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namaste

namaste international a d o p t i o n associazione per la famiglia www.internationaladoption.it

n. 5 aprile 2010

Quadrimestrale Registrazione 4/1996 Tribunale di Udine Poste Italiane SpA Spedizione in Abbonamento Postale DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/04 n.46) art. 1 comma 2 NE/UD


sommario

editoriale

di Mauro Bettuzzi

testimonianze

WA! Adozioni in terra dura di Luca Debiasi

Aspiranti genitori adottivi. Il lieto evento di Paolo e Paola

Intervista a Fabio Pillin, ANFAA trieste di Maria Biondi

A proposito di bambini... grandi di Beatrice Belli

sanità

Il piede torto congenito di MariaGrazia Lunardelli

emozioni Suggestioni dall’India di Luisa Menegon

progetti

Fondo Paolo Ferrari A scuola in fattoria Per non dimenticare Haiti

sad

Il sad a scuola di Maria Biondi

vita associativa

Corsi e incontri Bomboniere solidali Natale a Firenze Pranzo indiano Festa IA di primavera

visti per voi di Tiziana Tesolat

3/4 5/6/7/8/9 10/11 12/13 14 15/16/17 18/19 20/21 22 22/23 24/25 26/27

namaste

Registrazione 4/1996-Tribunale di Udine

Editore: International Adoption, via Nazionale 41/2 33011 Artegna (Ud) Redazione: International Adoption,Via Nazionale 41/2 33011 Artegna (Ud) Direttore Responsabile: Sandro LANO. Redazione: Adriana CRUCIATTI, Paola DONADONIBUS, Rosanna GIOLO, Tiziana TESOLAT - Grafica e ricerca fotografica: Emanuela RICCIONI Stampa: Tipografia Pellegrini Il Cerchio - Udine Hanno contribuito a questo numero: BARBARA e VALERIA, Beatrice BELLI, Maria BIONDI, Mauro BETTUZZI, famiglie CARRETTI, SUPERCHI e IORI, Giuliana CAPPELLI FERRARI, Enrico DAVID, Luca DEBIASI, MariaGrazia LUNARDELLI, Luisa MENEGON, PAOLO E PAOLA, Andrea ZOLETTO.


namaste La mia prima volta in India. Al rientro da un viaggio solitamente ci si chiede cosa ci portiamo a casa dell’esperienza vissuta in un paese lontano dal nostro. In queste occasioni, trasportati dalle evidenti differenze tra il paese visitato e il nostro, sorge naturale interrogarci sul senso delle nostre azioni quotidiane, sulle nostre priorità e sulla qualità delle relazioni umane che coltiviamo, giorno dopo giorno, con gli esseri umani che ci vivono accanto. Veniamo contaminati da sensazioni che solo le forti emozioni sanno trasmettere, generate da immagini impresse nella nostra mente, rese vive e reali grazie alle diverse condizioni di vita esistenti tra i mondi appena visti. Al rientro da un viaggio riusciamo a vedere con occhi diversi tutto ciò che ci circonda. Dal 2007 sono genitore adottivo di una splendida bimba di quasi quattro anni. Dal rientro dal Nepal non avevo più viaggiato senza la famiglia e, soprattutto, non lo avevo fatto nelle vesti di volontario assieme ad altri cinque amici dell’associazione. Chi di voi, come me, si è recato in India o in Nepal per conoscere e accogliere un bimbo in famiglia, può facilmente comprendere il diverso spirito con cui ci si prepara ad un nuovo viaggio per motivi diversi dall’adozione. Vi racconto quindi del mio primo viaggio in India da genitore adottivo in missione per conto e con International Adoption. Ma procediamo con ordine. Per dovere di cronaca, e per contestualizzare subito la mia esperienza, lo scopo del viaggio di fine novembre scorso era quello di monitorare alcuni progetti attualmente in corso di sostegno a persone e strutture e di visitare una serie di istituti distribuiti prevalentemente nel sud dell’India. In sette giorni abbiamo toccato quattro aeroporti, spostandoci ogni due giorni: da Mumbay a Cochin in Kerala, per poi spostarci rapidamente a Goa e poi di nuovo verso Bangalore, nel Karnataka, per raggiungere il piccolo villaggio di Solur, ultima tappa del nostro itinerario. Anche se molto in fretta, le varie tappe toccate durante la settimana ci hanno consentito di verificare lo stato di fatto dei progetti e di rinsaldare i contatti con i referenti locali, rafforzando le relazioni umane con le splendide persone che abbiamo incontrato. Questo viaggio mi ha dato la fortuna di conoscere delle bellissime persone come Sr. Joicy presso il Sisu Bavan, padre Kuriakose al St. Joseph e padre Valeriano alla Caritas di Goa. Sono rimasto commosso dalla tranquillità e devozione delle suore di Madre Teresa a Cochin e dalla instancabile disponibilità e senso di servizio della dottoressa Sr. Gladys di Solur nel suo accudire chi soffre. In questo racconto ritengo però non prioritario dilungarmi nel relazionarvi sulle varie fasi del viaggio ma preferisco tentare di esprimere in parole ciò che nel cuore mi sono saldamente portato a casa. A questo aggiungo un punto importante: alcune esperienze possono essere un’occasione per aumentare la propria motivazione nell’attivarsi in modo concreto in attività di impegno e solidarietà.

namaste editoriale di Mauro Bettuzzi Presidente Collegio dei Revisori dei Conti


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editoriale

Prima della partenza mi ero preparato benissimo. Mi ero letto tutto quanto disponibile su ciò che avrei visto e visitato. Ho studiato nomi di luoghi e persone, ho memorizzato cifre e dati sui progetti e sui vari istituti indiani che avrei visitato di lì a poco. Come immaginavo, i miei primi passi in India, come per incanto, hanno trasformato meri numeri, documenti e nomi di luoghi, in forti emozioni, odori mai sentiti, piccoli occhi che ti guardano, mani che ti cercano e ti accolgono. Certo, in Nepal è stato diverso. Il primo incontro con mia figlia è oggi ancora impresso nelle mie retine. Ripensando alle emozioni e alla commozione che con mia moglie ho vissuto al primo abbraccio con Ridhi al Prayas di Kathmandu, non posso non soffermarmi nel ravvisare sostanziali differenze nelle mie reazioni nei panni di volontario in visita in India. Con una nuova intensità, l’India mi ha reso nel contempo attore e spettatore della stessa storia. Padre adottivo, testimone di un vissuto, ma forse capace di guardare più lontano, oltre il proprio orizzonte personale. Credo che l’esperienza dell’adozione possa essere un punto di partenza, un passaggio importante, che possa evolvere verso una dimensione più allargata. La disponibilità nell’accoglienza di un bimbo può alimentare anche una dimensione di solidarietà e di servizio. Forse dico cose a voi già note, ma quello che ho vissuto in India è International Adoption nella sua dimensione di solidarietà e non solo di adozione. Molti tra voi, come è stato per me, hanno conosciuto IA in occasione del proprio percorso adottivo, ma l’associazione è molto altro ancora. E’ il sostegno a distanza di oltre 850 bambini nel mondo. E’ il supporto all’autodeterminazione di persone con progetti educativi e di sviluppo. E’ il supporto concreto nel finanziare e seguire i lavori di costruzione o ristrutturazione di molti istituti in India e in Nepal. Prima di partire mi ero chiesto quale cambiamento il viaggio avrebbe potuto scatenare in me, come queste forti emozioni sarebbero state capaci di smuovere la mia congenita scorza di persona razionale. In effetti, in un certo senso, ho potuto fare pace con me stesso. Le persone che in India ho conosciuto mi hanno una volta di più fatto scoprire una grande verità. Non siamo tutti uguali. Nella vita ci si può impegnare con la politica dei piccoli passi. Io, come gli altri, posso dare il mio piccolo o grande contributo nella misura in cui mi sento disponibile a farlo. Come padre adottivo e come associato di International Adoption penso sia importante fornire un po’ del mio tempo alla vita associativa. Il viaggio in India mi ha fatto chiarezza su quanto ci sia da fare per promuovere e sostenere i progetti che l’associazione sta portando avanti. Da Solur a Cochin, il sostegno di IA vede differenziare l’indirizzo delle risorse verso il supporto a strutture e attrezzature alternato a progetti di sostegno alle persone come il programma di training di cucito per le 36 ragazze che abbiamo visto in azione con i loro bellissimi lavori. Queste diverse modalità di sostegno, tutte validissime e concretamente verificate durante la nostra visita, rappresentano un modello da riproporre in altre realtà. Ritengo inoltre importante il lavoro che IA ha intrapreso nel garantire un’adeguata struttura informativa e documentale sui progetti in corso o già realizzati. Nel continuare a raccogliere fondi per progetti in India e Nepal non possiamo esimerci dal riportare con dettaglio nel nostro paese gli sviluppi dei progetti attraverso una costante attività di controllo e monitoraggio. Il progetto Dhapasi (Nepal) è un esempio di come, con il coordinamento di alcune famiglie adottive che direttamente si sono attivate in quel progetto, si possa in circa un anno raccogliere oltre 50.000 Euro per la ristrutturazione e ampliamento di un istituto. Tutti possiamo dare un piccolo contributo. L’associazione è fatta di tutti noi. Credo che la spinta solidale deve essere sollecitata ma mai forzata. Vi lascio con le parole di una persona che mi è molto vicina: “La solidarietà deve essere spontanea, solo così può arricchire chi la fa, solo così avremo trasmesso e imparato qualcosa anche noi”.


namaste I

o adotto. “Opto” è “scelgo” in Latino e ancora in Italiano, su questo non c’è dubbio. “A” - quando non “alfa privativo” – indica il fine “a”, “per”: alcuni dizionari ti danno come significato sicuro “scelgo per me”, altri considerano la vocale unita alla velare “ad” che porterà più tardi nella storia dell’evoluzione linguistica ad esprimere il concetto di incremento numerico. Però che cosa ti suona fortissimo nell’inconscio dell’endocosmo della tua mediterranea lingua madre? Te lo dico io. Ti rimbomba il protagonismo del soggetto: Io adotto, io. Ed è vero, la tua volontà ci vuole tutta, quella di Silvia da sola non basta (e neppure basterebbe da sola la tua), ma non ti distrarre da questi specularismi, fatto sta che o lo decidi tu, anche tu, ma proprio tu, di lasciare la possibilità, la porta aperta all’adozione, o è proprio tanto, tanto improbabile che in casa ti arrivi un bambino. “L’adozione – mi dice spesso un amico psicologo che se ne intende - è un fatto personalissimo.” “Sono i genitori che adottano; non i figli, in nessun caso”, ricordo che mi ha detto. Ha ragione. Fino ad ora – limitatamente alle nostre scaramucce culturali, intendiamoci! – ha sempre avuto ragione lui. Il tuo punteggio dialettico è ancora a zero. Ma questa forse è la volta che ti prendi una rivincita. Ti ha sempre fatto riflettere quella frase perché è vera, ma da sola, se la frase si ferma lì, a te non basta. E come ti potrei dare torto? Come fai a spiegarti che sono tre anni che dei professionisti ti frugano nella vostra vita per capire di che pasta siete fatti Silvia e tu. La risposta logica è evidente: ti prepari ad accogliere un bambino che è già stato fregato una volta, e non è proprio il caso che si prenda un’altra fregatura. Anche questa cosa è vera, eppure senti che non è abbastanza. Magari fosse vero che bastasse una sentenza di tribunale e una relazione dei servizi sociali e psicologici a mettere alla porta la sfortuna. Oddio, cosa non darei perchè fosse vero! Tu e Silvia non avete lottato tanto contro la sfortuna in vita vostra quanto dal momento in cui avete ricevuto quella meravigliosa relazione dei servizi sociali e psicologici. Voglio dire, “ci vuole una patente per guidare, una licenza per pescare, una per fare il barbiere, una licenza per vendere hot-dog e non ci

