francese di esportare la rivoluzione sul territorio italiano, nonostante la grande risonanza che gli ideali del 1789 avevano suscitato nell’opinione pubblica della penisola. A differenza delle vicende politiche e militari francesi che, almeno fino al 1796, possono interessare solo marginalmente le sorti della penisola, i “principi di libertà e uguaglianza, l’eco delle grandi giornate parigine”2 colpiscono profondamente l’opinione pubblica italiana, suscitando reazioni diverse a seconda degli ambienti politici, sociali e culturali che toccano. Inizialmente molti intellettuali italiani rimangono favorevolmente impressionati dai primi eventi della Rivoluzione, per poi cambiare idea in proposito dopo gli eccessi del Terrore: si può ricordare, a proposito, il caso di Vittorio Alfieri, che passa dall’appoggio al moto rivoluzionario – espresso nell’ode Parigi sbastigliato – alla condanna totale della condotta dei francesi nelle prose e nei versi del Misogallo. 1 Chandler, David G., The campaigns of Napoleon. The mind and method of history’s greatest soldier, New York, Scribner, 1966 (traduzione italiana: Le campagne di Napoleone, Milano, Rizzoli Editore, 1972), p. 10 2 Capra, Carlo, L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia, Torino, Loescher Editore, 1978

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La diffusione degli ideali di uguaglianza preoccupa i governanti italiani che, temendo sviluppi pericolosi per la stabilità politica, abbandonano ogni posizione riformatrice, assumendo posizioni conservatrici e repressive3. Nonostante ciò gli ideali provenienti dalla Francia si diffondono progressivamente nella penisola – anche senza dare luogo a un coerente e compatto movimento rivoluzionario con carattere nazionale – grazie all’opera informatrice di alcuni giornali, come, ad esempio, “La gazzetta universale” di Firenze e “Notizie sul mondo” di Venezia4 e, soprattutto, di personalità come Filippo Buonarroti, il quale, nominato agente rivoluzionario dalla Francia, rende la cittadina ligure di Oneglia un importante centro di diffusione delle idee rivoluzionarie. Il quadro che Bonaparte si trova davanti all’avvio della campagna d’Italia è, in definitiva, quello di un territorio non totalmente estraneo alle idee rivoluzionarie e, soprattutto, politicamente frammentato. Alla fine del XVIII secolo i principali Stati regionali italiani, escludendo la Lombardia (che si trovava sotto la sovranità austriaca), sono il Regno di Sardegna, lo Stato della Chiesa, il Regno di Napoli e il Granducato di Toscana. Manca, in questo elenco, la Repubblica di Venezia: la Serenissima, infatti, pur dominando una zona di una certa estensione, attraversa un periodo di decadenza, caratterizzato da una forte crisi sul piano interno e da un immobilismo per quanto riguarda la politica estera, che si traduce in una costante ricerca della neutralità. I principali avversari della Francia nel territorio italiano sono l’Austria e il Regno di Sardegna. Il primo attacco francese contro l’esercito austro-piemontese avviene poco meno di un mese dopo l’inizio della campagna militare, ossia il nove di aprile: grazie al suo talento militare, che si concretizza in attacchi-lampo, caratterizzati da rapidità, veloce mobilità e sfruttamento dell’effetto sorpresa, il giovane Bonaparte riesce a dividere e a sconfiggere separatamente gli eserciti degli avversari, superiori di forze ma indeboliti dalla mancanza di coesione interna. L’esercito austriaco, comandato dal generale Beaulieu, viene sbaragliato in due settimane, con le battaglie di Montenotte, Millesimo e Dego, e costretto a ritirarsi in territorio lombardo. Nel frattempo l’armata francese sconfigge ripetutamente le forze sabaude a Ceva, San Michele e Mondovì, obbligandole a riparare verso Torino. Il re piemontese, Vittorio Amedeo III, si trova costretto a rinunciare alla resistenza firmando l’armistizio di Cherasco (il ventotto di aprile del 1797), al quale segue un duro trattato di pace, firmato a Parigi il quindici di maggio del 1797: esso comporta la 3 Ibidem. 4 Pécout, Gilles, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (17701922), Bruno Mondadori, Milano 1999

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rinuncia da parte del Regno di Sardegna a Nizza, alla Savoia e a Tenda; i francesi, inoltre, ottengono il diritto di occupare le principali fortezze piemontesi e di valersi dei territori del regno di Vittorio Amedeo III per necessità militari. Il Regno di Sardegna, infine, è tenuto a versare alla Francia un contributo di cinque milioni di lire. Risolta la questione con i piemontesi, Napoleone prosegue le ostilità rivolgendosi contro gli austriaci. Facendo compiere alle sue forze una rapida marcia verso est riesce a cogliere di sorpresa l’esercito nemico, sconfiggendolo a Lodi il dieci di maggio. Quattro giorni dopo le truppe francesi occupano Milano: gli austriaci, costretti a fuggire, abbandonano la città ritirandosi oltre il Mincio. Sconfitte nuovamente a Borghetto, le forze austriache abbandonano Peschiera e Verona e riparano verso il Trentino: la città di Mantova, assediata dai francesi, è l’ultimo baluardo del potere imperiale in Italia. Nel frattempo Napoleone provvede a togliere ogni eventuale ostacolo al proseguimento della campagna: i duchi di Modena e Parma si trovano costretti a firmare duri patti, il Regno di Napoli viene obbligato a cessare l’appoggio alla flotta inglese (tregua del sei giugno del 1796, che successivamente sfocia in un trattato di pace a Parigi il dieci di ottobre dello stesso anno). Le forze francesi, inoltre, occupano le legazioni pontificie di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna: il papa Pio VI riesce a ottenere il parziale ritiro dei francesi a un caro prezzo, che prevede il pagamento di ventuno milioni di lire, nonché la consegna di numerose opere d’arte e di codici appartenenti alla Biblioteca Vaticana. Napoleone, infine, procede occupando le province settentrionali della Toscana fino a Livorno. In questo modo lo scacchiere italiano è libero da qualsiasi ingombro e l’esercito francese può rivolgersi indisturbato verso il nemico principale: gli austriaci, i quali, dopo aver sostituito Beaulieu con il generale Wurmuser, cercano ripetutamente di ristabilire il contatto con Mantova tramite controffensive combinate dal Trentino. Dopo due tentativi falliti da parte delle forze imperiali – sconfitte dall’armata francese prima a Castiglione, presso Solferino (il cinque di agosto), e successivamente tra Primolano e Bassano (l’otto di settembre) – seguono poche settimane di tregua, durante le quali l’arciduca Carlo, fratello dell’imperatore, sconfigge diverse volte in Germania i generali francesi Jourdan e Moreau. Gli austriaci, incoraggiati dagli avvenimenti a nord, riprendono le ostilità in Italia dopo avere affidato l’esercito al generale ungherese Alvinczy: è una disfatta totale per l’esercito austriaco, battuto prima ad Arcole tra il quindici ed il diciassette novembre e, nuovamente, a Rivoli tra il tredici e il quattordici di gennaio del 1797; gli austriaci si trovano costretti a rinunciare alla difesa di Mantova, che il due di febbraio del 1797 capitola nelle mani dei francesi.

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Preso l’ultimo caposaldo austriaco in Italia, l’armata francese non trova più resistenze degne di nota nella penisola e procede nell’avanzata lungo i territori dello Stato pontificio, costringendo così Pio VI a chiedere l’avvio delle trattative di pace. Il diciannove di febbraio 1797 viene quindi firmato il trattato di Tolentino, che prevede per il Papa, oltre al versamento di oltre trenta milioni di lire, la rinuncia alle legazioni di Bologna e Romagna e la definitiva cessione di Avignone e del Venaissin alla Francia. Grazie a questo accordo, inoltre, i francesi ottengono la possibilità di stanziarsi ad Ancona fino alla pace generale. Concluso il trattato con il pontefice, Bonaparte muove rapidamente le sue truppe verso nord, dove, stanziato sul Tagliamento, lo attende il nuovo esercito preparato dagli austriaci e posto sotto il comando dell’arciduca Carlo. Napoleone si muove rapidamente, sconfiggendo gli avversari prima il 16 marzo e, successivamente, il ventiquattro di marzo a Tarvisio, riuscendo così ad aprirsi la via sul versante settentrionale delle Alpi e a entrare nel territorio nazionale dell’Austria. L’avanzata francese si ferma il sette di aprile nei pressi di Leoben, a circa settanta chilometri da Vienna, dopo avere appreso che l’Austria si è detta disponibile ad accettare una tregua e a intraprendere negoziati di pace. La tregua sfocia nei preliminari di Leoben (il diciotto di aprile del 1797): la questione centrale della trattativa consiste nel far gravare sulla Repubblica di Venezia le spese del compromesso. L’accordo tra Austria e Francia, infatti, prevede la cessione da parte di Venezia della Dalmazia e dell’Istria a vantaggio dell’Austria; la Serenissima, in cambio, può ottenere come compenso le legazioni emiliane. Una clausola segreta, infine, prevede l’intervento della Francia per costringere Venezia ad accettare il compromesso. La Serenissima, oggetto inconsapevole degli accordi tra Francia e Austria, non aveva dato molti segni di energia durante la campagna svoltasi nei mesi precedenti in Italia. Per parecchi mesi molte operazioni militari erano state svolte sul suo territorio, senza che il governo veneziano riuscisse a trovare altra linea di condotta che un’umiliante neutralità. Questa linea di azione suscita molto malcontento, che sfocia in sollevazioni sul territorio fomentate dai francesi (come, ad esempio, quelle pro-rivoluzionarie del dodici e del diciotto di marzo, durante le quali rispettivamente Bergamo e Brescia si proclamano libere repubbliche), ma, anche, in fermenti antifrancesi, nati dall’insofferenza delle popolazioni locali verso i fastidi causati dall’esercito francese. Dal diciassette al ventitré di aprile Verona è teatro di violente agitazioni popolari (poi note con il nome di “Pasque veronesi”) contro il presidio francese. Nonostante la mancanza di appoggio da parte di Venezia alla rivolta (che viene sedata il ventitré di aprile dai francesi con

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una dura repressione), Bonaparte coglie l’occasione per dichiarare nemica la Repubblica veneta, iniziando l’occupazione del Veneto. Il dodici di maggio del 1797, con l’esercito francese ormai alle porte (Napoleone era a Mestre già dall’otto del mese), Venezia decide di “democratizzarsi”, tramite la rinuncia al potere del Maggior Consiglio e del Doge Manin, compiendo un ultimo disperato tentativo di autoconservazione. Le decisioni fondamentali sul futuro della Serenissima, però, sono già state prese: è, infatti, ormai in atto il processo che porterà alla firma del trattato di Campoformio (il diciotto di ottobre del 1797), che sancirà la definitiva perdita di sovranità della Repubblica di Venezia.

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Decadenza di Venezia Il quadro generale Ma come si profila il grande stato veneto alle soglie della Campagna d’Italia? Sebbene l’espansione territoriale sia ancora notevole (lo Stato abbraccia il Veneto, il Friuli, le province di Bergamo e Brescia, una parte del Cremonese, l’Istria, la Dalmazia, l’Albania litoranee, le isole Ionie e Cerigo) con una popolazione totale di quasi tre milioni di abitanti, delle antiche glorie rimane ormai soltanto il ricordo, la Serenissima è stretta nella morsa del suo ineluttabile declino. Declino i cui segni premonitori si palesano già all’alba della difficile pace di Cambrai. Si apre infatti una fase di guerra perpetua contro i Turchi, che risulterà sfibrante per l’economia e il commercio veneto. Lo sforzo bellico, la graduale espulsione della Repubblica dai mari, lo spostamento dell’asse delle grandi correnti di traffico, come pure la forte concorrenza dei porti di Genova, Livorno, Trieste ed Ancona, fanno piombare Venezia in una forte crisi economica. La società veneziana non rimane, in ogni modo, del tutto estranea alle idee ed ai principi d’Oltralpe, benché accolga tradizionalmente i fuoriusciti realisti scampati alla ghigliottina di Danton e Robespierre. Le idee dell’illuminismo stentano a propagarsi e rimangono solitamente relegate all’ambiente aristocratico, il popolo non sente necessità di riforme, manca la “materia prima”: il malcontento5. Le masse sono, infatti, protette da rigido ordinamento corporativo e indifferenti a tentativi di liberalizzazione del mercato del lavoro. L’impoverimento generale si ripercuote anche sulla classe patrizia. Sono proprio i motivi economici che portano alla limitazione dei matrimoni patrizi “onde sostenere (specie nelle famiglie aggregate dopo la serrata) il lustro del casato; la istituzione dei fide commissi; l’aver parecchi patrizi preferito al matrimonio le ricche abbazie”6. Per salvare il proprio patrimonio la nobiltà ricorre largamente al maggiorascato, ai fede-commessi e al monacato delle figlie7. Diminuisce così il numero dei membri delle grandi famiglie patrizie e, di conseguenza, anche quello dei membri del governo. Analizzando i registri del Maggior Consiglio, possiamo notare che il numero dei presenti alle adunanze nel 1527 ammonta a 2095, mentre nel 1797 (alle soglie della “democratizzazione”) il numero dei votanti è sceso a 731. 5 6 7

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Zorzi, Alvise, La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Milano, Rusconi, 1989, p. 486 Cecchetti, Bartolomeo, Una delle cause della caduta della Repubblica veneta, Venezia, stab. tipograf. di p. Naratovich, 1887, p. 1 Giuseppe, Maranini, La caduta della Repubblica (appendice di Storia della Repubblica di Venezia) di Gino Benvenuti, p. 246


Un altro elemento d’instabilità è costituito dal rapporto particolare creato tra la Repubblica del Leone e la terraferma, basato su sistema sostanzialmente federativo “dove le autonomie civiche fondate sui propri statuti rispettabilissimi”8 non lasciano spazio ad un’organizzazione accentrata e unitaria, accentramento che sta ormai prendendo piede nella maggioranza degli stati europei e sulle cui basi sorgerà, in seguito, lo stato moderno. Venezia è fondamentalmente espressione della civiltà comunale e, come quest’ultima, inevitabilmente condannata al tramonto9. La Repubblica di San Marco si ritrova così in una posizione di inferiorità rispetto alle potenze europee delle quali è diventata facile preda, quest’ultime però si astengono dall’infliggerle il colpo di grazia solo dietro promessa di una non intromissione nei problemi politici della penisola. Venezia viene relegata, quindi, ad una posizione di tragica neutralità, neutralità che diventa tratto fondamentale e linea guida della politica marciana fino alla sua disfatta. Per porre rimedio alla disastrosa situazione in cui versa la Repubblica è quindi necessario cambiare la struttura statale e la base sociale ed economica dell’oligarchia al potere, ma l’immobilismo che pervade il governo non cede e anzi ostacola anche i più moderati tentativi di riforma del sistema a opera dei “Novatori” quali Angelo Querini, Giorgio Pisani, Carlo Contarini. La classe governante è “ancorata all’ordine costituzionale dei secoli trascorsi e non permetteva che si applicassero sostanziali rinnovamenti di struttura delle magistrature”10. Ed è proprio a causa di questa cristallizzazione di posizioni che permea la classe governante che la Repubblica è incapace di far fronte alla nuova epoca e a colui che l’incarna, Napoleone Bonaparte.

Il doge Ludovico Manin e la politica della neutralità Anche quando il dieci di febbraio del 1789 muore il doge Paolo Renier e gli succede colui che sarà l’ultimo doge della Serenissima Repubblica di Venezia, Ludovico Manin, il governo non attua cambiamenti di conduzione sconvolgenti. Ma come ha fatto questo personaggio, a detta 8

Tomaz, Luigi, Dalla parte del Leone. La resistenza popolare marchesca in Veneto, Istria e Dalmazia alla caduta della Repubblica Serenissima nel 1797, dalle Pasque veronesi al “Ti con nu – Nu con ti” di Perasto, Venezia, Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 1998, p. 16 9 Maranini, Giuseppe, op. cit., p. 246 10 Benvenuti, Gino, Storia della repubblica di Venezia, Pisa, Libreria editrice Athenaeum, 1971, p. 222

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di tutti fiacco, pavido e bigotto, che per di più proviene da una famiglia di origine toscana, ascritta al patriziato solo di recente, a diventare doge di Venezia? Come ricordato dallo stesso Renier, con l’erario “in sconquasso, ocore un ricon”11 e Ludovico Manin, grande latifondista friulano, ricco lo era di certo. Con Manin, però, avviene un cambiamento di rotta rispetto ai sui predecessori, che, sebbene non di conseguenze immediate, preannuncia in qualche modo l’inizio della fine: dove fino a Renier la preoccupazione di fondo del Doge era la conservazione dell’indipendenza della Serenissima, il Manin tenterà, sino alla fine, di preservare l’incolumità degli abitanti e l’integrità dei loro beni, è dunque la conservazione sociale il fine al quale anche l’indipendenza va subordinata12. Sotto Manin la tradizionale politica di neutralità viene mantenuta, inascoltate rimangono le voci di coloro che a gran voce denunciano il pericolo in cui si trova Venezia che continua, disarmata, il difficile gioco dell’equilibrio. Già nel maggio del 1779 il segretario dell’Inquisitore di Stato, Giuseppe Mocenigo ammonisce: “se questi signori non penseranno a tempo pacifico e tranquillamente a porsi sopra un piede da poter accorrere prontamente alle insorgenze, e non disciplineranno tutti gli articoli dei premunimenti che occorrono per la guerra, alla prima comparsa di qualunque vascello di estere truppe, perderanno gli Stati non solo in una campagna, ma in un punto”13. Ma Venezia, forte dei suoi rapporti pacifici e amichevoli con la Francia e l’Austria, non dà ascolto al lungimirante Mocenigo. E quando quasi dieci anni dopo, nel 1788 l’ambasciatore a Parigi Antonio Cappello, esorta il governo ad uscire dall’isolamento e a ricercare con cura alleanze, la risposta dei Savi non cambia. E così, alla proposta di partecipazione della Repubblica all’alleanza antiturca stipulata tra l’imperatore Giuseppe II e Caterina la Grande di Russia la Serenissima rispondeva “che nell’attual guerra dei due imperi contro la Porta, i riguardi d’amicizia costantemente professati verso le Corti medesime, l’avevano determinata di adottare, come conveniente alle proprie circostanze, la neutralità”14. Il sistema dell’isolamento rimane, dunque, intatto. Venezia si sente in una botte di ferro, il confine orientale non crea preoccupazione grazie anche ai costanti proclami d’amicizia che arrivano dal governo di Vienna, mentre il confine occidentale è protetto dalla “diga” dal Piemonte sabaudo. Intanto, nel maggio del 1789 in Francia scoppia la Rivoluzione. Venezia non si sbilancia e mantiene un atteggiamento di attesa, mentre continuano ininterrotti i rapporti diplomatici franco-veneti. 11 Zorzi,Alvise, op. cit., p. 483 12 Ibidem. 13 Romanin, Samuele, Storia documentata di Venezia, Venezia, Libreria Filippi Editore, 1975, vol. IX, p. 143 14 Ivi, p. 169

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Per quanto riguarda la diffusione delle nuove idee democratiche, essa avviene in maniera disomogenea: attecchiscono poco nell’area lagunare, mentre nel dominio di terraferma, le opinioni rivoluzionarie fanno da tramite alla frustrazione delle classi privilegiate, nobiltà e borghesia di provincia. Anche le classi inferiori, esasperate dal susseguirsi di carestie e dalla durezza con la quale vengono trattate dalla nobiltà, sono sensibili alle idee di miglioramento sociale che arrivano da Oltralpe. Ad ogni modo, l’attrito provocato dalle posizioni contrastanti non è mai così forte da provocare una rivoluzione, anche quando a ciò si somma un altro elemento di disturbo, costituito dagli emigranti realisti francesi che con l’aggravarsi della crisi in Francia cercano di ottenere consensi e simpatie spargendo voci sempre più tragiche sulle vicende che si stanno dipanando nella madrepatria. Nel frattempo, nell’aprile del 1792, Luigi XVI dichiara guerra all’Austria a fianco della quale scende la Prussia. Nell’autunno dello stesso anno le truppe francesi, comandate dal generale Laroque, entrano in Savoia. Il venti di settembre del 1792 i francesi battono l’esercito austroprussiano a Valmy e in seguito occupano il Belgio, Nizza e la Savoia. Senza mai abbandonare le linee della sua acquiescenza abituale, Venezia rifiuta nel novembre del 1792 di aderire alla coalizione europea anti-francese formata da Austria e Prussia. La neutralità veneta, dobbiamo ricordare, non è dovuta al calcolo politico, ma alla debolezza militare ed economica in cui versa la Repubblica. Il suo gioco isolazionistico non può però durare a lungo. Nell’aprile del 1794, infatti, il savio Francesco Pesaro con un discorso in Senato, sollecita il riarmo della Repubblica “non per provocare, ma per impedire d’essere provocati od assaliti, per allontanare dalle venete terre la guerra, e con essa le ingiurie, le ruberie e le carnificine che l’accompagnano”15. Lo scopo principale è, dunque, la difesa del territorio veneto. Il Pesaro continua dicendo che “a me pare che lo starcene disarmati in mezzo a così rabbioso moto, non sia né sicuro, né onorato, che l’armarsi sia senza sospetto e necessariamente richiesto dall’onore e dalla salute nostra, poiché i consigli onorati son sempre i più sicuri, e la riputazione è gran parte della forza”16. È necessario mandare un messaggio forte e chiaro alle potenze europee: Venezia intende difendere la neutralità e l’inviolabilità dei propri confini. 15 Romanin, Samuele, op. cit., p. 198 16 Ibidem.

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Alla proposta del Pesaro controbatte il senatore Zaccaria Valaresso, fervente sostenitore della neutralità disarmata. Egli afferma che “la principale necessità di Venezia è quella di assumere una posizione giuridica ben chiara, così che soltanto un’“irresistibile violenza”, prevaricando ogni norma giuridica, possa attentare all’integrità dello stato veneto”17. Il Valaresso è fondamentalmente un uomo dell’Ancien Régime, per il quale l’inviolabilità del “diritto delle genti” rimane infrangibile, purtroppo però egli dimentica che la Francia rivoluzionaria e i personaggi che la rappresentano rispondono ad un altro codice di valori, gli antichi ideali sono crollati in contemporanea alla Presa della Bastiglia. Il brillante discorso del Valaresso, unito al desiderio dei Savi di fuggire qualsiasi discorso di guerra, prevalgono sulla fazione del Pesaro e i suoi pochi sostenitori (tra i quali Francesco Calbo), la neutralità disarmata ottiene la maggioranza e Venezia continua instancabile il difficile gioco diplomatico necessario a mantenere il proprio equilibrio. Intanto, nel novembre 1794 viene inviato a Venezia l’agente diplomatico francese Lallement, il governo lo accoglie con i migliori auguri completamente ignaro del fatto che egli avrebbe giocato a breve, un ruolo fondamentale nella disfatta della Serenissima.

L’incidente “Lilla” Ma Venezia si ritrova ben presto a dover affrontare un altro problema che rischia di rovinare i rapporti amichevoli appena instaurati con la Francia: il pretendente al trono francese, conte di Lilla, dovendo fuggire dal Piemonte chiede di poter essere ospitato a Verona. Il Senato “memore degli antichi vincoli colla Corte di Francia”18 decide di accordargli l’asilo politico, non senza prima, però, raccomandare il podestà veronese di “trattarlo coi dovuti riguardi, ma senza segno alcuno esteriore che potesse destare sospetto circa alle politiche intenzioni”19. La decisione del governo provoca una reazione immediata tra i diplomatici francesi, il Lallement protesta violentemente oltretutto rinfacciando a Venezia torti passati (veri o presunti) minacciando addirittura di ritirare i proprio agenti diplomatici da Venezia qualora la stessa non avesse spiegato “chiaramente e nettamente intorno alla neutralità che pretendeva mantenere”20. La questione inizia a farsi spinosa, la Serenissima non vuole ignorare la tradizionale ospitalità accordata ai fuoriusciti politici, ma non può neppure arrischiarsi a destare 17 18 19 20

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Zorzi, Alvise, op. cit., p. 488 Romanin, Samuele, op. cit., p. 226 Ibidem. Ibidem.


le ire della Francia. La questione finisce nuovamente in Senato, dove il Pesaro afferma con forza che si devono rispettare i “sacri doveri d’asilo e d’ospitalità”21. Il senatore viene però nuovamente ignorato dalla maggioranza che decide per l’espulsione del pretendente. Intanto la tensione dell’avvenimento spinge la Repubblica a raddoppiare gli sforzi per il controllo degli stranieri che entrano sul suo territorio e a sollecitare un’analisi approfondita della situazione francese come pure quella degli alleati. Le notizie che giungono da Parigi, grazie al conte Rocco Sanfermo, non sono affatto confortanti. Quest’ultimo riferisce che i francesi intendono attaccare i territori italiani facenti capo agli Asburgo onde creare un diversivo per la deviazione delle truppe austriache dal fronte del Reno, ma non solo: i francesi in Italia “facevano assegnamento di trovare in abbondanza viveri, vestiti, munizioni”22. Per quanto riguarda le sorti di Venezia, Sanfermo riferisce che non c’è intenzione da parte dei francesi di attaccarla apertamente, ma “vi si sarebbero dapprima eccitati tumulti, e cercati pretesti di attaccarle briga; che si erano già acquistate molte persone di tutte le classi, e particolarmente delle più distinte, e perfino tra quelle stesse che sono dal governo destinate a scoprire le trame francesi”23. Il Sanfermo, che predice con eccezionale chiarezza e precisione le sorti della penisola, viene però completamente ignorato dal governo della Repubblica e anzi, quando nella primavera del 1795 la Francia sembra aver passato la crisi più acuta (fine del Terrore, giornate di Termidoro, caduta di Robespierre), la Serenissima si cura di intavolare le prime trattative per riallacciare i rapporti diplomatici franco-veneti e la loro definitva normalizzazione. Alvise Querini viene nominato nuovo ambasciatore a Parigi (sostituisce Alvise Pisani scappato da Parigi dopo i fatti dell’agosto del 1792). Il Querini parte per la Francia con la raccomandazione di “rendere favorevolmente impressi i rappresentati della nazione del nostro buon animo, che di confermare in essi le migliori disposizioni verso la nostra Repubblica”24, dovrà inoltre rassicurare il governo francese della ferma volontà della Serenissima di mantenere la propria neutralità. L’ambasciatore dovrà avere cura, inoltre, di carpire informazioni sulle intenzioni che i francesi nutrivano nei confronti dell’Italia.

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Zorzi, Alvise, op. cit., p. 490 Romanin, Samuele, op. cit., p. 228 Ibidem. Ivi, p. 242

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La Campagna d’Italia Quando il diciassette di febbraio del 1796 in una lettera dell’ambasciatore francese Lallement indirizzata al Senato veneziano si legge: “Centomila Repubblicani […] sono per discendere in Italia, non per conquistarne la menoma parte, ma per renderle la tranquillità respingendo di là dalle Alpi le orde austriache che da troppo lungo tempo la desolano, distruggendovi per sempre l’influenza di una casa ambiziosa che vuole soggiogarla”25. Venezia non può fare altro che protestare. Le sue richieste rimangono, ovviamente, inascoltate. I francesi, penetrati in precedenza nella Zona di Nizza e Savoia e fermati alle porte del Piemonte e della Lombardia da Vittorio Amedeo III di Savoia (a fianco delle truppe austriache), passano ora dal Tirolo alla Lombardia attraversando il corridoio veneziano di Campara e dilagando nel veronese. Alla fine dell’aprile 1796 il Piemonte è sconfitto e l’esercito austriaco è costretto a battere la ritirata. I veneziani sono increduli. La marcia di Napoleone sembra inarrestabile e quando egli viola la neutralità del Ducato di Parma e passa il Po, il generale austriaco Beaulieu si vede costretto a cedergli la Lombardia austriaca. La sorpresa causata dalla repentina capitolazione dei piemontesi succeduta da quella dell’esercito imperiale non bastano, in ogni modo, a giustificare la rassegnata assenza di ogni misura protettiva sul territorio veneto. E quando finalmente vengono adottate misure per fronteggiare la nuova situazione creatasi nella penisola esse risultano flebili e tardive. Si elegge un provveditore generale in terraferma con l’incarico di coordinare le operazioni necessarie ad assicurare il rispetto delle neutralità, nella persona di Nicolò Foscarini, personaggio che ahimè non possiede né la forza morale né il coraggio necessari a tener testa al Bonaparte. Il Foscarini, alla cui inettitudine personale si affiancano gli inefficaci ordini del Senato che lo esortano a “destreggiare a tentare tutte le via della conciliazione”26, nulla può contro le forze degli eserciti belligeranti che si stanno avvicinando pericolosamente al territorio veneto. Intanto i francesi chiudono sull’esercito imperiale che si trova ormai costretto ad attraversare il Mincio. La città di Peschiera sguarnita e disarmata costituisce facile preda per gli imperiali che hanno bisogno di una fortezza sicura per tentare di arginare gli attacchi francesi. Il Senato veneto, giunto al corrente della situazione, si raccomanda di non far entrare nella fortezza gli eserciti in guerra, ma del resto “cosa potevano 25 Ivi, p. 259 26 Ivi, p. 291

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vane parole ove non erano né genti, né cannoni”27? Gli austriaci, infatti, occupano ben presto Peschiera e, di conseguenza, violano la neutralità veneta. Occupazione che in realtà servirà solo a posticipare l’inevitabile capitolazione dell’esercito imperiale che viene battuto dal generalissimo a Borghetto. Le truppe francesi possono così entrare nella città liberata dagli austriaci e conquistarla. La terraferma veneta è ormai diventata terreno di scontro per gli eserciti belligeranti, viene così mandato a Peschiera il provveditore generale Foscarini col compito di protestare per il mancato rispetto della neutralità, le violenze e le devastazioni dei francesi, ma egli si vede costretto a subire la sfuriata di Napoleone che usa l’incidente di Peschiera per accusare (nuovamente) i Veneziani di allenaza con gli Austriaci. Egli ritiene che i veneti abbiano “lasciato occupare dagl’imperiali Peschiera,” quando invece si sarebbero dovuti “opporre per dovere di neutralità: e se non avesser bastato, egli sarebbe accorso”28. Napoleone afferma che il governo veneto avrebbe dovuto dichiarare guerra all’imperatore anche quando sa benissimo che Venezia è disarmata e circondata dai domini austriaci. Con i suoi soliti modi teatrali il generale accusa il governo veneto di aver dato ospitalità proprio a Verona al “principale nemico della Francia”29, pretendente al trono francese Conte di Lilla che per precauzione era stato allontanato in tempo contro il diritto internazionale di asilo politico. Il corso continua reclamando il possesso di Peschiera perché “toltala di mano agl’imperiali”30 e continua fingendo di aver ricevuto ordini di bruciare Verona se il Foscarini non avesse acconsentito alle truppe francesi di occuparla”. Era questo infine lo scopo vero di tanto schiamazzo; Bonaparte non volea se non un pretesto per occupare Verona”31. Il Foscarini, travolto dall’ira e dall’impeto di Napoleone, non può altro che piegarsi al volere del corso. Non che egli avesse potuto fare altrimenti, la resistenza di Verona non sarebbe servita a nulla, i francesi l’avrebbero conquistata comunque e con essa tutta la terraferma, se non Venezia stessa. Il primo di giugno del 1796 i francesi entrano a Verona fra il malcontento della popolazione, le truppe, infatti, pretendono di essere mantenute in cambio di buoni senza valore. Un’atmosfera di insicurezza e tensione aleggia nella città dove i soldati si danno al saccheggio e insidiano le donne. 27 Ivi, p. 296 28 Veroli, Piero, Storia della Venezia dal 1797 al 1867, Firenze, Giuseppe Ferroni Editore, 1874, p. 95 29 Ibidem. 30 Ibidem 31 Romanin, Samuele, op. cit., p. 306

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Il rapporto del Foscarini sull’incontro con Bonaparte getta il governo nel panico, i Francesi si trovano ormai alle porte della capitale. Il senato mette in atto un ultimo, disperato tentativo di salvare la Serenissima. Il due di giugno vengono richiamate in laguna nuove truppe schiavone, le fedelissime Craine (truppe nazionali della Dalmazia) e si elegge Jacopo Nani provveditore alla Lagune e ai Lidi per il coordinamento delle misure difensive della capitale. Viene deciso, inoltre, l’invio dei Savi Francesco Battagia e Nicolò Erizzo a Verona per incontrare il generale e professargli immutata amicizia. I due trovano un Bonaparte tranquillo, che dice di considerare chiuso l’incidente di Peschiera, ma fa richiesta di un grosso rifornimento d’armi subito accordatogli dai deputati. Inoltre, il generale promette di laberare Verona se il Senato avesse garantito d’impedire agli Austriaci l’uso dei ponti di Verona per passare l’Adige. Il 1796 trascorre tra le violenze dei belligeranti che desolano campagne e soggiogano le terre del Bergamasco, del Veronese, del Cremasco e del Padovano con le loro pesanti requisizioni, le proteste diplomatiche, regolarmente inascoltate e la disposizione per la difesa lagunare. Il Provveditore generale per la terraferma Foscarini viene sostituito da Francesco Battagia. Quest’ultimo instaura con il Bonaparte una dinamica costante: lo sfoggio di aggressività del generale viene accolto dall’arrendevolezza dal provveditore, arrendevolezza che provoca un’ulteriore aumento di aggressività e con essa il rialzo delle pretese francesi. Intanto le truppe francesi alimentano, nella penisola, il dilagare delle idee rivoluzionarie, che sono, in contemporanea, strumento di antivenezianesimo ad uso della nobiltà provinciale, ma anche messa a riparo di quest’ultima nel caso di una futura vittoria francese. La nobiltà di terraferma usa slogan rivoluzionari per la ripresa del predominio sociale e del privilegio. Come conseguenza della “democratizzazione” della nobiltà, avviene nel popolo una ripresa delle posizioni “marchesche”, la Repubblica è diventata mezzo di difesa dalle classi privilegiate. Per quanto riguarda, invece, i domini di Istria e Dalmazia la situazione risulta diversa: Venezia è per loro garanzia di difesa contro Turchi e pirati. Il loro è un sentimento di sincero e profondo lealismo. Venezia, dal canto suo, è costretta a proseguire l’intricato gioco diplomatico volto a mantenerne la neutralità. E quando arriva al Sento la proposta della Francia di un’allenaza franco-veneto-turca il Collegio rifiuta. Su questa decisione pesano, accanto alla tradizionale linea dell’equilibrio, anche l’idea di un imminente nuovo attacco austriaco e le incertezze 28


riguardanti il comportamento che la Francia avrebbe adottato in caso di vittoria. Inoltre, la Dalmazia non avrebbe visto di buon occhio un’alleanza con i Turchi. Ma non solo: il governo inglese minacciava di bloccare il porto veneziano per garantire la libertà di traffico adriatico e per proteggere il porto imperiale di Trieste. Dobbiamo inoltre ricordare che per la Repubblica aristocratica veneziana, istituzione tipica Ancien Régime, un’alleanza con il rivoluzionario stato francese, sarebbe stata del tutto antitetica. Il rifiuto di Venezia viene considerato come un atto di inimicizia dalla Francia. Il 1796 si chiude, quindi, con il fallimento dei negoziati franco-veneti e con un tentativo da parte del Direttorio di concludere una pace con l’Austria (tramite la missione Clarke) sulla base di compensi territoriali con l’esclusione, per il momento, della terraferma veneta. Nel frattempo Napoleone, che aveva costretto le truppe austriache a riparare in Tirolo, è libero di volgere il suo sguardo al resto dell’Italia, il cui destino è ormai alla sua mercè. Aggredisce lo Stato Pontificio, occupa Bologna, estorce alla Chiesa milioni in denaro e opere d’arte. Ma gli austriaci non vogliono rinunciare così facilmente ai possedimenti italici, e dopo una veloce riorganizzazione dell’esercito, calano dal Tirolo passando per Bolzano e Trento. Ma il generale austriaco Wurmser viene battuto nuovamente a Bassano e non può far altro che rinchiudersi bella fortezza di Mantova, presa d’assedio dalle truppe francesi. In contemporanea, nell’Italia centrale, il Papa coglie l’occasione per tentare la ripresa delle legazioni. L’instabilità politica della penisola, causata dalla guerra, risulta terreno fertile per le sommosse e rivendicazioni. Napoleone decide di normalizzare la situazione con la creazione di uno stato regolato ed indipendente, poco sensibile alle rivendicazione dello Stato pontificio. Il trenta di dicembre 1796 a Reggio viene istituita, nell’orbita francese, la Repubblica Cispadana che comprende i territori di Modena, Reggio, Bologna e Ferrara. In realtà il Direttorio non esprime mai la volontà di causare rivolgimenti politici in Italia, la nascita dello stato cuscinetto della Repubblica Cispadana è conseguenza esclusiva dell’apprensione di Bonaparte. Il 1797 si apre con un nuova offensiva dell’esercito austriaco che, però, è costretto ad incassare l’ennesima sconfitta. Le truppe imperiali, comandate dai generali Alvinczy e Davidovich, vengono battute presso Arcole dai francesi. E dopo un’ulteriore vittoria francese a Rivoli, anche fortezza di Mantova è costretta a capitolare. Napoleone è libero di dedicarsi all’irrequieto Stato pontificio. Dopo aver intercettato una lettera del segretario di Stato, il Cardinale Busca, contenente le trattative di alleanza con l’Austria, il Bonaparte ottiene il pretesto perfetto per sferrare un attac-

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co contro il Papa. Il primo di febbraio 1797 le truppe francesi invadono gli Stati della Chiesa, il pontefice viene sconfitto ed umiliato. Intanto il Direttorio, desideroso di arrivare alla pace con l’imperatore esorta Napoleone a moderare gli entusiasmi democratici dei popoli d’Italia, quest’ultimo acconsente e anzi fa sfoggio di raro cinismo e freddezza nei confronti delle aspirazioni di libertà e democrazia degli italiani, in barba al famoso proclama bresciano nel quale si definisce “liberatore d’Italia”. Al generale Clarke viene nuovamente affidato il compito di negoziare un armistizio con gli Asburgo, che, già dalla pace di Cambrai accarezzavano l’idea di annessione della terraferma veneta ai domini imperiali. Il Direttorio, però, sebbene incline all’idea di offrire dei compensi territoriali all’Austria, per il momento esclude dal tavolo delle trattative i territori della Serenissima. Mentre nel marzo 1797 inizia la terza fase della campagna del Bonaparte, e le truppe francesi varcando il Tagliamento e l’Isonzo si inoltrano nella Stiria, egli autorizza l’insediamento delle Municipalità democratiche indipendenti, filofrancesi e antiveneziane sul territorio. Municipalità che aiuteranno, sì, a legittimare la caduta della Serenissima, ma che verranno cedute, assieme alla terraferma veneta, all’Istria e alla Dalmazia, all’Imperatore. Ed è a Bergamo che il dodici di marzo del 1797 scoppia la prima ribellione antiveneziana guidata dai conti Pesenti e Alberghetti, e costituita la municipalità provvisoria il vice podestà Ottolini viene obbligato ad abbandonare la città. Tra il diciassette e il diciotto di marzo anche Brescia si dichiara indipendente, seguita il venticinque da Salò e il venitsette di marzo da Crema. In tutti i casi le “proclamazioni vengono fatte da esigue minoranze di vertice senza alcuna consultazione delle cittadinanze”32. Il Senato veneto, incapace di arginare i fervori rivoluzionari, decide di chiedere aiuto all’esercito francese, esercito francese che in primis aveva fomentato i suddetti moti. Dopo due giorni di colloqui tra il Bonaparte i deputati della Serenissima, Venezia si ritrova in condizioni ancora peggiori: Napoleone li esorta a stringere accordi precisi con il Direttorio e richiede un milione di franchi d’oro al mese per sei mesi (dietro pretesto di alleggerire la popolazioni dalle requisizioni) con la promessa di rimborso a guerra finita. Promessa che, ovviamente, non verrà mai mantenuta. Napoleone dal canto suo si trova in una situazione di stallo, il Direttorio preme perché marci su Vienna, ma lui è convinto di essere in una posizione militare criticissima e di avere bisogno di un colpo di scena di32 Tomaz, Luigi, op. cit., p. 20

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plomatico. Egli vuole apporre la sua firma alla pace prima dell’arrivo del generale Clarke, cosa che gli permetterebbe di ottenere le province belghe e la possibilità di tornare in Francia da vincitore. Ed è la Repubblica di Venezia colei che dovrà pagare il prezzo dei sogni di gloria del generale. Il Bonaparte ha cambiato repentinamente opinione sul destino della Serenissima. A Judenburg, dove il sette di aprile del 1797 aveva firmato un armistizio con gli austriaci, gli giungono informazioni preoccupanti sul movimento di reazione attivo in Lombardia e in Veneto aggravate dalla notizia di nuovi provvedimenti defensivi attuati dalla Serenissima e allargati alla terraferma (che in realtà non avrebbero sortito alcun effetto). Per Napoleone la Repubblica rappresenta ormai un pericolo. Sembra che la conferma alle sue paure arrivi sotto le spoglie di violento proclama antifrancese apparso sui giornali di Milano e Bologna recante la firma del provveditore straordinario Francesco Battagia, dove si legge chiaramente che i francesi, “quelle orde sanguinarie e irreligiose che sotto il pretesto di far la guerra a’nemici, devastarono paesi e concussero le nazioni della Repubblica, che si é sempre dimostrata amica sincera, neutrale, e vengono perciò i Francesi ad esser impossibilitati di prestar mano e soccorso ai ribelli, anzi aspettiamo il momento favorevole d’impedire la stessa ritirata, alla quale di necessità sono costretti. Invitiamo […] gli stessi Bergamaschi rimasti fedeli alla Repubblica, e le altre nazioni a cacciare i Francesi dalle città e castelli che contro ogni diritto hanno occupato”33. Il proclama, chiaramente falso, offre un pretesto perfetto per Napoleone per mettere in moto i suoi piani. Così, il nove di aprile, mentre sono in atto le trattative di pace con l’Impero (7 aprile 1797 armisitzio a Judenburg) in una lettera inviata al Lallement il Bonaparte scrive: “Finalmente non possiamo più dubitarne, o cittadino ministro, che lo scopo dell’armamento de’ Veneziani non sia di chiudere alle spalle l’armata francese. […] Tutt’i processi verbali fatti dai diversi Proveditori di Brescia, Bergamo, Crema, ne’quali si attribuisce l’insurrezione di quei paesi ai Francesi, sono una serie d’imposture, il fine delle quali non potrebbe spiegarsi se non fosse per giustificare agli occhi dell’Europa la perfidia del Senato di Venezia”34. Il corso continua rinfacciando alla Repubblica una serie di torti reali ed immaginari: siamo alla rottura definitiva col governo aristocratico veneziano. La lettera si conclude con la richiesta di rilascio dalle carceri di tutti i simpatizzanti francesi, della riduzione dei presidi della terraferma e del disarmo dei contadini. L’aiutante in capo Junot viene poi mandato per riferire al Senato le richieste di Napoleone: 33 Romanin, Samuele, Storia documentata di Venezia, Venezia, Libreria Filippi Editore, 1975, vol. X, p. 62 34 Ivi, p. 72

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“Tutta la Terraferma della Serenissima Repubblica di Venezia è in armi; in ogni parte i villici sollevali ed armati gridano morte ai Francesi; molte centinaia dell’esercito italico già sono stati uccisi; invano voi disapprovate le turbe raccolte per vostro ordine. Credete voi che nel momento in cui mi trovo nel cuore della Germania io non possa far rispettare il primo popolo dell’universo? Credete voi che le legioni d’Italia sopporteranno pazientemente le stragi che voi eccitate? Il sangue de’ miei compagni sarà vendicato; a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi a mille doppii il coraggio ogni battaglione, ogni soldato francese. Con empia perfidia corrispose il Senato di Venezia ai generosi modi usali con lui. Il mio aiutante che vi reca la presente è portatore o di pace o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate e date in mia mano gli autori degli omicidii, la guerra è dichiarata”35. Un’ondata di panico ed angoscia travolge il collegio al quale non rimane altra scelta che accettare le richieste del Bonaparte. La Serenissima, infatti, decide di continuare sulla strada di una neutralità accomodante, rivolgendosi al generale con parole concilianti, ribadendo la propria ferma volontà di mantenere rapporti di pace con la Repubblica francese e di collaborare con essa per riportare la pace nelle province venete. Ma nulla ormai può fermare l’inevitabile. Il diciotto di aprile del 1797 Napoleone firma con il rappresentante austriaco, il marchese Del Gallo, i preliminari di pace di Leoben, con i quali si ratifica la cessione, da parte dell’Impero dei Paesi Bassi alla Francia. Ma non è tutto: in base agli articoli segreti del suddetto trattato, i Francesi cedono all’Austria “la parte della terraferma veneziana compresa tra l’Oglio, il Po, il mare Adriatico e gli stati ereditarj, come per la Dalmazia e l’Istria veneziana”36, mentre i francesi ottengono i territori lombardi sui quali sarebbe sorta la futura Repubblica Cisalpina. Il Ministro degli esteri Thugut insiste perché i territorio veneziani offerti a titolo d’indennità vengano accettati solo dopo che la Francia ne fosse entrata legittimamente in possesso. Napoleone ha dunque ancora bisogno di dare forma legale ai territori veneziani contesi. Bisogna creare a Venezia un governo disponibile alla transazione: occorre spazzare via il governo aristocratico e sostituirlo con un governo di matrice e dipendenza francese. Ma Venezia rimane ignara delle macchinazioni delle due potenze, che in una manciata di giorni hanno deciso le sorti della Repubblica più antica d’Europa. Il dispaccio che Giampietro Grimani, ambasciatore alla corte di Vienna, invia il ventinove di aprile a Venezia sottolinea come i termini dell’accordo relativi alle province venete fossero ancora avvolti 35 Ivi, p. 79 36 Ivi, appendice documentaria

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nel mistero: “Io colli Colleghi miei sono nella durissima combinazione di non aver almeno un’indicazione di ciò, che in essi sia fissato sull’Italia. Sembra ad ognuno impossibile, che l’Imperatore voglia lasciar arbitri del destino di essa li Francesi: come poi sembra, che non possa la Casa d’Austria unirsi ad essi per istabilirlo per vie di fatto. Questo piano, che sarebbe affatto contrario alla Religione, ed alla lealtà, che sono pregj notissimi nell’animo di questo Sovrano, sarebbe altresì contrario al di lui interesse , se anche questo impulso solo prevalesse”37. In realtà l’attenzione di Venezia viene ben presto catturata nuovamente dalla situazione della terraferma. Passati pochi giorni dal discorso del Junot al Senato e al relativo ultimatum di Napoleone, in barba ai tentativi dei veneziani di appianare i rapporti col bellicoso generale, a Verona scoppia un violento tumulto. È la sera del diciassette di aprile, secondo giorno di Pasqua, quando la popolazione veronese, spalleggiata dalle “truppe dalmatine”, si ribella contro il presidio francese presente nella città. I tumulti si trascinano per giorni, mentre Venezia cerca senza successo di ristabilire l’ordine. La rievocazione che, quasi un secolo dopo, Piero Veroli compie di quei giorni può essere utile per comprendere il clima di furia e di violenza che ha caratterizzato il rivolgimento popolare: “D’improvviso la città muta aspetto; si scatena la rabbia, si urla, si corre addosso a’ Francesi […]. Tanta è l’ira e il furore, che sterminatamente ne son presi non solo gli uomini forti, ma i vecchi, le donne, i fanciulli, bramosi tutti di sfogare in quel sangue l’odio funesto, che le ingiurie e i patimenti han suscitato […]. Era perciò spettacolo pieno di compassione e di terrore, il vedere malati languenti […] chieder mercé della vita a gente cruda, impaziente di sterminarli: deboli e atterrite donne, essere assalite da donne furibonde e non poterne scampare”38. La sommossa viene soffocata dalle milizie del generale Balland, il quale, prima che i disordini iniziassero, aveva avuto modo di dichiarare: “Io son pronto a far fuoco sulla città al minimo attentato che vi sarà commesso contro i Francesi”39. Balland riesce a mantenere la sua promessa, mentre Venezia continua a evitare di assumere una posizione precisa. Verona capitola la mattina del venticinque aprile: i disordini, che si sono trascinati per otto giorni, saranno destinati a diventare celebri con il nome di Pasque veronesi. Non si tratta, però, dell’unico episodio sanguinoso avvenuto in questi giorni. 37 Romanin, Samuele, Storia documentata di Venezia, vol. X, p. 363 38 Veroli, Piero, Storia della Venezia dal 1797 al 1867, vol. I, p. 245- 246 39 Romanin, Samuele, op. cit., vol. X, p. 92

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La sera del venti aprile un vascello francese tenta di forzare il porto del Lido, in aperta violazione delle leggi veneziane, le quali vietavano l’ingresso nel porto ad ogni nave forestiera che fosse armata. Il comandante del Lido, Domenico Pizzamano, invano fa segno al “Liberatore d’Italia” – questo il nome della nave francese – di fermarsi; il comandante francese Laugier si rifiuta di far fermare il suo vascello, che avanza, ignorando i tiri di avvertimento e il divieto di Pizzamano. Inizia una zuffa confusa, che il comandante del Lido riesce a sedare; nel frattempo, però, Laugier era stato colpito da un proiettile e aveva perso la vita. Il giorno seguente Pizzamano fa in modo di informare dell’accaduto il Provveditore generale della Laguna e dei Lidi, fornendo la propria versione: nel suo resoconto egli sottolinea come gli ufficiali veneziani avessero dato chiaramente ordine al Laugier di retrocedere, ricevendo dal comandante francese la risposta “che egli non si sarebbe mai adattato per qualunque costo a tal ordine, che voleva entrare assolutamente, e che era pronto a reprimere colla forza ogni minacciatogli atto di robusta resistenza per parte nostra”40. Il comandante del Lido riceve l’elogio del governo veneziano per la sua condotta e per il fatto di avere rispettato le leggi della Serenissima. Per i francesi e, in particolare, per Bonaparte, l’incidente del venti aprile non sarebbe stato, a ogni modo, facile da accettare. Il difficile compito di comunicare l’infausta notizia al generalissimo è affidato ai due delegati, Francesco Donà e Leonardo Giustinian, che avevano già dovuto affrontare la bellicosità del giovane generale durante il movimentato colloquio a Graz avvenuto il venticinque aprile. A Graz i deputati veneziani erano arrivati con il compito di ribadire i sentimenti di amicizia e lealtà della Serenissima verso la Francia, ma si erano trovati a fare i conti con le ire di Bonaparte (“Io non voglio più Inquisizione, non voglio Senato, sarò un Attila per lo Stato veneto”)41, il quale aveva sdegnosamente rivolto loro un ultimatum, pretendendo la liberazione di tutti i prigionieri incarcerati per motivi politici, nonché la punizione di tutti i responsabili del clima d’odio verso i francesi. La Repubblica di Venezia, afferma il giovane generale, deve scegliere da che parte stare: o al fianco della Francia, o dell’Inghilterra; non sono più ammessi, quindi, tentennamenti e indecisioni. Donà e Giustinian decidono di rendere partecipe Bonaparte dell’incidente al Lido tramite una lettera. Egli risponde indignato da Palmanova il trenta aprile: “Io non posso ricevervi, o Signori, essendo voi e il vostro Senato lordi del sangue francese. Quando voi avrete fatto rimettere nelle mie mani l’ammiraglio, che ha ordinato di far fuoco, il Comandante della 40 Tentori, Cristoforo, op. cit., p. 177 41 Romanin, Samuele, op. cit., vol. X, p. 339

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Torre, e gli Inquisitori di Stato, che dirigono la Polizia di Venezia, ascolterò le vostre giustificazioni”42. La pressione francese su Venezia diventa sempre meno sostenibile. Nella città, ormai praticamente circondata da truppe francesi, si stabilisce il generale Beragnay d’Hilliers. Nel frattempo si fanno sempre più insistenti le voci di un possibile intervento francese atto a democratizzare Venezia, in modo da creare un interlocutore più malleabile e meglio disposto a cedere i propri territori all’Impero austriaco – baratto previsto dagli accordi stipulati a Leoben – della vecchia oligarchia. La situazione, ormai, è catastrofica: la sera del trenta aprile il doge decide di convocare nei propri appartamenti la Consulta – un organo “informale”, ossia incostituzionale – per discutere riguardo al modo più opportuno per comunicare al Maggior Consiglio i pericoli che minacciavano la Repubblica di Venezia. Il giorno seguente, il primo di maggio, l’ambasciatore Grimani invia da Vienna agli Inquisitori dello stato veneziano un dispaccio nel quale palesa la propria preoccupazione per la stabilità istituzionale della Serenissima: “Ho scoperto, che qui si ha un’opinione, da pochi dì palesata in alcuni più vicini al Baron di Thugut, e che ho potuto far parlare, che in Venezia li francesi abbiano col mezzo anche del ministro loro, coltivato un partito, onde tentare una rivoluzione […] così si ragiona: che con tal pretesto forse il momento si prepari opportuno per combinar sollecitamente, e senza ostacoli le convenienze di questo Sovrano quanto ai compensi; che li movimenti, e li desiderj del Buonaparte benché assolutamente non sieno di consenso dell’Imperatore, […] inducano questo ministero a star a vedere, cosa ne sarà, per entrarvi poi o come mediatore armato, o per cogliere anche profitto dalla confusion che nascesse nelle indispensabili convulsioni di una alterazione nel Governo […]. Questo progetto […], sono in debito di farlo pervenire alla pubblica cognizione: progetto però, che sarebbe assolutamente sventato, o almeno minorato di assai, se ferma la Repubblica resta nelli suoi antichi metodi governativi”43. Il consiglio di evitare ogni cambiamento politico, però, non era più possibile da seguire. Nella città si era da qualche tempo formato un gruppo favorevole a un mutamento istituzionale sulle orme delle Municipalità sorte nella Terraferma veneta. La Società Democratica, questo il nome che si era dato il gruppo, era composta da uomini come Andrea Spada e il droghiere Tommaso Pietro Zorzi. I “congiurati” democratici avevano posto il proprio quartier generale in casa Ferratini, a San Polo, dove si preparavano a rovesciare il governo seguendo le direttive di Villetard, segretario dell’Ambasciata di Francia. 42 Tentori, Cristoforo, op. cit., p. 254 43 Romanin, Samuele, op. cit., vol. X, p. 372

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Il primo maggio, a ogni modo, il destino istituzionale della Serenissima appare ormai segnato: il Maggior Consiglio sancisce la decisione di rinunciare alla forma aristocratica di governo, autorizzando i delegati presso Bonaparte (Donà e Giustinian, ai quali viene aggiunto Alvise Mocenigo, luogotenente del Friuli) a trattare con la controparte francese anche sulla modifica della forma di governo. La proposta di legge viene accettata con ben cinquecentonovantotto voti favorevoli, contro sette contrari e una decina di astenuti. Lo stesso giorno, però, Bonaparte pubblica da Palmanova un manifesto dai toni accesi, tramite il quale dichiara guerra a Venezia. Si tratta di un gesto plateale, volto a sanzionare una realtà che di fatto aveva luogo da mesi: la terraferma veneta era, ormai, completamente invasa e quasi totalmente democratizzata. Nel manifesto il giovane generale condanna il sentimento antifrancese presente sulla terraferma veneta, fomentato, a suo parere, non solamente dal governo veneziano, ma anche dai preti, i quali “dalle cattedre predicano la crociata”44. Il risultato di questo clima d’odio, argomenta rabbiosamente Bonaparte, sono le resistenze e i disordini che si verificano in continuazione nei territori della terraferma: “Il popolo di Padova, Vicenza, Verona tiene ordine di armarsi in massa, onde unito a’ varj corpi dell’armata, rinovellar finalmente i Vesperi Siciliani”45. Il generalissimo non esita a pronunciare parole dure riguardo al sanguinoso incidente avvenuto al Lido, rievocato in termini drammatici nel manifesto di guerra del primo maggio: “Il Liberator dell’Italia, bastimento della Repubblica Francese, non avendo che tre o quattro piccoli pezzi, e soli quaranta uomini di equipaggio, viene mandato a picco nel porto stesso di Venezia, e per ordine del Senato. Il giovane e interessante Laugier, luogotenente di vascello, comandante il suddetto bastimento, veggendosi attaccato dal fuoco della fortezza, e della galera ammiraglia, lontano da questa e da quella un solo tiro di pistola, ordina al suo equipaggio di calar nella stiva, rimanendo egli solo, montato sul ponte, esposto ad una grandine di mitraglia, cercando colle insinuazioni di disarmare il furore de’ suoi assassini, ma cade morto… Il suo equipaggio si getta a nuoto, inseguito da sei scialuppe con truppe assoldate dalla Repubblica di Venezia, che a colpi di alabarda uccidono molti che cercano salvamento in alto mare. Un sottonocchiere ferito di molti colpi, indebolito, spargendo sangue da ogni parte, prende terra felicemente ad un pezzo di legno attaccato al castello del Porto; ma il comandante stesso (Pizzamano) gli recide la mano”46. La dichiarazione di guerra si conclude con l’ordine rivolto a Lallement, ministro francese presso la Repubblica di Venezia, di lasciare la città; Bonaparte, inoltre, intima ai generali di divisione francesi di trattare da 44 Romanin, Samuele, op. cit., vol. X, p. 145 45 Ibidem 46 Ivi, p. 146-147

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nemiche le truppe venete e di fare atterrare in tutte le città della terraferma veneta i Leoni di san Marco. Il tre maggio arriva al governo veneziano una nota del generale Berthier, il quale minaccia di aprire le ostilità contro Venezia se non fossero stati liberati i prigionieri politici, arrestati i tre inquisitori in carica e il comandante del Lido Domenico Pizzamano entro quattro giorni. Queste condizioni gravose vengono accolte dalla Consulta il giorno seguente: non c’era possibilità di difesa, infatti, di fronte al blocco terrestre e marittimo operato dalle truppe francesi. Le pretese da parte francese, però, non accennano a finire: il nove maggio Zorzi e Spada, esponenti della “congiura” democratica, si presentano alla Consulta affermando di essere in possesso di una nota contenente, a loro dire, le volontà di Villetard. Nello scritto sono presenti numerose disposizioni: l’arresto del conte di Entragues (il quale era fuggito dalla Francia per le sue idee filomonarchiche), la liberazione immediata dei prigionieri politici che fossero rimasti in carcere anche in seguito alla comunicazione di Berthier, il licenziamento degli schiavoni, l’affidamento dell’ordine pubblico a un Comitato Provvisorio e la chiamata a presidio della città di quattromila soldati francesi. In un secondo momento – prosegue il piano attribuito a Villetard – si sarebbe dovuta istituire a Venezia una Municipalità provvisoria, al capo della quale si intendevano porre Ludovico Manin (il quale, parlando alla Consulta radunata l’otto maggio, aveva espresso l’estrema decisione di abdicare) e Andrea Spada come presidenti; Francesco Battagia e Tommaso Zorzi, invece, avrebbero dovuto ricoprire il ruolo di deputati presso Bonaparte. Le imposizioni di Villetard vengono accettate dalla maggioranza dei membri della Consulta: nei giorni seguenti le nuove direttive sono comunicate al Maggior Consiglio, che si riunisce il dodici maggio per sancire definitivamente la propria abdicazione. La riunione non è numerosa: i membri presenti non arrivano a seicento, numero minimo di persone richieste per le decisioni importanti. In piazza San Marco, invece, si ammassa una gran folla, che tace, in attesa. Nell’assemblea l’atmosfera è cupa, tesa; il doge “pallido, angosciato, tremante, con fievole voce esponeva i presenti pericoli”47. Il terrore esplode quando si sentono risuonare delle scariche di fucileria all’esterno del palazzo: il saluto degli Schiavoni che, nell’atto di imbarcarsi, sparano a salve, ha l’effetto di gettare l’assemblea nel caos. Il decreto che propone di adottare una forma provvisoria di governo rappresentativo viene approvato frettolosamente, con cinquecentododici voti favorevoli, venti contrari e cinque incerti. La reazione della folla è pressoché unanime: “Viva San Marco!”, gridano i veneziani. La contestazione diventa violenta nel pomeriggio, quando le case di diversi esponenti della “congiura” (come, ad esempio, Spada e Zorzi) vengono saccheggiate. 47 Veroli, Piero, op. cit., p. 298

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L’ordine viene presto ristabilito: la dimostrazione di affetto da parte del popolo verso le vecchie istituzioni della Repubblica era stata inutile”. In questo il popolo fu più nobile e più generoso del patriziato, perché s’avventurava a gravi pericoli per conservargli il potere, e lo Stato: mentre il patriziato se ne lasciò spogliare, e mise a repentaglio l’esistenza della propria nazione, senza combattere e senza permettere che il popolo facesse ogni sforzo per conservarla. Non mancò il popolo al proprio dovere, vi mancò bensì il patriziato, ma quello e questo ebbero a sopportarne pari danno e pari rovina”48. Nei giorni successivi si concretizza la democratizzazione dello Stato veneziano. Il sedici maggio la Municipalità provvisoria si insedia nella sala del Maggior Consiglio. Il cambiamento istituzionale è notificato alla popolazione tramite due manifesti separati: uno firmato dal Serenissimo principe, Ludovico Manin, che prende commiato dai sudditi (successivamente si ritirerà a Passariano), l’altro, firmato dal presidente Nicolò Corner e dai restanti membri della Municipalità, esprime le idee di uguaglianza e libertà portate avanti dagli “uomini nuovi”. La Municipalità, però, deve fare i conti con una grave mancanza: il suo carattere di provvisorietà. Per diventare un organo definitivo, infatti, avrebbe dovuto fare in modo di riunire un’assemblea rappresentativa dotata di poteri costituenti, alla quale avrebbero partecipato i delegati scelti dalle province. Fino a quel momento la Municipalità sarebbe rimasta un semplice apparato di amministrazione di un territorio ristretto, comprendente la città di Venezia e il dogato, ed esercitante funzioni costituzionali in via straordinaria, non sancita dalla legge. La collaborazione delle province, quindi, assume presto un ruolo indispensabile. Le diverse Municipalità, che nei mesi precedenti si erano formate nella terraferma, però, non erano assolutamente disposte a riconoscere l’autorità centrale di Venezia: in essa non vedevano altro che una pretesa di prolungare l’antico regime della Serenissima. Alcune disposizioni del nuovo governo insediatosi a Venezia, inoltre, vengono lette come una sostanziale conferma dei valori propri della vecchia oligarchia: in questo senso, ad esempio, viene interpretata la decisione della Municipalità provvisoria di dichiarare il Maggior Consiglio benemerito della patria perché aveva rinunciato spontaneamente ai suo poteri. Il risultato dei rapporti conflittuali tra province e presunta autorità centrale, quindi, è una grave mancanza di compattezza: le diverse Municipalità erano isolate e deboli. Il sedici maggio i legati Francesco Donà, Leonardo Giustinian, e Luigi Alvise Mocenigo, che si trovano a Mombello presso il Bonaparte, stipulano con il generalissimo un trattato di pace e amicizia tra lo Sta48 Ivi, p. 305

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to veneziano e la Repubblica francese. Punti centrali della parte pubblica dell’accordo sono l’insediamento di truppe francesi a Venezia, finalizzato a mantenere l’ordine nella città, e la punizione dei tre Inquisitori di Stato e del Pizzamano, considerato responsabile dell’incidente al Lido. Gli articoli segreti, oltre a prevedere un accordo per uno scambio di territori, stabiliscono che Venezia deve collaborare alla causa francese, fornendo denaro, navi e soldati. Il Bonaparte, infine, promette la mediazione da parte francese tra i contrasti che erano insorti tra Venezia e Algeri. I rapporti tra Venezia e le altre Municipalità venete, nel frattempo, si fanno sempre più tesi, anche a causa di alcune scelte impopolari compiute dagli “uomini nuovi”: una su tutte, la decisione di porre i governi centrali delle singole province sotto il diretto controllo francese, privandoli quindi di ogni funzione sovrana. La situazione è traballante soprattutto nelle due province di Istria e Dalmazia: condizione vantaggiosa per l’Austria, che decide di intervenire per prendere possesso dei territori che, del resto, le erano stati promessi da Bonaparte con gli accordi stipulati a Leoben. L’imperatore Francesco II d’Asburgo-Lorena, quindi, con un atto unilaterale, nel mese di giugno fa occupare dalle sue truppe l’Istria e, successivamente la Dalmazia. Il motivo che Vienna pone alla base di questo atto di forza è la necessità di impedire l’estendersi della rivoluzione nei propri territori. La Municipalità di Venezia reagisce inviando una solenne protesta presso tutti i governi europei: “La Veneta nazione […] ella non può guardare con indifferenza, che si tenti di smembrare dalla sua unione porzione dei suoi legittimi fratelli […]; né le nazioni, con le quali tiene comune la causa della libertà, potranno tranquillamente vedere impedita una popolazione di riprendere quei diritti che, restituitigli dal Governo cui apparteneva, la natura e le leggi sociali imperscrittibilmente gli accordano, e spettatrici oziose attendere, che, tolti i mezzi della sussistenza al Veneto Arsenale e della sua Marina, sia trasfusa ad una formidabile potenza la principal forza d’Italia, la tutela della sua navigazione, del commercio, dei mari del Levante”49. Il destino delle province venete, però, era già stato scritto. A Venezia arrivano voci contrastanti. C’è chi afferma che la fine della Serenissima sia ormai prossimo, e chi, come il ministro Rocco Sanfermo, inviato a Parigi, trasmette notizie rassicuranti (nonostante non fosse riuscito ad ottenere il riconoscimento del proprio ruolo diplomatico presso il Direttorio, in quanto la Municipalità veneziana non possedeva una fisionomia definita, né la ratifica del trattato franco-veneto). 49 Romanin, Samuele, op. cit., vol. X, p. 253-254

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Le trattative tra Bonaparte e i plenipotenziari austriaci, il marchese del Gallo e il generale Merweldt, nel frattempo, languivano. Mentre il generalissimo temporeggiava, essendosi pentito di avere concesso troppo a Leoben, la controparte austriaca era impaziente di procedere stabilendo gli accordi definitivi. Si progetta, infine, una conferenza politica a Udine per risolvere le questioni lasciate in sospeso: ad essa viene chiamato a partecipare il Battaia, in quanto ministro plenipotenziario chiamato a difendere l’integrità di Venezia e dei suoi territori. Decisivo, per l’esito delle trattative di Udine, è l’intervento di un nuovo negoziatore da parte austriaca, il conte di Cobentzel: “Dinnanzi a quell’uomo il vincitore di tutte le battaglie [Bonaparte] doveva capitolare, battuto, sconfitto, tradito dalla sua stessa sicurezza”50. Le trattative si concludono con la vittoria diplomatica dell’Austria; il diciassette ottobre 1797, a Passariano, viene sottoscritto il trattato di Campoformio (il quale prende il nome da un villaggio poco distante). Con questo accordo l’Austria acconsente di cedere i Paesi Bassi alla Francia, portando il confine sul Reno e, in cambio, ottiene i domini veneti a oriente dell’Adige, compresa la città di Venezia. Il trattato suscita sgomento e delusione negli ambienti giacobini italiani che, affascinati dagli ideali della Rivoluzione, avevano simpatizzato per la Bonaparte: emblematiche, in questo senso, sono le considerazioni amare che Ugo Foscolo mette in bocca al suo Jacopo Ortis: “Che vuoi tu imprendere fra due potenti nazioni che nemiche giurate, feroci, eterne, si collegano soltanto per incepparci? E dove la loro forza non vale, gli uni c’ingannano con l’entusiasmo di libertà, gli altri col fanatismo di religione: e noi tutti guasti dall’antico servaggio e dalla nuova licenza, gemiamo vili schiavi, traditi, affamati, e non provocati mai né dal tradimento né dalla fame”51.

50 Cessi, Roberto, Storia della Repubblica di Venezia, vol. II, p. 328 51 Foscolo, Ugo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di Pierantonio Frare, Feltrinelli editore, pp. 45-46, Milano 2003,

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Appendice documentaria

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Guillaume Guillon-Lethière: La firma dei preliminari di Leoben.

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I Trattato preliminare di pace concluso a Leoben tra l’Austria e la Francia il 18 aprile 1797, con XI articoli separati e secreti. Articoli preliminari di pace. S. M. l’imperatore re d’Ungheria e di Boemia ecc. e il Direttorio esecutivo, in nome della Repubblica francese, animati dallo stesso desiderio di por fine ai mali della guerra, con una pace pronta, giusta e durevole, convennero negli articoli preliminari seguenti: Amicizia. Articolo I. Vi sarà amicizia e buona intelligenza tra S. M. l’imperatore e re, e la Repubblica francese: da oggi cesseranno le ostilità tra le due potenze. Cerimoniale. Art. II. S. M. l’imperatore e re, e la Repubblica francese conserveranno fra loro lo stesso cerimoniale, circa al rango ed alle altre etichette, ch’era seguito tra l’imperatore e la Francia prima della guerra attuale. Tranquillità interna. Art. III. S. M. l’imperatore e la Repubblica francese s’impegnano a far quanto sarà in loro potere per contribuire alla tranquillità interna dei due stati.

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Congresso da radunarsi a Berna. Art. IV. Le due parti contraenti, invieranno al più presto dei plenipotenziari nella città di Berna per trattarvi e concludere nello spazio di tre mesi o più sollecitamente se si può. La pace definitiva tra le altre potenze: a questo congresso saranno ammessi i plenipotenziarj degli alleati rispettivi, se aderiscono all’invito che loro verrà fatto. Base del trattato coll’impero Art. V. S. M. l’imperatore desiderando che la pace si ristabilisca tra l’Impero germanico e la Francia, e il direttorio esecutivo volendo egualmente testimoniare a S. M. imperiale la propria brama di stabilir essa pace su basi solide ed eque, convengono nella cessazione delle ostilità tra l’Impero germanico e la Francia, a cominciare dal giorno d’oggi sarà tenuto un congresso, formato dai rispettivi plenipotenziari per trattare e concludere la pace definitiva tra le due potenze sulla base dell’integrità dell’Impero germanico. Cessione del Belgio. Art. VI. S. M. l’imperatore e re rinuncia a tutti i suoi diritti sulle provincie belgiche conosciute sotto il nome di Paesi Bassi austriaci, e riconosce i limiti della Francia stabiliti dalle leggi della Repubblica francese: tale rinuncia è fatta alle seguenti condizioni. Che tutti i debiti impotecarj che si riferiscono al suolo dei paesi ceduti, saranno a carico della Repubblica francese. Che tutti gli abitanti e possessori delle provincie belgiche che vorranno uscir dal paese saranno tenuti di annunciarlo tre mesi dopo la pubblicazione del trattato di pace definitivo e avranno il tempo di tre anni per vendere i loro beni mobili e immobili. Che la Repubblica francese fornirà dopo la pace definitiva, un equo indennizzo a S. M. imperatore e re.

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Restituzione delle conquiste. Art. VII. La repubblica francese per sua parte restituirà a S. M. imperiale quanto possiede degli stati ereditarj della casa d’Austria, non compresi nel dominio delle provincie belgiche. Sgombro delle provincie austriache. Art. VIII. Le armate francesi sgombreranno, subito dopo la ratifica fatta da S. M. imperiale dei presenti articoli preliminari, le provincie austriache da esso occupate, cioè la Stiria, la Carintia, il Tirolo ed il Friuli. Prigionieri di guerra. Art. IX. I prigionieri di guerra saranno rispettivamente resi dopo la ratifica dei preliminari, ai differenti punti che saranno designati da una parte e dall’altra. Noi sottoscritti in virtù dei pieni poteri di S. M. l’imperatore e re, e della Repubblica francese, abbiamo concluso i presenti articoli preliminari di pace, i quali resteranno secreti fino allo scambio delle ratifiche nelle dovute forme, nel termine d’un mese, e al possibile più presto, lo che accadrà nella città di Udine. Fatto al castello d’Eckenvald presso Leoben il 18 aprile 1797, 29 germinale, anno 5 della Repubblica francese. IL MARCHESE DEL GALLO. BONAPARTE. Il conte di MEERVELD, general maggiore.

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Articoli preliminari segreti. S. M. l’imperatore e re e la Repubblica francese convennero negli articoli seguenti: Cessione di una parte della Lombardia austriaca per una parte degli stati veneziani. Art. I. Che, malgrado il disposto articolo VII dei preliminari di pace stipulati fra le potenze contraenti sotto la data di questo giorno, S. M. l’imperatore rinuncia alla parte de’suoi stati in Italia al di là dell’Oglio, e alla riva destra del Po, a condizione che S. M. imperiale sarà indennizzata di tale cessione, come di quelle fatte all’articolo VI dei preliminari, per la parte della terraferma veneziana compresa tra l’Oglio, il Po, il mare adriatico e gli stati ereditarj, come per la Dalmazia e l’Istria veneziana; e per tale l’acquisto gl’impegni contratti dalla Repubblica francese dinanzi a S. M. imperiale, coll’articolo VI dei preliminari, restano soddisfatti. La Francia rinunzia alle legazioni, ma acquista una parte degli stati veneziani. Art. II. La Repubblica francese rinuncia per sua parte ai suoi diritti sulle tre legazioni della Romagna, di Ferrara e di Bologna cedute alla Francia col trattato di Tolentino riservandosi tuttavia la fortezza di Castelfranco con un circuito la di cui area che non potrà essere minore della portata del cannone, sarà uguale dalle sue mura sino ai confini dello stato di Modena. La parte degli stati della Repubblica di Venezia, compresa tra l’Adda, il Po, l’Oglio, la Valtellina ed il Tirolo apparterrà alla Repubblica francese. Guarentigia degli acquisti nel Veneto. Art. III. Le due parti contraenti si riservano e guarentiscono l’una all’altra i detti stati e paesi acquistati sulla terraferma veneziana.

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Tre legazioni cedute a Venezia. Art. IV. Le tre legazioni della Romagna, di Ferrara e di Bologna cedute dalla Repubblica francese, saranno accordate alla Repubblica di Venezia come indennizzo di quella parte dei suoi stati di cui si è parlato nei tra articoli precedenti. Commissarj per l’accordo di Venezia. Art. V. S. M l’imperatore ed il Direttorio esecutivo della repubblica francese andranno di concerto per togliere tutti gli ostacoli che potessero opporsi alla pronta esecuzione degli articoli precedenti, e nomineranno a questo effetto dei commissarj o dei plenipotenziarj che saranno incaricati di tutti gli accomodamenti necessarj per mettersi in accordo colla repubblica di Venezia. Restituzione di Mantova ecc. all’Austria. Art. VI. La fortezza di Palmanuova, Mantova, Peschiera, Portolegnago e i castelli di Verona, d’Ospo e di Brescia, attualmente occupati dalle truppe francesi, saranno rimessi a S. M. l’imperatore dopo lo scambio delle ratifiche del trattato di pace, o più presto, se ciò potrà comporsi di comune accordo. Lavori e artiglierie di fortezze. Art. VII. Le opere delle dette fortezze saranno rese nello stato in ciò si trovano al dì d’oggi, e quanto d’artiglieria, le piazze veneziane saranno rese con quelle rinvenute al momento della loro occupazione, e la piazza di Mantova con 120 pezzi d’artiglieria d’assedio.

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Formazione d’una Repubblica indipendente in Lombardia. Art. VIII. Le due potenze contraenti convengono che la parte degli stati d’Italia ceduta da S. M. l’imperatore e re nel primo degli articoli secreti, e la parte degli stati veneziani ceduti alla repubblica francese, coll’articolo II, formeranno ormai una repubblica indipendente. Modena, Reggio e Massa-Carrara Art. IX. S. M. imperiale non si oppone punto agli accomodamenti che ebbero luogo fra la Repubblica francese e il serenissimo duca di Modena relativamente alle ducee di Modena, Reggio e Massa-Carrara, a condizione che la Repubblica francese si unisca con S. M. l’imperatore per ottenere la pace generale e quella dell’impero germanico, e una compensazione equivalente in favore del detto duca di Modena e degli eredi legittimi. Privilegi e debiti dei paesi scambiati. Art. X. I paesi rispettivamente scambiati in virtù degli articoli precedenti conserveranno i loro privilegi, e i debiti ipotecarj su di essi saranno in ragione di territorio, e resteranno a carico dei nuovi possessori. Emigrazione. Art. XI. Tutti gli abitanti dei detti paesi che vorranno abbandonarli, saranno liberi di farlo ma dovranno dichiararlo tre mesi dal preso possesso, e verrà loro accordato il termine di tre anni per vendere i loro beni mobili ed immobili. Noi sottoscritti in virtù dei pieni poteri di S. M. l’imperatore e della repubblica francese, abbiamo sottoscritto i presenti articoli secreti che avranno la stessa forza quale se fossero stati inseriti parola per parola negli articoli preliminari, e che saranno ratificati e scambiati contemporaneamente.

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Fatto al castello d’Eckenvald presso Leoben il 18 aprile 1797 29 germinale, anno 5 della Repubblica francese. IL MARCHESE DEL GALLO. BONAPARTE. Il conte di MEERVELD, general maggiore.

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II Trattato di pace concluso tra la Repubblica Francese e l’Imperatore e Re d’Ungheria e di Boemia. S. M. l’Imperatore de’ Romani Re d’Ungheria e di Boemia e la Repubblica Francese, volendo consolidar la pace, le cui basi sono state stabilite da’ preliminari segnati al Castello di Eckenwald presso Leoben in Stiria li I8 aprile 1797 (20 Germinale an. 5 della Repubblica Francese, una ed indivisibile) hanno nominato per loro Plenipotenziario, cioé S. M. l’Imperatore, e Re il Signor D. Marzio Mastrilli nob. Patrizio Napoletano, Mare. dal Gallo, Cav. dell’ordine R. di s. Gennaro, Gentiluomo di Camera di S. M. il Re delle due Sicilie, e suo ambasciatore straordinario alla Corte di Vienna; — il sig. Luigi co. del S. Romano Impero de Cobenzel, Gran Croce dell’Ordine R. di S. Stefano, Ciambellano, cons. intimo attuale di S. M. I. e R. Apostolica, e suo ambasciatore straordinario presso S. M. I. di tutte le Russie; — il sig. Massimiliano, Co. di Esserveldl, caval. dell’Ordine Teutonico, e dell’Ordine Militare di Maria Teresa, Ciambellano, e gen. mag. di cavalleria nelle armate di S. M. suddetta l’Imperatore e Re; — e il sig. Ignazio Barone di Degelmon min. Plenipotenziario di S. M. suddetta presso la Repubblica Elvetica. E la Repubblica Francese, — Buonaparte gen. in Capite dell’ Armata Francese in Italia. I quali dopo il cambio della loro plenipotenza respettiva hanno stabilito quanto segue. Art. I. Vi sarà in avvenire, e per sempre una pace solida ed inviolabile tra S. M. l’Imperatore de’ Romani, Re d’Ungheria e Boemia, suoi Eredi e successori, e Ia Repubblica Francese. Le parti contraenti presteranno la maggior attenzione a mantenere tra d’esse e loro stati una perfetta intelligenza, senza permettere d’or innanzi che né da una parte nè dall’altra si commetta alcuna sorta di ostilità per terra, o per mare per qualunque causa, o sotto qualsivoglia pretesto, ch’essersi possa, e si eviterà accuratamente tutto ciò che potesse alterare in avvenire l’unione felicemente stabilita. Non sarà dato alcun soccorso o protezione sia direttamente sia indirettamente, a quei che volessero portar qualche pregiudizio all’una o all’altra delle parti contraenti. II. Subito dopo il cambio delle ratifiche del presente trattato le Parti contraenti faran levare ogni sequestro posto sui beni, dritti e rendite de’ particolari residenti sui rispettivi Territorj e Paesi che vi sono uniti, nonché de’ stabilimenti pubblici che vi sono situati; esse s’obbligano di supplire 50


tuttociò che possono dovere per fondi ad esse somministrati da detti particolari e stabilimenti pubblici, e di pagar a loro profìtto su ciascheduna di esse. III. S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e Boemia, rinunzia per sé, e successori suoi in favore della Repubblica Francese a tutti i suoi diritti, e titoli sulle per l’innanzi Provincie Belgiche, note sotto il nome di Paesi bassi Austriaci; La Repubblica Francese possederà questi Paesi in perpetuo in tutta sovranità e proprietà con tutti i beni territoriali, che ne dipendono. IV. Tutti i debiti ipotecati prima della guerra sul suolo dei Paesi enunziati negli articoli precedenti, e i cui contratti saran rivestiti delle formalità usate, saranno a peso della Repubblica Francese. I Plenipotenziarj di S. M. l’Imperatore Re di Ungheria e Boemia ne rimetteranno lo stato al più presto al Plenipotenziario della Repubblica Francese, e prima del cambio delle ratifiche, affinchè al tempo del cambio i Plenipotenziarj delle due potenze possano convenire su tulti gli articoli spiegativi, o addizionali al presente articolo, e segnarli. V. S. M. l’Imperatore, e Re d’Ungheria e Boemia acconsente, che la Repubblica Francese posseda in tutta Sovranità le Isole per l’innanzi Venete del Levante, cioé: Corfù, Zante, Cefalonia, S. Maura, Cerigo, ed altre Isole dipendenti, nonché il Butrintò, Larta, Vanizza, ed in generale tutti i stabilimenti per l’innanzi Veneti in Albania, che son situati più abbasso del Golfo di Lodrino. VI. La Repubblica Francese acconsente, che S. M. l’Imperatore e Re posseda in tutta sovranità e proprietà i paesi qui sotto segnati: cioé, l’Istria, la Dalmazia, le Isole per l’innanzi Veneziane dell’Adriatico, le Bocche di Cattaro, la Città di Venezia, le lagune e li paesi compresi tra gli stati Ereditarii di S. M. l’Imperatore e Re, il Mare Adriatico, ed uno linea, che partirà dal Tirolo, seguirà il torrente avanti Gardola, traverserà il lago Garda fino a Lazise, di là una linea militare sino o S. Giacomo, offrendo un vantaggio uguale alle due parti, che sarà disegnato dall’Uffìzio del Genio nominato da una parte e l’altra prima del cambio delle ratifiche del presente trattato. La linea dei limiti passerà in seguito l’Adige a S. Giacomo, seguirà la riva sinistra di questa riviera sino all’imboccatura del Canal Bianco, compresavi la parte del Porto di Legnago, che trovasi sullo riva dritta dell’Adige, nel contorno d’un raggio di tre mila tese. La linea continuerà per la sinistra riva del Canal Bianco, la riva sinistra del Tartaro, la riva sinistra del Canal detto di Pollicella, sino alla sua imboccatura del Po, e la riva sinistra del gran Po sino al Mare. VII. Sua Maestà l’Imperatore, Re d’Ungheria e Boemia rinunzia in perpetuo per sé, e successori suoi ed aventi causa, in favore della Repubblica Cisalpina, a tutti i diritti e titoli provenienti da questi diritti, che la suddetto Maestà Sua potrebbe pretendere sui Paesi che possedeva primo della 51


guerra e che fanno però parte della Repubblica Cisalpina che li possederà in tutta sovranità e proprietà con tutti i beni territoriali che ne dipendono. VIII. Sua Maestà l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia riconosce la Repubblica Cisalpina come Potenza indipendente. Questa Repubblica comprende la per l’innanzi Lombardia Austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la Città e Fortezza di Mantova, il Mantovano, Peschiera, la parte de’ Stati per l’innanzi Veneti all’ovest, ed ai sud della linea disegnata, coll’art. ° 6, per la frontiera degli Stati di S. M. l’Imperatore in Italia; il Modenese, il Principato di Massa e Carrara, e le 3 legazioni di Bologna, Ferrara e la Romagna. IX. In tutti i Paesi ceduti, acquistati, o cambiati dal presente Trattato, sarà accordato a tutti gli abitanti e proprietarii qualunque, il lievo del sequestro posto pei loro beni, effetti, e rendite a motivo della guerra, che vi fu tra S. M. I. e R. e la Repubblica Francese, senza che perciò possano essere inquietati ne’ loro beni, o persone. Quei che in avvenire vorranno cessare d’abitare i detti Paesi saranno tenuti di farne la dichiarazione 3 mesi dopo la pubblicazione del Trattato di pace definitivo. Essi avranno il termine di 3 anni, per vender i loro beni mobili ed immobili, e dispone a loro piacere. X. I Paesi ceduti, acquistati e cangiati col presente Trattato porteranno a quelli a cui resteranno, i debiti, ipotecati sul loro Ruolo. XI. La Navigazione dalla parte della riviera, e canali inservienti di limiti tra le possessioni di S. M. l’Imperatore e Re d’Ungheria e Boemia, e quelle della Repubblica Cisalpina, sarà libera, senza che né l’una, né l’altra Potenza possa stabilirvi alcun pedaggio, né tener alcun Bastimento ancorato in guerra, locchè non esclude già le precauzioni necessario alla sicurezza della fortezza del Porto Legnago. XII. Tutte le vendite, o alienazioni fatte, tutti gl’impegni contratti, sia dalla città, o dai Governo, o Autorità civile, e amministrativa de’ paesi per l’innanzi Veneziani, per il mantenimento delle armate Alemanne e Francesi sino alla data della sottoscrizione del presente trattato, saranno confermate, e riguardate come valide. XIII. I titoli Demaniali, ed archivi de’ rispettivi Paesi cessi, o cambiati col presente Trattato saranno rimessi nello spazio di tre mesi, dalla data del cambio delle ratifiche, alle potenze che ne avranno acquistato la proprietà. I piani, e carte delle Fortezze, Città, e Paesi, che le potenze contraenti acquisteranno col presente trattato saranno ad esse fedelmente rimessi. Le Carte militari, e registri presi coll’attual guerra agli Stati Maggiori delle rispettive armate saranno parimenti restituite.

