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WEBOOK THE REFERENCE GUIDE TO THE FUTURE BIENNALE ARTE 2017

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ADOTTA UN PADIGLIONE ALLA BIENNALE! La Biennale arte fornisce alle nuove generazioni gli strumenti necessari per migliorare la capacità di lettura del Mondo che cambia.

THE REFERENCE GUIDE TO THE FUTURE Con il tuo supporto completeremo il progetto editoriale, condivideremo con voi la ricerca e distilleremo l’essenza imperdibile dei messaggi dal Mondo con gli studenti d’Italia, garantendo libero accesso on line ai contenuti. SIGN UP! TEXT “I LIKE” aT INfo@I-aMf.CoM

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UNIQUE EDITION PRESS


WEBOOK THE REFERENCE GUIDE TO THE FUTURE a cura di i-AMFoundation


Perché PwC@Biennale Arte 2017 Attraverso i ricordi, le esperienze e le scelte che abbiamo vissuto sino al presente possiamo definire la nostra identità e sapere chi siamo. In PwC siamo consapevoli dell’importanza della cultura e dei valori e siamo orgogliosi della nostra identità. Stabilire l’importanza del ricordo serve a collocarci in uno spazio e in un tempo, perché ci si possa definire. Nel contesto della Biennale di Venezia, Umberto Eco utilizzò questa immagine per descrivere l’uomo «l’atleta che per fare un balzo avanti deve fare sempre un passo indietro, se non fa un passo indietro non riesce a balzare in avanti. Senza memoria quindi non si progetta nessun futuro». Il discorso ci coinvolge verso una dimensione collettiva, quando paragona le biblioteche e i musei a depositi di memoria dell’umanità. Per questo abbiamo scelto lo spazio della Biennale Arte 2017, che dal 1895 fornisce una direzione tra passato e futuro, ospitando le avanguardie globali utili per proiettarci nel futuro e interpretare i trend evolutivi dei quali PwC vuole essere protagonista. La Biennale di Venezia è l’eccellenza italiana nel complesso sistema della cultura globale, è un microcosmo che racchiude e rappresenta la complessità del mondo nello stesso spazio, nello stesso tempo, per uno sguardo differente da diverse prospettive. Da 120 anni è sede di incontri, scambi, multiculturalità; una fucina di pensieri e idee dove artisti di tutto il mondo anticipano, interpretano e tracciano le linee guida della propria identità e della loro visione sul mondo. Guarderemo il mondo attraverso l’immaginazione che ci rende capaci di innovare costantemente. Questo è Reimagine the possible

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WEBOOK | CONTENUTI E SERVIZI SUL WEB CAPITOLO 2 REIMAGINE THE POSSIBLE 6

LA BIENNALE DI VENEZIA Cenni storici 8

10 E LODE Orgogliosi della Biennale Dario Franceschini Ministro dei Beni e delle Attività Culturali 12

IL PRESIDENTE DELLA BIENNALE RACCONTA Paolo Baratta Presidente La Biennale di Venezia 14

MAPPE Mappe e sedi espositive della Biennale 16

CAPITOLO 2 REIMAGINE THE POSSIBLE 18

TOOLS FOR MIND 20

D SOCIAL IDENTITY Argentina 23

E MOTHERBOARD & SPIN OFF Grecia Nuova Zelanda 29

F PRATICHE DELL’ARTE Belgio Australia 39

G STORY TELLER Egitto Danimarca 49

H MASTER & SCHOLAR Svizzera Singapore 59

I SOCIAL IMPACT Olanda Polonia Padiglione Centrale 69

K SORGENTE VS FONTE Uruguay Ungheria Sudafrica 83

N OPEN CALL VS CALL FOR PARTICIPANTS Italia 97

O RUOLO DELLO SPETTATORE Spagna 129

R TRADIZIONE Romania Venezuela 135


CAPITOLO 1 PREQUEL

a cura di Valentina Fasan

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i-AMFOUNDATION SOSTENITORE DELLA 57. ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D’ARTE LA BIENNALE DI VENEZIA SPONSOR DELL’ATTIVITÀ EDUCATIONAL

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Cenni storici. La Biennale di Venezia “Una Mostra internazionale dovrà attivare maggiormente il pubblico con la fama degli illustri stranieri che vi concorreranno, porgerà a tutti gli intelligenti che non sono in grado d’intraprendere lunghi viaggi il modo di conoscere e paragonare gli indirizzi estetici più diversi, e arricchirà il patrimonio intellettuale dei giovani artisti paesani, i quali dall’opera dei loro confratelli d’altre nazioni si sentiranno tratti a concepimenti più larghi.” Venezia, 1895 1895 Venne inaugurata ufficialmente alla presenza di re Umberto I e della regina Margherita di Savoia la prima Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia, in quelli che venivano allora chiamati i “Giardini Napoleonici” del Sestriere di Castello. La manifestazione non si limitava all’esposizione di opere provenienti dalle regioni italiane, ma aveva carattere internazionale. Fin dall’inizio, la manifestazione non mise in secondo piano l’aspetto economico, sottolineando nel suo stesso statuto lo scopo di creare un mercato artistico. Alla Biennale venne quindi affiancato un ufficio vendite che manteneva il 10% sul prezzo di vendita delle opere esposte e che inizialmente destinava il ricavato in beneficenza. L’ufficio rimase attivo fino alla fine degli anni Sessanta. L’indirizzo generale della Biennale da un punto di vista politico si rivelò all’avanguardia. Artisti di origini serbe, montenegrine, bosniache, croate, slovene, rumene, turche e polacche poterono infatti veder riconosciuta la propria nazionalità nel catalogo della Biennale, ben prima che le loro rispettive Nazioni acquistassero la propria indipendenza.

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1907 I Giardini sono lo spazio storico in cui si tenne la prima Esposizione della Biennale. Quando venne inaugurata, i Padiglioni nazionali ancora non esistevano. L’unica struttura espositiva permanente era il monumentale edificio del Padiglione Centrale, con le sue colonne neoclassiche e la statua della vittoria alata che torreggiava in cima al suo frontone. I Padiglioni nazionali sarebbero giunti dodici anni dopo con il Padiglione belga nel 1907, seguito da molti altri negli anni a venire: Ungheria, Germania e Gran Bretagna nel 1909, Francia e Svezia (che cederà in seguito il padiglione all’Olanda) nel 1912, la Russia zarista nel 1914. Nel 1930 arrivarono gli Stati Uniti, seguiti da Jugoslavia, Romania e Polonia. Negli anni il numero degli edifici espositivi nei Giardini, progettati in diversi stili architettonici, è arrivato fino a trenta e i Padiglioni che non hanno trovato posto nei Giardini si sono riversati nellla sede dell’Arsenale e in diverse aree della città.


La decisione sugli artisti partecipanti e l’organizzazione delle loro mostre viene affidata esclusivamente alle rispettive Nazioni, che detengono proprietà e territorialità del proprio Padiglione.

1930-1942 Il fascismo aveva iniziato a stringere le maglie del suo controllo anche dal punto di vista culturale e la Biennale non fu esclusa dal diventare strumento di propaganda politica. Il presidente Volpi avviò un’importante svolta con l’istituzione delle rassegne dedicate alle altre muse, come il Festival Internazionale di Musica Contemporanea e quello di Poesia (1930), la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (1932) e il Festival Internazionale di Teatro nel 1934. La Biennale Internazionale d’Arte e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (oggi Il Festival del Cinema di Venezia) sono le prime e più antiche manifestazioni realizzate nel loro genere ancora esistenti. Manifestazioni che fanno assumere alla Biennale quel carattere multidisciplinare che le è peculiare ancora oggi.

1948-1966 La Biennale riapre nel 1948 con un’Esposizione che riassume il rapporto dell’arte italiana con le avanguardie della prima metà del secolo. Il segretario generale, il celebre storico dell’arte Rodolfo Pallucchini, optò per un’impostazione di ampio carattere che potesse riassumere le più rilevanti esperienze artistiche internazionali d’inizio Novecento. Per molti si trattò della prima occasione di ammirare i capolavori delle avanguardie che erano stati bollati come “Arte Degenerata” da nazismo e fascismo (Braque, Picasso, Roualt, Klee, Magritte, Kokoshka, Otto Dix). Nel 1964 il conferimento del Gran Premio per la pittura andò all’opera dell’artista americano Robert Rauschemberg. Si trattava di un simbolico passaggio di consegne, che segnava l’avvento di artisti, gallerie e critica statunitensi, riusciti nella seconda metà del Novecento a rubare la scena a Parigi e all’Europa, facendo di New York la capitale mondiale dell’Arte contemporanea e del gallerista newyorkese di origini triestine, Leo Castelli, il protagonista principale come rappresentante delle avanguardie americane e della nascente Pop Art.

Palazzo delle Esposizioni Venezia, 1895

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CENNI STORICI. LA BIENNALE DI VENEZIA

La Biennale è un palcoscenico che ha come fondale 120 anni di storia delle arti un luogo dove memoria, tempo e spazio si congiungono. Dove ogni due anni si rivela una nuova tempesta di energia che soffia spingendo le ali verso il futuro.” Paolo Baratta, Comunicato stampa 56. Biennale Arte, 2015

1968 L’eco del Maggio francese travolse anche la Biennale con manifestazioni indette dal comitato di studenti, operai e intellettuali rivoluzionari, il bersaglio era la stessa organizzazione della Biennale. Il risultato fu che i premi non vennero più assegnati fino al ripristino nel 1986 e l’ufficio vendite venne chiuso definitivamente. 1970 La Biennale, oltre a riflettere il clima storico del periodo, che dava grande rilevanza alla componente politica (come nell’edizione del 1974), diede ampio risalto anche alle ricerche che sperimentavano inedite commistioni tra differenti mezzi espressivi, come le performance, il movimento dell’Arte Povera e le sperimentazioni di Land Art e Body Art del 1976 e 1978. Ma le sperimentazioni artistiche non furono sempre di facile comprensione per il pubblico e la commedia italiana, particolarmente attenta alla descrizione di vezzi e vizi dei propri connazionali, non mancò di sottolinearlo. La Biennale approdò sul grande schermo con la sua edizione del 1978, grazie ad Alberto Sordi, che vi dedicò alcune scene dell’episodio da lui diretto “Le vacanze intelligenti”, criticando con irresistibile ironia l’eccessiva concettualità delle opere esposte.

1990

Negli anni Novanta la Biennale esplode a Venezia, occupando letteralmente tutta la città con le nuove sedi dei Padiglioni nazionali – che hanno oramai saturato lo spazio dei Giardini (l’ultimo costruito è quello della Corea del Sud nel 1995) e iniziano a affittare palazzi e chiese della città lagunare – e con le sedi degli Eventi Collaterali, in istituzioni, fondazioni e gallerie che organizzano altre mostre inserite nel programma della Biennale. Nel 1998 il Consiglio dei Ministri approva in via definitiva il decreto legislativo di trasformazione in persona giuridica privata della Biennale di Venezia, ovvero in “Società di cultura La Biennale di Venezia”. I settori di attività diventano sei (Architettura, Arti visive, Cinema, Teatro, Musica e Danza), in collegamento con l’ASAC (Archivio Storico) e il Presidente della Biennale viene ora nominato direttamente dal Ministero dei Beni Culturali. Esplode il format “Biennale”, che inizia a fare scuola e si sviluppa su scala globale, di cui citiamo le principali con le Biennali di Habana (1984), Instanbul (1987), Osaka (1990-2001), Lione (1991), Dakar (1992), Santo Domingo (1992), Sharjah (1993), Johannesburg (1995-1997), Gwangju (1995), Shanghai (1996 nazionale e dal 2000 internazionale), Berlino (1998), Liverpool (1998), Melbourne (1999), Art&Industry Biennial in Nuova Zelanda (2000).

