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criticHE/PIEMONTE

critiCHE/PIEMONTE − LIGURIA

Carta bianca al teatro per un poker alla francese

Q

uattro spettacoli, esemplificativi dei fermenti della scena francese, hanno plasmato il cartellone di “Carta Bianca”, progetto europeo transfrontaliero che ha inaugurato la XV edizione del Festival delle Colline Torinesi. La prima proposta è stata Cannibales, disorganico testo di Ronan Chéneau diretto da David Bobée. L’inizio dello spettacolo è fulminante: un uomo e una donna, in controluce, entrano in scena, si abbracciano, si spogliano, afferrano una tanica, si cospargono di benzina e avvicinano ai loro corpi avvinghiati un accendino. La successiva ora e mezza è un tentativo di spiegare come la giovane coppia sia giunta a questa tragica decisione, ma la tensione creata in quei pochi minuti iniziali evapora nello sgangherato succedersi di nu­meri da circo, performance musicali, brevi ed estemporanei monologhi, riprese ravvicinate con una piccola telecamera. Nel finale, tuttavia, lo spettacolo riesce a ritrovare una certa forza, tesa e conturbante, forse perché, piuttosto che ricorrere a linguaggi compositi, la regia preferisce assecondare la propria indiscutibile capacità di allestire suggestive composizioni visuali, creando un eterogeneo tableau vivant che diviene specchio della nostra frastornata contemporaneità. Dalle nevrosi di oggi riandiamo indietro nel tempo, fino al 1918 di Brecht, con il Baal messo in scena da François Orsoni. Il dramma ricostruisce le vicende di un uomo immorale e spregiudicato, saggio e innamorato, poeta e artista di cabaret. Il regista ne colloca la parabola in un ampio spazio, occupato da pochi mobili, e affida i molti ruoli a sette camaleontici interpreti, che si cambiano a vista, nei “camerini” allestiti ai lati della scena. Ma il vero colpo di genio di Orsoni è quello di affidare la parte del protagonista a una donna, la strepitosa Clotilde Hesme. Un’ambiguità sessuale che esalta l’alterità del protagonista Baal: inusitato concentrato di potenza e orgogliosa eterodossia. E un uomo non ordinario è anche Woyzeck, il protagonista del dramma di Büchner messo in scena con intelligenza da Gwénaël Morin. Il regista, fedele al testo, ne rende la stratificata e poetica complessità con invenzioni suggestive e ironiche, evocative e metateatrali. Gli infaticabili interpreti agiscono in ogni anfratto della sala teatrale, in più occasio-

ni coinvolgendo direttamente il pubblico, divenuto partecipe della melodrammatica tragedia dell’“idiota” Woyzeck. Un “genio” della pittura era, invece, considerato Jackson Pollock, di cui Paul Desveaux mette in scena il controverso rapporto con la moglie Lee Krasner, anche lei pittrice. Nel loro affollato e caotico studio, i due discutono d’arte, ricostruiscono la propria storia d’amore, litigano furiosamente, si amano, dipingono. Il testo, denso e stringente, si accompagna a una marcata fisicità così che spesso i movimenti dei due interpreti si trasformano in armoniche coreografie. Uno spettacolo sull’arte e sull’amore la cui letterarietà latente acquista carnale evidenza grazie alla sicura e viva interpretazione dell’affiatata coppia Biavan-Perron. Laura Bevione

CANNIBALES, di Ronan Chéneau. Regia di David Bobée. Luci di Stéphane Babi Aubert. Con Y. Allex, C. Cordelette-Lourdelle, E. Fouchet, A. Leclerc, N. Lourdelle, S. Ragaigne, C. Texier. Prod. Groupe Rictus, in coproduzione con Scène nationale de Petit Quevilly/ Mont Saint Aignan, L’Hyppodrome. BAAL, di Bertolt Brecht. Regia di François Orsoni. Costumi di Anouck Sullivan. Luci di Kélig Lebars. Musiche di Tomas Heuer. Con M. Genet, A. Guyon, C. Hesme, T. Heuer, T. Landbo, E. Meyer, J. Tremsal. Prod. Théâtre de Nénéka -Festival d’Avignon - Festival delle Colline Torinesi. WOYZECK D’APRÈS WOYZECK DE BÜCHNER, di Georg Büchner. Regia di Gwénaël Morin. Con R. Béchet, V. Colemyn, M. Coquet, J. Eggerickx, B. Jung, G. Monsaingeon. Prod. Compagnie Gwénaël Morin, Les Laboratoires d’Aubervilliers. ARCADI. POLLOCK, di Fabrice Melquiot. Regia e scenografia di Paul Desveaux. Costumi di Laurence Révillion. Luci di Vincent Laurent Schneegans. Musica di Vincent Artaud. Con S. Biavan, C. Perron. Prod. L’héliotrope, Maison de la culture de Bourges/Scéne Nationale.

Una scena di Arcadi. Pollok, regia di Paul Desveaux.