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XIV. Le due parti contraenti egualmente animate dal desiderio di allontanare tutto ciò che nuocer potesse alla buona intelligenza felicemente stabilita tra d’esse, s’impegnano nella più solenne forum di contribuire con ogni loro potere al mantenimento della tranquillità interna de’ loro rispettivi Stati. XV. Sarà incessantemente concluso un trattato di Commercio stabilito su basi di equità e tali che assicurino a S. M. l’Imperatore e Re d’Ungheria e di Boemia, ed alla Repubblica Francese de’ vantaggi eguali a quelli di cui godono ne’ rispettivi Stati le nazioni le più favorite. Frattanto ogni comunicazione, e relazioni commerciali saranno ristabilite nello stato in cui erano prima della guerra. XVI. Nessun abitante d’ogni paese occupato dalle armate Austriache e Francesi potrà esser inseguito né ricercato, sia nella sua persona, che nelle sue proprietà a motivo di sue opinioni politiche o azioni civili, militari, o commerciali, durante la guerra che vi fu tra le due Potenze. XVII. S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e Boemia non potrà conforme a’ principii di neutralità, ricevere in alcuno dei suoi porti durante il corso della guerra presente più di sei Bastimenti armati in guerra appartenenti a ciascuna delle Potenze belligeranti. XVIII. S. M. l’imperatore, e Re d’Ungheria e di Boemia, s’obbliga di cedere al Duca di Modena in indennità de’ Paesi, che questo Principe e suoi eredi avevano in Italia, la Brisgovia, ch’egli possederà alle stesse condizioni di quelle, in virtù delle quali possedeva il Modenese. XIX. I Beni censuarii e personali non alienati dalle loro Altezze Reali l’arciduca Carlo e l’arciduchessa Cristina, che sono situati ne’ paesi ceduti alla Repubblica Francese, saranno loro restituite col debito di venderli nello spazio di tre anni. Lo stesso sarà de’ Beni censuarii e personali di Sua Altezza Reale l’arciduca Ferdinando, nel territorio della Repubblica Cisalpina. XX. Sarà tenuto a Rastadt, un Congresso unicamente composto da’ Plenipotenziarii dell’Impero Germanico, e della Repubblica Francese, per la pace tra queste due Potenze. Questo Congresso sarà aperto un mese dopo In sottoscrizione del presente Trattato, o più presto, s’ è possibile. XXI. Tutti i prigionieri di guerra fatti da una parte e dall’altra, e gli ostaggi tolti o dati durante la guerra, che non fossero stati ancor restituiti, lo saranno fra quaranta giorni dalla data di quello della sottoscrizione del presente trattato. XXII. Le contribuzioni, consegne, somministrazioni, e prestazioni qualunque siansi di guerra, ch’ebbero luogo nei rispettivi Stati delle Poten53


ze contraenti, cesseranno dalla data del giorno delle ratifiche del presente trattato. XXIII. S. M. l’Imperatore e Re d’Ungheria e di Boemia, e la Repubblica Francese conserveranno tra d’esse lo stesso cerimoniale, quanto al rango ed altre etichette, di quelle che furono costantemente osservate prima della guerra. La suddetta Maestà e la Repubblica Cisalpina, avran tra di esse lo stesso cerimoniale d’etichetta di quello ch’ era in uso tra lo suddetta Maestà Sua e la Repubblica di Venezia. XXIV. Il presente trattato di pace è dichiarato comune alla Repubblica Batava. XXV. Il presente Trattato sarà ratificato da S. M. l’Imperatore e Re d’Ungheria e di Boemia, e la Repubblica Francese nello spazio di 30 giorni dalla data d’oggidì, o più presto se far puossi, e gli atti di ratifica in dovuta forma saranno cambiati a Rastadt. Fatto, e segnato a Campo Formio presso Udine, li 17 ottobre 1797 (26 Vendemmiatore), anno 6 della Repubblica Francese una ed indivisibile. Buonaparte. March. Del Gallo. Luigi Co: Cobenzel. Co: di Mervelat gen. maggiore. Barone di Degelmann. II Direttorio esecutivo decreto e segna il presente Trattato di pace con S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia negoziato a nome della Repubblica Francese, dal citt. Bonaparte gen. in capo dell’armata d’Italia fornito di poteri del Direttorio esecutivo, e incaricato delle sue istruzioni a quest’effetto. Fatto al Palazzo del Direttorio esecutivo li 5 Brumale (23 ottobre) anno 6 della Repubblica Francese, una ed indivisibile.

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Bibliografia Apollonio, Almerigo, L’Istria veneta dal 1797 al 1813, Gorizia, Libreria editrice goriziana, 1998 Bani, Albino, San Lorenzo del Pasenatico roccaforte della Serenissima in Istria. Dalle origini alla caduta della Repubblica di Venezia con appunti sulle vicende sino al 1943, Trieste, Italo Svevo edizioni, 1994 Benvenuti, Gino, Le repubbliche marinare, Roma, Newton & Compton editori, 2005 Benvenuti, Gino, Storia della repubblica di Venezia, Pisa, Libreria editrice Athenaeum, 1971 Brunetti, Mario, Un responsabile della caduta della Repubblica? Le accuse e l’autodifesa di Almorò Pisani, Venezia, stab. graf. U. Bortoli, 1926 Capra, Carlo, L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia, Torino, Loescher Editore, 1978 Carpanetto, Dino e Ricuperati, Giuseppe, L’Italia del Settecento. Crisi, trasformazioni, Lumi, Roma-Bari, Laterza, 2008 Cecchetti, Bartolomeo, Una delle cause della caduta della Repubblica veneta, Venezia, stab. tipograf. di p. Naratovich, 1887 Cessi, Roberto, Storia della Repubblica di Venezia, Milano – Messina, Casa editrice Giuseppe Principato, 1946 Chandler, David G., The campaigns of Napoleon. The mind and method of history’s greatest soldier, New York, Scribner, 1966 (traduzione italiana: Le campagne di Napoleone, Milano, Rizzoli Editore, 1972) Criscuolo, Vittorio, Napoleone, Bologna, Il Mulino, 1997 Lefebvre, Georges, Napoleon, Paris, Presses universitaires de France, 1953 (traduzione italiana: Napoleone, Roma-Bari, Laterza, 2003) Pécout, Gilles, Naissance de l’Italie contemporaine (1770-1922), Paris, Nathan, 1997 (traduzione italiana: Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, Bruno Mondadori, 1999) Romanin, Samuele, Storia documentata di Venezia, Venezia, Libreria Filippi Editore, tomi IX-X, 1975 Roth, Cecil e Sforza, Giovanni, La caduta della Serenissima nei dispacci della diplomazia piemontese e inglese, Venezia, Deputazione editrice, 1998 Tentori, Cristoforo, Raccolta cronologico-ragionata di documenti inediti che formano la storia diplomatica della rivoluzione e caduta della Repubblica di Venezia corredata di critiche osservazioni, 2 vol., Augusta [i. e. Venezia], 1799

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II PARTE Kristjan Knez

LA MUNICIPALITÀ PROVVISORIA DI VENEZIA E L’ADRIATICO ORIENTALE

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Sigle e abbreviazioni ACRSR – “Atti del Centro di ricerche storiche di Rovigno”, Trieste 19701984; Trieste-Rovigno 1985-2001; Rovigno-Trieste 2002. AAI – Atti amministrativi dell’Istria (1797-1813) (AST). AH – “Acta Histriae”, Koper. AMSD – “Atti e Memorie della Società Dalmata di Storia Patria”, Venezia. AMSI – “Atti e Memorie della Società Istriana di archeologia e storia patria”, Parenzo 1884-1926; Pola 1927-1940; Venezia 1949-1970, Trieste 1971. ARC – Archivio regionale di Capodistria. AST – Archivio di Stato di Trieste. AT – “Archeografo Triestino”, Trieste. ASV – Archivio di Stato di Venezia. AV– Archivio Veneto, Venezia. BCT, AD – Biblioteca Civica “Attilio Hortis”, Trieste, Archivio Diplomatico. BNM – Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia. Democrazia – Democrazia. Municipalità Provvisoria (ASV). DBI – Dizionario Biografico degli Italiani, Roma. Carte pubbliche – Carte pubbliche stampate, ed esposte ne’ luoghi più frequentati nella città di Venezia, tomi I-X, Venezia 1797. Il diritto d’Italia – [F. Salata], Il diritto d’Italia su Trieste e l’Istria. Documenti, Milano-Torino-Roma 1915. Il Nuovo Postiglione – “Il Nuovo Postiglione ossia compendio de’ più accreditati fogli d’Europa”, Venezia. L’Amico – “L’Amico. Periodico per i cattolici italiani del Litorale”, Trieste. Mercurio d’Italia – “Mercurio d’Italia storico-politico”, Venezia. Monitore Veneto – “Il Monitore Veneto”, Venezia. NAV – “Nuovo Archivio Veneto”, Venezia. Notizie – “Notizie del mondo”, Venezia. Oss. Triest. – “L’Osservatore Triestino”, Trieste. PI – “Pagine Istriane”, Capodistria 1903-1914, 1922-1923; Trieste 19491987 Raccolta di carte pubbliche – Raccolta di carte pubbliche, istruzioni, le-

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gislazioni ec. ec. ec. del nuovo Governo veneto democratico, voll. I-XII, Venezia 1797. RSI – “Rivista storica italiana”, Napoli. RSSR – “Ricerche di storia sociale e religiosa”, Roma. Verbali, vol. I – Verbali delle sedute della Municipalità provvisoria di Venezia 1797, vol. I/1 e I/2, Sessioni pubbliche e private, a cura di A. Alberti-R. Cessi, Bologna 1928-1929. Verbali, vol. II – Verbali delle sedute della Municipalità provvisoria di Venezia 1797, vol. II, Comitati segreti e documenti diplomatici, a cura di A. Alberti-R. Cessi, Bologna 1932. b. – busta c. / cc. – carta / carte cfr. – confronta cit. – citato col. – colonna ediz. – edizione f. – filza fasc. – fascicolo it. – italiana n. – numero n. s. – nuova serie orig. – originale p. / pp. – pagina / pagine s. – serie t. – tomo trad. – traduzione tab. – tabella vol. – volume

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La caduta della Serenissima e la Democrazia La campagna militare di Napoleone, oltre a ricacciare temporaneamente gli Austriaci dall’Italia, determinerà la scomparsa della Repubblica di Venezia. Benché il doge avesse dichiarato la sua neutralità, il generale corso si adoperò per la dissoluzione di quello Stato. Le sollevazioni contro i Francesi, per opera dei villici, furono ritenute pilotate dal governo veneziano, che avrebbe aizzato la popolazione rurale col grido di “morte ai francesi”, quando quest’ultimi si trovavano impegnati sullo scacchiere tedesco1. I tumulti nelle campagne della Terraferma rappresentarono il vero pretesto per intimidire la Serenissima. In una lettera indirizzata a Ludovico Manin, Bonaparte minacciava che il sangue dei suoi soldati, freddati nel corso di quell’insurrezione, sarebbe stato vendicato e invitava quel governo a fermare gli eccessi se voleva evitare lo scoppio di un conflitto2. Prima di giungere alla firma dei preliminari di Leoben, lo stratega scrisse al Direttorio che “fra tutti i governi quello di Venezia è il più mostruoso e tirannico; ed è cosa provata, ch’esso aspettava che noi fossimo nel mezzo della Germania per assalirci; non avendo la Repubblica francese nemico più feroce; ma la sua autorità è di gran lunga diminuita […]”3. Negli intenti di Bonaparte, dunque, l’abbattimento dell’impalcatura oligarchica era un obiettivo da concretizzare e la sconsideratezza verso il medesimo la manifestò evidentemente nel corso di quei negoziati con l’Austria (7-18 aprile 1797), voluti ardentemente da Napoleone per legittimare le importanti conquiste fatte nel corso della campagna militare, e che in pratica decisero le sorti della Repubblica, cioè di uno Stato assolutamente non coinvolto nel conflitto, senza che la sua classe politica fosse interpellata4. Per poter avviare quel piano machiavellico la Francia progettava la dichiarazione di guerra alla Serenissima; si trattava di uno stratagemma attraverso il quale portare a compimento quanto era stato deciso precedentemente, cioè la cessione di buona parte dei domini marciani all’Austria (a oriente dell’Oglio, compresa l’Istria e la Dalmazia, quale compenso per la rinuncia al Belgio e al ducato di Milano) che ormai sarebbero stati di proprietà francese5. La vampata rivoluzionaria, estesasi nell’Italia settentrionale, destò una certa preoccupazione a Bonaparte, perciò non tardò a inviare in quel 1 2 3 4 5

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A. Franchetti, Storia d’Italia dal 1789 al 1799, Milano, s. a., p. 360. N. Bonaparte, La campagna d’Italia 1796-1797, a cura di L. Rossi, Roma 1997, p. 80. Ivi, p. 85. Si rinvia a G. Gullino, La fine della Repubblica veneta, in Venezia e l’esperienza “democratica” del 1797, a cura di S. Pillinini, Venezia 1998, pp. 9-24. G. Ferrero, Avventura. Bonaparte in Italia (1796-1797), trad. it., Milano 1996, p. 220.


settore il generale Baraguay d’Hilliers con una divisione6. Il pretesto era offerto dalle sollevazioni e dalle resistenze filoveneziane, antifrancesi ma anche anticittadine della popolazione delle campagne e dei popolani – vi era il timore che i privilegi, gli appoggi e le esenzioni garantite dal governo marciano venissero meno per opera dei nuovi padroni ossia degli artefici delle democratizzazioni – che investirono parecchi settori della Terraferma7. Per rendere più credibile l’inevitabilità dello scontro fu confezionato addirittura un manifesto apocrifo, e reso pubblico, in cui il provveditore straordinario Francesco Battagia veniva presentato come il responsabile delle violente rivolte da lui fomentate. I fatti di Verona ed il cannoneggiamento contro “Le Libérateur d’Italie” che tentava di entrare nel porto del Lido, furono degli eventi che turbarono non poco i Francesi, e rappresentarono nient’altro che l’occasione per abbattere la Repubblica8. Anche la storiografia francese è concorde nel vedere nell’operato di Napoleone una sorta di atteggiamento machiavellico teso esclusivamente alla liquidazione del governo oligarchico veneziano”. Ingannando i Veneziani – scrive Michel Vovelle – Bonaparte inganna anche il Direttorio, con i suoi rapporti inesatti, e un’opinione pubblica francese che aspirava alla pace, alla quale trasmette soltanto l’immagine della ferocia della plebe veronese”9. Per evitare di trovarsi tra l’incudine e il martello, Napoleone decise di far tacere le armi sul fronte contro l’Austria e la invitò, con una certa premura, a firmare i preliminari di Leoben. Sul territorio della Serenissima si schiuse una fase a dir poco singolare, dato che non si poteva parlare né di guerra né di pace nel vero senso della parola. I rappresentanti dello Stato avrebbero abbandonato le maggiori città del Veneto e il senatore Francesco Pesaro avanzò al doge la proposta di ritirarsi sulla sponda opposta dell’Adriatico, a Zara, da dove, grazie alle caratteristiche geografiche di quelle coste e 6 7

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Ivi, p. 211. Da Verona il generale Balland, in data 1 aprile 1797, comunicava a Napoleone che la controrivoluzione aveva ormai assunto dei contorni alquanto seri, G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano e le più antiche manifestazioni del sentimento unitario in Italia, in “Rassegna Storica del Risorgimento”, a. IV, fasc. V, Roma 1917, p. 628. G. Scarabello, La Municipalità democratica, in Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima, vol. VIII, L’ultima fase della Serenissima, a cura di p. Del Negro-P. Preto, Roma 1998, pp. 264-265. Per siffatti problemi rinviamo al fondamentale lavoro di R. Cessi, Campoformido, seconda ediz., a cura di R. Giusti, Padova 1973. M. Vovelle, L’opinione pubblica francese e la caduta di Venezia, in Id., Il triennio rivoluzionario italiano visto dalla Francia 1796/1799, trad. it., Napoli 1999, p. 93; precedentemente tale testo era uscito con il titolo La caduta della Repubblica di Venezia nell’opinione dei Francesi durante il Direttorio, in L’area alto-adriatica dal riformismo veneziano all’età napoleonica, a cura di F. Agostini, Venezia 1998, pp. 25-42.

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alla protezione della flotta, la Repubblica sarebbe potuta sopravvivere10. La dissoluzione dei domini marciani era ormai in atto, la Terraferma in fermento si sarebbe staccata dalla città alla quale era subordinata e di lì a breve Venezia avrebbe perduto tutte le posizioni lungo l’Adriatico orientale. Durante l’avanzata napoleonica nell’Italia settentrionale, quelle province, infatti, furono letteralmente lasciate da parte e la difesa marittima interessò solamente la capitale e le lagune. Fu istituito pure un Provveditorato speciale a capo del quale si trovava il cavalier Nani, si procedette ad edificare nuove fortificazioni, si restaurarono quelle esistenti, si allestirono numerose barche cannoniere e fu rafforzato il presidio militare, composto prevalentemente da truppe dalmate11. La Terraferma era interessata dalla defezione delle principali città, che in quel frangente espressero tutta la loro insoddisfazione e le relative posizioni antiveneziane ed antiaristocratiche, moto che determinò lo sgretolamento dello Stato e che per il generale francese rappresentava una buona occasione per eliminare la Dominante12. E così fu. Il 1o maggio, da Palmanova, le dichiarava guerra13. Era costretto a muoverle le armi contro perché gli accordi di Leoben con gli Austriaci prevedevano lo smembramento della Serenissima14. La classe dirigente veneziana non dubitava affatto che di lì a breve tutti i territori della loro Repubblica sarebbero stati dapprima recisi e che successivamente sarebbe venuta meno addirittura come soggetto statuale. Se da un lato si temeva la perdita di alcuni territori, dato che l’ambasciatore Querini da Parigi riportò in più occasioni l’esistenza di progetti politici tesi a compensare l’Austria con qualche possedimento della Dominante, si riteneva che Venezia avrebbe continuato la sua esistenza e mantenuto il controllo sul resto della Terraferma15. 10 11

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A. de Benvenuti, Storia di Zara dal 1409 al 1797, Milano 1944, p. 180; G. Gullino, Le vicende politiche ed economiche, in Dai Dogi agli Imperatori. La fine della Repubblica tra storia e mito, Milano 1997, p. 18. R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, Firenze 1981 (ediz. orig. MessinaMilano 1944-1946, ediz. riveduta ed ampliata 1968), p. 731; cfr. anche G. Cappelletti, Storia della Repubblica di Venezia, vol. XIII, Venezia 1855, pp. 237-246. G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano cit., pp. 558-559; M. Berengo, Il problema politico-sociale di Venezia e della sua Terraferma, in Storia della civiltà veneziana, a cura di V. Branca, vol. III, Firenze 1979, p. 161. P. Foramitti, Bonaparte e la Serenissima. Maggio 1797 il manifesto di Palmanova, Udine 2003. S. Romanin, Storia documentata di Venezia, III ediz., t. X, Venezia 1975, pp. 8284, gli articoli dei preliminari, in francese e in traduzione italiana, si trovano alle pp. 252-260; R. Cessi, Campoformido, cit., pp. 109-121. A. Bozzola, L’ultimo doge e la caduta della Serenissima, in “Nuova Rivista Storica”, a. XVIII, fasc. I, Milano-Genova-Roma-Napoli 1934, p. 47; R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, cit., p. 745.


Il primo maggio, radunatosi il Maggior Consiglio, il doge illustrò la critica situazione in cui si trovava la Repubblica: le armate francesi avevano occupato l’intera Terraferma, “rivoluzionato” le principali e più ricche città di quel dominio e si erano fermate davanti alla laguna. I Veneziani, invece, non erano in grado di opporre alcuna resistenza perché le forze ormai andavano scemando, perciò proponeva di accettare il piano di riformare la costituzione e così “[…] salvar questa città, le nostre persone, le nostre famegie, i nostri altari, la nostra popolazion che xe minacciadi de morte e saccheggi”, per usare le parole del doge Manin16. Bonaparte, però, reclamava la democratizzazione e lo scioglimento del Maggior Consiglio. Nel frattempo iniziarono a circolare notizie poco rasserenanti in merito ai preparativi di un ingresso francese nella città lagunare, che faceva presagire foschi scenari qualora non si fosse accolto l’invito di porre fine al governo retto dal patriziato17.

La soppressione del tumulto del 12 maggio 1797 a Venezia. (dal volume di G. Gatteri, La storia veneta, Biblioteca civica “Attilio Hortis”, Trieste)

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A. Franchetti, Storia d’Italia cit., p. 371. Ivi, p. 375.

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Il 12 maggio 1797, radunatosi per l’ultima volta, il Maggior Consiglio assicurò ai nobili convenuti che Napoleone avrebbe garantito “di preservare incolumi la religione, le vite e le proprietà di tutti questi amatissimi abitanti”18. Dopo esattamente cinque secoli di dominio, il patriziato, che aveva retto le sorti della Dominante, abdicò a favore di un governo provvisorio che avrebbe gestito la cosa pubblica sino alle regolari elezioni. La folla presente in piazza San Marco, assieme alle formazioni militari transadriatiche, non accolse troppo favorevolmente quella decisione, e, acclamando il protettore, assalì le persone, le abitazioni e le botteghe di coloro che furono individuati essere i sostenitori della democratizzazione. Quattro giorni dopo, attraverso un manifesto, i componenti della Municipalità informavano la cittadinanza in merito alla metamorfosi costituzionale voluta dagli stessi patrizi. Nella nuova realtà erano venute meno le virtù che derivavano dalla nascita, lasciando spazio solo ai meriti e alle qualità individuali. Per i contemporanei con quel gesto il popolo veneto ritornava nuovamente alla libertà, quella stessa che lo aveva contraddistinto fin dalle sue origini. Si evidenziava altresì che lo Stato rimaneva repubblicano ma in una forma progredita poiché in esso trionfava la libertà19. Nella città di San Marco la “rivoluzione” rimuoveva un’ingiustizia perdurata per lungo tempo, ma non distruggeva la Repubblica, essa aveva determinato una “rigenerazione”, un “rinnovamento” (come si legge nelle fonti coeve), e ridestava quella dignità e quell’antico valore che erano stati accantonati20. In realtà parlare di “rivoluzione” nella sua accezione sarebbe improprio e gli stessi protagonisti dell’epoca utilizzarono quel termine piuttosto perché era in voga anziché per definire un processo realmente accaduto. Infatti, la stessa nuova classe dirigente non volle esibire il mutamento avvenuto come un fatto propriamente rivoluzionario, ma unicamente come un ritorno alle origini e a quelle istituzioni che, a loro dire e prima della Serrata voluta da uno sparuto gruppo di famiglie, avrebbero trasudato una libertà perduta e 18

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Ivi, p. 376. Nei colloqui dei giorni precedenti il doge fu informato sulla critica situazione in cui si trovava Venezia. Si temeva in primo luogo l’inizio di un assedio che avrebbe soffocato la città, la cui interruzione degli approvvigionamenti avrebbe affamato la popolazione della laguna; inoltre le forze militari non erano giudicate sufficienti ad una forma di difesa contro la macchina da guerra francese, Verbali, vol. I/1, pp. XLI-XLIV; per la fine del potere oligarchico si rinvia a S. Romanin, Storia documentata di Venezia, cit., pp. 119-132; R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, cit., pp. 758-762. G. Pillinini, 1797: Venezia “giacobina”, Venezia 1997, p. 29. F. Venturi, Settecento riformatore, vol. V, L’Italia dei lumi, t. II, La Repubblica di Venezia (1761-1797), Torino 1990, pp. 450-451.


che ora essi erano decisi a riportare in vita21. Non vi fu alcun tentativo di stravolgere la società, semmai emerse la volontà di troncare con il passato e con le consuetudini del governo espresso dalla nobiltà. La Municipalità rappresentava il cambiamento avvenuto, tendeva a raffigurarsi come colei che aveva reciso qualsiasi legame con la precedente struttura politica; quella “rivoluzione”, comunque, non desiderava affatto la distruzione della Repubblica22”.Quel Governo che da varj secoli aveva decretato la miseria e l’ignoranza del popolo (pronunciò Vincenzo Dandolo in un discorso), il defraudo degli artisti e de’ bottegai, l’annichilamento del commercio, la discordia fra i cittadini, la violazione di tutti i principj sotto la più tirannica oppressione, più non esiste”. E la riconoscenza per l’abbattimento della “barbarie” andava alla “generosa Nazion Francese”, a quelle “falangi” che avevano assicurato la libertà alle popolazioni dell’Italia e, in modo particolare, a Bonaparte, al quale si doveva “[…] l’annichilamento di tanti orrori, il principio di nostra felicità, la nostra libertà”23. Il passaggio dei poteri, però, fu, in realtà, la conseguenza di una trattazione, in cui la stessa oligarchia fu partecipe e si adoperò per evitare che quel mutamento fosse interpretato come il frutto di imposizioni esterne nonché per sottrarsi alle conseguenze sinistre che una rivoluzione, nel vero senso della parola, avrebbe prodotto nei loro confronti. Grazie a quel agire intelligente, la classe dirigente si era assicurata la proprietà privata, aveva ottenuto un’amnistia per tutti gli esponenti del cessato governo e si evitarono vendette ed eccessi che inevitabilmente avrebbero accompagnato un capovolgimento del potere. I membri che formavano la Municipalità, inoltre, in parte erano ex patrizi, soprattutto benestanti, gli altri erano, invece, grossi commercianti, imprenditori, professionisti (in particolare avvocati), ex burocrati della Dominante, qualche militare, vi erano anche taluni ecclesiastici e una sparuta rappresentanza del popolo24. In realtà coloro che presero in mano le redini della città e la difficile situazione in cui versava lo Stato erano per lo più uomini che annoveravano una posizione di rilievo vuoi economicamente vuoi socialmente. L’unico cambiamento concreto fu la sottrazione della direzione politica alla nobiltà, l’apparato burocratico 21

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G. Pillinini, 1797 cit., p. 53, “Si tratta di una interpretazione mitica, dovuta, come spesso accade, alla proiezione nel passato di situazioni ed esperienze vissute nel presente. La cosiddetta serrata, infatti, fu altra cosa da quella immaginata dai municipalisti. Inoltre l’idea che prima di essa fosse esistita a Venezia la libertà e l’uguaglianza era priva di fondamento. […]. Se la Municipalità nasceva avendo come suoi fondamenti la libertà e l’uguaglianza bisogna riconoscere che niente di simile era mai esistito nel Medioevo né a Venezia né altrove”. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997, vol. I Dai dogi agli imperatori, Venezia 1996, p. 127. Discorso popolare del cittadino Vincenzo Dandolo municipalista veneziano, Venezia 1797, p. 3. I nobili che formavano il governo della Municipalità Provvisoria erano dieci, i ricchi mercanti ammontavano a ventidue unità; essi formavano il 37% dell’intero corpo, G. Gullino, Le vicende politiche ed economiche, cit., p. 18.

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rimase, invece, quello di prima25. Il 16 maggio 1797 la Municipalità democratica, con un manifesto, si rivolse pubblicamente e “Annuncia solennemente all’Europa intera, e particolarmente al Popolo Veneto, la riforma libera e franca ch’egli ha creduto necessaria alla Costituzione della Repubblica. I soli nobili erano ammessi per diritto di nascita all’amministrazione dello Stato. Questi Nobili stessi rinunciano oggidì volontariamente a questo diritto, affinchè i più meritevoli fra la nazione intera sieno per l’avvenire ammessi a pubblici impieghi. Eglino saranno sempre più zelanti per gl’interessi della loro patria e viepiù gelosi di meritarsi innanzi agli occhi del Popolo Sovrano l’ereditaria estimazione annessa ai loro nomi, rendendogli i servigi medesimi, che gli hanno resi i loro antenati”26. Quello stesso giorno entrarono nella città lagunare le truppe dell’esercito francese, circa 4 mila unità, che presero possesso di alcuni punti chiave come l’Arsenale, Chioggia e il forte di Sant’Andrea. Contemporaneamente anche la flotta passò ai comandi dei generali d’oltralpe, i quali avrebbero però dovuto trovare un accordo con i Veneziani27. In realtà fu solo una mossa per guadagnare tempo, di lì a breve sarebbe stata organizzata la spedizione a Corfù che avrebbe rappresentato la fine della marina militare di San Marco. Benché non rappresentasse una continuità costituzionale, in quanto non era la prosecuzione del vecchio governo oligarchico, la Municipalità provvisoria come prima cosa si adoperò per la conservazione dei territori e quindi dei confini della Repubblica. I nuovi rappresentanti furono da subito ingaggiati e si mossero affinché le città della Terraferma, staccatesi precedentemente, ritornassero nel grembo dell’antica capitale ormai democratizzata e al contempo rivolsero la loro attenzione alle terre situate oltre l’Adriatico28. Sebbene si proponesse come l’erede della sovranità esercitata 25

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Discorso popolare del cittadino Vincenzo Dandolo cit., p. 30; G. Scarabello, La Municipalità democratica, cit., p. 276; Id., Aspetti dell’avventura politica della Municipalità democratica, in Venezia e l’esperienza cit., p. 32; G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 123, dall’“aristocrazia dei nobili” si sarebbe arrivati all’“aristocrazia dei ricchi”. Verbali, vol. I/1, p. XLVI, il corsivo compare nel testo. A p. XLVII sono riportati i nomi dei rappresentanti della Municipalità provvisoria. I. Palumbo Fossati, Berretti e alberi della Libertà: i francesi a Venezia nel 1797, in Venezia e Parigi, Milano 1989, p. 238. P. Veroli, Storia della Venezia dal 1797 al 1814, vol. I, Firenze 1874, p. 326. S. Romanin, Storia documentata di Venezia, cit., p. 143; Il diritto d’Italia, pp. 7-8. Riportiamo quanto Annibale Alberti e Roberto Cessi scrivono a proposito del nuovo governo formatosi dopo l’abdicazione del Maggior Consiglio: “La Repubblica di Venezia, dal punto di vista costituzionale e politico, non cessava per questo d’esistere: virtualmente, la Municipalità democratica, che ultima si era costituita nel cuore del vecchio dominio veneziano, a differenza delle consorelle installate in tutte le città di terraferma con manifesta presunzione di sedicente forma rappresentativa autonoma, era la sola, che, nel difetto di un legale ordine


dal precedente governo, la Municipalità della laguna non si differenziava da quelle realtà analoghe sorte nei domini della Terraferma, anche se era un organo di amministrazione della capitale e del Dogado, come avverte Roberto Cessi; ma finché le varie municipalità non si fossero espresse in merito ad un’eventuale ricomposizione, essa esercitava funzioni costituzionali che non le competevano29. Una delle prime preoccupazioni della Municipalità provvisoria fu, infatti, quella di mantenere l’integrità dello Stato, di conseguenza inoltrò delle circolari negli ex domini della Serenissima in cui evidenziava che l’intento della Venezia democratizzata non era quello di asservire le popolazioni di quelle che furono le province del doge, bensì era la manifestazione di una preoccupazione e di un’attenzione dirette ad evitare la frantumazione dello Stato. Per quanto concerneva la città, si rimarcava che essa non doveva essere considerata la capitale, poiché il futuro centro sarebbe stato prescelto di comune accordo fra le singole Municipalità30. “Voglia il Cielo che sia sollecita la riunione di tutta la Nazione, che formava il territorio veneziano sotto il proscritto Governo aristocratico, tra i fraterni legami della libertà e dell’eguaglianza in una sola Repubblica democratica una ed indivisibile […]”31. Scrisse il primo giugno 1797 la Municipalità provvisoria a Lallement, ministro della Repubblica francese a Venezia. Con la caduta del governo oligarchico si riteneva fosse opportuno ripartire da zero e si dovesse pertanto gettare le basi di un potere politico nuovo, in cui non vi sarebbero stati più dei centri egemonici, poiché “i popoli liberi non conoscono capitali”. Già nel manifesto del 16 maggio si informava la cittadinanza della creazione di un’“amministrazione centrale”, formata da rappresentanti provenienti da tutti i territori dello Stato veneziano, la cui attenzione doveva essere rivolta agli interessi generali della Repubblica32. Nonostante i buoni propositi presentati alle varie municipalità ribellatesi alla Dominante, la Municipalità di Venezia desiderava continuare quel ruolo di centro come lo aveva svolto per secoli, pertanto l’ambizione di distinguersi non venne mai meno, di conseguenza l’inten-

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rappresentativo, conservasse, di diritto e di fatto, un intrinseco fondamento costituzionale, perpetrando ancora, sia pure in una situazione di anormalità e di eccezione, l’esistenza giuridica della Repubblica di Venezia, come Stato, Prefazione, in Verbali, vol. I/1, p. VII. R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, cit., p. 763. G. Pillinini, 1797 cit., p. 42 Verbali, vol. II, p. 208. G. Scarabello, La Municipalità democratica, cit., p. 274. Essa era “composta di rappresentanti di questa Municipalità e d’un numero proporzionato di rappresentanti delle Provincie Venete della Terraferma, Istria, Dalmazia, Albania ed Isole del Levante, invigilerà, sotto il nome di Dipartimento, agl’interessi generali della Repubblica. Si occuperà a consolidare i legami di patriottismo tra le provincie e la Capitale, solo mezzo di rendere a questa Repubblica il suo primo splendore e la sua antica libertà”, Verbali, vol. I/1, p. XLVII.

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zione di ricomporre le tessere dei domini della Serenissima conobbe un palese insuccesso che l’avrebbe sempre più relegata entro i confini della laguna33. Tale situazione ebbe delle ripercussioni negative soprattutto a livello finanziario ed economico. Dalla Terraferma ribelle il flusso delle imposte si era ormai interrotto e contemporaneamente non si poteva più contare sulle risorse provenienti dall’ex dominio, e anche nello Stato da mar, sebbene ricco di materie prime ma perennemente disagiato in termini monetari, non vi era la possibilità di reperire i denari di cui si necessitava34. Non molto tempo più tardi i rappresentanti più in vista, come Dandolo e Mengotti, iniziarono a guardare più in là, cioè a Milano, poiché l’unione con gli altri “popoli liberi d’Italia” era, a loro giudizio, l’unica soluzione in grado di frenare quel processo di disgregazione che aveva colpito la Repubblica di Venezia35. Ci si interrogava se la nuova Venezia democratizzata volesse conservare l’influenza su quel mare che per tanti secoli aveva difeso con le sue flotte. Per la città lagunare era indispensabile tenere salde a sé le terre della riva opposta perché “Senza una forza navale che ne avverrà del vostro commercio, e de’ vostri porti sull’Adriatico? Ma la Signoria di questo mare non dipende nè dal possesso di Venezia, nè da quello di Rimini, nè tampoco d’Ancona. Essa fu sempre congiunta al possesso della Dalmazia, anzi dal dominio dei numerosi suoi porti, e dalla florida sua marina è derivato in ogni tempo il diritto della navigazione dell’Adriatico”36. Per continuare ad esercitare un ruolo di una certa importanza nell’area in questione era determinante scrutare le velleità asburgiche e dissuadere eventuali colpi di mano, dato che “[…] non sarebbe dell’interesse degl’Italiani che colla Dalmazia questo mare ad essi cotanto importante e giovevole passasse in questo momento nelle mani dell’Austria sua naturale nemica”37. Le municipalità del continente, invece, guardarono con sospetto l’invito proveniente dalla città di San Marco in quanto vedevano in essa ancora sempre l’espressione del dominio e temevano di ricadere nuovamente sotto l’“avida dominatrice”; la loro formazione era contraddistinta da un acceso malcontento verso Venezia. In quello spazio geografico si formarono delle municipalità repubblicane, talune lillipuziane, ma che si 33

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G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., pp. 142-144”.Così la capitale era anche lo Stato, ultimo residuo che conservasse una personalità e una indipendenza, e la Municipalità, che quella amministrava, era l’unico organo che potesse assumere in tutta l’ampiezza la rappresentanza dello Stato”, A. Alberti-R. Cessi, Lineamenti costituzionali della Municipalità veneziana del 1797, in Verbali, vol. II, p. XII. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 164; G. Scarabello, Aspetti dell’avventura politica cit., pp. 39-40. F. Venturi, Settecento riformatore cit., p. 454. Agli Italiani liberi. Riflessioni di un cittadino, in Raccolta di carte pubbliche, vol. II, p. 207, riprodotto anche in Il diritto d’Italia, pp. 8-10. Ivi, p. 208.


presentavano come una sorta di stato, e, come avverte Filiberto Agostini, sebbene “molecolare”, annoveravano tutti gli attributi di un’entità statuale38. Il principio democratico-rivoluzionario aveva attecchito già qualche anno prima presso il ceto medio ma anche in determinati strati popolani39; con l’arrivo delle armi francesi videro l’occasione per svincolarsi dalla Serenissima e anche successivamente non avrebbero manifestato alcun desiderio di unirsi alla Municipalità democratica della città lagunare. Quelle stesse, che si erano formate nel marzo del 1797, avevano preso sotto il loro controllo il governo delle rispettive città ed erano composte per lo più dai possidenti, sia nobili e no, dalla borghesia e dall’intellettualità, ed erano desiderose di affrancarsi da Venezia. Il bellunese Giuseppe Fantuzzi, ad esempio, dopo aver offerto inutilmente alla morente Serenissima un piano per l’organizzazione del suo esercito, di spiccata impostazione “democratica”, abbandonò il territorio della Repubblica e si rifugiò presso i Francesi, arruolandosi nel battaglione della legione cisalpina. La sua attività era finalizzata alla frantumazione dell’esercito veneziano e al contempo mirava all’organizzazione di comitati insurrezionali in varie città della Terraferma (Padova, Treviso, Verona, Bassano, ecc.) che dovevano in qualche modo preparare il conclusivo intervento francese40. A Brescia, invece, era la stessa nobiltà ad essere notevolmente insoddisfatta e muoveva le sue critiche al regime patriziale che emulava quello della capitale. Il medesimo accoglieva esclusivamente i discendenti dei consiglieri allora in carica e i cosiddetti “cittadini benemeriti”, ossia coloro che si erano distinti nel corso dell’assedio contro l’esercito dei Visconti (1438), ma escludeva molte altre famiglie, pur annoverando importanti titoli. Tali modalità, che, di fatto, avevano circoscritto quella parte del patriziato bresciano e portato a difendere gli antichi privilegi, contribuì ad accrescere lo scontento di un’ampia fetta della nobiltà, la quale ormai non si accontentava più delle esenzioni fiscali o dei privilegi onorifici e/o giudiziari locali. Quegli stessi rappresentanti, che furono coinvolti con consapevolezza nei rivolgimenti, si percepivano come una sorta di corpo estraneo, in conflitto con Venezia e non erano più disposti ad approvare quella soggezione41. L’invito pertanto poteva essere difficilmente accolto 38

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G. Silvano, Venezia e la Terraferma. Tentativi di annessione alla Repubblica Cisalpina, in Venezia e l’esperienza cit., pp. 49-50; F. Agostini, La Terraferma veneta nel 1797: l’insediamento delle municipalità repubblicane e dei governi centrali, in “RSSR”, fasc. 51, 1997, p. 7; A. Alberti-R. Cessi, Lineamenti costituzionali cit., p. III. Si veda anche il proclama della Municipalità provvisoria di Venezia alle Municipalità della Terraferma del 22 maggio 1797, ivi, p. 185. M. Petrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venezia e l’assolutismo illuminato, Venezia 1950, p. 215. P. Preto, voce Fantuzzi, Giuseppe, in DBI, vol. 44, 1994, p. 724. F. Ronchi, La vigilia della rivoluzione: il quadro economico e politico-sociale nella Repubblica di Venezia e nel Bresciano prima del 1797, in Alle origini del Risorgimento. La Repubblica bresciana dal 18 marzo al 20 novembre 1797, a cura di L. A. Biglione di Viarigi, Brescia 2000, p. 29.

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in quanto quelle città avevano espresso un desiderio di riscatto, una volontà di riottenere le antiche libertà estinte sotto l’ala del leone marciano; al contempo vi era però anche la contrarietà francese che non vedeva di buon occhio un’eventuale ricomposizione dei territori di quello Stato che Bonaparte aveva abbattuto. Inoltre, le Municipalità proponevano diverse soluzioni: dall’unione alla repubblica Cisalpina alla volontà di conservare l’autonomia42. Quell’atteggiamento era la chiara manifestazione di un cambiamento, era il risultato di quella metamorfosi avvenuta nel corso del XVIII secolo che aveva interessato buona parte dell’Italia settentrionale, che aveva contribuito a rafforzare le élites cittadine – ma anche la nobiltà della Terraferma – e che da tempo attendevano maggiori libertà, autonomia nonché le riforme economiche ed istituzionali43. La Municipalità provvisoria si trovava ad affrontare un problema che, indubbiamente, non immaginava potesse manifestarsi, vale a dire il tentativo di mantenere unita la Terraferma alla capitale. I movimenti tesi a staccare le province della Dominante si verificarono in concomitanza con l’avanzata napoleonica (e, dato che tra i rivoltosi si erano intromessi anche non pochi Francesi, era particolarmente delicato soffocare quelle rivolte), e anche a seguito dei fatti del 12 maggio 1797 tale tendenza si protrasse senza placarsi. A Venezia si guardava con sospetto, si riteneva che essa rappresentasse il governo di un tempo e in diverse città del Veneto e della Lombardia i leoni marciani furono smantellati in quanto simbolo di quella oligarchia da tempo disprezzata. Successivamente il Leone anziché il Vangelo teneva stretto il Codice dei diritti e doveri dell’uomo e del cittadino44. Quella continuità negli emblemi però era giudicata come una volontà, neanche tanto velata, di tenere saldo il potere sulla Terraferma; per ovviare a queste accuse già il 20 maggio quel simbolo fu sostituito con la Marianna, la giovane ragazza con il berretto frigio di color rosso, simbolo di libertà utilizzato dai rivoluzionari in Francia. Le carte che dalla città lagunare arrivavano in vari punti dei possedimenti della Serenissima portavano ancora l’immagine del leone alato e ciò non faceva altro che dilatare i sospetti che la Municipalità democratica fosse nient’altro che l’erede del governo dei dogi; per rimediare a tutto ciò si decise di togliere l’antico emblema per so42 43 44

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P. Veroli, Storia della Venezia cit., p. 326. Su tali aspetti si rinvia alle riflessioni di F. Agostini, Belluno e il Bellunese dalla caduta della Serenissima all’età napoleonica, in “RSSR”, fasc. 53, 1998, pp. 79-87. F. Furet-D. Richet, La Rivoluzione francese, trad. it., vol. I, Roma-Bari 1980, p. XII; I. Palumbo Fossati, Berretti e alberi della Libertà cit., p. 223; vedi anche M. Berengo, Il problema politico-sociale di Venezia cit., pp. 160-162. F. Venturi, Settecento riformatore cit., pp. 452-453. Una legge del 29 maggio 1797 prevedeva l’eliminazione di tutti i leoni che rappresentavano il passato governo. Nel luglio successivo il Comitato di salute pubblica prese contatti con una compagnia di sei “capi mistri tagliapietra” per la cancellazione del simbolo della Serenissima per antonomasia, ASV, Democrazia, b. 112, f. 3, Comitato di salute pubblica, c. 3.


stituirlo con quello della libertà, considerato più vicino ad ogni patriota45. In città, invece, la nuova dirigenza politica dovette affrontare la questione del consenso. I cittadini schiettamente democratici rappresentavano un gruppo sparuto ed appartenevano per lo più ai ceti medio-alti. La maggior parte della popolazione, invece, non esternava un’eccessiva simpatia per la Municipalità, anzi, rivelava piuttosto un certo attaccamento allo Stato appena tramontato, come si evince dalle carte della polizia46. Per siffatti motivi fu anche più volte procrastinata la festa nella quale si doveva erigere l’albero della Libertà in piazza San Marco. Secondo l’incaricato d’affari austriaco von Homburg probabilmente si attendeva che la popolazione fosse maggiormente disposta a celebrarla, ossia si desiderava rinvigorire la guarnigione francese per evitare una possibile reazione popolare47. La “rivoluzione” aveva prodotto una Venezia nuova, democratica e liberata dai fardelli dell’antico regime; le riforme, poi, avrebbero contraddistinto il cambiamento e rappresentato la vera novità. In quel contesto la questione dei confini rivestiva un argomento di primo piano e tutti concordavano sulla necessità di conservare tutti i territori che già appartenevano alla Dominante prima della sua caduta. Le ex province della Serenissima non sarebbero più state solo dei domini soggetti alla capitale bensì parte integrante di uno Stato, ed i suoi rappresentanti avrebbero fatto sentire la propria voce in ambito politico. Non pochi membri che componevano la Municipalità provvisoria, difatti, erano originari delle terre della sponda opposta – si pensi solo a Ugo Foscolo, per citare il più noto – e della Terraferma, esponenti, quindi, i quali mai prima d’allora erano riusciti ad entrare in un sistema politico rappresentativo e che ora si apprestavano a compiere un ricambio della classe dirigente, segno evidente del cambiamento in corso48. Il Comitato di salute pubblica rivolgendosi alla Municipalità espose: “Cittadini. Voi animati dello spirito di concordia primo attributo della Libertà ordinaste la stampa di Plocami (sic) atti a portar la pace fra Popoli di 45 46

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Ivi, p. 453; G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 130. G. Scarabello, Aspetti dell’avventura politica cit., p. 33. Per la questione del consenso si rinvia a S. Pillinini, Creazione e organizzazione del consenso nel nuovo regime democratico, in Venezia e l’esperienza cit., pp. 99-116; I. Palumbo Fossati Casa, Il cielo è oscuro: inquietudini, tensioni e contraddizioni in città nei mesi della Municipalità Provvisoria. Aspetti dell’opposizione al governo democratico, in Dai Dogi agli Imperatori cit., soprattutto le pp. 43-46; si rinvia anche a p. Tessitori, Basta che finissa ‘sti cani. Democrazia e polizia nella Venezia del 1797, Venezia 1997. Non pochi muovevano delle dure critiche nei confronti della Municipalità provvisoria; in una lettera del rovignese Angelo Sbisà a Girolamo Gravisi, ad esempio, leggiamo: “Mi trovo in Venezia, dove tutto ispira tristezza, disperazione e miseria. L’attuale Governo è un aborto così informe che non saprei denominarlo. Questi municipalisti vorrebbero organizzarlo, ma non vanno d’accordo”, ARC, Archivio familiare Gravisi, b. 27, fasc. 71f, lettera 3 luglio 1797. I. Palumbo Fossati, Berretti e alberi della Libertà cit., p. 250. G. Pillinini, 1797 cit., p. 35; G. Scarabello, Foscolo 1797, in Dai Dogi agli Imperatori cit., pp. 27-36.

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Dalmazia, Levante, ed Istria. Consta al nostro Comitato, che molti s’interessano onde alienare i nostri fratelli di questi Paesi da questa unione, che sola può renderci grandi, e felici”49. Quel Comitato, oltre a vigilare sulla sicurezza dello Stato, aveva competenze anche sul versante dei rapporti con le nazioni estere, con i Francesi e con le altre Municipalità; di sua competenza erano poi le forze armate e la Guardia Nazionale ed avrebbe dovuto difendere la sovranità sull’Istria, sulla Dalmazia e sulle isole Ionie, cosa che, purtroppo, non poté attuare in quanto quei territori furono occupati in virtù di quanto s’era stabilito a Leoben ed anche le disapprovazioni caddero su un terreno poco fertile, data la debolezza politica e diplomatica della Municipalità provvisoria50. I magri risultati furono la conseguenza della sfavorevole situazione in cui si trovava la Venezia “rigenerata”, che, usando le parole di Carlo Ghisalberti, viveva ormai in una sorta di limbo, senza una chiara e precisa visione politica e la cui voce era del tutto assente dagli ambienti in cui si decidevano le sue sorti51. La dissoluzione politica ed amministrativa registrata nei domini marciani isolava progressivamente Venezia confinandola all’interno della laguna; tutto ciò era confacente al progetto politico napoleonico e permetteva di applicare con maggiore facilità quanto previsto a Leoben52. Il 16 maggio 1797 si giunse alla firma del trattato di pace. La Francia dichiarava cessate le ostilità e riconosceva la sovranità dello Stato, si stabiliva che il Maggior Consiglio rinunciava al diritto di sovranità e ordinava l’abdicazione dell’aristocrazia ereditaria; tra gli articoli segreti il primo fissava che le due parti si sarebbero accordate “per il cambio di differenti territori”53. Successivamente, nel corso delle trattative a Mombello (gli accordi furono firmati il 26 maggio 1797), emerse palesemente che le due nazioni non erano intenzionate a riconfermare quanto avevano sottoscritto a Leoben. L’Austria, da parte sua, avanzava la pretesa sulla città di Venezia, Napoleone, invece, lavorava alacremente per ottenere una frontiera strategica per la Cisalpina, la cui formazione era ormai imminente. Alla fine si giunse ad un compromesso, che a Campoformido fu finalmente rivelato, che da un lato giovò a Napoleone in quanto gli permise di ottenere la linea dell’Adige, mentre dall’altro riconosceva all’imperatore l’acquisizione della laguna compresa l’ex capitale della Serenissima54. 49 50 51 52 53 54

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Raccolta di carte pubbliche, vol. I, p. LXXXIII. G. Pillinini, 1797 cit., p. 39. C. Ghisalberti, Campoformio: riflessi di un trattato, in Veneto, Istria e Dalmazia tra Sette e Ottocento. Aspetti economici, sociali ed ecclesiastici, a cura di F. Agostini, Venezia 1999, p. 22. A. Alberti-R. Cessi, Lineamenti costituzionali cit., p. VI. G. Scarabello, La Municipalità democratica, cit., pp. 274-275. G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano cit., p. 559.


Sul versante diplomatico, il Direttorio considerava nulli gli accordi precedenti in quanto il Maggior Consiglio, i cui rappresentanti avevano trattato con Bonaparte, non esisteva più. Di diverso avviso era invece la Municipalità provvisoria, la quale, il 29 maggio 1797, aveva accolto l’accordo, nel frattempo perfezionato in alcuni punti, nonché ratificato, poiché con esso auspicava di poter ottenere il riconoscimento internazionale come Stato sovrano. Il governo di Parigi, da parte sua, non lo approverà mai, per non ostacolare i progetti previsti per l’ex Repubblica di San Marco nelle trattative con gli Austriaci55. Il Direttorio pertanto non riconosceva la Municipalità come uno Stato sovrano e lo stesso si può dire per l’Austria56. Quelle speranze, così ingenuamente coltivate dai rappresentanti della Venezia democratizzata, furono accolte con abilità da Napoleone, che trasformò quella firma in un trattato imposto, per una guerra che in realtà non era mai divampata57. Per la nostra penisola quegli avvenimenti schiusero una stagione nuova, sebbene di effimera durata. La dinamica dei fatti testimonia inequivocabilmente gli stretti legami di una regione, o meglio delle sue municipalità, con Venezia, del loro sentirsi parte integrante di una realtà statuale che estendeva il proprio dominio su entrambi i versanti dell’alto Adriatico e che nel nuovo ordinamento democratico ritenevano ancora d’appartenere intrinsecamente. Come scrive Almerigo Apollonio: “È errato dire che, per gli Istriani, la Repubblica di S. Marco cadde del maggio del 1797. Era caduta la supremazia patrizia, era finita l’usurpazione aristocratica, ma iniziava, all’ombra della Dominante, un nuovo regime, o meglio, venivano ripristinate le ‘libertà antiche’, riprendevano vigore le ‘fedi giurate nel XIII secolo’, iniziava, per i più aggiornati, il ‘regime democratico’”58.

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G. Scarabello, La Municipalità democratica, cit., p. 278. Cfr. R. Cessi, Da Leoben a Campoformido (Note ed appunti), in “Rendiconti della classe di scienze morali, storiche e filologiche dell’Accademia nazionale dei Lincei”, s. VIII, vol. 9, fasc. 11-12, Roma 1954, p. 559. G. Pillinini, 1797 cit., p. 31. A. Apollonio, L’Istria veneta dal 1797 al 1813, Gorizia 1998, p. 117.

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La Terraferma veneta e l’Istria nella seconda metà del XVIII secolo.

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Tra mutamenti e desideri di continuità Le sommosse nei centri urbani dell’Istria La stampa coeva non riporta alcuna informazione in merito ai disordini avvenuti nelle varie località istriane59”. L’Osservatore Triestino”, l’unico foglio che usciva all’epoca sul versante orientale dell’Adriatico, non dedicò alcuna attenzione a quegli avvenimenti. L’unico riscontro è quello in cui si rammenta che varie famiglie della penisola (presumibilmente aristocratiche), riparate nella città di San Giusto, avevano esternato la sofferenza nonché la paura determinate dalle agitazioni che erano scoppiate in determinati punti dell’Istria60. L’assenza d’informazioni non può essere attribuita ad una carenza di notizie, tanto più che il giornale usciva a Trieste cioè a qualche decina di chilometri dal teatro degli avvenimenti. Il console iberico nella città di San Giusto, nelle relazioni inviate al suo Paese, menzionò i disordini che interessarono la provincia veneziana”. Le popolazioni della vicina Istria – scrive Don Carlos de Lellis – si trovano in sollevazione e accusano i podestà delle singole città di averle vendute all’Austria oppure ai Francesi e proclamano alta la loro fedeltà alla Serenissima”61. In effetti, le sommosse ebbero vasta eco e puntualmente giunsero a Venezia, a livello ufficiale, però, la Municipalità provvisoria evitò qualsiasi discussione in merito62. Anche l’uccisione dell’ultimo podestà di Isola, Nicolò Pizzama59

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Dallo spoglio della stampa dell’epoca l’autore ha riscontrato un solo riferimento ai disordini avvenuti in Istria; ne scrisse “Il Corriere milanese” (Milano 26 giugno 1797, p. 411) affrontando il problema dell’occupazione austriaca, avvenuta a seguito di “[…] una così detta insurrezione ad Isola, e altri movimenti Civitanuova […]”. “Da varie Famiglie trasferitesi in Trieste da Capodistria, Muggia, Isola, ed altri luoghi dell’Istria veneta, si è rilevato, che quelle Popolazioni soffrono non poco dalle turbolenze suscitatevi dallo spirito di partito”, “Oss. Triest”., 9 giugno 1797, p. 625. O. de Incontrera, L’occupazione francese di Trieste del 1797 nei rapporti del console di Spagna de Lellis, in “AT”, s. IV, vol. LVI, 1996, p. 363, si ricorda ancora: “Il podestà di Isola è stato linciato e quelli di Capodistria e di Muggia si sono sottratti ad uguale sorte solamente con la fuga”. Il fondo Democrazia. Municipalità Provvisoria dell’ASV non è ordinato analiticamente pertanto la ricerca ne risente non poco. Sotto denominazioni generiche, non di rado, nelle buste si possono rintracciare carte d’indubbio interesse per la ricostruzione delle vicende nelle terre dell’Adriatico orientale all’indomani della caduta della Repubblica di San Marco. Il limitato numero di unità archivistiche che quotidianamente possono essere richieste dallo studioso, specie se non veneziano o comunque non residente nella città lagunare, è poi un altro ostacolo in quanto non sempre permette un controllo a tappeto del contenuto, magari solo per eliminare eventuali dubbi sulla presenza o meno di materiali pertinenti alla propria ricostruzione storiografica. Sappiamo però

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no, non destò alcun scalpore, questa è almeno la nostra impressione dopo la disamina delle fonti disponibili. L’unico riferimento relativo a quel cruento avvenimento lo ricaviamo dalla relazione del cittadino Zuliani sulla situazione in Istria e Dalmazia (che riproduciamo integralmente in appendice), presentata al Comitato di salute pubblica, in cui riporta che “Nella Terra d’Isola fu dal Popolo interfetto quell’ex rappresentante per essersi dimostrato di genio austriaco. Ed in alcuni altri luoghi si sono solamente verificate delle semplici tumulazioni popolari”63. I diplomatici del Regno di Sardegna presenti nella città di San Marco, comunque, comunicarono in patria che, appena si seppe dell’avvenuta democratizzazione, in Istria si formarono due fazioni, una parteggiante per Venezia e l’altra per l’Austria. Secondo i medesimi, le rivolte sarebbero scoppiate a seguito del continuo movimento dei sostenitori della causa imperiale64. Ma cosa si verificò nell’Istria settentrionale? Quale fu la dinamica dei fatti? Di seguito cercheremo di fornire qualche risposta in base alla documentazione e alle testimonianze consultate. Per comprendere quanto era accaduto nei primi giorni di giugno del 1797 è doveroso rammentare le profonde differenze esistenti tra la nobiltà ed i popolani delle cittadine costiere. Naturalmente risulterebbe troppo semplicistico attribuire l’irruzione violenta, messa in atto dai secondi, solo e soltanto come risposta alle maldicenze che asserivano nientemeno che la cessione dei centri urbani alla Casa d’Austria. Certamente quella fu una reazione incontrollata, generata da quelle dicerie, ma nella sua manifestazione improvvisa esternava la collera di un ceto subordinato al patriziato, desideroso di maggiori considerazioni e, soprattutto, di rappresentanza nell’ambito dei consigli cittadini. Dalla metà del Seicento, in concomitanza con la guerra di Candia contro gli Ottomani, la nobiltà regionale aveva conosciuto una metamorfosi che corrispondeva alla politica della Serenissima tesa a potenziare i ceti dirigenti nelle province adriatiche, e in questo modo dette vita ad una classe aristocratica di una certa rilevanza, che aveva dei contorni inediti e che al tempo stesso aveva determinato una diversifi-

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che nella sessione della Municipalità del 10 giugno 1797 Vincenzo Dandolo lesse il rapporto del Comitato di salute pubblica concernente i “torbidi insorti a Capodistria”, Verbali, vol. I/1, p. 117. Non conosciamo, purtroppo, il contenuto del resoconto. Una documentazione decisamente più ricca ci illumina su alcuni aspetti degli accadimenti in Dalmazia. ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione II, c. 1v. G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia studiata ne’ dispacci inediti della diplomazia piemontese, in “NAV”, n. s., n. 51, 1913, p. 102. Bisogna precisare, però, che le informazioni riportate enfatizzano su determinati aspetti e non trovano riscontri nelle altre fonti coeve. I fatti di Isola sono attribuiti alla popolazione capodistriana e, benché vi fosse stata l’uccisione dell’ultimo podestà veneziano, si parla addirittura che i sostenitori dell’unione alla nuova realtà veneziana avessero ucciso indiscriminatamente un notevole numero di nobili (“derubavano e uccidevano tutti gli Aristocratici”).


cazione in “veri titolati” e non65. Tutto il XVIII secolo fu contraddistinto dalle tensioni tra le due parti, che si risolsero tutto sommato tranquillamente. Nelle cittadine istriane una sorta di “serrata” aveva generato un’oligarchia avida di potere, i cui uffici pubblici dovevano spettare solo ad essa e contemporaneamente non ammetteva i popolani alle cariche pubbliche. La decadenza sociale ed economica del ceto dirigente aveva altresì generato un gruppo minoritario d’atteggiamenti autocratici all’interno della stessa nobiltà66. Quella rabbia rivelava i forti contrasti esistenti, che per lungo tempo accumularono una tensione che, in realtà, attendeva l’occasione opportuna per sfogarsi. La situazione economica in cui si trovava la penisola non era una delle più vantaggiose67; su ogni attività premeva il regime doganale, i prodotti d’esportazione di quella terra dovevano attraversare il mare e quindi passare per il porto della capitale, cosa che comportava sia il dazio d’entrata sia quello d’uscita. Balzelli di questo tipo avevano dato vita al commercio abusivo, specialmente in direzione di Trieste, che fruttava importanti introiti68. Le condizioni non sempre idilliache degli strati più poveri, e di 65

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E. Ivetic, Oltremare. L’Istria nell’ultimo dominio veneto, Venezia 2000, pp. 324-325. Dalla metà del XVIII secolo il numero delle famiglie titolate crebbe notevolmente. Tra le famiglie che ottennero il titolo di conte ricordiamo i Becich di Parenzo (1733), i Bruti di Capodistria (1736), i Grisoni di Capodistria (1754), i Vlastò originari di Retimo (1764), i Balbi di Veglia (1769), i Bocchina di Pinguente (1781), gli Agapito di Pinguente, provenienti da Candia, (1782), i Muazzo di Fasana (1782), i Lombardo di Pola (1788), i Milossa di Rovigno (1789), i Gritti di Parenzo (1791), i Totto di Capodistria, nobili di Pola, (1791) e i Marcovich di Petrovia, oriundi di Antivari, (1794); i Manzini di Albona ed i Polesini di Parenzo divennero marchesi rispettivamente nel 1786 e 1788, mentre i Verzi di Capodistria, già conti palatini del Sacro Romano Impero, nel 1768 furono inseriti nell’elenco dei titolati della penisola, dati ricavati da G. De Totto, Feudi e feudatari nell’Istria veneta, in “AMSI”, vol. LI-LII, 1939-1940, pp. 74-78. Vedi anche S. Zamperetti, Investiture feudali e conflitti locali nell’Istria del ’700: il caso dei conti Becich e della città di Parenzo, in “AH”, vol. III, 1994, pp. 71-82. B. Ziliotto, Primi moti antioligarchici a Capodistria 1763-1769, in “AV”, s. V, n. 89-90, 1955, p. 72. Considerazioni e dati molto utili sulle realtà sociali ed economiche all’interno dei vari microcosmi della penisola si trovano in A. Apollonio, L’Istria veneta cit., pp. 23-86; per l’olio d’oliva è sempre utilissimo il saggio di G. Zalin, Economia e produzione olearia nell’Istria del secondo Settecento, in “Economia e Storia”, a. XXIII, fasc. 2, Milano 1976, pp. 177-220. Per una panoramica sulle condizioni economiche rinviamo a E. Ivetic, Caratteri generali e problemi dell’economia dell’Istria veneta nel Settecento, in “ACRSR”, vol. XXIV, 1994, pp. 75-138. Vedi il sempre valido studio di M. Berengo, La società veneta alla fine del Settecento. Ricerche storiche, Firenze 1966, p. 30. Sul sistema daziario si rinvia a D. Darovec, Davki nam pijejo kri. Gospodarstvo severozahodne Istre v luči beneške davčne politike, Koper 2004, soprattutto le pp. 201-238. A proposito dei dazi bisogna anche tenere presente che all’indomani della caduta della Serenissima si diffuse il mito delle angherie tributarie veneziane, che avrebbero soffocato e impedito uno sviluppo economico, si veda a proposito E. Ivetic, L’Istria moderna. Un’introduzione ai secoli XVI-XVIII, Trieste-Rovigno 1999, pp. 92-105.

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conseguenza più emarginati, della comunità, avevano già in alcune occasioni, nel corso di quel secolo, dato luogo a sommosse rimbombanti, ma non particolarmente violente, come accadde, invece, nei contesti più isolati dei domini della Serenissima. A Isola, come vedremo, il contrabbando divenne una pratica molto comune, rappresentava una fonte di guadagno non indifferente, perciò continuò ad essere praticato nonostante i controlli e gli interventi da parte dello Stato, e, anzi, le due parti non di rado cozzarono l’una contro l’altra. Anche più a sud, a Rovigno, la situazione non cambiava più di tanto. La città, proprio nel XVIII secolo, conobbe uno sviluppo importante che fu la conseguenza del decollo economico legato alla salatura del pesce nonché al relativo traffico illecito praticato per eludere i controlli imposti dalla Dominante ed il pagamento del relativo dazio. La tassazione veniva percepita come un’insofferente imposizione, mentre le ispezioni da parte dei funzionari veneziani, in non poche occasioni, dettero origine a scontri e a veri tumulti. Così avvenne, ad esempio, nel 1767 quando cinque birri, inviati da Capodistria, su incarico del Magistrato delle Rason Vecchie, giunsero nella città di Santa Eufemia per verificare l’esistenza del contrabbando del sale e delle sardelle salate, e furono investiti dalla folla. Gli inviati spararono dei colpi, ferendo un popolano, il che fu sufficiente ad aizzare i presenti. I birri furono rincorsi al lancio di pesanti sassi che ne ferirono tre, e, come riportano le carte del tempo, altri due furono uccisi dilapidati69. Per queste ragioni, il contrabbando era una violazione ordinaria che interessava un buon numero di abitanti di una comunità. Tale pratica era altresì vista per lo più come una forma di attività necessaria per la sopravvivenza, favorita senz’altro dalla complicità tra i popolani70. Questo spiega il perché dell’insuccesso dei controlli da parte delle autorità veneziane, le quali, nonostante la sorveglianza e gli strumenti repressivi – non sempre all’altezza – poterono fare ben poco di fronte all’omertà e alla solidarietà esistente all’interno delle singole comunità, quelle stesse che manifestavano anche un’accesa ostilità in caso di controlli e/o di operazioni tese ad inibire qualsiasi forma di attività illecita. Ad agevolare poi il contrabbando giovava non poco la conformazione della costa istriana, che, grazie ai suoi tratti frastagliati, alla presenza di nume69

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G. Occioni-Bonaffons, Insurrezioni popolari a Rovigno nell’Istria (1752-1796), in “Atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti”, s. VII, t. XXXVIII, Venezia 1889-1890, pp. 786-787; B. Benussi, Storia documentata di Rovigno, Trieste 1888, pp. 99-100; p. A. Biancini, Croniche di Rovigno, pubblicate con annotazioni ed aggiunte da B. Benussi, in “AMSI”, vol. XXV, 1909, pp. 7-8; per i tumulti generati dai controlli da parte delle autorità veneziane cfr. T. Caenazzo, Cinque secoli di dominazione veneta a Rovigno, a cura di G. Rossi Sabatini, in “ACRSR”, vol. XI, 1980-1981, p. 457. E. Ivetic, Oltremare cit., pp. 217-218, secondo tale autore il traffico illecito era una sorta di “modus vivendi” nella periferia adriatica. Per la questione del brigantaggio in generale si veda il documentato volume di M. Bertoša, Zlikovci i prognanci (socijalno razbojništvo u Istri u XVII. i XVIII. stoljeću), Pula 1989.


rosi porti naturali, insenature e facili attracchi, permetteva con facilità di sfuggire ai vigilanti71. A proposito di Rovigno, è interessante citare quanto scrisse il podestà e capitano di Capodistria Vicenzo Balbi nel 1764: “In quella terra la causa dei Contrabandieri viene considerata causa comune di tutti, riguardandosi dai Rovignesi il contrabbando come una pura benchè raffinata industria di Traffico tanto più lecita ad essi quanto che dal traffico principalmente dipende il sostentamento loro”72. Sul versante dei rapporti interni, nel 1780, finalmente, si tentò una pacificazione tra gli ottimati e i popolani, dato che da tempo avevano conosciuto un crescendo di contrasti, ma fallì prima della firma dell’accordo. Per evitare che quelle frizioni degenerassero in atti cruenti, nel 1791 il Consiglio dei Dieci decretava il divieto di portarsi seco qualsiasi tipo di arma da punta, di taglio e da fuoco73. La ripresa economica della seconda metà del Settecento (soprattutto nel decennio 1760-1770) contribuì soprattutto al ceto popolare, il quale, oltre ad aumentare di numero, divenne più articolato e dinamico, dato che vi fu una rinascita di non poche attività economiche. Di lì a breve avrebbe espresso anche il desiderio di un maggiore peso in ambito cittadino, poiché sino a quel momento non annoverava alcun potere politico o giuridico. Il patriziato, o se vogliamo gli ottimati in generale, ormai in una fase di declino, si chiuse e si abbarbicò, invece, su posizioni fortemente conservatrici. Nel 1780 fu chiuso il consiglio cittadino di Parenzo – dopo che per circa tre quarti di secolo aveva accolto un ceto nuovo – per sottolineare la differenza esistente tra nobili, nobili titolati e cittadini di diritto74. 71 72 73 74

Rinviamo al saggio di F. Bianco, Ribellismi, rivolte antifiscali e repressione della criminalità nell’Istria del ’700, in “AH”, vol. III, 1994, pp. 149-164. Relazioni dei podestà e capitani di Capodistria, in “AMSI”, vol. X, 1894, p. 121. B. Benussi, Storia documentata di Rovigno, cit., p. 98. E. Ivetic, Nobili, cittadini, popolani a Parenzo nel secondo Settecento, in “AV”, s. V, n. 178, 1994, pp. 33, 45; Id., L’Istria moderna cit., pp. 113, 117; Id., Lo sviluppo dell’ambiente urbano di Parenzo nel Settecento, in “AMSI”, n. s., vol. XLII, 1994, pp. 275-297. Notizie relative ai casati gentilizi si ricavano da G. Radossi, Stemmi di rettori e di famiglie notabili di Parenzo, in “ACRSR”, vol. XVI, 1985-1986, soprattutto pp. 380-418. Per cogliere le profonde disuguaglianze esistenti all’interno della comunità, rammentiamo il processo che vide coinvolto Antonio Artusi, nobile del consiglio cittadino di Parenzo, che si era appellato al podestà, e attraverso questi al Consiglio dei Dieci, contro Giovanni Marin Chiurco, appartenente al ceto popolano ma in ascesa, in difesa dell’onore della figlia diciannovenne Giovanna. Nella lettera inviata al podestà si riscontra la volontà di difendere sì l’onore ma anche il gruppo sociale e la proprietà contro un giovane di “bassa origine e di licenziosi e dissipati costumi”, che avrebbe avuto “[…] l’ardito coraggio sino di sfacciatamente vantarsi che, volendo ripara la famiglia al denigrato suo onore, sarà egli in caso di dettarle la legge intorno alla dote, pretendendo di estorquerla in rilevanti misure, come premio di così turpe ed esecrando delitto”, M. Dal Borgo, Onore perduto onore ritrovato: il caso di Giovanna Artusi (Parenzo 1793-94), in “AH”, vol. 8/II, 2000, pp. 491-512, la citazione è ricavata dal documento riprodotto a p. 497.

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La caratteristica di quelle insurrezioni era la loro delimitazione, infatti, interessava la popolazione del centro urbano e quasi mai usciva dal perimetro cittadino, quindi non contagiava le località limitrofe, anche perché i motivi dei tumulti erano quasi sempre legati a problemi interni che concernevano precipuamente una determinata municipalità75. I disordini del giugno 1797 non erano essenzialmente un effetto dell’attaccamento della popolazione costiera verso la Serenissima per contrastare “l’invisa aquila bicipite, fosco emblema della feudalità e di germanesimo”, che avrebbe rimpiazzato “l’italico e glorioso leone di San Marco, ormai, per giunta, simbolo non più di reggimento oligarchico, ma di sovranità popolare”76. I problemi erano altri e molteplici. In realtà la lealtà verso Venezia e le sue istituzioni non venne meno neanche nelle ultime settimane prima della sua fine ed era espressa sia dalle comunità istro-venete sia da quelle istro-slave, a riprova del fatto non vi fossero tensioni di carattere etnico e/o nazionale77. La popolazione cittadina e quella del contado guardava con non poco interesse a Venezia ossia al suo nuovo ordinamento democratico in quanto scorgeva molte speranze, soprattutto dei cambiamenti di natura sociale e condizioni vantaggiose che le istituzioni feudali e conservatrici asburgiche non avrebbero in nessun caso praticato; e poi non bisogna dimenticare che aleggiavano pure le idee rivoluzionarie proiettate oltre l’Adriatico dalla Municipalità provvisoria78. I ceti più bassi continuavano a guardare alla vecchia Repubblica, inneggiando a San Marco, dato che in essa riscontravano la garante della tutela dei limitati ma rispettati diritti che difendevano i medesimi dai boriosi patrizi79. Gli ideali portati dalle armate francesi erano visti con simpatia anche dai popolani i quali ritene75

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M. Berengo, La società veneta alla fine del Settecento cit., p. 30, nelle municipalità, ove, nonostante i problemi, esisteva ancora un’ossatura amministrativa, il rapporto con essa non era venuto meno, pertanto le insoddisfazioni quasi sempre venivano risolte attraverso i canali legali e solo nei casi in cui non si giungeva ad una soluzione scoppiavano i tumulti che rappresentavano una maniera per “guarire” le ingiustizie. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria nell’età napoleonica, Firenze 1954, p. 14. In quelle constatazioni l’autore ricalcava un’interpretazione patriottica e nazionale, che può essere vista come un limite che gli impediva di cogliere anche le altre motivazioni di quelle vicende. Per una visione generale dei fatti lungo l’Adriatico orientale rinviamo a L. Tomaz, Dalla parte del leone. La resistenza popolare marchesca in Veneto, Istria e Dalmazia alla caduta della Repubblica Serenissima nel 1797. Dalle Pasque veronesi al “Ti con nu-Nu con ti” di Perasto, Venezia 1998, soprattutto le pp. 41-125. Cfr. L. Messedaglia, La questione dell’Istria nel 1797, in “Nuova Antologia. Rivista di lettere, scienze ed arti”, a. 51, fasc. 1070, Roma 16 agosto 1916, pp. 414-415. Il documento presentato al capitano di Raspo dagli zupani delle giurisdizioni di quel Capitanato è riprodotto in Il diritto d’Italia, pp. 3-4. S. Žitko, Istra ob padcu beneške republike 1797, in “Obala. Revija za družbenogospodarska vprašanja in kulturo”, n. 5/6, Koper 1970, pp. 25-26. E. Ivetic, Oltremare cit., p. 395.


vano fosse arrivato il momento del riscatto, il ritorno a quell’uguaglianza originaria che il patriziato aveva progressivamente cancellato nel corso dei secoli80. Per dirla con le parole di Agostino Carli Rubbi, quel cambiamento aveva elettrizzato “[…] tanta plebe agiata e ben vestita”81. Non possiamo però tracciare delle analogie con quanto accadde nella Terraferma veneta. Quel contesto dello Stato veneto aveva conosciuto un’evoluzione diversa. In una città come Padova, ad esempio, il processo di democratizzazione comparve già verso il 1785, sei anni più tardi si era istituito pure un club favorevole alle nuove ideologie d’oltralpe. Nella città del Santo il concetto democratico toccò dapprima la borghesia ed i popolani e successivamente investì pure il patriziato, il quale non era tanto persuaso dalle nuove idee bensì vedeva un’alternativa al governo del potere da parte di Venezia che lo estendeva anche sulla Terraferma medesima82. Il patriziato della penisola83, come abbiamo surricordato, era arroccato su posizioni conservatrici, e al tempo stesso era titubante di fronte alle idee portate dalle armate d’oltralpe e paventava che anche in Istria potesse ripetersi quanto era accaduto nella Terraferma veneta84. E poi vi erano i collegamenti marittimi tra Venezia e le località istriane, che contribuivano 80 81 82 83

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A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 116. ARC, Archivio familiare Gravisi, b. 41, fasc. 118a, lettera 21 maggio 1797. M. Petrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venezia cit., pp. 216-217. Egidio Ivetic, analizzando la documentazione conservata all’archivio della Curia Vescovile della Diocesi di Parenzo-Pola e all’Archivio di Stato di Venezia, riporta che le famiglie nobili rappresentavano essenzialmente una frazione della realtà cittadina. Solo a Parenzo i patrizi raggiungevano il 18, 1% della popolazione complessiva (nel 1775), nelle altre località la percentuale diminuiva: a Capodistria costituiva il 7, 5%, a Pirano il 6, 4%, a Muggia il 5%, mentre a Isola solo il 2, 2%, E. Ivetic, Nobili, cittadini, popolani cit., p. 34. Nel XVIII secolo in Istria si contava complessivamente una trentina di famiglie con titolarità comitale o marchionale, inserita nella nobiltà alta, mentre una cinquantina di esse formava la cosiddetta nobiltà bassa in quanto non titolata, Id., Oltremare cit., p. 327. Il flusso delle notizie italiane verso l’Istria (sia attraverso i giornali sia grazie ai contatti epistolari), seppure frammentario per ragioni oggettive, arrivava regolarmente, di conseguenza la classe dirigente e il ceto patrizio in generale era al corrente di quanto stesse accadendo nelle regioni contermini e non solo. Il marchese capodistriano Girolamo Gravisi, per esempio, nella sua corrispondenza ricevette – dal Rovignese Angelo Sbisà – anche informazioni relative all’andamento delle operazioni belliche a Mantova, fortezza di notevole importanza del cosiddetto quadrilatero, assediata dall’esercito napoleonico, vedi I. Flego, Girolamo Gravisi sparso in dotte carte, Capodistria 1998, p. 178. Marquardo Polesini, invece, scriveva al fratello Giampaolo “Poche righe che confermano le tante cose che sono arrivate volando sulla liberazione della nostra Italia”, le cui notizie erano ricavate dalla stampa dell’epoca, L’archivio Polesini. Lettere 1796-1798, a cura di S. Deschmann-M. Dorsi-B. Sablich-C. Zocconi, t. I, Trieste 2004, p. 131, lettera 5 agosto 1796. Interessanti sono poi le lettere a Giampaolo Polesini: quelle di Francesco e Luigi di Spilimbergo contengono una messe d’informazioni sugli accadimenti militari in Italia, vedi ivi, pp. 243-259; 321-325; considerazioni sulla situazione bellica si riscontrano anche nelle epistole di Luigi Fregonese da Oderzo, ivi, pp. 364-369. Da Padova scriveva invece l’amico Omobono Pisoni, ivi, t. II, pp. 477-485.

