Page 1

Alcune riflessioni sul congresso della CGIL - La CGIL che vogliamo. Congresso C...

Pagina 1 di 5

Alcune riflessioni sul congresso della CGIL

Si anticipa l'intervento di Tiziano Rinaldini ,in corso di pubblicazione sul n. 18 di "essere comunisti". Il segretario generale uscente della CGIL, primo firmatario della mozione “I diritti e il lavoro oltre la crisi” (dopo aver incassato una maggioranza congressuale) all’inizio del suo intervento, a conclusione del congresso della CdLM di Bologna , ha analizzato la crisi a partire dall’affermazione che il fondamento di questa crisi (a livello globale) sarebbe un fondamento etico. E’ un’opinione rispettabile, ma che ovviamente può essere per niente condivisa, tanto più in un confronto all’interno di un’organizzazione sindacale della storia e della cultura della CGIL. Ciò che colpisce non è tanto la posizione espressa in quell'occasione (di cui credo non sfugga il rilievo per ciò che ne consegue sul piano politico, sociale e culturale) ma è la coincidenza con una discussione congressuale in cui i dirigenti sindacali che hanno presentato la mozione risultata maggioritaria hanno negato che vi fossero ragioni di differenza che giustificassero il fatto che altri presentassero agli iscritti una mozione alternativa. La stessa scrittura della mozione maggioritaria è stata costruita non per chiarire le differenze che vi sono, non certo riconducibili ad emendamenti,ma per negare esplicitamente ragioni alla presentazione di un’altra mozione definita e presentata nelle assemblee e sui mezzi di informazione come un “errore politico” e un attentato all’unità della CGIL di fronte al nemico (etico?) che avanza. Quando poi queste ragioni venivano riconosciute erano presentate o come ispirate da motivi inconfessabili o come un attacco tale da colpire al cuore la CGIL in quanto tale e la sua storia. Il risultato è una mozione maggioritaria che su nessun punto su cui la CGIL sarà chiamata a scegliere dice con chiarezza nel documento (sottoposto al voto degli iscritti) che cosa intende fare. Questo nello stesso tempo in cui è nei fatti sempre più evidente che per la CGIL si rende inevitabile scegliere, per stare ad alcuni dei temi principali, tra accedere di fatto alla applicazione con qualche variazione dell’accordo quadro separato del gennaio 2009 o praticare una propria autonomia rivendicativa di rifiuto e radicale contrasto al sistema di relazioni lì stabilito; tra espandere il ruolo degli enti bilaterali accompagnati da crescenti privilegi fiscali o ridurli ad alcune situazioni individuate e delimitate; tra una idea di recupero dei rapporti unitari anche se esposti al ricatto di accordi separati, o il riconoscimento vincolante del diritto dei lavoratori di decidere con il loro voto anche e in primo luogo rispetto a posizioni diverse su piattaforme e accordi come condizione senza la quale non esiste una ripresa unitaria rivendicativa. Tutto ciò attraversa il fare della CGIL in modo sempre più netto e lacerante. Lo dimostra la oggettiva divisione (cosa ben diversa dall'articolazione) tra categorie nella pratica dei contratti nazionali, la cui radice non è tanto nella responsabilità delle categorie quanto nella mancanza di chiarezza a livello confederale (l’accordo quadro è infatti un accordo interconfederale). Gli sviluppi attuali e quelli del periodo postcongressuale esporranno ancor più la CGIL alla verità dei fatti. Se non è crisi della confederalità questa, come la si deve chiamare? Peccato che nel congresso non sia stata ricercata una espressione degli iscritti con questa chiarezza. Questa ricostruzione è abbastanza semplice dato che è da chiunque ricostruibile da come ufficialmente, a cominciare da Epifani e a seguire dalla stragrande maggioranza degli apparati, è stato impostato il confronto congressuale. Vorrei solo che ora ci si risparmiassero analisi o consigli di chi (dall’interno e dall’esterno del sindacato) ha considerato o considera che non si capiscono le differenze, coprendosi dietro la ovvia difficoltà di gran parte degli iscritti di base di sottrarsi alla retorica dell’unità impostata come sopra descritto. Nonostante questo, l’andamento e gli esiti dei congressi di base, pur con la indiscutibile affermazione di una maggioranza, ci danno materiale utile per chi vuole guardare in faccia la realtà. Naturalmente se li si vuole leggere per quello che sono, e non nasconderseli, facilitando una pericolosa rimozione della reale natura dei problemi emersi. Per favorire una lettura utile a chi vuole avviare una riflessione che non si limiti all’esito generale (che ovviamente definisce chi è maggioranza e chi no), forniamo alcune prime articolazioni dell’andamento del voto, senza pretendere di esaurire l’argomento. Si tratta di informazioni su articolazioni del voto che sono scarsamente disponibili e stranamente poco o per nulla utilizzate da chi ne dispone. Parto dal richiamare il dato pur conosciuto che, seppur ancora di ordine generale, dovrebbe già indurre a qualche

