Issuu on Google+

di Galliano Moreale e altri


Dedicato a Flora e alla memoria di Bertolini Giampiero e Milocco Bruno


Indice Cap. I - La lettera...............................................................................7 Cap. II - Al parco.............................................................................11 Cap. III - Sostantivi con ghiaccio.......................................................15 Cap. IV - Alshari...............................................................................19 Cap. V - Irene..................................................................................21 Cap. VI - Onde................................................................................25 Cap. VII - Giunto adamantino...........................................................27 Cap. VIII - Pope...............................................................................31 Cap. IX - Mowgli..............................................................................35 Cap. X - Bose.................................................................................39 Cap. XI - Pecunia............................................................................43 Cap. XII - La cartolina.......................................................................47 Cap. XIII - La clessidra.....................................................................51 Cap. XIV - Mailoch...........................................................................55 Cap. XV - Danelight.........................................................................59 Cap. XVI - Puertas/parpados............................................................63 Cap. XVII - Sfide e lame...................................................................67 Cap. XVIII - La lettera.......................................................................71 Saggio - Denaro e morte.................................................................75


Capitolo I

La lettera

La lettera era nella cassetta della posta, una mattina di primavera, assieme alla bolletta della compagnia elettrica ed alla pubblicità del nuovo supermarket. La busta non era di quelle da corrispondenza commerciale. L’aprii frettolosamente, quasi pensando ad un errore, un dono inatteso; all’interno un solo foglio, anch’esso redatto su carta da lettera. Lessi: Io, che sono molto più intelligente di te, ho deciso di andarmene. Io, che sono molto più intelligente di voi, ho deciso di andarmene. Lo farò come ho sempre fatto le cose che ho deciso di fare, quando ne ho avuto una possibilità non drasticamente contrastata. Io ho un carattere che negli anni s’è indurito, fatto scorbutico. Non so dire di preciso quando questo abbia avuto inizio. Ero un bambino solo. Sono cresciuto difendendo le mie difficoltà, provando a credermi. Non ho avuto amore. Ho avuto silenzio, umido silenzio. Ore calde e sole. Ore all’ombra. Ore guancia sulla pietra della chiesa. Pietra scura, intima, amica. Liscia e amica. Silenziosa. Ricorda la fatica e la fatica è energia passata. Raccolta e racchiusa e distillata. Fatica statica, stanca. Non un alito di vento, un cane abbaia nell’abbagliante luglio degli anni sessanta.

Questo lo lessi d’un fiato sulla soglia. L’aria fuori era pungente anche se aveva piovuto durante la notte. Chiusi la porta e, sempre leggendo, mi diressi ciabattando in cucina. 7


Ed è così che io, che sono molto più intelligente di te, ho deciso di andare, di andare via da questo mondo: alzi lo sguardo, un velo lattiginoso avvolge lo specchio dell’anima frastornata e fors’anche stanca e non capisci. Perché questo è il tuo mondo, questo il tuo limite, confine, orizzonte, balcone sul baratro. Il fatto è che in ogni caso la decisione è questa e le persone amiche un po’ ne soffriranno, ma è normale, da noi, ne siamo dispiaciuti sinceramente, come inverno secco in gola, in modo contenuto, mentre per voi sembra sia sempre come un meteorite piovuto dal cielo, un mostro che sprofonda dalle viscere, non una situazione ripetitiva e, infine, normale nella quotidianità della lotta al bilanciamento delle presenze, grazie alle assenze.

L’acqua ribollente nella caffettiera aveva vinto la quotidiana tenzone risalendo, satura di aroma, il sifone. Me ne andrò, così ho deciso, anche per via del tuo amore, non a causa del tuo amore. Sai che io non uso i termini a caso. Non ti accuso, oppure sì, ma solo di insensibilità e indifferenza, che non sono poi grandi difetti in una persona bella e ben definita, affabile e pulita come tutti ti considerano ed io ti vedo. Non è la delusione ch’io ho patito, sono troppo intelligente e orgoglioso: uno per averla patita, due per ammetterlo; non sono i tradimenti che ho subito che mi hanno condotto a questa decisione. Ma non è certo per questo che ho deciso che è l’ora che si vada.

Deposi la tazzina. Agguantai la mela. I motivi, come tu che mi conosci bene sai, sono molteplici: non è certo in discussione il tuo affetto, seppure su quest’argomento avrei molte osservazioni da fare...

Il morso alla mela rimase inespresso, a metà, come la frase.

8


9


10


Capitolo II

Al parco

Piegai con cura il foglio che avevo appena riletto, tastandone con voluttà la grana non comune. Carta da lettera - pensai - e che carta! Strano che se ne usi ancora, da tanto non ne vedevo attorno. Indugiai ancora, stando sulla panchina solia, con la lettera tra le mani, sbirciandola in tralice, come a cercare una chiave di lettura rimasta incagliata tra le righe. Estrassi dalla tasca del cappotto la busta sbrecciata e vi reinfilai il foglio. Una goccia di sudore, che aveva rapida attraversato l’ampia fronte per giungere sino al confine del naso affusolato, si staccò, andando a stampare un’impronta, frastagliata e scura, accanto al francobollo, sbavando leggermente l’inchiostro laddove terminava l’indirizzo. L’indirizzo è giusto - pensai - ma che senso ha che venga indirizzata a me questa lettera di rimpianti e considerazioni su vite altrui che non mi appartengono, che non conosco né riconosco. Non è neppure firmata e d’altra parte non potrei indicare alcuno dei miei conoscenti così tronfio, arrogante, pieno di sé, borioso da definirsi l’Intelligente. Mi alzai lentamente, con indolenza. La panchina era ancora all’ombra delle fronde del faggio rosso ed i raggi del timido sole di maggio ravvivavano appena i colori circostanti. L’acqua del laghetto era increspata da una lieve brezza, come si conviene. L’aria era tersa e s’udiva ogni rumore, così il ciclico rigurgito della metropolitana, così il lieve gorgoglio della ghiaia mossa dalle scarpe dei passeggiatori. Le vesti indossate eran forse troppo pesanti, la giornata s’era volta al bello improvvisamente, contro ogni logica aspettativa; m’accorsi di sudare e quindi decisi di spogliarmi un po’. “Anche se l’indirizzo è giusto”, mormorai, “non ho nulla a che fare con questi 11


sentimenti. Eppoi di chi parla, l’autore, quando dice voi siete così e noi siamo colà, a chi si riferisce? Forse uno scherzo. Uno studente. O forse quel tizio che incontrava al supermercato. Aspetta aspetta, è vero. Quello che faceva discorsi a voce un po’ alta, strani, particolari, anche inaccettabili per alcune cose che ricordavo di avergli sentito dire. Però un tipo interessante. Ma perché mai avrebbe dovuto lasciare questa specie di pièce teatrale ad un aiuto regista come me? Da una specie di improvvisato autore ad una specie di apprendista della regia? Come in un’equazione, via via che cadevano le incognite si appalesava più prossimo il risultato”. Passai una mano sulle palpebre, schermandole dai raggi del sole declinante e decisi per un caffè, caldo e fumante, sotto una cascata di glicine, al chiosco del parco. Affrettai il passo cercando di non perdere l’approdo, l’aggancio mentale. Raggiunto il banco in legno di pino, tinto di verde e riverniciato di fresco, cambiai idea e ordinai un’aranciata. Estrassi nuovamente, sgualcendola nel movimento, la busta dalla tasca e la rimirai. Busta per carta da lettera stampata al computer, stampante a getto d’inchiostro. Il nuovo e il vecchio. Il gusto per le cose di valore (la carta da lettera così fine) e la tecnologia (la stampante a sputo d’inchiostro, come la chiamavo). “Non è più giovane, chi ha scritto”, sentenziai. “Potrebbe avere un’ età simile alla mia”, mi trovai ad esclamare, guardando il fondo di vetro. Ma in quel momento, mentre stavo appannando l’interno del bicchiere d’aranciata, entrò.

12


13


14


Capitolo III

Sostantivi con ghiaccio

Sentii un lieve sobbalzo al petto, come se qualcuno avesse letto in piazza i miei diari. Possibile? Poco fa pensavo a lui ed ora lui era lì. Lo guardai direttamente, la distanza dalla mia postazione all’ingresso consentiva uno sguardo senza bisogno di fraintendimenti. Era bardato anch’egli in un cappotto, non più nuovo, annotai. Poi una semplice maglia di lana e pantaloni di tela nera, però civettuole scarpe italiane. Un libro, due giornali ed il necessario per la pipa sottobraccio. Portava anche folti capelli neri, lieve brizzolatura, andatura dinoccolata: ciondolava camminando, pendendo da una parte, la destra, con una spalla rialzata rispetto all’asse corporeo, come se avesse vissuto su un asse inclinato dai marosi oppure avesse posseduto una Mercedes, auto che induce il guidatore a comode ma innaturali posture. Ordinò qualcosa e se lo fece somministrare in un basso bicchiere ricolmo di ghiaccio, poi si voltò, scrutò rapidamente il locale e si diresse verso di me, guardandomi e sorridendo al contempo. “E’ libero?” chiese, indicando la panca spalancata di fronte il bicchiere d’aranciata oramai vuoto. “Lei permette?” replicò, prima ancora ch’avessi il tempo di rispondere alla prima domanda. Accennai un sì ed all’improvviso mi venne la folgorazione di nascondere la lettera che tenevo bella dispiegata sul tavolo. Non osai farlo. Così lui si sedette, lentamente. Posò le sue cose ed infine anche lo sguardo sul foglio, che parve tremare. “Non vorrei procurarle disturbo”, esordì e sorrise ancora, “ma non c’è altro posto libero”, si giustificò. “Le da fastidio se fumo?” Scossi il capo e, vedendo che non dava peso al foglio, feci per riporlo. Allora lui se n’accorse o diede ad intendere di essersene accorto. “Ah, l’ha ricevuta 15