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grandemente alla diffusione delle notizie relative agli eventi in quel dominio. A Rovigno, ad esempio, il 25 marzo 1797 alcune barche provenienti dalla città lagunare portarono le nuove circa le ribellioni di Brescia e di Bergamo85. Tra gli esponenti di quel ceto rammentiamo principalmente il conte Agostino Carli Rubbi, uno tra i più influenti negli ambienti austriaci, che annoverava contatti con Trieste e gli alti rappresentanti asburgici, ed era il promotore, fra la nobiltà, di una dedizione volontaria a Sua Maestà imperiale inteso come sovrano d’Ungheria. Secondo questi l’inclusione della penisola nel regno magiaro, in cui le istituzioni istriane sarebbero state adeguate a quelle ungheresi, era l’unico modo per sottrarsi ai Francesi, per custodire immutati i propri privilegi86 nonché per evitare il sistema burocratico centralizzatore vigente nei territori austriaci87. Il Nostro, pertanto, lavorava con l’intento di dare vita ad un partito filoungherese, ma trovò non poche difficoltà in quanto l’Istria era molto diversa dalla Dalmazia in cui le simpatie filomagiare erano decisamente più evidenti88. Riteneva che le sorti della penisola dipendessero essenzialmente da quelle della Serenissima, e già il 15 maggio, in una lettera a Girolamo Gravisi, ebbe modo di rilevare che l’Istria sarebbe divenuta austriaca nonché si 85 86

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P. A. Biancini, Croniche di Rovigno cit., pp. 115-116. Tale aspetto rappresentava un elemento cardine, nei documenti prodotti da Carli Rubbi e consegnati a Nicolò del Bello affinché li recapitasse al marchese Gravisi e a Nicolò de Baseggio, che costituivano lo schema concernente la “Parte da prendersi in Consiglio di Capodistria”, la lettera da recapitare al Gran Cancelliere d’Ungheria e l’atto di dedizione da indirizzare all’imperatore, proprio in quest’ultimo riscontriamo le richieste avanzate da quegli ambienti patrizi della penisola che temevano per la loro posizione. Il secondo punto di quella dichiarazione evidenziava: “Saranno conservate le nostre Proprietà tutte, e siccome tra queste si comprendono i diritti politici Provinciali non eminenti, quindi s’intendono conservati i Feudi, e Feudali Giurisdizioni; la Nobiltà ereditaria della nostra Provincia sarà alla stessa condizione di quella del Regno d’Ungheria; tutti gli impiegati attuali del cessato Governo resteranno vita durante nelle loro cariche ed impieghi al Servizio di V. A. M. colle stesse onorificenze, prerogative, utili, emolumenti, e stipendi, talchè nessuno possa sentir danno o degrado sotto gli Auspicii della Sacra Sua Corona. Saranno altresì conservate le forme Aristocratiche della nostra Città e delle altre della Provincia, i civici diritti di essa; i nostri Statuti per la parte economica dell’amministrazione dei fondi civici, e per quella interna polizia saranno confermati e siccome il Veneto Principe conservò gli Statuti Municipali in quanto non erano in aperta contraddizione colle Leggi Venete, saranno questi conservati in quanto non si trovino in collisione colle Leggi Civili del Regno di Ungheria”, G. de Vergottini, L’Istria alla caduta della Repubblica di Venezia, in “AMSI”, vol. XXXII, 1920, p. 225. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 14; S. Žitko, Istra ob padcu cit., p. 25; A. Apollonio, L’Istria veneta cit., pp. 115-116; ARC, Archivio familiare Gravisi, b. 41, fasc. 118a, lettera 21 maggio 1797. Tra gli appunti di Pietro Kandler leggiamo un’interessante nota che riproduciamo: “Mi fù detto che l’Istria si volesse prendere in possesso in nome della Corona ungarica e che in Muggia si fosse inalberata la tricolore ungarica. Ma di ciò non potei mai fare verificazione, e non credo forse furono parole dette, non altro”, BCT, AD, 10 F XVIII, Leggi del Primo Governo Austriaco in Istria.


sarebbe staccata definitivamente da Venezia89. In quell’occasione scrisse “[…] credo onestamente parlando che del sicuro l’Istria sarà Austriaca o Ungarica, e divulsa sempre da’ Veneti e passare sotto lo stesso sovrano di questa Monarchia”90. Evidentemente era in possesso di informazioni di prima mano che gli permettevano di formulare delle valutazioni così precise sul nuovo assetto delle regioni dell’Adriatico settentrionale. All’indomani dell’occupazione francese di Venezia (17 maggio 1797) il nobile capodistriano si mosse per sensibilizzare il patriziato istriano sull’opportunità di dedicarsi alla Casa d’Austria, incitato, tra l’altro, dal governatore austriaco di Trieste91. Bisogna precisare, comunque, che anche all’interno dello stesso patriziato non esisteva una linea unica, infatti, il surricordato Carli Rubbi, che aveva sì trovato un punto d’appoggio nel sindico deputato Nicolò Del Bello, che divenne una sorta di suo portavoce presso le famiglie più in vista di Capodistria, poté fare ben poco. Le medesime, effettivamente, o per avvedutezza o per inettitudine o ancora perché vincolate alla città di San Marco, non furono granché stimolate e sembra che le idee del figlio del celebre erudito giustinopolitano non avessero attecchito come in realtà auspicava92. Benché negli ambienti patrizi fosse ormai evidente la decadenza della Serenissima e si discutesse del futuro della penisola istriana, la soluzione austriaca non da tutti era vista come la migliore. L’esempio di quanto accadde a Trieste, il cui sviluppo economico fu accompagnato da un decadimento della nobiltà e dal venir meno della sua influenza nell’amministrazione della città, era giudicato in termini negativi, e ciò fa presupporre non vi fosse, in realtà, un grande interesse a passare nell’orbita asburgica93. Nicolò Del Bello, interpellati i Gravisi e il Baseggio, riportava che l’idea non era affatto sostenuta; un allontanamento determinato dalla dedizione al Regno d’Ungheria, era visto esclusivamente come una forma di ribellione alla Repubblica. E siccome quest’ultima esisteva ancora, sebbene con una nuova forma di governo, “[…] per nessun conto possiamo da Lei allontanarsi, e unicamente se venissimo consegnati dalle truppe Francesi all’Imperiale Governo, quello sarebbe il vero momento di 89 90 91 92

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D. Venturini, Dall’epistolario inedito di Agostino Carli-Rubbi, in Miscellanea di studi in onore di Attilio Hortis, vol. II, Trieste 1910, p. 842. ARC, Archivio familiare Gravisi, b. 6, fasc. 12/I, Autografi del conte Agostino Carli-Rubbi, lettera 15 maggio 1797. L. Volpis, Agostino Giovanni Carli-Rubbi, in “PI”, a. VII, n. 10-11, 1909, p. 222; S. Cella, voce Carli-Rubbi, Agostino, in DBI, vol. 20, 1977, p. 197. Cfr. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 15. Nonostante l’insuccesso iniziale Carli Rubbi non rinunciò ai suoi piani, anzi, contattò il governatore di Trieste Pompeo de Brigido in quanto desiderava convocare nella sua città una riunione a cui avrebbero presenziato i notabili capodistriani, preliminare alla seduta del Maggior consiglio che avrebbe, di fatto, approvato la già ricordata dedizione. Anche siffatto incontro non poté compiersi (giugno 1797) in quanto i signori cittadini temevano di partecipare a quell’assemblea in quanto poteva essere foriera di un’insurrezione da parte dei popolani, ibidem, p. 16. A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 115.

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darci de’ pensieri, affine di sostenere i nostri Privilegi”94. Girolamo Gravisi chiariva quel rifiuto indicando quel progetto come impossibile da attuarsi, perché non era accettabile che quel “grande affare” fosse deciso “col consentimento di pochi riputati anche i migliori”. Per avallare una decisone di quel tipo era indispensabile avere l’assenso del governo cittadino e anche questo sarebbe stato insufficiente senza quello del popolo, che, tra l’altro, difficilmente avrebbe sostenuto una soluzione di quel tipo. Un’unione che non ne tenesse conto ed eludesse il volere dei popolani, poi, avrebbe contribuito ad accendere gli animi, il cui malumore sarebbe sfociato in una “manifestissima ribellione”95. Il marchese proponeva una visione realistica, che di lì a breve si sarebbe concretizzata come previsto e con notevole intensità. Il figlio del celebre autore Delle antichità italiche rifiutava l’idea che la penisola continuasse a rimanere unita a Venezia, essenzialmente perché “Il patto bilaterale di dedizione delle città e terre murate dell’Istria è essenzialmente violato nella mancanza di difesa, protezione e custodia ed è radicalmente cessato per la totale alterazione della persona morale del principe veneto e per la conquista fattane, talchè sicuramente gli avvocati, negozianti, Ebrei e stranieri che senza doge governano non sono i successori della veneta aristocrazia. Ciò posso senza offendere nessuna legge di […] nè civile, nè morale, nè politica, io dico e sostengo che le città dell’Istria sono legalmente rientrate nel pieno e libero esercizio de loro politici e sovrani diritti, l’uso de’ quali non offende nessuna legge nè divina nè umana”96. Anche nella città lagunare si evidenziò la dicotomia esistente tra i popolani, quello che la storiografia definisce il terzo stato, e il patriziato. Se i primi erano propensi al nuovo governo veneziano ed auspicavano la democratizzazione, le famiglie gentilizie erano, invece, contrarie ad un’unione con i “giacobini”, con coloro che venivano dipinti come i responsabili dell’abbattimento della Repubblica oligarchica, pertanto preferivano affidarsi all’Austria. Tra i maggiori indiziati troviamo il nome del surricordato Carli Rubbi, che annoverava dei rapporti di parentela a Trieste, nonché i nobili parentini Becich e Zuccato, entrambi giunti nella città di San Giusto, evidentemente per prendere accordi con le autorità asburgiche97. Carli Rubbi era dell’avviso che troppe fossero state le prepotenze esercitate dal governo aristocratico, che limitavano la rappresentatività, e che, unite al sistema daziario divenuto ormai insopportabile, costituivano un pretesto più che valido per insorgere contro la Repubblica. In una lettera indirizzata 94 95 96 97

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La lettera è pubblicata in L. Volpis, Agostino Giovanni Carli-Rubbi, cit., p. 223; e in Il diritto d’Italia, pp. 5-6. Ivi, pp. 223-224; G. de Vergottini, L’Istria alla caduta cit., p. 227. ARC, Archivio familiare Gravisi, b. 41, fasc. 118a, lettera 21 maggio 1797. ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione II, c. 1r.


al marchese Gravisi sosteneva ancora: “Quindi non è da stupirsi se si scossero generalmente tutti i popoli di là dell’Isonzo da questo giogo d’infame ludibriosa servitù e troppo prepotenti e considerati i daziari ne nacque che lo fosse anco il legittimo sovrano dello Stato per sua fatale sciagura da coloro oppresso ed avvilito. Non neghi già che l’amalgama fatale della daziaria prepotenza coll’inconfidenza spaventosa degl’Inquisitori di Stato non sia stata la funesta irresistibile cagione predisponente la rivoluzione interna, sviluppatasi all’ombra dell’incendio e fomento della forza straniera”98. I Veneziani consideravano la nobiltà delle città di Capodistria, Parenzo e Pola la vera responsabile degli incidenti e del successivo intervento militare austriaco. Esse, più Cittanova, tra le diciotto podesterie istriane erano le uniche denominate “Città” – le altre erano indicate come “Terra” o “Castello” – e per i notabili appartenere al Consiglio nobile di una di queste località rappresentava un vanto e al tempo stesso denotava l’appartenenza ad una condizione sociale più alta e di prim’ordine99. Da una relazione del cittadino Zuliani presentata al Comitato di salute pubblica di Venezia, ricaviamo una considerazione di una certa importanza, nella quale si evidenzia che “La sovversion della provincia dell’Istria e Quarner pare che sia stata sollecitata dalla istigazione dei Nobili di alcune di quelle città, i quali mal soffrindo la perdita delle loro preminenze e dei loro diritti, minacciati dalle massime di quella democratizzazione, a cui la tendenza e il voto dei popoli chiamano manifestamente quei luoghi, hanno cercato di mettere al coperto la preservazione dei loro usurpi sotto un dominio monarchico”100. Ai semplici sospetti si aggiunse viepiù una successione di altri elementi ed i rappresentanti più consapevoli tra i popolani concepirono vi fosse un gruppo di nobili che, interessato a mantenere inalterata la pro98 99 100

ARC, Archivio familiare Gravisi, b. 41, fasc. 118a, lettera 21 maggio 1797. E. Ivetic, Nobili, cittadini, popolani cit., pp. 34-35. ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione IV, c. 1r. Benché non vi siano dei chiari riscontri nelle fonti esistono non pochi e fondati sospetti che degli agitatori capodistriani avessero diffuso in Istria dei proclami contro il patriziato in cui venivano accusati di essere intenzionati a cedere la penisola all’Austria, Spectator, Ricordi di 100 anni fa, in “L’Amico”, 6 giugno 1897, p. 1. In occasione del primo centenario della caduta della Serenissima l’autore presentò dei contributi sugli avvenimenti di quel periodo storico – dalle operazioni militari di Napoleone in Italia alla ritirata dei Francesi, tra il 1813-1814, dalle Province illiriche da essi istituite – che furono pubblicati consecutivamente sul settimanale triestino dal 21 marzo al 18 luglio 1897 (numeri 66-83). L’autore è il piranese mons. Giacomo Bonifacio, cfr. p. Blasi, Giacomo Bonifacio annotatore di storia patria (1836-1907), in Istria religiosa, a cura di p. Zovatto, Trieste 1989, pp. 215216.

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pria posizione, era determinato a staccare i domini veneziani dell’Istria e destinarli all’imperatore d’Austria101. Siffatti ragionamenti contribuirono ad agitare gli strati più bassi della società e bastò una provocazione per deflagrare gli animi e sollevare le cittadine costiere, che, grazie ai collegamenti marittimi, conobbero in tempi celeri quanto stava accadendo nelle contrade circonvicine. È molto singolare che lo scoppio dei tumulti coincise proprio con la proclamazione della democratizzazione a Venezia, avvenuta il 4 giugno 1797 (i municipalisti annunciarono l’avvenuta trasformazione costituzionale già il 16 maggio, cioè quattro giorni dopo l’abdicazione dei membri del Maggior Consiglio), nella cui occasione fu innalzato l’albero della libertà102. Grazie ai contatti precedenti le unità austriache poterono penetrare nei territori dell’Istria veneta già alcuni giorni dopo i disordini, presentando quell’intervento come una sorta di operazione tesa a riportare la calma dopo le giornate che avevano sconvolto i centri urbani della penisola.

Isola La cittadina di San Mauro, situata su un territorio insulare, a metà strada tra Capodistria e Pirano, fu la prima in cui il popolo si sollevò, e quella dimostrazione, che fu considerata una sorta di esempio da emulare, rappresentò la scintilla che fece infiammare, più o meno violentemente, gli altri centri dell’Istria settentrionale. In effetti, il borgo annoverava non pochi problemi e nel corso dell’età moderna esso rispecchiava una condizione alquanto complessa. Alla caduta della Serenissima il centro urbano assommava una popolazione di 2370 anime103. Quella podesteria, a differenza delle località contermini, era piuttosto povera e la sua popolazione, destinata a vivere sovente in condizioni umili, per non dire squallide, era dedita ad attività illecite come il contrabbando dell’olio d’oliva e del pesce salato104, collocandosi di conseguenza al 101 102 103 104

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G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 17. Questi problemi sono presentati sommariamente anche da B. Grafenauer, Zgodovina slovenskega naroda, vol. V, Ljubljana 1974, p. 155. G. Pillinini, 1797 cit., p. 40. E. Ivetic, La popolazione dell’Istria nell’età moderna. Lineamenti evolutivi, Trieste-Rovigno 1997, p. 334, tab. 34. Il pesce salato aveva rappresentato la fortuna di alcune località della penisola, come Rovigno, ad esempio, in cui nacque una vera e propria industria. Anche altrove, inclusa la piccola cittadina di Isola, tale attività era praticata ed il prodotto nella quasi totalità alimentava il contrabbando. L’erario della Dominante guardava con interesse a tale ramo dell’economia regionale e nel 1735 il Senato con un decreto regolava che tutto il pesce salato dovesse andare a Venezia. In tale modo il governo si sarebbe assicurato delle notevoli entrate ma al contempo contribuì ad estendere il commercio abusivo. Per tale aspetto si rinvia a A. Parenzo,


di fuori della legalità, pertanto era insofferente ai controlli e alla volontà di portare l’ordine da parte dei funzionari della Dominante. In contesti di quel tipo la popolazione era costantemente con le armi in mano per scacciare sia i birri sia i dazieri, sui quali sovente riversavano il proprio scontento, anche perché quegli stessi funzionari rappresentavano lo Stato che era visto esclusivamente come quello che continuamente lo spremeva con una serie di gabelle105. Alcuni personaggi particolarmente intraprendenti furono gli artefici di vere e proprie fortune; come nel caso di Francesco Zanon, proprietario di numerosi edifici situati sull’omonimo pendio, acquistati grazie agli importanti introiti derivati dai traffici illeciti del sale e del pesce salato esercitati nei decenni antecedenti il tramonto della Serenissima106. Accanto al contrabbando una considerevole percentuale della popolazione si occupava di pesca, attività che consentiva tutt’al più una discreta esistenza; la povertà era però dominante, la mobilità sociale era pressoché inesistente, l’istruzione limitata, tutti elementi che contribuivano a gettare quella comunità in una pesante e complessa condizione di vita107. Nel XVIII secolo la popolazione di Isola aveva manifestato la propria irrequietezza in varie occasioni, avventandosi sia contro le autorità dello Stato sia contro il clero. Già nel 1723 vi fu un lancio di sassi contro il palazzo municipale in segno di protesta contro il podestà; nel 1758 il parroco Giovanni Colomban, piranese ed eletto quattro anni prima, rinunciò all’ufficio per porre fine alle continue vessazioni, non migliore fu la sorte del prete Giacomo Zago, capodistriano, anch’egli vittima di varie sofferenze108. Nel 1780, invece, il borgo fu protagonista di un fatto che ebbe vasta eco anche perché l’energico tumulto popolare contro il podestà Francesco Contarini fu contenuto solo grazie all’intervento militare. Il 4 aprile il popolo di quella cittadina, definita nei documenti “[…] luogo miserabilissimo nella Provincia dell’Istria”, si sollevò al suono delle campane a martello. I

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Un’inchiesta sulla pesca in Istria e Dalmazia (decreti, relazioni, lettere) (17641784), in “NAV”, n. 16, 1894, pp. 5-6. Per il contrabbando si veda E. Ivetic, Oltremare cit., pp. 197-198; D. Darovec, Davki nam pijejo kri cit., pp. 302-318 (olio d’oliva), 384-388 (pesce salato). M. Berengo, La società veneta alla fine del Settecento cit., p. 31. D. Venturini, Tipi e figure di Isola dopo la caduta della Repubblica veneta, in “Il Piccolo”, Trieste 28 luglio 1943, p. 3. Siffatta situazione sarebbe perdurata anche nel corso del XIX secolo, ad ovviare alle dure condizioni di vita dei pescatori contribuì la provvidenziale industria conserviera del pesce sorta nell’ultimo quarto dell’Ottocento. Una testimonianza interessante sui pescatori isolani è fornita dallo scrittore e studioso triestino di cose patrie Giuseppe Caprin dalla quale si desume la staticità di quella comunità, che nel corso dei secoli non aveva conosciuto novità di alcuna sorta, G. Caprin, Marine istriane, Trieste 1889, pp. 145-146; 155-156. Per una panoramica sulle attività economiche di Isola durante il periodo veneziano si veda J. Kramar, Izola mesto ribičev in delavcev, Koper 1988, pp. 115-127. Informazioni interessanti relative alla situazione economica si ricavano dallo studio di R. Cigui-D. Visintin, Beni stabili e rendite delle Scuole laiche di Isola alla fine del Settecento, in “ACRSR”, vol. XXXII, 2002, pp. 471-514. Le informazioni sono tratte da D. Venturini, La famiglia del poeta, in Conferenza su Pasquale Besenghi degli Ughi tenuta dal prof. Paolo Tedeschi nella famiglia triestina a Milano, Capodistria 1899, p. 65.

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disordini scoppiarono a seguito dei controlli, da parte di alcuni soldati, predisposti dal podestà stesso. Nella cittadina, però, il contrabbando era una delle attività più praticate, anche perché i prodotti approvvigionavano il mercato triestino, pertanto tale ispezione risultò poco gradita109. I controlli interessarono le singole case in quanto si riteneva vi fossero quantitativi di olio d’oliva, di tabacchi e di farine destinati al mercato illecito110. Per riportare la calma il podestà e capitano di Capodistria, Zuanne Morosini, mosse una nave armata verso Isola con a bordo una commissione preposta ad accertare quanto era accaduto. Successivamente fu arrestato un certo Titta Marchetti e consegnato alla giustizia. La folla eccitata iniziava allora un lancio massiccio di sassi contro le vetrate dell’abitazione del rappresentante veneto, un caporale fu colpito all’occhio e per disperdere la folla ordinò ai soldati di sparare due archibugiate, per incutere timore nonché per evitare un’ulteriore esplosione degli animi. Siccome le pietre continuavano ad essere lanciate dalla massa infuriata, che non aveva alcuna intenzione di abbandonare la protesta, alla fine il detenuto fu rilasciato e ciò contribuì non poco a pacificare gli spiriti. Per evitare siffatti episodi Morosini suggeriva una maggiore sorveglianza di quella comunità affinché non si riproponessero altre “[…] ammutinazioni di quell’arditissimo popolo”111. Quello stesso anno i capo contrada di Isola presentarono al vescovo diocesano anche una querela contro il podestà Contarini perché a loro dire avrebbe condotto una vita “immorale e irreligiosa”112. Il ceto nobiliare, e in genere gli ottimati, si trovava in uno stretto distacco dal resto della popolazione e in più era straziato da antiche rivalse, che nel cruento episodio consumatosi nella cittadina avrebbe evidenziato manifestamente la difficile condizione in cui si trovava la cittadina. Una consuetudine erano anche i contrasti dei notabili in seno al Maggior Consiglio, che coinvolsero i Moratti, i Drioli, i Costanzo ed i Carlini; Giovanni Pietro Besenghi, invece, non trovandosi implicato nelle beghe, rimase incolume dai fatti di sangue; a seguito dell’occupazione austriaca fu premiato: divenne preside del Tribunale Provvisionale, una carica che corrispondeva a quella già ricoperta dal podestà veneziano. E grazie al suo ruolo avrebbe portato la concordia in quella comunità113. 109

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ASV, Inquisitori di Stato. Processi criminali, b. 1128, fasc. 810 Isola, c. 4, “[…] praticano di continuo contrabandi, specialmente d’oglio, salami, e tabacchi”. L’avvenimento è ricordato anche da L. Morteani, Isola ed i suoi statuti, in “AMSI”, vol. III, 1887, p. 379. Ivi, cc. 4, 23. Ivi, c. 4. B. Ziliotto, Primi moti antioligarchici a Capodistria cit., p. 72. A. Apollonio, Considerazioni storiche sulla società istriana e triestina all’epoca di Besenghi, in Pasquale Besenghi degli Ughi. Atti del convegno, Trieste 1999, pp. 29-30.


Il 5 giugno 1797 delle voci mormorarono un fatto esecrato: la cittadina sarebbe stata venduta all’Austria da parte dei notabili del luogo (furono imputati Pietro Besengo, Domenico Costanzo, Giuseppe Moratti, Bastian Drioli e il medico Parè114) con il concorso e l’assenso del podestà, aggiungendo che all’interno delle mura urbane vi sarebbe già la bandiera imperiale. I richiami intorno ad una circostanza inverosimile – che secondo qualche autore sarebbero giunti da due cittadini di Capodistria115 – furono sufficienti a far precipitare la situazione. I popolani furibondi manifestarono una carica di collera che, evidentemente, non era dovuta solo a quel fatto specifico116. Come si evince dalle carte del tribunale di seconda istanza di Capodistria uno degli accusati, un certo Giulio Vascoto, armato con un fucile, alla vista del fonticaro Giacomo Pavanello, glielo avrebbe puntato contro con l’intenzione di colpirlo117. I maggiori responsabili dell’insurrezione furono individuati in Giuseppe Cherboncich (detto Cazza la Scotta), Nicolò Vascoto ed Alessandro d’Agostin (detto Triera) più alcuni altri, i quali si presentarono armati nella piazza principale di Isola, unendosi ad un altro gruppo di persone ormai in agitazione118. Quel fatidico giorno la folla esasperata si diresse verso l’abitazione del podestà Nicolò Pizzamano e si avventò contro l’ultimo rappresentante della Serenissima in quanto era ritenuto il vero responsabile dell’inverosimile cessione della cittadina, un gesto ritenuto empio ed incosciente119. 114

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AST, AAI, b. 1, c. 753r. Informazioni utili sulle famiglie succitate si trovano in M. Bonifacio, Cognomi di Isola d’Istria, in “ACRSR”, vol. XXVI, 1996, pp. 245277, sono analizzati i cognomi Bologna, Carboni, Drioli e Moratto; Id., Cognomi di Isola d’Istria (Dellòre e Dùdine), in ivi, vol. XXVII, 1997, pp. 413-420. D. Venturini, Vicende storiche della pubblica istruzione ad Isola, Trieste 1900, p. 20. La storiografia istriana liberalnazionale argomentò sempre l’origine delle sommosse come conseguenza delle presunte “vendite” delle cittadine da parte del patriziato agli Austriaci. Carlo De Franceschi, nella prima monografia di storia regionale, sostiene che a Isola e a Capodistria, “[…] nell’animo del popolo erasi insinuato il sospetto, maturato poi a convincimento, che i nobili, per non perder nella nuova Repubblica democratica i loro titoli e prerogative, macchinassero di dedicare sè stessi ed il paese all’Austria. Nel dì 5 Giugno scoppiato per questo motivo in Isola un tumulto popolare, vi rimase trucidato il podestà veneto, ritenuto capo dei congiurati, e gravemente offesi tre o quattro dei primari cittadini”, C. De Franceschi, L’Istria. Note storiche, Parenzo 1879, p. 454. Solo gli studi più recenti hanno preso in considerazione anche altri elementi per spiegare quegli accadimenti, tenendo presenti le condizioni sociali ed economiche all’interno di una determinata comunità. AST, AAI, b. 1, cc. 716r-716v, 753r. Ivi, b. 7, c. 749r, 751v. Per la ricostruzione dell’avvenimento si veda anche A. Apollonio, L’Istria veneta cit., pp. 124-125. Non abbiamo molte informazioni in merito alla vita dello sventurato podestà, sappiamo che proveniva da una famiglia originaria della Boemia che si era trasferita a Venezia nel corso del basso Medioevo, che troviamo tra quelle che componevano il Maggior Consiglio dopo la serrata del 1297, cfr. p. Bosmin, voce Pizzamano, in Enciclopedia storico-nobiliare italiana, diretta da V. Spreti, vol. V (Milano 1928-1936), ristampa, Bologna 1981, pp. 400-401. Domenico Venturini, in due piacevoli narrazioni di episodi della storia isolana della fine del

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La calca sfondò la porta della sua abitazione e vi entrò, insultando l’intera famiglia. Furono prese di mira anche le figlie del podestà “[…] che si attrovava in puerperio da pochi giorni, tentando perfino d’inveire contro l’innocente parto, e venisse dimenato un calcio ad altra figlia che corse in pericolo di precipitar dalla scala […]”120. L’intera abitazione fu saccheggiata e messa a soqquadro. Dalle fonti veniamo a sapere che in quell’occasione furono levate “[…] perfino le porte delle camere, li scuri (le imposte, nda) e vetriate che furono slanciate sopra la strada e ridotte in pezzi, facendo il simile di tutte le altre mobilie colà esistenti tagliando li materassi de’ letti, li vestiti, biancheria e tutto ciò che capitava loro nelle mani, niente risparmiando con inumana barbarie e inducendo quella famiglia nella maggiore desolazione”121. Il malcapitato, consapevole di quanto stesse avvenendo, tentò di sfuggire agli aggressori dandosi alla fuga attraverso i tetti degli edifici del centro, in direzione di casa Moratti, ma da subito fu inseguito. Contemporaneamente Zuanne d’Udine (detto Salmestrin) gli sparò alcuni colpi che però non lo centrarono122. La speranza di eludere gli assalitori svanì brevemente perché i medesimi riuscirono a scaraventarlo, dopodiché lo mal-

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XVIII secolo (non citando però la fonte dalla quale ricavò le sue impressioni) ci fornisce un interessante profilo dell’ultimo podestà veneziano di Isola: “Cotolèr [cioè amante delle donne, nda], questo sì, ma allegro, mattacchione e degnevole al punto che spesso sostava a scherzare con le guardie, le quali, conoscendo l’abitudine, da lui praticata scrupolosamente, di presentarsi in ufficio alle undici, ne approfittavano per concedersi qualche ora di onesto svago… un galantuomo, insomma!”, D. Venturini, Tipi e figure di Isola cit., p. 3. A proposito dei suoi interessi per il gentil sesso il medesimo autore riporta che il surricordato aveva una relazione con la contessa Beatrice Ettoreo, andata in sposa all’età di diciott’anni, appena uscita dal collegio delle monache di Santa Chiara di Capodistria, al vecchio cavaliere Giuseppe Moratti, ormai sessantenne, grande possidente e appassionato cultore di archeologia e numismatica, Id., Il mistero di due fantasmi, in “Il Piccolo”, Trieste 20 luglio 1943, p. 3. Per maggiori informazioni sul Nostro rinviamo al contributo di Paola Pizzamano presente in questo volume. AST, AAI, b. 7, cc. 747r. Ivi, cc. 747r-747v. Successivamente, per fuggire alla decisione del Tribunale provvisorio di seconda istanza, che comminò la pena di morte (prevista anche per Bastian Perentin), – “[…] in qualunque tempo caderanno nelle forze della Giustizia siano tradotti nella Terra d’Isola ed ivi saprà un pajo di eminenti forche impiccati per le canne della gola sicchè muoiano […]” – fu latitante, ivi, c. 747v. Si veda pure la lettera di supplica, del 9 novembre 1797, di Lucia d’Udine inviata al giudice imperiale per la cessazione dei controlli nella sua abitazione da parte degli sbirri in cerca del marito, ormai irreperibile, e delle continue pretese pecuniarie da parte dei medesimi che rappresentavano un fardello ormai insostenibile per la donna”.Alla casa fù assalita dalla sbiraglia, e non lo trovò e io dove soffrire di pagarli più di una volta, come anco il di 4 corente il sbiro che si trova costi dove darli L. 18 ove che mi svenò, non ritrovandomi altro che il letto e altre straze presentandogli anco la mia carta di dotte che da ben quella conoscerà le mie miserie, e ancor queste del merito mi ha consunte”, ivi, b. 2, c. 40r.


menarono. Davanti a casa Moratti, seppure implorasse la grazia, fu ancora percosso violentemente (le testimonianze coeve riportano che l’arma con la quale veniva pestato si ruppe addirittura in due parti)123. Il già ricordato d’Udine ordinò quindi a Bastian Perentin (soprannominato Bastianella) di freddarlo con un colpo di fucile; trovandosi accasciato al suolo ma non ancora esanime fu finito con una pugnalata nel fianco per opera di Zorzi Mandich. La massa furente, non ancora accontentata, passò a saccheggiare le case delle famiglie Moratti, Drioli, Costanzo nonché quella del medico Parè, anche lui minacciato, che poté salvarsi solo allontanandosi sul tetto124. Nella grande confusione di quella giornata fu risparmiata l’abitazione della famiglia Besenghi, ma, come indicano le carte dell’epoca, “[…] non senza però significante consumo de’ cibi e vino per saziare l’ingordigia di que’ rivoltosi”125. Anche questo episodio documenta l’ambiguità di certi elementi coinvolti nei tumulti, i quali approfittarono di quel particolare evento per compiere esclusivamente degli atti delinquenziali. Nella casa di Domenico Costanzo, ad esempio, i suoi averi furono “[…] slanciati dalle finestre e ridotti in pezzi letti, casse, armari, specchi, vestiti, biancherie e tutto ciò vi era di sua ragione, lacerando perfino e slanciando al vento libri, registri e carte di pubblica e privata proprietà”126. Secondo alcuni autori, l’uccisione del podestà veneto fu solo una fatalità in quanto Giovanni Lorenzutti e Sebastiano Parentin avrebbero approfittato dei disordini per colpire il benestante Giuseppe Moratti, alquanto 123

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Di seguito riportiamo uno stralcio della descrizione proposta da Venturini: “La rivolta popolare si era, ora, approssimata all’abitazione del Moratti; e, giudicare dalle parole minacciose che, tacendo le scariche, profferivano i sediziosi, sembrava che questi stessero braccando il podestà. Il quale raggiunto, ansimando, il portone della casa, che egli sperava salvatrice, urlò angosciato: – Aprimi, Beatrice! La sventurata ne accolse l’appello disperato: smaniando e, in quell’attimo supremo, spezzando, finalmente, le ritorte del pudore e delle convenienze sociali, impose al marito, che la guardava esterrefatto: – Aprigli! In quella, giù, nella via stretta e tortuosa, rintronò, secca e lacerante, un’archibugiata […]”, D. Venturini, Il mistero di due fantasmi, cit., p. 3. Il racconto che riteniamo verosimile, ci suggerisce l’idea di come si svolsero i fatti. Nell’articolo si legge che il colpo sarebbe partito dall’agricoltore Giovanni Lorenzutti; tale asserzione non può essere accolta in quanto le carte del processo forniscono un’altra versione. AST, AAI, b. 7, cc. 747v, 749v-750r, “Non forse da eguale saccheggio Nicolò Drioli cui getato in pezzi il balcone della bottega ed indi aperta la porta si introducessero li rivoltosi manumettendo e slanciando dalla finestra li mobili colà esistenti ed entrati nella di lui cantina facessero disperdere per terra il vino con danno riflessibile di quell’infelice e nutrindossi da solevati eguali sentimenti di livore verso il medico Dr. Parè si portassero alla di lui abitazione, inseguindolo perfino sopra il tetto della casa, per cui si era egli procurato lo scampo cagionando al medesimo quei danni che professa di aver rissentito in quell’incontro nello smarrimento di effetti di sua ragione”; vedi anche G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., pp. 17-18, nell’irruzione rimase lievemente ferito il figlio. AST, AAI, b. 7, c. 755v. Ivi, c. 750r.

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impopolare e visto con ostilità a causa delle sue continue prepotenze127. Le fonti ci indicano che Moratti si trovasse nell’abitazione di Pizzamano, ma, udito lo schiamazzo della folla che si avvicinava a quell’edificio, titubante si sarebbe diretto verso la sua dimora. Lanciatosi dalla finestra non passò inosservato e nel tentativo di entrare nella propria casa, uno degli insorti, Giacomo Bologna (soprannominato Bavellin), avrebbe sparato un colpo di palosso che finì contro la parete; seguì, come già ricordato, l’irruzione nell’appartamento che fu svaligiato, “[…] tagliando in pezzi e slanciando dalle finestre quanto esisteva là dentro […]”128. Le sollevazioni, dunque, rappresentarono anche una circostanza ottimale per regolare i conti all’interno della comunità cioè per lavare l’onta delle ingiustizie. Che Pizzamano sia stato ucciso per una tragica fatalità non siamo in grado di confermarlo o meno, possiamo però aggiungere che la rabbia dei popolani, riversata sul podestà, non era un’esplosione dettata solo da quella circostanza. Le esistenze ritenute moralmente discutibili, le malversazioni, la pratica delle estorsioni e gli sforzi di rovesciare i rapporti tra i rettori e la popolazione, molto frequenti nelle podesterie istriane nel XVIII secolo, e considerati un male endemico, contribuirono in più occasioni allo scoppio di tumulti e di insurrezioni dovuti principalmente allo scontento129. Il clero atterrito e alcuni tra i personaggi più in vista della cittadina formarono una sorta di processione e si instradarono verso la piazza principale affinché dimostrassero alla popolazione la loro assoluta estraneità a quanto si stava insinuando e che aveva contribuito a far precipitare la situazione. Alla fine gli animi furono rasserenati solo grazie all’intervento del parroco Antonio Pesaro, che, grazie al suo prestigio, fu ascoltato e, con grande probabilità, si evitarono ulteriori disordini130. La rabbia, però, covava ancora negli animi di taluni. Tra di essi possiamo citare Pietro d’Agostini e Pasqualin Moratti che la mattina del 7 giugno, allorché il clero e il capitolo si trovavano riuniti assieme al popolo e gli ecclesiastici parlavano 127

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G. Pusterla, I Rettori di Egida, Capodistria 1891, p. 108. L’autore scrive ancora che il detto Moratti sarebbe stato trovato in compagnia di Pizzamano e per salvarsi si sarebbe diretto verso la casa di quest’ultimo, lo sparo di un’archibugiata però avrebbe colpito erroneamente il podestà veneziano. Questa dinamica dei fatti non trova però conferma nella documentazione a nostra disposizione; Spectator, Ricordi di 100 anni fa, in “L’Amico”, 6 giugno 1897, p. 1. AST, AAI, b. 7, c. 750r. Vedi G. Veronese, La corruzione dei pubblici poteri nell’Istria veneta del ’700, in “AH”, vol. IV, 1996, pp. 93-102. Domenico Venturini non cita la fonte dalla quale desume le sue considerazioni sul podestà di Isola, come abbiamo scritto. La descrizione è alquanto credibile e il fatto d’essere stato un dongiovanni avrà senz’altro rappresentato un motivo che innescò la collera nella popolazione della piccola località, la quale, indubbiamente, era a conoscenza delle sue abitudini. C. Vascotti, Biografia di monsignor Antonio Pesaro canonico titolare, in Al reverendo don Giovanni Zamarin novello parroco d’Isola, Trieste 1857, pp. 2627. Il testo fu dapprima pubblicato ne “L’Istria”, Trieste 6 giugno 1846, p. 135. Per un profilo del sacerdote si rinvia a G. Dudine, Antonio Pesaro. Il presule isolano e il suo tempo, Isola 2001.


a favore di Besenghi e Costanzo, affinché fossero liberati (erano accusati d’aver introdotto nella cittadina la bandiera imperiale), e si adoperavano per ottenere la pace, i surricordati incitavano la folla presente nella piazza contro i due ottimati isolani attaccando verbalmente pure il sacerdote Girolamo de Grassi131. Successivamente fu condotto in quel luogo anche il Drioli; grazie alla mediazione dei religiosi si giunse alla riconciliazione, i maggiorenti però furono invitati a rinunciare formalmente ad ogni pretesa di risarcimento per i danni subiti nel corso dei saccheggi avvenuti in città132.

Capodistria Anche a Capodistria i risentimenti erano la conseguenza di un’organizzazione civica ritenuta ingiusta in quanto solo le famiglie blasonate godevano di uno stato giuridico ed escludeva i popolani, tra i quali, proprio nel corso del XVIII secolo, si annoveravano ormai parecchi esponenti di alto censo, che, proprio in virtù della loro posizione, ambivano ad essere rappresentati. Essi costituivano solo la vicinía, un’assemblea che raggruppava i capifamiglia in ognuna delle undici contrade di cui si componeva la città. I disaccordi scaturivano anche dal fatto che una parte consistente dei membri che componevano il Maggior Consiglio proveniva da famiglie ormai in declino, e che, di conseguenza, non si differenziavano più dalla maggioranza della componente urbana che era costituita dai popolani per l’appunto133. Per la particolare posizione in cui si trovava Capodistria, la nobiltà godeva di un maggiore prestigio e al contempo enumerava un insieme di privilegi che il patriziato di altre località della penisola non avrebbero mai ottenuto134. I rapporti con la popolazione urbana iniziarono a contrapporsi sempre più. Il malcontento emerse in varie occasioni sul finire del Settecento. Nel 1769, per esempio, Francesco Damiani, il capo contrada di Ponte Piccolo, presentò al podestà Gerolamo Marcello un memoriale in cui lamentava le prepotenze dei patrizi, i quali, forti della loro posizione, usurpavano 131 132 133 134

AST, AAI, b. 1, cc. 753v, 755r; Ivi, b. 7, c. 750v. Ivi, b. 7, c. 756r. G. Poli, Nobili e popolani nella Capodistria del Settecento, in “PI”, a. IV, n. 11, 1964, pp. 168-169. P. Quarantotti Gambini, I nobili di Rovigno e delle altre città istriane, Venezia 1968, p. 15, per i privilegi riservati al patriziato capodistriano si vedano le pp. 7180. Per ulteriori informazioni sui casati gentilizi della città e non solo si rimanda a: G. de Totto, Il patriziato di Capodistria, in “AMSI”, vol. XLIX, 1937, pp. 71-158; A. Cherini-P. Grio, Le famiglie di Capodistria. Notizie storiche ed araldiche, Trieste 1998; Id., Bassorilievi araldici ed epigrafici di Capodistria dalle origini al 1945, Trieste 2001; G. Radossi, Monumenta Heraldica Iustinopolitana. Stemmi di rettori, di famiglie notabili, di vescovi e della città di Capodistria, Rovigno-Trieste 2003.

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i beni che spettavano all’intera collettività. Per porre fine ad una situazione giudicata insostenibile si chiedeva l’istituzione di due procuratori del popolo, il cui ruolo avrebbe permesso ai popolani una compartecipazione alla conduzione della vita municipale135. Se da un lato il podestà accolse le richieste, dall’altro si manifestò una resistenza da parte dei sindaci, all’epoca rappresentati da Pietro Gavardo e Alvise Tarsia, che, grazie all’aiuto di Francesco Almerigotti, si rivolsero apertamente a Venezia. Le accuse mosse nei confronti dei popolani erano quelle di essere i fautori di macchinazioni il cui obiettivo andava a soddisfare unicamente i tornaconti personali. La nobiltà espose altresì i motivi dell’inaccettabilità delle proposte avanzate dai popolani stessi e dopo un lungo dibattito il Senato della Repubblica, nel 1771, sentenziava in favore del ceto patrizio136. Con quelle prese di posizione, comunque, i popolani non avevano alcuna pretesa di alterare l’ordine sociale bensì auspicavano, semmai, il rinnovo del modello esistente attraverso l’inclusione dei medesimi nel governo cittadino137. Negli ultimi anni della Serenissima il confronto tra le due parti si fece sempre più acceso, le proteste nella piazza principale, tra il duomo e il palazzo pretorio, però, non degenerarono in sommosse, contribuirono però a far aumentare l’ostilità dei popolani nei confronti della nobiltà più in vista. Nicolò de Baseggio, invece, divenne il fautore di battaglie a nome della classe popolare rappresentata nel Maggior Consiglio, una sorta di valvola di sfogo per l’irrequietezza dei popolani138. Per frenare quella situazione, un gruppo di patrizi presentò un memoriale in cui si esponeva una situazione ritenuta ormai inammissibile: si riteneva che il popolo, grazie a de Baseggio medesimo, in realtà controllasse le risoluzioni del consiglio. I sottoscrittori erano: il conte Alvise Tarsia, il marchese Antonio Gravisi, il conte Cristoforo De Belli, il conte Giacomo Manzini e il conte Stefano Carli, vale a dire gli esponenti più irremovibili della nobiltà capodistriana139. Queste erano le premesse, che aiutano a comprendere la tensione esistente all’interno di quella società, che sarebbe sfociata nei disordini che accompagnarono la fine della Serenissima. Quasi in concomitanza con i fatti di Isola scoppiò lo sconquasso anche in quello che era ancora il capoluogo dell’Istria veneta. Tale sincronia fu molto probabilmente determinata dalle notizie che durante la serata pervennero nella città di San Nazario. Una fonte coeva indica che la nuova 135 136 137 138 139

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G. Poli, Nobili e popolani cit., pp. 169-170; B. Ziliotto, Primi moti antioligarchici a Capodistria cit., p. 75. Ivi, pp. 170-172. E. Ivetic, L’Istria moderna cit., p. 115. Id., Oltremare cit., pp. 393-394; Nicolò Baseggio, in “La Provincia dell’Istria”, Capodistria 16 giugno 1875, pp. 1669-1670. Id., Stefano Carli, intellettuale di periferia. Note per una ricerca sulla nobiltà capodistriana del Settecento, in “AMSI”, n. s., vol. XLVI, 1998, p. 239.


giunse verso le dieci della sera140. Quivi il clima divenne ben presto teso. Nella località era concentrata una buona parte della nobiltà141, i popolani, invece, suggestionati dalla propaganda democratica, erano sicuri che la stessa tramasse contro Venezia per darsi all’Austria e immediatamente iniziarono ad additare i patrizi di essere i complici di quel tradimento.

Fascicolo in cui si sostiene l’inaccettabilità delle posizioni dei popolani di Capodistria. (Biblioteca civica “Attilio Hortis”, Trieste) 140

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Nella documentazione conservata si legge che il soldato Giovanni Pini, ritornato a Capodistria da Isola, avesse raccontato lo svolgimento dei disordini, che infiammò i popolani, AST, AAI, b. 1, c. 759v. De Franceschi riporta erroneamente la data del 6 giugno, C. De Franceschi, L’Istria cit., p. 454, ugualmente anche F. Semi, Capris, Iustinopolis, Capodistria. La storia, la cultura e l’arte, Trieste 1975, p. 233. Nel 1770 su 1061 famiglie che componevano la popolazione cittadina, più di un centinaio apparteneva al ceto patrizio, ma solo 35 erano di alto rango, mentre erano ben 890 erano quelle di bassa condizione e che si occupavano precipuamente di lavori manuali, ivi, p. 167. A proposito della principale città dell’Istria, il vescovo cittanovese Giacomo Filippo Tommasini scrisse che era “[…] la più abitata delle altre che sono sotto il dominio veneto, perchè qui risiede il bello, il buono, ed il nobile di tutta la provincia”, G. F. Tommasini, De’ commentari storico geografici della Provincia dell’Istria, in “AT”, vol. IV, 1837, p. 323.

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Tra gli istigatori della sollevazione furono successivamente individuate due persone e cioè il padre Giovanni Battista Bratti, piarista e maestro delle Scuole pie, nonché l’avvocato Nicoletto Franceschi. Quest’ultimo, in modo particolare, già nei giorni antecedenti la sommossa si rivolse al popolo esaltando la democrazia e al contempo biasimava l’inoperosità dei sindici che da Capodistria non si erano ancora mossi a Venezia per “fraternizzare”. Quella staticità, però, era solo apparente, perché, sempre secondo il Franceschi, uno dei sindici si era, in realtà, recato a Trieste con l’intento “di venderci all’imperatore”. Padre Bratti, invece, fu accusato di aver redatto degli scritti polemici nonché diffuso le sue posizioni favorevoli alla democrazia142. Siffatte impressioni furono sufficienti per ingrossare le fila degli agitati – circa un migliaio – che armati iniziarono a dilagare per la città e a colpire gli esponenti delle famiglie più in vista, facendo irruzione nelle loro dimore. Si urlava che l’identica sorte del podestà isolano attendeva ai conti Totto143. La moltitudine gridava in favore di San Marco, infrangeva le porte e le finestre, mentre nella piazza del duomo spiegava il gonfalone della Repubblica, accompagnata dagli spari e dal suono delle campane144. Nel prosieguo la situazione sprofondò nel disordine più assoluto. “Più di due mille di questi entusiasti scorreano la Città gridando sempre in tuono alto e fiero viva S. Marco, percuotendo le porte, flagellando le finestre, col franger con grossi sassi le griglie ed i vetri di quelle che non aveano imposte, ed entrando anche a forza in alcune case e botteghe, chiedendo violentemente armi munizioni e commestibili”145. Anche nel caso capodistriano osserviamo che gli episodi di ordinaria delinquenza avevano intersecato la rivolta infiammata da motivazioni “politiche” o semplicemente dettate dal malcontento dei poveri, cresciuti numericamente nella seconda metà del XVIII secolo146 (anche all’interno 142

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A. Cherini, Inquisizione e processo per la sommossa di Capodistria del 5 e 6 giugno 1797, in “AMSI”, n. s., vol. XVI, 1968, pp. 150-151, il testo della sentenza trovasi alle pp. 153-159. In occasione del bicentenario dei fatti capodistriani lo stesso autore ha riproposto il testo, con qualche lieve variazione, in un opuscolo, Id., La sollevazione di Capodistria alla caduta della Repubblica veneta, supplemento al n. 128 de “La Sveglia”, Trieste 1997, la sentenza è riprodotta alle pp. 15-22; AST, AAI, b. 1, cc. 759, 763-765. AST, AAI, b. 1, c. 759v B. Ziliotto, Capodistria, Trieste 1910, p. 90. L. Volpis, Agostino Giovanni Carli-Rubbi, cit. p. 225, il corsivo compare nel testo. E. Ivetic, Oltremare cit., pp. 388, 393, le ondate di freddo che colpirono l’Istria, soprattutto nella seconda metà del XVIII secolo, furono deleterie per gli oliveti, coltura che rappresentava un’entrata importante e che garantiva il sostentamento di centinaia di famiglie (dal Capodistriano, tra il 1758-1795, proveniva oltre il 40 per cento dell’intera produzione regionale), e di conseguenza vi furono delle ricadute negative sull’intera collettività. Non poche famiglie povere s’indebitarono, verso i privati o le istituzioni, come il fondaco e il monte di


dello stesso patriziato), e alla fine divennero una cosa sola e di improbabile distinzione, anche perché sia il linguaggio sia gli atteggiamenti usati non si differenziavano tra coloro che scesero in piazza. D’altra parte erano proprio le situazioni eccezionali, come quelle che stiamo analizzando, che fornivano delle occasioni uniche alla criminalità147. Nel corso di quei confusi accadimenti, difatti, non mancarono episodi in cui l’irruzione nelle abitazioni era dettata esclusivamente dalla volontà di darsi al saccheggio e/o pretendere arrogantemente dagli sventurati quanto desideravano; i tumultuanti, infatti, non risparmiarono né le case patrizie né i negozi che incontravano al loro passaggio148. Come nel caso di Isola, che degenerò in un episodio di eccezionale violenza, anche nel capoluogo dell’Istria veneta gli eccessi accompagnarono quelle vorticose giornate, e per molti quella circostanza rappresentò un’opportunità per colpire coloro che si erano resi detestabili o, semplicemente, costituì un’occasione per le persone di indole violenta che trovarono uno scenario ideale di sfogo. In una lettera di un autore ignoto, che riporta la cronaca dei fatti capodistriani, si ricorda: “Quantunque il Popolo di Capodistria sia comunemente buono e tranquillo, pure i tempi, le circostanze, il soffio d’alcuni malvagi, la grandezza dell’interesse e i grandi sacrifizj che si fan dal popolo in giornata di festa a Bacco rese quest’orda di gente forsennata e furiosa”149. Non erano rari i casi in cui si verificarono episodi di questo tipo, anche nella stessa insorgenza veronese, nelle note “Pasque”, tale caratteristica emerse con tutta la sua evidenza, e le ruberie aumentarono anche grazie alla liberazione dei delinquenti dalle carceri150. Per i fatti di Capodistria possediamo un’importante fonte di prima mano, conosciuta dagli storici, in cui la dinamica di quegli accadimenti viene illustrata da un testimone diretto. Si tratta della lettera che Nicolò de Baseggio, in data 7 giugno 1797, inoltrò a suo figlio Giorgio a Venezia in

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pietà, e talune persero anche i beni, come gli appezzamenti di terreno o i bacini di cristallizzazione, che andarono a quelle più facoltose. Alla notizia di un presunto aumento fiscale, diffusa ad arte dai patrizi ridotti in miseria, si sviluppò una protesta, capeggiata dal capocontrada Riccobon Riccobon, a favore delle condizioni del popolo (giugno 1791). Per far fronte al congelamento degli olivi, e alla fine del secolo anche al problema della mosca olearia, intervennero anche le accademie agrarie di Capodistria e Pirano, i cui eruditi proposero studi e soluzioni; a tale proposito si veda K. Knez, L’olivicoltura negli interessi delle accademie istriane al tramonto della Serenissima, in “AT”, s. IV, vol. LXX/1, Atti della giornata internazionale di Studi “Accademie e Società Culturali tra Sette e Ottocento nel Litorale”, a cura di G. Pavan, Trieste 2010, pp. 79-110. Cfr. E. J. Hobsbawm, I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, nuova edizione riveduta e ampliata, trad. it., Torino 2002, p. 103. Spectator, Ricordi di 100 anni fa, in “L’Amico”, 6 giugno 1897, p. 1. Si veda anche AST, AAI, b. 1, cc. 759-760, 873-874. L. Volpis, Agostino Giovanni Carli-Rubbi, cit. p. 225. Cfr. F. M. Agnoli, Le Pasque veronesi. Quando Verona insorse contro Napoleone 17-25 aprile 1797, Rimini 1998, p. 151; A. Franchetti, Storia d’Italia cit., p. 365.

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cui si trovava per motivi di studio. Nell’epistola, oltre a spiegargli che assieme a Nicolò Del Bello sarebbe partito per la città lagunare e quindi che lo aveva designato al posto di vicesindaco in sua vece, troviamo pure numerosi dettagli sugli avvenimenti che interessarono la città (“dell’orribile insurrezione”)151. Se si evitarono gli eccessi e lo spargimento di sangue fu solo grazie all’intervento del sindico Nicolò de Baseggio, e al suo carisma, e così la confusione iniziò a quietare. Egli era uno dei pochi nobili cittadini che, evidentemente, aveva un certo ascendente sui popolani e, quindi, poté instaurare un dialogo. Gli fu suggerito che il giorno seguente radunasse il Collegio dei Nobili, così i rappresentanti dei popolani avrebbero illustrato il motivo dei disordini. Nel frattempo, abbattuta la porta del campanile, fu issata la bandiera di San Marco, accompagnata da clamore d’approvazione, le campane furono suonate a storno e lo scompiglio perdurò per tutta la notte con archibugiate, suono di tamburi e rumore generale152. E continuò senza interruzioni anche il mattino seguente, infatti, un gruppo formato da molti intrepidi irruppe nella casa del conte Stefano Carli di età molto avanzata e per di più quasi cieco. Questi era fratello del celebre Gian Rinaldo e zio del giovane Agostino, i sospetti ricaddero su di lui in quanto si riteneva che celasse all’interno del suo palazzo niente meno che uno stemma asburgico. La rabbia e l’impeto degli aggressori non rimasero inosservati: l’anziano, al quale non solo fu saccheggiata la residenza, fu perfino bastonato e benché si trovasse in vestaglia e in pantofole fu trascinato nella piazza principale, quindi nella sala del consiglio ove fu costretto a magnificare il governo di San Marco153. Come avrebbe scritto successivamente, alcune centinaia di uomini armati circondarono la sua abitazione e una volta abbattuto il portone d’entrata frugarono in ogni stanza con la speranza di rinvenire l’odioso stemma. Siccome non fu trovato, la rabbia dei popolani si sprigionò senza riserve, e, come riferì il conte, “[…] minacciarono di schiacciarmi la testa con grosso maglio di ferro, trovandosi sempre presente a tali funestissime vicende la povera mia Consorte, grondante di lagrime implorando pietà”. Trascinato nella piazza del duomo ed esortato a gridare “Evviva S. Marco”, i fautori di siffatta violenza si sarebbero ritenuti soddisfatti, “[…] e mi lasciarono nel più deplorabile stato di libertà”154. Giunte 151

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ARC, Archivio familiare Baseggio, b. 1, fasc. 5, Lettera di Nicolò Baseggio a suo figlio Giorgio; G. Quarantotto, I moti di Capodistria alla caduta della veneta repubblica (secondo un documento sincrono finora inedito), in “PI”, n. 8-9, 1909, pp. 186-187. La lettera è pubblicata anche in F. Semi, Istria e Dalmazia. Uomini e tempi, vol. Istria e Dalmazia, Udine 1991, p. 272. Considerata l’importanza di tale fonte la riproduciamo in appendice. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 18; L. Volpis, Agostino Giovanni CarliRubbi, cit. p. 225. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 18; C. De Franceschi, L’Istria cit., p. 455; D. Venturini, Guida storica di Capodistria, Capodistria 1906, p. 25, a seguito dei drammatici fatti, il conte riparò a Parenzo che divenne la sua nuova città d’elezione. G. de Vergottini, L’Istria alla caduta cit., p. 228.


le autorità austriache in città, il nobile non avrebbe atteso di denunciare gli autori delle violenze. Avendoli conosciuti, il Nostro fece i nomi, i soprannomi indicando addirittura le professioni esercitate dai popolani, cioè di quella “[…] truppa armata di malviventi, eccitata dai facinorosi […]” che il vegliardo non tardò ad incriminare, implorando “giustizia per il barbaro trattamento e risarcimento”155.

La copertina del fascicolo contenente le prerogative del Consiglio dei Nobili di Capodistria. (Biblioteca civica “Attilio Hortis”, Trieste)

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AST, AAI, b. 1, c. 872, la denuncia contiene anche l’elenco delle persone riconosciute “come le più facinorose nel fato su esposto”; A. Cherini, Inquisizione e processo cit., p. 147.

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Anche in questo caso si evitò il peggio grazie all’intervento di de Baseggio. Le ruberie nelle case delle famiglie più autorevoli furono una costante, tra le vittime ricordiamo i de Totto, i Bartolomei, i Lugnani, i Madonizza ed i Moreschi. Il comportamento antipatrizio dei popolani in rivolta, come evidenzia Egidio Ivetic, va osservato e analizzato tenendo conto dei precedenti disaccordi tra le due parti, perché permette di cogliere i nessi di quel malcontento156. In occasione di quei disordini, il paron Pietro Romano, ad esempio, avrebbe esclamato che l’uccisione del podestà Pizzamano era da considerarsi confacente giacché il popolo doveva scuotersi dal sonno e “sacrificare i nobili oppressori”157. Il già ricordato de Baseggio riuscì a raggruppare nel duomo sia la nobiltà sia il popolo ai quali si rivolsero le massime autorità cittadine ossia il vescovo Bonifacio da Ponte ed il podestà e capitano Francesco Almorò Balbi. Ma ottennero dei risulti insufficienti, anzi dovettero smettere i loro interventi in quanto interrotti dalle grida e dai colpi d’arma da fuoco158. Fu il già citato sindico a prendere in mano la situazione e grazie ad una pacata allocuzione, indirizzata agli insorti, smorzò l’apprensione dei presenti. Nell’importante edificio sacro tutti coloro che si erano raccolti assistettero alla celebrazione della santa messa, fu esposto il Sacramento, intonato il Te Deum, e fu ribadita, alla presenza episcopale, la dichiarazione di fedeltà a Venezia e infine fu scambiato il bacio di pace159. Parecchi nobili, però, spaventati per quanto era accaduto abbandonarono Capodistria e si rifugiarono nella vicina Val d’Oltra grazie alla complicità di un certo Biagio Amoroso che aperse a loro le porte cittadine160. In merito all’episodio capodistriano disponiamo della testimonianza di un protagonista diretto, cioè di Carlo de Pangher, il quale illustrò la sua posizione per difendersi dall’accusa secondo la quale avrebbe offeso un nobile della sua città. Il Nostro spiega di essersi trovato tra la calca per 156 157

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E. Ivetic, Stefano Carli cit., pp. 241-242. AST, AAI, b. 1, c. 579, Pietro Romano giudicò però inconsistente l’accusa di esser stato coinvolto nel tumulto in quanto si trovava fuori città, “incombenzato da varie commissioni”, e aggiunse “Che tali perfide calunnie possino essere state vomitate in mio aggravio da qualche malevolo e da chi sente invidia, se in grazia degli assidui, ed azzardosi travagli della mia vita, mi vò procacciando un discreto mantenimento, non è da meravigliarsi, perchè /massime nei tempi presenti/ abbonda pur troppo il mondo di tai spiriti maligni […]”, ivi, cc. 580-581; A. Cherini, Inquisizione e processo cit., p. 149. G. Quarantotto, I moti di Capodistria cit., p. 188, de Baseggio scrive: “Ma questo era il momento più spaventoso, perchè non cessavano gli urli, li spari in chiesa con armi da fuoco, le minaccie contro la vita di alcuni, che furono sul punto di essere trucidati”. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 19; B. Ziliotto, Capodistria, cit., p. 92. Tra le richieste di ordine pratico avanzate dai popolani rammentiamo quella dell’abolizione del dazio sul pane e sul vino. D. Venturini, Guida storica di Capodistria, cit., p. 25.


puro caso e che una “numerosa compagnia di fanatici” lo avrebbe condotto sino alla piazza centrale, ove qualcuno gli avrebbe passato un palosso. Così si sarebbe trattenuto nei pressi del duomo “secondando il genio degl’insorgenti”; ma nel momento in cui aveva deciso di fuggire un gran numero di persone stava ormai entrando in chiesa. Nel prosieguo racconta: “A tale oggetto incaminatosi il conte Michiel tosto scortato da molti degl’insorgenti passò a me vicino, ed io fui stimolato con una boccata di schioppo a dirgli che gridi W S. Marco, come era tra la folla e di presenza al medesimo per ritirarmi e lasciarle l’ingresso, nel tempo che gli dissi la gridi W S. Marco fui da chi mi stava di dietro spinto che fui per caderli addosso, per sostenermi fece moto colle mani e co piedi e levai in alto specialmente la mano che tenevo l’arma per non offenderlo: esso aveva un ombrello a difesa della pioggia, l’arma fu veduta sopra l’ombrello fu chi asserisce che fu, di tal momento io gli scalgiassi un colpo e che esso lo parò coll’ombrello […]”161. Il nervosismo che aveva caratterizzato quelle giornate finì in uno scontro tra i popolani stessi in cui non mancò lo spargimento di sangue. Le informazioni su questi fatti non sono molto precise; sembra che nel corso di un arrischiato furto nell’appalto dei tabacchi rimase ferito, o ucciso, qualche contadino dei dintorni162. Poiché vi era il rischio di un assalto dei 161 162

AST, AAI, b. 1, c. 806r. Singolare l’interpretazione di don Božo Milanović, che nella sua opera dedicata al risorgimento nazionale dei Croati in Istria – secondo il quale le origini andrebbero ricercate proprio a seguito della caduta della Serenissima – in riferimento a quell’episodio specifico scrive nientemeno si trattasse di una calata di “Sloveni del circondario”, che armati volevano irrompere contro gli “Italiani di Capodistria” e conclude che da siffatta vicenda si evince che gli “Sloveni si opponevano sia a Venezia sia agli Italiani capodistriani”, B. Milanović, Hrvatski narodni preporod u Istri, vol. I, Pazin 1967, p. 16. La sua esposizione prende spunto da un passo di Baccio Ziliotto in cui scrive che “[…] verso sera si riaccesero le ire, questa volta fra i popolani stessi; alcuni furono uccisi e feriti e poi che fra essi v’era un abitante del territorio, i contadini volevano marciare armata mano contro la città”, B. Ziliotto, Capodistria, cit., pp. 92-93. La sua era una spiegazione di comodo e scialba, potremmo definirla di “maniera”, che vedeva anche in quegli avvenimenti una sorta di antagonismo nazionale slavo-italiano. L’autore non solo presenta, con argomentazioni poco convincenti, il fatto surricordato come una sorta di scontro etnico ante litteram, ma tende a illustrare il passato della penisola esclusivamente come una sorta di lotta di classe, in cui dopo secoli la componente “sottomessa” aveva sollevato il capo. La caduta della Dominante avrebbe rappresentato il momento del riscatto (è pressoché impossibile non individuare un parallelismo con le esposizioni dei fatti avvenuti all’indomani dell’8 settembre 1943, ossia con l’armistizio del Regno d’Italia e il conseguente sfacelo del regio esercito). Tale avversione (sempre secondo l’autore in questione) sarebbe stata esternata proprio con l’abbattimento dei leoni marciani. Anche in questo caso il riferimento rimanda a quanto era accaduto a seguito della disfatta militare italiana nel corso del secondo conflitto mondiale, quando cioè in alcune località l’emblema della Dominante fu scalpellato e/o distrutto in quanto ritenuto un simbolo e un sinonimo d’italianità ossia d’appartenenza all’Italia, che il regime fascista aveva notevolmente amplificato e pertanto andava eliminato. In realtà

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rurali, provenienti dalla terraferma, le porte della città furono chiuse e dei soldati armati furono posti di guardia nel Castel Leone163. La contemporaneità dei moti fa presumere l’esistenza di un piano prestabilito voluto dagli ottimati, soprattutto di Capodistria, attraverso il quale si doveva spronare i popolani ad agitarsi, per poi reclamare una sorta di “protezione” austriaca per evitare ulteriori disordini164.

Muggia Da Capodistria a Muggia il passo era breve e anche nella cittadina posta in prossimità del confine veneto-austriaco scoppiarono dei disordini. Il 6 giugno, infatti, l’agitazione popolare impose al podestà Daniele Dolfin e a Francesco Vallon, il cui figlio era alfiere nell’esercito asburgico, di abbandonare la località e di rifugiarsi nella vicina Trieste. Il tumulto si sarebbe svolto “[…] con modi di violenza contrari all’espresso sentimento delle leggi e della pubblica quiete e tranquillità […]”165. Le case dei due sventurati furono spogliate di molti beni. Il rappresentante veneziano assieme alla moglie fuggì in territorio asburgico attraverso la valle di Zaule, inseguito dai Muggesani che violarono quel confine posto tra i due stati166. Il piccolo borgo era dedito soprattutto al contrabbando, l’olio d’oliva prodotto in quella zona, ad esempio, finiva quasi completamente sulla piazza tergestina. Dato che sul territorio comunale sorgevano pure delle saline ed i relativi controlli erano frequenti, nella cittadina vi era una certa tensione, anche se non paragonabile alle agitazioni del passato167.

Pirano Anche nella città di San Giorgio quello stesso 6 giugno vi fu un’insurrezione contro alcune famiglie accusate di non sostenere la democrazia e, anche in questo caso, di essere piuttosto inclini all’Austria. L’animosità

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le terre dell’Adriatico orientale non furono investite dalle ondate di distruzione dei simboli della Repubblica abbattuta (mentre nella sola Venezia è documentata l’eliminazione di almeno un migliaio di esemplari), A. Rizzi, Il leone di San Marco in Istria, Padova 1998, p. 12. Lo storico triestino Pietro Kandler annota che “[…] il modo di amministrazione durò come era sotto i Veneti, fù vietato di levare l’immagine di S. Marco che era l’emblema della Repubblica”, BCT, AD, 10 F XVIII, Leggi del Primo Governo Austriaco in Istria. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 19. G. Quarantotto, I moti di Capodistria cit., pp. 189-190. AST, AAI, b. 1, c. 535r. Spectator, Ricordi di 100 anni fa, in “L’Amico”, 6 giugno 1897, p. 1. Cfr. A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 123.


si riversò contro i Colombani, i Fabris, i Fonda, i Furegoni, i Petronio e gli Zaccaria; se non si arrivò agli eccessi verificatisi altrove ciò dipese essenzialmente dalla presenza in loco dei soldati piranesi, che Venezia aveva rispedito al luogo d’origine a seguito della caduta del governo aristocratico e, che una volta giunti in patria, formarono una sorta di guardia civica168. Perciò, nel momento in cui si scorse il sospetto di un possibile tumulto, la stessa intervenne prontamente. L’azione si dimostrò fondamentale proprio quando i rapporti iniziarono ad incrinarsi, e si era “[…] prestata con uno zelo inimitabile alla quiete e sicurezza de’ cittadini169. I Colombani erano particolarmente odiati, i tumultuanti, (definiti “la più ignominiosa marca di ribelli”) avevano già accerchiato la casa di quella famiglia ed erano intenzionati a saccheggiarla, danneggiarla e forse anche ad incendiarla. Tali eccessi furono evitati grazie alla “[…] soldatesca patriotica, composta di cento ottimi cittadini giovani onorati e diretta da bravi e savissimi bassi officiali […]”170. Anche in questa località le discordie tra popolani e patrizi avevano radici profonde che risalivano al XVI secolo, i cui picchi furono raggiunti nel corso del Seicento e non vennero meno neanche nel Settecento171. I disaccordi, comunque, non raggiunsero affatto l’intensità verificatasi a Isola e a Capodistria, località in cui il malcontento aveva trovato la sua valvola di sfogo proprio in concomitanza con il venir meno della Serenissima. Come giustamente scrive Almerigo Apollonio, nell’affrontare siffatti problemi è quanto mai opportuno verificare quale sia stato l’atteggiamento dei podestà della provincia durante la crisi del 1797, e attraverso quegli elementi si può comprendere, con migliori risultati, anche un episodio cruento come quello che investì Nicolò Pizzamano172. Il comportamento non sempre ortodosso, sia in qualità di rappresentante dello Stato sia come persona, influì senz’altro sugli atteggiamenti della popolazione. A Pirano il podestà Telemaco 168 169 170 171

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Il 17 maggio 1797 la Municipalità democratica di Venezia deliberò di licenziare i soldati istriani e di mandarli alle loro case, Verbali, vol. I/1, p. 5. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 19; “Monitore Veneto”, 12 giugno 1797, col. 120. AST, AAI, b. 1, c. 723. Il visitatore apostolico Agostino Valier, nel 1579, prima di ripartire da Pirano volle riportare la concordia tra i cittadini “[…] essendo questi divisi in doi parte, cioè Nobili et Populari, per l’amministrazione delle cose pubbliche una parte era contraria all’altra […]”, documento riportato da L. Morteani, Notizie storiche della città di Pirano, Trieste 1886, pp. 74-75 e nota 12. Sulle lotte tra i popolani ed i notabili esiste il volume di M. Pahor, Socialni boji v občini Piran od XV. do XVIII. stoletja, Ljubljana-Piran 1972, per gli accadimenti settecenteschi si vedano le pp. 199-214; per le lotte sociali e la “vertenza” del 1792-93 si veda A. Apollonio, Una cittadina istriana nell’età napoleonica: Pirano 1805-1813, in “ACRSR”, vol. XXIII, 1993, pp. 17-24. Informazioni su un membro dei capi popolari in particolare, cioè Cristoforo Indrigo, si ricavano dallo studio di M. Bonifacio, Antichi casati di Pirano d’Istria: Indrigo, Trieste 1995, pp. 28-29. A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 126.

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Nicolò Corner non subì alcuna offesa, anzi, dato che con la caduta della Repubblica precipitò nella miseria, ed il corpo civico decise di soccorrerlo, tanto che divenne “[…] un testimonio della sensibilità di cotesti abitanti”. Il sostegno rispecchiava la riconoscenza “[…] in favore di un suddito, che antecedentemente avendo qui sostenuto l’eminente carattere della passata veneta sovranità, condusse gloriosamente la sua reggenza e lasciò memoria onorevolissima e cara di se medesimo”173.

Nel resto della penisola Anche in altre località dell’Istria si manifestarono dei disordini, ma in nessun caso sprigionarono quell’impeto che contrassegnò le sollevazioni avvenute nella parte settentrionale della penisola. In alcune contrade la confusione fu originata da altre motivazioni, fu dettata dagli eventi contingenti, cioè il tramonto definitivo della Serenissima, la cui notizia, specie lungo la costa, non tardò ad essere annunziata. I tumulti interessarono sia i borghi sia la campagna, e sovente non erano dettati da motivazioni di natura politica e/o ideologica ma erano comuni atti delinquenziali. Il brigantaggio fu, d’altronde, una piaga che perdurava ormai da secoli e che le autorità dello stato marciano non erano state in grado di debellare; il venir meno della Repubblica, poi, non fece altro che favorire una sequela di imprese audaci. Ad Orsera, per esempio, registriamo un fatto di questo tipo già il 15 maggio; in quell’occasione una “turba di rivoluzionari armati” si diresse verso l’abitazione di Alessandro Dilicati, per lunghi anni economo di quella comunità, e ormai infermo nel suo letto. Proprio nel momento in cui il medico lo stava curando i malviventi pretesero “[…] di voler sul momento tutti li danari di ragione della Comunità, che esso delicati [cioè Delicati, nda] come economo custodiva, il quale loro rispose di voler prima fare il conteggio di sua amministrazione, ed indi, senza ritardo, loro esborserà; ma questi furibondi afferrano il materazzo, minacciando di trarlo assieme fuori dalla finestra, e scagliando orrendi bestemmie contro il povero semivivo, di modo che gli dovettero a forza consegnare e il denaro, ed anche il proprio oro, che serviva di abbigliamento alle supplicanti, per deliberarsi da quelle furie, che avevano a tal segno atterriti il defonto, che rimasto convulso il quarto giorno spirò […]”174. 173 174

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AST, AAI, b. 28, cc. 37, 39. Ivi, b. 1, c. 485. I banditi che irruppero nella casa dell’economo erano: Domenico Prisca, Biaggio Medolin, Giuseppe Carpenetti, Domenico Carpenetti, Marco Tromba, Sebastiano Tessari e Domenico Bario, tutti orseresi. Come avverte Apollonio, la località, sebbene non vi fossero vecchi odi di ceto o annose faide, “[…] era stata fino a pochi anni avanti un centro di contrabbandieri e gli abitanti avevano le origini più disparate”, A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 121.


Il 5-6 e il 13 giugno una “criminosa insurrezione popolare” avvenne a Canfanaro. In quell’occasione la furia colpì il fondaco, che fu assalito e spogliato, mentre i suoi libri furono incendiati175. A Pola un tumulto popolare interessò la città il 12 giugno 1797, cioè prima dell’arrivo delle truppe imperiali; a detta delle autorità asburgiche quell’insurrezione sarebbe stata diretta principalmente contro il patriziato176. A Buie il cambiamento avvenne senza alcun disordine e il vecchio Consiglio civico fu privato del potere senza dover far uso della violenza (10 giugno 1797). Alla caduta della Dominante, la popolazione della località, “resasi libera ed in istato di tutta anarchia”, seguì l’esempio verificatosi in altre parti della penisola. I capi famiglia si radunarono nella chiesa parrocchiale di San Servolo, decisero di introdurre la democrazia ed elessero ventiquattro persone in rappresentanza della “sovranità popolare” e al contempo si definirono “[…] liberi e uguali in una perfetta Fratellanza […]”177.

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Ivi, cc. 574-575. Ivi, b. 20, c. 12r. Antonio Silian, Gregorio Antolovich, Giacomo Corlenizza e Andrea Buich furono indagati in quanto accusati di essere stati implicati nei disordini; successivamente fuggirono dalla città dell’Arena; ivi, b. 1, c. 489; A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 120. Nel territorio della Polesana, nel corso dell’età moderna, il banditismo era molto diffuso – il fenomeno era strettamente legato alla colonizzazione da parte della Serenissima, che aveva ripopolato quella zona con genti di varia provenienza che non di rado avevano manifestato una certa difficoltà ad ambientarsi nel nuovo contesto – e furono registrati anche dei casi di morte violenta. Da un recente studio, che ha analizzato i dati contenuti nei Liber Mortuorum, si evince che nel periodo compreso tra il 1625 e il 1815 gli omicidi annotati furono trenta (non furono registrati nei seguenti anni: 1639-1665, 17551783, 1798-1815). I delitti avvenivano in buona parte a colpi d’archibugio o di moschetto, che non risparmiarono nemmeno gli ecclesiastici (lungo le strade del contado furono uccisi, rispettivamente nel 1676 e nel 1689, l’arciprete di Sissano, padre Zuanne Urban, e il prete dignanese Domenico Damiani), o mediante l’uso di armi bianche. Tra gli episodi più singolari ricordiamo quello avvenuto alla metà di aprile del 1796 allorché il sedicenne Giacomo Radolovich di Marzana fu ucciso con un’archibugiata e successivamente rinvenuto “[…] in una profonda Fossa detta volgarmente Foibba in una terra chiamata Saraglia di Magno appresso il Tataro […]”, S. Bertoša, Ubojstva i smaknuća u Puli (XVII. -XIX. stoljeće), in “AH”, vol. 10/I, 2002, pp. 64-65, 69 e nota 20, 73. Successivamente, nel 1803, il vecchio sistema rappresentativo sarebbe stato restaurato. Sebastiano Barbo a proposito della decisione del ’97 scrisse: “L’elezioni dunque di allora seguite più col disordine che colla sana ragione, contemplarono più per rassedare le tumultazioni popolari e le provvidenze per le basse arti, che quelle per un bon regolato ordine, ed in conseguenza l’elezioni medeme caderono nella maggior parte sopra artiste ed idiote persone”. Il “sistema democratico”, però, rimase in vigore praticamente sino all’arrivo dei Francesi nel 1805; AST, AAI, b. 177, cc. 864-865, 869; A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 120.

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Venezia e la sponda opposta: la continuità dei rapporti secolari e le nuove dedizioni Come abbiamo più volte ribadito, la Municipalità provvisoria se da un lato disdegnava l’eredità del governo oligarchico dall’altro non presupponeva un mutamento dei confini della Repubblica. Anche in questo nuovo contesto i possedimenti adriatici godevano della massima considerazione e mai fu sfiorata l’idea di una loro eventuale amputazione. L’Istria, quella che in qualche misura era reputata lo “scudo della Dominante”178, rientrava a pieno titolo negli interessi veneziani, di conseguenza si valutava fosse importante mantenere il controllo sulla penisola, provvedendo alla sua democratizzazione. Già il 17 maggio 1797 la commissione dei deputati della Municipalità discusse in merito alle modalità con le quali comunicare alle terre d’oltremare la fine del governo oligarchico e l’avvenuta democratizzazione. Si ritenne doveroso anzitutto redigere un rapporto, quindi inviare due cittadini in ognuna delle quattro province adriatiche: Istria, Dalmazia, Albania veneta e isole Ioniche. Per mezzo di quei rappresentanti, che dovevano essere accompagnati “per dignità e per presidio da qualche pubblico legno”, anche in quei territori si sarebbe iniziato ad osservare il nuovo corso degli eventi. Il cittadino Callegari si espresse, invece, negativamente e propose che al posto delle navi armate fosse stato più opportuno scrivere ai rappresentanti e ai generali di quei domini “[…] onde procurino di insinuare la rivoluzione e la democrazia facendo le Municipalità e spedindo deputati a riconoscere e fraternizzare”179. Per introdurre la “rivoluzione” anche nelle comunità della sponda dirimpettaia, si riteneva indispensabile l’allontanamento degli ex nobili e dei funzionari, poiché in essi si vedeva una sorta di freno che avrebbe ostacolato la diffusione del nuovo ordinamento statuale180. Il giorno dopo il consigliere Fontana scrisse a Giuliani e al Comitato di salute pubblica che “Nell’Istria, Dalmazia, Albania e Levante, per organizzare la rivoluzione, speditevi dei Commissari organizzatori con un piano di organizzazione uniforme, affinchè quelle provincie non si ingelosiscano e non credano che Venezia voglia avere una primazia sopra di loro e riconoscano che gli abitanti del più piccolo villaggio saranno alla stessa condizione degli abitanti della capitale”181. 178 179 180 181

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Per l’importanza strategica della penisola nel corso dell’età moderna si rinvia a E. Ivetic, Funzione strategica e strutture difensive dell’Istria veneta nel SeiSettecento, in “AV”, s. V, n. 189, 2000, pp. 77-102. Verbali, vol. I/1, p. 7. Ivi, p. 41. Verbali, vol. II, p. 180.


La Municipalità provvisoria della città lagunare, certa della legalità e della legittimità del suo governo, non rinviò la sua determinazione a ribadire i diritti sovrani sui possedimenti dello Stato da mar e sullo Stato di terra. Redasse i proclami che diramò nei domini, anche nelle traduzioni in “illirico” e greco in modo che fossero compresi da tutte le popolazioni che componevano i possedimenti adriatici di Venezia, in cui si comunicava l’avvenuta “rigenerazione” e si invitava tutte le genti a restaurare i “santi vincoli dell’amore e della fratellanza”182. Da Venezia, come aveva proposto il Dandolo, furono inoltrati a tutti i comuni della sponda orientale dell’Adriatico l’invito a sostituire l’oligarchia con un governo democratico che rappresentasse tutti gli strati della popolazione, proprio come era accaduto nella città lagunare, e ad unirsi ad essa183. Le simpatie dimostrate nei confronti dell’antica capitale non erano tanto la dimostrazione di un interesse per gli ideali espressi dal governo “rigenerato”, quanto la volontà di mantenere vivo il legame tra quelle coste e la laguna, cioè si desiderava continuare quella secolare sintonia con la città di San Marco184. L’intenzione, insomma, era di persistere con una consuetudine ormai collaudata e far sì che il “cordone ombelicale” tra le due rive adriatiche non si spezzasse. Ogni singola municipalità avrebbe così dato vita a delle repubblichette libere e sovrane e al contempo unite tra loro e con Venezia da vincoli ideali e fraterni185, ma anche da interessi pragmatici, e non poteva essere diversamente dato che vi era un’interdipendenza tra le due coste. Il primo giugno, la Municipalità approvava un rapporto del Comitato di salute pubblica in cui si presentava un piano per preservare l’unione dei possedimenti d’oltremare186. In realtà nella penisola si manifestò, in via del tutto spontanea, un movimento teso alla “democratizzazione” di quei municipi. I medesimi furono quindi interessati dalla “rivoluzione”; al contempo affiorò il desiderio di reggere la propria libertà ed autonomia così come lo avevano fatto nel corso del Medioevo. A svolgere tale incarico sul posto, il 7 giugno 1797, furono coinvolti tre uomini, cioè Gaspare Dolfin, già capitano di Raspo, Giorgio Capello e Giorgio Manin che, proprio in quella località confinaria ed importante come punto difensivo, avrebbero dovuto creare una municipalità provvisoria e da lì irradiare lo spirito de182 183 184 185 186

G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., pp. 140-141. Verbali, vol. I/1, p. 19; B. Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Trieste 1924, p. 412. E. Ivetic, Oltremare cit., p. 395. B. Benussi, Pola nelle sue istituzioni municipali dal 1797 al 1918, in “AMSI”, vol. XXXV, 1923, p. 5. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., pp. 155-156.