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CENNI STORICI. LA BIENNALE DI VENEZIA

2001-2011 Nel nuovo millennio la Biennale riconferma gli orientamenti evidenziati nelle edizioni precedenti lasciando sempre più spazio alla figura dei curatori. Il più incisivo è lo svizzero Harald Szeemann con la mostra Platea dell’Umanità del 2011. “L’impegno di creare ( …) un mondo di validità temporale limitata, ancorato allo spirito dei tempi e legato all’intuizione di ciò che verrà” Harald Szeemann, Platea dell’Umanità

Ron Mueck, Untitled (Boy) Platea dell’Umanità, Biennale Arte 2001

James Lee Byars, performance per Holy Ghost Piazza San Marco, 1975

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10 e lode. Orgogliosi della Biennale Ci sono 5000 giornalisti di tutto il mondo accreditati in questi giorni di vernice, in cui la Biennale dimostra un crescendo di autorità e consapevolezza. Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali. Inaugurazione del Padiglione Italia, 12 maggio 2017 Veramente una bellissima Biennale che avrà grandi numeri, che utilizza spazi nuovi, con Paesi nuovi, veramente una cosa di cui l’Italia deve essere orgogliosa e consapevole. Il Padiglione Italia di quest’anno è straordinario, da 10 e lode, emozionante. Si è fatta la scelta intelligente di restringere il numero degli artisti per dare maggior rilievo alle opere. È quasi un record che io come Ministro sia già alla terza Biennale. L’Italia, con il suo immenso patrimonio artistico e culturale, ha immaginato per troppo tempo che avere un patrimonio culturale così vasto e importante da tutelare e valorizzare, fosse un compito esclusivo e di conseguenza non ha investito abbastanza sull’Arte contemporanea. L’ Arte contemporanea capita spesso di vederla in contenitori contemporanei e quando la si vede in luoghi come i Giardini e l’Arsenale, che ne evidenziano i contrasti, viene ancora maggiormente valorizzata. Abbiamo quindi creato all’interno del Ministero un dipartimento dedicato, la Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanea. Il lavoro svolto sta dando ottimi risultati. Tra gli ultimi, questo padiglione: un progetto solido, una curatrice esperta e degli artisti, Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey, che con le loro opere sono emersi sulla scena nazionale e internazionale. Un’idea di Italia con lo sguardo rivolto al futuro. L’ Italia è piena di grandissimi maestri e di giovani talenti, che si fanno apprezzare [...] in giro per il mondo. Assolutamente giusto e corretto che i nostri giovani vadano all’estero a scoprire il mondo e a imparare, importante è poi poter dare loro l’opportunità di tornare. Al contempo diventa fondamentale essere un Paese che è attrattivo anche per i talenti stranieri e investire sempre di più in Arte e Architettura. L’arcipelago italiano delle arti visive è una realtà viva, dinamica, attraversata da energie e fermenti e ha bisogno del loro prezioso bagaglio di esperienza e aggiornamento. Il mondo magico, a cura di Cecilia Alemani, è stato scelto al termine di una procedura di selezione alla quale sono stati invitati a partecipare dieci nomi rappresentativi del panorama curatoriale nazionale. Il progetto è innovativo e allinea il Padiglione Italia alle più avanzate metodologie espositive, valorizzando il grande ruolo degli artisti nella società contemporanea, in consonanza con il tema generale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte, curata da Christine Macel.

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ABBiAMo LA ForzA DeLLA BiennALe e Penso Che FACenDo sisteMA PotreMo seMPre Di Più FAr CresCere LA qUALità e DAre sPAzio ALL’inFinito nUMero Di tALenti itALiAni, Che DiVentAno seMPre Più AUtoreVoLi neL MonDo. Dario Franceschini, 12 maggio 2017

Cecilia Alemani, curatrice del Padiglione Italia, 57. Biennale Arte

Il Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, il Ministro dei Beni e delle attività culturali Dario Franceschini, il Presidente della Biennale Paolo Baratta, il commissario del Padiglione Italia Federica Galloni e la curatrice del Padiglione Italia Cecilia Alemanni all’inaugurazione del Padiglione Italia

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Il Presidente Paolo Baratta racconta la Biennale Un luogo che deve ottenere e conservare come patrimonio prezioso la stima del mondo, unico viatico per misurare il valore di un’istituzione culturale, e che deve avere consenso, ma anche svolgere una funzione dialettica e mai deve inchinarsi al conformismo e alla facile popolarità. Apre la Biennale Arte 2017, e tra i molti presenti non so quanti sono al corrente della natura e dell’attività complessiva della Biennale di Venezia. L’universo che frequenta l’Arte è costituito da mondi diversi, e se ciò vale per il pubblico, vale anche per gli specialisti, la stampa, la critica. Quanti esperti, abituali frequentatori del Festival del Cinema, hanno messo piede alla Biennale Arte, o Architettura, che pure si svolgono negli stessi giorni? Ogni tanto qualcuno invoca l’interdisciplinarietà, pur non avendo dimestichezza con la multidisciplinarietà. Le arti, in realtà, sono fondate su pratiche specifiche: un danzatore coreografo dedica la sua vita intera a misurarsi con il proprio corpo, un regista la dedica alle varie professionalità che si richiedono per fare un film, non parliamo di un musicista. La Biennale è una grande istituzione che opera in molti settori. La ragione è in gran parte storica. Fu scelta autonoma della Biennale - che iniziò la sua esistenza con la prima mostra d’Arte nel lontano 1895 - la decisione di organizzare un Festival di Teatro. Fu poi sempre nell’ambito della Biennale Arte che si sentì il bisogno di occuparsi della “nuova arte visiva”, il Cinema, e quindi di avviare il primo festival cinematografico del mondo nel 1932 (Cannes aprì nel 1947); festival che appunto chiamiamo ancora “Mostra d’Arte Cinematografica” (quest’anno ripristineremo anche la scritta sul Palazzo del Cinema). E fu poi nell’ambito del settore Teatro che si organizzarono spettacoli di Danza e che si portarono a Venezia performance famose; l’Architettura fece la sua comparsa all’’interno della stessa Mostra d’Arte in un padiglione dedicato. Dopo alcuni cenni negli anni precedenti, fu infatti nell’ambito della Mostra d’Arte del 1980 che si tenne la mostra Strada Novissima di Paolo Portoghesi. Stiamo sviluppando iniziative promozionali al riguardo, anche verso il pubblico dei “conoscitori” (anche della stampa!) visto che ovunque sembrano dominare “appartenenze” a questo o quel settore artistico con scarsa “mobilità”.

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Mi capita ancora adesso, anche se sempre meno per fortuna, di incontrare chi dice di essere sorpreso che mi occupi anche di arte, visto che mi identifica con il cinema e viceversa. Eppure la multidisciplinarietà è uno dei principali punti di forza della Biennale. Al di là del maggiore o minore flusso di persone e di glamour, tutte le attività hanno per noi eguale importanza. La compresenza delle attività è un fatto che coinvolge tutta la struttura della Biennale. Tutto ciò assume straordinaria importanza, ed è una premessa importante per capire e definire l’identità della Biennale come istituzione culturale. L’immersione totale durante tutto l’anno aiuta anche noi a considerare la nostra missione e la nostra regola come quella di un’istituzione di ricerca, quella di un soggetto che vive con gli artisti, che ne deve rappresentare al meglio aspirazioni, utopie, ossessioni, nel rispetto del loro lavoro e avendo come guida null’altro che finalità di tipo artistico.

E qui si verifica anche il paradosso. Ci vedono e ci vogliono come istituzione che porta turisti a Venezia, e noi lo facciamo; ci vedono come istituzione capace di generare “eventi” (ah! l’eventismo, mal du siècle!), e facciamo anche questo. Ci vedono come istituzione che deve incassare e fare numeri, e lo facciamo, ma paradossalmente nessuno di questi, che per altri sono metri di successo, risulta tra gli obiettivi primari della nostra azione. Sono essi piuttosto i mezzi per avere maggiori disponibilità, mai però sacrificando quello che consideriamo il bene più importante che possiamo ottenere, il senso di freschezza, diciamo pure di libertà, e di autonomia che si respira in un luogo di incontro e di dialogo internazionale.

La curatrice della 57. Biennale Arte di Venezia Cristine Macel e il Presidente della Biennale Paolo Baratta

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BIENNALE ARTE 2017

ALL OVER...

VENEZIA VENEZIA / VENICE

FORTE MARGHERA

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GIARDINI

ACTV stop Giardini Biennale

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PARTECIPAZIONI NAZIONALI 16 AD Andorra Istituto Provinciale Santa Maria della Pietà Castello 3701 AO Angola Venice Art Space Dorsoduro 557, Fondamenta degli incurabili AG Antigua & Barbuda Centro Culturale Don Orione Artigianelli Dorsoduro 947 Fondamenta Nani AM Repubblica di Armenia Collegio Armeno MooratRaphael (Palazzo Zenobio, Dorsoduro 2596)

GD Grenada Dorsoduro 417 Fondamenta Zattere GT Guatemala Palazzo Albrizzi-Capello Cannaregio 4118 IR Iran Palazzo Donà dalle Rose Cannaregio 5038, Fondamente Nuove IQ Iraq Palazzo Cavalli Franchetti S. Marco 2847

AZ Repubblica dell’Azerbaigian Palazzo Lezze, S. Marco 2949 Campo Santo Stefano

IS Islanda Spazio Punch Giudecca 800/O

BY Repubblica di Belarus Castello 925 Fondamenta S. Giuseppe

KI Kiribati Palazzo Mora, Strada Nuova Cannaregio 3659

BO Stato Plurinazionale della Bolivia Scuola dei Laneri S.Croce 131/A Salizada S. Pantalon

LB Libano Arsenale Nord Tesa 100

BA Bosnia Erzegovina Palazzo Malipiero S.Marco 3198 CY Repubblica di Cipro Associazione Culturale Spiazzi, Castello 3865 CI Costa d’Avorio Palazzo Dolfin-Gabrielli Dorsoduro 3593 CU Cuba Palazzo Loredan S.Marco 2945

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EE Estonia Palazzo Malipiero (2°piano) S. Marco 3199

LT Lituania Scuola San Pasquale Castello 2786 San Francesco della Vigna LU Granducato di Lussemburgo Ca’ del Duca, S. Marco 3052, Corte del Duca Sforza MN Mongolia Istituto Provinciale Santa Maria della Pietà Castello ME Montenegro Palazzo Malipiero San Marco 3078-3079/A

EVENTI COLLATERALI 17

NG Nigeria Scoletta dei Tiraoro e Battioro Santa Croce 2059, San Stae

1 A bonsai of my dream Works by Wong Cheng Pou Arsenale, Castello 2126/A Campo della Tana

PT Portogallo Villa Hériot, Calle Michelangelo 54/p, Giudecca

2 Alberto Biasi, Sara Campesan, Bruno Munari e altri amici di Verifica 8+1 Istituzione Bevilacqua La Masa ftalleria di Piazza S. Marco 71/C

RO Romania Romanian Institute for Culture and Humanistic Research Palazzo Correr, Cannaregio 2214 SM Repubblica di San Marino Ateneo Veneto, S.Marco 1897 Campo S.Fantin SC Repubblica delle Seychelles ftiardini della Marinaressa Castello, Riva dei Sette Martiri SY Repubblica Araba Siriana Ex Cinema Chiesa del Redentore, Giudecca US Stati Uniti d’America S. Polo 2559/A Fondamenta dei Frari TH Thailandia InParadiso Gallery Castello 1260

3 Body and Soul. Performance Art – Past and Present Conservatorio di Musica “Benedetto Marcello” S. Marco 2810 Campiello Pisani 4 Catalonia in Venice_La Venezia che non si vede Cantieri Navali, Castello 40 Calle Quintavalle 5 Doing Time Palazzo delle Prigioni, Castello 4209 S. Marco, Ponte della Paglia 6 Fernando Zóbel. Contrapuntos Fondaco Marcello, S. Marco 3415 Calle del Traghetto

TN Tunisia Via Garibaldi

7 Future Generation Art Prize @ Venice 2017 Palazzo Contarini Polignac Dorsoduro 874

UA Ucraina Studio Cannaregio, Cannaregio 1345/D

8 James Lee Byars, The Golden Tower Dorsoduro, Campo S. Vio

ZW Repubblica dello Zimbabwe Istituto Provinciale Santa Maria della Pietà Castello

9 Jan Fabre – Glass and Bone Sculptures 1977 – 2017 Abbazia di San Gregorio

Dorsoduro 172 10 Man as Bird. Images of Journeys Palazzo Soranzo Van Axel, Cannaregio 6071 Calle Fianco la chiesa Santa Maria dei Miracoli 11 Memory and Contemporaneity. China Art Today Arsenale Nord, Tese 98, 99 12 Michelangelo Pistoletto Isola di S. ftiorgio Maggiore, Basilica di S. ftiorgio e Officina dell’Arte Spirituale 13 Modus Ca’ Faccanon, S. Marco 5016 (Poste Centrali) 14 Philip Guston and The Poets Gallerie dell’Accademia Dorsoduro 1050 15 Pierre Huyghe Espace Louis Vuitton Venezia, S. Marco 1353, Calle del Ridotto 10.05 – 26.11 16 Ryszard Winiarski. Event-Information-Image Palazzo Bollani, Castello 364 17 Salon Suisse: Ataraxia Palazzo Trevisan degli Ulivi Dorsoduro 810 Campo Sant’Agnese 11.05, 31.08 – 2.09 18 Samson Young: Songs for Disaster Relief, Hong Kong in Venice Arsenale Castello 2126 Campo della Tana

19 Scotland + Venice presents Rachel Maclean’s Spite Your Face ex Chiesa di Santa Caterina Cannaregio 4090 / 4091 Fondamenta Santa Caterina 20 Shirin Neshat The Home of My Eyes Museo Correr Piazza S. Marco 52 21 Stephen Chambers: The Court of Redonda Ca’ Dandolo, S. Polo 2879 Calle del Traghetto S. Tomà 22 Wales in Venice James Richards Santa Maria Ausiliatrice, Castello 450 Fondamenta S. Gioachin 23 Yesterday/Today/Tomorrow: Traceability is Credibility by Bryan Mc Cormack Fondazione Giorgio Cini, Isola di S. Giorgio Maggiore Sala Borges


57. BIENNALE ARTE 2017 ARSENALE ARSENALE

VIVA ARTE VIVA PARTECIPAZIONI NAZIONALI PARTICIPATING COUNTRIES

PE SG SI ZA TN TR TV

Malta Messico / Mexico Nuova Zelanda / New Zealand Perù / Peru Singapore Repubblica di Slovenia / Republic of Slovenia Repubblica del Sudafrica / Republic of South Africa Tunisia Turchia / Turkey Tuvalu

Padiglione delle Arti Applicate Pavilion of Applied Arts PAA La Biennale di Venezia con / with Victoria and Albert Museum

EDU S C F

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APPRODO TAXI

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ACTV stop Arsenale

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ARSENALE NORD → GIARDINO DELLE VERGINI Navetta gratuita collegata ai mezzi pubblici#/ Free shuttle connecting to the public boat service 11:00 → 17:20 ogni#/#every 20’ (eccetto#/#except 13:20) da#/#from BACINI (3’ da#/#from ARSENALE NORD) per#/#to GIARDINI, ACTV linea / line 4.2

Arsenale Nord

Biglietteria / Ticket Office Family Area Noleggio gratuito passeggino / Courtesy stroller Biennale Educational Biennale Sessions Biennale College Swatch Faces 2017 The Swatch Art Peace Hotel at Arsenale Ufficio Stampa / Press Office Entrata / Entrance Uscita / Exit

Albania Argentina Cile / Chile Repubblica Popolare Cinese / People’s Republic of China HR Croazia / Croatia AE Emirati Arabi Uniti / United Arab Emirates PH Filippine / Philippines GE Georgia ID Indonesia IE Irlanda / Ireland ITALIA Italy KS Repubblica del Kosovo / Republic of Kosovo LV Lettonia / Latvia MK Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia / Former Yugoslav Republic of Macedonia AL AR CL CN

MT MX NZ

Giardini

GIARDINI GIARDINI VIVA ARTE VIVA

AT

PARTECIPAZIONI NAZIONALI PARTICIPATING COUNTRIES

RS

EG

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HU NL

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ES DK

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P.N.