http://www.lacgilchevogliamo.it/cms/lettere/alcune-riflessioni-sul-congresso-della-cgi... 23/04/2010


Alcune riflessioni sul congresso della CGIL - La CGIL che vogliamo. Congresso C...

Pagina 2 di 5

interessante riflessione. Mi riferisco al fatto che l'ampiezza dell'adesione nel voto alla mozione risultata minoritaria è stata nettamente superiore tra i lavoratori attivi (24%) rispetto a quanto deriva dal calcolo generale comprensivo dei pensionati (17%). Nell'entrare in una ulteriore più attenta lettura dei dati, si può riscontrare che l’affermazione della seconda mozione tra i lavoratori attivi è stata particolarmente accentuata in aree territoriali che accanto allo sviluppo dei processi di terziarizzazione hanno mantenuto una forte struttura industriale e dove nel contempo siamo comunque in presenza di una dinamica forte tra grandi categorie e strutture camerali. In molte di queste situazioni tra gli attivi le due mozioni sono risultate in notevole equilibrio (ad esempio Torino, Venezia, Genova, Mantova). Nel caso di Bologna la seconda mozione è maggioritaria tra gli attivi e nella maggioranza delle categorie; a Brescia e a Reggio Emilia lo è anche comprendendo i pensionati. L'insieme dell’area territoriale dell’Emilia Romagna più corrispondente alle caratteristiche prima descritte (da Piacenza a Parma a Reggio Emilia a Modena a Ferrara a Bologna) vede negli attivi percentuali di adesione che vanno da un minimo del 32% ad un massimo del 72% con una media complessiva del 52%, 41% compresi i pensionati; nel resto della Regione ( da Ravenna ad Imola a Forlì a Cesena a Rimini) , che ha altre caratteristiche, si parte da percentuali che sempre tra gli attivi vanno dal 21% di Rimini al 4% di Ravenna . Sono risultati che pure in presenza della chiara e netta affermazione tra i meccanici, ci danno un quadro ben più complesso della possibilità di ridurlo alla FIOM da una parte e il resto dall’altra. Vi sono poi dati che richiedono spiegazione in quanto apparentemente non molto comprensibili: i votanti rispetto agli iscritti in Emilia Romagna sono molto più bassi rispetto al dato nazionale (23.4% contro 34,55%, con punte oltre al 40% in Calabria, oltre il 50% in Sicilia, oltre il 70% in Puglia); vi sono territori in cui alcune categorie ricorrenti presentano un numero di votanti (migliaia) pari o quasi pari agli aventi diritto, con risultati dal 98% al 100% per la stessa mozione. Infine, in circa metà dei congressi di base è stata presentata una sola mozione, come riconosciuto dal responsabile nazionale dell’organizzazione della CGIL, la qualcosa ci pare molto, molto significativa. Ci fermiamo qui. E’ una prima lettura che permette anche di meglio comprendere le mie successive riflessioni. Ci sarà modo comunque di tornare su questi dati (auspicando che siano resi disponibili con caratteristiche tali da poter favorire una analisi e una lettura