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DANZA

DANZA Una scena di Speak spanish, diMK (foto: Amedeo Novelli).

flamand/fabbrica europa

Sulle scale della menzogna e della verità LA VÉRITÉ 25 X PAR SECONDE, concezione artistica di Frédéric Flamand. Coreografia di Frédéric Flamand e dei danzatori del Balletto Nazionale di Marsiglia. Con il Ballett National de Marseille. Prod. Ballett National de MARSEILLE - Grand Théâtre de LUXEMBOURG.

tavolino come quella di Jules Verne, servono per chiosare passaggi stranianti e bellissimi. Lui crea e disfa mondi componendo un’improbabile mappa geografica, afferma o nega al microfono indicazioni che si compiono in scena al ritmo della hit Let’s dance, accenna a comparse e a “manipolazioni” dello spazio con tanto di passeggini per bimbi lanciati a vanvera, da deus ex machina conduce come in un concerto punk gli straordinari Biagio Caravano e Philippe Barbut. Paolo Ruffini

Nelle oscure crepe del quotidiano

Pop contemporaneo senza pregiudizi DANCE N°3, progetto, messinscena e performance di Cristina Rizzo. Coreografie di Eszter Salamon, Michele Di Stefano, Matteo Levaggi. Luci di Roberto Cafaggini. Prod. Reggio Emilia Danza, REGGIO EMILIA - Romaeuropa Festival, ROMA.

SPEAK SPANISH, creazione di MK. Con Philippe Barbur, Biagio Caravano, Michele Di Stefano. Prod. MK09, ROMA.

MOTEL [FACCENDE PERSONALI] PRIMA E SECONDA STANZA, di Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci. Scene di Antonio Rinaldi. Suono di Roberto Rettura. Luci di Fabio Sajiz. Con Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci, Alessandro Cafiso. Prod. Gruppo Nanou, RAVENNA - Fondo Fare Anticorpi Fondazione PONTEDERA Teatro - ZTL-Pro, ROMA.

LÂU NAY – PRIMO STUDIO, ideazione, regia e coreografia di Alessandro Carboni. Musiche di Dickson Dee. Con Jianan Qu. Prod. Associazione Culturale Ouroboros, SASSARI.

Con Speak Spanish Michele Di Stefano torna a una sua antica attitudine, quella di costruire spettacoli per la danza pensati come partiture off-shore, nelle quali il senso sembra scivolare continuamente depistando lo spettatore. Col tempo, poi, la pungente irriverenza coreografica della quale si è fatto portatore, e che in questi ultimi anni ha catturato tifosi tra gli addetti ai lavori in un primo momento scettici e adepti tra le nuove leve, tanto che è davvero facile riconoscerne le tracce di quella “scuola” nei creatori della giovane danza d’autore italiana, mostra oggi la sua anima estrema nel farsi anche discorso politico. Un discorso netto, asciugato dalla retorica dello stile (che in questi tempi ha visto tracollare nello stilema tanti artisti della sua e più recente generazione), nel voler recuperare con disinvoltura pezzi di un universo che in passato sarebbe potuto sembrare lontano dalla sensibilità del coreografo. Eppure in questo disegno sempre pronto a connettersi persino arbitrariamente a una gestualità al limite del disequilibrio, ora troviamo un carattere specifico, un’aderenza addirittura sorprendente fra quello slittamento di senso al quale si accennava e il “racconto” di segni e parole che in scena va formandosi. Speak Spanish è uno spettacolo che, dietro la patina del fraseggio precario, della perdita del centro e del reiterato mutamento di status dei due danzatori (un po’ imbonitori e un po’ guide nei paradisiaci ultra-mondo della vacanza a tutti i costi), scrive un’eccellente nuova pagina di danza contemporanea parlandoci del paradosso capitalistico. Quello di percepirci vittime e allo stesso tempo fautori di un sistema allucinogeno in cui il fraintendimento governa affetti, gusti e qualità dell’intrattenimento, tra mercificazione dello sguardo e chincaglieria di plastica. Il ricorso alla filosofia di Peter Sloterdijk (lo stesso autore che già ci aveva detto di quanto l’individuo viva l’inconsapevole asfissia di mondi implosi, di “bolle” ipnotiche) e all’avventura da

