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un marchio per promuovere il mezzogiorno d’Italia Divulgare e promuovere culturalmente il Mezzogiorno d’Italia in diversi ambiti e aspetti: è questa la “mission” che Ad Meridiem pone alle radici più profonde della sua ragion d’essere, proponendosi come simbolo nato per sottolineare il desiderio di volersi occupare della propria terra. foto di copertine, courtesy Giuseppe Fioriello

Ad Meridiem, un logo che volge il suo sguardo al Sud Italia attraverso parole, significati, azioni e proposte per una terra tanto amata eppure anche tanto vilipesa e troppo spesso trascurata; una terra importante, crocevia di numerose civiltà che l’hanno attraversata lasciando dietro sé i sedimenti delle proprie tradizioni, melting pot di infinite culture. Ad Meridiem come sinonimo di una forza attiva e propulsiva, capace di attirare importanti sinergie, generato dall’incontro di tre realtà entusiaste e irrefrenabili: Ricerca & Qualità, Ra comunicazionetotale e Horus multimedia, tre imprese che, sebbene in campi diversi, operano a Sud perché credono nelle potenzialità del Meridione. Una sinergia collaudata che attende impaziente che altre le si avvicinino. Ad Meridiem, protagonista di eventi ed iniziative editoriali per la cui realizzazione si avvale della collaborazione di valenti specialisti e, spesso, della partecipazione straordinaria di personalità di spicco nel campo dell’Arte, della Cultura, dello Spettacolo. Ad Meridiem è il cavallo di battaglia, il contenitore interdisciplinare con cui Ra annualmente pubblica un almanacco monotematico, dedicato di volta in volta a soggetti e argomenti diversi, attinti in preferenza all’idealità rurale e tipica pugliese, con un occhio di riguardo alle implicazioni storiche, antropologiche, geografiche – in ultima analisi umanistiche – che ciò comporta. Ad Meridiem è il luogo super partes in cui confluiscono le idee e le iniziative delle tre realtà che attualmente ne fanno parte. È la registrazione coerente e stratificata – poiché intessuta su più interventi, più pensieri, più versioni – della loro speculazione intellettuale attorno all’idea di arte, cultura, espressione, e alle relazioni che esse intrattengono tra di loro e con il pubblico. Ad Meridiem è, oggi, un sito-portale che immette in mondi inimmaginati, che svela alcune delle potenzialità più recondite del Mezzogiorno d’Italia. Ad Meridiem è anche l’idea delle quattro S: Saperi, Sapori, Sperimentazioni a Sud Italia. Per far crescere il Sud attraverso la sua tradizione e le sue peculiarità.

DISTRIBUZIONE GRATUITA rivolta a quanti hanno a cuore lo svilluppo socio-culturale del Mezzogiorno d’Italia.

info@admeridiem.it Ra comunicaziontotale via P. Fiore, 35 Terlizzi (Ba) e-mail: paolodesantoli@admeridiem.it t. 338.7674491 - f. 080.3518133 Ricerca&Qualità via Nazionale, 26/i Bari Palese e-mail: info@vittoriocavaliere.it t. 080.5306402 - f. 080.5304373 Horus multimedia via Marconi, 41 Terlizzi (Ba) e-mail: info@horusmultimedia.it t. 348.5260668 Arti Grafiche Favia s.r.l. S.P. 231 km 1,300 Modugno (Ba) e-mail: produzione@artigrafichefavia.com t. 080.5355219 - f. 080.5358614

Portale dell’antica Collegiata di San Michele Arcangelo, XIII sec. Terlizzi

Ricomposto nel 1862 sulla facciata laterale della chiesa del Rosario, il portale rimane la testimonianza superstite più importante del perduto duomo duecentesco. L’opera si inserisce nel grande contesto della scultura federiciana e, in particolare, della cosiddetta scuola di Foggia, recando la firma del suo scultore, il magister Anseramo da Trani. Mutilo del suo frontespizio, è composto da due fasce continue che allargandosi in alto danno origine ad un arco acuto. La doppia cornice è decorata con motivo a intreccio di tipo fitomorfico che da un lato sorge dalle fauci di teste leonine capovolte, dall’altra parte come soffiato dalle bocche di piccole figure umane. Fiori dalle larghe foglie, grossi boccioli a forma di pigna o foglie affusolate da cui sbocciano piccoli fiorellini riempiono i girari di tralci. La lettura iconografica riconosce nella lunetta la rappresentazione dell’Ultima Cena: dodici figure sono sedute, alla maniera bizantina, dietro una tavola a forma di sigma, alla sinistra della quale, al posto d’onore, siede il Cristo. Alla parte opposta della mensa l’apostolo Pietro, ripreso per intero, stringe nella mano sinistra un rotolo di carta e con la destra indica verso Gesù. Giovanni, l’apostolo preferito, posa la sua testa sulle ginocchia del Cristo. Dalla schiera dei convitati si stacca nettamente la figura di Giuda che, come vuole la tradizione, si protende verso la mensa per afferrare il pesce dalla coppa dichiarando, con tale gesto, il suo tradimento. I restanti apostoli, ripresi a mezzo busto e nimbati, guardano fissi in avanti; alcuni sono barbuti, altri di aspetto giovanile. La tavola è riccamente imbandita con tre coppe con pesce (simbolo cristologico), tre pani, un coltello, un bicchiere e due verdure, denunciando così un certo realismo nella sacra rappresentazione. L’architrave, invece, ospita le scene della vita di Cristo, ripresa nei suoi momenti essenziali: l’Annunciazione, il Cammino dei Tre Magi verso Bethlem, la grotta della Natività, la Crocifissione. L’iscrizione nella lunetta recita: TRANUM QUEM GENUIT DOCTOR SCOLPENDO PERITUS ANSERAMUS OP PCE FELICIT IMPLET, indicando così la sua sicura paternità. Si ipotizza la presenza di Anseramo da Trani a Terlizzi durante i lavori di ampliamento della chiesa, in particolare tra gli anni ’60 e ’80 del Duecento, nell’intervallo, quindi, tra le altre sue note opere: il sepolcro dei bambini della famiglia Falcone, nella chiesa di Santa Margherita di Bisceglie, e i cibori (oggi ridotti a frammenti) per due altari laterali della cattedrale di Bari. Lo scultore, voce singolare dell’arte romanica e tardo romanica, si fregia dell’appellativo di doctor a Bisceglie e a Terlizzi, mentre a Bari si definisce summus sculptor, confermando così una “crescita professionale” e alludendo ad un’attività progettuale oltre che puramente manuale nella tecnica dello scalpello. Per una ricostruzione ipotetica dell’antica chiesa, purtroppo abbattuta perché parva et angusta, ci si fonda sulla lettura di alcune fonti documentarie, dove emergono forti somiglianze con le strutture architettoniche delle cattedrali di Bisceglie, Bitonto, Ruvo di Puglia, Barletta (primitiva chiesa di S.Maria), o di chiese urbane come S.Gregorio di Bari e Ognissanti di Trani. Il perduto duomo si inserisce, così, nel contesto unitario delle costruzioni romanico-gotiche, offrendo un altro tassello al quadro della circolazione delle maestranze artistiche nei cantieri attivi tra il XII e il XIII secolo nell’Italia Meridionale. Porzia Volpe

La greca Magnesia, con le sue cave e le prime calamite, virtù miracolose del nerastro minerale, edili – metallurgiche – elettromeccaniche, nostra metafora a evocare l’umano mistero dell’attenzione, a sottolineare carisma – incanto – attrattiva: “uno sguardo magnetico” “un corpo magnetico” “un fascino magnetico”, facoltà di destare interesse e curiosità. Capacità, abilità, fortuna intesa in senso rinascimentale, dove la vita è dura e purtuttavia duttile come il ferro e l’uomo virtuoso è il fabbro che sa forgiarla. Fortuna al minerale di Magnesia in Occidente, nelle sue antropocentriche declinazioni, calviniste e protestanti. L’uomo al centro della religione, del mondo, delle sue personali fortune, come tale sviluppa letterature – proverbi – adagi a conforto di credenze e spicciole filosofie. Like attracts like, motto d’albione in voga nelle Fiandre. “il simile attrae il simile” o meglio: in un contesto dove c’è un movimento di sperimentazione tutto si attiva, crea coesione, genera attenzione, reinterpreta un fermento. La calamita, con i suoi dipoli, monopolizza metalli compatibili. Un fenomeno centrale fa rizzare miriadi di fenomeni connessi. l’azione magnetica, pesce pilota e cassa di risonanza dell’attenzione generale, suscita “fascino magnetico” e risveglia con sapienti induzioni tante augurabili conseguenze. L’effetto domino è sempre d’attualità, basta saperlo innescare con costrutto. Lunga vita a Magnesia! Gianpaolo Altamura

Like attracts Like quando nasce un contesto di sperimentazione, tutto si traforma in un magnete

“Quello che piace attrae ciò che piace”. Potrebbe tradursi così semplicemente la frase anglosassone posta in apertura che, come chiave simbolica, ci introduce in un’ennesima avventura: quella che vede ulteriormente consolidarsi la collaborazione di un gruppo di associazioni. Il viaggio nei ricordi vede l’esordio di questo connubio, nato anni or sono, nella galleria d’arte Ra comunicazionetotale a Terlizzi, dove si svolgeva un corso avanzato sull’enologia, a cura dell’associazione Ricerca & Qualità. Paolo De Santoli, art director di Ra, e Vittorio Cavaliere, presidente di Ricerca & Qualità, in quel suggestivo luogo fatto di pietre antiche e di odori tipicamente mediterranei, hanno condiviso un forte e leale legame di collaborazione su due settori apparentemente distanti fra loro, l’arte e l’enologia. A questi due instancabili servitori della Cultura del Sud si è aggiunto, più tardi, con altro spirito creativo e propositivo, il grafico Pasquale Guastamacchia (Horus). E se è proprio vero che “quello che piace attrae ciò che piace”, da allora in poi, spinti da una forza propulsiva e, perché no, “calamitica”, oltre che al piacere di lavorare assieme su argomenti “piacevoli”, il gruppo ha continuato ad incontrarsi per proporre iniziative diversificate volte alla promozione culturale del Meridione d’Italia nei diversi aspetti ed ambiti. Oltre all’organizzare manifestazioni, mostre, convegni in cui i settori dell’arte e della gastronomia si incontrano, rendendoli proficui, non si è mai spento l’entusiasmo nel perseguire il progetto editoriale che “ha dato alla luce” già diverse pubblicazioni. Naturale continuazione di tale percorso è stata quella di far nascere un simbolo per sottolineare l’intensa motivazione a volersi “occupare” della propria terra, per assecondare un puro spirito di divulgazione e promozione culturale del Sud Italia. Nasce così Ad Meridiem, un logo che volge lo sguardo verso Meridione attraverso parole, significati, azioni e proposte per una terra davvero amata. Ad Meridiem è simbolo di una forza attiva, capace di attirare, come un magnete, tante belle sinergie per parlare di aspetti, particolarità, arte, storia e storie che avvicinano, accomunano e parlano del Sud; comunque, come una spirale mobile, spetta impaziente che tante altre sinergie ancora si avvicinano. Targato 2006 un primo quaderno, una sorta di Almanacco dove allo scandire del al-manàkh (tempo in arabo) si aggiunge una parte letteraria. Non il solito calendario, ma un oggetto peculiare per trascorrere il tempo assieme attraverso figure, storie, racconti incentrati su un personaggio davvero singolare: il Cavaliere, visto però sotto alcune tipiche angolature. L’Almanacco segue idealmente i calendari editi precedentemente tra cui non si può dimenticare “Apulia diVino Veritas” e “Bacco fra lumi e fumi”. Come un “cavalier servente”, anche il quaderno vuole diventare un “compagno del giorno” per potersene servire come le cose più utili e, perché no, care. Ora siamo ad una ennesima avventura, un Album che racconta iniziative svolte dal gruppo, ma spinta anche da gruppi e persone dagli ambiti culturali più disparati, architettura, design, turismo, artigianato, teatro, musica, arti visive ed enogastronomia. Proiettata oltre che nella formula cartacea anche Azienda Agricola Barile sul web, questa raccolta di vissuto, vuole essere di Gioacchino Barile un’ulteriore passo verso un necessario concorso di via Cortili Favale, 15 collaborazioni a Sud Italia. Terlizzi (Ba) - t. 080.3517846 Come un sasso lanciato in uno stagno... L’Album ha info@oliobarile.it il compito di allargare il proprio cerchio di azione e www.oliobarile.it aspettarne il riverbero... Porzia Volpe


l’edicola di Paolo De Santoli

San Giorgio e il drago un tempo erano amici. Ogni dì si trovavano al lago, e passavano ore felici. La bestia era affabile ed evoluta, da tutti era stimata, da molti benvoluta. Benché fosse verde e... alquanto focosa ogni padre le offriva la figlia in sposa (e le dame del paese, le gatte morte, tiravano a sorte per fargli la corte!) San Giorgio invece,non ancora santo, gli confidava, a volte piangendo, che era ormai stanco di andare sempre in bianco... (perfino il suo amore, la bella Silene, smaniava per lui, il cortese dragone!) L’antico legame, saldo e leale, finì quando un giorno, per editto reale, il drago sposò la bella Silene... Anche quel giorno, per lui ferale, San Giorgio visitò il suo vecchio sodale e proprio durante il banchetto nuziale. Il poveretto lo accolse, sempre ospitale, ignaro di esserne il rivale! Così il santo lo trafisse con un dardo, e lo stesso fece con Silene, ma con lo sguardo... Non bastasse il delitto, Giorgio, che era ricco, pensò proprio a tutto: aveva assoldato un bravo pittore e prezzolato un grande scrittore per esser ritratto da liberatore! (N.B. Questo è il racconto, invero irreale, di come San Giorgio uccise l’amico, colpevole soltanto di essere fico.) Gianpaolo Altamura

l’edicola di Ruggero Maggi

Capriccio di Piranesi Ogni paese ha in sè un quartiere laddove riposa il suo cuore e, come un forziere, ha in serbo il suo seme. Via de Cristoforis in punta di lapis! Case strette a riccio e palazzetti scoscesi, mi trovo in un capriccio di Piranesi... Un raggio di luce rifratto nell’ombra emana da un antro, da un oltretomba... Sogno o son matto? mi approssimo, attratto, al misterioso anfratto. Santi numi, che visione! Sotto un arco apotropaico vi è un tappeto di volumi disposti a mosaico, e poi, prodigio biblico, due torri di libri segnati da lume fallico! Babele di carta e caverna di Platone, ragione ortodossa e pallida opinione: è questo il nostro seme gente, ne sono testimone! N.B. Son queste meraviglie a cui si crede ciecamente perché se si prova a cercare non c’è proprio niente! Gianpaolo Altamura