Australia Austria Belgio / Belgium Brasile / Brazil Canada Repubblica Ceca / Czech Republic SK Repubblica Slovacca / Slovak Republic KR Repubblica di Corea / Republic of Korea DK Danimarca / Denmark EG Egitto / Egypt FI Finlandia / Finland FR Francia / France DE Germania / Germany JP Giappone / Japan GB Gran Bretagna / Great Britain GR Grecia / Greece IL Israele / Israel NL Olanda / The Netherlands P. N. Paesi Nordici / Nordic Countries (Finlandia / Finland, Norvegia / Norway, Svezia / Sweden) P. VE Padiglione Venezia PL Polonia / Poland AU AT BE BR CA CZ

FR

RO RU RS ES US CH HU UY VE

EDU S B

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Romania Russia Serbia Spagna / Spain Stati Uniti d’America / United States of America Svizzera / Switzerland Ungheria / Hungary Uruguay Repubblica Bolivariana del Venezuela / Bolivarian Republic of Venezuela Biglietteria / Ticket Office Biennale Educational Biennale Sessions Biblioteca della Biennale – ASAC / Biennale Library – ASAC Swatch Faces 2017 Ian Davenport at Giardini Entrance / Exit

GB

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CA KR

ACTV stop Giardini

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ACTV stop Giardini Biennale

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CAPITOLO 2

REIMAGINE THE POSSIBLE a cura di Leonardo Rotatori

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i-AMFOUNDATION SOSTENITORE DELLA 57. ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D’ARTE LA BIENNALE DI VENEZIA SPONSOR DELL’ATTIVITÀ EDUCATIONAL

i-AMFOUNDATION The strategy system for social impact

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CAPITOLO 2 REIMAGINE THE POSSIBLE a cura di Leonardo Rotatori

SOCIAL IDENTITY

Tools for Mind 2017

ARTISTS

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ARTWORKS

WEBOOK

SPECTATORS

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SOCIAL IDENTITY

D

L’IPOTESI DI CONSIDERARE L’OPERA D’ARTE COME CARTINA TORNASOLE DEL CONTESTO SOCIALE, IMPLICA UNA CAPACITÀ DELL’AUTORE DI REALIZZARE L’OPERA ANCHE COME ARCHIVIO DELLA PARTECIPAZIONE. SARÀ UN AMBIENTE CON UNA SENSIBILITÀ PROPORZIONALE ALLA QUANTITÀ DI PONTI APERTI PER POTER AGGIUNGERE “ALTRO”. Argentina

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SOCIAL IDENTITY

Argentina 1 the horse Problem di Claudia Fontes | a cura di Andrés Duprat

L’installazione propone una lettura surreale del mito fondante della nazione, dove il cavallo è una delle icone attraverso le quali l’Argentina ha costruito in maniera “artificiale” la sua identità culturale nel XiX secolo. The Horse Problem, l’installazione presentata dall’artista argentina Claudia Fontes al Padiglione Argentina, mostra una scena sospesa nel tempo: tre figure - un cavallo monumentale che sgroppa, affiancato da una donna e da un ragazzo a grandezza naturale - si contrappongono a una pioggia di sassi sospesi nell’aria che riflettono con la loro ombra l’immagine speculare dell’animale, frantumata. Nell’intervista con il curatore Andrés Duprat l’artista esamina la genesi del processo che l’ha portata a progettare quest’installazione, dichiarando di aver analizzato innanzitutto il contesto in cui si doveva svolgere l’evento. Le informazioni economiche e storico-politiche che sono contenute all’interno dello spazio stesso dell’Arsenale, giocano un ruolo importante: in origine era una fabbrica di armi, di quei cannoni che andavano ad armare le navi mercantili e militari, nei processi di colonizzazione economica e non solo. I materiali che compongono lo spazio stesso (mattoni, ferro e travi di legno) sono stati creati con una tecnologia che prevedeva lo sfruttamento del cavallo, utilizzato un tempo come “macchina da traino”. Infine, la sua attenzione si è focalizzata sullo schema della Biennale di Venezia, come istituzione che eredita e perpetua la tradizione delle Esposizioni Universali del XIX secolo, nelle quali l’Occidente europeo confermava i propri trionfi sull’“altro”. È appunto in questo contesto che l’artista mette in discussione i fondamenti stessi dello spazio istituzionale all’interno del quale viene presentata l’installazione e porta all’attenzione la questione dei fondamenti delle Nazioni che, costruite grazie alla trazione dei cavalli, sottomettono la natura e gli individui al corso della storia. Come descrive il curatore Duprat, così come la macchina ha sostituito la trazione animale, la modernità, con la sua dialettica tra “civiltà e barbarie”, ha reso la figura del cavallo una pura astrazione, mentre il cavaliere assente nell’opera - indio, gaucho, soldato, bracciante - è la figura mancante che, per sottrazione, conferisce tensione e significato all’insieme. La scena che si presenta nello spazio espositivo dell’ Arsenale è surreale: la figura di una donna in piedi mentre si copre gli occhi con una mano e cerca di calmare un cavallo dalle proporzioni gigantesche, appoggiando l’altra mano sul suo muso, poco distante da queste due figure, un ragazzo, accucciato, sta esaminando la natura dei resti di rocce che piovono dal soffitto. L’artista propone così una lettura radicale del rapporto tra uomo e cavallo, alla base del mito fondante della nazione, una delle icone attraverso le quali l’Argentina ha costruito in maniera “artificiale” la sua identità culturale nel XIX secolo. Un chiaro esempio in tal senso è il Monumento al Generale José de San Martin, la prima statua equestre eseguita in Argentina da

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SOCIAL IDENTITY uno scultore francese nel 1862, che venne riprodotta e installata nella piazza principale di ben 20 città in tutto il paese. Nell’interpretazione dell’artista, l’animale, prigioniero di una gabbia costruita dalla propria forza motrice (l’architettura industriale del padiglione dell’Arsenale) scioglie con la sua vitalità il canone statuario che, lungo la storia, ha ridotto il cavallo a semplice elemento funzionale dei racconti istituzionali commemorativi.

Claudia Fontes, The Horse Problem Padiglione Argentina 57. Biennale Arte

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SOCIAL IDENTITY

Padiglione Argentina 57. Biennale Arte

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MOTHERBOARD & SPIN OFF

E

LA TRASMISSIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE DI UN GRUPPO CHE, OGGI PIÙ CHE MAI, VA VISTO COME ETEROGENEO, TROVA NELLA ORALITÀ IL SISTEMA PER TRASMETTERE IL SAPERE. ATTRAVERSO L’EVENTO CULTURALE GLI ARTISITI, IN QUALITÀ DI FILTRI, SCELGONO ESPERIENZE DEL PASSATO CHE, ASSUNTE COME MOTHERBOARD, SI PONGONO COME RISCOPERTA RICCHEZZA VERSO LE NUOVE GENERAZIONI. Grecia

nuova zelanda

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MOTHERBOARD & SPIN OFF

Grecia 2 Laboratory of Dilemmas di George Drivas | a cura di Orestis Andreadakis

il lavoro di Drivas si ispira alla tragedia “Le supplici” (463 a.C.), dove eschilo racconta le peripezie delle danaidi, realizzando il primo testo letterario della storia, dove si porta il caso di un gruppo di persone che cerca asilo presso il regno di Argo. La tragedia si concentra sul dubbio del sovrano, tra aiutare le supplici e gli effetti della propria scelta. L’artista George Drivas rappresenta la Grecia con l’installazione video intitolata Laboratory of Dilemmas, un’installazione site specific e video narrativa basata sulla tragedia Hikétides (Le Supplici) di Eschilo, che mette in scena un dilemma tra salvare lo straniero e mantenere la sicurezza del nativo. In linea con le attuali problematiche sociopolitiche globali, il lavoro affronta l’angoscia, lo sgomento e la confusione di individui e gruppi sociali quando viene chiamato ad affrontare simili dilemmi. Hikétides di Eschilo (464-463 a.C.) è il primo testo letterario della storia che solleva la questione di un gruppo di persone che cercano asilo. Le Danaidi hanno lasciato l’Egitto per evitare di sposare i loro primi cugini e arrivare a Argos per cercare asilo dal re della città Pelasgo, si presentano al suo cospetto “…reggendo ciascuna nella mano sinistra un ramoscello d’ulivo avvolto da bianche lane, il segno delle supplici”. Il re deve quindi affrontare un vero e proprio dilemma: se aiuta le donne straniere, rischia di provocare turbolenze tra i suoi abitanti e di andare in guerra con gli egiziani, che le stanno cercando. Ma se non le aiuta, romperà le sacre leggi dell’ospitalità e violerà i principi della legge e dell’umanesimo, lasciando le supplici alla mercé dei loro inseguitori. Laboratory of Dilemmas si concentra sul dilemma della tragedia greca, parafrasando attraverso gli estratti di un documentario incompiuto, di tratta di alcuni filmati ritrovati su di un esperimento medico scientifico. Questo esperimento non è mai stato completato per motivi sconosciuti, ma i frammenti trovati del documentario rivelano oggi, i dettagli della ricerca, così come le speranze del professore greco, che lo ha concepito e i disaccordi con i suoi co-ricercatori. Studiando una coltura cellulare, i medici trovarono un gruppo di cellule diverse, che mostravano resistenza a organizzarsi con le cellule preesistenti. Il dilemma quindi nasce: lasciare agire le due popolazioni di cellule, senza conoscerne le conseguenze, o isolare e condannare le nuove cellule all’estinzione, nel timore che questa unione possa danneggiare la coltura esistente?

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MOTHERBOARD & SPIN OFF La storia viene presentata attraverso molteplici sorgenti video e audio all’interno di un labirinto buio, costruito nel padiglione per offrire un’esperienza audiovisiva peripatetica. Le voci e frame dei video si intervallano in una struttura a due piani. Infine una sala è totalmente dedicata alla proiezione del video, dove l’acclamata attrice Charlotte Rampling (Leone d’oro alla carriera in questo Festival del Cinema di Venezia) ha un ruolo di primo piano, insieme ad altri attori greci e recita la parte di uno dei ricercatori che si interroga sull’esperimento e sulle decisioni da prendere. L’opera rispecchia dunque problemi sociopolitici contemporanei e può creare spunti di riflessione per ogni visitatore, ma non dà in verità nessuna risposta al dilemma iniziale.

