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DOSSIER/SUDAFRICA

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Il mio amico Athol: incontro con Ross Devenish

Sizwe Banzi è morto: la tragicommedia di un irregolare nel nuovo Medioevo

Una grande stima e una lunga frequentazione alla base di un rapporto professionale che dura da decenni. Devenish ci parla del Fugard non soltanto autore, ma anche attore e regista. di Itala Vivan

Una scena di Boseman and Lena; nella pagina seguente, un ritratto di Athol Fugard.

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oss Devenish è un importante regista cinematografico sudafricano che ha lavorato anche per il teatro e la televisione. Il suo rapporto con Athol Fugard è antico e vivo: oltre a essere grandi amici, i due hanno spesso collaborato, producendo film indimenticabili. Nel 1974 Devenish ha diretto Boesman and Lena, dal testo di Fugard, con l'autore stesso nelle vesti di protagonista; nel 1977 è stato regista di The Guest, in cui Fugard recitava il ruolo del naturalista Eugene Marais; nel 1980 ha diretto il film tratto da Marigolds in August, con Fugard primo attore. Devenish ha inoltre seguito l’attività teatrale di Fugard e di altri drammaturghi sudafricani (come Zakes Mda e John Kani), ed è stato co-regista della recente produzione fugardiana di The Train Driver. Gli abbiamo posto alcune domande che servissero a illuminare gli aspetti performativi dell’arte di Fugard. Ross, tu hai lavorato spesso con Athol Fugard, sul palcoscenico e davanti alla macchina da presa. Qual è il legame segreto che alimenta una così lunga collaborazione? Io posso parlare solo per me stesso. Innanzitutto ammirazione e apprezzamento per l’arte di Fugard, specialmente in un paese come il Sudafrica che aveva una visione coloniale della cultura, come se essa dovesse venire dal di fuori. Come se i sudafricani fossero qui soltanto per fornire materie grezze all’industria, senza che le storie delle nostre vite avessero interesse né importanza alcuna. Fugard respingeva tale visione, e io lo ammiravo per questo. Inoltre, è un amico straordinario, con cui si sta bene insieme. E offre molte cose su cui riflettere. Tu che lo hai spesso diretto dietro la macchina da presa, cosa ci puoi dire del Fugard attore cinematografico? Ho lavorato a più riprese con l’attore Fugard.

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Ho anche avuto la fortuna di poter osservare la sua regia di varie opere, per esempio Dimeto; e ho diretto un documentario per la BBC sulle prove di A Lesson from Aloes. Ciò mi ha permesso di gettare uno sguardo privilegiato, dall’interno, sul suo modo di lavorare; e quando mi sono trovato a dirigerlo ho potuto creare un linguaggio comune, basato sull’esperienza. L’aspetto fondamentale di Fugard attore è che si cala interamente nel ruolo, rivivendo tutto ciò che tocca il personaggio e senza ritrarsi dinanzi alla sofferenza che appartiene al personaggio stesso.

Quando Athol Fugard scriveva, negli anni Sessanta, Sizwe Banzi è morto, non immaginava, forse, quello che sarebbe diventato il mondo. Con la storia di un uomo costretto ad assumere, per sopravvivenza, l’identità di un morto, l’autore sudafricano raccontava con una chiarezza disarmante la tragedia dell’apartheid. Consapevole del razzismo non estinto, anzi esteso come una macchia nella tollerante e “civilizzata” Europa (in cui i partiti di matrice neo-nazista fondati sulla teoria del “diverso” sono in spaventosa espansione), Peter Brook si è avvicinato da grande maestro/pedagogo all’opera di Fugard, realizzando uno spettacolo intimo e politico nel dispiego di tutti gli elementi teatrali: dagli oggetti di scena alla scenografia fino all’uso permeabile, vivente, del dialogo. Gli attori si fanno creatori e complici dello spettatore, chiedendogli l’attenzione giusta per giudicare la tragedia di questi esseri umani la cui sola colpa è quella di nascere nel posto sbagliato. Sizwe Banzi nasce in un luogo in cui si è convinti che esistano cittadini di serie A e altri di serie B, creature di nessuna terra e nessun diritto, che si è disposti a lasciare morire di fame se nel loro documento d’identità viene trovato qualcosa di “irregolare”. È quello che succede al protagonista di Fugard, che per dar da mangiare alla sua famiglia, prende a prestito l’identità di un morto trovato per strada, uno con la carta d’identità in regola. Sizwe sparisce e rinasce Robert. Con il documento di un altro, nei vestiti di un uomo ormai cadavere, Sizwe Banzi chiede di essere fotografato e inizia una nuova vita, folle e anche un po’ comica. Lo spettacolo di Brook si dipana su un tono di lievità assoluta, creando un effetto dinamico e stringente che avvicina sempre di più il pubblico alla stanza del dilemma, indugiando sulla tortura psicologica di un irregolare. Uno dei tanti irregolari che in questo nuovo Medioevo vengono giornalmente additati e messi al bando, espulsi dalla comunità dei proprietari bianchi. In un paese come il nostro in cui un figlio di immigrati non mangia alla stessa tavola degli altri bambini, dove i medici possono fare da delatori e denunciare un paziente come clandestino, un’opera come Sizwe Banzi è morto dovrebbe essere rappresentata o proiettata in tutte le scuole, nelle università, nei luoghi in cui si forma la coscienza della comunità e si gettano le basi del pensiero futuro. Katia Ippaso

Come organizza il lavoro di regia teatrale Athol Fugard? Fugard costruisce lo spettacolo partendo da ciò che ciascun attore porta nel proprio ruolo. È come se autore e regista non si fossero mai conosciuti, e lui esplorasse il testo con occhi nuovi. Così succede che l’attore trovi da sé l’intersezione fra il ruolo sul palcoscenico e la vita reale, sino a impadronirsi del ruolo stesso e farlo proprio. I temi e gli sviluppi di The Train Driver appaiono particolarmente significativi, non credi? Per Fugard The Train Driver costituisce il punto d’arrivo della sua intera carriera. La tragica vicenda di Pumla Lolwana, suicida insieme ai figli, gli ha inferto una ferita dolorosa e lo ha ossessionato per una decina d’anni. Le prime versioni narrative sono reperibili in Karoo and Other Stories , del 2005. Nel testo teatrale, però, ha elaborato la storia riducendola a due soli personaggi in scena, attraverso i quali emerge un mondo intero, e anche una sensazione di disagio circa il futuro del paese. In che modo si intreccia la tua cinematografia con l’arte di Fugard?

Una scena di Sizwe Banzi è morto, di Athol Fugard, regia di Peter Brook.

Ho sempre avvertito una forte esigenza di esplorare la realtà sudafricana attraverso il cinema: cosa non facile, perché fare un film, anche breve, richiede grandi somme di denaro. Anche Athol parte da una analoga spinta, sebbene in lui intervenga un tormento esistenziale diverso. Guardando al passato, debbo dire che io e Athol abbiamo raggiunto la massima sinergia lavorando a The Guest, basato su un episodio della vita di Eugene Marais, il naturalista sudafricano che fu anche poeta e morfi-

nomane e morì suicida. La figura di Marais mi aveva affascinato sin dall’infanzia, e dopo che Athol e io finimmo la versione cinematografica di Boesman and Lena in cui Athol recitava nel ruolo di Boesman, suggerii di passare ad altro, e lui accettò. Mi pare che anche oggi, a tanti anni di distanza (il film è del 1977) The Guest resiste e si fa ancora guardare: è veramente un pezzo di storia sudafricana, nel contesto di un paesaggio umano e fisico assolutamente sudafricano. ★

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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