l’edicola di Christoph Gerling

Installazione dalle forme Pure. Pure come la rigorosa Arte tedesca. Pura e funfunzionale come la Terracotta di Terlizzi. Pura è la metafora della presenza, dove ipotetiche teste emergono prepotenti, calibrate nello spazio. Pura è la Vittoria della semplicità, dell’ordine, della libertà di una “opera aperta”. Sorprendente avventura di Christoph, artista di Norimberga, che ha mosso le pedine della sua Arte, su una scacchiera del tutto nuova ed inesplorata: Terlizzi. Amante fedele dell’Italia, ingordo appassionato di Terracotta, giunge nella “città dei fiori, dell’olio e della ceramica”, dove il fuoco che alimenta le tradizionali “fornaci” locali, sfamerà il suo insaziabile desio di plasmare l’argilla. La conoscenza di Umberto Saldarelli lascia libero accesso al giardino della sua creatività, nel quale i due diventano compagni di un percorso amicale e lavorativo, giocato sulla disposizione delle rispettive competenze artistiche e conclusosi con la realizzazione di due istallazioni, di cui, l’una esposta presso l’Edicola RaRa,l’altra,invece,nello storico “forno a stanza” della fornace Saldarelli. Sito, quest’ultimo, degno di salvaguardia e valorizzazione, divenuto struggente luogo espositivo grazie alle creazioni di Christoph. …come si è conclusa la sua avventura?!! Se si tratta di Arte, non esiste la parola fine… e anche per Christoph, l’ avventura continua… e chissà che l’incontro aperto con il senso in altri sensi non abbia il sapore del ritorno. Giovanna Ruggeri

l’edicola di Giuseppe Di Muro

Il passo verso la scultura era già chiaro nei lavori con i quali Giuseppe Di Muro chiudeva il 2007, l’anno in cui aveva allestito la mostra nei giardini di Villa Rufolo a Ravello. Evidenza che non può sfuggire leggendo le forme di quei vasi, di grandi ciotole che l’artista aveva piegato ad un uso improprio, strappandole a qualsiasi funzionalità, in virtù di un’aderenza ad un dettato fondato su analogie, su esplicite allegorie di un universo organico, cifrato da una sessualità marcata. Il passo oggi è definitivo nell’installazione provocatoriamente intitolata Figure di Bosch, nella quale l’artista fa convergere sia il desiderio di liberare le sue forme da qualsiasi richiamo ad una pratica ceramica fondata sull’oggetto d’uso, sia di rileggere alcuni passi del pensiero di Breton, in particolare la necessità di liberarsi dal controllo della ragione e delle sue censure. La figura sottratta al dizionario immaginifico di Bosch è sempre la stessa, un uomo che ha perso ogni formalità estetica; bozzolo, ovolo, urna, vale a dire una forma che inizio e fine, traducendo con essa il repertorio di ‘corpi plastici’ che abita le parti più nascoste del suo immaginario. Affiora sopra ogni cosa la libidine che è il motore di un sommerso che l’artista spinge ad emergere, a dichiarare la sua invadenza nei rapporti, nelle proiezioni. Diversamente dal tracciato guida del surrealismo, con la centralità dell’automatismo psichico puro, per Di Muro il pensiero è solo l’avvio ad un processo di riconoscimento: le figure si concretizzano nel corpo plastico, come elementi effettivi, terreni, insomma non hanno nulla del sogno, quanto invece della mostruosità dei gesti del genere umano. Massimo Bignardi

Caprioli

Caffè Break Edicola RAra, Art Site Specific centro storico Terlizzi, via De Cristoforis già strada della Macinella tutti i giorni dell’anno, 24 ore su 24

Comune di Terlizzi Assessorato alle Politiche Culturali

Da diversi secoli è lì. Per molto tempo ha sicuramente rappresentato un punto fermo o almeno un punto di riferimento. Per molto altro tempo invece è rimasto davanti ai nostri occhi senza che nessuno se ne accorgesse e la sua forma, la sua sagoma si è persa e alla lunga si è dimenticata. È l’istantanea di un raro arco medievale, una porta arabeggiante nel centro storico del nostro paese che ora è diventata EdicolaRara, riportata alla nostra distratta attenzione con una nuova funzione. Aedicula appunto, che dal latino aedes significa tempio. Un tempio, laico, proposto dal gruppo Ad Meridiem e sostenuto dall’Amministrazione comunale per rivelare una nuova narrazione di queste pietre mirabilmente assemblate, per recuperare l’antico, per esporre ai fedeli e agli infedeli un ostensorio d’arte. Art Site Specific, tabernacolo di arte visiva contemporanea che trasforma una normale passeggiata nel centro storico in incontro inaspettato, quasi un’apparizione che ti costringe se non all’estasi e all’adorazione almeno alla meditazione. In questi mesi l’EdicolaRara è stata sicuramente una occasione di incontro tra culture, gusti, crocevia di saperi, sapori, sperimentazioni. Visitata da molti che per caso o intenzionalmente sono stati rapiti dalle suggestive intuizioni degli artisti ed ha svolto la funzione “civica” di comunicare, aggregare, legare. Comunicare un pensiero attraverso i segni, aggregare i pensieri soli o isolati e infine legare i fedelissimi dell’arte al luogo, ma anche legare gli infedelissimi del luogo (i passanti) all’arte. Questa è la vera forza di questa iniziativa. Un sito volutamente piccolo, nascosto. Un non luogo che potrebbe essere ovunque, lontano o vicino, difficile da raggiungere ma dal quale si comunica “via etere”. Un luogo dei luoghi, capace di fare delle comunicazione globale, appunto, la sua centralità, da cui effonde la propria lucentezza quale “umile grotta” con l’ambizione di far giungere la potenza del messaggio, di cui è portatrice, lontano nel tempo e nello spazio, permettendo ai visitatori di seguire la stella… Incastonare una galleria di arte contemporanea in quel contesto non avrebbe avuto lo stesso esito. Questa volta tra l’installazione artistica e il nostro sguardo c’è solo la trasparenza di un vetro. Puoi anche decidere di guardarci attraverso. Domenico Paparella, Assessore alle Politiche Culturali

DISTRIBUTORI AUTOMATICI in comodato d’uso gratuito

Caprioli Caffè Break via III trav. Devenuto, 15 Giovinazzo (Ba) - t. 338.9232077 resp. comm. t. 346.6893340 caprioli.caffebreack@libero.it


il primo racconto della collana di SAGGEZZA POPOLARE curato da Olga Chiapperini

Un boccone di ... sapienza contadina

disegno di Nicoletta De Santoli

Bed & Breakfast Il Casale S. Giorgio offre ai suoi ospiti la possibilità di trascorrere giorni di assoluto relax, immersi nel verde, gode di una privilegiata posizione turistica trovandosi a pochissima distanza dalle più rinomate bellezze pugliesi. La struttura è un pregevole casale di metà ‘800 che dista pochi chilometri da Terlizzi, tra gli uliveti e i vigneti del nord-barese, in un’atmosfera accogliente e un servizio impeccabile. Casale San Giorgio Bed & Breakfast di Grieco Isabella via extraurbana Creta - C.P. 42 Terlizzi (Ba) - t. 347.8558258 www.casalesangiorgio.it

L’Associazione Ad Meridiem (RA comunicazionetotale, Ricerca & Qualità, Horus multimedia) si è fatta promotorice della realizzazione di un progetto mirato al recupero della tradizione popolare terlizzese e del Mezzogiorno d’Italia. Il progetto prevede la stesura e la pubblicazione di quaranta racconti popolari, quasi tutti inediti, appartenenti alla tradizione orale del sud Italia, raccolti dalla viva voce degli anziani locali e riassemblati dalla professoressa Olga Chiapperini, studiosa di tradizioni popolari. Il nome scientifico della pianta del fico è “ficus carica”; l’epiteto specifico carica fa riferimento alle sue origini, che vengono fatte risalire alla Caria, regione dell’Asia Minore. È una pianta molto importante, come dimostra il fatto che testimonianze della sua coltivazione si hanno già nelle prime civiltà agricole di Mesopotamia, Palestina ed Egitto, da cui si diffuse successivamente in tutto il bacino del Mar Mediterraneo. È presente già nella Bibbia, e la storia vuole che Cleopatra ne abbia donato i frutti a Cesare. Il fico è una produzione tipica della Puglia, della Calabria e della Campania ed è in grado di crescere dappertutto, persino sui palazzi. Può avere tre tipi di produzione: alcune piante possono produrre solo il fico, altre solo il fiorone, altre ancora entrambi i frutti. Interessante la precisazione riguardo al nome del frutto del fico, che sarebbe “fica” (effettivamente in nessun caso esiste un frutto che ha lo stesso nome dell’albero che lo produce), come saggiamente ci ha sempre fatto notare il nostro dialetto. Quello che comunemente viene ritenuto il frutto è in realtà una grossa infiorescenza carnosa, piriforme, ricca di zuccheri, di colore variabile dal verde al nero-violaceo, un falso frutto (siconio), all’interno della quale sono racchiusi i piccolissimi fiori. A Terlizzi è presente una varietà particolare di fiorone, il cosiddetto fiorone “menghtàur”, che fu selezionato alla fine del 1700 da un nostro sindaco, Domenico Tauro (1776). Questi ebbe l’intuizione di sposare il fiorone “suàr” (dal nome della nobile casata spagnole Suarez de Figureroa) con una pregiata e delicata specie locale, ottenendo una nuova specie di fiorone senza semi che fu denominato “menghtàur” in onore del suo “creatore” (“menghtàur” è in effetti la dialettizzazione di Domenico Tauro). È una varietà non eccezionale dal punto di vista del gusto ma particolare per la buccia spessa che può essere maneggiata e consente al fiorone di viaggiare e conservarsi al meglio. La produzione del fiorone meriterebbe di essere valorizzata, magari mettendo a coltura quei terreni aridi e pietrosi che non sono molto fertili e idonei ad altre coltivazioni, ma che potrebbero accogliere il fico data l’elevata adattabilità di questa pianta ad ogni tipologia di ambiente. Con una mirata opera di sensibilizzazione rivolta agli enti e agli organi competenti si potrebbe arrivare addirittura al DOP, ma è necessario avere la forza di credere nella realizzazione di un simile progetto che garantirebbe un marchio di qualità, un ricono-

scimento e una enorme forza sul mercato. Presso RA è stato presentato il primo dei quaranta racconti, “Chelòmm, vineme ‘mmòcche Ca m’abbènghie e me còccue!”. Paolo De Santoli, in questa occasione, ha evidenziato l’intenzione di partire da una situazione molto popolare, recuperando i modi di dire del nostro paese, per esempio quella di “’nganda chelòmm”, motto che sta a indicare una persona che resti incantata a guardare qualcosa. Nel racconto questo modo di dire è affibbiato ad un giovane così soprannominato perché viziato e fannullone, e mette alla berlina la pigrizia di tutti gli amanti del dolce far niente. Al pari di tutti i racconti popolari e didascalici anche questo svela al suo interno una morale profonda e importante; esattamente come quella nascosta nelle favole di Esopo, divenute col tempo talmente celebri da aver acquisito nella cultura moderna il ruolo di proverbio. È proprio la morale come sintesi estrema di un certo comportamento che l’uomo deve assumere, che mira ad indicare la scelta giusta nelle più svariate circostanze della vita e che si trova in fondo a ognuno dei quaranta racconti, a renderli non solo interessanti dal punto di vista culturale, ma anche indispensabili dal punto di vista educativo. È questo il motivo che ha spinto l’autrice a dedicarli “a quanti si impegnano nel delicato compito dell’educazione dei giovani: genitori ed insegnanti”, con una menzione speciale e un ricordo affettuoso rivolto ai suoi genitori e alla sua prima insegnante, per averle donato insegnamenti e consigli che la accompagnano ancora oggi e per averla incoraggiata a “raccogliere e ricucire quelle che si presentavano come stupidaggini e frasi scollegate tra loro”, nonché a ricercarne il “celato messaggio”. È cosa nota, infatti, che in passato il popolo non fosse libero di parlare apertamente: dovendo fare di necessità virtù, era spesso costretto a nascondere la propria saggezza e le proprie opinioni dietro frasi apparentemente prive di senso. Proprio quelle frasi che, come “Chelòmm, vineme ‘mmòcche. Ca m’abbènghie e me còccue!”, sono entrate a far parte di questo importante progetto di recupero e rivalutazione di un’antologia popolare a lungo vilipesa che corre il rischio di cadere nell’oblio. L’autrice stessa, mentre approfondiva le sue ricerche, ha continuato a sentire la saggezza del sud Italia come una qualcosa di speciale e di magico, un retaggio di sapienza popolare che non l’ha mai abbandonata. Nella narrazione il riferimento ad un prodotto tipico delle nostre terre, il fiorone “suàr”, di cui Olga ha percorso a ritroso la storia, risalendo alle sue antiche origini spagnole è fortemente voluto proprio nel senso di recupero delle nostre tradizioni più radicate. Tradizioni dai forti contenuti che il progetto intende trasmettere alle generazioni future (coinvolgendo anche le istituzioni scolastiche), perché siano padrone e custodi di una tradizione che appartiene preziosamente al meridione. Laura Giovine

La Municipale Balcanica è nata nel 2003, e dopo una consistente attività live pubblica il suo primo disco nel 2005 con l’etichetta italiana Ethnoworld. L’album di debutto è “Fòua”, nel quale la MB avvia una vivace e profonda sintesi tra le sonorità Tzigane, Klezmer e Yiddish dell’Est Europa e quelle più radicali e calde della sua terra d’origine, la Puglia, nel Sud Italia. Il disco diventa subito conosciutissimo non solo in Italia ma anche e soprattutto all’estero dove le reinterpretazioni di alcuni celebri pezzi della tradizione yiddish hanno reso la Municipale una nuova realtà della scena internazionale della world music. La stessa prestigiosa rivista internazionale Folk World, valuterà l’ “Hava Nagila” della MB come “una delle migliori interpretazioni ascoltate tra le migliaia degli ultimi trent’anni”. L’approccio alle antiche melodie è originale e distintivo, perché ciascun componente possiede una formazione e una cultura musicale molto personale e tutt’altro che omogenea rispetto agli altri. L’intera sezione dei fiati della M.B., ad esempio, ha iniziato la sua esperienza musicale nella tradizionale banda del paese d’origine, ecco perché la sua espressività è così potente e vivida nelle canzoni tradizionali dell’Est, ed esplode in maniera passionale negli Assolo inclusi nei nuovi arrangiamenti. Allo stesso modo la sezione ritmica ha dato nuova solidità ai brani, supportando questo modo trascinante e incisivo di suonare antiche melodie. Il risultato è sorprendente e compatto, e dà nuova espressione e nuovi significati alle canzoni. Così le influenze del rock, del jazz più libero e della sperimentazione sono coinvolte in melodie ora suadenti ed esotiche, ora frenetiche e folli. Nel 2006 la MB si assesta nella sua formazione definitiva, e continua ad accrescere la sua credibilità soprattutto grazie alle sue travolgenti prove dal vivo, entusiasmando sia i sofisticati festival Jazz che gli scatenati raduni Folk, tra Italia, Germania, Francia, Olanda, Bulgaria, Slovenia, Polonia. Nel 2008, evolvendo il suo suono senza snaturarsi, la Municipale Balcanica pubblica ROAD TO DAMASCUS per l’etichetta FELMAY, un prodotto fatto di pochi, irrinunciabili, brani tradizionali e tanti altri pezzi originali, alcuni più radicati e dal sapore classico, altri che hanno la forma più coraggiosa della sperimentazione.