George Drivas, Laboratory of Dilemmas Padiglione Grecia 57. Biennale Arte

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MOTHERBOARD & SPIN OFF

Nuova Zelanda 3 Lisa reihana: emissaries di Lisa Reihana | a cura di Rhana Devenport

L’opera ricorre a racconti romanzati, testimonianze storiche, mitologia e assonanze per manipolare le nozioni di verità; lo sguardo imperialistico è restituito con una piega indagatrice. È una re-immaginazione del ciclo francese di pannelli su carta Les sauvages de la Mer Pacifique (1804-05). La Nuova Zelanda presenta l’artista multimediale Lisa Reihana con il progetto Emissaries, un lavoro tecnicamente ambizioso e dalle sfumature poetiche. L’esposizione mira a liberarsi dagli ideali e dalla filosofia dell’Illuminismo, dallo slancio coloniale e dal distante ma penetrante sguardo del potere. in Pursuit of Venus [infected] è un video panoramico su grande scala, una re-immaginazione cinematografica del ciclo francese di carta da parati Les Sauvages de la Mer Pacifique (1804–05), anche conosciuto come “I viaggi del Capitano Cook”. Due secoli più tardi – e quasi 250 anni dopo i viaggi che li hanno ispirati – Reihana utilizza complesse tecnologie audiovisive del XXI secolo per animare le scene dei pannelli con narrazioni di incontri reali e fantastici in un’impresa culturale di rivalorizzazione e re-immaginazione. L’artista riscrive questa fantasia del Pacifico propria dell’Europa per suggerire una storia più complessa. Questo panorama-video popolato da personaggi della Nuova Zelanda, del Pacifico e dell’Europa crea un’esperienza coinvolgente e ipnotizzante. Reihana colloca la morte di Cook alle Hawaii come il momento drammatico di rottura. Questa e altre storie sono messe in scena all’interno di un mondo di immagini e di suoni senza fine, dove il tempo è ciclico. Un accompagnamento sonoro che combina scene riprese dal vivo, il ticchettio di un orologio originale utilizzato nei viaggi di Cook, e rare registrazioni di taonga pūoro (strumenti musicali Māori), che Cook raccolse, esalta lo sviluppo emotivo dell’opera. Il titolo in Pursuit of Venus [infected] fa un chiaro riferimento al “Punto di Vista” o PdV dell’artista [in inglese Point of View, PoV]. La parola “Venere” allude invece alla missione scientifica internazionale per misurare i cieli, documentando il transito di Venere nel 1769, al fine di determinare la distanza tra la Terra e il Sole. Si fanno citazioni indirette anche alle idee arcadiche dei Mari del Sud, con Bougainville che chiamò Tahiti “Nuova Citera” con riferimento al luogo di nascita della dea dell’amore. L’“infezione” [infected] si rivela attraverso gli ostacoli tipici di un incontro, nel momento in cui le popolazioni del Pacifico e i marinai, così come artisti, scienziati e astronomi inglesi condividono questo luogo amplificato fantastico.

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MOTHERBOARD & SPIN OFF Una costellazione di cinque cannocchiali presenta trasparenze che fanno riferimento al PdV (Punto di Vista) dello spettatore e conducono letteralmente lo sguardo verso alcuni momenti associati al video. Si vedono una statuetta della Baia di Nootka che rappresenta un antenato dell’emisfero settentrionale, il biglietto da visita che il tahitiano Omai usava presentare a Londra, un importante copricapo delle Isole Cook indossato da un performer di Rarotonga, una bussola universale del XVIII secolo per seguire le fasi della colonizzazione, e la frase dell’artista “Perché noi veniamo dal Futuro”. Queste parole alludono alla concezione Māori e del Pacifico del tempo (Tā Vā) dove il passato, il presente e il futuro sono rappresentati nello stesso momento.

Lisa Reihana, Emissaries Padiglione Nuova Zelanda 57. Biennale Arte

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MOTHERBOARD & SPIN OFF

Padiglione Nuova Zelanda 57. Biennale Arte

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PRATICHE DELL’ARTE

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GLI ARTISTI CONSAPEVOLI DELL’IMPORTANZA DELLA TRASMISSIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE GLOBALE, PROPONGONO ALLA BIENNALE UN PROCESSO ARTISTICO, CHE PREVEDE “AZIONI” INTELLETTUALI DI RE-EDITING NELLE SUE MULTIFORMI APPLICAZIONI. IN DEFINITIVA, CON “AGIRE” SI INTENDE OGNI AZIONE, CHE POTRÀ ESSERE COMPIUTA DANDO VITA A UNA TRASFORMAZIONE DELLA MATERIA E DELLA FORMA PRECEDENTE. Belgio

Australia

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PRATICHE DELL’ARTE

Belgio 4 Dirk Braeckman di Dirk Braeckman | a cura di Eva Wittocx

“Al giorno d’oggi ognuno è in grado di scattare buone fotografie e le persone sono realmente interessate solo ai risultati finali. Mi oppongo a questa tendenza sottolineando l’esplorazione del mezzo. Le mie foto sono come bombe inesplose, cariche e piene di energia repressa.” Dirk Braeckman Il fotografo Dirk Braeckman ha sempre immaginato lo spazio del Padiglione belga come ideale per il suo lavoro, per via della luce che inonda in maniera omogenea l’architettura interna. Nel concepire l’allestimento ha deciso di mantenere uno stile sobrio: appena si entra nel Padiglione, lo sguardo viene portato naturalmente a contemplare determinate opere appese in fondo alla sala. La mostra salvaguarda l’intimità e al contempo la distanza che le immagini fotografiche suggeriscono. Avvalendosi della fotografia analogica, Braeckman ha sviluppato un proprio linguaggio delle immagini , che acuisce lo sguardo e riflette sullo statuto dell’immagine. Il fotografo esplora i confini del proprio mezzo e sfida le convenzioni fotografiche. Il flash della fotocamera rimbalza sulla superficie dell’immagine, sulla struttura dei muri, le tende, i tappeti e i poster. L’artista non lavora mai con serie o temi fissi: la sua opera è un incessante continuum. Le sue fotografie raffigurano soggetti anonimi del suo ambiente diretto che suggeriscono una storia aperta. L’artista mostra elementi di interni intercambiabili o personaggi meramente presenti, tutti privi di un luogo, tempo, emozione o identità ben precisa. Questa mostra offre uno spaccato della pratica artistica e del processo operativo di Braeckman, che crea le immagini in camera oscura. In tal senso, la sperimentazione è essenziale tanto nella registrazione con la fotocamera quanto nello sviluppo. Illuminando, manipolando ed elaborando i negativi e la carta fotografica si generano immagini sempre nuove, uniche. La granulazione, le macchie, i sezionamenti e l’appiattimento della prospettiva ostacolano la lettura e l’interpretazione diretta del suo lavoro. La sotto e sovra illuminazione, oltre al lavoro con i toni del grigio, rafforzano il carattere iconico delle immagini.

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PRATICHE DELL’ARTE

“neLLA MiA CAMerA osCUrA, Che FUnGe DA AteLier, LAVoro in AnALoGiCo. Mi serVe iL ProCesso in CAMerA osCUrA. PreFerisCo ConCentrArMi seMPre Più sU Un’UniCA iMMAGine o sUL ProseGUiMento Con Un’UniCA iMMAGine. non VoGLio CreAre Un’iMMAGine e Poi Un’ALtrA e Un’ALtrA AnCorA. DesiDero PiUttosto oCCUPArMi Di Un nUMero esiGUo Di DAti e PossiBiLità e PortAre AVAnti iL LAVoro sU Di essi. Mi DiLUnGo Con PiACere. Le Mie iMMAGini si Possono Mettere in DisCUssione ContinUAMente e si Possono troVAre in esse storie seMPre nUoVe”. Dirk Braeckman

Dirk Braeckman, Solo Exhibition Padiglione Belgio 57. Biennale Arte

Dirk Braeckman, Solo Exhibition Padiglione Belgio 57. Biennale Arte

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PRATICHE DELL’ARTE

Australia 5 My horizon di Tracey Moffatt | a cura di Natalie King

Le scenografie e le foto concepite con estrema cura sono colme di teatralità e vi riecheggiano riferimenti al cinema, all’arte e all’epica storia della fotografia, oltre che alle vicissitudini personali . Viaggi e approdi, occupazione e deprivazione, colonizzazione e massacri, perdita e nostalgia sono tutti rievocati nelle coreografie dei suoi personaggi. Natalie King, Curatrice del Padiglione Australiano 2017, afferma che le opere inedite di Tracey Moffatt, sospese tra la fiction e la storia, hanno tutto l’incanto dei racconti immaginifici nati dal suo utilizzo composito di diverse forme d’arte, dalla fotografia, al cinema e al video. Il risultato è una mostra onnicomprensiva, aperta, dilatata e personale L’artista australiana con il progetto My Horizon presenta due serie inedite di fotografie di grandi dimensioni, Il Corpo Ricorda e Traversata, e due nuovi video intitolati Veglia e I fantasmi bianchi giunsero dal mare, nei quali le scenografie magistralmente concepite si ispirano a fonti molto diverse l’una dall’altra (notiziari televisivi, poesia, pittura surrealista, fotografia documentaria, il cinema di Hollywood) e si intrecciano con i ricordi personali dell’artista. A proposito del titolo della mostra, Tracey Moffat afferma: “I miei personaggi immaginari che vediamo fissare lo sguardo sulla linea dell’orizzonte, forse sognano di fuggire o riflettono sui propri ricordi. Il titolo si può interpretare come un desiderio di vedere oltre il posto in cui ci si trova: significa avere una visione, un desiderio di proiettarsi al di fuori di sé stessi, significa esistere nella sfera della propria immaginazione o voler superare i propri limiti. Nella vita ci sono dei momenti in cui tutti noi riusciamo a vedere cosa sta ‘arrivando da oltre l’orizzonte”, ed è in quei momenti che ci attiviamo, oppure non facciamo nulla e ce ne stiamo semplicemente ad aspettare qualsiasi cosa stia per arrivare”. Nei suoi drammi fotografici la messa in scena è estremamente elaborata. La serie di 12 fotografie in Traversata è una composizione ricca di atmosfera che ha molto del film noir, mentre la cromia pittorica e l’onnipresente foschia ricreano un effetto alla Turner. “Ho cercato di fare in modo che lo stile di queste immagini, paragonabile a quello di un film noir anni 1940, susciti l’impressione del passato, mentre la trama racconta ciò che accade proprio oggi che i richiedenti asilo valicano i confini”, spiega Tracey Moffatt. Il cast dei personaggi - una madre con un bambino, un poliziotto con una motocicletta e un distinto fumatore in abito elegante, interpretano una trama di incontri furtivi in un porto desolato.

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PRATICHE DELL’ARTE Le figure sono immerse nella luce solare dai raggi inclinati del tardo pomeriggio o dell’alba, in un porto misterioso. “Traversata è una storia vecchia quanto il mondo. Lungo tutto il corso della storia e in tutte le culture, gli esseri umani hanno sempre cercato di fuggire oltre i confini alla ricerca di una nuova vita”. Nei suoi drammi video o fotografici la messa in scena, persino del racconto antecedente alla creazione dell’opera, è estremamente elaborata. Nel video I Fantasmi bianchi giunsero dal mare l’artista sostiene di aver rinvenuto di recente un frammento di un’antica pellicola al nitrato, nei sotterranei di un’ex Missione Aborigena in centro a Sydney. Si suppone che il film sia stato girato dagli indigeni con una delle prime macchine da presa abbandonata da un membro dell’equipaggio del Capitano Cook il 26 gennaio 1788, giorno in cui i colonizzatori solcarono per la prima volta le acque del golfo di Sydney dando così inizio al loro insediamento in Australia. La pellicola è deteriorata a tal punto da ricordare le vecchie pellicole al nitrato. Quest’immagine della baia di Sidney, proiettata sul legname malandato di una vecchia cornice in stile georgiano, presenta un’oscura sfumatura di inquietudine. Fiction o realtà?

Tracey Moffatt, My Horizon Padiglione Australia 57. Biennale Arte

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Padiglione Australia 57. Biennale Arte

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STORY TELLER

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SAPPIAMO CHE I PAESI SONO SEMPRE PIÙ INTERCONNESSI TRAMITE LE TECNOLOGIE DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE. NON DEVE SORPRENDERE CHE ILSENTIMENTO ARTISTICO PRENDA LA FORMA DI PIATTAFORME COME METAFORE TERRITORIALI, CHE CONSENTONO UN MODO DIALETTICO PER LA CIRCOLAZIONE NEL FUTURO DI IDEE PORTATE DA ESPERIENZE DEL PASSATO. egitto

Danimarca

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STORY TELLER

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Egitto the Mountain di Moataz Nasr | a cura del Ministero della Cultura egiziano

“in un mondo che ci bombarda di informazioni, dovremmo sentirci sicuri e avere la sensazione di tenere tutto sotto controllo. non è così. Le nostre ansie si moltiplicano via via che la nostra conoscenza aumenta, paralizzati al pensiero degli innumerevoli pericoli che minacciano la nostra esistenza.” Moataz nasr ci invita a esplorare questa condizione che pervade tutti indistintamente. L’opera filmica The Mountain richiama nella forma le fiabe tradizionali orientali come quelle delle Mille e una notte, nella quale Moataz Nasr usa la semplice superficie di una storia per approfondire temi morali, etici e filosofici. La montagna in sé è già un luogo carico di simbologia e riferimenti millenari, se pensiamo al Monte Sinai dove Mosè ricevette i Dieci Comandamenti o al Monte Olimpo, dove gli antichi greci credevano avesse sede il regno degli dei. Nell’opera dell’artista egiziano, la montagna non è un luogo di saggezza o di divinità, bensì incombe gettando un’ombra pesante sul paesaggio e sul villaggio sottostante. Ricopre un ruolo centrale nella storia, rappresentando una minaccia imbattibile, un luogo dove pare viva un demone, un mostro (vero o metaforico), che cresce e si nutre delle incertezze, delle paure e della codardia degli abitanti dell’intero villaggio, che da generazioni lo temono. Moataz Nasr ci invita ad esplorare questa condizione umana di paura, che pervade tutti indistintamente, attraverso la storia degli abitanti di questo villaggio immaginario, ma caratterizzato fortemente dal fatto di trovarsi in Egitto. “I want people to feel as if they are entering Egypt. They smell it. They touch it. They feel the humidity of the houses. They feel the air and the dust”, si accede dunque al Padiglione passando attraverso una tipica costruzione fatta di fango e canne e ci si ritrova in uno spazio buio, dove si cammina su terra battuta. Un maxi schermo occupa tutta l’ampiezza dello spazio, dove viene proiettato il video da 12 minuti, che si compone di diverse angolazioni e riprese. Nel corso della narrazione, l’artista ci guida attraverso la nostra incapacità ad accettare l’ignoto in un’era di conoscenza apparentemente senza limiti.