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mocratico nelle altre località del territorio187. Tra i rappresentanti dell’ex Repubblica marinara fu prescelto proprio il surricordato capitano di Raspo, poiché il rigore dimostrato precedentemente costituiva una garanzia. La Municipalità provvisoria, il 3 giugno, scrisse che “[…] riguardando gli abitanti tutti de’ luoghi dell’Istria come suoi fratelli e mirante al loro bene, crede necessario a profitto il vostro zelo, l’opera vostra, per conseguirlo, voi, che con prudente condotta, non meno che disinteressata, che colla vostra giustizia avete saputo anche in mezzo ai sommi diffetti dell’antico Governo mostrarvi onesto cittadino. Egli è importante di preparare gli animi degli abitanti tutti della porzione di Istria, che formava parte dell’antico veneto dominio, e far loro conoscere i massimi vantaggi, che loro si preparano da una democrazia. Nell’indirizzarli però sul camino della loro felicità, conviene prevenire che non prorompano in disorganizzazioni, in lanci di entusiasmo mal calcolato; che l’ordine non cessi di regnare; che sieno prevenuti i pericoli dell’anarchia”188. Il Comitato di salute pubblica si rivolse alla Municipalità affinché inviasse a Capodistria due galee e degli uomini armati per tenere sotto controllo la capitale di quella provincia, poiché quel popolo era sottoposto a “[. . . ] crudeli incertezze, ed esposto alle oscillazioni fatali che accompagnano un rapido passaggio da un Governo all’altro”189. Si trattò solo di un programma di lavoro in quanto tali propositi non poterono concretizzarsi a causa dell’invasione austriaca avvenuta qualche giorno dopo. Malgrado tale fallimento è doveroso sottolineare quanto fecero le comunità istriane. In quei giorni febbrili nelle cittadine si compivano le cosiddette “rivoluzioni” – termine allora in voga – vale a dire si metteva in atto una nuova struttura politica, e l’ambizione, almeno esteriore, era di presentarsi come una forma di municipalità con un ampio margine di autonomia190. Esse, di spontanea e propria iniziativa, definirono la volontà di continuare a rimanere nel seno di Venezia, anche nel nuovo ordinamento, e di conseguenza designarono dei rappresentanti che nella città lagunare avrebbero manifestato tale intenzione nonché l’attaccamento di quelle collettività che si sentivano parte integrante dello Stato marciano e di conseguenza desideravano condividere le sorti anche nelle nuove circostanze. Qualche settimana prima Agostino Carli Rubbi scrisse a Girolamo Gravisi sostenendo, invece, che l’Istria nulla aveva da guadagnare in un’unione 187 188 189 190

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G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 23. Verbali, vol. II, p. 222; ASV, Democrazia, b. 23, fasc. Lettere scritte dalla Municipalità a diversi, c. 18. Il diritto d’Italia, pp. 11-12. “Monitore Veneto”, 17 giugno 1797, col. 127; L. Messedaglia, La questione cit., p. 416. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 23.


con i Veneti o i Cispadani, “ma tutto ha da sperare dagli Ungari” e pertanto suggeriva “[…] che il passo di dedizione non si faccia in altra guisa che direttamente col mezzo del Governo di Fiume”191. A Pinguente furono eletti due deputati, Giorgio Capello e Giorgio Clarici, per esprimere a Venezia “[…] l’esultanza universale per il ricupero dell’antica libertà, e di aver forze per sostenerla, assicurando intanto dei più sinceri sentimenti di amorevole fratellanza”192. Il giorno antecedente le sommosse fu la volta di Montona, la quale, dopo il voto dei capi famiglia, mandò oltre l’Adriatico quattro deputati Gian Antonio Flego, Pietro Tomasini, Olivo Basilisco e Stefano Cugnago, tutti appartenenti al ceto popolare193. Il Comitato di salute pubblica di siffatta comunità redasse una nota che fece pervenire alla Municipalità provvisoria della città lagunare in cui si ribadiva che il noto bosco di San Marco, nella valle del Quieto, rimaneva di pertinenza veneziana (“esso resta assoggettato alle vostre cure paterne”) e che al contempo si desiderava l’unione con il nuovo governo democratico194. I delegati montonesi espressero la volontà di fraternizzare, dimostrarono che il loro libero municipio si era dedicato alla Serenissima nel 1278, dopodiché passarono ad illustrare l’importanza del noto bosco, da secoli sfruttato per il legname che veniva utilizzato dall’arsenale, ma che l’aristocrazia aveva usurpato, pretendendo addirittura fosse stato loro donato. Purtroppo, fu avvertito, quella foresta si trovava ormai in uno stato di decadenza e necessitava di una serie di cure per ritornare nuovamente all’importanza originaria. Nonostante la nuova situazione politica venutasi a creare, quel comune istriano non intendeva “[…] di ritenerlo per privati usi, ma di dedicarlo interamente ai bisogni della nazione per le costruzioni navali, in prosperità dei popoli e a difesa comune”195. Vincenzo Dandolo nel suo intervento espresso a quei rappre191 192

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ARC, Archivio familiare Gravisi, b. 41, fasc. 118a, lettera 21 maggio 1797. “Notizie”, 3 giugno 1797, p. 389; Verbali, vol. I/1, p. 76, “Furono lette lettere da Pinguente e da Belluno attestanti delle amiche disposizioni verso la nuova Veneta Municipalità […]”. Si veda anche AST, AAI, b. 1, cc. 837-838, si riporta che i due deputati avevano il “[…] solo oggetto di spiare a qual condizione avesse a rimanere questa abbandonata provincia e per prender una qualche istruzione ancora nel proposito”. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 25; G. de Vergottini, L’Istria alla caduta cit., p. 210. Non abbiamo elementi che lo comprovano ma possiamo presupporre che la decisione della località dell’Istria interna abbia ulteriormente allarmato determinati ambienti del ceto nobiliare, e già il giorno seguente – e riteniamo non a caso – a Isola scoppiarono i tumulti. I disordini dovevano rappresentare il pretesto dell’intervento militare austriaco, la cui calata doveva essere giustificata con la volontà di riportare la calma nei territori interessati dalle sommosse. L. Morteani, Storia di Montona, Trieste 1895, p. 175; il testo dei deputati trovasi anche nella Raccolta di carte pubbliche, vol. VII, pp. 33-34. Verbali, vol. I/1, p. 112.

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sentanti disse “Oggi Montona torna libera, torna amica ed alleata del Popolo Veneto, e reclama i patti inaugurali. La libertà ed i diritti di Montona non periranno mai più”, e a proposito del celebre territorio boschivo (“que’ sacri Boschi”) li invitò a vigilare con particolare attenzione196. Le iniziative di spontanea dedizione provenienti dalla penisola d’oltremare furono accolte favorevolmente a Venezia, come si evince dalla stampa coeva, decisa a presentare i legami storici ed inscindibili tra le due coste”. I nostri fratelli dell’Istria concorrono solleciti a fraternizzare, riprotestando sentimenti di amicizia, di riconoscenza, e di volontaria sommissione, quando pure Venezia vagheggiasse di comandare”. Ma la città di San Marco non desiderava porsi su posizioni egemoniche, perché essa “[…] non ama che d’esser unita perfettamente negl’interessi delle Province, onde meglio sostenere contro i di lei nemici la gran causa della Libertà”197. A seguire fu la volta di Umago, il cui gesto fu recepito con entusiasmo, e in quell’occasione la Municipalità veneziana espresse che “[…] questi due popoli non saranno giammai divisi, ma parteciperanno dei beni e dei mali in perfetta comunanza”198. Il cittadino Gallino accolse ufficialmente la dedizione di quella comunità e al contempo giurò la fedeltà del popolo veneto nei confronti della medesima, promettendo che all’interno dell’assemblea del governo vi sarà posto anche per il loro rappresentante e che la costituzione sarà uguale per tutti, “[…] e uniti tutti agiranno non più per la felicità d’una sola, ma di tutte le Città […]”199. Nella città di Tartini i capi famiglia si erano riuniti nel duomo di San Giorgio, elessero trenta membri che avrebbero formato il governo del comune. Quella località non era nobile in quanto si annoverava tra le “terre”, esisteva però un ceto tra i più agiati della penisola, condizione dettata dal redditizio commercio salifero200. Inoltre fu stabilito che la dimensione 196

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Carte pubbliche, t. II, p. 249; G. de Vergottini, L’Istria alla caduta cit., pp. 210212. Sulle vicende del provveditore del bosco di San Marco, Angelo Garbizza, accusato di averlo gestito e curato infelicemente, rinviamo al saggio di G. Netto, Vicende dell’ultimo capitano veneto del bosco di Montona, in “AMSI”, n. s., vol. XV, 1967, pp. 131-148. “Monitore Veneto”, 12 giugno 1797, col. 113. Ibidem. I rappresentanti umaghesi erano i cittadini Franceschi e Favretti, Verbali, vol. I/1, p. 113. “Il Nuovo Postiglione”, 10 giugno 1797, p. 411. La produzione salifera rappresentava una delle maggiori entrate, accanto ad essa, però, vi erano anche altre attività grazie alle quali molti popolari si elevarono socialmente. Tra i rappresentanti più in vista ricordiamo Giuseppe Barbojo, esponente di un’antica famiglia piranese e al contempo “uomo nuovo” la cui fortuna era legata ai commerci e al sale, infatti, era proprietario di numerosi bacini di cristallizzazione, in più possedeva terreni di recente acquisizione, case, barche e torchi. Vi erano poi i Vatta, costruttori edili, e i Bruni che amministravano i sali, A. Apollonio, Una cittadina istriana nell’età napoleonica cit., p. 22, un elenco dei maggiori proprietari delle saline di Pirano, risalente al 26 novembre 1807, trovasi alle pp. 92-93, dal quale si evince che buona parte delle famiglie patrizie originarie erano state ormai allontanate dalle proprietà degli stabilimenti


religiosa mantenesse la sua forza espressiva e al contempo si decise di conservare l’antico stemma del patrono San Giorgio nonché di “[…] rispettare tutte le abitudini innocue, per emendar dove occorra efficacemente gli errori ed i mali […]”, ed una volta eliminata qualche insegna che rimandava ai tempi andati, la “rigenerazione del popolo piranese” si sarebbe compiuta201. A Pirano si assistette ad un’istituzione comunale singolare e senza precedenti, che era il risultato dell’intesa raggiunta tra i notabili ed i popolani. Essa si discostava dalla forma suggerita dalla città lagunare: era composta da una rappresentanza paritaria di tre corpi ossia gli ex patrizi, i proprietari terrieri, i marinai e commercianti. L’assemblea cittadina aveva eletto 120 membri e tra questi ne furono scelti 30, 10 per ogni corpo. L’organo esecutivo aveva, invece, quindici delegati202. Una rappresentanza, invece, approdò a Venezia per concedersi in segno di fratellanza e per rimarcare i rapporti consuetudinari tra le due città. L’istituzione della municipalità democratica, proprio come nell’episodio di Rovigno, fu a tutti gli effetti l’occasione da tanto tempo attesa che doveva portare al ricambio della dirigenza politica cittadina203. La risposta di Giovanni Dandolo, presidente della Municipalità provvisoria, non si fece attendere, e l’11 giugno 1797 si rivolse ai rappresentanti del popolo di Pirano rammentando che la dedizione della loro città – avvenuta nel 1283 – fu dopo pochi anni tradita dall’“infame oligarchia” che con la serrata del Maggior Consiglio aveva, di fatto, assoggettato un’intera comunità, determinando l’usurpazione, la perfidia, il raggiro, e la violazione d’ogni patto sociale”. Un cambiamento epocale era in atto e nel prosieguo Dandolo invitava quei delegati, una volta ritornati alle loro case, di consolarle “[…] sulla pienezza dei nostri voti e della nostra gioja per l’indissolubile nodo di fratellanza stabilito fra di noi”204. In quell’occasione i rappresentanti offersero anche le proprie risorse e sollecitarono la riapertura delle saline, tanto importanti per l’economia di quel municipio e fonte di sostentamento per molte famiglie205. Per i municipalisti veneziani, quella “rivoluzione” non solo era la prova tangibile dei “sentimenti fraterni” di quella popolazione nei loro confronti, ma rappresentava un “[…] felice avvenimento [che] assicura alla Patria un prezioso paese de’ buoni Fratelli e delle importantissime Saline”206. I Piranesi ottennero la promessa che per

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saliferi. Tra gli altri elementi popolani in ascesa ricordiamo, per esempio, i Contento negozianti di manifatture o quelli che intrapresero la carriera medica; pur appartenendo ad un’antica famiglia piranese, risalente al XVI secolo, essi mai fecero parte del Maggior Consiglio della città, M. Bonifacio, Antichi casati di Pirano d’Istria: i Contento, in “AMSI”, n. s., vol. XL, 1992, pp. 163, 217. “Monitore Veneto”, 12 giugno 1797, col. 120. A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 119. E. Ivetic, Oltremare cit., p. 391. Carte pubbliche, t. II, p. 289-290; la notizia fu riportata anche da “Il Nuovo Postiglione”, 12 giugno 1797. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 26; cfr. anche S. Žitko, Istra ob padcu cit., p. 28. Carte pubbliche, t. II, p. 257.

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Lettera di Giovanni Dandolo ai rappresentanti di Pirano. (Museo Correr, Venezia)

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quanto concerneva la loro economia non vi sarebbe stata più una “barbara politica” esercitata dall’oligarchia della capitale, pertanto da quel momento in poi non vi sarebbero state più delle limitazioni sulla produzione salifera, ad esempio, e furono invitati a sviluppare le industrie del territorio, perché “Venezia democratizzata non cesserà mai di amarti, di assisterti, e di cooperar seco alla comune felicità”207. Uno dei primi interventi concreti fu la promessa di un’anticipazione di 15 mila lire ai salinai per agevolarli nel duro lavoro, continuando in tal modo una consuetudine che la Serenissima aveva sempre rispettato208. Il 14 giugno la Municipalità scrisse alla cittadina in questione evidenziando il “legame antichissimo di reciproco interesse che ci lega” ed espresse non poco piacere per la decisione della comunità piranese di unirsi alla Venezia “rigenerata”209. Appena fu ristabilita la calma, a Capodistria i due sindici di quella comunità, assieme a due membri popolani, si recarono nella città lagunare con l’intento di comunicare ufficialmente la volontà di quella città di continuare a rimanere parte integrante della nuova Repubblica democratica. In pratica si erano recati a compiere un atto spontaneo di dedizione. La sommossa, che aveva messo a soqquadro il centro urbano, non aperse la strada ad una municipalità, evidentemente perché gli esponenti del patriziato, favorevoli alla democrazia, erano troppo deboli per dare vita a un governo alternativo210. La maggioranza della nobiltà optò piuttosto per l’Austria e quella posizione la manifestò esplicitamente all’arrivo delle autorità asburgiche. 207

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Ivi, p. 289-290; vedi anche Verbali, vol. I/1, pp. 120-121. Precedentemente, il 6 giugno, la Municipalità veneziana scrisse a Bortolo Bruni, scrivano de’ Sali nella città di Tartini: “Toccante le somministrazioni di danaro, sente la Municipalità tutta l’importanza di prestarsi a pronto soccorso, tuttochè le circostanze attuali non siano le più propizie. Quanto prima dunque verrà spedito una porzione di danaro. Intanto i nostri Fratelli, i nostri cittadini Deputati di codesta città saranno costì resi, e speriamo di sentir presto che questo Popolo si sia rigenerato sulle basi della Libertà dell’eguaglianza fondata nella virtù”, ASV, Democrazia, b. 23, fasc. Lettere scritte dalla Municipalità a diversi, c. 19. Carte pubbliche, t. II, p. 257, la Repubblica assegnava annualmente, nel mese di marzo, una somma di 54 mila lire; pubblicato anche nella Raccolta di carte pubbliche, vol. VII, pp. 38-39. A Venezia si era del parere che i Piranesi andavano aiutati, prima però si attendeva l’unione formale (così si riporta in data 6 giugno 1797), “Sui doni esibiti all’antico governo in quelle parti, il cambiamento delle cose non dà motivo per ritrattarli, trattandosi del ben della patria, e siano ripetuti. Sulle domande di una anticipazione di soldo, vi si supplirà in qualche misura; lo si promette, ma si attenda la loro fraternizzazione”, Verbali, vol. I/1, p. 107. La notizia è riportata anche nella monumentale opera di S. Romanin, Storia documentata di Venezia, cit., p. 167. A riprova dell’interesse veneziano per l’industria salifera rammentiamo che ancora il 7 settembre 1797 il cittadino Giuliani si espresse in merito, evidenziando che le saline istriane, dopo l’invasione austriaca, erano ormai improduttive, Verbali, vol. I/1, p. 667. ASV, Democrazia, b. 23, c. 29, “[…] accogliamo colla più viva emozione del nostro cuore la vostra fraternizzazione”. E. Ivetic, Stefano Carli cit., p. 242.

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A Venezia fu letta l’epistola giustinopolitana in cui si evidenziava la preoccupazione per eventuali nuove sommosse qualora si fosse presentato l’ex nobile Dolfin, già capitano di Raspo211. Dopo “Le notorie turbolenze nate in questa città alla caduta della Veneta Republica, le progressive ossilazioni di una guerra intestina, le voci imperiose di un Popolo affascinato su di falacissimi principj, ed eretto con altisonante voce di sovranità”, la nobiltà, desiderosa di riportare la calma, deliberò di formare una delegazione da inviare nella città lagunare, “onde implorare ajuti e forze militari”212. Il volere dei popolani fu che accanto ai rappresentanti del patriziato ve ne fossero anche due provenienti dai ceti più bassi. Furono prescelti Antonio Tremul e Antonio Filippini, rispettivamente calzolaio e muratore, entrambi padri di numerosa famiglia213. La rappresentanza capodistriana vi soggiornò per sedici giorni214. Nel principale centro dell’Istria la situazione era in realtà alquanto ambigua, e sa da un lato una delegazione fu spedita nell’antica capitale, dall’altro il patriziato ne formò un’altra e con la massima prudenza fu mandata a Trieste per sollecitare un pronto intervento austriaco215. La paura dei giorni in cui la cittadina fu in pratica ingovernabile e la stessa nobiltà si era trovata in balia dei rivoltosi contrassegnò quelle famiglie. Esse desideravano solo il ritorno della tranquillità e di un’autorità in grado di mantenere l’ordine. Di conseguenza non si escludeva che l’intervento fosse stato incentivato dal ceto patrizio, interessato in primo luogo a difendere la propria posizione216. L’ex podestà e capitano Balbi doveva, a quel punto, organizzare un governo provvisorio per placare gli animi217; non poté far nulla in quanto l’invasione austriaca era praticamente già in corso. A Rovigno le notizie dei mutamenti che stavano avvenendo nella città di San Marco giunsero quasi immediatamente via mare218, pertanto 211 212 213 214 215 216 217 218

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Verbali, vol. I/1, p. 120. Per uno sguardo d’insieme sul Capitanato di Raspo si rinvia al recente studio di S. Bertoša, Rašpor i Rašporski kapetanat. Povijesni pregled, Pazin 2005. ARC, Archivio familiare Baseggio, b. 1, fasc. 5 AST, AAI, b. 50, c. 236r. In ARC, Archivio familiare Baseggio, b. 1, fasc. 5, si conserva l’elenco dettagliato delle spese sostenute dai sindaci deputati spediti a Venezia, dal 7 al 23 giugno 1797. Il documento è riprodotto in appendice. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., pp. 20-21; BCT, AD, 10 F XVIII, Leggi del Primo Governo Austriaco in Istria. “Mercurio d’Italia”, luglio 1797, pp. 10-11, “Restava anche qualche dubbio che l’armata imperiale fosse stata chiamata da alcuni nobili del paese, gelosi di conservare i loro titoli e i loro principj aristocratici”. Verbali, vol. I/1, p. 120. L’11 maggio 1797 il giudice Filippo Spongia e il sindico del popolo cap. Leonardo Davanzo riferirono dell’arresto dei tre Inquisitori di Stato; il 15 maggio ritornò a Rovigno la barca dei fratelli Blessich i quali riportarono la nuova dell’abdicazione del Maggior Consiglio, mentre il giorno seguente, con un’imbarcazione proveniente da Venezia, arrivò la notizia dell’entrata francese in città, p. A. Biancini, Croniche di Rovigno cit., pp. 121-123.


a Venezia fu recapitata una lettera in cui si indicava la volontà di quella comunità a democratizzarsi e si chiedeva lumi sulle modalità con le quali farlo219. Nella città lagunare si lesse la lettera di Rocco Sbisà, sindico e capo popolo della località istriana, esponente di una tra le antiche casate della città220, in cui spiegava al Comitato di salute pubblica la volontà dei Rovignesi a fraternizzare, governandosi però da sé. Il Mocenigo, che aveva presentato l’epistola, giudicò altamente importante accogliere quell’offerta, dato che “[…] quel paese [è] il luogo centrale dell’Istria, comunica i più alti sentimenti di cooperare, perchè l’Istria tutta segua il suo esempio”221. Il 6 giugno il sindico del popolo ritornò nella sua città d’appartenenza con le relative istruzioni per convocare la seduta nella quale si sarebbe proclamato il governo democratico. Due giorni più tardi nel refettorio del convento francescano si riunì una sessantina tra le persone più in vista222. L’11 giugno, invece, il “consiglio universale dei cittadini capi di famiglia”, composto da 1036 unità, si adunò nel duomo di Santa Eufemia ed elesse diciotto rappresentanti che avrebbero formato la “municipalità del popolo libero e sovrano” e governato la città223. Dopo tale decisione e al canto del Te Deum i municipalisti, decorati con la sciarpa tricolore, uscirono dall’edificio sacro, accompagnati dall’approvazione della popolazione, parte della quale indossava la coccarda tricolore, e si diressero verso il palazzo pretorio ormai ribattezzato in Palazzo nazionale224. Quell’episodio sancì una volontà politica da tempo manifestata da parte di quella componente, che potremmo definire proto borghese, arricchitasi e che desiderava partecipare alla gestione della vita pubblica225. Con l’avvenuta democratizzazione si decise fosse opportuno inviare dei rappresentanti a Venezia per fraternizzare con la Municipalità provvisoria, furono prescelti Zuanne Costantini e Mattio Brunetti, altri due, Gaetano Borgo e Mattio Cherini, invece, dovevano recarsi a Pisino per ottenere delle informazioni relative alle intenzioni dei co219 220 221 222 223 224

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Verbali, vol. I/1I, p. 78 M. Bonifacio, Antichi casati di Rovigno d’Istria: gli Sbisà dalle origini ai nostri giorni, Trieste 1989, pp. 5, 7. Verbali, vol. I/1I, p. 86. B. Benussi, Storia documentata di Rovigno, cit., pp. 198-199. Id., L’Istria nei suoi due millenni cit., p. 412; p. A. Biancini, Croniche di Rovigno, cit., pp. 123-126. Id., Storia documentata di Rovigno, cit., p. 199; G. Radossi-A. Pauletich, Repertorio alfabetico delle Cronache di Rovigno di Antonio Angelini, in “ACRSR”, vol. VII, 1976-1977, pp. 233-234; A. Pauletich, Effemeridi ristrette di Rovigno 552-1903, Trieste 2006, p. 58. Come esempio concreto menzioniamo la posizione di Francesco Fabris, notaio a Villa di Rovigno, che annoverava un patrimonio pari a 45 mila ducati in moneta corrente, cioè circa 35 mila ducati effettivi (aveva un capitale superiore a quello del monte di pietà), ma non faceva parte del consiglio cittadino, E. Ivetic, Oltremare cit., p. 338. L’importante fonte che fotografa il consistente patrimonio del surricordato notaio “borghese” è stata pubblicata da G. Radossi, L’inventario dell’eredità di Francesco Fabris qm. Vittorio da Villa di Rovigno del 1797, in “ACRSR”, vol. XXVII, 1997, pp. 251-344.

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mandi militari austriaci. Ormai era però troppo tardi, le unità del generale di Klenau erano già a Parenzo226. Reputiamo sia interessante richiamare all’attenzione la versione dei fatti secondo Andrea dei Vescovi, che il 28 agosto 1797 fu eletto dal Consiglio della Comunità di quella città alla carica di camerlengo. Si nota anzitutto la valutazione negativa attribuita all’introduzione della democrazia nella città di Sant’Eufemia. Il surricordato riporta che “Per fatale disgrazia spinta anco questa nostra Patria dall’urto diabolico di alcuni spiriti torbidi e rivoluzionari, che nel momento dei cambiamenti cercano li loro privati vantaggi, e che con intreccio di violenza e circuizione insinuando nel basso volgo lo spirito di democrazia, di libertà, d’eguaglianza lo ridussero a convocarsi il giorno 11 giugno 1797 nel Duomo ha (sic) formare la loro concertata Municipalità colla scandalosa intrusione persino del parroco. Sul momento vantando la municipalità stessa un potere illimitato ed una sognata sovranità di popolo, spalleggiata dalla procuratasi forza armata rivoluzionaria, s’impossessò di tutti i luoghi pubblici e pij, rapinando ed esurpando al corpo civico con un ammasso di disordini e prepotenze gl’antichi suoi diritti e privilegi avvallorati da luminosi documenti e consolidati da lunga serie di secoli senza alcuna abdicazione, rinuncia o assenso del corpo civico medesimo e colla dispersione a loro talento dei più sacri inviolabili depositi pubblici non ancora rimessi”227. L’ultima cittadina a seguire l’esempio fu Parenzo, ma si trattò di un tentativo fallito a metà. Nella medesima, i cui rapporti tra patrizi e popolani erano problematici, anche se non sfociarono nelle violenze registrate altrove, la democratizzazione doveva compiersi in accordo con il vescovo Polesini. Furono due cittadini, Mattio Callegari e Andrea Gregoretti, deputati del Comitato di salute pubblica della città di San Marco, a portare in quelle contrade le disposizioni circa l’elezione di una municipalità democratica. I due furono designati dalla Municipalità provvisoria a prendere le redini della città qualora fosse stato formato il governo democratico e di tale decisione fu informato anche l’ex podestà parentino228. L’iniziativa fu però troncata il 12 giugno all’avvicinarsi del naviglio imperiale, che rappresentò un insuccesso per i popolani, al contrario per la nobiltà si trattò di un evento ragguardevole giacché l’intervento austriaco rappresentava la certezza che i loro privilegi non sarebbero stati offuscati. Quell’avvenimento fu rammentato anche successivamente. A tale proposito segnaliamo una testimonianza che illustra palesemente quale fosse la posizione di quel ceto. Il nobile parentino Antonio Albertini, in una sua cantata presentata al conte di Thurn declamò: 226 227 228

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P. A. Biancini, Croniche di Rovigno cit., pp. 127-128. AST, AAI, b. 23, c. 378r. G. de Vergottini, L’Istria alla caduta cit., 218; ASV, Democrazia, b. 110, Processo verbale 1797, 17 maggio-24 agosto 1797, cc. 24v, 26v.


“Non lo sperammo invan, nè invan divoti / porsimo voti al ciel: le sospirate / falangi vincitrici / per renderci felici / Cesare alfin c’invia; crollan le basi / di libertate vacillante; e alfine / sotto il novello alloro / ricomincia per noi il secol d’oro”229. Il 14 giugno, all’indomani dell’entrata degli Austriaci in città, due giudici parentini, il conte Vincenzo Maria Papadopoli e il nobile Giorgio Sincich, riunirono in via straordinaria il consiglio cittadino ed invitarono i suoi membri ad accogliere il conte di Thurn e a dedicarsi agli Asburgo. I deputati Felice Lanzi e Giorgio Filippini, invece, si recarono dall’alto rappresentante imperiale con la richiesta del riconoscimento e della conservazione dei diritti spettanti al patriziato230. Con l’arrivo delle armi imperiali fecero ritorno anche diverse famiglie gentilizie, riparate per lo più a Trieste. I Becich e gli Zuccato, ad esempio, consci del fatto che ormai fosse inverosimile una minaccia contro il ceto che essi rappresentavano, ma titubanti per le influenze che provenivano dall’altra parte del mare, espressero il loro sdegno verso coloro che indossavano la coccarda tricolore – verde, bianco e rossa – e perciò pretesero la sparizione di quel nastro dalla circolazione231. Sul finire del XVIII secolo nella città eufrasiana i notabili, che costituivano quasi un quinto della popolazione, avevano viepiù acquisito una posizione di rilievo, pensiamo solo che nel 1789 un esponente di spicco come Gian Paolo Polesini si fece il promotore della costruzione di una Loggia civica, che fu eretta con il contributo delle casate nobili. La stessa, oltre ad essere un luogo di ritrovo per i maggiorenti, rappresentava una sorta di riconoscimento del loro ruolo, sia economico sia sociale, all’interno della comunità232. Il timore per il dilagare delle nuove idee non si affievolì con l’arrivo degli Austriaci, lo testimonia chiaramente una lettera di Gian Paolo Polesini dell’agosto 1797. Il medesimo racconta che nel porto di Parenzo approdarono due piccoli navigli i cui armatori erano francesi. I notabili della città ritennero che quella presenza potesse contribuire a sollevare buona parte della popolazione, poiché “[…] in non piccola porzione di questi volgari abitanti non sono interamente estirpati li democratici semi fomentati dall’abituale comunicazione con Venezia”, perciò il surricordato 229

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La cantata trovasi in Relazione degli onori fatti nella Città di Parenzo, in “Oss. Triest”., 24 luglio 1797, p. 910. In quel periodo fu data alle stampe anche la raccolta di poesie per ricordare il “faustissimo ingresso nel castello di Montona” del conte di Thurn, cfr. G. de Vergottini, L’Istria alla caduta cit., p. 229, nota 57. F. Salata, L’ultimo secolo, in “AMSI”, vol. XXVI, Parenzo. Per l’inaugurazione del nuovo palazzo del comune, 1910, p. 254. ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione II, c. 1v. A Venezia i cittadini erano invitati a portarla come “insegna di Fratellanza”, G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 137. E. Ivetic, Nobili, cittadini, popolani cit., p. 38.

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nobile riteneva opportuno potenziare la guarnigione per evitare qualsiasi forma di disordine233. A Dignano, nel sud della penisola, non si registrarono dei disordini ed i popolani, che da tempo erano organizzati, trovarono una forma di compromesso con i notabili. Il 17 giugno 1797 una delegazione composta da elementi eterogenei: i giudici Domenico Licini e Antonio Tromba, i deputati Domenico della Zonca e Cristoforo Tromba nonché i sindici del popolo Giorgio Davanzo e Andrea Trevisan si recarono a Pola per dimostrare al conte di Klenau “[…] il giubilo universale nell’esser divenuti sudditi di Sua Maestà Imperiale Reale et Apostolica […]” ed assicurare, a nome del popolo che rappresentavano, la loro costanza, ubbidienza e fedeltà al sovrano, e che i giudici, deputati e sindici avrebbero provvisoriamente amministrato la giustizia finché nella località non fosse giunto il commissario conte di Thurn, “[…] il quale avrebbe provveduto al bene di tutti”234. Successivamente (settembre 1797) la Municipalità provvisoria di Venezia non avrebbe nutrito più alcuna riserva nei confronti del patriziato locale, anzi, lo accusò di aver contribuito a staccare le terre adriatiche dal corpo della Repubblica, e “Gli ottimi Cittadini però sapranno conoscere le sorgenti, da cui derivarono i mali, che soffrono, e vedranno apertamente, che l’Istria e la Dalmazia furono rapite alla Fratellanza dei Veneti in dipendenza soltanto della prepotente forza usurpatrice, e degli Uffizj delli dispersi avanzi dell’Aristocrazia, che appiè dei Troni va mendicando, ma inutilmente, di ancora esistere”235. Gli atti di lealtà dell’Istria rappresentarono un segno evidente della volontà delle cittadine di quella penisola di continuare ad essere parte integrante dello Stato veneziano, così come accadde con le località del Dogado (Cavarzere, Mestre, Pellestrina, Murano, Torcello), cosa che invece non accadde con la Terraferma, dato che, eccetto Chioggia, Castelfranco, Portogruaro, Adria e Bassano, si registrò un atteggiamento avverso e di insofferenza nei confronti dell’antica capitale236. A Brescia, 233 234 235 236

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AST, AAI, b. 1, c. 530, nel frattempo “Fattasi poi severa la notte tenebrosa, sull’aurora sparirono li Francesi armatori, che non posero neppur piede a terra e con essi si dileguò ogni popolare fantasma”. Ivi, b. 47, c. 650. Carte pubbliche, t. VI, p. 341. Lo storico statunitense George B. McClellan scrive che l’Istria e la Dalmazia rappresentavano un caso particolare, poiché le due province rimasero sì fedeli a Venezia ma dimostrarono poco entusiasmo per la democrazia, G. B. McClellan, Venice and Bonaparte, Princeton 1931, p. 258. A pochi giorni dall’occupazione austriaca dell’Istria il Comitato di salute pubblica della Municipalità provvisoria


ad esempio, il movimento rivoluzionario, manifestatosi con l’ingresso degli eserciti francesi in città, fu espressione di una parte della nobiltà che colse quella circostanza per ribellarsi a quella veneziana e quindi spezzare il legame che la univa alla città lagunare. Anche in quel contesto specifico il popolo espresse un atteggiamento ostile nei confronti delle nuove idee ma anche verso la nobiltà insorta, e non mancarono le sollevazioni al grido di “Viva San Marco”, accompagnate dalle accuse mosse al patriziato, ritenuto il vero responsabile della situazione dolorosa in cui caddero quelle comunità. Espressioni di fedeltà al vecchio governo si registrarono anche nei maggiori centri urbani (Vicenza, Padova, Verona, Rovigo, Bassano, Conegliano, Portogruaro, Sacile, ecc.) come pure nelle valli bresciane e bergamasche237. Anche nel prosieguo di quell’estate (11 agosto 1797) non mancarono esempi di profondo attaccamento nei confronti dell’antica “madre”. Come riporta Luigi Morteani, citando fonti austriache, il Cesareo Regio Governo provvisorio avrebbe individuato a Venezia un gruppo di padroni di barca, provenienti da Pirano, da Cittanova, da Parenzo e da Rovigno, decisi ad incitare la Municipalità provvisoria ad intervenire militarmente, con uno sbarco di truppe, per riacquistare la penisola istriana di recente occupazione238. Le informazioni pervenute alla Direzione politica economica di Pirano evidenziano che i surricordati padroni di barca avevano “[…] l’iniqua intenzione, non solamente di cospirare e formare complotti contro la C. R. Truppa, ma ancora d’inveire contro i loro proprj com-

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di Venezia espresse non poca preoccupazione per la cesura esistente tra la città lagunare e la Terraferma, e, anzi, nutriva le speranze nell’azione del generale Bonaparte, il quale doveva sapere che senza quell’ampio entroterra “noi non siamo una nazione”. Vi erano poi altri punti interrogativi, perché in quel momento (14 giugno 1797) “[…] non possiamo contare neppure sopra tutto il Dogado. Chioggia è ancora refrattaria all’unione”, Verbali, vol. II, p. 236. L. Faverzani, Brescia e Venezia. Maggio 1796-marzo 1797, in “Studi Veneziani”, n. s., vol. XXVI (1993), Pisa 1994, pp. 303-302, 327; A. Franchetti, Storia d’Italia cit., p. 353. L. Morteani, Pirano per Venezia, in “AT”, s. III, vol. III, fasc. I, 1906, p. 62. Nel corso di quell’estate anche la stessa Municipalità provvisoria aveva più volte sollecitato la creazione di una legione armata veneziana da inviare oltre l’Adriatico per cacciare gli Austriaci dall’Istria e dalla Dalmazia, G. Scarabello, La Municipalità democratica, cit., p. 305. Le autorità asburgiche controllarono con una certa attenzione lo stato d’animo di alcuni esponenti piranesi. Una nota del 1799 riporta che Pietro Apollonio “[…] dopo essere stata presa la parte in codesto Civico Magistrato di prestare a nome della Popolazione, il giuramento di fedeltà all’Augusto Sovrano, discorrendo egli con alcuni Popolari della parte stesso, siasi espresso che nell’avvenire più non direbbero di esser stati venduti dalli Nobili ma bensì dal medesimo Magistrato, aggiungendo ch’esso non aveva facoltà di disponere, ma che doveva chiamar tutto il Popolo ad un tal giuramento, esprimendosi in aggiunta che il Magistrato poteva riconoscere la di lui salvezza della Guardia militare, mentre in caso diverso poteva temere di venire incendiato”, AST, AAI, b. 20, c. 434r.

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patrioti e d’introdurre nell’Istria quella anarchia e quel furore democratico che tiene oppressa la città di Venezia ed una parte di Terraferma”239. Dalle carte d’archivio si desume che i marittimi delle cittadine della riviera istriana mal sopportassero il nuovo ordinamento e di conseguenza si adoperassero per capovolgerlo. Il Tribunale Provvisionale di Cittanova, grazie alle informazioni pervenute, poté rilevare “[…] che vi siano ancora alcuni mal intenzionati padroni di barca, e marineri nei porti di Pirano, Parenzo e Rovigno, che conservano la sana speranza di sovvertire la pubblica tranquillità, si aveva ordinato ad essa direzione con decreto 13 del passato agosto d’inquisire con cautela e segretezza contro tutti quelli i quali si fossero resi sospetti, o che si scoprissero all’eccidio non tanto della C. R. Milizia quanto ancora de’ loro compatrioti, facendoli arrestare, e quivi condurre, sotto guardia militare, sino ad ulteriore disposizione di questo Provvisorio Governo”240. Le idee rivoluzionarie non erano per nulla gradite alle autorità asburgiche, le quali, anzi, cercarono di arginare e di combattere. I rapporti marittimi tra le due coste dell’Adriatico, da secoli molto intensi, continuarono ad essere praticati anche con il venir meno della Serenissima241. Nel 239 240 241

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Ivi, b. 1, c. 828. Ivi, c. 560. Gli intensi scambi commerciali che interessarono l’area adriatica era una conseguenza dell’aumento delle imbarcazioni registrato alla metà del XVIII secolo, chiaro riflesso della ripresa avvenuta a seguito della pace di Passarowitz (1718). Terminati i conflitti con gli Ottomani, l’Adriatico ritornava ad essere un’area di vivaci interscambi che favorirono in primo luogo le imbarcazioni di piccolo cabotaggio e destinate al piccolo traffico, soprattutto la brazzera (in età napoleonica rappresentava il 90 per cento dell’intero naviglio), seguivano il trabaccolo, il pielego, la peota e la tartana, tutte usate quasi esclusivamente per il commercio. Tale risveglio fu dettato anche dal fatto che l’Adriatico fosse un mare più sicuro alla navigazione rispetto al di là della linea Patrasso-LepantoZante, che, a seguito della perdita veneziana della Morea, fu infestata dalla pirateria barbaresca. Il ripiego verso il “Golfo” aveva parallelamente sviluppato nell’ambito della Repubblica, una politica tendente ad incentivare le costruzioni navali, che si ripercosse anche nella penisola d’oltremare. Dopo il 1760 si riscontra un gran numero di paroni dediti alla pesca o al piccolo traffico e si sviluppò la figura del parone imprenditore che annoverava delle imbarcazioni di maggiore capacità di carico e che nella maggioranza dei casi dipendeva dalle commesse provenienti da Trieste. In base all’inchiesta dei Cinque Savi, promossa per avere una visione di quale fosse la consistenza del naviglio da trasporto e da pesca in Istria, negli anni Quaranta del Settecento, veniamo a sapere che le imbarcazioni da pesca ammontavano a 308 pari al 58, 3% del totale, quelle da trasporto a 90 (17%) mentre quelle adibite alle mercanzie erano 30 (24, 6%). Un altro dato interessante riguarda le barche indicate “da trasporto”, molto presenti a Pirano, Capodistria, Rovigno e Pola. La concentrazione maggiore era registrata nella città di Tartini, infatti, da lì proveniva il 66, 6% di esse; erano utilizzate per lo più per il trasporto del sale. È quanto mai opportuno non generalizzare e considerare le comunità della costa come proiettate esclusivamente verso la navigazione. La campagna rappresentava ancora il settore dal quale si ricavava la maggiore fonte di ricchezza, ed è sufficiente rammentare che gli stessi paroni, che


porto di Parenzo, ad esempio, attraccavano imbarcazioni provenienti dalla Romagna, alcune addirittura da Genova e, soprattutto, dalla città lagunare, per caricare la legna da ardere. Una carta datata 6 agosto 1797 riporta che tutti i bastimenti che avessero trasportato altri prodotti oppure si fossero presentati con la bandiera delle repubbliche di Venezia, Ancona e Genova “[…] che l’Augustissimo Sovrano non vuol riconoscere, saranno a norme delle Provvidenze medesime, o costretti a disalberare lo sconosciuto padiglione, o retrocedere in alto mare. E se poi sbarcassero da essi, o da altri, persone dei suddetti Paesi rivoluzionati, senza cognito onesto interesse, che qui li richiami, non ne sarà permesso l’introito, e saranno respinte quelle ch’osassero spargere semi di rivoluzione, o maligne spiegazioni alle benefiche viste di Sua Maestà o suoi Rappresentanti […]”242.

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ambivano al riconoscimento politico, facevano riferimento al capitale proveniente dalla terra, proprio come gli ottimati. Era, caso mai, la mancanza di terra che spingeva verso le attività legate al mare. In alcune cittadine, come Pirano, Capodistria e Muggia, sui cui territori comunali si estendevano delle importanti saline, la produzione salifera rappresentava un’entrata fondamentale che giovò allo sviluppo in senso lato di quei centri urbani, U. Tucci, La marina mercantile veneziana nel ’700, in “Bollettino di storia della società e dello stato veneziano”, vol. II, Venezia 1960, pp. 169, 175; E. Ivetic, La flotta da pesca e da commercio nell’Istria veneta nel 1746, in “AV”, s. V, n. 179, 1995, pp. 148, 151-152, 154155; Id., Oltremare cit., pp. 193-197, 356-357, 362-366. Per la marineria di Pirano si vedano i dati relativi al primo Ottocento riportati da A. Apollonio, Una cittadina istriana nell’età napoleonica cit., pp. 101-103 AST, AAI, b. 4, c. 309.

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Lo smembramento dello Stato veneto L’aquila imperiale invade i territori veneziani dell’Adriatico orientale A pochi giorni dalle sommosse che sconvolsero le città dell’Istria settentrionale la situazione si aggravò ulteriormente, infatti, la penisola, e progressivamente tutte le terre dell’Adriatico orientale, vennero occupate dalle truppe austriache. Dapprincipio l’invasione era vista tutt’al più come una chiara usurpazione asburgica dei territori veneziani d’oltremare, poiché, nonostante i mutamenti di ordine statuale, nella città lagunare si continuò a considerare la nuova realtà, retta dalla Municipalità provvisoria, in tutta la sua estensione territoriale cioè entro quelli che erano i confini della Serenissima. Era ritenuta un’occupazione illecita anche perché, se è vero che in alcune cittadine si verificarono delle sollevazioni, un processo di democratizzazione era in atto e le comunità della sponda opposta avevano manifestato spontaneamente ed esplicitamente il desiderio di unirsi a Venezia243. Se il venir meno del governo oligarchico aveva schiuso una nuova stagione, i nuovi protagonisti propugnavano l’intangibilità dei possedimenti marciani. Quella speranza era solo un abbaglio che, evidentemente, non teneva conto degli stravolgimenti in atto nell’intero vecchio continente. Venezia non solo avrebbe perduto le coste dirimpettaie, situate alla porta di casa, con le quali vi era uno stretto vincolo, ma nel giro di qualche mese sarebbe stata travolta dalle macchinazioni diplomatiche per scomparire definitivamente dalla storia come soggetto autonomo. L’amputazione dell’Istria e della Dalmazia rappresentò a tutti gli effetti un trauma, in primo luogo perché esse si annoveravano tra le prime porzioni territoriali passate nell’orbita della Dominante e per il fatto che nel corso dei secoli le medesime avessero contribuito non poco allo sviluppo della Repubblica. Il Comitato di salute pubblica della Municipalità veneziana, già il 14 giugno 1797, scrisse a Mengotti che “L’occupazione dell’Istria è fatale per noi. Senza l’Istria Venezia, la sua marina e il suo commercio, tutto è paralizzato. Si teme che la Dalmazia possa avere lo stesso destino. Dunque, o la guerra, o la morte, quando gli Austriaci non si ritirino”244. Quelle terre costituivano una sorta di antemurale che difendeva il suo Golfo e il Dogado. Tra gli opposti lidi, specie dell’Adriatico settentrionale, i rapporti quotidiani, gli scambi commerciali, umani, culturali, artistici, ecc., avevano dato origine ad un’osmosi che plasmò quelle rive, tant’è che possiamo parlare di una civiltà adriatica che, salvo lievi specificità locali, 243 244

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Verbali, vol. II, pp. 233, 235. Ivi, p. 236.


non si differenziava grandemente245. I disordini che interessarono i centri urbani istriani all’inizio di giugno del 1797, che avevano enormemente sconcertato la nobilità della regione, non fecero altro che accelerare la penetrazione asburgica nelle province veneziane della sponda opposta. Essa non corrispondeva affatto alla volontà di rasserenare una situazione caotica, bensì era una delle conseguenze dei preliminari di Leoben246, in cui Napoleone e la Casa d’Austria si accordarono preventivamente sulle sorti dei territori adriatici, appartenenti a Venezia. In quelle giornate d’aprile nella località stiriana siffatta invasione fu prevista ed approvata. Nella conduzione personale della politica italiana, Bonaparte, pur di conservare le conquiste fatte nel corso di quella campagna militare, era disposto a cedere ampie porzioni territoriali all’Austria, contrapponendosi, di fatto, al Direttorio. Furono degli articoli segreti che ridisegnarono la carta geopolitica dello spazio compreso tra la pianura padana e l’Adriatico meridionale. In Italia l’Austria avrebbe ceduto ai Francesi la Lombardia – Francesco II si adoperava in primo luogo per l’integrità dell’Impero, Milano e quella regione, ovviamente, non rientravano entro quei confini – e riconosciuto l’occupazione di Modena; a sua volta, però, esigeva l’ottenimento di altri territori come compensazione. Gli “equi risarcimenti” li avrebbe guadagnati amputando i domini della Serenissima; la promessa, infatti, concerneva i settori compresi tra l’Adriatico e il fiume Oglio, incluse l’Istria e la Dalmazia. La Francia, invece, avrebbe acquisito i rimanenti possedimenti della Dominante247. Tale baratto cozzava contro ogni ideale della Rivoluzione e al diritto dell’autodecisione dei popoli. Considerato però il precedente della spartizione della Polonia, avvenuta solo qualche decennio prima (1772), nessuna delle due parti sollevò alcun dubbio. La terza spartizione avvenne solo qualche mese prima (26 gennaio 1797), e i tre stati coinvolti risolsero definitivamente la questione dello smembramento di quell’entità statale248. Alla fine, grazie all’abilità napoleonica (il corriere delegato a consegnare nella capitale le condizioni di quei preliminari aveva altresì il compito di diffondere la notizia della pace lungo il suo cammino, e dovunque fu accolta con entusiasmo), e con 245 246

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Per i rapporti tra le due coste si vedano, ad esempio, i saggi presenti negli atti della tavola rotonda Pirano-Venezia 1283-2003, a cura di K. Knez, “Acta Historica Adriatica” vol. III, Pirano 2009. I rappresentanti del Regno di Sardegna riportano che agli inizi di giugno del 1797 i reparti militari austriaci procedevano in direzione dei territori veneziani. Vi erano quattro corpi, ciascuno composto da 15 mila uomini, situati tra Lubiana e Graz, a Gorizia, l’ala destra si trovava in Carinzia mentre quella sinistra era posizionata tra Trieste e Fiume, G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., p. 100. J. Godechot, La Grande Nazione. L’espansione rivoluzionaria della Francia nel mondo 1789-1799, trad. it., Bari 1962, p. 245 H. Seton-Watson, Storia dell’impero russo 1801-1917, trad. it., Torino 1971, p. 47, l’Austria ottenne la Galizia occidentale, la Prussia la Polonia centrale con Varsavia, la Russia, invece, il resto della Podolia, la Volinia e la Lituania.

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un’opinione pubblica a lui favorevole, il Direttorio dovette abbandonare ogni iniziativa ed accogliere quanto aveva deciso il generale249. Ad oltre un mese dalla firma dei preliminari di Leoben Bonaparte era intenzionato a modificare quanto le due parti avevano concordato, e lo fece capire anche attraverso una comunicazione ufficiale inviata a Vienna il 26 maggio 1797. Per evitare un repentino mutamento degli accordi, l’imperatore dette l’ordine di occupare le ex province adriatiche della Serenissima250. In quell’occasione il generale corso incontrò a Milano il marchese Di Gallo al quale propose di discutere – si trattava di negoziati privati – in merito alla possibilità di variare i preliminari di aprile e in quella circostanza non si nascose la possibilità di immolare Venezia. Se la Francia avesse ottenuto il confine sul Reno, per garantire l’equilibrio tra gli stati in Europa, Napoleone avrebbe ceduto Salisburgo e Passau all’Austria, alla Prussia sarebbero andati dei compensi per la sottrazione dei territori renani, l’Impero avrebbe mantenuto la sua integrità e la città di San Marco sarebbe passata a Francesco II in cambio delle province lombarde da aggregare alla Cisalpina. L’ambasciatore Di Gallo accolse le proposte ma il 10 giugno 1797 furono rifiutate dal ministro degli esteri austriaco, il barone Thugut, e lo stesso giorno – e non dev’essere ascritto ad una semplice fatalità – le unità militari asburgiche penetrarono in Istria. Il rigetto di quelle intenzioni era motivato in primo luogo dalla volontà di rispettare quanto si previde a Leoben, ma anche dal fatto che sia per le province adriatiche sia per la Terraferma non vi fosse alcun riferimento specifico251. Quanto era stato stabilito a Leoben doveva subire alcune alterazioni e l’Austria insisteva sulla necessità di concordare un congresso per definire la pace252. Per tali divergenze i negoziati sarebbero stati procrastinati, le posizioni degli interessati avrebbero mutato il loro punto di vista e il trattato di pace sarebbe stato firmato solo dopo lunghe trattative. La notizia preoccupò non poco la Municipalità provvisoria, in base alle informazioni raccolte dai diplomatici partenopei, il ministro francese avrebbe scritto alla medesima assicurandola che il movimento delle truppe fosse avvenuto senza un previo accordo. E malgrado l’impegno proveniente d’oltralpe – come si vedrà il Direttorio non era al corrente della doppia politica di Bonaparte – vi era un sentore di mutamento, “[…] e si cominciò a presagire lo sfacelo dello Stato Veneto”253. Da Venezia si sottolineava che 249 250 251 252 253

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J. Godechot, La Grande Nazione cit., p. 246. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 168. Ivi, pp. 206-207. A. M. Bettanini, Tra Leoben e Campoformio. L’attività diplomatica del marchese Di Gallo, in Id., Studi di Storia dei Trattati e Politica internazionale, Padova 1939, pp. 122-124. G. Nuzzo, A Venezia, tra Leoben e l’occupazione austriaca (dalla corrispondenza dei diplomatici napoletani), estratto da “R. Liceo-Ginnasio T. Tasso Salerno”, annuario 1935-36, Salerno 1937, p. 170.


l’invito a democratizzare l’Istria era stato già inoltrato e che le comunità vi aderirono volontariamente. La Municipalità provvisoria stava suggerendo anche ai deputati di Capodistria come destreggiarsi, promettendo loro di fornire le forze necessarie per il ristabilimento della tranquillità in quella città particolarmente provata. Appare chiaro che con la penisola vi era un rapporto inscindibile. Secondo i municipalisti, infatti, un’eventuale cessione del Friuli avrebbe rappresentato un male minore anziché la perdita del territorio istriano254.

L’occupazione austriaca dell’Istria veneta A circa due settimane dall’evacuazione francese da Trieste, i reparti militari asburgici penetrarono nei territori veneziani della penisola. L’8 giugno 1797 il console spagnolo a Trieste, Don Carlos de Lellis, in una lettera inviata a Don Manuel de Godoy Duca di Alcudia Principe della Pace, Primo Ministro e Ministro degli Esteri a Madrid, scrisse che fra due giorni le forze armate asburgiche avrebbero iniziato l’invasione dell’Istria. Secondo il medesimo si trattava di un territorio che, assieme a qualche altra porzione dei domini marciani, sarebbe stato ceduto da Bonaparte all’imperatore in cambio della Lombardia255. Per l’ingresso in Istria si utilizzarono sia le vie terrestri sia la navigazione. Le arterie stradali erano per lo più malridotte e di conseguenza il movimento fu lento e faticoso, infatti, ci volle una settimana prima che le truppe giungessero a Pola256. Nonostante siffatti problemi da Trieste salparono pure delle unità navali che trasportavano l’artiglieria e le munizioni e che sbarcarono le truppe lungo la costa occidentale della penisola257. Capodistria fu la prima città ad essere toccata dalle truppe imperiali, che entrarono il 10 giugno al comando del generale conte di Klenau258. I 254 255 256 257 258

Verbali, vol. II, p. 222, per favorire i commerci si riteneva fosse stato opportuno acquisire Trieste. O. de Incontrera, L’occupazione francese di Trieste cit., p. 363. A. Apollonio, L’Istria veneta cit., p. 127; G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., pp. 33, 36. “Oss. Triest”., 12 giugno 1797, pp. 641-642. Tra i problemi maggiori cui bisognava fare fronte rammentiamo la sistemazione dei soldati. I sindaci deputati della comunità, Nicolò de Baseggio e Nicolò del Bello, non sapendo come affrontare la situazione si rivolsero ai conti Nicolò Borisi e Andrea del Tacco, che però rifiutarono di dare il loro aiuto; alla fine fu Francesco Vidacovich, nominato Commissario sopra gli alloggi delle C. R. Truppe, a trovare gli alloggi per gli uomini in uniforme. La truppa fu collocata negli ex conventi di San Francesco e dei Serviti, l’ospedale militare fu ricavato negli ambienti della confraternita di Sant’Antonio; i 18 cannonieri furono sistemati dapprima presso i fratelli Celadin e successivamente nell’ex chiesa di Santa Sofia, mentre la cavalleria e la banda militare finì rispettivamente nel magazzino del sale, situato nel rione di San Pieri, e nel convento di Sant’Anna, G. Poli, Aspetti militari della prima occupazione austriaca in Istria, in “La Porta Orientale”, Trieste 1965, p. 295.

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corpi di guardia si sistemarono nel Castel Leone nonché presso la Porta della Muda e la Porta del Porto. Dopo breve tempo nella città di San Nazario il comando passò al maggior generale de Klöbös e tra le forze armate vi rimase solo il terzo battaglione di fanteria Jordis con lo stato maggiore259. L’ingresso delle truppe entro i confini dell’Istria veneta fu giustificato dalle autorità asburgiche come una sorta di precauzione, tesa a contenere lo spirito ribelle presente nei territori a loro prossimi. L’intervento fu presentato come imprescindibile, perché a seguito del precipitare della situazione nelle cittadine non lungi da Trieste, quell’onda rischiava di travolgere anche i possessi arciducali. Di conseguenza, per far fronte ad ogni velleità, la macchina militare si mise in moto per garantire la sicurezza e l’ordine nei territori ereditari della casa regnante260. Come si legge sull’editto del 10 giugno 1797 emesso a Capodistria dal conte Raimondo di Thurn, cesareo regio commissario, la presenza austriaca doveva “[…] assicurare a’ suoi Sudditi la tranquillità, e mantenere il buon ordine nelle vicine Provincie […]”, e proteggere l’Istria “da tristi effetti della totale sovversione”261. Per tali motivi l’imperatore ritenne conveniente l’invio dei suoi reparti militari. Uno tra i primi compiti affrontati dalle nuove autorità fu l’individuazione dei responsabili dei tumulti dei giorni precedenti. Sei Capodistriani furono giudicati colpevoli in quanto riconosciuti come i maggiori responsabili dei disordini e furono deportati a Komorn (Komárom in slovacco, Komárno in ungherese), città della corona magiara posta sul Danubio, oggi in Slovacchia262. Il giorno successivo nel centro urbano entrarono varie unità militari confinarie precedute da alcune compagnie di reggimenti Jordis e Stuard nonché dalla cavalleria ussara. In quell’occasione fece il suo ingresso solenne anche il conte Raimondo di Thurn “cesareo regio special Commissario” che prese la città sotto la “protezione” imperiale263. 259 260 261

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Ivi, p. 296. “Oss. Triest”., 3 luglio 1797, p. 743. Id., 12 giugno 1797, p. 639, secondo il foglio tergestino “Gli Abitanti di questa Provincia ravviseranno certamente nell’ingresso delle Truppe austriache un motivo di riconoscenza a Sua Maestà Imperiale Reale Apostolica, alla cui vigilanza divengono debitori della continuazione di loro tranquillità nell’uso inviolato delle loro proprietà […]”, ivi, p. 640. La notizia fu riportata anche nelle “Notizie”, 13 giugno 1797, p. 433, mentre nell’edizione del 17 giugno riprodusse il contenuto del manifesto del conte di Thurn, il medesimo giorno lo pubblicò anche “Il Nuovo Postiglione”, p. 431. Il testo dell’editto è riprodotto pure nella rivista diretta da Pietro Kandler, Alcuni atti del primo governo austriaco in Istria, in “L’Istria”, Trieste 26 maggio 1849, p. 99; Raccolta di carte pubbliche, vol. VII, pp. 269-270; Il diritto d’Italia, pp. 16-17 Spectator, Ricordi di 100 anni fa, in “L’Amico”, 13 giugno 1797, p. 1. “Oss. Triest”., 12 giugno 1797, p. 641. L’entrata del rappresentante asburgico fu sancita nel duomo cittadino dal vescovo da Ponte, che dal pulpito spiegò ai convenuti le ragioni che fecero sì che l’imperatore intervenisse in Istria, che sarebbe stata “anticamente Provincia austriaca”, determinate in primo luogo “dall’ammutinamento del popolaccio”, il quale non solo s’era abbandonato a vari eccessi, ma, nella notte tra il 10 e l’11 giugno, aveva fissato addirittura di saccheggiare l’archivio municipale.


Editto del conte di Thurn, emesso a Capodistria il 10 giugno 1797. (Archivio regionale di Capodistria)

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Nel duomo si tenne un’assemblea generale della cittadinanza in cui il vescovo Bonifacio da Ponte illustrò la situazione e al contempo sancì ufficialmente l’ingresso dei nuovi padroni264. Le formazioni si spostarono anche nelle località limitrofe; trecento soldati entrarono a Isola ossia laddove “[…] pochi giorni prima il popolaccio avevavi trucidato il Podestà, e vi arrestarono uno de’ Caporibelli ed assassini […]”265, il quale sarebbe stato condotto in prigione. La descrizione fornitaci da “L’Osservatore Triestino” collimava con l’immagine che gli Austriaci volevano dare di sé e cioè quella dei pacieri o meglio di coloro che entrarono in Istria con le armi con il fine nobile di ripristinare l’ordine all’indomani delle sollevazioni, che avevano scosso non poco i casati gentilizi. Ecco allora che anche i reggimenti croati confinari, che entrarono nell’interno della penisola, sarebbero stati accolti “[…] con giubilo dal Popolo, gemente sotto li mali della disorganizzazione, e della furia anarchica”266. Il ceto patrizio di Capodistria, ad esempio, per ingraziarsi alle nuove autorità dedicarono addirittura un sonetto al conte Giovanni di Klenau in cui espressero la loro riconoscenza per l’intervento armato che pose fine ai disordini che avevano sconvolto la città. Nel foglio a stampa, “In attestato di profondissima stima e gratitudine” si legge tra l’altro: “A noi, che hai tolti da Tumulti e inciampi, / Non men di gratitudine si aspetta, / Che á Popoli da Te sottratti ai vampi / Di guerra, e al giogo d’aspra ostil vendetta. Orda infernal d’empj desir, di sangue / E d’oro ingorda già stringerci, e fora / Egida resa ormai schiava, ed esangue; / 264

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G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 30, secondo l’autore le parole del vescovo sarebbero state suggerite dagli stessi commissari austriaci. L’atteggiamento compiacente degli alti esponenti del clero era dettato dalla consapevolezza che, nell’ambito dell’Austria, la Chiesa avrebbe continuato a godere di una posizione di rilievo. Seppure la monarchia avesse conosciuto le riforme di Maria Teresa e di Giuseppe II, che interessavano anche la sfera ecclesiastica, in essa continuava ad esistere una Chiesa di stato che era un prezioso alleato dell’autorità politica, cfr. F. Zwitter, Napoleonove Ilirske province, in Id., O Slovenskem narodnem vprašanju, Ljubljana 1990, p. 205. “Oss. Triest”., 12 giugno 1797, p. 639 Ibidem. Solo per Rovigno abbiamo qualche cenno sulla determinazione di alcuni di opporsi all’ingresso dei 500 uomini di fanteria e ai 100 di cavalleria al comando del conte di Klenau. Nelle cronache di Antonio Angelini si legge che “[…] un certo sig. Domenico Bori, uomo oltre gli ottanta e paralitico, insorto nel terror della discussione, e sguainato il pugnale, esclamasse: ‘Doversi difendere la libertà sino all’ultima goccia di sangue’”. Non si arrivò all’uso delle armi grazie alla mediazione dei rappresentanti della municipalità, mentre il militare asburgico dichiarava in nome dell’imperatore di rispettare la Municipalità, il Capitolo e tutti i luoghi pii, B. Benussi, Storia documentata di Rovigno, cit., p. 201; G. Radossi-A. Pauletich, Repertorio alfabetico cit., p. 234.


Ma un Nume á noi Te volse, l’altra face / Spense discordia, e venner seco allora / Tranquillitade, sicurezza, e pace”267.

Sonetto dedicato al conte di Klenau da parte della nobiltà capodistriana. (Archivio regionale di Capodistria) 267

ARC, Archivio familiare Favento, b. 1, fasc. 5.

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A dire il vero in tutta la penisola non si registrò alcuna forma di opposizione, e man mano che le forze di occupazione avanzavano nelle cittadine costiere veniva emanato il proclama in cui si assicurava alla popolazione la loro incolumità fisica nonché la conservazione delle loro proprietà268. L’unico fatto d’arme che si registrò in quel periodo, che menzioniamo in quanto singolare e non tanto perché fosse di qualche importanza, avvenne all’altezza delle isole Brioni. In quella circostanza alcuni tiri di cannone partirono dalle navi della formazione franco-veneta diretta a Corfù contro la brazzera sulla quale si trovava il generale Klenau, che da Rovigno lo portava a Pola269. Scene di giubilo vi furono anche nel momento in cui la Cesarea Regia Aulica Commissione partì da Capodistria per le varie cittadine del territorio, per prendere possesso dell’Istria a nome dell’“Augustissimo Sovrano”270. Particolarmente fastoso fu il ricevimento a Parenzo (29 giugno). Il conte di Thurn fu accolto al Casino de’ Nobili in una piazza completamente illuminata dalle torce e addobbata con scritte in lode alla casa regnante, mentre il nobile Antonio Albertini dedicò all’ospite una Cantata 268

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“Oss. Triest”., 3 luglio 1797, p. 743. Come curiosità ricordiamo che all’arrivo delle milizie austriache a Muggia, l’avvocato e patrizio Pietro Bachiocco dedicò addirittura un sonetto, riprodotto in Id., 21 luglio 1797, p. 898; un altro sonetto fu dedicato dall’abate muggesano Pietro Buran, Id., 31 luglio 1797, p. 956. ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 18 giugno 1797 al Comitato di salute pubblica; G. Gullino, Il quadro politico ed economico, in Napoleone e Campoformido 1797. Armi, diplomazia e società in una regione d’Europa, a cura di G. Bergamini, Milano 1997, p. 18. Vedi l’interessante decrizione in “Oss. Triest”., 3 luglio 1797, pp. 746-747. Nella Biblioteca civica “Attilio Hortis” di Trieste (R. p. Ms. Misc. 188) esiste il manoscritto, con molta probabilità coevo, Notizie correnti in Trieste, di Pietro Sanuta. Per la situazione a Parenzo e a Rovigno si rinvia a “Oss. Triest”., 7 luglio 1797, pp. 766-767. Particolarmente rilevante fu l’appoggio del clero, il quale, titubante di fronte alle nuove idee che provenivano d’oltre l’Adriatico, manifestò la propria simpatia per gli Asburgo in primo luogo perché difensori della fede. Significativo è il messaggio del vescovo di Cittanova Teodoro Loredan, ne riportiamo un passo: “Fratelli nel Signore, e Figli direttissimi, possiamo assicurarvi con quella Potestà Spirituale, che ci fu data dall’Alto per il bene delle Anime vostre, che tutta quest’opera, per la sua sollecitudine, per il riflessibile momento, dobbiamo credere effettivamente derivata della Mano di Dio, avendoci destinati sotto il Cattolico Augusto Governo di Francesco II, che dobbiamo venerare, obbedire per intima persuasione, e per li più sacri doveri di una costante suddita rispettosa gratitudine, e figliale riconoscenza”, Id., 14 luglio 1797, p. 809. Un’altra testimonianza di indubbio interesse è l’orazione di don Pietro de Fabris, parroco di Lonche, in cui evidenzia: “dobbiamo con pari sentimento venerare ancora le risoluzioni da Dio ispirate all’Invitto Monarca di assumerci in sua tutela, e divenirci così, alla sola comparsa del suo Imperiale Vessillo fra noi, l’Angelo della Pace, il Relegatore di que’ perfidi Mostri di rapace sedizione e rivolta, che ci avrebbero strascinati in un abisso orribile di irreparabili mali”, Allocuzione del parroco di Lonche d. Pietro de Fabris, fatta al suo Popolo, nell’annunziargli il possesso preso da S. M. I. R. Ap. della Provincia dell’Istria, in Id., 28 luglio 1797, p. 934.


e un’anacreontica intitolata La publica felicità nel nuovo Governo monarchico271. A Rovigno Thurn, accompagnato dal generale maggiore conte di Klenau, fu ospitato entusiasticamente con festeggiamenti e illuminazioni (5 luglio)272. I notabili istriani accolsero favorevolmente il nuovo governo, anche se si presenterà particolarmente assolutistico, poiché garantiva l’ordine e tutelava gli antichi diritti e privilegi nobiliari, nonché per il fatto fosse stato quell’intervento militare, voluto dall’imperatore, a scongiurare il peggio in un momento in cui in vari punti della penisola gli animi della popolazione avevano turbato seriamente la loro esistenza. Diversa era, invece, la posizione dei popolani. Poiché le nuove autorità erano consapevoli di non godere della loro simpatia, agirono con la propaganda. I manifesti emanati, in cui si assicuravano determinate agevolazioni (e che al contempo sottolineavano la necessità di mantenere la calma in quanto ogni offesa contro le truppe austriache sarebbe stata severamente punita), avevano proprio quell’intento273. Proprio a causa della posizione di una parte non indifferente della popolazione, e per paura del dilagare delle idee rivoluzionarie, le autorità asburgiche agirono con le dovute contro misure e la polizia ben presto si mosse ed iniziò ad osservare con attenzione quanto stava accadendo negli ex territori veneziani passati all’Austria274. Da Fiume, invece, le truppe puntarono sulle isole del Quarnero, sbarcando sulla costa orientale istriana e sulle isole circostanti, toccando Cherso, Ossero, Lussino, Veglia, Arbe e Pago275. L’avanzata austriaca, che 271

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La dettagliata descrizione del ricevimento ed i testi menzionati si trovano nell’articolo Relazione degli onori fatti nella Città di Parenzo, cit., pp. 909-911. Anche in occasione del primo anniversario dell’ingresso delle truppe imperiali in Istria si susseguirono le funzioni religiose e i festeggiamenti promossi dal clero e dal patriziato locale, vedi gli articoli dell’“Oss. Triest”., 15 giugno 1798, pp. 908-910 e 25 giugno 1798, p. 981. Parenzo era indicata come una delle località in cui la nobiltà aveva maggiormente manifestato le proprie simpatie nei confronti dell’Austria. Il 17 giugno 1797, ad esempio, cioè a una settimana dall’inizio dell’occupazione dell’Istria da parte dei reparti militari asburgici, Dandolo lesse ai membri della Municipalità provvisoria di Venezia il rapporto dell’ex podestà della città eufrasiana in cui si evidenziava che l’intervento armato fosse stato in buona parte determinato dalle macchinazioni del patriziato locale, Verbali, vol. I/1, p. 147. B. Benussi, Storia documentata di Rovigno, cit., p. 202; p. A. Biancini, Croniche di Rovigno cit., p. 132. G. Quarantotti, Trieste e l’Istria cit., p. 36; S. Žitko, Istra ob padcu cit., p. 28. Vedi ad esempio T. Matić, Pabirci iz arhiva austrijske Polizeihofstelle iz godina 1797-1810, in “Starine”, vol. 46, Zagreb 1956, soprattutto le pp. 45-47. Ugualmente accadde anche nella Terraferma veneta ove i patrioti che confluirono nella Cisalpina ottennero sì la cittadinanza lombarda ma furono sempre guardati con sospetto e considerati dei ribelli pericolosi, nonché anarchici che andavano costantemente tenuti sotto controllo, C. Zaghi, L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, vol. XVIII/1, Torino 1986, p. 55. Per maggiori dettagli si rinvia a “Oss. Triest”., 10 luglio 1797, pp. 786-787; T. Erber, Storia della Dalmazia dal 1797 al 1814, vol. I, Zara 1886-1888, in “AMSD”, vol. XVIII, 1990, p. 56.

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non aveva conosciuto ostacoli di alcuna sorta o delle opposizioni, avrebbe riscontrato una situazione diametralmente opposta nella città di Cherso. Qui, all’arrivo dei soldati imperiali, scoppiò un’insorgenza popolare contro la nobiltà, la quale, per evitare il peggio, dovette rifugiarsi a Besca, sull’isola di Veglia, a Segna e in altre località. Il capitano Giorgio Luchich o Luksich, invece, si avvicinò al capoluogo isolano, ma di fronte alle intimidazioni della popolazione armata tentò di rasserenare gli animi, ma non poté fare nulla in quanto fu minacciato d’essere ucciso e di conseguenza dovette allontanarsi276. Il conte veneto Ottaviano Bembo cercò di calmare la situazione, ma non riuscì a contenere l’irruente massa popolana277. Anche nel capoluogo isolano la dinamica dei fatti ricorda molto quanto era avvenuto a Isola all’inizio di giugno e che portò all’uccisione del podestà Pizzamano. Per quanto concerne la rappresentanza politica, se è vero che la nobiltà annoverava il maggior numero di cariche è doveroso ricordare che anche i popolani furono inclusi a ricoprire varie cariche278. La popolazione in rivolta si scagliò contro il patriziato ancora presente in città, irruppe nella casa di Antonio Bernardin de Petris e colà fu gravemente ferito279. A Cherso, analogamente a quanto si verificò nella località istriana, si sparse la voce che i nobili abbiano accettato la dedizione all’imperatore. Tale falsa notizia scatenò il livore del popolo, e si evitò il peggio solo grazie all’inter276

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Il medesimo riparò nella valle di Gausa, sull’isola di Cherso. Successivamente i canonici Giuricich, Novacich e Sabaglia nonché monsignor Fucich, assieme ad altre persone, si recarono in quella località e assicurarono al capitano di far ritorno al capoluogo isolano, N. Lemessi, Note storiche, geografiche, artistiche sull’isola di Cherso, vol. IV, Roma 1980, p. 292; L. Tomaz, Le quattro giornate di Cherso 12-15 giugno 1797, in difesa del gonfalone di San Marco e la tenace resistenza popolare durante la prima dominazione austriaca, in “AMSD”, vol. XXV, 1996, pp. 37-39. L. Tomaz, Le quattro giornate di Cherso cit., pp. 36-37, rimandiamo a questo lavoro per una dettagliata ricostruzione dei fatti. Nel capoluogo isolano i magistrati erano trentatre, gli stipendiati ammontavano a sedici. Ai nobili erano riservate ventidue cariche, delle quali dodici erano di loro pertinenza, mentre le altre dieci le svolgevano in collaborazione con i popolani, S. Mitis, Cherso nel maggio del 1797, in Id., Frammenti di storia liburnica, Zara 1890, p. 34; si rinvia anche a Id., Note storiche sull’isola di Cherso, in “La Rivista dalmatica”, vol. I, fasc. II, Zara 1899, pp. 150-161. S. Mitis, Il governo della Repubblica veneta nell’isola di Cherso. Memorie e documenti, Maddaloni 1893, p. 31; ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione II, c. 1v. Per lungo tempo si credette che il patrizio fosse stato ucciso; fu Silvio Mitis, in un suo saggio, a dipanare la questione. Lo studioso riporta le informazioni passategli dal ragioniere Antonio Cella, che nel 1909 aveva raccolto la testimonianza di Maria Bolmarcich, all’epoca ottantasettenne, i cui genitori – testimoni oculari dei fatti chersini del 1797 – in varie occasioni le avevano narrato lo svolgimento della vicenda. Due popolani avevano fatto irruzione nella casa di de Petris, accusato di conservare nascosta la bandiera imperiale, e lo pestarono violentemente tanto che perse i sensi. Vedendolo accasciato in una pozza di sangue, e quindi creduto morto, i due se ne andarono, per un’esauriente descrizione si veda S. Mitis, Cherso ed Ossero sotto la Serenissima, in “AMSI”, vol. XLIV, 1932, pp. 185-186.


vento del canonico Giuricich e dei fratelli Malebotich280. Alla fine fu il vescovo di Veglia, monsignor Antonio Sintich, che aveva dei buoni rapporti con l’isola antistante, a rappacificare i popolani e il patriziato, radunandoli nella piazza cittadina alla presenza del clero281.

La mancata “fraternizzazione” della Dalmazia La notizia del venir meno del governo oligarchico e della democratizzazione di Venezia non tardò a propagarsi nell’area adriatica e nelle città portuali le informazioni penetrarono nel giro di alcuni giorni. A Spalato, ad esempio, la nuova giunse il 16 maggio 1797, e, come annotò Antonio Koludrović, un dalmata che ritornò nella sua terra da Venezia, portando seco una serie di informazioni relative a quel cambiamento radicale, quell’avvenimento produsse “mestizia e timore” e fu giudicato una calamità peggiore della peste che aveva colpito la città nel 1784282. Nel periodo compreso tra la fine del dominio veneziano e l’occupazione austriaca la Dalmazia sprofondò nell’anarchia ed i fatti cruenti misero in primo piano le tensioni e le contraddizioni di un’intera regione. Dato che essa, come abbiamo più volte ribadito, rivestiva un’importanza notevole bisognava fare in modo che rimanesse legata a Venezia. Il municipalista Giovovich (Jovovich) presentò al Comitato di salute pubblica un piano per “conciliare la Fraternizzazione della Dalmazia”, una lettera venne inviata nelle Bocche di Cattaro, poiché “essendo luoghi importanti devono prendersi misure avvedute” e al contempo si offerse di inviare una 280

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Particolarmente interessante la descrizione dei fatti redatta da un anonimo: “Il N. H. Ottavian Bembo nostro Comandante non risparmia la propria vita fin dal primo momento per sedare il tumulto. Cerca impedire il suon della campana a martello, comanda, che non s’innalzi la veneta Bandiera riflettendo alle dichiarazioni di guerra. Gli ammutinati, gridano, che piuttosto ch’obbedire beveranno il di lui sangue. Egli però intrepido, solo, inerme, scorre fra l’armi, cerca tranquillizzare la moltitudine. Il massacro de’ Nobili è già deciso. Egli per quattro volte si è cacciato fra la folla, che cercava, ed armata mano, atterrar le porte dell’abitazione di uno di essi; le tre prime con buon esito, nell’ultima à il dolore di vederle già rotte, quindi una dolorosa tragedia. Il sangue del primo non estingue l’odio, si rompono le porte di altre abitazioni, si va in traccia di altri. Per qualche poco, si calma il tumulto, la disperazione succede al furore, e questa minaccia de’ maggiori eccessi”, “Oss. Triest”., 21 luglio 1797, pp. 886-887. Id., 10 luglio 1797, pp. 787-788; S. Mitis, Il governo della Repubblica veneta nell’isola di Cherso cit., p. 33. In base a una relazione veneziana presentata al Comitato di salute pubblica, il vescovo Sintich era considerato filoaustriaco, e a supporto di tale valutazione si ricordarono i suoi viaggi a Fiume, Segna e Novi, ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione III, c. 1r. Si veda anche L. Tomaz, Le quattro giornate di Cherso cit., pp. 40-43. T. Erber, Storia della Dalmazia cit., p. 27.

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sua imbarcazione a Castelnuovo283. Di fronte a quel cambiamento straordinario, che si prestava a molteplici interpretazioni, da Venezia, il 10 giugno 1797, fu inoltrato ai comuni dalmati un foglio a stampa in cui si comunicava quanto era avvenuto nella vecchia capitale e al tempo stesso quelle comunità venivano informate sulla volontà di tenere salde le tessere che formavano i domini di San Marco. Si evidenziava altresì che la città lagunare non ambiva ad alcun predominio, ma auspicava solo l’attuazione della “Fraterna unione” definita “il vero carattere dello spirito Democratico”284. Per evitare che la regione cadesse nelle mani austriache, la Municipalità provvisoria inviò in Dalmazia il cittadino Giovan Luca Garagnin e l’avvocato Angelo Calafati, entrambi dalmati, rispettivamente di Traù e di Lesina, con il compito di democratizzare quella provincia, ed assicurarsi la fedeltà del provveditore generale Andrea Querini285. Tale delicato compito fu affidato ai due in quanto la Municipalità provvisoria, dopo aver vagliato attentamente le loro qualità, caratterizzate da “puro civismo” e patriottismo, li ritenne i più pertinenti a svolgere quell’incarico e confidava nella buona riuscita dell’unione286. La missione, però, fu piena d’insidie, infatti, non poterono approdare a Zara in quanto ostacolati dalla popolazione287, la quale, eccetto uno sparuto numero di intellettuali, non era per nulla attratta dalle idee democratiche. La spedizione, benché fosse partita senza 283

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“Notizie”, 7 giugno 1797, p. 398. Il Comitato di salute pubblica accettò l’offerta del detto Giovovich “onde tentare la tranquilla democratizzazione di que’ Popoli, ch’erano addetti all’ex Governo Veneto” e per l’impresa, cioè per “organizzare la Democrazia, e conservare l’unione fraterna” fu prescelto il cittadino Niccolò Zicovich, vedi Id., 10 giugno 1797, p. 409; Verbali, vol. I/1, p. 190. Non possediamo altre informazioni in merito alla missione, che, tra l’altro, non si concretizzò a causa dell’occupazione austriaca. La Municipalità democratica, però, continuò a vigilare con una certa attenzione sull’area delle Bocche di Cattaro e, per quanto le fu possibile, cercò di assecondare le richieste provenienti da quelle comunità. Il 23 giugno 1797, nonostante l’invasione austriaca in corso, a Venezia si ritenne doveroso annullare l’aggravio che i marinai di Castelnuovo dovevano sborsare per ogni viaggio che facevano e che rimase in vigore sino alla fine della Serenissima, nonostante le petizioni presentate per revocare il balzello. Infine si stabilì che quella popolazione dovesse godere “[…] di tutte le esenzioni, concessioni e privilegi delle altre comunità al pari di quelle di Perasto, Dobrota e Perzagno, in vista al merito conciliatosi da questi fedelissimi cittadini nella difesa del territorio di quella città contro le armi nemiche, in occasione di viva guerra e ad’ogni Pubblico Servizio, ASV, Democrazia, b. 25, f. 1, Arsenal e Marina da 18 maggio 1797 sin 15 novembre, c. 97r. Anche da tale provvedimento si coglie l’illusione si potesse ancora organizzare una resistenza contro i nemici e così custodire almeno parte di quella importante provincia. Ivi, b. 120, La Municipalità provvisoria di Venezia a diverse comuni della Dalmazia, foglio a stampa n. 72. Il testo integrale viene proposto in appendice. Verbali, vol. I/1, p. 57. L’ex provveditore generale fu avvisato dei cambiamenti avvenuti a Venezia nonché della missione affidata ai due dalmati. Il medesimo ottenne anche l’incarico di comandare la flotta ivi ancorata e di eseguire la democratizzazione. ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 27 maggio 1797. G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., p. 94.


subire alcun ostacolo, subì un forte ritardo provocato principalmente da una serie di avverse condizioni meteorologiche che bloccarono il brich cutter “Giasone” con i membri imbarcati dalla Municipalità provvisoria di Venezia. Come comunicarono i due commissari dalmati, in data 11 giugno 1797, e ancora nelle acque di Rovigno, la loro imbarcazione, a causa della mancanza di venti, impiegò due giorni per traversare a stento il golfo, mentre successivamente “[…] l’ostinata contrarietà de’ venti, dirotte pioggie e continue minaccie di fiere tempeste ci obbligarono nostro malgrado di restare per otto giorni nel Porto di Quieto”. La ripresa della navigazione verso la provincia da democratizzare fu possibile non perché la situazione fosse migliorata ma fu, piuttosto, “un effetto dell’ardore degl’ufficiali di marina”288. I rappresentanti della comunità zaratina si rammaricarono con i reggenti veneziani, accusandoli d’aver rinunciato alla Dalmazia lasciandola sola a se stessa. Secondo i medesimi la Municipalità provvisoria doveva inviare per tempo alcuni suoi rappresentanti per spiegare quali fossero i diritti di quella provincia, ma anche per comunicare i piani, la consistenza degli aiuti previsti per quella terra nonché l’apporto militare previsto per la difesa in caso di un attacco terrestre e dal mare. Tutto ciò non accadde, la popolazione dalmata non poté decidere sul proprio destino; i commissari non comparivano, la provincia, a detta dei notabili del capoluogo, continuava a sprofondare nell’incertezza e al contempo “[…] un sordo fermento agitava i spiriti (sic) conturbati dalle grandi mutazioni […]”289. In Dalmazia ormai predominava la propaganda clericale la quale aborriva la nuova impalcatura politica di Venezia e pertanto, proprio attraverso quello strumento, desiderava impedire la “fraternizzazione”290. Ed anche lo stesso Querini non desiderava assistere alla democratizzazione di quella provincia291. Qualche giorno dopo i due commissari, nelle acque presso Zara, interrogarono il paron di barca Antonio Rassol di Selve proveniente proprio dal capoluogo dalmata. Alla domanda relativa ai 288 289 290

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ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 11 giugno 1797. Ivi, lettera 29 giugno 1797. Per gli accadimenti in quella regione è fondamentale il lavoro di R. A. Michieli Vitturi, Storia delle cose successe in Dalmazia dalla dissoluzione del veneto governo aristocratico fino all’ingresso delle armi di S. M. Francesco II imperatore e re, Spalato 1883. G. Praga, Storia di Dalmazia, Varese 1981, p. 221. Successivamente, il 25 luglio 1797, Dandolo espresse che la patria aveva sofferto e pativa ancora dei grandi mali, perché “Vi sono due cittadini, che la legge non abbracciò. Conviene dirigersi a riconoscerli. Questi sono, uno l’ex general Querini, l’altro un certo Morosini, ispettor un tempo della forza armata. Questo s’involò, mentre la patria si trovava in pericolo. Voi vi ricorderete la fatal giornata dei 12, nella quale si lasciò libero il corso al più orribile saccheggio. L’altro giammai corrispose colla Municipalità. Si scrissero lettere, si spedirono persone; ma non diede riscontro alcuno. Egli non preservò gli effetti della piazza di Zara. Anzi giunsero le notizie più tristi, e vi sono delle presunzioni, che abbia esso cooperato ai mali della patria”, Verbali, vol. I/1, p. 301.