La nostra banda SPERIMENTA e VIVE in musica l’integrazione delle varie culture che si incontrano nel Mediterraneo al di fuori di tutte le retoriche della contaminazione e di tutti i progetti freddi ed accademici, semplicemente vive la propria terra, i viaggi, i ritmi e le culture che incontra con l’interesse che suscita la conoscenza di un nuovo amico, o ancor più spesso con la gioia che provoca la nascita di un nuovo amore! Quindi siamo lontani da ogni progetto predefinito e intellettualistico perché riportiamo la musica al suo ruolo fondamentale ed ancestrale: quello di accompagnare gli incontri e la vita della gente, le assemblee della comunità, i suoi riti, le sue feste. Questo è un album pieno di novità, pur avendo una forte connotazione tradizionale. La nostra banda, dal NOSTRO paese è partita, piena di coraggio e curiosità, ed ha marciato con il suo bagaglio, lasciando spazio a sufficienza per raccogliere tante nuove esperienze. Così è nato ROAD TO DAMASCUS, un luogo immaginario in cui ci siamo espressi fuori dagli schemi e in libertà, per inventare nuovi suoni, senza tradire le nostre origini. ROAD TO DAMASCUS, sulla via di Damasco. È un riferimento biblico, ma non strettamente religioso, alla vita di san Paolo, che sulla via di Damasco fu illuminato da una luce misteriosa e mistica e cambiò vita. È un tributo al viaggio, e alle occasioni di illuminazione, alle sorprese, alle gioie, al cambiamento, allo spirito, alla meditazione, alla rivoluzione. Nel nostro album troverete una lunga serie di novità e particolarità che ci hanno fatto “sbandare” dalla via del classico gruppo Folk o peggio folkloristico. Ma sulla via di Damasco accadono cose che trascendono il nostro stesso controllo. L’album contiene, specie se confrontato con il precedente, alcuni momenti di respiro più ampio e di meditazione. Con riferimenti ed echi che rimandano a orizzonti più vasti. È un’esperienza ancora più completa, che va da momenti di frenesia e allegria assoluti ad attimi di contemplazione. info@municipalebalcanica.it


Teatri abitati residenze teatrali in Puglia

Un palco, una scena, forse, un attore, due... e la vita prende forma, il sogno si dipana, la follia e il vizio, il dolore e la bellezza creano cerchi di emozioni che toccano la pelle, sfiorando le sensazioni si aprono come ali di farfalla, nutrite dalla linfa che le porterà a volare al di sopra delle “umane contingenze”. Il teatro è questo e altro ancora, è tutto ciò che ognuno di noi vuole che esso sia, è ciò che prendiamo ma anche ciò che riusciamo a dare, è uno specchio che deforma ma a volte rimanda immagini tanto reali da sembrare improbabili, è magia e terrore ma soprattutto è lavoro. Il grande, impegnato, appassionato lavoro di artisti che cercano di essere i veicoli di tanto sapere. Il sapere umano, la sua cultura, la sua eredità sociale. Un lavoro fatto di rinunce, sacrifici, porte in faccia, studio e sudore. Un lavoro che oggi è teso a creare nuovi modelli di sviluppo del territorio che abbia come fulcro tutte le forme espressive dell’arte. Con questo intento è stato proposto dal Teatro Pubblico Pugliese e finanziato attraverso l’Accordo di Programma Quadro “Sensi Contemporanei” per la promozione e diffusione dell’arte contemporanea e la valorizzazione di contesti architettonici e urbanistici nelle Regioni del Sud Italia, sottoscritto dalla Regione Puglia, Assessorato al Mediterraneo, dal Ministero dello Sviluppo Economico, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il progetto vede impegnate 11 compagnie teatrali con musicisti, attori, danzatori che “abiteranno” altrettanti teatri pubblici, “residenze” messe a disposizione dalle amministrazioni comunali. In questo modo è garantita la valorizzazione e la massima fruizione degli spazi da parte dei cittadini in un’offerta culturale stabile ed articolata. Si favorisce, inoltre, l’insediamento di imprese di produzione e la loro crescita professionale sia in ambito artistico che organizzativo. Nel programma operativo sono previsti interventi per mettere a sistema la produzione, i luoghi, i fruitori e le politiche di intervento degli Enti locali nei settori degli spettacoli dal vivo (teatro, danza e musica). La cultura è un fattore di sviluppo anche economico e alimentando la competitività di un territorio cresce anche la capacità creativa, integrandosi con i fattori produttivi, come viene sottolineato dal Programma Quadro Sensi Contemporanei (avviato fin dal 2004 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e Coesione oggi facente capo al Ministero dello Sviluppo Economico). Tra le 11 compagnie vincitrici del progetto in Puglia vi è Teatro Minimo, una realtà che si occupa di produzione e vendita di spettacoli ed ha all’attivo anni di esperienza. Teatro Minimo nasce, infatti, nel 2001 da un’idea di Michele Sinisi, di allestire, ad Andria, un laboratorio su “Macbeth” con un gruppo di attori conosciuti durante le esperienze di repliche dello spettacolo “Otello (o la gelosia di Jago)”, che aveva già portato Sinisi all’attenzione delle cronache nazionali. Intorno al laboratorio si è formato un numeroso gruppo di attori, tra i quali il terlizzese Michele Santeramo (nella foto). I due, Michele Sinisi e Michele Santeramo, hanno successivamente dato seguito all’attività di Teatro Minimo con altri spettacoli, produzioni e laboratori e continuano ad avvalersi della collaborazione di numerosi professionisti. E’ proprio il legame che unisce Santeramo alla sua città natale che ha fatto sì che tra le residenze ci fosse anche un sito a Terlizzi, “abitato” dal progetto. In questo caso è stata ravvisata la necessità di una doppia sede, che ha motivazioni precise sia in termini di opportunità, sia in termini di servizio al territorio: a Terliz-

Don Gaetano Valente e la Storia minore.

zi, città che sconta l’assenza di una programmazione teatrale a causa della chiusura prima e degli attuali lavori di ristrutturazione del Teatro Comunale Millico; a Bitonto il Traetta, riaperto da qualche anno, è diventato il centro di una frequente attività di spettacolo. La residenza a Terlizzi potrà avere come scopo quello di avvicinare nuovamente l’idea di una pratica teatrale quotidiana alla comunità; quella di Bitonto darà slancio alle attività di produzione e formazione. Teatro Minimo, nell’ambito del progetto, ha prodotto testi e labortaori, e ha indetto un concorso di teatro e di musica (280 iscritti), realizzando due spettacoli musicali e tre teatrali. Ciò la dice lunga sul fermento culturale che alimenta l’arte in questo frangente. Inoltre, Teatro Minimo porta in scena “Sequestro all’italiana”, lavoro giunto in finale al Premio Riccione), e con il quale continuerà a calcare le piazze più importanti d’Italia. In questa che è la storia di un sequestro all’italiana viene messa in luce una “capacità di credere alle cose per come ti sembrano, senza doverti chiedere se sono considerate giuste o sbagliate, senza doverti porre il problema...”. L’esito finale del laboratorio “Bardamu – Le donne e don Giovanni”, ideato sul testo di Moliére e diretto da Vittorio Continelli, ha avuto l’obiettivo di arrivare a una creazione collettiva avvalendosi di pochissimi elementi scenici, in maniera che lo spettacolo possa avere, secondo gli esiti, una propria autonoma vita distributiva. Teatri Abitati è una nuova strategia per il teatro italiano, un’occasione non solo per confrontare le esperienze e approfondire conoscenze e relazioni, ma soprattutto per individuare e condividere una serie di proposte operative. Si ribadisce, così, la centralità del sostegno pubblico alla cultura con l’intenzione di ottenere risultati concreti: nel rapporto con gli altri attori del sistema teatrale, nella definizione che dalle “residenze” emerge nelle regole scritte o da scrivere da parte delle Regioni e dello Stato; nella dimensione di spazio dedicato alla figura dell’artista; nella specifica dialettica con il pubblico, parte determinante per ogni esperienza teatrale, ma elemento ancor più fondante per una “residenza”, chiamata ad innervare l’esperienza teatrale nello spazio fisico di un territorio e in quello mentale della comunità che lo abita. L’Assessore alla Cultura della Regione Piemonte, Gianni Oliva, ha sottolineato a proposito di questo progetto che “la cultura produce welfare intellettuale”. Michele Santeramo, Michele Sinisi e tutti coloro che “orbitano” intorno a Teatro Minimo sono tra quelle persone che instancabilmente ricordano ad una società distratta che cultura significa benessere sociale ed economico, significa felicità per gli individui e maggior forza di intraprendere e di creare valore fondato sui Valori. L’efficacia dei “Teatri abitati” è nella relazione proficua tra opere (architettoniche-teatri) esistenti, lavori realizzati e potenzialità ancora inespresse. Ora c’è solo da consolidare la necessità di un lavoro comune e coordinato tra imprese, Istituzioni e operatori, per elaborare e mettere in atto un progetto capace di sviluppare i potenziali in embrione. “La finalità è quella di dare avvio a un processo sinergico tra i diversi sistemi del Teatro italiano, trovando così il senso di un agire nuovo al passo coi tempi in grado di cogliere le idee, i desideri, le istanze e i bisogni di una società in continuo divenire e di sintetizzarli in progetti culturali possibili e ammissibili”. Laura Giovine

American Bar Paninoteca Ristoro edilmeccanica di Gallina & Albanese s.n.c. via Monserino, 2 Terlizzi (Ba) t. 080.3512911 f. 080.3515490 edil.meccanica@tin.it

si accettano prenotazioni per ogni festa ed eventi in genere Cafè Aladdin via Marconi, 88-90 Terlizzi (Ba) t. 347.6748987

“Dalla Storia alle Storie”. Questa breve espressione traduce l’impostazione, ormai decennale, di un metodo d’indagine col quale lo storico tenta di legare, in un unico filo conduttore, gli eventi della cosiddetta macrostoria con quelli della microstoria. Un approccio metodologico, quindi, che scrollandosi dal pregiudizio di una storia minore subalterna ai grandi eventi storici, ha riportato alla ribalta centinaia di fatti e fenomeni, diversamente correlati tra loro. Tante piccole tessere, così, che vanno a sostenere il grande puzzle della Storia. In quest’ottica, la storia del Mezzogiorno d’Italia ha assunto un ruolo di primo piano rispetto al passato dov’era relegata a codazzo di una più altisonante storia del Nord. Quest’ultimo cambiamento di rotta, però, si deve soprattutto ad alcuni studiosi che, con uno scrupoloso e serio lavoro di archivio, hanno ricostruito il legame tra eventi periferici e centri del potere. E’ tra questi “scavatori del passato” che si inserisce, allora, don Gaetano Valente, cittadino terlizzese, emerito religioso e studioso, distintosi per la sua opera di divulgazione e chiarificazione storica. La sua opera di ricostruzione, attorno alla città natia, è riuscita, infatti, a superare i limiti di uno studio localistico allargandosi alla conoscenza di un vasto territorio regionale e interregionale, chiarendo, in tal modo, non solo la storia di un paese ma anche il legame tra enti e istituzioni nel Regno di Napoli. Ed è proprio nella città partenopea, centro archivistico più importante del meridione, che lo vediamo attivo alla ricerca minuziosa di documenti mai interrogati e inediti che hanno contribuito alla realizzazione delle sue numerose pubblicazioni. Dalla lettura di atti notarili, visite apostoliche, registri, ecc., ritrovati anche in altri archivi statali e diocesani, don Gaetano è riuscito a mettere in evidenza i rapporti tra i più importanti uffici centrali nazionali, sia statali che ecclesiastici, tracciando le diverse ricadute a livello politico, sociale ed economico in

periferia. Così come ha ben ripercorso le vicende istituzionali sacre e civili locali, le storie delle diocesi e di enti, le vite d’illustri personaggi, il passato lavorativo di un territorio, le tradizioni e usanze della popolazione, le feste patronali e altro ancora. Materiale necessario, questo, che esalta il ruolo di alcuni centri minori non più visti come terra di passaggio bensì come luoghi di avvenimenti significativi accaduti all’interno di un cangiante e infuocato panorama storico. I confronti con i dati documentari di altri centri viciniori, in questo modo, contribuiscono alla definizione più completa della storia del meridione schiarendo i secoli bui di terre considerate, a torto, marginali. Una vita, la sua, spesa alla ricerca affannosa delle tracce del passato che solo gli addetti ai lavori sanno essere fatta di sacrifici, notti insonni, viaggi e rinunce. Il risultato è, però, la soddisfazione di aver fatto bene il lavoro di ricercatore storico e di aver fornito chiarezza scientifica alla strada dei futuri studi di settore. E’ certamente riduttivo, quindi, definire il Nostro solo come uno storico locale. I suoi studi, infatti, sono condotti con un taglio che dal particolare giunge al globale e che ricuce in una tela di relazioni centro e periferia. “Dalla Storia alle Storie”, appunto. Tra i tanti libri, si ricordano soprattutto: la collana “Feudalesimo e Feudatari”, dove si può scoprire il passato civile e religioso di Terlizzi, una città della provincia barese, già feudo del Principato di Monaco, vicina sia a un mare “crociato” sia a un entroterra agricolo vivace; le pubblicazioni sui casali di Cesano e Ciurcitano e