WA! adozione in terra dura

testimonianze di Luca Debiasi


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vuole una licenza per avere dei bambini?”, si chiede Boris, un fisico teorico in pensione, protagonista del film di Woody Allen “Basta che funzioni”... No, non ci vuole. Tranne se ne adotti uno. E allora c’è un’impareggiabile differenza tra essere genitori adottivi ed essere genitori. Ci deve essere. L’emozione che ti lascia l’etimologia latina è quella di uno che va, sceglie un bambino dal mucchio, gli mette una catenella al collo con scritto “mio” e se lo porta a casa. Con l’amore leguleo per lo spirito del “potere oggettivo” - chi può fare cosa a chi – i Latini non avrebbero potuto esprimersi diversamente e, dal loro punto di vista, più opportunamente. Le lingue sono la via maestra per l’accesso all’inconscio di una civilità. “Adotto” in latino è senza dubbio un atto della volontà del padre, e basta. Ma non basta a te. Per capire bene che cosa ti passa per la testa devi restare in sella al galoppo delle tue fantasie che in questi giorni evocano la figura di un ragazzino che “sedeva, a marcio dispetto delle ordinanze municipali, in groppa al cannone Zam-Zammah” sulla piazza di Lahore. E’ Kim, felice, in bilico al cannone e a due mondi, l’India e l’Europa a cui fatalmente appartiene e di cui – crescendo – deve tentare una non facile sintesi. Kim è il “figlio preferito” della fantasia di Rudyard Kipling, che di figli veri ne ha già tre quando a trentasei anni gli nasce sulla carta Kim, ma lui se ne sente molti di più, caricati da una vita in sofferto equilibrio – anche lui! - tra Oriente e Occidente. Dando voce ad un sentimento paterno squisito nei confronti del piccolo Kim attraverso il personaggio del lama Teshoo che si cura del ragazzo quanto è capace di accettare di esserne curato, e che gli riconosce una molteplicità di mondi d’appartenenza che travalica la sua esperienza di monaco buddista, Kipling

dice affettuosamente a Kim per bocca di Teshoo: “Figlio di tutto il mondo”. Io penso che in questa espressione ci sia quella impareggiabile differenza tra essere genitori ed essere genitori adottivi che non ti fa bastare l’etimologia latina e che non ti lascia in pace quando il tuo amico dice le cose da psicologo occidentale per Occidentali. Quando ti nasce un figlio in casa, succede per coscienza o per incoscienza, nasce tra di voi. Cresce tra di voi e piano piano – se sei bravo – con gli anni, lo porti fuori di casa, nel mondo “grande e terribile” come lo chiama Teshoo. Ma quando ti nasce fuori casa, come succede per te che ne adotti uno, prima te lo devi portare dentro casa, e non puoi non essere cosciente che tuo figlio è figlio della molteplicità. Figlio di più di una mamma - non solo due, con gli anni che s’è fatto di orfanatrofio – di più di un papà, di più di un paese, di più di una lingua. Quando lo incontrerai (presto) tu sei l’ultimo arrivato in una vita già ricca di avventure, più di quanto tu possa immaginare, il che non significa che sei il meno importante di tutti, anzi; significa però che anche altri sono importanti nella storia di quel bambino. Adottare un bambino non ti lascia dividere il mondo tra te, la mamma, i tuoi bambini e il resto del mondo. Non funziona così, non ha senso. Là, fuori di casa, c’è la sua prima mamma che comunque l’ha voluto far nascere, e nel migliore dei modi a lei possibili – per quanto ne sappiamo noi – e le “didi” che se ne sono prese cura. Là fuori ci sono milioni di bambini – solo in India almeno dodici – che dal tuo punto di vista avevano la stessa probabilità di Amar di arrivare in casa vostra. Tu non sei più capace di distinguere nettamente tra i tuoi figli e i figli non tuoi, tra quelli che hai avuto o avrai l’occasione di crescere e quelli che non hai avuto occasione. Avrebbero potuto essere loro, ad ognuno di loro tu hai dato una possibilità, a ognuno di loro tu hai voluto bene e se ora vai a prendere Amar e ti curerai di lui, questo non ti toglie la consapevolezza che a tutti i figli “di tutto il mondo” tu gli vuoi un bene speciale. Sì. Ne hai il diritto. Eccola l’impareggiabile differenza: un figlio adottivo è tuo figlio e figlio “di tutto il mondo”. A quel genitore-mondo-altro che proprio non ha potuto dare una famiglia ad Amar, voi date la vostra e con quel genitore-mondo-altro vi imparentate in modo speciale. Tu e Silvia siete i più importanti dei genitori per lui, ma questo non significa che Amar non sia anche “figlio di tutto il mondo”, che te lo ha affidato e di cui voi due vi sentite coscientemente responsabili. Tu vorresti dire alla sua prima mamma “è felice, sta bene, sii felice anche tu”, e lo vorresti dire alle sue “didi”, e lo vorresti dire al suo paese


namaste che non ti ha sorriso quando hai deciso di andarlo a prendere. La sua prima mamma, le sue “didi”, il suo primo paese, la sua prima lingua, sono un ricco sottoinsieme di “tutto il mondo” di cui parla Kim, che è lì fuori di casa tua e che ve lo ha affidato: ne sei responsabile e vorresti che loro fossero felici di sentire “state tranquilli, abbiamo fatto tutti la cosa migliore possibile per questo bambino”. Ecco perchè ci vuole un’idoneità per adottare. Ci vuole la vostra personalissima volontà di coppia, non di andare a prendere “uno che c’è”, di sceglierlo per sè e portarselo a casa, ma di lasciare spazio ad “uno che non c’è” e che tutto un mondo di altri primi genitori, e altri secondi genitori vicari e temporanei, e altri ancora psicologi, volontari, giudici e altri ruoli che neanche ti immagini, s’è impegnato per dare ad Amar il meglio possibile per lui. Tu, Silvia e tutti loro volete esattamente la stessa cosa. Tutti loro si sono dati da fare per portarti Amar a casa... certo... ognuno con i suoi limiti ed errori che non mancano per nessuno. Tu, per te, non hai scelto proprio un bel niente. Tu, Silvia e molti altri avete scelto il meglio che vi è parso possibile per Amar, e c’è una differenza talmente grande che l’etimologia del verbo adottare ti sembra un’eresia. Ecco perchè il tuo amico ha ragione “l’adozione è una decisione personalissima della coppia” eppure hai ragione anche tu quando pensi “l’adozione è un atto collettivo”, a nome di “tutto il mondo” che te lo affida e di cui Amar è anche figlio, tu ricevi un decreto di idoneità; a quel mondo di cui ti senti responsabile vuoi dire “abbiamo fatto bene”. Quindi – mettitela via – questa volta la partita con il tuo amico non si chiude “uno a zero” per te, come goliardicamente avresti desiderato. Ma siccome tu sei, sì, un lazzarone, ma non quanto un amico, tu sei ancora più contento di sapere che questo è un

[1] - bào

[2] - rèn

magnifico pareggio. Solo che non puoi pretendere di conciliare quello che ti passa per la testa senza uscire dal tuo mondo interiore d’Occidente. Devi prendere – ma va? - la via dell’Asia. Sulla via dell’Asia ti ha portato il lavoro e un autore: Fosco Maraini. Ti sei lasciato da leggere il suo ultimo libro “Giappone Mandala” prima di scendere in India a prendere Amar. Come folgori si sono abbattuti su di te la lettura di due ideogrammi. C’è qualche cosa di meraviglioso nella lettura di un ideogramma che la scrittura alfabetica filtra e ovatta. Nella nostra lingua il segno diventa suono, e da lì – ragionandoci sopra – diventa significato. Quando il suono è bello, la lingua diventa poesia. Nell’ideogramma l’impegno del lettore è lo stesso, ma le tappe del pensiero sono diverse. Dall’immagine si passa al significato e da lì – ragionandoci sopra – diventa suono. La notizia dell’ideogramma passa direttamente dall’occhio alle centrali del cervello senza deviare per il suono. L’ideogramma è il distillato logico e astratto dell’emozione di un artista che ha rappresentato pittoricamente quello che si legge. Ecco perché avere una bella calligrafia in Cinese/Giapponese è importantissimo: il significato è l’emozione del pittore nel bel disegno. Leggere ideogrammi è sempre leggere poesia. Non ci credi? Guarda... L’ideogramma cinese classico per dire “adozione”

[2b]

testimonianze

[3] - bào

[4] - shou


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si disegna [1] e si legge “bào”. E capirlo è una meraviglia! L’ideogramma è composto in due parti: il radicale [2] e i segni evidenziati in [2b] Il segno radicale [2] – verticale con un tratto spiovente – è “rén” che significa “rito”: in principio significò “riposo”, come disegno di un uomo appoggiato visto di profilo con la testa reclinata sul davanti, e il riposo è il più elementare dei rituali. I segni [2b] sono invece totalmente emozionanti, non hanno suono in sè, ma esprimono un concetto di “prendere in braccio”. Io lo vedo ancora il segno delle braccia piegate a “raccogliere” e sostenere in basso; e un frugolo che si agita e sprizza energia in alto. Lì c’è “energia che sprizza” e “si aggrappa” dove “accoglienza” offre il suo appiglio grafico. E tu cosa vedi? Tu non trovi che sia un bellissimo modo per dire “adozione” come te la senti dentro a questo punto della storia? Nel corso dei millenni suoni e gesti si levigano, e in una bellissima forma calligrafica “bào” si scrive così [3]: a destra un tutt’uno di pennello, a sinistra il radicale [4] cambia leggermente e diviene “shou” = “protezione”. Per forza... caro neo-padre! Adottare... prendere in braccio l’energia che sprizza, dargli protezione e rito, atto duale genitori/figli in cui un unico soggetto non esiste più. In tutta l’Asia è così; nelle antichissime lingue dravidiche del sud dell’India l’etimologia di adottare – di cui non so il suono – dice ancora “prendere sulle ginocchia”. E in questo gesto poco importa chi abbia iniziato, se una mamma ha raccolto un piccolo da terra o un bambino s’è avvinghiato alla sua gamba o ha alzato le braccia al

