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VETRINA

VETRINA In apertura, una scena di La paranoia; nella pagina precedente, un ritratto di Rafael Spregelburd; in questa pagina, un momento di Buenos Aires.

pee richiede una serie di spiegazioni. Con le dovute eccezioni, ovviamente, e voi - con la vostra compagnia - siete una di queste. Ho imparato molto dal mio rapporto con la vecchia Europa e con intelligenti artisti emergenti da un lato all’altro dell’Atlantico. Ma è chiaro che si tratta di universi culturali con regole diverse.

I sette vizi capitali come incubi onirici Rafael Spregelburd, Eptalogia di Hieronymus Bosch – vol. I: L’inappetenza, La stravaganza, La modestia, La stupidità introduzione di Manuela Cherubini, traduzioni di Antonella Caron e Manuela Cherubini, Milano, Ubulibri, 2010, pagg. 208, 21 euro. Come lui stesso ammette – anzi, rivendica – l’equilibrio non è una delle virtù del “teatrista” argentino Rafael Spregelburd e delle sue opere; eppure, all’apparente dismisura barocca delle sue costruzioni drammaturgiche sono sottese coerenza ideologica e una sorta di rigore formale. Questo volume, curato da Manuela Cherubini, regista cui è in gran parte dovuta la conoscenza di questo importante autore nel nostro paese, raccoglie le prime quattro di sette pièce ispirate alla tavola di Bosch “I sette vizi capitali” e scritte tra il 1996 e il 2008. Con voluto effetto straniante, Spregelburd ha trasformato la lussuria in inappetenza, l’invidia in stravaganza, la superbia in modestia e l’avarizia in stupidità, senza rendere mai del tutto trasparenti le motivazioni di tali scelte e la relazione dei titoli con le vicende via via messe in scena. In effetti, la scrittura di Spregelburd costituisce una costante sfida interpretativa per il lettore e lo spettatore: slittamenti d’identità, mancata coincidenza tra attore e personaggio, diversioni ingannevoli della trama sono all’ordine del giorno; e spesso ciò che più conta viene taciuto, o si mimetizza nello sfondo. La finzione teatrale non cessa mai di auto-denunciarsi come tale e la critica dei vizi della società contemporanea non si applica ai contenuti, bensì si manifesta nella scomposizione del linguaggio. Tutto ciò può suonare alquanto cerebrale; per fortuna, però, i testi di Spregelburd sono innervati da un puro piacere del gioco scenico e del mimetismo linguistico. Fermo restando il valore dei primi due lavori, è nella misura ampia di La modestia e soprat tut to del fluviale “road-movie” La s tu pi d i tà che tale piacere si dispiega pienamente, dando gli esiti più compiuti e originali. Renato Gabrielli

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siderio e la realizzazione formale del desiderio c’è un abisso, e non tutti decidono di attraversarlo. Ma l’esistenza del desiderio si basa sulla distanza, sulla creazione del divieto. Realtà, finzione mediatica: secondo te è ancora possibile immedesimarsi nella tragedia, riflessione su sofferenza e atrocità attuali, di fronte all’indifferenza dettata dal postmodernismo? Qual è il compito dell’artista nei confronti di un pubblico dallo sguardo saturo e disabituato al pensiero? L’artista può avere gli stessi problemi etici di uno che non è artista. Solo che quando produce la sua opera, questa deve essere amorale. La sospensione dei principi convenzionali della morale è ciò che garantisce la creazione di un mondo sufficientemente “altro” da creare riflessione. L’unico impegno dell’artista è la creazione di alterità. Senza di essa non c’è libertà di pensiero. Naturalmente il problema è che l’arte ha cominciato a trovare molta concorrenza in questo essere amorale. I mass media sono sempre più selvaggi nel loro desiderio di costruire una realtà attraente, la scena politica con la sua architettura semi-criminale, tutto sembra entrare in competizione con i presupposti dell’arte. Ecco perché a volte alcuni artisti commettono il suicidio di diventare morali. È il loro modo per far comprendere la loro mancata adesione alla condizione di infermità del mondo che li circonda. Io sostengo che si tratta di un problema extraartistico, che noi artisti dobbiamo risolvere nella nostra vita civica di cittadini. Non nel lavoro, che è sacro: in esso non devono entrare la nostra rabbia o il disgusto, perché di solito generano una sensazione di oppressione. Negli allestimenti che rapporto hai con te stesso autore e con i tuoi attori? Alla stregua di Shakespeare, Molière o Eduardo, ti ritieni un “autore di compagnia”? La parola viene scritta in precedenza pensando a un deter-

minato cast o, come nella nostra personale metodologia di creazione, diventa carne nascendo/trasformandosi durante le prove? Dipende dal progetto. In genere scrivo le mie commedie più complesse già pensandole per la mia compagnia. Ma a volte i limiti mi pesano e mi sento più libero quando scrivo, come nel caso di Bizarra, per 50 attori con i quali volevo lavorare, ma era stato impossibile nei progetti “seri”. L’unica cosa invariabile è che non scrivo “letteratura”, ma penso per situazioni. In questo senso non mi sento un vero scrittore. Ma piuttosto un designer di situazioni drammatiche. Come nei combines e assemblaggi di objet trouvé cari a Rauschenberg, nella tua scrittura farcisci idiomi contemporanei e della cultura pop con elementi del passato, mescoli le carte ibridando i generi. In questo incessante impasto, tra metafore e minacce concrete, viaggi assistito da una coscienza ideologica che assimila il molteplice della tua produzione: qual è, come uomo di teatro, la tua personale via di scampo al disagio? Dovrei cominciare chiarendo un punto: in società giovani, come quella americana, il patto culturale avviene con la cultura meticcia, e non con la “cultura alta”, come accade in Europa. Cioè, è del tutto lecito decidere di lavorare con influenze medievali ed elementi pop allo stesso tempo. O con strutture molto complesse e colte, come la musica dodecafonica e registri linguistici del tutto volgari. La nostra cultura è ibrida. Non viviamo assoggettati all’illusione di un glorioso passato culturale (come succede in Europa), e in ogni caso, quand’anche questo passato esistesse, non ha nazionalità né bandiere. Posso trovare tranquillamente influenze nel classico Shakespeare come nel contemporaneo Murakami. Forse è un modo molto speciale per capire il presente e il futuro dell’arte, un modo che nel mio paese è inteso come assolutamente normale, ma che a latitudini euro-