anche lei?” chiese, porgendo con una certa gentilezza una domanda affermativa. “Non capisco”, risposi a fatica. La gola era arsa. Le parole non uscivano. “La lettera”, disse e l’indicò impugnando la pipa ancora scarica. “Ne ho ricevuta una simile alla sua anch’io, proprio oggi. Lei che ne pensa? Una trovata pubblicitaria. Un pazzo?” “Non saprei”, balbettai, “la sua cosa dice?”. Appoggiò la schiena alla panca, premette il tabacco col pollice nel camino, accese la pipa e aspirando lente volute di denso&aromatico fumo sollevò un sopraciglio dicendo: “Parla di due che si amano e si sono persi a Siena, dentro una piccola città”. Non era come la mia! Mi sollevai meglio sul sedile. “Non è come la mia”, strepitai con voce alta e strozzata, provando un ingenuo sollievo. “Però i caratteri e la carta sono identici”, rispose, succhiando rumorosamente l’aria, che attraversò la rossa brace crepitando lievemente. Tutto ad un tratto i suoi occhi scuri mi si fecero addosso assieme alla sua mano protesa. Captai le sue parole a fatica. Forse m’infastidiva il fumo e l’aroma più di quanto supponessi. Percepii il cognome, Alshari, ma solo alcune consonanti del nome, poi come nebbia che si dirada, anche l’udito si schiarì e lo sentii dire “...sono pugliese, capisce...una provincia dell’Italia...sono nato a Taranto, Magna Grecia, perla turchese del Mar Ionio, ma i miei genitori sono, erano, magrebini, sono un itaglianomagrebino”, risero forte i suoi denti corrosi dal tabacco. Strinsi in risposta con poca energia la sua mano e declinai, per consuetudine di cortesia, il mio nome proprio, ma non fornii nessun’altra informazione. Mi sentii infantilmente in vantaggio da ciò. La sensazione favorevole durò poco. Dalla tasca dell’abito dell’ospite provenne un’insistente melodia metallica. Lui si alzò, disse ad alta voce “Sì...ciao...subito?” ed intanto con un solo rapido gesto raccolse le sue cose, si congedò con un cenno del capo e, sempre parlando nel suo piccolo telefono, lasciò il locale. Per qualche istante ovunque regnò il silenzio, anche interiore. Ordinai un’ulteriore aranciata. Quando il cameriere mi servì notai che era un giovane studente arabo, volenteroso e con molti sfoghi di acne, ed allora mi feci audace e gli chiesi, in nome di una confidenza certamente inesistente, cosa avesse consumato il mio occasionale compagno d’aranciata. Se fosse un amaro, o un digestivo piuttosto che un liquore. M’illudevo di poter capire, carpire, delle considerazioni da dettagli così banali. Ricordavo bene a riguardo le lezioni dell’antico professore dell’Università di Venice, il caro Bertolin Giampiero, pace all’anima 16


sua. Il giovane cameriere parve stupito e sorpreso all’insieme, stranito, dall’insolita richiesta. “Ordina sempre Averna”, rispose infine, “afferma che sia un sostantivo ma non so cosa intenda dire. Ogni cliente ha la propria fissazione. Io lascio fare. Se il ghiaccio nel bicchiere, basso of course, è abbondante a volte ci scappa la mancia”. Non aggiunse altro, ma si capì all’istante che servire aranciate non fosse cosa così ambita da giovani, acnosi camerieri. Provai a sintetizzare. Dunque il caro Alshari è un tipo che beve dei sostantivi, tipo quell’Averna, e dev’essere un frequentatore abituale del chiosco. Un ricercatore o uno scienziato? Una spia, un avventuriero alla Indiana Jones? Uno scrittore in esilio? Un marinaio? Però non è lui l’autore della lettera, dal momento che anche lui ne ha ricevuta una come la mia; e così pensando mi frugai in una tasca, poi nell’altra, quindi guardai sotto il tavolo con ansia crescente. La lettera non c’era. L’aveva presa lui! Bevvi un sorso. Un altro. Finii il bicchiere. Alzai il braccio e richiamai il cameriere. “Portami un sostantivo con ghiaccio!”. Se non è stato lui a scriverla, allora perché?

17


18


Capitolo IV

Alshari

Alshari salì sulla vecchia Mercedes SW parcheggiata al parco e si diresse lentamente (faceva tutto lentamente diceva sempre Aflor, la sua povera seconda moglie, Iddio la conservi) verso gli uffici della Compagnia. Aveva gettato i giornali e la busta della pipa sul sedile e non si accorse subito della lettera. Quando si fermò e schiacciò a fondo, col piede, il freno a mano, sicché tenesse testa alla gravità insistente sull’auto, in pericoloso ed audace stallo sulla collinetta sovrastante gli uffici della Compagnia, solo allora notò la lettera che scivolava dal sedile. La raccolse con meraviglia e la ripose tra le sue cose con l’intento di leggerla con più calma, tanto ne avrebbe avuto di tempo. Nuovamente il mare. Sulla sua tavola a bilanciarne la forza, con l’equilibrio che mangia i muscoli e la salsedine che brucia i tendini. Alshari raccolse i bagagli già preparati con cura, li caricò con memore gesto affettuoso sulle spalle e si diresse all’imbarco. Incrociò il Nostromo, un barcollante tedesco, tale Holorich Loris, detto Wondermensch e gli chiese la destinazione. “Toscana/Italy”, rispose quello, poco loquacemente. La barca sbuffando bianco e caldo vapore invitava a bordo i marinai ritardatari. Fu così che presso l’alba, in uno strepitio di gabbiani, la BeatrixB lasciò languidamente gli ormeggi e si diresse al largo: la bussola ed anche le stelle, interrogate a riguardo, indicavano SUD/SUD EST. 19


20


Capitolo V

Irene

contributo di Carmen

Poteva anche sembrare facile, ma non era così automatico ricordare l’esatta ubicazione dell’appartamento della figlia. Una piccola porzione di mq in vetro&cemento, che qualche sciagurato architetto, figlio del vento più ammorbato del ’68, aveva progettato e che qualche sciagurata amministrazione di centro sinistra e/o centrodestra, non ricordava bene ma era uguale, aveva approvato, convivendo con qualche organizzazione para criminale del settore edile. Il risultato era un arredo urbano grigio cemento, alluminio anodizzato, piante stinte. Dopo un po’ che girava tra basse siepi & lumi & barbecue & piscine per bambini in plastica (mai visti bambini in plastica) individuò il 102 e vi si diresse. La chiave che girava agevolmente nella toppa l’indusse a ritenere che l’appartamento fosse quello giusto. Anche il miagolio che proveniva dall’interno lo faceva pensare. “Due indizi sono una prova”, disse tra sé, ripetendo un vecchio adagio tvpoliziesco, quindi si fece coraggio ed entrò, tirandosi dietro la pesante porta blindata. Osservò con disprezzo il disordine che regnava sovrano nell’appartamento, diede del cibo in scatola al gatto, nettò la lettiera e fornì l’animale di acqua fresca. Bagnò anche i due vasi di piante che tenacemente resistevano alla calura ed alla mancanza di attenzioni umane. La cucina tuttavia era linda e così pure il bagno. Andò in sala e si accostò alla libreria laccata bianco della Ikea. Scorse col dito la lista dei CD. Lesse i titoli, gli autori: non ne conosceva quasi alcuno. Solo i vecchi: U2, Tom Waits, Biagio Antonacci (che però non apprezzava affatto), ACDC, Wagner, Galliano, The Who, Pink Floyd ed infine un promo, i Sideral Overdrive (quel gruppetto di ragazzacci che fanno fra21


casso nel garage di Vince). Passò in rassegna i libri e non andò meglio. Lanciò un’occhiata al tavolino basso davanti il divano. V’era un saggio, “Energia è denaro”, che era tenuto aperto da una cartolina. La cartolina rappresentava una figura seduta su una sedia, con stivali, camicia e pantaloni, ma senza testa. Provenienza: Spagna. Data: 23 Agosto 1988. Poi solo una firma, un ghirigoro incomprensibile ed una macchia scura. Como sangre o sangria. Il saggio era aperto a pagina 28. La distingue mentre cammina verso di lui, osserva l’incedere allegro, giovane, i passi leggeri, quasi un danzare. Il corpo è esile, minuto nell’ampio paltò scuro, troppo ampio. Lo sguardo di lei è chiaro, un po’ schivo, i capelli raccolti in una coda ondeggiano sulla nuca sottile.

Trovata una sedia sgombra da libri nel breve corridoio verso la porta d’uscita, vi si sedette, col saggio in mano. Il gatto aveva finito di mangiare ed ora aspettava, leccandosi voluttuosamente i baffi. C’era una sedia vuota accanto a lui. Lei vi si adagia… Sentore di fiori, di talco… Il cocker ai piedi di lei si stiracchia, s’inarca, si struscia contro le sue ginocchia: voglia di tenerezza. Lei gli accarezza lungamente la schiena e i fianchi.

Il gatto non sapeva della lettura però inarcava la schiena e strusciava il fianco contro le gambe chiedendo una carezza che non avrebbe avuto. Ora lei trae dalla tasca una busta bianca, busta da lettera. Lui riconosce la grana raffinata della carta... tra le sue mani, il foglio inizia ad agitarsi lievemente, come scosso dalla brezza marina del mattino. O sono le sue mani che iniziano a tremare... anche le sottili labbra sembrano tremare, d’un tratto, mentre legge.

Lo sguardo di lei rimane inchiodato a terra. Poi alza gli occhi spaventati, quasi a cercare aiuto. Si osservano intensamente, lungamente. E’ lei a parlare per prima, con voce incerta: “Si può rinunciare a vivere a causa di una sola persona?” “…” “Si può limitare tutta una vita, confondere il proprio passato, sfumare 22


il proprio futuro per una sola persona?” “Come ti chiami?” chiede lui. “Irene”. Irene accenna un gesto, come a soffocare un istintivo moto di rabbia. Pronuncia alcune parole che lui non riesce a distinguere”.

Rumori provenienti dall’ascensore. Un rientro anticipato, i vicini, i ladri, ipotesi … S’alzò col saggio in mano, uscì a controllare sul pianerottolo. In quello la corrente d’aria provocata sbatté la pesante porta blindata alle sue spalle con un fragoroso SBLAM! Sgranò gli occhi, realizzò la situazione. Fortuna che il cellulare era rimasto in tasca. Sfortuna che la chiave era rimasta all’interno, interno da cui giungevano dei miagolii. Chiamò i numeri d’emergenza. Carabinieri e Vigili del Fuoco: “Arriviamo in dieci minuti”. Sedette sullo scalino, riprese la lettura. il cane ai piedi di Irene si agita, guaisce debolmente, le sfiora le ginocchia con il muso. “Andiamo,” dice lei, con ritrovata dolcezza. Irene saluta con un cenno del capo. Lui la segue con gli occhi. Il passo di lei è ora deciso, determinato...