[5] - hé

[6] – wéi

cielo per essere sollevato. Ma che importanza ha? In Asia c’è lo slancio d’energia del piccolo, e il gesto amorevole di un grande, nient’altro conta più. Per spiegare del tutto quell’impareggiabile differenza che ti manca in Latino devi proprio raggiungere il paese dalla cultura più lontana dalla tua, muoverti ancora ad Est in Asia sino a raggiungere “il Sol Levante”. Devi andare proprio là dove ti ha portato Maraini e dove hai trovato gli ideogrammi che ti hanno folgorato. “Tra le grandi nazioni moderne il Giappone possiede i più singolari caratteri culturali e ambientali” scrive l’antropologo Jared Diamonds in “Armi, acciaio e malattie”. Il Giappone è il più diverso e il più strano dei paesi in cui sia nata una civiltà. E’ coltivabile e abitabile solo il 14% del suo territorio grande il doppio dell’Inghilterra, l’arcipelago europeo al quale viene confrontato per latitudine e posizione speculare. Il riso in Giappone dà una resa per ettaro in grado di sfamare otto volte la popolazione a cui riesce a dare sussitenza la campagna inglese. In nessun’altra parte del mondo il riso ha una resa così alta, e per fortuna che è così: tenere in efficienza le risaie richiede il lavoro di moltissime persone. Il resto delle risorse il Giappone lo trae dalle sue foreste e dai suoi mari: dalla caccia e dalla pesca. Solo che le foreste giapponesi sono impervie, da condividere con gli orsi. E sul mare tra Cina e Korea soffia il “kami-kaze”, il “vento (kaze) degli dei (kami)” che spazzò flotte intere. Dall’altra parte c’è l’oceano Pacifico, e mai nome fu più inopportuno. La terra del Giappone è fatta di rocce giovani e taglienti, difficilissima da lavorare. Non c’è modo di sopravvivere in Giappone se non sviluppando un fortissimo senso di gruppo. Il Giappone pretecnologico ha richiesto ai propri ospiti umani un tributo in vite che non ha uguali nella storia di altre civiltà. L’istituto dell’adozione in Giappone è radicato come da nessun’altra parte al mondo per necessità di sopravvivenza del clan, e forse, per le stesse ragioni e con le stesse modalità, è comparabile con le analoghe usanze dei popoli vikinghi. E’ per questa ragione che il rapporto con l’altro in Giappone prevale sull’individuo al punto che esso e i suoi diritti – se cessano i rapporti con il resto della società – scompaiono.


namaste Questo punto cardinale dell’endocosmo giapponese si riflette ovviamente nella lingua, dove i concetti di soggetto e complemento oggetto scompaiono. La lingua giapponese è impersonale, soggetto e oggetto diventono attori in rapporto tra loro. Racconta Maraini in “Giappone Mandàla” «Le lingue indoeuropee possiedono una logica oggettiva: esse danno grande importanza alle variazioni dell’essere, al numero e (spesso) al genere, a chi fa cosa a chi, e quando. La lingua giapponese non si cura affatto di queste cose. “Ikimasu” può significare molte cose differenti: “io vado” ma anche “io vengo”, “lui, lei, esso va o viene”, o “essi vanno o vengono”; “sta andando”; “andrò”; “dovrò andare” e via dicendo. Le qualificazioni oggettive sono lasciate totalmente nel vago. Ma i gradi di rispetto, amicizia, condiscendenza e alterigia sono calibrati con la più delicata attenzione, per essere usati in circostanze specifiche. “Ikimasu” può essere del tutto improprio quando è invece richiesto “mairimasu” (“andare umilmente”) o “irasshaimasu” (“andare con decoro”).» Il Giapponese usa i caratteri cinesi nel loro significato originale e gli associa un suono diverso dal Mandarino, oppure – peggio – usa gli ideogrammi senza badare al senso grafico, ma il cui suono in Cinese è uguale al suono di una parola giapponese che però ha un senso diverso. Ed è questo senso il significato che vale. Poi, oltre agli ideogrammi cinesi che sono già abbastanza, il Giapponese ne ha di propri che vengono usati in senso fonetico come le lettere dell’alfabeto. Insomma il Giapponese è una lingua bella impestata da imparare che costringe a tenere la mente sveglia e fare i salti carpiati con la logica e la memoria. Nel nostro caso però siamo fortunati, ci interessa quello che si scrive [7] e si legge “wa”. E’ composto dall’ideogramma cinese “hé” [5] che esprime il concetto di “aggiungere” (i segni a cuspide)

testimonianze

su “ciò che è” (l’asta verticale), “uno” (il primo tratto orizziontale) e “uno ancora” (il secondo tratto), significa anche “recuperare”, “ridare vita”. Il secondo ideogramma è “wéi” [6], che significa “porta” e “varco” - certo! - ma anche abbastanza prevedibilmente “struttura” e “matrice”. La coppia di ideogrammi “wa” significa “pace, armonia, compromesso, addizione, inclusione... adozione!” Un solo soggetto dell’adozione in Giapponese non ha senso. Hanno senso invece i soggetti che vi partecipano per fare quella “struttura”, e anche “armonia/pace”, che sono bambini adottati e i genitori a cui sono affidati, ma anche tutto il clan e la nazione. E’ questo clan/nazione che rappresentano i servizi psicologici e sociali e gli enti. I soggetti dell’adozione sono molti, e il percorso dell’adozione non è privatissimo. Non lo è la scelta, lo è la volontà. Ha invece molto senso l’emozione collettiva rappresentata dagli ideogrammi di “wa”, quella di un gruppo di persone forti (“wéi-struttura”, “genitori+istituzioni”) che costituiscono il “varco” attraverso cui “un” bambino “in più, recupera/ rivive” (“hé”), a costo di “compromesso” (“wa”) – che come dice Amos Oz in quella meraviglia di scritto che è “Contro il fanatismo” – è la più bella parola, la più coraggiosa, la più generosa, l’unica via per raggiungere “la pace” e “l’armonia”. Questi pensieri sono stati colti nella testa dell’autore poche settimane prima del primo incontro con suo figlio dopo una lunga attesa. Il corpo stenografico che li ha raccolti e scritti non può dunque giurare sulla lucidità della coscienza che li ha prodotti e sulla fondatezza etimologica dei medesimi, pertanto chiede scusa ad antropologi, linguisti e psicologi. E ad uno psicologo in particolare.


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IL LIETO EVENTO

Furono sufficienti uno sguardo e nessuna parola e già al ritorno da Artegna ci fermammo in un ufficio postale e inviammo il telegramma di conferimento incarico ad International Adoption. Eravamo strafelici. A casa l’emozione e la felicità ci impedirono di fare qualsiasi altra cosa che non parlare dell’avvenuto conferimento. Sembrava quasi che il giorno dopo sarebbe arrivato nostro figlio/a. Nonostante fossimo consapevoli della lunghezza dei tempi, sembravamo i due innamorati di Peynet. I cuoricini che volavano per casa non erano comunque destinati a noi due ma solo alla ancora sconosciuta identità che avrebbe fatto parte della nostra famiglia. E cominciammo a ragionare subito per tre e non, come avevamo fatto fino ad allora, per due. Fisicamente lui/lei non c’era ancora, ma virtualmente ci accompagnava in ogni azione della giornata. Era incredibilmente appagante ed esaltante dopo tanti anni di vita tra me e te e tra te e me pensare che di lì a poco (si fa per dire...), la nostra vita sarebbe stata tra me, te e lui/lei. Nostro figlio o nostra figlia. Decidemmo subito e senza indecisione alcuna che avremmo accettato la prima proposta che sarebbe arrivata. Questo significava che non ci interessavano l’età, il sesso, il colore, l’etnia, lo stato di salute, etc... Ci importava solo dare l’opportunità ad entrambi (genitori e figlio/a) di incontrarsi e realizzare insieme il sogno reciproco di creare una famiglia, di amare e di essere amati. Iniziò un lungo e snervante periodo di attesa fatto di tanta burocrazia ma anche di tanti progetti e sogni, di speranza e paura, di gioia e di apprensione. Come dicevamo, fu un periodo molto duro anche, se rivisitato oggi, è stato tempo di riflessioni molto importanti e di rafforzamento, di crescita molto forte tra noi genitori. Aspettammo con ovvia impazienza il momento della telefonata e nel frattempo decidemmo che avremmo aspettato l’abbinamento per iniziare i lavori di preparazione logistica in vista del lieto evento. Il tempo comunque passava e ancora non arrivava nessuna notizia da Artegna. Le cose della vita comunque ci impegnavano non poco visto che l’uno doveva subire un delicato intervento chirurgico e l’altra aveva seri problemi di lavoro dopo la morte improvvisa di entrambi i titolari dell’azienda presso la quale lavorava. Racconta Paola: “Ero depressa e preoccupata sia per la situazione lavorativa che per lo stato di salute di Paolo che doveva subire un delicato intervento alla gola. Ci concentrammo così su queste situazioni quotidiane ed il tempo passò forse un pochino più veloce, rendendo l’attesa meno logorante. L’intervento di Paolo andò bene e mi ricordo che al suo risveglio la prima cosa che chiese a gesti, visto che non poteva parlare, fu se erano arrivate notizie da Artegna”. Nessuna news dal Friuli ma i tempi erano ormai maturi. Dopo una decina di

aspiranti genitori adottivi

(segue dal numero precedente)

giorni arrivò la telefonata tanto attesa e desiderata. Era un venerdì di luglio particolarmente caldo ed afoso. Da IA ci chiesero se potevamo passare in sede il lunedì successivo perché c’erano delle novità. Se fosse stato per noi saremmo partiti subito e ci saremmo accampati nel cortile in attesa delle 9 di lunedì mattina. Fu il fine settimana più lungo della nostra vita. Ma finalmente arrivò lunedì. Da casa nostra ad Artegna andando pianissimo, fermandosi molte volte a far colazione, facendo il percorso più lungo, etc. ... ci si impiegano un paio d’ore. Partimmo alle 4 del mattino e alle 6 eravamo ad Artegna. La giornata non era delle migliori, il cielo pieno di nuvole minacciose ma per noi fu l’alba più bella e più dolce. Nell’incontro che seguì ci presentarono la foto di una bimba corrucciata e forse anche un po’ incavolata, con un caschetto nerissimo di corti capelli ed una maglietta bianca con una scritta color azzurro: “kleine kinder”. Una bimba di 7 anni davvero molto “kleine”. Lo sfondo era costituito da un muro di mattoni rossi, una delle pareti delle casette del Palna che avremmo scoperto e ben conosciuto poi di persona nel viaggio a Delhi. Anche quella, ovviamente, era la più bella foto che avessimo mai visto. Man mano che il percorso adottivo scandiva i vari passaggi, cosi come comunque succede anche adesso a distanza di anni, le sensazioni e le emozioni erano sempre le più belle. La più bella notizia, il viaggio più bello, la foto più bella, la telefonata più bella e via dicendo. Era sempre tutto più grande e tutto più bello. Se ci avessero fatto l’antidoping o la prova del palloncino in quel periodo ci avrebbero sicuramente arrestati pur non assumendo né sostanze stupefacenti né alcolici. Eravamo dopati d’amore e di felicità in overdose quotidiana di voglia di abbracciare nostra figlia. Già, NOSTRA FIGLIA!!! Avevamo avuto questa strana ed originale prima ecografia a distanza e già lei era tra di noi, in mezzo a noi. Saltati tutti passaggi canonici e tradizionali della gestazione e del parto in pochissimi minuti. Nove mesi passati in un minuto. Meglio di Usain Bolt, di una vettura di Formula 1 o dello Shuttle. Cose da pazzi. Ci venne presentata la scheda che accompagnava la foto (sarebbe il contrario ma si sa noi siamo genitori speciali…) e senza nemmeno leggerla avevamo gia detto di sì un