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fatti avvenuti in città il medesimo affermò che alla comparsa del legno proveniente da Venezia, il provveditore generale avrebbe dato l’ordine di chiudere e di presidiare tutte le porte del centro urbano piazzando le truppe lungo i terrapieni delle mura (rampari), in particolar modo sopra la Riva della Sanità292. Tale decisione non trovò alcuna riserva da parte della guarnigione della piazza, poiché, come successivamente avrebbero dichiarato i membri del corpo armato, a seguito della caduta della Serenissima essi si dichiaravano “svincolati da ogni legame militare”293. Allorché i due esponenti arrivarono di fronte a Zara (17 giugno 1797), essi non riuscirono mai a metter piede nella provincia, e Querini si rivolse ai due dicendo non fosse opportuno il loro sbarco, in quanto probabilmente vi potevano essere degli agenti austriaci e perché la popolazione non era assolutamente incline ad accoglierli. Il console austriaco in città scrisse, infatti, che quella comunità era favorevole ad accogliere le truppe imperiali294. Il colonnello Giovan Antonio Carrara, presente sull’imbarcazione veneziana, volle capire cosa si nascondesse dietro a quelle diffidenze e a quell’ambiguità; riuscì ad avere un colloquio con il capitano Mazzarovich il quale gli presentò la critica situazione in cui si trovava quella regione, sprofondata nell’anarchia e il cui controllo era ormai sfuggito di mano. Anche in città l’atmosfera era particolarmente infiammata, l’arrivo del bastimento veneziano gettò nello scompiglio una parte della popolazione, perciò, proprio per evitare che il capoluogo dalmata piombasse nei disordini, si precluse ai due commissari di mettere piede sulla terraferma295. Dopo 292 293 294 295

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ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 18 giugno 1797. Ivi, Copia di lettera scritta dal Corpo militare della guarnigione della piazza di Zara li 29 giugno 1797. G. Novak, Pokret za sjedinjenje Dalmacije s Hrvatskom, in “Rad Jugoslavenske Akademije znanosti i umjetnosti”, vol. 269, Zagreb 1940, p. 6, si veda anche A. de Benvenuti, Storia di Zara dal 1409 al 1797, cit., p. 185. ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 18 giugno 1797 al Comitato di salute pubblica. Giorni dopo i notabili zaratini avrebbero scritto: “All’arrivo di questo bastimento nel porto della città noi vedemmo in un momento cambiarsi sino le fisionomie delli abitanti. Un malumor generale li rendeva feroci all’aspetto e braccia minacciose aspettavano forse i momenti del loro disbarco per spiegar colla via de fatti la propria animosità”. E ancora “Fu e sarà sempre al nostro cuore orribile la notte in cui quel bastimento esisteva alla vista della città. Ad onta delle militari disposizioni e custodie il popolo insospettito che potessero di notte introdursi quei commissari e che alcuno delli abitanti ed ufficiali passar potessero al loro bordo girò a partite armate non ponessero piede a terra quelli individui considerati malefici, o che quelli della città si avvelenassero coll’approssimazione a medesimi”, ivi, lettera 29 giugno 1797. Da Zara partì una delegazione – composta dall’arciprete Giovanni Giurovich, dal nobile Francesco Nassi, dal cittadino conte Antonio de Medici e dal popolano Candido Morovich – verso Vienna per dedicarsi all’imperatore ed invocare l’intervento militare. A Segna la medesima incontrò il colonnello Casimir il quale comunicò che Francesco II lo aveva autorizzato a occupare la città, G. Novak, Prošlost


aver udito quanto esposto dal colonnello i due commissari non indugiarono a ripartire e lo fecero appena in tempo dato che degli scalmanati, a bordo di quattro imbarcazioni, erano intenzionati ad inseguirli296. Il giorno seguente scrissero al cittadino Querini: “Voi ci faceste intender di non por piede a terra in Zara nella giornata di jeri. Voi non permetteste al cittadino collonello Carara messaggio nostro d’innoltrarsi in città per parlarvi e per dirvi le intenzioni nostre relative alle disposizioni del Popolo Sovrano di Venezia. Voi non vi recaste al nostro bordo, ne spediste alcuno in tutto quel giorno e in tutta la notte successiva. Cosa mai dobbiamo pensare di voi, da cui dipende codesta porzione di terrestre e marittima possanza del Sovrano Popolo e poi ricusaste di riconoscerlo nelle persone de suoi legitimi rappresentanti spediti e venuti presso di voi con piena fiducia per abbracciar voi e la milizia e per cooperar alla libertà e alla sicurezza di questo e di tutto il popolo dalmatino. Cittadino, la vostra direzione non può essere più osservabile e la vostra responsabilità non può essere maggiore in faccia alla Patria che tutto si prometteva da voi e che rimase interamente delusa, vi mandiamo le vostre commissioni, che non potemmo consegnarvi ne farvi consegnare in Zara ed inoltre una copia di lettera istruttiva del Comitato di salute pubblica oggi pervenutaci per espresso. Pensate ai diritti e agl’interessi del Popolo di Venezia pensate ai vostri doveri e alle responsabilità contratte non solamente di Zara, ma per l’estensione della Provincia tutta”297. La lettera proveniente da Venezia invitava l’ex provveditore generale a porre freno all’irrequieta popolazione montana nonché a garantire la sicurezza ed i patrimoni sia pubblici sia privati, impiegando la forza di terra e di mare a sua disposizione. Il medesimo avrebbe dovuto altresì rior296 297

Dalmacije, vol. II, Split 2004 (ediz. orig. Zagreb 1944), p. 49; A de Benvenuti, Storia di Zara dal 1409 al 1797, cit., p. 188. G. Gullino, La congiura del 12 ottobre 1797 e la fine della Municipalità veneziana, in “Critica storica”, a. XVI, n. 4, Firenze 1979, pp. 550-551; T. Erber, Storia della Dalmazia cit., pp. 52-53. ASV, Democrazia, b. 23, Copia di lettera scritta dalli commissari Gio. Luca Garagnin e Anzolo Calafati. Andrea Querini si era giustificato per quanto era accaduto asserendo che egli non fosse ufficialmente al corrente dei cambiamenti avvenuti a Venezia, dato che nessuno lo aveva informato in merito. Il Comitato di salute pubblica però riteneva che l’ex provveditore fosse in malafede, poiché “[…] atteso il breve tragitto da qui a Zara e la quantità delle barche che in una tal stagione di continuo vanno e vengono è fisicamente impossibile che non gli sia stato a cognizione tuttociò ch’era di già noto alla provincia intiera giacchè fino dai 20 maggio tutti sapevano e l’abdicazione e l’arresto degli ex Inquisitori e le stragi della fatale giornata dei 12 […]”. Come prima cosa si riteneva avesse dovuto assicurare la sua adesione alla nuova realtà politica e contemporaneamente coglieva una certa sua ambiguità, dato che “[…] egli, invece dirige il suo dispaccio al Serenissimo Principe, mentre quasi contemporaneamente scrive al cittadino municipalista Calegari riscontrando di essere al fatto di tutte le seguite mutazioni”, ivi, b. 112, f. 3, Comitato di salute pubblica, c. 3.

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ganizzare la provincia in base alle linee guida contenute nel piano che i due commissari dovevano inoltrargli, il cui tentativo fu però ostacolato298. Gli avvenimenti in quella regione non lasciavano ben sperare e il 20 giugno la Municipalità provvisoria scrisse a Mengotti “Anche la Dalmazia può calcolarsi perduta”299. L’atteggiamento e la condotta dell’ex provveditore di Dalmazia ed Albania rappresenteranno argomento di discussione nelle sessioni della Municipalità provvisoria di Venezia, i cui consiglieri erano dell’avviso dovesse ritornare nella città lagunare per esporre la dinamica dei fatti, rendere comprensibili determinate sfaccettature della questione e così rimuovere i punti oscuri sulla vicenda. Qualora non si fosse presentato a Venezia entro trenta giorni egli sarebbe stato giudicato colpevole e responsabile di quegli accadimenti e pertanto gli sarebbero stati confiscati tutti i suoi beni sia mobili sia immobili300. Querini non si presenterà mai davanti ai rappresentanti del nuovo governo e di conseguenza non risponderà in merito agli eventi che interessarono la provincia adriatica. Ad un mese circa dal fallito tentativo di sbarco a Zara da parte dei commissari Garagnin e Calafati, in una lettera il Nostro presentò la sua posizione giustificando altresì la causa della sua irreperibilità301. Nella regione esisteva sì un nucleo democratico ma era relativamente debole ed isolato; fu travolto dai popolani e dalla popolazione rurale fomentata dal clero (soprattutto i francescani), le cui posizioni erano indiscutibilmente francofobe e provenivano dal basso302. Il “Mercurio d’Italia” riteneva che quella situazione confusionaria fosse anche una conseguenza della reazione dei soldati schiavoni, i quali, a seguito del loro cessato servizio, furono imbarcati a Venezia e spediti nella provincia adriatica, e proprio in Dalmazia avrebbero manifestato la loro avidità di bottino ma anche la loro avversione nei confronti di tutto ciò che fosse francese e/o riconducibile alla Municipalità provvisoria. Per evitare i disordini, che poi puntualmente si verificarono, il provveditore di Dalmazia impedì alle trup298 299 300 301

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Ivi, b. 23, c. 40, La Municipalità Provvisoria di Venezia al cittadino Andrea Querini; R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., pp. 44-49. Verbali, vol. II, p. 247. ASV, Democrazia, b. 112, f. 3, Comitato di salute pubblica, c. 3. “Partito pertanto progrediva il mio viaggio, quando ritrovandomi nell’acque di Lossino venne la mia salute scossa e debilitata da passati travagli ed angustie, attaccata da non lieve indisposizione nel momento medesimo che da relazioni avute restai avvertito che nell’acque dell’Istria esistevano bastimenti corsari, che nudando in corsa potevano incontrarmi ed imbarazzarmi in qualche sinistro accidente. Sorpreso pertanto da tali disgustose notizie ed aggravandosi vieppiù l’indisposta mia salute, pensai di passare a Fiume a cui mi ritrovavo a portata per evitare ogni, benchè dubbio, incontro, e cercare li necessarj ripari alla mia sanità”, ivi, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 21 luglio 1797. W. Markov, Dalmazia e Illiria, in “Annuario storico italiano per l’età moderna e contemporanea”, vol. 23-24, Roma 1971-72, pp. 310-311.


pe schiavone di approdare a Zara, le quali dovettero sbarcare più a sud: a Sebenico, Traù e Spalato. In questo modo, e senza alcun preavviso, circa 12 mila reduci misero piede sul suolo dalmata, “pieni di fierezza e di mal contentamento”303. A quegli avvenimenti una parte fu giocata anche dall’ex patrizio Niccolò IV Morosini, soprannominato Foca, il quale, dato che non intendeva adattarsi alla nuova realtà democratica, aveva dapprima tentato di crearsi un potere personale, sfruttando il vuoto di potere, che però fallì, mentre poco dopo si diresse a Zara e si impegnò a fomentare quella truppa fedele a San Marco e al doge, con l’intento di disperdere qualsiasi simpatia verso la Francia e/o le nuove idee in terra dalmata304. Per il suo operato fu giudicato negativamente e all’inizio di settembre a Venezia uscì, ad esempio, un foglio volante contenente non poche accuse rivolte “all’atroce nemico del popolo, all’infame cospiratore Niccolò Morosini quarto” in cui, tra l’altro, leggiamo: “Inorridì, el destin, che lù aveva preparà anche a sta vostra Patria, che deve eternamente arrossir d’aver prodotto un Morosini quarto, el zè questo, Popolo Venezian, el zè questo. Venderla lù voleva a un novo, a un potente Sovran, sì venderla lù voleva, e trafficarla indegnamente nei primi momenti della so riacquistada libertà, come la povera Istria, come la miserabile Dalmazia; e tal giogo imponerghe, e Venezia, ch’ella no podesse neppur più concepir la dolce speranza de sottrarse a una schiavitù ancora più forte, e più obbrobriosa della prima, che cinque secoli a durà de sopraffazion, ma che zè calcolada dai vostri Aristocratici come un Anno solo”305.

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ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 29 giugno 1797. “Mercurio d’Italia”, luglio 1797, p. 11. Il cittadino Alvise Erizzo in un rapporto alla Municipalità di Venezia imputò la colpa dei disordini al patriziato, i cui “[…] scaltri mezzi usati” avrebbero contribuito ad “esacerbare la fedele, e valorosa Dalmata Nazione contro i Francesi, abusando massime di false imputazioni, d’irreligione […]”, “Notizie”, 17 giugno 1797, p. 433. Discorso al popolo venezian pronuncià dal cittadino Giorgio Ricchi nella piazza di San Marco li 18. Fruttidor anno I della Libertà italiana (l’autore cita il foglio conservato alla BNM, Misc. 4173 015).

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La Dalmazia sprofonda nell’anarchia La Dalmazia si trovava in un contesto decisamente diverso rispetto all’Istria, pertanto sarebbe scorretto tracciare delle simmetrie e paragonarla alla realtà della penisola adriatica. Quella provincia era interessata da un regime che è stato definito semi-coloniale, dovuto alla marcata arretratezza del territorio ma anche per motivi di carattere strategico. Quivi, infatti, la Repubblica confinava con l’Impero ottomano e a seguito dell’espansione verso l’interno, tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, per la difesa territoriale si istituirono le craine, ossia i confini militari, sull’esempio asburgico. Anche l’amministrazione era caratterizzata da un forte centralismo, e gli stessi consigli cittadini erano sottoposti ai rettori veneziani i quali erano a loro volta subordinati al provveditore generale306. Un ruolo non indifferente fu quello esercitato dal frate Andrija Dorotić, giunto a Spalato da Venezia (si era stabilito in quella città da Perugia al seguito del francescano Gioacchino da Chiari), il quale propagava le sue congetture contro i giacobini ed i miscredenti307. I Francesi erano visti in particolar modo come i paladini dell’ateismo e coloro che si erano macchiati di regicidio, di conseguenza era proprio “[…] il sentimento religioso, che, frammisto al dolore per la caduta del potere aristocratico, cercava sfogo, degenerando in atti di violenza”308. Il 12 giugno nella provincia iniziò a circolare il Proglassenje narodu dalmatinskomu in lingua slava, ossia il Proclama alla Nazione Dalmata (pubblicato a Venezia presso la stamperia Simone Cordella) che ebbe vasta diffusione. Il medesimo, sotto 306

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Si veda il sempre valido saggio di M. Berengo, Problemi economico-sociali della Dalmazia veneta alla fine del ’700, in “RSI”, a. LXVI, fasc. IV, 1954, pp. 470-471; molto importante è lo studio di Š. Peričić, Dalmacija uoči pada Mletačke Republike, Zagreb 1980; si veda anche Id., Gospodarske prilike Dalmacije od 1797. do 1848., Split 1993. Per cogliere la complessità della regione nell’ultimo periodo veneto si rinvia al fondamentale e documentato volume di F. M. Paladini, “Un caos che spaventa”. Poteri, territori e religioni di frontiera nella Dalmazia della tarda età veneta, Venezia 2002; si cfr. anche G. Netto, La Dalmazia veneta alla vigilia del ’97, in “AMSI”, n. s., vol. XLV, 1997, pp. 499584, in cui è pubblicato il manoscritto Sistema regolativo della provincia veneta della Dalmazia di Gregorio Stratico, conservato alla Biblioteca Comunale di Treviso. Molto pertinenti sono le recenti considerazioni di Egidio Ivetic secondo cui sarebbe inopportuno parlare del concetto di stato coloniale per le province dell’Istria e della Dalmazia. Lo storico evidenzia che gli investimenti ed i progetti di riforma per quest’ultima stanno ad indicare l’importanza che rivestiva per la Dominante, ossia “[…] testimoniano quanto l’Adriatico, il Golfo, fosse tutt’altro che un’appendice coloniale, quanto fosse realmente l’orizzonte non secondario dell’idea di Stato a Venezia, anche e soprattutto dopo il 1571 ed il 1669”. Per le terre dell’Adriatico orientale è pertanto più appropriato parlare di periferie, cioè di aree con delle caratteristiche complementari rispetto alla capitale, E. Ivetic, Oltremare cit., p. 89. F. Zwitter, Napoleonove Ilirske province, cit., p. 207. T. Erber, Storia della Dalmazia cit., p. 27.


forma di lettera, il cui autore era il già citato Dorotić, informava la popolazione dei cambiamenti avvenuti a Venezia e al tempo stesso la invitava ad opporsi a coloro che avevano decretato la fine della Serenissima309. Per fermare gli eccessi, sovente provocati da una serie di luoghi comuni propagati con risultati efficienti, sarebbe stato opportuno avvicinarsi al popolo dalmata. Erano gli “uomini illuminati” i quali avrebbero potuto dare un contributo importante persuadendo “[…] che non sono i Francesi nemici della Religione, delle immagini dei sacramenti, dei Preti; che non vogliono le loro proprietà, le loro Mogli […]”310. Non si fece nulla e così la “somma barbarie”, come l’ha definita Gellio Cippico, poté propagarsi, alimentata “dall’orgogliosissima superba ignoranza”311. Lungo il litorale le sollevazioni si propagarono rapidamente in un crescendo di violenza. Le sommosse, che registrarono una particolare intensità, si verificarono dapprima a Spalato, ove alla notizia della democratizzazione i popolani si sollevarono al grido di “viva S. Marco, viva il Leone”, e al contempo divennero gli artefici di innumerevoli uccisioni di democratici, ritenuti rei d’essere i principali colpevoli della fine della repubblica oligarchica. Bisognava far capire a quel “Popolo inclito” che finalmente avrebbe goduto di quella sovranità mai conosciuta ed avrebbe eletto i propri governanti. Erano aspetti ritenuti di notevole importanza, ma difficili da spiegare alla popolazione di una regione caratterizzata dalla miseria e dalla rozzezza sulla quale gli uomini di Chiesa avevano un ascendente incontrastato312. Il Comitato di salute pubblica di Venezia considerava quel proclama come il prodromo di tutti i mali in quella provincia. Precedentemente alla sua comparsa e diffusione “I popoli della Dalmazia non erano da prima contrari alla Santa Democrazia. Sembrava anzi che vo309

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Ivi, p. 34, nota 1; G. Cattalinich, Memorie degli avvenimenti successi in Dalmazia dopo la caduta della Repubblica Veneta, Spalato 1841, p. 30, il testo del proclama, sia in lingua slava sia in italiano, trovasi alle pp. 31-35; V. Kapitanović, Život i spisateljska djelatnost fra Andrije Dorotić, in A. Dorotić, Politički spisi, a cura di V. Kapitanović, Split 1995, pp. 14, 22-25, la versione originale del manifesto trovasi alle pp. 73-74. A Venezia le prime informazioni giunte circa gli accadimenti che interessarono quella provincia non riportarono il nome dell’autore del proclama. Si avanzò addirittura l’ipotesi potesse essere opera dell’ex patrizio Morosini, ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione II, c. 2r. Secondo alcuni informatori il manifesto sarebbe giunto dapprima a Sebenico, grazie ad un “[…] frate zoccolante del convento di Visovaz, situato appresso il territorio di Knin, la di cui religione è in somma venerazione e stima appresso que’ rozzi popoli”, ivi, relazione III, cc. 1r-1v; R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., pp. 18-19. Lettera del cittadino V. G. B. alla Nazione Dalmata, Venezia 1797, p. V. ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 5 agosto 1797. Il clero rappresentava la componente intellettualmente più progredita e in Dalmazia era presente in un numero considerevole. Nella provincia veneziana, che nel 1781 annoverava una popolazione cattolica pari a 212 385 anime, gli ecclesiastici si componevano in 2404 preti e 885 monaci e monache, tant’è che su ogni mille abitanti vi erano 15 religiosi, dati ricavati da G. Novak, Prošlost Dalmacije, cit., p. 48.

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lessero adattarvisi e qualcuno tra loro mostrava la più decisa adesione”313. Il messaggio più volte ricordato incitava la popolazione ad una sorta di liberazione e grazie all’amalgama di inesattezze e mezze verità rappresentava lo strumento attraverso il quale una parte del clero desiderava attirare dalla propria parte le masse rurali che sarebbero così divenute le più fervide sostenitrici del programma politico caldeggiato dai frati francescani. La rapida diffusione di quell’annuncio innescò una spirale di violenza, “E il fuoco si accese, serpeggiò, si diffuse in quasi tutta quella Provincia e le stragi, i saccheggi, gli omicidi scrissero a caratteri di sangue nella storia della Dalmazia la trascuranza de Veneti rappresentanti”314. “La sovranità è così tua, come lo sono il campo, che coltivi, i frutti che ne raccogli. Dunque ti scuoti ormai e ti accendi dall’augusta fiamma di libertà: mostra all’Italia, che non sei un popolo barbaro, e selvaggio, ai tiranni che ti circondano mostra, che non potranno mai soggiogarti, e che quanto ti debbono pregiare amico, altrettanto debbono temere l’invito tuo braccio armato. Dimostra alla terra tutta, che sai essere libero, e che l’antico valore dei Dalmati petti non è ancor morto”315. Il frate invitava i suoi conterranei a difendere l’autonomia e la libertà, nutriva, però, non poche perplessità circa la possibilità di evitare le mire degli stati circostanti. Per tale motivo riteneva fosse opportuno l’unione all’Ungheria316. Il clero, già da tempo, aveva manifestato le pro313 314 315 316

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ASV, Democrazia, b. 112, f. 3, Comitato di salute pubblica, c. 3. Ibidem. Lettera del cittadino V. G. B. cit., pp. VI-VII. V. Kapitanović, Fra Andrea Dorotić e la questione croata, in “RSSR”, n. s., fasc. 53, 1998, p. 99. L’autore ricorda altresì che nel documento ufficiale firmato dal provinciale fra Pasquale Sekula, del convento francescano di Carin (Karin), per il viaggio che Dorotić fece a Vienna, si evidenzia il desiderio dei Dalmati “di unirsi ai Popoli e al regno di Croazia”, cioè alla corona magiara, così come lo erano precedentemente. Di conseguenza conclude che “Queste sono le parole più chiare che esistono nei documenti del tempo ed esse ci dimostrano che dietro tutta la questione, sta il problema dell’unione della Dalmazia alla Croazia e non soltanto all’Ungheria, come pretendevano alcuni storici”, ivi, pp. 99-100, alcune osservazioni dello studioso in merito al concetto di nazione in Dorotić trovasi alla p. 114; Id., Život i spisateljska djelatnost fra Andrije Dorotić, cit., pp. 14, 36-40. Il testo in questione riporta che a seguito del venir meno del legittimo governo nel Regno di Dalmazia, i capi della popolazione degli ottantaquattro distretti e parrocchie amministrate dai religiosi che facevano capo alla Provincia del Santissimo Redentore, e anche la componente “della greca popolazione”, cioè ortodossa, espresse il desiderio di dedicarsi spontaneamente a “Sua Maestà imperatore e re”, si veda la Patente rilasciata al reverendo padre Andrea Dorotich lettor generale quando andiede a Vienna, in ivi, pp. 191192. Da queste considerazioni siamo in grado di affermare che la dedizione non fu dettata da aspirazioni di ordine nazionale. Durante il primo conflitto mondiale Lujo Vojnović, che si trovava a Roma a servizio del governo serbo, in un volume dedicato alla Dalmazia accenna a “Les débuts du mouvement dalmate pour l’Union avec la Croatie (1797)” in cui individua addirittura la prima manifestazione di quello che negli anni ’30 e ’40 del XIX secolo sarebbe


prie posizioni in merito, soprattutto negli ultimi decenni del Settecento. Un canonico zagabrese, ad esempio, in un’opera incentrata sulla storia della Dalmazia, della Slavonia e della Croazia, e dedicata all’imperatore, a proposito della prima regione sostenne che, essendo stata essa un’antica appartenenza del regno magiaro, doveva nuovamente ritornare alla corona di Santo Stefano; i Veneziani dovevano pertanto restituire quella provincia agli antichi possessori317. Andrea Querini scrive che quell’“incendiario manifesto” aveva provocato la rivolta in tutta la provincia e al tempo stesso evidenzia che non fu possibile fermare gli eccessi perché le notizie semplicemente non circolavano e lui stesso fu l’ultimo “ad averne qualche sentore”. Secondo il medesimo si era verificato un blocco delle comunicazioni e i colonnelli territoriali solo con grande difficoltà erano in grado di trasmettere i loro

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stato il movimento illirico, L. de Voinovitch, La Dalmatie, l’Italie et l’unité yougoslave (1797-1917), Genève-Bale-Lyon 1917, pp. 37-38. Negli anni Quaranta del secolo scorso alcuni storici croati produssero degli studi incentrati proprio su siffatti accadimenti, la cui interpretazione soleva presentarli come i primi tentativi tesi all’unione di quella regione alla Croazia; si veda, ad esempio, S. Antoljak, Dalmatinsko pitanje kroz vjekove, Zagreb 1944, pp. 59-97; G. Novak, Pokret za sjedinjenje cit., soprattutto le pp. 1-27; Id. Prošlost Dalmacije, cit., pp. 58-61, il cui relativo capitolo s’intitola “I Dalmati vogliono l’unione alla Croazia” (Dalmatinci hoće sjedinjenje s Hrvatskom). Successivamente tali considerazioni furono rivedute dall’autore e nella più tarda ed ampia opera dedicata alla storia di Spalato parla dell’assemblea generale, che si formò il 16 giugno 1797, composta dalla nobiltà così come dai popolani e dai rappresentanti delle ville rurali del circondario, la quale giunse alla conclusione di unire la città alla corona d’Ungheria, in modo che si ritornasse alla situazione vigente nel XV secolo, Id., Povijest Splita, vol. III, Split 1965, pp. 20-22. Cfr. anche le osservazioni di F. Agostini, L’area alto-adriatica tra Sette e Ottocento: pace e guerra, conservazione e rivoluzione. Una premessa, in L’area alto-adriatica cit., pp. XXXVII-XXXIX. Da tale rivendicazione è opportuno escludere eventuali connotazioni nazionali, che, a nostro avviso, non esistevano ancora e quindi quell’aspirazione non può essere letta come una delle prime dimostrazioni tendenti all’unione della regione dalmata alla Croazia e alla Slavonia, e perciò tracciare dei parallelismi con il successivo movimento politico sviluppatosi nella seconda metà del XIX secolo. In realtà il desiderio di legare la Dalmazia al regno di Croazia, ossia alla corona di Santo Stefano, divenne argomento di discussioni all’indomani del trattato di Carlowitz del 1699, quando cioè l’impero asburgico, cacciati gli Ottomani, giunse a confinare con i possedimenti veneziani, ossia con i territori che la Dominante aveva strappato alla Sublime Porta nel corso delle operazioni belliche avvenute alla fine del XVII secolo. In quell’occasione un autore come Pavao Ritter Vitezović avanzò la rivendicazione di quella terra in quanto già appartenente alla corona magiara e che in base agli accordi di successione appartenevano agli Asburgo. Per tali argomenti si rinvia a Z. Blažević, Vitezovićeva Hrvatska između stvarnosti i utopije. Ideološka koncepcija u djelima postkarlovačkog ciklusa Pavla Rittera Vitezovića (1652. -1713. ), Zagreb 2002. Per quanto attiene le insurrezioni, invece, esse furono in buona parte dovute alle difficili condizioni economico-sociali in cui si trovava la stragrande maggioranza della popolazione della regione, vedi Š. Peričić, Povijest Dalmacije od 1797. do 1860., Zara 2006, pp. 31-32. A. M. Alberti, Venezia e la Russia alla fine del secolo XVIII (1770-1785), in “AV”, s. V, n. 21-22, 1932, p. 295.

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rapporti al conte. Secondo la versione del Nostro non si era a conoscenza nemmeno del contenuto del manifesto, di conseguenza “Per mezzo a tutte queste difficoltà estesi ovunque ogni possibile indagine, onde potermene procurare un esemplare che mi riuscì finalmente di avere e che vi accompagnai già col mio dispaccio 29 giugno. Ma allora era tardi ed il male purtroppo era fatto, e quindi anche avessi creduto di confutarlo non era più a tempo di poter distrugger quel impressione ch’esso aveva purtroppo generato”318. Tra il 14 e il 18 giugno 1797 la regione fu interessata da una serie di eccessi. A Spalato il consiglio cittadino era composto interamente da nobili i quali annoveravano non pochi poteri. Nel 1793 il colonnello delle craine, Matutinovich, li accusò di una serie di trasgressioni, che le inchieste svolte dalle autorità veneziane confermarono, ma alla fine per mantenere la calma, e per non turbare la posizione della classe dirigente, il militare fu trasferito a Sign, i nobili, invece, furono semplicemente ammoniti e continuarono a reggere le sorti della città319. L’esistenza del deciso accusatore però si concluse tragicamente. Nel giugno 1797 il medesimo, al suo ritorno da Venezia, era nuovamente nella città di Diocleziano e sosteneva la democrazia. Ironia della sorte rimase vittima dei popolani, quegli stessi che in qualche modo aveva difeso alcuni anni prima. Il 13 giugno i borghigiani raggiunsero il centro urbano in quanto sospettavano “si volesse inalberare bandiera nuova”, e già il mattino seguente innalzarono “la bandiera vecchia di san Marco in piazza del conte”320. La folla in tumulto assediò il palazzo pubblico, pretese che il podestà Barozzi consegnasse a loro le armi e le munizioni che si trovavano nei depositi. La città precipitò in una violenza incontrollata. Il 15 giugno, durante la processione del Corpus domini, i tumultuanti assalirono la casa di Matutinovich e, dopo alcune ore di sparatoria, in cui fu freddato un borghigiano, il collonnello venne preso e ucciso a furor di popolo321. La stessa sorte toccò anche alla consorte, alla loro figlia in tenera 318 319

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ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 10 settembre 1797. M. Berengo, Problemi economico-sociali della Dalmazia veneta cit., p. 501. Le accuse concernevano le malversazioni sui fondi dell’ospedale, sulle somme stanziate dalla cassa cittadina per i risanamenti del porto e sugli appalti della carne. Il conte Cindro, inoltre, fu denunciato di proteggere e di dare rifugio a banditi e briganti. Vedi anche N. Beritić, Matutinovićev proces u Splitu 1793. godine, in “Anali Historijskog Instituta u Dubrovniku”, vol. IV-V, Dubrovnik 1956, pp. 571-581. Per i privilegi del patriziato spalatino si rinvia a F. M. Paladini,“Un caos che spaventa” cit., pp. 328-341. [G. Bajamonti], Cose più notabili avvenute a Spalatro e in qualche altro luogo della Dalmazia dopo la caduta dell’aristocraz(ia) veneta, la cronaca è riportata da I. Bošković, Bajamontijev zapis o padu Mletačke republike, in Uz 200. obljetnicu pada i zapisa, in “Hrvatska obzorja. Časopis Matice Hrvatske”, a. V, Split giugno 1997, p. 363. Ibidem; T. Erber, Storia della Dalmazia cit., pp. 29-30; G. Novak, Pokret za sjedinjenje cit., p. 9; Id. Povijest Splita, cit., p. 17; Š. Peričić, Povijest Dalmacije cit., p. 25; R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., pp. 13, 23-25.


età e a un loro servitore322. In questo modo, a detta di Bajamonti, si voleva vendicare la morte di uno degli aggressori a seguito di una fucilata partita dall’abitazione assalita323. Giovanni Cattalinich, testimone dei fatti, scrive che la rabbia popolare dipese dal fatto che fosse stato proprio il colonnello a riportare in Dalmazia le truppe schiavone, il cui allontanamento avrebbe giovato alla successiva caduta della Repubblica oligarchica e alla fine del potere dogale324. La spietatezza contro quel militare non conobbe limiti, infatti, dal corpo esanime gli fu recisa la testa che fu traslata per il centro urbano325. La stampa veneziana scrisse che l’insurrezione contro il patriziato era stata infiammata dalla notizia che quest’ultimo avesse venduto la città agli Ungheresi326. In realtà le cose andarono diversamente: la fedeltà verso il vecchio governo non era venuta meno, al contempo però non si riconosceva alcuna relazione con la Venezia democratizzata. Il 16 giugno, ancora, i rivoltosi decapitarono lo harambassa Marussich a Castel Vitturi (Sussuraz-Kaštel Sućurac) in quanto fiancheggiatore della democrazia. La folla colpì anche la comunità ebraica, osteggiata in quanto, in base al proclama diffuso, avrebbe assunto il potere a seguito dell’abdicazione del Maggior Consiglio nonché invisa per le sue ricchezze, che in uno scalo come Spalato erano di notevole entità. Sparsasi la notizia dei disordini, calarono in città gruppi di villici provenienti dalle zone collinari dello Zagorje con il principale intento di darsi al saccheggio. I borghiani si organizzarono e li attesero con le armi in mano, scongiurarondo così il peggio327. Quello stesso giorno i capi delle ville del territorio, dei borghi, del popolo, i bombardieri, i rappresentanti degli artigiani, dei mercanti, dei cittadini e dei nobili, l’ex podestà veneziano Niccolò Barozzi nonché il vicario arcivescovile, l’arciprete, due canonici della cattedrale e i capi degli ordini religiosi, si riunirono nella città di Diocleziano in cui “dopo un giuramento di scambievole amore e pace, si elesse per acclamazione di 322

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Il nipote Lujo, nel suo diario in data 17 giugno 1811, scrive: “La mia famiglia fu l’unica, in Dalmazia, nel 1797, a essere vittima della sua fedeltà alla causa francese”. Per quanto concerne la sorte della prole fornisce una versione diversa “[…] i suoi figli, tre ragazzini e due ragazzine, portano sul loro corpo le cicatrici di quattordici ferite […]”, D. Roksandić, Lujo Matutinović (1765-1844). Le sfide di una ricerca sulla biografia di un ignoto maresciallo, in “ACRSR”, vol. XXIX, 1999, p. 389. Il diario si conserva al Museo archeologico di Spalato “Zbirka Luje Matutinovića”. [G. Bajamonti], Cose più notabili avvenute a Spalatro cit., p. 363. Per i fatti spalatini si rinvia a T. Erber, Storia della Dalmazia cit., pp. 34-39. G. Cattalinich, Memorie degli avvenimenti successi in Dalmazia cit., pp. 37-38. Ivi, p. 39, “La testa del Colonnello recisa dal busto venne sopra una picca portata in mostra per la Città, indi conficata sulla cima dello stendardo, che allora esisteva in mezzo della piazza detta de’ signori, dove ne’ giorni di solennità veniva innalberato (sic) il vessillo della Repubblica”. Così riporta il “Monitore Veneto”, 22 luglio 1797, col. 245. G. Novak, Povijest Splita, cit., p. 19.

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mettersi sotto l’Ungheria”328. La decisione fu immediatamente trasmessa alle località contermini e due giorni dopo tutti i capi dei villaggi si adunarono ed espressero all’unanimità la decisione di dedicarsi alla corona magiara. Anche in quella circostanza il popolo volle onorare la Repubblica ormai tramontata, e “[…] fatto passaggio alla piazza del conte, si è levata di là con riverenza e commozione la bandiera di san Marco, e si è portata al duomo e riposta presso un altare”329, dopodiché fu issata quella ungherese. Sebbene il progetto politico di Dorotić, che prevedeva la costituzione di una municipalità formata da elementi provenienti da tutti gli ordini sociali, non poté realizzarsi. un cambiamento di rilievo fu comunque registrato e in buona parte dipese dalle sollevazioni delle popolazioni rurali330. A Sebenico, il 15 giugno, la notizia del venir meno del Maggior Consiglio della città lagunare e il concomitante proclama di Dorotić ribollì gli animi del popolo delle campagne e trovò l’occasione adatta per colpire i proprietari terrieri, ormai da tempo odiati. Sebbene il rettore della città, Giovanni Francesco Cornaro, avesse ordinato la chiusura delle porte d’ingresso, proprio in quei settori si arrivò a degli intensi combattimenti e alla fine gli insorti riuscirono a penetrare in città. L’ingresso della massa tumultuosa e armata, composta da elementi rurali e dei borghi circostanti, scompaginò la situazione all’interno del centro urbano. I rivoltosi si fermarono nella piazza principale nei pressi del palazzo del conte e capitano: il rumore crebbe esponenzialmente e al contempo si levarono le grida da ogni dove, frammiste a bestemmie e minacce verso il rappresentante di Venezia, ma anche nei confronti dei “Francesi, dei giacobini e dei signori loro sostenitori”, visti esclusivamente come “i traditori del popolo, della religione e della patria”331. Grazie all’intervento del capitano di quel contado gli eccessi furono sopiti, ma riesplosero di lì a breve. Il 18 giugno si diffuse la falsa notizia dell’ingresso di trenta Francesi, che fece scoppiare nuovamente la rabbia della popolazione del circondario. La massa inferocita si diresse verso il console francese Nicolò Bartoletti Zulatti, dalmata, e fu trucidato assieme alla moglie Cattarina Pineli. Al contempo assalirono la loro abitazione, la saccheggiarono e l’incendiarono. Successivamente, invece, prelevarono le munizioni e l’artiglieria, presenti nel palazzo del conte, e furono trasportate nei pressi del mare in quanto gli insorti erano intenzionati ad utilizzarle qualora i commissari provenienti da Venezia avessero tentato di sbarcare in quel punto, dopodiché occuparono l’importante fortezza di 328 329 330 331

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[G. Bajamonti], Cose più notabili avvenute a Spalatro cit., p. 363; G. Cattalinich, Memorie degli avvenimenti successi in Dalmazia cit., p. 43. [G. Bajamonti], Cose più notabili avvenute a Spalatro cit., p. 363. V. Kapitanović, Život i spisateljska djelatnost fra Andrije Dorotić cit., p. 14. S. Grubišić, Šibenik kroz stoljeća, Šibenik 1974, p. 117, l’autore propone la descrizione dei fatti riportata nel diario del frate francescano Josip Glunčević.


San Nicolò situata all’ingresso del porto332. Il 19 giugno essi depredarono la camera fiscale, dalla quale prelevarono una somma pari a circa 3000 zecchini, ed erano intenzionati a bruciare la documentazione della cancelleria, affinché i proprietari delle terre rimanessero privi delle carte relative al loro patrimonio. La violenta sequenza degli avvenimenti sembrava non terminare, anzi, s’iniziò a gridare contro i nobili “giacobini” e a volere la loro morte. Si evitò il peggio solo grazie all’intervento del vescovo Spalatin, il quale, assieme al clero, invitò i rivoltosi a desistere, promettendo che le coloniche dominicali sarebbero diminuite nonché versando un’importante somma di denaro. A seguito di quei fatti, il 23 giugno 1797, la nobiltà cittadina sottoscrisse la volontaria dedizione “all’Augusto Dominio di Sua Maestà Imperatore Francesco 2. do Re Apostolico d’Ungaria”333. A Traù la sollevazione assunse un carattere altrettanto brutale. Il motivo era dovuto alla circolazione di una notizia secondo la quale un certo Federico Paintoni di Venezia si sarebbe unito al fratello Giovanni, presente a Zara, e assieme a un gruppo di traurini avrebbero tentato di gettare le basi di un governo democratico. Anche in quel caso la sommossa dettata da motivazioni politiche si fuse agli atti di comune delinquenza, infatti, non pochi dei coinvolti furono liberati dalle carceri qualche giorno prima, e il popolo s’impossessò delle armi li depositate334. Furono massacrati innumerevoli sostenitori francesi o presunti tali (il medico bresciano Giovanni Battista Dotti, Pietro Buccareo), Michele Gattin fu invece gravemente ferito, alla fine fu saccheggiata e data alle fiamme la casa dei fratelli Garagnin335. Da una lettera che Giovan Luca Garagnin spedì al fratello Domenico, dalle “Acque di Zara” il 18 giugno 1797, veniamo a conoscenza che i familiari non subirono alcuna violenza fisica, rilevanti furono, invece, i danni materiali; poiché gli animi non si erano ancora placati riteneva opportuno che i membri della sua famiglia (di cui però non disponeva alcuna informazione su dove si trovassero di preciso) abbandonassero quanto prima la Dalmazia per Ancona o Venezia336. Nella città “l’esplosione dell’insorgenza generale nella Dalmazia, non è stata in nessun luogo nè così ingiusta, nè così fatale, 332 333 334 335 336

Ivi, p. 118; ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione II, c. 2v. T. Erber, Storia della Dalmazia cit., pp. 44-46. Ivi, pp. 39-40; R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., pp. 26-27. Ivi, pp. 40-41; ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione II, cc. 3r-3v; G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., pp. 104, 109; “Mercurio d’Italia”, luglio 1797, pp. 11-12. ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 18 giugno 1797, “Mio caro Fratello. Nostra madre e nostro zio sono salvi. Tutti i riscontri mi assicurano che la vita loro non è più in pericolo; ma la nostra casa; ma le nostre sostanze; tutti i mobili, i danari, gli argenti e perfino le pietre furono vittima del furore di alquanti perfidi. Eccoci dunque poveri da ricchi ch’eramo. Negli estremi mali bisogna darsi un carattere di fermezza onde non perire sotto il peso della disgrazia”.

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come in questo”337. Per i commissari Garagnin e Calafati quelle sommosse non erano altro che un intrigo diretto da determinati ambienti patrizi. Secondo i due solo in questo modo si poteva spiegare la concomitanza di quelle ondate di violenza. A sostegno delle loro valutazioni rammentavano ancora che gli insorti, proprio a Traù e a Lesina, cioè nelle loro città di provenienza, “[…] si diressero al concentrato fine di atterrare le case […]”, specificando che le stesse erano le sole “[…] che subirono si crudele destino […]”338. In base alle informazioni raccolte dai Veneziani la nobiltà locale sarebbe stata propensa ad aderire alla democrazia e quindi ad unirsi alla Municipalità provvisoria, i popolani, al contrario, desideravano, invece, il governo imperiale339. Il 14 giugno alcuni rappresentanti del popolo inalberarono il vessillo marciano e per tutta la notte gridarono in favore di San Marco, in più esigettero la consegna delle chiavi della città. Durante la notte molta gente dei villaggi contermini accorse nel centro urbano; la violenza non trovò alcuna limitazione in quanto il conte veneto Santo Contarini ed un gruppo di nobili abbandonò la località lasciandola così priva di alcuna autorità340. Nella cittadina dalmata si verificò un altro fatto violentissimo: il 17 giugno uscirono dai loro nascondigli l’abate Dragazzo, i conti Giacomo e Francesco Califfi e il loro servo, inviso in quanto francese. I malcapitati furono chiusi nella prigione situata sotto il palazzo pretorio in attesa d’essere giustiziati. Il colonnello e capitano territoriale della città, Giovanni Antonio Cippico, volle placare gli animi e riuscì a raggiungere l’obiettivo. Accadde però qualcosa che nessuno attendeva. Cippico fece entrare nel borgo Vincenzo Zaneta, giudice del comune di Castelnuovo, con i suoi soldati; quest’ultimi fomentarono il popolo contro i quattro surricordati e alla fine si consumò la mattanza. I disgraziati, salvo Giacomo Califfi, furono decapitati nella piazza centrale sotto gli sguardi attoniti del conte veneziano Contarini, del vescovo Antonio Pinelli e degli altri rappresentanti cittadini341. Le proteste, ormai degenerate in un incontrollato scempio, furono bloccate solo grazie a Giovanni Antonio Cippico che formò una sorta di guardia civica. Il 19 giugno presso il convento di San Lazzaro, sull’isola di Bua, si tenne un congresso sotto l’egida del già ricordato vescovo traurino Pinelli. A quell’incontro parteciparono i rap337 338 339 340

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“Monitore Veneto”, 22 luglio 1797, col. 245. ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 18 giugno 1797 al Comitato di salute pubblica. Ivi, b. 182, fasc. 3, relazione II, c. 2v. Ivi, c. 3r; ivi, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 5 agosto 1797. Secondo Gellio Cippico i disordini non scoppiarono per pura fatalità e scrive che “terminata la processione entrò in città un corpo di duecento Castellani diretti e condotti da un certo nobile signor Alvise conte (vedete!) Michieli Vitturi” e successivamente il medesimo avrebbe schierato nella piazza “quei rapacissimi sanguinari”; G. Cattalinich, Memorie degli avvenimenti successi in Dalmazia cit., p. 47. T. Erber, Storia della Dalmazia cit., pp. 42-43; G. Novak, Pokret za sjedinjenje cit., pp. 24-25; R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., p. 29.


presentanti del capitolo, il basso clero, la nobiltà, la cittadinanza, le confraternite nonché i capivillaggio della riviera dei Castelli e convennero di dedicarsi a Francesco II quale re d’Ungheria342. Proprio da Traù il generale Rukavina, il 10 luglio 1797, scriverà al conte Thurn che, in base a quanto aveva avuto modo di constatare, buona parte degli ordini sociali desiderava la forma di governo magiara343. La situazione era ormai fuori qualsiasi controllo, l’intera regione cadde nell’anarchia e solo l’intervento militare austriaco pose fine a quei disordini che avevano oltrepassato ogni limite. Anche in Dalmazia la nobiltà guardava favorevolmente all’imperatore344 e proponeva l’unione di quel territorio alla corona ungherese – dato che i feudatari erano riusciti ad opporsi alle riforme di Giuseppe II, quindi era una garanzia maggiore per il mantenimento dei privilegi rispetto all’assolutismo austriaco vigente nei territori di pertinenza viennese – la quale aveva il diritto di riottenerlo in quanto prima dell’occupazione veneziana era ad essa subordinato345. In base alle volontà di Dorotić, presentate all’imperatore, il Regno di Dalmazia doveva rimanere annesso alla corona ungherese “come parte inseparabile da essa”346. Che non si trattasse di una decisione dettata da motivazioni “nazionali” (che reputiamo, tra l’altro, improponibili, in riferimento 342 343 344

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S. Antoljak, Dalmatinsko pitanje cit., p. 73. G. Novak, Prošlost Dalmacije, cit., p. 59. La Municipalità provvisoria riteneva che in Dalmazia “[…] la nobiltà è di genio austriaco, e gli abitanti della Montagna immersi nella più profonda ignoranza, ma gli abitanti del litorale e delle isole sono tutti per noi”, Verbali, vol. II, p. 397; S. Romanin, Storia documentata di Venezia, cit. p. 168. Da siffatte considerazioni si evince le profonde differenze esistenti tra le zone costiere e quelle interne della regione, che corrispondevano ai settori strappati agli Ottomani tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo. Queste peculiarità si sarebbero successivamente manifestate con maggiore evidenza nel corso delle lotte politiche e nazionali dalla metà dell’Ottocento in poi. F. Zwitter, Napoleonove Ilirske province, cit., p. 207. Lo storico sloveno tiene a precisare che l’atteggiamento della nobiltà non era per nulla l’espressione di un “nazionalismo croato” in quanto essa era interamente italiana, bensì rispecchiava determinate valutazioni di ordine pratico. Ugualmente, anche il desiderio di appartenere alla nuova realtà democratica di Venezia – e taluni sostenevano pure l’opportunità di gettare le basi di un’Italia unitaria (erano i primi vagiti di un’idea, anche se non va confusa con il moto risorgimentale seguito alla Restaurazione) – non aveva alcuna connotazione nazionale, perché in primo piano riscontriamo le aspirazioni dettate dalla “rivoluzione”. Zwitter, giustamente, scrive che i sostenitori della stessa non possono essere in nessun modo equiparati ad una sorta di “nazionalisti italiani”; l’appunto è pertinente in quanto argomentazioni di tale tenore erano poco comuni in determinati settori della storiografia jugoslava. A dire il vero siffatti luoghi comuni continuano a persistere, come esempio ricordiamo un recente contributo di I. Bošković, Bajamontijev zapis o padu Mletačke republike, cit., p. 362 in cui asserisce che le argomentazioni di Giulio Bajamonti, sull’appartenenza della Dalmazia agli Asburgo in base al diritto pubblico ungarocroato, sarebbero “una chiara manifestazione della sua appartenenza al popolo croato”. V. Kapitanović, Fra Andrea Dorotić cit., p. 102. Tra le sue richieste presentate all’imperatore ricordiamo la riconferma delle leggi che proteggevano la religione cattolica.

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al periodo storico in questione), rammentiamo il rapporto del 2 giugno 1797, giunto da Maribor a Vienna. Quattro giorni dopo esso pervenne nelle mani dell’imperatore. La relazione riporta che non appena si diffuse la notizia della caduta della Repubblica di San Marco, il clero riunì a Krupa con i serdari del territorio per discutere in merito ai mutamenti in atto. In quell’incontro emerse il timore di un’occupazione francese nonché dei relativi saccheggi che sarebbero seguiti, e, dato che Venezia non era più in grado di garantire la difesa di quella provincia, si avanzò la proposta di invocare l’aiuto di un esercito ungherese e, qualora l’imperatore avesse promesso che la Dalmazia non sarebbe più ritornata a Venezia, i firmatari dell’esposto si dichiararono favorevoli a passare sotto la corona di Santo Stefano347. Dalle notizie riportate dai fogli di quelle settimane veniamo a sapere che a Traù, a seguito dello scempio e delle uccisioni, i contadini si riunirono e la prima decisione fu quella di togliere ai proprietari delle terre una parte consistente delle loro rendite, successivamente, invece, venne formata una delegazione che avrebbe invocato la protezione dell’Ungheria348. I contrasti tra il patriziato ed i plebei, sempre più frequenti al tramonto della Serenissima, sfociarono in una violenza inaudita. Come in Istria anche in quella provincia le tensioni erano provocate dalla mancata inclusione dei popolani nei consigli cittadini. Tali dissapori si manifestarono in tutta la loro intensità proprio nel momento in cui si registrò un vuoto di potere, anche se, a dire il vero, episodi di scontri non furono rari nelle varie località dalmate negli anni antecedenti la fine della Serenissima, la cui ostilità era sempre rivolta contro la nobiltà e mai versi il Governo, che, invece, era temuto e rispettato349. Sull’isola della Brazza, ad esempio, all’indomani della caduta della Repubblica di San Marco la popolazione rurale si dichiarò prosciolta da qualsiasi obbligo. Nella località di Bol affermò nulli i diritti della nobiltà, mentre i boschi di proprietà privata diventarono bene pubblico350. 347 348 349

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G. Novak, Pokret za sjedinjenje cit., p. 5. “Monitore Veneto”, 22 luglio 1797, col. 246. Come esempio citiamo il caso avvenuto a Curzola nel 1793, nell’isola fu introdotto un nuovo appalto daziario (aggiudicato ad un prezzo doppio rispetto a quello antecedente) che rappresentò un aggravamento per la popolazione. Le minacce mosse da quest’ultima all’appaltatore Donadini presto sfociarono nella violenza: gli insorti tentarono di dare alle fiamme l’abitazione dello sventurato e lo costrinsero a declinare alla sua prerogativa. Successivamente si mossero verso il centro cittadino “[…] andando in traccia di peruche de nobili, dicendo voler talgiar tutti come in Francia, essendo i loro traditori […]”. I patrizi rimasero bloccati nelle loro case e non si verificarono degli eccessi; dura fu invece la repressione veneziana che si tradusse in innumerevoli arresti, M. Berengo, Problemi economico-sociali della Dalmazia veneta cit., pp. 503-504. Š. Peričić, Povijest Dalmacije cit., p. 28; R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., p. 39.


Nel manifesto già citato si rammentava anche: “Gloriosa Nazione! Tu sei stata fino ad ora soggetta al serenissimo Doge di Venezia, al quale ti sei spontaneamente dedicata, che ti governi e dirigga secondo la giustizia, e della Legge di Gesù Cristo, e che ti conservi nella Religione Cattolica. Hai servito fedelmente il tuo Doge, e tutti i Signori Consiglieri e difendendo tu la loro dignità ti ânno indegnamente scacciato da Venezia, ed ingratamente tradito. E poi ânno abbandonato il Doge, annientano i Consiglieri e la Signoria, calpestato le immagini di San Marco, sovertito le leggi”351. L’invito era a non seguire gli abbagli provenienti dalla città lagunare, per non cadere ingannati e ritrovarsi traditi come “i tuoi fratelli sotto Verona ed a Venezia”352. In un altro manifesto, raccolto dal cittadino Giuliani, si legge che i Dalmati avevano sempre dimostrato un forte attaccamento nei confronti del governo aristocratico e che mai avevano manifestato alcuna tendenza rivoluzionaria; nel momento in cui i popoli veneti si erano liberati, però, erano invitati a non “frammischiarsi nelli di loro interessi”353. Un parere analogo lo riscontriamo anche nella lettera che i notabili di Zara inviarono alla Municipalità provvisoria in cui evidenziano la loro comprensione per l’astiosità estrinsecata da quelle truppe, il cui sfogo era una reazione alle ingiustizie subite. Nella missiva si rammenta ancora che essi, al momento dell’avanzata francese, furono 351

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G. Cattalinich, Memorie degli avvenimenti successi in Dalmazia cit., pp. 33-34. Alla Municipalità provvisoria di Venezia giunse il Proclama alla Nazion Dalmatina, tradotto “dal cittadino Studitta Prete Dalmata”; ASV, Democrazia, b. 120, carta I. Tale versione la proponiamo in appendice. L’ecclesiastico (Studin o Studić come viene riportato in alcuni documenti), originario della riviera dei Castelli spalatini, soggiornava a Venezia, era un informatore del governo democratico e prestò la sua opera nella traduzione di testi dall’italiano all’illirico e viceversa. Le fonti riportano, infatti, l’esistenza e la diffusione di due proclami a stampa, che si diffusero “[…] sagacemente ne Territorj in lingua illirica […]”. In base agli studi più recenti anche tale proclama sarebbe opera di Andrija Dorotić, il cui testo, con molta probabilità, fu stilato durante il suo soggiorno a Vienna; non si sa, invece, se esso fosse stato dato alle stampe. Sull’autore vi sono pochi dubbi, poiché un confronto dei due testi rivela non poche analogie, lo stile è identico ed i concetti espressi combaciano in molti punti. Vicko Kapitanović è giunto a quelle conclusioni analizzando una copia conservata all’archivio del monastero francescano di San Martino (Sumartin) sull’isola della Brazza, V. Kapitanović, Život i spisateljska djelatnost fra Andrije Dorotić, cit., pp. 25, 52 e nota 83. I rappresentanti della comunità zaratina scrissero ancora: “Questi fatali proclami uniti alle declamazioni delli sbandati e dispersi croati portarono i più spaventevoli effetti. Noi in rapido istante sentimmo i giorni orrendi dell’amarezza e dell’afflizione”, ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 29 giugno 1797. Una delle argomentazioni diffuse contro la proposta “fraternizzazione” riguardava il presunto “tradimento” subito dai Dalmati negli ultimi giorni di vita della Repubblica di San Marco. Si riteneva che i medesimi fossero stati defraudati da quegli stessi “giacobini” che ora sollecitavano l’unione. G. Cattalinich, Memorie degli avvenimenti successi in Dalmazia cit., p. 34. ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione IV, allegato.

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“Lasciati come femine imbelli in località inoportune, sacrificata qualche parte de medesimi da inconsiderata direzione o da abbandono nelle città della Veneta Italia si viddero senza aver cosa alcuna operato d’improviso cacciati dalla città di Venezia com’essi pericolosi e nemici e spinti furiosamente alle loro Patrie. Essi però viddero prima crollar da suoi fondamenti l’aristocrazia e compresero che più non aveano sovrano. Si formavano anch’essi una falsa arbitraria idea di libertà e cedettero che lasciasse questa gli uomeni il diritto non di ubbidir al santo voler delle leggi non di far ciò, che unicamente dee volersi; ma di esser anzi posti al pieno arbitrio di dar sfogo alle loro passioni e brutalità e di far tutto ciò che loro piacesse senza considerazione di giusto e di ingiusto di retto o d’iniquo”. Mentre di lì a breve: “Inoltrati e dispersi nelle rispettive città e ville questi uomeni mal contenti del Sovrano che essi videro abdicato dalla sua dominazione sparsero essi ne teritorj tutti della Provincia non già i semi della libertà della virtù dell’eguaglianza democratica ma quella del più inaudito libertinaggio d’odio deciso verso il nome francese, che facile diffusione trovarono nel cuore de loro eguali”354. Accanto ad essi vi era poi la truppa stagionale di cavalleria croata, la quale, dopo la proclamazione della Municipalità democratica, anch’essa fu mandata nelle terre d’oltremare. Angosciata per l’accaduto e rimasta priva di alcun sostentamento avrebbe diffuso uno stato di delusione anche presso le truppe schiavone giunte nel frattempo, “[…] e un fuoco occulto andava già serpeggiando che minacciava un orribile incendio, quale produr l’anarchia accompagnata dalla disperazione”355. Disordini si registrarono anche a Lesina: quivi la popolazione levò la protesta già il 10 giugno 1797 e con le armi in mano reclamò l’abolizione dei diritti nobiliari. Si desiderava ottenere una condizione paritaria per tutti i cittadini a prescindere dalla classe sociale d’appartenenza. Si può dire che i fatti accaduti su quell’isola possono essere considerati come la prima scintilla di un’insurrezione che avrebbe coinvolto l’intera Dalmazia, alimentata principalmente dall’insoddisfazione, dai problemi economici e sociali nonché dal trapasso dello stato veneziano. L’esempio verificatosi a Lesina, però, non poté diramarsi in direzione delle città del continente e di conseguenza esso rimase un evento isolato e senza seguito356. Successivamente avvennero anche degli eccessi; il popolo si sollevò, ad esempio, 354

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Ivi, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 29 giugno 1797. Tra i firmatari dell’epistola ricordiamo: Sebastiano Carrara, Giorgio Kreglianovich, Donato Antonio Ferrari e Antonio Begna, consiglieri capo dell’ordine nobile nonché Giorgio Grisogono Franceschi provveditore capo dell’ordine civico. Ibidem. Š. Peričić, Povijest Dalmacije cit., p. 29; R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., pp. 42-43.


contro cinque corsi in quanto sudditi francesi, e si evitò il peggio solo grazie all’intervento del prelato insulare357. Una folla composta da elementi delle località rurali dell’isola si diresse nel capoluogo insulare per confermare con l’acclamazione la carica del conte e provveditore veneziano, Iseppo Barbaro, al tempo stesso attaccò la residenza del vescovo Stratico ed assalì la casa di Calafati, la cui famiglia, che ormai temeva per la propria incolumità, riuscì a fuggire via mare riparando sull’isola di Lissa358. Come si evince, le abitazioni dei due commissari inviati dalla Municipalità provvisoria di Venezia furono spogliate dei loro beni con grave danno per gli interessati. Nonostante questo Garagnin e Calafati, ritornando dalla fallita missione, nelle acque a poche miglia dalla Romagna, scrissero al Comitato di salute pubblica: “Voi saprete dunque che per servire la Repubblica Noi siamo rimasti senza Patria, senza sussistenza, e forse anche senza famiglia. Tante avversità non distruggono però in Noi il vivo e costante Nostro ardore per la causa della Libertà, Salute e Fratellanza”359. Il 20 giugno si riuniva il consiglio cittadino di Lesina, in cui parteciparono sia i rappresentanti patrizi sia i popolani ma anche il clero, con a capo il vescovo, e in quell’occasione si decise che l’intera isola si consegnava al re di Croazia-Ungheria nonché imperatore d’Austria Francesco II360. Le sollevazioni dei contadini, che interessarono sia la costa sia le zone interne, avevano per lo più motivazioni concrete, cioè in una fase di cambiamento si desiderava cancellare i vincoli che li legava ai signori e non si incrociarono con le idee del partito francese361. Non poco contribuirono anche quelle truppe che all’indomani della caduta del governo oligarchico furono allontanate riversandosi in Dalmazia traboccanti di rancore. Le masse popolari, e soprattutto quelle rurali, non furono toccate dalle dottrine rivoluzionarie e di conseguenza esse non attecchirono né prima né durante l’occupazione francese, proprio come accadde negli altri 357 358 359

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ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 20 giugno 1797. Ivi, b. 182, fasc. 3, relazione II, c. 4r. Ivi, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 20 giugno 1797. Successivamente la Municipalità provvisoria versò una sorta di indennizzo ai due commissari che si erano distinti nello svolgimento del compito loro affidato”. Non crede però il vostro Comitato di salute pubblica che sia della dignità e della rettitudine di questa Municipalità il dimenticare li servigi prestati da questi due ottimi cittadini resi innocente vittima della rivoluzione e se per modestia dimenticarono le luttuose circostanze in cui si ritrovano deve la giustizia nazionale aver presente l’importante massima che li cittadini che hanno prestato l’opera, fatiche e persone loro al servizio della Patria devono riconoscente ottenere una conveniente compensazione”, ivi, b. 112, f. 3, Comitato di salute pubblica, c. 48. S. Krasić, Ivan Dominik Stratiko (1732-1799). Život i djelo, Split 1991, p. 445. W. Markov, Dalmazia e Illiria, cit., p. 311.

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stati regionali italiani. Lo spirito illuministico era penetrato solo in un ristretto numero di esponenti delle famiglie più in vista (per lo più urbane), che avevano studiato in Italia e che annoveravano contatti privati e non solo con i centri culturali della penisola italica, e quindi furono in qualche modo toccati dall’eco dell’Ottantanove362. Le insorgenze erano dettate non dal timore di un’occupazione francese, cioè straniera, ma dall’avversione contro coloro che erano rivoluzionari e si dichiaravano nemici della Chiesa cattolica. In Italia i giacobini non nascosero la loro ripulsione verso la religione e tali posizioni erano conosciute anche sulla sponda orientale dell’Adriatico, colte anzitutto dal clero. Rammentiamo che un esponente di un certo rilievo del giacobinismo italiano come Giuseppe Fantuzzi affermò la necessità di gettare le fondamenta di una religione nazionale e conseguentemente bisognava “[…] abolire l’iniquo ed oscuro sistema che tanto ci ha flagellati. Noi non saremo mai liberi fino a che resteremo cattolici. Libertà e cattolicesimo non possono restar uniti; questi due vocaboli si escludono l’un l’altro”363. Nel proclama al popolo dalmata siffatto aspetto fu messo in rilievo, i fautori della democrazia non solo avrebbero provocato la fine del governo oligarchico ma: “Al soglio ânno ora posto i Giacobini, ed i Çiffutti ossia Giudei364, e procurano di unirti nuovamente a loro. Bella cosa! Quelli stessi che ti ânno tradito, ora di nuovo calcolandoti pazzo, desiderano che ti unisca a loro. Gloriosa Nazione! Ricordati della tua gloria, e sappi che li Giudei sono nemici della tua Fede, ed i più grandi distruttori della tua Religione. Non è quindi conveniente alla tua fama, ne utile alla tua Fede, che ti unisca a loro. Appresso di te sta ora Nazione Dalmatina la tua libertà, e puoi unirti a chi 362 363 364

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Cfr. Š. Peričić, Dalmacija uoči pada cit., pp. 195-198, per la sfera culturale dalmata nei decenni antecedenti la fine della Serenissima si vedano le pp. 205223; G. Novak, Pokret za sjedinjenje cit., p. 3. Citato da D. Cantimori, Utopisti e riformatori italiani 1794-1847. Ricerche storiche, Firenze 1943, pp. 82-83. La Municipalità era composta anche da tre ebrei: Isach Grego, Vita Vivante e Mosè Luzzatto; parecchi membri della comunità israelitica si erano arruolati nella Guardia Nazionale; il 12 luglio 1797 le porte del ghetto furono definitivamente abbattute, I. Palumbo Fossati, Berretti e alberi della Libertà cit., p. 244. Ricordiamo anche che Vincenzo Dandolo, uno dei maggiori esponenti della Municipalità provvisoria di Venezia, proveniva da una famiglia ebrea, il cui padre, Abram Uxiel, si convertì al cristianesimo con il nome di Marc’Antonio Dandolo, p. Preto, voce Dandolo, Vincenzo, in DBI, vol. 32, 1986, p. 511. Per ulteriori informazioni sulla sua vita e sull’operato politico di colui che nell’età napoleonica sarebbe stato nominato provveditore della Dalmazia annessa al Regno Italico (1806-1809), oltre alla succitata voce rimandiamo all’esauriente saggio di Id., Un ‘uomo nuovo’ dell’età napoleonica: Vincenzo Dandolo politico e imprenditore agricolo, in “RSI”, a. XCIV, fasc. I, 1982, pp. 44-97.


tu vuoi: e puoi governarti da te stessa, e stabilirti le leggi, e poi vivere nella Religione Cattolica e mostrare decoro”365. Lo scontento degli strati bassi della società era rivolto essenzialmente contro la classe patrizia e gli ottimati – cioè quelli che erano definiti i “signori” – e sovente le sollevazioni violente riversavano le tensioni accumulate e solo apparentemente assopite366. In Dalmazia i problemi socio-economici erano innumerevoli e sul finire del secolo in taluni settori, specie quelli più interni in direzione del confine con l’Erzegovina, i cattivi raccolti e la fame costrinse una parte di quelle collettività a cercare una fonte di sostentamento nei vicini territori ottomani. Tra la costa e l’entroterra la realtà variava ed era diametralmente opposta, tanto che possiamo parlare a tutti gli effetti di due dimensioni con caratteristiche proprie. Si trattava in realtà della cosiddetta Dalmazia storica, formata dalla fascia costiera e dalle isole, e della Dalmazia del nuovo e del nuovissimo acquisto che inclusero i territori che le armi veneziane avevano strappato ai Turchi ed ottenuto con le paci del 1699 (Carlowitz) e del 1718 (Passarowitz). Le differenze erano marcate sia per quanto concerne gli aspetti economici sia in termini giuridico-amministrativo, ma anche sul piano etnico e religioso. Tali popolazioni, cioè i Morlacchi, erano oriunde dai territori ottomani dei Balcani e si riversarono nei nuovi distretti appena occupati dalla Serenissima, sovente attratte e sistemate dagli stessi Veneziani, che successivamente sfruttarono per la difesa dei suoi confini in quell’area. Tali comunità, però, non annoveravano alcun legame con le istituzioni della Dominante, non erano state forgiate dalle medesime e contemporaneamente non rispettavano le sue leggi, anche perché mai giunsero nelle craine le quali, tra l’altro, godevano della loro autonomia. I funzionari dello Stato erano in relazione solamente con i colonnelli dei corpi territoriali i quali rappresentavano l’intera collettività dei vari villaggi di loro pertinenza367. I Morlacchi, che grazie alla bandiera di San Marco trovarono una nuova patria, rimasero sempre fedeli a quel simbolo e dal doge. Si pensi solo che gli ultimi reparti militari che difesero la Serenissima, i celebri Schiavoni, provenivano proprio da quella provincia. La caduta di quella Repubblica, invece, stravolse quel rapporto, la Dominante scomparve e con essa la sua classe dirigente; mentre i nuovi reggitori erano considerati dei traditori, degli adulatori, ma anche dei detrattori e dei nemici che non riconoscevano e osteggiavano. 365

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G. Cattalinich, Memorie degli avvenimenti successi in Dalmazia cit., p. 34. In un’altra versione, che riportiamo in appendice, si legge, invece, “[…] sappi che i nemici della tua fede, i persecutori più grandi della tua religione sono gli Ebrei”, ASV, Democrazia, b. 120, carta I. Cfr. R. De felice, L’Italia nel periodo rivoluzionario, in Id., Italia giacobina, Napoli 1965, p. 14. M. Berengo, Problemi economico-sociali della Dalmazia veneta cit., pp. 471472.

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Nonostante i non pochi problemi di quella regione, nelle giornate convulse che precedettero l’occupazione austriaca, a Venezia, il 9 luglio 1797, fu esposta la lettera del capitano e dei giudici di Perasto in cui indicavano l’adesione alla democrazia sebbene vi fossero state delle resistenze e al tempo stesso “domandano istruzioni, protestano attaccamento a Venezia e alla Democrazia, e promettono braccia alla comune difesa”368. Per preservare un territorio di notevole importanza strategica ed impedire l’occupazione austriaca si propose addirittura di prendere in considerazione la possibilità di presidiare le Bocche di Cattaro in previsione di una sua difesa369.

L’occupazione austriaca della Dalmazia I reparti militari al comando di Rukavina, Lusignano e Casimiro giunsero nella regione presentandosi come coloro che avrebbero posto fine ai disordini. S’impadronirono dei forti e una volta calata la bandiera veneziana issarono quella imperiale, che, secondo i medesimi, finalmente sventolava su un territorio che spettava di diritto agli Asburgo370. La stampa veneziana riprese le argomentazioni apparse sui giornali austriaci in merito alla liceità di quell’occupazione. Per sostenere le proprie ragioni si indicava che nel VII secolo la Dalmazia fu invasa dagli Slavi i quali avevano un proprio re, con la scomparsa dell’ultimo sovrano e, in mancanza di eredi, questi lasciò il regno alla sorella la quale, a sua volta, lo legò al fratello Ladislao, re d’Ungheria, che lo trasmise ai suoi successori, finché nel XV secolo la Serenissima non occupò quella regione. Ne seguiva che “[…] l’Imperatore successore di questi Re ha sopra la Dalmazia in generale dei diritti, di cui non ha potuto essere privato dalle conquiste dei Veneziani, Turchi e Ragusei, conquiste che le circostanze han potuto conservare per lungo tempo nelle loro mani, ma di cui nessuna prescrizione 368

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Verbali, vol. I/1, p. 234; “Monitore Veneto”, 12 luglio 1797, col. 207. Anche nelle Bocche di Cattaro gli eventi produssero una situazione singolare. I rappresentanti di quelle comunità si scissero in tre gruppi distinti: la popolazione ortodossa era favorevole all’estensione della sovranità del principato montenegrino, la componente cattolica si divideva, invece, tra coloro che guardavano favorevolmente alla Francia e quindi alla Municipalità provvisoria di Venezia e quanti attendevano l’arrivo dell’Austria, ma auspicavano che l’organizzazione interna rimanesse identica a quella vigente sotto la Repubblica di San Marco. Ricordiamo che all’arrivo del generale Rukavina a Spalato quest’ultimi mandarono dei rappresentanti invitandolo ad inviare le sue unità militari nella zona per evitare lo scoppio di possibili disordini, N. Safonov, Ratovi na Jadranu 1797-1815, Beograd 1988, p. 25. Verbali, vol. II, p. 41. P. Veroli, Storia della Venezia cit., p. 329; si veda anche G. Novak, Prošlost Dalmacije, cit., pp. 55-57.


ha potuto legittimare il possesso, e annientare un diritto d’eredità statogli trasmesso dai Re suoi predecessori […]”371. Giovan Luca Garagnin, in direzione verso Zara, scrisse al Comitato di salute pubblica una serie di considerazioni relative alla difesa della Dalmazia, che risultano di indubbio interesse. Quando vergava l’epistola (12 giugno 1797) l’invasione dell’Istria era già in corso, quel fatto gli suggeriva che una violazione analoga potesse interessare anche l’altra provincia adriatica. Il medesimo riteneva altresì che una guerra tra la Francia e l’Austria fosse imminente, e allora chiedeva ai suoi interlocutori “[…] come volete che l’infelice, l’oppressa, la misera Dalmazia si sostenga abbandonata alle sue deboli forze”372. Secondo il commissario di Lesina, per far fronte ad un eventuale conflitto, la regione necessitava di soldi, di armi e di uomini. Da Venezia dovevano arrivare “somme generose” (pari ad almeno 20 mila zecchini); non si doveva risparmiare nemmeno sulle munizioni, in più, vi era bisogno di armi in gran copia, di molta artiglieria e, cosa non meno importante, di “truppa valorosa ed agguerrita”. Quest’ultima era fondamentale, poiché in base ai soldati che in quel momento presidiavano la regione era pressoché impossibile ostacolare qualsiasi offesa, e allora sarebbe stato “vano il progetto di sostenere la guerra”. A detta di Garagnin nella regione doveva giungere almeno mezza divisione francese che si sarebbe unita alle forze militari veneziane in loco; era l’unica soluzione “[…] se volete concepire una qualche ragionevole speranza di allontanare dalla Dalmazia gl’attentati di Cesare”373. Importante era anche la spedizione di un corpo di artiglieri scelti da destinare alle piazze della provincia provviste di cannoni. Per una difesa efficace bisognava poi utilizzare anche la marina, la cui azione avrebbe giovato non poco nel corso delle operazioni. 371 372

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“Il Nuovo Postiglione”, 12 agosto 1797, p. 628. ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 12 giugno 1797. Rispetto all’Istria la Dalmazia annoverava un potenziale militare maggiore: vi erano due galere, 27 barche armate minori e nei presidi vi era un discreto numero di soldati. Con il ritorno in patria degli ufficiali dei reparti schiavoni, alcuni di loro si portarono seco le nuove idee democratiche e in più occasioni tentarono di trasmetterle alla popolazione affinché aderisse alla Municipalità provvisoria, Spectator, Ricordi di 100 anni fa, in “L’Amico”, 20 giugno 1897, p. 1. ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 12 giugno 1797; aggiungeva ancora: “Io sento tutte le difficoltà d’introdurre in quel Paese miserabile ed avverso armate francesi, ma se l’invasione degl’Austriaci è inevitabile, sarà ancora necessario il possente ajuto de’ valorosi vostri Liberatori”. Il corpo da inviare, a suo avviso, doveva comporsi di elementi cispadani, traspadani e polacchi, con una nutrita presenza francese. Per evitare eventuali disordini, gli uomini d’oltralpe avrebbero dovuto indossare le uniformi del “passato veneto governo”. Gli ufficiali avrebbero dovuto conoscere la lingua italiana “[…] e per nascondere la loro origine ai rozzi Dalmati e perchè possano intendersi coi vostri stessi ufficiali che d’ordinario non parlano l’idioma francese”.

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“La vostra flottiglia – si legge nella lettera – finalmente dev’essere messa in pronta attività, poiché essa è non solo necessaria pel trasporto e per scorta delle truppe che vi suggerisco; ma può ancora utilmente agire per conservarvi le separate isole che nel Mare Dalmatico sono comprese, e per difendere la maggior parte delle otto città poste pel Littorale. Mettere dunque sollecitamente in movimento tutti i brich, qualche fregatina ed in particolare tutte le galee ed i legni minori”374. Dopo la perdita dell’Istria si riteneva opportuno difendere quella regione se si desiderava avere ancora una certa influenza nell’Adriatico. Per questo motivo, assieme al già ricordato Querini, i due esponenti del nuovo governo veneziano avrebbero organizzato la resistenza a Zara, cioè nella capitale di quella provincia, che annoverava il miglior sistema difensivo, e da lì si sarebbe passati a recuperare i territori perduti375. I notabili di Zara, che il 29 giugno 1797 scrissero a Venezia, espressero molte riserve in merito ai piani delineati dalla Municipalità provvisoria. Secondo gli Zaratini, la provincia fu lasciata a se stessa, e cosa ancor più deprecabile, Venezia avrebbe negato l’aiuto delle truppe schiavone accorse in sua difesa, inviandole, senza onori e umiliate, in Dalmazia, cosa che generò in esse sdegno e rabbia, esternata poi nei disordini di cui abbiamo parlato. In una situazione così complicata era impensabile coinvolgere quegli uomini – che non nutrivano alcuna simpatia nei confronti della Municipalità e del suo governo – nella difesa delle piazze di quella provincia. Ma sarebbero stati fondamentali, poiché “Non sono le mura della città che costituiscono le difese ma le possenti armate in campagna e la efficacia delle provvidenze entro le stesse”376. Querini era del parere che le accuse mossegli circa la sua complicità nella cessione della regione agli Austriaci erano prive di alcun fondamento, in quanto la difesa di Zara era pressoché impossibile. A suo avviso la città non disponeva né di uomini né delle armi necessarie per resistere ad un assedio. Anche qualora le forze fossero riuscite a tener testa ad un attacco, riteneva avrebbero potuto fare ben poco per quel centro urbano se la provincia fosse stata già occupata, infatti, sarebbe venuto 374 375

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Ibidem. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 167; Verbali, vol. II, p. 239. Rimandiamo anche alla Copia di lettera scritta dal corpo militare della guarnigione della piazza di Zara li 29 giugno 1797 all’illustrissimo ed eccellentissimo signor Andrea Querini provveditor generale di Dalmazia ed Albania, in ASV, Democrazia, b. 172. All’indomani del fallito sbarco di Calafati e Garagnin a Zara, i due commissari inviati dalla Municipalità veneziana in Dalmazia scrissero a Querini: “Intanto vi incarichiamo di difender codesta piazza di Zara contro qualunque attentato e di assicurare a quel Popolo la sua libertà e la sua indipendenza: oggetti interessanti le cure del Veneto Governo. Pensate alla sicurezza di tutte le cose pubbliche; nessuna eccettuata appartenenti e dovute alla Veneta Nazione e di questo sarete debitore in vostra specialità […]”, ivi b. 23, Copia di lettera scritta dalli commissari Gio. Luca Garagnin e Anzolo Calafati. Ivi, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 29 giugno 1797.


ogni tipo di sostentamento e la lotta contro gli eserciti imperiali avrebbe provocato solo un considerevole spargimento di sangue. Se la Dalmazia fu ceduta agli Austriaci, scriveva l’ex provveditore, dipese solo e soltanto dalla negligenza veneziana, la quale non avrebbe provveduto assolutamente alla difesa e alla protezione di quella terra377. Analogamente a quanto era accaduto in Istria anche in Dalmazia l’occupazione avvenne su quella falsariga. Nel manifesto del generale Rukavina si legge che l’intervento militare costituiva essenzialmente una misura per assicurare la quiete ai sudditi di quella provincia e quindi evitare che anche a quelle latitudini si verificassero i “tristi effetti di un totale sconvolgimento”378. Un altro motivo di quell’intervento sarebbe stata la posizione assunta dagli abitanti di quel territorio, che assolutamente “[…] non erano propensi a prendere parte alle innovazioni accadute in Venezia”379. Le truppe partite da Fiume e da Segna raggiunsero Zara il 30 giugno 1797 in cui “sono state ricevute a braccia aperte”380. Sotto le mura della città si presentarono circa 1700 soldati, mentre alcuni giorni dopo, sopra ottanta bastimenti, arrivarono altri 5 mila uomini sia di fanteria sia di cavalleria. Nella città di San Donato la guarnigione dalmata, tra cui i 380 ufficiali, nonché il Magistrato ed il Governo dell’ex capoluogo della provincia veneziana, il 2 luglio, giurarono fedeltà al sovrano asburgico, dopodiché la bandiera di San Marco fu depositata nel duomo con grande partecipazione di popolazione e accompagnata dagli spari dell’artiglieria381. L’abate Laugier scrive che nel capoluogo dalmata “[…] si vide uno spettacolo generoso e lacrimevole […]”, e a proposito del congedo dal vessillo riporta che “Alcuni furono visti in quell’estremo atto baciarlo ed abbracciarlo sospirosamente più volte […]”382. Contemporaneamente distaccamenti di truppe si avviarono verso Sebenico, Traù, Clissa e Spalato, località che erano sprofondate nell’anarchia383. Nella città di Tommaseo furono sbarcate le artiglierie e la truppa. Il 2 luglio, benché il colonnello Draganić avesse consegnato la fortezza, i contadini che la presidiavano non erano intenzionati ad affidarla alle truppe imperiali, anzi, verso sera la popolazione cittadina si sollevò poiché era intenzionata ad opporsi alle 377 378 379 380 381 382 383

Ivi, lettera 10 settembre 1797. “Oss. Triest”., 7 luglio 1797, p. 766. Id., 28 luglio 1797, p. 919. Id., 7 luglio 1797, p. 767, il foglio riporta che gli omaggi di fedeltà provenivano anche dai dintorni del capoluogo dalmata ed erano il “[…] segno della sincerità de’ buoni Dalmatini”; R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., pp. 49-51. A. Franchetti, Storia d’Italia cit., p. 384; T. Erber, Storia della Dalmazia cit., p. 57; G. Novak, Pokret za sjedinjenje cit., p. 28; ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia, lettera 21 luglio 1797. M. A Laugier, Storia della Repubblica di Venezia, trad. it., vol. XII, Venezia 1834, p. 479. “Oss. Triest”., 17 luglio 1797, p. 829; T. Erber, Storia della Dalmazia cit., pp. 62-68; vedi anche R. A. Michieli Vitturi, Storia cit., pp. 52-58.