Non seppe spiegare come. Con un flebile click la porta s’aprì, la porta a combinazione numerica apribile solo dall’interno s’aprì ed il gatto fece capolino. Solo dopo giunsero i pompieri che ammorbidì con alcune bugie. Cos’altro avrebbe potuto fare? Mandò un sms che annunciava: Lo sapevi che Io sono di un altro pianeta? Di lì a poco la risposta arrivò.

23


24


Capitolo VI

Onde

contributo di Giampiero

La BeatrixB attraccò infine per rifornirsi. Esauriti i compiti di routine, i marinai ebbero qualche ora di libertà. I più le trascorsero da Valdì, dove si potevano consumare pinte di birra e ragazze. Lui si diresse alla spiaggia, piccola, frastagliata, incastonata tra gli scogli. Ne scelse uno e vi salì. Caricò la pipa, l’accese, gettò lo sguardo nel movimento dell’acqua, seguì il fluire dei pensieri …l’onda non muore, si rigenera, si prepara a risalire. L’onda si raccoglie a molla e scatta come un serpente… mare come mente, l’onda s’incatena all’onda come pensiero a pensiero. Ognuno di noi ha il suo “pensiero onda” che lo atterrisce e preferirebbe ignorare, ognuno di noi ha la sua onda che lo culla nelle acque natie… il mare rugge le paure di chi lo sfida e sciaborda d’amore chi lo segue. Il mare è l’inizio del ciclo vitale ed ognuno di noi ribolle di mare… il mare ospita le mie incertezze e le mie violenze ed è forse navigandolo che le esorcizzo. Percepisco l’onda al contempo come sfida e come preghiera, ne canto lo schiaffo alla rupe, l’indomita potenza ed il repentino ritrarsi, l’incertezza della goccia polverizzata sulla cresta che turbinando sprofonda o svaporando s’unisce al cielo… onda figlia del vento che accarezza il mare matrice… amato mare, che travolgi irato, privo di misericordia e discernimento, dolce mare che lambisci la sabbia della piccola spiaggia. Oro liquido sul mare (il sole sta scendendo), profondo respiro di mare (salso profumo di alga). Sale la marea. E’ ora di andare. In quello, dalla tasca provenne un breve rumore metallico. Il piccolo schermo s’illuminò di un breve messaggio. Rispose. 25


26


Capitolo VII

Giunto adamantino

I tentativi di rianimare i motori risultarono alfine vani. La BeatrixB rimase alla rada. Il dottore in materia, tale Deluch, un postcomunista, marxista, materialista (a suo dire anche femminista, ma non lo annunziò alla platea più idonea), meccanico poeta beat, tuta blu unta a dovere, folti capelli pepe, sentenziò (prima di incassare e non rilasciare ricevuta) che il danno irreversibile era la rottura del giunto adamantino. Le frenetiche, impetuose interrogazioni fatte su internet dal dolce Capitano Miechaij non sortirono soluzione. Il giunto adamantino sembrava appartenesse a quei pezzi decantati dalla mitologia meccanica come eterni e quindi privi di sostituti. “Come la cistifellea o l’ipotalamo”, sbottò irritato dalla inutile ricerca il Capitano, che si dilettava in anatomia. Lasciò quindi il compito di navigare al Nostromo, il barcollante Holorich. La catena elettronica produsse comunque un risultato: misero, ma sempre meglio di niente. “Meglio pane senza nulla che nulla senza pane”, declamò stentoreo il Nostromo dal ponte, e non era certo la prima volta che donava tale perla di saggezza a quei porci riottosi, lavativi, ignoranti ed ingrati che formavano la ciurma. Tutti tranne qualcuno. Un’ email suggeriva di cercare l’agognato pezzo di ricambio in montagna. Pareva infatti che l’ultimo giunto adamantino catalogato, del quale si avesse notizia, fosse stato acquistato verso la metà del 1800 da una tipografia con sede nell’ultimo presidio del Regno delle Tre Venezie, laddove era il Leone di San Marco a contendere il dominio alla nera Aquila bicipite degli Asburgo. La lettera proponeva anche l’indirizzo: Pontebba, Piazza del Municipio, e suggeriva anche il nome dell’acquirente, Antica Tipografia Madotti. 27


La spedizione venne tosto organizzata: Il Capitano, il Nostromo e il marinaio Alshari lasciarono la compagnia al porto e si diressero in treno verso la loro meta. Il viaggio fu lungo e travagliato; per tre uomini di mare il ciondolio del treno, lo sfrigolio metallico, gli sfuggenti paesaggi, le incombenti, ululanti, nere gallerie erano motivi di ansia. I loro sguardi proponevano solidarietà nella reciproca sofferenza. Se viaggiare è spostarsi, il navigare è tutt’altra cosa, è lieve, è carezzevole, all’aria aperta. Così trovarono infantile gioia alla fine dell’incubo nel momento in cui una voce metallica affatto gradevole annunciò: “Pontebba, stazione di Pontebba, coincidenze immediate al binario...”. Si catapultarono sulla banchina e certo non passavano inosservati, tra la folla di viaggiatori di montagna. L’arsura della pelle, l’odore di sale, la foggia degli abiti li evidenziava agli occhi di tutti come foresti. Quindi nessuno si meravigliò quando Alshari importunò un addetto ai bagagli per ottenere delle informazioni. Alshari, ed anche la sua mancia, furono convincenti e le preziose indicazioni ottenute. Il gruppetto si mosse quindi verso il centro del paese, e che bel fresco che faceva. Passarono il ponte sul fiume Fella, lasciandosi alle spalle Pontafel ed il suo ramato campanile a cipolla. Raggiunta la statale esitarono, ma non a lungo; sulla destra il sottopasso e la Piazza del Municipio, a sinistra la birreria Alla Spina. Sinistra come un sol uomo.

28


29


30


Capitolo VIII

Pope

Una volta rifocillati i tre uomini salutarono l’avvenente proprietaria del locale, la Rosy (Alshari le disse sottovoce “non c’è Rosy senza Spina”) e si diressero verso la tipografia, ultima destinazione nota del pezzo di ricambio. Raggiunsero in pochi minuti l’antico edificio, in stile asburgico, sul quale faceva bella mostra la scritta, un po’ stinta, annunziante l’’esercizio dell’attività tipografica. Tuttavia alcun rumore di macchinari proveniva dall’interno. Avevano suggerito alla spedizione di chiedere del Pope, ultimo discendente vivente dei proprietari. Così il Capitano suonò il campanello e quasi subito la pesante porta in noce s’aprì. Apparve sulla soglia una specie di folletto. Poteva avere tra i 50 e i 60 anni, il ventre enorme poggiava su piccole gambette gottose, le braccia erano esili, le mani piccole e fornite di artritiche dita, affusolate e macchiate dal tabacco. La carnagione era chiara, il naso sottile e così le labbra, ed assieme assecondavano sporgenti e vivaci occhi celesti. Il volto tondeggiante era ben rasato. I capelli leggeri, radi, lunghi sul colletto della camicia azzurrina. In mano teneva un bicchiere di vino bianco. Il Capitano disse: “Cerchiamo il Signor Pope”. “Sì, sì” rispose vivacemente il folletto, scostandosi per farli entrare, “prego, prego” disse ancora. La tipografia era immersa nella penombra e nel disordine più surreale. Antichi, complessi, imponenti, scuri macchinari stavano ridossati alle pareti. Risme e risme di fogli di carta di tutti i tipi erano accatastati alla rinfusa in ogni dove. Mobili in legno chiaro avevano grandi cassetti semiaperti che esibivano migliaia di ca31


ratteri tipografici in piombo. In un angolo dell’ampia e fresca stanza un elegante tavolino in ciliegio sorreggeva un computer ed una piccola stampante. Al centro della sala, nel bel mezzo della grossa scacchiera di piastrelle bianche e nere, una credenza, una corona di poltrone ed un alto sgabello sul quale stava accovacciata, a gambe conserte, una giovane figura, vestita con una semplice tunica di lino. A prima vista i marinai la scambiarono per un ragazzo, ma il folletto intervenne a precisare: “Signori, io sono il Pope e quella è la mia assistente, la dottoressa Mowgli”. Il Capitano fece per presentarsi ma il Pope l’interruppe subito. “Signori sedetevi, vi prego e gradite un bicchiere di vino” e così dicendo trasse una nuova bottiglia dalla credenza, l’aprì e versò da bere ai tre uomini che si erano nel frattempo seduti sulle poltrone, nell’unico angolo illuminato da una finestra parzialmente socchiusa. Sorseggiato il bicchiere, ed espresso ai compagni un non troppo sincero complimento sulla qualità del vino, il Capitano si rivolse nuovamente al Pope per motivare la visita. Ma Miechaij riuscì a pronunziare solo poche parole che il Pope l’interruppe nuovamente. “Perdonate, non ho chiesto chi siate nè per quale motivo siate qui. Immagino che veniate da lontano ma sappiate che qualunque sia il motivo che vi ha spinto, ebbene, oggi esso dovrà attendere un poco. La dottoressa Mowgli, come ogni giovedì, terrà la sua lezione. La vostra attenzione è particolarmente gradita, poiché siete l’unico pubblico che vi assiste, oltre al sottoscritto, negli ultimi dodici anni”. La dottoressa Mowgli che attendeva impassibile, li guardò negli occhi in silenzio, ad uno ad uno, cercando la conferma di avere la loro attenzione. “Oggi vi parlerò del paradosso di Russell”, iniziò.

