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testi ANNA - Non lo so. MARIO - Ci abbiamo provato, sbagliando, ma ce l’abbiamo messa tutta. È stato lui che a un certo punto… ANNA - A un certo punto? Che cosa ha fatto? MARIO - Se n’è andato. Devi smettere di tormentarti. Di stare male. Pensare… come se fosse solo nostra la colpa. ANNA - Non è così? MARIO - No. ANNA - Sto perdendo… MARIO - Eh? ANNA - Ho bisogno di ricordarmi continuamente di me, con lui. Il tempo che abbiamo passato insieme. MARIO - Stai perdendo... cosa? ANNA - Non mi ricordo. Allora immagino di aver fatto qualcosa di brutto, che non ricordo. E questa possibilità mi fa ancora più paura e mi fa sentire ancora più in colpa. MARIO - Un giorno mi hai chiamato a casa. Mi hai detto che non lo volevi più, che dovevamo rimandarlo indietro. Io ho insistito, siamo andati avanti e le cose sono cominciate a migliorare. Ricordi questo? ANNA - Dopo? MARIO - Dopo... se n’è andato. L’abbiamo cercato come due pazzi per mesi, un anno. Ancora continuiamo a cercarlo. Non abbiamo fatto niente di male. Stavo per telefonarti, quando sono arrivato in stazione. Era limpido, senza nebbia, si vedevano le colline. Ho pensato che questa domenica possiamo prendere la macchina e andare a fare un bel giro. ANNA - Dove? MARIO - Fuori. Ci sono tanti posti. In campagna. Possiamo partire il sabato, dormire da qualche parte. ANNA - Ti ricordi il giorno al lago, con lui? MARIO - Possiamo tornarci. ANNA - Era brutto, ogni tanto veniva fuori il sole, poi spariva, e poi ricominciava a piovere. La fine di ottobre. Prima al lago, dove abbiamo mangiato il pesce. Per tornare siamo passati dai paesi, su in alto. C’era un posto dove c’erano dei cavalli, liberi, dentro un recinto. Hai accostato la macchina. Una pianura. Non sembrava neanche di essere in Italia. Era tutto verde. Tu e lui siete scesi e siete andati verso i cavalli. Non mi andava di bagnarmi le scarpe e sono rimasta in macchina. Avevi paura, ti tenevi distante. Manuel si è staccato, è andato sicuro. I cavalli si sono avvicinati e si sono lasciati accarezzare. Lui si è voltato verso di te e ha riso. L’acqua batteva sul finestrino. Non vedevo più bene come prima. Una macchia scura che si muoveva. Ed un’altra gialla che si avvicinava. I due cavalli e il verde. Voi due. E mi è venuto da ridere. Anche a me. Mi sono sentita bene. Davvero. Come se fosse la prima volta da tanti anni. Vi ho guardato e... MARIO - Che dici, posso prenotare? C’è un albergo vicino al lago. ANNA - D’accordo. (Fa per andare) MARIO - Devi andare? A stasera. (Si baciano. Anna ha un attimo di esitazione) La pastiglia? Mi ricordo. Vado al bar e la prendo. ANNA - Non è per la pastiglia. Sai cosa ho trovato, stamattina? C’è una tua giacca grigia nell’armadio. È un po’ consumata, prima la mettevi spesso, per stare in mansarda. Ha le toppe di velluto sui gomiti... MARIO . Non la metto più, puoi buttarla. ANNA - Stavo rimettendo un po’ a posto, prima di uscire, e toc-

