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DOSSIER/SUDAFRICA

DOSSIER/SUDAFRICA

Johannesburg-Milano: andata e ritorno Conversazione sull’odierna scena sudafricana con Tia Architto, cantante e attrice di musical, una performer dalla doppia nazionalità che ha debuttato negli anni del post-apartheid di Pino Tierno

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a anni, Tia Architto fa la spola, per lavoro, fra Italia e Sudafrica. Cresciuta in una famiglia i cui membri, da sempre, per necessità e vocazione, vivono e muoiono in posti diversi, Tia è nata a Johannesburg da genitori italo-asmarini. Dotata di una voce black con timbro da soprano, («Non lo sono per etnia, ma in Sudafrica ero ritenuta una nera onoraria!»), a parte alcune incursioni nella lirica, la Architto ha svolto finora quasi tutta la sua carriera nel campo del jazz e del musical. Nel 1992 fa il suo debutto con la regista Janice Honeyman nel musical Once on this island e poi prosegue con molti altri spettacoli al Civic Theater, fra i quali Godspell, Leader of the Pack, Jukebox Jol. Nel '97 decide di spostarsi a Milano, dove si esibisce in molti club jazzistici, finendo poi per girare la penisola con vari gruppi. Ritorna a Johannesburg nel 2000, e lì viene nominata per l’Fnb Vita Award come migliore attrice di musical in Mercury Rising. Nel 2002 rientra in Italia; da allora incide molti dischi lounge e dance e soprattutto prende parte a musical quali Menopause, Hair, Hairspray e, attualmente, Cenerentola (nella parte della Regina), con la regia di Massimo Romeo Piparo. «Sono tornata in Italia perché ho sposato un sardo – dice con una risata scura e vibrante – ma la mia è una vita di valigie. Le tournée in Italia sono stremanti. In Sudafrica, generalmente, una produzione importante resta tre o quattro mesi nella stessa città, per esempio a Johannesburg e poi, eventualmente, va a Città del Capo o a Pretoria. In ogni caso la vita dell’artista di teatro è più stanziale». Anche se Tia appartiene ad una generazione di artisti che ha iniziato a lavorare dopo l’apartheid («Ma ovviamente ricordo il passaporto di mio padre con su la voce: razza…»), con lei proviamo, senza patemi di completezza, a gettare un piccolo, rapido sguardo sul teatro sudafricano degli ultimi decenni. «Da quel che so e ho visto, il teatro in Sudafrica nasce, essenzialmente, da esperienze collettive o politiche o all’interno di workshops. O magari dall’aggregazione di gruppi in chiese, nelle scuole, nelle townships… A tutt’oggi questa modalità è ampiamente utilizzata, nell’approccio al teatro. Naturalmente esiste la figura del playwriter, però non è affatto raro, da noi, vedere lavori teatrali che portano molte firme o addirittura quella dell’intero ensemble». Non è, come s’è detto, parte della sua personale esperienza ma è inevitabile che, negli anni, abbia avuto modo di confrontarsi con artisti che hanno vissuto il periodo duro ed esaltante del teatro in Sudafrica, al tempo dell’apartheid. «Il teatro ha sempre mantenuto, nelle sue varie sfumature, un ruolo fondamentale per l’educazione e la presa di coscienza dei sudafricani. Per qualche ragione,