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truppe d’occupazione in quanto austriache e non ungheresi come avevano auspicato384. All’arrivo del generale Rukavina, il vescovo celebrò la messa in “illirico” nel duomo ove fu giurata la fedeltà nonché cantato il Te Deum “con organo, spari, e suoni di campane, gridando per tutta la Città Viva il nostro buon Sovrano, ecc”. Corpi armati furono spediti anche sull’isola della Brazza385. Dopo la parentesi libertaria, l’ingresso delle autorità asburgiche rappresentava la restaurazione dell’ordine precedente, con la riconferma degli antichi diritti e privilegi alla nobiltà. Il 6 luglio 1797, prima di lasciare la città al generale maggiore, barone di Lusignano, Rukavina, attraverso un proclama, fece sapere, ad esempio, che “[…] la libera lettura ne’ Casini, Caffè, Botteghe, ed altri Pubblici Luoghi, di Monitorj, Fogli scritti, o Stampe, che prevaricano le deboli menti, resta essa vietata sotto pene relative ai contravvenenti, ma severe ad arbitrio del Comandante, così pure inibita la lettura medesima, anche in private adunanze”386. Di conseguenza nulla sarebbe cambiato e il desiderio di mutare i rapporti economico-sociali, che giocò un ruolo non indifferente nelle sommosse al tramonto della Serenissima, venne definitivamente accantonato387. Il 19 luglio 1797 approdarono a Venezia i 1200 soldati italiani che il governo oligarchico aveva inviato in Dalmazia e che espressamente avevano richiesto il rimpatrio388. Lo sbarco dei medesimi al Lido rappresentava, a tutti gli effetti, la fine istituzionale, anche simbolica, di Venezia sulla sponda opposta dell’Adriatico. Raccolte le truppe a Zara e imbarcate Rukavina si diresse verso sud. Anche nelle località delle Bocche di Cattaro le truppe imperiali furono accolte più o meno pacificamente e con manifestazioni che acclamavano Francesco II389. La presenza di un presidio austriaco nel meridione di quel384

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V. Kapitanović, Fra Andrea Dorotić cit., p. 104. Successivamente il generale Rukavina avrebbe scritto che dovette impegnarsi non poco “[…] per spiegare dal pergamo al popolo radunato in chiesa, che Sua Maestà l’imperatore era anche re d’Ungheria, Croazia e Dalmazia, e con solenne giuramento dovetti persuadere gli astanti, ch’io ero un messo di Sua Maestà il re ungherese, mandato per annunziare ad essi i supremi diritti e la grazia sovrana di Sua Maestà il re ungherese”, ivi, p. 105. “Oss. Triest”., 4 agosto 1797, p. 963; Id., 7 agosto 1797, p. 980; S. Grubišić, Šibenik cit., pp. 121-122. Il testo del proclama è riprodotto in A. de Benvenuti, Storia di Zara dal 1797 al 1918, Milano 1953, p. 31. G. Novak, Povijest Splita, cit., pp. 24-25; Id., Pokret za sjedinjenje cit., p. 32. “Oss. Triest”., 28 luglio 1797, p. 926. Si veda l’ampio resoconto Sull’Acclamazione ed Accoglienza fatta alle truppe di Sua Maestà l’Imperadore e Re Francesco II da tutti gli ordini della città di Cattaro capitale dell’Albania, in Id., 18 settembre 1797, pp. 1223-1229; G. Novak, Pokret za sjedinjenje cit., pp. 40-43.


la regione rivestiva un’importanza strategica non irrilevante, dal momento che il principe del Montenegro non faceva mistero delle sue mire sugli ex possedimenti veneziani per raggiungere il mare (aveva già occupato Maini, Pobori, Budua, Braići, ecc.). La medesima area era guardata con particolare interesse anche dalla Russia e dall’Impero ottomano390. Allorché il conte di Thurn approdò nel capoluogo di quella che fu l’Albania veneta, fu accolto dall’intera popolazione, mentre il conte Niccolò Bisanti e il vescovo lo accompagnarono alla cattedrale in cui fu cantato il Te Deum per il felice arrivo dell’alta autorità asburgica391. A Perasto avvenne, invece, uno degli episodi più noti che accompagnarono la fine della Repubblica lungo le sponde dell’Adriatico orientale, anche perché spesso fu menzionato e utilizzato anche fuori dal suo contesto originario, precipuamente per sostenere rivendicazioni di natura politica e nazionale. In quella località “[…] la bandiera di San Marco fu sepolta sotto l’altare maggiore fra le lagrime d’una popolazione vestita a lutto, quasichè fosse morto il più illustre concittadino”392. 390 391

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G. Praga, Storia di Dalmazia, cit., p. 222; T. Erber, Storia della Dalmazia cit., p. 81. “Oss. Triest”., 27 novembre 1797, p. 1566. Il console piemontese Bonamico, in un dispaccio del 22 luglio 1797, ci fornisce degli elementi diversi sulla situazione nella Dalmazia meridionale, e scrive che “Cattaro ricusa gli Austriaci e acclama i Veneziani, che vorrebbono pure poter soccorrere quella capitale dell’Albania Veneta”, G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., pp. 118-119. T. Erber, Storia della Dalmazia cit., pp. 82-83. In una raccolta di carte uscita in quel periodo si riporta che il capitano tenne un “lamentevole discorso in lingua slava”, che dovrebbe allontanare ogni dubbio circa l’idioma usato in quell’occasione (l’episodio fu utilizzato ed abusato in ambito politico nel corso del XX secolo, nell’ambito della questione adriatica, il cui legame alla Serenissima fu letto come contrassegno dell’italianità di quelle latitudini, donde la premura di definire la lingua usata)”.La tristezza, la commissione, e il pianto universale hanno emminentemente (sic) dimostrato l’antica inconcussa fede di questa Nazione verso quel Governo, il quale in tutti gli incontri non risparmiò di sacrificarsi, e da cui fu amata, prediletta, e distinta, Sommario storico-cronologico di tutte le carte, leggi e proclami pubblicati dalla Municipalità provvisoria di Venezia con una serie ragionata di carte preliminari per servire alla storia della veneta rivoluzione, Venezia 1797, pp. 222-224. Uno studio incentrato sul significato di quell’episodio, sulla valenza simbolica nonché sul suo uso politico – la cosiddetta “retorica del congedo” – al quale rimandiamo per le relative osservazioni e considerazioni è quello di M. Tomasutti, Perasto 1797. Luogo di storia, luogo di memoria, Venezia 2007. Alla fine del XIX secolo un discendente del capitano di Perasto scrisse: “Il discorso […] altamente onora il sentimento leale dei nostri proavi verso il legittimo Sovrano, ed illustra splendidamente la nostra storia, perchè è più unico che raro l’esempio d’un popolo che tributa l’omaggio ad un governo caduto, e dal quale non spera più nè onori, nè premi, nè ricompense”, F. Viscovich, Storia di Perasto. Raccolta di notizie e documenti dalla caduta della Repubblica Veneta al ritorno degli Austriaci, Trieste 1898, p. 48. L’episodio del congedo di quella comunità delle Bocche di Cattaro dallo stendardo marciano è sicuramente il più noto, non fu però l’unico. A Spalato, il 18 giugno 1797, una cerimonia solenne accompagnò la consacrazione ed il ripiegamento del gonfalone di San Marco. Nella cattedrale, nel corso della messa, fu celebrata la Madonna

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Proprio come era accaduto in Istria anche in quella regione l’imperatore inviò il conte di Thurn per organizzare il nuovo governo nel Regno di Dalmazia. Il medesimo giunse a Zara il 17 agosto e s’insediò nel palazzo pubblico, già sede dei provveditori-generali veneziani393. Anche colà la nobiltà aveva manifestato non poca condiscendenza nei confronti delle autorità asburgiche e non di rado promosse festeggiamenti pubblici in onore dei funzionari imperiali la cui funzione era proprio quella di evidenziare la loro lealtà394.

L’occupazione francese delle isole Ionie Accanto alle regioni dell’Adriatico orientale anche l’arcipelago delle Ionie fu strappato ai Veneziani. Napoleone, però, presentò a quest’ultimi un piano diverso e nessuno immaginava si trattasse in realtà di un imbroglio studiato nei dettagli. All’inizio di giugno del 1797 la Municipalità provvisoria aveva iniziato ad accordarsi con il generale Baraguay d’Hilliers, comandante della città lagunare, circa l’organizzazione di una flotta franco-veneta, agli ordini del generale Gentili, con a bordo pure i cittadini Naranci e Bedotti la cui missione doveva essere la democratizzazione delle isole Ionie e la ripresa del controllo sull’area, anche per evitare i disegni della Russia395. Esse ed i possedimenti albanesi erano gli unici territori che all’indomani dell’abdicazione del Maggior Consiglio rimanevano ancora di pertinenza veneziana e vigilate dalla sua flotta. In base ai piani presentati, le unità navali provenienti dalla laguna si sarebbero incontrate con quelle francesi provenienti da Tolone ai comandi dell’ammiraglio Brueys396. Le informazioni colte nelle prime settimane dell’estate del 1797 delineavano uno scenario diverso, diametralmente opposto a quanto credevano i Veneziani, poiché, una volta introdotta la de-

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dopodiché i rappresentanti dei vari ceti sociali si diressero nell’aula magna dell’ospedale di San Lazzaro alla cui riunione presenziò anche il conte Barozzi e l’arcivescovo Cippico. Al termine del convegno il corteo si diresse verso la piazza principale. La nuova bandiera – quella austriaca – fu benedetta e fu cantato il Te Deum, poi con “un eccezionale silenzio” fu calato il vessillo della Serenissima ed innalzato quello nuovo, G. Novak, Povijest Splita, cit., p. 22. Il dettagliato diario della spedizione del conte di Thurn, da Pirano a Zara, trovasi in “Oss. Triest”., 4 settembre 1797, pp. 1135-1137. Il primo settembre 1797 i nobili zaratini, per esempio, promossero un festeggiamento in onore del conte di Thurn in occasione del “giorno onomastico del Buon Ministro, che, in nome del migliore de’ Sovrani, è venuto ad organizzare il nuovo felice Governo della Dalmazia”, Id., 29 settembre 1797, pp. 1275-1276. G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., p. 94; S. Romanin, Storia documentata di Venezia, cit., p. 164. P. Veroli, Storia della Venezia cit., p. 330.


mocrazia nelle isole Ionie, quest’ultime sarebbero state dichiarate dominio di Parigi. Napoleone, infatti, già in una lettera del 27 maggio 1797 indirizzata al Direttorio, in cui comunicava i risultati parziali delle trattative di pace con gli Austriaci, esponeva che in Italia i territori della Serenissima sarebbero passati agli Asburgo, mentre Mantova, Brescia e i settori sino all’Adige avrebbero composto la nuova repubblica. Inoltre, riteneva fosse ragionevole consegnare la città di Venezia – formata, a suo dire, da un “popolo inetto, vile, e niente fatto per la libertà” – a coloro che erano disposti a cedere l’Italia continentale alla Francia. E nel prosieguo esponeva le successive mosse, cioè “[…] c’impossesseremo dei vascelli; spoglieremo l’arsenale; porteremo via tutti i cannoni; distruggeremo la banca; e per noi resteranno Corfù e Ancona […]”397. I Veneziani caddero in inganno, ossia cedettero in buona fede alle parole del generale corso, in quanto lo stesso Direttorio aveva avanzato la necessità di democratizzare quelle isole. Una volta controllate, qualora vi fossero state le condizioni, le truppe francesi si sarebbero impegnate contro gli Austriaci in Dalmazia. Dopo aver ricacciato le unità asburgiche, Venezia avrebbe così avuto di nuovo il controllo sull’area. In quel periodo particolarmente delicato il presidio dell’arcipelago era per i Francesi di importanza strategica398. Tenendo conto dell’interesse che i Veneziani avevano per quella regione, sarà facile comprendere l’entusiasmo che produsse quel progetto. In realtà fu solo uno stratagemma per liquidare la marina marciana. Il 9 giugno la flotta franco-veneta prese il largo e il 28 giugno 1797 quelle unità navali giunsero a Corfù399, ma senza i due commissari. Da quel momento in poi, però, gli avvenimenti sarebbero proceduti secondo uno schema assolutamente diverso, e l’augurio per cui la “Grecia Veneta dopo di essere stata afflitta, oppressa, e spogliata per un troppo lungo corso d’anni dalla rapacità degli Oligarchi, va finalmente a risorgere all’epoche luminose della sua primiera Libertà” non poté concretizzarsi400. Le navi militari veneziane ed i magazzini di Corfù furono, infatti, occupati dall’ammiraglio Bruis, mentre il generale 397 398

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N. Bonaparte, La campagna d’Italia cit., pp. 95-96. P. Veroli, Storia della Venezia cit., p. 333; A. Franchetti, Storia d’Italia cit., p. 381. I Francesi rivendicarono a sé stessi il ruolo di aver democratizzato quei territori insulari. Il generale Gentili scrisse: “La Francia vi ha liberati e vi protegge con le sue forze. Vi ha dato un Governo provisorio sino a che la costituzione della sua Repubblica sia organizzata in quest’isole. Questo Governo provisorio è composto di persone che fin’ora e conforme ai principj di Libertà ed Eguaglianza”, ASV, Democrazia, b. 171, fasc. Isole del Levante. Organizzazione. Un insieme di dati interessanti si conservano in ivi, b. 169, in particolare la filza Equipaggi, Navi e Galere che contiene i nomi dei capitani e degli equipaggi nonché quella intitolata Cauzioni Danaro, con le “summe corrisposte dalla tesoreria francese dei fondi veneti alli sottoespressi pubblici legni, erano dell’Armata Veneziana”. Annali della libertà veneta ossia raccolta completa di carte pubbliche stampate ed esposte ne’ luoghi più frequentati nella città di Venezia, Venezia, luglio 1797, p. 179.

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Gentili s’installava su quelle isole in nome della Francia401. Quest’ultimo, come sottolinea Laugier, sbarcò sull’isola “non da alleato, ma da padrone” e prese il controllo dell’artiglieria ivi sistemata a difesa dell’isola402. Anche questo avvenimento avvilì non poco l’opinione pubblica veneziana, che ancora sperava in una ricomposizione dello Stato. Nel frattempo da Corfù giunse a Venezia una lettera (16 luglio 1797) in cui si comunicava l’avvenuta democratizzazione ma al tempo stesso non emergeva alcun cenno alla volontà di aggregarsi alla nuova realtà democratica. In essa si legge che “È stato di grand’amarezza per tutti i buoni Veneziani il non trovare nella vostra lettera nemmeno una parola che palesi in voi quei sentimenti reciproci di Fratellanza e di desiderio per l’unione che noi abbiamo sempre professato altamente e che ci erimo lusingati di aver meritati anche coi recenti sacrificj da noi fatti per il bene di coteste isole ad onta delle nostre luttuose circostanze”403. A metà agosto, invece, arrivò una ventata d’ottimismo. Il Comitato di salute pubblica scrisse a Rocco Sanfermo quanto scaturì dai colloqui con il generale Baraguay. Secodo il militare francese la sostituzione degli ufficiali veneziani in quel settore e l’occupazione dei forti erano esclusivamente delle forme di precauzione (riteneva che gli elementi veneziani fossero incapaci e in male fede), “[…] nel momento in cui il teatro della guerra era prossimo a riaprirsi sull’Adriatico, e che si dovevano impiegare le forze comuni al ricupero dell’Istria e della Dalmazia”404. L’inganno francese sortì i risultati sperati; l’occupazione fu fatta passare come una sorta di intervento volto alla difesa di quelle isole e, come scrisse il Comitato di salute pubblica, alla fine di settembre del 1797, “[…] non abbiamo fondamenti a dubitare che non sieno per essere unite alla Veneta Nazione senza 401

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R. Cessi, Da Leoben a Campoformido cit., p. 565; Verbali, vol. I/1, pp. 486487. La forza della marina francese era solo un mito, avverte lo storico della Serenissima. Non vi erano importanti unità navali in grado di controllare l’Adriatico e al tempo stesso la situazione riscontrata a Corfù non corrispondeva per niente alle aspettative: da subito sorse il problema dell’approvvigionamento delle imbarcazioni francesi e venete giunte nell’arcipelago; siccome dalla città lagunare non sarebbero arrivati né viveri né denaro, la squadra francese dovette mutare i piani originari e allontanarsi, per evitare di rimanere bloccata e inattiva. M. A Laugier, Storia della Repubblica di Venezia, cit., p. 485. ASV, Democrazia, b. 171, fasc. Isole del Levante. Circolari ed altre lettere, lettera 28 agosto 1797. Verbali, vol. II, p. 397. In quella circostanza si aggiunse: “Potete figurarvi con quale trasporto di compiacenza furono da noi accolte così fauste notizie, che ci danno adito a sperare che il valore dell’invincibile armata francese ci restituirà frappoco le due perdute provincie, senza delle quali non solo l’esistenza di questa città, ma la garanzia del commercio e della libertà italiana sarebbero esposte ad una irreparabile rovina”.


soffrire destino diverso […]”405. Alla fine di agosto l’ex provveditore di Corfù, Carlo Widman, scrisse alla Municipalità provvisoria di quell’isola rammentando che essa era divenuta libera e democratica grazie alla “Generosità Francese” e riteneva che Parigi non avesse alcuna aspirazione a dominare su quell’arcipelago, perciò invitava a prendere in considerazione il congiungimento con la città di San Marco, che non ambiva alla supremazia ma desiderava solo continuare “nell’unione con voi”. Fin da secoli – sempre Widman – dedicatasi quest’isola di Corfù a Veneziani fu sempre per la sua situazione all’ingresso del Golfo Adriatico considerata di somma importanza” e ancora, “Quest’isola situata alla foce dell’Adriatico ha contratta da secoli una, per così dire, naturale, e perciò necessaria corrispondenza con Venezia, che il disalveare da questa, e sostituirne egualmente utile non è possibile”406. L’arcipelago era strategicamente importante, rappresentava una base dalla quale le unità francesi sarebbero potute intervenire in soccorso agli Ottomani qualora fossero stati minacciati. Nel settembre del 1797 Bonaparte ricevette dal Direttorio, infatti, la disposizione di mantenersi saldo nell’arcipelago e, possibilmente, nelle Bocche di Cattaro, poiché la Francia doveva frenare le mire austriache in direzione della Bosnia, dell’Erzegovina, del Montenegro e dell’Albania407. La cosiddetta Albania veneta, però, era stata occupata dalle forze militari austriache ed era molto improbabile che l’imperatore decidesse di evacuarle da un settore così strategico. In realtà quelle isole (Corfù, Zante, Santa Maura, Itaca, Paxò, Cefalonia e Cerigo, al sud del Peloponneso) dovevano costituire il fulcro principale della Francia nel Mediterraneo orientale, e una base per condurre la guerra navale contro l’Inghilterra su quello scacchiere408. Fu lo stesso Bonaparte, in una lettera al Direttorio, a insistere che “le isole di Corfù, Zante e Santa Maura e Cefalonia sono più interessanti per noi che tutta l’Italia insieme”409. Un conoscitore di quella zona come il già ricordato Widman 405 406 407

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Ivi, p. 499. ASV, Democrazia, b. 171, fasc. Isole del Levante. Circolari e lettere, lettera 21 agosto 1797. G. Cassi, Il mare Adriatico. Sua funzione attraverso i tempi, Milano 1915, p. 339. Per una difesa più efficace si riteneva opportuno possedere la piazza di Cattaro nonché qualche altra porzione territoriale circostante, appartenente agli Ottomani, da ottenere mediante lo scambio con qualche isola dell’arcipelago, p. Daru, Storia della Repubblica di Venezia, trad. it., vol. VIII, Torino 1851, p. 329. G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., p. 113. Si riteneva che la minaccia fosse reale in quanto gli Austriaci avrebbero mostrato di ambire l’Albania per trasformarla in una sorta di antemurale a difesa dalle incursioni turche; E. Flagg, Venice; the city of the sea, from the invasion by Napoleon in 1797 to the capitulation to Radetzky in 1849; with a contemporaneous of the peninsula, vol. I, New York 1853, p. 211. A. M. Bettanini, Tra Leoben e Campoformio cit., p. 135.

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evidenziò che la piazza di Corfù era considerata “una delle più forti ed importanti dell’Europa, la chiave dell’Adriatico, la antemurale d’Italia”410. Successivamente il generale corso proponeva addirittura l’occupazione di Malta; in questo modo, assieme all’arcipelago ionico e l’isola di San Pietro, ceduta dal Regno di Sardegna, la Francia sarebbe divenuta la padrona del Mediterraneo411.

Le reazioni contro l’invasione asburgica Con l’occupazione dell’intera area adriatica l’imperatore coronava un’aspirazione territoriale presente ormai da circa un secolo e mezzo. Le schiaccianti vittorie sugli Ottomani, che tra la fine del XVII e i primi decenni del XVIII secolo proiettarono l’Austria nella pianura pannonica e contribuirono a recuperare i territori perduti precedentemente, avevano schiuso una nuova stagione, contraddistinta da una vocazione per i commerci. La politica mercantilistica, sostenuta da Carlo VI e dal governo in generale, era rivolta viepiù in direzione del mare412. La richiesta serrata per l’ottenimento della libera navigazione nell’Adriatico (la patente è del 1717) e la successiva proclamazione dei porti franchi di Trieste e di Fiume (1719) rappresentarono la volontà concreta di erigersi a potenza marittima e al contempo era un chiaro segnale che il potere veneziano e la difesa della sua sovranità su quel mare andavano ormai scemando413. Per lo storico trie410 411

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ASV, Democrazia, b. 171, fasc. Isole del Levante. Circolari e lettere, lettera 21 agosto 1797. A. M. Bettanini, Tra Leoben e Campoformio cit., p. 137, nota 2. Allorché Napoleone invase l’Egitto, territorio appartenente all’impero ottomano, la Sublime Porta si avvicinò all’ex acerrimo nemico cioè la Russia. Le due parti firmarono un trattato di alleanza e la marina da guerra zarista poté transitare attraverso gli Stretti. Nell’ottobre 1798 una formazione navale russo-turca si presentò davanti alle isole Ionie; i Francesi resistettero tenacemente sino al marzo 1799, H. SetonWatson, Storia dell’impero russo cit., p. 61. Si veda R. Cessi, La Repubblica di Venezia e il problema adriatico, Napoli 1953, pp. 248-259; G. Stefani, Carlo VI e il problema adriatico, in “AV”, n. 98, 1958, pp. 148-224; E. Faber, Il ruolo dell’Austria Interiore nella politica commerciale di Carlo VI, in Dilatar l’Impero in Italia: Asburgo e Italia nel primo Settecento, a cura di M. Verga, “Cheiron”, vol. 21, Roma 1994, pp. 161-186. Per un inquadramento generale si rinvia agli importanti studi di R. Gherardi, Potere e costituzione a Vienna fra Sei e Settecento. Il “buon governo” di Luigi Ferdinando Marsili, Bologna 1980, pp. 275-385 e R. Gheradi-F. Martelli, La pace degli eserciti e dell’economia. Montecuccoli e Marsili alla Corte di Vienna, Bologna 2009, in particolare le pp. 153-256. Molte informazioni importanti per cogliere i segnali di una nuova età sono contenute in L. F. Marsili, Relazioni dei confini della Croazia e della Transilvania a Sua Maestà Cesarea (1699-1701), a cura di R. Gherardi, voll. II, Modena 1986. E. Faber, Territorio e amministrazione, in Storia economica e sociale di Trieste, vol. II, La città dei traffici 1719-1918, a cura di R. Finzi-L. Panariti-G. Panjek, Trieste 2003, pp. 23-24.


stino Attilio Tamaro quell’insistenza asburgica andava vista come parte di un piano preciso, che avrebbe giovato in previsione dell’occupazione della Dalmazia414, la cui bramosia era ormai evidente a tutti. Nell’ultimo quarto del XVIII secolo gli Inquisitori di Stato di Venezia ottennero delle informazioni confidenziali in cui si precisava che, finché avesse regnato Maria Teresa, la Serenissima poteva escludere un eventuale conflitto con l’Austria che avrebbe permesso a quest’ultima la conquista di territori marciani di suo interesse. Sempre secondo la medesima fonte, la preoccupazione avrebbe dovuto, semmai, manifestarsi con la dipartita dell’imperatrice, poiché a quel punto gli ambienti favorevoli alla guerra avrebbero potuto attuare il piano già da tempo formulato per l’invasione della Dalmazia415. Lo compresero fin da subito certi pubblicisti veneziani, poiché le giustificazioni dell’intervento militare, che doveva essenzialmente garantire la tranquillità in quei territori ed evitare che lo “sconvolgimento” varcasse i confini asburgici, si reggevano su argomentazioni deboli e di facile confutazione. “Non è dunque il solo zelo di arrestare il torrente dell’opinione, non è la sola esclusione della libertà, che muovono il despota dell’Austria a questa occupazione; entrano in campo le sognate di lui pretese, quelle pretese, che non trovò bene per il corso di tanti anni di far valere, o anche sol di produrre. Vorrebbe forse richiamare i rancidi titoli dei conti dell’Istria, per cui potrebbe la mania dispotica estendersi ad altri paesi si fortunatamente liberi”416? Ma ancor prima, cioè pochi giorni dopo l’avvenuta occupazione, un giornale come “Il Corriere milanese” evidenziava con grande lucidità quanto stesse avvenendo a quelle latitudini. Le due province “andavano tranquillamente riordinandosi secondo la nuova forma di governo”, ma, dato che all’imperatore si dovevano dare dei territori come risarcimento per la rinuncia della Lombardia e dei Paesi Bassi “finge di vedervi un movimento rivoluzionario, e per preservarne i suoi Stati, si fa lecito di occupare gli altrui”417. Il possesso delle due province era considerato dannoso per l’avvenire della penisola italiana sia sul piano politico e strategico sia su quello 414 415 416

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A. Tamaro, Storia di Trieste, vol. II, Trieste 1924, p. 140. A. Bazzoni, Giacomo Casanova confidente degli Inquisitori di Stato di Venezia, in “NAV”, t. VII, parte I, 1894, pp. 298-299. [L. Bossi], Brevi osservazioni sul manifesto dell’imperatore pubblicato in Capodistria alli 10. giugno 1797, Venezia [1797], pp. 9-10. Il testo è ripubblicato anche nella Raccolta di carte pubbliche, vol. VII, pp. 268-280 e in Il diritto d’Italia, pp. 30-35. “Il Corriere milanese”, 26 giugno 1797, p. 411.

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economico418. Se ne rendevano conto anche determinati ambienti politici francesi, che osservavano con una certa preoccupazione il declino politico, amministrativo e morale della città lagunare e dall’altra parte l’ascesa asburgica nell’Adriatico. L’occupazione austriaca di quelle terre era vista come una sorta di ricompensa all’imperatore, che si sarebbe dimostrata controproducente, perché, come scrisse Lallement a Delacroix “Perderemo tutto il commercio del Levante e del Mediterraneo; sacrificheremo l’impero ottomano e serviremo a nostre spese le ambizioni della Russia e dell’Austria e la cupidità dell’Inghilterra”419. Per l’imperatore l’estensione del suo potere sull’Istria corrispondeva al compimento di un diritto storico. Quella regione sarebbe appartenuta alla corona di Croazia, così come la Dalmazia, che era ritenuta di sua pertinenza, in quanto spettava al regno ungherese420. Secondo Pietro Kandler quella rivendicazione era giustificata dal fatto che il patriarca Ludovico di Teck avrebbe ceduto i territori del Patriarcato di Aquileia a re Sigismondo di Ungheria421. Per l’Austria la lenta agonia di Venezia rappresentò un’occasione senza precedenti per abbarbicarsi sulle coste dell’Adriatico orientale. In base agli accordi di Leoben le unità militari asburgiche entrarono nelle ex province della Serenissima occupandole ed insediando i loro rappresentanti422. Sebbene dalla parte francese vi fossero non pochi che desideravano riconoscere la sovranità della Municipalità veneziana, se non altro per ostacolare le mire degli avversari, nulla si mosse e l’imperatore trovò proprio negli ex domini della Serenissima il risarcimento per quanto aveva dovuto cedere in Italia settentrionale. Anche successivamente la bramosia di nuovi territori non tardò a manifestarsi, e dopo Campoformido le mire austriache puntarono su Ragusa. In realtà furono solo delle velleità e la Repubblica di San Biagio avrebbe continuato ad esistere ancora per alcuni anni prima di cadere sotto i colpi dello stesso Napoleone (1808). Con l’occupazione austriaca della Dalmazia gli Asburgo entrarono a diretto contatto con la repubblica dal418

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“Mercurio d’Italia”, agosto 1797, pp. 143-144, “Possessore qualor fosse Cesare di queste due province, egli vederebbe tutte di un colpo soddisfatte le mire che il suo gabinetto ha da secoli inutilmente coltivate per condursi a figurare sui mari”, mentre per quanto concerne gli scali si evidenziava: “Se Trieste, se Fiume, due piccioli punti, cui la natura ha negate le opportunità necessarie al commercio, recano già massimi danni a quella dell’Italia, cosa potrebbe attendersi, padrona che fosse l’Austria di un littorale di 175 leghe di estensione!”. Citato da R. Cessi, Da Leoben a Campoformido cit., p. 562. Cfr. D. Gruber, Povijest Istre, Zagreb 1924, p. 250, nota 1. BCT, AD, 10 F XVIII, Leggi del Primo Governo Austriaco in Istria. “Se l’Austria, interpretando arbitrariamente i preliminari di Leoben, era passata all’occupazione dei territori veneti dell’altra sponda, aveva recato una offesa a un legittimo diritto, che non poteva esser difeso da adeguata forza militare, ma poteva esser rivendicato da chi deteneva l’esercizio della podestà sovrana”, A. Alberti-R. Cessi, Lineamenti costituzionali cit., pp. XV-XVI.


mata; erano separati solo dai territori di Klek e Sutorina che fungevano da cuscinetto. I Ragusei si complimentarono con Vienna, dalla capitale imperiale, invece, Francesco II avvertì sia il Senato sia l’ambasciatore Sebastiano Ayala di vigilare sulla sicurezza dello Stato, poiché vi erano degli elementi giacobini che guardavano con entusiasmo a quanto era avvenuto a Venezia. Come illustrò il ministro Thugut, furono intercettate alcune lettere dal contenuto inequivocabile, pertanto bisognava evitare eventuali sviluppi423. Per scongiurare che la bandiera con l’aquila imperiale sventolasse anche su quel lembo di terra dalmata, il 19 ottobre 1797 il viceammiraglio francese Paul François Brueys d’Aigailliers si ancorò con la sua squadra, composta da sei grandi unità navali, davanti all’isola di Calamotta e vi rimase sino alla fine del mese. L’intento era quello di difendere la libera e sovrana entità statuale, ma, come comunicò il suo Senato (il 23 ottobre), tali premure non erano necessarie in quanto i Ragusei potevano già contare sulla protezione della Sublime Porta424. A poco più di un mese dall’occupazione, gli Austriaci iniziarono a riorganizzare il governo dell’Istria. A seguito del venir meno dell’attività del rappresentante della Dominate, ossia il capitano e podestà, a Capodistria, sede amministrativa, il conte Raimondo di Thurn, per non interrompere il lavoro del tribunale, decretò che le cause, “sino ad altro Sovrano Comando”, sarebbero state trattate davanti ad un Tribunale Pretorio provisionale di prima Istanza il quale avrebbe svolto il compito di Dipartimento politico ed amministrativo per l’intera Istria ex veneziana. Il Maggior Consiglio e la Deputazione Sindacale, invece, continuarono ad esercitare le loro funzioni425. Il suddetto tribunale era composto dal conte Giovanni Battista Fini, da Giorgio Baseggio e da Alessandro Gavardo di Antonio. Si decise di dare vita anche ad un Giudizio provisionale di seconda Istanza, formato dal marchese Elio Gravisi, dal cavalier Silvestro Maria Venier e dall’avvocato fiscale Alessandro Gavardo di Giovanni426. Il magistrato, invece, i cui ruoli erano concentrati in un’unica persona, assumeva pertanto i poteri prima di competenza del podestà427. I provvedimenti austriaci erano tutti indirizzati ad una nuova organizzazione della provincia: dalla riscossione dei tributi, alla realizzazione delle infrastrutture (o all’assestamento di quelle esistenti), dall’amministrazione della giustizia al piano al riasse423 424 425 426 427

R. Harris, Storia e vita di Ragusa-Dubrovnik, la piccola Repubblica adriatica, trad. it., Treviso 2008, pp. 373-374. V. Čučić, Posljednja kriza Dubrovačke republike, Zagreb-Dubrovnik 2003, p. 51; V. Foretić, Povijest Dubrovnika do 1808., vol. II, Zagreb 1980, pp. 334-335. G. Poli, La prima occupazione austriaca in Istria (Capodistria nel 1797), in “PI”, s. IV, n. 17-18, 1966, pp. 43-44. “Oss. Triest”., 14 luglio 1797, pp. 807-808. Ripartizione territoriale dell’Istria già detta austro-veneta, in “L’Istria”, Trieste 4 luglio 1846, p. 159; per l’organizzazione provvisoria dell’Istria veneta rimandiamo ai recenti risultati proposti da A. Apollonio, L’Istria veneta cit., pp. 133-142.

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stamento delle finanze pubbliche428. Nelle località di Pirano e di Rovigno, ove nel giugno 1797 erano stati formati i Magistrati civici, composti sia da nobili sia da popolani, non furono aboliti. L’unica novità introdotta fu la nomina di un loro direttore politico, il Magistrato che continuava a svolgere tutte le funzioni relative all’amministrazione interna. Siffatta soluzione non piacque al patriziato; il già citato Andrea de Vescovi scrive che “Credeva il corpo civico alla comparsa de’ gloriosi vessili imperiali, mediante un suo umilissimo memoriale fatto rassegnare in Pirano li 24 giugno 1797 al Cesareo Aulico Commissario Co. di Thurn e di vedersi repristinato negli incontrastabili originari suoi diritti e privilegi, ma invece rimase deluso, mentre tramutato solamente il nome di Municipalità in quello di Magistrato Civico, confermò nei medesimi individui la violenta loro rapina, premiandoli in un certo modo di quanto avevano violentemente fatto ed operato, lasciando così inconsolabile il corpo civico cotanto maltrattato, al quale quando le supreme autorità dell’inclito Ces. Reg. Governo non concorra al giusto suo repristino, non ci resta altra speranza che di portare i giusti suoi reclami a piedi dell’Augusto Trono del giustissimo e Graziosissimo Adorato Nostro Sovrano”429. A Capodistria, a Pola e a Parenzo furono conservati i Consigli dei Nobili, sebbene allargati al ceto popolano che fu così introdotto e poté finalmente gestire le cariche pubbliche430. Tutto ciò dimostra esplicitamente la volontà asburgica di rimanere saldi sul territorio istriano, benché la loro presenza fosse presentata solo come provvisoria. Secondo una certa stampa veneziana l’Istria e la Dalmazia erano una sorta di “Elena della guerra italica” e il futuro di quelle terre appariva non serbare grandi speranze perché “l’imperatore sembra volerle ritenere ad ogni costo, vi monta i governi, vi organizza le finanze, vi spinge in avanti le sue truppe, le quali non sono però ben ricevute da que’ popoli”431. L’ingresso degli Austriaci nelle ex province veneziane destò preoccupazione anche alla Sublime Porta. Già nel 1795 il bailo veneto a Costantinopoli, Ferigo Foscari, scriveva alla Dominante sottolineando che la triplice alleanza, stipulata tra l’Austria, la Russia e l’Inghilterra, non era stata accolta favorevolmente dagli Ottomani in quanto temevano potesse rappresentare un serio pericolo432. L’anno successivo il ministro degli 428 429 430 431 432

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Per maggiori dettagli si veda G. Poli, La prima occupazione austriaca cit., pp. 44-55. AST, AAI, b. 23, cc. 378r-378v. S. Žitko, I sistemi di governo in Istria nel periodo di transizione (1797-1805), in “Quaderni Giuliani di Storia”, a. XXIII, fasc. 2, Trieste 2002, p. 166. “Mercurio d’Italia”, agosto 1797, p. 98. E. Pesenti, Diplomazia franco-turca e la caduta della Repubblica di Venezia, Venezia 1898, p. 22.


esteri turco, in un colloquio con il nuovo ambasciatore della Serenissima a Istanbul, Francesco Vendramin, espose che la Repubblica difficilmente avrebbe potuto continuare a sostenere una politica neutrale ed isolazionista. Secondo il medesimo l’unica soluzione era quella di stipulare un’alleanza con la Francia, la Spagna e l’Impero ottomano, anche perché gli stessi politici di Parigi vedevano nell’Austria e nella Russia i veri pericoli per la Dominante, giacché entrambe non nascondevano le proprie aspirazioni territoriali sui domini veneziani del Levante. Anzi, proprio nel 1795, la zarina, a seguito dell’intesa segreta con l’impero austriaco, lasciava a quest’ultimo la possibilità di espandersi nei territori della Repubblica di San Marco in quanto rientravano negli interessi di Vienna433. Quella firma non fece altro che confermare le chiare aspirazioni delle due potenze: Caterina II – reduce da due conflitti contro Istanbul, protrattisi rispettivamente tra il 1768-74 e tra il 1787-92 – non disdegnava l’idea di sfondare nei territori ottomani (i suoi eserciti avevano già strappato la Crimea alla Sublime Porta), cacciare i Turchi dall’Europa e governare su Costantinopoli, e far salire al trono il suo secondo nipote Costantino Pavlovič434. Anche la politica di Giuseppe II non celava affatto il desiderio di annettere al suo impero le regioni europee della Sublime Porta, e per siffatto motivo si era schierato militarmente a fianco della Russia, sebbene non fosse tanto entusiasta dei disegni provenienti da Pietroburgo che miravano ad una dilatazione importante delle sue frontiere435. Per Vienna si trattava di coronare uno degli obiettivi della sua politica espansionistica verso oriente, a danno degli Ottomani, la cui riscossa militare, avvenuta all’indomani del secondo assedio di Vienna (1683), aveva portato le armate imperiali nella pianura pannonica ma anche nel cuore dei Balcani. Nell’ultimo quarto del XVIII secolo le pretese austriache iniziarono ad essere alquanto esplicite. Se la questione confinaria in Dalmazia, specie lungo il Canale della Morlacca, fu 433 434

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P. Preto, Venezia e i Turchi, Firenze 1975, p. 385; A. Bozzola, L’ultimo doge cit., p. 47. H. Seton-Watson, Storia dell’impero russo cit., p. 44. L’Austria si avvicinò alla Russia con l’intento di sconvolgere l’alleanza che quest’ultima aveva stretto con la Prussia. Giuseppe II pur mobilitando il suo esercito per far pressione contro la Sublime Porta, che andava a tutto favore di Caterina II, non accolse l’ambiziosa idea della zarina presentata nel corso dell’incontro avuto a Jalta (1787) che prevedeva l’occupazione russa di Istanbul, della Tracia, della Macedonia e di altre regioni. Gli Asburgo avrebbero ottenuto la Serbia, la Bosnia e l’Erzegovina ma anche la Dalmazia cioè un possedimento della Repubblica di Venezia, quest’ultima sarebbe stata compensata con la Morea nonché con le isole di Creta e Cipro. La proposta prevedeva altresì la creazione dello stato indipendente della Dacia, formato dalla Moldavia, dalla Bessarabia e dalla Valacchia, C. A. Macartney, L’impero degli Asburgo 1790-1918, trad. it., Milano 1976, p. 156; V. Dedijer, Interesne sfere. Istorija interesnih sfera i tajne diplomatije uopšte, a posebno Jugoslavije u drugom svetskom ratu, Beograd 1980, p. 63. G. Padelletti, Leoben e Campoformio secondo nuovi documenti, in “Nuova Antologia”, vol. IX, Firenze 1868, pp. 29-30.

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il vero pomo della discordia sin dalla fine del secolo precedente, contemporaneamente il governo di Vienna iniziò a mettere in discussione il possesso veneziano di determinati territori, come, ad esempio, le isole del Quarnero (Cherso, Veglia, Pago). Si sosteneva che esse appartenevano al Regno di Croazia e non già ai conti Frangipane dai quali le avrebbero acquistate; nel 1776, invece, indiscrezioni diplomatiche informavano in merito all’esistenza di un piano d’invasione della Dalmazia436. L’obiettivo di irrompere ad est, pertanto, non venne mai meno. Sebbene i grandi progetti di Caterina II non si concretizzassero, bisogna evidenziare che lo stesso Giuseppe II non nascose i suoi disegni espansionistici, che, oltre ai Balcani, comprendevano gli stessi domini della Serenissima: la Terraferma, l’Istria e la Dalmazia, come scrisse in una lettera all’imperatrice russa (1782), insomma i territori che alla fine avrebbe ottenuto con gli accordi del 1797 437. L’ambizioso progetto previsto per l’area adriatica non poté concretizzarsi a causa del netto rifiuto proveniente da San Pietroburgo, che in Venezia vedeva ancora una sorta di argine contro l’impero ottomano in previsione di nuovi conflitti, ma anche perché si riteneva alquanto improbabile scorporare i domini della Serenissima senza che la sua diplomazia non si accorgesse delle manovre in quella direzione438. Con l’occupazione della Dalmazia l’Austria iniziò a confinare con i territori del sultano anche a meridione (con l’Erzegovina e l’Albania), e, considerate le aspirazioni del governo di Vienna, la paura dei Turchi non era priva di fondamenti. Temevano, infatti, l’accerchiamento, dato che la Russia era alleata degli Austriaci. Al giungere delle notizie relative all’invasione imperiale delle terre dell’Adriatico orientale, il bailo espose agli Ottomani non poca preoccupazione per quell’avanzata vista come un trampolino verso i Balcani439, che poteva essere foriera di un possibile accordo 436 437

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Š. Peričić, Dalmacija uoči pada cit., pp. 182-183. A. M. Alberti, Venezia e la Russia cit., pp. 296-297; T. Schieder, Federico il Grande, trad. it., Torino 1989, p. 220. Solo due anni prima della fine e dell’amputazione della Repubblica di San Marco, nel corso del trattato austrorusso, il ministro Thugut presentò l’ipotesi di uno smembramento dei domini marciani, A. Battistella, Venezia e l’Austria durante la vita della Repubblica, in “NAV”, n. s., n. 62, 1916, p. 316. F. Salata, L’Istria nelle trattative tra Vienna e Pietroburgo (1782-1794), in “AMSI, n. s., vol. IV, 1956, p. 28. Interessante a tale proposito la Lettera ad un amico di Costantinopoli sugli attuali pericoli del Turco, in Raccolta di carte pubbliche, vol. VII, p. 290, “Basta che la grande armata dell’Ungheria faccia passare da una colonna la Sava, e la Bossina resta preda dell’Austria. La Servia è subito invasa; uno sbarco nell’Albania, e forse le sole minaccie di una flottiglia assicurano la conquista di quella malferma provincia; e finalmente la Macedonia circondata da tutte le parti, diviene necessariamente in potere dell’Aquila”. Lo scritto è datato al 3 luglio 1797. Si veda anche il messaggio della Municipalità provvisoria al bailo di Costantinopoli (21 giugno 1797), Verbali, vol. II, pp. 254-256. Nei giorni successivi, 23 e 24 giugno, le comunicazioni pervennero anche ai residenti nelle corti di Roma, Madrid, Napoli, Torino, Londra e Pietroburgo, ivi, pp. 258-261.


con la Russia per la spartizione dell’area con la conseguente scomparsa dell’Impero osmano440. L’espansione russa, che mirava sempre più in direzione dei Balcani e del Mediterraneo, invece, preoccupava viepiù l’Inghilterra, mentre ad occidente caddero entro i confini di Pietroburgo ampi territori: la Podolia, la Volinia, la Lituania e la Russia Bianca e poco dopo anche la Curlandia. Per siffatti motivi nell’agosto del 1797 l’ambasciatore ottomano presso il Direttorio presentò una nota in cui faceva sapere che l’occupazione austriaca di quelle province veneziane non lasciavano indifferente la Sublime Porta441. In realtà anche il Lallement svelava una forte preoccupazione perché il possesso dell’Istria e della Dalmazia, poi, poteva essere considerato come il primo passo verso la concretizzazione di quel piano politico, da compiere assieme alla Russia, e che avrebbe portato all’invasione dei territori europei dell’impero turco442.

L’importanza delle terre invase A Venezia la notizia dell’occupazione fu accolta con costernazione443, si riteneva che il possesso austriaco dell’Istria e della Dalmazia avrebbe rappresentato la fine di quella marina che aveva fatto grande la storia di quella città. Oltre ai fogli, che diffusero rapidamente la notizia, dai torchi iniziarono ad uscire vari testi (fogli volanti, opuscoli, libelli, ecc.), parecchi di questi erano incentrati proprio sull’invasione delle province adriatiche. Già l’11 giugno, vale a dire il giorno dopo l’entrata delle truppe austriache in Istria, lo stampatore Pietro Gatti venne arrestato su ordine del Comitato di salute pubblica in quanto ritenuto responsabile di aver fatto uscire la Lettera del Generale Bonaparte, diretta ai cittadini Veneziani per il recupero della Dalmazia, la quale conteneva l’invito del generale corso ad impugnare le armi per difendere la libertà appena conseguita, ma anche per ribadire la sua talassocrazia, che avrebbe custodito la sovranità sulla 440 441

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P. Preto, Venezia e i Turchi, cit., p. 388; R. Cessi, Campoformido, cit., p. 184. “Il Nuovo Postiglione”, 31 agosto 1797, pp. 691-692. Già il 20 giugno 1797 il cittadino Signoretti propose che la Municipalità veneziana inviasse un dispaccio a Costantinopoli per avvisare il sultano di quell’invasione, “[…] i cui interessi non possono permettere, che l’impero divenga una potenza marittima […]”, Verbali, vol. II, p. 14. R. Cessi, Da Leoben a Campoformido cit., p. 569. Il 12 giugno il cittadino Widman lesse all’assemblea della Municipalità provvisoria una lettera proveniente da Pirano in cui si comunicava l’entrata di un corpo militare austriaco a Capodistria; quello stesso giorno fu data notizia anche attraverso il messaggio dei sindici di quella città, Verbali, vol. I/1, pp. 130-131. I giornali scrissero in merito già qualche giorno dopo, cfr. ad esempio “Il Nuovo Postiglione”, 14 giugno 1797, p. 424.

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costa dalmata, il cui possesso era di fondamentale importanza per Venezia444. Quelle prese di posizione erano solo delle dimostrazioni apparenti, che servivano a circuire l’opinione pubblica veneziana ed i nuovi reggitori della città. In realtà non ci sarebbe stato alcun pugno duro contro l’Austria, perché l’occupazione delle due province era stata prevista con la firma dei preliminari di Leoben, che doveva rappresentare un compenso per la cessione imperiale delle tre legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna445. Si iniziò a discutere anche in merito alla dimensione economica. La perdita dell’Istria e della Dalmazia ebbe un’eco decisamente più ampia rispetto alla sottrazione della Terraferma. Con la privazione di quei territori, infatti, venivano meno le aree boschive dalle quali da secoli giungeva il legname utilizzato nell’arsenale. Considerata la contenuta popolazione, che nell’Istria veneziana si aggirava su circa 92 mila anime446, la penisola offriva ancora non poche opportunità e non si escludeva un suo aumento, poiché se un governo avesse favorito l’industria essa si sarebbe incrementata in breve tempo. Era opinione che se il nuovo governo democratico avesse diffuso i valori quali la libertà e l’uguaglianza, ed incentivato le arti ed il commercio, si sarebbe attirato le simpatie dei popoli vicini, che, “stanchi dal ferreo giogo sotto cui incurvano”, si sarebbero spinti in quei 444

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S. Pillinini, Pubblicistica e proprietà letteraria tra “patriotico eccitamento” e “consenso delle opinioni”, in Dai Dogi agli Imperatori cit., p. 52. Il contenuto della Lettera esprimeva la linea di pensiero dei democratici, andava però contro quanto si era stabilito a Leoben, i cui articoli di quei preliminari erano rimasti ignoti ai Veneziani. G. Cappelletti, Storia della Repubblica di Venezia, cit., p. 316; S. Romanin, Storia documentata di Venezia, cit., p. 167. Il 17 giugno 1797 il ministro francese a Venezia, Lallement, ad esempio, protestava contro l’occupazione austriaca dell’Istria e della Dalmazia, Il diritto d’Italia, pp. 17-20. All’indomani della firma del trattato con Venezia (16 maggio 1797) sarebbe stato lo stesso Bonaparte a proporre agli Austriaci d’invadere quei territori adriatici, lasciando intendere che Vienna avrebbe potuto occupare la Terraferma anche prima della firma della pace, G. Ferrero, Avventura cit., pp. 237-238. Roberto Cessi scrive, invece, che “[…] Gallo avrebbe prevenuto con nota scritta Bonaparte della risoluzione imperiale di occupare l’Istria e la Dalmazia, ed i plenipotenziari francesi avrebbero riconosciuto la fondatezza dei motivi e l’urgenza del provvedimento, poi dimostrato tempestivo dal fermento suscitato dagli agitatori veneziani”. Quell’operazione, sempre secondo il surricordato storico, era una singolare invenzione di Merweldt, che dopo i preliminari di Leoben non aveva avuto più alcun colloquio con Napoleone. Quella falsità fu diffusa per giustificare l’occupazione delle ex province veneziane, “[…] per suggerimento e consenso di Bonaparte, che egli mai si era sognato di accordare”, R. Cessi, Campoformido, cit., pp. 166, nota 1, 167. Per l’esattezza nel 1797 vi erano 92 431 abitanti, E. Ivetic, La popolazione cit., p. 340, tab. 38.


territori “a respirare l’aria libera e pura di un Paese”447.

Frontespizio dell’opuscolo sull’importanza della Provincia dell’Istria per Venezia. (Biblioteca civica “Attilio Hortis”, Trieste)

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Memoria sulla Provincia dell’Istria e sulla sua importanza per le altre provincie della Terraferma ex-veneta, s. l., 1797, pp. X-XI. Il testo fu pubblicato dal Governo Centrale di Padova, ne Il diritto d’Italia, pp. 70-72, sono riprodotti alcuni brani.

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Una Venezia priva dell’Istria, poi, sarebbe caduta “nella più assoluta nullità” in quanto avrebbe dovuto rinunciare alla navigazione perché ormai priva di quei porti sicuri ma anche dei marinai provenienti da quella terra448. Quella regione, che storicamente era stata una sorta di “entroterra” della città dei dogi, situata oltre un mare comune, aveva un’importanza economica in particolare per le materie prime di cui disponeva e poi rivestiva un ruolo strategico tale da non poter immaginare di svolgere un ruolo nell’Adriatico senza il suo possesso. Quella terra era definita una sorta di centro della navigazione nell’Adriatico. Nel passato l’Istria aveva rappresentato il punto forte della Dominante e nei tempi venturi avrebbe dovuto giovare alla nuova Repubblica che si andava formando, dato che tra Ancona e la foce dell’Isonzo non vi era “alcun porto opportuno per un’armata Navale”. Un altro aspetto di indubbio interesse è quello relativo all’arsenale che, a detta dell’anonimo autore di un opuscolo coevo, doveva sorgere a Pola “ove la natura e la località del Porto, e la vicinanza dei boschi lo riclamano”449. Nella città dell’Arena, dunque, si intravedeva il futuro di una base navale di notevole importanza, proposta addirittura oltre mezzo secolo prima che l’Austria iniziasse ad abbandonare definitivamente il porto di guerra di Venezia per stabilirsi nel meridione della penisola istriana che fu trasformato in un formidabile baluardo e in una base eccellente450. Contemporaneamente s’iniziò ad argomentare la necessità di conservare quel territorio così indispensabile e necessario per le sorti della città lagunare. In un testo coevo a proposito dell’Istria veneta si legge che “Ella è dirimpetto al littorale dell’ex-Dogado, e del Cesenatico. Vi si contano più di 12 porti sicuri per ogni sorta di bastimenti; a Pirano, a Parenzo, a Rovigno si fabbricano delle navi di ogni grandezza, e gli artefici sono eccellenti”451. “Quello di Pola sarà l’Arsenale e il ricovero della flotta italiana. Li boschi di Montona, di Barbana, Sanvicenti, Valle, Cittanova, e tanti altri somministreranno l’occorrente legname di costruzione. Gli abitanti del littorale sono marinaj per genio e per educazione: essi faranno il servizio della marina”. 448 449 450

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[G. B. Bonaugurio], Osservazioni sopra la Dalmazia e l’Istria di un cittadino ingenuo, Venezia 1797, p. 21. Memoria sulla Provincia dell’Istria cit., p. XII. Il porto di Pola fu giudicato “importante”già agli albori del XVIII secolo, all’epoca della guerra di successione spagnola, quando cioè le fregate francesi erano entrate sino ai lidi settentrionali dell’Adriatico e si riteneva che l’obiettivo principale dell’attacco fosse proprio quella località, M. Bertoša, Pulska luka u doba Venecije (od XIV. do XVIII. stoljeća), in Iz povijesti Pulske luke. Zbornik radova, a cura di M. Černi, Pula 2006, pp. 68-69. Memoria sulla Provincia dell’Istria cit., p. III.


e ancora: “Questa marina manterrà all’Italia il dominio del Golfo, proteggerà in esso la sicurezza della navigazione, ci conserverà la corrispondenza col Levante, di cui l’oglio, il sale, e le uve passe servono pure ai consumi della Terraferma, terrà in freno i Dalmati e gli Albanesi, se ricusassero di unirsi a noi, ed assicurerà all’Italia dalle forze degli Ottomani, e della Potenza marittima, che tentassero di penetrare colle loro flotte nell’Adriatico”452. A Venezia tutti erano consapevoli dei contraccolpi che la perdita dell’Istria avrebbe provocato. Quella penisola non era importante tanto per la sua economia e/o per le risorse che disponeva quanto per la sua posizione geografica nonché per le sue coste ed i porti ivi presenti. Tra i due lidi si era sviluppata una complementarietà che permetteva alla Dominante l’accesso nella laguna. Date le sue basse profondità, le navi che volevano accedervi ed evitare di incagliarsi nelle sabbie di quei fondali, dovevano anzitutto liberarsi dei pesi in eccesso (soprattutto le artiglierie, le munizioni, ma anche i rifornimenti e parte dell’equipaggio) che depositavano a Porto Quieto, dopodiché potevano proseguire la rotta verso San Marco453. Questa articolata navigazione aveva permesso alla Serenissima l’inviolabilità da parte delle flotte nemiche; le sorti di quella città anfibia, però, dipendevano proprio dal possesso dell’Istria. Si iniziò a parlare dei foschi presagi che quell’amputazione avrebbe prodotto nell’area adriatica, con conseguenze negative anche per coloro che ancora erano considerati i “liberatori”. Si riteneva che la Francia, in realtà, non avesse alcun interesse a far sì che gli Asburgo divenissero una potenza marittima, anche perché qualora il re di Sicilia si fosse unito ai medesimi i risultati sarebbero stati esiziali, dato che “chi ha la Sicilia, ha le chiavi del Levante: chi ha l’Istria e la Dalmazia, è quasi nel centro del Levante istesso”454. A detta dei Veneziani il possesso di quelle coste da parte dell’Austria avrebbe rappresentato sia la loro rovina sia quella della Francia, e la separazione di quelle terre era ritenuta “fatale” per la Repubblica e in generale per l’intera Italia455. Anche le proteste non tardarono a manifestarsi. Nella città di San Marco furono date alle stampe le “osservazioni” sul manifesto asburgico pubblicato a Capodistria il 10 giugno 1797, in cui Luigi Bossi puntualizza sopra vari aspetti relativi al contenuto dell’editto e mette in discussione l’intervento militare austriaco in Istria, che, a suo dire, non era certo dovuto alla necessità di riportare la pace in una regione sconvolta dai tumulti, anche perché l’imperatore non era una sorta di “ispettore del globo”. 452 453 454 455

Ivi, p. XII. Per le risorse della provincia in età moderna rinviamo a E. Ivetic, Oltremare cit., pp. 135-204. G. Gullino, Le vicende politiche ed economiche, cit., pp. 18-19. “Monitore Veneto”, 15 luglio 1797, col. 220. Carte pubbliche, t. III, pp. 542, 544.

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Lato sinistro del frontespizio dell’opuscolo di G. B. Bonaugurio (in lingua francese) dedicato alla portata delle ex province adriatiche della Serenissima. (Museo Correr, Venezia)

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Lato destro del frontespizio dell’opuscolo di G. B. Bonaugurio (in lingua italiana) dedicato alla portata delle ex province adriatiche della Serenissima. (Museo Correr, Venezia)

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“È dunque una disorganizzazione totale il ristabilimento dell’antica libertà, che un popolo si è lasciato incautamente rapire; è dunque un funesto sconvolgimento una pacifica rivoluzione, per cui l’uomo esercita il più sacro dei diritti, quello della insurrezione, com’è già stato canonizzato tante volte in Francia, ove si sono rettificate le storte idee de’ pubblicisti; è dunque la totale sovversione d’una provincia l’introdurvi la Democrazia, unico governo riconosciuto finora opportuno a formare la felicità di un popolo; è dunque un’attentato (sic) alla pubblica tranquillità la liberazione de’ Cittadini, la distruzione dell’Aristocrazia, de peggior forse di tutti i mostri politici, che moltiplicando i Despoti, come l’Idra un tempo le teste, accresce in ragione del numero i mali, e le oppressioni, che potrebbe cagionare un sol tiranno. Se questo fosse, converrebbe lodare i monarchi, e gli aristocrati per avere nei loro stati organizzata l’ignoranza, la miseria, la fame, l’impudenza, e la superbia voluttuosa; perché allora l’antitesi si avrebbe nello spirito di disorganizzazione accennato nel manifesto”456. La classe politica veneziana non nutrì alcun dubbio in merito alla buona fede di Napoleone, perché il generale era nientedimeno che il “liberatore”, colui che aveva annullato le ingiustizie, perciò era pressoché impossibile pensare che potesse aver progettato la rovina della Repubblica, specie dopo la sua “rigenerazione”457. Si auspicava che i Francesi, nonostante le loro importanti vittorie, non fossero “costretti a mendicare il prezzo della pace nella misera Dalmazia!” e, soprattutto, non abbandonassero quelle genti. Il “felice momento” sarebbe giunto solo al comparire delle bandiere francesi, le quali sarebbero state accolte “con gridi di giubilo e di contentezza”458. Di fronte a quell’occupazione non tutti credettero nell’estraneità francese, in taluni libelli del periodo non si escludeva l’esistenza di accordi tra l’imperatore e il Direttorio o tra Napoleone e gli Austriaci. Nel corso del congresso di Milano (giugno 1797) Mengotti aveva suggerito ai deputati veneti e romagnoli di protestare in toto contro quell’occupazione in qualità di esponenti di tutta la Nazione veneta. Siffatta mossa non fu gradita da Bonaparte, anzi, la giudicò poco opportuna, 456 457

458

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[L. Bossi], Brevi osservazioni sul manifesto cit., p. 5, il corsivo compare nell’originale. In quei giorni iniziò a circolare un opuscolo contenente un discorso di Bonaparte, del 18 giugno 1797, in cui avrebbe sostenuto che le armate francesi non avevano assolutamente abusato della vittoria, anzi, la stessa Lombardia sarebbe stata conquistata per liberarla. Per quanto attiene ai Veneziani avrebbe detto: “Credereste voi, che io sia andato sotto le mura di Vienna, per vendervi vilmente ai vostri antichi oppressori? No. Nel cuore della Germania io pensavo a voi”, Discorso del generalissimo Bonaparte da lui pronunciato in Como al primo e secondo battaglione della guardia nazionale del Dipartimento del Lario la mattina del giorno 30 pratile, Venezia 1797, pp. 1-2. Ajuto reclamato da’ popoli dell’Istria, Dalmazia ed Albania, Venezia 1797, pp. III-IV.


anche perché il dissenso poteva essere esternato solo dalla Municipalità veneziana in quanto, dato che era un organo sovrano, solo essa poteva annoverare un diritto di sovranità su quelle terre459. Il 20 giugno, invece, la Municipalità provvisoria, tramite l’ambasciatore a Roma, scrisse alla Santa Sede: “[…] onde render questa Corte informata di un tale avvenimento, e nel tempo stesso palesare la sua sorpresa per una direzione così inattesa della Corte di Vienna, verso di cui la Repubblica di Venezia non ha mancato di manifestare in ogni tempo i più delicati riguardi”460. Per quell’occupazione la Municipalità provvisoria di Venezia protestò apertamente e il primo luglio 1797 le motivazioni di quella rimostranza furono inviate a tutti i governi d’Europa, giacché il diritto veneziano su quelle terre era legittimato da un antico possesso “confuso ormai nella caligine dei tempi più rimoti”. Con quella disapprovazione, firmata dal presidente della Municipalità in quella quindicina di giorni, Giovanni Bujovich, voleva sensibilizzare i potentati del vecchio continente – in realtà fu inviata solo a Parigi – e sottolineava che: “[…] fu ben vivo il suo dolore, e somma la sorpresa nel conoscere che le Provincie dell’Istria, e della Dalmazia sieno state repentinamente invase, ed occupate dalle Armi Austriache in tempo che spoglie di Truppa, e tranquille riposando all’ombra della buona fede, e dei Trattati stavano assai vicino a cogliere il frutto delle ultime disposizioni prese tra il passato, ed il nuovo Governo in Venezia, alla quale Città sino da quei tempi, nei quali la Costituzione Veneta non reggevasi, che coi principj, e forme Democratiche, vivevano esse Provincie unite. Un’atto (sic) così inatteso per parte di una Potenza amica, e verificato contemporaneamente alla pubblicazione del Manifesto, annunziante una necessità di farvi entrare le sue Truppe, onde assicurare ai proprj Sudditi la tranquillità col mantenere il buon ordine nelle vicine Provincie, preservare l’Istria dai tristi effetti di asserita totale sovversione, e conservarsi gl’antichi suoi Diritti, non può concedere, che un Popolo Libero, nè il Governo Provvisorio, che lo rappresenta, si mantengano più oltre il silenzio”461. 459 460 461

G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 169. Il diritto d’Italia, p. 36. Protesta del Governo provvisorio di Venezia spedita a tutti li Governi d’Europa, in Carte pubbliche, t. III, pp. 545-546; Il diritto d’Italia, pp. 41-43; ASV, Democrazia, b. 179. Il testo fu prima pubblicato da V. Tonni-Bazza su “La Provincia di Brescia” del 14 novembre 1914 e poi nell’opuscolo La protesta del Governo provvisorio di Venezia per l’Istria e la Dalmazia (1° luglio 1797), Roma 1918. Quella seconda pubblicazione risaliva al dicembre del 1918, cioè al periodo in cui iniziavano a trapelare le prime avvisaglie della cosiddetta questione adriatica, infatti, si legge che quel documento era da considerarsi di grande attualità “[…] in quest’ora in cui, purtroppo, perdurano polemiche spiacevoli ed incertezze imprevedibili”, ivi, p. 1. Si veda anche quanto scrive G. Silvano, Venezia e la Terraferma cit., p. 51.

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Nel corso di quell’estate le speranze di riottenere l’Istria non scomparvero. Durante i lavori delle sedute della Municipalità si presentarono le informazioni giunte grazie ad un “influente cittadino” di quella penisola in cui si evidenziava che non poche ricche famiglie “soffrono il giogo presente”. In quell’occasione Dandolo aggiunse che “L’Istria è attaccatissima a noi; sospira il momento di riacquistare i suoi diritti”462.

La volontà veneziana di mantenere l’integrità dello Stato marciano e la sua intenzione di includerlo nella Repubblica Cisalpina (prodromi di un’unità italiana) Per far fronte ai problemi che tangevano Venezia, i rappresentanti della Municipalità provvisoria ritenevano di poterli risolvere solo grazie all’appoggio delle repubbliche italiane e della Francia. Già il primo luglio, rivolgendosi alle municipalità venete, la Municipalità della laguna evidenziò che l’occupazione dell’Istria e della Dalmazia rappresentava “la nostra e la vostra rovina”. Per evitare il peggio suggeriva di accantonare i risentimenti e le false accuse poiché l’unica strada da perseguire era quella dell’unione della città di San Marco e dei territori un tempo a lei soggetti con gli altri “popoli liberi d’Italia”. L’amputazione di quelle regioni avrebbe avuto delle conseguenze negative negli equilibri dell’intera penisola, e per evitarne la perdita le avrebbe affidate in eredità all’Italia del futuro463. Per tali ragioni Venezia stessa fece appello a quelle città affinché protestassero contro un’occupazione ritenuta ingiusta. La città lagunare proponeva di fare fronte comune ed invitava gli altri centri urbani ad unirsi “[…] e formare un’amministrazione centrale provvisoria per rappresentare mediante i rispettivi Deputati la nazion tutta unita in una sola Repubblica […]”, e al contempo assicurava non vi fosse alcuna sua ambizione di dominio, di primazia o di centralità. L’unione doveva essere vista esclusivamente come un’esigenza, di notevole importanza, e tanto più pressante dal momento in cui le province adriatiche erano passate sotto la bandiera imperiale464. Anche sulla carta stampata si soleva evidenziare “[…] che Venezia non ambisce di primeggiare, centralizzare, dominare, ma non vuol essere assolutamente che una frazione di quel gran popolo libero e indipendente 462 463 464

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Verbali, vol. II, p. 84. F. Venturi, Settecento riformatore cit., p. 455. “Mercurio d’Italia”, luglio 1797, p. 7; Verbali, vol. II, p. 245; Il diritto d’Italia, pp. 43-45.


che va a costituire nell’Italia una Repubblica sola, una, ed indivisibile”465. Nella città di San Marco la popolazione fu chiamata a esprimersi in merito alla volontà di costituire una repubblica, per l’appunto, che unisse i popoli d’Italia. Furono raccolte circa quarantamila firme – sulla cui regolarità furono sollevati dei dubbi dagli stessi municipalisti – e immediatamente fu organizzata una delegazione, con a capo il cittadino Fantoni, affinché portasse i risultati di quel suffragio a Bonaparte, e al contempo doveva rappresentare un atto di buona volontà nei confronti della Terraferma, sulla quale non vi era alcuna velleità di dominio. Parallelamente si decise di inviare il Mengotti a Parigi per comunicare quanto avevano votato i Veneziani e così dare un appoggio al Sanfermo, già presente nella capitale francese, in qualità di rappresentante, anche se mai fu accettato dal Direttorio466. Quella di costituire una Repubblica unitaria era la posizione dei patrioti italiani dei territori liberati dai Francesi i quali auspicavano la creazione di una Repubblica che abbracciasse i territori compresi tra la Lombardia, l’Emilia e la Terraferma veneta. Venezia, come è noto, si trovava in una situazione critica, poiché alla firma dei preliminari di Leoben essa era ancora una realtà statuale indipendente. Nonostante questo le trattative franco-austriache decisero di staccare alcuni territori di quello Stato sovrano, ma, seppure ridotto nella sua estensione territoriale, avrebbe conservato la propria autonomia. Con lo sviluppo degli eventi, come è noto, la Dominante cessò di esistere, di conseguenza il discorso già intavolato e concernente la divisione dei suoi domini fu ulteriormente dibattuto. In realtà le città della Terraferma nutrivano non poche incertezze e di fronte a quella proposta “[…] non sembravano molto disposte a ricever per sorella quella, che per sì lungo tempo aveano riguardate qual madre”467. I patrioti vivevano momenti di inquietudine perché non erano in grado di valutare appieno la politica napoleonica in merito alla costituzione di quella già menzionata Repubblica che avrebbe abbracciato anche il Veneto. In più essi si erano trincerati dietro ad una irremovibile autonomia e con non poca ambiguità osservavano l’eventuale ricomposizione, completa o parziale, di uno Stato veneto, che, sebbene democratizzato e poggiante su basi nuove richiamava in essi ancora una certa sfiducia468. 465

466 467 468

“Monitore Veneto”, 5 luglio 1797, col. 184; cfr. anche “Notizie”, 5 luglio 1797, p. 469. Il medesimo foglio pubblicò anche la lettera che la Municipalità provvisoria di Venezia diffuse a tutte le altre Municipalità dei territori un tempo appartenenti alla Serenissima, Id., 6 luglio 1797. Per il testo del manifesto cfr. G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano cit., pp. 574-575. Ottenere dei risultati concreti era però alquanto arduo, già alla fine di maggio i rappresentanti veneziani espressero che “Le città della Terraferma sono nella più decisa diffidenza di noi, e convien far molto per distruggerla non solo, ma per persuaderla anzi della lealtà e purità delle nostre intenzioni, Verbali, vol. II, p. 197. Si veda anche il volume di A. Solmi, L’idea dell’unità italiana nell’età napoleonica, Modena 1934, soprattutto le pp. 31-76. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., pp. 172-173. “Mercurio d’Italia”, luglio 1797, p. 15. R. Fasanari, Gli albóri del Risorgimento a Verona (1785-1801), Verona 1950, p. 161.

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Nel giugno del 1797 in concomitanza con la circolazione di alcune voci angoscianti circa le future sorti del Veneto, spuntarono delle nuove idee. In primo luogo va ricordato il bellunese Giuseppe Fantuzzi, aiutante generale nell’esercito cisalpino, il quale propose di affrontare il problema gradualmente: siccome riteneva poco probabile l’unificazione di tutti i territori liberati dalle armate francesi, avanzò il suggerimento di riunire dapprima il Veneto, che all’epoca si trovava scisso in varie realtà, e solo dopo di aggregarlo alla Repubblica Cisalpina. Per tale motivo riteneva importante la costituzione di un Comitato Centrale Veneto il cui scopo doveva essere la fusione delle singole Municipalità autonome in un Governo provvisorio che rappresentasse tutti gli interessi politici dell’intera area veneta, sull’esempio di Milano, Bologna o Modena, che in un secondo momento sarebbe sfociato nella Cisalpina469. Il veronese Sebastiano Salimbeni, anche lui presente a Mombello, invece, sosteneva che, in base alle informazioni da lui possedute, Bonaparte era disposto a cedere la Terraferma ex veneta sino all’Adige in cambio della fortezza di Mantova, ma, dato che l’imperatore non aveva ancora risposto in merito, riteneva vi fossero delle possibilità che i territori del Veneto non passassero agli Asburgo. A suo avviso, pertanto, bisognava convincere il deputato veneziano a Milano a sostenere energicamente l’unione della città di San Marco alla Repubblica Cisalpina. Una volta raggiunto questo obiettivo le Municipalità della Terraferma non avrebbero posto più alcun freno alla fraternizzazione con Venezia470. Il 4 luglio 1797 Giovanni Bujovich, a nome della Municipalità provvisoria, scrisse a Bonaparte: “Voi siete stato sinora l’arbitro dei destini della guerra, e avete infranto le catene della Lombardia, le nostre, e quelle di tanti altri popoli. La vostra giustizia, la vostra gloria, la giustizia e la gloria della Repubblica Francese non permettono che l’Istria e la Dalmazia, che costituiscono una parte tanto esenziale della Veneta Nazione, tanto esenziale alla libertà nostra, alla libertà dell’Italia, ne siano staccate, perdano la loro libertà, e restino sotto il giogo di un conquistatore, che le ha invase violando i Trattati e il possesso di secoli, che garantivano la loro unione perpetua alla Veneta Nazione, per accrescere il dominio dell’Adriatico la sua potenza e minacciare ad ogni momento la libertà dell’Italia”471. Verona e Vicenza reagirono sostenendo l’unione delle due regioni direttamente alla Repubblica Cisalpina. L’8 luglio 1797 la Municipalità 469 470 471

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Ibidem; p. Preto, voce Fantuzzi, Giuseppe, cit., p. 724; G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano cit., p. 561. R. Fasanari, Gli albóri del Risorgimento cit., pp. 162-163. Verbali, vol. II, p. 282.


provvisoria diffuse che si sarebbe unita “[…] con qualunque popolo libero dell’Italia in una sola Repubblica Democratica, una e indivisibile […]” e di conseguenza invitava “[…] tutti i popoli liberi dell’Italia a concorrere al recupero dell’Istria e della Dalmazia, perdita fatale alla libertà italiana, e alla marina, e al commercio non solo di questa città, ma di tutta la Nazione”472. In un messaggio diretto ai patrioti della Terraferma si ricordava che essi mai avrebbero controllato il loro litorale e di conseguenza nemmeno i commerci, perché la libertà dell’Italia dipendeva in primo luogo dal possesso della penisola adriatica. Al contempo si evidenziava ancora che: “L’Istria è una Provincia Italiana, che vi appartiene per natura; è una parte integrante dell’ex-Stato Veneto, che vi appartiene per convenzione; l’integrità di questo Stato è sanzionata in tanti solenni trattati della stessa Corte di Vienna; e voi sapete che i trattati sono obbligatorj non solo per li Rappresentanti delle Nazioni, ma per la Nazioni medesime. Gl’Istriani sono vostri fratelli da 4 secoli; essi vi furono compagni indivisibili nella comune schiavitù, essi riclamano il vostro soccorso oracchè voi siete liberi, e indipendenti”473. L’esile equilibrio venne meno a seguito del proclama di protesta veneziano per l’occupazione dell’Istria e della Dalmazia, specialmente per il fatto che quei centri urbani non intendevano manifestare alcuna posizione in merito a quell’intervento militare, ma anche perché fu interpretato come un’evidente presuntuosità dei Veneziani, che in quel modo avrebbero dimostrato inequivocabilmente di sentirsi gli eredi della sovranità della Serenissima474. Benché il governo oligarchico avesse abdicato formalmente esso non trasmise i poteri al nuovo organo rappresentativo. Di conseguenza se da un lato la Municipalità provvisoria riteneva di aver ereditato le cariche di Governo e di Stato, dall’altro vi erano la città della Terraferma che avversavano il riconoscimento del passaggio di sovranità475. “Sapete, come è stato accolto l’usurpo dell’Istria e della Dalmazia in Terra-ferma? (si interrogava Zuliani) Con le risa, perchè fu creduto che Venezia voglia primeggiare, e che questa disgrazia la ridurrebbe suo malgrado a piegare il collo, ed a ricercare l’unione”476. Particolarmente risoluta era la Municipalità di Verona, la quale, in nome del suo popolo, dichiarava di non voler aderire ad alcuna protesta per l’occupazione delle regioni adriatiche, anzi, era contraria a qualsiasi tentativo di unirle “con altro Popolo, fuorchè colla Repubblica Cisalpina una ed indivisibile”477. La volontà di unirsi alla Cisalpina era vista come una soluzione per fuggire da Venezia e quindi 472 473 474 475 476 477

L. Messedaglia, La questione cit., p. 418; Il diritto d’Italia, pp. 45-46. Memoria sulla Provincia dell’Istria cit., pp. XVI-XVII. G. Scarabello, La Municipalità democratica, cit., p. 293. M. Petrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venezia cit., p. 229. “Monitore Veneto”, 8 luglio 1797, col. 195; Verbali, vol. I/1, p. 229. Id., 15 luglio 1797, supplemento.

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allontanarsi dalla sua intenzione di ricompattare i territori un tempo appartenenti alla Dominante478. E anche la Municipalità provvisoria di Venezia si indirizzerà in quel senso. Quella era la posizione dei rappresentanti politici, mentre la maggioranza della popolazione, come avverte Raffaele Fasanari, molto probabilmente era contraria sia all’unione alla Cisalpina sia alla protesta per l’occupazione austriaca delle terre della Repubblica di San Marco. Le rimostranze, poi, secondo il Del Bene, erano viste come un atto inutile, in quanto l’ingresso dell’esercito imperiale era ritenuto nient’altro che una conseguenza degli accordi di Leoben. Una protesta, allora, non avrebbe fatto altro che dar man forte ai Francesi, vale a dire coloro che erano i responsabili di tutto479. Per ovviare a quella situazione controproducente si reputava molto importante far conoscere all’opinione pubblica che la Municipalità democratica veneziana non aveva alcun legame con l’aristocrazia e di conseguenza non risentiva di alcuna sua influenza. Quei tentativi, malgrado la perseveranza, ebbero scarsi risultati. Lo aveva notato anche il rappresentante diplomatico austriaco nella città lagunare, Carl von Humburg, nelle cui comunicazioni inoltrate a Vienna evidenziò la debolezza della Municipalità provvisoria, la quale, per giunta, si trovava di fronte alla diffidenza delle maggiori città della Terraferma che non ambivano all’unione. Esse guardavano la città lagunare con una certa diffidenza, se non altro per il fatto che quella Municipalità avesse ereditato la titolarità statuale della Repubblica appena tramontata480. Quell’unione veniva presentata conveniente dal punto di vista economico dato che la Terraferma aveva bisogno di Venezia per il suo scalo, ma anche quest’ultima era legata all’entroterra per i necessari e regolari approvvigionamenti. Lo sbocco al mare rappresentava un potenziale non indifferente e i rapporti commerciali sarebbero rifioriti, ridando quella ricchezza proprio come ai tempi in cui i Veneziani erano definiti i “signori delle coste”481. Era poi indispensabile garantire l’unità dei territori già appartenenti alla Serenissima, perché: 478

479 480 481

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G. Silvano, Venezia e la Terraferma cit., p. 53; “Era una necessità politica, che si faceva sentire nel Veneto più che altrove; dacchè, caduto il governo aristocratico di Venezia, contro la Metropoli e l’aristocrazia veneta, erano risorte, più accanite, le antipatie secolari delle provincie; ciascuna delle quali s’era data una esistenza autonoma, vera anarchia politica, che disperdeva le forze singole e rendeva impossibile qualunque collaborazione politica, qualunque intesa, pur sopra gli interessi più comuni e più vitali della regione”, G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano cit., p. 561. R. Fasanari, Gli albóri del Risorgimento cit., pp. 165-166. G. Scarabello, La Municipalità democratica, cit., pp. 293-294. Riflessioni del cittadino Michel Visentini sulle obbiezioni (sic) della Terraferma del fu Stato Veneto a fraternizzarsi con Venezia, ed unirsi per eleggere una centrale, Venezia 1797, pp. 15-16.


“Il popolo veneto fù appresso le Potenze straniere considerato sempre il popolo di tutto lo Stato, cioè comprese le Città, e luoghi della Terra Ferma, e delle Parti del mare, quindi lo stesso Governo francese presentemente tratta colla Municipalità di Venezia come centro di tutto l’antico Stato veneto; ora diverrebbe assurda, e indecorosa per tutti, attesa la separazione ostile delle altre Città da quella che finora fu ad esse la centrale, e che adesso ingiustamente si odia e si abiura negando i vantaggi da essa derivabili, e non si avvicina neppure qual amica, e sorella onde dovressino chiamare distintamente il popolo Bergamasco, il Bresciano, il Veronese, il Vicentino e c. piuttostochè nominarsi collettivamente il popolo della Repubblica de’ Veneziani, la Repubblica veneziana, la Lega veneziana, com’era l’Anseatica, la Batava, e com’è la Elvetica”482. L’integrità dello Stato veneto, dunque, rappresentava una necessità, garantiva una forza e un’unità agli occhi delle nazioni straniere; una divisione, invece, avrebbe contribuito a dissolvere lo Stato medesimo, trasformandolo in un insieme di piccole realtà municipali, desiderose di governarsi da sé, ma prive di alcun peso politico e diplomatico. Le diffidenze erano poi di difficile comprensione, dato che, dopo l’abdicazione del Maggior Consiglio e l’allontanamento della nobiltà, i nuovi rappresentanti della Venezia democratica erano tali e quali agli altri cittadini delle città dissidenti. “Quali demeriti ha il popolo di Venezia composto di 140 000 abitanti perché comprende anco mille fra di essi ch’erano gli Oligarchi, ed Aristocratici, il numero maggiore de’ quali per onestà di sentimenti è pur democratico (e ne fa la prova la onorevole abdicazione del loro Maggior Consiglio), e tutti gli altri 139 000 sono cittadini eguali perfettamente a quelli della Terra Ferma? Non hanno forse anco i Veneziani sofferte le stesse giatture, gli stessi mali come la Terra Ferma, e non hanno aperte, e fumanti le loro piaghe, anzi ancor più profonde, e irritabili di quelle della Terra Ferma, quanto che si vedono essi sempre davanti agli occhi quei vestigi medesimi del tiranno, del carnefice, e delle catene, ove sono stati avvinti, feriti, e sacrificati? E in cosa dunque noi di Venezia siamo diversi da voi della Terra Ferma”483? Le disquisizioni relative all’occupazione austriaca dei territori dell’Istria e della Dalmazia occuparono buona parte delle discussioni veneziane. Nell’agosto del 1797 Vincenzo Dandolo affermò che i Francesi certamente erano al corrente che se le terre adriatiche fossero rimaste sotto il controllo austriaco, quella situazione, oltre a “turbare l’italica pace”, avrebbe provocato la fine della marina veneziana. Con il possesso di quelle coste gli Asburgo sarebbero divenuti un’importante potenza marittima in 482 483

Ivi, pp. 16-17. Ivi, pp. 18-19.