32


33


34


Capitolo IX

Mowgli

Nel silenzio della fresca sala dell’ ex tipografia la voce argentina della dottoressa Mowgli irretiva lieve i presenti. Leggeva i suoi appunti con chiarezza, seguendo un filo logico che solo lei attraversava mentalmente come l’acrobata la fune, eppure non sembrava stancare gli astanti, assorti alle sue parole: “Il paradosso di Russell, detto anche paradosso del barbiere, è in realtà una antinomia, più che un paradosso ed ha a che fare con la matematica insiemistica o degli insiemi. Il paradosso è questo: in un villaggio c’è un unico barbiere il quale rade tutti, e solo, gli uomini che non si radono da sé. Chi rade il barbiere?. Sappiate che tale paradosso scosse le basi della matematica degli insiemi sino ad allora conosciuta, parliamo del secondo decennio del 1900, ponendo una domanda nuova circa l’appartenenza autoreferenziata di determinati elementi all’insieme. La dialettica del filosofo si riflettè anche sulla linguistica: corto è un aggettivo autoreferente, in quanto corto, essendo una parola composta da sole cinque lettere è corto, mentre l’aggettivo lungo non è autoreferente in quanto ha le stesse lettere di corto cioè cinque. Un mattino un abitante di questa località, tale Gallmor, lesse sul giornale dell’antinomia russelliana e si pose la domanda: Come facciamo a stabilire che corto è corto e che lungo non è lungo? Ci vorrebbe un metro! Ma noi il metro l’abbiamo: metro =100 centimetri”. La dottoressa Mowgli scese agilmente dal trespolo seguita da quattro sguardi attenti, si portò verso una lavagna, quindi prese un gesso e sempre parlando, iniziò a tracciare dei segni. “Da cui m e t r o = cinque lettere = una lettera (100:5) = 20 cm. Pertanto, poiché l’alfabeto italiano si compone di 21 lettere l’alfabeto è lungo 4 metri e 20 centimetri, è alto (alto = 4 lettere) 80 centimetri. La sua superficie è quindi di 3 metri e 36 35


centimetri quadrati e poiché è largo (largo = 5 lettere) un metro il volume è di 3,36 metri cubi. Quindi - disse tra sè Gallmor, che ignorava l’esistenza della ghimatriah e della quabballah - sono riuscito a misurare la lunghezza dell’alfabeto, la sua superficie ed anche il suo volume. Ma non riuscì a compiacersi per la scoperta perchè altre domande gli affollarono la mente. L’assioma vale anche per i numeri? Uno (uno = 3) non è autoreferente, due (3) nemmeno, tre (3) invece sì, quattro (7) no, cinque (6) no, sei (3) no, sette (5) neppure … dunque l’unico è il tre, ma certo, tre è il numero perfetto! … però i numeri sono simboli, simboli internazionali, quindi la referenzialità non può essere solo legata alla lingua italiana, infatti in inglese il solo autoreferente è il 4 (four). No, non funziona. Ma - si chiese ancora - e se la referenza fosse legata alla grafia e non alla fonetica? Potremmo postulare che 1 è uguale ad un trattino mentre 2 si disegna con un semi cerchio e mezzo trattino. Mezzo trattino vale quindi metà di un trattino e quindi 0,5 e, di conseguenza, il semicerchio vale 1,5. Ne consegue che dal momento che il numero 3 si disegna con due semicerchi e poiché ogni semicerchio vale 1,5, la grafia di 3 vale 3, quindi il numero 3 è autoreferente, ed è anche l’unico oltre all’1 e al 2 dei quali è la somma e pertanto figlio, come se l’1 fosse l’uomo ed il 2 la donna”. La dottoressa Mowgli fece una breve pausa e bevve un poco di vino. La platea era attonita. Lei riprese. “A questo punto - pensò ancora Gallmor poiché abbiamo attribuito un valore a dei segni grafici, 1 ad un’ asta, 1,5 a un semicerchio, 0,5 ad un trattino, in tal modo possiamo dare un valore anche a tutte le lettere dell’alfabeto, riconducendone la grafia a quella delle tastiere delle macchine per scrivere: Q = due semicerchi (1,5+1,5) più un trattino (0,5) = 3,5; W = quattro aste = 4; E = un’ asta (1) e tre trattini (1,5) = 2,5, ecc. Pertanto - proseguì - potremmo dare una valenza a tutte le parole, di qualunque lingua: quindi dare un valore ad ogni singola pagina di un manoscritto, ad ogni manoscritto addirittura!” La dottoressa concluse pronunciando con enfasi le ultime parole e si risedette. Pope balzò in piedi battendo entusiasta le mani. Sempre la stessa lezione, ogni giovedì, da anni. “Magnifica!” esclamò. I marinai si guardarono perplessi. Alshari azzardò: “Il barbiere era una donna”. La dottoressa Mowgli sorrise. 36


37


38


Capitolo X

Bose

Il Pope decise di rispondere alle domande del Capitano Miechaij ma non prima di aver stappato la quarta bottiglia di vino bianco che condivise generosamente con la sua assistente ed i suoi ospiti. V’è da dire che il fresco della sala favoriva il consumo della bevanda; v’è anche da dire che i tre marinai non erano davvero così avezzi a bere vino nel tardo pomeriggio. Il Pope pareva davvero divertito dalla lezione alla quale aveva appena assistito o forse era la presenza di inattesi visitatori che lo metteva di buon umore. Si aggirava per la stanza con il bicchiere in mano ed accarezzava affettuosamente gli antichi macchinari, così come si fa con i vecchi o i bambini. Il Pope era un architetto in disuso che viveva grazie a rendite familiari. Recenti disavventure l’avevano costretto ad alienare tutte le sue proprietà a valle ed a ritirarsi nella desueta tipografia del nonno, nella quale per altro pareva trovarsi benone. Quando, parzialmente biascicando, il Capitano riuscì finalmente a chiedere al Pope del giunto adamantino, dalla bocca di quest’ultimo giunse solo un sospiro, come un rantolo o a dirla tutta, un rutto: s’era tosto addormentato sulla poltrona. La dottoressa Mowgli lo coprì amorevolmente con un plaid, chiese silenzio ai marinai portando il dito indice orizzontale alle labbra ed al contempo, con un cenno del capo, li congedò. Si ritrovarono sulla piazza. Holorich, il Nostromo, che pareva il più in gamba del terzetto, disse di ricordar che alla birreria alla Spina affittavano anche delle stanze. Così conoscendo la strada, seppure con qualche difficoltà motoria, il gruppetto vi si diresse per trascorrervi la notte. Prima di coricarsi, il Capitano diede ai subalterni le consegne: “Domani mattina, subito dopo colazione, andremo a prendere quel 39


giunto adamantino, per Nettuno!...” e s’addormentò di colpo. Il Nostromo aiutò anche Alshari a salire sul letto e, scotendo il capo, se ne andò a fumare sul terrazzo, prima di concedersi a un paio di belle e schiumanti bionde nella gradevole frescura della montagna. Il giorno seguente la comitiva si ritrovò dal Pope di buon mattino. Il Pope li accolse festante come il giorno precedente: era fresco e sbarbato con un bicchiere di vino frizzante in mano. Parlò il Nostromo per tutti, spiegando la faccenda della nave e del pezzo che si era rotto. Il Pope fece una faccia rattristata: non poteva dar loro il pezzo. Non l’aveva più. Era stato ordinato il secolo prima dal bisnonno ed era rimasto nel suo imballaggio originale. Non che servisse alla tipografia, non era parte meccanica utilizzabile nelle macchine. Il bis se n’era semplicemente innamorato e l’aveva voluto. Poi era rimasto lì, per anni, sino a che la scorsa estate non era stato richiesto da un priore, in visita alle montagne del posto, per le campane del suo convento “...aveva tanto insistito...”. Il Capitano si scosse dal torpore e chiese al Pope se poteva dargli l’indicazione per raggiungere il monastero. “Certo, certo” e “subito, subito” disse il Pope, e saltellando per la stanza trasse dei fogli da una pila in pericoloso e difficile equilibrio. Erano stampati da un lato. Il Pope gettò uno sguardo alla stampa e fece spallucce. Non era dunque nulla di importante. Girò il foglio sul lato vergine e scrisse: Magnano sulla Serra di Ivrea, frazione Bose. Consegnò il foglio al Nostromo, che gli pareva il più presente dei tre. Il Nostromo passò il foglio a Alshari, il quale lo ripiegò e fece per metterlo via quando sul dorso lesse: ...ma non è del tuo affetto che stiamo parlando. È del tuo atteggiamento verso le cose della vita, anzi verso la vita stessa. E’ l’incomprensione, la sincrasia che si è oramai formata tra lo scandire dell’orologio biologico, come tutti ed anch’io l’intendo ed il tuo percepire tale battito. Ed anche se io sono il più intelligente di tutti, anzi proprio per questo... Fece caso alla carta. Era carta da lettera, ma partico-

lare, come non se ne vedeva più attorno. Ed era stampata con la piccola stampante a getto d’inchiostro. Osservò con maggiore attenzione la stanza. V’erano pacchi e pacchi di lettere, anche già affrancate, pronte per essere spedite. Si mosse indisturbato mentre il Pope descriveva a quel curioso del Nostromo il funzionamento di non so quale macchinario e il Capitano boccheggiava su una poltrona. Vide centinaia di lettere con indirizzi di ogni dove! Si girò verso il Pope, disturbandone le spiegazioni. “Cosa diavolo sono tutte queste lettere?”. “Ah, quelle...” rispo40


se il padrone di casa “Sono un esperimento della dottoressa Mowgli, un gioco”, proseguì. “Ha preso a caso migliaia di indirizzi su Internet ed ha inviato ad ognuno una pagina di novelle diverse, convinta che in un modo o nell’altro, per una magica congiunzione cosmica, almeno tre fogli, uno per novella, torneranno proprio qui, dove siamo ora. Hihihi”, rise. “E vuol saperne una? Il priore cui abbiamo dato il giunto, quando è venuto in visita, aveva una pagina con sè! Una di quelle spedite dalla dottoressa è effettivamente tornata! è fuori, è fuori”, rise. “Eheheh”. Alshari deglutì. Poi chiese, cercando di apparire indifferente. “...e di cosa parlava la novella del Priore?”. Il Pope si fece serio e lo guardò fisso. “Conoscete la storiella di Chiminaus, omaccione volgare che importuna tutti con le sue presunte e improbabili prodezze sessuali?”. Alshari scosse il capo ed al tempo stesso pensò alle due pagine che teneva nel bagaglio, poggiato in terra, ma non disse nulla. Si congedarono dall’ex architetto e si diressero nuovamente in stazione, laddove fecero tre biglietti destinazione Monferrato.