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una gran parte delle attività degli artisti di teatro, fra mille difficoltà, riusciva a sfuggire alle maglie della censura e il Protest Theater è stata una realtà fondamentale, riuscendo a sensibilizzare la gente su ingiustizie e crudeltà di cui non si poteva aver notizia né sui giornali, né da nessun’altra parte. Ovviamente il regime chiudeva o tartassava sale e artisti in ogni modo, ma c’era sempre la possibilità di ricominciare da qualche altra parte. Insomma, la censura sul teatro era enorme ma non così totalizzante come poteva essere nelle scuole o sul lavoro. Ricordo un’edizione di Godspell, il famoso musical. In Sudafrica, si osò proporre un Cristo nero con un cast multi etnico. Per l’epoca, era una follia assoluta; a causa delle leggi razziali, gli attori bianchi e di colore erano addirittura costretti a cambiarsi in edifici diversi. I produttori di questo show erano talmente "avanti" da prestare una loro roulotte in giardino per gli incontri delle coppie miste che, naturalmente, non avevano nessun luogo pubblico dove poter andare». Secondo Tia, la censura si esprimeva, a volte, meno sulle persone e più sui luoghi dell’attività artistica. «Anche nell’ambito del teatro, si mettevano in atto i famosi spostamenti forzati; interi quartieri e centri più o meno grandi venivano rasi al suolo, gli abitanti venivano sradicati e trasferiti altrove, possibilmente in luoghi isolati o controllabili; questo è avvenuto anche con Sophiatown, quartiere di musicisti e sede di numerose sale teatrali; Sophiatown fu distrutto per far posto a una nuova area bianca, Trionf». Sulla storia di questo quartiere è stato persino girato un film omonimo, nel 2003. Un altro artista a cui, in qualche modo, è stato concesso di esprimere, più o meno apertamente, il proprio dissenso è stato Pieter-Dirk-Uys. «Dirk-Uys ha scelto la strada dell’umorismo per rivelare le ottusità del regime. Lui si è inventato un personaggio, Evita Bezuidenhout (detta anche Tannie Evita), pseudoattivista politica bianca afrikaaner, ambasciatrice di un fittizio Bantustan (Stati "neri" creati con la forza dal regime): Evita, a botte di ingenue gaffes, rivela la dimensione profondamente razzista e ipocrita della politica, anche quella dei bianchi apparentemente più illuminati. Sintomatica, fra l’altro, la battuta di un altro dei personaggi di Dirk-Uys: "Ci sono due cose sbagliate in Sudafrica, l’apartheid e la popolazione nera"». In una realtà complessa come quella sudafricana, convivono, inevitabilmente, molteplici, variegate dimensioni teatrali. «Ammetto che io frequento soprattutto il teatro musicale leggero. E di musical se ne fanno tanti, anche da noi, anche di grossa qualità. Il musical è sempre stato un genere molto seguito e utilizzato anche per messaggi politici; ricordo ad esempio, Sarafina!, sulle rivolte

di Soweto. Come ex-colonia inglese da noi oggi hanno molto successo le farse alla Cooney, per intenderci; gli afrikaaner, già da tempo, hanno preso a raccontare la loro cultura in molti spettacoli; la tradizione teatrale nera è legata soprattutto all’oralità e ci sono persone che si dedicano a raccontare in spettacoli usi e credenze delle diverse etnie, magari con l’uso di strumenti musicali caratteristici. Uno spettacolo, poi, che io ricordo con emozione e che so che è andato in molti Paesi è Truth in translation, che narra le storie raccolte dagli interpreti della Commissione per la verità e la riconciliazione, messa in piedi da Mandela dopo la fine dell’apartheid: spettacolo sconvolgente che rende conto, in una maniera viva e teatralissima, di tutte le atrocità commesse al tempo dell’apartheid e raccontate dai protagonisti agli interpreti di una commissione nata, appunto, per ricordare tutti insieme, mettendo da parte vendette e rancori». Il teatro, ultimamente, ha messo un po’ da parte i temi politici e sembra soffrire, soprattutto nelle grandi città, di una certa crisi di pubblico. «Una volta il teatro si faceva carico di raccontare orrori che nessuno ti avrebbe potuto rivelare. I ventenni di oggi magari sentono un po’ meno il tema dell’apartheid... Ciò che pesa particolarmente, poi, sulla frequentazione delle sale, è la povertà, e la conseguente criminalità. Molti teatri da noi hanno dovuto chiudere: il centro città in Sudafrica non è come in Italia, lì è pieno soprattutto di uffici che si svuotano al pomeriggio, la gente vive più che altro nelle cinture urbane. Le strade del centro rimangono quindi vuote e la gente ha paura ad andarci. L’Alhambra per esempio ha dovuto chiudere. Quando una volta io ho accettato una scrittura in un teatro che resisteva in centro, tutte le mie amiche mi dicevano che ero matta ad avventurarmi per quelle strade, da sola, dopo lo spettacolo. Io credo che questo stia ammazzando lo show-business nelle grandi città. A Johannesburg si ha davvero troppa paura a uscire, la sera». Parlando, invece, di quel che di italiano arriva sulle scene sudafricane, Tia non ricorda di aver mai visto o sentito di spettacoli di nostri autori o registi a Johannesburg, a parte il solito Dario Fo. Dell’Italia in scena è famosa e apprezzata soltanto la lirica, pare. Il soccer nostrano, invece, più dell’arte e del teatro, sembra seguitissimo e i giovani conoscono bene le vicende del nostro campionato. A veicolare l’immagine dell’Italia, com’è ovvio, sono dunque gli eroi del pallone, più di qualunque personaggio di Goldoni o Pirandello; e, nell’anno degli attesissimi Mondiali, si può ben credere che la supremazia del calcio non sia certo destinata a essere scalfita… ★

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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