namaste miliardo di volte. Nostra figlia in una foto e in una scheda. Erano quelle la sua culla. Lei adesso c’era: prima un sogno, adesso realtà. Non ci potevano consegnare la foto che ci avrebbero inviato a casa. Partimmo da Artegna in tarda mattinata ed arrivammo a casa (ricordate? due sole ore di macchina) a notte fonda, facendo un itinerario che ancora non ricordiamo bene ma che toccò forse Austria, Slovenia e Croazia. Completamente fatti di gioia. A casa cominciammo le grandi manovre per la cameretta di nostra figlia. Paolo si trasformò in provetto imbianchino e falegname; Paola in attenta sarta ed arredatrice. Dopo tre giorni era gia tutto pronto. Camera finita con tanto di accessori come se nostra figlia avesse dovuto arrivare il mattino successivo. Arrivò la foto e ne facemmo una cinquantina di versioni, consumando toner della stampante in quantità industriale. Foto con sfondo, senza sfondo, con cornice o senza, in negativo e positivo, con cambio continuo di colori e di formati. Fatta scorta di altra carta per foto e toner, cominciammo a preparare l’album da inviare a Delhi. Foto, disegni, dediche sia di persone che luoghi ed animali vari in abbondanza. Inserimmo pure delle foto di due oche gigantesche che erano a casa dei nonni. Follia pura. Da noi sollecitata a ricordare il momento di quando vide in India per la prima volta l’album, nostra figlia con molto tatto ci ha detto recentemente: “Appena vidi le foto pensai: mamma bellissima, papà bruttissimo, italiani molto strani”!!! E mai giudizio fu più appropriato (per l’aggettivo strani non per il bruttissimo...), ne siamo sicuri. Intanto passavano i giorni e il desiderio di abbracciare nostra figlia si faceva sempre più forte. Dal Friuli nessuna novità o meglio ne arrivò una non proprio positiva. Le autorità indiane avevano sbagliato a trascrivere la data di nascita della bambina e quindi si richiedeva un ulteriore periodo per riportare tutto alla normalità. Altre coppie intanto partivano per il Palna ad abbracciare i loro figli. Ed il loro ritorno era una gioia condivisa. Si faceva festa ad ogni rientro. Nuovi e vecchi genitori. Fiocchi rosa e fiocchi azzurri. La nostra sala parto era diventata la sala arrivi dell’aeroporto di Venezia dove ci si trovava a celebrare la seconda venuta al mondo dei nostri figli, esseri privilegiati perché unici al mondo ad avere due mamme, una nascita ed una rinascita. Quanta gioia, commozione ed allegria nel festeggiare insieme. E ogni nuovo arrivo era portatore di nuove notizie su nostra figlia. Una foto, un video, un bigliettino ed un breve saluto erano per noi l’eternità e la vita, la medicina per guarire e

lenire la logorante e lunga attesa. Poi finalmente anche per noi arrivò il momento di partire. La nostra destinazione: New Delhi. L’indirizzo: Delhi Council for Child Welfare Palna, Civil Lines, Qudsia Garden, Yamuna Marg. Ci arrivammo un lunedì verso le 8.30 di fine aprile. Iniziammo a piangere verso le 5 di mattina e terminammo a fine giornata, esausti. Incontrammo per prima una persona splendida che ricordiamo molto spesso ancora oggi con nostra figlia: la Signora Aruna Kumar. Noi crediamo sia impossibile trovare ora le parole per descrivere in modo adeguato quello che vorremmo dire di Lei. I bambini l’adoravano e la chiamavano Madam Kumar. Era molto bella ed era anche molto buona e molto giusta. Sempre equilibrata e mai sopra le righe, ci dava armonia e tranquillità in ogni momento. Abbiamo avuto la fortuna di trascorrere 10 giorni al Palna e di incontrarla molte volte. Erano sufficienti anche un sorriso, un breve saluto od un cenno della mano per farci sentire vicino la sua presenza e il suo affetto. Quel lunedì mattina arrivò al Palna puntualissima e ci fece accomodare subito nel suo ufficio. Sbrigò alcune faccende con i suoi collaboratori e ci raggiunse quasi subito. Dopo i saluti di rito Le dicemmo: “Abbiamo un sacco di cose da chiedere ma l’emozione e la gioia sono cosi forti che non riusciamo a dire nulla”. Lei sorrise e ci disse: “Abbiamo tanti giorni davanti a noi per poter parlare, ora è tempo che conosciate vostra figlia”. E finalmente anche noi mamma bellissima e papà bruttissimo abbracciammo la nostra bimba.

testimonianze di Paolo e Paola


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a sezione triestina dell’Anfaa è situata in un sottoscala in via del Donatello, la strada che conduce al cancello dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. Scese le scale, si accede ad un appartamentino bilocale di non più di 40 metri quadrati. Fabio Pillin mi accoglie con un sorriso e, anche se è impegnato, si dichiara subito disponibile ad un’intervista per Namaste. Fabio è il marito della presidente, Marisa Semeraro, e da quando è in pensione si dedica a tempo pieno alle attività dell’associazione; ha in corso l’affido diurno di tre fratelli. Entriamo subito nel vivo degli argomenti e gli pongo la prima domanda: Come nasce la sezione triestina dell’Anfaa? A cavallo degli anni ‘60 e ‘70 un gruppo di coppie e amici, formatisi all’interno dello scoutismo, ha maturato l’idea dell’attenzione verso i più piccoli, della solidarietà e dell’accoglienza nelle proprie famiglie dei minori in disagio. Alcuni hanno fatto il percorso dell’adozione, altri quello dell’affidamento familiare, altri ancora quello del volontariato presso le comunità che accolgono bambini e ragazzi. Da queste esperienze comuni è nata l’associazione, nel 1972. Quali sono i rapporti che avete con le istituzioni locali? Abbiamo rapporti di collaborazione, laddove ravvisiamo l’interesse reale e concreto di operare verso i bambini e ragazzi più sfortunati. La collaborazione consiste soprattutto nel promuovere attività che avvicinino le persone disponibili al volontariato a favore dei minori. Avete intrecciato una rete di rapporti con altre realtà cittadine o regionali? A livello cittadino siamo in rete con altre associazioni di volontariato, soprattutto per il lavoro comune che ci coinvolge nei progetti del Piano di Zona del Comune di Trieste. In regione abbiamo un collegamento con altre associazioni attraverso il CoReMi (Coordinamento Regionale di Tutela dei Minori ) e il Coordinamento regionale PIDIDA che raccoglie un importante gruppo di associazioni. La capacità di questi organismi di operare e incidere positivamente sulla realtà dei minori è in stretta relazione alla disponibilità al dialogo dell’interlocutore Regione FVG sulle scelte e sulle risposte ai bisogni. Come vi muovete per aiutare le famiglie adottive? Alle coppie che si avvicinano all’adozione forniamo le prime informazioni che riguardano la domanda al Tribunale e il percorso dell’idoneità. Inoltre, da parecchi anni organizziamo cicli di incontri per famiglie adottive aperto a chi ha già adottato, a chi è

Intervista a Fabio Pillin dell’Associazione Famiglie Adottive Affidatarie di Trieste in attesa del bambino e a chi è all’inizio del percorso adottivo. Possiamo contare sull’apporto di uno psicologo, il dott. Aldo Becce, che ha contribuito a creare un solido gruppo. Attualmente le presenze ruotano tra le 40 e le 50 unità. Negli incontri analizziamo e discutiamo temi legati all’adozione. Chiedete un contributo in denaro a chi si iscrive ai vostri corsi? Non l’abbiamo mai fatto ed è ormai una tradizione che rispettiamo. Non ci sarebbe nulla di male a chiedere un contributo, poiché le spese ci sono, e si potrebbe così rinforzare economicamente l’associazione. Ma fin dall’inizio abbiamo puntato sul contributo pubblico. Qual è la posizione dell’Anfaa nei confronti degli istituti che tuttora esistono anche se vengono chiamati casa famiglia, comunità alloggio, struttura residenziale... Queste strutture esistono perchè qualche servizio ci inserisce i minori. Ma in questo modo si disattende il primo diritto di ogni bambino: il diritto alla propria famiglia. All’interno delle strutture il minore trova l’affetto, il mantenimento e l’educazione di cui ha bisogno. Ma non trova, almeno nelle strutture d’accoglienza della provincia di Trieste, una figura esclusiva per lui. Cosa che è importante per consentirgli di svilupparsi in modo corretto. Cos’è l’affidamento familiare? È la strada maestra da seguire nel momento in cui il Servizio Sociale deve procedere all’allontanamento di un minore dalla sua famiglia. L’inserimento in una famiglia affidataria consente al minore di ritrovare la dimensione familiare. L’affidamento familiare


namaste è un aiuto, un’opportunità con caratteristiche di temporaneità. La famiglia affidataria è una famiglia amica che accompagnerà poi il minore nel suo rientro nella famiglia naturale. Si può fare di più per la prevenzione del disagio minorile? Si deve fare di più. L’ostacolo principale nella prevenzione del disagio minorile è culturale. La società nel suo complesso non ha ancora preso coscienza a fondo dei diritti e dei bisogni del bambini, dei ragazzi e degli adolescenti. Per alcuni settori del sociale sono state messe in campo molte risorse e servizi. Altrettante energie bisogna attivare per il mondo dei bambini e in particolare per quelli che vivono situazioni di disagio. Perchè l’istituto dell’affido è così poco conosciuto e disatteso? I motivi sono tanti, provo a citarne alcuni. Innanzitutto l’affido è poco conosciuto e poco ‘pubblicizzato’. Ci sono molte famiglie che si sentono portate all’accoglienza di minori in difficoltà, ma manca l’informazione su come fare. A Trieste è possibile prendere contatto con l’ufficio del Gruppo Affidi del Comune (tel. 040 6754591) per segnalare la propria disponibilità (lo possono fare anche i single). In qualche altra provincia la situazione è più arretrata. C’è un’insufficiente attenzione ai bisogni del bambino che vive una situazione di disagio. A volte non viene predisposto il programma per il percorso del bambino e quello che i suoi genitori faranno per recuperare la loro funzione genitoriale. La motivazione all’accoglienza della famiglia affidataria viene spesso tenuta, dai servizi pubblici, in subordine alla professionalità dell’assistente sociale o dello psicologo. Tra i vostri iscritti ci sono solo genitori adottivi? Ci sono genitori adottivi e affidatari. I percorsi di vita delle famiglie sono i più vari. Abbiamo anche dei soci che non hanno fatto l’esperienza dell’accoglienza ma sono fortemente interessati alla condizione dei minori in disagio. Si può diventare volontari dell’Anfaa a Trieste? Senz’altro. L’associazione ha bisogno di volontari: credo che sia un bisogno comune a tutte le associazioni. I bambini spesso sono dei soggetti più

indifesi di altri. E la condizione generale dei minori sta peggiorando. Dai monitoraggi che vengono fatti annualmente, nella nostra regione ma non solo, risulta che il numero dei minori in carico ai servizi sociali aumenta ogni anno di più. Tutti gli apporti sono utili. Fabio è una persona modesta oltre che riservata e nel corso dell’intervista non ha parlato delle decine di iniziative che prendono il via da questo scantinato che è una fucina di idee promosse da un manipolo di signori testardi che non si lasciano fermare dai rifiuti e dal disinteresse delle istituzioni. Solo qualche esempio: - nel novembre 2009 è stato organizzato il seminario per insegnanti ed operatori scolastici “La scuola dell’accoglienza”; - tutti gli anni si fanno carico di portare in montagna bambini e ragazzi che non potrebbero permettersi una vacanza; - l’Anfaa è presente con il suo banchetto a tutte le manifestazioni più importanti come La Bavisela e La Barcolana; - l’associazione ha svolto alcune campagne di propaganda dell’affido con il Comune di Trieste e Muggia. Ringrazio Fabio per la sua disponibilità e spero di avervi fatto conoscere una realtà nuova. L’Anfaa a Trieste è in via Donatello 3, tel. 04054650 – cell. 3489527806.