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STORY TELLER La protagonista del film, Zein, dopo aver lasciato da piccola il villaggio ed aver avuto l’opportunità di studiare nella capitale, fa ritorno a casa e riscopre il suo paese natio con una prospettiva scettica di fronte alle certezze della tradizione e del timore perpetuo di un mito, che potrebbe risultare totalmente falso. L’artista vuole esplorare questo sentimento primordiale della paura, che gioca un ruolo fondamentale nel processo che dà forma al mondo in cui viviamo oggi. Influenza le nostre relazioni, le nostre opinioni, e non da ultimo le nostre azioni, negandoci di andare oltre e vivere appieno le nostre vite. In un mondo che ci bombarda di informazioni da ogni lato dovremmo sentirci sicuri. Dovremmo avere la sensazione di avere tutto sotto controllo. Eppure non è così. Le nostro ansie si moltiplicano via via che la nostra conoscenza aumenta. Il viaggio dei protagonisti del film diventa in sostanza il nostro viaggio, dall’accettazione passiva di una vita limitata, verso il riconoscimento e lo svelamento delle nostre debolezze, per arrivare forse un giorno alla consapevolezza di poterle superare da soli.

Moataz Nasr, The Mountain Padiglione Egitto 57. Biennale Arte

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STORY TELLER

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Danimarca inFLUenzA: theatre of Glowing Darkness di Kirstine Roepstorff

Il progetto ci sfida a concepire l’oscurità come una forza positiva in grado di trasformare e rafforzare, per dare una nuova vita al nostro futuro. Influenza: “l’atto di condizionare qualcuno, ma anche una comune malattia virale, che si diffonde attraverso l’interazione sociale.” Ideato dall’artista visiva Kirstine Roepstorff, il progetto di mostra influenza.theatre of glowing darkness ci sfida a concepire l’oscurità come una forza positiva. La mostra si concentra sulla metamorfosi che intercorre tra l’annichilazione di ciò che si conosce e l’accettazione del nuovo. L’oscurità dissolve la forma e diventa un vuoto, non di assenza bensì di densità, dal quale tutto si genera. In italiano il termine “influenza” indica ‘l’atto di condizionare qualcuno’; in inglese, si riferisce ad una comune malattia virale. Se l’influenza si diffonde attraverso il contatto e l’interazione sociale, allora il suo antidoto - come un vaccino - può verosimilmente trovarsi nella sua stessa logica di trasmissione da persona a persona: ovvero, nella capacità di ciascun individuo di compiere scelte che condizionano altri individui; questo è il potere della civiltà che, dal basso, può influenzare il cambiamento. Influenza: come sintomo, ma anche cura. La mostra è costituita da un teatro immersivo ed un intervento strutturale realizzato sia all’interno del padiglione sia all’esterno, nei giardini circostanti. Theatre of glowing darkness è una produzione teatrale e per assistervi lo spettatore deve rimanere seduto per 30 minuti in un ambiente totalmente immersivo composto da diversi elementi quali buio, luce, proiezioni, vetro e un dialogo di voci narranti, che coinvolge tre protagonisti. L’opera si pone l’obiettivo di esplorare l’oscurità come condizione di guarigione e riconciliazione, e come parte integrante del naturale ciclo di morte e di rinascita. Nell’oscurità mistica di Roepstorff l’unità primordiale viene ripristinata e noi riacquistiamo la forza per sognare. Riflettendo il modo di trasmissione virale dell’influenza, l’intero progetto per il Padiglione è stato strutturato come una rete di apprendimento, per questo non ha un curatore, ma quattro collaboratrici che costituiscono il ‘Consortium’ della mostra. Le curatrici, con cui l’arti-

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STORY TELLER sta aveva lavorato in passato, hanno svolto il ruolo di “cassa di risonanza”, dialogando costantemente con Roepstoff durante ogni fase di sviluppo del progetto, attraverso workshop ed esperimenti fisici. Utilizzando il padiglione stesso come una forma scultorea, l’artista ne ha ripensato anche la struttura architettonica, alterandone i confini preesistenti affinché mediassero con il suo intervento nell’ambiente circostante. Smantellando fisicamente ogni confine dell’edificio, il territorio nazionale demarcato dal padiglione si apre all’esterno: finestre e sezioni di mura sono rimosse per eliminare ogni barriera tra dentro e fuori, cultura e natura, arte e mondo. Riprogettando il giardino circostante affinché esso riemerga e si insinui negli spazi della galleria adiacente, Roepstorff ha riconcepito il padiglione come un luogo di rigenerazione, che preannuncia gli albori di una nuova era.

Kirstine Roepstorff, Influenza. Theatre of Glowing Darkness Padiglione Danimarca 57. Biennale Arte

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STORY TELLER

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MASTER & SCHOLAR

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È GIUNTO IL MOMENTO DI ALIMENTARE MECCANISMI VIRTUOSI PER IL RICONOSCIMENTO DELLE POTENZIALITÀ CREATIVE, IN GRADO DI PRODURRE FELICITÀ. È IMPORTANTE SENTIRE LA PROPRIA RESPONSABILITÀ DI FRONTE ALLA CRISI DELLO STATO SOCIALE E CULTURALE. ECCO PERCHÉ GLI ARTISITI SVOLGONO IL RUOLO DI CITTADINI DANDO AI PROPRI PROGETTI UN’AURA DI NECESSITÀ E AUTENTICITÀ. svizzera

singapore

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MASTER & SCHOLAR

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Svizzera Women of Venice di Teresa Hubbard, Alexander Birchler e Carol Bove | a cura di Philipp Kaiser

il curatore Philipp Kaiser con questo progetto trae spunto dall’assenza e si interroga sui motivi che indussero l’artista Alberto Giacometti, durante tutta la sua carriera, a non esporre le proprie opere al Padiglione della svizzera. L’esposizione Women of Venice trae spunto dall’assenza, sconosciuta ai più, di Alberto Giacometti della Biennale Arte. L’artista, residente a Parigi, fu ripetutamente invitato a esporre a Venezia, ma gli sforzi in tal senso delle autorità elvetiche furono vani. Sin da giovane Giacometti si considerò infatti un artista internazionale, e in quanto tale rifiutò sistematicamente qualsiasi etichetta di appartenenza nazionale. Persino quando suo fratello Bruno costruì il nuovo Padiglione della Svizzera nel 1952, egli declinò la proposta di esporvi, suggerendo al suo posto un altro artista. In occasione della Biennale Arte 2017 gli artisti Carol Bove e Teresa Hubbard/Alexander Birchler, si confrontano dunque con l’eredità e l’universo di Alberto Giacometti. Il curatore Philipp Kaiser dichiara che attraverso questa esposizione, intende stimolare la riflessione sui paradigmi identitari dello Stato nazionale e la sua politica culturale. La coppia di artisti svizzero-americana Teresa Hubbard/Alexander Birchler presentano l’installazione filmica bilaterale Flora, basata sulle nuove scoperte emerse nel corso delle ricerche condotte dal duo artistico su Flora Mayo, un’artista americana sconosciuta che negli anni ‘20 del novecento studiò a Parigi contemporaneamente a Giacometti e ne divenne l’amante. I due artisti re-immaginano la vita e l’opera di Flora Maya intrecciando scene fittizie e documentaristiche. Nella vicina sala arti grafiche Hubbard/Birchler presentano il loro secondo lavoro Bust, una ricostruzione e una nuova messa in scena del distrutto busto di Giacometti, realizzato da Flora Mayo e la cui sopravvivenza è legata unicamente a una fotografia. La relazione tra Giacometti e Flora Mayo, e i busti che ne risultarono, testimoniano la forza creativa delle collaborazioni artistiche e, al tempo stesso, fanno luce sul giovane Alberto Giacometti. Carol Bove, la seconda artista ospitata al Padiglione della Svizzera, con le sue opere scandaglia problemi legati alla teatralità e all’autonomia. Quasi in risposta all’assenza di Alberto Giacometti crea Les Pléiades, un gruppo di sette sculture, presentate nel cortile del Padiglione, che trae ispirazione dalle opere figurative tardive dell’artista. Carol Bove è affascinata dal modo in cui la verticalità e la fisicità delle figure di Giacometti esplorano l’essenza della scultura. I suoi nuovi lavori interrogano il linguaggio sculturale con il loro eclettismo e la particolarità dei materiali e propongono velati rimandi a note serie di figure di Giacometti quali La Forêt e Femmes de Venise, che il maestro espose nel 1956 al Padiglione Francese.

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MASTER & SCHOLAR

Teresa Hubbard, Alexander Birchler e Carol Bove, Women of Venice Padiglione Svizzera 57. Biennale Arte

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Singapore Dapunta hyang: transmission of Knowledge di Zai Kuning

L’opera disvela le storie dimenticate del “popolo del mare” (orang Laut) giustapposte alla reinvenzione artistica del viaggio per mare intrapreso da Dapunta hyang, il primo re malese. L’artista solleva interrogativi su come il sapere si è trasmesso e diretto, attraverso il tempo e lo spazio, a informare le generazioni future. L’artista multidisciplinare Zai Kuning rappresenta Singapore con un’opera che resuscita, re-immagina e tesse insieme la sua ossessione artistica, l’immaginazione e i sogni di un antico mondo malese. Dapunta Hyang: Trasmission of knowledge, è il culmine di decenni della ricerca di Zai dalla fine degli anni ‘90 sulle storie dimenticate degli orang laut (marinai) e del mak yong, una tradizione di teatro dell’opera diffusa tra i pescatori in epoca pre-islamica in tutto l’ Arcipelago; accanto alla narrazione del primo re Malese Dapunta Hyang Sri Jayanasa. Zai Kuning è il primo artista visivo contemporaneo che vuole far risorgere la storia di Dapunta Hyang, invocando la grandezza e la forza pura di un mondo marino, rimasto nascosto per secoli. L’elemento centrale alla mostra è la nave, una installazione di ben 17 metri, simbolo dell’Impero Srivijaya e della sua influenza sui territori che corrispondono oggi a Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Vietnam e Cambogia. Emblema della trasmissione della conoscenza, la nave è fatta di rattan - una pianta rampicante del vecchio mondo comune nel sud-est asiatico - e legata con una vecchia tecnica usando solo cera d’api e corde. L’uso di cera d’api è particolarmente affascinante in questo lavoro, poiché la cera d’api nel mondo antico veniva usata per imbalsamare. Allo stesso modo, lo spago rosso che tiene insieme il rattan è una tecnica antica che simboleggia la linea di sangue dei discendenti di Dapunta Hyang. Zai e il suo team hanno impiegato quasi tre settimane per costruire la nave in loco all’interno del Padiglione di Singapore. Una grande mappa che descrive l’espansione dell’Impero Srivijaya, è esposta accanto al vascello; appare distrutta e restaurata, come fosse stata ritrovata dopo un naufragio. Dal 2001, Zai ha costruito un rapporto con la comunità degli orang laut e gli artisti di mak yong, ha collaborato con il fotografo tailandese Wichai Juntavaro per documentare questo

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MASTER & SCHOLAR processo e scattare i ritratti degli ultimi artisti viventi mak yong - di cui 31 sono esposti in mostra. Zai Kuning ha dichiarato: “La mia decisione di raccontare la storia di Dapunta Hyang, l’orang laut e l’opera di mak yong si legano alla mancanza di conoscenza che la gente ha della loro storia. Così, c’è bisogno di preservare e raccontare questa storia al mondo. Con Dapunta Hyang: Trasmissione della conoscenza, voglio ricordare ai visitatori che la nostra storia è una confluenza di molte tradizioni e credenze diverse. In un momento in cui le persone trovano ragioni per segregarsi l’un l’altro, è importante per noi guardare oltre le piccole divisioni e riposizionare la nostra prospettiva per esaminare ciò che ci rende chi siamo “.

