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critiCHE/LOMBARDIA

critiCHE/LOMBARDIA

lorca/pasqual

Macbeth, regia di D. Donnellan (foto: Johan Persson).

Le illusioni sfiorite di Donna Rosita DONNA ROSITA NUBILE, di Federico Garcia Lorca. Adattamento e regia di Lluis Pasqual. Traduzione di Elena Clementelli. Scene di Ezio Frigerio. Costumi di Franca Squarciapino. Luci di Claudio De Pace. Con Andrea Jonasson, Franca Nuti, Giluia Lazzarini, Giancarlo Dettori, Rosalina Neri, Franco Sangermano, Pasquale di Filippo, Alessandra Gigli, Martina Galletta, Eleonora Giovanardi, Stella Piccioni, Sara Zoia, Simone Severgnini. Prod.oggi Piccolo Teatro di MILANO. Sorrentino, dacci

il innostro tournÉetreno quotidiano PENDOLARI, scrittodi e Garcia direttoLorca, da Mimmo Dei lavori teatrali Donna Rosita nubile è quello che sembra Sorrentino. Scene e costumi di Rosanna Monti. goder minor credito. E sarà perché la protagonista forse non riesce, come Musiche di Andrea Taroppi. Luci di Giuliano altre figure femminili uscite dalla fantasia del grande poeta granadino, a Bottacin. Con Adriana Busi, Luca Cavalieri, essere compiutamente drammatica. Il personaggio è per così dire troppo a Simone Jacopo atteggiato, Zerbo. lungo Tiraboschi, velato e liricamente perché quel suo grido straziato finale Prod. MILANO. quel peso, quel valore che si sarebbe costituito attraverso bastiCrt, a restituirle una progressiva dei suoi stati Drammaturgia delelaborazione vuoto. O del tutto, solo unad’animo. que- E però, Dona Rosita la soltera è un testo tenero e affascinante (e più affascinante ancora se riceve stione di prospettiva. Ma certo non deve esser la mediazione di Lluis Pasqual) ancheimbastire per quel suo stato semplice per Mimmo Sorrentino il vestirsi di poesia che si alterna al concreto prosa.di una meticolosa suo Pendolari, fruttodella al solito Storiasul di un amore mortod’interviste, e del tempoincontri, che passa e sfiorisce come i colori e ricerca campo nutrita

i profumi delle rose. Quelle rose coltivate da uno stanco gentiluomo e nelle quali Rosita può contemplare la sorte malinconica della sua vita. Quella di Rosita, la storia banale e lancinante di una soltera, una zitella, vittima di una società chiusa e retrograda. Una storia minima, certo, ma da cui Lorca voleva far affiorare «tutta la tragedia della grettezza spagnola». Rosita che varca le soglie di una gelida vecchiaia dopo essersi consumata in un clima di sogni smentiti dalla realtà. Tutto invecchia, anche i fiori che la rallegravano e che, a farsi vive metafore, costruiscono il leit motiv della vita sociale di lei e delle persone che la circondano. Un microcosmo di figure e figurine che si affacciano in modo garbato nella commedia condotta su toni leggeri, ma dietro il quale si sente una pesante malinconia. Una malinconia tuttavia di una specie diversa da quella che pesa su certi personaggi cecoviani, che alcuni ritengono vicini a quelli lorchiani. Pasqual invece ha preferito virare verso altri orizzonti, più evocativi di un ambiente e anche più drammatici. Lo spettacolo (scena bianca, stilizzata, di veli trasparenti firmata da Ezio Frigerio, costumi gustosi di Franca Squarciapino, luci fisse e morbide) a folgorare per l’estrema eleganza. Con il suo stile commosso e vario, lo spettacolo non perde mai di tono e di ritmo e trova il suo momento più eclatante nella scena del compleanno, dove il gioco teatrale trova l’incanto di una vecchia zarzuela. Superbo poi il cast a poggiare sulle “vecchie glorie” del Piccolo Teatro, ma anche su belle presenze giovanili. Con Andrea Jonasson investita del ruolo principale e a recitare con sincerità, con la voce roca frantumata dalle emozioni e non importa se a sfuggirle a tratti qualche gesto melodrammatico. E bravissime Franca Nuti e Giulia Lazzarini: l’una ammirevole nei panni della zia interpretata con una incisività stupefacente, l’altra a ricamare di vezzi la vecchia governante. Ma altrettanto bene nelle figure minori, pur se con qualche rischio di macchiettismo, Rosalina Neri, Gianfranco Dettori e Franco Sangermano.