41


42


Capitolo XI

Pecunia

Il viaggio per raggiungere il monastero si tradusse in una vera odissea per i tre vecchi lupi di mare, costretti a districarsi tra coincidenze, pidocchiosi vagoni di seconda classe, ritardi vertiginosi sulle tabelle di marcia, poi ancora gallerie. Come se non bastasse, giunti alla stazione di destinazione non v’era altro mezzo a disposizione che le proprie gambe per raggiungere la scoscesa frazione di Bose. Fortuna che i monaci furono assai comprensivi delle esigenze dei viandanti e le assecondarono sino al sonno ristoratore nelle piccole e linde celle del monastero. Così la mattina seguente, di buon ora, parteciparono alla messa, attività dalla quale latitavano da lungo (lunghissimo?) tempo, poi fecero colazione al refettorio, assieme ad una ottantina di religiosi e religiose di diverse nazionalità, tutti eccitati dalla loro presenza, ed alla fine ebbero il piacere di essere ammessi alla presenza del Priore, nonché fondatore della Regola, un uomo piccolo e canuto, dagli occhi scuri e vivaci, sempre in movimento. Lo studio del Priore era sommerso di carte, ritagli di giornale, cartoline, lettere, articoli, libri, saggi, messali. “Signori”, disse accogliendoli ed invitandoli ad accomodarsi su una lunga panca, “vogliate perdonare il disordine, ma sono tempi difficili. La fede non è in dubbio ma lo è la speranza. Anche gli uomini più saldi vacillano. Non dovrei dirlo a voi, non dovrei raccontarlo a nessuno... a dire il vero... ma guardate tutte queste email: sono di un Signore, un Potente, a volte anche pre-potente, il quale mi affida la sua anima, come s’io potessi salvarla o dar lui sollievo, dalla struggente ricerca della vita eterna attraverso stragi di vergini... o quest’al43


tra, una colta francese, cantante o insegnante di canto, non ricordo bene, scusate, che si danna per il destino della figlia, la bella e grande figlia, cresciuta esternamente ma non internamente... o ancora, questo pensionato, anima nobile d’artista, anch’egli alle prese con dialoghi d’oltre tomba con una defunta che incombe sui suoi figli...”. “Padre, noi saremmo venuti...” tentò di inserirsi in un attimo di sospensione il Capitano, ma il Priore non gli dette scampo. “...e che dire della fragorosa polemica scatenata da questo saggio”, ed accompagnò le parole battendo con forza il palmo della mano sul tavolo di mogano, facendo sobbalzare i marinai, “questo saggio”, proseguì con voce vibrante d’irritazione, mentre il volto andava colorandosi rapidamente, “che s’intitola Energia è denaro, il quale ridicolizza banalmente le conferenze che tenni, assieme al professor Grossi all’Università di Bologna per il ciclo Regina Pecunia. Pensate che l’autore, questo sfrontato, mi da dei suggerimenti: Il denaro non è altro che un accumulatore, convenzionale, di energia - dice - l’energia applicata a se stessa non produce mai un risultato superiore a uno - insiste ancora. Come per altro ricordava anche il nostro Tomaso d’Aquino: Nummus non parit nummos”. Holorich annuì più intensamente degli altri due, poi si piegò un po’ di lato e sussurrò nell’orecchio del Capitano: “Il denaro non si riproduce”. Il Priore li guardò alternativamente, ora l’uno ora l’altro, in silenzio per un attimo. Poi proseguì. “Questo in altre parole significa che gli interessi ce li siamo inventati, che è una teoria, che il debito delle Nazioni più deboli cresce a dismisura a causa proprio degli interessi, una invenzione dei ricchi capitalisti, ricchi perché hanno depredato”, quindi in un rapido crescendo tonale, “...avete accumulato tesori per gli ultimo giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore dell’Universo!”. Vi fu un po’ di silenzio dopo che le urla ebbero finito di rimbombare tra le spesse mura del monastero. Il Capitano e Alshari, confusi, tenevano gli occhi fissi a terra. Il Nostromo, invece, guardava il Priore negli occhi. “Ho letto anch’io il saggio”, esordì con voce pacata, ed il Priore si ritrasse, attento, sulla poltrona “e mi pare sensato. Concordo con la tesi e con la sintesi. Non capisco di cosa Lei si lamenti. Forse di non essere giunto da sè alle conclusioni dell’autore? Una sola cosa non ho francamente 44


capito e forse Lei può aiutarmi”. “Dica”, si espose il Priore, che sembrava disarmato a fronte delle lucide, lineari, nette, considerazioni del Nostromo. “Che diavolo c’entra con tutta la faccenda del denaro e dell’ energia e delle convenzioni e degli interessi la storia di Irene?” “Bravo”, chiosò il Priore, “me lo chiedevo anch’io”. Il monastero non aveva campane. Una campanella sì. Ma piccola, che serviva per chiamare a raccolta i monaci durante le varie fasi della vita della comunità. Il giunto adamantino era ancora nella cassa originale e il Priore se ne privò senza grande sforzo, valutando conveniente il cambio col denaro proposto dal Capitano, alla faccia degli interessi. In fin dei conti era anche vero che “pecunia non olet”, disse salutando i marinai (ed il Nostromo tradusse per tutti: “Il denaro non ha odore, non puzza”). Se è per questo, neppure l’energia, pensò Alshari.

45


46


Capitolo XII

La cartolina

Scesero alfine a Genova. Le gambe erano malferme, i passi incerti governati da stomaci in disordine e pessimo umore. L’aria della città dette però loro sollievo all’istante, non appena misero il naso fuori dalla stazione e svicolarono dalla massa di vacanzieri e zaini e sacchi a pelo e ciabatte e bandane e lozioni al cocco. Non si diressero al porto, vi furono attratti come limatura di ferro alla calamita. Aspiravano a pieni polmoni l’aria salmastra, l’odore pungente delle alghe, la sensazione di gabbiani. Si sentirono a casa e quindi se la presero un po’ comoda. Disbrigarono con una certa familiarità le faccende relative ai biglietti e fogli d’imbarco e poiché le ore d’attesa non erano poche decisero di trascorrerle rinfrescandosi con alcune birrette, in un simpatico locale che avevano adocchiato ridossato alla discesa che conduceva al porto. V’erano solo marinai, di tutte le generazioni, nel bar. Anche il commercialista, che stava ritirando i documenti e chiarendo gli adempimenti in materia di scontrini, a voce alta, sì che lo ascoltassero tanto i titolari quanto gli avventori, anche il commercialista aveva faccia da marinaio, pelle da marinaio, solo la cravatta ci aveva poco a che fare, avrebbe fatto meglio a portarla a mo’ di fazzoletto, come fanno i marinai. La bella figliola che li servì, la Luci, che le avevano sbagliato la “y” all’anagrafe, seppur figlia di marinai, anzi proprio a tale cagione, meritò non insoliti complimenti che tuttavia accettò sorridendo lieve, senza arrossire, soda e tosta come si conviene a gente di mare. E così con tutta questa fierezza orgogliosa del mare in corpo, montata così all’improvviso, forse solo per esorcizzare i trascorsi, indicibili, timori di restare impigliati nelle montagne che li avevano visti transitare negli ultimi giorni, il terzetto 47


della BeatrixB distese gambe e nervi ai tavolini della locanda. Alshari, ad un tratto parve illuminarsi, come chi ricorda una cosa ovvia ma che aveva del tutto dimenticato. Compiva gli anni! Contò gli avventori: quattro, più i suoi compagni, la ragazza ed il titolare. “Offro da bere a tutti!” esclamò, generoso, e nessuno gli chiese il motivo. Poiché andavano a Barcellona pensò di ordinare una brocca di simil-sangria. Fecero un brindisi alla sua salute e via. Gente di mare, fatta così, si vogliono un gran bene ma non sono così disposti a gridarlo in piazza. Alshari acquistò una cartolina. Non riproduceva qualche angolo della città, era uno scatto artistico. Alshari capiva poco d’arte, nonostante leggesse tutto quello che trovava in materia, durante le lunghe ore in mare. L’immagine rappresentava una persona, seduta su di una sedia ma priva della testa. Gli piacque e gli venne immediatamente in mente a chi avrebbe potuto mandarla: estrasse di tasca l’agendina e cercò l’indirizzo di Irene, laddove si era appena trasferita nella casa nuova, lontano dalla madre assillante, invadente, una insegnante di canto di origine francese. Chiese al banco una penna e nell’afferrarla fece un movimento incauto e si graffiò la mano. Una goccia di sangue cadde sulla cartolina. Sorrise e la coprì, versandoci sopra un goccio di sangria. Poi però non seppe cosa scrivere, così mise solo la data e la firma, un orribile scarabocchio che però a lui piaceva moltissimo: l’aveva visto fare anche ad un notaio una volta. Uno svolazzo che copriva tutto il foglio. Lui faceva uguale. Non imbucò la cartolina a Genova, la ripose nello zaino. Il Capitano s’alzò, si stiracchiò e diede l’ordine. Si mossero verso il porto. Era ora di rimettere in movimento la loro nave.

48


49


50


Capitolo XIII

La clessidra contributo di Mauro

Scivolarono lievi nel ventre della Mal-Comix, la nave, non più nuova, che li avrebbe portati nella capitale catalana. Il Capitano, dopo essersi assicurato che il prezioso giunto adamantino fosse stato adeguatamente riposto, lasciò i due compari sul ponte alle prese con una futile discussione calcistica sul chi, tra Villareal e Valencia avesse maggiori possibilità di ganar il titulo. Questione di quote, scommesse, credeva. Con lo squadrone che aveva il Barca, per quell’anno non ce n’era per nessuno. La sua cabina non era certo una di riguardo, posta com’era a ridosso della sala macchine. Ma Miechaij gradiva il regolare, possente, ritmato rumore degli stantuffi meccanici che gli ricordavano il regolare battito del cuore materno, attimo che fugge, granello del tempo. Si distese nella cuccetta ancora vestito, chiuse gli occhi, sciolse la mente; affiorarono dal subconscio, come ghiaccio al Polo, delle frasi poetiche, delle specie di haiku: e quando voltandoti rari sono i momenti mentre un tempo non ti voltavi mai tump-tump tump-tump facevano i pistoni talvolta le nuvole sono così dense da far dimenticare l’azzurro del cielo 51


tump-tump tump-tump continuavano i pistoni. S’addormentò e sognò di essere bambino, di giocare sulla neve: ne sentiva il freddo sapore metallico in bocca, annusava l’odore pungente dello zolfo dei fiammiferi e poi quello penetrante del petrolio per torce. Vita passata, come granelli, attraverso l’ombelico obbligatorio della clessidra. Un ricordo in forma di haiku premonì il risveglio: 20 Marzo 2003 tiepida mattinata di primavera il freddo è dentro S’alzò e si rinfrescò, mentre dalla cabina vicina qualcuno cantava Manu Chao. ...todo es mentira in este mundo, todo es mentira, mentira la verdad, todo es mentira yo me digo, todo es mentira por che serà?... Tump-tump tump-tump... Poi i motori si fermarono. Uscendo dalla cabina incrociò i suoi uomini proprio mentre, senza alcun motivo, stava canticchiando: ...the child is grown, the dream is gone, I have become comfortably numb... Il Nostromo si piegò verso Alshari e tradusse : “Il ragazzo è cresciuto, il sogno è svanito ed io sono diventato confortevolmente insensibile”. Alshari si girò verso il Nostromo. S’alzò in punta di piedi per raggiungerne l’orecchio e gli bisbigliò, in forma haiku: “se piangi di notte per il sole le lacrime t’impediscono di vedere le stelle” Il Nostromo annuì greve, ma non pareva avere capito. Alshari raggiunse il Capitano e sussurrò, “non possiamo sempre con52


trollare i nostri pensieri”. Holorich stavolta aveva capito. “Andiamo a farci qualche brocca di sangria a Plaza Real” pro’mpose ad alta voce, “che tenera è la notte”. “Ed il 20% di umidità in meno aiuta”, approvò il Capitano.