testimonianze di Maria Biondi Consigliere IA


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pesso visito il sito dell’Associazione che è stata ed è una parte importante della mia vita. E tutte le volte cerco…. Qualcosa… non so che cosa; certamente non una notizia, ma un legame, un filo, un discorso sospeso, ma non interrotto. Mi rendo conto che ogni volta è come fare due chiacchiere con qualcuno che ha condiviso con me qualcosa di importante ed essenziale e che ha voglia di continuare a parlarne con me. Ed ultimamente, da parecchi mesi a questa parte, mi rendo conto che spesso visito il sito per vedere se c’è ancora quella richiesta, quell’appello che ogni volta mi fa venire la pelle d’oca e le lacrime agli occhi: “CERCHIAMO FAMIGLIE- INDIA. Cerchiamo coppie e famiglie accoglienti...” E ogni volta, con dolore, ma anche con gioia, lo ritrovo. Con dolore, perché il pensiero di bambini che a causa della “loro età” vedono ridurre drasticamente la possibilità di ricevere l’abbraccio della loro mamma e del loro papà, mi fa veramente stare male. Ma anche con gioia, perché penso che ci sono sicuramente mamme e papà che presto potranno abbracciare i loro figli e penso ai figli che presto potranno abbracciare la loro mamma e il loro papà. E penso anche che mi piacerebbe imbarcarmi di nuovo su un aereo per andare dal mio terzo figlio, ma poi penso anche che è meglio restare con i piedi per terra, dato che in aria mi ci fanno già andare le mie due bambine, arrivate da poco più di due anni e “arrivate grandi”.

a proposito di bambini... grandi Ed è questo il punto. Io ho avuto il dono e il privilegio di due figlie e di due figlie “grandi”! Quando siamo andati a prenderle in India avevano compiuto da non molto 10 e 7 anni: certamente non erano bambine piccole! Erano persone formate, con i propri gusti, le proprie abitudini, le proprie attitudini e questo mi faceva paura, non lo nascondo. Ma proprio perché erano “grandi” è stato bello potersi mettere subito in relazione con loro. Poter parlare, capire, discutere, soffrire, piangere, ridere, giocare… senza paura, perché loro non ci hanno mai fatto temere nulla! E credo che questa sia la grandissima risorsa di questi “bambini grandi”: ci sanno aiutare. Sono loro che ci accompagnano, che ci indicano la strada, che non ci lasciano soli nei momenti in cui ci sembra di non capire nulla. Vorrei gridare a tutti i papà e a tutte le mamme di non avere paura. Non ci sono bambini grandi e bambini piccoli. Ci sono solo BAMBINI che non desiderano altro che essere amati e potere amare. E per ognuno, indipendentemente dall’età, inizierà una storia d’amore nuova, con tutti i passaggi e i tempi propri della vita di ogni bambino appena nato. Perché un bambino adottato nasce con noi, e con noi costruisce la nuova famiglia che lo accoglie. Ed è una famiglia fatta già di ricordi, ma anche di futuro; fatta di precedenti storie raccontate, ma anche di progetti nuovi: non è una contraddizione, è la specialità del nostro essere genitori e del loro essere figli. Certo, non nego che in alcuni momenti sento la mancanza di quel periodo della vita delle mie figlie in cui non ci sono stata. Mi sarebbe piaciuto vedere come erano appena nate, da piccole, mentre cominciavano a crescere, come giocavano, come piangevano… ma poi è bello immaginarlo, ed immaginarlo anche con loro, perché loro sono bambini davvero speciali e noi genitori speciali!!! Lo credo, ne sono convinta, e tutti ne dobbiamo essere consapevoli. Beatrice Belli


namaste I

l termine “piede torto congenito” (PTC) comprende un gruppo di malformazioni del piede di entità variabile, già presente alla nascita, che hanno come caratteristica comune una deviazione degli assi anatomici con conseguente modificazione dei normali punti di appoggio ed alterazione della funzione. E’ importante distinguere il piede torto idiopatico, non associato a cause specifiche, da quello secondario, legato ad eventi patologici, quali artrogriposi, distrofie muscolari congenite, spina bifida, ecc. Il piede torto idiopatico costituisce la grande maggioranza dei casi, e colpisce 1,24 soggetti su 1000 nati. Il piede torto presenta una incidenza maggiore nei maschi rispetto alle femmine (rapporto 3:1); il 50% dei casi è bilaterale e si può presentare come deformità isolata o associata ad altre anomalie dell’apparato locomotore, come torcicollo miogeno, lussazione congenita di ginocchio, displasia d’anca, della quale ne rappresenta spesso l’elemento spia. L’anomalia ha tendenza a recidivare sino all’età di 5-7 anni. Le cause del piede torto non sono del tutto note, ma è plausibile una eziopatogenesi multifattoriale: • Ipotesi meccanica: è la causa più frequente di piede torto e prevede la possibilità che svariate condizioni uterine (briglie amniotiche, oligoidramnios, cordone ombelicale, neoplasie uterine, ecc.) o fetali (microsomia, parti gemellari, ecc.), possano aver determinato un alterato rapporto tra contenente (utero) e contenuto (feto) impedendo una corretta derotazione del piede che fisiologicamente prima della 12^ settimana passa per una fase di deformazione in varo-equino. In questi casi è più opportuno parlare di mal posizione che di malformazione congenita e la prognosi è sicuramente migliore. • il PTC come il risultato di un arresto dello sviluppo del piede che rimane nell’atteggiamento proprio del periodo precoce dello sviluppo embrionale (7^-8^ settimana). • Ipotesi neuromuscolare: tale teoria si basa sulla

sanità

MariaGrazia Lunardelli Fisioterapista de “La Nostra Famiglia” Centro di Riabilitazione per l’età evolutiva di San Donà di Piave (VE)

il piede torto congenito frequente presenza di piede torto nelle sindromi paralitiche, nella spina bifida, nell’artrogriposi, e quindi che la posizione viziata del piede derivi da un disturbo neurologico periferico o centrale, determinando uno squilibrio muscolare e rigidità articolare. • Ipotesi genetica: si riferisce al fatto che il PTC presenta una certa familiarità e si accompagna a varie sindromi ereditarie. Si ritiene comunque legato a ereditarietà di tipo poligenico e a cause multifattoriali. • Ipotesi vascolare: questa teoria ritiene che un difetto nella vascolarizzazione della loggia anteriore della gamba e del piede possa essere causa di differente trofismo muscolare e quindi di squilibrio con effetto deformante del piede, inoltre durante lo sviluppo si può formare un’area di fibrosi ischemica sul versante mediale del piede che induce così la deformità. Da alcuni studi è risultato che nel piede viene colpito solamente l’astragalo che è irrorato maggiormente dall’arteria pedidia dorsale.


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LA DIAGNOSI: clinicamente la deformità è riconoscibile già dalla nascita. Inizialmente le alterazioni sono a carico dei tessuti molli (tenditi, capsule, legamenti), solo successivamente, con il persistere dell’alterazione dei normali rapporti degli abbozzi cartilaginei del piede e in assenza di una adeguata terapia, si verifica il coinvolgimento del tessuto osseo con conseguente anomalo appoggio del piede, danno funzionale alle strutture anatomiche più prossimali (ginocchio, anca, colonna) e turbe della deambulazione. La diagnosi si basa esclusivamente sul quadro clinico, avendo l’esame radiografico, almeno inizialmente, un valore limitato per la presenza di cartilagine che nei primi mesi di vita non si è ancora ossificata. La radiologia convenzionale e la risonanza magnetica, comunque, possono fornire informazioni utili per quanto riguarda la morfologia delle singole ossa, così come l’indagine ecografica per la valutazione dinamica del piede torto. CLASSIFICAZIONE: Piede torto valgo reflesso (5%): è una rara deformità congenita caratterizzata dall’inversione della volta plantare.

la quale il piede si presenta in flessione dorsale e pronazione con retro piede valgo e caduta della volta plantare.

Piede torto equino-cavo-varo-addotto-supinato (75%): questa è la deformità più frequente e consiste nell’atteggiamento del piede che appare contemporaneamente fissato in equinismo, cavismo, varismo, adduzione e supinazione con la faccia plantare che guarda medialmente, quindi l’appoggio al suolo avviene solo con la parte laterale del piede. Possibile inoltre riscontrare retrazione ed ispessimento capsulo-legamentoso dell’articolazione tibio-astragalica e astragalocalcaneare, nonché retrazione dei muscoli posteriori della gamba, in particolare tibiale posteriore e tricipite surale.

Metatarso varo-addotto (10%): il quadro presenta una deviazione mediale dei raggi metatarsali e delle dita.

Piede talo-valgo-pronato (10%): è una deformità per

TRATTAMENTO RIABILITATIVO: Il trattamento almeno inizialmente, è di tipo conservativo, deve essere effettuato precocemente e in maniera intensiva. Esso si basa sull’esecuzione di manipolazioni che hanno l’obiettivo di rendere più elastici i tessuti e riallineare i rapporti osteo-articolari. Tali manovre correttive devono essere eseguite in maniera dolce e graduale per evitare danni ai nuclei di


namaste accrescimento, consentendo nello stesso tempo l’adattamento delle strutture vasculo-nervose alle nuove posizioni. Parallelamente è importante ricercare l’attivazione dei muscoli deficitari (solitamente dorsi flessori ed eversori), adeguando le varie proposte allo sviluppo delle competenze psico-motorie del bambino. Parte integrante al trattamento fisioterapico sono le ortesi, il cui scopo è quello di mantenere la postura corretta del piede dopo la mobilizzazione. Queste possono essere confezionate su misura in materiale termoplastico oppure prefabbricate. In ogni caso sono leggere, facilitano la traspirazione, sono rimovibili, quindi la cute può essere controllata, e di facile gestione anche da parte della famiglia. Nei casi più complessi a volte si ricorre al confezionamento di gessi progressivi.