delle tante chiese locali che forniscono utili indicazioni sui rapporti tra la Santa Sede, vescovadi e diocesi; lo studio sulle “Macchine da festa” che definisce, specie per il sud dell’Italia, collegamenti e similitudini tra tipologie di costruzione, modelli celebrativi, riti religiosi, comuni radici della fede popolare. Non si può dimenticare, inoltre, il contributo alla ricostruzione di una storia dell’alimentazione in Puglia e, addirittura, al chiarimento della paternità del famoso canto nazionalpopolare “Tu scendi dalle stelle”. Vi sono ancora molti altri testi e temi di cui parlare, ma in questa sede, si vuole presentare un’ultima fatica, appena pubblicata, del Valente: Terlizzi. La Chiesa/Le chiese, edizioni Pegasus. Un testo che, in modo esauriente e capillare, esamina tutta la problematica religiosa della città pugliese. Lo sguardo è così ampio che nel testo si definiscono i ruoli tra istituzioni ecclesiastiche, i legami con la Santa Sede e in ambito interregionale, la vita delle parrocchie, la nascita e condotta delle diverse confraternite, i tanti uomini di fede, illustri e minori, ecc. Una storia della Diocesi, insomma, completa e chiara che spiega, sia agli addetti ai lavori che a un pubblico più vasto, non solo come pulsava il cuore religioso di un paese, ma anche tutti gli aspetti correlati alla vita di una cittadina attiva e produttiva: storia, politica, economia. Il tuffo nel passato, quindi, è condotto fin dalla fondazione longobarda del casale di Terlizzi (il cui toponimo rievoca chiaramente il suo essere “terra tra i lecci”), per giungere all’età contemporanea. Mentre scrivevo il testo, ho parlato con don Gaetano per telefono. L’ho sentito raggiante, felice per questa sua ultima pubblicazione. Si è detto finalmente soddisfatto per il suo ennesimo sforzo editoriale che racchiude tutte le sue conoscenze e ricerche sulla storia della chiesa a Terlizzi. E’ soprattutto entusiasta della veste grafica e dell’apparato iconografico che correda i suoi sudati testi. Mi è sembrato di parlare con un ragazzino al primo giorno di scuola! Sono stata felice per lui, ma soprattutto per me perché, da quell’impegno “sempreverde”, ho ricevuto un grande insegnamento: studiare con entusiasmo! “Devo molto a don Gaetano poiché in lui ho ritrovato, oltre che un grande storico, un amico con cui condividere, con occhi commossi, l’amore per la mia città e lo stesso attaccamento alle comuni radici; entrambi sentiamo forte l’istinto di farne conoscere ogni dettaglio e momento della sua secolare storia. Con l’indaffarato uomo di chiesa e di archivio, vedo rispecchiarsi il mio stesso entusiasmo e non ci si affatica a parlare per ore di risultati di ricerche, aggiornamenti, progetti da attuare, storie ancora da scoprire e, cosa assai stimolante, della tela Grimaldi da lui stesso ritrovata nella dimora dei principi di Montecarlo… Del don Gaetano Valente storico ammiro la profonda cultura, la tenacia con cui ha perseguito i suoi lunghi studi, il coraggio delle proprie affermazioni ed azioni, sostenute con onestà e deontologia professionale. Certo, la mia voce si accomuna a quelle di altri che devono molto al suo lavoro o possono, oggi, con certezze documentali, conoscere la storia della città natia, ma, in particolare, si stacca dal coro avendo avuto la fortuna di aver conosciuto, oltre che lo studioso ed il teologo, un don Gaetano più nascosto: il contadino ospitale e generoso che condivide piacevolmente un bicchiere di vino dell’ultima annata della sua produzione, l’uomo brillante e gioviale dalla battuta facile e sagace, la persona serena ed allegra in compagnia, amata e rispettata da amici e familiari, l’uomo di chiesa che riesce a tenere a mente tutti gli orari dei molti impegni ecclesiastici e di vita privata, la persona idealista e buona che agisce in buona fede, fidandosi di tutti quelli che lo circondano. Ma, soprattutto, ho conosciuto un grande uomo disponibile a dividere la sua cultura ed anche qualche suo segreto professionale… Ancora un altro particolare mi tiene legata alla figura del prete amico. E’ una persona giusta e leale che, rispetto ad altre persone che non hanno dimostrato, in determinate occasioni, amicizia, professionalità e correttezza, mi è stata vicina confortando con parole savie e serene una giovane studiosa idealista per aiutarla a orientarsi in un mondo non sempre giusto e sincero… Così com’è capitato a me, sono sicura, ci saranno tantissime altre persone che con lui avranno un rapporto speciale e spero tanto che le mie parole abbiano potuto rappresentare anche la loro stima verso un grande terlizzese. Questo è quello che mi sento di dirti, caro don Gaetano, sinceramente”. Porzia Volpe Chiesa di Cesano: Pergamena del 1055 (Terlizzi Archivio Diocesano); Frescante del XVI sec. Madonna col Bambino.


Fornace Umberto Saldarelli, forni d’epoca a stanza. Foto, courtesy Beppe Gernone

Un progetto che plasma con l’Argilla il turismo

La terra di Puglia è attraversata da secoli di dominazioni in un intreccio di civiltà e culture che hanno segnato profondamente sia la natura umana che il territorio, arricchendolo e producendo effetti straordinari nell’arte, nell’architettura e, di conseguenza, nelle forme più popolari dell’artigianato. Tra le varie attività artigiane di questa terra, certamente la più diffusa è la pratica della ceramica. Probabilmente favorita dalla ricca presenza di cave d’argilla rossa, nei secoli, la produzione ceramica è stata fonte di ricchezza e grande stimolo per la creatività di artigiani ed artisti. Infatti, se testimonianze della ceramica classica sono ampiamente diffuse a dimostrazione dello splendore delle antiche dominazioni, la continuità tra queste e la produzione contemporanea è data dagli oggetti di uso comune, vale a dire terrecotte rustiche, stoviglie, contenitori per liquidi, componenti per l’edilizia. Il progetto vuole rendere visibile quel filo conduttore che, attraverso l’arte e tenendo presenti le realtà artigianali del territorio, si dipana fino a noi trasferendo il patrimonio di un sapere millenario in oggetti che vanno dai più umili a quelli più preziosi, proiettandosi verso un futuro che sia memore e consapevolmente padrone della propria ricchezza culturale. Sugli elementi primordiali, acqua, terra, fuoco soffia il genio dell’uomo che riesce a plasmare, come se la carezzasse, la materia, in una sorta di colloquio intimo che sussurra l’artistaartigiano alla sua creatura. In questo contesto si innesta il progetto “Della Ceramica d’Apulia” promosso da Ad Meridiem, frutto della collaborazione tra Ra comunicazionetotale, Ricerca&Qualità e Horus multimedia. Una esperienza che già nelle sue prime azioni è stata densa di risvolti entusiasmanti. L’idea è di promuovere, rivalutare, riscoprire la ceramica artistica, di design, di produzione e le sue più impensabili declinazioni, attraverso una sinergia che, partendo da Terlizzi (terra di produzione storica) vede la collaborazione di Corato (con l’Istituto statale d’arte – settore ceramica) e di Ruvo di Puglia ( che vanta la preziosa collezione vascolare del Museo Jatta) fino a pensare ad una diramazione capillare su tutto il territorio pugliese con realtà ben note quali Rutigliano, Lucera, Grottaglie, Cutrofiano, Lecce, Matera e Grottole. Questo porterebbe alla creazione di una rete di intenti che possa essere base di nuovi scambi culturali aventi come oggetto la ceramica, avvalendosi dell’esperienz, della passione e del talento di artisti, artigiani e ricercatori che creano, manipolano, studiano la magia della

terracotta e delle sue varie forme e applicazioni. Tanti gli artisti, sperimentatori dell’argilla, che hanno già dato la loro adesione. “La storia danza in catene” è stata la prima azione varata con l’inaugurazione della mostra dell’artista Claudio Vino, tenutasi presso lo spazio espositivo di Ra. L’evento ha visto una grande affluenza, segno che il progetto ha, già in fieri, suscitato interesse e attenzione. Il titolo della personale è stato mutuato da una frase del filosofo tedesco Nietzsche che l’artista ha interpretato e applicato alle proprie opere (La storia non è mai un percorso sereno, fluido. Passa spesso attraverso guerre, dispute, contrapposizioni feroci, perciò è un insieme di processi vncolati e costretti: incatenati, appunto). Soggetto è la storia guardata con un certo distacco, senza moralismi e i cui elementi costitutivi si intrecciano in una sorta di enigma indistricabile. L’artista subisce, nel suo atto creativo, la fascinazione dell’argilla, che definisce come “il cemento della storia”: elemeto primario, povero, che però diviene il rappresentante delle radici della stessa umanità. Le varie argille, dai colori differenti, si presentano come una tavolozza a completa disposizione dell’estro creativo dell’artista, che si immerge fiduciopso ed estasiato in una meravigliosa avventura. Presso lo spazio Ra e il ristorante Il Vicolo si è tenuta la successiva azione. Appuntamento che ha previsto un convegno e, a seguire, una cena da degustazione. Infatti, al fine di promuovere, censire e dare nuovo impulso alla produzione ceramica del territorio pugliese, i questa tavola rotonda è stato trattato il tema dell’uso del pentolame da fuoco. “Fùch Sàup Fùch Sòtt” ha dato l’opportunità, agli intervenuti di spaziare nel complesso e ricco mondo delle immagini ataviche, legate ai ricordi dei sapori di un tempo, attraverso l’enucleazione dell’importanza del come e cosa cucinare oggi, attraverso le conoscenza dei “modi antichi”, a preservare i prodotti e la salute dei consumatori. Moderati dal giornalista Mario Colamartino, sono intervenuti: Olga Chiapperini, studiosa di tradizioni popolari; Claudio Riolo, scrittore, editore, curatore di riquadro.com; Vittorio Cavaliere, esperto di enogastronomia; Antonio De Rosa, chef; Giancarlo Ceci, agronomo e produttore; la signora Grazia De Carlo, dell’omonimo oleificio; la scrittrice inglese Christine Smallwood, profonda estimatrice della Puglia e delle sue tradizioni culinarie. Il Meridione d’Italia ha una lontana tradizione legata alla cottura nel pentolame di terracotta (cosa

comune ad ogni civiltà antica), ma soprattutto alla sua produzione che, per porosità e caratteristiche tecniche più specifiche legate alla materia prima utilizzata, è unica al mondo. La cena è stata un tributo alla cucina mediterranea, appunto, con i sapori inebrianti del mare e della terra, conditi dal buon vino e da tanta voglia di scoprire, rivalutare e... assaporare, in un clima di cordiale convivialità, in una serata targata De Honesta Voluptate. Ruvo ha ospitato una successiva tappa “Della Ceramica d’Apulia”. Questa azione ha previsto un incontro/ scontro tra “Estetica vs Movimento” con due artisti pugliesi appartenenti ad uno stesso bacino antropologico ma con diversa formazione. Due artisti plasmati dallo stesso tipo di istruzione, svolto però in aree geografiche diverse – Bari e Roma – e una pratica di docenza svolta in due zone dell’Italia distanti, Nord e Sud. Entrambi utilizzano l’argilla come materia duttile di eccellenza sia nell’azione dell’aggiungere che in quella del togliere, ovvero le pratiche più diffuse della scultura. In questo esercizio scattta il dualismo tra gli artisti: il primo Paolo De Sario, tende ad una forma pura, lineare, essenziale; l’altro, Pasquale Guastamacchia, elabora l’azione del movimento servendosi dell’espressività dell’aggiungere e della plasticità della posizione. Allo spettatore è stato presentato un bivio che impone una scelta dettata esclusivamente dalla propria indole. Si è trattato quindi di una sorta di provocazione attiva, indubbiamente affascinante, in cui la terracotta, acora una volta, si erge protagonista assoluta. Il progetto, visto il sccesso delle azioni attuate, intende perseguire gli obiettivi proposti anche attraverso la possibilità di rafforzare l’attività dei contenitori museali dedicati alla terracotta e crearne di nuovi, oltre a porre in essere collezioni di ceramiche a tema opportunamente allestite. Ciò che è risultato essere un fondamentale punto di partenza è la necessità di avvicinare i giovanissimi alle proprietà duttili dell’argilla e al suo magico processo di trasformazione, da cui la possibilità di tenere incontri tesi a stimolare la creatività che, partendo dall’uso dell’argilla, raggiungono la terracotta e si completano con la decorazione ceramica. Un futuro, insomma, che guarda al passato ma con grandi prospettive si proietta nel presente, codificando sempre e con dovizia di particolari la... ceramica d’apulia. Laura Giovine

SYMPOSIUM

ARTIGIANATO-ISTRUZIONE-COMUNICAZIONEDESIGN-ARTE

Spazio T, tra passao e futuro le declinazioni della ceramica All’interno di un progetto denominato “Della ceramica d’Apulia”, promosso da Ad Meridiem, si sta svolgendo a Terlizzi, presso uno spazio espositivo messo a disposizione della collettività da un privato cittadino, “Symposium”, incontro di artigianato, istruzione, comunicazione, design. Lo spazio espositivo è stato connatato in modo da creare uno scambio di vedute, pensieri, idee, opinioni tra i convenuti, al fine di trovare un accordo nel linguaggio comune della ceramica. In sintonia con ciò che Ad Meridiemsi propone e propone, l’evento sta ad indicare un crecente fermento nel contesto culturale-economico del territorio e la volontà di aprire nuove strade per la produttività della ceramica che passi dalla produzione classica a quella d’artista, attraverso l’istruzione e la formazione di giovani leve. Gli organizzatori hanno voluto mettere in luce la proficua collaborazione con alcune realtà aziendali locali (fornaci), l’Istituto Statale d’Arte di Corato, artisti e operatori della comunicazione che continuano a credere nella potenzialità della collaborazione su vari piani per raggiungere il fine comune di sviluppo e crescita del territorio. La ceramica a Terlizzi, infatti è un comparto che non riesce ancora ad ottenere il giusto riconoscimento, non ci sono possibilità che i giovani la prendano come seria occasione di occupazione ma, nell’evidenziare la grande capacità creativa e i diversi ambiti in cui la terracotta può essere impiegata (dalla cucina all’arredo), si intuisce chiaramente quanto sia necessario un impegno in tal senso. L’iniziativa è solo un esempio di quello che il “mercato” oggi può proporre e della impostazione che si dovrebbe dare alle economie di un paese. In tutto questo non bastano le volontà e l’impegno dei singoli che, con impegno, fanno gruppo, ma è fondamentale che vi sia un valido supporto delle itituzioni locali al fine di regolare e proiettare verso il futuro ogni proposta concreta, in modo che si valorizzino il dinamismo e la intraprendenza delle realtà culturali ed economiche presenti in loco. (da “La Gazzetta del Mezzogiorno-10-10-‘09)


Michele Andrisani Paolo De Sario Vito De Leo Maria Bonaduce

tra passato e futuro le declinazioni della ceramica

Nello spazio T, uno scambio di vedute - pensieri - idee opinioni, allo scopo di trovare un’intesa - un accordo nel linguaggio creativo della ceramica - un rapporto tra forze ed esperienze diverse; per concordare linee programmatiche. Partecipano: l’Istituto Statale d’Arte di Corato, sezione Ceramica (elaborati curati dai proff. Tommaso Giangaspero, Michele Barile, Donatella Di Bisceglie, Bartolomeo Prezioso e Salvatore Di Candido); la Fornace di Umberto Saldarelli Terlizzi; gli Allievi di RA ceramica (maestro Enzo Sforza); le fotografie di backstage di Giuseppe Fioriello; gli artisti Marina Alfieri, Claudio Vino, Ido Maggi, Enzo Sforza, Paolo De Santoli, Carlo Simone, Pasquale Guastamacchia, Michele Barile, Giuseppe Di Muro, Paolo De Sario, Roberto Piccinni, Antonio Laurelli, Valentina De Marco, Tonia Zaza, Franco Valente, Raffaele Formichelli, Giuseppe De Sario, Danilo De Lucia, Roberto Montemurro, Carlo Pastore, Alfredo Verdelocco; ospiti speciali le opere di Christoph Gerling, Mokici Otzuka, George Sowden. Ed ancora, alcuni manufatti storici della Ceramica Pugliese, le elaborazioni digitali di Horus multimedia.