53


54


Capitolo XIV

Mailoch

Evitando le ramblas girarono sino a perdersi nella fragolosa, stordente notte di Barcellona. Di boccale in locale, di tipa in tapas, di storia in cuenta. Finirono col trovarsi piacevolmente stremati e leggermente storditi stravaccati su dei tavolacci in una bettola che puzzava di rancido, piscio e pesce marcio. Si era aggiunto al gruppo un piccoletto basco, tale Jacomo Bas, studente fuori corso di architettura, o almeno così diceva. Beveva, beveva. E prendeva appunti sui bevitori. Appunti sbilenchi, su tovaglioli di carta, pezzi di giornale. Talvolta lo si vedeva risorgere dalla toilette, con un pezzo di carta igienica in mano sul quale stava appuntando magnifiche riflessioni su vita, splendori e miserie di ispanici bevitori. “Ma che te ne fai, ma butta via, che tra l’altro puzza e poi non si capisce niente di quello che hai scritto”, l’ammoniva serio il Nostromo. Ma lui niente, peggio di un sardo. Diceva che ne avrebbe fatto un libro, legando, cucendo tutte quelle miserie, quegli stracci bagnati dall’alcol, sangria, gin, lacrime alcoliche della terra. Buchi nella tenda del cielo della vita. L’avrebbe chiamato, disse ancora, “...il momento del pentimento senza alcun senso...”. Alshari scostò la bottiglia dalle labbra e sibilò: “Cambialo, che non suona bene”. Jacomo se la prese a male. Un po’ era sbronzo. Si alzò, barcollò, non crollò e si congedò dicendo, “Vedrete, vedrete”, quindi minacciò col indice i marinai, andandosene nel lattiginoso mattino. Nel locale solo i tre della BeatrixB e due vecchietti ad un tavolo. I due bevevano vino rosso, lentamente e raccontavano, romanzando, se stessi per loro medesimi e quei pochi fortunati che potevano percepire quei 55


distillati di vite, sussurrati, nelle stremate ore stinte del mattino. I marinai si avvicinarono ai due. Avevano tutti e tre occhi asciutti, la gola sempre più riarsa, ma era il cuore deserto che aveva bisogno di storie umide. Uno dei due, il peggio in arnese, rinsecchito, ossuto e dalla pelle cartapecoresca, irto, con orecchie elefantiache ed abiti troppo grandi e ingombranti, sventolava una piccola foto degli anni ‘40. I bordi erano irregolari e i colori seppiati dal tempo. V’era raffigurato un fiero giocatore di calcio, robusto, biondo, camiseta azulgrana. “Questo sono io”, attaccò il vecchio, “era il millenovecentoquarantaidos, militavo nella prima squadra del Barca. Ho disputato il primo campionato segnando 18 reti. Mi chiamavano veleno, per il dribbling”, spiegò, sibilando e simulando con la mano il movimento di una anguilla. “Ah siii?” fecero i tre, “e poi?”. Soddisfatto per aver catturato l’attenzione degli unici avventori, a dispetto dell’invidioso e fremente compagno di tavolo, il vecchio riprese: “Mi chiamo Mailoch, Broun di nome, Broun Mailoch e sono un ex aviatore. Ho sorvolato tutta l’America Latina, scattando foto per rilievi cartografici. Ho fatto il cartografo, ero assistito da una tribù di indigeni mangiatori di carne umana e riduttori di teste. Ho avuto tantissime donne”, strizzò il piccolo occhio scuro dietro spesse lenti, “e altrettante amanti” e ridacchiò. “Cioè due”, interloquì l’altro vecchio che non vedeva l’ora di poter godere di un pò di attenzione. Ma Broun si riprese tosto il proscenio. “Subito dopo la seconda guerra conoscevo tutta l’America Latina come le mie tasche, poi per nostalgia ma pieno di soldi sono tornato nella mia città dove sono ancora ammirato e riconosciuto per la strada. Dipingo anche, sapete?” interrogò gli ospiti “Sì, sì dipinge”, disse con ironia l’altro vecchio. Il barista poggiò sul tavolo una bottiglia di vino tinto e tutti e cinque se ne versarono. Broun trasse da sotto il tavolo una cartellina da cui uscirono dei cartoncini. Erano fotocopie di ritratti, firmati sul retro e con una specie di autentica. Li fece girare tra i marinai spiando curioso qualche espressione ammirata. Espressione che non colse. In effetti se ne trovavano di qualità molto migliore sulle ramblas. Holorich osservò che erano fotocopie ed il Mailoch si rabbuiò, ritirandosi subito dopo in bagno e spianando quindi la via del palcoscenico all’altro vecchio. “Io dipingo!” chiarì subito sprezzante “altro che. Ma scusate, signori”, aggiunse con modi antichi, “non mi sono presentato”. S’alzò in piedi, non aggiungendo molto alla statura che aveva da seduto: “Il mio nome è Vabio, Vabio Danelight”. 56


57


58


Capitolo XV

Danelight

“Guardate qua”, e così dicendo estrasse da una tasca della giacca un libricino patinato con riproduzioni di quadri a olio, dei paesaggi dai colori ben calibrati, pensò, storcendo in modo innaturale gli acquosi occhi azzurri il Capitano Miechaij. Poi il vecchio, piccoletto e tarchiato, rigirò il bavero della giacca e fece balenare una lucente aquila uncinata, un piccolo distintivo di epoca nazista. Guardò ansioso, da dietro le spesse lenti, con silente attenzione, i suoi interlocutori, per carpire una qualche espressione di approvazione o di biasimo. Nulla. Solo il Nostromo con la solita indolente insolenza disse: “Bella! Cos’è?”. Vabio scosse il capo deluso, quindi rigirò nuovamente il bavero a nascondere l’aquila ed il suo passato. Bevve un sorso di vino. “é la mia gioventù”, rispose a voce bassa, con amarezza. Mailoch non tornava dai servizi e ad Alshari era rimasta una curiosità insoddisfatta. “Scusi, ma Broun ha vinto qualche titolo con il magnifico Barca? Cavolo, diciotto reti in prima divisione sono tante. Perché andare a fare l’aviatore, i rilievi cartografici?” “Balle”, rispose sorridendo Vabio, “non giocò mai in prima squadra. Disputò solo un campionato con le giovanili. Poi picchiò un avversario ed anche l’arbitro e venne radiato, squalificato a vita, capisce? L’avversario aveva offeso la fidanzata, una dalmata, della Dalmazia!”. Tutti sorrisero e bevvero un sorso. Il Capitano esortò Vabio a raccontare la sua storia. Vabio non si fece pregare. “Mio padre era un invalido della Grande guerra. Offrì alla Patria la vista e la mano destra. Portava un uncino, come fate voi di mare. Allevò con affetto me e le mie tre sorelle e mi trasmise la sua fierezza e coraggio indomito. Seppure cieco, girava ugualmente per il paese 59


dove vivevamo, si muoveva poggiando la mano ai muri, riconoscendo le strade dai suoni, dai rumori. Aveva una cartografia in testa, altro che Mailoch. Un giorno sbagliò e cadde in un dirupo, così lo perdemmo per sempre. Scoppiò la guerra civile. Non capivo un’ostia di quello che stava accadendo. Mi schierai con la mia Patria. Avevo diciassette anni e tanto ardore. Portavo capelli biondi a boccoli, avevo occhi azzurri, parlavo il tedesco: era naturale che mi accostassi alle forze dell’Asse. Combattei con loro, conquistai i gradi, mi fecero caporale. Un giorno, poco prima della disfatta, in un avamposto fermai anche il campione mondiale dei pesi massimi, un italiano, il gigante di Sequals, ed era davvero gigantesco, un omone. La guerra finì come sapete. Mi offrirono un lavoro al Banco di Bilboa. Facevo il fattorino, giravo in bicicletta la città a fare consegne per conto dell’ufficio rischi e fidi che io chiamavo fischi e ridi, conoscevo tutte le migliori e più malfamate bettole, dove mi fermavo spesso a mangiare le trippe e corteggiavo tutte le più belle, profumate, formose ragazze di Barcellona e tutte mi conoscevano e spesso, molto spesso mi volevano”, e strizzò il piccolo occhio chiaro dietro spesse lenti. “Un giorno che ero al molo, un giorno felice e spensierato come tutti gli altri, vidi una nave che andava in Sud America e cercava marinai. Perché no? Lasciai la bici al molo e mi imbarcai. Mandai un telegramma al Banco di Bilboa per comunicare il mio licenziamento quand’ero ormai a Santa Cruz de Tenerife. Allo stesso modo, con un telegramma da Santa Cruz, avvisai la mia famiglia. Due settimane più tardi arrivammo a Buenos Aires. Lasciata la nave trovai lavoro a la Plata come aiuto carpentiere. Poi feci diversi lavori qualificanti: barista, lavapiatti, addetto alla segnaletica stradale. Ad un ballo, io sono un grande ballerino, conobbi la mia prima moglie, figlia di un ricco possidente terriero. Lavorai per suo padre, ne conquistai fiducia e favori ed alla fine mi concesse la mano della figlia, che sposai diventando ricco a mia volta, finché, vinto dalla nostalgia, tornai nella mia città ove vivo nel rispetto di tutti...”. In quello Mailoch riapparve. “Vabio, amico mio,” si lamentò “è ora che rientriamo, non mi sento molto bene”. Vabio, pur brontolando, acconsentì. Pagarono le consumazioni ed uscirono salutandosi con grandi abbracci, pacche sulle spalle e strette di mano e promesse di rivedersi con gli amici, amiconi, della BeatrixB. Fuori l’alba cedeva il passo al giorno. “Che storie eh!?” esclamò ammirato il Nostromo guardando faticosa60


mente i volti dei suoi due compagni, volti che andavano sdoppiandosi pericolosamente, mentre chiedeva a sua volta la cuenta. “Storie da marinai”, rispose di rimando il barista, contando il resto “...frottole appunto. Quei due erano compagni di scuola di mio padre, li conosco da sempre, non hanno mai messo un piede fuori dal Sarria, dal quartiere”. I marinai ora erano perplessi. Il barista propose: “La conoscete la storia di Chiminaus, quell’omone volgare col codino che racconta di improbabili, esagerate, false, conquiste sessuali?”. I tre se ne andarono senza ascoltare la storia. Il Capitano, sorretto discretamente dal Nostromo, pensò che prima o poi la storia di questo Chiminaus avrebbero dovuto sentirla, poiché la conoscevano in mezza Europa. Ma fu anche l’ultimo pensiero del Capitano. Attraversarono l’ampio viale adornato di palme mentre le prime botteghe alzavano le serrande con infernale fragore metallico. Una grande vetrata rifletteva il loro passare. V’era dipinta a grandi lettere gialle una reclame che diceva: “Aqui venden todo tipo de articulaciones inflexibles par cada motor de su barco”. Alshari sbiancò e guardò Holorich. Holorich fece segno di sì col capo. Alshari aveva capito bene: lì vendevano giunti adamantini! Il Capitano aveva ormai reclinato il capo sulla spalla del Nostromo.