Altro mezzo di contenimento è costituito dal bendaggio funzionale effettuato con bende adesive e tiranti anelastici. Peculiarità di questa metodica è quella di non bloccare completamente il movimento, ma di guidarne la direzione, effettuando una correzione dinamica attiva; concorre inoltre a prevenire retrazioni legamentose e muscolotendine. Generalmente è ben tollerato dal bambino e può essere indossato con le scarpe migliorandone l’effetto correttivo.

sanità

Nella fase dell’acquisizione della stazione eretta si ricorre all’uso di calzature correttive sostenute alla caviglia con avampiede indifferente, a volte con cuneo pronatore e plantari. Nelle forme più rigide o nelle recidive vi è la necessità talvolta di ricorrere alla chirurgia funzionale. Questa può interessare le parti molli (fasciotomie, allungamenti tendinei o muscolari, trasposizioni tendinee), oppure le parti ossee (osteotomia, ardrodesi). Il trattamento del piede torto congenito ha subito negli anni notevoli miglioramenti. Particolare interesse ed efficacia, risulta avere il metodo del dottor Ponsetti, ortopedico argentino. Tale metodica si avvale oltre che delle manipolazioni, dell’applicazione di gessi progressivi femoro-podalici a ginocchia flesse rinnovati ogni 7-10 giorni. Solo se la deformità in equino non si corregge, si può ricorrere ad una tenotomia percutanea in anestesia locale. Per tutto il periodo del trattamento e fino ai 2-4 anni viene mantenuto un tutore notturno in abduzione e rotazione esterna. Studi condotti a lungo termine hanno dimostrato che i piedi dei bambini trattati con il metodo Ponsetti, son forti, flessibili e non dolenti.

Possiamo quindi affermare che i bambini con piede torto traggono ottimi benefici dal trattamento incruento, raggiungono uno sviluppo psicomotorio pari ai coetanei e possono partecipare con soddisfazione alle attività sportive da loro scelte. La fisioterapia riveste un ruolo fondamentale nell’accompagnare il bambino e la sua famiglia nel percorso di riduzione della deformità, applicando le varie modalità di intervento, adeguandole allo sviluppo delle competenze funzionali e motorie del piccolo paziente e all’evoluzione del quadro clinico.


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l mio desiderio di raggiungere l’India si è concretizzato grazie ad International Adoption. Volevo andarci se possibile non da turista per avvicinarmi ad una vita più vera e osservare i luoghi abitati e vissuti dalle persone. L’occasione, delineata nel lontano anno 2000 in occasione degli incontri tra servizi ed Enti Autorizzati che ci hanno visti insieme a Montecatini e Firenze, si è realizzata nel novembre 2009 grazie alla disponibilità del direttivo di IA ad ammettere nella propria delegazione in partenza per l’India anche un’assistente sociale in veste privata. Da anni mi occupo di adozioni. Come assistente sociale faccio parte dell’equipe adozioni di un consultorio familiare e anche se nel viaggio non volevo indossare questo abito professionale ma un semplice “caftano”, è stato inevitabile confrontarmi con una realtà sociale che rimandava al mio lavoro. Noi operatori dei servizi, rispetto ai paesi d’origine dei bambini generalmente ci rifacciamo alle conoscenze apprese dai libri e alle esperienze raccolte e raccontate dai genitori adottivi, alle loro immagini ed osservazioni inglobate nell’emozione della prima conoscenza con il loro bambino. Ma se riusciamo a viaggiare e a raggiungere quei

suggestioni dall’india luoghi, le specificità culturali e sociali diventano esperienza e ci fanno comprendere quello che nessun libro o racconto può riportare. L’India mi si è così materializzata nelle città di Goa e Bangalore più come un paese emergente che “depresso o in via di sviluppo” e poi nel Kerala e Cochin come una zona lussureggiante, ricca di campagne e acque. Si vive immersi nei colori sgargianti di abiti, edifici, addobbi e ricami, nel frastuono allegro dei mezzi di trasporto e della folla, negli odori di spezie che impregnano l’aria. Si incontrano persone miti ed eleganti che ti guardano con occhi neri e profondi e che usualmente sorridono. Le visite agli Istituti e l’incontro con i bambini sono sempre stati mitigati da questa sovrabbondanza di suggestioni positive: ampi campi e giardini tropicali, edifici e stanze dignitose, personale accogliente e disponibile, bambini allegri e curiosi. Le strutture non risultano sovraffollate e lo stile di accoglienza rimanda alle nostre Case Famiglia: i bambini, piccoli e grandi, vengono presi in braccio, coccolati, accuditi con attenzione. Non hanno giocattoli, ma godono della possibilità di muoversi liberamente nelle sale e anche di strisciare sul pavimento dove tutti, compresi i visitatori, camminano scalzi. Nelle nursery, i piccolissimi sono variamente sistemati nei tanti lettini, con copertine e vestitini tutti diversi, braccialetti e pendagli personalizzati; tante ragazze, anche molto giovani, si occupano di loro e le loro vesti multicolori, mentre li accudiscono, fungono da importante stimolo visivo. Quante di queste immagini colorate, suoni e rumori, amici e tate si porteranno nella nuova famiglia e nel nuovo paese? Negli incontri con i responsabili degli Istituti tutto rimanda all’attenzione per ogni singolo bambino, al desiderio di assicurargli il meglio, all’impegno di agevolare il passaggio con i genitori a lui destinati: gli album di foto e le informazioni vanno e vengono con ogni mezzo umano e telematico dall’India all’Italia e dall’Italia all’India. E abbiamo visto da vicino anche la realizzazione dell’incontro adottivo: partecipando al rito di


namaste consegna di un neonato ad una coppia indiana e osservando il primo incontro di una coppia belga con il proprio figlio, un bambino più grandicello. Nel primo caso, un breve rito religioso, curato dalla suora responsabile dell’istituto, ha siglato il passaggio del neonato vestito a festa dalle braccia dell’assistente che, cullandolo amorevolmente, lo ha accompagnato prima fra le braccia della madre adottiva e poi in quelle della madrina, sotto gli occhi vigili del padre e dei nonni. Nel secondo caso invece, un gruppo di bambini coetanei e le educatrici della piccola comunità hanno accolto i genitori stranieri e l’interprete del loro consolato, finendo poi tutti accovacciati a terra, dove i tre hanno cercato di attirare l’attenzione del

prescelto senza trascurare curiosità o intromissioni degli altri bambini incuriositi dai tanti estranei. Niente di quanto avviene in un istituto va disperso o cancellato: una mamma adottiva del nostro gruppo ha potuto vedere l’intero fascicolo riguardante l’adozione della propria figlia maggiore, avvenuta 10 anni prima, durante la visita all’istituto da cui proveniva. Nelle varie tappe fra un istituto e l’altro mi sono sentita idealmente vicina ai tanti genitori adottivi che compiono questo lungo viaggio per incontrare il proprio bambino: l’incognita che cela ogni porta, il timore di non essere adeguata all’incontro con i bambini che ti guardano incuriositi, l’emozione da trattenere. E infine una conferma: gli istituti non hanno una prevalenza di bambini abbandonati ed adottabili ma si stanno adoperando per elevare le condizioni sanitarie e scolastiche dell’infanzia e i risultati ci sono apparsi tangibili e concreti.

emozioni

di Luisa Menegon Assistente sociale presso il Consultorio Familiare di Tolmezzo (Azienda per i Servizi Sanitari nr 3 Alto Friuli)


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omenica 20 dicembre 2009 si è tenuta nel pomeriggio a Cavriago (RE) una festa organizzata da un gruppo di genitori di bambini nepalesi. L’invito alla festa era rivolto non solo alle famiglie adottive ma anche ad amici, parenti, alle famiglie di Cavriago e comunque a tutti coloro che desideravano partecipare. I preparativi della festa fervevano già da un paio di mesi perché avevamo deciso di allestire anche una pesca e una lotteria di beneficenza e quindi nel tempo libero ci eravamo messi dapprima alla ricerca di donazioni di oggetti che potessero formarne il montepremi e poi, con l’aiuto di famigliari e di amici, abbiamo cercato di far acquistare i relativi biglietti. Il giorno della festa avevamo poi organizzato anche la vendita di caldarroste, vin brulè (solo per gli adulti naturalmente!) e avevamo preparato, con l’aiuto di mamme, nonne e zie, la merenda per tutti gli invitati. Il 20 dicembre però le condizioni climatiche, - 12° di temperatura con abbondanti nevicate il giorno precedente, non ci hanno di certo aiutato e quindi sapevamo che diversi amici delle regioni limitrofe avrebbero dovuto rinunciare, loro malgrado, ad essere presenti. Devo quindi dire che quando domenica mattina di buon’ora, mentre eravamo intenti a predisporre la sala della festa, è arrivata una famiglia di Firenze che, nonostante le intemperie si era messa in viaggio all’alba per offrire il proprio aiuto... ci siamo davvero commossi! Comunque, alla spicciolata, le famiglie del comprensorio emiliano sono fortunatamente arrivate! I bambini hanno avuto la possibilità di divertirsi all’esterno con la neve e all’interno partecipando alla pesca di beneficenza o seguendo un intrattenitore che li ha sapientemente coinvolti in giochi e gag simpatiche. Gli adulti invece, tra un pezzo di panettone e una

Fondo Paolo Ferrari

fetta di torta, si sono allegramente impegnati nelle “partite di chiacchere”. Nel corso del pomeriggio abbiamo proposto agli invitati il giornalino Namaste, il calendario 2010 di International Adoption ed è stato illustrato il progetto della scuola che verrà realizzata in Nepal, nel distretto di Rukkum con le risorse che saranno raccolte dal Fondo Paolo Ferrari. Questa scuola, che dovrebbe consentire l’accesso a 150-180 bambini, una volta ultimata sarà dedicata a Paolo Ferrari. Il giorno della festa, in base ai contatti avuti con i tecnici nepalesi, parlavamo di ristrutturazione della scuola esistente ma successivamente ci siamo resi conto che questo avrebbe significato creare ulteriori disagi ai bambini e agli insegnanti che in qualche modo cercano di fare lezione, perché l’edificio, nonostante le precarie condizioni, viene comunque utilizzato. Ha allora prevalso la decisione di costruire un nuovo edificio scolastico nelle immediate vicinanze di quello esistente; una volta terminata la nuova scuola vedremo come intervenire sulla vecchia. Vi renderemo naturalmente partecipi dello stato di avanzamento lavori. Il ricavato della festa, che è stato davvero molto incoraggiante grazie alla generosità di tutti, presenti ed assenti, è stato devoluto al Fondo P.F. (per la costruzione della scuola) e ad altre iniziative umanitarie sempre in territorio nepalese. La festa è riuscita davvero bene: con soddisfazione Simona, Federica G., Federica T., si uniscono alla sottoscritta in un corale “ Grazie a Tutti!!”. Giuliana Capelli Ferrari


namaste A scuola in fattoria

Riparte il progetto BHOPAL CHILDREN HOUSE. Grazie al finanziamento approvato e sostenuto dalla C.A.I., riapre il cantiere per la realizzazione della seconda fase del progetto A scuola in fattoria (vedi Namaste, agosto 2009). Il progetto è stato avviato il 15 febbraio 2010 e si compirà in un arco temporale di 16 mesi circa. Questo in sintesi il budget del progetto: - contributo pari a 13.878,89 €, a carico di International Adoption: coprirà gli oneri per la costruzione del ricovero degli animali, del deposito materiali e acquisto delle relative attrezzature, del locale adibito a caseificio, ecc... - contributo pari a 64.274,05 € a carico di C.A.I.: coprirà l’acquisto di tutte le attrezzature di sussidiarietà indispensabili; - contributo pari a 700,00 €, a carico dell’Arpan; - contributo pari a 2.000 €, a carico di Time for Africa: trattasi di apporto convertito in servizi reali, prestati per la predisposizione del progetto. A scuola in fattoria è un progetto di formazione professionale a favore dei giovani del comprensorio di Samardha, che forma all’uso sostenibile delle risorse agricole locali e mira a favorire il proseguimento delle attività in forma autonoma, amplificando così i benefici dell’intervento svolto e delle risorse impegnate. Un grazie a Time for Africa per la collaborazione in fase di studio ed elaborazione di questa iniziativa e per la disponibilità dichiarata ad impegnarsi in una reciproca e fattiva collaborazione su attività progettuali in India ed Africa a favore dei più deboli.