Zai Kuming, Dapunta Hyang: Transmission of Knowledge Padiglione Singapore 57. Biennale Arte

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MASTER & SCHOLAR

Padiglione Singapore 57. Biennale Arte

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SOCIAL IMPACT

I

“CON LA PARTECIPAZIONE ALLA VITA DELLA COMUNITÀ, CON LO STUDIO E LA DISCUSSIONE DEL PASSATO E DEL PRESENTE, CON LA DISCIPLINA DELLO STUDIO, DEL LABORATORIO E DI UN PROGRAMMA COMPLETO DI ESPERIENZA SUL LAVORO DEL CAMPUS, SI PREPARANO CITTADINI CON LA COMPRENSIONE E LA MATURITÀ PER SVOLGERE UN RUOLO COSTRUTTIVA NEL MONDO” BLACK MOUNTAIN COLLEGE, 1948

olanda

Polonia

Padiglione Centrale

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SOCIAL IMPACT

Olanda 10 Cinema olanda di Wendelien van Oldenborgh | a cura di Lucy Cotter

il progetto Cinema olanda porta i suoi temi fondamentali in mostra a Venezia e al contempo “a casa” di un pubblico nazionale attraverso un programma multidisciplinare parallelo, svolto presso le principali istituzioni olandesi. Lo spettatore vede opere cinematografiche che per forma e contenuto stravolgono l’immagine nazionale (solitamente descritta come tollerante e progressista). Cinema Olanda è un progetto frutto della collaborazione tra l’artista Wendelien van Oldenborgh e la curatrice Lucy Cotter per il Padiglione Olandese alla 57a Biennale di Venezia, che sfrutta l’opportunità di rappresentazione nazionale, per riflettere le attuali rapide trasformazioni dell’immagine (inter)nazionale dell’Olanda. La mostra presenta l’opera cinematografica di Van Oldenborgh, che affronta gli aspetti (effettivamente) dimenticati della storia olandese moderna, condividendo le attuali trasformazioni della società olandese con un pubblico internazionale in un’installazione specifica per il padiglione. Prendendo come punto di partenza concettuale il padiglione di Gerrit Rietveld come proiezione modernista dei Paesi Bassi, l’esposizione riesamina quel che c’è dietro la propria cornice estetica e ideologica, sia al tempo della progettazione nel 1953, che al giorno d’oggi. Progettato durante la ricostruzione del dopoguerra, quando l’architettura era essenziale per una nuova immagine nazionale, il padiglione trasmette un’immagine progressista di apertura mentale e trasparenza. Entrando nel padiglione, il visitatore si trova di fronte all’installazione architettonica, che ospita i tre nuovi “film”. Queste opere sono caratterizzate da una narrazione alternativa rispetto all’immagine che i Paesi Bassi danno di sé di paese tollerante, vale a dire che rivelano l’attuale situazione di un complesso spazio sociale, culturale e politico in rapida trasformazione. La Van Oldenborgh usa il cinema come mezzo di comunicazione e come forma di produzione sociale. Le sue opere sono composte da riprese cinematografiche (pubbliche) dal vivo, ambientate in luoghi architettonici ricchi di ideologie, in cui il copione si genera collettivamente tramite conversazioni polifoniche tra persone in relazione personale o professionale, con i temi approfonditi nell’opera.

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SOCIAL IMPACT La nuova opera della Van Oldenborgh, Cinema Olanda, approfondisce le riflessioni nell’immagine unificata del padiglione olandese esaminandole dal punto di vista di vari agenti storici e contemporanei. La mostra fa parte del più ampio progetto di collaborazione di Van Oldenborgh e Cotter, che cerca di contribuire allo sviluppo di una nuova iconografia nazionale mettendo l’arte, i film e l’architettura in relazione dinamica con le questioni di immagine e di mediazione sociale. Un ricco programma parallelo nei Paesi Bassi porterà all’attenzione del pubblico nazionale le questioni sollevate dalla mostra. La principale manifestazione sarà Cinema Olanda: Platform al Witte de With Center for Contemporary Art, Rotterdam, in cui gruppi e persone, che hanno contribuito a ispirare e realizzare Cinema Olanda, sono stati inviati a partecipare all’organizzazione di una serie di eventi pubblici e a usare l’istituzione come luogo di produzione di progetti in corso. Altre presentazioni avverranno al museo del cinema EYE e allo Stedelijk Museum ad Amsterdam.

Wendelien van Oldenborgh, Land of Tomorrow Padiglione Olanda 57. Biennale Arte

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Polonia 11 Little review di Sharon Lockhart | a cura di Barbara Piwowarska

“il progetto è un’estensione della mia relazione con le ragazze del centro socioterapeutico giovanile di rudzienko, alla cui base ci sono un vasto programma di educazione e una serie di workshop che utilizzano il linguaggio, la coreografia e la musica. Da questi laboratori ho creato un film e l’elaborazione del quotidiano Little review, permettendo alle ragazze di esprimere il loro pensiero e dare loro una voce. Il progetto di Lockhart si estende dal suo impegno a lungo termine per la comunità polacca, ai rapporti personali e artistici continuativi con le ragazze del Centro socio-terapeutico giovanile di Rudzienko. Alla base del progetto ci sono un vasto programma di educazione e una serie di workshop, che sono stati organizzati a Varsavia e Rudzienko nel 2017 e continueranno a Rudzienko per tutto l’anno. Da queste interazioni, Lockhart ha sviluppato un nuovo ritratto filmato delle ragazze, una nuova serie di fotografie e le traduzioni inglesi di “Little Review” [Maly Przeglqd], autorevole supplemento di un quotidiano polacco. “Little Review”, allegato settimanale al quotidiano del periodo prima della guerra “Our Review” [Nasz Przeglqd], è stato pubblicato dal 1926 al 1939, sotto la direzione dello scrittore e pedagogo polacco Janusz Korczak. Impresa senza precedenti, il supplemento offriva a bambini e adolescenti di tutta la Polonia la possibilità di scrivere e curare la redazione del loro giornale a tiratura di massa. Mettendo in pratica il nucleo centrale dell’attività di Korczak, ossia “dare voce ai bambini”, il quotidiano permetteva loro di esprimere pensieri e interessi. Ispirato alle teorie pedagogiche di Korczak, il progetto di Lockhart offre un forum e prepara un lavoro di base affinché in futuro le voci dei bambini - di passato e presente - siano onorate e ascoltate. Elemento centrale del padiglione sono le prime traduzioni in inglese mai effettuate di numeri selezionati di “Little Review”, che sono stati scelti dalle ragazze di Rudzienko.

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SOCIAL IMPACT Nell’attività di ricerca e selezione dal totale di 677 numeri, alle ragazze è stata assegnata la responsabilità di prendere decisioni redazionali sul materiale da inserire; hanno indagato su come le loro vite si rapportano, e sono spesso parallele, alle narrative articolate nel quotidiano precedente alla guerra. I ventinove numeri scelti saranno distribuiti settimanalmente al pubblico del padiglione. Il nuovo film e le nuove fotografie di Lockhart, che indagano sulle voci contemporanee degli adolescenti, ricavate dai laboratori destinati a sviluppare il senso artistico e di rappresentanza delle ragazze, costituiscono un ritratto collettivo di giovani donne alle soglie dell’età adulta.

Sharon Lockhart, Little Review Padiglione Polonia 57. Biennale Arte

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SOCIAL IMPACT

Padiglione Centrale 12 Green Light - An artistic workshop di Olafur Eliasson

il progetto è strutturato come una piattaforma artistica che invita ad assemblare dei moduli di lampade, in un processo di apprendistato collaborativo, attraverso una call fatta a giovani rifugiati e richiedenti asilo. si propone uno spazio di scambio tra i partecipanti e i visitatori stessi, in una collaborazione collettiva. Per La Biennale di Venezia l’artista Olafur Eliasson propone Green light - An artistic workshop. Concepito per essere un “atto di benvenuto”, il progetto è strutturato come una piattaforma artistica che invita ad assemblare e a fabbricare dei moduli di lampade utilizzando dei componenti concepiti dall’artista e messi a disposizione dei visitatori. Giovani rifugiati, migranti e studenti, oltre al pubblico, sono invitati a partecipare a questo processo artistico di apprendistato collaborativo, proponendo uno spazio di scambio tra partecipanti dalle diverse origini. Le lampade cristalline di Green light si presentano come unità poliedriche dotate di piccole luminarie di colore verde. I moduli sono fabbricati utilizzando perlopiù materiale riciclato e possono funzionare come oggetti indipendenti oppure essere assemblati in una vasta gamma di configurazioni architettoniche e scultoree. All’interno dello spazio espositivo compongono un ambiente in costante espansione, che porta in sé il racconto di questa creazione collettiva. Olafur Eliasson definisce il proprio studio come una “macchina di realtà” (reality machine), un vero e proprio mondo a sé stante. La ricerca e l’approfondimento costituiscono la base fondamentale di un’attività artistica basata sulla sperimentazione. Eliasson si è stabilito in un atelier gigantesco dove lavorano attualmente circa novanta collaboratori di diversa estrazione (tecnici, designer, storici dell’arte, archivisti, artigiani, personale amministrativo e cuochi) oltre a numerosi architetti profondamente affascinati dai pensatori più utopisti. Prendendo a riferimento la filosofia, la storia dell’arte, la letteratura o le scienze cognitive, l’artista e i suoi collaboratori svolgono un’intensa attività di indagine organizzata in diversi ambiti: il settore di ricerca e sviluppo si occupa per esempio delle potenzialità della realtà virtuale, mentre architetti e designer si dedicano senza sosta

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SOCIAL IMPACT alla creazione di prototipi e plastici, di studi sulla luce e sul movimento. Animato da un progetto umanista, che unisce le scienze cognitive con l’azione concreta (nel 2009 istituisce una scuola sperimentale che dirige fino al 2014), il suo atelier ha al suo attivo numerose pubblicazioni e collabora con scienziati e creativi di tutto il mondo per partecipare a progetti a forte impatto sociale.

Olafur Eliasson, Green Light - An artistic workshop Padiglione Centrale 57. Biennale Arte

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SOCIAL IMPACT

Padiglione Centrale 57. Biennale Arte

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M

SORGENTE VS FONTE

L’INCONTRO CON LA FORMA DEL PENSIERO AIUTA A STIMOLARE LA NOSTRA CAPACITÀ DI PORCI NON ALLA FINE DI UN RAGIONAMENTO, MA ALL’INIZIO DI UN PERCORSO CHE RIFUGGE OGNI SOVRASCRITTURA. MOSTRANDO LA SORGENTE SI ESPLICITA LA RELAZIONE CON LA FONTE CHE TENDE A MISTIFICARE LA POSIZIONE ATTRAVERSO IL MAL UTILIZZO DEI MEDIA CHE CEDONO ALLA BANALITÀ DI INTERPRETAZIONI SEMPLIFICATRICI E DUNQUE NON VERE. Uruguay

repubblica sudafricana

Ungheria

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SORGENTE VS FONTE

Uruguay 13 the Law of the Funnel di Mario Sagradini | a cura di Gabriel Peluffo Linari

L’artista lavora con approccio etnografico dando una forma ai frammenti di storia uruguayana, per alimentare meccanismi simbolici ricorre spesso a oggetti di uso quotidiano. Partendo da un termine popolare, “la legge dell’imbuto”, riassume in un’installazione una metafora della macchina politica del potere e allo stesso tempo dell’animalità della condizione umana. L’opera di Mario Sagradini rappresenta un recinto per il bestiame denominato “imbuto”, utilizzato in Uruguay dal secolo XIX e che l’artista ha ricostruito partendo da una vecchia fotografia appena leggibile. Ha la forma di un luogo pensato per determinati corpi, tuttavia viene esposto senza di essi. Estratta dal suo contesto la struttura si offre come un cubicolo vuoto, come uno scenario fantasmatico la cui memoria perduta aspetta di essere riscattata dalla presenza di altri corpi capaci di occuparlo. Il titolo dell’installazione, La legge dell’imbuto, è un termine popolare che fa riferimento all’imparzialità del sistema legale (il largo per pochi, lo stretto per molti), che corrisponde con la forma carceraria della struttura, i cui due pali dell’ingresso e dell’uscita sorreggono travi come in forma di ghigliottina, suggerendo un misterioso rito sacrificale. Parte di una storia, che riguarda più di cento anni di lavoro rurale nel Rio de la Plata, si riassume in questa macchina politica, destinata a selezionare e a decidere il destino finale di corpi, che può essere letta anche come una metafora del potere e dell’animalità della condizione umana. Ci sono due aspetti collegati a questa proposta: da un lato il formato della struttura architettonica, dall’altro la vocazione teatrale dell’installazione. Il primo obbedisce alla funzione originale di “imbuto”, in virtù della quale presenta portali, accessi, pali, paramenti e altri dispositivi, che conferiscono alla costruzione una configurazione appropriata alla scala umana e vicina al linguaggio dell’architettura. La seconda è dovuta alle condizioni di montaggio, del suo concetto scenografico, che invita il visitatore a dialogare attraverso la sua presenza nello spazio, per infrangere la barriera che impone lo spettacolo. Il carattere misterioso e rituale conferma il sospetto, tra gli altri, di avere a che fare con uno strumento per funzioni sacrificali: una camera con due aperture (una d’ingresso e una di uscita), che seleziona soprattutto tutti quelli che si scontrano con le leggi classificatorie e discriminanti.

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SORGENTE VS FONTE Il decagono dello spazio centrale presenta due elementi ancora più inquietanti, che consistono in due portali, a mo’ di ghigliottina, rappresentanti il confine con l’esterno e che suggeriscono ci sia qualcosa che ci sfugge e che va al di là del semplice strano oggetto di legno, qualcosa di spettrale che si nega allo sguardo. Sagradini non espone una rovina generata dalla storia, ma l’archetipo che ha dato luogo alla storia. Vi è un lavoro intellettuale di “riesumazione archeologica”, ma non di un oggetto, bensì di un’immagine.