Domenico Rigotti

Andrea Jonasson in Donna Rosita nubile, (foto: Attilio Marasco).

Hy74

Gioventù datata per un Ravnhill vintage SHOPPING&FUCKING, di Mark Ravenhill. Traduzione di Barbara Nativi. Regia di Ferdinando Bruni. Con Ferdinando Bruni, Alessandro Rugnone, Camilla Semino Favro, Vincenzo Giordano, Gabriele Portoghese. Prod. Teatridithalia, MILANO. No, amici. No, questo non è (più) teatro contemporaneo: ormai è un “classico”, qualunque cosa significhi. Malgrado le apparenze, anzi, proprio per le apparenze: un look e un mood iperdatati Secolo Scorso (1996, data del debutto del testo dell’allora trentenne autore). Tutti i testi che restano sono datati: più sono datati, più sono significativi nel tempo. Lo shopping è shooting, ripresa cinematografica di un mockumentary dove il brutale fucking è flunked, bocciato: sono i personaggi a essere dei losers, non gli interpreti: solo attori vincenti possono ben interpretare dei perdenti. Ciò premesso, per dovere/diritto di cronaca (quando la cronaca si fa storia, i duri storicizzano), specifichiamo che lo spettacolo è eccellente. Una canzone dei Beatles mica invecchia. E questo allestimento non è mica una cover. Il rituale drammaturgico di Ravenhill suona “elfo sound” fin dalle prime battute. La lingua resa dall’indimenticata Nativi batte il beat quanto lo slang nativo e il dente degli interpreti duole là dove deve far male: quant’è invecchiato e immalinconito il mito giovanilista! Non è, ripetiamo, contemporaneo questo copione: non sono giovani d’oggi Robbie, Lulu, Mark e Gary. Lo sono Amanda e la Compagnia di Perugia, Lulu no. Lulu, interpretata da Camilla Semino Favro è la rappresentazione critica di una lolita involontaria e disperata, ma soltanto un po’. E lo spaccio di nudità dei maschietti è scontato: discount show, come dev’essere nell’era delle escort e degli escort boys. A contestualizzare vieppiù l’epopea modello Trainspotting (o Trashspotting) avrebbe magari contribuito una collocazione vintage degli interni e del pub, delle location, insomma, di questa sceneggiatura per occhio umano, oppure una dislocazione a quattro passi dal teatro, in viale Padova. Che cosa piace di questo allestimento, oltre all’innata eleganza di Bru-

ni, interprete e regista, eleganza segnicamente rintracciabile nella scelta della lavagna da Comedians e rivelato dagli shopper di Prada che contrappuntano il gay fucking poco gaiamente ostentato? Le battute fulminanti, l’imperturbabilità degli interpreti che fa simpatia e il virtuosismo alpaciniano del Brian di Bruni, che recita la filosofia del personaggio meglio di quanto convinca con l’ideologia da lui ricavata dall’ipertesto teatrale. Fabrizio Sebastian Caleffi

Mentre lui, attore in stato di grazia, li accoglie plasmandosi e plasmandoli. Ma soprattutto chiamando in causa senza protezione né alibi un pubblico che si lascia ferire, spiazzare, interrogare. Che ride e si commuove, concedendosi il lusso di domande senza risposta. Cioè le migliori che si possano porre. Mentre quel che accade in scena è la danza del pensiero in azione. Ognuno si porta a casa quel che vuole o quel che riesce, ma la sensazione, per una volta, è quella di un’esperienza teatrale vera. Immaginaria e molto, ma molto concreta. Sara Chiappori