precisa ed articolata), mentre in questa seconda parte del mio contributo mi voglio concentrare su un connotato di fondo della fase che stiamo attraversando e che investe la CGIL e il suo futuro. Mi riferisco all’evidente pesante caduta di efficacia della contrattazione collettiva come veicolo di affermazione di solidarietà tra i lavoratori e di un punto di vista non subalterno al mercato e al profitto dell’impresa, in grado di costituire un vincolo dall’interno dell’economia. Ciò è avvenuto in relazione all’affermarsi negli ultimi 40 anni dei processi di cosiddetta finanziarizzazione / globalizzazione con la parallela nuova strutturazione della forma impresa (nello stesso tempo destrutturata e concentrata nel comando sul sistema derivante) e con la frantumazione del mercato del lavoro. La precarietà di forma e di fatto è divenuta condizione generale insieme alla costruzione di un sistema industriale in cui all'impresa è enormemente facilitato il sottrarsi a vincoli e responsabilità nei confronti del lavoro e della contrattazione collettiva. Luciano Gallino su questo, in un articolo su Repubblica, ci ha ancora recentemente spiegato la natura dei processi industriali avvenuti negli ultimi decenni e la loro caratteristica di fondo, al punto da ricordarci che il problema chiave è quello della riforma industriale senza la quale non ha credibilità la stessa riforma di regole della finanza. Il colpo è stato quindi mirato al cuore del fare ed essere sindacato. In questo quadro si è ovviamente determinato l’indebolimento di tutto il sindacato, ed in particolare di quelle strutture che traggono tradizionalmente la loro forza nel rapporto con i lavoratori dalla contrattazione collettiva e che su questo hanno tentato storicamente di fondare una rappresentanza del lavoro, quindi da sindacato generale e non di mercato. E’ evidente il rischio che ne deriva per il sindacato, e per la CGIL in particolare. La CGIL è storicamente fondata su una forte dialettica tra livello organizzativo verticale (categoria) e quello orizzontale, e anche trai livelli territoriali fra di loro. E’ nella capacità di sintesi di questa dialettica la chiave della confederalità, e cioè del verificarsi della capacità di essere sindacato generale, non certo in una burocratica, gerarchica e deresponsabilizzante divisione dei compiti. Se l’indebolimento della contrattazione collettiva e del ruolo delle categorie non viene contraddetto aspramente e se porta ad una chiusura di quella dialettica ne deriva una gravissima crisi della CGIL a cui non sono adattabili scelte che possono (illudendosi) apparire praticabili per altri sindacati. D’altra parte nella storia, quando nella realtà si è determinato uno squilibrio in questa dialettica, le conseguenze sono state pesanti. Basti accennare alla confusa deriva in cui incapparono i dirigenti confederali della CGIL (la sigla era allora CGL) di