Mario Sagradini, The Law of the Funnel Padiglione Uruguay 57. Biennale Arte

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SORGENTE VS FONTE

Repubblica Sudafricana 14 Candice Breitz + Mohau Modisakeng di Candice Breitz e Mohau Modisakeng | a cura di Lucy MacGarry e Musha Neluheni

il Padiglione sudafricano presenta una mostra che esplora il potere dello storytelling, lasciando gli spettatori in bilico tra resoconti vissuti in prima persona e patinate ri-narrazioni interpretate da attori. Riflette su una cultura saturata dai media e sul problema della cancellazione della memoria dell’identità africana. Il Padiglione Sudafricano presenta una mostra che esplora il potere distruttivo dello storytelling rispetto alle ondate passate e presenti di migrazione forzata. I due artisti Candice Breitz e Mohau Modisaken mettono in primo piano le strutture narrative attraverso cui affrontano le esperienze di spostamento, focalizzandosi sulle condizioni relative alla soggettività in contesti di esclusione e transitorietà. La domanda che si pongono è: com’è possibile essere visibile nella vita di tutti i giorni e tuttavia rimanere invisibile a livello della rappresentazione culturale, politica o economica? Love Story, un’installazione video con sette canali di Breitz, interroga i meccanismi di identificazione e le condizioni alle quali si forma l’empatia. Evocando la crisi globale dei rifugiati, l’opera si sviluppa con interviste a sei persone fuggite dai propri paesi a causa di intollerabili condizioni di oppressione: Sarah Mardini, scappata dalla Siria dilaniata dalla guerra, José Maria Joào, un tempo bambino soldato in Angola, Mamy Maloba Langa, una sopravvissuta dalla Repubblica Democratica del Congo, Shabeena Saveri, un’attivista transgender indiana, Luis Ernesto Nava Molero, un dissidente politico del Venezuela, e Farah Abdi Mohamed, un giovane ateo della Somalia. Le storie personali condivise dagli intervistati sono raccontate due volte in Love Story. Nella prima parte dell’installazione, frammenti recitati presi dalle sei interviste sono uniti assieme in un montaggio accelerato con la partecipazione degli attori hollywoodiani Alec Baldwin e Julianne Moore (scritturati nell’opera come loro stessi, “un attore” e “un’attrice”). Nel secondo spazio, le interviste originali sono proiettate in versione integrale. Lasciando sospesi gli spettatori tra il racconto crudo, in prima persona, delle persone che sarebbero generalmente rimaste senza nome e senza volto nei media e una tragedia accessibile ri-narrata da due attori

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SORGENTE VS FONTE che sono la perfetta personificazione della visibilità, Love Story solleva questioni relative ai modi attraverso i quali la nostra attenzione si concentra. Il lavoro fa uso dell’ipervisibilità della Moore e di Balwdin per amplificare storie che avrebbe altrimenti finito per suscitare i convenzionali moti di attenzione o empatia Love Story riflette su una cultura saturata dai media, in cui l’identificazione con personaggi inventati e celebrità si snoda in parallelo con l’indifferenza diffusa verso le difficili condizioni di coloro che si trovano ad affrontare le avversità del mondo reale. L’opera Passage dell’artista Modisakeng, è una proiezione a tre canali che medita sullo smembramento dell’identità africana e sulla cancellazione permanente di storie personali a causa della schiavitù. In Sudafrica, la Colonia del Capo istituì, nel 1652, sistemi di lavoro a contratto e schiavitù per soddisfare la crescente domanda di manodopera. I coloni olandesi importavano persone dal subcontinente indiano, da Indonesia, Madagascar, Africa Orientale e Angola, destinandole al lavoro nelle piantagioni e nei porti.

Il Sudafrica divenne dunque un’arena per olandesi e britannici; i nativi divennero un semplice prodotto, mossi tra la fondazione di un’economia industriale basata sull’attività mineraria, come braccianti e come soldati, sia nelle guerre boere che nelle guerre mondiali. In ciascuna proiezione di Modisakeng ci troviamo di fronte a un individuo: una donna con un falco posato sul suo braccio, un giovane con un cappello di feltro e una donna avvolta in una coperta. La forma curva della barca incornicia e trasporta ogni passeggero, la testa rivolta alla prua dell’imbarcazione; stanno viaggiando tutti con un unico avere. L’acqua riempie gradualmente la barca fino a sommergere i passeggeri, mentre affonda e alla fine scompare. In Passage la marea simboleggia i molti che sono arrivati o partiti dal Sud Africa in scambio, come carico o alla stregua di merci, corpi di passaggio senza un particolare stato.

Love Story Padiglione Repubblica Sudafricana 57. Biennale Arte

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SORGENTE VS FONTE

Ungheria 15 Peace on earth di Gyula Várnai | a cura di Zsolt Petrányi

Le installazioni presentate in mostra sollevano interrogativi sul ruolo rivestito dalla memoria e dalla nostalgia, come ad esempio gli slogan del regime socialista, nel formulare l’immagine del mondo per le generazioni future. Il concetto sotteso a Peace on Earth!, il progetto di Gyula Vàrnai, è la relatività della nostra fiducia nel futuro; il suo presupposto è che le direzioni cui guardiamo per il futuro sono determinate da apparecchiature, conoscenze e ideologie in auge nel momento in cui vi ricorriamo. In ogni caso, proprio come nell’esempio dello slogan oggi vuoto - usato dal regime socialista durante la guerra fredda, la validità di queste idee cambia con il tempo. Le installazioni presentate alla mostra da Gyula Vàrnai richiamano le idee della futurologia e delle utopie del passato, confrontandole con le sfide del presente. Le fonti dell’artista sono materiali ed elementi visivi trovati e inseriti in contesti nuovi per mostrare che la nostra visione del futuro è la base di tutti i discorsi di economia e di potere, indipendentemente dal momento storico. Le sue opere sollevano poi interrogativi sul del ruolo rivestito dalla memoria e dalla nostalgia nel formulare l’immagine del mondo presso le generazioni future. Le lezioni e i simboli del passato determinano i tempi a venire e la fonte del futuro è il passato, tuttavia la direzione dei cambiamenti è imprevedibile. Sebbene la scienza, l’arte e la futurologia si occupino di delineare alcune possibilità, la chiave per vivere il presente può essere capire le differenze tra concetto, desiderio, interesse e realtà. Nel riferirsi al passato e al futuro immaginato che esso conteneva, Vàrnai ci fa capire che il movimento dei cambiamenti è una questione di principi che emergono inaspettatamente. Il XXI secolo può portare cambiamenti paradigmatici, svolte tecnologiche e storiche, eppure sembra siano solo i desideri espressi nelle visioni del passato ad apparire in nuove reincarnazioni.

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SORGENTE VS FONTE

Gyula Varnai, Peace on Earh Padiglione Ungheria 57. Biennale Arte

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SORGENTE VS FONTE

Padiglione Ungheria 57. Biennale Arte

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OPEN CALL VS CALL FOR PARTICIPANT

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IL CONTRATTO EDUCATIVO TRA ARTISTI-DOCENTI, STUDENTI DI TUTTI GLI ORDINI DI SCUOLA E ADULTI È UN’ESPERIENZA DI CRESCITA AUTONOMA, SOGGETTIVA E AL TEMPO STESSO COLLETTIVA. PROMUOVERE IL DIALOGO È LA MATERIA DI STUDIO, LE TECNOLOGIE FACILITANO LE RELAZIONI E LA CHIAMATA ALLA RESPONSABILITÀ È PEDAGOGICA E FUNZIONALE AL DIALOGO STESSO italia

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OPEN CALL VS CALL FOR PARTICIPANT

Italia 16 il Mondo Magico di Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey a cura di Cecilia Alemani

“nelle loro opere questi tre artisti italiani riflettono la crisi di un presente complesso, ma al contempo descrivono un nuovo paese, reale e fantastico al tempo stesso, in cui i conflitti sono risolti attraverso l’immaginazione.” Cecilia Alemani Il mondo magico presenta le opere e la ricerca di tre artisti italiani – Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey – il cui lavoro propone una rinnovata fiducia nel potere trasformativo dell’immaginazione e un interesse nei confronti del magico. Attraverso molteplici riferimenti all’immaginario, al fantastico e al favolistico, questi artisti cercano nell’arte uno strumento attraverso il quale abitare il mondo in tutta la sua ricchezza e molteplicità. Il titolo della mostra è preso a prestito dall’omonimo libro dell’antropologo napoletano Ernesto de Martino (1908-65), uno dei pensatori chiave nello studio della funzione antropologica del magico, da lui indagato per decenni individuando nei suoi rituali i dispositivi attraverso i quali l’individuo tenta di padroneggiare una situazione storica incerta e di riaffermare la propria presenza nel mondo. Il libro Il mondo magico, scritto negli anni della seconda guerra mondiale e pubblicato nel 1948, inaugurava una serie di riflessioni e studi su quel complesso di credenze, riti e mitologie che avrebbero continuato a interessare de Martino nei decenni seguenti, come testimoniano sia la cosiddetta trilogia meridionale (Morte e pianto rituale, Sud e Magia, La terra del rimorso) sia gli scritti postumi raccolti nel volume La fine del mondo. Nel panorama dell’arte contemporanea italiana, Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey si appropriano del magico come mezzo cognitivo ed espressivo per ricostruire la realtà, dando forma a complesse cosmologie personali. I tre artisti vedono il proprio ruolo non solo come artefici di opere d’arte, ma come attivi interpreti e creatori del mondo che rileggono attraverso la magia e l’immaginazione. Andreotta Calò, Cuoghi e Husni-Bey non cercano nel magico una via di fuga nell’irrazionale, quanto piuttosto una nuova esperienza della realtà. Ad accomunarli non è tanto una specifica coerenza stilistica, quanto il desiderio di creare universi estetici complessi che rifuggono dalla narrazione documentaristica tipica di molta produzione artistica recente, per affidarsi invece a un racconto intessuto di miti, rituali, credenze e fiabe. Pertanto l’esposizione Il mondo magico guarda all’artista non solo come produttore di opere e oggetti, ma soprattutto come guida, interprete e creatore di nuovi mondi possibili. Roberto Cuoghi, con l’installazione Imitazione di Cristo, trasforma gli spazi dell’Arsenale in una fabbrica di figure devozionali ispirate al testo medievale ascetico Imitatio Christi. L’opera è un’officina predisposta per la realizzazione integrale delle sculture, dal collaggio di materiale organico in un unico stampo fino alla fase di consolidamento; secondo una logica di

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OPEN CALL VS CALL FOR PARTICIPANT decomposozione e composizione, morte e rigenerazione. Il lavoro di Adelita Husni Bey affronta questioni complesse come quelle di razza, genere e classe attraverso processi creativi collettivi come i giochi di ruolo, laboratori e lavori di gruppo. Per il Padiglione Italia presenta il video The Reading/La Seduta realizzato nel corso di un workshop che ha condotto con i ragazzi delle scuole di New York. Giorgio Andreotta Calò ha ritrovato molte corrispondenze nel libro di Ernesto De Martino dove viene descritto l’antico mito romano del mundus Cereris, la soglia tra due mondi: quello connesso agli inferi e quello alla realtà terrena. Questa suggestione ha portato all’opera Senza titolo (La fine del mondo), dove avviene lo sdoppiamento dello spazio riflesso attraverso l’acqua. Come nei riti descritti da De Martino, nelle opere degli artisti si mettono in scena situazioni di crisi che sono risolte attraverso processi di trasfigurazione estetica ed estatica. Osservate in controluce, da queste opere emerge l’immagine di un paese, reale e fantastico allo stesso tempo, in cui tradizioni antiche coesistono con nuovi linguaggi globali e dialetti vernacolari e in cui realtà e immaginazione si fondono in un nuovo mondo magico.

Andreotta Calò, Senza titolo Padiglione Italia 57. Biennale Arte

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OPEN CALL VS CALL FOR PROPOSAL

Quali artisti per il Padiglione Italia? “Questa volta il Padiglione Italia è affidato a una curatrice (…) in grado di selezionare, col necessario coraggio, opere e artisti e di rendere così al pubblico il servizio più utile che un’esposizione come la Biennale può offrire al visitatore” Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia, 2017

Biennale Arte 2011: Open Call. Il critico Vittorio Sgarbi progetta per l’anniversario dell’Unità d’Italia la mostra L’arte non è cosa nostra al Padiglione Italia invitando 276 artisti italiani, suggeriti e proposti attraverso una call da scrittori (Umberto Eco), intellettuali, politici, registi (Bernardo Bertolucci), critici d’arte come Gillo Dorfles e altre figure del panorama culturale italiano. Una vera e propria babele espositiva che fa molto discutere. Come ricorda Fanelli in un articolo sul Giornale dell’Arte “…il risultato fu che, da allora in poi, per almeno dieci anni, sarebbe stato difficile trovare in Italia un artista o presunto tale che non avesse mai partecipato alla Biennale! Innanzitutto emerse visivamente la scarsa o nulla familiarità con le arti contemporanee di intellettuali non addetti ai lavori, nonché una rete di amicizie personali, simpatie, abbagli, che provocarono un’ammucchiata di professionisti e dilettanti.” 1 Si traccia dunque una mappa non appropriata dell’arte italiana, che si va fortunatamente a ricompattare e ricostruire con le edizioni successive nella mostra ViceVersa curata nel 2013 da Bartolomeo Pietromarchi, e nell’edizione del 2015 Codice Italia di Vincenzo Trione.