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grado di bloccare l’Adriatico di suo arbitrio, di sbarrare le foci dei maggiori fiumi e al tempo stesso “minacciarebbe di vandalizzare a suo grado la più bella parte d’Italia, e comprometterebbe l’esistenza commerciale e politica non solo della nascente Repubblica dell’Italia tutta, e di tutte le potenze che commerciano nel Mediterraneo, nell’Adriatico, e nell’Arcipelago”484. La Municipalità provvisoria, nel tentativo di rinvigorirsi sul piano diplomatico, tentò addirittura di potenziare i rapporti con la Sublime Porta, ma naufragarono a seguito di quella che poteva apparire una sorta di intesa veneto-francese. I Turchi non desideravano che nell’Adriatico vi fosse una Venezia con un ruolo di primo piano e al tempo stesso dubitavano molto delle posizioni francesi e delle loro apparenti indignazioni per le mosse asburgiche, perciò non escludevano la possibilità della stipulazione di un accordo segreto tra Napoleone e Vienna485. In quell’estate del 1797 i Veneziani non avevano ancora del tutto accantonato le speranze di vedere occupate le ex province adriatiche. A seguito delle assicurazioni francesi circa l’affare delle isole Ionie, giunte a mo’ di giustificazione, ma che in realtà erano solo uno specchietto per le allodole, nella città lagunare s’iniziò a sperare con entusiasmo. Il Comitato di salute pubblica scriveva al bailo a Costantinopoli, ad esempio, che le unità navali franco-veneziane erano in attesa di prelevare nuove truppe da sbarco, lasciando intendere che un conflitto fosse ormai imminente e prossima anche la cacciata degli Austriaci dall’Istria e dalla Dalmazia486. Al congresso di Udine, alla fine di agosto, Dandolo, nel corso dei colloqui avuti con Napoleone, portò alla sua attenzione “[…] il desiderio sincero con cui i popoli dell’Istria anelano di ritornar liberi e congiunti a’ Veneti rigenerati”. Ed illustrò altresì che gli “[…] Slavoni della costa erano malissimo contenti degli Austriaci, e che i popoli bellicosi dell’Albania sono pronti a respingere con tutta la loro forza il comune nemico”487. 484

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Rapporto del Comitato di Salute pubblica alla Municipalità provvisoria di Venezia, in Raccolta di carte pubbliche, vol. VII, p. 204. Le posizioni di Dandolo sono pubblicate anche nel Rapporto del Comitato di Salute Pubblica alla Municipalità provvisoria di Venezia sullo stato attivo e passivo, commerciale e politico di Venezia, da dirigersi alla Repubblica Cisalpina, ed a tutti i popoli liberi d’Italia, Venezia 1797, pp. 1213, BNM, Misc. 4173 005). Dandolo non smise mai di evidenziare l’importanza che le terre dell’Adriatico orientale ricoprivano per Venezia; per lui la perdita della Dalmazia era “fatalissima” e gli stessi Francesi, a suo avviso, dovevano “[…] essere persuasi che il lasciarla a chi l’invase sarebbe un rovinar la nascente Repubblica, seminar gelosie, ed occasionare interminabili guerre”, “Monitore Veneto”, 29 luglio 1797, col. 267; Id., 9 agosto 1797, col. 301; Id., 23 agosto 1797, col. 347. P. Preto, Venezia e i Turchi, cit., p. 389. Verbali, vol. II, pp. 421-422. Qualche giorno più tardi Dandolo scrisse “Se vi sarà la pace, dalla parte di terra resterà alla Repubblica il Friuli, Palma, Mantova, e per conseguenza tutto l’ex-Stato Veneto; ma non sarà così della Dalmazia; ci restano però tutte le lusinghe sull’Istria”, ivi, p. 426. “Monitore Veneto”, 30 agosto 1797, col. 368; per le discussioni dei rappresentanti della Municipalità provvisoria di Venezia in merito alla perdita delle terre adriatiche si veda Verbali, vol. I/1, pp. 301-306.


Dettaglio della carta geografica dei domini austriaci del XVIII secolo. (Biblioteca civica “Attilio Hortis�, Trieste)

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La trama politico-diplomatica sino al trattato di Campoformido Non appena nella città di San Marco giunsero le notizie circa l’occupazione austriaca della provincia istriana, negli osservatori dell’epoca sorsero non pochi interrogativi sul futuro di quei territori e di Venezia stessa. L’ingresso delle truppe imperiali avveniva solo quattro giorni dopo che la Municipalità provvisoria aveva dichiarato si dovesse costituire “una repubblica democratica potente, una e indivisibile, che diffender possa la propria libertà e sicurezza”488. La città lagunare dipendeva in buona parte dalle risorse provenienti dalla sponda orientale adriatica, tra le due realtà, lo ribadiamo, vi era una forte interdipendenza plurisecolare. Considerate anche le caratteristiche dei suoi fondali, quelle coste le assicuravano il controllo dell’Adriatico settentrionale e costituivano un punto d’appoggio nell’ambito dei commerci e delle attività economiche in generale. L’amputazione di quella regione avrebbe rappresentato semplicemente l’agonia della città sorta tra le barene e le acque lagunari. Si ricordava che il porto veneziano non era in grado di ospitare le navi da guerra armate e nemmeno i grandi bastimenti mercantili carichi, pertanto, quelle imbarcazioni erano obbligate a passare nelle acque istriane ove scaricavano parte dell’armamento e/o del carico per proseguire il viaggio. In più da quella regione proveniva buona parte delle materie prime, e, assieme alla Dalmazia “[…] erano il semenzajo di tutti i marinai e soldati di Venezia”489. Di conseguenza appariva inverosimile che siffatti territori fossero destinati alla Casa d’Austria come pegno di accordi più o meno segreti, poiché la Francia era ritenuta un’alleata alla quale stavano a cuore le sorti di quella città, anche se contemporaneamente sorgeva il dubbio che nulla fosse avvenuto per caso, anzi, non si escludeva affatto il coinvolgimento di Parigi nella questione. Eliminando quella realtà ed il suo ancora vivace commercio, i Francesi si sarebbero finalmente liberati da una concorrente nel Levante490.

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Citato in F. Venturi, Settecento riformatore cit., p. 455. G. Nuzzo, A Venezia, tra Leoben e l’occupazione austriaca cit., p. 171. Cfr. ibidem.


Le illusioni veneziane Nell’incontro milanese del 26 giugno 1797 tra Salimbeni e Sanfermo – quest’ultimo aveva avuto dei colloqui con Napoleone al quartiere generale di Mombello – affiorò la sensazione che il generale francese fosse disponibile alla costituzione di una Repubblica veneta accanto a quella Cisalpina. Il rappresentante veneziano esternò, in realtà, solo l’auspicio, o meglio l’illusione che il proprio Stato potesse avere ancora un ruolo anche nella nuova sistemazione voluta da Bonaparte per l’Italia. Tale conclusione, che non poggiava su delle concretezze, non fece altro che distanziare i municipalisti veronesi da un’eventuale unione con Venezia, poiché quella volontà di restaurare la Repubblica la vedevano con non poca preoccupazione. Successivamente lo stesso Salimbeni, alla riunione del Comitato Veneto, avrebbe proposto di inviare a Parigi un rappresentante che bloccasse la formazione di una Repubblica veneta, per l’appunto, con capitale Venezia491. Secondo il medesimo si doveva evitare l’attuazione di quell’idea, perché “[…] se vi saranno due Repubbliche in Italia, che Dio non voglia, Venezia sarà il capoluogo della seconda”492. Nei dispacci dei rappresentanti napoletani si riscontra una constatazione molto reale, colta in tutta la sua concretezza. I medesimi, sul finire di giugno del 1797, evidenziavano che i democratici a Venezia fossero ancora convinti che l’ingresso austriaco in Istria era in realtà una sorta di operazione di polizia per porre fine ai disordini scoppiati, ma senza alcun accordo con i Francesi. Secondo i sopraddetti diplomatici, i Veneziani sarebbero stati abbagliati dalle promesse di Bonaparte il quale avrebbe asserito che le armi imperiali dovevano abbandonare il suolo istriano, mentre in caso contrario avrebbe spedito il generale Victor con un corpo militare per cacciarli con la forza. Ma dubitano notevolmente sulla veridicità di quelle intenzioni verbali, poiché a Mombello erano in corso le trattative di pace tra Parigi e Vienna e “l’andamento tranquillo de’ negoziati” faceva presagire ben altri scenari493. Diversamente la pensavano invece i rappresentanti piemontesi i quali erano convinti che la Francia avrebbe sostenuto la causa veneziana e si sarebbe impegnata a riacquistare le province occupate, poiché il possesso duraturo di quei territori da parte dell’Austria avrebbe rovesciato 491 492 493

R. Fasanari, Gli albóri del Risorgimento cit., p. 167. Ivi, p. 171. G. Nuzzo, A Venezia, tra Leoben e l’occupazione austriaca cit., p. 171. Le constatazioni non erano semplici intuizioni, ma il frutto di attente riflessioni che derivavano dalla raccolta di informazioni riservate. Appena le navi della squadra partita da Venezia approdarono nel porto di Corfù, sulle unità che esponevano la bandiera di San Marco fu issato il tricolore francese. Contemporaneamente era possibile congetturare possibili soluzioni; il console Bonamico era dell’avviso che l’arcipelago sarebbe stato annesso alla Francia, mentre per l’Istria e la Dalmazia era ormai evidente sarebbero rimaste sotto la corona austriaca, G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., p. 127.

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l’equilibrio adriatico a tutto vantaggio della casa imperiale494. In realtà i Veneziani vagheggiavano in un rovescio della situazione grazie all’intervento francese, e dalle informazioni giornalistiche cogliamo la speranza di recuperare i territori amputati nonché le illusioni di una ritirata austriaca495. I buoni propositi erano ormai solo una tattica per guadagnare tempo, il Direttorio, infatti, già il 3 giugno autorizzava Napoleone a sacrificare Venezia all’Austria qualora le due parti si fossero accordate circa le modifiche dei preliminari di Leoben496. La posizione di Napoleone non era affatto chiara e nessuno, nemmeno il generale vittorioso, era in grado di prevedere i risultati che quelle lunghe ed estenuanti trattative avrebbero generato. L’errore compiuto con la guerra mossa alla Dominante e con la successiva scomparsa di quello Stato, la cui presenza per lungo tempo aveva avuto il pregio di svolgere un’equilibrata politica, cominciarono a manifestarsi con tutta la sua evidenza, anche perché gli eventi iniziavano a palesare uno scenario diametralmente opposto rispetto a quello alquanto vantaggioso per la Francia previsto a Leoben497. Che il Direttorio non fosse al corrente della politica privata condotta del generale corso, lo testimonia anche la presa di posizione dei suoi plenipotenziari nel corso degli incontri bilaterali che si tennero ad Udine e che dovevano approntare le condizioni per la pace tra la Francia e l’imperatore d’Austria. In quell’occasione i rappresentanti parigini esordirono con la constatazione che, benché si desiderasse siglare un’intesa, tutto faceva presagire il contrario, addirittura lo scoppio di un nuovo conflitto. Ed il motivo sarebbe stata l’invasione asburgica delle terre adriatiche che violava palesemente quanto stabilito a Leoben. In quell’occasione Napoleone manifestò artatamente di voler difendere gli interessi di Venezia, rimproverando all’imperatore medesimo d’essersi impossessato di quelle regioni

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“Siccome quelle Provincie dànno sudditi assai bellicosi, marinari li più esperti e porti eccellenti ed opportuni, con cui potrebbe Casa d’Austria, nello spazio di pochi anni, metter in piede una sufficiente marina e viepiù aumentandola dominar nell’Adriatico, influir moltissimo nel Levante e ivi pregiudicar d’assai il commercio francese […]”, ivi, pp. 102-103. La stampa veneziana riportava la notizia della democratizzazione di Corfù e allo stesso tempo si soffermava sulle terre adriatiche, rammentando che talune notizie riferivano “[…] che l’Istria è del tutto libera dai Tedeschi, dietro un’intimazione del gen. Bonaparte, che prescrisse al comandante tedesco il termine di giorni sei per l’intera evacuazione. E la Dalmazia?. . . non sarà lontana dall’incontrare lo stesso destino. Abbiamo le più fondate speranze”, “Monitore Veneto”, 12 luglio 1797, col. 186. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 177. Cfr. G. Scarabello, La Municipalità democratica, cit., p. 266; vedi anche R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, cit., pp. 771-778; Id., Campoformido, cit., pp. 150-151 .


proprio grazie a quegli accordi498. Anzi, sarebbe stato sempre Bonaparte a suggerire alla Municipalità provvisoria di Venezia di protestare contro le usurpazioni austriache, inviando una nota a tutte le corti europee, e in special modo alla Sublime Porta, allarmata dalla calata imperiale lungo le coste adriatiche. Consigliò altresì ai Veneziani di mandare un loro rappresentante a Parigi affinché presentasse la situazione al Direttorio, con l’auspicio di dare origine ad un’alleanza. Siffatta presa di posizione, a detta dei diplomatici piemontesi, gettava una luce diversa sul vincitore della campagna d’Italia e avrebbe dimostrato l’inconsistenza di certe dicerie che circolavano su una presunta complicità in merito allo scambio di territori, che colpiva direttamente Venezia stessa499. A Leoben, comunque, furono proposte le ipotesi di un futuro accordo attraverso il quale la Francia avrebbe ottenuto i Paesi Bassi austriaci (l’odierno Belgio) e il lato sinistro del Reno (anche la formula adottata appariva poco chiara), l’Austria, invece, avrebbe esteso i propri domini sull’Istria e sulla Dalmazia nonché su vari settori della Terraferma. Il Direttorio focalizzava la sua attenzione essenzialmente sulla riva sinistra del Reno ed era disposto a cedere anche ampi territori nell’Italia settentrionale. Al contempo s’era parlato anche della costituzione di una repubblica indipendente composta dalla Lombardia e da una parte dello Stato veneziano, che, sebbene mutila, doveva sopravvivere, e per le perdite territoriali avrebbe acquisito la Romagna, Ferrara e Bologna500. In quelle trattative, dunque, si accennava ad eventuali recisioni territoriali della Serenissima ma giammai alla sua scomparsa. Dato che i mutamenti dei piani napoleonici non erano una cosa rara, e sovente derivavano da considerazioni di natura strategica, il caso di Venezia non rappresenta certo un episodio inedito. D’altra parte era lo stratega medesimo che aveva incoraggiato la rivolta di 498 499

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E. Bonnal, Caduta d’una repubblica. Venezia. Storia sui documenti degli archivi segreti della Repubblica, trad. it., Venezia 1886, p. 326. G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., p. 107, “Tali suggerimenti del Generale in Capo smentiscono pienamente la voce corsa, che la Corte Imperiale, per la rinuncia fatta della Lombardia, avrebbe avuto in compenso l’Istria e la Dalmazia Veneta, come se le era promesso nei preliminari di Leoben in un articolo segreto”. Sanfermo in realtà non si diresse mai a Parigi; dopo i colloqui con Napoleone a Mombello fece ritorno in laguna dopodiché si mise in cammino per Milano, in cui si sarebbe incontrato con Francesco Battaglia, nominato dalla Municipalità provvisoria ministro plenipotenziario al congresso che si sarebbe tenuto nel capoluogo lombardo ove si doveva discutere in merito all’unione dei vari territori a governo democratico con la Repubblica Cisalpina. Battaglia annoverava un ruolo di primo piano nell’ambito della Municipalità provvisoria di Venezia e godeva dell’appoggio di Napoleone. Dandolo iniziò a manifestare una certa invidia nei suoi confronti e lo accusò addirittura di curare gli interessi della vecchia oligarchia, G. F. Torcellan, voce Battaglia (Battagia), Francesco, in DBI, vol. 7, 1970, p. 214. G. Scarabello, Gli ultimi giorni della Repubblica, in Storia della cultura veneta, a cura di G. Arnaldi-M. Pastore Stocchi, vol. 5/II, Vicenza 1986, p. 496.

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Reggio Emilia contro il duca e insistito affinché Reggio, Modena, Bologna e Ferrara formassero una federazione militare, ma, allorché la situazione bellica mutò e s’iniziava a pianificare l’avvicinamento delle armate del Reno per muovere guerra all’Austria, tutto svanì improvvisamente. Furono omessi tutti i disegni politici caldeggiati a favore delle città dell’Emilia e fu addirittura bloccata l’idea di costituire la Repubblica Cispadana (entità per la quale non vi era una visione politica chiara, ma piuttosto fluttuante), in quanto Napoleone aveva bisogno della pace in Italia e di conseguenza la firmò con i regnanti italiani, ignorando del tutto le ambizioni dei patrioti. D’altra parte, come è stato osservato, Bonaparte si sarebbe fatto il portavoce di una “guerra di liberazione”, con connotazioni rivoluzionarie, ma, in realtà, non sarebbe stato altro che un espediente propagandistico attraverso il quale condurre, con maggiore facilità, le campagne militari nonché imporre la sua politica personale al Direttorio501. Di conseguenza non tenne conto delle disposizioni provenienti da Parigi e si batté per la conservazione dei territori occupati in Italia, che ormai considerava appartenessero a lui medesimo502. La frontiera naturale sul Reno però non fu raggiunta. I timori per il rafforzamento dell’Austria nell’Adriatico, che nel giro di alcune settimane aveva occupato l’intero litorale orientale, interessarono lo stesso Bonaparte il quale avvertiva il Direttorio di non cedere Venezia agli Asburgo, proprio per evitare la loro preponderanza in quell’area e non solo. Esponenti come il Dandolo avevano addirittura l’idea di costituire una repubblica composta dalle città comprese tra il Veneto e il Polesine, che, assieme alla Cisalpina, alla Romagna, alle isole Ionie (che sarebbero state restituite dai Francesi), nonché all’Istria e alla Dalmazia – che dovevano essere tolte a coloro che le avevano usurpate – che avrebbe formato un’unità territoriale – che per certi aspetti andava a ricostituire la Repubblica di San Marco, amputata in taluni punti ma ricompensata da altri – di un certo peso e in grado di controbilanciare la pressione esercitata da Vienna503. In quel frangente s’iniziò a parlare di un’immaginaria repubblica adriatica costituita dai territori sopraccitati. Per realizzarla era però fondamentale giungere ad un’intesa tra le città della Terraferma e quella che era stata la 501

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S. J. Woolf, La storia politica e sociale, trad. it., in Storia d’Italia, vol. V, L’Illuminismo e il Risorgimento, Torino 1973, p. 163; C. Zaghi, L’Italia di Napoleone cit., pp. 116-118; R. De Felice, L’Italia nel periodo rivoluzionario cit., p. 24. J. Godechot, La Grande Nazione cit., pp. 244-246. La politica estera del Direttorio era determinata dalla volontà di giungere agli antichi confini cioè i cosiddetti “confini costituzionali”, Reubell che aveva in mano la diplomazia guardava invece ai confini naturali e di conseguenza non era sfavorevole all’annessione di eventuali territori. La sua posizione prevedeva la conquista di porzioni territoriali fuori dal limite delle frontiere naturali per poi negoziare da posizioni di forza. Alla fine tale condotta fu seguita dal Direttorio medesimo, A. Soboul, La Rivoluzione francese, trad. it., Roma 1991, p. 397. D. Pallaveri, Campoformio, Firenze 1864, pp. 101-102.


loro antica capitale504. Questo spiega anche i motivi per cui la Municipalità provvisoria volle prontamente assicurarsi l’unione con le province della sponda dirimpettaia. La costituzione di un’entità statuale adriatica appariva di difficile attuazione, in modo particolare perché in Italia non si fecero attendere le contese municipalistiche e/o regionale. Come esempio possiamo citare il manifesto bresciano del 19 maggio 1797, pubblicato a seguito della venuta in città di un rappresentante dell’appena formata Municipalità provvisoria di Venezia con l’intento di dare luogo alla “fraternizzazione”. In quell’occasione ci si interrogava se qualcuno desiderasse risollevare l’abbattuto Stato marciano e allo stesso tempo si sottolineava “[…] che non cesseremo di esser Bresciani; per essere Italiani, ma che non siamo, e non saremo in alcun tempo Veneziani”505. Fin dalla liberazione, nel 1796, le singole città inviarono immediatamente dei loro rappresentanti nella capitale francese con la richiesta di costituirsi in repubblica nonché di ampliare il territorio di propria pertinenza. L’Italia delle divisioni e delle competizioni tra i singoli centri urbani era nuovamente alla ribalta. L’ingresso delle armate francesi aveva acceso un moto cittadino e municipale simile a quello manifestatosi tra l’età comunale e il Rinascimento, che, malgrado le lunghe occupazioni straniere, non era mai sopito, e che Napoleone seppe maneggiare con notevole abilità506. Le aspirazioni erano tra le più disparate ed i rappresentanti delle singole città non tardarono a trasmettere le loro richieste attraverso le delegazioni presenti a Parigi. Gli esponenti della Repubblica di Milano, ad esempio, desideravano, per motivi di ordine economico e politico, estendere il proprio dominio su Mantova, sulla Terraferma veneziana, in modo da avere un accesso diretto all’Adriatico, sulle province dell’Istria e della Dalmazia, sulle ex province lombarde annesse al Piemonte e su Genova che doveva rappresentare lo sbocco sul Mediterraneo. Erano gli uomini d’affari lombardi a caldeggiare l’espansione territoriale, per gettare le basi di una nuova rete commerciale, ma anche per una sorta di rivincita sulle vecchie classi privilegiate che prima d’allora concentravano buona parte del potere507. 504 505 506 507

G. Gullino, La congiura del 12 ottobre 1797 cit., pp. 548-549. L. Faverzani, La Repubblica bresciana 18 marzo-20 novembre 1797, in Alle origini del Risorgimento cit., p. 64. Cfr. F. Venturi, L’Italia fuori d’Italia, in Storia d’Italia, vol. VI, L’Italia e l’Europa, Torino 1973, pp. 1135-1136. S. J. Woolf, La storia politica e sociale cit., p. 175. Nella visione espansionistica della borghesia lombarda quei territori avrebbero contribuito non poco e Milano sarebbe divenuta una potenza economica a tutti gli effetti: attraverso Venezia quella borghesia avrebbe controllato gli scambi commerciali con l’area balcanica, il possesso di Ancona avrebbe permesso il controllo dell’Adriatico e proiettato verso il Mediterraneo orientale, gli scali di Genova e di La Spezia erano fondamentali per il predominio sul Tirreno, le ambizioni sulla Valtellina, invece, erano dettate dalla necessità di assicurarsi le comunicazioni dirette con la Svizzera, C. Zaghi, L’Italia di Napoleone cit., pp. 152-153. Tali ambizioni

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Quella pretesa, sebbene grandiosa, non era l’unica; nella penisola italica, infatti, si aperse una corsa che tendeva al conseguimento di porzioni territoriali quanto maggiori e corrispondenti alle aspirazioni delle singole città affrancate dai Francesi. Modena, da parte sua, ambiva a Ferrara, quest’ultima mirava a Cento e Pieve, ma non disdegnava d’essere subordinata a Milano invece che a Bologna, essa, invece, voleva acquisire la Romagna, Ferrara ed Ancona e la medesima avrebbe volentieri esteso il dominio sulle Marche, ma nel momento in cui comprese l’impossibilità di concretizzare quel piano optò per l’inclusione nella Cisalpina, giudicata migliore rispetto al timore di ritornare nuovamente sotto la sovranità di Roma508. Dall’analisi della documentazione ufficiale, e non solo, si nota una particolare fiducia veneziana nei Francesi, vi era la certezza, o meglio l’illusione, che i “liberatori” si fossero adoperati per la loro causa, mentre la Terraferma gradiva ben poco un’unione sotto l’egida della città di San Marco per timore di trovarsi ancora una volta subordinati e privi di alcun peso politico. In realtà dopo le “Pasque Veronesi” lo Stato marciano conobbe una fase di disgregazione e in quella parte dei suoi domini si formarono le cosiddette “nazioni”, vale a dire le municipalità, indipendenti e che di conseguenza recisero i legami con l’antica capitale, benché la Municipalità veneziana si ritenesse l’erede diretta del governo abbattuto509. Da più parti, invece, si accarezzava l’idea di creare una realtà statuale nell’Italia settentrionale, in cui anche le terre venete ne avrebbero composto una parte, pur conservando la libertà da poco ottenuta510. In quella direzione si muovevano anche i rappresentanti delle città dell’ex Terraferma veneta che si riunirono a Bassano. Il loro l’intento era quello di raccogliere le sottoscri-

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andavano a cozzare contro i piani veneziani i quali auspicavano l’unione della città lagunare al resto della Terraferma, che rappresentava l’unica soluzione per determinare la grandezza e la ricchezza di quella che un tempo fu la capitale della Serenissima. Essa avrebbe svolto un ruolo di primo piano, il suo porto, infatti, avrebbe permesso il passaggio delle merci per una popolazione di circa sei milioni di abitanti. Venezia doveva pertanto continuare il suo ruolo emporiale ma non doveva per forza divenirne la capitale, Verbali, vol. II, p. 39; ASV, Democrazia, b. 23, cc. 1v-2r, considerazioni del cittadino Mengotti. C. Duggan, La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi, trad. it., Bari 2008, p. 20. G. Chiuppani, I Veneti traditi e il congresso di Bassano del 1797, in “NAV”, n. s., n. 77-78, 1920, pp. 7, 10. Per la cosiddetta “democrazia dei municipi” si rinvia a F. Agostini, La Terraferma veneta nel 1797 cit., pp. 12-23. “Mercurio d’Italia”, agosto 1797, p. 97. Il cronista Giovanni Maria Sole, parroco di Bassano, scrisse a proposito: “Sin dal mese passato (Giugno) sul dubbio solo, ch’assegnarsi potesse alla Casa d’Austria lo Stato Veneto, si tentò dai parziali francesi un’unione delle Città tutte circonvicine, con cui d’impedir si procurasse per qualunque modo l’assegno temuto. Non potean darsi pace, che se ne smembrasse la più piccola parte con notabile indebolimento dell’ideata Rep. Cisalpina, che da suoi principi nutriva sentimenti grandiosi, ed a niente men s’innalzava colle pretese, ch’a cozzar coi più floridi Stati, coi Dominii più forti”, L. Bailo, Il congresso di Bassano, comunicazione al primo congresso storico del Risorgimento italiano, Milano 1906, p. 2.


zioni favorevoli all’unione del Veneto alla Cisalpina511. L’obiettivo della Municipalità provvisoria di Venezia era “d’unirsi con qualunque popolo libero dell’Italia in una sola Republica Democratica una e indivisibile” e non avanzava nessuna pretesa di egemonia e/o di centralità. Il Dogado doveva costituire un dipartimento della Repubblica identico a tutti gli altri. Il centro di tale nuova realtà statuale, invece sarebbe stato prescelto da tutti i “popoli liberi d’Italia”, che al contempo avrebbero dovuto “[…] concorrere al ricupero dell’Istria e della Dalmazia, perdita fatale alla libertà italiana, e alla marina, e al commercio non solo di questa città ma di tutta la Nazione”512. La sottrazione dell’Istria era controproducente per la difesa italiana, poiché erano sufficienti otto ore per muovere un’armata da quella penisola in direzione delle rive opposte; e senza la medesima “[…] l’Italia tutta ha perduta per sempre la speranza di difendere le sue coste, di proteggere il suo commercio”513. Bonaparte era contrario all’idea di formare un’unità statuale nell’Italia settentrionale in quanto andava contro i suoi progetti politici, che prevedevano la cessione all’Austria di una buona parte dei territori un tempo appartenuti alla Serenissima. Di conseguenza, con il decreto del 25 giugno 1797, tolse ogni forma d’autonomia alle province, staccò Mestre da Treviso e dilatò il Bresciano sino al Mincio. Nello spazio compreso tra Brescia e la laguna (Venezia esclusa) formava sette province, o dipartimenti, con dei propri governi ed ogni comune (o cantone) doveva avere la propria municipalità. Tale frammentazione gli era molto confacente perché avrebbe generato non poche animosità campanilistiche le quali avrebbero contribuito a far naufragare qualsiasi idea unitaria514. La politica napoleonica continuava a dare alla luce nuove soluzione che erano il frutto delle sue arbitrarie decisioni. Anzitutto proclamò unilateralmente il popolo lombardo sovrano e 511

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G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano cit., pp. 580-581. Il rappresentante di Belluno, Giacomo Dei, scrisse, ad esempio, alla Municipalità di Feltre manifestando non poca preoccupazione che il Sanfermo a Parigi e il Battaglia a Milano non s’impegnassero per far riconoscere Venezia come capitale della nuova entità statuale. G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., p. 111. “Mercurio d’Italia”, agosto 1797, p. 145. G. Chiuppani, I Veneti traditi cit., pp. 46-47. Tramontata la sua fortuna si evidenziò che Napoleone se da un lato aveva proclamato l’uguaglianza tra i popoli dall’altro aveva contribuito a creare i contrasti, infatti, “colle odiose denominazioni di Aristocrata e di Patriotta ovunque sparse la discordia, per dividere i cittadini dai cittadini […], V. Barzoni, Rivoluzioni della Repubblica Veneta, t. II, Venezia 1814. Le rivalità tra i Comitati della Terraferma e la città lagunare sono evidenziate anche dai diplomatici piemontesi, G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., pp. 103-104. I Veneziani proponevano, invece, una valutazione diversa, ma che si sarebbe dimostrata decisamente errata. In una seduta della Municipalità provvisoria si sottolineò, infatti, “[…] che l’unione di Venezia alla fraternizzazione generale è voluta da tutte le città libere d’Italia e dallo stesso generale Buonaparte, cui preme troppo la formazione di una grande Repubblica democratica”, Verbali, vol. II, p. 39.

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il 29 giugno 1797 diffuse la notizia della costituzione della nuova Repubblica Cisalpina, alla quale, alcuni giorni dopo, dette un governo, un corpo legislativo ed una costituzione che emulavano quelli francesi515. Inoltre, per un certo periodo, le unì la Cispadana e poco più tardi anche le città della Terraferma che si erano sollevate contro la Serenissima (Brescia, Crema, Bergamo)516. In questo modo Venezia vedeva amputarsi un’ulteriore porzione di territori, che auspicava di poter governare anche nella nuova realtà statuale, e si ritrovava sempre più circoscritta alla laguna e al Dogado, proprio come ai tempi della sua origine. Sulla stampa del tempo si legge che le sorti di Venezia non erano affatto certe. Come abbiamo più volte ribadito, l’obiettivo che ormai viepiù prendeva piede nella città lagunare era la fusione delle varie unità politiche, formatesi con il passaggio di Bonaparte, in un corpo solo. La Repubblica Cisalpina sembrava rappresentare una realtà territoriale che effettivamente avrebbe unito buona parte dell’Italia settentrionale. Se essa desiderava una continuità politica priva di ingerenze, una vitalità commerciale ma anche delle frontiere adeguate che la proteggessero, a giudizio di molti, doveva necessariamente includere il possesso dell’Istria e della Dalmazia, anche perché erano considerate parti integranti dell’Italia517. Giuseppe Fantuzzi nel suo Discorso filosofico-politico propose la necessità di creare un’Italia indipendente dalla Francia che fosse una sorta di antemurale contro l’Austria e la Russia e in grado di annientare una volta per tutte “l’idra abbominevole (sic) dell’aristocrazia”518. A Trieste, invece, si scriveva che “il destino di questa Città (Venezia, nda) è un enigma, chi vuole che sarà incorporata nella nascente repubblica italiana; chi dice che resterà indipendente con piccioli paesi annessi. Il Commercio desidera che abbia luogo la prima opinione”519. Sull’altro versante, invece, “Tutte le Municipalità della Terra ferma non ancor fra515 516 517

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Si veda A. Franchetti, Storia d’Italia cit., pp. 395-396. C. Zaghi, L’Italia di Napoleone cit., p. 53. Per le azioni politiche di Bonaparte in Italia settentrionale si veda anche J. Godechot, La Grande Nazione cit., pp. 246248. “Mercurio d’Italia”, agosto 1797, p. 142. Geograficamente parlando l’Istria era sempre inclusa entro i confini dell’Italia, tale appartenenza era poi ulteriormente attestata dalla storia, intrecciata alle vicende della sponda opposta, dalla cultura espressa nonché dalla lingua e dai costumi di quella terra, in primo luogo dei centri urbani”.L’Istria è una bella penisola compresa nell’Italia, di cui n’è il confine e l’ultima Provincia” riporta, ad esempio, V. Formaleoni, Compendio della storia generale de’ viaggi d’Europa. Supplemento alla raccolta de’ viaggi d’Asia, d’Affrica ed America; e nuove scoperte. Adorno di Carte Geografiche e Figure, vol. III, Venezia 1786, p. 84; “Questa Provincia che finora non ha pesato sulla bilancia politica, nel nuovo ordine di cose va a divenire di grande importanza. Ella, benchè sia l’ultima Regione, appartiene, ed è sempre appartenuta all’Italia, il di cui confine in questa estremità fu fissato dalla natura al Golfo del Quarnero, ove principia la Liburnia”, Memoria sulla Provincia dell’Istria cit., p. XI. P. Preto, voce Fantuzzi, Giuseppe, cit., p. 724. “Oss. Triest”., 7 luglio 1797, p. 763.


ternizzate con questa, e principalmente quelle di Vicenza e Padova, fanno sentire a Venezia tutto l’odio ed il rigor della loro forza”, riporta il console Lodovico Bonamico, incaricato d’affari del re di Sardegna nella città di San Marco520. La fusione con la Cisalpina non si sarebbe mai avverata in quanto ogni aspirazione ad uno stato unitario nell’Italia settentrionale, proveniente sia dagli ambienti rivoluzionari giacobini sia dalla grande e media borghesia censuaria e fondiaria emiliana e lombarda, fu pesantemente contrastata; la politica napoleonica, difatti, s’era prefissata la costituzione di stati di dimensioni contenute e quindi deboli sul piano politico e militare, i quali non avrebbero dovuto stipulare alcun patto tra di loro521. Se alla fine d’agosto Bonaparte, su ordini ricevuti dal Direttorio, si ripresentò nuovamente come una sorta di paladino di Venezia e s’impegnò a contenere la spinta austriaca nella Terraferma, che si temeva potesse minacciare direttamente la Cisalpina, ben presto avrebbe abbandonato tale ruolo e non si batté più di tanto per reclamare le terre adriatiche in mano all’imperatore. Anche se valutava in termini non positivi il possesso dell’Istria e della Dalmazia, era pure consapevole che l’Austria si sarebbe elevata a potenza marittima solo nel giro di alcuni anni. Tutto ciò non lo turbava in quanto, probabilmente, aveva già in mente una nuova guerra contro gli Asburgo522. E di lì a qualche anno le sue armate avrebbero strappato alla monarchia danubiana proprio gli ex territori della Serenissima e nel 1809 i medesimi, assieme ad altre regioni comprese tra la catena alpina e le Bocche di Cattaro, avrebbero costituito le Province illiriche, una sorta di antemurale contro l’Austria a difesa del Regno d’Italia. E se a metà settembre “L’Osservatore Triestino” scriveva che “Li Veneziani non vogliono adattarsi ancora alla perdita dell’Istria e della Dalmazia […]”523, evidentemente perché nutrivano ancora un barlume di speranza, di lì a breve avrebbero dovuto rendersi conto definitivamente di quali fossero i giochi diplomatici. Ma pressappoco negli stessi giorni anche un giornale parigino, “L’ami de lois”, riportava che per la conservazione della repubblica italiana fosse stato necessario che essa conservasse le due regioni ex veneziane nonché le isole del Levante524. Anche il Lallement si preoccupava per le sorti delle terre adriatiche, la perdita della Dalmazia la giudicava una grave calamità per la Francia ma anche per le regioni contermini appartenenti all’impero ottomano. Il Direttorio, invece, non mostrava 520 521

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G. Sforza, La caduta della Repubblica di Venezia cit., p. 96. C. Zaghi, L’Italia di Napoleone cit., p. 61. Tale realtà statuale avrebbe superato i limiti imposti a Leoben ed inglobato nei suoi confini anche una parte della Liguria, del Veneto, della Toscana e del Piemonte; avrebbe avuto i suoi sbocchi a La Spezia e ad Ancona o addirittura a Venezia e a Genova. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., pp. 207-208. “Oss. Triest”., 15 settembre 1797, p. 1197. F. Venturi, L’Italia fuori d’Italia, cit., p. 1154.

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grandi preoccupazioni circa il problema adriatico, e in generale sulle sorti della penisola italiana, dato che il suo tormento era determinato dalla necessità di trovare un equilibrio continentale; evidentemente, non si rendeva conto che le discussioni relative alla sorte di Venezia concernevano un problema che non poteva considerarsi semplicemente regionale, dato che la questione adriatica tangeva direttamente anche la politica mediterranea della Francia525. Per quanto concerne le regioni dell’Adriatico orientale, il generale Sanfermo, già agli inizi di agosto, scrisse alla Municipalità provvisoria che, in base a quanto riportavano i giornali sia francesi sia tedeschi, “[…] le superbe coste dell’Istria e della Dalmazia devono passare sotto la dominazione Austriaca”526. Il Comitato di salute pubblica, invece, l’11 settembre 1797, scrisse al surricordato generale, che si trovava a Parigi, che in caso fosse scoppiato un conflitto “[…] voi potrete assicurare gli amici della causa nostra costì, che la le disposizioni dell’Istria, malgrado pochissimi nobili, sono pienissime per iscuotere il giogo tedesco e unirsi a noi; che ormai alcuni del popolo non sanno nominar senza piangere, richiamando l’antica loro fratellanza. La Dalmazia è bilanciata tra il partito democratico e aristocratico, ma il primo prevale e la resistenza non sarà grande”527.

La pace Il vincitore della campagna del 1796-97, come abbiamo già rammentato, condusse una politica privata che non teneva minimamente conto delle disposizioni provenienti da Parigi, da un Direttorio che non godeva di un grande consenso. Il generale era ormai da tempo avvolto in quell’alone leggendario acquisito con gli schiaccianti successi ottenuti nelle pianure piemontesi e lombarde e tali trionfi lo avevamo portato a concepire un percorso politico inatteso528. In questo modo aveva dichiarato guerra alla Repubblica di Venezia, perché doveva farla crollare, dato che le sue sorti erano state decise precedentemente. Il Direttorio rimase, in realtà, vittima 525 526

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R. Cessi, Da Leoben a Campoformido cit., pp. 568, 571; Id., Su la via di Campoformido, in “Bollettino storico livornese”, n. s., vol. IV, Livorno 1954, p. 141. Verbali, vol. II, p. 368. In quell’occasione Sopranzi, deputato dello Stato di Milano presso il Direttorio, annotava che “[…] l’Italia libera, ma senza marina per la privazione dell’Istria e della Dalmazia, diventerebbe per la forza delle cose, una provincia imperiale. Ella sarebbe aperta agli Austriaci e per terra e per mare: essi soli sarebbero padroni delle comunicazioni e dei trasporti, e il commercio, i suoi vantaggi e i suoi bisogni la renderebbero sicuramente tributaria del vostro nemico”, ivi, p. 369. Ivi, p. 473. J. Tulard, Napoleone. Il mito del salvatore, trad. it., Milano 1980, pp. 98-100.


delle sue stesse disposizioni, infatti, già nel gennaio del 1797, il medesimo revocava i commissari governativi presenti nell’armata d’Italia e riconobbe al giovane Bonaparte il potere di trattare direttamente con l’Austria529.

L’Istria nel 1797 nella carta di Giovanni Antonio Capelaris dedicata al conte di Thurn. (Biblioteca civica “Attilio Hortis”, Trieste)

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S. J. Woolf, La storia politica e sociale, cit., p. 162; cfr. M. Vovelle, L’opinione pubblica francese cit., p. 95.

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I problemi e le divisioni avvenute all’interno del Direttorio nonché l’aiuto militare di Bonaparte, che mandò a Parigi il generale di divisione Augereau, portarono all’epurazione dei membri monarchici nel Consiglio dei Cinquecento dando a Napoleone un ampio margine di manovra e l’occasione di portare a termine il suo progetto previsto per l’Italia e siglare la pace con l’Austria. Nel frattempo, va ricordato, il Corso aveva modificato le valutazioni, e, come abbiamo già riportato, tentò di proporre una soluzione diversa, che evitasse la scomposizione dello Stato veneto; tale nuovo atteggiamento era anche una conseguenza di quel colpo di Stato del 18 fruttidoro (4 settembre 1797) che orientò anche il Direttorio su posizioni spiccatamente antiaustriache in materia di politica estera530. I rivolgimenti interni ebbero delle ripercussioni sul piano diplomatico. Se ne rendevano conto le nazioni coalizzate (l’Austria e l’Inghilterra) contro la Francia e di conseguenza dilazionarono i negoziati e procrastinarono la firma dei trattati di pace, poiché, in caso di una vittoria della destra monarchica, speravano di ottenere delle condizioni assai più favorevoli531. Come riporta il legato pontificio a Vienna Albani, in Austria circolavano delle voci circa la restituzione di Mantova all’imperatore nonché di una buona porzione dello Stato veneto, se non addirittura dell’intera sua parte; al contempo si vagheggiava anche la cessione della Cisalpina e delle legazioni532. Francesco Battaglia, rivolgendosi a Napoleone, espose che senza Mantova, Palma nonché l’Istria e la Dalmazia non si potesse parlare della libertà dell’Italia perché la medesima si sarebbe perennemente trovata sotto la minaccia asburgica533. Da Parigi, invece, il Sanfermo inviava notizie ottimistiche; riteneva che il nuovo Direttorio stesse guardando diversamente al problema italiano e fosse addirittura disposto a muovere le armi se la diplomazia avesse continuato a trovare mille ostacoli. Sempre secondo il medesimo, la Francia desiderava assicurare l’esistenza e l’integrità della Repubblica di Venezia e di conseguenza voleva ricomporre le tessere dei suoi domini, compresi quelli d’oltremare534. Bonaparte, nel frattempo, ottenne delle indicazioni ben precise e ciò aveva rinnovato le speranze veneziane di vedere finalmente la riorganizzazione del loro Stato. Ma non si tenne conto della controparte, infatti, i due diplomatici austriaci, il marchese del Gallo e il barone Degelmann, s’impegnarono alacremente per ottenere il massimo e si batterono per acquisire non solo quanto prevedevano i preliminari di Leoben ma anche la stessa 530 531 532 533 534

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G. Pillinini, 1797 cit., p. 105. A. Soboul, La Rivoluzione francese, cit., pp. 401-404. E. Zille, Ai margini di Campoformido, in “AV”, s. V, n. 85-86, 1953, p. 108. Verbali, vol. II, p. 499. R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, cit., p. 777.


Venezia535. Gli Austriaci, infatti, sostenevano fosse ormai fuori luogo soffermarsi sui punti stabiliti negli accordi precedenti, perché lo stato giuridico di Venezia era completamente mutato e di conseguenza era venuta meno la sovranità sui territori un tempo di sua pertinenza, che, anzi, si trovavano ormai in un regime di occupazione militare536. Nel tentativo di contenere l’espansione austriaca verso occidente, Bonaparte si precipitò a mutare atteggiamento nei confronti di Venezia: volle riconoscere e far riconoscere la legalità di quella Municipalità, legittimando quindi la continuità dello stato storico e al contempo invitando i suoi rappresentanti al congresso di Udine. Questo nuovo corso della politica napoleonica poteva trarre in inganno: appariva, infatti, come la volontà di difendere la città di San Marco, mentre in realtà era una manovra per contenere la spinta di Vienna, che dopo breve tempo sarebbe nuovamente mutata537. I negoziati furono intavolati, le proposte discusse con il conte Ludwig Cobenzl, già ambasciatore a Pietroburgo, un uomo tenace, fatto giungere proprio perché era considerato il più abile, con una notevole esperienza, e che alla corte di Caterina II si era destreggiato con successo contro le macchinazioni della Prussia538. Questi mise a dura prova i Francesi e la sua condotta contribuì addirittura a far precipitare i negoziati, tant’è che per poco si evitò lo scoppio di un conflitto, che, in realtà, costituiva solo uno spauracchio, dato che nessuno aveva intenzione di impelagarsi in una nuova guerra, ossia una strategia per accelerare la firma del trattato di pace539. Il primo incontro tra il diplomatico austriaco e Napoleone avvenne il 27 settembre 1797 e da subito fu chiaro che Vienna era intenzionata a sottoscrivere la pace in base all’accordo raggiunto a Mombello540. La possibilità che scoppiasse un conflitto, qualora la Casa d’Austria non avesse accettato le clausole francesi, dapprima non fu sottovalutata in quanto i negoziatori asburgici erano certi che Parigi avrebbe ingrossato la 535 536 537 538 539

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G. Pillilini, 1797 cit., p. 105. R. Cessi, Da Leoben a Campoformido cit., p. 560. E. Zille, Ai margini di Campoformido, cit., p. 110. A. Geatti, Il trattato di Campoformido tra Napoleone Bonaparte e l’Austria. 17 ottobre 1797, Tavagnacco 1997, p. 97; R. Cessi, Campoformido, cit., pp. 231-239. E. Zille, Ai margini di Campoformido, cit., p. 123, l’Albani scriveva che nessuna delle due parti era in grado di affrontare un nuovo conflitto e le ostilità sarebbero potute scoppiare solo in caso di eccezionale gravità; G. Pillilini, 1797 cit., p. 106. Bisogna ricordare, comunque, che nel Friuli si registrarono movimenti di truppe e al contempo furono rafforzate le piazze di Palma e di Osoppo. Lo stesso Napoleone scrisse al Direttorio che se si voleva la pace era doveroso prepararsi ad un conflitto e dette l’ordine all’armata d’Italia di prepararsi alle operazioni che sarebbero dovute iniziare il 23 settembre 1797, R. Cessi, Da Leoben a Campoformido cit., p. 566; Id., Su la via di Campoformido, cit., p. 146; G. Padelletti, Leoben e Campoformio cit., p. 43. G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano cit., p. 608.

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voce facendo valere le proprie ragioni541. Sulla stampa di quei giorni, infatti, si scriveva con convinzione che a Udine “[…] i preparativi militari sono imponenti: che tutto annunzia la guerra imminente. In qualunque caso, è certo che l’Istria, la Dalmazia e l’Albania saranno comprese nella grande unione de’ paesi dell’ex-Stato veneto. I Signori imperiali o emigrino buonamente, o preparino il tergo alle sferzate de’ repubblicani”542. I Veneziani, ancora una volta, s’illusero di assistere ad una sorta di normalizzazione, in cui Bonaparte avrebbe dettato il nuovo corso della storia543. “Il liberatore d’Italia ha deciso sulla nostra politica esistenza”, scrive “Il Monitore Veneto” ai primi d’ottobre, mentre “la riunione d’Istria, Dalmazia ed Albania con tutte le provincie libere dell’ex Stato Veneto è già firmata”544. Alla fine di settembre l’opinione pubblica d’oltralpe – che non aveva alcun sospetto su quello che sarebbe stato il nuovo assetto previsto per l’Italia nord-orientale – espresse che la soluzione ideale per l’Italia era la creazione di un’unica repubblica, poiché una sua frammentazione in numerosi stati avrebbe da un lato acceso le rivalità tra di loro e al contempo permesso all’Austria di ingerire nei loro affari e, soprattutto, si sarebbe trovata nelle condizioni di restaurare il suo potere nella Lombardia545. Bo541

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È interessante menzionare quanto un giornale veneziano pubblicava a due settimane dalla firma del trattato di Campoformido. La notizia, proveniente da Udine in data 18 settembre, riportava che “se l’Imperatore non accetta le condizioni di pace propostegli avrà subito la guerra. Le condizioni diconsi le seguenti. 1. La linea del Reno sarà il confine fra S. M. I. e la Francia. 2. Le Alpi Noriche e Giulie il confine fra l’istessa M. S. e la Repubblica Cisalpina. 3. L’Istria e Dalmazia saranno evacuate dalle truppe Imperiali. 4. Non si mischi la Corte Cesarea negli affari d’Italia, e nelle ulteriori operazioni che potrebbero farvi i Francesi tanto politiche che militari. 5. Qualche indennità si accorda alla Casa d’Austria nella Germania”, “Campana a martello ossia tocchi i più forti di vari giornali”, Venezia 3 ottobre 1797, p. 112. “Il Redattore Veneto”, Venezia 6 ottobre 1797, col. 82. Interessante quanto scrive “Il Redattore Veneto” (Venezia 3 ottobre 1797, col. 74) e cioè che “il gran Senato di Parigi tuonando colla voce imperiosa ha detto: È nostra mente che l’Istria, la Dalmazia e l’Albania sieno sottratte agli artigli dell’aquila austriaca, o colla pace, o colla guerra: nel secondo caso ci penserà Bonaparte a spennacchiar l’aquila”; A. Franchetti, Storia d’Italia cit., p. 408; vedi anche R. Cessi, Da Leoben a Campoformido cit., pp. 572-573. “Monitore Veneto”, 4 ottobre 1797, col. 469. In base al medesimo modo di vedere l’azione diplomatica francese, le due province sarebbero state unite a Venezia così come pure la Terraferma, “[…] senza che dia alcun compenso all’imperatore in Italia, sembra inevitabile che la guerra debba aver luogo; guerra che non servirà se non ad estender più oltre i nostri confini, e la gloria del nome francese”, ivi, col. 473. Per comprendere lo stato d’animo della classe politica veneziana si veda anche quanto scrisse il giornale nei giorni successivi, cfr. Id., 7 ottobre 1797, col. 481 e 11 ottobre 1797, col. 494. M. Vovelle, L’opinione pubblica francese cit., p. 104.


naparte ricevette tramite Talleyrand le indicazioni del Direttorio su come condurre le trattative finali prima della firma della pace. In base a quelle disposizioni l’imperatore non doveva ottenere alcun territorio in Italia, perché sarebbe stato ricompensato con Ulm e Magonza, mentre a oriente dell’Isonzo avrebbe conservato Trieste nonché gli ex domini veneziani dell’Adriatico orientale occupati mesi prima. Le speranze dei Veneziani non erano il frutto di errori di valutazione, molto probabilmente poggiavano su informazioni molto vicine al Direttorio, quello stesso che comunicò a Napoleone la necessità di evitare l’abbandono della città di San Marco, dopo che le armi francesi l’avevano liberata546. Gli Austriaci non credettero alle voci che ormai circolavano; sapevano benissimo che il trattato di Milano non era stato ratificato dal Direttorio e di conseguenza prevedevano che una guerra non sarebbe certamente scoppiata. Entrambe però sfoggiarono il pugno duro, ammassarono le loro truppe e un profluvio di parole lasciava immaginare potesse deflagrare un conflitto tra le due parti547. La volontà veneziana di unirsi alla Cisalpina non fu presa assolutamente in considerazione benché i rappresentanti delle Municipalità avessero votato a favore nel corso del Congresso che si tenne nella città lagunare tra il 14 e il 16 ottobre 1797548. Solo qualche giorno prima Francesco Battaglia in una lettera alla Municipalità provvisoria, asseriva che le lunghe trattative di pace volgevano ormai verso l’epilogo e che Bonaparte si stesse ormai muovendo per “[…] liberare l’Italia dal giogo austriaco e di scacciare l’Imperatore dalle usurpate provincie dell’Istria e della Dalmazia […]”549. Tale testimonianza dimostra palesemente la miopia dei politici veneziani. Il 18 ottobre la pace fu conclusa; ognuna delle due parti conservava i territori occupati precedentemente, Parigi dovette rinunciare al Reno, l’Austria abbandonava ai Francesi il Belgio riconosceva la Repubblica Cisalpina ed otteneva i territori della Serenissima. A Campoformido si firmò un trattato d’equilibrio sacrificando il territorio di uno Stato, quello veneziano, che ai preliminari di Leoben si volle, invece, mantenere libero ed indipendente, aggregandogli eventualmente degli altri territori – cioè le legazioni di Romagna, Ferrara e Bologna – per compensare quelli che 546 547 548

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A. Geatti, Il trattato di Campoformido cit., p. 99. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 212. Si veda Verbali, vol. I/1, pp. 320-321. I deputati, “considerando l’utile della nazione”, dovevano accordarsi se unirsi alla Cisalpina, e formare così una sola Repubblica, oppure unire l’ex Stato veneto; cfr. anche G. Silvano, Venezia e la Terraferma cit., p. 63. Verbali, vol. II, p. 550.

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avrebbe ceduto all’Austria550. In quella fase si riteneva ancora possibile mantenere in vita Venezia, seppure relegata nella laguna, poiché la sua posizione era giudicata determinante nel nuovo scenario che andava delineandosi, infatti, sarebbe stata una spina nel fianco dei domini italiani di Vienna, e trasformata in una base francese nell’Adriatico551. Nella logica della stabilità internazionale, quindi, alla cessione di determinati territori era necessario compensare con l’acquisizione di altri, che quasi sempre appartenevano agli stati più deboli. Bonaparte era altresì consapevole che nella città di San Marco non avrebbe trovato una classe dirigente competente alla quale rendere conto di quanto era accaduto. I reggitori della Municipalità non potevano paragonarsi alla vecchia aristocrazia, che in tema di politica e di diplomazia annoverava una certa esperienza, in quanto, pur riconoscendo la loro buona volontà, era formata da “[…] una sparuta pattuglia di ingenui e di esaltati, nutrita di astrazioni e condizionata dal fanatismo, succube ai suoi voleri”552. Solo quattro giorni prima della firma, sui giornali si poteva leggere “[…] noi abbiamo la compiacenza di avvisare che i Tedeschi si son quasi tutti ritirati da quella Provincia [dalla Dalmazia, nda]; che si vanno scremando sempre più; che appena esistono nelle città pochissimi soldati e che nell’Istria appena si contano 300 uomini. Questo allontanamento preventivo servirà a palliare la intiera ritirata”553. Erano le ultime battute di una certezza, di una speranza per la nuova Repubblica veneziana, quella stessa, che alla fine, fu semplicemente barattata secondo 550

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C. Zaghi, L’Italia di Napoleone cit., p. 54; A. Soboul, La Rivoluzione francese, cit., p. 405. Lo storico Roberto Cessi ritiene che quel trattato sia “[…] la conclusione di spregiudicata politica, ispirata da miope ed egoistico interesse nazionale, e un po’ personale, e consumata con militaresco cinismo”, R. Cessi, Su la via di Campoformido, cit., p. 141. Le ultime fasi degli accordi sono brillantemente ricostruite da Id., Campoformido, cit., pp. 235- 278; A. Geatti, Il trattato di Campoformido cit., pp. 105-143. Si veda anche G. Mraz, L’Austria e la pace di Campoformido, in Napoleone e Campoformido cit., pp. 35-40 e G. Ferrero, Avventura cit., pp. 200-224, 273-299. R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, cit., pp. 756-757. G. Pillilini, 1797 cit., p. 110. Per quanto concerne il ruolo di un esponente in particolare come Francesco Battaglia, presente a Passariano durante le trattative franco-austriache, è stato sottolineato che “[…] la sua sollecita corrispondenza diplomatica con la Municipalità sono l’ultima testimonianza della rovina politica della vecchia classe aristocratica, incapace ormai d’un ruolo qualsiasi nel gioco delle opposte potenze europee, e non ancora sostituita dalla troppo immatura classe politica rivelatasi nella rivoluzione democratica, che, nella figura del Dandolo, lancia da Passariano dispacci di un’impressionante superficialità sui floridi destini dell’indipendenza veneziana”, G. F. Torcellan, voce Battaglia (Battagia), Francesco, cit., p. 215. “Monitore Veneto”, 14 ottobre 1797, col. 512. Il 10 ottobre “L’Estensore Cisalpino” di Milano riportava in un articolo ufficioso la notizia dell’unione dell’Istria e della Dalmazia all’Italia, Il diritto d’Italia, p. 84. Agli inizi di ottobre un capitano di bastimento, che dall’Istria era approdato a Venezia, riferì la notizia che gli Austriaci avevano ormai iniziato a ritirarsi da Rovigno e da Parenzo, B. Benussi, Pola nelle sue istituzioni municipali cit., p. 8.


la logica di un equilibrio che si doveva raggiungere nel vecchio continente. Il “liberatore”, cinicamente, pur avendo riconosciuto l’esistenza della Municipalità di Venezia rifiutò l’esistenza di quella realtà e la scambiò pur di ottenere il massimo dal trattato di pace, anche se il Direttorio non volle mai accoglierlo ufficialmente554. L’Austria ottenne un’ampia porzione territoriale e con l’inclusione della città di Venezia s’installò anche sulla costa occidentale dell’Adriatico, mentre i settori nord ed est erano ormai completamente sotto il suo controllo. Bonaparte sembrava però non titubare eccessivamente per quella situazione geopolitica, che avrebbe favorito l’imperatore anche come regnante di una potenza marittima, perché le basi navali delle isole Ionie rimanevano di pertinenza francese ed avrebbero svolto una funzione di notevole rilevanza, ostacolando qualsiasi aspirazione austriaca o di altri stati dell’area, come il Regno di Napoli555. L’arcipelago rivestiva un’importanza di rilievo; Napoleone avrebbe ceduto anche l’intera Italia all’imperatore anziché rinunciare a quelle isole già appartenenti alla Serenissima556. La loro funzione strategica era indiscutibile, in più la Francia ottenne l’isola di Cerigo, mentre sul continente acquisì le roccaforti veneziane in Albania, situate tra Butrinto e Vonizza. La cessione di Venezia non era un’elaborazione premeditata, fu il risultato di alcune concause. Lo storico Michel Vovelle scrive che a Napoleone interessava precipuamente la Cisalpina, da lui stesso creata, mentre il possesso delle isole Ionie s’intrecciava al suo sogno orientale. Tutto questo contribuì all’accettazione dell’idea di una cessione completa dei territori della Serenissima, Venezia inclusa, all’Austria, seppure ciò non fosse stato contemplato con i preliminari di Leoben, che, invece, prevedevano uno scenario diverso557. Le decisioni accordate sei mesi prima di Campoformido rispecchiavano chiaramente la critica posizione in cui si trovavano gli 554 555

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G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 201. E. Zille, Ai margini di Campoformido, cit., pp. 126-127. Per un certo periodo si credette che Napoleone, in accordo con il Direttorio, fosse disposto a cedere l’arcipelago ionico al re partenopeo in cambio dell’isola d’Elba; alla fine, però, la flotta francese occupò quei territori insulari in quanto rivestivano un ruolo strategico di notevole valenza, A. M. Bettanini, Tra Leoben e Campoformio cit., pp. 131-132. Ivi, p. 135; Il 16 agosto 1797, infatti, scrisse al Direttorio: “Dovendo scegliere sarebbe meglio restituire l’Italia all’Imperatore e conservare le quattro isole… Corfù e Zante ci rendono padroni dell’Adriatico e del Levante”, G. D. Belletti, Il Congresso di Bassano cit., p. 605. M. Vovelle, L’opinione pubblica francese cit., p. 93. Il Cobenzl ritenne che le clausole dei preliminari di Leoben non fossero più valide, poiché in quell’occasione si parlava di Venezia e del suo governo oligarchico; nel frattempo, però, si verificò un mutamento politico e, di conseguenza, gli Austriaci respingevano ogni legame con la Municipalità democratica, G. Padelletti, Leoben e Campoformio cit., p. 47.

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Austriaci (le armate francesi, ricordiamolo, erano non lungi da Vienna), di conseguenza firmarono quei preliminari senza entrare in aperta polemica; era una strategia che permetteva a loro di temporeggiare in attesa di una circostanza politico-militare più favorevole in cui firmare la pace558. Il testo di quel trattato giunse a Parigi il 26 ottobre, e nonostante le divergenze circa quella soluzione – si giudicava sconveniente la cessione della città lagunare alla Casa d’Austria – si dovette giocoforza accoglierla, anche perché un problema incombente era rappresentato dall’opinione pubblica che iniziava a dare segni di stanchezza, a causa delle imprese militari che si ampliavano, e poi si temeva un intervento armato di Bonaparte, che ormai era un condottiero che aveva raggruppato fortune e onori e, soprattutto, poteva contare sui suoi uomini, che di lì a breve lo avrebbero seguito nelle sue marce contro gli eserciti del vecchio continente559. Per la Francia repubblicana, però, quel trattato rappresentò un’infamia, perché quella che si era presentata come la liberatrice di popoli ora non era altro che un mercante di popoli560. Il Direttorio non aveva altre scelte: rifiutando quel trattato avrebbe rischiato seriamente di perdere il consenso dell’opinione pubblica, perché avrebbe visto in esso il responsabile dello scoppio di un nuovo conflitto. Contemporaneamente si giudicava che quella stessa opinione pubblica fosse stata sapientemente manovrata561. L’Austria, invece, non ebbe alcuna remora; Venezia era in realtà scomparsa dalla carta geopolitica del vecchio continente, mentre alla Municipalità democratica non riconosceva alcun titolo né a livello costituzionale né come erede della Serenissima Repubblica562. Basti ricordare che i rappresentanti veneziani, invitati da Napoleone alle trattative con l’Austria, furono rifiutati da quest’ultima, segno evidente del rinnegamento della Municipalità provvisoria come Stato. Bonaparte, malgrado l’ambiguità dimostrata nell’affrontare i problemi italiani, considerava la Municipalità veneziana un organo di governo che, come tale, continuava a svolgere le funzioni tipiche di uno Stato sovrano, includendo anche quelle del governo cessato563. Il trattato di Campoformido fu, pertanto, solo la conclusione di quel mutamento avvenuto il 12 maggio il cui sovvertimento del potere oligarchico aveva aperto 558 559 560 561 562 563

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A. M. Bettanini, Tra Leoben e Campoformio cit., p. 117. J. Tulard, Napoleone cit., pp. 102-103. Così riporta C. Zaghi, L’Italia di Napoleone cit., p. 54. M. Vovelle, L’opinione pubblica francese cit., p. 95. G. Distefano-G. Paladini, Storia di Venezia 1797-1997 cit., p. 210. A. Alberti-R. Cessi, Lineamenti costituzionali cit., p. XIII, “Così, mentre i territori di Terraferma erano mantenuti in stato di occupazione militare, la città di Venezia, in figura di Stato indipendente, continuava a sussistere con il possesso degli attributi sovrani”.


un vuoto che non si seppe riempire564. Ormai ogni speranza era naufragata e lo stesso Dandolo, il 25 ottobre 1797, parlava ormai dei foschi destini dell’Italia e di Venezia565. Come scrive lo storico Luigi Salvatorelli, la colpa maggiore di Napoleone in Italia fu il percorso diplomatico che portò a Campoformido (e ancora prima ai preliminari di Leoben), in primo luogo perché non era il risultato della strategia della Repubblica francese bensì un atto esclusivamente personale. In questo modo: “[…] Bonaparte non solo reintroduceva in Italia quel dominio austriaco che si era dato l’aria di espellere […] ma fortificava l’Austria, anziché indebolirla. Al posto di una parte della Lombardia l’Austria riceveva Veneto, Istria e Dalmazia contigue con i suoi territori tedeschi: ampliamento e consolidamento di territorio. E veniva aperta la porta orientale d’Italia allo straniero, con la formazione colà di una zona di frizioni e competizioni nazionali e statali”566. Quel trattato, che portò alla completa scomparsa di Venezia come entità statuale e cedette buona parte dei suoi territori all’Austria, inoltre, poggiava su una base alquanto fragile e quanto pattuito non fu minimamente rispettato. Gli Asburgo, infatti, pur avendo occupato l’intera area dell’Adriatico orientale rimasero saldi nella Terraferma e conservarono pure i settori sul Reno, che sarebbero dovuti passare alla Francia, così come i suoi confini non furono stabiliti sull’Adige. Anzi oltre ad ottenere Venezia, l’Austria acquisì pure il controllo del porto di Chioggia, le cui sorti dovevano essere diverse. Quella località doveva unirsi alla Cisalpina, come compensazione territoriale, qualora la città di San Marco fosse passata all’Impero567. Siffatta condotta dette dei risultati completamente diversi rispetto a quanto auspicava il Direttorio, cioè in primo luogo minare la potenza austriaca in Italia. E, invece, malgrado le sconfitte militari, essa rimaneva ferma sull’Adige, annoverava il possesso dell’intera pianura ad oriente di quel fiume e Venezia con il suo porto, uno dei più importanti, che le permetteva di controllare il mare Adriatico e al contempo di intervenire negli affari degli stati della penisola568. Ancora una volta i piani di largo respiro determinarono uno svolgimento diverso dei fatti, e il Corso, ormai abbagliato dall’elaborazione di un piano d’invasione dell’Inghilterra, poi tralasciato per l’impresa in Egitto e magari per fantomatici progetti contro l’Impero ottomano, dovette concludere definitivamente la campagna d’Italia569. 564 565 566 567 568 569

R. Cessi, Su la via di Campoformido, cit., p. 141. Verbali, vol. I/2, p. 444. L. Salvatorelli, Leggenda e realtà di Napoleone, Roma 1944, p. 111. C. Zaghi, Bonaparte e il Direttorio dopo Campoformio. Il problema italiano nella diplomazia europea 1797-1798, Napoli 1956, p. 3. Ibidem. S. J. Woolf, La storia politica e sociale, cit., p. 164; E. Zille, Ai margini di Campoformido, cit., p. 137.

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Nel 1798 a Trieste fu data alle stampe una descrizione geografica e storica, in lingua tedesca ed italiana, dei territori già appartenenti alla Serenissima e passati agli Asburgo con il trattato di Campoformido, in cui si ricorda che “Li paesi sotto il dominio dell’augusta Casa d’Austria fanno all’incirca tre quarti di tutto lo stato, che formava la Repubblica Veneta”. Si evidenzia altresì che all’interno dei nuovi confini “[…] è situato un terreno di 700 leghe quadrate, devoluto alla casa d’Austria, il quale comprende le seguenti provincie: I. La città di Venezia col di lei distretto, ossia il Dogado II. La terra ferma veneta III. Il Friuli veneto IV. L’Istria veneta V. Le isole del Quarnero VI. Le isole della Dalmazia VII. Il continente della Dalmazia veneta VIII. L’Albania veneta”570. A proposito dell’Istria leggiamo: “Questa provincia produce vino, oglio, erbame e legno serviente alla costruzione de’ navigli. L’aria è però insalubre, ed il suolo è poco coltivato ed abitato. Li boschi occupano una parte grande del terreno. L’oglio è molto buono, e fu apprezzato già dai Romani. Li altri prodotti constistono, in sale del mare, che si raccoglie in quantità, in miele, salvatico, e pesci”571. Concludiamo con le considerazioni sulla popolazione: “Il contadino è rozzo e deriva dagli slavi. Egli si veste alla dalmatina, e parla molto aspramente la favella illirica. Gli abitanti delle città inclinano già più alle usanze ed alli costumi italiani, si vestono come questi, ed il dialetto rassomiglia a quello degli veneziani”572. L’Austria aveva inglobato un territorio le cui similitudini con Venezia erano molte e ben marcate (almeno in una parte di esso), come appare evidente anche nel testo citato, i cui rapporti secolari avevano prodotto una storia comune, un’osmosi e un vincolo che non venne meno con la caduta della Serenissima, anche perché dopo di essa rimasero i ricordi e le consuetudini, che, assieme al vernacolo parlato dalle popolazioni della costa, contraddistinsero il vivere di quelle cittadine.

570 571 572

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Compendio breve della descrizione geografica ed istorica delle provincie e città venete passate, in virtù della pace conchiusa a Campoformido, sotto il dominio della Casa d’Austria, Trieste 1798, pp. 6, 10, 12. Ivi, pp. 130, 132. Ivi, p. 132.


Appendici

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I Pirano comunica a Venezia l’avvenuta democratizzazione

LIBERTÀ VIRTÙ EGUAGLIANZA Questa città si è resa libera. Il concorso spontaneo de’ cittadini volle che il popolo riacquistasse que’ diritti, che l’abuso innocente di una vetustissima consuetudine avea confinati in una classe distinta. Esempio fu forse unico nella Storia delle rivoluzioni, la classe medesima privilegiata fu quella, che spontaneamente, senza il menomo impulso esteriore, con una grandezza d’animo straordinaria, convocò gli altri ordini e fraternizzò. Nella Chiesa matrice sonosi ieri convocati i capi delle famiglie, e dietro a brevi istruzioni sopra l’oggetto gravissimo dell’adunanza si vide creata una Municipalità, i cui membri son superiori assolutamente a qualsivoglia eccezione. La comune tranquillità, la universale contentezza presiedettero alla grand’opera in tutti gl’istanti; e l’esultanza fu generale, e gli evviva ed il plauso eccheggiarono per ogni lato. Non vi fu ombra neppur di disordine, e se ne’ giorni antecedenti v’ebbe in qualche tumultuoso apparato di poca plebaglia, fu soffocato nello stesso suo nascere dalla truppa civica, la quale da se medesima si è prestata con uno zelo inimitabile alla quiete e sicurezza de’ cittadini. Fissata la base che la Religione sia mantenuta nella sua massima vigoria, si è destinato di conservare l’antico stemma nazionale di s. Giorgio, e di rispettare tutte le abitudini innocue, per emendar dove occorra efficacemente gli errori ed i mali; e deposto qualunque titolo; e abrogata ogni insegna delle antecedenti classificazioni, la rigenerazione del popolo piranese fisserà epoca nella serie di quegli avvenimenti politici, che si riformano o riproducono al bene ed alla virtù le società umane. Pirano addì 7 giugno 1797 (18 Pratile). Anno primo della Libertà Italiana. (“Il Monitore Veneto”, n. 9, Venezia 12 giugno 1797, col. 120)

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II La Municipalità Provvisoria di Venezia risponde ai rappresentanti del popolo di Pirano

IL CITTADINO DANDOLO ai rappresentanti del Popolo di Pirano dopo una breve risposta a loro fatta dal Cittadino Gallino. CITTADINI L’infame Oligarchia poteva soltanto violare i patti inaugurali della vostra dedizione, e rendervi schiavi pochi anni dopo di essa, come contemporaneamente schiave rese la massa intiera del Popolo Veneto coll’arbitraria e violenta serrata del Maggior Consiglio. Cittadini. L’Oligarchia spirò, e con essa l’usurpazione, la perfidia, il raggiro, e la violazione d’ogni patto sociale. Ora forti reciprocamente della nostra fraterna unione, forti dei nostri principj, forti della nostra determinazione di viver liberi o di morire, non trepiderete mai più. Intanto, Cittadini, conservate presenti allo spirito la storia degli orrori dell’età trascorse, e ne passi la tradizione a’ vostri Figli e a’ vostri Nipoti per una interminabile successione di secoli. Tornando alle vostre case, consolatele sulla pienezza dei nostri voti e della nostra gioja per l’indissolubile nodo di fratellanza stabilito fra di noi. Conversando co’ vostri Concittadini, dite loro che la barbara politica degli Oligarchi più non esiste; che più non si getterà in mare l’eccedenza de’ vostri sali; che più il prodotto de’ vostri Ulivi non sottosterà alle ruberie de’ Rappresentanti o Ministri; che finalmente la Natura travagliando per il vostro bene ne assicurerà a voi la totalità delle sue beneficenze. Popolo libero di Pirano, sviluppa sempre più la tua industria, conserva la tua virtù, e travaglia al bene della Nazione. Venezia democratizzata non cesserà mai di amarti, di assisterti, e di cooperar seco alla comune felicità. Pegno di questi unanimi sentimenti nostri riceverete intanto, o Cittadini Deputati, il bacio fraterno dal Presidente di questa Municipalità. 23 Pratile 11 Giugno 1797 V. V. Anno prima della Libertà Italiana (Carte pubbliche stampate, ed esposte ne’ luoghi più frequentati nella città di Venezia, t. II, Venezia 1797, pp. 289-290)

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III Lettera di Nicolò de Baseggio al figlio Giorgio sui tumulti a Capodistria

Al signor Giorgio de Baseggio in Venezia Figlio! Occorre la tua pronta comparsa in patria al ben essere della stessa. Io debbo partire per la Dominante insieme al mio collega. Ho fissato sopra il tuo nome la destinazione di Vice Sindaco, in mia vece, mentre il popolo tutto ha riporto in me la sua confidenza. Nella necessità di partire io non posso esibir a lui prova maggiore di un figlio, ben certo, che saprai calcare le orme del padre. Non ti fo parola dell’orribile insurrezione qui accaduta la sera dei cinque, che durò tutta la notte, che accrebbe con più furore alla luce del giorno, con tocco continuo di campane a martello, con tamburi battenti, con grida spaventose, le quali minacciavano alla Città l’ultimo eccidio. Io vegliai tutta la notte, ho messo la mia vita nella confidenza del popolo, lo accarezzai, lo abbracciai, ho promesso tutto l’impegno per la di lui volontà; lo convocai nella Chiesa Cattedrale coll’unione della pubblica Rappresentanza, coll’intervento del Prelato, del Capitolo e degli Ordini tutti; quindi primo dal pulpito intuonando il Vescovo, ed esercitando l’autorità sua pastorale, che concitò piuttosto di persuadere, subentrò il Reggimento con poche parole; ed io per il terzo, mostratomi al popolo con le lagrime, e con la tenerezza del mio amore mi riuscii di poterlo ammansare alla quiete era il momento più spaventoso, perchè non cessavano gli asti, li spari in chiesa con armi da fuoco, le minaccie contro la vita di alcuni, che furono sul punto di essere trucidati. Quattro ore durò questa tragica scena, nè ci voleva ascoltare alcuno, se prima non erano raccolti tutti gl’individui nobili, ed il ceto mercantile. Quando piacque alla Provvidenza si acquietò il tumulto sulle amorevoli mie insinuazioni. Si espose il Sacramento e si giurò sulli Evangeli nelle mani del Vescovo la nostra fede comune alla Repubblica, la nostra unione, la pace concorde, e la buona fratellanza. Non per questo si è posto fine ai furiosi trasporti coperti dagli evviva. Ho adoperato persone di retta intenzione mi adoperai io stesso a calmarli, ed a rammentare loro le nostre promesse sagramentate. Di ora in ora scemossi per tal modo la moltitudine. Verso la sera si attaccarono fra loro, ed alcuni rimasero morti. Alcuni altri delle ville attrati dal suono continuo delle campane e mescolati nell’insurrezione, avevano preso il partito di unirsi in massa contro il popolo a mottivo, che uno de’ suoi era rimasto ferito. Avendo fatto accedere

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dalle loro ville dei compagni. Li capi di contrada per ordine nostro si unirono in diverse pattuglie urbane, le raddoppiarono al castello, alle porte dell’ingresso della città, stando sull’armi tutta la notte per respingerli. Il nostro numero, ch’era assai maggiore, e di persone tutte scelte li hanno tenuti in soggezione. Questi secondi moti furono prodigiosi, perchè il popolo cessò dalle mire contro di noi. La notte fu tranquilla, e questo giorno ritorna assai sereno. Le due famiglie maltrattate, che furono in azzardo della vita, sono il conte Carli ed i conti Totto. Le case tutte furono assalite per aver armi, eccepite poche de’ miserabili. La nostra ebbe la sorte di andar assente. La comunità ha fatto in questo riscontro dei grandi sacrifizj. Li richiedeva la causa tanto importante, e la salute comune. Ommetto tante altre circostanze. Saluto e ringrazio codesti signori di tanta cordialità. Ti attendo e ti abbraccio Capo d’Istria li 7 giugno 1797 Tuo padre Nicolò fu Giorgio Basegggio (ARC, Archivio familiare Baseggio, b. 1, fasc. 5)

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Lettera di Nicolò de Baseggio al figlio Giorgio sui disordini del giugno 1797 a Capodistria. (Archivio regionale di Capodistria)

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IV Elenco delle spese sostenute a Venezia dai sindaci deputati e dai deputati del popolo di Capodistria

Spese incontrate da Noi sottoscritti Sindaci Deputati per la nostra spedizione in Venezia insieme con due deputati del Popolo per ovviare ai disordini dell’insorta insurrezione ed evitare maggiori pericoli con due persone di servizio a nostra disposizione come segue e ciò in esecuzione di decreto pretorio 6 giugno 1797. A 7 giugno 1797 giorno della nostra partenza, cibarie per viaggio per persone 6 Una barilla di vino per dette persone 6 e marinai 8 detto spesi in Caorle in pesce per noi e marinai L. 12 9 detto salata ed altre spese minori In Venezia gondola in due volte per affari di nostra commissione 10 detto Pranzo per sei alla locanda L. 30 gondola a nostra requisizione per detti affari L. 6 11 detto gondola come sopra L. 6 Mancia alla servitù dell’ambasciatore di Viena sugl’avvisi per lettera de sindaci provvisionali 12 detto gondola per diversi luoghi di comissione L. 6 altre spese minute di questi giorni 13 detto gondola per i medesimi affari 14 detto gondola per interessi sudetti di sera gondola per la pioggia onde condursi a casa 15 detto gondola per affari sudetti 16 detto gondola 17 detto al deputato del popolo Filippini da lui richieste 18 detto gondola detto pranzo in due alla locanda, e cena in uno 19 detto al deputato Tremul gondola per offici 20 detto gondola pranzo e cena di questi giorni alla locanda persone sei, camere tre, in tutto provista pel viaggio, compreso marinai di ritorno 21 detto al guarda portone del general francese in Ca’ Pisani per ottener il passaporto, attesi gl’impedimenti, mancia feral di sera e di altra sera 22 detto trasporto di robba alla barca

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L. 66 L. 36 L. 4:10 L. 6

L. 12 L. 15 L. 6 L. 6 L. 3 L. 6 L. 6 L. 24 L. 6 L. 13 L. 36 L. 6 L. 6 L. 764 L. 66 L. 8 L. 1: 10 L. 7


mance diverse L. 24 23 detto al nostro fante di comunità a buon conto di sua gratificazione L. 24 giorno del nostro arrivo in Pirano, pranzo e letto alla locanda, persone 6, come sopra ed in queste per settimo il paron di barca a pranzo con noi L. 33 Giornate 16 a me Niccolò Baseggio in compenso della mia professione e notariato a L. 16 al giorno sono L. 266 si paghi al mio collega L. 12 al giorno L. 192 al paron Iseppo de Grassi con barca posta primo suo viaggio andata e ritorno con lettera apposita, altro viaggio andata e ritorno zecchini venti, ristretti d’accordo L. 480 mancia alli marinai L. 22 spese da lui incontrate per la pratica di sanità e trasporto di batello L. 8:6 al fante nostro giornate 16 a L. 3 sono L. 48, dibattute le L. 24 già da lui conseguite, restano L. 24 perrucchiere giorni 16 a L. 4 al giorno sono L. 64 si accredita l’ajo di valuta di soldi 2 per petizza L.138:14 ------------ summa L. 2219: 271: ----------- 2440 (ARC, Archivio familiare Baseggio, b. 1, fasc. 5)

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V Appello inviato dalla Municipalità provvisoria di Venezia ai comuni della Dalmazia

La Municipalità provvisoria di Venezia a diverse comuni della Dalmazia La nostra felice rigenerazione è seguita. Il fu Serenissimo Maggior Consiglio ben comprendendo quanto fosse più utile al comun bene, che non rimanesse più concentrato in un solo ordine di persone il diritto della Sovranità, ha con volontaria abdicazione del giorno 12 maggio prossimo passato rinunziato il Governo, e ridonati al Popolo i suoi primieri diritti. Noi però incaricati di rappresentare provisionalmente il corpo della Nazione, non proviamo miglior conforto fra le molteplici e gravi cure dell’importante destinazione, che di annunciarne con espansione di animo ai nostri Fratelli il faustissimo avvenimento e di assicurarli del vivo nostro impegno nel prestarsi possibilmente ai loro vantaggi. Tra questi fratelli colla maggior tenerezza ed affezione riguardiamo voi, che per lealtà di animo tanto vi distinguete, e ci promettiamo nel tempo stesso che voi pure stringendo con noi i più dolci vincoli di Fratellanza contribuirete efficacemente alla comune felicità. Cittadini Fratelli! Eccitati dal vostro stesso antico Governo, che in noi spontaneamente trasfuse i proprj diritti, eccitati dal vostro stesso interesse, non tardi a risuonare sul vostro labbro il dolce nome di Fratellanza. Non vaghezza di preminenza, nè alcun altro men retto principio ci anima ad avanzarvi tali eccitamenti, ma solo quell’ingenuo senso di Fraterna unione, ch’è il vero carattere dello spirito Democratico. Piantato il nuovo Governo sulle basi della Virtù, a null’altro tende che a mantenere incorrotte la Libertà e l’Eguaglianza, e salvi con esse tutti i diritti dell’Uomo e del Cittadino. Della veracità di questi nostri sentimenti ne scorgerete non dubbia prova nella serie delle proclamazioni da noi emanate fin dal principio della nostra provvisoria amministrazione. Cittadini! Quanto più cresce il numero de’ buoni patrioti, tanto più si assicura la reciproca tranquillità ed interesse; contribuite a sì grande oggetto; formiamo di varj Popoli una sola Famiglia e saremo tutti felici. Tanto fa da noi concordemente stabilito, dietro alle istruzioni del nostro collega cittadino Jovovitz, il quale da noi stessi incaricato a sì importante oggetto, vi spedisce appostamente il nostro offiziale cittadino capitan Niccolò Xiscovich con opportuni ordini ed eccitamenti diretti al bene della contemplata Fraterna unione. Unione e Fratellanza Venezia 10 giugno 1797 V. S. Anno primo della Libertà italiana (ASV, Democrazia, b. 120, foglio a stampa n. 72)