Hy78

Tormento ed estasi di Suor Maddalena

Fiaba d'esilio ai piedi della montagna

Anatomie di coppie in interno senza tempo

NEL LAGO DEI LEONI, dalle estasi di Maddalena de’ Pazzi. Traduzione e regia di Marco Isidori. Scene e costumi di Daniela Dal Cin. Con Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, Anna Fantozzi, Stefano Re. Produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, TORINO.

IL PESO DELLA FARFALLA, di Erri De Luca. Regia di Renzo Sicco. Con Sax Nicosia, Gisella Bein, Marco Pejrolo, Edoardo De Angelis (violino), Anna Barbero (pianoforte). Prod. Assemblea Teatro, TORINO.

in tournÉe

Trasferire sulle tavole del palcoscenico un’opera letteraria è impresa sempre ostica e le difficoltà aumentano se si sceglie il piccolo romanzo best-seller di un autore allegorico come Erri De Luca. Una sfida che Renzo Sicco e i suoi attori e musicisti hanno affrontato con dedizione. Così, quella che rischiava di essere una piatta lettura con accompagnamento musicale, diviene uno spettacolo organico e coinvolgente. La scena è occupata da un’essenziale struttura a più livelli, che rievoca il profilo delle montagne e sulla quale trovano posto i tre at tori: Bein, commossa narratrice e unica voce di donna in un universo abitato da esseri maschili che, a loro nostalgico svantaggio, al femminile hanno rinunciato; Nicosia, il Re dei camosci, e Pejrolo, il Cacciatore di frodo. La vicenda raccontata, in effetti, è una sorta di favola moderna, in cui il destino di uomini e animali è saldamente intrecciato. Protagonisti sono l’orgoglioso e austero Re dei camosci, segnato dall’uccisione della madre quand’era ancora cucciolo, e il Cacciatore, auto-esiliatosi in montagna dopo anni trascorsi a contestare il potere costituito. Due vite destinate a incontrarsi e a scontrarsi, in un fatale appuntamento che è allo stesso tempo coronamento e termine di esistenze non ordinarie. Sullo sfondo, la maestosità imperturbabile delle montagne. Un’atmosfera suggerita dai video proiettati sulla parete di fondo e, soprattutto, dagli interventi musicali eseguiti dal vivo: non semplici intermezzi, bensì viva drammaturgia che rafforza la narrazione. Portata avanti, quest’ultima, dai tre solidi interpreti, autore ciascuno di una performance di emozionante intensità. L’evocativa essenzialità della scena e l’impasto di recitazione e musica danno così vita a uno spet tacolo raccolto e prodigo di conforto. Laura Bevione

SONNO, uno studio da Jon Fosse. Regia di Valerio Binasco. Scene, costumi e luci di Laura Benzi. Con Enrico Campanati, Giselda Castrini, Bruno Cereseto, Valerio Binasco, Silvia Bottini, Carla Buttarazzi, Luca Ferri, Lupo Misrachi, Sara Nomellini, Alessandro Damerini (pianoforte). Prod. Teatro della Tosse, GENOVA.

Sono più di vent’anni, ormai, che la compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa porta avanti un’originale e personalissima ricerca sulla fonetica, l’immagine e il colore. A ogni nuova performance, lo spettatore non può fare a meno di applaudire gli ingegnosi marchingegni e i favolistici costumi concepiti da Daniela Del Cin. Così è anche per questo ultimo lavoro. In una scena asettica, dominata dal bianco, la brava Maria Luisa Abate, stretta in un elegante tailleur color panna, con un simpatico baschetto anni trenta in capo, è sospesa su di una sedia a metà tra il trono e la sedia elettrica, inserita in una struttura di metallo che ricorda vagamente un’abside. Sopra di lei, spuntano di tanto in tanto tre figure, col volto neutro, pronte a far eco alle sue parole. Nient’altro interviene a movimentare lo spettacolo: le luci sono statiche, la musica pressoché assente. Tutto si svela dinanzi al pubblico, con un’esattezza quasi geometrica: solo il sipario, che bruscamente cala, all’inizio dello spettacolo, crea un momento di sorpresa. Ogni cosa, qui, è demandata alla performance dell’attore: è Maria Luisa Abate, coi suoi movimenti prima, con la voce poi, a reggere le sorti del gioco. È lei a dare anima e corpo al testo, vivificando, grazie all’ineccepibile padronanza della voce, le accensioni mistiche della suora carmelitana Maria Maddalena, vissuta sul finire del Cinquecento nel convento di Santa Maria degli Angeli in San Frediano, Firenze. Ed è ancora lei, accompagnata dal coro delle carmelitane, a imprimere ritmo alla pièce, creando affascinanti arabeschi sonori, in cui è facile perdere il senso delle parole, ma in cui è altrettanto facile lasciarsi cullare dalla straordinaria versatilità di suoni emessa dalla voce umana. È una ricerca, questa, che può piacere come non piacere, e che certo non è per tutti. Due cose sono fuori discussione: la bravura dell’attrice e l’originalità di una ricerca tra le più intense nel teatro di ricerca degli ultimi anni. Roberto Rizzente

