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criticHE/CALABRIA

critiCHE/Calabria - sicilia

Castrovillari: a Primavera dei Teatri bocconi amari di un Belpaese allo sbando VARIAZIONI SUL MODELLO DI KRAEPELIN, di Davide Carnevali. Regia di Fabrizio Parenti. Scene e costumi di Paola Tintinelli. Con Emanuele Arigazzi, Alberto Astorri, Fabrizio Parenti. Prod. Quellicherestano, MILANO.

L'Italia s'è desta, di Stefano Massini.

L’ITALIA S’È DESTA, di Stefano Massini. Regia di Ciro Masella. Con Daniele Bonaiuti, Luisa Cattaneo, Ciro Masella. Prod. Teatro delle Donne, CALENZANO (Fi). in tournÉE Ci aveva abituato a una scrittura iper tradizionale, stesa come un bel compito intorno a personaggi celebri della storia o della letteratura (Van Gogh, Frankenstein, Balzac, Voltaire…). Ma possibile che un trentenne non avesse altro, e in altro modo, da raccontare? Eccoci accontentati. Finalmente Stefano Massini ha tirato fuori le unghie, le sue unghie, per mettere insieme un irriverente catalogo di orrori e assurdità della nostra Italietta. Sembrano cronache marziane ma purtroppo sono un incredibile centone di notizie ricavate dai giornali nostrani, che Massini si limi t a in alc uni c asi a giustapporre come un rosario degli orrori oppure, con penna felice, a farne delle microstorie di ordinaria follia. Ce n’è per ogni regione, sempre con varianti dell’inno di Mameli come colonna sonora, scandite a raffica dai tre attori in veste di beffardi anchorman di un’improbabile tv. L’Italia s’è desta, recita il titolo, ma c’è poco da esserne fieri. Un italiano su tre va a puttane, dalle fogne di Milano escono schiere di cinesi, in Sardegna ziu pinu e le sue pecore sono bersagliati da un surreale lancio di missili, a Napoli il supereroe Entomo difende le vecchiet-

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te dagli scippi, nei mattatoi ipertecnologici della Romagna felix si sgozzano con bisturi elettronici schiere di maiali (e qualche malcapitato operaio indiano), nel Nord-Est si costruiscono bunker anti-invasione. Si ride amaro, anche se il rischio Zelig è in agguato. Il problema è come mettere in scena tutto ciò senza farne un monotono tormentone. E qui, nonostante la bravura di tutti e tre gli attori nel tenere un ritmo vorticoso in un virtuosistico palleggio verbale, c’è ancora da lavorare. La strada già si intravede, ma bisogna alzarsi più spesso da quel tavolo da mezzobusto tv e trovare altri momenti di “tridimensionalità” da palcoscenico. Non è facile, ma la qualità delle materie prime lascia ben sperare. Claudia Cannella LA VIOLENZA, di Giuseppe Fava. Adattamento e regia di Luciano Pensabene. Scene e costumi di Carlo Scuderi. Musiche dal vivo di Mario Lo Cascio. Con Giuseppe Cucco, Maria Marino, Valerio Strati. Prod. Associazione Culturale Carro di Tespi, REGGIO CALABRIA. in tournÉE I personaggi si muovono in equilibrio fra la condanna del male e l’assoluzione della disperazione. Sono per lo spettatore uno sguardo limpido rivolto alla contemporaneità.

Ma guardano anche indietro per raccontare una Sicilia di chiaroscuri. Sottili e pungenti. In cui la ferita rimane sempre aperta. La violenza è un percorso scomodo e irruente fra le trame più profonde dell’umanità. Universale sì, ma anche viva e quotidiana. Si nutre di biografie di uomini e donne che sprofondano nella storia della mafia. Vittime e carnefici di un destino che, come anche il teatro insegna, può essere cambiato. C’è un processo alla mafia, c’è la voglia di giustizia, c’è il degrado sociale. Nella messinscena, però, vincono le sfumature dei linguaggi. A cominciare da quello degli attori. Giuseppe Cucco, Maria Marino e Valerio Strati, tutti calabresi, riescono a strappare alle parole del testo la forza più intima. La regia di Luciano Pensabene procede per quadri, stranianti e mai retorici, che si ricompongono in un crescendo finale. Così lo spettacolo, pur rimanendo con i piedi piantati a terra, si fa portavoce di quel cambiamento culturale, di quella voglia di denuncia e indignazione che sono il cuore della lotta alla mafia. Alla fine il video dell’intervista rilasciata da Fava, giornalista e autore teatrale siciliano ucciso dalla mafia nel 1984, a Enzo Biagi il 28 dicembre del 1983, sette giorni prima del suo assassinio, ha il sapore di un omaggio e della forza di un teatro che nel solco dell’impegno civile può lasciare il segno. Claudia Brunetto