Per non dimenticare Haiti A qualche mese dal devastante terremoto che ha sconquassato quella terra già terribilmente provata, i riflettori dei media si stanno via via spegnendo. Per non dimenticare Haiti e gli haitiani, “International Adoption” supporta l’azione di “Rete Radiè Resch”

progetti

che da oltre sedici anni promuove un progetto di scolarizzazione e di formazione sull’isola caraibica. Una suora di nome Dadouè è la referente locale del progetto “don Milani”, è colei che credendo che il vero aiuto, duraturo, sia mettere la gente haitiana nella condizione di migliorare il proprio futuro, ha fortemente voluto creare una rete di scuole, che dall’infanzia fino all’adolescenza, accompagna i giovani haitiani nella loro formazione. Così centinaia di bambini hanno garantita l’alfabetizzazione, così i più tenaci fra essi sono diventati infermieri, elettricisti, periti agrari e insegnanti, anche della stessa scuola che li ha visti crescere. Altri possono percorrere lo stesso percorso se noi, in questo momento di eccezionale gravità, continuiamo a sostenerli. Un bambino non va a scuola per caso, ci va perché la sua famiglia ne comprende la valenza, perché i suoi genitori sono messi nella condizione di poter decidere di fare a meno di quella “piccola” forza-lavoro. Ecco allora che il progetto aiuta anche le famiglie coordinando e sostenendo cooperative contadine e un’associazione a difesa dei diritti delle donne. Apprezzando la genuinità del progetto, alcune realtà scolastiche italiane hanno da anni sposato quest’iniziativa, creando una sorta di gemellaggio solidale tra studenti. I nostri figli hanno così preso coscienza direttamente della sostanziale differenza tra il demandare e il fare in prima persona qualcosa per gli altri. Gli amici di Rete Radiè Resch sono lusingati e grati per questa mano tesa da International Adoption in aiuto della popolazione haitiana.


22/23namast e

Concorso “Il SAD a scuola” La classe quarta C della scuola “Elio de Morpurgo” diTrieste ha partecipato al concorso “Il SAD a scuola” nell’ambito dell’undicesimo Forum Internazionale SAD “Il sostegno a distanza”. Da due anni i bambini aiutano una loro coetanea, Nirmala del Karnataka (India), a studiare in un istituto di suore. Per raccogliere il denaro necessario, organizzano uno spettacolo natalizio e raccolgono le offerte libere del pubblico. Così le maestre hanno pensato di filmare il loro lavoro per partecipare al concorso. In seguito hanno usufruito di due interventi in classe di un’esperta in intercultura, grazie al Centro Servizi del volontariato. Attraverso giochi di ruolo hanno compreso il modo di vivere dei bambini del Sud del mondo e si sono immedesimati in loro. L’effetto creativo che ne è derivato è stata la produzione di disegni simbolici molto originali e testi epistolari indirizzati a Nirmala e a Daiana che li ha seguiti in questo percorso. Venerdì 5 marzo la classe intera si è recata presso l’Auditorium del Palazzo della Regione a Udine, dove sono stati premiati dall’Assessore alla Cultura

genitori in attesa Il periodo dell’attesa è andato sempre più imponendosi come una vera e propria fase del percorso adottivo successivo all’incarico di mandato, come una fase che presenta caratteristiche specifiche rispetto agli altri momenti del progetto adottivo e che va valorizzata proprio a partire da queste specificità. L’attesa non deve più essere rappresentata come un tempo vuoto, da sostenere pazientemente e da riempire, talvolta in modo occasionale o improvvisato, con iniziative di tipo consolatorio piuttosto che formativo o di sostegno; piuttosto essa va definendosi come un passaggio, una zona di transizione, dalle dimensioni inevitabilmente variabili, ma che si presenta come ambiente di ulteriore crescita per le coppie, di prosecuzione per i futuri genitori di un lavoro di arricchimento delle loro risorse

sad Roberto Molinaro che ha consegnato loro il primo premio consistente in 500€ dei quali 300 sono stati consegnati a I.A. per aiutare altri bambini e 200 serviranno all’acquisto di materiale didattico. Maria Biondi

personali e familiari e di un impegno a sostenere l’osservazione consapevole del modo in cui vanno avvicinandosi all’incontro con il figlio. L’attesa, o le diverse attese riconoscendo le diverse esigenze che connotano, diversamente, il periodo che segue il mandato, quello che precede l’abbinamento, quello che prepara all’incontro con il bambino, vanno progettate come momenti di servizio rivolti a soddisfare dei bisogni molto specifici. La partecipazione ai gruppi per genitori in attesa

vita associativa corsi e incontri


namaste è riservata alle coppie che abbiano dato mandato all’ente. La partecipazione può iniziare in qualsiasi momento e proseguire fino alla partenza per il paese straniero. Tutti gli incontri si tengono dalle ore 9.00 alle ore 16.00. Il calendario degli incontri con le relative sedi (Udine, Firenze, Reggio Emilia) è disponibile al sito WWW.internationaladoption.it

corsi post adozione E’ il periodo successivo al rientro in Italia, quello che coincide con la costituzione del nucleo familiare, a rappresentare un ulteriore momento critico nelle analisi compiute ed a richiedere una risposta strutturata e adeguata ai bisogni. Osservando la situazione di molte coppie nel periodo postadottivo, definizione questa molto generica e che abbraccia un tempo sostanzialmente indefinito, si sono potute rilevare molteplici esigenze e vere e proprie emergenze collegate alle diverse fasi nella maturazione del nucleo familiare in costituzione e legate a transizioni importanti, quali l’inserimento scolastico, l’entrata nel periodo adolescenziale dei figli ed il loro assumersi la propria storia come interrogativo e come patrimonio da riscoprire. Sulla base di questi elementi, qui presentati in modo sintetico ma che coinvolgono altre e complesse variabili del processo adottivo, International Adoption ed il suo staff psicosociale ha progettato e programmato una nuova architettura dei suoi servizi di accompagnamento per le coppie e le famiglie, attraverso la quale si è cercato di dare una risposta operativa ai bisogni rilevati. Ai gruppi di attesa proposti nel periodo che precede l’incontro con il bambino, si sono aggiunti gli incontri post-adozione, che interessano le coppie sopratutto nel periodo successivo al rientro in Italia. Questi incontri rappresentano un’importante occasione di confronto per le coppie che affrontano le tappe dell’evoluzione del proprio mondo familiare; la condivisione delle esperienze, la possibilità di comunicare le proprie difficoltà vincendo la sensazione di isolamento e di solitudine, la presenza di un consulente psicologo che facilita il confronto e aiuta nella ricerca di soluzioni adeguate sono gli elementi che rendono il dispositivo del gruppo post-adottivo un ambiente ideale affinché l’accompagnamento sia davvero un percorso fatto insieme lungo tutto il tempo della genitorialità adottiva. Le famiglie adottive possono partecipare agli incontri post adozione con libertà, per tutto il

tempo che ritengono utile alla loro esperienza di coppia e di famiglia. E’ possibile iniziare a partecipare agli incontri in qualsiasi momento dell’anno iscrivendosi attraverso il modulo on line. Possono parteciparvi anche famiglie che hanno concluso l’adozione negli anni passati. La partecipazione ai gruppi è riservata alle famiglie che hanno adottato attraverso International Adoption, ma possono essere valutate (caso per caso) iscrizioni di coppie adottive di altri enti. Il calendario degli incontri con le relative sedi (Udine, Firenze, Reggio Emilia) è disponibile al sito www.internationaladoption.it

Ti invitiamo a inviare materiale, documenti, immagini, articoli sulle tue esperienze, foto e disegni dei tuoi bambini o altro ancora, attraverso il modulo appositamente predisposto che trovi nel sito www.internationaladoption.it


24/25namast e

bomboniere solidali Siamo un gruppo di famiglie reggiane e negli anni scorsi, tramite International Adoption, abbiamo adottato i nostri figli in Nepal. Tutti noi eravamo consapevoli che il nostro impegno sarebbe andato oltre l’adozione, e avremmo certamente voluto impegnarci a sostenere la struttura – molto carente e bisognosa – dalla quale provengono i nostri figli. Da questo intento comune, sono nate parecchie iniziative da molte famiglie di tutto il nord Italia, tutte molto ben riuscite e che ci hanno permesso di raccogliere fondi per il Progetto Dhapasi. Ora il nuovo anno ci ha portato nuove idee; tra queste, la produzione di bomboniere solidali; l’intento è quello di far produrre il materiale presso il DCCW Orthopedic Centre di Delhi che ospita ragazzi con problemi motori che già producono manufatti come terapia occupazionale. Per ora siamo ancora alla fase iniziale, con la selezione dei modelli e dei materiali; siamo comunque già in grado di produrre bomboniere con materiale reperito localmente e molto presto potremo mostrare i primi esemplari attraverso il sito di International Adoption. Ognuno di noi ha un’attività lavorativa ben diversa dalla produzione di bomboniere… siamo però assistiti dalla nostra migliore volontà e, soprattutto, dall’aiuto fondamentale della nostra cara amica Monica, vera esperta nella confezione di manufatti di questo genere. Sarà anche possibile effettuare consegne del materiale a domicilio, tramite corriere. Siamo certi che questa attività “manufatturiera” potrà continuare anche nei prossimi anni, sempre più specializzata nelle varie tipologie di prodotto. Famiglie Carretti, Superchi e Iori

FESTA DI PRIMAVERA 2010 Il 23 maggio 2010 al Villaggio Scout “Aldo Braida” - Cuel del Nibli di Cavazzo Carnico (UD) si terrà la tradizionale festa di primavera di International Adoption. Passeremo insieme una giornata a base di divertimento, chiacchiere e buona cucina!!! Per informazioni più precise, consultate il nostro sito internet e se volete sbirciare il villaggio che ci ospiterà, andate alla pagina web www.cormons.org/cesclans Vi aspettiamo numerosi!