in tournÉe

C’è qualcosa di disperato e, insieme, di dolcemente struggente nello spettacolo che Binasco ha diretto e interpretato con i giovani attori che hanno partecipa to al pr oge t to t riennale “Facciamo insieme teatro”, curato da Massimiliano Civica e premiato dall’Eti. Il testo ineffabile e simbolico del norvegese Jon Fosse viene sottoposto dal regista a un processo di ulteriore astrazione che, tuttavia, non ne mina la coinvolgente e non scontata allusività. La scenografia riproduce in un bianco innaturalmente abbagliante le pareti di una casa, arredata soltanto da tre-quattro sedie. E gli inquilini, passati e forse attuali, di quell’abitazione sono i protagonisti di duetti che rivelano - più con gesti e oggetti che per mezzo di parole - sentimenti, passioni e incomprensioni che legano alcune coppie. Valigie di pelle e sontuose carrozzine, un piatto di minestra e una sciarpa azzurra tessono un filo rosso che attraversa lo spettacolo aiutando lo spettatore a ricostruire destini e amorose corrispondenze. Presente, passato e futuro, infatti, convivono e si intersecano, suggerendo come la parabola della vita possa essere tutt’altro che unidirezionale. Nella parte alta della scenografia, alcuni sopratitoli annunciano certo il trascorrere, placido e immutabile, delle stagioni, ma sul palco convivono gioventù e senilità di una stessa coppia. Uno sfasamento temporale indice di quella natura evanescente del testo e della regia a cui accennavamo: l’intenzione non è tanto quella di raccontare una particolare storia d’amore, ma di incarnare nei volti e nei corpi degli attori desideri, passioni, tristezze, paure e fallimenti di natura affatto universale. Da qui la scelta di Binasco di non recitare dal vivo alcuni duetti ma di affidare le battute ai sopratitoli. Ne derivano la succitata esasperata astrazione e uno straniamento che, quanto più simulano freddezza e asetticità, tanto più costringono lo

duras/melato

La vita a qualunque costo contro il dolore dell'attesa IL DOLORE, di Marguerite Duras. Traduzione di Laura Guarino e Giovanni Mariotti. Adattamento di Massimo Luconi e Mariangela Melato. Regia e scene di Massimo Luconi. Costumi di Paola Marchesin. Musiche di Mirio Cosottini. Con Mariangela Melato e Cristiano Dessì. Prod. Teatro Stabile di GENOVA. in tournÉe Così vera. Così sincera. Così toccante. Non so se sulle labbra di un’altra attrice, senza la gestualità forte e precisa di Mariangela Melato (bellissimo il suo ritorno sulla scena, dopo aver attraversato con grande coraggio il tunnel della malattia), questo Il dolore di Marguerite Duras avrebbe potuto trovare espressione migliore e più sentita. Difficile da restituire sulla scena anche perché esso un frutto anomalo, sbocciato in circostanze particolari dalla penna dell’autrice. Da rilevare che proprio quel suo modo di scrivere, quella sua scrittura immediata, chiusa in poche fragili sensazioni, quel suo modo di rendere non la realtà ma i riflessi delle cose e gli umori degli uomini, l’avrebbero portata verso il teatro e il cinema. I suoi lavori sembrano fatti apposta per invitare un regista alla trascrizione delle sue sensazioni. Cosa da dirsi anche per Il dolore, piccolo grande capolavoro che sembra stare ai margini della sua produzione; e che tradotto in toccante monologo Mariangela Melato riesce a far vibrare in tutta la sua verità drammatica. Singolare anche la storia di questo testo fiorito da personalissime riflessioni. Nasce come diario (o confessione) affidato a due vecchi quaderni riempiti di laceranti parole; quaderni dimenticati, poi ritrovati e rielaborati in forma narrativa. Nasce, questo dramma dell’attesa, o meglio dramma di un amore che sa di non poter resistere alle rivelazioni della sofferenza, da un episodio della vita della stessa Duras. Allorché, dopo essere anche lei entrata nella Resistenza antinazista insieme al marito Robert Antelme alla fine della guerra, è in attesa di questi, arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau. Come altre donne che hanno i loro congiunti lontano, Marguerite in una esplosiva primavera parigina vive un’attesa che oscilla fra ansia e speranza, gioia e dolore. Guidata con mano attenta dal regista Massimo Luconi che la fa agire dentro una scenografia che trapassa il realismo (ma i segni restano: pile di libri e vecchie valigie accatastate agli angoli, al centro tronchi d’alberi abbattuti), con una intensità espressiva straordinaria, del delicato e straziante copione Mariangela Melato mostra, rivela le varie increspature con lucentezza vocale che assume tutte le tonalità, dal sussurro fin quasi all’urlo. Riesce la Melato a far sentire i fremiti, gli smarrimenti, le angosce di una coscienza turbata. Riesce ad essere se stessa e Marguerite a un tempo. Pensieri, stati d’animo, emozioni, tutto a susseguirsi in un ritmo serrato e al tempo stesso pacato. Bravissima. Domenico Rigotti

Hy79

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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