61


62


Capitolo XVI

Puertas/parpados contributo di Luci

La BeatrixB riprese quindi, finalmente, il cammino ed uscì sbuffando vaporosi bianchi saluti, seguendo il dito proteso di Cristobal Colon, austero controllore del traffico del porto catalano. Alshari ebbe una mezza giornata di riposo che decise di trascorrere sul ponte, tra i passeggeri imbarcati per quell’ultima tratta. Nulla dicendo della sua condizione di lavoratore dell’imbarco, si mimetizzò, distendendosi preda della stanchezza, catturato dal tiepido sole, irretito dalle chiacchiere. Alla destra del suo sdraio un vecchio, quasi stantio, professore di matematica e la sua giovine allieva, alla sinistra un pervicace venditore di tende, controtelai e porte. Cercò di trovare conforto nel sonno, provò ad appisolarsi, le membra lo volevano, lo stomaco ed i polmoni, sin anche la milza e la cistifellea (avrebbe detto il Capitano, che si dilettava in anatomia), ma il cervello no. Come un pipistrello captava bisbigli, suoni, promesse, falsità, esagerazioni, quesiti “...in un cortile abbiamo dei conigli e dei polli. Vi sono otto teste e ventisei zampe. Sai dirmi, mia cara, quanti sono i conigli e quanti i polli? Ricordi la lezione sull’insiemistica vero? Russell, ricordi no?... e guardi queste, sono in noce tanganica, doppio rivestimento antirumore, antiintrusione, anti-anti e se invece le servono delle porte ne abbiamo di tutti i tipi, pronta consegna, naturalmente, all’inglese, a scomparsa, a soffietto, western, doppia battuta, blindate...” Porte - pensò staccandosi un po’ dal cicalio del venditore e del professore - che si aprono e si chiudono, che sbattono e si socchiudono, come palpebre… curioso come, al tempo stesso, proteggano e delimitino gli occhi, il nostro principale aggancio col mondo. Possono 63


esprimere sicurezza o incutere paura, gli occhi. E le porte. Affascinano per le profondità che lasciano intravedere, gli occhi e così le porte. Possono avvicinare o allontanare, luoghi, persone, situazioni, gli occhi ma anche le porte. Dipende talvolta da che parte si guarda, anche con gli occhi, se dall’interno o dall’esterno. Un po’ come con le porte, che possono schiuderti mondi nuovi, se hai coraggio di aprirle, ti possono proteggere come in un bunker o in una camera stagna; ti possono lasciare intravedere una vertigine emotiva, senza essere visto, come le porte degli spogliatoi sulla spiaggia, quand’eri bambino e le ragazza più grandi e formose s’andavano a cambiare... La voce chioccia del venditore di porte lo fece riaffiorare “...e quindi potremmo installare una tenda da sole...”. Alshari, infastidito, s’intromise interrompendolo e, guardandolo nello stupore silenzioso, suggerì lentamente (faceva tutto lentamente secondo Aflor la sua seconda moglie): “Una tenda da sola non da sole”. “No, no,” s’affrettò ad incespicare nella trappola verbale l’incauto venditore, “da sole, da sole”. Alshari passò la punta della lingua sulle labbra sottili, e pareva un coltello sulla mola. Poi assestò il fendente: “Se è una è da sola, non da sole. Se sono due o più sono da sole. Ma se sono più d’una come fanno ad essere da sole?”. Il venditore cercò di offrire un po’ di ossigeno al cervello spalancando la bocca, al fine di arginare l’offensiva, ma fallì. Si asciugò con il fazzoletto una bava di saliva, raccolse i cataloghi in fretta e propose al potenziale acquirente di seguirlo in cabina. Il potenziale rispose che sarebbe rimasto sul ponte. Così, solo il venditore di “tende a soffietto & controtelai in noce tanganica” si ritrasse in cabina. Alshari ripose nuovamente il capo. C’era però ancora un lieve ma persistente ronzio alla sua destra. “...considera mia cara, il Conigliopollo un animale, ma certo di fantasia, dotato di due teste e sei zampe. Questo insieme può contenere quattro coniglipolli però avanzano due zampe. Che ne dici di considerare allora, mia cara, il Conigliospollato un coniglio al quale abbiano sottratto un pollo. Ma no mia cara. Non un coniglio cui abbiano rubato un pollo! Sottratto in senso matematico, insiemistico, un coniglio meno un pollo uguale un animale con zero teste e due zampe...”. Alshari riprese a pensare alle porte, anche a quelle di calcio e di altri sports derivanti, pensò dal ratto delle Sabine, quando un gruppo di vogliosi giovini, senza donne, si scontrò con un altro gruppo di vigorosi giovini, con donne, 64


ed il vincente si prese le donne; pensò alla porta dalle labbra di carne della Matrix, la porta che deve aprirsi per ricevere il bagaglio necessario, contenuto nel seme, e poi richiudersi per proteggere la vita che cresce, così la prima percezione che abbiamo è il lasciare l’acqua per attraversare quella porta al contrario ed uscire in un nuovo, ruvido, lucente, rumoroso mondo. In quella, la voce sgradevole del professore strepitò stridula, “come non hai capito!? Ma sono cinque conigli e tre polli!”. Non seppe trattenersi dall’alzarsi sui gomiti ed apostrofare l’insegnante, direttamente, senza cortesia alcuna. “Senta Lei, anziché conigli e polli perché non usa collie e leoni?”. Il professore lo guardò stizzito e sprezzante per l’audace, insolita, maleducata interferenza. Tuttavia l’austera educazione prevalse ed egli rispose: “Innanzi tutto, gentile amico, perché il “Leoncollie” avrebbe due teste e otto zampe, quindi non andrebbe affatto bene per il conteggio nel caso di specie”. Alshari lo guardò in tralice poi, strizzando l’occhio alla giovine allieva, rispose: “Professore l’animale è l’incrocio tra un collie e un leone, non tra un leone e un collie”. Il professore abbozzò: “Sì, vabbè, cambia poco, è... è...” “è un collione!” esclamò Alshari, ridendo nel vedere la faccia prima stupita poi livida del professore e le guance paonazze dalle risa trattenute dell’allieva. Che poi abbassò le palpebre.

65


66


Capitolo XVII

Sfide e lame

Giunsero infine al porto di Livorno, ove sbarcarono i passeggeri, i venditori di porte a soffietto & controtelai, arrugginiti professori, giovini allieve, potenziali clienti ed altra umanità varia. Scaricarono anche il prezioso carico di corna di wapiti, il motivo della loro traversata oceanica, che affidarono ad un corriere al quale si unirono anche il barcollante Holorich e il marinaio scelto Alshari. I due custodivano infatti una cassetta in legno pregiato impreziosita da delicati intarsi. Ben presto, il camion del corriere prese la direzione del Mugello mentre il resto della ciurma, sotto gli occhi vigili del Capitano, procedeva con le operazioni necessarie a predisporre l’imbarcazione per il ritorno in Canada. Non è poi male il clima della Toscana, ed il cibo è invitante, pensò il Capitano, passandosi la lingua sulle labbra e pregustando l’ormai prossima discesa a terra, alla ricerca di una buona trattoria. Si faceva però strada tra le richieste dello stomaco un po’ di nostalgia per l’amata Prince George, che sembrava il nome di una nave ed invece era quello della loro amata cittadina, il loro covo, pieno di gente strana, procaci prostitute, giocatori d’azzardo che puntavano su tutti i numeri della roulette, meno uno, pur di vincere qualche cosa, marinai ubriachi. “Chissà perché si dice sempre marinai ubriachi? E’ vero che camminiamo un po’ ondeggiando, ma è per via della vita trascorsa in mare. Sfido io a camminare diritti, che diamine! Che poi si beva questo è indubbio, ma come tutti, via”. Ed accompagnò il pensiero consolatore con un lungo sorso di birra, mentre il campanile batteva le dieci. Battevano le dieci anche i due campanili di Scarperia, però lo facevano distanziati alcuni minuti l’uno dall’altro, mentre il corriere entrava nella 67


cittadina che, con vanteria tutta toscana, si era adornata della scritta uno dei borghi più belli d’Italia. Il corriere fermò il camion sulla piazza e scaricò le preziose casse, il cui contenuto venne rapidamente spartito tra i vari artigiani di coltelleria e presto sparì, inghiottito voracemente dai laboratori. Alshari seguì Holrich al Museo dei Ferri Taglienti, ove il Nostromo consegnò il ligneo scrigno che si erano portati appresso, pagò una quota d’iscrizione e ne ebbe ricevuta. Anche quell’anno il coltello artigianale prodotto dalla comunità di Prince George avrebbe partecipato all’annuale competizione del Coltello Artigianale. Stavolta, causa quel fottuto giunto adamantino, avevano veramente corso il rischio di non arrivare per tempo. Quella odierna era l’ultima giornata utile, la gara si sarebbe tenuta il giorno seguente. Così fu che il Nostromo ed il marinaio scelto avvisarono il Capitano dell’avvenuta consegna ed ebbero l’autorizzazione a trattenersi anche l’indomani per conoscere l’esito della gara; quindi, finalmente rilassati, scesero tra gli scarperiesi ed andarono dritti dritti a farsi due abbondanti dosi di tortelli innaffiati generosamente dal pregiato Chianti. La gara, a dire il vero, aveva poco l’aspetto della competizione. Nel centrale Palazzo dei Vicari, un bel palazzo Medievale, in una grande sala gremita di curiosi ed esperti di ferri taglienti, s’era riunita una giuria di Maestri artigiani che esaminava i coltelli partecipanti alla tenzone. L’esame era attento ed accurato, e riguardava il coltello in tutti i suoi aspetti, da quello estetico a quello funzionale, dalla finezza della lavorazione del manico alla qualità della lama. Il coltello prodotto dalla comunità di Prince George non vinse la sfida con le altre lame. Venne ugualmente ammirato il manico in osso di wapiti, finemente lavorato, e fu anche apprezzato il lungo viaggio che aveva fatto per competere. Così, alla fine, i due marinai con le pive nel sacco, lasciarono quel borgo, “del XIV secolo a nome Castel San Barnaba, detto la Scarperia” precisò il Nostromo, ed in cuor loro felici si diressero nuovamente incontro alla BeatrixB. Si tornava a casa.