http://www.lacgilchevogliamo.it/cms/lettere/alcune-riflessioni-sul-congresso-della-cgi... 23/04/2010


Alcune riflessioni sul congresso della CGIL - La CGIL che vogliamo. Congresso C...

Pagina 3 di 5

fronte all’avvento del fascismo dopo la sconfitta della FIOM di Bruno Buozzi. Nella stessa prima metà degli anni ’50 si determinò una situazione di squilibrio in relazione ai processi intervenuti nell’industria e nell'agricoltura con un indebolimento del ruolo della CGIL a cui fu lo stesso Di Vittorio a reagire avviando esplicitamente una vera e propria svolta. La situazione attuale è poi segnata ed esasperata da un accadimento che non ha paragoni nel passato. Mi riferisco all’accordo separato del Febbraio 2009 sulla struttura delle relazioni sindacali, che ha visto come protagonisti (protagonisti e non vittime come spesso anche a sinistra e nella stessa CGIL vengono definiti) CISL e UIL insieme a Governo e Confindustria. Con questo accordo il dato prima enunciato sugli effetti dei processi di globalizzazione si è tradotto nell’annullamento di fatto e di forma dell’autonomia della contrattazione collettiva e della riduzione delle categorie a semplici articolazioni burocratiche di un corpo centralizzato, con la ridefinizione strutturale del ruolo e della funzione del sindacato. E’ una situazione che insidia la natura e la cultura fondante della CGIL. E’ in questo quadro che si è collocata e si colloca la scelta di una parte della CGIL di non accettare che il congresso fosse un normale passaggio ripetitivo di altri congressi, ponendo con la mozione alternativa la necessità di un chiaro confronto strategico e della necessità di una svolta a partire dalla centralità del rifiuto dell’accordo quadro, del recupero di una piena autonomia rivendicativa e dalla presa d’atto che solo una radicale democrazia nell’esercizio di piattaforme e accordi può riaprire la prospettiva di relazioni sindacali unitarie. Ciò che impressiona negativamente è la sensazione (sino ad ora più che confermata) che un’altra parte della CGIL, maggioritaria a partire dai suoi apparati, viva questa fase negandosi pericolosamente la consapevolezza della gravità dei problemi che si addensano sul suo futuro e del fatto che non verranno risolti da entità esterne o da miracolosi sviluppi della crisi che di per se ridiano ai lavoratori la forza perduta. Trovo molto pericoloso avere ignorato quale era ed è il terreno a cui la mozione minoritaria ha richiamato e richiama il confronto congressuale. Si finisce così di fatto per non riconoscere la crisi della confederalità ed il suo fondamento nella crisi della contrattazione collettiva solidale sulla condizione del lavoro; si nega così la possibilità di fare i conti con la crisi di un’idea di sindacato come sintesi di una dialettica forte tra i vari livelli, tutti ugualmente impegnati ad interpretare nei fatti (nell’esercizio delle loro responsabilità) l’idea di un sindacato generale che rappresenti un interesse generale dal punto di vista autonomo dei lavoratori dipendenti, occupati e no. E’ in questo quadro che problemi evidenti da riconoscere ed affrontare come l’unità sindacale e le sue prospettive, il ruolo di una forma particolare di organizzazione come quella dei pensionati, la dimensione territoriale dell’iniziativa sindacale, la contrattazione e le modifiche intervenute sul lavoro e sull’impresa sono stati affrontati solo in termini di contrasto retorico nei confronti delle posizioni espresse dalla mozione minoritaria rifiutandosi così ad un esame di realtà pur di non riconoscere le differenze in campo. Ciò è tanto più preoccupante in quanto, come già prima ricordato, per la CGIL, a differenza che per altri sindacati, non è possibile di fronte alle attuali difficoltà trovare risposte alternative e sostitutive della crisi della contrattazione collettiva solidale e della sua autonomia. In questo senso è evidente nella mozione minoritaria il tentativo di costruire risposte di rilancio delle radici storiche della CGIL. La affermazione della necessità di discontinuità nasce dall’esigenza di discontinuità rispetto allo schiacciamento indotto sulla CGIL dai processi subiti e dalla volontà di dare quindi continuità alla identità su cui si è storicamente fondata. Gli attacchi alla mozione sulla discontinuità letta come un attacco alla CGIL appaiono pertanto paradossali, stranamente miopi e inquietanti. Una questione molto significativa da questo punto di vista è la virulenza polemica di cui è stata oggetto la proposta di riorganizzare i confini delle categorie e dei contratti nazionali pervenendo alla costruzione di alcune grandi categorie con corrispondente unificazione del contratto nazionale. L'evidente tentativo con cui si misura la proposta è quello di ridare forza e responsabilità alle categorie e al contratto nazionale nel produrre solidarietà e per rispondere ad uno dei fattori più pesanti di indebolimento della contrattazione collettiva, nazionale e articolata. Ci riferiamo alla già accennata frammentazione della forma impresa che ha fatto si che, ad esempio, nello stesso luogo di lavoro e nello stesso ciclo lavorativo che porta al prodotto finale operino ormai svariate imprese con i più svariati contratti e categorie di riferimento, o ancora con l'uso antilavoratori della forma cooperativa, sino a forme di vera e propria illegalità. Ciò ha determinato situazioni diffuse e ormai “normali” che colpiscono gravemente i tentativi di fare sindacato e cioè di praticare una reale contrattazione collettiva, non di partenza subalterna.

http://www.lacgilchevogliamo.it/cms/lettere/alcune-riflessioni-sul-congresso-della-cgi... 23/04/2010


Alcune riflessioni sul congresso della CGIL - La CGIL che vogliamo. Congresso C...