1 Franco Fanelli, Padiglione Italia: ricomincio da tre., Il Giornale dell’Arte, 16 novembre 2016

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Roberto Cuoghi, Imita Padiglione Italia 57 Foto:


azione di Cristo, 7. Biennale Arte Italo Rondinella

OPEN CALL VS CALL FOR PROPOSAL

Biennale Arte 2017: Call for Proposal. Il 2017 finalmente vede una prima svolta nella modalità con cui è avvenuta la procedura di selezione del curatore del Padiglione Italia. Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini mette in evidenza nel comunicato stampa della 57. Biennale Arte che ha invitato a partecipare alla procedura 10 nomi rappresentativi del panorama curatoriale nazionale, tra i quali ha potuto eleggere Cecilia Alemani. La curatrice nel suo progetto espositivo Il mondo magico ha presentato solo 3 artisti: Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husny – Bey. La scelta di invitare un numero ridotto di artisti rispetto al passato, risponde all’esigenza di allineare il Padiglione Italia agli altri padiglioni nazionali presenti in Biennale, con l’obiettivo non tanto di organizzare una panoramica esaustiva su tutta l’arte italiana, quanto piuttosto di dare agli artisti selezionati spazio, tempo e risorse per presentare un grande progetto ambizioso, che costituisca un’occasione imperdibile nella loro carriera e che possa offrire al pubblico l’opportunità di immergersi nel loro mondo.

Franceschini si dice soddisfatto del risultato e parla di “…un progetto solido, una curatrice esperta e degli artisti(…)che con le loro opere sono emersi sulla scena nazionale e internazionale. Un’idea di Italia con lo sguardo rivolto al futuro” 1. Una novità di quest’anno è anche l’attivazione di un programma di attività educative realizzato nell’ambito della mostra e rivolto agli studenti delle Accademie di Belle Arti italiane, promosso dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del MiBACT. Adeguandosi agli standard degli altri padiglioni nazionali, quest’anno il Padiglione Italia ha avuto ottime recensioni della stampa internazionale: il trend è finalmente positivo!

1 Comunicato Stampa della mostra Il mondo magico, Padiglione Italia, 57. Biennale Arte, 2017

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OPEN CALL VS CALL FOR PARTICIPANT

Padiglione Italia 57. Biennale Arte

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RUOLO DELLO SPETTATORE

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“SONO PARTICIPANT, SONO ACTIVATED SPECTATOR, SONO TESTIMONIAL, SONO ART MAKER, SONO ACTIVATED MEMBER. SONO INVITATO A CONNETTERMI CON IL LAVORO DEGLI AUTORI CHE MI FORNISCONO I PARAMETRI PER L’AZIONE CREATIVA SULLA FORMA E/O SULLA MATERIA DELLA SOSTANZA POETICA PRESTABILITA”

spagna

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RUOLO DELLO SPETTATORE

Spagna 17 ¡Únete! Join Us! di Jordi Colomer | a cura di Manuel Segade

il titolo si rivolge al pubblico in modo interattivo con una immediata aspettativa relazionale: l’adesione del visitatore. La serie di video, oggetti plastici e strutture che organizzano l’architettura del Padiglione costituiscono mediazioni in un teatro dove tutti noi diventiamo protagonisti. ¡Únete! Join Us! invita i visitatori a prendere parte a un’esplorazione del nomadismo e dell’azione collettiva. Intesa come una continuità con i suoi interessi iniziali nell’arte scultorea e la messa in scena teatrale, la mostra di Jordi Colomer per il Padiglione spagnolo è concepita come un’installazione d’installazioni. Una architettura transitoria, nella quale le strutture all’interno del padiglione non solo formano un teatro che ingloba la presenza del pubblico come evento in sé, ma supportano anche una serie di video-narrazioni. Il titolo è indirizzato appositamente allo spettatore in modo imperativo ¡Únete!, perchè si aspetta qualcosa da parte sua: la sua partecipazione, cioè che il visitatore vi prenda parte ed entri in relazione con il progetto. I video che si trovano all’interno dell’installazione sono micro racconti legati tra di loro, e fanno riferimento ad azioni che accadono in diversi luoghi. Questi lavori, distribuiti lungo i percorsi di circolazione e di fermata all’interno del padiglione, mostrano uno scambio collettivo che rappresenta un movimento urbano. “Comandata da tre donne, questa comunità in continuo movimento – che deve essere inteso come politico, culturale o fisico – appartiene al tempo e allo spazio che stanno per arrivare”, commenta il curatore Manuel Segade. Le azioni performance vengono realizzate da non-attori, che incarnano nello schermo i propri ruoli. La narrativa errante, viaggiatrice, impegnativa, dipende da differenti contesti geografici come Nashville, Atene, Barcellona, luoghi che permettono di radicare le azioni con differenti tradizioni vernacolari locali, però anche di mostrare gli spostamenti culturali che in essa si producono. Questo ritmo, tra differenza e ripetizione, è quello che struttura gli spazi del padiglione: se i personaggi ballano o pedalano, se lo spettatore si situa sulle gradinate per guardare o essere guardato, tutto si unisce in un teatro del reale, dove il mondo come spettacolo ha la sua contropartita precaria che permette d’immaginare alternative di formazione culturale. Un immaginario nuovo della cittadinanza che sta per venire.

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RUOLO DELLO SPETTATORE

“qUestA MostrA si inserisCe neL Genere FiCtion DeLL’AntiCiPAzione. Un PAesAGGio UrBAno ConteMPorAneo rAPPresentA Uno sPostAMento e DiVersi teMi Che iMPLiCAno MoViMento, siA PoLitiCo Che soCiALe o FisiCo” Manuel segade

Jordi Colomer, Ciudad de Bolsillo (Pocket City) Padiglione Spagna 57. Biennale Arte

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RUOLO DELLO SPETTATORE

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L’OPERA È UN FILTRO ATTRAVERSO IL QUALE RIFLETTERE SULLO STATO ATTUALE DELLE COSE PER METTERE IN DISCUSSIONE LA LORO APPARENZA, PASSANDO ATTRAVERSO LE MANIFESTAZIONI VISIVE. LA BIENNALE RIMANE UN PARLAMENTO DELLE FORME, DOVE, NEL SOLCO DELLA TRADIZIONE, TUTTI NOI POSSIAMO QUANTOMENO ASCOLTARE. romania

Venezuela

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TRADIZIONE

Romania 18 Apparitions di Geta Brătescu | a cura di Magda Radu

La partecipazione di questa artista novantenne alla Biennale riunisce lavori provenienti da tutte le sue fasi di creazione artistica, attraverso molteplici tecniche. La mostra è un omaggio dovuto a una figura centrale dell’arte contemporanea romena, ma è anche la prima volta della partecipazione di un’artista donna in questo Padiglione. Geta Brătescu (nata nel 1926 a Ploieti) è una figura centrale dell’arte contemporanea romena sin dagli anni ‘60. Artista con una lunga e prolifica carriera, Geta Brătescu ha sviluppato un lavoro complesso, che spazia da disegni, collage, incisioni, arazzi, oggetti e fotografia fino a film sperimentali, video e performance. L’esposizione intitolata Apparitions riunisce lavori provenienti da tutte le sue fasi di creazione artistica - alcuni esposti per la prima volta - dimostrando la facilità con cui l’artista utilizza molteplici tecniche. L’artista rumena ricorre ad una serie di procedimenti dal registro visivo e concettuale del modernismo, ma allo stesso tempo converte e trasforma questa eredità, avvicinandosi a dei modi contemporanei di espressione e concettualizzazione dell’atto artistico, concentrandosi sulla performatività, la processualità, l’autorappresentazione e la serialità dell’atto. La mostra nel Padiglione Romania è concepita attorno a due coordinate principali: lo studio e la riflessione sulla soggettività femminile attraverso diversi modi di concettualizzare la femminilità. La più recente tappa del suo percorso è il tentativo di aprire una riflessione sullo spazio dello studio, inteso come spazio fisico, ma anche come entità meta-artistica. Lo studio fisico e quello mentale s’intrecciano in una forma complessa, così come i testi letterari con la loro concettualizzazione visiva, le mitologie femminili con l’introspezione, la memoria personale con quella culturale e con l’immaginazione. Attraverso una riflessione artistica in cui vengono evidenziate la forza trasformatrice della femminilità, come incarnazione del “soggetto nomade” par excellence, l’arte di Geta Brătescu è in perfetta sintonia con il ritorno alla matericità, alla forza dell’immaginazione artistica e della creazione. La sua pratica artistica si congiunge con i dibattiti attuali sul ruolo dell’arte come spazio d’identificazione dei punti nevralgici della realtà, ma anche come modo di definire un linguaggio specifico che possa generare nuove forme di soggettività.

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TRADIZIONE La coerenza, l’estetica, l’approccio intellettuale e l’incredibile presenza dell’artista – che si rivela sia nelle opere in cui si autoritrae che nei personaggi femminili invocati – trasformano il Padiglione Romania in una sorta di “laboratorio continuo” per ogni visitatore coinvolto. “La memoria è apparizione, epifania, come l’arte”, ci ricorda Geta Brătescu.

Greta Brătescu, Apparitions Padiglione Romania 57. Biennale Arte

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19 Venezuela Formas escapándose del marco

di Juan Calzadilla | a cura di Morella Jurado Capecchi

nel suo sessantesimo compleanno, il Padiglione del Venezuela si trasforma in una pagina dell’opera prolifica di Calzadilla, artista intellettuale d’eccezione che da tempo studia i profondi cambiamenti sociali, politici e culturali del paese. Sotto il concetto curatoriale Forme che sfuggono dalla cornice il Venezuela presenta alla 57. Biennale Arte l’opera plastico-poetica del maestro Juan Calzadilla, prodotta nella zona di confine tra creazione letteraria e creazione artistica, in particolare tra disegno e la poesia. Juan Calzadilla (nato nel 1931 a Aòltagracia del Orituco, Venezuela) è un’artista con molteplici vocazioni; riconosciuto saggista, poeta e critico d’arte, viene considerato una delle voci più forti della poesia latinoamericana. La letteratura e il disegno, la critica e l’attivismo culturale, la filosofia e la teoria dell’arte di questo maestro assumono un nuovo ruolo nella trasformazione inevitabile della coscienza individuale e collettiva di un intero paese; una voce libera in un momento in cui il Venezuela sta attraversando un periodo particolarmente travagliato della sua storia. L’opera di Calzadilla, fatta di corpi calligrafici, contiene la solidità e i gesti del disegno, di racconti che coprono con forza la superficie della tela, rivelando un’impeccabile dominio del mestiere e dell’espressione tramite il mezzo plastico. Nell’opera di questo illustre artista venezuelano, le procedure, gli strumenti e i materiali che utilizza nelle sue realizzazioni sono quelli più vicini al mestiere dello scrittore: la carta, il contagocce, il pennello e l’inchiostro impiegati sono al servizio delle pulsioni e di una scrittura automatica, in cui cerca di far riaffiorare il subcosciente. Il risultato è un discorso e un linguaggio plastico che scatena il caso, consapevole di un disegno sprovvisto di propositi mimetici o rappresentativi, ma con valore gestuale o segnico. Il governo Bolivariano del Venezuela si dice onorato di presentare l’opera del maestro “affinché Venezia sia testimone della coerenza del nostro artista, dei suoi dibattiti e ombre nella creazione del disegno umile e della parola “poetica” al servizio dell’anima.”

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TRADIZIONE

Juan Alberto Calzadilla Ă lvarez, Formas Escapandose del Marco Padiglione Venezuela 57. Biennale Arte

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THE REFERENCE GUIDE TO THE FUTURE Curated by Leonardo Rotatori Project by i-AMFoundation

Un progetto di i-AMFoundation A cura di Leonardo Rotatori

Coordinamento editoriale Camilla Hoesch

Editing Alessandro Milani

Ricerca curatoriale e coordinamento redazionale Valentina Fasan

Impaginazione Roberta Riotti

Traduzioni Patricia Garvin Andrew Ellis Elke Biermann

Documentazione d’archivio La Biennale di Venezia Padiglioni Nazionali Progetto editoriale Bonobo Projects ltd Unique Edition Press

Fotolitografie Bruno Bani Realizzazione editoriale Graphic & Digital Project

Coordinamento attività a Venezia Ilaria Ruggiero

Team di redazione i-AMFoundation

Testi e foto ©Gli autori

i-AMFoundation | via Clerici 10, 20121 Milano | C.F. 97700820158 | mail: info@i-amf.com © 2017 Unique Edition Press srl | via Manzoni 17, 20121Milano | C.F. e P. IVA 05700200966 Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma senza l’autorizzazione dell’editore.

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