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teatromondo

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Berlino, Theatertreffen 2010 il teatro ai tempi della crisi Il potere del denaro, la disoccupazione, il disagio sociale: le difficoltà economiche dell’Occidente sono state al centro della maggior parte degli spettacoli selezionati per la più prestigiosa rassegna tedesca.

Due momenti rispettivamente di Kleiner Mann Was nun?, regia di Luk Perceval, e di Der goldene Drache, testo e regia di Roland Schimmelpfennig.

di Davide Carnevali

M

olto più di una rassegna di teatro, il Theatertreffen è un’occasione di ritrovo e dibattito, che mira a mantenere aperto il dialogo tra operatori e spettatori, tra teatro e collettività; dimostrazione ne sia la cospicua attività che nutre il programma, al di là del consueto invito delle dieci migliori produzioni da paesi di lingua tedesca. A cominciare dagli incontri con il pubblico che seguono le prime, sempre pienissimi; passando per lo Stückemarkt, la sezione dedicata a nuovi dramma-

turghi europei, non solo un’importante vetrina durante il periodo del festival, ma anche punto di partenza per un rapporto che l’istituzione berlinese mantiene con gli autori nel tempo: un appoggio concreto, insomma, alla nuova drammaturgia. Senza dimenticare i workshop aperti ai giovani talenti internazionali; fino ad arrivare al “Meet International Theatre Makers”, che raduna intorno ai tavoli dell’Haus der Berliner Festspiele direttori artistici e drammaturghi, registi e critici, operatori e teorici, a confrontarsi non solo su ciò che è la situazione del teatro te-

desco ed europeo, ma anche e soprattutto su ciò che potrà essere in futuro. Centro del dibattito di quest’anno è stata la parola “crisi”, nel senso economico del termine, e il forte interesse per la questione sembra aver influito nella scelta della giuria per quanto riguarda gli spettacoli ospiti, che per la stragrande maggioranza trattavano effettivamente il problema economico. Al margine, solo qualche rara eccezione, che andremo a trattare in apertura di questa panoramica. Di Andreas Kriegenburg abbiamo già parlato a

Una scena di Die Kontrakte des Kaufmanns. Eine Wirtschaftskomödie, di Elfride Jelinek, regia di Nicolas Stemann.

lungo nello scorso numero della rivista; del suo Diebe (Ladri) per il Deutsches Theater va sottolineata almeno la bravura nel gestire un patrimonio di tante piccole storie di vita quotidiana che Dea Loher ha tracciato con ironia, tingendo il tutto di un’atmosfera bizzarra, ai limiti dell’assurdo. Per quanto riguarda Life and Times. Episode 1 (La vita e i tempi) del Nature Theater of Oklahoma, coprodotto dal Burgtheater di Vienna, e Die Stunde da wir nichts voneinander wußten (L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro) di Peter Handke, messo in scena da Viktor Bodó al Schauspielhaus Graz, rimandiamo invece all’approfondimento del box. Vale la pena però rimarcare che la loro presenza al Theatertreffen conferma il lungimirante interesse per la sperimentazione del codice teatrale, linguaggio e movimento: il primo si costruisce come un flusso ininterrotto di parole (si tratta della trascrizione di una conversazione telefonica!) riportate nella forma del canto; il secondo come un flusso ininterrotto di immagini senza parole, in cui è il video a modellare lo spazio della scena. La depressione nel cuore d'Europa Come si è detto, gli altri sette lavori affrontano invece apertamente tematiche - il potere del denaro, la disoccupazione, il disagio sociale - di scottante attualità. La giuria si è orientata dunque alla drammaturgia più contemporanea, con il risultato di un’assenza totale di classici, a meno di voler considerare tale il Kasimir und Karoline di Ödön von Horváth, dal Schauspielhaus di Colonia. La parabola dei senza lavoro degli

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anni Venti all’Oktoberfest di Monaco può far certo meditare sulla depressione attuale che rischia di colpire anche il cuore più ricco della Mitteleuropa. Lo spazio disegnato da Bert Neumann (scenografo volksbühniano tanto amato da Castorf), due piani di tralicci e impalcature provvisorie costellati di luci al neon, restituisce bene l’idea della desolante condizione dei protagonisti. Ciononostante la regia di Johan Simons e Paul Kroek non sempre sfrutta a pieno tutte le sue potenzialità, e la recitazione strascicata che ben si addice alla tristezza dei personaggi rischia più volte di appiattire il ritmo dello spettacolo, invece di inserire lo spettatore nella giusta atmosfera; raggiunta, chissà, solo verso il finale, anche grazie all’apporto della musica dal vivo, sempre d’impatto. La Germania del periodo infrabellico è protagonista anche dell’adattamento dal romanzo di Hans Fallada Kleiner Mann - Was nun? (Piccolo uomo - E adesso?) dai Kammerspiele di Monaco, che ha invece pienamente convinto pubblico e critica anche per la stupenda prova attorale di Paul Herwig e Annette Paulmann, non a caso vincitori del premio speciale del festival. Ma in generale è evidente che l’intuizione registica di Luk Perceval ha portato a esiti felici, trovando un perfetto equilibrio fra dialoghi, narrazione in prima persona e intermezzi musicali, ballate malinconiche accompagnate da una grande macchina da musica, unico elemento scenografico che spicca in uno spazio povero e oscuro come la vita del proletariato berlinese agli albori del nazismo.

Una lente d’ingrandimento sulle condizioni del proletariato, ma quello più basso, è anche il bel Die Schmutzigen, die Hässlichen und die Gemeinen, ancora da Colonia, rivisitazione di quei Brutti, sporchi e cattivi del nostro Scola, che Karin Beier ha relegato qui dietro le grandi vetrate dei loro prefabbricati di periferia. Al pubblico, costretto ad assistere a quel carosello dalla distanza di chi guarda e (anche se non vorrebbe) giudica, arrivano poche, pochissime parole: aumenta così la distanza tra due mondi che appaiono ora lontanissimi. Certo è che dei dialoghi non si sente la mancanza, se un ensemble di prima categoria sa trasmettere praticamente solo con gesti e borbottii la crudeltà di una vita di miseria al margine della società, l’attaccamento al denaro, le speranze strozzate, ma anche tutta l’umanità di chi da bestia è costretta a vivere. Un gioco corale molto ben riuscito, forse anche più del Riesenbutzbach di Marthaler, di cui già si è parlato qualche mese fa (si veda il numero di ottobre 2009), e che qui è sembrato sottotono rispetto a certi lavori precedenti, eccessivamente monocorde, soprattutto in quei passaggi dialogati sul male del capitalismo, carenti a tratti della consueta autoironia a cui ci ha abituato il geniaccio svizzero. Le vittime del capitalismo L’ultima parte del festival ha visto invece protagonisti tre testi di oggi, che esplicitamente affondano il dito nella piaga del sistema economico occidentale. Orfano del mentore Jürgen Gosch, Roland Schimmelpfennig si è diretto

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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