Pagina 4 di 5

Può accadere, ad esempio, che in un impianto chimico operino una minoranza di lavoratori legati alla categoria ed al contratto nazionale dei chimici, ed una maggioranza legati ad altre categorie e contratti, magari meccanici o anche privi di qualsiasi copertura. In questo quadro si è persino di fatto determinata una situazione di dumping contrattuale e di concorrenza al ribasso tra le categorie, come è il caso delle telecomunicazioni. Continuare così vuol dire accettare l'indebolimento drastico del ruolo delle categorie, del contratto nazionale e la riduzione della contrattazione di secondo livello ad un semplice accompagnamento a posteriori delle decisioni e dell'andamento dell'impresa. Le riorganizzazioni e unificazioni di categorie avvenute in questi anni hanno finito per apparire più costruite per indebolire le categorie più forti che per rispondere al problema; comunque non sono avvenute sulla base di un comprensibile e condiviso disegno generale, né tanto meno sulla base di una vera e propria unificazione contrattuale. Il rischio è che più che unificare i lavoratori, si assemblino dirigenti e apparati. Dovrebbe essere nota la differenza tra un'idea di categoria fondata su una varietà di distinti e separati contratti di settore, ed un'idea fondata su un contratto di categoria (che definisce un universo concettualmente diverso dal settore). Dovrebbe anche essere noto a questo proposito, che storicamente la FIOM e la CGIL rigettarono il tentativo di dividere l'universo contrattuale categoriale dei lavoratori metalmeccanici a partire dall'introduzione (perorata dalla FIAT) del contratto nazionale di settore dell'auto. La questione qui esposta a me pare, come già prima ricordato, ulteriormente significativa alla luce del rifiuto di riconoscere i pesanti limiti della CGIL nel dare seguito coerente sul piano della battaglia sociale e politica (e della difesa della propria storia) alla non sottoscrizione dell'accordo separato del gennaio 2009. Non fare i conti con questi limiti a partire dal loro riconoscimento (così come non riconoscere l'evidente ritardo nei confronti dei recenti sviluppi legislativi) indica per lo meno una sottovalutazione del significato di quell'accordo e delle sue conseguenze. Con quell'accordo l'autonomia rivendicativa delle categorie, e del sindacato nel suo insieme, viene annullato nell'ambito di una ridefinizione di ruolo e funzione del sindacato in un sistema di relazioni sindacali fondato sulla “complicità” con regia statale,all'interno del quale il conflitto sociale viene espulso o al massimo previsto come una malattia. Tutto ciò rifiutando ai lavoratori la possibilità di intervenire e decidere. Di fronte ad un evento di questa portata, se ci si vuole opporre, come si possono non riconoscere i pesanti limiti avuti? La stessa relazione con UIL ed in particolare CISL non può essere serenamente sviluppata senza partire dal riconoscimento che, come prima detto, sono stati soggetti protagonisti e quindi promotori di quell'accordo, e non soggetti intimiditi come se si fossero “accodati” a Governo e Confindustria. Il riconoscimento della diversità, e cioè l'esame di realtà, è la base per una chiara battaglia politica e per rapporti conflittuali, ma sani, in grado di favorire condizioni che permettano di superare una situazione allo stato attuale prevedibilmente non in grado di produrre a tempi medio brevi sviluppi nelle relazioni fra i sindacati , se non nei termini di omologazione di fatto della CGIL. Non è certo la coppia “vittime o traditori” che permette di capire l’attuale realtà dei sindacati. Ora , il congresso si avvia alla sua fase conclusiva. Il percorso ha indicato senza dubbio una maggioranza, ma nel contempo ha permesso di portare allo scoperto problemi di fondo, la cui base è talmente radicata nella realtà, che attraverseranno il sindacato nelle scelte che si troverà a dover compiere già dai prossimi mesi. Sono problemi destinati a permanere e a caratterizzare una non breve fase. Diviene ora di particolare importanza e significato la capacità della CGIL di prenderne atto, di riconoscere le differenze (se non risolte nel merito) e in questo senso rispettare l'esito del voto dei congressi di base. Per attraversare questa fase la CGIL avrà bisogno di molta democrazia, di nuove regole con coerente cultura democratica nell'applicarle in grado di preservare reale capacità di unità nell'azione e nel contempo di continuità del confronto fra posizioni diverse, anche molto diverse. L'andamento ed i problemi (come si può già evincere da questa nota) sono da tutti riconoscibili al di là di maggioranza e minoranza e, a tutti richiedono di misurarsi e proporre innovazioni nella vita dell'organizzazione. Sarebbe del tutto deviante ignorarli di fatto, pensando di nasconderli con una ulteriore accentuazione di caratteristiche centralistiche confederali, magari con l'accompagnamento di logiche spartitorie da congresso a congresso tra componenti ridotte ad avere in questo la loro ragion d'essere (ben triste conclusione della pur importante vicenda storica delle componenti nella CGIL). Mi rendo conto che non è cosa semplice trovare una nuova strada sul problema richiamato, ma è con questo che