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testi cando, ha una tasca sfondata, la fodera, ho sentito che c’erano degli spicci giù in fondo. (Mette la mano in tasca, tira fuori la piccola figurina di plastica della donna con il vestito rosso) Ho trovato questa. La signora con il vestito rosso, ferma davanti alla stazione. MARIO - Ecco dov’era. ANNA - Ne abbiamo parlato la sera del commissario. Ti avevo fatto notare che mancava. MARIO - L’hai ritrovata. Grazie. ANNA - Ha le gambe spezzate. MARIO - Deve essersi staccata, chissà quando. Sarà caduta in terra e qualcuno, probabilmente io, ci ha messo il piede sopra e si è rotta. ANNA - Ma io non l’ho trovata per terra. Era nella tasca della tua giacca. MARIO - Vuol dire che un giorno ho guardato il pavimento, l’ho vista, e me la sono messa in tasca. Che c’è di strano? ANNA - Perché quando davanti al commissario ti ho detto che mancava, hai risposto che non te ne eri accorto e non ne sapevi nulla, se già l’avevi raccolta e te l’eri messa in tasca? MARIO - Me ne sarò dimenticato! Dio santo! È passato tanto tempo. Siamo stati mesi senza salire di sopra. Non lo so, l’avrò presa e me la sono dimenticata in tasca. Che domande mi fai? È una figurina di plastica del trenino! Chi se ne frega! ANNA - Tu non sei il tipo che si dimentica una cosa del genere. MARIO - Non è importante! ANNA - Il giorno che lui è andato via mi hai detto che nel pomeriggio avete passato un po’ di tempo in mansarda e che a un certo punto ti aveva fatto innervosire. MARIO - Due parole, non mi ricordo nemmeno perché. ANNA - Cosa è successo? MARIO - Niente! L’ho rimproverato per qualcosa. L’ho raccontato anche alla polizia. ANNA - Dimmelo. MARIO - Non mi ricordo. Una, due parole storte. Allora il solito muso lungo. Io mi sarò arrabbiato. Te l’ho detto a suo tempo. ANNA - Dimmelo ancora! MARIO - Eravamo davanti al trenino. Io cercavo di spiegargli una cosa. Lui... ANNA - Che cosa cercavi di spiegargli? MARIO - Qualcosa... non ricordo... come la corrente si trasmette ai binari... ecco... no, anzi... ecco... aveva toccato il lampioncino sopra la stazione. Cercavo di spiegargli che è un meccanismo delicato che non si deve toccare e mai con le mani sporche. E poi… ANNA - Poi? MARIO - Guardava da un altra parte. Lo hai detto anche tu, tante volte, che ti mandava in bestia. ANNA - Che hai fatto? MARIO - A un certo punto mi sono innervosito, ho alzato la voce. ANNA - Cosa gli hai detto? Che è successo? MARIO - Non mi ricordo! Posso aver detto anche una parolaccia. Lui è corso via. Io mi sono calmato. Poi quando sono sceso in casa l’ho trovato in salotto, seduto sul divano, tranquillo, davanti al televisore. Gli ho chiesto se voleva qualcosa per merenda e che se voleva poteva tornare di sopra. Tutto qui. ANNA - (guardando la figurina che tiene in mano) Eppure deve essere stato qualcuno a spezzarti le gambe.

MARIO - Anna... ANNA - Chi ha rotto la figurina? MARIO - È stato lui. Quando gli ho urlato. Ha allungato la mano sul plastico. Gli ho gridato, perché avevo capito quello che stava per fare. Lui mi ha guardato negli occhi e ha spezzato la figurina. ANNA - Perché non me lo hai detto? MARIO - Avevo vergogna. ANNA - Di cosa? MARIO - Di me. Di quello che ho fatto, dopo. Non ho capito più nulla, l’ho preso per un braccio, lui ha cercato di scappare, di divincolarsi... lo tenevo stretto e... ANNA - E...? MARIO - L’ho picchiato. Non te l’ho mai detto e non l’ho detto alla polizia, perché ho avuto paura. Non ho mai picchiato nessuno. Quando l’ho preso volevo solo impaurirlo, strattonarlo, fargli capire che quello che aveva fatto era una cosa brutta, cattiva, verso di me, che invece ce la mettevo tutta per cercare di appassionarlo, per farlo divertire. Uno schiaffo. Solo uno schiaffo. Giuro. Ma con dentro tutta la rabbia... e la voglia di... Ho mollato. È corso di sotto. Mi sono ripreso. Quando sono sceso, tu ancora non eri rientrata. Volevo chiedergli scusa. Gli ho chiesto se voleva qualcosa da mangiare. Sono rimasto un po’ lì, seduto, vicino a lui. La televisione accesa. Guardava il suo programma. Mi sembrava tornato tutto tranquillo. Sono tornato di sopra. Mezz’ora dopo sei arrivata tu a chiedermi dov’era.

