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DOSSIER/SUDAFRICA

DOSSIER/SUDAFRICA

La rivoluzione non è un pranzo di gala

In apertura, un ritratto di Nadine Gordimer; in questa pag., James Mthoba in Black DogInj'emnyama, regia di Barney Simon.

Nobel per la Letteratura nel 1991, militante nella lotta contro l’apartheid e per i diritti civili in Sudafrica, Nadine Gordimer parla con la stessa forza con la quale scrive, per raccontare d’un paese ubriaco di rivoluzione, dove il teatro può finalmente portare in scena una realtà multietnica, scissa fra crisi ed entusiasmi. di Diego Vincenti

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ide come una ragazzina Nadine Gordimer. Splendida (quasi) novantenne, vagamente imbarazzata al ricordo delle sue prime e uniche esperienze sul palcoscenico. «Da ragazzina facevo parte di un gruppo di teatro amatoriale – racconta –, aveva sede nella piccola città dove vivevo. In quel posto non c’era molto da fare con la mia vita, m’annoiavo. Mentre sul palco mi divertivo molto, mi piaceva. E ricordo che ebbi diversi ruoli, anche in uno spettacolo ispirato a Oscar Wilde». Esperienza rapida e conclusa. Ché nel frattempo è successo di tutto. A lei e al suo Sudafrica, descritto in decine di opere letterarie e accompagnato alla libertà con uno scrivere mai salottiero. Mai elitario. Capace di sporcarsi le mani in prima persona, militando nell’African National Congress (ANC), sfidando le censure, piangendo amici scomodi. Non un caso che appena libero da Robben Island, Mandela proprio lei abbia voluto incontrare, amica della prima ora e simbolo d’un Sudafrica anni luce diverso dalle bieche politiche segregazioniste. Come non un caso è stata l’assegnazione del Nobel per la Letteratura del 1991, accolto con un discorso tutto incentrato sul valore della parola (scritta e orale) che rimane saggio lucidissimo sul senso d’essere artista all’interno di una comunità. Libera o meno che sia. Autrice non particolarmente prolifica (fra le opere Il conservatore, La figlia di Burger, Luglio, Una forza della natura, L’aggancio, Sveglia!, fino alla raccolta 2007 Beethoven era per un sedicesimo nero, tutte uscite per Feltrinelli, fra i primi a tradurla all’estero), un rapporto stretto con l’Italia («Ci vengo fin dagli anni Cinquanta, mia figlia vi si è anche trasferita a vivere»), attivista antiapartheid e ora impegnata a sensibilizzare il paese nella lotta contro l’Aids: Nadine Gordimer racconta di una vita da spettatrice appassionata, osservando dall’interno una società (sud)africana estremamente teatralizzante nei confronti della vita. Dove l’arte del palcoscenico (e non solo quella) ha rivestito un ruolo fondamentale nella presa di coscienza d’un popolo. Verso il cambiamento. La libertà.

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Miss Gordimer, ha mai scritto per il teatro? Da ragazzina, quando avevo circa 16 anni. Scrissi una pièce basata sui gironi danteschi, che analizzava il senso dell’avere una missione: le cose che avresti dovuto fare ma che non hai fatto. Si trattava di un concorso e il testo vinse, ricordo che fu anche prodotto. Ma parliamo di una ragazza davvero molto giovane… Da allora, non credo d’aver scritto altro, anche se amo molto il teatro e ci vado non appena posso. Che rapporti ha con il mondo teatrale? Ho diversi amici e ne ho sempre seguito gli sviluppi, fin dai tempi di Barney Simon. Lui è stato fondamentale con il suo Market Theatre, che fondò nel 1976. Non aveva soldi, ma insieme alle persone che conosceva riuscì a unire alcuni sponsor per acquistare questo vecchio e bellissimo edificio in un distretto di Johannesburg, il palazzo del mercato. Il Market è tuttora attivo anche se Barney ormai non c’è più. Ma i suoi spettacoli vengono ancora proposti. Fin dall’inizio il Market fu un riferimento multiculturale in opposizione al regime dell’apartheid. Sì, grazie ad autori e attori di grandissimo talento. Penso a John Kani, che ancora oggi si dedica sia alla scrittura che alla scena, o a Malcolm Purkey, il direttore artistico attuale, che sta aiutando tantissimi giovani a debuttare. Come si confrontano con il teatro le ultime generazioni? In tantissimi vanno a vedere gli spettacoli o fanno nascere nuove compagnie, spesso d’ispirazione religiosa o dalle connotazioni strettamente popolari. Preferiscono descrivere la propria vita recitando e cantando. In questo, bisogna tenere in considerazione quanto gli africani siano un popolo molto teatrale nelle manifestazioni d’ogni giorno, e non mi riferisco solamente al Sudafrica, ma a tutto il continente, alle sue origini più profonde. Prima della colonizzazione non c’era la parola scritta,

ogni tradizione e avvenimento diveniva racconto orale e “spettacolo”: i conflitti, le attese e le speranze, il lavoro della terra ma anche la politica e la cultura della gente. Con l’Africa che era vissuta come un bellissimo teatro naturale, a cielo aperto, in una relazione che porta fino ai giorni nostri. E il legame con il passato più recente? A mio avviso i giovani scrittori guardano fin troppo a quello che è successo con l’apartheid, nei decenni appena prima la loro nascita. Un gran numero di nuove opere, anche molto belle, sia di letteratura che per il teatro, tornano alla vita del passato, alla vita dei loro genitori e dei loro nonni, alla lotta che ci fu per il cambiamento. Ma ora siamo di fronte a un’altra avventura straordinaria, che cerchiamo di vivere un giorno dopo l’altro. È questa che andrebbe raccontata e spiegata alla gente del proprio tempo. Quale fu il ruolo del teatro durante l’apartheid? Fu molto importante, con risvolti complessi. Solo tre grandi città come Città del Capo, Johannesburg e Durban avevano le dimensioni per avere un palcoscenico, e questo per assurdo permetteva al teatro di essere più audace nei confronti di quelle tematiche che andavano contro il regime, che, invece, era molto attento nel censurare i libri. Ma questo perché la mentalità che regnava era del tipo «Beh, queste cose descrivono solo la gente in città e quella è tutta gente internazionalista». Da una parte così non li si reputava lavori molto “pericolosi”, dall’altra effettivamente i messaggi rivoluzionari contenuti negli spettacoli non furono visti e ascoltati dalla gente, perché impossibilitata ad arrivare alle sale teatrali. D’altronde non abbiamo avuto la televisione fino alla metà degli anni Settanta, perciò non ci fu nessuna forma “teatrale” in grado di essere vista dalle grandi masse. Così il teatro in qualche modo riusciva a farla franca. Un esempio eclatante fu uno spettacolo di Peter Weiss, mi pare si intitolasse We want our revolution now (dal Ma-

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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