Relazioni di coppie QUESTI AMATI ORRORI, di Renato Gabrielli. Regia e interpretazione di Massimiliano Speziani. Scene e luci di Luigi Mattiazzi. Prod. Olinda, MILANO. Il teatro, quando è vero teatro, è sempre questione di relazioni. Un’alchimia rara quanto preziosa che fa risuonare il diapason profondo dell’incontro tra esseri umani. Prima di un personaggio da interpretare, prima di una storia da raccontare, prima di uno spazio da allestire, c’è il mistero millenario di una comunità che si raduna intorno al senso del proprio esserci. Non accade quasi mai, ma quando accade è un’illuminazione. Come nel caso di Questi amati orrori, oggetto teatrale di difficile identificazione che brilla per rigore, coraggio, inventiva. Lo firmano Renato Gabrielli, drammaturgo che cesella le parole come un orafo, e Massimiliano Speziani, attore capace di impressionanti trasfigurazioni. Lo spettacolo è nato nella forma intelligente di una residenza-baratto al Paolo Pini, ex manicomio alla periferia di Milano che investe sulla necessità del teatro. Dentro lo spazio nudo di una sala dove i muri parlano e un semplice perimetro di panche disegna il cerchio magico in cui tutto è possibile, Speziani sopraggiunge come un Orfeo in arrivo da un altrove pronto a immergersi nella materia impalpabile di cui sono fatti i rapporti: piccoli gesti, sguardi, passi, impercettibili contrazioni del viso, emozioni quasi invisibili, esplosioni di energia, muscoli tesi e silenzi. Non sono personaggi i suoi, ma figure doppie che vivono contemporaneamente l’una grazie/a discapito dell’altra: il cane e il padrone, la madre e il figlio, i due amanti, l’attore e lo spettatore, il medico e il paziente.

Viaggio verso la morte CORSIA DEGLI INCURABILI, di Patrizia Valduga. Regia e musiche di Valter Malosti. Costumi di Federica Genovesi Con Federica Fracassi. Prod. Teatro di Dioniso, TORINO – Residenza Multidisciplinare di ASTI. in tournÉe Di Patrizia Valduga, poetessa tra le più significative del panorama italiano, Luca Ronconi mise in scena, nei primi anni Novanta, Donna di dolori con una straordinaria Franca Nuti. Da non confondere con un altro poemetto, Corsia degli incurabili, scritto nel 1996, che ha recentemente visto la luce del palcoscenico al milanese Teatro i e al Festival delle Colline Torinesi. Protagonista è una malata terminale, “soldato del dolore” inchiodata su una sedia a rotelle, scarpette rosse davanti a sé, un’asta microfonica accanto, i capelli rampicanti, con fiori e tubi di flebo, costretta immobile in una stanza d’ospedale. Da questo luogo di sofferenza e di squallore, tra luci a vista, pavimento bianco e muri scrostati, lancia contro il mondo un’invettiva che trascolora in scherno, preghiera, bisbiglio, confessione, provocazione. Lo fa con il metro del sirventese classico duecentesco in una lingua che impasta registri alti e bassi per stigmatizzare i mali di una società (in)civile, volgare e ignorante. Un lavoro complesso e dolente, che di per sé poco concede alla teatralità, ma che la regia di Malosti inquadra in una partitura sonora tanto ricca e stratificata da trasformarlo in carne straziata per la “tridimensionalità” della scena. Musiche, liriche, suoni, rumori spaziano infatti con sorprendente efficacia tra generi, artisti e musicisti tra i più diversi, da Beethoven a

Caruso, da Carmelo Bene a Wagner, passando per D’Annunzio, Gluck, Tosti, Strauss, Chris Watson, Giovanni Lindo Ferretti e tanti altri. Ma è Federica Fracassi la regina incontrastata di tutta l’operazione, “motore immobile” di un assolo di folgorante bellezza. Dolce e furiosa, rassegnata e combattiva, malinconica e aggressiva, riesce infatti a mostrarci, con un’impressionante padronanza di mezzi e varietà di toni, quanto possa essere sublime e umiliante la nudità della vita alle soglie della morte. Claudia Cannella