ANNA - Non c’è altro? MARIO - No. ANNA - E io che, senza pensarci, l’altra settimana, davanti al commissario, ho detto che mancava la signora con il vestito rosso. MARIO - Credi che possa aver capito? ANNA - Se fossi in te gli racconterei tutto. MARIO - Non ho fatto nulla di male. Sono un genitore e ho il diritto... ANNA - Perché non me lo hai detto prima? MARIO - Perché mi sento... come ti senti tu. ANNA - Gli vuoi bene? (Lunga pausa) Tieni. (Gli mette tra le mani la figurina di plastica) Rimettila al suo posto, davanti alla stazione. Vado. MARIO - Tienila tu. ANNA - Ciao. MARIO - A più tardi. ANNA - Ti aspetto a casa. Anna si allontana verso l’uscita. Mario resta un attimo a guardarla. Poi si avvia verso l’ufficio del capostazione. In quel momento, dal tunnel esce scherzando ad alta voce e ridendo un gruppo di ragazzi.

BUIO

SERGIO PIERATTINI Nato a Sondrio nel 1958, si è diplomato nel 1982 all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma. Da anni affianca l’attività di attore a quella di autore teatrale e sceneggiatore radiofonico. Dal 2005 insegna Sceneggiatura per la radio presso il Centro Sperimentale di Cinematografia- Scuola Nazionale di Cinema. Per il teatro ha scritto: Un mondo perfetto (Premio Riccione-Premio speciale della giuria, 2007), Il ritorno (2006-7, con Veronica Cruciani, Milvia Marigliano, Gigio Alberti, regia di Veronica Cruciani, Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro come miglior testo della stagione 2007-2008), La ferita (2007, con Giulia Weber, regia di Dominick Tambasco), La madre (2006, con Valeria Valeri, regia di Giuseppe Venetucci), Il raggio bianco (Premio Flaiano 2006), Notte d’aprile (2006, con Maria Paiato, regia di Sergio Pierattini), Il caso k. (finalista Premio Enrico Maria Salerno 2006), Il cappotto di N. Gogol’ (2005, con Maria Paiato, regia di Marco Mattolini), La Maria Zanella (2002-2003, con Maria Paiato, regia di Maurizio Panici), Quando ci siamo ritrovati (finalista al Premio Riccione 2004), Il custode dell’acqua (2005, adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Franco Scaglia, con Maurizio Donadoni, regia di Maurizio Panici), Silvano (con Daniel Assens, regia di Alessandro Marinuzzi), Babbo secondo te quella lassù è una nuvola o un incendio? (con Sergio Pierattini, regia di Roberto Toni), Il gregario (regia di David Houghton, con Sergio Pierattini e Giancarlo Ratti). Per la radio è stato dal 2001 al 2003 autore di Teatrogiornale su Radio3 Rai. Nel 2003 ha scritto e diretto il radiodramma L’oro di Duccio, trasmesso da Radio3 Rai. Per lo stesso canale Rai ha scritto e diretto gli sceneggiati D-Day (2004), sulle vicende dello sbarco in Normandia, Da Trafalgar ad Austerlitz (2005) e il radiodramma Una doppia verità (2006), su Imre Nagy e la rivoluzione ungherese del 1956.

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Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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