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Bisogna avere un notevole senso della bellezza e un’empatia sviluppata per percepire le tenui vibrazioni che ciò che ci circonda riesce a comunicare al nostro sguardo spento, concentrato su ciò che si ha davanti e distratto sul percorso. Bisogna aver tempo per guardare, toccare, calpestare pietre che vengono da lontano, ma che sono imprescindibilmente vicine a noi. Tutti i giorni, almeno una volta, nella frenesia della vita dovremmo fermarci e ascoltare ciò che i segni della storia hanno da raccontarci. Nelle nostre città conserviamo piccoli scrigni di saperi antichi e siti di pregiata valenza storico-religiosa che testimoniano il passaggio di genti e culture diverse. Oltre ad essere un territorio tra quelli di più antico popolamento, la Puglia comprende una serie di subregioni caratterizzate da diversità morfologiche, strettamente correlate al tipo di popolazione che vi si è insediata volta per volta. Dai Greci ai Romani, passando attraverso le dominazioni dei Bizantini, Longobardi, Arabi, Normanni, Svevi, consentite dall’assenza di catene montuose a difesa e dalla collocazione tra Adriatico e Ionio, la terra che abitiamo conserva il modello territoriale che si è andato connotando nel tempo: agricoltura nelle zone interne e commerci di diverso genere sul mare... Ciò che forse ci sfugge è il fatto che, per conoscere meglio questa terra, per renderla ancora più “fertile”, dovremmo guardare con più attenzione al passato e valorizzare i tesori che abbiamo ereditato. Tesori che hanno potuto avere una nuova visibilità, grazie al progetto “Città aperte”, a cui hanno aderito Terlizzi, Molfetta, Giovinazzo e Bitonto, promosso con impegno dalle amministrazioni comunali che hanno visto lungo sulle potenzialità di inziative di questo calibro al fine di sostenere, incrementare e organizzare un degno supporto turistico, superando i campanilismi. Realizzato grazie ai fondi europei con l’ausilio della Regione Puglia Assessorato al Turismo e dell’Azienda di Promozione Turistica di Bari (APT). L’iniziativa, che si configura come prima esperienza organica nell’ambito turistico, si è avvalsa della collaborazione di associazioni e realtà già operanti sul territorio, ma per la prima volta unite in un progetto comune. Varie le sinergie attuate dalle città inserite nel circuito, tutte tese a creare una rete di intenti che potesse avere come fine la strutturazione di una valida base di accoglienza, servizi e offerta ai visitatori-turisti. E’ un percorso che passa attraverso la fede e le tradizioni popolari, innestandosi nel tessuto socioeconomico che connota i vari luoghi. “Dal mare alla Murgia”, appunto, dalla pesca al florovivaismo, dall’arte sacra alla ceramica, disegnando percorsi virtuali proiettati verso l’esterno. Ormai abbiamo una omogeneizzazione della cultura, l’aumento dei redditi e l’aumento del tempo libero fanno sì che la proposta turistica possa allargare il target di riferimento “vendendo” non solo quello che è connotato da sempre come patrimonio artistico ma anche includendo forme di cultura che appartengono propriamente ai luoghi, secondo il nuovo concetto di bene culturale che riconosce notevole interesse, per esempio al paesaggio, alla civiltà contadina, all’artigianato... In questo risulta importante lavorare in rete per “costruire” percorsi, già sperimentati altrove, che coinvolgano realtà no profit e profit, dando nuovo impulso ad una azienda, quella turistica, che non ha sede, che deve continuamente avere attenzioni per il fruitore, e che produce un notevole beneficio per il territorio. Lavorare per obiettivi e in team ha fatto in modo che l’offerta turistica potesse guardare con più cura alle esigenze che il gruppo di turisti esprimeva, creando pacchetti-prodotto client oriented. Le quattro città hanno potuto mettere in campo le proprie esperienze pregresse e le opportune riflessioni, condividendo e analizzando in previsione di progetti futuri, tentando di attuare strategie concrete per vivificare il patrimonio culturale del territorio. Territorio che ha possibilità, più volte ipotizzate, di inerirsi in itinerari più ampi come ad esempio “Sulla via delle Crociate” (Molfetta, Terlizzi-Sovereto), tappe religiose in terra di Bari, la via della transumanza, ecc. Non si tratta solo di stabilire i percorsi, non si tratta solo di vendere il prodotto (che in questo caso non è un bene fisico) ma di organizzare al meglio, facendo leva sulla collaborazione, un tessuto che sia capace di dare tutto il necessario per ospitare e accogliere, interfacciandosi con realtà e istituzioni locali, provinciali e regionali, assicurando al nostro patrimonio la giusta comunicabilità. In questo senso “Città aperte” ha operato e continuerà ad operare, intuendo la grande potenzialità di lavorare in gruppo come soggetto unitario, teso a promuovere non solo la propria città, e a valorizzare eventi e iniziative altrimenti relegate entro il solito circuito. Dall’acqua alla terra, recuperando le tradizioni con un nuovo slancio verso il futuro che si chiama “proposta turistica”. Laura Giovine

Rita Avellis Umberto Basso Franco Valente Antonio Laurelli Enzo Sforza Marina Quaranta Silvana De Palma Giuseppe Filardi Antonello Ferrari Giovanni Morgese Costantino De Sario Pino Spadavecchia Stefano Pelle Paolo De Santoli Isa Tedeschi Mauro Gioachin Giuseppe Lauria Claudio Vino Angelo Palumbo

Artisti in Festa Maggiore, una collezione d’Arte in continua lievitAzione

“Artisti in Festa Maggiore” è una collezione d’Arte contemporanea che reinterpreta il simbolo della Festa Maggiore realizzato da Paolo De Santoli nel 2003. Nasce come idea di stendardo, o “Pallio”, che sollecita la memoria e la riconduce ad una tradizione storica secondo la quale, già a partire dalla dominazione Aragonese e a seguire quella degli Orsini, nell’ambito della Fiera di San Marco nel borgo di Sovereto si correva il “Pallio del Gallo”. Lo stesso, inalberato, era esposto al pubblico in attesa di essere consegnato al vincitore della corsa. Una corsa a cavallo, dunque, il cui trofeo, il pallio, era confezionato a regola d’Arte con del pregiato velluto sul quale campeggiava l’immagine del Gallo, simbolo della comunità. Oggi, nella tradizionale passeggiata del 23 aprile prima e nella Festa Maggiore poi, si vuole rievocare questo importante episodio. Sono stati chiamati in causa Artisti nazionali che operano nelle arti visive, invitati da RA comunicazionetotale, notoriamente esperta in questa disciplina. I Maestri coinvolti si sono adoperati a reinterpretare una base di disegno comune rappresentata dalla grafica della scritta e dalla imponente sagoma del “Carro Trionfale” e farla vivere secondo una nuova e personale espressività segnico-cromatica-concettuale. Il risultato è la volontà di costruire una “nuova iconografia” sulla Festa che valorizzi la stessa proiettandola anche oltre i confini localistici e inserirla nel circuito delle macchine da festa. Un grazie doveroso e sentito agli Artisti che hanno donato la loro opera per la realizzazione di questo evento. L’Arte lascia così i luoghi deputati e incontra la gente in uno spazio comune “la festa”, un progetto pilota a Terlizzi, che abbraccia per la prima volta il binomio Impresa & Cultura. Infatti grazie all’apporto di Ad Meridiem (RA comunicazionetotale,Horus multimedia,Ricerca & Qualità) si confeziona un veicolo di trasmissione alternativo affidato alla bontà del vitigno più rappresentativo della zona “Il nero di Troia”, dove la bottiglia del prezioso nettare si arricchisce di un valore aggiunto, con una nuova reinterpretazione della collezione, questa volta, sotto forma di LABEL D’ARTISTA. L’accattivante risultato è sotto gli occhi e il.......palato di tutti quelli che ne faranno saggio utilizzo e ampia diffusione. Si ringrazia ancora per l’amichevole collaborazione l’azienda vitivinicola Giancarlo Ceci.

Enzo Castellano Vittoria Colaianni Ido Maggi Anastasia Squeo Gianpaolo Altamura Teo De Palma Angela Rapio Lucia Buono Franco Zilli Salvatore Lovaglio Carlo Fusca Pasquale Guastamacchia Nicola Liberatore Domenico Mintrone RA intarsio Giuseppe Zilli Sabino Lerario Rosita Tragni Carlo Simone Carlo Azzella Giuseppe Palumbo Jonathan Lassandro Lello Gelao Christoph Gerling Nunzia Grieco Marcella Adago Giuseppe Di Muro

Sorge a Terlizzi in un palazzo dell’800 un ampio e confortevole salone per conferenze, cerimonie, meeting, aggiornamenti professionali e mostre. Eventi viale Roma, 90 Terlizzi (Ba) t. 080.3511546 Tangari Mariarosaria t. 348.0867325

Non Solo Games di Vitagliano Patrizia viale dei Garofani, 41/B Terlizzi (Ba) t. 349.35.67.389 nonsologames@hotmail.it


Noi del Vicolo, la ristorazione e Terlizzi.

La prima tappa ebbe luogo a Villa Ceci in contrada Sant’Agostino, Andria. Lo dichiarammo subito, sarebbe stato un viaggio ambizioso ed esaltante, nelle tante tappe che sono seguite. Ora riaffermiamo la nostra ferma volontà ad essere capiti. Perchè ciò avvenga dobbiamo innanzitutto dialogare con voi, parlando insieme di Colture e Culture, Arte e Storia, riappropiandoci del Sapere e dei Sapori antichi, senza trascurare l’importanza della Sperimentazione. Recuperiamo insieme la conoscenza delle cose autentiche, limitiamo il campo d’esercizio ai millantatori, sempre più numerosi, sempre più pericolosi! Il nostro intento è quello di valorizzare le risorse della natura, assecondandola e proteggendola, aspirando ad un unico traguardo: la Qualità. Lo sappiamo bene, il viaggio ne breve, ne semplice, ma la nostra testardagine e la nostra instancabile attività di ricerca farà si che risorse e persone di levatura si uniranno a noi, aiutandoci a superare le insidie che inevitabilmente si presenteranno in questo difficile percorso. Vittorio Cavaliere

This innovative new series helps you to get to know and appreciate a region trough its food and the people who produce it. It offers a fresh approach to the enjoyment of a place, bringing together interviews, profiles and stunning photography. With compelling inside stories on the people behind the food along with original recipes from the chefs themselves - many never before published - this beautifully illustrated new series offers a real insight into some of the best and most fascinating eating and drinking establishments in a region. They range from the stylish and sophisticated to the fun and frivolous, but they all have one thing in common: a genuine appetite for the best that the region can offer. Christine Smallwood

Se diamo uno sguardo, anche fugace, al nostro paese, ci accorgiamo che, nell’ultimo frangente, si è avuta una evoluzione sorprendente per ciò che concerne il settore della gastronomia. Infatti, alle ormai note pizzerie e macellerie che offrono carne arrostita, si sono affiancati esercizi commerciali che puntano ad offrire un servizio innovativo dal punto di vista alimentare: bracerie, ristoranti, fast-food, bed and breakfast, pescherie che cuociono pesce da asporto, tutti tesi a manifestare e ampliare il panorama gastronomico esistente. Una vera nascita da questa prospettiva. Però, nonostante gli sforzi che continuamente vengono profusi da parte degli addetti ai lavori, il salto di qualità stenta ad avvenire. C’è bisogno, infatti, di conoscere a fondo il nostro paese e fare della sua ricchezza culturale la “ricetta” vincente per ricomporre i tasselli di una comunità troppo spesso impegnata in inutili gelosie (tra le varie attività) o peggio impelagate in cavilli burocratico-amministrativi. Terlizzi ha delle grandi potenzialità e non si deve aspettare che vengano evidenziate da chi fugacemente si ferma in paese, ma bisogna cercare di dare nuovo impulso a ciò che è insito nelle nostre tradizioni, nelle mura di questa città. Il bagaglio artistico, culturale e umano, i nostri monumenti, le produzioni floricole e ceramiche, fanno parte di un patrimonio che deve stimolarci a capire quanto sia necessario puntare alla costruzione di una cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità. Per far questo nono bisogna dimenticare che Terlizzi è un paese a vocazione agricola e che i suoi tempi, le sue tradizioni parlano di una civiltà contadina legata allo scorrere delle stagioni, al loro carico di “doni”, nonché alla predilezione per il focolare domestico, accogliente e ricco di sentimenti. Il cibo deve accarezzare il palato e scaldare il cuore! Alla bellezza del nostro territorio si affianca quindi, oggi, la possibilità di esaltare ciò che ci appartiene dal punto di vista culinario. Non si tratta quindi solo di rivalutare i sapori e le pietanze specifiche (pasta fresca, pizzarello, carne arrosto…), ma di esaltarli attraverso un recupero dei saperi antichi rivisti e proposti in chiave moderna. Per cui a tutto ciò che è essenziale si deve affiancare tutto ciò che è “nostro”, ma che sia anche buono. Esaltare le pietanze non basta se quello che viene proposto non diventa l’inizio di un impegno continuo che possa caratterizzare il nostro paese, la nostra comunità. Che possa, insomma, diventare un punto di riferimento anche per i “forestieri” ai quali dobbiamo essere aperti offrendo servizi e ospitalità. E’ chiaro che quando si creano momenti forti di aggregazione che convogliano più gente verso il paese (vedi festa patronale, sagre, eventi artsticoculturali, ecc.) siamo tenuti a dare il meglio soprattutto nell’ottica del futuro e non solo del presente. Dobbiamo giocarci tutto quanto partendo dalla comunicazione fuori dalle mura cittadine in modo tale che chi si reca a Terlizzi possa compiere un percorso culturale che passi attraverso l’arte, la storia e i piaceri del palato. Abbiamo la fortuna che tutto questo c’è già, ma non sempre l’uomo è in sintonia con il creato tanto da poter godere di ciò che gli offre. In questa direzione Il Vicolo ristorante ha sposato da qualche tempo la cucina autoctona, valorizzando i prodotti della propria terra (e del vicino mare), senza trascurare le nostre origini, ma con un tocco di innovazione. In diverse occasioni, per esempio, si è creato un abbinamento tra i fiori che hanno accompagnato un menù a tema o cene che nella loro innovazione gastronomica avessero come centralità i prodotti di stagione.

un menù per una serata d’ottobre “Il Vicolo” è un ristorante accogliente, dall’ambiente rustico con muri in pietra e arredamento in legno, dove le tradizioni vengono ripristinate e rivalutate, dove il passato s’indora nel presente. Un luogo dove trascorrere una serata con amici e degustare degli ottimi antipasti caldi o freddi, squisiti primi, secondi di pesce freschissimo, carni pregiate, il tutto accompagnato da ottimi vini nazionali ed in particolar modo quelli pugliesi. Il posto giusto per cene a due, serate importanti, ricorrenze, piccoli ricevimenti e tutte le volte che volete deliziare il vostro palato. Il ristorante “Il Vicolo” VI ASPETTA!!

direttore Ciccio delle Fontane chef Paolo Giangregorio ristorante IL VICOLO vico V Garibaldi, 8 Terlizzi (Ba) t.+f. 080.3518825 chiuso il mercoledì. www.ristoranteilvicolo.com

Serata autunnale: Un antrè con piccole golosità all’uva; un antipasto di olive dolci su stracciatella andriese; degli assaggini di primi piatti di risotto ai crostacei su crema di zucca gialla e di orecchiette con funghi cardoncelli e salsiccia di cavallo; una sfogliatina calda alle prugne nere per dessert; tutto accompagnato dal buon vino doc del territorio. Una occasione ghiotta per incontrarsi e stabilire contatti, avendo l’occasione di utilizzare il convivio come forma di comunicazione multisensoriale. Il Vicolo ristorante