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VI Relazioni sulla fallita missione dei commissari della Municipalità provvisoria in Dalmazia

Libertà

Eguaglianza

Al Comitato di Salute Pubblica Li Commissari per la Dalmazia Ieri mattina nell’avvicinarsi a Zara noi vedemo due legni armati; l’uno del capitan Ballarin coll’equipaggio del cittadino Andrea Querini dalla parte della città e l’altro dell’ex patrizio Nicolò Morosini ancorato di rimpetto allo scoglio di S. Paolo. Osservabile ci comparì questa disposizione; ciò nonostante convenendoci di dissimularla e fatti li consueti saluti all’immagine della B. V, abbiamo commissionato il provetto militare cittadino colonello Giovanni Carrara perchè scortato dal cittadino alfiere Giuseppe Lantana si recasse nella città medema per annunziare come dall’inserta n.o 1 il nostro arrivo al suddetto cittadino Querini. Giusto egli a quell’ufficio di sanità trovò un ajutante che lo attendeva, e che lo fece trattenere nell’ufficio medemo. L’annessa e dettagliata relazione del predetto cittadino Carrara segnata n.o 2 vi farà conoscere che in ultimo noi fummo respinti. L’ingrato rapporto, la devastazione delle nostre case, forse il pericolo de’ nostri parenti ed amici, lo stesso nostro rischio e le nostre disgrazie, non furono gl’oggetti pei quali ci siamo noi occupati nel rimanente della giornata, ma pensammo ai mezzi di aprirsi una qualche comunicazione; e vedendo che nessuno osava di avvicinarsi al nostro bordo a fronte delle antecedenti private intelligenze da noi concertate e disposte in Venezia, ci siamo determinati di spedire successivamente diverse persone di piena fiducia, conoscenza ed attaccamento, ma esse non ritornarono più e nemmeno fu possibile di riportare alcun avviso o riscontro scritto in tutta la susseguente notte. Il capitan Vucetich da noi incontrato nelle acque di Selve ci fece vedere l’annessa commissione che ha ricevuto in Zara dopo che il cittadino capitan Dabovich aveva portate le prime lettere della Municipalità al cittadino Querini. Noi ve la inseriamo al n.o 3, perchè possiate vedere la dissimulazione ed il tuono di questa carta, e paragonarla agl’altri dati che vi fossero noti relativamente a quel ex patrizio. Un cittadino stampatore da noi accordato in Venezia per trasferirsi a Zara e servire alla diffusione di lumi che servono relativamente alla Democrazia, benchè sia persona di nostra particolare dipendenza non venne al nostro bordo nè gli fu possibile di darci verun indicio della sua esistenza in Zara. Da tutto questo o Cittadini voi vedete che ci era tolta ogni comunicazione con la città e che noi senza forze, senz’appoggj, minacciati dalle male intenzioni de’ perfidi e dal prossimo arrivo di truppe austriache da

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terra e da mare, non ci restava che il solo partito di allontanarsi dalle pericolose viste ed acque di Zara. Salpammo sul far del giorno e non bene allontanati udimmo con nostra sorpresa che il legno armato dell’ex patrizio Morosini si levò dalla sua situazione, attraversò il Canale e si avvicinò al porto e mura di Zara. Cittadini soffrite una nostra congiettura: le insorgenze della Dalmazia sono effetto a parer nostro di una congiura e diretta da alquanti perfidi aristocratici: Sebenico, Traù, Spalato e Lesina furono messe sosopra in un solo giorno… e da chi? dai soldati de’ Crovati a cavallo che licenziati da voi erano giunti pochi giorni prima, e che specialmente a Lesina e Traù si diressero al concentrato fine di atterrare le case de’ noi commissari. Sono queste le sole case che subirono si crudele destino, non senza il previo oggetto di atterire li numerosi aderenti della causa della Libertà. L’esame di quest’affare, la sua origine, li suoi progressi e le sue conseguenze o Cittadini è tutta opera vostra. Noi intenti all’adempimento de’ nostri doveri dobbiamo dirvi che per non sacrificare il brich affidatoci e l’innocente mal corredato suo equipaggio, e gli onesti ed abili nostri compagni, non abbiamo altro partito da prendere che quello di ritirarsi sotto le terre di Rimini o Ravena, unico nostro rifugio per attendere le vostre istruzioni. Intanto abbiamo scritto al cittadino Querini incaricandolo strettamente di trasmettere a voi il giuramento di fedeltà proprio e della milizia che noi aspiravamo di ricevere in nostre mani, allorchè fummo respinti, incaricandolo parimenti sotto vincolo della propria responsabilità della difesa della piazza al caso di agire e qualunque tentativo e così pure della sicurezza di tutte le pubbliche cose a voi appartenenti e dovute; valendosi per la consegna di questa lettera dell’alfier Giacomo Vecchietti direttore di un sciambecchino di nostra conserva che fu il solo potuto incontrarsi dopo lo scarto nato in mare in colpa de’ tempi burascosi e che dobbiamo lasciare ed affidare alla sua prudenza e responsabilità a causa del mal umore del suo equipaggio. N.o 4 In questo punto abbiamo ricevuto per espresso le lettere vostre 15 corrente. Voi ben comprendete la differenza delle circostanze diverse da quelle configurate da voi. La squadra del general Gentili che tenne una navigazion lontana, non poteva da no esser veduta. Sappiamo bensì che le due galere dirette al medemo destino, incontrate essendosi con due lancie canoniere austriache in faccia i campi di Fasana hanno lanciato molti colpi di canone contro le stesse, le quali senza nemmeno rispondere presero la fuga. Questi indigesti cenni sono il quadro della nostra situazione. Dalle coste dell’Italia libera, o da qualche altro luoco vi daremo riscontri del nostro ardore repubblicano e del nostro attaccamento al Sovrano Popolo di Venezia. Salute e Fratellanza Dalli scogli di Zara, dal bordo del brich Giasone li (18 giugno 1797) 30 pratile anno I° della Libertà Italiana Garagnin 222

Calafati


Libertà

Eguaglianza

N. I Li commissari della Municipalità provvisoria di Venezia per la Dalmazia Al Cittadino colonello Giovanni Antonio Carrara Destinati noi dalla Municipalità di Venezia alla Democratizzazione di Zara e di tutta la Dalmazia, vi ricerchiamo di partire da questo bordo in compagnia del cittadino Giuseppe Lantana e di recarvi sollecitamente presso il cittadino Andrea Querini da cui attualmente dipende in continuazione di carico il militare e la flottiglia e per il quale abbiamo presso di noi le relative commissioni della Municipalità a cui annunzierete il nostro arrivo e le nostre intenzioni per li necessarj concerti relativi all’importanza dell’oggetto e dai comuni incarichi derivanti dalla Municipalità di Venezia ed al vostro regresso ci darete un esatta relazione delli di lui sentimenti, che vogliamo credere conformi alla cosa, alla circostanza ed al di lui civismo. Salute e Fratellanza Dal bordo del cutter Giasone Canal di Zara li 17 giugno 1797, V. S anno primo della Libertà Italiana Garagnin

Calafati

17 giugno 1797 V. S. anno I° della Libertà Italiana *** *** *** Libertà

Eguaglianza

N. II Alli commissari della Municipalità Provvisoria di Venezia per la Dalmazia Il cittadino colonello Giovanni Antonio Carrara Inerentemente alla vostra commissione di questo giorno, mi sono tosto all’ufficio di sanità, e mentre il cittadino Alfier Lantana dava il consueto costituto al ministro dell’ufficio, fui chiamato ad’una finestra che riguarda l’esterno recinto di quel luoco dal tenente Corner de’ fanti italiani ajutante del Proveditor General che ivi espressamente mi attendeva per dirmi per parte del generale stesso che non consigliava li due commissari di metter piede a terra essendovi nel popolo di Zara del fermento per cui egli non garantiva le loro vite, esortandomi in pari tempo di levarmi la cocarda 223


nazionale e di farla levare a tutti gl’altri ch’erano meco a scanso di quei disordini che anche in quel luoco e in quel momento accader mi potevano; ingiungendomi inoltre di significare a detti commissari che nel decorso giovedì giorno del Corpus Domini un’insorgenza generale in Sebenico, Traù, Spalato e Lesina ha causate delle devastazioni di case, uccisioni di persone e spoglio di famiglie; al che io risposi che li commissari non venivano a terra, ma che io era incaricato di parlare a nome loro col Proveditor Generale, e che io starei attendendo li di lui cenni per eseguire la mia commissione. In attenzione di questi venne un lacchè del generale stesso per avvertirmi di non staccarmi dall’ufficio sino alle attese risposte che fra poco mi verebbero arrecate dal suaccennato ajutante il quale dopo brevi instanti mi riferì che il generale non credeva che dovessi avventurarmi di recarmi in città per la richiesta comunicazione e conferenza. Tutti questi imponenti rapporti e per parte vostra Cittadini commissari e per parte mia hanno determinato di rendermi sollecito a questo bordo per rassegnarvi il risultato dell’impartitami commissione. Mentre io era passato nell’interno dell’ufficio e che stava in attenzione delle concrete risposte promosso un qualche discorso con onesta persona che colà s’attrovava e con il capitan Mazzarovich ammiraglio del Proveditor General mi fecero il dettaglio delle cose avvenute nelle accennate località dicendomi il primo che in Sebenico era stato ucciso un caporale e quattro soldati, che in Traù era stata smantellata a colpi di cannone la casa della famiglia Garagnin coll’uccisione di un prete che colà s’attrovava, che in Spalato il colonello Matutinovich con sua moglie ed un figlio sono stati trucidati, che la casa del tenente Punioto de corazzieri è stata intieramente saccheggiata e che per fine in Lesina era stata distrutta ed’atterrata la casa della famiglia Calafati, essendosi prodigiosamente salvato il vecchio loro padre nell’isola della Brazza. Sopra alcuna ricerca fattagli de’ movimenti delle truppe imperiali mi soggiunse che sull’isola di Pago un basso ufficiale con pochi soldati erano andati a prender il possesso a nome di Cesare e che 11 mila della stessa Nazione s’attrovano alli confini della Provincia. L’ammiraglio poi mi disse che alla comparsa de notte in questo Canale il generale voleva spedire una feluca incontro per forse far le premesse significazioni, ma che li Schiavoni hanno ricusato di prestarsi all’armo dell’ordinata feluca. Questo è tutto ciò che in relazione alle attuali circostanze e che io per dovere assoggetto alle riputate vostre considerazioni; Salute e Fratellanza Colonello Carrara *** *** ***

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Molto Illustre Signore N. III Ritrovando il ricapito delli svenimenti di danaro e pan biscotto dalla Dominante richiesti a necessario sovvenimento della truppa e salariati di questa Provincia per il corrente mese di giugno e per l’altro di luglio prossimo ed emergendo in sommi bisogni il riparto per assoluta impossibilità di ripiegare altrimenti, determina questa carica di commissionare l’agradita attività di V. S. molto Illustre a sollecitamente sciogliere da queste rive colla pubblica feluca che le resta assegnata all’effetto per rivogliersi verso le acque dell’Istria e vicini porti della Dalmazia in tracia della galeota capitan Zorzetto e di altre pubbliche figure e bastimenti che contenessero denari a questa parte diretti in misura e quantità corrispondenti alli bisogni delli detti due mesi, che dovrebbero importare all’incirca zecchini undecimila. Assicurata di ciò, si farà impegno di retrocedere a questa parte, premettendo però esate indagini nelli porti vicini onde afretare la discesa delli bastimenti di Paese che riuscisse rinvenire. Nel caso poi che non ritrovasse incaminata alcuna summa di denaro o sensibilmente minore dell’indicata richiesta partita, si farà merito ella di proseguire alla Dominante onde prodursi alla competente autorità per ricercare quei provvedimenti che con dispaccio generalizio furono invocati dalla podestà pubblica sicura la carica della benemerita fruttuosa di lei opera per riescere in così premuroso oggetto, le bramo contento. Zara 14 giugno 1797 Andrea Querini Proveditor Generale di Dalmazia e Albania Molt’Illustre Signor Capitan Zorzi Vucetich *** *** *** Libertà

Eguaglianza

In nome della sovranità del Popolo di Venezia Li commissari della Municipalità Provvisoria di Venezia per la Dalmazia N. IV Voi ci faceste intendere di non por piede a terra in Zara nella giornata di jeri. Voi non permetteste al cittadino colonnello Carrara messaggio nostro d’inoltrarsi in città per parlarvi e dirvi le intenzioni relative alle disposizioni del Popolo sovrano di Venezia, voi non vi recaste al nostro bordo, nè spediste alcuno in tutto quel giorno e in tutta la notte successiva. 225


Cosa mai dobbiamo pensare di voi da cui dipende codesta porzione terrestre e maritima possanza del sovrano Popolo e poi ricusaste di riconoscerlo nelle persone de’ suoi legittimi rappresentanti spediti e venuti presso di voi con piena fiducia per abbracciar voi e la milizia, e per cooperare alla libertà ed alla sicurezza di questo e di tutto il Popolo Dalmatino. Cittadino. La vostra direzione non può esser più osservabile e la vostra responsabilità non può esser maggiore in faccia alla Patria che tutto si promette da voi e che rimase interamente delusa. Vi mandiamo le vostre commissioni che non potemmo consegnarvi nè farvi consegnare in Zara, ed inoltre una copia di lettera instruttiva del Comitato di salute pubblica oggi pervenutaci per espresso. Pensate ai diritti e agl’interessi del Popolo di Venezia, pensate ai soi doveri e alle contratte responsabilità non solamente per Zara ma per l’estensione della Provincia tutta. Intanto v’incarichiamo di difendere codesta piazza di Zara contro qualunque attentato e di assicurare a quel Popolo la sua Libertà e indipendenza. Oggetti interessanti le cure del veneto Governo. Pensate alla sicurezza di tutte le cose pubbliche nessuna eccettuata appartenenti e dovute alla veneta Nazione e di questo sarà debitrice la vostra specialità in solidariamente ai ministri ed ogn’altra incombente figura v’incarichiamo egualmente di mandar subito alla Municipalità provvisoria di Venezia il giuramento di fedeltà tanto suo che dei militari tutti. Non potrete dissimular la consegna della presente che vi sarà arrecata dall’alfier Vecchietti direttore di una nostra conserva che espressamente v’inoltriamo. Salute e Fratellanza Dalle acque di Zara dal bordo del brich Giasone li 18 giugno 1797 V. S. primo della Libertà Italiana Giovan Luca Garagnin (ASV, Democrazia, b. 172, fasc. Atti relativi alla Dalmazia)

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Angelo Calafati


VII Descrizione di Pietro Sanuta dell’arrivo della Cesarea Regia Aulica Commissione in alcune località istriane

Notizie correnti in Trieste Nell’occasione che io mi trovai presente a tutti quei Onori e festività che ricevette la Ces. Reg. Aulica Commissione nell’occasione che Sua Imperial Regia Maestà il nostro Augustissimo Sovrano prese l’Istria fu Veneta sotto la sua protezione m’indusse a descriverglieli con tutta la più perfetta genuinità, e certezza. E perciò partita la Ces. Reg. Aulica Commissione di Capo d’Istria nella sera della giornata delli 18 corrente si portò a Isola, dove fu ricevuta con un consolante evviva e partì la giornata seguente il dopo pranzo per Pirano, ove fu salutata col sbarro dei canoni; la Domenica poi delli 25 corrente avanti aver udito l’Aulica Commissione cortegiata ed accompagnata tanto delli pro interim stabiliti Direttori ed Ufficianti Veneti, quanto dai Capi delle Comunità il sacro Ufficio della Messa, avanzò la stessa al palazzo pubblico, dal balcone del quale, doppo aver esposto la Ces. Reg. Arme fu letto dal Illustrissimo Signor Segretario Gio. Batta Conte de Thurn l’Editto determinante la provvisionale organizzazione di quella Città e Territorio, il tutto seguito sotto la parada dell’Austriaca guarnigione composta d’Infanteria del Reggimento Stuart, e Cavalleria di Erdödy che colà si trovava: frà mezzo del pranzo fu bevuto sotto il rimbombo dei mortaj la salute di Sua Maestà l’Imperadore, non che quella di S. E. il Commissario Aulico Raimondo Conte di Thurn, e dopo esser arrivato da Trieste. L’Illustrissimo Signor Raimondo Conte di Thurn primo tenente dell’Inclito reggimento di corazze Arciduca Francesco di Milano qua adiutante del general maggiore conte di Klenau partì nuovamente con l’Aulica Commissione la sera dell’istesso giorno per Umago, accompagnati da 5 barche per un tratto d’un ora, nelle quali si trovarono ad essere li Direttori e Capi della Città e Territorio di Pirano sotto immensa folla di popolo che stava sulla costa e sotto sbari continui delli mortai; proseguendo di seguito la prefata Commissione il suo viaggio, li venne ad incontrare la Deputazione della Città di Umago e avvicinandosi al porto, furono sino al smontare della costa accompagnati sempre dai soliti segni di allegria e ricevuti collà con tutti li onori militari, accogliendogli Sua Eccellenza il Commissario con quella innata benignità cotanto propria al suo carattere, e si mostrarono così affezionato ed atacati al loro presentaneo sovrano, e S. E. qual suo rappresentante, che li marinai per prefata E. S. e del rimanente personale della Commissione, arivarono per fino alle bastonate. Dopo esser stato colà pure letto al doppo pranzo fra mezzo il sbaro dei canoni, suono delle cam-

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pane e parada del militare il Editto della provvisionale organizzazione del paese ed esposta pure l’Aquila, partì l’istessa sera l’Aulica Commissione accompagnata dalle primarie persone del luogo per Città nuova. Ove trovatasi già il General Maggiore Conte di Klenau, e ove anco il 28 corrente fu parimente letto l’Editto medesimo con le solenità come nei luoghi già descriti, e nell’istesso giorno partì la predetta Commissione per Parenzo. Io non mancherò /essendo che preseguisco il mio viaggio nuovamente/ di descriverli in avenire tutte quelle novità che divertiscono e rallegrano un vero patrioto ed atacato al suo clementissimo sovrano, qual mi professo d’esser mentre sono con tutta la stima verso la di lei persona il suo Citta nova, il di 28 giugno 1797 umilissimo servidore

Pietro Sanuta

(Biblioteca civica “Attilio Hortis”, Trieste, R. p. Ms. Misc. 188)

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Sonetto dedicato al conte Raimondo di Thurn dai Sindaci Deputati di Capodistria Niccolò Baseggio e Niccolò del Bello. (Archivio regionale di Capodistria)

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VIII Relazione inviata al Comitato di salute pubblica sugli accadimenti in Istria e Dalmazia

Libertà

Uguaglianza

Al Comitato di Salute Pubblica Il Cittadino Zuliani, Deputato alle Informazioni sulla Dalmazia e Istria li 22 mietitore (18 luglio 1797. V. S. anno primo della Libertà Italiana) Cittadini In relazione all’onorevole Vostro invito degli 8. Mietitore (26 Giugno decorso) prestandomi colla dovuta diligenza a riconoscere la situazione politica dell’Istria e della Dalmazia, e quali possano essere le cagioni de’ loro mali; nella scarsa derivazione dalla Dalmazia principalmente, e nella inesattezza e superficialità delle Figure che arrivano, non si potè paranco ritrarre tutti li lumi necessari; nonostante qualche cosa risulta; e il tempo sollecitamente dovrebbe meglio diluccidare i fatti, le cause e le circostanze. Istria Rapporto all’Istria, consta a varie deposizioni giurate, che quasi tutti li Popoli di quelle città, non già delle ville (che per essere Schiavoni, sono la maggior parte rozzi, feroci e dediti alle rapine) hanno dimostrato tutto il genio per la nuova forma di Governo adotato in Venezia e volevano democratizzarsi; ma che li Nobili, particolarmente di Capo d’Istria, Parenzo e Pola, possano aver avuto qualche intelligenza cogli Austriaci per un contrario effetto. Su tal particolare viene indiziato per sospetto il Nobile Carli di Capo d’Istria, avente delle relazioni di parentela con un altro Carli stanziante in Trieste. E così pure si pensa delli due Nobili di Parenzo Becich e Zuccato, per essersi in tali circostanze portati in Trieste, ove contano delle relazioni materne, tanto più che ritornati al loro Paese, eccitarono pubblicamente tutti quelli che portavano coccarde tricolore a dimetterle come fu anche eseguito. Pochi sconcerti sono accaduti in quella Provincia, ove le Popolazioni tergiversate prima alla Nobiltà, hanno dovuto poi cedere alla forza delle Armi Imperiali, che improvvisamente invasero l’Istria, il Quarner e la Dalmazia. Nella Terra d’Isola fu dal Popolo interfetto quell’ex rappresentante

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per essersi dimostrato di genio austriaco. Ed in alcuni altri luoghi si sono solamente verificate delle semplici tumulazioni popolari. Quarner Anche nelle isole del Quarner si rileva che a un dipresso li medesimi sentimenti vi fossero e le stesse diverse tendenze a causa delle quali certo Antonio Bernardin Petris, Nobile di Cherso, restò gravemente ferito dal Popolo nel giorno dell’arrivo a quella parte dell’Armata Austriaca, cui non hanno voluto assoggettarsi se prima non mandavano espressamente (come fecero) una barca a Zara per dipendere dall’autorità di quell’ex proconsole Querini, dal quale si dice ebbero in risposta che nulla potendo far loro, conveniva rassegnarsi al destino; mandato però avendo una pubblica lettera a quell’ex rappresentante, di cui s’ignora il tenore. Dalmazia L’argomento poi più interessante è quello della Dalmazia. Dai riscontri provenienti da Zara apparisce su i prinicipj universalmente diffusa in quella Popolazione tutta l’adesione alle nuove forme di Governo prese da Venezia. Anche in Sebenico, dalle persone colte ed illuminate favorirono le nuove opinioni; e i disordini nati in Traù col pretesto di castigare gl’innovatori può far credere anche colà vi fossero degli aderenti alla buona causa. La incertezza delle misure da prendersi, l’aspettazion dei commissari mandati da Venezia, e la mancanza di riscontri ed istruzioni, pare che abbiano ritardato lo sviluppo di questi buoni germi. Si fece circolare in quella provincia un manifesto allarmante che si diceva stampato a Ragusi, col quale s’invitava il popolo Dalmatino ad armarsi ed inveire contro li proprietari abitanti delle città, li quali a pretesto di un Governo Democratico lo avrebbero oppresso. Fu veduto questo manifesto sparso a Sebenico e a Zara, considerato colà come la origine dei disordini. Se ne ignora l’autore, chi lo attribuisce ad un frate traurino, chi lo assegna all’ex patrizio Morosini. Ma fino ad ora sono semplicemente voci singule e senza fondamento. Qualunque sia stato il principio della insorgenza nata in quella desolata provincia, scoppiò essa nella giornata delli 13 giugno scaduto, a Sebenico e Traù segnatamente, per rea opera di una massa popolare nemica degli aderenti e parziali della Libertà. Risulta da giurata deposizione visuale che in Sebenico una numerosa truppa di borghesani inveirono contro la milizia italiana privando di vita cinque individui di quel presidio che fu poscia obbligato ad imbarcarsi e passar a Zara. Che atterrate le porte delle prigioni furono posti in libertà tutti li carcerati ed obbligato quel rappresentante, che voleva fuggire per salvarsi colla sua famiglia, a rimaner colà; e che aumentandosi il numero degl’insorgenti passarono all’abitazione di quel console francese Bartoletti 231


Zullati, trucidandolo barbaramente colla innocente sua moglie, saccheggiandone la casa da cui levarono persino le carte tutte. Indi che si sono portati alle munizioni ed impadronitisi di esse e dell’artiglieria, trasportandola poscia alla marina; ed esprimendosi che questa avrebbe servito per li commissari di Venezia se si fossero portati a quella parte, e per tutti gli aderenti alli Francesi e Giacobini. Che finalmente hanno occupata ed armata la fortezza del castello di San Nicolò situata all’imboccatura di quel porto. Altra giurata deposizione, parte de visu e parte de auditu, annunzia che dietro la notizia pervenuta a Traù, che Venezia erasi democratizzata, si sono intese varie opinioni nel proposito; cioè che li Nobili propendevano per la Veneta Democrazia a cui bramavano di unirsi e li popolari per il Governo Imperiale. Che tutti li Capi di Famiglia hanno proposto di unirsi per prendere le convenienti deliberazioni, locchè non si fa per qual motivo restò sospeso; che uniti si molti borghesani della città nella giornata delli 14 giugno (li soli Capi de’ quali vengono indicati per certi Stega calzolaio, Ive Schiopeter e Iure Macchià) inalberarono la bandiera di S. Marco, obbligando quel rappresentante a consegnar loro le chiavi della città, che tutta notte hanno tenuta aperta, onde potessero introdurvisi anche li castellani che nella mattina seguente comparvero in qualche inflessibile numero, tutti ben proveduti d’armi e si unirono colli borghesani sudetti; che, premessa la visita di alcune case, e rinvenute alcune coccarde e stampe col nuovo stemma del Veneto Governo, si sono al maggior segno concitati contro gl’inovatori; e che in seguito, capitati altri cinquanta castellani, egualmente armati, alla testa de’ quali si attrovava contro Alvise Michieli, dell’ordine de’ Nobili di Traù, ma funzionante ne’ Castelli, il quale avendo prima detto a tutti li Nobili di quella città che s’attrovavano raccolti nel pubblico palazzo, che erano Giacobini e minacciatili nella vita andarono con li primi in traccia degli altri supposti Giacobini. E ritrovate le persone del Chirurgo Dotti, Buccarlo e Gattini, hanno trucidato li primi due, ferindo mortalmente il terzo che lasciarono esangue sulla terra nella supposizione di averlo già estinto. Indi passarono alla casa Garagnin, in unione (per quanto dicesi) del detto loro capo Michieli, e facendo prima le più ingiuriose espressioni contro li fratelli Domenico e Gianluca Garagnin, verso li quali, sebbene absenti, si espressero che li avrebbero trucidati per essere municipalisti di Venezia e aderenti di questo nuovo Governo, diedero poi il sacco alla casa dei medesimi con l’asporto di tutto il danaro, argenti, gioje, biancherie ed altre suppellettili e generi di valore, per la somma in tutto (per quanto come voce) di zecchini sessanta mille circa, oltre la rovina delle mobilie e finestre della casa stessa. Derubarono e devastarono anche la casa dell’avvocato Gavalà, che prima si era sottrato colla fuga per timore di essere massacrato. Le stragi continuarono sino al sabato susseguente in cui rinvenuti finalmente li Francesco Califfi e prete Dragazzo, che dicevano essere Giacobini, li condussero in prigione, e indi, in mezzo alla piazza li decapitarono, volendo pur tagliare la testa al vecchio Califfi cui fu fatta grazia 232


sulle preghiere di quel prelato e del rappresentante; nel dopo pranso poi decapitarono anche un servo di detti Califfi per le medesime cause e diedero il sacco alla casa di Giuseppe Nutrizio e delli Dragazzi, fratelli dell’infelice prete sudetto. Unitisi poscia tutti li capi di famiglia d’ogni ordine per impedire ogni ulterior sconcerto, deliberarono di dedicarsi all’Imperatore, così desiderato avendo li popolari particolarmente, e facendo costruire una bandiera imperiale che si doveva inalberare nella giornata susseguente delli 22. Non si può dire però che tali determinazioni sieno state suggerite soltanto dalla necessità di far fronte ai disordini. È certo che questi disordini avevano prima il colore di propensione al Governo antico di Venezia, ne’ le nuove disposizioni di ridursi sotto gl’Imperiali furono prese dalla massa tumultuaria, ma bensì dai corpi e dagli ordini tutti della città di Traù, espressamente raccolta. Viene introdotto in una non giurata deposizione, che anche a Lesina si sieno manifestati contemporaneamente dei disordini, cioè che certo Pietro Stalio con una sua lettera circolare, diretta a tutti li procuratori delle ville, abbia inviato sotto pena di morte e di demolizione di case, a portarsi alla città un individuo per famiglia con armi da fuoco e taglio per urgenti bisogni; dietro di che attruppatosi molto popolo, concorresse alla città nel giorno fissato, dove fra le agitazioni ed il romore, confermassero per acclamazione nel carico di conte e provveditore quell’ex patrizio Iseppo Barbaro; infestassero il palazzo e la persona di quel vescovo Stratico e devastassero la casa del Calafati, la di cui famiglia, scalato un muro, potesse fortunatamente per mezzo a boschi indi per mare, salvarsi colla fuga e rifugiarsi sulla opposta isola di Lissa, minacciata nella sua vita al caso del di lei ritorno. Quello ch’è seguito a Spalato, pur contemporaneamente nello stesso giorno 15 giugno, può aver avuto un’altra origine, o certamente comparisce nato da altro motivo. La morte del colonello Matutinovich e della di lui moglie per opera di sollevati borghesani ha avuto per primo principio delle imputazioni a lui di defronte a quelle truppe che aveva comandate in Italia; e fu un effetto della sua vigorosa resistenza alle loro violenze. Il risultato di tutti questi disordini fu una costernazione universale e un avvilimento nei ben disposti non che una cura di metter in qualche argine ai progressi di quelle fatali ulteriori conseguenze che temevano. Pare che a Spalato il timore di altri eccessi e la impotenza di regimenti abbia suggerito a quella popolazione, in union col rappresentante e corpo civico, d’inalberar la bandiera imperiale e mettersi sotto la garanzia di quell’autorità a cui forse alcuni sarebbero stati inclinati per genio. In quanto a Zara si rileva che alla comparsa dei commissari a vista della città, la trovarono fatalmente in qualche agitazione per le funeste notizie che capitate gli erano da varie località. E pare che vedesse allora con ribrezzo l’arrivo dei commissari medesimi, che pareva dar urto a dei sconcerti. Ed ella si mantenne in uno stato d’indifferenza verso li stessi e verso i nuovi principi, e risulta che sulle avvertenze delli capi del paese Carrara e Kreglianovich quell’ex generale Querini abbia fatto rilevar formalmente 233


a detti commissari che non azzardassero di portarsi alla città, atteso un bisbiglio verbale inteso nel basso popolo e nei soldati nazionali del presidio, di genio contrario alla Democrazia: cosa che peraltro non combina colla universal tranquillità conservatasi sempre in Zara, come viene comprovato da molte deposizioni giurate. In vista però alla indolenza ed alle dissuasioni di Querini, comunque la cosa fosse, li commissari dovettero pensare di ritirarsi ed allontanarsi dal tiro di cannone della piazza medesima, indi partirsene. A favorire li riguardi spiegati dalli Zaratini, concorse, o può esser concorsa moltissimo la voce dell’imminente avvicinamento delle truppe austriache, non che la diffusione di una carta manoscritta degli articoli della pace tra l’Imperatore e la Francia, uno dei quali precisamente portava la cessione della Dalmazia ed Istria alla Casa d’Austria. Anche in seguito le cose continuarono dappertutto in calma e tranquillità e quali sul piede dell’antico regimine. Si ha per certo che le truppe imperiali nel dì primo luglio corrente si sieno sbarcate a Zara in numero di mille circa, e che l’ex general Querini continuava ancora ad esercitar la sua autorità in quella provincia fino al giorno dei 4 in cui sono comparse altre settanta e più barche di truppe, con varie cannoniere (per quanto risulta dalla ultima deposizione) e che due di que’ graduati hanno assunto il commando e governo di quella città. Si rileva pure essersi verificata nel tempo stesso la medesima invasione anche a Sebenico, e che l’ex patrizio Morosini dopo l’arrivo degl’imperiali abbia preso alloggio in Zara, quando prima stava di continuo al proprio bordo essendo stata sempre considerata misteriosa la di lui lunga stazione in quelle acque con un bastimento armato. Eccovi, o Cittadini, in complesso tutto quello si può desumere di preciso su i riscontri rilevati con la possibile esattezza ed attenzione, ma ancora imperfetti per il poco numero e per la varietà dei rapporti. Non ometterà la mia diligenza di continuare le indagini perchè niente manchi alle vostre cognizioni, per quanto per altro può dipendere dalla mia limitata commissione. Questo è quanto può esibirsi per ora la mia insufficienza in riscontro dell’operato, e del doveroso mio impegno di servire alla cosa pubblica. Rispetto e Fratellanza Zuliani (ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione II)

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IX Relazione inviata al Comitato di salute pubblica sugli accadimenti sulle isole del Quarnero e in Dalmazia

Libertà

Uguaglianza

Al Comitato di Salute Pubblica Il Cittadino Zuliani, Deputato alle Informazioni sulla Dalmazia e Istria li 4 termidor (22 luglio 1797. V. S. ) anno primo della Libertà Italiana Cittadini Eccovi il secondo rapporto sugli affari della Dalmazia giacchè nulla di più mi è risultato dell’Istria. Dal Quarner giunse l’ex rappresentante di Veglia Barozzi dalla di cui giurata deposizione si rileva che in quella città li Nobili tutti si siano dimostrati parziali per gli Austriaci e particolarmente la famiglia Balbi e quel prelato Sintich, resosi osservabile per le sue frequenti gite a Fiume, Segna e Novi; locchè aveva dato motivo a que’ Popoli che amavano la Democrazia di considerarli loro nemici e traditori. E perciò sollevatisi gli abitanti del Castel Besca di quel territorio volevano trucidarli, ma sopragiunte le truppe imperiali restò sedato il tumulto e repristinata la quiete. Da alcune altre giurate deposizioni sulla Dalmazia sempre più viene comprovato che la vera causa dell’avversione manifestata dalli popoli di quella provincia alla Democrazia ed a suoi aderenti sia derivata in origine dall’indicatovi manifesto, portato e diffuso in Sebenico da un frate zoccolante del convento di Visovaz, situato appresso il territorio di Knin, la di cui religione è in somma venerazione e stima appresso que’ rozzi popoli. Che nella mattina delli 15 giugno decorso detto manifesto fu veduto ed inteso da persona giurata in mano di quel venditore di tabacco che lo legava nella propria bottega a molti paesani, borghesani e Morlacchi, locchè essendo pervenuto a notizia di quell’ex rappresentante fu da lui tosto ricuperato, precettando nel tempo stesso il sudetto venditore di tabacco di non parlar più di tal carta, da cui ne potevano derivare le più funeste conseguenze, come infatti poche ore dopo è accaduto colla nota sollevazion di que’ popoli, la di cui mente era di già stata colpita dall’insidioso sentimento della carta medesima.

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È ignoto tuttavia il nome del detto zoccolante che, appena diffusasi questa terribile stampa non si è fatto più vedere in Sebenico. Consta altresì che detto manifesto sia stato diffuso anche in Zara, non si sa ancora per opera di chi, dove pure, come in precedenza vi accennai, fecero una grandissima impressione li fatti nati contemporaneamente a Spalato, Traù, Sebenico e Lesina, ed è verisimile che da qualche concertata maligna sorgente sia derivata tanto la diffusione del manifesto medesimo quanto ogn’altro disordine scoppiato in un giorno stesso nelle indicate quattro città; locchè ha imposto del terrore e del ribrezzo nelli abitanti di Zara con sovversione dei veri principi di Libertà che incominciavano a svilupparsi anche in qualche altra località di quella provincia, tanto è vero che ad onta di qualche popolare movimento successo nelle isole di Lesina e Brazza si rileva che in seguito si sono esse democratizzate, avendo prima l’ex rappresentante della Brazza replicatamene scritto in forma pubblica dell’ex general Querini per aver istruzioni nel proposito da cui peraltro non ha potuto attenere alcuna risposta. Risulta anche che la popolazione di Zara mal soffre la invasione fatta dalle truppe imperiali e che intanto mostri di esser tranquilla, per timor della forza: che l’ex general Querini medesimo sia passato a Trieste con la polacca del capitan Ballarin, che da qualche tempo era stata da lui noleggiata, per indi portarsi a Vienna, non si sa a qual fine. E finalmente che l’ex patrizio Morosini continui la misteriosa sua dimora a Zara, licenziato avendo il bastimento su cui s’attrovava fino all’arrivo dell’armata imperiale in quella città. Se queste circostanze meritino un qualche riflesso lo comprenderà meglio la vostra penetrazione, giacchè il mio zelo patriotico potrebbe forse farmi travedere. Devo soltanto rappresentarvi che con tutte le figure deponenti mi compariscono esatte e imparziali. Queste sono di due classi: naviganti e passaggieri; li primi sono o rozzi o poco istrutti e li secondi, nella maggior parte, oscuri o riservati, motivo per cui ho bisogno delle vostre istruzioni per norma delle ulteriori mie maggiori avvertenze onde rilevare con la possibile chiarezza la pura verità dei fatti e la di già motivata loro origine, che sopra tutto forma il principale soggetto delle mie fatiche, lusingate dalla speranza del vostro compatimento. Rispetto e Fratellanza Zuliani (ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, relazione III)

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X Relazione inviata al Comitato di salute pubblica sugli accadimenti in Dalmazia

Libertà

Uguaglianza

Al Comitato di Salute Pubblica Il Cittadino Zuliani, Deputato alle Informazioni sulla Dalmazia e Istria li 18 termidor (5 agosto 1797. V. S. ) anno primo della Libertà Italiana Cittadini Chiamato dalla recente vostra commissione alla gelosa cura di rintracciare tutto ciò che ha relazione all’interessante complicato argomento di conoscere tutte le circostanze che riguardano la cagione e che hanno preceduto, accompagnato e seguito la perdita dell’Istria e della Dalmazia, io non ometterò nè studio nè fatica per conservarmi la preziosa confidenza dei rappresentanti del popolo. Cercarò di trar profitto dai lumi e dalle carte che mi potessero derivar dal burrò del cittadino Sordina, non che da tutte le relazioni che non tralascio si procurarmi con la maggior scrupolosità dalle provenienze di queste due provincie, e da altri rapporti. Niente di più risulta in adesso di quanto in precedenza vi accennai. La sovversion della provincia dell’Istria e Quarner pare che sia stata sollecitata dalla istigazione dei Nobili di alcune di quelle città, i quali mal soffrindo la perdita delle loro preminenze e dei loro diritti, minacciati dalle massime di quella democratizzazione, a cui la tendenza e il voto dei popoli chiamavano manifestamente quei luoghi, hanno cercato di mettere al coperto la preservazione dei loro usurpi sotto un dominio monarchico. Per conseguenza di quelle località e di armi e di soldati rese l’occupazion degli Austriaci effetto della loro semplice comparsa. Circa alla Dalmazia, dopo lo stato di titubanza ed incertezza in cui si versò sulle misure da prendersi dopo la democratizzazione della sua Dominante, e quanto apparivano in varie parti delle favorevoli disposizioni per secondar l’ordine nuovo delle cose. L’apparizion di una carta incendiaria e i tristi effetti ch’ella produsse non lasciò più libertà di consiglio, ed affrettò e facilitò la venuta degli Austriaci. Io vi trasmetto qui inserta la traduzione di questa carta che mi è riuscito fortunatamente di rinvenire a fronte delle più accurate mire di sottrarla dalla nostra cognizione. E dai modi con cui è concepita questa carta e dalle comuni opinioni sul suo contenuto appar ch’ella abbia avuto origine da qualche chiostro di zoccolanti, che hanno un grand’ascendente in quelle contrade. Ma chi l’autore; ma da qual convento; ma da qual stamperia; ma con quali più osservati distributori; e da quali istigazioni specialmente suscitata; questo è quello che appena incomincia a tralucere; e questi saranno que’ passi ai quali pure dirigerò le mie avvertenze e le mie indagini. 237


I disordini e gli eccessi sviluppati terribilmente sulle città di Spalato, Traù e Sebenico, furono gli orribili effetti di questa carta fatale. Impaurite le diverse popolazioni dall’aspetto di tanti orrori e particolarmente gli abitanti di Zara, mancandogli la pubblica enerzia e trovandosi senza mezzi per frenar delle bande di scellerati, che col pretesto d’impedir le novità sconvolgevano gli ordini e la sicurezza universale, si abbandonarono nella disperazione e nella impotenza, alla protezion degli Austriaci. Li hanno desiderati con ansietà e con calore al soccorso e i buoni cittadini di quella provincia si sottomisero ad un monarca per la impossibilità in cui si sono trovati di procurarsi e di sostenere la loro libertà. Potrà forse il tempo sviluppar delle circostanze che attacchino questo grande avvenimento a dei altri motori e a delle altre cause di già iniziate. E forse troveremo che vi abbiamo influito delle osservabili direzioni tenute in tali emergenze da chi era in dovere di adoperarsi per la buona causa. La nostra situazione, lontana dal teatro dei fatti, è quella che sopra tutto renderà difficili tali scoperte, ne devo pure tacervi la sensibile esitanza e trepidazione in manifestar quanto sanno e ponno sapere le figure deponenti, le quali si riducono per lo più a genti di marina che stentano a spiegar le loro idee. Ad ogni modo io non desisterò assolutamente da tutto l’impegno a questo, quanto onorevole, altrettanto spinoso e involuto incarico, ma non posso dissimularvi, o virtuosi Cittadini, qualmente ridotto dalla Provvidenza alla testa di numerosa famiglia bersagliata da disgrazie (frutto del cattivo sistema che signoreggiava sotto il passato Governo) il mio spirito, oppresso da queste cure e la mia opera necessitava a cercar dei giornalieri soccorsi, non mi lasciano abbandonare assolutamente e intieramente nella pienezza del mio patriottismo alla commissione che mi avete imposta. Corre già il secondo mese della mia installazione a questa incombenza, ed io assoggetto alla vostra equità ed alla umanità del cuor vostro la conveniente necessità di un qualche sovvengo. Non devo omettervi in questo momento la cooperazione, già indicatavi necessaria, del copista cittadino Santi Rota, con cui unicamente diviso la farragine delle cose per non implicar in dispendi ulteriori il pubblico erario e per il mio buon genio di conservar intieramente me stesso, lorchè sia in qualche maniera da voi suffragato. Saria mia opinione che un acconto di L. 120 potesse animar detto copista all’esattezza e all’assiduità. Il destino della mia persona e famiglia dipenderà dalle vostre deliberazioni, mentre io aspiro sommamente alla vostra indulgenza e al vostro aggradimento. Rispetto e Fratellanza Zuliani

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Manifesto pubblicato dai Dalmati, dietro alla spedizione alli medesimi fatta da Veneti dai loro comissari all’oggetto di ridurli a fraternizzare La Nazione Dalmata sempre terribile ai proprj Nemici à Manifestato la più intensa fede, ed’attaccamento al proprio Sovrano del di cui soave Governo conserverà sempre grata memoria. Conosce la propria forza, le vantaggiose situazioni della vasta Provincia, le risorse che le danno le sue isole, i suoi porti, e ciò che sperar deve della coltura della sua terra, ma tale conoscenza non la fece mai coltivare idee di rivoluzione. La caduta del Leone, della medema bramata, le fa ripigliare i proprj dritti per determinarsi al partito che crederà più opportuno, e perciò desidera che li popoli Veneti, ora resi liberi, non abbiano à framischiarsi nelli loro interessi, e rapporti politici, e manifesta che l’antico valore nei Dalmati petti non è estinto. (ASV, Democrazia, b. 182, fasc. 3, carta IV)

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XI Proclama diffuso in Dalmazia contro la Municipalità provvisoria di Venezia

Proclama alla Nazion Dalmatina Tradotto dal Cittadino Studitta Prete Dalmata Gloriosa Nazione! Tu possedi due virtù distinte: il tuo naturale coraggio nelle azioni è la prima; l’altra è la costante tua fedeltà nelle promosse. Ogni nazione giustamente ti stima per il tuo coraggio, e ti teme; ognun ti brama per la tua fedeltà, e di buon grado a te si unire. Molte Nazioni desiderano di possedere queste tue virtù, che non le hanno; molte altre t’invidiano, e cercano, che tu le perdi, e che le calpesti. Da valorosa dunque debi custodirvi queste qualità degne di te, le quali sono il tuo decoro e la gloria del tuo nome. Gloriosa Nazione! Tu finor eri soggetta al Serenissimo Doge di Venezia, a cui volontaria tu t’avevi dedicato, perchè egli ti governi, perchè ti diriga nella giustizia e nella legge di Cristo, e perché ti mantenga la Cattolica tua fede. Tu hai fedelmente servito il tuo Doge, e tutti i rappresentanti e militari; e mentre difendevi la lor dignità, essi vergognosamente ti cacciarono da Venezia, e da ingrati ti tradirono. Detonarono il Doge, sciolsero i patrizj e gli […], calpestarono gli stemmi di S. Marco e cambiarono le leggi. Innalzati i Giacobini alla dignità e gli Ebrei, tentano ora ad associarsi di nuovo ad essi. Qual stravaganza? que’ stessi, che ti tradirono, credendoti stupida, aspirano di nuovo alla tua unione! Gloriosa Nazione! ricordati della tua gloria; sappi che i nemici della tua fede, i persecutori più grandi della tua religione sono gli Ebrei. Non è dunque decoro della tua gloria ne di vantaggio della tua fede che fu ad essi ti unisci. Stà presso di te ora, oh nazion Dalmatina, la tua indipendenza. Libera come sei tu puoi unirti con chiunque ti piace; tu puoi governarti da te sola, puoi prescriverti le leggi, viver nella catolica fede, e procuranti la tua felicità. Volgi lo sguardo ai tempi antichi, mira come ti regevano i tuoi padri; tu pure così potrai governarti. Gloriosa nazion Dalmatina! guarda bene a non deviare adesso coll’associarti al Veneto Governo. I tuoi perfidi fratelli procuraranno ad unirti di nuovo a Venezia: e perciò non lasciarti sedur da loro. Molti beni ti faran comparire d’innanzi a tuoi occhi, ti prometteranno felicità, ma t’inganaranno poi ti tradiranno, come tradirono i tuoi fratelli sotto Verona ed in Venezia. Abbi per certo che quelli che ti persuaderanno ad unirti coi Veneziani non cercano la tua felicità ma il loro interesse. Questi son quelli che sconsigliatamente vissero finora, agguantavan le paghe, spogliavano ovunque potevano tutta

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la Nazione; ed ora per la permission del Grande Iddio, vedendosi perduti, cercano d’ingannarti, per poi col tuo sacrificio ritornar di nuovo a goder delle passate loro felicità. Alcuni poi ambiziosi tuoi fratelli per conseguire il comando, per passeggiare Venezia e godere alle tue spese, procurano di unirti ad essa per vie meglio effettuare le lor vanità, e le loro scelleratezze. Pondera esattamente dunque, o gloriosa Nazione Dalmatina, tutto ciò che or’io ti esposi, abbraccia il consiglio che ti dà il tuo fratello, il tuo amico, quello che brama ogni tuo bene, ed ogni tua felicità. (ASV, Democrazia, b. 120, carta I)

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XII Sentenza contro i responsabili dei tumulti di Capodistria

In nome di Sua Maestà Cesarea Real Apostolica l’Imperatore Graziosissimo Protettore di questa Provincia, il Tribunale Provisorio di seconda instanza, procedendo con l’autorità impartitale da Sua Eccellenza Signor Commissario Aulico è divenuto alle seguenti sentenze contro gli infrascritti rei, e sono Nicoletto Franceschi Padre Giovanni Battista Bratti Giovanni Pini era soldato nazionale Zuanne Mattiassi detto Orso Giuseppe Verzier detto Camaulo Nazzario Parovel Muratore Andrea Favento detto Manega Antonio Fedola di Francesco Giacomo Rizzi Andrea Urbanaz detto Pettarosso Niccolò Muslavich, e Domenico Coceverin tutti di questa città Imputato esso Nicoletto Franceschi, come quello che molto prima dell’insurrezione accaduta li 5 giugno passato e che continuò nel di susseguente, andasse esaltando la Democrazia, promettendo una serie de beni che ne deriverebbero dalla stessa e disapprovando l’inerzia de sindici che non passarono a Venezia per organizzarsi sul medesimo piede, si esprimesse che conveniva risvegliare il popolo con de libelli li quali in fatti poco tempo dopo si sono veduti in questa città due esemplari de quali pervenuti in potere della Giustizia, si riconobbero della maggior seduzione, ne contento di questo teneva egli continui discorsi per attirare al di lui partito alcuni di questi individui, cosichè anco prima che scopiasse il tumulto era il popolo in qualche fermento ed in una rimarcabile osservazione, cadendo egualmente a di lui colpa che raccontando persona allontanatasi dal Friuli li spogli che praticavano li Francesi delle sostanze de particolari, le enormi contribuzioni che imponevano alle Comunità, gli esborsi gravosi di soldo che ripettevano da taluni per dispensarsi dall’arruolamento militare, le approvasse in pubblico luogo esprimendosi che facevano bene ed essendo passato a Trieste uno di questi sindici per affari della Comunità, andasse spargendo che l’oggetto del suo viaggio era per vendere la città all’Imperatore. Nel giorno 6 giugno sudetto in cui da ogni ceto di persone fu pre-

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stato nella cattedrale il giuramento di pace, essendo questo reverendissimo vescovo apparato cogli abiti sacri, presentando ogn’uno colla consueta formalità di ponere la mano sugli Evangeli, si disponesse esso Franceschi col pronunciare a voce ben intesa le seguenti parole: Giuro i diritti del Cittadino e del Popolo. Il Padre Giovanni Battista Bratti delle Scuole pie, religioso in notabile osservazione per il suo contegno e che si pretende componitore de seducenti libelli, imputato per quello che spargesse di continuo le massime della Democrazia, eccitando li di lui conoscenti a dichiararsi per la medesima, chiamandoli ingrati in caso di renitenza, e nel dopo pranzo del giorno delle Pentecoste, stato sedente attacco la piazza con alcune di queste nobili figure, ed esaltando la Democrazia stessa si esprimesse colle seguenti parole: voi sarete felici, voi avrete duecento impieghi, dinari quanti ne vorrete, deponete i vostri titoli e la vostra nobiltà, che già siete schiavi ed allora comanderete, aggiungendo che le Repubbliche Cispadana e Veneta andavano a Viena a far deponere la corona dell’Imperatore, dicendo pure che per quanto si vocifera la ha deposta il Re di Napoli, ed in altro incontro parlando in favore della Democrazia e venendogli risposto da persone con cui discorreva ch’essa amerebbe di essere suddito dell’Imperatore gli dicesse con voce alterata: sentite per Dio li Todeschi qui non ci piscieranno. Giovanni Pini, soldato nazionale, era di presidio in questa città sotto il passato Governo, imputato come quello che nella sera 5 giugno antedetto essendo ritornato da Isola e raccontando il fatto accaduto a quella parte eccitasse la gente al tumulto, e siccome alcuni mal persuasi procuravano di esimersi, gridasse a quelli che aveva sollevati d’inseguirli e fermarli esprimendosi che quanto era accaduto al fu rappresentante di quella terra doveva succedere in quella notte alli Conti Totto, alla casa de quali intervenisse con osservabile numero di persone per rintracciar da medesimi che si erano in precedenza dati alla fuga, tentando di atterrare la porta a colpi di sassi ed aperta da que’ domestici se gli praticassero li maggiori insulti da quella turba d’insorgenti, con minaccie di vita, con asporto di armi da fuoco, di qualche summa di soldo e di generi colà ritrovati, di portare per due volte alla casa di Giovanni Battista: Boemo detto Palmarin dove alloggiavano de forestieri ed indi seguitato da molti passava all’abitazione di Domenico Marinaz mercadante, minacciando violenze che per altro non ebbero effetto verificandole poscia alla casa di Domenico dell’Acqua a cui venisse tentato l’atterramento della porta volendo che gli facesse la consegna della bandiera di San Marco e fatta poscia aprire la porta della di lui bottega gli asportasse violentemente de fuochi artificiali. Nella susseguente mattina andasse girando armato per le botteghe di questa città facendosi somministrare colla forza vari capi di robba e nel dopo pranzo portatosi all’appalto del tabacco si facesse somministrare due tallari e finalmente nella notte 7 giugno suddetto andasse fomentando il popolo per una nuova insurrezione. 243


Zuanne Mattiassi detto Orso imputato per uno de principali rivoltosi nel tempo dell’insurrezione intervenisse all’aggressione patita alla casa delli signori Conti Totto, dove s’introdussero da circa trecento persone e siccome minacciavano queste di uccisione, oppostasi la contessa Alba moglie del conte Zuanne, gli presentasse esso Zuanne un pallosso al petto e nelle prime ore della sera consecutiva ritornasse a quella casa con altre persone ricercando delli danari che gli furono somministrati minacciando in caso diverso di tornare a venderli inquieti. Si distinguesse all’aggressione patita alla casa di Pelegrin Bartolamei di cui si è tentato l’atteramento della porta con replicati colpi, ed essendo sortito di averne l’ingresso unitamente ad altre persone che gridavano ammazza, ammazza seguisse l’asporto da quella casa medesima di quattro pistole da fonda, di due tromboni ed uno schioppo, non avendo potuto rilevare per altro chi se l’abbia appropriati. Si pretende egualmente intervenuto all’altra aggressione patita alla casa della signora Teresa Moreschi perchè la medesima compagnia che si è distaccata dal Bartolamei passò sul momento a quella contigua abitazione, essendo parimenti intervenuto all’altra aggressione sofferta dal conte Steffano Carli a cui asportò anzi uno stillo di cui se ne fece patrone. Giuseppe Verzier detto Camaulo imputato come quello che la mattina dell’insurrezione e nel tempo che la nobiltà, li cittadini ed il popolo erano radunati in chiesa stando questo reverendissimo vescovo nel Pergamo attorniato da suoi canonici, facendo da pastore zelante coll’esortare il popolo stesso a deponere le armi ed a calmarsi egli la interompesse furioso nella di lui Pastorale esortatoria e tenendo denudata la spada nelle mani che faceva ventolare per l’aria pronunciasse delle infiamate invetive, pretendendo di non poterla perdonare specialmente ad uno di questi nobili cui dava il titolo d’iniquo e che stava poco lontano dagli occhi suoi, contro il quale professava antichi disgusti, invalso che avendo egli in dovere di carica fatta chiudere la di lui bottega per poche ore, avesse procurato di rovinarlo. Dopo di aver egli declamato se gli aventasse alla vita per investirlo con l’arma come sarebbe accaduto, se un altro non avesse divertito il colpo e se li sindici della città non avessero dalla banca confuso negli eviva pubblici il disordine privato che poteva produrre una carnificina in quel sacro tempio. Nazzario Parovel Muratore imputato come quello che nelli primi momenti dell’insurezione si fece capo di numerosa turba de sollevati e colla bandiera in mano andasse girando per le contrade di questa città, intervenisse all’aggressione patita alle case delli signori Conti Totto e Pelegrin Bartolamei come pure allo spoglio praticato all’appalto della polvere, alla bottega di Bonomo Tagliaferro da cui pretendeva delle armi, ne avendo esso da consegnargliene venissero asportati quantità di coltelli da scarsella,

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quattordici de quali, per quanto asserisce il danneggiato, si appropriasse egli stesso rimanendo gli altri in potere de suoi compagni. Nella mattina 6 giugno, mentre il popolo era radunato in chiesa, facesse li maggiori schiamazzi, avendo egli Parovel il Pallosso in mano eccitasse ad alta voce il popolo stesso a spiegare la sua volontà per l’esenzione di alcuni dazi de quali venisse ricercata la sospensione. Imponesse delle contribuzioni a molte famiglie col pretesto di mantenere la di lui truppa de sollevati che diceva a lui subordinata, le quali andasse esigendo in modo imperioso, pretendendosi che abbia percetta la quantità di più di cento ducati de quali ne distribuisse ventisei alli capi del contado. Del giorno in cui giunsero in questa città le truppe austriache esso Parovel fomentava il popolo per un nuovo e nella giornata 10 del mese stesso di giugno, siccome erano seguiti li fermi di alcune persone, egli si esprimesse ch’erano inconvenienti che la nobiltà doveva attendersi l’odio del popolo che questo non è quieto e che l’affare non è ancora terminato e che al ritorno da Venezia del sindico Baseggio lo sorterebbe in guisa che fossero aperte le carceri e licenziati li prigionieri. Andrea Favento detto Manega, egualmente imputato di essersi distinto nel tempo del tumulto e di essere intervenuto all’aggressione patita alla casa del signor Giuseppe Lugnani, che sofferse in quell’incontro il trasporto di alcuni capi di roba e di qualche summa di soldo, dirigendo con la spada alla mano la gente del di lui seguito. Andasse levando dalle case le persone acciò si unissero alla sua compagnia ed intervenisse alle aggressioni patite dal conte Steffano Carli e del Madonizza. Alle ore due della notte 5 giugno momento in cui scoppiò l’insurrezione, passava furioso in unione a molti altri solevati alla bottega di Domenico dell’Acqua ricercandoli violentemente la bandiera, ma dicendo di esser privo lo minacciasse nella vita, cosicchè dovesse consegnargli quella che usava quando era almirante e nel susseguente giorno si portasse di nuovo con molti altri alla bottega medesima facendosi somministrare de generi che si sono fra di loro divisi senza verificarne il pagamento. Quella stessa mattina dell’insurrezione, siccome venivano levati colle forze dalle respettive abitazioni li domestici che vollero ridotti alla cattedrale passasse egli a casa del signor Antonio Corte che era in precedenza sortito e si sfogasse col dare nelle boccate di schioppo nella di lui porta rimaste essendo le congressioni. Antonio Fedula di Francesco al tempo dell’insurrezione si portasse armato con seguito di persone alla casa di Filippo Davanzo e presentandogli due pistole al petto gli facesse la ricerca dell’armi, ma non avendo che una spada se ne fosse di quella impadronito ed intervenisse all’aggresioni patite dalli signori conti Totto, Madonizza, signora Teresa Moreschi come pure quella del conte Seffano Carli. 245


Passato poscia alla casa del signor Giacomo Almerigotti gli ricarcasse violentemente dell’armi, così gli fossero consegnate cinque pistolle, due delle quali a due canne. La domenica consecutiva al giorno dell’ingresso in questa città delle truppe austriache, avendo questo prelato dal Pergamo fatto un discorso al popolo arricordandogli la fedeltà che si doveva al nuovo sovrano, egli Antonio Fedola nel sortir di chiesa pronunciasse alcuni termini offensivi la dignità del prelato medesimo. Giacomo Rizzi imputato per esser uno di quelli che andavano fomentando la gente al tumulto fatto ricercare dal fu rappresentante di far desistere il suono delle campane la notte dell’insurrezione ed usare silenzio, rispondesse con termini poco convenienti ed ordinasse anzi il suono delle campane medesime. Intervenisse alle aggressioni patite dal signor conte Totto, Bartolamei e Moreschi, e si protrasse con altri alle case de particolari a munirsi delle armi, vincolando le persone ad unirsi nella di lui compagnia. Andrea Urbanaz detto Pettarosso imputato egli pure per uno de principali insorgenti nelle aggressioni alle case ed intervenisse a quelle delli signori conte Totto, Bartolamei, Madonizza e Moreschi, radunando gente alla sua compagnia. La mattina delli 6 giugno scaduto, mentre il signor Niccoletto Del Bello sindico attuale di questa città si ritrovava appresso questo reverendissimo prelato passasse alla di lui casa con altre persone ammutilate dando de gagliardi colpi nella porta, dicendo che era un ribelle, facendo delle minacie contro la di lui persona. Niccolò Muslavich imputato come quello che nelli primi momenti dell’insurezione andasse fomentando il tumulto e si distinguesse fra quelli che aggredirono la casa delli signori conti Totto, andando pur egli in giro co’ solevati per munirsi di armi nelle case de particolari ed il giorno in cui ebbero l’ingresso in questa città le truppe austriache, alorchè si attrovavano nella distanza di circa un miglio, essendo esso Muslavich al ponte, eccitava il popolo a suonare campana martello a solevarsi per far fronte alla truppa medesima. Domenico Coceverin finalmente è intervenuto alle aggressioni alla casa delli signori conti Totto e Bartolomei ed allo svaleggio della polvere facendosi conoscere per uno de principali tumultuari. Ponderate le colpe di cadauno degli inquisiti è venuto in deliberazione il Tribunale medesimo di segnare le seguenti sentenze di condanna: Giuseppe Verzier detto Camaulo era caporale dei bombardieri Nazzario Parovel di Antonio Giovanni Pini era soldato nazionale Antonio Fedola di Francesco Giacomo Rizzi quondam Niccolò 246


Andrea Favento detto Manega quondam Marco Zuanne Mattiassi detto Orso quondam Michiel, siano mandati a servire sopra la galera de condannati per uomini da remo co’ ferri a piedi il Camaolo e Parovel per anni dieci, il soldato Giovanni Pini per anni cinque, Antonio Fedola per anni tre, Giacomo Rizzi, Andrea Favento e Zuanne Mattiassi per mesi dieciotto ed in caso d’inabilità star debbano in una prigione serata alla luce, il Camaolo e Parovel per anni quindeci, il soldato Pini per anni sette, il Fedola per anni cinque e li Giacomo Rizzi, Andrea Favento e Zuanne Mattiassi per anni tre, dalla quale galera o prigione rispettivamente fuggendo siano banditi da questa città, suo territorio e quindici miglia oltre li confini, Camaolo e Parovel per anni venti, il soldato Pini per anni dieci, Antonio Fedola per anni sette e li Giacomo Rizzi, Antonio Favento e Zuanne Mattiassi per anni cinque, al qual bando contraffacendo e venendo presi siano condannati come sopra e per il tempo suddetto che allora gli abbia ad incominciare e ciò quante volte contrafaranno, con taglia a captori di Lire trecento per cadauno de loro beni se ne saranno se non per metà, e li Domenico Coceverin di Domenico Niccolò Muslavich e Andrea Urbanaz detto Pettarosso siano condannati in una prigione serata alla luce per mesi sei a die retentionis dalla quale fuggendo siano e s’intendano banditi da questa città territorio a quindeci miglia oltre li confini per anni uno e venendo in contrafazione presi siano condannati come sopra per il tempo suddetto, che allora gli abbia ad incominciare e ciò quante volte contrafaranno con taglia a captori di Lire 100 per cadauno de loro beni se ne saranno se non per metà, e li Niccoletto Franceschi e Padre Giovanni Battista Bratti attesa la prigionia soferta siano rilasciati in libertà con obbligo al detto Franceschi a dover prestar giuramento di non tener discorsi offendenti il Governo ne possa aver luogo la liberazione del Padre Bratti se non al momento che gli venghi dalla religione destinato altro Collegio fuori di questa Provincia in cui non potrà ritornare se non dopo il periodo di anni tre. In assenza di Sua Eminenza il Signor Conte Commissario Aulico Conte di Thurn, s’approva per parte di questo Cesareo Reggio Governo Provisorio dell’Istria il tenore della soprascritta sentenza, però colle seguenti modificazioni, cioè Primo che gli inquisiti Giuseppe Verzier, Nazzario Parovel, Giovanni Pini, Antonio Fedola, Giacomo Rizzi, Andrea Favento e Zuanne Mattiassi in vece di servire in una galera, abbiano da esser condannati a prigionia e lavori pubblici co’ ferri a piedi nel Castello di Trieste per tanto tempo per quanto sono stati condannati alla galera, intendendosi senz’altro che fuggendo dalla lor prigione e ritrovati in qualunque luogo della loro dimora saranno soggetti a più severi castighi e così ancora la prigionia di 247


Domenico Coceverin, Niccolò Muslavich e Andrea Urbanaz sarà cangiata in pena di lavori pubblici co’ ferri a piedi come sopra. Secondo che il Niccoletto Franceschi non possa rilasciarsi in libertà se non che verso la garanzia di qualche persona autorevole come vescovo, parroco, magistrato, nobile, altronde di principi notoriamente buoni le quali rispondono per l’avenire della sua savia condotta. Terzo che resti sospesa la pubblicazione della sentenza del Padre Giovanni Battista Bratti fin ad ulteriore Risoluzione superiore Capo d’Istria li 26 agosto 1797 Francesco Filippo de Roth Per il Cesareo Regio Governo Provisorio dell’Istria Emmanuel Persoglia, segretario Addì 12 settembre 1797 Capod’Istria Furono pubblicate le soprascritte sentenze sotto questa pubblica loggia molti presenti ed ascoltanti Vettor Zugni Aulico Pretorio (AST, AAI, b. 1, cc. 759r-761v)

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XIII Sentenza contro i responsabili dell’insurrezione di Muggia

Sopra il fatto dell’insurrezione popolare successa nella Terra di Muggia la giornata 6 giugno ultimo passato, il Tribunale Provisorio di seconda instanza contro li quattro correi che in dipendenza allo stesso si trovano in queste carceri detenuti davanne alla qui compiegata sentenza. In vista però di non essere li stessi in alcun modo indiziati compartecipi di più gravi circostanze e che dal complesso dei testimoni esaminati nella inquisizione non viene loro imputato alcun reato parziale nei fatti dei svaliggi di effetti e generi commessi dagl’insorgenti in danno di alcuni privati di quella Terra, si lusinga esso Tribunale che dall’inclito Cesareo Regio Provisorio Governo sia per essere onorata della sua approvazione la sentenza medesima, onde possano aver corso gli ulteriori effetti della Giustizia. Capodistria li 25 agosto 1797 Elio Marchese Gravisi primo assessore A dì 25 agosto 1797 In nome di Sua Maestà Cesarea Regia Apostolica l’Imperatore Graziosissimo Protettore di questa Provincia, il Tribunale Provvisorio Politico ed economico di seconda instanza, esaminato il contenuto del processo formato sopra l’insurrezione popolare seguita nella Terra di Muggia la giornata delli 6 giugno prossimo passato, in conseguenza della quale furono commessi dei derubamenti a varie persone della Terra medesima e considerato avendo che complici della stessa risultano nella verificata inquisizione li Bernardo Frausin di Appolonio, Giacomo Frausin quondam Zuane, Lorenzo Zaccher figlio di Giacomo ed Antonio Urbani detto Furlan, attualmente esistenti in queste carceri per essersi prestati essi pure a formare una parte della seguita tumultuazione con modi di violenza contrari all’espresso sentimento delle leggi e della pubblica quiete e tranquillità, devendosi però ad una giustiziale deliberazione contro i carcerati medesimi, in vista della prigionia da loro sofferta a giusta punizione della compartecipe loro delinquenza ed in riflesso di riconoscersi da documenti autentici l’indennizazione dei relativi discapiti reclamati dalle persone danneggiate, usar ordinato che ottenuto che abbia la presente sentenza la sua approvazione dall’Inclito Cesareo Regio Governo provvisorio dell’Istria e dopo la seguita sua solenne pubblicazione nelle forme solite e consuete, previa una seria ammonizione da darsi agli inquisiti suddetti, siano da poi dalle carceri

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licenziati con obligo però ai medesimi di prestare formale giuramento di ricomparire nelle medesime ad ogni chiamata della Giustizia per espurgarsi da ogni altra risultanza che in seguito potesse insorgere a loro carico nella presente inquisizione che dovrà essere incamminata e definita col metodo delle Leggi anco contro gli altri correi della medesima delinquenza. Elio Marchese Gravisi primo assessore Alessandro Gavardo quondam Giovanni assessore approvo Francesco Filippo de Roth Governatore provisorio (AST, AAI, b. 1, cc. 534r-535v)

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XIV Sentenza contro diciassette responsabili dell’insurrezione di Muggia

Inclito Cesareo Regio Provvisorio Governo dell’Istria Ultimata essendo la inquisizione criminale contro dei rei complici del fatto dell’insurrezione popolare successa li 6 giugno prossimo passato nel Castello di Muggia, l’ossequioso Tribunale è divenuto a segnare la qui acclusa sentenza contro diecisette di essi complici dopo di aver prestato rifflesso di risarcimenti e quietanze rilasciate dalle parti danneggiate a benefizio dei medesimi e però viene rassegnata la sentenza stessa per la superior approvazione, qualora fosse trovata degna dalla clemenza dell’Inclito Cesareo Regio Governo Capodistria 10 dicembre 1797 In nome di Sua Maestà Cesarea Regia Apostolica l’Imperadore Graziosissimo Protettore di questa Provincia. Il Tribunale Provvisorio di seconda istanza devenendo all’espedizione degli infrascritti rei, complici dell’insurrezione popolare successo li 6 del mese di giugno prossimo passato nel Castello di Muggia, preso in serio riflesso e ponderato esame gli atti della già ultimata inquisizione, non meno che lette in corte le due scritture di difesa, presentate dall’eccellente avvocato Bratti per conto e nome di essi complici inquisiti, ha sopra il complesso delle risultanze di un tal fatto sentenziando, pronunciato e pronunciando sentenziato che stanti le cose come stanno e per la sofferta prigionia li Cristoforo Busich quondam Michiel e Mattio Seccadanari quondam Trojan siano dalle carceri licenziati e che li Giacomo de Marchi quondam Antonio Antonio e Giovanni Battista de Marchi di lui figli Francesco Cattai quondam Paulo Gregorio Cusina detto cucchiato Vicenzo de Marchi di Vincenzo Zuanne Rizzi quondam Pietro Antonio de Marchi di Vincenzo Zuanne Nassinguerra di Reverenda Bastian Negrisin di Stefano

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Francesco Apostoli detto Luna Bernardo Robba detto Papanil Cristoforo Busich di Bonomo Mattio Pinur e Bastian Frausin quondam Zuanne detto Caghilla, dopo la lunga da essi sofferta volontaria presentazione nel publico luogo dell’arresto, siamo egualmente dallo stesso licenziati previa una formale seria ammonizione da farsi a tutti essi inquisiti, li quali dovranno nel tempo stesso annotare negli atti publici dell’offizio un costituto obbligatorio, la propria responsabilità verso la Giustizia, qualora in nessun tempo dassero saggi o fossero tutti o cadauno denonziati o convinti di professar massime erronee e tendenti all’insoburdinazione verso le leggi ed il sovrano, ne riporterà il suo effetto la presente sentenza se prima non avrà ottenuta la superior approvazione dell’Inclito Cesareo Regio Governo. Capodistria li 9 dicembre 1797 Elio Marchese Gravisi primo assessore Silvestro Marchese Venier assessore Alessandro Gavardo quondam Giovanni assessore (AST, AAI, b. 1, cc. 727r-728v)

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XV Articolo de “L’Osservatore Triestino” dedicato al primo anniversario dell’ingresso austriaco nell’Istria veneziana

Ces. Reg. Provincia del Marchesato dell’Istria. CAPODISTRIA, il dì 11 giugno 1798. Ieri compì l’anno sempre felice e memorando dell’ingresso delle ce. Reg. Truppe in questa Città e Provincia. Quest’Epoca sì giuliva e salutare fu celebrata, e qui, ed in ogni altro luogo di questa Provincia co’ più espressivi contrassegni di cordiale esultanza. Tutti gli ordini delle Popolazioni vi contribuirono reciprocamente a gara. Risuonarono i Sagri Tempi d’Inni di ringraziamento a Dio; le Mense, li pubblici Spettacoli, le Famiglie private, i ricchi, i poveri presentarono il commovente aspetto di quell’ebbrezza di letizia, a cui, si gode di veder abbandonarsi l’oppressa Umanità, allorchè si rialza all’are di felicità e di vita. Gli Evviva, gli Augusta Famiglia, a’ ces. Reg. Ministri che ci governano; e quivi al mai abbastanza encomiato ces. Reg. Ministro signor de Roth che a noi ed a questa Provincia presiede, servirono di argomento a tutti li discorsi; parlar si fecero per sin le mute ed inanimate materie; le grandiose illuminazioni, le ricche decorazioni, gli occulti concetti delle mente addottrinate dieron la favella alle mura delle Abitazioni, a’ Ridotti, alli Teatri, alle vuote Carte, agli Instrumenti delle Tipografie. La ces. Reg. Truppa imparada diè il maggior risalto a tutto; secondo le Sagre cerimonie con triplicate salve di Moschetteria. Annunciò con altre gli Evviva degli imbanditi Banchetti; ed in questa Città quelli del pubblico Palazzo e del Casino; protesse il buon ordine fra il Publico; ed adornò coll’imponente sua presenza ogni altra publica dimostrazione di esultanza. Il tramontare di questo giorno fu coronato in Capodistria col solenne canto del Te-Deum, e con la Benedizione del SANTISSIMO SAGRAMENTO nella Cattedrale, dove il degnissimo nostro Monsignor Vescovo da Ponte consolò gli astanti con una dottissima Omelia analoga alle nostre liete circostanze. FRANCESCO, AUGUSTO NOSTRO MONARCA, Tu sei l’anima de’ nostri cuori; tu lo sarai ogni giorno più della nostra prosperità, della nostra salute! Accresca i Tuoi giorni il Cielo sin all’età di Nestore, affinché tu vegga quali semi di Fedeltà e di Amore germoglieranno ne’ petti de’ nostri tardi Nipoti, frutto del tuo saggio Governo, delle tue paterne cure, e della nostra perpetua gratitudine a’ clementissimi tratti della sempre dolce ed equilibrata tua Sovranità.

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SONETTO Egida mia, io rammentar non posso quel giorno, in cui d’una sconvolta gente vidi il primo furor, che immantinente io non mi senta del terror percosso. Mute le Leggi, ed ogni giogo scosso, qual’improvviso, e rapido torrente, volea tutto ingojar, di preda ardente, e far del nostro sangue il terren rosso. Già il suon s’udiva, Oimè! dell’ultim’ora: quando, presagio di vicin soccorso, a sinistra tuonò; e vidi allora Due gran Numi avanzar, Marte, e Minerva: KLENAU sull’armi in tua difesa accorso: ROTH, che i dritti tuoi libra, e conserva. *** *** *** ISOLA, il di’ 11 giugno 1798. memorando per tutti i Secoli avvenire sarà mai sempre, per questo paese, come per tutta la Provincia dell’Istria, la giornata di ieri, in cui, mediante il felicissimo ingresso delle Armi austriache ne’ più critici momenti, riparate furono le vite e le sostanze di tante buone famiglie fieramente minacciate dal contagio della Democrazia. Dimostrar però volendo devotamente anche li principali individui di questo paese segni di publica vivissima riconoscente esultanza con la celebrazione di un sì fausto e giocondo giorno; previo l’invito fatto in primo luogo al signor Capitano Comandante di questa ces. Reg. Militar Compagnia di presidio dell’Inclito Reggimento Esterhazy, ed agli altri signori Ufficianti, questo ces. Reg. Tribunale provvisorio, unitamente a tutti gli Ufficianti, portossi verso le ore 10 della mattina al Sagro Tempio, ove il Capo del Capitolo e Vicario celebrò Messa solenne accompagnata da Cantori in musica, la quale fu corrisposta ne’ consueti punti, tanto dalla triplice salve della moschetteria della ce. Reg. Truppa schierata innanzi la porta maggiore, quanto dallo sparo de’ mortaretti. Terminata la Messa, gl’Individui primari, assieme col Capitolo, e co’ signori Ufficiali, passarono ad una lauta Mensa di trenta coperti, fatta imbandire dal primo Assessore dirigente di questo ces. reg. Tribunale provisorio signor Giampietro Antonio de Besenghi degli Ughi, nella propria di lui abitazione; e sì in questa prima, come nella seconda Tavola, gli accheggianti Evviva risuonarono, più tratti dal cuore che dalla voce, per la sempre maggiore felicità e gloria DELL’AUGUSTISSIMO E BENEFICENTISSIMO SOVRANO E PADRE FRANCESCO II. IMPERADORE E RE NOSTRO SOVRANO. 254


Finita la mensa e le cerimonie de’ Brindisi contra segnati da triplice sparo di Mortaretti, tutta la nobile Comitiva trasferissi al Sagro Tempio all’adorazione del SANTISSIMO SAGRAMENTO; in tale occasione il Capo del Capitolo parlò all’Uditorio con una elegante ed erudita allocuzione per vieppiù istruirlo sopra i tratti speciali della Divina Provvidenza operati per mezzo dell’Augusto quanto pio Monarca per la felicità di questi suoi nuovi Sudditi. Si diè termine a questa sagra Funzione col solenne canto dell’Inno Ambrosiano, e con la Benedizione del SANTISSIMO SAGRAMENTO, fra l’eco festoso della Moschetteria militare e de’ Mortaretti del paese. Alla ces. reg. Truppa fu fatto un presente di Pane e Vin, e ad alcuni della medesima anche di denaro. La sera poi si passò in una gioconda Conversazione, servita con rinfreschi, presso il prelodato primo Assessore dirigente signor de Besenghi, la cui abitazione trovassi tutta illuminata a giorno con cera, specialmente nell’interno ed esterno della Sala*. Il Popolo applaudì frattanto a questo notturno trattenimento con de’ fuochi di artifizio, e spari di Mortaretti, interrotti da mille e mille EVVIVA in lode del nostro Benignissimo Imperatore. (“L’Osservatore Triestino”, Trieste 15 giugno 1798, pp. 908-910)

* Successivamente il foglio tergestino fece una precisazione e cioè: “Nelle solenni dimostrazioni di gioia, celebrate in questo paese nel giorno 10 del corrente, anniversario del felicissimo ingresso delle Armi di S. M. I. R. Ap., la Mensa di 30 Coperti non fu imbandita, come per sbaglio si disse, nella Casa del Nobile signor de Besenghi degli Ughi; e neppure nella stessa si tenne la Conversazione della sera; ma bensì in altra recentissima abitazione, nella quale venne tuttociò diretto ed eseguito con straordinaria pompa, e col concorso spontaneo ed unanime di tutti li principali Individui di questo medesimo paese”, “L’Osservatore Triestino”, 22 giugno 1798, p. 956.

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XVI Gli abitanti di Umago ricordano il primo anniversario dell’entrata degli Austriaci in città

UMAGO, nell’Istria, il dì 13 giugno 1798. In quest’oggi si è solennizzato l’Anniversario dell’entrata delle Armi cesaree in questa Terra, seguito nel dì 13 giugno dello scorso anno 1797. Ecco una breve descrizione della Festa. Alle ore 4 pomeridiane fu inalberata l’Aquila imperiale sopra l’Asta dello Stendardo esistente nella piazza allo sparo di varj pezzi di artiglieria; alle ore 7, nella Contrada detta Passeggera di S. Martino, fu dato il divertimento di una Cuccagna lasciata in libertà della gioventù del Paese; alle ore 9 la detta Contrada fu tutta illuminata a giorno; a destra della Chiesa di S. Martino trovassi eretta una macchina di fuochi d’artifizio diretta dal professore Antonio de Varj, il quale; quantunque dalla pioggia poche ore prima caduta, fosse detta macchina rimasta pregiudicata; pure seppe farle sortire l’effetto in modo, che rimettendo di tratto in tratto il fuoco quando mancava, riscosse per la sua destrezza ed abilità gli universali applausi. Soprattutto poi venne ammirata la sua bravura nel far lanciare dal fuoco varie copie di un Sonetto, col quale, dopo di aver epilogato il funesto stato dell’Anarchia, e li timori delle più lacrimevoli conseguenze da cui veniva agitata e sconvolta quella popolazione, conchiude il Poeta con le seguenti Terzine: Tra la speme, e il timor, qual Nave assorta in seno procelloso, ed agitato Mare ch’in sua balìa ratto la porta. Ecco quale dì felice, e avventurato, in cui dall’Istro a tanti mali apporta IL GRAN FRANCESCO il più propizio Fato. In attestato d’ossequietissima leale riconoscenza Gli abitanti di UMAGO

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Prima pagina de “L’Osservatore Triestino” del 7 luglio 1797. (Biblioteca civica “Attilio Hortis”, Trieste)

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Lettera di Stefano Carli al conte di Thurn in cui rivela i maltrattamenti subiti. (Archivio di Stato di Trieste)

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Fonti e bibliografia Fonti inedite Archivio regionale di Capodistria - Archivio familiare Baseggio, b. 1. - Archivio familiare Favento, b. 1. - Archivio familiare Gravisi, bb. 6, 27, 41. Archivio di Stato, Trieste - Atti Amministrativi dell’Istria (1797-1813), bb. 1, 2, 4, 7, 20, 21, 47, 50, 177. Archivio di Stato, Venezia - Democrazia, bb. 23, 25, 110, 112, 120, 169, 171, 172, 179, 182. - Inquisitori di Stato. Processi criminali, b. 1128. Biblioteca Civica “Attilio Hortis”, Trieste - Notizie correnti in Trieste, di Pietro Sanuta (R. p. Ms. Misc. 188). - Archivio Diplomatico, 10 F XVIII, Leggi del Primo Governo Austriaco in Istria.

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Giornali “Campana a martello ossia tocchi i più forti di vari giornali”. “Il Corriere milanese”. “Il Nuovo Postiglione ossia compendio de’ più accreditati fogli d’Europa”. “L’Amico. Periodico per i cattolici italiani del Litorale”. “L’Osservatore Triestino”. “Mercurio d’Italia storico-politico” “Il Monitore Veneto”. “Notizie del mondo”. “Il Redattore Veneto”.

Bibliografia Ajuto reclamato da’ popoli dell’Istria, Dalmazia ed Albania, Venezia 1797. Alcuni atti del primo governo austriaco in Istria, in “L’Istria”, Trieste 26 maggio 1849. Annali della libertà veneta ossia raccolta completa di carte pubbliche stampate ed esposte ne’ luoghi più frequentati nella città di Venezia, Venezia, luglio 1797. F. M. AGNOLI, Le Pasque veronesi. Quando Verona insorse contro Napoleone 17-25 aprile 1797, Rimini 1998.

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Gli ultimi giorni della Serenissima in Istria - 1a parte  

L’insurrezione popolare di Isola del 1797

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