Parlando di una tua evoluzione artistica ed umana, ci sono nuovi lidi su cui desideri approdare? Attualmente sto preparando un adattamento di due vecchi lavori per l’Opera; sarà presentato in anteprima nel mese di ottobre al Teatro Colón di Buenos Aires. Sto scrivendo anche una sorta di conferenza-teatrale sui 200 anni dell’Argentina che sarà pronta nel mese di agosto, in collaborazione con il Goethe Institut. Ho adattato un mio lavoro, Accasuso, per uno script cinematografico: girerò il mio primo film a partire da dicembre. A luglio di quest’anno sarà presentato a Buenos Aires il mio ultimo testo, Todo. Porterò, anche nel mio paese, Buenos Aires: un lavoro già presentato in molti paesi (Galles, Francia, Germania, Messico, Spagna, Italia, Slovacchia, Repubblica Ceca), ma non nella nostra città. Come se tutto questo non bastasse, ho coordinato una squadra di calcio di drammaturghi argentini. Saremo presenti alla Fiera del Libro di Francoforte con una partita contro i nostri equivalenti tedeschi e a Roma dovremmo riuscire a fare altrettanto con gli autori italiani. È un evento completamente aneddotico, ma a volte vale la pena ricordare quanto gli autori sono anche amanti del gioco e che a noi interessa il gioco tanto quanto la poesia o la politica. La cosa più singolare di tutte è che io sono un giocatore terribile. I miei colleghi mi tollerano perché hanno molto stima di me, ma la verità è che mai nella mia vita sono stato a contatto con un pallone fino al presentarsi di questa occasione. E siccome sono un attore e mi piacerebbe poter vivere tutte le vite possibili, ora mi ritrovo a fare l’allenatore come se per me ci fossero ancora speranze. E voi, Ricci/Forte, come ve la cavate voi col pallone?

spregelburd/cherubini

Politica, melodramma e gusto movida per la telenovela argentino-partenopea BIZARRA, di Rafael Spregelburd. Traduzione e regia di Manuela Cherubini. Con 45 attori. Prod. NAPOLI Teatro Festival Italia - Teatro Bellini-Fondazione Teatro di NAPOLI. La politica e la sua mistificazione. Il melodramma e la sua presa in giro. Che nulla vi è di serio, tantomeno le disgrazie. E domani è pur sempre un altro giorno… Forse questa la lezione principale delle telenovele: per quanto improbabili, lasciano un barlume di speranza, tutto può succedere nella puntata successiva. Spregelburd, drammaturgo (meritatamente) in espansione, ne fa proprie forme e sostanze, innesta il tutto nel recente contesto di crisi economico-liberista della sua Argentina e crea la prima teatronovela della storia (se così si può dire). Un posto al sole drammaturgico, sviluppato in una ventina di puntate per trenta ore di spettacolo e 45 attori coinvolti. Bella follia. E grande successo. Per quello che è forse il miglior risultato della riflessione sul concetto di tempo e fruizione proposta dal Napoli Teatro Festival Italia. Tutti a impazzire per le vicende delle sorelle Velita e Candela, separate alla nascita e dai destini diversi assai. Il resto è inutile, anche se ce n’è d’ogni genere: rapimenti, comizi, rivolte, corna, aggressioni e quant’altro. Manuela Cherubini è brava a mantenere il controllo di una materia vastissima, in un carrozzone divertito che sempre vira verso la commedia, flusso continuo di battute fresche, talvolta meravigliosamente idiote, altre lucide sui contesti politici, con un complessivo gusto almodovariano che dona colore. Gusto movida. E se la traduzione sceglie giustamente di mantenere i riferimenti culturali argentini (anche per un’inquietante vicinanza con le vicende italiane), davvero ruffiane le trovate di contorno: dalle sigle al “fan” seduto in platea, dalle guest star alle canzoncine o i riassunti delle puntate precedenti. Si crea il fenomeno (e il passaparola), facendo leva su un pubblico complessivamente radical-chic. Ma non ci si confonda: sotto i colori pulsa la sostanza, d’un testo limato con grande cura e gestito da mano esperta, critico nei confronti della società globalizzata, delle istituzioni, di una polizia assente o violenta. Con la scena (quasi) vuota a enfatizzare le ridicolaggini di personaggi bidimensionali, sempre a un passo dal melodramma o dal finale felice. Da riproporre, magari aumentandone le repliche. La fighettissima Milano ne impazzirebbe. Diego Vincenti

Ridiamo senza freno e, di fronte alla sconvolgente immagine di noi in braghe corte e scarpini, decidiamo di chiudere il conviviale incontro con Rafael: chissà se una simile apparizione sarebbe stata degna del suo maestoso progetto su Hieronymus Bosch! ★

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Hystrio 2010 3 luglio-settembre  

Hystrio n. 3.2010 di luglio-settembre

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