Web: il futuro del turismo

Tra le opportunità che Ad Meridiem ha inserito tra i suoi scopi principali c’è quella di utilizzare le potenzialità del web per divulgare cultura e incentivare il turismo nel nostro territorio. Nonostante le grandi difficoltà che ancora oggi si intravedono in questo rapporto web-turismo, il legame, basato sulla necessità di gestire grandi masse di dati, si è sempre più evoluto e rafforzato.Dobbiamo tenere ben presente che solo dalla metà dello scorso secolo si è presentata questa innovativa opportunità di comunicazione. Solo con Internet, però, e con la conseguente rivoluzione telematica si è avuto un forte impatto sul settore turistico. Infatti, oggi, prima di ogni spostamento si fa ricorso al web per informarsi su condizioni del tempo e cose da fare o da vedere, per controllare orari e itinerari, per accertarsi delle dotazioni e dei servizi dell’albergo scelto, ecc. Agenzie online, motori di ricerca specializzati, sistemi di aiuto e consiglio per gli indecisi su dove andare in vacanza, oltre che aver raggiunto diffusione capillare, hanno prodotto cambiamenti profondi nella struttura stessa di quel variegato insieme di aziende pubbliche e private soprattutto nelle relazioni che le legano. Gli ultimi sviluppi del Web 2.0, inoltre, hanno dato al singolo utente strumenti semplici ed efficaci per favorire la partecipazione attiva al mondo della comunicazione telematica. Recensioni, commenti, confronti sono ormai alla portata di tutti e quel passaparola che da sempre è uno dei principali fattori di decisione per quanto riguarda viaggi e vacanze, ha assunto dimensioni planetarie. Insomma, il Web è diventato strumento essenziale per il mondo del turismo. Tuttavia, non sempre e non dappertutto gli operatori del settore hanno saputo capire questo fenomeno e sono stati capaci di modificare il proprio modo di comunicare e di fare affari cercando di adattarsi a questo nuovo mondo e di volgerlo a proprio vantaggio. I motivi possono essere molti, ma di fondo si percepisce una notevole differenza fra una domanda numericamente e qualitativamente a livello dei paesi più avanzati al mondo e un’offerta che fatica a stare al passo. Leggermente migliore la situazione per quanto riguarda il settore pubblico, così bistrattato in altri campi, che qui la fa da padrone, raccogliendo buoni consensi e ottimi traffici di visitatori nella maggior parte del nostro Paese. Forse fra le cause della perdita di competitività e attrattività del nostro turismo dovremmo probabilmente annoverare anche quella indotta da usi poco sapienti delle moderne tecnologie. Così si rischia di mancare traguardi importanti, di accumulare gravi ritardi sullo sviluppo e di dimenticare la grande capacità di Internet come motore di crescita per questo settore. Il nostro territorio non è carente in quanto a “materia prima”, quindi si tratta di dare maggiore visibilità alle potenzialità culturali ed economiche già presenti. Bisognerebbe soffermarsi sulle cause e sulle potenzialità, riflettendo su quello che risulta fondamentale per evidenziare le risorse di un’impresa legata fortemente al patrimonio di cui dispone che sia culturale, architettonico, gastronomico, ecc. In questo sarebbe opportuno tener conto delle risorse fondamentali di un’impresa: le risorse di fiducia, che si basano sui modelli o schemi cognitivi che ogni individuo si costruisce. Questi schemi possono essere confermati, generando ulteriore fiducia, oppure smentiti quando non si soddisfano le attese del cliente e si distrugge fiducia. La fiducia è necessaria per ridurre l’incertezza, in alternativa alla ricerca di informazioni sul prodotto da acquistare; essa inoltre aumenta in funzione delle esperienze maturate dalla persona nei confronti dell’organizzazione, attraverso l’acquisto ed il consumo dei suoi prodotti, vedendo la pubblicità dell’impresa e mediante la comunicazione tra consumatore e impresa; le risorse di conoscenza, che sono legate al “sapere” e si compongono di conoscenze legate al fare, alle attività di routine dell’organizzazione (know-how) o conoscenze superficiali, e conoscenze profonde, usate per trovare soluzioni a problemi nuovi (produzione del know-how). Queste due tipologie di risorse sono strettamente correlate, infatti alla base della crescita di conoscenza è necessaria l’esistenza della fiducia, e la conoscenza a sua volta alimenta la fiducia. Oltre alla risorsa costituita dal prodotto offerto c’è da sottolineare l’importanza della creazione di strategie di estensione della marca e della comunicazione, che è un fattore essenziale per il posizionamento del prodotto perché fornisce le informazioni necessarie legate ad esso. La comunicazione dona maggior visibilità alla marca e, di conseguenza, notorietà. Essa contribuisce a formare un’immagine forte nella memoria del consumatore. Oggi la comunicazione è un aspetto ancora più im-

portante per l’impresa soprattutto grazie alla tecnologia di Internet che permette un dialogo attivo e on-line con il cliente attraverso i siti Web. Quindi, il posizionamento tra i risultati organici dei motori di ricerca rimane lo strumento principale di una buona strategia di web marketing turistico. Ma, il posizionamento da solo non basta. L’utente-turista si avvale di numerosi strumenti di valutazione, prima di effettuare la sua prenotazione online: blog e photoblog di viaggio, community di viaggiatori, siti di comparazione prezzi, feed RSS. Integrare il posizionamento con tali strumenti di promozione diviene dunque una reale necessità. Tra tutti i vari strumenti multimediali trattati, come i social network, ve n’è un altro che certamente non è da meno per le sue grandi potenzialità: il Blog. I blog sono un fenomeno ampiamente diffuso ed ha conosciuto un continuo sviluppo senza mai manifestare cenni di rallentamento. La pratica più diffusa per la creazione di un blog è senza dubbio quella del “Personal Blog” cioè tutti quei diari online creati appositamente dagli utenti per scrivere impressioni, emozioni, conoscenze e accadimenti vari della propria vita. Sostanzialmente un blog per parlare di sè. Se viene creato un Blog per promuovere un’attività si punterà a mettere in diretta comunicazione lo staff e l’immagine di una struttura ricettiva con i propri clienti/utenti. In molti non hanno ancora capito che oggi questo è un aspetto fondamentale per il proprio “successo sul web”, perchè quello che cercano gli internauti è proprio la comunicazione, il confronto, l’aiuto reciproco non solo tra utenti stessi ma anche con la realtà aziendale con cui si viene in contatto. Il blog facilita tutto questo, perchè per sua natura consente di leggere e commentare ciò che viene scritto in un determinato articolo/post. Alcuni dei motivi del perchè creare un blog di una struttura ricettiva turistica, che sia privata o pubblica, possono essere: il costo di realizzazione. Se si realizza in completa autonomia è praticamente pari a zero, a parte il costo del dominio sul quale lo si vorrà indirizzare; è un mezzo che facilita sicuramente il lavoro di web marketing, infatti mette in diretto contatto la domanda con l’offerta. Immaginiamo se un cliente volesse sapere di più su una specifica offerta promozionale di un hotel. Sarebbe molto facile rispondere attraverso un commento, e rispondendo ad una persona si raggiungono anche tutti gli altri lettori; ricevere feedback dai clienti e potenziali migliora la propria immagine e i propri prodotti; il blog può aiutare anche nelle indagini di mercato; non c’è alcun bisogno di conoscere linguaggi specifici di programmazione per la realizzazione del blog; il modo in cui i blog sono graditi ai motori di ricerca è una cosa ormai risaputa e grazie alle loro impostazioni e facilità di frequenza d’aggiornamento di post e informazioni, vengono indicizzati rapidamente sui motori di ricerca e questo garantisce fama e riconoscibilità delle aziende, strutture, realtà territoriali, ecc.; il rapporto di fiducia che si instaura con i visitatori-clienti. Far capire immediatamente ai lettori che ci si può fidare, che vi è uno staff pronto a rispondere ai commenti, alle domande, ai dubbi. Che il proprio blog è un luogo, una piccola isola felice in cui tutti hanno libertà di espressione e interazione è un aspetto determinante. Più un blog sarà forte e duraturo nel tempo, più si assicurerà risultati in grado di fare la differenza. info@horusmultimedia.it

SITO: 1. Luogo, posto, località: un importante sito archeologico, un sito di grande interesse culturale, di grande bellezza; 2. Informatica, nelle grandi reti informatiche, luogo virtuale in cui un utente rende disponiibili ad altri utenti dati, informazioni, programmi. COMUNICAZIONE GRAFICA INNOVAZIONE HORUS multimedia via Marconi, 41 Terlizzi (Ba) t. 348.5750699 t. 393.9922524 t. 348.5260668 info@horusmultimedia.it www.horusmultimedia.it


QUARTCEDD

Ylenia Tattoli ninabell@libero.it

SMS Sogno Mio Sovrano

A tutti quei “soldati” dell’epoca moderna che si accingono a combattere tra le fila di chi vuole e deve costruire il proprio futuro su basi incerte e tra gli ostacoli che la società frappone tra loro e i propri sogni, dedichiamo questo spazio. Pensato per e con loro, un “ritaglio” in cui i pensieri fluiscono brevi e telegrafici come in un SMS, raccontando anche se in forma contratta l’immensità di un mondo che troppo spesso viene sminuito, dimenticando che la nostra risorsa, la risorsa del futuro sono proprio loro, i giovani con aspirazioni e ingenuità. Piccoli-grandi pensieri, racchiusi tra i caratteri di una tastiera del telefonino. Ehi sn Yle km promesso m rifaccio sentire! WHO Volevi sapere km prosegue la vita adolescenziale dell’attrice apprendista? Ed eccomi qui... St apprendendo ancora dalla vita. La passione x il teatro, t sn sincera, nn so proprio dove mi condurrà, eppure sento che WHAT nn devo abbandonarla, me lo dici anche tu no?Certo lo so ho iniziato ad intraprendere la strada giuridica ma ad ogni modo nn sarà 1 progetto k ostacolerà il mio sogno, stai tranquillo. E chi lo sa, ma che domande fai! Lo sai il destino quanto sia bizzarro, certo dp aver vinto 2 premi cm miglior attrice studentessa a livello nazionale è ovvio k i pensieri galoppino e cerchino disperatamente WHEN una data dove veder realizzata una speranza, quella k ogni giorno alimenta il carburante della vita... Ho iniziato dal teatro scolastico ora sn nel gruppo della

Matrioska e domani chissà...potrei essere un ottimo magistrato o...potrei recitarne la parte, tu k dici? Per adesso però cerco di impegnarmi come posso e faccio 1000 esperienze, dal gruppo teatrale alla conduzione di 1 programma Web di Ruvochannel,certo per adesso i miei passi sn circoscritti alla mia WHERE terra, Roma mi ha guardato negli occhi solo al ritiro del premio Mazzella eppure penso che mi rivedrà a breve... Sai st pensando di tentare il provino per il Centro Sperimentale... vedremo. E quindi Ylenia è alle prese con le esperienze si, la piccola YLe che a tre anni recitava e scriveva già piccole commedie infantili ora si ritrova faccia a faccia con la realtà del suo sogno. Certo non ti nascondo di aver paura, in una società così instabile come WHY questa è quasi un’ utopia cercare 1 riparo x i propri progetti,ma stringo i pugni digrigno i denti e vado avanti,ogni qual volta che una folata di vento mi rimanderà in dietro mi farò forza e riprenderò questo cammino. Diventare un’attrice? Io penso che nn lo si diventa ma si nasce, quindi come nella vita fare a meno di una parte di te...come rispondere al tuo xkè?Tu potresti fare a meno dell’aria? Potresti vivere senza un cuore? E allora come potrei vivere io senza l’essenza di me stessa... sarei nulla, e il nulla è tristezza, io nella mia vita invece voglio sorridere... sempre.

La luna

E’ un mistero tutto ciò che vive e muore nel creato. Di fronte alla morte l’anima dei nostri progenitori si riempiva di un vuoto di misteriosa paura: Cosa è la vita?... Una speranza continua?... Un’illusione eterna?.. Un sogno morente?.. Il nostro popolo ha cercato nel tempo le sue certezze e ci ha tramandato le sue risposte: sim nòdd, dòpp mùrt; mén de nùdd sènz’u arrecurd (siamo niente dopo morti; meno di niente senza il ricordo). Allora è dovere ricordare e, da tempo immemorabile, ci viene indicato come. Un tempo non c’era il Camposanto ed i morti si seppellivano negli “ossari” delle chiese. Non si usavano neanche le bare individuali ed ogni morto veniva trasportato in una cassa comune, portato a spalla da 4 persone di riguardo, scelte dalla famiglia. Per le fanciulle era d’obbligo che i 4 fossero celibi. Di qui un’antica e mesta canzone terlizzese: vulàie murèie, p scì ‘ngùdd, àll vacandèie (voleva morire, per essere trasportata, dai celibi). Il corteo funebre era una vera propria processione con le candele accese. In chiesa, dopo la messa, il rito funebre si concludeva con la discesa del corpo del morto nell’ossario comune a tutti i parrocchiani, salvo i ricchi ed i nobili che avevano le loro cappelIl pane, da sempre, ha rappresentato, anche esso, le o altari di famiglia all’interno della stessa chiesa. la vita per il corpo e, per estensione, il corpo stesL’ossario comune consisteva in un ampio, chissà so. La “incalcinata” deriva dalla farcitura con ricotta quanto tetro, “stanzone” con sedili di pietra lungo “asckuànd”, quasi un “imbiancare di calce”, un “pule pareti ed il “compare della ginocchiata”, una perrificare” un corpo che potrebbe diventare immondo sona di riguardo scelta dai familiari del morto, dava, per malattia o per morte. E’ questo il modo scelto appunto, una ginocchiata al corpo perche rimanesse dai nostri progenitori per esorcizzare la paura della seduto accanto agli altri defunti. Pare che poi il cormorte. La “quarticèdd”, più recente, prende il nome po venisse ricoperto di calce e l’ultima operazione dalla quarta parte del peso che aveva il pane comufosse la “incalcinata”: è questo l’antico nome delne, confezionato in casa, dalla nostra gente. la più recente “quarticèdd” che veniva mangiata in Questo è un tipico pane votivo che sopravvive ‘incampagna, il giorno dei morti, nella pausa pranzo, la corrotto’ da un pre-cristiano culto per un’antica dea “murènn” dai nostri contadini. dell’abbondanza o della fecondità. La mattina presto di ogni 2 novembre, da secoli, orLa ricotta infortita, usata come mai, i terlizzese si alzavano, «O uomo infelice! farcitura, oltre all’analogia con come al solito, per andare a Condannato a respirare la calce, viene ulteriormente lavorare nei campi. Verso le 3 in questo orribile condita con peperoncino o pepe di notte andavano in chiesa, corpo mortale.» ed alici per dare più ‘vitalità’ assistevano alla messa ed alla rustica colazione. Poiché all’officio dei morti e portala “quarticèdd” non era certo la vano con se, nella bisaccia, colazione adatta per i bambini la “incalcinata” o la “quari nostri saggi progenitori prepaticèdd” invece del consueto ravano loro la “còlv” (un dolce “checùzzue”, la parte estreal cucchiaio). La “còlv” è, quasi ma della “sckanàta” o di alsicuramente, un’usanza ereditra forma di pane antico, cui tata dai cristiani di rito greco. si toglieva un po’ di mollica, Per ‘voto’ di riconoscenza, si farciva di ricotta e veniva per ‘dovere’ del ricordo e per poi richiusa, come un tap‘fede’ rivolgiamo il nostro penpo, dalla mollica rimossa siero a coloro che continuano prima. La “incalcinata” o a stare tra di noi con le loro “quarticèdd” era un pane opere ed i saggi ammonimenti dalla forma antichissima, tramandati di bocca in bocca: conservata ancora oggi nel horae pereunt et imputantur... nostro “pizzarìdd” ed è un (le ore scorrono e ci saranno inno alla vita cantato daladdebitate...). Perche ogni ora la nostra gente proprio nel trascorsa inattiva è una parte giorno dedicato ai morti. La del nostro patrimonio di vita... “vesica piscis” è il simbolo perduto per sempre... della vita che continua, noMangiamo ancora la “quarnostante la morte, perche ticèdd” e ricordiamo che un la natura ha eterne le sue Pia Desideria, Hermann Hugo, Anversa 1659 tempo essa era l’unica aliprimavere... mentazione giornaliera e bisognava ‘meritarsela’; cu cervìdd, le pid e re man abbùsckuete la quàrt de re pàn (con l’intelligenza, i piedi e le mani guadagnati il quarto di chilo di pane). Olga Chiapperini

Chiara nella sua follia, la chiarezza del lumicino che forza non ne ha. Vegeta, e tutti dicono: è romantica Però quando è piena fa ululare i lupi. Gianpaolo Altamura

CELLULOPOLI srl viale delle Mimose, 38/b Terlizzi (Ba) t. 080.3519999 info@cellulopoli.it www.cellulopoli.it

«Poichè la luna attraversa in ventotto giorni l’interno zodiaco, gli astrologi più antichi aveva pressuposto l’esistenza di ventotto stazioni, dove, si celano molti segreti, con cui essi agiscono prodigiosamente su tutto il mondo sublunare.» Agrippa di Nettesheim, De occulta philosophia, 1510.