68


69


70


Capitolo XVIII

La lettera

La lettera era nella cassetta della posta, una mattina d’autunno, assieme alla bolletta del gas ed alla pubblicità della nuova palestra di fitness. La busta non era di quelle da corrispondenza commerciale. L’aprii frettolosamente, quasi pensando ad un errore, un dono inatteso; all’interno un solo foglio, anch’esso redatto su carta da lettera. Lessi: Piegai con cura il foglio che avevo appena riletto, tastandone con voluttà la grana non comune. Carta da lettera - pensai - e che carta! Strano che se ne usi ancora, da tanto non ne vedevo attorno. Indugiai ancora, stando sulla panchina solia, la lettera tra le mani, sbirciandola in tralice, come a cercare una chiave di lettura rimasta incagliata tra le righe. Estrassi dalla tasca del cappotto la busta sbrecciata e vi reinfilai il foglio. Una goccia di sudore, che aveva rapida attraversato l’ampia fronte per giungere sino al confine del naso affusolato, si staccò, andando a stampare un’impronta, frastagliata e scura, accanto al francobollo, sbavando leggermente l’inchiostro laddove terminava l’indirizzo. L’indirizzo è giusto.

Tutto questo lo lessi d’un fiato sulla soglia. L’aria fuori era fresca, aveva piovuto durante la notte. Chiusi la porta e, sempre leggendo, mi diressi ciabattando in cucina. Ma che senso ha venga indirizzata a me questa lettera di rimpianti e considerazioni su vite altrui che non mi appartengono, che non conosco nè riconosco. 71


Non è neppure firmata e d’altra parte non potrei indicare alcuno dei miei conoscenti così tronfio, arrogante, pieno di sè, borioso da definirsi l’Intelligente. Mi alzai lentamente, con indolenza. La panchina era ancora nell’ombra delle fronde del faggio rosso ed i raggi del timido sole di maggio ravvivavano appena i colori circostanti.

L’acqua ribollente nella caffettiera aveva vinto la quotidiana tenzone risalendo, satura di aroma, il sifone. Versai il caffè. Un pazzo - pensai - oppure pubblicità, non sanno più cosa inventarsi. Quindi piegai con cura la lettera. Carta da lettera - pensai ancora - e che carta! Strano se ne usi ancora, da tanto non ne vedevo attorno... Ed assieme alla busta affidai anche l’esperimento della dottoressa Mowgli al contenitore per il recupero, prima di rituffarmi nella intrigante lettura della Famosa Historia Ridicola y Tragica di Chiminaus, malo hombre de la Contea di Cussignà.

72


73


74


Saggio

Denaro & Morte

Intervento di un Presidente dell’Associazione “Cavalirs Morganatics de Contee di Cussignà” Galliano Moreale

Denaro & MortE Quello che pochi sanno e nessuno dice Ho letto con dedicato interesse i due articoli pubblicati da “la Repubblica” relativi alle conferenze tenutesi a Bologna per il ciclo “Regina Pecunia” del Priore di Bose Enzo Bianchi e del Professor Guido Rossi. Vorrei proporre alla loro attenzione ed alla vostra (di lettori), delle osservazioni, ma debbo fare una premessa. Nel nostro ambiente, inteso come pianeta, gli organismi esistenti, siano essi piante piuttosto che animali (tra i quali indubbiamente noi umani rientriamo) sono viventi in quanto percorsi da energia. Acceso/Spento/On/Off. La vita è energia, talvolta chiamata anche anima, la morte è assenza di energia. Gli interventi del Priore Bianchi e del Professor Rossi hanno spesso toccato il tasto della morte e del denaro come palliativo dell’uomo moderno, esasperato dalla paura di subirla (la morte) e della necessità di averne scudo (denaro), ma senza fare, a mio parere, una necessaria considerazione. Tutti noi (quasi tutti) cediamo lavorando parte della nostra energia vitale in cambio di denaro (bonifici/assegni/banconote/lingotti o quant’altro, non è rilevante il tipo di moneta), che utilizziamo a nostra volta per barattarlo con energia di altri, per consumo nonchè per “ricarica” della nostra energia vitale. 75


Il priore Bianchi scrive, infatti: “(...) il denaro è un mezzo necessario, in sè non è né bene nè male: è uno strumento che esiste dal VI secolo a.C., sotto forma di moneta, che stà nell’ordine delle mediazioni e come tale permette lo scambio (...) è un mezzo che permette di abbattere le frontiere sociali e geografiche. D’altra parte il denaro, proprio per la sua qualità rappresentativa, può essere un fine in sè, un agente di accumulazione delle ricchezze, capace di possedere una grandezza autonoma e una forza seducente”. Ma la forza e la grandezza cui allude il Priore non sono proprietà intrinseche della moneta bensì dell’energia che la moneta consente di poter utilizzare. Con cosa furono espansi, conquistati ed infine difesi i confini del più grande impero della storia, l’Impero Romano? Dal “soldo” pagato a soldati, anche barbari, mercenari che scambiavano la propria vita (energia), per la “mercede”, il compenso, il denaro, si chiamasse Lira o Sesterzo. Ancora il Priore afferma: “Il denaro, infatti, chiede fede-fiducia in se e diventa sicurezza, falsa sicurezza contro la morte, saturazione dei bisogni più veri che abitano il cuore dell’uomo, presenza potente che induce a vedere solo lui, il denaro, e a non vedere gli altri, ad agire senza gli altri e, se necessario, anche contro gli altri”. Il denaro non chiede fede/fiducia. Le istituzioni che l’hanno coniato, governano (cioè con esso pagano) polizia ed esercito. La presunzione o la certezza di poter disporre di sufficiente energia (altrui), anche in età avanzata, è certificata dall’assegno pensionistico nel nostro mondo tecnologico. Per agire contro gli altri insegna sempre il motto che chi meglio paga meglio viene servito. Il concetto pertanto non muta: scambiare soldi/energia. Poi il Priore cede in una supplica finale: “(...) l’unico nemico capace di duellare contro la morte, l’unico capace di vincerla non è il denaro ma l’amore (...)”. No. L’unica nemica della morte è l’energia, come sappiamo, non l’amore. Amare è fornire energia senza pagamento, senza dazione di denari. Ma questa è un altra questione. Il Professor Rossi cita (tra tanti pensatori e filosofi) Marx, il quale, improvvidamente, scrisse: “(...) ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso (...) ciò che io sono e posso non è quindi affatto determinato dalla mia individualità (...). Io sono brutto ma posso comprarmi la più bella tra le donne. Quindi io non sono brutto (...)”. 76


Non sono d’accordo. Tu sei brutto e resti tale anche se una donna, la più bella (e che ne sai tu, che sei brutto?), si è venduta alle tue voglie. La tua energia estetica (sessuale?) non era sufficiente e l’hai comprata con l’energia convenzionale del denaro. Esci da quel letto così com’eri. Soddisfatto forse, ma non più bello. Ma di seguito il Professor Rossi dice anche: “L’interesse composto che ci assicura contro il futuro e ci spinge verso il desiderio morboso della liquidità, garanzia di ricchezza contro la morte, ha il suo ultimo capolavoro nella ricchezza non più creata dal denaro posseduto, che si riproduce nell’interesse (...)”. Professor Rossi, dovremmo spiegare l’interesse composto e cosa lo distingue dall’interesse semplice o, più facilmente, come entrambe siano delle convenzioni che val la pena di smascherare e/o considerare appunto tali. Convenzioni, non verità rivelate. Uno dei pochi ricordi acquisiti, e certi, della fisica, è quello relativo al moto perpetuo. Che non esiste, in quanto applicando una energia pari ad 1 ad un corpo non otterremo mai di ritorno un energia superiore a 1. Ciò significa che il capitale, ovvero cumuli di denari, cioè montagne di energia convenzionale, non producono di per se un bel nulla d’interesse, ne semplice, ne composto. Fortuna che Lei, professore, poco oltre si corregge e ricordando Tommaso d’Aquino opportunamente ripete “Nummus non parit nummos” (ovvero il denaro non crea denaro), ed afferma che da qui si dovrebbe ripartire, ribaltare il concetto, riconsiderare che è il lavoro (l’energia umana applicata) che aumenta il valore di un bene, non è il capitale che autonomamente cresce. Fate una prova empirica, come suggeriva Galileo Galilei: mettete una moneta da 1€ in un cassetto. Riapritelo un anno dopo. Se sarete fortunati avrete ancora 1€. Non di più. Fate una prova più impegnativa, mettete nel cassetto di prima 6 uova fresche, 100gr. di farina, lievito e 50gr. di zucchero. Riapritelo dopo 6 mesi. Se invece avete impastato gli elementi, cioè vi avete aggiunto la vostra energia vitale ed avete cotto il composto (ulteriore energia) avrete ottenuto una torta, cioè un incremento di valore rispetto ai singoli elementi. Anche il Priore Bianchi, nella sua lezione afferma, citando l’autore della Lettera di Giacomo: “Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore dell’Universo”. Riflettete, siate voi Priori, Professori o Lettori. 77


78


Ringraziamenti: Giampiero e Carmen Bertolini, Luci Londero e Mauro Mesaglio.

79


“Per certi versi sconcertante, lirico e criptico, per altri subdolo e graffiante e poi tenero, ingenuo. Comunque colto. Grazie per aver tratto un bel racconto da pensieri sparsi� - Giampiero Bertolini (20 Ottobre 2009) -

Opera prima di Galliano Moreale (Udine, 23/24 Agosto 1958), professionista di mestiere, pittore di vocazione. Vivente, risiede a Udine nella Contea di Cussignacco.


Alshari