Trilogia destinata a concludersi nella prossima stagione, Motel è per Nanou – giovane ma già matura formazione ravennate in bilico tra teatro e danza – l’occasione per fare i conti con un vecchio amore, il noir, e misurarsi con un progetto di lungo respiro dopo spettacoli di più breve formato. Fin dalla Prima Stanza (presentata nel dicembre 2008 al Teatro Comunale di Ferrara), l’omaggio al poliziesco – a cui era dedicato anche Desert Inn del 2006 – diventa in Motel il grimaldello per forzare la serratura tra reale e immaginario, per accedere a una dimensione scandita da impercettibili slittamenti temporali e sensoriali, da azioni inafferrabili nella loro apparente consequenzialità, dispari anche nella simmetria. Come nella scrittura di Murakami, segretamente citato nella Seconda Stanza (presentata in questo maggio al festival fiorentino Fabbrica Europa), la linea di confine tra qui e altrove, tra passato e futuro, si fa sempre più labile. La scena è un campo magnetico aperto a connessioni che moltiplicano le piste in un crescendo di suspense dove la soluzione è costantemente differita e dove l’evidenza fa paradossalmente rima con assenza. Al pubblico, private eye silenzioso e compiacente, il compito di registrare variazioni di temperatura e fiutare tracce seguendo l’evocativa colonna sonora di Roberto Rettura al ritmo delle fosforescenze intermittenti in cui Fabio Sajiz immerge ambienti e figure. Se nella Prima Stanza dominata da colori freddi – bianco ghiaccio, verde, nero – si ha l’impressione di assistere al vano tentativo di ristabilire un ordine (sentimentale) irreparabilmente compromesso, nella Seconda Stanza dominata da colori caldi – rosso, marrone, avana – si avverte un clima di pericolo imminente, di più acceso erotismo. Qualcosa sta per succedere, qualcosa è appena successo, qualcosa sta succedendo sotto lo sguardo opaco del ragazzo in livrea addetto al servizio in camera, che mentre rassetta la stanza scopre una parete di specchi rivela-

Fabbrica Europa anno diciassette, ed è un numero che porta bene al festival. Edizione che ha assottigliato sempre più le pareti fra danza, teatro e performance, e allo stesso tempo ha recuperato lo scollamento generazionale che tanto ebbe a governare in questi anni la scena italiana. Il coraggioso melange fra alto e basso, popolare e nicchia di mercato, si è decisamente spostato verso un composito territorio del contemporaneo, dalla cifra pop s’intende, dunque meno oscura. Due spettacoli, in particolare, sono andati in questa direzione, cooptati nella performance ma debitori della danza, e cioè Lâu Nay – primo studio di Alessandro Carboni e Dance N°3 di Cristina Rizzo. La Rizzo è la Giovanna D’Arco della danza italiana, immolata a scelte mai scontate ed estreme a loro modo, quel modo da ex performer Kinkaleri abituata a depistarne il senso, lei che ha la tempra dell’eroina di Carl Theodor Dreyer, la sua asciuttezza drammatica in quell’anelito al gesto derivativo che si compie poi in un lavoro sublime volutamente compatto. Bellissimo spettacolo costituito di tre parti, ognuna delle quali date in mano a un coreografo di diverso orientamento: dalla carnalità rabbiosa di Eszter Salamon, alla tangenziale partitura di Michele Di Stefano, pronta a riassorbire quelle stesse feritoie di dolore lasciate trasparire nel pezzo precedente, fino a concludersi nelle geometrie di Matteo Levaggi, lì a compiersi nel gioco di prossimità di sguardi fra la soggettività della danzatrice e quella dello spettatore. Dance N°3 è costruito come un «transitare da un luogo a un altro dell’atto corporeo», le differenze dei tre coreografi che lei reinterpreta sono di fatto “contenuti” che si lasciano occupare da una macro-scrittura del corpo, nello spazio pronta a rinominarsi anche grazie all’uso di oggetti-ostacoli che lei sposta in scena. Per Alessandro Carboni una eguale tensione racconta