Avrebbe potuto essere un dolente spaccato su un uomo affetto dal morbo di Alzheimer, il nuovo testo di Davide Carnevali presentato per la prima volta in Italia dalla compagnia Quellicherestano. I dialoghi secchi e ben ritmati, per quanto di fin troppo evidente derivazione anglosassone (da Beckett a Pinter), hanno un’indubbia efficacia alla prova della scena, ma il meccanismo si inceppa nella parte finale, quando il tentativo di passare dal ritratto umano a una più ambiziosa riflessione sui meccanismi della memoria conduce a una deriva onirica che, nella messinscena di Fabrizio Parenti, non riesce a trovare un’adeguata consistenza teatrale. Anche i rapporti tra i tre personaggi – il padre malato, il figlio che non riesce ad accettare il declino del genitore e il medico – risultano forzati dalla regia, soprattutto per quanto riguarda il ruolo del medico, interpretato dallo stesso Parenti, trasformato in una sorta di santone laico in bilico tra saggezza e cialtroneria, mentre il testo sembra affidargli la funzione di aiutare il figlio ad accettare lo stato del padre come una delle possibili condizioni che la vecchiaia “naturalmente” riserva. Non bastano l’intenso Alberto Astorri (il padre) e il convincente Emanuele Arigazzi (il figlio) a sostenere uno spettacolo diviso tra realismo e visionarietà, dove la colonna sonora – dominata dalla struggente In a manner of speaking dei Tuxedomoon, proposta nella versione originale e in cover – finisce per risultare paradossalmente didascalica. Andrea Nanni IL GREGARIO, testo e regia di Sergio Pierattini. Scene di Tommaso Bordone. Costumi di Sandra Cardini. Luci di Paolo Casati. Musiche di Gwyneth Schaefer. Con Sergio Pierattini e Alex Cendron. Prod. Valdez Essedi Arte, ROMA. Estate del ’46. Primo Giro d’Italia del dopoguerra. Sullo sfondo l’Italia malconcia che cerca di rialzarsi. In primo piano il dialogo aspro tra due oscuri gregari di Bartali, che dividono una

squallida stanza di’albergo dopo le fatiche di tappa. Vincitori e vinti. Piccole storie e grande Storia. Bruno, giovane veneto (Alex Cendron), sembra avere ancora un futuro sportivo, ma sogna di tornare a casa e di aprire un negozietto di bici. Claudio, vecchio toscanaccio (Sergio Pierattini), è spompato e rischia di finire fuori squadra. Vecchi rancori e frustrazioni mai sopite si fanno strada in un rapporto che intreccia amicizia e rivalità. È lo spaccato neorealista di un Paese in bilico tra ansia di riscatto e disillusione quello raccontato da Pierattini ne Il gregario. E tale è lo spettacolo, costruito con scene e costumi di filologico minimalismo – due letti e un lampadario anni ’40, vecchie valigie, ruvide tenute sportive – e su una lingua sporcata di regionalismi più o meno accentuati. Pierattini sa scrivere per la scena, i suoi dialoghi di solito hanno buon ritmo e bella dicibilità, raccontano di sentimenti traditi con guizzi neri, senza mai cedere al buonismo. Ma forse in questo caso devono ancora essere metabolizzati, costretti in ritmi più serrati e colorati di maggior cattiveria nella loro scabra essenzialità. Così come più cattivo potrebbe essere il finale, che tende a ripiegarsi su agrodolci posizioni conciliatorie. Claudia Cannella

relazioni erotiche. Rocco soccombe o cerca di sottrarsi e fugge per le vie misteriose di una metropoli che pare tanto un indecifrabile purgatorio. Infine approda inevitabilmente in un cimitero e di fronte a tombe conosciute la finzione può cadere, si spalanca il sipario sulla vita vera e il personaggio si dissolve, resta l’attore Carlo Marrapodi a rivelarci un pezzo di esistenza, gli anni trascorsi come operaio alla acciaieria torinese Thyssen Krupp, la sera del terribile incidente in cui persero la vita sette suoi compagni e lui solo per caso riuscì a salvarsi. La rivelazione innesta un cortocircuito drammaturgico che spiazza, disorienta e potrebbe minare la solidità dell’intero impianto testuale, se non fosse per la presenza di un interprete di grande bravura e di nervosa fisicità che riesce a operare in sé la necessaria, dolorosa sintesi. Nicola Viesti

PERCHÉ IL CANE SI MANGIA LE OSSA, testo e regia Francesco Suriano. Con Carlo Marrapodi e Emilia Brandi. Video di Pietro Balla. Prod. Teatri del Sud, PALMI (Rc) Deriva Film, ROMA.