Que viva Niffoi! LA LEGGENDA DI REDENTA TIRIA, di Salvatore Niffoi. Regia e interpretazione di Corrado d’Elia. Prod. Teatri Possibili, MILANO. in tournÉe In quel Mexico Mediterraneo che è la Sardegna, in quel Chiapas isolano che è la Barbagia, Niffoi ha ambientato la sua Macondo compulsiva che d’Elia ha evocato nel suo teatro, l’unico off off newyorker in Milano. Marisa Sannia l’ha cantato e brava è tanto quanto due volte bravo è d’Elia! Dopo il suo “Novecento” cult, vinta l’impossibile scommessa di rendere ascoltabile la sopravvalutata e usurata partitura ba-ricca di retorica, il Libero Monologante di via Savona si prende una vacanza etnica di lusso nella narrativa adelphiana, che sta al fondatore della Scuola Holden come Alpitour sta alla Costa Smeralda. Eccoci dunque ad ascoltare e godere il reading show tra Dylan Thomas e Bob Dylan, in cui d’Elia jazzeggia senza strafare, variando sul tema-tormentone del paese dei suicidi seriali. Compare, materialmente invisibile, eppur tangibile e indispensabile quanto una ripresa in sogget tiva, la cieca Redenta e con Corrado scende in campo nel virtual stadio teatral Sant’Elia anche la Tiria. Applaudiamo, dunque, la ballata che si conclude con un bis. S’impiccano, chiamati da una strana voce, fratelli, fratellini, grandi e bambini, donne bellissime e fatali e ragazzine innocenti come fragole, in questa narrazione country-fusion che pare aprire nuove prospettive al teatro di narrazione stesso, il più delle volte autolimitato entro i confini dell’autobiografismo aneddotico e del documentarismo agit-prop. Fabrizio Sebastian Caleffi

al piccolo teatro

Dinamico, rigoroso e coreografico il Macbeth di Donnelan conquista Milano MACBETH, di William Shakespeare. Regia di Declan Donnellan. Scene di Nick Omerod. Musiche di Catherine Jayes. Con Will Keeen, Anastasia Hille, David Caves, David Collings, Kelly Hotten, Orlando James, Ryan Kiggell, Vincent Enderby, Jake Fairbrother, Nicholas Goode, Greg Kolpakchi, Edmund Wiseman. Prod. Cheek by Jowl, LONDRA. Come ci se deve accostare a un classico? Prendiamo ad esempio Shakespeare e pensiamo a quel Macbeth che ci lascia sempre senza respiro. Risponde Declan Donnellan che di Shakespeare, con la sua giovane e ardimentosa compagnia Chick by Jowl, è uno, nel suo paese, fra i massimi frequentatori e divulgatori: «Con umiltà e pulizia». E in tal modo sembra operare proprio con l’insidioso Macbeth, la tragedia del sangue, che Donnellan vede e interpreta come la tragedia dell’immaginazione. Idea poi, che del tutto sua non è. Anzi, la troviamo ben patrocinata da quell’Harold Bloom la cui analisi critica è diventata fonte evangelica per una nuova classe di registi. Tornando allo spettacolo del regista, inglese ma di origine irlandese, proprio perché l’idea centrale dovrebbe essere quella dell’immaginazione, ecco di conseguenza che la “visionarietà” in corso d’opera assume una valenza precipua (anche se poi la cosiddetta visionarietà è diventata un elemento sfruttato da tanti spettacoli di oggi: si tratti di classici o meno). Ma forse più a colpire, nel fare di Donnellan, è il rigore e il ritmo della narrazione. Tutto a correre serrato e persino a tratti molto disinvoltamente dentro una scenografia stilizzata. Quel luogo astratto e nero, dove gli attori, tutti anch’essi rigorosamente in nero (anche la Lady che mai eccede, nemmeno nella scena famosa del sonnambulismo; anzi opera quasi per sottrazione, come l’attore che bene interpreta Macbeth, senza retorica o gesti estremi) si comportano come se fossero chiusi in una caserma (ufficiali e soldati). E qui, tra trovate non mancanti di intelligenza ma anche di furbizia (la famosa scena ad esempio del portiere sbronzo, che viene giocata come un burlesque da un’attrice che sembra imitare una maitresse di bordello) , divampa l’azione scandita dal suono di un violino che reca note più che dolci strazianti. Tutto avvincente. Tutto emozionante. Tutto d’alto effettismo. Tutto molto coreografico. Visto che viene anche contemplata una giga danzata dopo uno dei vari delitti efferati che fa molto colore di Scozia. Tutto insomma come deve essere sulla scena oggi, dinamico e veloce, senza pause. Anche se poi qualcosa (o magari molto) del senso, chiaro o misterioso che sia, della tragedia va smarrito.

Domenico Rigotti

Hy75

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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