http://www.lacgilchevogliamo.it/cms/lettere/alcune-riflessioni-sul-congresso-della-cgi... 23/04/2010


Alcune riflessioni sul congresso della CGIL - La CGIL che vogliamo. Congresso C...

Pagina 5 di 5

occorrerà cimentarsi a partire ovviamente da chi si presenta forte della maggioranza dei voti. D'altra parte è solo su queste basi che si può anche credibilmente pensare ad una necessaria campagna per una vera risindacalizzazione alla CGIL, che non passi solo attraverso servizi e tutele individuali, ma soprattutto attraverso il suo proporsi ed essere strumento dell'azione dei lavoratori e delle lavoratrici per i diritti e per una contrattazione collettiva che affermi un loro solidale punto di vista a partire dalla condizione di lavoro. Nell'avviarmi alla parte conclusiva, è utile sottolineare che questa mia complessiva riflessione si fonda sulla convinzione che si situa nella questione sociale il punto chiave (condizione certo non sufficiente , ma indispensabile e centrale) per tentare di riaprire dinamiche credibilmente e durevolmente oppositive e alternative alle tendenze generali in corso con la drammatica deriva in atto all'interno della crisi sul piano sociale, politico e della democrazia. Ciò si congiunge con la consapevolezza che la CGIL, in un quadro in cui non si può dire altrettanto per altri, è oggi ancora un soggetto in grado di costruire sulla questione sociale le risposte e le azioni necessarie per rimettere la questione sociale al centro della politica e di una battaglia per il rilancio della democrazia. Non mi convince affatto un luogo comune diffuso fra le parti più diverse per cui la CGIL non possa fare molto di più di quello che fa considerato la crisi radicale della politica a sinistra, lo stato delle relazioni sindacali e la portata della crisi economica in corso. Si coprirebbe così con una banalità (“si fa quel che si può”) l'illusione che ci si possa limitare a perseguire il “minor danno”, con gli esisti che sono davanti a noi, in attesa di qualcosa che possa modificare la situazione e che non si capisce da dove possa arrivare. La CGIL è uno dei pochi soggetti (l’unico grande soggetto) rimasti in campo. Gliene deriva una grande responsabilità, tanto più che da come la eserciterà dipende il suo stesso futuro. Si anticipa l'intervento di Tiziano Rinaldini ,in corso di pubblicazione sul n. 18 di "essere comunisti

http://www.lacgilchevogliamo.it/cms/lettere/alcune-riflessioni-sul-congresso-della-cgi... 23/04/2010

Rinaldini  

attacco tale da colpire al cuore la CGIL in quanto tale e la sua storia. Il risultato è una mozione maggioritaria che su nessun punto su cui...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you