Geografie del paradosso capitalistico

Hy100

trice di particolari altrimenti inaccessibili agli spettatori. Misteriosa connessione tra le due Stanze una donna vestita di rosso, la seducente e inquietante Rhuena Bracci. Accanto a lei, la malinconica e scostante figura maschile tratteggiata da Marco Valerio Amico. Come in ogni noir che si rispetti, non si vede l’ora di poter ficcare il naso nella terza e ultima stanza. Andrea Nanni

Di robusta maturità creativa che attraversa con disinvoltura il design, l’arte visiva, la fotografia e il lavoro anche di improvvisazione sul corpo, proiettando la sua danza su una superficie di raffinate esplorazioni neoclassiche, Frédéric Flamand è oggi un protagonista della scena mondiale dopo aver rappresentato un pezzo fondante della “nouvelle danse belge”. Sempre coniugando pratica e formazione nella configurazione di un paesaggio “perfetto”, fatto di architetture scomponibili o praticabili, e inventando un modo di stare sulla scena del tutto originale al limite dell’atletismo, il coreografo - classe 1946 - approda al festival fiorentino Fabbrica Europa con uno spettacolo ancora una volta imponente, come suo costume di questi ultimi anni. Imponente nell’attrezzeria che si apre dialetticamente a “dettare” coi danzatori, imponente per il volume dei passaggi coreografici che si montano e smontano lasciandosi “fluidamente” sovrapporre uno sull’altro, imponente infine per il numero di danzatori che sul palcoscenico si spingono a verificare la propria resistenza. Ma, al di là di ciò che è evidente e si arrende alla piacevole e complice comprensione dello spettatore, lo spettacolo La vérité 25 x par seconde è imponente per la sua natura “fisica”, resa ancor più stracolma di segni dalla precisione con la quale gli interpreti, i danzatori del Ballett National de Marseille, sono chiamati a eseguire la partitura, in qualche modo loro stessi co-autori della coreografia. La scatola scenografica dell’artista e attivista cinese Ai Weiwei (per una disamina sulla straordinaria figura si rimanda al magazine Wired di maggio), o meglio gli elementi video e il disegno degli oggetti come Flamand amerebbe definire la complessa combinazione di parti scenografiche che modificano lo spazio dell’azione, è un incastro di scale appese, incrociate, infilate una sull’altra, scale trascinate e “indossate” dai danzatori, che calano dal soffitto o entrano lateralmente sulla scena come binari di strade interrotte e sui quali i corpi provano una loro sinuosa aderenza concettuale. È un montaggio senza sosta di scene che tanto ricordano le immagini di Escher, dove l’equilibrio e il punto di fuga sembrano rincorrersi. Molto chiaramente e felicemente il piano concettuale corrisponde a quello dello spettacolo, laddove La vérité 25 x par seconde è una riflessione serrata sulla percezione, di sé e dello spazio (uno spazio definito dalla tecnologia), su quello che immaginiamo di poter vedere nella riformulazione continua del movimento. Una riflessione sulla menzogna e la verità, insomma, come lo stesso coreografo indica, domandandosi di quale verità parli l’istante di un corpo? Paolo Ruffini

Una scena di La verité 25 X par seconde, di Frédéric Flamand (foto: Pino Pipitone).

l’esperienza del suo spettacolo, figlio dell’incontro con il performer cinese Jianan Qu e un'equipe sintesi di altri nomadismi. Ciò che impreziosisce Lâu Nay è l’apparente leggerezza, un discorso sul tempo, sia storico che lineare, nell’equilibrio precario di un solo dal sapore nordeuropeo in cui forme, ombre e materiali “illustrano” ciò che sta in mezzo tra il mentale e il fisico. Visivamente siamo in un campo di abiti usati alla Michelangelo Pistoletto, una folgorazione! Paolo Ruffini

Hy101

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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