Athanasius Kircher, Obeliscus Pamphilius, Roma, 1650

ragazza malaticcia la luna.

Sanitaria Erboristeria del Borgo della Dr.ssa A. Maria Giannelli via don Tonino Bello, 4/B Terlizzi (Ba) t. 080.3517353


... come al ciclista è concesso percorrere oziosamente le vie di una città anche controsenso, così all’uomo munito di macchina fotografica sono permessi comportamenti che un normale, disarmato passante non potrebbe tentare ... Vincenzo Velati

Il bianco e il nero decidono di colorare i ricordi con immagini senza tempo di volti immortali sublimati a simboli di una cultura che è stata, di tempi che scavano le pieghe delle guance, le rughe della fronte, le labbra screpolate, la pelle che si rilassa con dolcezza al trascorrere degli anni. “Il visibile nascosto”, la mostra inaugurata nell’agosto 2009 all’interno della Pinacoteca “Michele De Napoli” – e realizzata da l’assessorato alla Cultura del Comune di Terlizzi in collaborazione con “Ad Meridiem” - è un’antologia di fotografie realizzate già nel 1997 e riproposta oggi con nuovi recenti scatti e con un motivo di interesse in più: sono trascorsi infatti ben 12 anni e da allora curioso è notare come sia cambiata la città a colpi di globalizzazione e processi di modernizzazione. A sondare e indagare i remoti fondali di tutto ciò che pur essendo visibile pare imperscrutabile, mistificato e ‘nascosto’ ai nostri sensi drogati e storditi dalla fretta della quotidianità, dall’effimero delle nostre esistenze, dall’ansia di futuro ed eterno che ci consuma e ci logora, ha provato il fotografo barese Beppe Gernone, entusiasta di riproporre questi suoi scatti e di sottoporli nuovamente all’attenzione della cittadinanza terlizzese. Che relazione c’è tra il “visibile nascosto” e Terlizzi? Nel ’97 ho cercato di scrutare qui a Terlizzi tutto ciò che normalmente non si vede, cioè il ‘nascosto’: mi riferisco cioè a situazioni e particolari che normalmente non riusciamo a cogliere. Credo infatti che normalmente rivolgiamo a ciò che ci circonda uno sguardo superficiale e non riusciamo di conseguenza a comprenderne l’essenza. Con questa raccolta di fotografie realizzammo anche un apposito calendario nel ’98, in collaborazione con la Galleria Ra ed editato dalla tipografia Linea Grafica di Terlizzi. Cosa ha immortalato in queste fotografie? Particolari architettonici come le varie statue apotropaiche disseminate nel nucleo storico della città, antiche sculture interessanti e surreali aventi lo scopo di esorcizzare il malocchio e la malasorte; ma anche persone, ho voluto infatti scoprire attraverso i volti della gente il volto di questo paese. Spesso c’è infatti una curiosa e suggestiva identità tra la gente e il luogo dove vive. Ho inoltre fotografato artigiani

intenti nell’atto di modellare l’argilla o dipingere la ceramica e poi ancora fiori e serre. Come mai ha rivolto un’attenzione particolare anche alle attività artigianali di questa città? Attraverso queste attività artigianali emergono le radici molto robuste di una città che preserva così la sua storicità e il suo sapore di antico: a Terlizzi è possibile scoprire l’essenza del lavoro e della volontà dell’uomo che cerca di plasmare la terra e la materia prima. Dal ’97 molto è cambiato e nel corso dell’esposizione di questa mostra sto realizzando una serie interviste a visitatori scelti casualmente per vedere se e quanto la fotografia riesce a far riflettere in loro sui cambiamenti di una realtà rispetto ad un presente già lanciato verso il futuro. Quale la foto che più le piace? E’ difficile sceglierne una ma mi colpisce molto la foto in cui ho ritratto un anziano avente alle spalle l’antico Portale di Anseramo da Trani. Perché? Secondo me questo scatto è rappresentativo dell’intera rassegna e più in generale della magia di Terlizzi: il portale infatti anticamente apparteneva alla Cattedrale e in seguito alla sua distruzione è stato collocato nell’attuale posizione; quindi ho percepito la suggestione di un maestoso portale trasferito magicamente in un posto che non è il suo. È affascinante come lo è del resto tutta questa città con le sue statue apotropaiche e con una forte vocazione per l’artigianato strettamente legato ai prodotti della terra, che l’uomo ancestralmente ha sempre cercato di modificare. Cosa è cambiato da allora? In poco più di dieci anni è cambiato il mondo, la nostra quotidianità; è subentrata una globalizzazione imperante che forgia a sua immagine un mondo sempre più dinamico e sempre più in via di modernizzazione. Chiaramente nei piccoli paesi come Terlizzi il processo di modernizzazione attecchisce più difficilmente perché più forte e radicato è il sistema di usi e tradizioni che si apre meno facilmente all’innovazione e ai cambiamenti proposti dal passare del tempo e degli anni. L’aspetto che più mi ha colpito della vostra cittadina è che nonostante questi forti cambiamenti, riesce comunque a preservarsi autentica e genuina Nicolò Marino Ceci come è stata un tempo.

Una raccolta di contributi video sulla mostra “Terlizzi - Il Visibile Nascosto” rilasciati da: Vincenzo Velati, Paolo De Santoli, Beppe Gernone, Mimmo Paparella, Gianna Spada, Vito Bernarndi, Pasquale Guastamacchia, Ciccio Delle Fontane, Paolo Giangregorio, Franco Valente, Angela Tamborra, Nicolò Marino Ceci è visibile su www.youtube.it

installazione e montaggio serre

Automazioni e impianti per le Coltivazioni in Serra Importatore ufficiale PRIVA Business Partner NETAFIM

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...si staglia, come architettura della natura, una grande quercia accampata al centro di una nuova idea di corte, dunque di un nuovo luogo di ospitalità e d’incontro...

Nell’idea dell’Imperatore v’era il paesaggio quello che si faceva ‘descrivere’ dai suoi falchi, cioè inquadrato da una traiettoria in planata, con l’orizzonte alto, lontano...

Paolo De Santoli e i cavalieri RAggianti, le sue lampade-scultura. Due citazioni tratte dal testo “L’architettura e l’ombra” dello storico dell’Arte Massimo Bignardi, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della facoltà di Lettere dell’Università di Siena. ... Atteggiamento che da anni connota il lavoro di De Santoli che guarda alla terra come territorio della memoria collettiva, vale a dire quale luogo di un farsi del racconto della comunità che mette in gioco figure, eventi, quel patrimonio dell’immaginario collettivo che, certamente, ha fatto presa sulla fantasia chiamando in causa finanche le manualità artigiane delle quali l’artista si serve per non negare al ‘dialetto’ la sua vivace attualità. Le sue sculture, i suoi cavalieri sollecitano la memoria, senza, però, farsi citazione o, alla peggio, ruffiana letteratura popolare: sono figure avanzate sul limite di una surrealtà che si dichiara pronta ad intercettare l’ironia, la meraviglia, la vitalità di un bacino archetipo... ... il corpo della prismatica architettura del castello contro o a fianco della quale si schierano i corpi plastici narrativi di De Santoli, intessendo una sorta di confronto con la memoria, con il racconto, anzi sollecitandone altri...

Paolo De Santoli, Fride-Rici Cavaliere RAggiante, 2008

FIGURELLA DEL LEVANTE Giancarla e Anna Fracchiolla personal trainer

Cavalieri RAggianti I cavalieri raggianti, paladini di non-si-sa-che Prodi eroi senza impresa, e senza senso Si fanno la parodia da sé... Raggianti, se è vero che si vestono di pezze a colori. Il colore di cui son bardati È la tradizione che si fa festosa e bislacca nelle vesti. Ma questo folklore, questo entusiasmo senza idee, Memore di sé finché si vuole, Si disperde non appena il turbinio di originalità Di cui i cavalieri, questi cavalieri, si fregiano, T’investe. Raggianti istrioni, ognuno Con la sua saporita e colorata microstoria, Amano sorprenderti, avvolgerti nel loro cosmo Fantasioso e senza tempo. Proprio come in una dimensione solida, e “stolida”, del cubismo, Sono delle metamorfosi ancora in atto, Anzi incompiute, volutamente in fieri: Inopinatamente, inaspettatamente, ex abrupto (All’improvviso) infatti, Un oggetto, un oggetto qualunque di questo universo, Come in una favola futurista, Fa la scintilla e prende vita, fiorisce, E carico di un imprevisto dinamismo Decide di tendere ad una forma umana. Ma non la raggiunge: il suo impulso vitale S’arresta prima di raggiungere una forma compiuta: è umanoide, È meta-storica. Si cristallizza, forse provvisoriamente, In una forma ibrida, sospesa fra oggetto reale e cavaliere, Sul confine fra epica e surrealismo, Fra de chirico e il design... Il risultato, strano esperimento, è un milite Un po’ svitato, pittoresco, sui generis, Che si fa allegria da solo, e ride, ride, ride Per farci ridere. Abbiamo così i vari ostriconi, palmizi e sessi antropomorfi, Ognuno con la pretesa di “esserci” e mostrarsi Con vanitoso orgoglio al mondo. I cavalieri raggianti sono tanti, e tanti, Che non li si può contare, sarebbe inutile. Milizia del divertissement, reggimento esilarante, Squinternato battaglione Fa la sua battaglia: cerca la nostra meraviglia, Ma con sentimento barocco! Se è vero che i cavalieri Non vivono di gloria, ma di auto-ironia, e di follia E vogliono solo piacerti, dilettarti, senza farti pensare, Inutilmente pensare. I cavalieri raggianti, come un bimbo vivace, sono il frutto Ultra-moderno di un’inveterata naivee Che ti folgora Con un’occhiata furbetta e una colorata euforia. Gianpaolo Altamura

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“E veramente gli illustri eroi Federico imperatore e Manfredi, degnamente nato da lui, tutta manifestando la nobiltà e la dirittura della loro anima, finché la fortuna lo permise, visser da uomini, sdegnando viver da bruti. E perciò coloro che erano nobili di cuore e forniti di doni divini cercarono di stare sempre vicini alla maestà di principi così grandi, di modo che tutto ciò che al tempo loro anime eccelse d’Italiani, sforzandosi, riuscivano a compiere, primieramente nella reggia di sì grandi sovrani veniva alla luce...”. Dante

La vostra fedeltà brilla come stella intorno a noi e, invidiata da tutti i popoli, risplende nel mondo. Per questo noi, fra tutti i regni, abbiamo privilegiato il Regno del Sud come tesoro personale e come dimora speciale per la nostra abituale permanenza. Sicché noi, pur se investiti del titolo sfolgorante di imperatore, non consideriamo inglorioso venir definiti come uno degli Apuli. E se, tutte le volte che i flutti dell’Impero ci chiamano, navighiamo fuori dei porti del Regno, ci sentiamo come esuli lontani da casa. E anche se ci attrae la particolare amenità dei luoghi recinto esclusivo e glorioso, più piacevole di tutte le dolcezze del mondo - ci attira soprattutto l’aver sempre trovato i vostri desideri conformi ai nostri, e in voi e in noi un identico volere in tutto. Né dimentichiamo che, quando per tristi vicissitudini talvolta siamo scesi in basso, e quando infine, sollevati dalla fortuna, siamo saliti ai massimi successi, abbiamo sempre trovato la nostra Apulia ora triste nelle nostre avversità, ora esultante nei successi. Federico II agli Apuli, Lodi 4 gennaio 1238.

Un progetto per il territorio sostenuto dalla Regione Puglia Per il 2009 si ripropone e si produce per il quarto anno consecutivo, un’edizione speciale del progetto Ad Meridiem, dedicandola come già in passato, a una delle figure più affascinanti della cultura europea, Federico II di Svevia. Federico è un testimonial storico d’eccezione per la nostra terra; il suo passaggio in Puglia, foss’anche soltanto architettonico - come nel caso del Castel del Monte - ha prodotto fecondi sviluppi nel nostro immaginario storico, letterario, sociale. Per approfondire ulteriormente lo studio e l’analisi storico-artistica che il gruppo di lavoro di Ra già da tempo ha avviato nei riguardi dello Svevo, si prosegue nell’allestimento di più momenti culturali, artistici, letterari, sotto il segno dell’originalità e in alcuni casi della continuità. Federico, i Cavalieri, i legaMenti inCrociati - 2009 DELLA ASTROLOGIA DALLE STELLE ALLE STELLE, è contenitore ormai collaudato alla sua quarta edizione e vuole mettere in evidenza le profonde relazioni che il celebre sovrano ha intrattenuto con la Terra di Puglia al tempo delle Crociate e con gli ordini cavallereschi e gli uomini di scienza e cultura e le influenze irrefutabili che Federico ha esercitato sulla nostra regione, sul pensiero comune attorno ad essa. In questa edizione il sottotitolo si dimostra ancora più eloquente, poiché si inserisce nelle volontà della cultura globale di prendere in considerazione per il 2009 il tema dell’astronomia. Quindi nell’anno dedicato a questa importante disciplina che in passato ai tempi dello Svevo era accumunata anche all’astrologia, nasce il titolo del progetto annuale che richiama la temperie di cultura e “sperimentazione” che Federico seppe creare a corte. L’astronomia diventa, dunque, la parola magica per lasciarsi trasportare ancora una volta in un vortice sapienziale, capace di attirare le forze attive di una comunità che vuole proiettarsi con caparbietà nel nuovo, provenendo tuttavia da un robusto passato. Un nuovo modo di raccontare la Puglia e il bacino Mediterraneo, la sua storia, le sue tradizioni e le sue leggende soprattutto quelle meno note, quelle minori provenienti da una stratificazione plurisecolare che hanno bisogno, oggi come non mai, di essere scoperte, lette, rilette, spiegate, analizzate e illustrate con parole contemporanee. Sedi naturali privilegiate, quindi, quelle location normanno-sveve su una direttrice mare-terra che da Bitonto e Giovinazzo raggiunge Andria e Barletta e che ha come epicentro Terlizzi forte del suo dittico “Terlitium Inter Spinas Lilium”.