la festa di Natale a Firenze Può una cena o una festa essere un’occasione di ritrovo per tanti bambini? Noi pensiamo di si!!! Inoltre è anche un modo per noi genitori per incontrare gli amici con cui abbiamo condiviso una parte del cammino (incontri in tribunale, corsi, attese), per scambiarci esperienze e vissuti, per darci piccoli consigli o semplicemente per conoscere nuove coppie in attesa che ci chiedono informazioni sugli istituti… e vedere i loro occhi pieni di emozione quando guardano i nostri bambini. La cosa più bella è vedere la felicità dei bambini quando sono tutti insieme ed ora poi, che di bambini ce ne sono tanti, l’allegria e il divertimento sono assicurati. I più grandi cercano gli amici con cui hanno vissuto in istituto, si abbracciano, giocano e si rincorrono; i più piccoli naturalmente non hanno ricordi come i grandi ma sono ugualmente felici nell’incontrare gli amichetti lontani e… volete mettere che confusione fa un gruppetto di piccole pesti di 3–4 anni? Il caos è immenso!!!!!!!!! Così per la loro e la nostra gioia, il 6 Dicembre 2009 abbiamo organizzato la Festa di Natale! Come è stato bello colorare tutti insieme gli addobbi per l’albero e correre con in testa il


namaste festa con pranzo indiano

cappello di Babbo Natale con tutte le lucine che brillavano. Ma il momento più magico è stato l’arrivo di BABBO NATALE! Francesco, genitore in attesa, è stato fantastico: ha ascoltato i desideri di tutti e poi ha distribuito un dono ad ogni bambino. Naturalmente i più grandi erano un po’ scettici, commentavano che non era vero; i più piccoli avevano gli occhi spalancati e quasi non parlavano dall’emozione, qualcuno piangeva per la paura. E le nostre pesti di 4 anni? Una commentava: “mamma, ma non è Babbo Natale vero perché la barba ha l’elastico”, per poi correre subito a chiedergli un altro regalo sotto l’albero: “mi porti il vestito da principessa?!!”, e l’altra diceva: “ma allora Babbo Natale non fa paura, porta i regali!!!!” e con gli occhi pieni di felicità scartava subito il suo regalo… Che impresa poi fare la foto di tutti i bimbi insieme con Babbo Natale: chi correva da una parte, chi dall’altra… però alla fine ci siamo riusciti!!! É veramente difficile salutarsi dopo cena, sarà un caso ma nessun bambino ha sonno.

È comunque un arrivederci alla prossima festa e qualcuno vorrebbe subito fissare un'altra data ma ci sentiamo via e-mail sujita@Katamail. com e grazie a tutti gli amici fiorentini, anzi toscani (visto il numero di coppie che partecipa sempre dalla provincia di Grosseto) e a chi deve tornare a Milano. Un abbraccio a tutti. Barbara e Valeria di Firenze

vita associativa di Paola Donadonibus e Rosanna Giolo

Domenica 29 novembre 2009, le porte della Casa degli Alpini di San Vito al Tagliamento (PN) si sono spalancate per accogliere quasi 200 persone al grande pranzo indiano organizzato da International Adoption. L’iniziativa aveva l’obiettivo di sensibilizzare e raccogliere fondi da destinare alla Short Stay Home, un centro in cui cento ragazze di Chatna, nel West Bengala (India), potranno frequentare un corso di avviamento al ricamo, al cucito e alla produzione di piatti in foglia di sal. In cucina, sotto la guida del cuoco Siby, alcuni amici indiani hanno prestato la loro abilità culinaria nella realizzazione di piatti tipici della loro tradizione gastronomica. A chi preferiva un menù meno speziato, è stata data la possibilità di scegliere pietanze tutte italiane. Ai dolci hanno pensato, invece, i commensali: ogni famiglia è arrivata con il proprio vassoio di leccornie! Hanno contribuito all’ottima riuscita dell’iniziativa il MASCI (adulti Scout) di Cordovado (PN), i ragazzi del Noviziato e del Clan del gruppo Scout GUADO 1 di Cordovado, il gruppo famiglie adottive “Girotondo Colorato” di San Martino di Campagna (PN) e l’Associazione “Il Noce” di Casarsa della Delizia (PN).

Progetto Short Stay Home, Chatna- Calcutta Attraverso il pranzo indiano e altre donazioni, sono stati raccolti Euro 3.390 dei 4.500 necessari per far frequentare a 100 giovani adolescenti un corso professionale della durata di un anno che consentirà loro di rendersi indipendenti (vedi Namaste, dicembre 2009). Per chi volesse contribuire al completamento del progetto:

Conto corrente BANCA ANTONVENETA IT 63 I 05040 12302 00000 1082809 Progetto: Short Stay Home Chatna


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E’ solo questione di tempo: prima o poi arriva il giorno in cui i nostri piccoli figli domandano “mamma, papà, ma com’è l’India?” Il libro racconta i mille volti della nazione: natura e clima, religione e arte, storia e vita quotidiana, con descrizioni semplici ma non riduttive della complessità Indiana. Un libro che educa a stare alla larga dai luoghi comuni. Illustrato con fotografie, cartine e dipinti all’acquerello, ha meritato il “premio Andersen - Il mondo dell’infanzia 2008” come migliore libro di divulgazione per bambini. Dagli 8 anni.

JOSNY VIENE DALL’INDIA TOFFETTI MARIA / Ed. Messaggero

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INDIA BAREAU SYLVIETTE; BOUVAREL CRESCENCE; PILET CAMILLE Ed. EDT-Giralangolo (collana Paesi e popoli del mondo)

L’inizio della scuola elementare non e’ facile per Josny, che è stata adottata, perché la maestra non è per niente affettuosa e le compagne la prendono in giro. Per fortuna ci sono mamma e papà che insieme alla nonna viaggiatrice e l’amichetto del cuore riescono a farle superare ogni difficoltà con coraggio e umorismo. Dai 6 anni.

INDIA FOLCO QUILICI / Ed. Mondadori - Collana: Bestseller / Oscar

L’India è il più difficile argomento su cui scrivere, la più insidiosa giungla di luoghi comuni. Perchè? Perchè in India non c’è un passato remoto testimoniato da vestigia archeologiche e monumentali, non c’è un presente unico, non c’è un futuro immaginato come gioco di fantascienza. In India l’età della pietra e del bronzo, il medioevo, il presente occidentale (o no) e il futuro digitale sono tutti contemporaneamente sui volti e nelle vite dei cittadini di questa nazione. Folco Quilici, seguendo la tradizione del meglio dell’orientalismo italiano (Tucci, Maraini, Pinelli) racconta meravigliosamente l’India in cui tutti i tempi sono al presente.

COME FIGLIO VITTORIA MAIOLI SANESE / Ed. Marietti / Collana L’eco

Dopo “Ho sete, per piacere” e “Perché ti amo”, dedicati al rapporto genitoriale e coniugale, Vittoria Maioli Sanese propone ai lettori le riflessioni sgorgate dall’esperienza trentennale di relazione e di aiuto ai genitori che hanno scelto l´adozione e/o l´affido come espressione della loro fecondità di coppia: questo libro non si propone di essere un manuale teorico, né un insieme di istruzioni, ma è sicuramente una “compagnia all’esperienza”, e in questa ricerca l’autrice ci guida con grande passione e commozione, con la capacità che le è propria.

UN FIGLIO VENUTO DA LONTANO GUIDO CATTABENI / Ed. San Paolo

Un breve e intenso saggio che si propone di aiutare i futuri genitori nelle difficoltà pratiche dell’adozione. Oltre a dare qualche spunto pratico in tal senso, è una specie di viaggio sulle motivazioni che spingono una coppia a tale gesto e un viaggio nelle storie di bambini abbandonati che ritrovano una famiglia. Storie commoventi e terribili, che straziano il cuore e la mente.

GLI INDIANI SUDHIR KAKAR - KATHARINA KAKAR/ Ed. Neri Pozza

Un numero quasi incalcolabile di esseri umani: induisti, musulmani, sikh, cristiani, giainisti, 14 idiomi principali, un rigido sistema di caste: così erano e sono tuttora gli indiani. Si può ipotizzare l’esistenza di tratti comuni in una popolazione così fatta? Sì. Per gli autori Sudhir e Katharina Kakar lo «spirito dell’India» è generato da una sovrastante civiltà indiana, che presenta degli


namaste elementi chiave: una concezione dei rapporti derivante dall’istituzione della famiglia allargata; una visione profondamente gerarchica delle relazioni sociali influenzata dall’istituzione delle caste; un’immagine del corpo umano e dei processi fisiologici basata sul sistema medico dell’Ayurveda. Il libro, chiaro e scorrevole, spiega come gli indiani vedano se stessi, come noi li vediamo e come loro vedono noi. Se non è proprio un “manuale ad uso dell’Occidentale”, è un libro indispensabile per comprendere gli uomini e le donne indiane.

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI FIDUCIA. IL METODO MONTESSORI OGGI PER CRESCERE FIGLI FELICI. SELDIN TIM / Ed. Fabbri

“Non tutti gli insegnanti sono genitori, ma tutti i genitori sono insegnanti!” Questo il pensiero che sta alla base del metodo di Maria Montessori, studiato e collaudato dalla prima donna medico italiana oltre cent’anni fa ma perfettamente attuale. Il libro espone un programma educativo, ricco di attività e giochi a misura di bambino, pensato come una persona sempre completa in rapporto alla sua età e non incompleta perché raffrontata con gli adulti. La grande morale è che bisogna dare fiducia ai nostri figli, credere in loro e di riflesso loro crederanno in se stessi, acquisendo la giusta maturità per affrontare la vita.

LA TENTAZIONE DELL’OCCIDENTE PANKAJ MISHRA / Ed. Guanda - Collana Biblioteca della Fenice

Occidente è segno di modernità? O si può essere moderni e orientali (o meglio non-occidentali) allo stesso tempo? Sì, si può. Da duecento anni il Giappone lo è. Come ci riuscirà la più grande democrazia del mondo? L’autore se lo domanda e ci dà molte risposte possibili a partire dal più improbabile e intelligente dei confronti: l’India di oggi a confronto con “L’educazione sentimentale” di Flaubert. Perchè entrambi i racconti sono storie di una borghesia in formazione, di disillusione, di persuasione raccontate con humor sottile.

FILM WATER Regia:Deepa Mehta / Genere: Drammatico / Attori Lisa Ray, Seema Biswas, John Abraham

Chuya ha solo otto anni, viene allontanata dalla famiglia e trasferita in una casa per vedove indù. Siamo in India, 1938.Tra veglie e preghiere, la ragazzina porterà una ventata di freschezza che contagerà Kalyani, giovane vedova innamorata di un fervente idealista sostenitore di Gandhi. Il tema trattato dalla regista è la condizione della donna e in particolare delle vedove, una condizione di disagio che ancora oggi contagia migliaia di donne costrette alla ferrea osservanza delle pratiche religiose.

visti per voi

di Tiziana Tesolat


namaste

Non vogliamo che la festa si esaurisca in un solo giorno, ma ci sforziamo perché sia unita a tutti gli altri giorni. Ci raduniamo ogni mattina, pur fra tante distrazioni e miserie, per percepire almeno una volta, all’inizio del giorno, la ricchezza della festa quotidiana della terra. Ogni giorno, quando l’aurora si alza con la lampada in mano e si ferma a oriente, noi, in silenzio, vogliamo arrivare a sentire che quello è un giorno glorioso, magnifico. La miseria della nostra vita non è riuscita neppure ad appannarlo: il giorno rinasce di continuo, sempre nuovo, brillante, portatore di eterni miracoli. Che neppure una piccola goccia di ambrosia cada dal suo vassoio e vada perduta! 1908, Santiniketon (Casa della pace)

Tagore


Namaste-05-2010