Maestro della graphic novel ormai consacrato sulla scena europea, Gianni Pacinotti in arte Gipi approda ora al

in tournÉE È molto singolare l’ultimo lavoro di Francesco Suriano, un testo febbrile e surreale in una messa in scena che, nella scarna semplicità, ricorda le modalità dei cantastorie di un tempo che fu. Il metalmeccanico Rocco Fuoco ritorna nella città in cui aveva lavorato tre anni prima ma sembra non riconoscerla così come egli stesso è scambiato per straniero. Una doppia estraneità dunque è il motore di vicende buffe, di incontri emblematici quanto ambigui, di una vita affrontata di corsa in cui si rivela senza difese, mentre tutti gli propongono l’iscrizione alla miracolosa associazione che risolverà ogni suo problema. E nel frattempo lo pestano, lo minacciano, lo invitano dietro siepi per fugaci rapporti sessuali, tentano di coinvolgerlo in complicate

ESSEDICE, da S. di Gipi. Con Gabriele Carli, Annalisa Cercignano, Giulia Gallo, Gipi, Giovanni Guerrieri, Vincenzo Illiano, Giulia Solano. Prod. I Sacchi di Sabbia, PISA – Compagnia Sandro Lombardi, FIRENZE. in tournÉE

teatro con la complicità della compagnia I Sacchi di Sabbia dopo alcune sorprendenti letture dal vivo della Mia vita disegnata male accompagnate da fidati musicisti. Anche stavolta il punto di partenza è uno dei romanzi a fumetti del disegnatore pisano, quell’S. pubblicato nel 2006 in memoria del padre Sergio, ma in questo caso si tratta di un vero e proprio spettacolo, costruito con l’inventiva e la sapienza artigianale che da sempre contraddistinguono il lavoro di Giovanni Guerrieri e dei suoi compagni d’avventura. In scena nei panni di se stesso a viso scoperto – mentre tutti gli altri sembrano usciti da una tavola ancora fresca di colore grazie alle bellissime maschere di Ferdinando Falossi – Gipi riallaccia i fili della memoria, quella personale ma anche quella collettiva, attraverso un continuo andirivieni nel tempo, dal presente al passato, da un oggi in cui la guerra la si gioca da soli al computer a uno ieri in cui si moriva insieme sotto i bombardamenti nazisti. Così, tra siparietti di esilaranti extraterrestri rubati a Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut e momenti di ruvida intimità domestica, falsi cinegiornali d’epoca e ironiche sortite dalle maglie della finzione, Essedice scorre con la grazia e il pudore di una dichiarazione d’amore filiale che commuove per la verità con cui annulla il diaframma tra palcoscenico e platea, parlando proprio a tutti. Andrea Nanni

Da sinistra, Perché il cane si mangia le ossa (foto: Ivana Russo) e Essedice.

Nel buio della coscienza ULYSSAGE # UOMINI AL BUIO. ADE, da James Joyce. Regia, scene e costumi di Claudio Collovà. Luci di Nando Frigerio. Musiche di Giacco Pojero, Nino Vetri. Con Filippo Luna, Davide De Lillis, Alessandra Luberti, Claudio Collovà. Prod. Teatridithalia, MILANO - Esse p.a. Officine Ouragan, PALERMO - Teatro Biondo Stabile di PALERMO. in tournÉE In un’epoca di crisi quale la nostra, crisi d’idee, di forme e di estetiche, colpisce il ritorno ai grandi romanzi della tradizione. Pochi, tuttavia, se si escludono i monologhi ispirati al capitolo di Molly Bloom, si erano cimentati con l’Ulisse di Joyce, a lungo ritenuto irriducibile a qualunque interpretazione. Ci ha provato Claudio Collovà: la sua rilettura del capitolo VI, Ade/Il cimitero, in cui è descritta la partecipazione di Leopold Bloom al funerale di un conoscente, già tappa di un personale studio intorno al capolavoro joyciano, è un viaggio negli abissi della coscienza e alla ricerca delle origini, dove l’identità è in divenire, i padri vagano in cerca dei figli, e viceversa. Tutto confluisce in questa oltraggiosa rappresentazione dei rapporti familiari: in ottanta minuti, lo spettacolo divaga fino a parlare del ciclo della vita, dell’esistenza di Dio, metempsicosi e dell’aldilà. I riferimenti culturali si sprecano: Freud, innanzitutto, e poi Beckett, i surrealisti, lo stesso Joyce, che ritorna a più riprese, con i rimandi ai capitoli I, Telemaco/La torre, e IV, Calipso/ La colazione. Collovà, indubbiamente, è bravo ad amalgamare e rendere seducenti questi stimoli: lo scenario del funerale, i costumi, con quelle lunghe tube nere che scendono a coprire il volto dei protagonisti, sono il frutto di un innegabile talento visivo. Come pure apprezzabili sono, nonostante gli eccessi, le interpretazioni dei due protagonisti maschili, Luna e De Lillis, bravi quanto basta per seguire le elucubrazioni del regista, passando di volta in volta da una recitazione naturalistica a una più grottesca e straniante, fino alla paralisi del movimento, secondo un’iconografia che ha il suo precedente in Éntr’acte di René Clair. Ma questo non basta a allontanare il senso di pesantezza che

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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