Le cover Ad Meridiem Questo progetto Ad Meridiem (in cui si privilegia la storia maggiore e minore del meridione d’Italia che si proietta nella contemporaneità, proponendo nuove produzioni, quindi sperimentazioni) è sostenuto da una immagine coordinata che si ripropone in ogni nuova edizione con delle varianti, dove l’immagine simbolo è l’uomo. L’uomo con vesti rivisitate dell’epoca medievale, una rilettura di quello scenario dove emerge prepotente la figura cardine e complessa del Cavaliere. Nelle varie edizioni c’è un avvicendarsi di personaggi che nascono dalla storia e si vestono di contemporaneo. Sono visioni artistiche, lampade-scultura che reinterpretano e rievocano con l’uso soprattutto di materiali di recupero, la figura del Cavaliere. E’ una ricerca che va di pari passo con la vita del progetto Ad Meridiem e che vede l’artista-designer Paolo De Santoli, impegnato non solo a rendere grafici e visibili questi personaggi, ma soprattutto a interfacciarli in luoghi pregnanti di storia, grazie anche all’utilizzo di altre componenti sensoriali che fanno da cornice e attirano il fruitore in un “giro di giostra”. Si sono così avvicendate negli anni le opere di Bruno Cavaliere della Bruna, Ke Bi-Nocolo, CD-Rhuom, Fride-Rici, Brüder MitBrüder. Contro immagini ai Cavalieri (nell’ambito delle copertine impaginate a quattro mani dallo stesso De Santoli con il grafico Pasquale Guastamacchia) sono opere che vengono dalla Storia dell’Arte. Maurits Cornelis Escher e i suoi cavalieri, china e acquerello del 1946, dove l’attrazione e il fascino dell’ambiguità nelle immagini a contro scambio raggiunge l’apice. Cavalieri tra l’apparire e lo sparire, che si alternano a diventare ora figura, ora fondo. Escher si ispirò alle complesse decorazioni islamiche, riproducendo e studiando motivi dell’Alhambra di Granada. Castel del Monte e la sua straordinaria, ordinata,

regolare architettura, che domina la scena della natura. Bianco prisma di pietra con le molteplici facce che accolgono la diversa luce che il giorno genera. Una Corona sulla Murgia. Una scultura in scala massima disegnata dal sole, ma monumento all’Uomo e alla sua pacifica convivenza terrena e al rapporto con l’Universo. Un Calice posto su un colle in un luogo magico. Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, una pittura pregnante dove la luce irriverente scolpisce e mette a nudo i soggetti. Del 1609 un olio su tela di un Cavaliere dell’ordine di San Giovanni di Gerusalemme (Gerosolomitano, poi cavaliere di Malta). Una visione ravvicinata e impietosa in cui si coglie tutta la mimesi facciale e il busto pronto al gesto, all’azione. Albrecht Dürer, il più grande pittore tedesco. Grande libertà creativa, respiro internazionale, versatilità tecnica, impegno morale ed etico. Partecipa all’avventura culturale e storica dell’Europa del ‘500. Tra l’altro è grande incisore, come si evince dalla pregevolezza e ricchezza di particolari per esempio nell’opera del 1513 “Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo” in cui: la morte, essere demoniaco ghignante con

corna e serpenti e con la clessidra indica la caducità della vita; il mostro equino personifica l’incubo notturno; il ronzino cavalcato dalla morte è attratto dal teschio che giace al suolo; il cane simboleggia la fede che dona coraggio e forza al cristiano; il cavallo elegante e solenne, allude alla vittoria sul male (numerosi sotto i Santi Cavalieri); il cane simboleggia la fede che dona coraggio e forza all’uomo; l’uomo a cavallo è il coraggioso Cavaliere cristiano che avanza impassibile verso la sua meta (la città in alto è Gerusalemme), armato della fede in dio e incurante delle insidie del male. Ma anche ne “La Corte del cielo settentrionale” (1515) si evince la stessa ricchezza e dovizia di particolari. Ai quattro angoli della mappa sono raffigurati i maggiori astronomi del passato: il greco Arato, con il globo terrestre; il romano Manilio, con un libro in mano; l’egiziano Tolomeo, con il compasso; l’arabo al-Sufi, con la sfera armillare. Dürer traccia su ogni figura dello zodiaco l’esatta posizione degli astri e le costellazioni appaiono sottoforma di personaggi mitologici, ripresi dall’arte greco-romana.

TAMOIL prov. Terlizzi-Mariotto Terlizzi (Ba)


L’emisfero zodiacale settentrionale e meridionale disposti in ordine concentrico, da Miscellanea astronomica, XV sec., Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Elaborato di Stefania Sannicandro, 2008, tecnica mista su tavola, diam. 80 cm.

Numeri, poliedri, stelle.

La filosofia nella Grecia classica era scienza totalizzante che includeva e spiegava tutto lo scibile umano e il mondo dei numeri non si sottraeva all’universale scienza. Tutto era in relazione inestricabile con il Tutto, Archimede connetteva l’universo in chiave metrica e numerologica, Platone in chiave astrale e geometrica. L’intero universo era tessuto di numeri ai quali sono legati i corpi planetari: i 7 numeri ed i sette pianeti che ruotano su altrettanti anelli intorno alla terra. L’Unico comprende il Tutto ed è in relazione con tutto, perfino con il suono. Lo riscontriamo in Raffaello attraverso una sapientissima armonia di figure nella Scuola di Atene in cui raffigura i diversi personaggi del mondo classico e le profonde conoscenze ri-scoperte dall’uomo rinascimentale. Lo schema dell’affresco, riassume i complessi intrecci tra filosofia, numero ed universo fin lì conosciuto. In un particolare, in baso a sinistra, sulla lavagna sorretta da un fanciullo campeggia uno schema di segni e numeri che rimanda alla profonda relazione esistente tra numero, infinito, suono e scale musicali. Non solo: lo schema disegnato sulla lavagna mette in relazione il pensiero di Pitagora con quello di Platone. Nella “Tetrakys” piramidale si legge il numero perfetto (secondo Aristotele): il numero 10 e la rappresentazione geometrica della scala numerica sotto forma di triangolo equilatero che costituiva un simbolo sia aritmetico che geometrico sul quale Platone fonderà la scienza dei poliedri che narrerà nei dialoghi di Timeo. Dal caos primigenio, Dio crea l’Universo ordinando i quattro corpi fondamentali, fuoco, acqua, terra ed aria dai quali scaturiranno i corpi celesti, ognuno dei quali corrisponderà ad uno dei cinque poliedri costruiti a partire dal triangolo equilatero. Nel Timeo Platone descrive compiutamente questi cinque solidi ponendoli in stretta relazione con i cinque pianeti conosciuti. Durante il Rinascimento, riprendendo e approfondendo Platone e la sua geometria si operano evoluzioni sui solidi regolari: le “stellazioni”. I poliedri stellati non sono che l’evoluzione spaziale dei poliedri “platonici”. Sono solidi convessi costituiti da facce poligonali regolari con la peculiarità di essere tutte uguali fra loro, hanno angoli

Edilmary di Giuseppe Grieco viale Leopardi, 67 Terlizzi (Ba) t. 349.8103587

diedri uguali ed angoloidi uguali e la figura al vertice è sempre costituita da un poligono regolare. I poligoni regolari possono essere di numero illimitato, mentre di poliedri regolari se ne possono costruire soltanto cinque adoperando tre soli poligoni: triangoli, quadrati, pentagoni. Si deve a Keplero, lo studio sistematico e la individuazione di un altro gruppo di poliedri detti “archimedei” o irregolari, anch’essi già studiati nell’antica Grecia. Alcuni di questi poliedri sono generati da “tagli” effettuati sui vertici o sugli spigoli dei poliedri platonici per cui ad alcuni di essi viene aggiunto l’aggettivo “tronco”. La peculiarità di questi poliedri irregolari è avere la superficie costituita da poligoni diversi ma di lato uguale, costituenti solidi convessi. Solo su due dei cinque solidi platonici sarà possibile evolvere una stellazione regolare poiché le loro facce sono ancora dei pentagoni regolari semplici o pentagoni regolari intrecciati fra loro, mentre sul gruppo dei solidi archimedei si possono costruire soltanto stelle “ibride”. La stella rimanda ad un immaginario fatto più di luce che di corpo celeste: ad un punto di luce dal quale dipartono radialmente vettori luminosi. La relazione astro-poliedro platonico si perpetua con la stella-poliedro rinascimentale. La fisica sperimentale moderna ne mostra l’aspetto duale della materia astrale: le stelle sono corpi e sono onde e la natura delle onde è imprescindibile da quello dei corpi. Nessun corpo è escluso dalla dualità luce- onda, nemmeno il corpo umano, il quale è luce ma anche geometria, è onda e materia. E’ sempre stata ricorrente nell’umanità la costante aspirazione a collocare il proprio agire e il proprio corpo in armonia col cosmo riconoscendosi come parte del firmamento e dunque “stella” egli stesso. Keplero, iconosce nella “sezione aurea” una importanza straordinaria pari a quella del teorema di Pitagora. Le ricerche successive lo condussero allo studio dei poliedri ed alla loro evoluzione nei poliedri stellati o stellazioni. Si tratta di figure solide la cui genesi è da ricondurre necessariamente a figure piane, ovvero ai “poligoni stellati”. La stella è ottenuta dal prolungamento dei lati del poligono. Escludendo il triangolo ed il quadrato - i cui prolungamenti non generano figure regolari chiuse - è a partire dal pentagono che si genera la stella elementare (pentagramma, pentacolo, stella a cinque punte) che conserva ancora il “numero d’oro” o “divina proporzione” secondo Fra Luca Pacioli: il Rinascimento ripropone la relazione numero-forma. La sezione aurea, il “Numero d’Oro, fu un principio matematico-astrale che ha avuto applicazioni del tutto insospettate ed in diversi campi della attività umana. Secondo Erodoto la sezione aurea fu applicata nella costruzione della piramide di Cheope; secondo altri il pentagramma costituirebbe il motivo geometrico ispiratore del portale di ingresso di Castel del Monte, passando per le tarsie marmoree di Paolo Uccello nella Basilica di S. Marco a Venezia fino alla pittura in alcune opere di Leonardo o nelle incisioni di Durer. Quella del “numero d’oro” è stata una sorta di ossessione trasversale a tutto lo scibile umano: matematici, astronomi, letterati, pittori, architetti, l’hanno applicato oppure cercato, come nei “Quasi Cristalli” studiati dall’ingegnere israeliano Dany Schectam. Dalle microscopiche strutture cristalline ai poliedri il passo è breve, siamo tornati al nostro tema di partenza: i poliedri e le stelle. Ma quali sono le operazioni geometriche che conducono alla stellazione dei due solidi platonici? Il pentagramma (o pentacolo) può essere considerato come un pentagono regolare che ha i cinque lati intersecati secondo angoli uguali fra loro, seguendo un ordine di tracciamento “chiuso” che parte da un vertice e ritorna sullo stesso. Analogamente alle stellazioni bidimensionali sui poligoni regolari è possibile generare stellazioni tridimensionali sui poliedri regolari. Estendendo, ad esempio, gli spigoli di un tetraedro, di un cubo o di un ottaedro, non è possibile ottenere nuovi poliedri, mentre a partire dal dodecaedro (dodici facce pentagonali regolari) e dall’icosaedro (venti facce triangolari regolari) si ottengono due stellazioni diverse intese rispettivamente come un dodecaedro e un icosaedro sulle cui facce sono state costruite delle piramidi regolari di uguale altezza.

L’altezza è quella “giusta”, tale, cioè che i sessanta triangoli che costituiscono le facce laterali della stella, a cinque a cinque giacciano su di uno stesso piano, intorno ad un pentagono insieme al quale formano un pentagramma. I due poliedri stellati possono essere ottenuti con una genesi geometrica diversa: unendo i vertici a gruppi di cinque, oppure a gruppi di tre i dodici pentagoni regolari stellati tutti uguali, in modo che le facce siano unite tra loro lungo i propri lati come nei poliedri regolari, nascondendo i pentagoni centrali di ogni pentagramma. Possiamo interpretare queste evoluzioni geometriche come altrettanti poliedri regolari, da aggiungere ai cinque “platonici”, detti rispettivamente “piccolo dodecaedro stellato” e “grande dodecaedro stellato”. Quelli appena descritti rappresentano gli unici poliedri regolari aventi come facce dei poligoni stellati, ma non sono gli unici poliedri regolari stellati. E’ possibile costruire altri poliedri stellati le cui facce sono poligoni regolari che però si intersecano fra di loro, hanno cioè in comune dei segmenti che non sono lati delle facce, proprio come i lati di un poligono stellato possono avere in comune dei punti che non sono vertici. Fu L. Poinsot (1777-1859) che individuò due poliedri stellati regolari di questo tipo: il “grande dodecaedro” e “il grande icosaedro” ottenuti rispettivamente con dodici pentagoni e venti triangoli che a cinque a cinque si intersecano in ogni vertice. Vicino ad ogni vertice, il poliedro assume la forma di una piramide la cui base è il pentagramma. Qualche anno dopo il matematico francese Couchy, dimostrò che non era più possibile evolvere altri poliedri stellati regolari. Sui tredici poliedri archimedei irregolari non è ovviamente possibile generare stellazioni regolari del tipo appena descritto, poiché le loro superfici sono costituite da poligoni regolari, di lato uguale ma di forma diversa, pertanto i prolungamenti dei loro spigoli non concorrono tutti allo stesso vertice. Ma, come dimostra l’esperienza dei “Soli…di ignoti” svolta nell’Istituto d’Arte di Corato nel 2008, uno di questi “figli di un Dio minore” ha generato una stella, ibrida che sia ma dalle illimitate potenzialità del tutto inesplorte. Sulle sessantadue facce del “grande rombicosidodecaedro” si sono ottenuti inattesi giochi di volumi, chiaroscuri e cromatismi dagli infiniti sviluppi creativi. Emanuele Pastoressa

Doveva esserci il caos per poter nascere una stella (F. Nietzsche)

Armonie celesti contrappunti terrestri per il progetto

Sebbene noi ora viviamo, e probabilmente vivremo sempre, soggetti alle condizioni della terra, non siamo meramente creature legate alle terra. Hannah Arendt

CON-STELLAZIONI, LA FORMA DELLE STELLE

gioielli ispirati a pianeti e segni zodiacali

COSI’ IN CIELO, COSI’ IN TERRA…COTTA installazione in ceramica

SIMBOLOGIA DELL’ASTRA-AZIONE nelle stampe d’epoca

SPLENDOR SOLIS

immagini dall’omonimo trattato

CON GLI OCCHI AL CIELO installazione pittorica

I FIGLI DI MERCURIO pannelli decorativi

ASTRONOMIA IN CASTEL DEL MONTE studi grafici

I SOLI-DI IGNOTI poliedri stellati

LA GEOMETRIA DELLE STELLE poliedri tridimensionali

IL SOLE

variazioni sulla simbologia

CI SONO STELLE…E STELLE pannelli decorativi

Cordinamento dei proff. Rosanna Quatela, Leonardo Fiore, Mauro Spallucci, A. Maria Caputi, Donatella Di BIsceglie, Mauro Gioachin, Rosanna Minervini, Costantino Ragusa, Emanuele Pastoressa, Paolo De Sario, Paolo De Santoli.

... e anche aperitivi stuzzicheria cocktail & drink Alter Ego Cafè di Antonio De Lucia viale delle Mimose, 34/D Terlizzi (Ba) t. 328.0843757

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Ad Meridiem Ottobre  

Il primo numero di Ottobre 2009